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Racconti di Alarico Bernardi

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  • 19 dicembre 2015 alle ore 8:59
    L'euforia del Natale

    Come comincia: Tra qualche giorno è Natale... ero sul punto di dimenticarlo. Non avrei potuto; c’è sempre qualcosa o qualcuno che te lo rammenta: l’abete infiocchettato da vezzosità luminose o lo sguardo estatico di un bimbo davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli.
     
    Dimenticavo... e la corsa ai regali, la sacrosanta tradizione del dono ad ogni costo, dove la mettiamo? Non si può certo abolire... che Natale sarebbe? Per non parlare dei “trofei” acquistati all’ultimo minuto, mentre la bancarella sta rimettendo le sue cianfrusaglie nel furgoncino.
    Il vanto di essersene impossessati, la gloria inneggiata da chi ha fatto compere ordinarie ed ora è galvanizzato dall’abilità altrui, non avrebbero ragion d’essere, se non ci fosse la Festa delle feste.
     
    Nelle chiese si notano donne ancora giovani, lontane dal fiore della gioventù, impegnate a creare presepi straordinari, impiegando tutto il loro tempo libero; un tempo che avrebbero potuto trascorrere, pensando alla propria solitudine che tentano vanamente di riciclare.
     
    Le solitudini del Natale... Già... esistono anch’esse. Sono nascoste da quelle che ti spingono ad esibirti come un giocoliere improvvisato nel Circo di Babbo Natale.
     
    La povertà di una mangiatoia; la semplicità di un bue e di un asinello, l’innocenza di un bambino; e la gioia dei suoi genitori sono scivolati nell’indifferenza, abbagliati dalle luminarie, assordati dal frastuono degli uomini.
     
    Ida è cieca: non può essere distratta dall’euforia del Natale, non ha tempo per attendere la visita di qualcuno che non verrà. La cercheranno soltanto quando il rito si sarà consumato, quando le lacrime non serviranno più a simulare laghetti di montagna nel contesto d’un presepe.
    L’euforia del Natale, allora, farà in modo che i panni laceri del povero vestano lo spaventapasseri, mentre il gioco più interessante e costoso spiccherà tra le mani del bimbo malato.
     
    Il Natale è anche questo: sognare un mondo migliore... Non è ancora vietato.
     

     

  • 04 novembre 2014 alle ore 8:01
    Non ritrarre la mano

    Come comincia: Ti sentivi perduta, avvolta dalle nubi del silenzio, dalla morsa della solitudine, dalla paura dell’ignoto, mentre osservavi fissamente la tua immagine riflessa nello specchio, non riconoscendo quel volto così abbrutito, solcato dal tempo, dalle lacrime, dall’inconsistenza dell’essere...
     
    “Dimmi che devo fare? Mi sento invischiata in una rete senza maglie… Dove andare se la gente non riesce a cogliere il motivo segreto della mia disperazione? Ogni strada mi sembra un labirinto in cui il pensiero s’annulla ed al cuore viene sottratto il sussulto dell’emozioni. Non so perché mi sono fermata al bivio del sentiero, proprio qui accanto a te che hai ancora negli occhi il lampo dei sogni...”.
     
    “Vorrei che t’avvicinassi a me... Sono a pochi passi dalla tua anima. Mi piacerebbe che dimenticassi il passato, ricordando soltanto per non sbagliare ancora, per cancellare le angosce delle notti insonni, gli spintoni ricevuti nella città impietosa, la passione derisa, gli amori falliti...
    Vieni... Guardami. Sono quello specchio che non t’aveva riflesso ancora. Non ritrarre la mano.”.

  • 29 aprile 2014 alle ore 21:22
    La rosa che non colsi

    Come comincia: In una stanza immersa nell'oscurità, nubi plumbee pendevano dal soffitto come lumi spenti.
    Non erano altro che un grumo di pensieri rifiutati da chi non riusciva a comprenderne l’essenza.
    M’avventurai allora fuori di casa, iniziando a trascinarmi lungo il greto d’un fiume di cui ignoravo il nome. Le sue acque verdastre mi accompagnavano, producendo un tintinnio argentino carico di musicalità. Da lontano era possibile scorgere il campanile svettante d’una chiesetta, mentre si piantava nel cuore etereo del cielo invernale. La ferita iniziò a sanguinare d’un sangue candido, lieve, quasi fosse una pioggia d’ovatta in fiocchi cristallini. Il corso d’acqua risplendeva sotto i primi raggi solari, lambendo le mie scarpe, ansando tra pietre molate dalla perpetua carezza dei flutti. Mi vidi riflesso in quelle onde tumultuose e realizzai di vivere un sogno: avevo nuovamente smarrito il mio sole e rincorrevo chi me lo aveva sottratto...
     
    Il suono delle campane mi ricordò che era domenica. Il messaggio proveniva dalle torri consacrate, squillante come un salvadanaio mezzo vuoto, quasi fosse una richiesta d’aiuto lanciata all’indirizzo del buonismo. Già... domenica, ma quale festività aveva il potere e il diritto di turbare la silenziosa atmosfera d’un mattino affrancato dalla logica dell’efficientismo?
    Le imposizioni dei campanili scacciavano gli uccelli che avevano trovato rifugio sulle loro sommità. Una nube canora e palpitante si disperdeva all’orizzonte, alterando i richiami tonanti dell’ipocrisia.
     
