username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 09 feb 2009

Alessandra Gorlero

19 ottobre 1973, Imperia - Italia
Segni particolari: Nel Comitato dei Lettori dal 2011.
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • 31 ottobre 2011 alle ore 17:59
    Aprile

    Mescolo il latte con il caffè, la finestra
    aperta di luce. Quest’aria
    sa di giugno, mi confondo
    nella camiciola leggera.

    Avevo pensieri, progetti altri.
    Schegge, non diverse dai resti di petali e foglie
    che il vento ha soffiato attraverso
    le finestre di ieri.

    Le raccolgo sul palmo,
    secche e schiacciate da non valere più nulla.
    Devo riavvolgere il nastro, fermarlo
    con un nodo e tornare sui passi di prima,

    una scarpa rossa e una beige
    che mi calzano estranee. Tornare
    alle occupazioni di sempre, colmare
    distanze dilatate da mancate aspettative.

    Indietro come un gambero: correre e danzare.
    Il bilanciere sbanda, fra un effimero
    punto invalidato e usati precedenti
    che non so riguadagnare.

    Confondersi così che poi arriva questo
    giugno improvviso a scompaginar le carte:
    strappo le pagine del calendario, lascio
    che giorni inutili volino verso un cielo incongruo.

    Sarà solo il tempo di una estate irreale,
    dove è impossibile afferrare un centro.
    Indosserò ancora la mia giacca
    primaverile quando tornerà la pioggia.

     
  • 15 giugno 2011 alle ore 13:46
    Prima che venisse il giorno

    Noi non esistevamo
    al di fuori di noi, al di fuori
    di mondi immaginati nelle ore
    che precedono il giorno,
    sogni sottratti al sonno
    in androni bui, solitarie
    strade dove solo un lampione
    e la voce degli uccelli mattinieri
    a rischiarare, a biascicare
    nonsense
    fino alle scale che portavano a
    porte che non volevamo aprire
    perché non entrasse il giorno.

    Quando la luce irruppe,
    e ci spense. 

     
  • 11 aprile 2011 alle ore 11:29
    In lontananza

    A te
    vanno i miei ringraziamenti,
    a te che non ricordi,
    perché se non avessimo
    parlato tanto
    queste misteriose
    cattedrali del silenzio
    non sarebbero cantieri
    aperti, di scale
    di immagini e frammenti,
    fucine
    di sogni, di versi

    ed io

    E ancora,
    non sarei. 

     
  • 11 aprile 2011 alle ore 11:28
    Alla fine della storia

    Piango

               l’immagine di me

    spenta
    al primo compleanno

    al soffio dell’immagine
    di nuovo desiderio.

     
  • 22 gennaio 2010
    Vedi, è giorno

    Vedi, è giorno.

    Ho raccolto i miei panni,
    steso i silenzi, piegato
    le tue parole
    allo spazio costretto
    di un lungo rifiuto,
    i fiori di riso
    sepolti da un pezzo.

    E’ questa nebbia di luce
    come linea di ponte
    che oscilla sospeso,
    proteso fra me e le tue ombre:
    l’attraversano giorni
    che non hanno presente
    se non nella mente.

    (sussurro)

    Vedi: è giorno.

    E questo piccolo piccolo sole
    non è grande abbastanza
    per tergere nel cielo
    il profilo dei sogni
    se mera questione
    di consistenza rimane
    il confine del vero.

    Così ho stirato
    le labbra di festa
    per attingere la vita
    e chiedere pioggia
    di stelle lucenti
    che lavasse la notte
    e tutte le figlie.

    Vedi.
    (sussurri)
    E’ giorno.

     
  • 23 settembre 2009
    Avrei pagato le stelle

    Avrei pagato le stelle a dirmi
    nel respiro denso della notte
    che di giocolieri tristi che fummo
    non v’era gioco,
    mentre palleggiavamo i giorni
    su un orizzonte ricurvo
    pronto a chiudersi rapido
    sui nostri ieri imperfetti.

     

    Ora non sono più cielo
    se le stelle non hanno parole
    che sappiano tessere reti
    su storie finite.
    Solo il silenzio è risposta
    consona alle domande mute
    quando la falce del tempo miete
    una messe di sogni essiccati.

     
  • 03 agosto 2009
    Soggettivo/oggettivo

    Le tue parole aguzze
    come pietre spietate
    sono rete che pesca
    la mia anima che guizza
    e le branchie impazzano
    inalando il Fatto.

     
  • 03 agosto 2009
    Divertissment

    Maschere di cartapesta
    posate a bella posta
    su mensole di plastica:
    la vita che è passata.

     

    Troppa malinconia
    è traboccata dalla mia bocca.
    Ma se la vita è un trabocchetto,
    sciogli il trucco:

     

    oggi abito la mia gioia
    come abito di luce.

     
  • 16 marzo 2009
    Silenzi

    Tocco e rintocco,
    altalena a singhiozzo
    o giostra girevole
    per pappagalli scalzi:
    io scendo qui.
     
    Mezzanotte di un giorno
    senza ritorno:
    attendo ma invano,
    mentre scorre la vita,
    ma piano.
     
    Dillo allora,
    o taci per sempre:
    non solo la mia,
    è la tua vita
    che si rapprende.
     
    Sfoglio le ore
    ma tu le allontani,
    le strappi di mano,
    le spegni in cenere
    di ricordo lontano.
     
    Autostrada
    a doppia corsia,
    inversione di marcia
    per destinazione
    opposta alla mia.
     
    Fermata,
    stazione ferroviaria
    in disuso. Abuso
    di vanità,
    lusso concesso.
     
    Io scendo qui,
    raccolgo
    le mie piccole cose:
    valigie colorate,
    piene di mimose.
     
    Inconsistenza,
    odorosa
    di verde mimosa
    sullo stelo malfermo:
    si piega.
     
    Si spiega
    col tuo silenzio, il mio
    silenzio.
    Fermata: città fantasma.
    Sono arrivata.

     
  • 09 febbraio 2009
    Notte

    E’ notte,
    soltanto.
    Note.
    Di piano,
    rincorrono accordi
    nella mia.

     

    Dimentico,
    che è notte.
    Sssssttttt.
    Non svegliarmi,
    sospendi
    le mie lacrime,
    le mie note
    stonate

     

    come  aironi
    in un bosco di gelsi,
    piume lievi
    come carezze.
    Le mie dita.

     

    Sfiorano tasti,
    piano,
    vibrano note,
    di piano.

     

    Sono un sole
    che si suicida
    nel velluto
    di occhi spenti.

     

    Cullami,
    sul fare del giorno.
    Aspetta:
    è notte,

     

    soltanto.

     

    Rugiada
    fra i tuoi capelli,
    sospesa.
    Le mie
    lacrime accolte in cielo
    e disperse,

     

    intessute
    nell’ordito
    di un piano.

     

    Velluto, broccato
    ricamo,
    stonato.

     

    Rammendo,
    rappezzo
    dimenticato.

     

    E’ notte.
    Sssssttttt.
    Stormiscono gli aironi,
    in cielo.
    Sono foglie portate dal vento,
    battiti d’ala,
    o dita
    su tasti.

     

    Soltanto.

     

    Sono un sole
    che si suicida
    su una colata di asfalto,
    ghiacciato.

     

    La torre di ghiaccio
    ha una cima coperta di nubi.
    Piovono,
    lacrime
    di rugiada.

     

    Ma è notte,
    soltanto.
    Notte da togliere il fiato,
    notte,

     

    notte che scivola piano
    su un piano stonato.

     
  • 09 febbraio 2009
    Interpunzione, segno

    Fra le ciglia si posano
    frammenti di nebbia rappresa,
    impalpabili
    cristalli di cielo:
    muta interpunzione sospesa
    fra garruli significati.

     

    Alba superflua,
    infinito apparente,
    ravvicinata distanza.
    Al solito ho sognato:
    inesistente sostanza,
    sotto insignificante significato.

     

    Inganno me stessa:
    parola vuota, fugace,
    mendace
    in sostanza, inutile:
    interpunzione loquace
    fra muti significati.

     

    Invischiata nel non detto,
    invento segni
    per colmare il vuoto:
    horror vacui,
    horror veritatis.
    Errore formale, grammaticale.

     

     Punto.
    Come stelle
    sulla trapunta del cielo,
    appuntate con tante piccole spille.
    Spille, spilloni:
    trafitti. Conflitti
    di identità. Inflitti 
    un poco,
    soltanto un poco
    nella mia anima,
    appena in superficie.
    Sotto la pelle.
    Appena.

     

    Virgola.
    Come lacrima,
    secca di sale,
    ricca d’umore,
    perfetta.
    Perfetta come l’Amore:
    idea ideale,
    in idealizzato
    inesistente.
    Apparente:
    non importa.

     

    Puntini.
    Di sospensione. Trattini,
    tratteggiati fra le emozioni.
    Sospese,
    in un limbo di inespresso.
    Mi immedesimo,
    ritorno in me stesso.
    Discendo.
    Ascendo.
    Trascendo.
    Semino,
    a larga mano.

     

    Semino segni:
    interpunzioni.
    Interpunzione, segno. 
    Separazione,
    fra significati.

     

    Interpunzioni
    sul mio disegno.
    Si posano lievemente,
    fra gusci di nere parole.


     
    Sospese sul candido niente
    piovono sulla pagina bianca,
    puro riflesso
    di una notte che muore.

     
  • 09 febbraio 2009
    Disequazioni

    Sai qual è il problema?
    Trovala,
    una sostanza che mi confonda
    e vedrò
    distintamente.
    Sei tu il mio problema.

     

    Sai qual è il problema?
    Cercala,
    una soluzione che non sia
    risoluzione…
    Paradosso della decisione.
    Sono io il mio problema.

     

    Sai qual è il problema?
    Inseguila,
    la mia materia che si muta
    in numero,
    essenza inconsistente.
    Io stessa un problema.

     

    Sai qual è il problema?
    Pensala,
    la tua presenza che scivola
    leggera,
    senziente sensazione.
    Non avere un problema.

