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Racconti di Annamaria Vezio

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  • 20 luglio alle ore 1:21
    Storia breve dell' infermiera di paese

    Come comincia: Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto come compenso per una iniezione. Ti ricordi? Mi ricordo Annam? Sì, mi ricordo quando andavo per i campi e le lunghe strade sterrate accecate di sole con in fondo il colore del mare per portare le mie mani a quei corpi sofferenti e vecchi. Non avevano soldi da darmi ma mi riempivano borse di omaggi, omaggi alimentari. 
    Tornavo a casa con lo zucchero e il caffè e la bistecca appena macellata e i funghi freschi e patate e frutta.
    Andavo a piedi con gli scarponcini dalla suola più volte incollata ma sempre lucidi di cromatina, il mio cappotto con la mantellina che in caso di pioggia sbottonavo dalle asole e diventava il mio ombrello. Avevo sorrisi nelle tasche dove riparavo le mani fredde e viola e chiavi di case, della mia e di quelle dei miei malati. Me le davano fiduciosi le loro chiavi, e io arrivavo puntuale all’ora di colazione per preparare un po’ di latte col caffè che offrivo loro come fosse il pasto di un re e poi li lavavo, li massaggiavo, e raccontavo cose belle per accendere un sorriso nei loro occhi spenti. Mi aspettavano, i miei malati, senza sveglie né orologi, sapevano quando era l’ora in cui sarei arrivata. E sollevavamo il corpo stanco e maltrattato dal tempo afflitto colorando di chiaro il loro momento di cure e attenzioni. 
    Compresse, iniezioni, bendaggi e bisturi per le zone in cancrena, sorridevano alle mie parole, ai miei racconti romanzati di fatti veri e piccoli ma ingranditi, ironizzati per suscitare il loro riso. Ridevano i miei malati e mi benedicevano, benedizioni per le mie mani calde, a bollore dicevano, le mani a bollore che risucchiavano ogni loro male e lo gettavano via, lontano dai loro corpi. Ah! I miei malati che mi consegnavano il loro dolore fisico e morale affinché lo portassi via, ad annegare nel mare, a bruciarlo nelle sere di falò sulle spiagge gremite di marinai appena rientrati dalla pesca. Mi consegnavano i loro mali e un chilo di zucchero e magari le due tazzine del servizio ormai spaiato che con cura tenevano come importanti cimeli di grande fattura nella credenza, però me le davano, con amore e malizia mi hanno dato due tazzine perché chissà, fuori, tornando verso casa potrei incontrare un uomo, un principe azzurro che di azzurro potrebbe colorare il mio solitario andare. Sì, è per questo che Amina mi regalò le due tazze del servizio ormai spaiato e morto di porcellana inglese; nel rigo d’oro vedeva la corona dell’immagine di me ridente insieme ad un sorriso di uomo. Si dilettò a raccontarmi della perfezione di quelle dita che strinsero i manici di quella tazza che mi mostrava: dita affusolate d’uomo molto colto ed elegante, che non conosceva calli da zappatore, ma la seta delle pagine dei tomi che a getto continuo leggeva, mai affettato però se pur distinto e di buon linguaggio, dotto e forbito, uomo che per lei nutriva un grande amore nascosto eppure svelato ai quattro venti, sussurrato, urla sussurrate ai venti per un amore che mai avrebbe potuto consumare. È bella Amina mentre rievoca queste cose, si rianimano le tazze e la stanza buia e grigia di polvere antica diventa ridondante di suoni e luci a festa e fra tanti ospiti cinerei si illuminano le due figure, lei e il capitano, bello nella sua divisa bianca e blu. La mano inguantata stringe quella tazza e poi si sveste per stringere la delicata mano di Amina e l’accarezza, accarezza il viso e il ricciolo ribelle che ribelle non è, è inanellato sulla fronte a bella posta, per farsi accarezzare, e tra la ciocca e la fronte ben poco è lo spazio per poter consentire alle dita di lui per non poggiarsi sulla pelle in un elettrico frammento di istante, un istante lambito dal calore della mano d’uomo sulla tenera pelle del viso di una giovane e bella Amina, istante che è rimasto impresso sul manico della tazzina e sul suo bordo l’impronta di un bacio che mai toccò la bocca di Amina. Amina, Amina ora sfiora la tazza con le sue dita raggrinzite dall’artrite, accarezza il bordo poi lo porta alle labbra e torna giovane donna innamorata, nel suo cuore pulsa lo stesso sangue giovane che irrora il corpo in un fremito di piacere e accende la gioia rimasta chiusa nel cassetto dei ricordi. 
    Quella tazza era una storia, era un film a lento tempo fermo su quel ricciolo accarezzato, su quelle dita scivolate sulla pelle del viso di giovane donna ora rugoso e spento che per un attimo si è riacceso, per il tempo del racconto si è illuminato di quel tempo fermo fra le rughe e le ha ringiovanite. E quella tazza me l’ha regalata, due tazze, l’altra è riservata a me per quando mi innamorerò di un capitano bello e colto ed elegante e con lui, fra sguardi d’intesa amorosa e lievi carezze rubate, sorseggerò il caffè. 
    I miei malati, quante storie belle ora racchiudono fra le piaghe cancerose i miei malati, e quanta storia mi porto a casa racchiusa in quelle tazze che non userò mai, che guardo oggi vedendo l’ ieri.
    Ecco, che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto, oggi, come compenso ad un ago infilato nel gluteo di una donna ammalata oggi, ma che domani guarirà perché è giovane, lei è giovane e guarirà, lei l’accompagneranno le mie mani a bollore e i miei racconti sereni e le mie dita precise sulla siringa.

  • 04 luglio alle ore 20:08
    I sette anni nuovi- la donna nuda

    Come comincia: L’albero dei cento uccelli

    La luce del mattino successivo mi diede il buongiorno con un freddo e azzurro cielo, insieme al cinguettio degli uccelli annidati a centinaia sulla grande quercia, “l’albero dei cento uccelli”, così l’avevo battezzato al mio arrivo in quell’ameno paese marino. Oasi di ogni mio rientro a casa, convolvolo dove riparava il mio animo taciturno.
    L’albero dei cento uccelli mi veniva incontro, sulla strada del ritorno al mio rifugio alla sera, e mentre lentamente scendeva il silenzio fra i rami, arrivava forte il profumo dei ceppi nel camino che si insinuava nelle narici evocando immagini di famiglie riunite, di paioli sul fuoco, di tavole imbandite. Scoppiavano i profumi della mia famiglia, del mio focolare, della mia vita, nella mente scoppiavano i giorni andati e si dibattevano in una immane lotta per fermare il tempo perduto. Scoppiavano lacrime pesanti che come petardi cadevano incandescenti sul mio cuore e bruciavano le viscere, il sangue era lava che nel passaggio ardeva la pelle.
    La mano dei miei bambini, dei mie figli o dei miei nipotini, di chi? Di chi era la mano che solleticava leggera la mia? Sulla pelle violacea e gelida per il freddo, mi sembrò di sentire la mitezza di quelle dita e fra i suoni delle fronde al vento, le loro risa squillanti e le loro corse di corpi leggeri, danzanti nella giocosa scorribanda.
    Non c’erano bimbi sulla strada buia, tanto meno i miei, c’era il vento impietoso che sferzava il mio corpo indifeso; e lontano, grida di gabbiani spruzzate di onde.
    Eppure sotto la grande quercia li sentivo, sentivo le loro mani cercarsi sfiorando la mia gonna nel rincorrersi, sentivo le manine stringersi ai miei vestiti e tirarmi nel loro gioco, e nei gorgoglii delle vocine il mio nome: “mamma! Mamma, nonna, mamma, cercami, sono qui, lui è lì, non ci vedi? Siamo più furbi di te, ma mamma… nonna! Mamma, nonna, hai perso!…”
    Ho perso.
    Ho inciampato e sono caduta, nel passato.
    Volti e immagini di istanti si sovrappongono, emozioni identiche si abbarbicano a tempi diversi, a bimbi diversi. I miei figli? I miei nipoti? Di chi sono queste voci e questi teneri corpicini, questi amori, di chi sono.
    Il cuore si arrotola su se stesso, confonde il suo compito e non pompa nei suoi ritmi, si arrotola e conforma ogni orizzonte.
    Muta e ferma e rinchiusa nel debole involucro di me stessa, mi vedo centrifugare nel vortice di un dolore che non sa mostrarmi vie di scampo. Animale ibrido, feto indeciso in un utero sconosciuto; scalcio nel tempo liquido che non mi riconosce, e non mi riconosco nel mio tempo, annaspo in acque che non so se sono le mie, follia di un'anima in cerca del suo corpo. Del suo tempo.
    Il mio tempo di mamma dov'è, quando finisce il tempo di una mamma.
    Lontana dai miei figli sento ingrandirsi sempre più il vuoto del mio ruolo sospeso in un argine di mondo che oggi mi ospita, che tenta di riconciliarmi, di mostrarmi quali siano i ruoli di ognuno, quali siano i dispiaceri che abbiano diritto di alloggiare momentaneamente in un essere umano. I miei figli, bimbi ormai adulti, ma figli. I figli di mio figlio, bimbi.
    Rivolta ai pochi bagliori rimastele, l'anima mia sussurra parole e in cunicolo del cielo, a loro le invia:
    Ti ho lasciato
    Ti ho lasciato, figlio mio
    andare via in un sussurro
    mentre un urlo avrei voluto
    lanciare dallo sterno
    Ti amo, ti amo mio bambino
    uomo d’oggi ormai adulto
    eppure ‘si piccino
    e d’amore bisognoso
    di mamma e braccia larghe
    che avvolgendoti cancelli
    tutto il male e le tristezze
    che il destino ci ha donato
    per condividere il bisogno
    d’esistenze rinnovate
    Ci vuol forza bimbo mio,
    uomo ormai adulto,
    per percorrere la vita
    che ignari abbiamo scelto
    quando nell’ombra di un’aurora
    il nostro sì alla vita è stato detto
    Ti amo, figlio mio
    e se una piuma mai vedrai
    sulla tua spalla abbandonata
    accarezzala e sorridi
    che mamma tua è lì appoggiata.