    Diamanti di pioggia ornavano le braccia nude degli alberi, brillando attraverso i primi avamposti dei monti, squarciando le nuvole nere che ne ornavano le cime innevate.
    I volti di muti passanti sembrava attendessero un inverno spietato, trovando nell’acqua piovana preghiere non sempre esaudite.
    Ripensai alla rosa che non fui capace di cogliere, sapendo di pungermi, temendo di macchiarne i candidi petali e tra le lacrime mi parve d’avvertirne il profumo.
     

  • 18 aprile 2014 alle ore 20:17
    La strega e l'ingenuo

    Come comincia: Nel buio sconosciuto d’una città sconosciuta voci stridenti raccontano la stessa leggenda: tu, la strega cattiva, io, l‘ingenuo di turno. I silenzi mi assordano, infastidendomi e rendendomi insofferente ai pettegolezzi. Ti trovo qui, inerme, alla gogna dei benpensanti, indifesa, vittima e carnefice allo stesso tempo. La luce dell’intelletto, allora, mi apre gli occhi spenti, narrando il male oscuro che ti governa, l’ingenuità che lo genera, l’incoscienza che lo esalta. Ascolto la tua voce, la tua indecisione.
    “Non ti conosco ancora! Temo di sbagliare… di far parlare nuovamente di me. Dammi tempo... Non appartieni alle mie stesse allucinazioni, né allo stesso incubo. Mi fai paura, paura di non essere al tuo livello, di non avere a che fare con un tossicodipendente dai neuroni impazziti. Ti amo... come non amarti? Tu, però, non mi dai certezze... sei troppo normale... direi strano. Non ingannarmi!”.
     
    ”Ti sono vicino... traduco il linguaggio incomprensibile della tua essenza, pronto a guidarti in quel mondo oscuro in cui ti sei ritrovata a camminare senza appoggi, sprovvista di qualsiasi orientamento... Dal pozzo tetro della mia cecità ti condurrò in un luogo dove regna il silenzio, la pace, l’equilibrio... Non temere la realtà… Essa non ti giudica, non ti aiuta, non ti delude... E’ sufficiente accettarla!”.
     
    “Buonanotte!”.
    La tua replica non è altro che un gelido augurio formale. Echeggia nel cielo di pece, concludendo la giornata senza senso appena trascorsa.
     
    “Buonanotte mia principessa, tanto innamorata da immolare la tua esistenza alla notte perenne d’un uomo. Il buio di queste riflessioni non macchierà il manto scintillante del tuo futuro, non ti declasserà agli occhi altrui, fiera d’aver abbracciato la causa della solidarietà.”.
     
    La dura realtà si faceva avanti, ponendo in evidenza il particolare di quella notte che stava per iniziare: una solitudine deprimente. Il buio più pesto mi bendava, raggelando il sangue nelle vene, trasmettendo al mio animo una sorta di subdola sensazione di sicurezza. Il lento e inesorabile scorrere del tempo veniva scandito da un orologio immaginario che colpiva i miei timpani con la petulante insistenza d’ingranaggi arrugginiti. Nulla era certo, nemmeno che fossi solo. Tutto era stato concepito e vissuto in un incubo ricorrente dal quale mi risvegliavo puntualmente con la fronte madida di sudore. I rumori della strada andavano spegnendosi, rendendo la stanza ovattata, lontana, pronta ad amplificare i guaiti del mio cane guida che si tormentava, aspettandoti invano.
    Le promesse, la violenza compiuta verso le mie più intime aspirazioni, la prospettiva della giornata seguente illuminata dal sole dell’abbandono e dell’indifferenza mi proiettavano in una dimensione surreale, ai limiti del verosimile. La fosca atmosfera si diradava, squarciata dallo straziante latrato d’un randagio, reso guercio dall’uomo e scacciato dal branco. Quello stesso branco e gli stessi esseri umani che m’avevano ingannato, convincendomi a pensare d’essere l’unico nocchiero capace di governare il timone d’una nave in balia delle tempeste. L’oblio, sotto forma di sonno,si presentava a dispensare torpore, tentando di addolcire le lacrime salate che segnavano le mie gote. Era un pianto liberatorio, catartico, utile a cancellare la credulità che sorella ombra amava donarmi quotidianamente. Perché, dunque, incolpare altri di qualcosa che mi apparteneva? Nessuno, proprio nessuno m’aveva costretto a dar credito agli impostori.
     

  • 14 aprile 2014 alle ore 20:59
    Domenica d'aprile

    Come comincia: Stamane pensavo: ancora una volta torna a sorgere il sole . Torna la luce sul mondo rimasto in bianco e nero durante la notte. Gli uccelli impazziscono nel dedalo dei loro voli, atterriti dal cielo primaverile, grondante di pioggia. Aleggia nell’aria il timore d’aver smarrito il significato della vita.
     
    Lacrime di rabbia, di dolore, di sconfitta hanno iniziato, allora, a bagnare le tue gote, scavandoti il viso sofferente. L'amore a lungo vagheggiato è svanito come in un incubo: non intendevi ascoltare le mie parole e il tonfo preoccupato del mio cuore.
     