     

    Sai qual è il problema?
    Io sì.
    A+B
    minore o maggiore
    di C.

     
  • 09 febbraio 2009
    Un giorno

    Un giorno
    con il mondo di traverso,
    boccone troppo grosso
    per essere digerito.
    Sole a passeggio,
    un istante di passaggio.

     

    L’infinito pesa
    in fondo alla mia tasca,
    lo scalfisco
    con unghie di ferro filante:
    zucchero, miele, carbonio…
    diamante.

     

    Affondo le narici
    in nuvole di piombo.
    I denti, nugoli di spine.
    Mescola, rimescola
    pozione arida
    scomessa a briscola.

     

    Cianotica
    mancanza di respiro,
    aria, arieggiante, andante.
    Il finale un  galoppo,
    un po’ mosso… forse allegro,
    ma non troppo.

     

    Strimpello stonate
    corde vocali,
    gracchiano suoni  inani
    sulle mie labbra:
    ridicoli nani paludati da Titani.

     

    Tracce di antracite
    tracimano silenziose
    dall’anima gonfia, ebbra
    di melanconia.
    Muta Filomela,
    canta la sua agonia.

     

    Il mondo,
    ne faccio un solo boccone
    per non sentirne il gusto.

     

    Insalata di uomini,
    contorno
    ad un piatto di macerie.
    Il cuoco dell’anima
    ha preso un giorno di ferie.

     

    Post-prandiale passeggio.
    Rimbalza il mondo
    nello stomaco inghiottito.
    Rimbalza, rotola, ritorna.
    Un pizzico di sale, e risale.
    Triplo salto finale.

     

    Filo di funambolo sospeso
    su asse d’equilibrio.
    A trapezio, divertito.
    I minuti sono note
    su un eterno sparito.

     

    Non dormo.
    E’ il peso del pasto.
    L’universo, schiantato sul fondo.
    Frittata triste.
    Occhi d’uova che guardano fuori.
    Fuori dal mondo
    non c’è, il mondo.

     

    Filosofia trita, inutile paradosso.
    Tanto vale volare pulviscolo.
    Giorno dopo giorno.
    Girando in tondo.

     

    Ma forse domani non lo mangio,
    il mondo.

     

     
  • 09 febbraio 2009
    Sogno

    Sogno.
    Interruzione. Riluce.
    La tua luce,
    appresso.
    Intermittenza.
    Buio interrotto.

     

    Ascolto,
    sotto il guscio di una conchiglia.
    Onde attraverso.
    Attraverso,
    e non so nuotare.

     

    Gocce infinite di mare
    cadono  e si rapprendono.
    Cascate di suoni,
    tamburellano le mie orecchie.

     

    Soffia un vento caldo,
    fra le mie dita spalancate.
    Le stringo, terra umida
    scivola inquieta.

     

    Scivola inquieta,
    sul mio quieto palmo.
    Rotola, e si disgrega
    sul piano inclinato dell’anima.

     

    Scivola, precipita
    al fondo, della mia anima.
    Affonda,
    i fiori più belli
    fuggono la semina.

     

    Nelle fioriere dei miei occhi
    sono spuntate anemoni tristi.
    Offrono ciglia bianche
    al vento d’aprile.

     

    Si spengono,
    nella luce di aprile.
    Il giorno non è lungo abbastanza
    e non le chiama mai per nome.

     

    E così senza nome
    e senz’anima,
    senza pelle, senza vento
    senza respiro e senza, ancora infinitamente senza,

     

    sogno.

     

    Ma è una collana di gigli rossi
    quella che io porto.

     

     
  • 09 febbraio 2009
    Anime in saldo

    Valutazioni. Errori.
    Svalutazioni.
    In saldo. Me stessa.
    Ai grandi magazzini.
    Mi trovi.
    Fraintendimenti,
    di segno.
    Inseguendo il mio,
    nel tuo, un sogno.

     

    Una gamba, un labbro,
    un seno. Cosa sono?
    Esteroflessione estroflessa
    di un significato soppresso.
    Amplesso
    di mondi distinti,
    universi a sé stanti
    privati,
    senza punto di incontro.

     

    Conchiglia, senza lumaca.
    Chiocciola, lucciola.
    Puttana.
    Grazie.
    Insegui un significante
    che non sono,
    non essendo un insignificante
    semplice, complice.
    Duplice, nel mio significato.

     

    Materia inanimata,
    Anima smaterializzata.
    Rarefatta. Scompaio,
    fra le tue dita.
    Universo che si sgretola,
    sabbia sottile,
    che scivola.

     

    Distruzione del significante
    per conservazione del significato.
    Conservativa innovazione
    in barattolo di vetro.
    Incapsulata in ordine
    inverso.
    Trasparente significato.

     

    Traspariva nei miei occhi.
    Erranti. Di valutazione.
    Svalutazione.
    Mistificazione autoindotta
    per visione distorta.

     

    In saldo.
    La mia anima, soltanto. 
    Sola sul bancale.
    Era troppo freddo,
    non potevi restare?
    Frammenti materiali
    non in vendita.

     

    Da sé stessa fotografata.
    Radiografia di un’anima.
    Appesa in camera oscura.
    Sviluppata. Srotolata.
    Riavvolta. Contorta.
    Stirata, prima di essere stesa.

     

    Volta, la carta:
    il castello e gli araldi.
    Il cartello dei saldi
    scritto a matita,
    per indelebile cancellatura:
    merce esaurita.

     

     
  • 09 febbraio 2009
    Accuse o scuse

    Un dito puntato contro,
    accusa.
    Scusa, confusa
    com’ero.

     

    Scava un’impronta
    di vernice rappresa,
    condensata
    in vuota bolla
    di pensiero.

     

    Pozzo nero
    di emozioni,
    dove la lingua affonda
    curiosa, incubatrice
    di desiderio.

     

    Non erano lacrime,
    solo i miei occhi
    di pece ritratti.
    M’attrae, questa follia
    di silenzi protratti.

     

    Mani che scavano
    in ventre di terra,
    esploratore di anime,
    coltivatore
    di bastarde semenze.

     

    Fra gambarossa urticante,
    s’affaccia il pallido azzurro
    non-ti-scordar-di-me
    dimenticato.

     

    La crisalide della sofferenza
    esplode in ali d’argento
    che planano lente
    su vette distanti.

     

    Inondato di luce
    il mio petto scarlatto,
    letto di opale
    per licenziosi pensieri.

     

    Innocenza di sguardi,
    unico pertugio
    verso il ribollire di dentro.
    Asilo di vita
    il mio corpo respinto.

     

    Tutta la vita
    che hai versato all’interno,
    prolifica semenza.
    Il figlio che mi hai donato,
    ora è mio soltanto.

     

    Accuse o scuse,
    non ne ho più bisogno.
    E neanche tu pertanto.


     
  • 09 febbraio 2009
    Singolare

    Singolare,
    Plurale.
    Pluviale. Piove, occhi stanchi.
    Avanti, siamo tutti ormai stanchi.

     

    Piove. Raggi di sole piovono fitti
    da soffitti di nuvole rosse,
    argentei riflessi
    in calici spessi.

     

    Bevo il sole nel bicchiere.
    Cappello, ombrello
    per ripararmi
    dal soffio più bello.

     

    Spesso. Più spesso
    un riflesso,
    gomito flesso,
    contorno convesso.

     

    Giardino tiepido,
    riscaldato nel forno:
    fuga di metallo
    su zampe di corallo.

     

    Bipede inutile.
    Chissà cosa pensavi.
    Non pensavi, è vero…
    Provavi. Non c’ero.

     

    Nausea. E’ la vita.
    Emozione forte
    che stringe lo stomaco,
    corde contorte.

     

    Singolare.
    Curioso. Buffo.
    Imperioso. Baffo.
    Flusso e ri-tuffo.

     

    Onda. Baraonda.
    Sarabanda rotonda.
    Topi che fuggono,
    flautista in pensione.

     

    Alluvione
    di sentimenti,
    piena di emozione.
    Pena, eccitazione.

     

    Togliti dagli occhi
    quegli inutili trucchi:
    lavati le ciglia,
    ritaglio di meraviglia.

     

    Cancellati, cancellami.
    Passa uno straccio
    sulla tela più fresca,
    sfondi  a casaccio.

     

    Confondi i contorni,
    annegali nei giorni.
    Stringigli la gola,
    per non farli parlare.

     

    Singolare.
    Plurale.
    Pluviale. Istanti ormai stanchi.
    Avanti, la vita va avanti.

     

     
  • 09 febbraio 2009
    Malinconia un pizzico

    Malinconia un pizzico.
    Immagini scorrono,
    fotogrammi dell’opera prima
    di un non-regista.
    Mute, ombre cinesi
    dal pallido colore.
    Sussurri dissociati,
    suoni e colori asincroni.
    Figurine dai bordi arricciati,
    carte, tarocchi truccati.
    Una, due, tre,
    in fila,
    una dietro l’altra.
    Ordinate,
    nel loro disordine cosmico.

     

    Malinconia un pizzico,
    tanto ne basta
    per una pozione magica.
    Bolle di sapone,
    le immagini che si spengono
    nell’aria.
    Tornado di colori, sbiaditi.
    Eccesso di velocità e sosta
    in rimozione forzata.
    Rimozione, chirurgica.
    Anestesia totale,
    per prassi taumaturgica.

     

    Malinconia un pizzico,
    nella mia flebo.
    Asportazione selettiva
    di frammenti di vita.
    Congelamento,
    per casuali usi futuri.
    Ampolle d’anima
    a lunga conservazione.
    Anima sotto spirito.

     

    Malinconia un pizzico,
    granello di sabbia,
    dolce,
    e calda
    del sole del tramonto:
    accompagnami  silenziosa,
    oggi appena,
    prima di scioglierti
    sulle rive del domani.