    E sotto l'albero dei cento uccelli, carezzata da una piuma scivolata dal vento, lascio la mia anima appoggiata sulla spalla dei miei figli.
    Non sono strilli di bimbi, né figli né nipoti che accarezzano la mia aria, e il tepore che mi sembra di assaporare sulle mani non è il tocco di manine di bimbi, né miei né di altri, è il sangue che ancora come lava arde, e vuole irrorare queste mie mani gelide e violacee dal freddo che mi pervade, dentro e fuori. Cado sulle ginocchia su quest'asfalto che pure sembra abbracciarmi e consolarmi. Sono caduta, ho inciampato nel passato e sono caduta.
    Sono caduta nel passato, in un giorno del giorno di ieri.

     

  • 11 dicembre 2016 alle ore 21:08
    Io, il mare e i sette anni nuovi

    Come comincia: Come si inizia: Si arriva fino alla cima dopo dolorose e faticose scalate. Dopo esser caduti e feriti, dopo aver calmato il sangue che sgorga dalle ferite, e della benda insanguinata se n’è fatto il proprio vessillo, ti fermi a guardare la bellezza dal piccolo spazio sulla cima, e vivi la meraviglia. Inizi l’istante che si dilata e che contiene ogni pensiero fermo, immagini senza suono sfilano, e abbracciato dal senso di pace, guardi il silenzio nel silenzio.

    Ogni momento di vita è davanti ai tuoi occhi e si lascia guardare, scrutare, capire.

    E tu, buon osservatore guardi, guardi te stesso nella luce della cima e ti capisci. Capisci te e la tua vita. Ma dove inizia il tremore del luogo dove sei poggiata?

    Capitolo I

    Io, il mare e i sette anni nuovi

    A. D. 2007

    Cancellavo con i passi l’asfalto che correva dietro me. Turista, mi ero persa, nella periferia della città dell’Arte, nel silenzio di un mezzogiorno di domenica. Palazzi chiari di sole, strade larghe come uno stretto abbraccio; mi fermai stupita del mio stupore e mi sentii leggera, aria dell’aria che respiravo e che mi avvolse. Guardai quel paradiso di quotidiano nascosto alla memoria. Si aprì ai miei occhi curiosi il frontespizio di una chiesa in tutto il suo splendore, lontana dall’eleganza rinascimentale, liscia e chiara, semplice, dai muri color paglia che sembravano pennellate di luce. Entrai.
    Sentii il bisogno di far parte del silenzio sacro di quel luogo, di quelle fiammelle di candele che come mani di un pittore giocoso disegnavano sagome ballerine nella morbida penombra così piacevole e contrastante con la strada accecata dal sole dietro la grande porta. Mi sentii fusa nei colori bruni della chiesa e nel profumo di incenso appena percepibile, mentre da lontano mi raggiungeva un canto che pareva innalzarsi fino a superare il cielo.

    Io, mi sentii in quel canto e come se volassi negli stessi cieli, mi vidi scendere e posarmi sugli scuri pavimenti di San Miniato. L’istante era lo stesso.
    Gradini
    Avevo salito tutti quei gradini arrivando col fiatone al portone, il sole accecante lambiva la scalinata facendola sembrare una gialla collina sbiadita dalla luce, e assonnata scivolava sulla città, l’interno per contro era fresco e piacevolmente ombroso, lo stesso profumo di incenso, lo stesso canto lontano, la stessa luce tremula e fioca di candele votive. La stessa aria disegnata dai giochi di luce. Era Firenze, era il mio viaggio alla ricerca del bello attraverso cui poi, poter vedere me stessa.
    Con un sorriso mesto pensai all’Ara Coeli, ai suoi tantissimi gradini a picco che avevano fatto urlare i muscoli delle mie gambe per poi ripagarmi con l’incanto che fa vivere ogni meraviglia che ci concede di farne parte. Tanti gradini antichi da salire, a Firenze come a Roma, come nella vita.
    Salire i propri gradini antichi e poi dall’alto, guardare.
    Mi abbandonai al presente. Circondata dal bello creato nel tempo grazie alla capricciosa intuizione di grandi artisti in luoghi diversi, mi spinsi nel mercato di San Lorenzo lasciando rotolare il mio corpo sballottato da altri corpi distratti, ubriacata da voci dai suoni ridenti e ondulate in lingue sconosciute.
    Che strano, cercarsi tra la folla, nelle grandi città dove a ogni sguardo, un’opera d’arte si impone altera fra gente che frettolosa zampetta urtandosi. Suoni di clacson rabbiosi, visi deformati dalla tensione, bocche in continuo movimento, spalancate, tristi, ridenti. Voci, voci concitate, voci e rumori di città. Cercarsi tra la folla… forse che i rumori sono tanto forti da non concedere alla mente di formulare un qualsiasi pensiero, forse che il caos esterno ghiacci il proprio e restringendosi conceda spazio all’anima. È così che il vagare per la città tra frotte di turisti, sentendosi un giapponese fra giapponesi col naso all’insù a rimirare e fotografare ogni angolo partorito dall’Arte, può essere illuminante: il frastuono resta sospeso attorno al capo mentre tutto l’essere viene inondato dalla bellezza, il bello dilaga, come acqua pura, come restare immersi in un lago di montagna, come lasciarsi abbracciare dalle colline toscane. E abbracciarle. E si annulla ogni moto dell’anima confusa.
    Ritorno nel rifugio della chiesa e guardo il silenzio che cade sulla città insonnolita della domenica mattina, in silenzio; e mi guardo dentro, nel mio silenzio, poi mi segue sulla strada allagata di sole e mi rende l’eco ovattata dei miei passi solitari in una delicata sinfonia.

     ....

     

     

     

  • 16 settembre 2016 alle ore 19:26
    "I sette anni nuovi - Anima nuda"

    Come comincia: Rapita
    Cecina 2003
    Sonnambula nel sole, cammino avvolta dai colori di luce perdendo la percezione della realtà, come non fossi più corpo pesante ma solo pensiero sospeso, mi sento risucchiare e scivolare nella luminosità del mattino di Firenze.
    E mi lascio rapire.
    Quella luce mi rapì, inondò il mio essere e allargò le braccia stringendolo ad essa per adagiarlo sulla sabbia di Cecina, fresca di mattino, che solo un istante fa, di una vita fa, celava il suo spazio sotto i miei passi nelle vie di Firenze.
     