    Non lacrime, ma dolci sorrisi, non pianto, ma languidi baci, dovranno sfiorare il tuo viso, nella consapevolezza d’avere al tuo fianco la persona che hai sempre sognato, che t’ha amato e t'ama da quella misteriosa domenica d’aprile.
     
    Ho supplicato: “chiare onde marine trasportate la certezza dei sentimenti nel cielo di madreperla, ricamate nel fuoco delle stelle le nostre iniziali, affidate ai voli di bianchi gabbiani l’incredibile storia d’amore che non so raccontare. Sarà sospinta nel vento oltre la riva scogliosa, urlata nel mare in tempesta su spiagge deserte dove si ascoltano, perduti nel sole, i battiti folli del cuore.”

  • 07 aprile 2014 alle ore 13:34
    Un'estate troppo... arida

    Come comincia: I bagagli erano pronti, la meta da raggiungere sconosciuta. La fuga da una scomoda realtà iniziava e la speranza in un domani migliore appariva all’orizzonte. Sarei riuscito a viverla, avrei avuto il coraggio o la presunzione necessari a bagnarmi nella folla dei normodotati? Sapevo di pretendere troppo: avrei dovuto prima confrontarmi con la diversità.
     
    Ricordo l’azzurro intenso del mare di giugno che si riverberava sui pini, cresciuti ai bordi del sentiero che portava alla spiaggia. Il sole del mattino proiettava le nostre ombre allungate sull’inconsistente battigia, avvicinandole in un abbraccio privo di naturalezza, cancellato dalle onde, castigato dal vento. Eri consapevole di non amarmi, mentre il sale d’una lacrima ti bruciava le labbra, mescolandosi alla salsedine ed al sapore indefinito del fallimento dei sogni adolescenziali.
    Un dolce risveglio fu quello che rese la vita degna d’essere vissuta. Un sorriso triste, lacrime di fiele, imperversarono sulla maschera del mio volto, rendendolo irriconoscibile, unico, allucinato, insolente. Su quel volto gli occhi faticavano a dischiudersi, consapevoli che avrebbero incontrato il buio costante d’una notte perenne.
    La sensazione d’aver perduto qualcuno o qualcosa assumeva sfumature grottesche. Mi resi conto d’essere stato vittima d’impietose allucinazioni: la mente vagava nel passato, ritrovando brandelli d’una vita, immolata sull’altare della sconfitta, esaltata dalla perversa presunzione d’essere nel giusto. Nettare ed ambrosia, allora, furono rifiutati dagli Dei, mentre ad essi si sostituì il sapore discutibile della delusione. In quel mentre, la vera storia inventata venne risucchiata dall’incubo della realtà, lasciando poco spazio alle menzogne.
    Il sole era sorto solo da poche ore e già riuscivo ad avvertirne la forza. La vegetazione bruciava, impotente, vittima della siccità. Le acque ristagnavano nei loro alvei, attendendo una pioggia che tardava ad arrivare. Il pensiero correva al futuro, a quando l’afa avrebbe reso l’esistenza ancora più problematica, a quando tu, fingendo insofferenza per la calura estiva, mi avresti allontanato, voltandomi le spalle nude e la schiena abbronzata. Non sarei rimasto a sperare di guardarti negli occhi, né avrei aspettato il giungere della sera a rinfrescare l’aria. In quel momento avvertivo un buio opprimente nel profondo dell’anima .
    Il mare si riproponeva alla memoria, mentre rabbrividivo al gelo dei miei monti. Non riuscivo a dimenticare l’atmosfera coinvolgente ed irreale creata dal sole sui nostri cuori. Al loro battito le pulsioni nascoste vennero a riva travolgendoci. Il rifugio sicuro della banalità non sarebbestato violato, come non avrei potuto impedire al mio essere proiezioni sublimi verso la felicità.
    Con un ghigno perverso la vita sorrideva malignamente ai tiri mancini del destino. Intanto, la risacca degli affetti corrodeval’arenile degli errori, lasciando in gola l’amaro gusto del rimpianto. Nulla era finito. Tutto doveva ancora iniziare, suggerendo agli eventi un’effimera sequenza e alle lacrime il valore dell’inutilità.
     
    Trascorsi la notte a rincorrere le illusioni celate dalla luna, mentre sorgeva dal mare infuocato dal tramonto. Sentii qualcosa spegnersi dentro di me e pensai che sarebbe stato più dignitososparire nel buio d’un cielo stellato.
     
