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in archivio dal 09 apr 2008

Angelo Frungillo

13 dicembre 1960, Napoli
Mi descrivo così: Sereno

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  • 18 marzo alle ore 14:21
    O viecchio piscatore

    Assettato 'ncopp' o muolo
    guarda 'a cesta vacante,
    comme allucche l'acquaiuolo:
    "manca 'a neve", pare cuntente.

    Tu no, staje stunate 'e sole
    e tiene a lenza abbandunate
    là sotto, comme 'e ffigliole
    e vote, dispettose e sprucete

    veneno, tuzzuleano, e se ne vanno
    e tu saje che stasera, 'nfine,
    te miette 'ncuollo 'e panne
    e va a fern' cu' e nespole e giardine.

     
  • 12 marzo 2016 alle ore 17:13
    Napoli, Posillipo

    E poi guardo lassù l'intima montagna,
    e d'altra parte, l'acqua del mare
    fino all'orizzonte, che l'animo conclude.
    Mi siedo quassù e guardo, indefinite luci
    segnano la riva, e mi giunge il silenzio,
    solo e sono immobile, nei miei pensieri fisso,
    il mattino è fra poco, è l'ora senz'ansia.
    Fra il vento e le foglie, uno storno mi guarda
    di traverso, la sua voce incontra il silenzio.
    Sorrido e guardo, nei pressi dell'eterno,
    e la voce di mia madre, presente e viva,
    mi da il senso del tempo.
    E qui, al primo sole si ferma ogni pensiero:
    vorrei essere albero, in questo luogo.

     
  • 10 agosto 2015 alle ore 10:06
    Sud

    La barca da pesca si ferma lenta laggiù
    ed un uomo solo dondola fra le onde lente,
    fermo nel tempo, e lontano sembra di più,
    la leggenda d’Ulisse, il mare  racconta silente.
     
    Le mura bianche a calce brillano al sole,
    impaglia la vecchia all’ombra d’un cedro,
    le navi fenicie non innalzano al celo le vele,
    niente è più qui, niente ritorna più indietro.
     
    Vado lento sotto l’ombra del mio panama,
    il vento soffia lento e canta, fra l’edera e il bambù,
    antiche musiche e canti lieti e tristi di tutte le tribù,
    che per la storia furon vere, ed ora son solo di più.

     

     
  • 12 ottobre 2012 alle ore 15:45
    Aria a Schipol

    Cammino lento, su una striscia di gomma,
    non parliamo
    non c'è da dire nemmeno
    di quà o di là,
    l'uscita la so già
    ed appena fuori, l'aria,
    fredda , e allegra.
    Laggiù Amsterdam,
    sonnecchia, ed aspetta,.
    Fermo a leidsplein,
    guardo il tram,
    guardo il ponte,
    e non guardo più nulla,
    guarda che bella quella biondina,
    come sorride, com'è vicina.
    I gatti dormono,  le barche dondolano,
    la birra va, va giù veloce,
    ed ecco Amsterdam, che non c'aspetta,
    ma poi ha fretta,
    di portarti a letto

     
  • Quella domenica mattina, negli occhi d'ognuno un lampo,
    un sorriso, uno sberleffo, aggrappato ad ogni piccolo segno;
    Ed il sole di primavera, e di colpo, verde smeraldo: il campo.

    Lo sguardo a cercare il perché fra l'odore dell'erba e l'aria,
    che diveniva sempre più poca, la gola stretta, un sogno fuggito,
    il tempo a cui andar non si sapeva, ma 17 anni dopo, sia.

    Tanta strada, ancor più lunga agli occhi di bambino,
    nascosti, per il pianto, nella sciarpa color del cielo,
    tante lacrime, quel giorno triste, a tornar da Torino.

     
  • 30 maggio 2008
    Europa

    Quasi scomparso il maniero,fra il verde,di là dal fiume,
    quasi non c'è, ma resta immutato il suono delle armature,
    nello sfavillio delle corazze e delle lunghe e pesanti lame,
    garrisce un drappo lacero, resta l'ultimo di tante catture.