    Guerra cieca
     
    Eccomi prigioniera di quel giorno in cui obbligai me stessa a percorrere la strada che mi divideva dal mare. Ero nell’istante di una vita lontana, da me e da Firenze e da ogni mio passato, nella stessa luce di una stessa strada colorata di silenzio, del silenzio di una mattina di domenica in città; nel silenzio del giorno di ogni giorno d’inverno sulla sponda del mare toscano. Nella piccola casa, al mare.
    Il buio e la guerra cieca che avevano consumato il mio essere, rimbombanti di parole mute, erano straboccati dal mio corpo. Figure mostruose, come ectoplasma dai colori ombrosi cangianti, nefande lottavano fino a squarciare tutto il mio essere; soltanto un’ultima fessura che lasciava intravedere la luce, mi mostrò il mare.
    E andai verso la mia vita al mare.
    Il viale alberato di pini lanciava schegge di resina, il cielo l’aiutava, pesante ed elettrico schiacciava al terreno profumi ed umido plumbeo. Tutto schiacciava verso terra.
    Il mio pensiero, i miei mostri, le immagini della mia esistenza che come cani rabbiosi invadevano le mie notti e i miei giorni, furono compressi dalla pesantezza del cielo e dalla rigidezza dell’asfalto.
    Il mare, la spiaggia, la friabilità della ghiaia che sprofondava sotto il mio passo, furono la  mia musica pregna di cacofonie, la mia unica possibilità di fuga.
    La fuga da me stessa, da quei mostri che possedevano me e tutto: tutto ciò che respiravo, la piccola casa al mare, il mio rifugio, la mia tana, la mia libertà incatenata.
    Rintanata come animale ferito e sanguinante per puro spirito di conservazione, senza pensiero cosciente, con solo una montagna frantumata sul mio corpo e sulla mia anima: ero morta e non lo sapevo.
    Come spirito ancora incatenato ai ricordi della terra, vagavo nell’etere sbattendo sui corpi fisici.
    Sfuggendo alle leggi di gravità, ora cadevo, ora tornavo a volare. Mai fui consapevole del mio andare, “sapevo” che erano quelli i passi che dovevo seguire, né mai seppi però, se percorsi piste celesti o caverne o sentieri. L’istinto mi spinse a camminare, a scoprire come neonato ogni oscillazione del tempo, ogni contatto con la vita.
    Ero morta e lo sapevo, pur essendo conscia di avere un corpo fisico che sentiva il freddo e il caldo e forse il dolore riservato agli esseri animati.
    No, il dolore no, non sapevo più se lo sentivo, non ricordo infatti di essermi mai fatta male o di aver sanguinato o fratturato un osso. So di aver cercato l’ ortica nei campi un giorno in cui un flash umano mi portò a pensare: ”- cosa ho da mangiare? Nella dispensa ho solo il riso che, chissà quale attimo di discernimento mi ha portata nel supermercato ed ho comprato -” ricordai una ricetta semplice con ingredienti il riso e l’ortica.
    E cercai l’ortica.
    La cercai, oh sì, la cercai! Iniziai ad estirpare un’erba che nella mia memoria di vivente equivaleva ad essa, un passante curioso e stupito mi chiese cosa stessi raccogliendo, e perché. Ero sveglia, ero in un angolo di vita in cui l’appetito fa ricordare all’uomo che è un essere corporale succube di bisogni come il cibarsi. Non parlavo con nessuno da settimane, la voce di quel giovane mi rimbombò dentro improvvisa come una scarica elettrica, tornò spontanea l’autodifesa dell’uomo colto in flagrante, e con falso candore risposi che raccoglievo ortica per preparare un infuso rigenerante per i capelli -come ricordavo di aver davvero fatto- atteggiandomi a cultrice di rimedi naturalistici. Ero dispersa in un mondo che non riconoscevo e che non mi riconosceva, ma l’arcaica dignità umana mi spingeva a mantenere uno status quo che comunque mi apparteneva.
    -“No, signora, non è mica questa l’ortica... non vede, non punge! L’ortica punge, irrita…- “
    Fu così che imparai a riconoscere l’ortica, doveva pungere, irritare. Non usai più i guanti per questa impresa, prima toccavo con la punta delle dita le foglie. Imparai a cercarla fra le erbe con le mani nude utilizzando uno dei cinque sensi che per primo mi venne in aiuto più degli altri quattro. Il tatto.
      Capitolo V
    L’inizio della scoperta
    2003
     Imparai la potenza del tatto. Che dono possiede l’uomo! Il tatto. Ce ne siamo scordati, così veloci nel percorrere l’istante, malediciamo questo senso nello scottarci con il fuoco o nell’incontro con un corpo tagliente o se battiamo; se ci facciamo male, solo se ci facciamo male ci ricordiamo del tatto.
    Penso alla dolcezza di una mano che accarezza e trasporta nel proprio sangue la geografia della pelle toccata; alla mano di un cieco che disegna nei propri occhi e accende nella mente quanto sfiora, e lo fa intimamente suo. La mano di un bimbo che accarezza e trasporta nella sua anima il corpo di sua madre, dal suo primo contatto nell’utero. Il tatto: la telecamera dell’anima.
    Sì, conobbi il tatto nella sua arcaica fattezza e mi fu dolce il bruciore spinoso dell’ortica quando per esso, la riconobbi.
    È vero, qualche dolore fisico lo conobbi, anzi, lo riscoprii, il pungere dell’ortica fu l’inizio.
    Posso dire allora, che sentii anche il dolore fisico, se il fastidio urticante di quest’erba si può definire doloroso.
    Tanto incupita era l’anima da negarmi la percezione di ogni realtà fisica, la scoperta dell’erba urticante mi fu da apripista nell’indagine del mio sopore indotto dal fiume sporco nel quale ero annegata.
    Gli istanti incastrati nelle ore dei giorni che mi sono passati addosso non mi hanno fatto molto male, il male umano, il dolore fisico. No, hanno disegnato solchi nei quali sono cresciuti disegni, non cose, disegni. Solo l’anima è stata in grado di vedere, ha seguito i ritmi giorno-notte, lavoro-riposo. Solo l’anima. 
    Fui per un periodo indefinibile, nel tempo dell’anima, e fu più potente del percorso umano della vita. Visitai zone sconosciute e rivisitai tutta la mia esistenza come nel lungo flash che vive l’ uomo nell’atto della morte, ma lo feci da viva. Lo feci nell’inconsapevole culla verde delle colline toscane e fra i suoi liquidi azzurri.
    Come sa un luogo, regalarti e alimentarti delle proprie energie!
    Quando un essere umano è smarrito, quando nel suo sterno albergano solo fumi di pensieri morti che senza regole si espandono e ottenebrano, può suggere da cieli nuovi e forti, una parvenza di timida energia, che lentamente lo avvolge e senza né rumore né movimento, lo possiede. Lo rinvigorisce senza che se ne renda conto.
    E quelle colline e quei liquidi azzurri toscani, furono le mie nutrici.
    Mi lasciai supinamente trasportare dal letto di fratello Fiume e nelle soste, depositare sulle sue rive.
    Vissi la morte nell’ultimo cunicolo che ci separa dalla vita e tornai indietro dopo aver intravisto la luce. La rubai, la luce, come scia di un abito da sposa la portai con me, attorno a me, nel percorso di vita che ancora non avevo vissuto.
    Oltrepassai la linea e vidi ciò che solo i folli sanno vedere, oltrepassai la linea e rubai con astuzia quanto si poteva rubare e portare indietro, anzi, avanti, nella vita.
     