     
  • 09 febbraio 2009
    Infinito

    Un istante soltanto,
    poi sarà la notte.
    Un istante soltanto
    per tenerti fra le mie braccia,
    per cullarmi fra le tue braccia.
    Poi sarà la notte,
    e chiuderò gli occhi
    e sarò distante,
    e sarai distante.
    Infinito presente.

     

    Ma adesso
    rimani: rimani.
    Rimango.
    Sospesa
    sulle tue labbra
    sulla tua pelle
    odore di pelle
    di te
    sulla mia pelle
    permane.

     

    Saremo
    domani
    se allontani la notte
    - lasciami le tue mani,
    il tuo sguardo -
    pensiero di te
    dentro il mio sguardo
    lontano. Saremo,
    lontani.

     

    Soltanto un istante,
    poi sarà il giorno.
    Soltanto un istante
    per perdermi nella tua mente
    per sciogliermi, assoluta e assolta
    nel niente.
    Poi sarà il giorno,
    e aprirò i miei occhi
    sull’infinito.
    Infinito assente.

     
  • 09 febbraio 2009
    [Assurdo]

    Assurdo.
    Implacabile, invincibile, indeducibile, incoerente…
    inesistente.
    Eppure così
    presente
    nel tuo sguardo,
    supponente arrogante
    o soltanto

     

    bislacco.
    Hai estratto dal sacco
    stelle cadenti
    per il mio carnevale
    di maschere e sciarade,
    complicate e colorate,
    ricamate d’argento.
    Arlecchino contento.
    Assurdo.

     

    Assurdo.
    Fendente ricurvo
    scivola sui miei pensieri
    che scorrono aperti.
    Proferisco sesterzi
    in linguaggio dorato.
    Modalità duale,
    tonalità modulare:
    scala di no.


     
    Immagini,
    senza suono.
    Avere anche solo pensato.
    Anime in playback.
    Arlecchino dallo sguardo strappato.
    In fondo,
    anche tu lo sei stato.
    Assurdo.

     

    Immagini.
    Assurdo.
    Immagini scivolano.
    Assurdo.
    Avere anche solo.
    Assurdo.
    Pensato.
    Assurdo.
    Immagini…
    immagino:
    assurdo.

     

    Ma niente.
    E’ assurdo.

     
  • 09 febbraio 2009
    Duecento volte addio

    Duecento volte addio
    non finiscono in
    arrivederci.

    Così ho chiuso
    quella maledetta porta
    definitiva-
    -mente

     

    sul tuo volto,
    che non si è voltato.

     

    Un volto…
    Non dovrebbe chiamarsi volto
    se non si volta.

     

    E te ne sei andato.
    Senza una parola,
    senza un bacio.

     

    O con parole
    che non ho voluto
    ascoltare: le ho lasciate

     

    mute.

     

    Erano le parole
    del tuo addio,
    ma non le ho capite.

     

    E allora ti ho detto
    duecento volte addio
    sperando diventasse un solo,

     

    a-r-rivederci.

    Alchimista fallito
    cerco l’oro,
    sul greto del fossato.

     

    La mia pietra
    è l’addio:
    aridità di pietra,
    non dolce tintinnare
    di un arrivederci.

     

    Duecento volte addio,
    è la pietra che ho scagliato.

     

    Duecento volte addio,
    e ancora lo direi
    se solo diventasse
    la mia parola magica.

     

    Parola, o formula:
    eppure deve esserci,
    sotto questo identico cielo
    che ci abbraccia

     

    una formula per cui
    se io guardo
    le stelle che tu guardi,

     

    allora potrà essere,
    di nuovo
    arrivederci.

     

     
elementi per pagina
  • Nel 1976 a Hong Kong un indovino predisse a Terzani un rischio mortale nel caso avesse volato durante l'anno 1993. Da questa profezia si snoda il racconto autobiografico, che avvince per lo stile scorrevole, per i contenuti, per le riflessioni sempre profonde e per lo sguardo dall'interno. Terzani è stato infatti un grandissimo reporter, uno di quelli che hanno il coraggio di calarsi nelle situazioni per poterne parlare.
    Alla fine del 1992 Terzani si trova dunque a dover scegliere fra il tener conto di una profezia risalente a più di 15 anni prima e il continuare la sua vita come se nulla fosse, incluso ovviamente effettuare frequenti viaggi aerei. Per la mentalità razionalistica occidentale naturalmente la decisione più coerente avrebbe dovuto essere quella di continuare per la propria strada, ma il giornalista decide invece di raccogliere la predizione come una sfida e trovare per un intero anno modalità alternative al volare, pur continuando il suo lavoro di reporter per la rivista tedesca "Der Spiegel". La raccomandazione dell’indovino diventa così una opportunità per riscoprire un altro senso del tempo e delle distanze, per riscoprire un’umanità che viaggiando in aereo finisce troppo spesso con l’essere non vista e dimenticata.
    In treno fra Thailandia, Birmania, Cina, Vietnam, Cambogia, e poi ancora attraverso Vietnam, Cina, Mongolia, Siberia, Europa per raggiungere Firenze, ripartendo da La Spezia in nave per tornare a Singapore e da lì spingersi in Laos: i viaggi di Terzani per mare e per terra ci calano all’interno di realtà la cui distanza da noi si rispecchia nella lontananza fisica e nella difficoltà di percorrerle evitando la scelta facile dell'aereo. Attraverso gli occhi del giornalista vediamo le contraddizioni o meglio il coesistere della mentalità orientale – dove la preveggenza gioca un ruolo di primo piano – con una modernizzazione sociale che importa i suoi modelli direttamente dall'Occidente dove la sfera dell’occulto è stata messa ai margini da secoli. Tutto il libro è percorso dall’interrogarsi di Terzani su una occidentalizzazione che snatura le città dell’Oriente, che le porta a diventare delle copie asettiche di metropoli occidentali, soffocando la cultura popolare originaria. Contemporamente, il moderno consumismo e l’accelerazione modernizzatrice porta – anche in Occidente – all’emergere di un interesse per la spiritualità orientale, vissuta come una fuga dal materialismo dominante.
    L’anno senza aerei è anche l'occasione per visitare in ogni tappa di viaggio il più noto indovino locale, in un succedersi di incontri che portano Terzani a contatto con il cuore della mentalità orientale. "Un indovino mi disse" diventa così un reportage che intreccia tematiche sociali, economico-politiche, culturali e che ci mostra un lato del viaggiare spesso ignorato: quello in cui si vive il paese non da semplici turisti, nè da osservatori comunque esterni, bensì da testimoni immersi nel contesto in cui ci si trova.

    [... continua]

  • "Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima" racchiude due sillogi poetiche, dove la prima fa da preludio alla seconda proprio come il cammino dell’anima porta dritto al cuore.
    Anima e cuore sono i cardini attorno ai quali si svolge il cammino poetico della Pecoraro: un cammino che si snoda come un viaggio interiore verso la scoperta di sé stessi e del senso della vita e delle cose, fino anche ad arrendersi all’esigenza del non senso (“Senso del non senso”, “Ci sono cose”).
    Il mondo è un mistero ("il mondo si nasconde,/resta un giardino segreto,/misterioso", in “Giardino segreto”) dove solo il cuore può fare da guida; la vita è ricerca e cammino con destinazione misteriosa ("Non chiedere il perché/ogni singolo granello scorre,/come il suo tempo,/nella clessidra della vita", in “Milonga dell’Angel”) ma anche ricerca interiore dove è il nuovo io che "spinge e cerca/spazio, tra il caos in cui adesso è immerso" (“Girovaga in un treno di pensieri”).
    La ricerca, o meglio il cammino, è anche cammino complementare di un soggetto che incrocia sulla sua strada un'anima diversa ma gemella (“Diversi e complementari”), in un riconoscersi di spiriti cercanti (“Perle”), non soltanto in amore ma anche nell'amicizia.
    Le poesie della Pecoraro si svolgono tutte in una dimensione interiore in cui la realtà arriva attraverso le emozioni dell’io: il paesaggio e i suoi elementi sono simbolici, paesaggi dell'anima.
    Anche la musica è musica interiore: "La mia musica attraversa le mie corde,/mentre pensieri discostanti,/intralciano il cammino" (in “La mia musica”) ed anche "La musica risuona,/scoperta continua di emozione,/che di fronte al pentagramma di stelle,/sposa il sogno di corpo ed anima" (in “Trovare”).
    Cuore e anima non si riducono però a una poetica intimistica, bensì spaziano abbracciando temi sociali, delineando nell’oggi un incedere incerto che può essere rischiarato soltanto dalla forza che nasce dall’intimo ("Passi", "Mai più") e denunciando la perdita di valori (“Muri”, “Caruso”). La ricerca di giustizia è ricerca di chi all’interno di una società senza più morale si contrappone come "gente che indossa pelle/riconoscibile al tatto,/e senza paura,/dice: "NO" o "SI" (“Gente”).
    Il fulcro della poetica della Pecoraro viene messo a nudo nella poesia “I poeti”, dove "i poeti
    sono grilli,/che entrano in punta di piedi nella coscienza", ma anche "I poeti sono espressione della bellezza dimenticata/nei cassetti chiusi dell'Anima".
    Il tessuto linguistico della silloge è caratterizzato da un ampio ricorso a figure di suono, che impreziosiscono e conferiscono musicalità al testo: rime interne, assonanze, anafore, fino all’apice della poesia che chiude la raccolta, composta interamente da parole comincianti per A (“A… “Amore, Amicizia, Anima”). A chiudere il cerchio, nelle parole del titolo di questa lirica si esplicitano i temi principali della poetica della Pecoraro.