     

  • 03 aprile 2014 alle ore 20:58
    La spelonca dei raggiri

    Come comincia: Sentii la pelle accapponarsi, mentre raccoglievo un’infiorescenza dall’erba rorida d’un mattino di primavera. Affondavo nella terra, pregustando il calore di quel sole promesso dalle luci dell’alba.
    Il cielo di cera si scioglieva in suggestivi rivoli, formando impensabili arabeschi tra le nubi di madreperla. La spelonca dei raggiri grondava sangue incolore dalle pareti incrostate di menzogna e annerite dalla notte dell’ottusità. Miasmi mefitici si levavano tra i mostri che la popolavano, mentre urla disumane echeggiavano in quel luogo senza tempo. La fine e l’inizio della mia esistenza erano lì, confuse ed irriconoscibili, dileggiate ed impotenti in balia d’un destino beffardo.
    Una luna nera ruzzolava verso un mare d’assurdità, melmoso ed agitato, pronto ad inghiottirla nei suoi abissi ripugnanti. La determinazione a farcela nonostante tutto, l’impegno a superare se stesso ed i propri limiti, non avevano più ragion d’essere. La speranza era sprofondata insieme alla lanterna che abitualmente rischiara il cielo notturno. Mi resi conto di vestire i goffi panni d’un anacronistico Don Chisciotte, d’aver lottato invano contro mulini a vento che, anziché grano, avevano sempre macinato illusioni.
     
    Iniziai ad attendere la fine, seduto sul ciglio del mio sentiero. La stanchezza fiaccava gli entusiasmi, raddoppiava le fatiche, sviliva i sentimenti, lasciandomi in bocca un gusto decisamente amaro.
    Non mi restavano che pochi passi e tutto sarebbe svanito nel dimenticatoio che accoglie i ricordi, coprendoli con la vernice dell’oblio. Il baratro era lì, pronto ad inghiottirmi... ma non riuscivo a raggiungerlo. I pochi passi che ci dividevano sembravano moltiplicarsi, affannando persino il pensiero. Nel buio del giorno ogni sussulto, ogni gesto richiede impegno, tensione... a volte incoscienza. Ero giunto alla conclusione che il gioco non valeva più la candela, che non sempre si può fingere che nulla sia in grado di causare sofferenza, e, allora, perché provavo difficoltà a chiudere un libro già letto, cancellato dalla cecità?
     
    Decisi d’attendere la fine, seduto sul ciglio del mio sentiero. L’iniziativa ormai non m’apparteneva... e mi rifiutavo d’appartenerle.
     
     

  • 04 marzo 2014 alle ore 18:46
    La festa della donna a Mirabilia

    Come comincia: Il giorno delle mimose, la notte delle verità!
     
    A Mirabilia, la festa della donna si sente nell’aria già verso gli ultimi giorni di febbraio.
    La spasmodica smania dei preparativi si impossessa del mondo femminile, riuscendo a monopolizzarne l’attenzione. La scelta dell’abito da indossare, del parrucchiere di grido e del trucco più vistoso per ottenere risultati apprezzabili davanti allo specchio assumono l’assoluta priorità nella vita di ogni donna.
    Si demandano tutte le responsabilità ai rispettivi mariti, mentre ci si preoccupa di prenotare un tavolo nel miglior ristorante della città o in quello “fuori porta”.
    Tra queste prenotazioni si aggira furtiva la leggenda metropolitana sullo sconvolgente streep-tease eseguito da un sosia di Rocco Siffredi. Aleggia il mistero anche nei vari locali. I gestori non assicurano nulla e  fanno intendere che l’artista si esibirà a fine serata proprio da loro. La presenza del fusto rimane in dubbio per tutto il periodo che precede l’8 marzo. Il segreto svelato a metà serpeggia negli uffici e nei salotti della cittadina, indossando ora la maschera della trasgressione, ora quella dell’immaginario.
    Giunge il giorno delle innumerevoli manifestazioni sull’emancipazione femminile. Discorsi di solidarietà, figli della politica, trovano la dovuta amplificazione sulle pagine dei quotidiani, mentre le radio locali porgono auguri colmi di banalità a tutte le mirabiliane. I fiorai fanno capolino fra cespugli di mimose, richiamando i maschietti al loro dovere: acquistarle! Mirabilia si colora di “giallo”, lasciando che le sue strade, le piazze ed i vicoli divengano ricettacolo dei più smodati pettegolezzi; pettegolezzi che indossano le vesti dell’innocenza, ingentiliti dall’impercettibile fragranza delle mimose. La giornata continua all’insegna della retorica, fin quando nel cielo non si notano i sanguigni bagliori del tramonto. Mirabilia inizia a subire un graduale cambiamento: donne sottomesse da sempre ai propri compagni, vestite di tutto punto, si ritrovano nei locali cittadini per brindare all’autonomia, a se stesse, evitando di pensare all’indomani. Ambienti più ricercati ospitano le così dette “zitelle” che tentano di esorcizzare l’assenza di un maschio, intavolando discorsi carichi di falso risentimento verso tutti gli uomini, mentre sperano vanamente che sia annunciato il leggendario streep-tease, atteso da tante e voluto da qualcuna.
    A tarda notte, la luna inizia ad illuminare le sagome di chi fa ritorno a casa, mimosa avvizzita in mano e tanta confusione in testa. L’alba del 9 marzo si avvicina, pronta a salutare le numerose donne che hanno vissuto il giorno precedente con misura e dignità.

  • 26 febbraio 2014 alle ore 15:00
    L'albero delle parole

    Come comincia: In autunno mi soffermavo a guardare il volo delle foglie morte: una caduta lieve, inesorabile, elegante. Raggiungevano il terreno divenuto fango dopo le prime piogge. Nel mio giardino campeggiava, tra gli altri, l’albero delle parole. La caducità di quest’ultime era incolore, rapida, impercettibile. Parole vuote, insensate, insensibili si accavallavano in una ridda confusa e scomposta. Ne raccoglievo alcune... le mie... le tue, riconoscendone il profumo della spontaneità, della dedizione, della generosità, dell’amore vero. Le stringevo nel pugno chiuso, tentando di trattenerle, ignorando che l’albero che le aveva generate non conosce stagioni, non rimane mai spoglio e si nutre di speranze... di verità.
     