  • 13 settembre 2016 alle ore 15:48
    Annadelmare del sì

    Come comincia: Sarei stata madre perfetta. Avrei espiato l'arcana e involontaria colpa. Così come avevo imparato già da bambina, mi sarei presa cura di chiunque attraversasse la strada della mia vita, avrei dato tutto l’amore e la comprensione che non avevo ancora vissuto; le attenzioni malate che avevo conosciute, le avrei trasformate in sentimenti puliti, lavati con le lacrime del cuore, purificati.
    E divenni alchimista di me stessa.
    Usai il dono dell’intuizione e dell’allegria per alleviare le sofferenze di chi mi stava intorno.
    La mia penna seguitava a inondare pagine che inviavo ai miei piccoli, pagine pregne di amore, atte a scaldare le loro notti, e tanto più lunghi erano i discorsi scritti, tanto più lunghi vedevo i loro momenti fra le mie braccia. Ero la loro mamma virtuale. Gli abbracci d’amore erano righe colorate d’azzurro su fogli animati da sentimenti belli.
    Abbracci che nostra madre non poté partecipare.
    Colorai di sole la casa dell’uomo nero. Era questa la promessa fatta a me stessa in fondo: dare la gioia di cui ero composta, che la capacità di uscire dal mio corpo e di guardarmi a distanza, aveva preservato...
    ... Durai poco a sfondare le corazze di stanze viventi chiuse nelle proprie stanze, il mio spirito determinato a volere armonia iniziava a conquistare ognuno, sviluppai le doti della maiéutica ed entrai nei loro animi, acquisii l’incombenza di fata turchina e si aprirono le porte.
    Nel castello esisteva una vera gerarchia regale. Il re, e indiscussa autorità, la regina, senza corona e senza autorità; seguivano le ancelle del re e delle principesse e dei principi. Erano in nove i dimoranti di questo invalicabile luogo, io era la decima, dopo di me venne una bella cagna a rallegrare noi, uccelli in gabbia, e i canarini gialli già in gabbia.
    Senza mai lasciare la me che guarda me, mi imposi di apprendere le arti che più si addicono ad una “perfetta donna di casa” e mi circondai di stoffe e fili e imparai a cucire; di fili colorati e imparai a ricamare; di fili di lana e imparai a fare maglie e cappotti e cappelli e scarpe e quanto è possibile inventare con due ferri e qualche gomitolo; non amai molto l’uncinetto però, dai miei lavori sortivano croste infeltrite e l’abbandonai.
    La regina si innamorava sempre più di questa donna bambina e con sguardi indulgenti mi cantava antiche strofe che dipingevano ironicamente le mie fatiche non sempre gratificate dal successo, ma come fu o non fu, divenni davvero brava. Avevo sete di imparare qualunque cosa, come se fosse di importanza vitale che le mie mani potessero creare tutto ciò che la mia mente partoriva. Non lasciai mai i miei colori e i miei pennelli così come mai staccai le dita dalla mia penna che fedele mi concedeva di far dialogare la me dentro di me e, senza ritegno, mi abbracciavo.
    Le notti di sonno furono gli anestetici del sottile disagio mascherato di vitalità dei giorni chiusa nel castello, remissiva e ubbidiente alle esigenze del mio signore; dei giorni senza sole che la nuova città di adozione mi offriva a larghe mani.
    Cieli sempre opachi, conobbi la nebbia grigia e triste, ferma e silenziosa sulla città e sul mio cuore forse ancora innamorato, che mi insegnò la nostalgia dei miei cieli aperti; fra le righe del mio scrivere comparve e stazionò la parola mare, aria, vento.
    Più restavo chiusa fra quelle mura, più i miei polmoni annaspavano l’aria...
    ... circondata dal lago; mi immaginai principessa confinata accanto alla libertà, passeggiavo fra cespugli di mirto e boschi di betulle appena mi era concesso, sorridevo alle farfalle e alle folaghe che si posavano qua e là, spesso vicino alla mia larga e lunga gonna nera a fiorellini bianchi, dono della mia quasi coetanea zia dagli occhi come i miei, di limpido azzurro se con l’animo sereno, grigi come l’inverno se con l’animo ferito, macchiati di verde se con l’animo triste e confuso; solo un altro componente della mia famiglia ha i nostri stessi colori, dopo due generazioni. Mi assaliva la tristezza al momento di rientrare nelle stanze fredde e in penombra dove infermiere senza volto aspettavano con vassoi di gelido alluminio ingentiliti da capsule variopinte. Sentivo le gambe prendere forma di blocchi di cemento che impedivano i passi quando dovevo andare verso il mio lettino senza cuscino accanto ad altri cinque giacigli di donne sconquassate dalla tosse omicida e dai loro sputi di sangue. Trattenevo il respiro per l’angoscia del contagio, non volevo essere come loro: pallidi scheletri con brandelli di polmoni; volevo vivere, ero troppo giovane per chiudere il mio romanzo con una morte di tisi, Puccini non mi piaceva e neanche la Bohème mi piaceva e Mimì poi, aveva un nome troppo corto, così poco elegante, non mi si addiceva. Non volevo per me questo triste e struggente epilogo.
    La mia bellissima mammina, il sole e il canto e le risa, di cui era intessuta, comparivano in tutte le forme in tutti i miei pensieri del giorno e nei sogni delle notti. Non la vidi per anni, non piansi mai; mi stavo esercitando ad alimentare la forza contenendo il dolore per elaborarlo e, come elemento chimico, mettere a disposizione l’emozione solo quando avesse cambiato i connotati, ero l’alchimista di me stessa, no? Ed ero brava, stavo sperimentando in prima persona come filtrare il nutrimento nocivo e tramutarlo in vita, come fossi in possesso della pietra filosofale, d’altronde ero consapevole delle corrispondenze tra ogni componente del cosmo e il mio vissuto mi avvicinava e legava sempre più al pensiero di Trismegisto, alla progressiva crescita conoscitiva; forse sarei arrivata a mutare anche i metalli meno nobili in argento e oro.
    Non ero consapevole però che fosse giusto soffrire per la mancanza di amore e che fosse giusto averlo, l’amore; e che ero ancora una bambina bisognosa di essere accompagnata alla vita.
    Mi trovavo catapultata in un mondo di grandi e dovevo essere grande, e grata al mondo che accettava la mia esistenza. La mia anima colorava i ricordi del passato, bastava una nota per accendere la melodia che mia madre cantava un mattino mentre un profumo di pan di Spagna riempiva l’aria e i miei occhi si aprivano allo stupore del giorno, mi accarezzava il sole che entrava nella mia stanza; il ricordo dolce si concludeva lì e stavo bene, rimanevo aggrappata ai miei colori, avevo paura di perdere qualcosa di importante se avessi lasciato andare avanti le memorie, se avessi accettato che di mia madre non ricordo un abbraccio, avevo paura di processarla e scoprire che l’amore che non seppe mostrarci fosse anaffettività. L’amavo e non potevo accettare che non mi amasse, non potevo viverla per conoscerla...
    non era giusto giudicare una madre e preferivo giustificarla e amarla sempre più, fino a sentirmi in simbiosi con lei. Ma altre cose accadevano dentro di me: si rafforzava il bisogno di elevarla e sentirmi poco importante, non solo agli occhi suoi ma alla mia stessa vita; amare come lei non aveva saputo amare me, divenne l’inconsapevole mia ragione di vita.
    ... segue...
     

  • 02 settembre 2016 alle ore 22:29

    Come comincia: C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
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    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
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    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
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    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
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    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
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    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
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    per sentire
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    per lasciarsi cadere
    inebriare
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    dall’amore
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    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
     

  • 01 settembre 2016 alle ore 16:26
    Del silenzio

    Come comincia: Il silenzio custode: Cosa si rintana nel Silenzio, e qual'è l'incontro che avvolge e penetra quanto nel Silenzio trova risposte? Nel Silenzio vagano suoni che accompagnano passi di bimbo, di vita, leggeri e delicati. Passi bisognosi di "vedersi" lasciando la propria orma eterea nel Luogo del Non Giudizio. E' nel Silenzio che è custodito il regno del Non Giudizio. Qui, si plana sull'attimo incontrato e lo si ammira nell'essenza sua pura: ogni colore forte sfuma, ogni forma si smaterializza e resta nuda, innocente, purissima. Nel Luogo del Non Giudizio, tutto appare com'è; il Silenzio è il Maestro che ospita, nella sua conoscenza sovrana, il Luogo del Non Giudizio, e ci accompagna. E vediamo.

  • 13 agosto 2016 alle ore 0:58
    La farfalla

    Come comincia: Ho una farfalla sul cuore, un continuo svolazzare di ali che lascia scendere pulviscolo sulla mente, incessantemente sussurra: "ti prego... apri il mio cuore alla luce d'amore, che sappia ricevere tanto quanto può dare..." Poi non ascolto, metto da parte le ali e i pulviscoli e le loro farfalle. Poi le farfalle tornano. Invadenti, supponenti, testarde. Leggiadre e dolcissime. Pure schiaffeggiano il cuore che sa aprirsi nel dare chiudendosi al ricevere. -Duri sono i cuori che sanno amare- non sono preparati a ricevere. Se possiamo dare possiamo ricevere, ché fermando il circolo di amore, scordiamo il flusso della Vita. Ecco un nostro difetto che inceppa il circuito di sana energia. Noi umani siamo teste dure.

  • 03 agosto 2016 alle ore 0:42
    L'incontro

    Come comincia: È l'attimo che convoglia il pensiero al flusso sfuggito tra l'anima e il cuore. Il frammento di microsecondo che tocca simultaneamente mente/psiche/pneuma; l'urlo senza suono alcuno, senza immagini se non flash spaventati da sua stessa luminiscenza. L'urlo di Munch è carezza di pensiero che non sa partorire se stesso. Asfalto sotto il passo a infliggere il percorso, a testimoniarne il movimento. Silenzi: ovattate rimbombanti eco. Cosa risponde il destino, basito, di fronte alle tue scelte? Non ha risposte. Non ha ragionamenti. Non ha parole. Davanti alla bestemmia della vita, offre la bandiera della resa: un quadrifoglio. Poi si ricrede, uno è poco, ne offre due. Non da risposta a domande che non conosce. Porge la bandiera della pace, del non confine: quadrifogli. Offerta. Domande e risposte si prostrano davanti al messaggio arcano: "per ora, sappi che ci sono, io, quadrifoglio". Messaggio di semplicità di esistenza. Tanto semplice quanto eterno, complicato. Mente/psiche/pneuma, nel passo si rilasciano. Non più domande, non più basiti destini, Tutto è.