    [... continua]

  • La notte che dà il titolo a questa raccolta di poesie è la notte dei poeti, il momento in cui l’aria è intrisa di poesia e le anime più sensibili, pronte a captarla, la traducono in versi. Talvolta è la luna stessa a cantare e il poeta a farsi interprete dei suoi suoni sommessi ("Ogni notte è la notte dei poeti che dal rumore sommesso e taciuto della luna traggono un canto"): una luna che è anche spettatrice delle umane vicende, accomodata sulla terrazza del cielo a spiare e a farsi ammirare.
    Le poesie notturne di Elio Ria prendono forma fra rivelazioni nel sogno e pensieri sospesi in un tempo che non vuol cedere al sonno. La notte è allora pregna di tormento, di inquietudine, occasione del proibito, che facilmente scivola in malinconia della perdita: è, infine, unica salvezza da un giorno troppo pregno di chiacchiere e di quotidianità insofferente, un giorno che soltanto nel silenzio della notte trova il suo appagamento.
    Ria sperimenta e gioca con la lingua, creando talvolta composizioni dal verso lungo e ricco di figure retoriche e termini desueti, ora invece scarnificando il verso, riducendolo all’essenzialità di verbo e sostantivo.  L’attenzione per una musicalità ricercata, non semplice né immediata, caratterizza a livello formale l’intera raccolta.

    [... continua]

  • Quando ho iniziato a leggere “Io, Claudia e Pluk” mi sono detta: “Finalmente”. Finalmente un'autrice che al suo esordio letterario non cerca frasi ad effetto per dimostrare quanto sa scrivere bene, non scivola nella retorica, ma si preoccupa soprattutto di raccontare una storia e di trasmettere delle emozioni. Quando poi sono arrivata alle ultime pagine con un groppo di commozione in gola, ho pensato che la Crozzoli con questo libro ha compiuto un prodigio che a pochi riesce: ci ha resi partecipi del grande amore nutrito per Pelo, la boxerina che ha accompagnato per dieci anni la sua convivenza con Claudia.
    “Io, Claudia e Pluk” è una storia d’amore, d’amore a tanti livelli. Innanzi tutto c’è l’amore per Pelo (Pluk in dialetto piemontese) nel suo crescere e trasformarsi: dall’iniziale diffidenza, motivata da una vecchia esperienza negativa con un cane che l’aveva morsa, Maria Grazia si lascia andare ad un affetto sempre più grande verso la boxerina, che la porta a superare le paure e ad amare anche gli altri cani.
    C’è l’amore per Claudia, la compagna che ha portato Pelo nella vita di Maria Grazia: un legame la cui diversità non viene mai esibita, seppure fra le righe si possano intuire i dubbi, i timori, le incertezze iniziali.
    C’è l’amore nei confronti di tutti i cani: superate le prime diffidenze grazie a Pelo, Maria Grazia lascia libero corso al suo affetto verso animali trovati o ospitati per brevi periodi. Infine, non meno importante, il libro contiene una profonda riflessione sul “delicato equilibrio fra cani e umani”, su come sia necessario comprenderlo e rispettarlo per non creare problemi all’animale e per far sì che il suo atteggiamento nei confronti dei propri simili non diventi di ostilità.
    La scrittura della Crozzoli è levigata, calza perfettamente la narrazione e invoglia alla lettura tutta d’un fiato. Anche quando racconta momenti dolorosi lo fa con grande delicatezza e semplicità, trasmettendoci emozioni autentiche.
    "Io, Claudia e Pluk" è un libro che davvero merita di essere letto, sia da chi ama i cani sia da chi ancora non li conosce abbastanza.

    [... continua]

  • Un libro per bambini che parla anche agli adulti: "Andrea e il mondo dei Chapas" è un romanzo fantasy che ha la capacità di farci tornare giovani e guardare il mondo con gli occhi di un ragazzino.
    Andrea è un bambino all’apparenza un po’ distratto, che perde i suoi giochi salvo poi ritrovarli in posti diversi da quelli in cui ricorda di averli lasciati. Non ha mai dato molta importanza a queste sparizioni, fino a che una automobilina nuova fiammante scompare quasi davanti a lui.
    Evon è un piccolo Chapas, popolo che vive in un mondo parallelo comunicante con la Terra attraverso un passaggio dimenticato in epoche remote e da lui riscoperto: periodicamente esplora il mondo degli umani e in particolare la camera di Andrea, punto di arrivo del passaggio.
    Attratto dalla automobilina, Evon la prende per osservarla meglio, ma finisce con l’essere scoperto da Andrea mentre la sta riportando indietro: il piccolo Chapas fa in tempo a fuggire e ritornare nel suo mondo, ma è sufficiente quella breve apparizione per incuriosire Andrea e spingerlo a cercare informazioni sulla creatura intravista.
    I due bambini hanno tanti punti in comune: la curiosità e l’intraprendenza, che li porterà ad avvicinarsi e a conoscersi, e il coraggio che li guiderà contro Persifer, un essere maligno che minaccia il mondo dei Chapas.
    Seguendo passo passo le scoperte di Andrea e le esplorazioni di Evon, il romanzo ci prepara al loro incontro e alle avventure che ne seguiranno. Quando Andrea entra nel mondo dei Chapas  il lettore è ormai talmente avvinto dalla storia che il mondo parallelo assume consistenza reale e non è difficile immaginare il villaggio da cui Evon proviene.
    Il romanzo è di piacevole lettura anche per gli adulti, grazie ad una costruzione narrativa avvincente e all’assoluta coerenza del mondo fantastico ideato, che portano a sospendere il principio di realtà e a lasciarsi emozionare dalle avventure di Andrea e di Evon.
    I valori dell’amicizia e della lealtà trionfano in questo libro, ma non meno importante è il messaggio implicito che ne sta alla base: come mostra la storia del bambino e del piccolo Chapas, chi è diverso da noi in fondo non è poi così diverso.

    [... continua]

  • Disagi adolescenziali che nascono da un rapporto conflittuale con una famiglia sentita come estranea, turbamenti per un amore “diverso” che non viene compreso e accettato all'interno del contesto sociale di origine: sono le "inquietudini di cera" che danno titolo al romanzo di Gaetano Barreca.
    Scritta in forma epistolare, la prima parte del libro racconta del giovane Icaro, della sua scoperta di essere figlio adottivo di una coppia che non lo comprende e non lo fa sentire amato e desiderato, delle sue prime emozioni e sentimenti d’amore diretti a compagni di scuola che non accettano la sua diversità e lo deridono. La scoperta dell'omosessualità e la presa di consapevolezza della sua inaccettabilità sociale va di pari passo ad una sempre più forte intolleranza nei confronti della famiglia adottiva, indolente e distante dal subbuglio di inquietudini che accompagna il formarsi della personalità di Icaro.
    Le lettere in cui Icaro racconta di sè sono dirette a Alessandro detto “Toshi”, amico di università e suo compagno per un periodo: negli scritti, Icaro intende spiegare all’amico quello che di sé non ha mai rivelato, mettendo così a nudo la sua personalità tormentata che cerca un punto di riferimento nell’amuleto di Kephri e nel mito dell’eterna rinascita. Come Kephri, Icaro rinasce ogni giorno pronto a combattere contro un mondo ostile ai suoi sogni e alla sua unicità.
    L’ultima parte del romanzo ci trasporta in un periodo successivo e raccoglie testimonianze di Icaro, di Toshi e dell’amica/confidente Iannarèdde in un finale che prende le tinte del giallo.
    Senza voler svelare nulla più al lettore sulla trama del libro, è importante soffermarsi sul messaggio che ci viene trasmesso: la consapevolezza della propria unicità e il diritto a perseguire i propri sogni, ad impegnarsi ogni giorno perché si realizzino nonostante il bigottismo di chi ci sta intorno. Per questo la storia di Icaro e Toshi diviene per chi legge testimonianza di libertà ed invito a credere sempre in sé stessi.
    Gaetano Barreca gioca abilmente su più piani rimandando a chiusura del romanzo al blog di Alessandro Martini “Toshi”, che estende anche sul web la storia dei “poeti di cera”. Contraltare alle lettere di Icaro è inoltre il romanzo "Martini Bias Crime", dove voce narrante è Alessandro.

    [... continua]

  • Alice, un matrimonio fallito alle spalle, abbandona l’Italia per trovar rifugio nella lontana Cheyenne, con l’intento di lasciare alle proprie spalle tutte le delusioni e il senso di inadeguatezza accumulati negli anni. Tuttavia non è la distanza fisica né la rimozione forzata dei ricordi e del pensiero di casa a creare dentro di sè quel vuoto necessario per poter ricostruire e ripartire. Di ciò Alice si accorge quando – per aiutare un amico in crisi matrimoniale – mette a sua disposizione la propria esperienza e apre quindi una breccia nel muro costruito per tenere indietro il passato.
    Solo imparando a riconoscersi e accettarsi interamente e a non colpevolizzarsi per le proprie debolezze Alice riuscirà infine a sentirsi a casa e a non scappare più di fronte a sé stessa.
    "Una stanza vuota" è una piacevole sorpresa, un libro che aggancia il lettore, lo trattiene a sé pagina dopo pagina con una scrittura elegante e mai banale, e lo porta a riflettere su se stesso e sui propri spazi interiori da svuotare e da colmare.
    Francesca Montomoli con questo romanzo ci regala – oltre ad una gradevole lettura – una chiave per il superamento delle delusioni e per la rinascita personale, attraverso un percorso che necessita solo (e non è poco!) di uno sguardo sincero all’interno del proprio io.