     

  • 22 febbraio 2014 alle ore 18:50
    Le nostre fedi

    Come comincia: L’incubo, il sogno, l’illusione sono svaniti. Resta il gusto amaro delle lacrime, l’immaginario rito nuziale a cui avevo creduto, per cui avevo lottato incurante della sua superficialità, tanto evidente da passare inosservata. Precipito nel baratro delle menzogne, dei gesti inventati, delle dichiarazioni roboanti.
    Sotto le coltri scopro il gelido segno della sua presenza, il rovente marchio dell’umiliazione, lascottante constatazione dell’assenza. Parole vuote mi piovono addosso, bagnandomi le mani di sangue, velandomi gli occhi di rabbia. No... non pietà, né comprensione riusciranno a restituirmi quello che ho perduto, quel suo fantastico modo d’ignorare la menomazione che m’affligge, tingendola d’ironia. Scrivo la parola fine, consapevole che di vera e propria fine si tratta. La fine d’una storia inventata! Metterai al mio anulare una fede d’oro bugiardo e l’indosserò senza parlare. Compirò la stessa operazione, donandoti una vera di delusione. Il buio dimorerà nel mio animo, invadendo una mente disorientata, consapevole del miracoloso recupero della vista. Una vista che mi dà la chance di vedere le gratuite esibizioni di Madame Vanità, in una mente devastata dall’influsso dell’egocentrismo. Banchetteremo da soli, brindando con lacrime amare, sbocconcellando lembi di cuore, di dignità, di falsità. Le fedi inizieranno a tagliare le nostre dita, amputando un ricordo da dimenticare.
     

  • 05 febbraio 2014 alle ore 14:11
    Festa in maschera

    Come comincia: Tra la gente mascherata notai un personaggio che indossava il costume di Diabolik. Lo avvicinai incuriosita, ansiosa di smascherarlo; Eva Kant non teme le sorprese. Nella sala, dimenticati in un angolo, i panni logori d’un cieco vennero alla luce di quell’attimo buio, in cui strappai il nero cappuccio del mio compagno d’avventure, scoprendone l’identità. Era l’uomo dei miei sogni... Lo attendevo, pervasa dal timore d’incontrarlo. Le sue parole vennero coperte dall’incessante rumore del bastone bianco, battuto contro il muro dall’orbo in maschera, deciso ad impersonare se stesso, celando quello che gli straziava l’anima: l’indifferenza.
    Lo show continuò, allietato dalla diabolica musica d’un’orchestra invisibile, mentre io e Diabolik indirizzavamo lo sguardo verso l’uscita, avvedendoci dell’assenza del non vedente. Al suo posto il candido bastone, appoggiato alla parete; simbolica e smisurata bacchetta magica, pronta a trasformare i presenti in comuni mortali. Il panico, allora, si sostituì alle risate, inducendoli a rifiutare il probabile rischio di pensare, di comprendere, d’appartenere al genere umano!

  • 25 gennaio 2014 alle ore 20:29
    Ai mercatini natalizi aquilani...

    Come comincia: La bocca inquietante della galleria di San Rocco s’apriva alla sommità della salita, pronta a divorare il nostro pullman Gran Turismo che procedeva impavido sull’Autostrada dei Parchi. Ci ritrovammo nella semioscurità, in attesa dell’uscita che non avremmo raggiunto, se non dopo aver percorso quattro interminabili chilometri. Luci giallognole scivolavano sul parabrezza, indugiando sul volto assonnato di ognuno di noi. I sobbalzi dell’automezzo mi riportarono alla mattina del sei aprile duemilanove, quando L’Aquila fu sfigurata dalla violenza d’un terremoto devastante.
    I tragici eventi di quel giorno scorrevano davanti ai miei occhi, come se non fossero trascorsi cinque anni da quando la terra iniziò a tremare con inaudita irruenza. Onde rabbiose s’abbatterono sulla casa in cui abitavo, trasformando i sogni che immaginavo di vivere in una realtà da incubo, ancora lontana dalla sua conclusione. Il letto non era altro che una barca alla deriva in balia d’un mare in burrasca ed il soffitto si squarciava, lasciando cadere sulle carcasse dei mobili mattoni e calcinacci di svariate dimensioni. Un sordo boato segnò la fine di quella danza infernale, durata appena trentaquattro secondi. Una notevole quantità di polvere saturava l’ambiente, procurandomi una tosse stizzosa che non accennava a placarsi. In strada regnava il silenzio, rotto dall’ululato delle sirene, dalle imprecazioni, dalle urla di terrore, dall’angoscia e da una palpabile sensazione d’impotenza. Recuperati frettolosamentei documenti, qualche effetto personale ed i vestiti, mi avventurai, a tentoni, verso la porta d’ingresso. Soltanto allora realizzai d’essere scampato miracolosamente alla morte, allontanandomi di corsa da quel luogo, divenuto improvvisamente inospitale. Sembrava che qualcuno avesse cancellato dal cielo il tremulo bagliore delle stelle, sostituendolo con un chiarore sanguigno che illuminava lo scenario apocalittico sottostante. L’erogazione di corrente elettrica fu interrotta e la città precipitò nelle tenebre, trascinando gli aquilani in un mondo senza futuro, in cui era stata bandita la speranza. Salii in macchina e, zigzagando tra le macerie, tentai d’uscire dalle mura cittadine. Sulla Statale diciassette mi resi conto di sbandare, ritrovandomi spesso sulla corsia opposta della carreggiata. Decisi di rischiare e tirai dritto verso occidente, intenzionato a raggiungere il primo centro abitato che ospitasse un albergo dalla struttura antisismica. Qualche mese prima avevo attraversato il paesino di Cotilia, situato sulla linea di confine tra Abruzzo e Lazio. Lì mi soffermai ad osservare “I tre orsacchiotti”, un grazioso Hotel che s’affacciava sulla Via Salaria con la sua insegna spiritosa. Mi sarei trovato così a soli trenta chilometri dall’epicentro del sisma ed avrei potuto raggiungere la mia città natale ogni qual volta ve ne fosse stato bisogno. I notiziari radiotelevisivi si susseguivano, conferendo al dramma la connotazione della catastrofe. Si parlava del ritrovamento di circa trecento vittime, per lo più giovani studenti universitari, colti nel sonno dal crollo della “Casa dello studente”.
    Non era ancora possibile avere informazioni precise e, come spesso accade in questi frangenti, la realtà si confondeva con il “sentito dire”.
     