  • 17 luglio 2016 alle ore 13:19
    Avventure della domenica (stralcio)

    Come comincia: Lo zoo è a posto: uccellini ristorati, semi nuovi, insalata, acqua rinnovata, gabbia pulita e in giardino a godere il fresco; gattina coccolata, saziata e rifocillata ora all'ombra della gabbia a guardia dei suoi fratelli alati. Arrivata a mezzogiorno pensavo di aver sistemato ogni mia cosa compreso lo zoo, ma non è stato così... la Natura mi ha scelta come ostetrica ieri sera, mi racconto. Inaspettata ospite viene in visita una lucertola "grassa", mi aiuto con un piumino e la reindirizzo all'esterno della casa, carine le lucertole, ma non tanto da pernottare insieme; rientra dalla finestra e si accantuccia in un angolo, la raggiungo e cerco di capire, sembra soffrire e... plaff! ecco una micro lucertolina apparire accanto a mamma lucertola, "e mo' che faccio?" domanda la mia mente destra alla sinistra. La inattività a volte è la soluzione, resto a guardare quella manciata di secondi eterni ammaliata dal miracolo di madre Natura. Solo qualche secondo e torna l'attività cerebrale e lucida. Piumino, e un foglio di carta per strumento di viaggio, delicatamente faccio salire la mamma stanca e la figliola, e le porto in lavanderia a riparo; la mamma è andata via di corsa, la creaturina ha tentato movimenti lesti ma senza grandi risultati. Soddisfatta torno in casa a concludere la mia sera davanti a un film, ma vedo un qualcosa, una scintilla fuggente nell'ombra... riparte il movimento...
    La neonata è rientrata (ma come cavolo faranno a scivolare e passare in micro antri questi elementali...), piumino in mano ricomincia l'operazione, e nulla, scappa di qua e di là, ma almeno l'ho portarla fuori dalla camera da letto, è rimasta però imboscata in un qualche angolo del salotto, così dopo oltre un'ora di presa e fuga sono rassegnata, in fondo è una piccolissima creatura, con la speranza di non vedermela addosso :O Poi mi sono dimenticata della sua presenza. Stamane mi è venuta incontro, mi sembra già più grandicella, è possibile? Sembrava mi aspettasse in cucina, lì ferma sul pavimento, educatamente accostata allo zoccolo della parete, buona buona; mi pareva proprio in attesa... Placidamente metto la caffettiera sul fuoco, lei ferma, io la sbircio, lei si muove appena verso me e poi ritorna in posizione primaria. Sarà spaventata? E allora perché non corre via? Apro la porta e riprendo il piumino, mi avvicino alla cucciola e faccio sì che resti imbrigliata fra le piume, la riporto fuori, si lascia fare, la seguo con lo sguardo mentre gira l'angolo, torno al mio caffè che borbotta sul fornello. Non è finita qui, è tornata! E che devo fare se tra il giardino e casa mia, preferisce casa mia? Mica mi avrà scambiata per la sua mamma!?! Non ci si può credere, è lì difronte a me, si sposta sul perimetro delle mattonelle per poi rimettersi tranquilla. Pare guardarmi o forse lo sta facendo?
     

  • 06 luglio 2016 alle ore 20:09
    Del Mondo Altro

    Come comincia:  
    Ci son cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere nell'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco cosa mi accade quando entro nell’Altro e mi lascia fiacca, forse svuotata, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, è essere rimasti appesi in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima. Ritornare alla mia forza sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Resto in quel silenzio ovattato fino al risveglio del Luogo di me, serafica, effusa nel nulla, felice di aver ricevuto il permesso di entrare in Mondi Altri.son cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarcison cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarcison cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarcison cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarcison cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarci

  • 22 giugno 2016 alle ore 20:10
    Ombre sul Cermis

    Come comincia: Cap. V
    Riemerge dal sonno.
    Nel calderone in cui mi sento immersa, fluttuo lentamente, fumi pallidi mi avvolgono, quasi mi pare di non avere peso. Mi arrotola e sospinge ogni lieve cambiamento d'aria, sto riemergendo dal sonno, è così ogni mio risveglio di ogni mattino di tutta la mia esistenza, non ricordo di essermi mai svegliata prontamente lucida come quelle fortunate persone che svettano dalle lenzuola con la stessa velocità di un falco che ha appena sequestrato la preda dal suolo. Quelli lì, le persone fortunate, sembrano schizzare energie da ogni poro, perfino nelle striature dei capelli par di vedere appese linee e curve e numeri e appunti, un planning aggiornato al millesimo di secondo con ogni cosa da fare nell'arco delle ventiquattro ore a disposizione, e automaticamente depennato per le cose già eseguite, e non crollano mai, dico mai che crollino di stanchezza a sera! Proprio mai, così come totalmente lucidi si svegliano, totalmente lucidi vanno a letto seguendo il progetto preciso, e chiaramente convinti, di dover dormire dopo aver ripassato il copione della giornata che deve venire. Quelli lì sì che sono da invidiare, ammirare, emulare! Ed io che non ho nemmeno l'eleganza di non crollare dopo otto ore di lavoro, le mie spalle scivolano pian pianino sempre più giù man mano che passa la mattinata, il collo lentamente si ricurva sotto il peso della testa che sembra aumentare di massa con il giro delle lancette, la capigliatura bella vaporosa del mattino vergognosamente si disfa e appiattisce col passar delle ore, e infine le gambe subiscono la trasmutazione aliena e da liscia pelle avvolta in calze di seta si ritrovano monconi arrotolati di cemento, solo gli abiti mantengono un certo che di inalterato e austero nel tentativo di contenere un minimo di dignità. Altro che svettare dalle lenzuola e poi nei riti della preparazione al giorno, e poi sorvolarla tutta, la giornata, pimpante e lucida! Io sono un girasole, all'inizio bello raggiante attorno alla luce e poi sempre più smorto fino a che la corolla non rasenta miseramente il terreno quando è sera. La prossima volta che nasco voglio essere un ibrido tra girasole e Anteo, così quando la me girasole a sera è lì a rasentare il terreno, la mia parte Anteo rinnoverà la sua potenza al contatto con la terra.
    Sono ancora qui, avvolta dalle nebbioline del non giorno e della non più notte, evaporo fino a tornare elemento solido, solo allorquando avrò ricevuto il giusto input che trascinerà i miei piedi fuori dal letto, e li poggerò su quel qualcosa di duro che quotidianamente mi rinfaccia che sono una persona sulla terra, che poco dopo camminerà e si confonderà nell'orda di esseri umani che colmeranno strade intasandole, e negozi e uffici e scuole e mercati, e strombazzeranno i loro clacson ai semafori e correranno su gambe veloci verso ascensori che dispettosi chiuderanno le porte proprio mentre stai arrivando tu.
    Mi manca questo input stamani, continuo a sentirmi come champagne straripante di bollicine in un flute, vado su, mi disperdo, mi riunisco e mi separo e poi torno su disordinatamente, evaporo, resto sospesa, né liquido né gas.
    Eppure sono cosciente, il mio pensiero è lucido, i miei ricordi sono netti fotogrammi senza inceppi, e questo dolore lancinante che avvolge il capo, le spalle e il petto, è lampante dimostrazione che non sono nel mellifluo mondo dei sogni, tuttavia non sento peso, constato che so che il dolore è lancinante, ma non soffro. In quale mio disordinato e fanciullesco mondo sono? Non sto sognando e non sono nemmeno nel mio momento del non giorno e della non notte, sono emersa dal calderone e conduco me stessa, fluttuando, sulla roccia coperta di neve, la sento fresca, amichevole così tenera sotto il mio passo che mi sfugge un sorriso. Sembra volermi dimostrare la sua amicizia accarezzando il mio passo, e gliene sono grata sfiorandola appena col mio corpo in movimento, mi sento leggera, mi sento nebbia nella nebbia che questa notte ha avvolto tutta la montagna. Cammino lentamente e tutto scorre come in una moviola conficcata nella mente che si srotola nella memoria, tutto si delinea nell' attenzione, il mio sguardo affonda nella folta nebbia allagata dal manto bianco che ne esaspera le sembianze. Guardo i miei scarponcini, ah che dolce la calura di questo pelo che avviluppa il piede mentre sprofonda nell'emblema del freddo! Mi trasporta nel calduccio delle mie pantofoline rosa shocking coi baffi sulla punta e due orecchiette carinissime ai lati, che allegria quando le provai in quel negozio alla periferia di Milano: con il tubino rosso e il coprispalle di pelo autenticamente sintetico, nero, come le chanel tacco dieci, entrai e mi diressi spedita verso la poltroncina di similpelle leopardata, poggiai la borsetta e la ventiquattr'ore con la stessa enfasi di chi dopo aver portato per chilometri un pesante cesto di mattoni sulle spalle, se ne libera con esasperato sospiro di sollievo, o forse come avrebbe fatto Eracle qualora avesse dismesso gli abiti di semidio, sospirai anch'io con la stessa irruenza liberatoria che sicuramente avrebbe avuto lui se avesse potuto scegliere di delegare a quelle piastrelle lucide il compito di sostenere le sue dodici fatiche sotto Euristeo. Rimugino: lui solo dodici fatiche in dodici anni per purificarsi, ma che bellini questi dei greci con tutte le loro impossibili battaglie, e noi umanissimi umani? Che forse non ne sosteniamo dodici e più in un solo giorno, e invece che purificarci ci incattiviamo sempre più per stanchezza, per sfinimento?
    Mi guardò il commesso, quasi con fare cerimonioso mi si avvicinò chiedendomi in quel suo modo affettato di falso gay che fa tanto glamour negli atelier, in cosa potesse essermi utile, mi studiò con lo stesso interesse con cui si studia una personalità dello spettacolo, lessi nella sua espressione tutta la fatica di chi tenta di raccattare nella memoria un nome da accostare ad un soggetto, quasi fosse di vitale importanza appiccicarmi un'etichetta e su questa scriverci sopra il nome ed il cognome di una tale o tal'altra attrice o mannequin. In effetti ho molto della Penelope Cruz e qualche volta mi glorio della mia stessa avvenenza, mi diverto quando seguo gli sguardi dapprima distratti e poi stupiti con gli occhi sgranati e i sorrisoni che si allargano sulle facce di uomini omini e ometti, e le loro espressioni  compiaciute di chi può dire: -” io ho visto la Penelope Cruz!”- e quanto si danno da fare per aprirmi una porta di un bar o di chicchessia luogo ci si incontra! Ma come mi diverto! Sono sfacciata, rispondo con un sorriso luminoso come foss'io davvero la Cruz, e lo sconosciuto si pavoneggia tronfio e felice, e me la rido sotto i baffi.
    Il falso gay, sono certa, pensa che io sia la famosa attrice, ora mi guarda non più perplesso, ma convinto, ossequioso, è così esaltato che se gli chiedessi di trasformare il camerino di prova in cameretta da letto, correrebbe con le ali ai piedi per spostare qualsivoglia oggetto del negozio per accontentarmi e per poter dire di averlo fatto, di aver contribuito al riposo di una Penelope Cruz sfinita dalla stanchezza nel suo negozio. Ma non mi sento così perfida oggi, ho solo voglia di infilare i miei piedi doloranti costretti in punizione in queste costosissime scarpine dal tacco sexy ed eleganti quanto si vuole, ma che non reggono più il mio corpo pesante di fatica, nelle più invitanti pantofoline che abbia visto finora: le pink panter di infantile peluche che mi sorridono dallo scaffale.
    Son caldi i miei scarponcini da montagna, al pari delle pink panter più ridenti del Trentino e della stessa regione di provenienza, la nebbia lombarda è stata sferzata dalla fantasia di quel calzolaio che le ha pensate ed è rimasto un sorriso appiccicato nel suo cielo.
    La neve rende il colore dei miei scarponi cangiante, una nuvoletta bianca si raccoglie sulla punta fino alla tomaia, poi si spande con la calma del miele sul pane, e infine si infiltra nel pelo per scomparire lisciandolo, nel buio diventano translucidi, biondo rame, sì, i miei scarponcini sono di un più discreto biondo rame, niente a che vedere con la dissacrante tonalità delle mie pantofoline rosa shocking.