    Galoppa il destriero nel sentiero che sale alla torre,
    il cavaliere è vestito di bianco con la gran croce sul petto,
    nessuno lo vede, nessuno si volta, solo l'acqua scorre,
    il mantello si specchia laggiù, un falco stacca di scatto.

    I giapponesi fanno le foto,due giovani ridono,e saltano, e corrono,
    un gatto sonnecchia, il vento spazza le pietre, s'ode il grido del gallo,
    tutti alla vecchia fontana si fermano stanchi, e siedono, e bevono,
    il cavaliere li aspetta, li vede lontano ed appena spariti, fa bere il cavallo.

     
  • Il mondo si chiude in questo spazio :
    una finestra alle spalle di Rembrandt;
    Un oceano biondo mi rallegra e mi invita,
    i caffè brillano, i gatti scattano,nessuno è mai sazio.

    Il gusto acre dei crauti e dell'olio mi penetra,
    scendere o non scendere, pensare o non pensare,
    e guardare, oltre le siepi, oltre la ronda.Ai tavoli dei bar
    ognuno suona la sua musica languida: è insieme un'orchestra.

    Domani non saremo più qui,ma non saremo nemmeno altrove,
    la piccola fanciulla con la perla all'orecchio, occhieggia,
    scaltra e malinconica, dallo scaffale della vecchia libreria,
    la rivedremo, la rivedrò, tornerà a casa? O sarà in ogni dove.

    L'acqua è cupa e ferma, la luce la scandaglia inutilmente,
    è piccolo e tortuoso questo canale, come il suo ponte sospeso
    fra il nostro sorriso ed il cielo. La piccola dutch sorride, e le sue
    treccine bionde si perdono fra oli e tempere del secolo splendente.

     
  • 30 maggio 2008
    L'acqua delle Fiandre

    Scivola lenta fra l'erba,le case e le pietre,
    l'acqua a Brugges, i cappelli, i pizzi e le piume
    a prora guardano i ponti, il ferro e le lastre
    dei Vosgi ridanno rosso all'acqua del fiume.

    Ha un cappello di paglia e sorride, e col suo cavallo è rapida
    fra le strade strette e tanta gente, e sorride a ognuno, e brilla,
    a tutti resta negli occhi, e a guardarla un brivido fredda
    di sottil piacere, gli occhi ed il sorriso, ed un bimbo strilla.

    E' Brugges, lenta a svegliarsi, lenta a spogliarsi,
    lenta nei bar, che scivola nel suono dei violini fra i prati
    e l'altezza delle guglie, la piazza è bianca, i palazzi arsi,

    l'ultimo sole d'estate poggia la luce fra oggi ed altr'istanti.

     
  • 30 maggio 2008
    I gatti di Marken

    Rapidi,
    come il bagliore del sole
    sull'acqua,
    i gatti di Marken,
    Si voltano e ti guardano
    beffardi,
    e soli.

     
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  • 01 aprile 2014 alle ore 18:36
    La mia città