    “Signore e signori buongiorno! Tra pochi minuti saremo a L’Aquila. Scenderemo all’Hotel “Canadian”, nella cui sala ristorante ci attende una sostanziosa colazione!” annunciò Giulia, la guida del gruppo.
    La vetta innevata del Gran Sasso d’Italia s’ergeva davanti a noi in tutta la sua imponenza, mentre affondava nel cuore etereo del cielo invernale. La ferita iniziava a sanguinare d’un sangue candido e lieve, quasi fosse una pioggia d’ovatta in fiocchi cristallini. I primi, deboli raggi d’un sole sbiadito s’allungavano sulle acque increspate del fiume Aterno, rimbalzando tra le onde argentate.
    Una breve discesa e lasciammo l’autostrada”A24”, uscendo al casello di “L’Aquila Ovest”.
    Il viaggio era stato confortevole, nonostante le undici ore, trascorse all’interno del pullman delle “Autolinee Piemontesi” che aveva fatto soltanto tre brevi soste lungo la strada. Ottocentocinquanta chilometri, percorsi senza problemi da Mondovì a L’Aquila per visitare i caratteristici mercatini natalizi del capoluogo abruzzese: un’escursione enogastronomica alla riscoperta dei sapori d’un tempo, attraverso il pregio dei monumenti, l’originalità dell’artigianato,la storia religiosa e la cultura, nel contesto di suggestivi paesaggi montani.
     
    Giulia s’avvicinò ai tavoli, pregandoci di raggiungerla nella saletta riunioni dell’albergo per programmare una prima visita della città. I lunghi capelli biondi le scendevano sino alle spalle, sfiorando la lana di un maglione blu attraversato orizzontalmente da tre sottili bande bianche.
    Si muoveva con agilità, padroneggiando il portamento d’un fisico atletico e slanciato. Dal suo metro e settanta di statura riusciva a dominare gli sguardi di tutti, spostando i grandi occhi celesti con un movimento impercettibile, ma attento. Il tono di voce, fermo e persuasivo, era quello del leader, velato da una gradevole inflessione piemontese.
     
    “Sono certa cheanche voi avvertiate la necessitàdi riposare, fare una doccia calda e sistemare i bagagli. Nel pomeriggio avrei intenzione di mostrarvi la Basilica di S. Maria di Collemaggio. Il pranzo sarà servito alle dodici e trenta. Dimenticavo... devo notificare a chi non intendesse essere dei nostri, una disposizione della Protezione Civile: è vietato e pericoloso avventurarsi nella cosiddetta “Zona Rossa”. I trasgressori saranno fermati e multati dalle forze dell’ordine. Un provvedimento necessario a prevenire atti di “sciacallaggio”, verificatisi dopo il sisma ed ancora attuali. Grazie dell’attenzione e... a più tardi!”
     