  • 19 giugno 2016 alle ore 20:16
    Nello specchio

    Come comincia: Quando il sonno non si lascia prendere perché rapito e allontanato dalla carica emotiva, lo scrigno del pensiero si apre e, ogni parola che possa evocarlo, sfugge al controllo. Sono infinite le vie che percorre il pensiero e tutte simultaneamente. Lo sguardi della mente corre più veloce di un giga sulle antenne, più potente della luce e di luce s’illumina. E vede. A volo d’uccello fotografa. S’alza sovrano e austero, un silenzio sulle pecche umane, diviene sorriso materno sui figli: emuli per diventare grandi. E sorride il pensiero (simultaneo ai suoi fratelli), sorride. Quel che partorisce il propri mondo interiore, può essere amato e condiviso da altri mondi, ma non potrà mai avere stessi colori e profumate sostanze. Così come un figlio, emulo per crescere, diviene portatore dell’esempio genitoriale, non potrà mai essere “il” genitore, se non se stesso dopo aver partorito se stesso: genitore e figlio. Così “l’altro” non potrà mai essere chi non è. Il sonno che non arriva è un armonico spazio in cui danzano le idee, i profondi sentire. Uno specchio in cui si riflette il sé e quanto il sé circonda: tutto si vede e a tutto, maternamente, si sorride. Il centro, il nucleo sa, che non esiste emulo a confondere l’immagine: chi è parto di se stesso, in ogni specchio trova solo se stesso, la propria immagine.
     

  • 01 giugno 2016 alle ore 23:32

    Come comincia: Ho visto: girandole di parole frodare l'anima più fragile, più semplice, più sensibile. Ho visto: girare ombre su ogni chiara bellezza e renderla timida, timorosa, fragile. Ho visto: tremenda speculazione infrangere ogni certezza, tradire ogni sogno, ogni delicata offerta. Ho visto anime naufragare sotto colpi di remi di speculatori arditi: anime inchiostrate di malefici colori, di odore di soldi nei pori. Ho visto donne sparire sotto l'ombra di perfidi/precari disegni dei loro uomini. Ho visto crollare uomini e donne sotto subdoli giochi di potere. Ho visto crollare il cielo su gabbiani innocenti, e su mari puri e ardimentosi. Ho visto il dubbio farsi strada e il timore riempire l'aria. Ho visto lo scuro dare vita al chiaro, e il chiaro dare risposte alla Vita. La Vita vince, sempre e comunque. Così ho visto.

  • 11 maggio 2016 alle ore 20:54
    Io so

    Come comincia: Io so, l’ho sentito il gelido peso di blocchi neri cadermi sul corpo. Ne ha assorbito tutta la potenza alienante. Si è sbriciolato come cartapesta bruciata. Io so, quanto è capace di soffocare la tenaglia della malevolenza. È una maglia di ferro spinato che sorridendo avanza a braccia tese, con la bocca emette suoni gradevoli all’udito, pure cade come stalattiti d’acciaio nell’anima. Perfora tutto quanto incontra; trivella ogni organo interno, il sangue par schizzare da infinitesimi fori, allaga il cuore e ne scombina i battiti, sfreccia nel cervello e ne ferma le immagini che si confondono, perdono lucentezza, si annebbiano in fumi vacui, dilaniano il pensiero nel mentre tenta un approccio con la logica, con l’emozione, con il discernimento. Io so come sa uccidere la malevolenza. Costruisce cerchi di muri mobili di cemento attorno, e si stringono si stringono, avanzano lentamente e si stringono attorno. Soffocano. E non esiste parola voce pensiero, a sgretolare il cemento. E non esistono luci chiare e illuminanti, a sbiancare il cemento. E non ci sono fauci a ingoiare la maglia di ferro spinato e nemmeno cieli a frenare i blocchi neri cadenti. Non c’è riparo alla malevolenza. Ché l’uomo è il nemico imbattibile dell’uomo.