    [... continua]

  • A dispetto del titolo, non ci sono eroi in questo romanzo, o meglio non ci sono eroi nel senso tradizionale del termine. Protagonisti sono Alejandra, una ragazza bella e incostante, tormentata fino all’autodistruzione; suo padre Fernando, magnetico ma follemente malato di ossessioni e manie di persecuzione; Martìn, un giovane insicuro di sé, rifiutato dalla sua stessa madre, e Bruno, una sorta di osservatore che ha maturato un sofferto distacco con Alejandra e la sua famiglia, capace con i suoi ricordi di ricucire la trama che sottostà agli eventi narrati.
    Eppure questi personaggi così “difettosi”, così pieni di limiti e paure, sono davvero gli eroi di un romanzo in cui non c’è bene e male, neppure negli estremi, ma c’è piuttosto un’umanità vivida al punto che per quanto lontane da noi possano esserne le vicende, le fa apparire vicine.
    La storia si snoda per le vie di Buenos Aires, in quattro lunghe parti dedicate rispettivamente all’incontro fra Alejandra e Martìn, al rivelarsi dei “volti invisibili” (le facce nascoste della personalità complessa di Alejandra), alle ossessioni di Fernando, culminanti in un surreale viaggio alle radici delle proprie paure, per terminare con una parte che attraverso le voci di Bruno e di Martìn completa il quadro e dà senso all’insieme, seppure un senso illogico e surreale.
    Intorno ai protagonisti si muove la Buenos Aires degli immigrati e quella dei sopravvissuti ad epoche più gloriose, quali appunto Alejandra e Fernando, discendenti da una antica famiglia protagonista delle guerre sudamericane. Sono gli antenati a costituire il riferimento epico, contrastante con la decadenza dei discendenti e al contempo contro-canto al peregrinare di Martìn: il suo viaggio verso Sud finirà per corrispondere metaforicamente con il viaggio verso Nord con cui gli uomini del Generale Lavalle cercano di mettere in salvo le sue spoglie affinché riposino in pace.
    Episodi storici, frammenti di storia argentina contemporanea (siamo negli Anni Cinquanta del secolo scorso), opinioni sulla società e sulla politica, riflessioni esistenziali, giudizi letterari (come quello riguardante Borges, che appare fra le pagine del libro al pari di un personaggio), tutto si fonde in una grande partitura che ad altro non mira se non a mettere in scena la vita stessa, ad esplorarla e indagarla in tutte le sue inspiegabili, folli pieghe.
    “Gli uomini scrivono finzioni perché sono fatti di carne, sono imperfetti. Un Dio non scrive romanzi” è la citazione di Sabato con cui Ernesto Franco chiude la prefazione all’Edizione Einaudi: citazione che riassume i limiti della condizione umana e la forza conoscitiva che lo scrittore portegno attribuisce alla letteratura.

    [... continua]

  • Siamo abituati a pensare il lupo un animale forte e autonomo, e la pecora una sua vittima. In questo libro Luca Delmedico opera un interessante ribaltamento di prospettiva raccontandoci il bisogno d’amore del lupo.
    Giacomo Lupo, il protagonista del romanzo, è un uomo giovane, vincente sul lavoro e nella vita, un uomo che, come si suol dire, si è fatto da sé raggiungendo obiettivi importanti. Eppure, nel suo intenso slittare da un iniziale racconto in terza persona ad un monologo che si avvicina sempre più al nocciolo del malessere, Giacomo Lupo ripercorre la sua vita, le sue esperienze di uomo ammirato e invidiato che gli hanno lasciato un gusto amaro in bocca.
    Innanzi tutto il gravare delle responsabilità e delle aspettative su di lui, un processo iniziato fin dall’infanzia, per cui a chi si dimostra più bravo e più forte viene richiesto sempre di più, nella convinzione che ce la possa fare, che le sue spalle siano larghe abbastanza da reggere ogni peso.
    Ma quel che manca a Giacomo Lupo è soprattutto l’Amore: Giacomo non sa amare, in quanto il suo amore è coercizione, convinzione di dover essere amato in ragione del fatto di essere migliore. Al contempo, non è amato: è ammirato, fino al punto in cui l’ammirazione si muta in inadeguatezza nei suoi confronti e quindi in odio. E così le sue storie finiscono, una dopo l’altra. Fino a quando una nuova storia gli apre gli occhi sulla ciclicità della sua via, sull’insoddisfazione, sull’importanza del “ti voglio bene” oltre l’amore. E’ il momento di lasciare tutto e ammettere che “se farcela significa farcela da solo, allora non voglio più farcela”.
    Un libro che, pur con qualche discontinuità (ma già l’autore ce ne avverte nel Prologo), da un lato porta a riconoscere le ragioni del lupo, di contro a quelle più note della pecora, e dall’altro insegna ad accettarci in virtù di quello che siamo e a volerci bene.

    [... continua]

  • A prima vista non è un libro facile. Ma se lo leggiamo lasciandoci coinvolgere ed emozionare dalle storie, senza inseguire rispondenze precise, la lettura diventa immediata.
    I Cronopios, esseri verdi e umidi, balzano spontanei e inaspettati alla mente di Cortazar, che arriverà a caratterizzarli attraverso un processo non lineare di avvicinamento per brevi racconti. I Famas sono l’opposto dei Cronopios e le Speranze servono da intermediari - dirà l’autore in una intervista più tarda.
    Il libro ci prepara all'incontro con queste figure-archetipi con tre diverse parti: Manuale di istruzioni, Occupazioni insolite e Materiale plastico.
    Manuale di istruzioni alterna un linguaggio analitico ad un linguaggio poetico e immaginifico, lasciando lentamente emergere il concetto per cui ragione e a-razionalità sono campi attigui: la scomposizione analitica dell’ordinario dà infatti luogo all’assurdo, come avviene per esempio nelle Istruzioni per salire le scale, mentre nelle Istruzioni per caricare l’orologio è la necessità pratica di dare la carica al congegno a dare vita ad una miriade di immagini che scaturiscono irrefrenabili.
    Occupazioni insolite è una carrellata di attività che aboliscono il criterio dell’utile e sfociano nel sovvertimento dell'ordine, nell’irrompere dell’assurdo e dell’irrazionale nella quotidianità; mentre Materiale plastico è una raccolta di brevi storie che si addentrano ancora di più in un territorio in cui magico-poetico e razionale si compenetrano, perché l’eccesso dell’uno diventa l’altro, e viceversa.
    A questo punto siamo pronti per fare la conoscenza con i Cronopios e con i Famas, che si presentano timidamente insieme alle Speranze. Da subito i Famas hanno in sé le caratteristiche dell'attività (sono presentati per quello che fanno, usanze e balli), mentre i Cronopios sono caratterizzati dall'emotività e presentati attraverso i loro stati d'animo. Le Speranze sono assai meno caratterizzate ("si lasciano viaggiare dalle cose e dagli uomini").
    A prima vista, i Cronopios sono dunque l'incarnazione della vita poetica (sparpagliano i ricordi per la casa, contano il tempo staccando le foglie a un carciofo selvatico e cadono in estasi al loro stesso canto), mentre i Famas appaiono incarnazione dell'ordine razionale (curano attentamente ogni dettaglio nei loro viaggi, imbalsamano i ricordi, sono ricchi e industriosi). Eppure, proprio nel comportamento dei Cronopios e dei Famas si incarna il principio già emerso nelle lungo prologo, per cui l'eccesso di poeticità cede il passo ad un ordine, mentre l'eccesso di razionalità porta ad effetti poetici.
    Non c'è una scala di valori fra Cronopios e Famas, queste figure fantastiche e surreali che racchiudono in sè le variabili dell'umanità: parlandoci di loro Cortazar ci parla in realtà dell'Uomo, delle sue possibilità e dei suoi limiti.

    [... continua]

  • "Viaggiare è il modo migliore per conoscere e accrescere la tua forza", diceva nonna Jasmina. "Il bagaglio più prezioso che portano gli stranieri è la loro differenza. E se ti concentri sul divergente e sul dissimile, avrai anche tu delle illuminazioni".
    Da questo invito al viaggio come esperienza cognitiva parte Fatema Mernissi, che ha occasione di confrontarsi con la cultura Occidentale in occasione del viaggio di promozione del proprio libro "La terrazza proibita". Raccontando di aver trascorso la sua infanzia in un harem, si accorge dei sorrisetti imbarazzati o maliziosi dei giornalisti che celano un'immagine dell’harem diversa da quella cui l’autrice è abituata. Interessata a comprendere ed analizzare le divergenze, Fatema coinvolge amici europei e arabi in quel che diventa un’analisi dell’immagine della donna in Oriente e in Occidente.
    E’ interessante seguire Fatema nella sua ricerca che non tralascia nessun campo artistico, scandagliando le raffigurazioni dell’Oriente ad opera di europei  (dalla pittura di Matisse e Ingres al balletto Sherazade, ai film Hollywoodiani della prima metà del Novecento) e le rappresentazioni della donna nelle miniature orientali e nelle storie, da Le mille e una notte alle leggende di principesse guerriere.
    Mentre l’Occidente raffigura la donna orientale come passiva, l’Oriente, invece, intrappola la donna in un luogo chiuso (l’harem) per dominarne la potenza. Le divergenze si incontrano anche nell'estetica: in Occidente la donna intelligente è brutta, conclude Fatema dopo la lettura di Kant, mentre in Oriente la bellezza non può essere disgiunta dalle doti intellettuali, come insegna la stessa favola di Sherazade.
    Dopo altri viaggi e un momentaneo abbandono delle riflessioni su l’harem e l’occidente, inaspettata verrà la scoperta di Fatema in un negozio newyorkese:  l’uomo orientale confina la donna nello spazio, l’uomo occidentale la confina nel tempo.
    Condivisibile o meno che sia la sua conclusione, il libro (oltre ad essere molto piacevole) merita di essere letto da tutti coloro che credono nella conoscenza del Diverso come arricchimento e chiave per comprendere noi  stessi e il mondo in cui viviamo.