    Rimasi nella saletta, provando ad immaginare cosa avrei visto una volta uscito dall’Hotel.
    Un atroce dubbio iniziava a farsi largonella mia mente: le promesse di allora, l’interesse dei politici, le gare di solidarietà, l’impegno a ricostruire avevano segnato i mesi immediatamente successivi alla catastrofe, ma dopo alcuni anni i fatti avrebbero dovuto sostituirsi alle parole, restituendo le case a chi le aveva perdute e la dignità agli abitanti d’una “città fantasma”. Le pastoie burocratiche a cui tutti noi c’eravamo dovuti sottoporre avrebbero dovuto cedere il passo al lavoro dei tecnici, delle ruspe, degli operai e a chiunque avesse voluto contribuire ad una rinascita della speranza. Senza dubbio, le mie, erano considerazioni pessimistiche che non trovavano alcun riscontro nella realtà. La mia particolare condizione d’esule in patria, di profugo in Piemonte e i tempi esagerati prospettatimi per tornare nell’abitazione dalla quale ero fuggito anni addietro, mi rendevano poco obiettivo. Mi sembrò di rivedere il depliant in cui si pubblicizzavano i viaggi organizzati per scoprire i più singolari mercatini natalizi italiani e provare di nuovo quella nostalgia che aveva risvegliato in me il morboso desiderio di tornare nella mia terra. La stanchezza iniziava a farsi sentire e pensai che sarebbe stato meglio andare a dormire, smettendo di giocherellare ossessivamente con le chiavi della stanza.
     
    Alle quindici ci ritrovammo nel parcheggio del ”Canadian”. L’aria era pungente ed unvento gelido ci schiaffeggiava, obbligandoci a cercare riparo a bordo del Pullman. Il cielo slavato del mattino aveva avuto il tempo di ripulirsi dalle nubi, lasciando che il bagliore dorato del sole lambisse i candidi fianchi dei monti. I miei compagni di viaggio erano meravigliati da quel clima, molto simile a quello prealpino, ma di gran lunga più rigido. L’entusiasmo per l’escursione aveva confuso le loro cognizioni geografiche, allontanandoli dalla realtà in cui erano venuti a trovarsi. Giulia ci raggiunse, mentre io mi guardavo intorno con curiosità, sforzandomi di decifrare l’incredibile visione che mi si parava davanti. Il passato mi trascinò con sé, riproponendomi quello scorcio di periferia, attraversato per fuggire da L’Aquila, da quell’incubo che spesso tornava a popolare i miei sogni.
    Mi sedetti dalla parte del finestrino e rimasi a pensare, mentre il resto della comitiva prendeva posto sull’autobus. Giulia era in piedi, accanto all’autista, pronta a rispondere alle domande che sapeva le sarebbero state poste di lì a poco. C’inserimmo nel traffico cittadino, percorrendo Viale Corrado IV.
    “Che orrore!... Questi edifici pare abbiano subito un vero e proprio bombardamento! E... gli aiuti inviati da tutta Italia dove sono finiti? Dove si sono cacciati gli esponenti del governo che si soffermavano davanti alle telecamere contriti e pieni di buoni propositi?... E’ vergo...”
    “... Vergognoso… sì... vergognoso è la parola giusta per definire una situazione inimmaginabile, grottesca! Cinque anni per imbragare costruzioni destinate all’abbattimento! Ora capisco il perché della reticenza che riscontravo nelle risposte dei miei amici... le mie domande erano naturali, ma imbarazzanti! Giulia... speriamo che una volta in Centro lo scenario cambi, che l’espressione di sconcerto dipinta sul tuo viso scompaia.”
    Un mormorio eloquente si levava alle mie spalle, variando di tono ogni qual volta incontravamo gli scheletri di palazzine pericolanti o cumuli di macerie coperte da rovi. Giulia mi sfiorò il braccio in segno di partecipazione e, impugnato il microfono, esordì: “Non sarò io a commentare la triste verità che andiamo scoprendo lungo la strada, ma un cittadino aquilano: il nostro amico Renzo!”. Ero stato chiamato in causa senza preavviso, ma mi sentii in dovere di esprimere il mio sdegno e lo scoraggiamento che mi affliggevano. Mi avvicinai alla ragazza con l’intento di trovare le parole per raccontare il dramma che m’aveva portato in Piemonte, quando sentii lacrime copiose scorrere in gola e mi lasciai andare ad un pianto convulso. La disperazione mi aveva sopraffatto, ma riacquistai rapidamente il controllo, iniziando a narrare la mia storia, simile a quella di tanti miei concittadini. Arrivammo così sul Piazzale di Collemaggio, portando nel cuore la segreta speranza di cambiare opinione su quanto avevamo visto precedentemente. Al limite opposto d’un grande spiazzo erboso, attorniato da panchine in pietra, si poteva scorgere la prestigiosa facciata della Basilica. La porta centrale era sprangata ed un’imbragatura metallica la percorreva in lungo e in largo, quasi a nasconderne la pregevolezza e l’austerità. La nostra guida c’invitò a seguirla, dirigendosi verso la costruzione. Ci arrestammo a circa trenta metri di distanza, avvolti da un silenzio irreale che trasmetteva una deprimente sensazione d’abbandono. Giulia decise di fornire particolari più dettagliati sul luogo di culto: “Questa è la basilica di Santa Maria di Collemaggio, fondata nel milleduecentottantasette per volere di Pietro da Morrone, incoronato Papa Celestino V, nel milleduecentonovantaquattro. E’ il più importante monumento religioso della città. Contiene la prima Porta Santa del mondo ed è sede di un giubileo annuale unico nel suo genere. La Chiesa è stata gravemente danneggiata durante il terremoto. In seguito a una relazione predisposta da esperti, a metà agosto dell’anno in corso è stata chiusa con un'Ordinanza Municipale. I lavori di restauro dell'intero complesso, finanziati dall'E. N. I., dovrebbero terminare nel duemilasedici... Per la verità quest’ultima notizia l’ho appresa stamane tramite Internet e non so quanto sia credibile!”
    La mia mente era lontana, persa a rincorrere i ricordi suggeriti dalla malinconia. Ripensavo alle lunghe passeggiate nel Parco del Sole, poco distante dall’enorme sagrato naturale offerto dalla morfologia del posto; agli spettacoli all’aperto, tenuti da famosi cantanti del momento; alle fresche serate d’estate in cui gli amici ed i conoscenti si ritrovavano per bere un cocktail ghiacciato.
    La jeep dei militari ferma sul ciglio della strada, però, mi riportava a quell’assurda realtà che avrei voluto cancellare. Era il giorno precedente la festività dell’Immacolata e rammentai l’usanza cittadina di allestire un mercatino tra le aiuole dei giardini pubblici del Centro storico. Avrei illustrato a Giulia la mia idea, convinto che quello era il momento adatto per allentare la tensione che incombeva sul gruppo.
    “Renzo... siamo letteralmente basiti! Comprendiamo quanto sia spiacevole vivere in prima personaquesta evidente dimostrazione di superficialità e d’indifferenza... Vorremmo manifestarti tutta la nostra solidarietà... Abbiamo pensato che non sarebbe male curiosare in qualche negozio prima di tornare in Albergo. Mi piacerebbe che tu prendessi momentaneamente il mio posto... Ti va?”
    Gli amici monregalesi avevano saputo leggere nel profondo del mio animo ed avevano deciso di allontanarmi dai cupi pensieri che soffocavano un cuore in tumulto.
    “E’ un’ottima trovata! Sarò felice di farvi da guida... seguitemi!”
    Mentre ci dirigevamo verso il mercatino, riemergevo da quel torpore mentale che m’aveva isolato dagli altri escursionisti, riacquistando la voglia d’esistere e la ferma intenzione di non mollare. Numerose bancarelle occupavano la Villa Comunale, esponendo i più svariati prodotti abruzzesi. Iniziammo così ad aggirarci tra di esse, soffermando lo sguardo sui dolciumi, i formaggi, gli insaccati, le ceramiche e gli oggetti in rame, forgiati da impareggiabili artigiani.
    Giulia sgranocchiava un torrone morbido di cioccolato, ripieno di nocciole, la cui antica ricetta risaliva al milleottocentonovantatré, mentre molti acquistavano manufatti in rame, raffiguranti i monumenti più importanti de L’Aquila. Anch’io avevo fatto delle compere, giungendo ad una elementare decisione: guardare ciò che era ancora distrutto e fissarlo nella mente con l’aiuto dipreziosi dipinti o di stupende incisioni. La debole luce dei lampioni faceva capolino tra le chiome degli ippocastani, quando, tra la folla, notai una figura sfuggente, una sorta di spiritello barbuto che indossava l’inconfondibile costume di Babbo Natale. Mentre lo seguivo con lo sguardo, fui distratto dalla voce di Rosanna, una delle prime amicizie fatte a Mondovì.
    “La tua terra mi ha conquistato! Le montagne, i sapori, la gente, gli odori… potrei giurare che siamo in... Piemonte!”
    In quel mentre, mi accorsi di non avere più con me le sacche della spesa e vidi allontanarsi, correndo, l’essere stravagante che aveva attirato la mia attenzione qualche minuto prima.
    Il ladruncolo era ormai irraggiungibile... lontano. Con lui si volatilizzava la memoria della gioventù, delle amicizie, della mia amata città, delle mie radici! Il buio s’era fatto più fitto e non riuscii a sfuggirgli, precipitando nelle tenebre della mia cecità! Mi chiesi, allora, se fossi mai stato a L’Aquila...