    Come comincia: La mia città, dove sono nato, dove ho vissuto, e dove alle sue porte vivo.
    Com’è antica la mia città, antica per la sua lingua, fatta di suoni e rumori che provengono dalla notte dei tempi, e si mescolano con tutte le parole delle genti che hanno formato il sangue dei suoi abitanti. Se senti suonare una melodia greca, ti sembra napoletana, se ascolti una canzone spagnola, ti sembra napoletana, se ascolti una battuta di una vecchia farsa, ti sembra francese, se un grido squarcia la notte, non v’è dubbio, è la voce che viene dal levante.
    E’ antica nelle sue pietre, nelle sue strade, nelle sue scale di pietra abbarbicate fino alle colline, è antica nelle sue botteghe, di orafi e librai, di guantai, di falegnami e fabbri. E’ antica soprattutto nelle parole e nei sguardi dei vecchi, che ogni giorno t’insegnano una parola sconosciuta, che t’appare bellissima nel suono e nel riuscire a sintetizzare in un vocabolo quello che in altre lingue ha bisogno di un verbo, un sostantivo, un aggettivo ed una congiunzione. E’ antica, perciò giovanissima, vitale, sfuggente e radiosa, rinnova ogni giorno il suo sangue, perciò non è vecchia, è antica. Città amata per la sua poesia, la sua musica, il suo teatro, e la sua struggente e malinconica bellezza, amata per i suoi vicoli stretti, le sue tragedie consumate al buio, i suoi lunghi lamenti, e le sue grida, e per tutte queste cose odiata. Ma è sempre qui, immobile ed immutabile, eppure cambia di continuo, ma il suo divenire è un dipanarsi nello stretto abbraccio dei limiti imposti dalla sua napoletanità. Napoli sarà eterna, perché non è solo storia, mura, pietra, strade, Napoli è una condizione dello spirito umano, e finquando vi sarà l’uomo, vi sarà Napoli.

     
  • 13 agosto 2009
    La notte dell'Azteca

    Come comincia: Quanti anni sono passati da quella notte del 17 giugno del settanta, tanti, i miei riccioli neri, morbidi e piccoli, sono diventati radi e bianchi, mio papà è ancora lì ad attendere un’altra notte come quella, mio nonno non attende più. Eravamo tutt’e tre quella notte ad aspettare che si compisse il desiderio di vedere all’Azteca quello che io non avevo mai visto, quello che mio padre non ricordava, era troppo piccolo, e quello che mio nonno voleva rivedere. Tre generazioni d’Italiani che aspettavano, insieme a tutti gli altri, che guardavano con gli occhi sbarrati, fissi all’orologio, arrivato all’ultimo giro, mentre un sorriso mi mordeva le labbra, c’era silenzio in tutte le case, in tutte le strade, quel biondino, dal viso anche simpatico ed allegro, dallo sguardo un po’ spento, a metà fra l’ ”Oktoberfest” e la passeggiata romantica sui ponti a Venezia, ci fermò sulla sedia, e mi regalò il sapore dell’angoscia. Ancora mezz’ora senza sapere se accadrà, ancora mezz’ora fra le ombre che volteggiavano nella stanza, fra tante paure, e il cuore che batteva più forte. Mio nonno se li ricordava i tedeschi, ed anche mio padre. Quante volte di sera, sul finire della cena, mio nonno mi raccontava le storie di quell’Italia che non avevo visto, di quell’Italia povera, e che si credeva guerriera, ma non lo era, che si credeva potente, ma non lo era, che si credeva figlia di Roma, ma non lo era. Quante sere