  • 10 maggio 2016 alle ore 14:29
    Della Piattaforma

    Come comincia: Buongiorno/pomeriggio/sera/notte/tutto. A ogni incontro ci si augura un "Buon", quel "buon" è il barlume di coscienza della vita che ci spinge a esprimere la percezione che, aldilà delle difficoltà del quotidiano (protratte fino alla nostra fine), la base dell'esistenza è una piattaforma di luce. Ognuno ha il suo percorso, il suo carattere, che stimola a guardare con più attenzione il malessere/dolore che si accatasta sulla piattaforma; o a sviluppare l'occhio dell'anima e la trivella della mente, per forare la catasta dei malesseri/dolori e consentire al barlume di luce di splendere, per poco possa fare, a dimostrare che la piattaforma c'è, è lì con noi dal Sempre. Infine, alcuni di noi lavorano incessantemente a rimuovere gli scarti prodotti dai malesseri/dolori per tenere lustra la piattaforma di luce; arrivano alla certezza che ogni malessere/dolore è la liscivia per rendere la propria vita splendente e felice. Perché siamo sulla terra per questo: per imparare a essere felici, per scoprirlo prima di morire. Ché non è nel dna umano soffrire a tutti i costi, questa è memoria millenaria, ma non è la memoria della Vita. Non è un preambolo augurare "buono" giorno nuovo o pomeriggio o sera o tutto, in ogni circostanza: con il cielo plumbeo o ridente, c'è un fiore o un sorriso che illumina l'istante presente, a dimostrazione, per l'appunto, dell'esistenza della "piattaforma di luce". E' il nostro "sguardo di dentro" a consentire di vederla o di affondarla sotto il peso di continue scorie/malessere/dolori.

  • 01 maggio 2016 alle ore 19:51
    Del discorrere sulla Saggezza

    Come comincia: Siamo ricettacoli di saggezza, noi esseri umani. Siamo forse intrisi di polvere di eterno, e magari arriviamo da altre stelle. O siamo cloni oppure angeli in possesso di un corpo. Non abbiamo l'abitudine di meravigliarci davanti a egregie risposte che, pur senza la preparazione specifica, riusciamo a darci. Dovremmo.                      
    on sappiamo da dove ci arriva quell'intuizione geniale, non sappiamo nemmeno il perché riusciamo a rovistare nei pozzi bui di (nostri) giorni angosciosi, e ritrovarci un sorriso. Non andiamo a scuole specifiche dell'Intuizione, della Visionarietà, dell'Empatia, dell'Umiltà, dell'Amore. Nessuna Scuola, eppure in noi, cellule organicamente composte, ci indicano risposte giuste che toccano la mente dopo aver risieduto nel ventre, risalito ogni organo, albergato nel timo. E' un grande e saggio contenitore il nostro corpo, tesoriere di ben più sconosciuta composizione che non una perfetta macchina che viaggia per la durata del suo ciclo vitale. Vi è una saggezza in ogni essere umano, comparabile alla memoria del Cosmo. E' visibile a tutti da bambini, poi ci educano ed "educhiamo" ad addensare la cornea per escludere le "macchie sfuggenti e luminose" che prima ci mostravano luoghi e momenti; ad irrigidire i padiglioni ed eliminare i suoni più sottili, che prima ci ampliavano le percezioni. Tutto il nostro corpo è stato modificato a non "vedere", "sentire", ma nonostante tutto, continua ad essere ricettacolo di saggezza, ché l'intelligenza non potrà mai sconfiggere la larga conoscenza insita nel luogo del non "corpo". Quando sarà l'Intelligenza consapevole della Conoscenza del Non Corpo, il corpo sarà sostanza equilibrata e in perfetta assonanza con il Tutto, le giuste risposte, soluzioni, umori, sono naturale appartenza a se stessi; non siamo "geni" isolati, siamo saggi per naturale trasmigazione dell'Uno e del Tutto.

  • 30 aprile 2016 alle ore 0:43

    Come comincia: Finirà l'urlo di battaglia di puniche genti, cesserà la sofferenza di Pericle, cadranno i cieli pesanti sull'empireo, si arrotoleranno i mari tornando pace nel tridente. Troverà respiro Eolo e Giove cancellerà ogni dissenso, sol quando il trasparente nucleo del macroscopico Io, allineera' suo fascio di luce, al Sé. E sarà riconoscimento, consapevolezza e accoglimento. Sarà benevolenza di sé e d'ogni altro accanto. Sarà pace e bellezza. Sarà verità e giustizia, e amore.

  • Come comincia:  
    Riflettere" verbo transitivo, significa: rimandare/ specchiare/ manifestare; intransitivo: rivolgere la mente/ considerare con attenzione/ meditare/ pensare/ ragionare. Per chi non ama sfogliare il vocabolario, ne trova ampie espressioni in internet; lì ho trovato questa: "rimandare indietro, da parte di una superficie riflettente, un flusso di energia". Antica e amante della mia lingua come sono, e anomala come sono, sento pulsare l'unione delle due fonti in un unico e solo significato: riflettere l'onda che confluisce e unisce il pensiero all'intimo/cosmico sentire, e come fosse uno specchio che riflette l'Animo, lo amalgama al Pensiero. Quindi: da una parte il Sentire, Percepire, Intuire; dall'altra Constatare, Pensare, Ragionare; e dedurre.
    I giorni di Silenzio spadellano Riflessioni, inconfutabili verità nate dal discernimento scevro da ogni umano convulso pensiero; spadellano realtà senza desiderio di ghirigori, altrimenti detti pettegolezzi o leziosi gracchiare da stagno mentale. I giorni di Silenzio sono l'"Occhio di bue" sulla scena: evidenziano anche il più piccolo dettaglio.
    Così guardo, assimilo, discerno. E sono pronta a dirlo, a me stessa.
    Sempre in Silenzio seguo il mondo che mi circonda, fuori e dentro web. E discerno, come foss'io il chirurgo che osserva sul tavolo di laboratorio, ogni forma a cui dare un nome.
    E' l'Epoca del cambiamento: ogni Elemento ha debordato dal vaso di Pandora, il Tutto vaga nell'Etere, ogni bene e ogni male, i giusti sapranno recuperare ciò che è bene e i malvagi s'inebrieranno d'ogni male. E ne siamo coscienti, lo constatiamo sbalordendoci di quanto accade su tutto il globo terrestre, ma lo riteniamo "sempre" un male altrui, un bene altrui, noi non ci sporchiamo le mani, il Mostro o l'Angelo, è aldilà dalla nostra porta. Certo siamo compassionevoli: ci addoloriamo o gioiamo. Ma non siamo colui che è il Male e colui che è il Bene. Goliardici novelli cavalieri, brandiamo spade a difesa o a giudizio di costui o colui, inconsapevoli e malamente armati, senza volerlo, alimentiamo le brutture, ci aiutiamo ad essere falsi, a indossare armature. E ci perdiamo nel vortice. Non abbiamo alcuna consapevolezza se non quella che "dobbiamo lottare" ma, ahimè, abbiamo perso il Fine. E' forse iniziare ad estirpare dal Proprio giardino la gramigna, la saggia soluzione? Penso di sì. Iniziamo per favore. Iniziamo a smetterla, nel reale e nel web, di aver timore di appartenere a questa o quella fazione: si è se stessi proprio quando non si è di quello o di quell'altro; non nascondiamoci a Tale perché non vuole essere uguale a tal'Altro perché vuol essere Superiore, più Popolare, non è quanto sta distruggendo in verità, il Nostro Mondo? Vero che siamo Noi i primi complici dello scoperchiamento del vaso di Pandora? Siamo noi quel che fugge dal vaso. Qui, nel web, è lo specchio della Realtà, quella che aborriamo a parola, pure siamo i primi fautori, i protagonisti indiscussi, ché la realtà è questa: maschere colorate di parole, di lance pronte, di spade sguainate, di giochi di Potere. La realtà siamo Noi, qui, in casa, in piazza, nelle stragi (di parole e di azioni), nelle insoddisfazioni che si fingono saggezze: nel perpetrare l'Ego contro l'Io. Non so chi avrà voglia di riflettere, conosco i chiaroscuri della Realtà: popolare è colui che meglio è in grado di fare marketing, alla politichese per intenderci. Riflettere è roba silenziosa, roba per l'interiore, le piazze seguono le voci più popolari, più altisonanti. Il silenzio non fa rumore, parla all'anima e con essa si misura.
     