  • 19 dicembre 2013 alle ore 18:08
    I miei doni

    Come comincia: Ieri ti ho pensato, ti ho pensato tanto, tanto da sentire il bisogno di farti un regalo... Poi mi sono venute in mente diverse idee, nella convinzione che dovevano essere cose utili e di tuo gradimento. E' stato così che mi sono alzato più presto e sono andato a comprare tutto quello che immaginavo. Ho acquistato: sole, stelle, vento, rugiada e appena cinque grammi di Lacrime di pioggia. Ho trovato un pacco di Ragione per mescolarlo con un altro di Sentimenti. Ho preso della sincerità perché ti sia utile in ogni frangente. Nel negozio c'era una bottiglia enorme di comprensione. Il negoziante ha detto che si vendeva poco. Ho deciso di comprarla tutta. Ho aggiunto anche romanticismo e gentilezza perché tu possa usarli con le persone a te care. Ho visto perfino un flacone d’orgoglio. Non l'ho considerato, pensando che sarebbe stato inutile. Ho preso, invece, tre scatole colme d’affetto, di serenità e di speranza perché tu possa usarli, quando crederai che tutto sia perduto. Sai... nel locale ho notato qualcosa di parecchio triste: molta gente comprava solitudine. Il prodotto andava a ruba ed è finito immediatamente. Io, allora,ti ho comprato due enormi pacchi d’amicizia e d’amore. Infine ho scelto uno scatolone a forma di cuore perché contenesse tutti i tuoi doni.