ho passato ad immaginare come doveva essere un soldato della “Wehrmacht” sull’uscio di casa, e come doveva essere non avere nulla da mangiare. Quando scartavo il grasso dal prosciutto mi arrivava sempre la solita frase della mamma: ”L’avessimo avuto in tempo di guerra, quel grasso”. I tedeschi erano famosi in casa mia, e per la prima volta nella vita li stavo affrontando anch’io, insieme a tutti gli altri italiani, assieme a mio padre ed a mio nonno, assieme a quegli undici ragazzi, che a volte mi sembravano eroi d’Omero ed a volte pulcini bagnati ed impauriti. Il tempo sembrava essersi fermato, quella notte, sembrava tutto si dovesse concludere in quella mezz’ora, ogni minimo movimento appariva come quello decisivo e risolutivo, ogni respiro era più affannato, ogni sguardo si faceva indagare come se fosse lo sguardo di chi conosceva l’esito, ed ogni cuore disperava e gioiva. Il tempo traslava nella testa di ognuno ad altri giorni, ad altre storie, ad altra gente, ma non passava, non sembrava più essere dove si era, sembrava partire per altri luoghi.“Quanti Italiani ci sono in Germania ? Per quelli bisogna vincere.” Una frase, gridata da un balcone vicino, a rompere il silenzio, a riportare tutti a quella sera, a quel momento. Era tutto grigio, bianco e nero, noi grigi, loro bianchi, il bianco sembrava più vivo, sembrava correre più forte, sembrava  invincibile. Cominciavo a trattenere il fiato, e cominciavo a respirare dietro le spalle di Domingo, quasi a spingerlo, in quelle sue affannose ed infinite corse a rincorrere qualcuno o a scappar via. Domingo, dal viso scavato, gli occhi grandi, tutto spigoli, la barba del giorno prima, e la mano alta, a parlare, a chiamare, ad urlare, Domingo, che volava via, che sembrava non farcela più, e poi si raggomitolava e ripartiva, Domingo, che aveva gli occhi spaesati come un soldato l’otto settembre, Domingo correva per tutti, per quelli che erano lì, e per quelli che erano a casa. E quella mezz’ora diventava ogni istante più lunga dell’infinito, o più breve di un lampo, ed i pensieri viaggiavano alla stessa velocità, e le domande nella testa si facevano strane, improvvisamente mi ritrovai a pensare: “Ma anche i tedeschi sono svegli adesso, e sono stremati come noi?” E quella sera iniziai a voler bene ai tedeschi, ed a amare il senso di lealtà, e la bellezza malinconica della sconfitta. Il silenzio durava pochi eterni minuti, le urla duravano il tempo d’un respiro, c’entrava tutto in quegli istanti, anche il mio maestro che l’aveva detto, ed il maresciallo di fronte, che per lui , quello che viene, viene già è tanto. Ma per me no, per me che respiravo più forte ogni minuto che passava, per me che spingevo Domingo con lo sguardo, per me no, io volevo vedere quei ragazzi, che parlavano come me alzare le braccia verso il cielo, e gridare al mondo che eravamo vivi. Finì in un lago di sudore, finì fra tanto rumore, tante urla, tutte le auto correvano per ogni strada, senza meta, e quanti tricolori a sventolare, era la prima volta che vedevo tutti quei tricolori, e tanta gente di ogni età ballare in strada, e fare rumore con tutto quello con cui è possibile. Io no, restavo a guardare, non avevo più fiato, l’avevo speso tutto insieme a Domingo.