    [... continua]

  • "La verità in frantumi" è un libro che si legge tutto d’un fiato, rapiti dagli eventi narrati e proiettati fin dal primo capitolo in un tempo che, seppure a noi contemporaneo, ha un sapore mitico, plasmato da una natura aspra come l’Aspro-monte.
    Anche i personaggi che si alternano nella narrazione sono duri, governati da leggi dettate dal sangue prima che dallo Stato. Le loro voci ricostruiscono le tante sfumature di una medesima storia, che si arricchisce di particolari e significati proprio grazie alla compresenza di diversi punti di vista. Ognuno ha una propria verità, perché la verità forse non esiste o forse è qualcosa che sfuma in frammenti che soltanto uno sguardo distante può ricomporre.
    Luca, Angela, Marco, Salvatore Barreca, Don Sebastiano Marra, Domenico Barreca, Rocco Marra, Teresa Barreca, Lucia Marra... sono le voci di due famiglie che si contrastano, si alleano, tornano a guardarsi con sospetto, partecipando ognuna alla propria parte di storia. Fra tante voci appartenenti alla terra calabra, non stona la voce di un tenente "polentone", venuto dal lontano Friuli e isolato come in un inferno. Sebbene suo desiderio sia lasciare il più presto possibile quella terra su cui alla stregua di mandrie transitano camion di detriti e carichi di armi e droga, forse il biondo tenente ha compreso più di quanto egli stesso non creda. Per questo la sua voce, all'apparenza estranea, è essenziale al completamento del mosaico delle verità. 
    Con questo romanzo Giuseppe Pipino si interroga sulla Verità e al contempo ci regala un intenso spaccato dell'Aspromonte, che si apre con una prospettiva amplificata da uno sguardo bambino e termina con gli occhi del ricordo di un vecchio. In questo modo si chiude un circolo, si chiude un tempo e una saga familiare nel riconoscimento che bene e male sono solo piccole increspature di un unico Mare.

    [... continua]

  • Uno scrittore sudafricano avanti con l’età e residente a Sydney (il Senor C.). Una giovane vicina di casa di origine filippina, in cerca di un lavoro ma senza alcuna fretta. Il compagno di lei, un investitore dedito agli affari e senza troppi scrupoli.
    Coetzee gioca tra finzione ed elementi autobiografici mettendo in campo le opinioni del Señor C. (o forse quelle dello stesso Coetzee) su politica e società attuali, destinate a dar luogo al saggio "Opinioni forti", richiesta di un editore tedesco all’anziano scrittore protagonista del libro. "Diario di un anno difficile" è una partitura a tre voci: la prima voce è formata dai capitoli che compongono il saggio, la seconda voce sono i pensieri che occupano la mente del Señor C. a seguito dell’incontro con la giovane e attraente Anja, da ultimo vi sono i pensieri di Anja e i dialoghi con il suo compagno.  Anziché alternare le voci, Coetzee sceglie di farle scorrere in parallelo sulla pagina, cosicché contemporaneamente ci troviamo a seguire il lavoro dello scrittore, le sue riflessioni più intime e le reazioni della vicina di casa all’avvicinamento da parte dell’uomo.
    Incontrata per la prima volta nel locale lavanderia dello stabile, Anja con la sua bellezza provocante risveglia nel Señor C. pensieri che lui stesso riconosce come oramai inadeguati all’età. Dal canto suo Anja, conscia dell’effetto che provoca sugli uomini, è divertita dall’interesse del vicino di casa e accetta la sua proposta di lavoro temporaneo come dattilografa. Il Señor C. è infatti affetto da una malattia che gli rende difficile la scrittura: per questo accompagna annotazioni di difficile interpretazioni alla registrazione vocale dei capitoli del suo saggio, che affida ad Anja affinché li trascriva a computer.
    Anja, a dispetto della sua formazione internazionale, è rimasta una ragazza che sa molto poco di lettere; ha uno sguardo disincantato sulla vita e la politica di cui C. scrive la annoia. Scrittore e dattilografa non potrebbero essere più diversi, “vicini lontani”: eppure dai loro dialoghi, non di rado punzecchianti fino a giungere alla lite, nascono in entrambi riflessioni che li porteranno a modificare la propria visione delle cose.
    Oltre che per la forma con cui giustappone voci diverse (compresa la voce dell’autore che a tratti si confonde con quella del Señor C.), "Diario di un anno difficile" è un testo molto interessante per le “opinioni forti” e le “opinioni tenere” che racchiude. 

    [... continua]

  • "Cent’anni di solitudine" lo si può abbandonare alla terza pagina oppure amarlo dalla prima parola, da quell’inizio che è già proiettato in futuro e avvolto in un alone di misteriosa anticipazione. Io ho attraversato entrambi i momenti, abbandonando il libro per riprenderlo anni dopo e amarlo come merita.
    La magia irrompe prepotente – eppure con passo naturale  –  all’interno del quotidiano, con i morti che si aggirano fra i vivi e i presagi che vengono vissuti con la tranquillità di utili indicazioni. I personaggi si susseguono con nomi ripetuti, dal bizzarro José Arcadio che, novello Mosé di un Nuovo Mondo dove tutto pare funzionare secondo leggi sovvertite, parte alla testa di un drappello di uomini alla ricerca di una Terra non promessa, fino all’ultimo discendente che mette fine ad una stirpe segnata dalla solitudine.
    La solitudine è esplicitata come carattere dominante della famiglia Buendía, e metonimicamente dell’umanità tutta, in un romanzo in cui avvenimenti e personaggi sono fortemente simbolici fino a costituire un campionario dell’umanità, delle sue caratteristiche, della sua forza e dei suoi difetti. L’amore è, come sempre per García Marquez, venato di follia e di ossessione, indissolubilmente legato alla sofferenza e persino alla morte. Una forte carica erotica è presente in tutto il libro, e si coniuga spesso all’elemento di dismisura favolosa o fiabesca che costituisce un altro tratto costante del romanzo. La ripetizione ossessiva dei nomi all’interno delle generazioni è un elemento che enfatizza il senso di circolarità del tempo e il carattere di predestinazione associato alla parola. Nomen omen, sembra saperlo Ursula quando considera che tutti gli Aureliani della famiglia hanno un temperamento più riflessivo e deciso, mentre i José Arcadio sono più impulsivi. Ursula incarna il collante di una famiglia che tende a disperdersi parallelamente al suo sfibrarsi di vecchiaia.
    L’occhio dello scrittore abbraccia un intero secolo di solitudine in una narrazione neutrale, senza traccia di riprovazione o giudizio alcuno, senza chiedere al lettore empatia o identificazione, ma piuttosto il riconoscimento di tratti caratteristici dell’umanità, che si trovano distillati all’interno di quel microcosmo simbolico che è Macondo. 
    La prosa di Marquez fiorisce rigogliosa e naturale come la vegetazione tropicale, storie ed incisi germinano l’uno sull’altro con una prolificità spontanea che affascina e tiene incollati pagina dopo pagina. 

    [... continua]

  • Visitando un paese in veste di turisti, non facciamo altro che scivolare sulla sua superficie, spesso senza riuscire ad intaccare l’immagine nitida e levigata che si propone ai nostri occhi.
    Questa è la sensazione che scaturisce da Shantaram, un romanzo che ci proietta sotto la pelle dell’India, in mezzo a coloro che vivono all’interno degli slum e a contatto con situazioni più o meno estreme, sempre al di là di quello che potrebbe essere la nostra esperienza di viaggio, per quanto attenta e curiosa.
    Il romanzo si basa sull’esperienza reale del suo autore, Gregory David Roberts, che in un piccolo villaggio indiano viene soprannominato "shantaram", uomo di pace, proprio lui che in India è approdato in seguito all’evasione da un penitenziario australiano e che non esiterà a lavorare per la mafia di Bombay e, in seguito, a partire per l’Afghanistan per portare armi ai mujaheddin.
    Ma Gregory in Bombay è anche uno straniero conosciuto e apprezzato per la sua disponibilità a lasciarsi conquistare dall’India, a scoprirne e ad apprenderne i costumi oltre che le lingue, fino a vivere per un periodo in uno slum e a prestare il proprio impegno e le proprie conoscenze infermieristiche a favore di chi non viene accolto all’interno delle strutture sanitarie ufficiali.
    Da lì la storia si dipana con inserti romanzeschi: questi accompagnano la narrazione del lavoro all’interno di una struttura mafiosa, che al contempo è garante di un certo ordine sociale e giustifica coi fini l’illiceità dei mezzi.

    Ti coglie di sorpresa, il fascino di Shantaram: i primi capitoli sono piacevoli, ma non ti aspetteresti di rimanere presto intrappolato al punto da divorare le pagine, avvinto dalla magia di un luogo dove il cuore conta più che il rispetto della legge. 

    [... continua]

  • Il gioco del mondo si lascia leggere dal primo capitolo al capitolo 56, diviso in due parti non del tutto simmetriche: "dall’altra parte", ovvero a Parigi, sono ambientati i primi capitoli dedicati alla fine della storia fra Horacio Oliveira e Lucia (la Maga); "da questa parte", ovvero a Buenos Aires, è ambientata la storia del ritorno di Oliveira in patria.
    Arrivati al capitolo 56 si può decidere di abbandonare il libro oppure di proseguire con l’ordinamento suggerito dall’autore, su e già per il libro, iniziando dal capitolo 73 e proseguendo con l’1 e così via. La storia si arricchisce di riflessioni, elementi che erano già presenti ma come in secondo piano si scoprono essenziali: la trama sfuma in un gioco di specchi, doppi, simboli, mediatori che accendono i riflettori sulla incomunicabilità, sulla distanza fra essere e poter essere (o essere-pensare, o realtà-sogno…), sull’assurdità del quotidiano, sulla necessità di vedere senza occhiali e ad occhi chiusi, di rompere con le convenzioni per cui una vite è una vite e per cui il linguaggio forma la realtà, ovvero la conforma.
    Moltissimi i simboli ricorrenti: il ponte o punto di passaggio fra due realtà (due mondi, due esseri, o due modi di essere), esplicitato nel passaggio fra Europa e America, nelle tavole sospese fra la finestra di Oliveira e la finestra di Traveler, nell’apertura del tendone da circo e nel buco del montacarichi nel manicomio, ma profilato in altri momenti fino a incarnarsi nella figura della Maga prima e di Talita poi, ponti medianici di ricongiunzione fra sé e sé e fra sé e l'altro. Elemento ricorrente è anche la figura del doppio: Maga-Talita, Oliveira-Traveler, ma anche Oliveira stesso è un personaggio doppio, sospeso fra una parte e l’altra.
    In questo contesto le “parti” in cui è suddiviso il libro assumono un significato profondo che rimanda da un lato al mondo quotidiano, concreto (da questa parte), dall’altro lato al mondo-Maga, il mondo irreale ma non per questo meno vero dove Oliveira è rimasto intrappolato (dall’altra parte), mentre “da altre parti” sono i labili elementi di congiunzione tra i due mondi (elementi di un ponte che non c’è, dal momento che – come noterà Oliveira – il mondo del sogno non si unisce al mondo reale). Il linguaggio stesso è un ponte imperfetto, canale di comunicazione difettoso.
    Anche l’assenza è un ponte simbolico: attraverso l’assenza Oliveira entra gradualmente nel mondo-Maga, quel mondo dove l’essere sostituisce il pensare. “Tu credi di trovarti in questa stanza, ma non ci sei.  Tu stai guardando la stanza, non sei nella stanza”, aveva detto la Maga ad Oliveira nei giorni parigini. Lasciando Parigi e tornando “da questa parte” Oliveira vi torna, infatti, con occhi diversi.
    Capolavoro del Novecento ingiustamente meno noto di altri, "Il gioco del mondo" offre molteplici spunti di riflessione, scardina i luoghi comuni e invoglia alla rilettura svelando sempre nuovi dettagli nascosti. 