  • 25 aprile 2016 alle ore 18:09
    Veloci treni

    Come comincia: II Mi mancano quei lunghi viaggi in treno. Distanze che squarciavano tempi e culture. Tempi lenti che concedevano gli spazi per vivere, viaggiando. Cose e movimenti delle cose, istanti protratti. Sorrisi, oh santi sorrisi, chi li dona è angelo. I viaggi ora sono corti, troppo corti, il mondo si è rimpicciolito, e pure il tempo. Non mi concede di ammirare e lasciarmi rapire: perdermi nella vita. E allora guardo finestrini e volti riflessi, li fotografo. Tempi che scorrono con violenza, volti schiaffeggiati dalla corsa. Poco tempo. Troppo poco tempo per camminare insieme alle proprie vite, ci si cammina accanto, discretamente accanto, mai insieme. Mai. Eh sì, mi mancano i lunghi viaggi. Vorrei ancora perdermi sui tavolini di un treno e avere  momenti per svolgermi come bobina di un vecchio film, nel vagone che mi ospita. Disperdere ogni mio intimo sentire sulle pareti e poi in esse ritrovarmi. Riprendere i frantumi ed essere sempre io, io nei frammenti degli altri. Io nel viaggio di tanti, un uno-tanti in perfetta assonanza: stesso viaggio differenti destinazioni. Pure stesso viaggio di stesso valore. Ma oggi, i treni viaggiano veloci, non lasciano il tempo di scandagliare ogni momento, di suggere l’emozione dal tempo che passando lascia onda profonda, di quelle che restano addosso anche quando sei giunta alla tua stazione. Peccato viaggiare così velocemente, si perdono intere esistenze, restano incastrate in un nodo, mentre urlano di essere sciolte da lunghi binari. È buono viaggiare velocemente: i confini sono squarciati, annullati; ma quanti nodi sono rimasti abbracciati ai finestrini, quanti racconti nel vapore sui vetri, e quante anime bloccate fra i sedili che non hanno potuto parlare, sussurrare, dire di sé quanto avrebbero lasciato fluire in un durevole viaggio. Mi piace il treno che mi porta presto alla mia destinazione, pure mi ha tolto i momenti lunghi che di me facevano l’essere vivente, di prepotente vita, assieme ai miei compagni di viaggio.

  • 23 aprile 2016 alle ore 17:43
    Delle chiacchiere sulla realtà dell'egoismo

    Come comincia: La prodigalità della gente semplice è purtroppo, limitata a strati sociali di piccoli gruppi cittadini. Fino all'avvento della "grande modernità" attorno agli anni 70, e ancor di più, 80, era uso comune darsi disponibile all'altro, era un "dovere morale" inculcatoci dai nostri genitori, ci era naturale, faceva parte del nostro tessuto, scorreva nel nostro sangue. Avevamo quel bisogno bellissimo di aprire le braccia all'altro che vedevamo come fratello. Poi appunto, "la grande modernità" ci ha riproposto una nuova educazione attraverso la mondanità televisiva, ci ha insegnato che "l'accanto" è pericoloso, l'altro è pericoloso, e abbiamo iniziato ad aver paura del fratello, a chiudere le braccia e tenerle conserte, perfino la voce si è abbassata e il saluto è divenuto sussurro, fino a sparire. Lo sguardo, anch'esso, da diretto è divenuto a mezza palpebra: non vediamo nemmeno più chi abbiamo davanti. Il progresso ha camminato a passo da gigante e noi intanto stavamo chiudendo il cancello del cuore, per paura, per insicurezza; ci ha trovati impreparati e ancor più spaventati dal "buio" che avanzava, abbiamo serrato tutti i battenti. E ci siamo chiusi dentro. Dentro noi stessi, ma per paura, inizialmente solo per paura. Cosicché, l'umano spaventato ha imparato a cancellare la paura crogiolandosi nel suo piccolo orto; poi ha visto che il suo orto, senza condividerne il prodotto con gli altri, rendeva maggiori conserve, e si è convinto che doveva costruire una fortezza in cui conservare tanto ben di Dio. La fortezza l'ha costruita attorno al suo orto con sé dentro all'orto. L'egoismo. L'uomo si è educato alla solitudine, ha cancellato la sua memoria atavica di cittadino del mondo perdendo l'abitudine a "incontrare" un suo simile, quindi il suo cuore pompa a ritmo lento, niente capriole o strizze per emozioni: non ne vive più! E ora non sa più nemmeno cosa sia una emozione, una condivisione, una parola; le sue braccia sono ormai anchilosate attorno al suo petto, e non può, proprio non può più aprirle... E' un brutto panorama, pure ci sono tanti tantissimi orti senza recinzione, ci sono tante persone e popoli con le braccia pronte, il cuore che batte forte, gli occhi che sanno vedere e orecchie pronte all'ascolto. C'è vita oltre braccia conserte.
     

  • 11 aprile 2016 alle ore 12:24
    Momenti di dentro

    Come comincia: Scorrono momenti, dentro, che sono intere vite alla moviola. Non si collegano con il pragmatico passare dei minuti, non sono "evidenti". Sono variazioni di colore nel volteggiare di immagini sbiadite, l'essenza è al di sopra e simultaneamente nel centro, nello sterno e nell'aria. La parola tenta di perimetrare e nel farlo si perde e disperde l'Essenza. Sono fluidi del Silenzio, i momenti dentro, amorevoli, rigeneranti. Compagna di Giasone, argonauta del "me di Cosmo" viaggio nella Vita.

  • 25 marzo 2016 alle ore 13:20
    Quella Parola

    Come comincia: Alcuni tempi dell'anima, sono recettivi solo al silenzio: i suoni delle parole sono troppo forti e vibrano in cacofonie; i suoni dei pensieri, hanno il volume di barattoli rotolanti sul selciato; perfino il pulsare del cuore pare far rumore. E così si E'; si è presenti, si vede e si ascolta, ci si lascia penetrare dalle emozioni, le si assaporano, le si vivono. Pure c'è un silenzio che ripara dai suoni forti.
    Siamo al Venerdì Santo, per chi crede, un ciclico messaggio a morire a se stessi e a se stessi rinascere; a conoscere i bui delle profondità, percorrerli, superarli. Decidere di lasciarli ed elevarsi, ascendere alla Luce.
    Ogni Maestro di ogni Credo, indistintamente, ci inizia allo stesso percorso: conoscere il Sé e le sue Ombre, consciamente riconoscerle e dissolverle, perdonarsi per l'ignoranza della Vita e Voler imparare a Vivere. Essere sicuri di intravedere la propria Luce e volerla espandere ed ampliare.
    Perdonarsi e perdonare. Illuminarsi e illuminare. Amarsi e amare.
    Sia ogni occasione, motivo di Passaggio dall'Ombra alla Luce.

  • 18 marzo 2016 alle ore 18:01
    L'incanto

    Come comincia: Ma quanta bellezza c'è nella vita? La testa vuota e gli occhi pieni di magia: il sole e l'azzurro ad avvolgere, il verde sotto il passo e accanto; treni e auto non hanno più la potenza dei rumori propri, vagano in suoni ovattati, filtrati dal pensiero muto che galleggia nella mente e recinge ogni disturbo. E fra le volute dei suoni ovattati, l'eco dissolta di voci di bimbi, dell'abbaiare di un cane. Lontano, tutto lontano. Nel qui e ora più forti sono i colori e i profumi: legna che arde, il suo odore vellutato portato dalle ali dei passeri armoniosamente chiassosi. Foglie d'alloro, foglie verdi, foglie secche nel fruscio che palesa il passo e la distanza. Farfalle giocano, fra un germoglio e sputi di rami morti. Suoni sotto i passi, colori nell'iride. Sono nel qui e nell'ora, e mi par di essere nell'ieri e nel domani, nel Sempre. Guardo la me che viaggia nella vita, leggera, eterea, la riconosco, l'accompagno. Bimba incantata.

  • 15 febbraio 2016 alle ore 15:11
    Vita ingabbiata

    Come comincia: Ragioniamo troppo. Pensiamo troppo. Facciamo tanti "troppo". Eppure vivere è la "cosa" più elementare e semplice: vivere. Noi umani la confondiamo, la distraiamo, la colmiamo di input e complicazioni che, in realtà, non le competono. La Vita è continuo movimento, di pensiero di azione di generazione, noi la beffiamo con quadranti statici in cui affossarla. Infiliamo il Pensiero in un cubo e lo facciamo girare vorticosamente sbattendolo su una parete e sull'altra, fino allo sfinimento.
    Etichettiamo il giorno e gli diciamo come deve comportarsi: cosa deve fare, cosa deve dire, cosa deve giudicare, cosa e chi deve escludere. Fermiamo il Tempo obbligandolo a camminare lo stesso nostro passo, piccolo, minuto, insicuro.
    Fermiamo il movimento, di pensiero di azione di generazione. Tramutiamo la Vita in uno stagno di cui conosciamo il perimetro, il colore, la minima ondulazione. La Vita si ribella: sta stretta, ingabbiata, strepita, vuole scappare dalle sbarre, vuole tornare a se stessa. Vuole essere se stessa: semplice, elementare, viva.
    Quel che noi chiamiamo "problemi quotidiani" non sono della Vita, ma di quanto le abbiamo imposto di essere: un cubo.
    Forse, dovremmo renderle la libertà, e liberarci.
    (Appunti di viaggio)