     
  • Come comincia: Di fianco alla casa dove sono nato, c’è una chiesa, piccola, detta della Madonna delle mosche, non lo so se si chiama veramente così, vi era un sacerdote, alto, magro, da giovane già con i pochi capelli brizzolati: padre Roberto. Mi aveva battezzato lo stesso giorno che sono nato, a detta dei medici non sarei arrivato a sera, perché non si era mai visto un bambino di sette mesi, nato in fretta e che pesava niente, riuscire a restar vivo fino al tramonto. La chiesa è piccola, la voce di padre Roberto molto acuta e penetrante, io sedevo fra i banchi con mia nonna, la domenica mattina, ed avevo sempre paura di quelle tavole ai lati della navata, pitture che descrivevano scene violente, di uccisioni, di dolore, si notavano figure a terra morenti, ed altre figure che impugnavano spade sanguinanti e reggevano teste mozzate. La nonna, seduta in silenzio, nel suo abito scuro, con leggere decorazioni di fiori d’oro, la sua collana di perle, il fazzoletto di pizzo nero in testa, ed il libricino con la copertina di pelle nera, tenuto nella sinistra insieme al ventaglio, era però la figura che più m’incuteva paura. Era impassibile, non notava, o faceva finta di non notare le altre persone, era devotamente piegata al suo dovere di mostrare la figura di un’antica nobiltà, travolta dalla guerra, impoverita dalle tragedie del novecento, ma fiera, impassibile, quasi ad indicare a tutti che le contingenze della vita sono secondarie, quel che conta è la dignità. Il prete la conosceva bene mia nonna, sapeva che non aveva un carattere docile, la signora Raffaella Fiume Odierna era quel che si dice una donna di ferro. La funzione religiosa mi sembrava sempre interminabile, soprattutto il momento nel quale mia nonna andava a ricevere l’ostia, quella sua breve passeggiata, che a me sembrava lunghissima, che ella faceva dal banco all’altare, e poi a ritroso, sembrava il confine fra il mondo e l’eternità, la luce penetrava a strisce giallastre e toccava qualcuno o qualcosa, ed altri risparmiava, il suono dell’organo, alquanto sgraziato, rendeva quell’atmosfera pesante e lugubre. Alla fine della messa, la nonna andava a salutare il prete, si chinava appena, e gli baciava la mano, ed anch’io dovevo baciare la mano a don Roberto, solo che dovevo mettermi sulle punte dei piedi e quasi appendermi alla mano per poter sfiorare con le labbra le dita che vedevo davanti a me. Sempre, tutte le settimane, don Roberto chiedeva a mia nonna se il prossimo ottobre mi avrebbe visto nella sua scuola, mia nonna diceva di si, ed iniziava mentalmente la battaglia con il nonno che non voleva farmi iniziare la scuola dai preti. Poi uscivamo, mia nonna mi stringeva la mano con forza e c’incamminavamo verso il corso, a prendere le sfogliatelle, sempre da Carraturo, perché lei diceva che erano le più buone di Napoli, così il sole di Maggio ci coglieva improvviso, e tutta quella luce e quel vociare della Ferrovia, (piazza Garibaldi,che i napoletani chiamano sempre Ferrovia) mi metteva allegria e mi piaceva guardare i pulcinellini che vendevano i giocattolai ambulanti, quelli che a muoverli sulle rotelle che hanno sotto i piedi, battono i piatti di metallo che hanno nelle mani, ma non chiedevo a nonna di comprarlo, già conoscevo la sua risposta. Qualche volta ci incamminavamo verso piazza principe di Napoli, da Aloia, a comprare il caffè, Il negozio di caffè era magico, ai miei occhi, la luce passava fra quei cristalli azzurrini, e i chicchi di caffè sembravano un mare in tempesta quando il commesso infilava la paletta per raccoglierne un po’ da mettere nel cono di carta, seguivo quel movimento rapito, e poi la nonna, dal cartoccio, tirava fuori un chicco e me lo dava, era amaro, ma croccante, a me piaceva molto. Erano le tredici, tornavamo a casa. La domenica i nonni pranzavano da noi, anche zio Alfredo, il fratello di mia madre, a me piaceva tanto zio Alfredo, che era stato alcuni anni a lavorare in Olanda,e una volta mi portò una locomotiva in ferro smaltato, che funzionava a batteria e camminava da sola, e quando urtava un ostacolo tornava indietro e sibilava proprio come una locomotiva vera . Mio fratello era stato con mio padre dall’altra nonna, quella che abitava vicino al mare, e che lo zio, parodiando Ibsen, chiamava la “nonna del mare”. Il nonno saliva su da noi all’ultimo momento, prendeva l’Unità dalla tasca, la metteva vicino al piatto, ed iniziava a mangiare, qualche volta mi faceva una carezza e diceva: “ Sei stato a messa ? Ma perché la domenica mattina non lo portate a giocare a pallone ‘sto bambino”.