    [... continua]

  • Non puoi conoscere cosa passa nella mente degli altri, non puoi conoscere neppure chi ti è più vicino: questo sembra dirci Philip Roth in "Pastorale americana". E ancora, persino chi si affanna ad affermare “Questo sono io” dovrebbe in realtà affermare “Questo non sono io” perché non conosce pienamente nemmeno sé stesso: c’è sempre un lato inconoscibile di sé che si tenta di nascondere a tutti, persino alla propria coscienza.

    L’incapacità o impossibilità di comprendere, unita alla mancanza di senso e di nessi logici all’interno dell’umana convivenza sono al centro della vicenda del romanzo, dove l’America e la sua cultura sono presentati come universo idealmente perfetto, scardinato dall’improvviso irrompere dell’irrazionale. Siamo negli anni delle rivolte della popolazione di colore, poi negli anni della guerra del Vietnam e in quelli immediatamente successivi: l’opposizione alla politica e alla società corrente si esacerba in ostilità capace di spaccare la tranquillità delle famiglie normali, o – potremmo dire – delle migliori famiglie.

    L’America del tempo è una superficie tranquilla, estremamente controllata (un parallelo di ciò si ha nel protagonista, lo Svedese, ebreo americano che ama l’America come quel paese che gli ha spianato la strada verso la crescita sociale): sotto questa superficie  ribollono però scontenti, malumori, dissensi profondi: questi culminano in una bomba che esplode nella piccola cittadina di Old Rimrock, facendo scoppiare non soltanto lo spaccio locale, ma anche il nucleo familiare da cui discende la giovane terrorista Merry.  Portando alla luce tutte le contraddizioni, le incomprensioni, il non-senso.

    "Pastorale americana" è in realtà il contrario di quanto sembra promettere il titolo: è l’antitesi della pastorale, la negazione del positivismo e delle illusioni di giustizia, perfezione, felicità.

    [... continua]

    • Neve
    • 15 giugno 2011 alle ore 16:26

    La Turchia come confine, area cuscinetto e terreno di confronto fra Islam e laicità: al di là dei luoghi comuni, il dissidio fra Oriente e Occidente scaturisce con forza dalle righe di Pamuk.

    Neve è un lungo racconto dal sapore surreale, incantato nello spazio temporale di una nevicata che ha tagliato fuori dal mondo Kars, città di confine fisico e al contempo metaforico. A Kars si consuma un colpo di stato teatrale, che ha lo scopo di impedire la vittoria degli integralisti alle elezioni comunali: un’imposizione della libertà, si potrebbe definire, in un paese dove i passanti possono rivelarsi poliziotti in borghese o appartenenti ai servizi segreti.

    Integralisti, nazionalisti curdi, comunisti, polizia segreta, poeti islamici e poeti amici dell’Occidente, attori-politici e politici appartenenti al Partito Islamico: in questo complicato scenario la laicità sembra una lezione estranea, mentre per le ragazze di Kars, che si battono per il velo, libertà non è scoprire il capo ma poterlo coprire.

    Nessuno può capirci da lontano – dice uno dei personaggi, al termine del libro. Ed è esattamente questo il senso che Neve trasmette: la necessità di avvicinare il punto di vista, di abbandonare le categorie dell'Occidente se si vuole comprendere l'Oriente. E forse neppure alla fine puoi adottare categorie diverse, se vieni da un altro mondo. Come un turco non può essere occidentale: questo gli abitanti di Kars insegnano e ricordano a Ka, il protagonista di Neve.

    [... continua]

  • Zazie nel metro è un libro che si legge velocemente per il susseguirsi di avvenimenti e colpi di scena e per il divertimento che deriva non soltanto dalla vicenda, ma soprattutto dalla straordinaria maestria di Queneau di giocare con il linguaggio. L’esplorazione delle possibilità linguistiche di significati e significanti (doppi sensi e neologismi basati su assonanze sono all’ordine del giorno) ha come conseguenza la perdita di un senso univoco e compiuto, cui si affianca in questo romanzo la mancata consistenza dei personaggi, che compaiono sotto spoglie diverse fino alla confusione dei generi femminile e maschile. Zazie stessa, che dà nome al romanzo, è una bambina di età imprecisata che nel corso delle pagine diviene progressivamente giovinetta e fanciulla, per poi tornare bambina nelle ultime pagine e concludere la sua vicenda parigina con una amara (e nient’affatto infantile) considerazione sullo scorrere del tempo.

    Ma facciamo un passo indietro, verso la trama: Zazie viene affidata dalla madre allo zio parigino per un paio di giorni. La bambina arrivando a Parigi ha un solo desiderio, vedere la metropolitana. Tuttavia, la metropolitana è chiusa per sciopero e da lì inizierà una serie di avventure per le vie della città, incontrando personaggi curiosi e non del tutto definibili. Zazie accompagna le vicende con commenti lapidari, sboccati e sconvenienti, diventando così una sorta di “guastafeste”, quell’elemento che nella realtà ci mostra il lato meno roseo e più realista delle cose. Zazie infatti, seppur definita bambina, non ha nulla di infantile nel modo di esprimersi e nei contenuti: non agisce neppure quasi mai in prima persona, ma si limita a dar fastidio sottolineando ora l’inettitudine ora la stupidità, o istigando a questo e a quello.

    Intorno a lei, un questurino si trasforma in satiro e in principe/poliziotto, lo zio si trasforma in zia e la zia a sua volta perde la propria identità, il proprietario del Café confonde la propria voce con quella del suo pappagallo: la realtà muta incessantemente i propri contorni e non si lascia imbrigliare in un solo punto di vista. Queneau stesso non assume un punto di vista, ma enuncia fatti (dai contorni labili). L’enunciazione è talmente serrata che talvolta nello spazio di un punto e a capo si muta scena, con un solo termine a chiusura di frase ad anticipare quanto già accade nella frase successiva.

    I fatti sfumano nel confondersi delle identità, mentre le opinioni vengono zittite dai commenti caustici di Zazie: nulla sembra salvarsi fino all’intervento di un deus ex machina che con un vero colpo di teatro ristabilisce l’ordine e riporta la piccola – con puntualità – alla madre. Così si concludono due giorni di avventure che non sono un romanzo di formazione, ma un tempo in cui si invecchia, forse a sottolineare la mancanza di senso della letteratura e della vita stessa. D’altra parte, "Parigi è solo un sogno, Gabriel è solo un’ombra, Zazie il sogno d’un’ombra (o di un incubo) e tutta questa storia il sogno di un sogno, l’ombra di un’ombra, poco più di un delirio scritto a macchina da un romanziere idiota".

    [... continua]

  • Azadeh Moaveni è una iraniana cresciuta in California alle porte della modernissima Silicon Valley. Alla ricerca di una identità che la faccia sentire parte della propria terra e della propria cultura, si trasferisce nel 2000 a Teheran in qualità di inviata del Time Magazine.
    Lipstick Jihad è il racconto degli anni trascorsi nella capitale iraniana (2000-2001): le pulsioni modernizzatrici e la repressione integralista che si fronteggiano per le strade si stagliano sullo sfondo di un regime in cui riformismo e conservatorismo sono strettamente legati, quasi facce della medesima medaglia. Come scrive Moaveni, “il divario fra un mullah e un civile iraniano era di gran lunga più profondo che tra un mullah e un riformista”.
    Dalle pagine del libro emerge chiaro il desiderio di modernità e di cambiamento che serpeggia fra i cittadini, e che si rivela in quel velo che scivola lasciando scoperto il capo, in quella sistematica infrazione delle regole unita alla consapevolezza del rischio di maltrattamenti e fustigazioni.
    Moaveni ci mostra come la vittoria di un presidente riformista non significhi l’avvento della libertà e la cessazione delle repressioni ad opera delle squadre integraliste: le sue parole sono una chiave di lettura importante per capire il ritmo lentissimo del mutamento dei costumi, che avviene in maniera sotterranea e non ufficiale, e la contestuale impossibilità di un radicale cambiamento di rotta, in un regime in cui il Parlamento è comunque soggetto all’autorità dei capi religiosi.
    Allo spaccato della vita a Teheran si intreccia la ricerca di una identità che sia in grado di accogliere totalmente Azadeh Moaveni, straniera nella patria d’adozione e straniera nella propria terra: una identità che viene infine trovata nel trattino che caratterizza la sua nazionalità, irano-americana. Questa posizione intermedia le consente un punto di vista privilegiato, partecipe del contesto iraniano e al contempo consapevole del mondo occidentale.
    L’ultimo capitolo del libro emana l’atmosfera greve del post 11 Settembre: Azadeh Moaveni lascia un Iran in cui le maglie del regime stanno stringendosi sempre più, erodendo quei sottili margini in cui si intrufolava la libertà di parola, per ritornare in una America che guarda ai mediorientali con malcelato sospetto. Sono i giorni in cui essere iraniano significa appartenere alla terza nazione dell’alleanza del male, in cui essere musulmano equivale ad essere integralista. Ancora una volta l’identità di Moaveni si radica in quella sospensione fra due mondi, che la rende estranea a due culture e le consente di sentirsi a casa solo quando si riunisce intorno ad un tavolo insieme ad altri iraniani, come lei stranieri in un paese straniero, dimenticando il mondo esterno.
    Un libro estremamente interessante e utile per guardare allo scenario sociale e politico iraniano con occhi scevri da luoghi comuni.