     
  • 08 aprile 2009
    Il giovane Aprile

    Come comincia: Era nuvoloso e freddo, quel giorno di gennaio, quando il giovane Aprile, un piccolo ometto di un anno più di me, bussò alla mia porta e chiese a mia madre dov’ero, appena mi vide comparire disse una sola cosa: ”E’ arrivato”. Era arrivato, il più desiderato ed ambito giocattolo di quei giorni d’inverno: il calcio a molla. Mia madre mi fece andare a casa del giovane Aprile, senza nemmeno chiedersi il perché di quella frenesia che notava in noi. Il calcio a molla era ancora nella scatola di cartone, sulla parte superiore aveva l’immagine di un calciatore che tira in porta, e si intuiva che il tiro sarebbe diventato un gol, visto che si vedeva il pallone, accompagnato da una striscia blu, superare le mani del portiere. Lo togliemmo dalla scatola con una delicatezza inusuale per dei bambini, lo poggiammo sul tavolo della cucina, trovammo il pallone nella bustina di carta, che era finita sotto un foglio con su stampata la spiegazione per montare le porte, le montammo subito, senza notare niente di ciò che era scritto sul foglio. Quel giorno ci fu la prima partita di calcio a molla in casa Aprile. Le due squadre avevano le maglie colorate, una di rosso e l’altra di blu, a noi due non piacevano, volevamo l’azzurro del Napoli e il nero-azzurro dell’Inter. Fu così che cominciai a dipingere, con una grande attenzione e delicatezza, senza fare nessuna colatura sul verde del campo, e con una grande pazienza nel dipingere le strisce verticali della maglia dell’Inter, che per il giovane Aprile erano fondamentali, ed i numeri sulle spalle dei giocatori, e lì ci accorgemmo che non erano undici ma otto, ed inventammo la numerazione personalizzata, tanti anni prima che l’immettessero nel calcio, Sivori doveva avere il dieci, Corso doveva avere l’undici. Iniziò così una lunga ed impressionante serie di sfide, i cui risultati venivano annotati su un quadernetto piccolo, a fogli giallognoli, con la copertina di un verde smagliante, dove scrivemmo a caratteri cubitali: “INTERNAZIONALE-NAPOLI”. Le sfide si conclusero a giugno, in occasione della fine della scuola, il giovane Aprile doveva andare a lavorare nel bar del padre, a consegnare i caffè, con un vassoio che teneva sempre in bilico sull’avambraccio sinistro, ed io andavo a fare il ragazzo di bottega nella falegnameria di mio padre. Ci vedevamo ogni volta che portava il caffè a mio padre ed ai suoi colleghi, e di soppiatto ci gridavamo “in silenzio”: “Forza Napoli” l’uno; “Forza Inter” l’altro. Era il Napoli di Sivori ed Altafini, di Juliano e Bianchi e di Dino Zoff, era l’Inter di Mazzola e Picchi, di Jair e Corso, e di Helenio Herrera. Erano le squadre di un calcio antico, fatto di bianco e nero e di fantasia. I calciatori erano come dei dell’Olimpo, si sapeva che c’erano, ma non si sapeva com’erano, una piccola immagine colorata ne dava il tratto: le figurine Panini. L’estate passò, ma le sfide col calcio a molla non ripresero, il giovane Aprile con tutta la famiglia traslocò, chissà dove andarono ad abitare, forse appena il quartiere più avanti, ma in quel tempo spostarsi soltanto di un paio di chilometri, significava sparire, il mondo era molto più grande di adesso.  Anche a scuola il giovane Aprile non c’era più, in quella piccola scuola del prete, dov’erano insieme più classi: la prima e la seconda elementare erano unificate in una sola classe, così la terza e la quarta; non chiedetemi come si poteva svolgere un programma scolastico in quel modo. Fu freddo e piovoso quell’inverno, il tempo influiva sulla tristezza di non avere più un amico, di non giocare più a calcio a molla, avevo imparato a fare dei tiri all’ungherese spaventosamente tesi e precisi, avevo scovato una tecnica sopraffina, piegavo il calciatore, che era innestato su una molla, fin quasi orizzontale rispetto al terreno e spostato di circa quarantacinque gradi rispetto alla porta, il tiro che ne usciva era letale. Guardavo spesso dai vetri di camera mia verso il balcone dove abitava il giovane Aprile, ma c’era quasi sempre un piccione soltanto, che girovagava sulla ringhiera e fra le piante e poi tornavo a leggere Salgari, il mio preferito: “La capitana del Yucatan”. Stavo finendo la seconda elementare, arrivava l’estate, rividi il giovane Aprile, sempre indaffarato per le consegne del caffè e sempre più grasso, inciampava spesso e sembrava sul punto di rompere tazze e bicchieri ogni volta che usciva per consegne, ma rideva sempre. Non l’ho mai visto piangere, anche quando mi raccontò che il padre con un calcio gli aveva sfondato il calcio a molla.
    “Perché?”, chiesi, e mi rispose con un sorriso: “Perché mi ero messo con i calciatori a tirare le palline di vetro addosso a mia sorella... nessuno giocava a calcio con me”. Quell’immagine del calcio a molla sfondato da un piede me la sono portata appresso per tanti anni, infatti, non ho mai voluto quel gioco in regalo, per me il calcio a molla non è più esistito. Non ho più visto quel mio giovane amico, in quel tempo faceva caldo, molto caldo, pensavo a quanto è meglio il freddo, andare a scuola, non stare tutto il giorno in bottega fra la segatura ed i trucioli, e poi a scuola c’erano tutti i miei amici. Non sapevo che dopo poco tempo, saremmo andati via anche noi da Gianturco, andavamo ad abitare a Portici e non sarei più andato alla scuola del prete, non avrei più rivisto nessuno dei miei giovani amici.

     

     
  • 06 ottobre 2008
    Piccolo mondo operaio

    Come comincia: Gianturco, è una strada polverosa e disselciata, i bàsoli ballano ad ogni passaggio di autocarro e di autobus, basta un po’ d'acqua a terra ed il selciato diventa una pista; E' una strada,  ripeto, anche se viene intesa come un quartiere: la zona industriale.
    Sono nato lì, ed allora come adesso, anche se c'è la luna, nessuno se ne accorge, troppo intenti a guardare a terra, per non inciampare e per raccogliere un ultimo sogno svanito. Nessuno sogna neanche più, tanti anni fa bastava desiderare un posto in fabbrica, una piccola casa vicino, ora non c'è più neanche una fabbrica, e le case cadono a pezzi.
    Era dicembre del '60, dicono piovoso, molto piovoso, e freddo, com'era fredda la mia casa, all'ultimo piano di un palazzo, che ai miei occhi di bambino mi sarebbe apparso enorme, ed ora mi appare nella sua misera dimensione, sono nato lì, al n. 90, di via Galileo Ferraris.
    Olio nelle strade, nelle scale, sugli sgabelli, questo mi ricordo di Gianturco; Olio che veniva coperto da segatura, per la strada si faceva un impasto che a guardare dal balconcino di casa mia, sembrava una crostata di more. Ce ne andammo da lì che avevo otto anni, ora ci passo per andare alla stazione centrale, butto l'occhio a quel balconcino, dove da bambino guardavo la prima auto spuntare dall'incrocio a destra, e la seguivo rapito fino a quando spariva sotto il ponte dell'autostrada a sinistra, e poi guardavo la successiva. E poi un'altra ancora, a volte per tutto il pomeriggio. Le botteghe dei fabbri chiudevano tardi, a me piaceva guardare quegli uomini laceri e neri, con scarpe e berretto più unto della tuta, mi piaceva guardarli quando si sedevano su tutto il possibile per mangiare a mezzodì, poggiavano una bottiglia mezza piena di vino rosso a terra, vicino ai loro piedi e si pulivano le mani con i fogli di giornale. Quante volte ho desiderato di mangiare il pane seduto in mezzo a loro e non le minestrine di mia madre, che non aveva per niente al mondo programmato per il figlio un futuro da operaio, infatti non lo sono diventato, ma in fondo alla mia anima, è rimasto quel desiderio di mettermi una tuta blu, di bestemmiare contro tutti, e di mangiare il pane parlando delle cosce della panettiera.