    [... continua]

  • Un uomo fattosi giardiniere sulla mezz’età, il profumo della salvia, del basilico e del prezzemolo nelle calde giornate di un’estate incipiente, i segni del passato come rughe nette e orizzontali all’attaccatura del collo, il movimento del cucchiaio che si intona allo sfogliare di pagine usate, un nuovo amore improvviso che unisce le proprie emozioni a sentimenti lasciati alle spalle insieme a giorni trascorsi: da questi punti si snoda "Tre cavalli", un romanzo breve o racconto lungo, nello stile essenziale che è proprio di Erri De Luca.
    Parole scelte con cura, frasi che evocano sensazioni, atmosfere, colori e odori grazie alla loro concreta esattezza: davanti agli occhi del lettore scorrono immagini vivide evocate da pochi sapienti oggetti e gesti quotidiani che di per sé hanno più forza di lunghe descrizioni. Nei momenti di maggior intensità emozionale, la scelta di nominare solo particolari all’apparenza secondari rafforza la presenza emotiva dell’oggetto/soggetto lessicalmente assente. Così di Dvora rimane l’istantanea di un paio di scarpe da tennis ancora allacciate, mentre Selim è una camicia nuova nelle parole della passante che lo ha visto allontanarsi.
    Il passaggio del tempo è scandito dalle vite del cavallo, perché la vita di un uomo dura quanto quella di tre cavalli, e la metaforica morte di un cavallo sembra scandire la fine di ogni fase. Non è la prima volta che mi accade di osservare nei libri di De Luca come la sostanza vada oltre la trama: valori antichi e radicati nel sangue e nella terra, come la lealtà e la riconoscenza, il rispetto e la fedeltà prima di tutto a sé stessi, sono protagonisti della storia al pari delle persone che li portano addosso.
    Come sempre annoto frasi che mi piace rileggere, e di Tre cavalli voglio citare un passaggio che racchiude un tema caro a De Luca, in quanto proprio ai libri si riferisce:
    "Leggo gli usati perché le pagine molto sfogliate e unte dalle dita pesano di più negli occhi, perché ogni copia di libro può appartenere a molte vite e i libri dovrebbero stare incustoditi nei posti pubblici e spostarsi insieme ai passanti che se li portano dietro per un poco e dovrebbero morire come loro, consumati dai malanni, infetti, affogati giù da un ponte insieme ai suicidi, ficcati in una stufa d’inverno, strappati dai bambini per farne barchette, insomma ovunque dovrebbero morire tranne che di noia e di proprietà privata, condannati a vita in uno scaffale".

    [... continua]

  • Erri De Luca torna a raccontare la Napoli del dopoguerra filtrata attraverso gli occhi di un bambino: un bambino che cresce orfano in una stanzuccia affacciata sul cortile, dove impara a confrontarsi con il mondo esterno.
    Impara che la paura è timida, ha bisogno di essere sola per venire allo scoperto. Impara che per imparare bisogna perdere, forse non solo a scopa.
    Suo maestro di vita è il portiere Don Gaetano, dal quale impara che non c’è la gente, ci sono le singole persone e che le persone talvolta diventano popolo, che compie la propria azione e poi si scioglie, tornando ad essere persone.
    Così di insegnamento in insegnamento matura l’uomo, pronto ad affrontare l’incontro con l’amore e con il sangue. L’amore arriva nella figura della bambina del terzo piano, fugace visione attesa tanto da dimenticarsi che si stava aspettando. Il sangue è quello che Anna, cresciuta nel frattempo in un suo mondo di isolamento, cerca per liberare finalmente le emozioni e aprirsi alla vita.
    Un romanzo che avanza come un cammino di formazione, costellato di immagini vivide e metafore immaginifiche, e culmina in un gesto in cui sembra celarsi l’ombra del fato.

    [... continua]

  • Sullo sfondo di una Milano anni Settata, dove l’odierno centro quasi è periferia, Pontiggia colloca il suo romanzo all’interno di un ambiente di professori universitari venato da rivalità sotterranee. La pubblicazione su una rivista letteraria di una lettera denigratoria che accusa il Professore di non conoscere l’etimologia corretta della parola ipocrita scoppia come un caso di cui bisbigliare nei corridoi fra le aule, e sul quale interrogarsi: chi sarà l’autore dell’anonimo attacco?
    L’episodio, in apparenza minimale, incrina la tronfia sicurezza del Professore (protagonista anonimo per tutto il romanzo), portandolo a riflettere non solo sul misterioso rivale, ma anche – in un crescendo di dubbi esistenziali – sul proprio matrimonio e sulla vita stessa. Mirabile la scena in cui il Professore passa all’epidiascopio la lettera per soffermarsi attentamente sulla singola parola, soppesandone le implicazioni e escludendo i presunti autori sulla base dell’utilizzo dei singoli termini.
    Il giocatore invisibile è anche una metafora dell’uomo di fronte a se stesso, e la trama diventa pretesto per una lunga riflessione sull’amore e sulla vita. Sulla vita e non sulla morte, sebbene a quest’ultima sia dedicato un intenso e breve capitolo. La morte infatti vi è vista come elusione della vita, quindi risvolto della riflessione sulla vita stessa.
    Pontiggia manovra le parole con l’esattezza millimetrica di un chirurgo, con il compiacimento di chi sa che il gioco che sta conducendo è di quelli che solo gli addetti ai lavori possono gustare fino in fondo. Attraverso il suo tocco esperto, la parola diventa capace di scardinare l’universo, di insinuare il dubbio, di sconvolgere la vita.

    [... continua]

  • Non si può conoscere, semmai immaginare. Persino dati oggettivi possono essere tenuti segreti agli occhi degli altri, come fa Coleman Silk, protagonista del bellissimo "La macchia umana".

    Professore universitario prossimo all’età della pensione, Silk viene tacciato di razzismo, avendo definito spooks (ovvero fantasmi, ma anche neri in valenza spregiativa) due studenti assenteisti, rivelatisi – malauguratamente per lui – afroamericani. La pretestuosa accusa porta Silk ad allontanarsi dall’ambiente accademico di cui ha sempre fatto parte e a chiudersi progressivamente in un isolamento al quale fa eccezione soltanto Faunia Farley, giovane donna dal passato difficile. Coleman e Faunia sembrano coalizzarsi contro una società che ha volto loro le spalle, incuranti delle critiche e dei pettegolezzi che la relazione suscita nella cittadina universitaria di Athena, come pure della vendicatività dell’ex marito di Faunia.

    Philip Roth scava nell’universo interiore dei personaggi, dona voce di volta in volta ai loro pensieri, illuminando le profondità nascoste e la macchia che ogni uomo pare portare dentro di sé: non ci sono personaggi interamente positivi né interamente negativi, solo persone con fragilità, desideri e bisogni, paure e quel tanto di sbagliato che ciascuno compie nella propria vita.

    "Un luogo è pulito solo se l’uomo non ci mette le mani", dice il più compromesso dei personaggi del romanzo, e curiosamente proprio la sua figura è al centro dell’immagine su cui il libro si chiude, emblema della fallacità delle apparenze e di una società glassata dall’ipocrisia, "una visione così pura e pacifica come questa: un uomo solitario seduto sopra un secchio, che attraverso quaranta centimetri di ghiaccio pesca in un lago le cui acque si rinnovano continuamente in cima a un’arcadica montagna dell’America" (cit.).

    [... continua]

  • Con un incipit quasi leggendario ("Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge sali in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara.") Queneau ci proietta in un tempo storico e al contempo onirico, da dove origina il romanzo "I fiori blu". Il duca d’Auge, co-protagonista del libro, attraversa la Storia comparendo di capitolo in capitolo in epoche diverse (ad intervalli di 175 anni, come osserverà Italo Calvino nella post-fazione all’edizione italiana da lui tradotta), intervallando le sue vicende a quelle di Cidrolin, personaggio contemporaneo, parigino residente su una chiatta immobile ormeggiata sulle rive del Quai. All’addormentarsi dell’uno compare l’altro, personaggi speculari (anche per via delle figure e delle storie che li circondano) o proiezione onirica l’uno dell’altro: ma è il passato a sognare il futuro o il futuro che sogna il passato?

    L’opinione diffusa su "I fiori Blu" lo vede come un romanzo incentrato sullo sfaldamento della storia, ma al di là dei temi certo ricorrenti della storia e del sogno ("Rêver et révéler c’est à peu près le même mot", si trova ad un certo punto del romanzo…) "I fiori blu" sono anche un grande divertissement, un libro in cui Queneau ha dato prova delle sue capacità di giocare non soltanto con la lingua ma anche con la trama e con l’ipertesto, attraverso i numerosi riferimenti alla quotidianità. Si va dalla citata frase che rimanda alla psicanalisi e all’interpretazione dei sogni, ai riferimenti alla linguistica ("Io chiamo così una così quindi la cosa viene chiamata così, e dato che è con me e non con un altro che lei sta parlando in questo momento, le conviene prendere le mie parole nel loro aspetto significante", cit.), come pure ai tanti giochi di nomi e di parola che rimandano a episodi o personaggi coevi a Queneau.

    La straordinaria abilità di Queneau di lavorare sul linguaggio lo rende un autore che andrebbe letto sempre in lingua originale, ma la traduzione che ne ha fatto Calvino reinventa espressioni e giochi linguistici, rendendoli pienamente apprezzabili anche al lettore italiano. 

    [... continua]