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Autore

Aurora Prestini

in archivio dal 16 set 2011

18 aprile 1953, Milano - Italia

segni particolari:
Callo della scrivana

mi descrivo così:
Sono nata a Milano il 18 aprile 1953. Dopo la Maturità classica nel 1972,  laurea in Filosofia nel 1984 con una tesi su "L'estasi sciamanica". Dal 1978 iscritta all'Ordine dei Giornalisti, come pubblicista, ho collaborato con la RAI Regionale del Veneto...

16 settembre 2011 alle ore 14:55

Carola

Intro: ecco il racconto di nuovo completo:
http://www.enricopantalone.com/files/Carola_2_.doc.pdf
grazie ad Enrico e buona lettura!

Il racconto

S. PIETRO DI CASTELLO: Marzo 965 Gli abitanti di San Pietro in Castello non avevano bisogno del canto del gallo per svegliarsi: alle prime luci dell'alba il notaio intonava il suo "mattutino". Era un uomo burbero, di sani principi, trovava sempre qualche cosa per cui rimproverare il giovane presbitero che gli faceva da segretario e talvolta, nelle mattine d'estate, quando tutte le finestre erano aperte, si sentiva anche la vocetta di quest'ultimo esporre ragioni che nessuno capiva. Allora tutti dicevano che non sarebbe mai diventato un notaio, perché non aveva abbastanza voce.Quel mattino le litanie erano iniziate particolarmente presto ed avevano rapidamente varcato la barriera delle imposte e degli usci chiusi, per diffondersi nella caligine azzurrata d'un marzo particolarmente rigido. Il motivo di tanto scontento era la presenza di un nuovo scriba che, a detta del padrone, lavorava malissimo.– Gli scrivani devono essere ignoranti – tuonava la voce baritonale – non possiamo certo rischiare che divulghi i fatti della gente ai quattro venti! –Il presbitero invece univa ad un innato orrore per la gente rozza, la convinzione che copiare segni sconosciuti fosse una fonte certa d'errori d'ogni tipo e citava San Benedetto: "Claustrum sine armario est quasi castrum sine armamentario", anzi, avrebbe ardentemente voluto farlo, ma la parola "claustrum", da sola, provocava un travaso di bile nel suo interlocutore: – Questo non è un convento! – strillava a pieni polmoni – Credi che non sarei più felice anch'io di miniare bei codici, invece di stendere questi maledettissimi contratti per gentaglia litigiosa? Ma vivo di questo, purtroppo! È la mia croce, che sopporto con serena fermezza! Il contratto ed il testamento richiedono buone lettere posate, chiare a tutti, non graffiate in qualche modo da un intellettuale distratto! Guarda, guarda il lavoro del "tuo" Basilio... –A dire il vero l'apprendista in questione dipendeva dal notaio, ma diventava proprietà personale del segretario ogni volta che faceva qualche malefatta. – Sembrano appunti su tavolette di cera, non scritti su pergamena! Queste lettere sono... sono anitre spaventate! –A questa similitudine Nicolò, che da un pezzo se ne stava immobile sulla porta, scoppiò in una franca risata, palesando la sua presenza.I due uomini considerarono con stupita attenzione la sua figura alta e magra ed i capelli lisci e corvini, poi il notaio chiese con aria critica: – Tu sai scrivere? –– Solo in greco. – rispose compunto Nicolò, provocando una nuova crisi nel suo collerico interlocutore.– A che cosa pensi che serva qui il "tuo" greco? – iniziò, ma fu presto interrotto dal segretario, che tirandolo per la manica, gli fece notare che non si trattava affatto d'un nuovo apprendista, ma di un cliente: il figlio di Caloianne.– Il suo bastardo, per l'esattezza. – replicò con impietosa fermezza Nicolò.A questo termine il notaio si calmò di colpo, come se avesse inteso, al contrario, un titolo onorifico dei più rari e s'inchinò con umiltà eccessiva al nuovo venuto: – Permettimi di correggere il tuo errore! – disse con grande deferenza – Le nozze di tuo padre con la nobile greca tua madre erano perfettamente legittime e solo perché la tua povera genitrice è morta nel darti alla luce, tuo padre ha deciso, col cuore straziato, di prendere di nuovo moglie. –Teneva molto a questa versione dei fatti, perché l'aveva inventata egli stesso, anche se preferiva usare la formula notarile "completata e corroborata".Vent'anni prima, quando Caloianne era tornato a Venezia con questo figlio naturale a cui, inspiegabilmente, teneva tanto più degli altri, aveva pensato, come tutti, che fosse proprio una sciocchezza portare quella piccola vipera nel nido dei biondi, quieti figli della bella Sërinde, ma, contrariamente al resto della città, era del parere che l'unica che avesse un debole diritto di protesta fosse appunto Sërinde, che invece aveva accolto il bimbo a braccia aperte.Dunque s'era inventato questa storia decente per ammantare il tutto d'una certa ortodossia, scrivendo di suo pugno un contratto nuziale risalente più o meno alla data del concepimento. Aveva la coscienza pulita, perché era convinto che la piccola bugia non avesse danneggiato nessuno ed ora non capiva proprio che cos'avesse la gente da chiacchierare tanto.Nicolò era un uomo ormai e gli stava davanti, indomito e fiero com'era stato suo padre, sempre attivo e sempre in lotta contro qualcuno, ma con una componente di sofisticata furbizia che Caloianne, certo, non aveva.Doveva essere il sangue greco.In ogni caso non era certo un uomo da inimicarsi a cuor leggero.– Mio padre – replicò duro il ragazzo – ha saputo della morte di mia madre quando io avevo sei anni e decise allora di portarmi qui con se'. Ma a quel tempo era già sposato con Sërinde, che gli aveva generato la piccola Carola. –Che cosa voleva da lui quel giovane pazzo? Gettare lo scandalo sul genitore che lo aveva adorato e che era morto da prode in uno scontro coi Saraceni/Normentani?Nonostante si fosse imposto la calma, il notaio ebbe un moto di disappunto: – Niente affatto! – esclamò con calore – Tuo padre ha deciso di portarti con se' quando hai avuto l'età d'intraprendere il viaggio... ma la notizia del lutto gli era pervenuta prima, molto prima... lo so bene, perché... sono stato io a leggergli la lettera... –Negli occhi neri di Nicolò sfavillò una scintilla di ridente malizia: – Leggi il greco, notaio? –L'altro si confuse ed il segretario, fino allora muto e spaurito, intervenne pronto: – Veramente è stato il sacerdote che aveva assistito la tua povera madre a darcene notizia... tra sacerdoti, come sai, si usa sempre il latino! –Notaio e segretario erano infatti sacerdoti.Nicolò mirò per un attimo le loro lunghe vesti nere con cuore gonfio di obiezioni, ma preferì sorridere amaramente, mentre osservava: – Non a me, ma ai miei fratelli dovreste dire queste cose! –Il notaio sorrise, sinceramente sollevato.Il giovane non aveva perso dunque il rispetto per suo padre, ma era stato accusato dai fratelli di secondo letto... questo era tanto più naturale! E provava inoltre l'eccellenza del suo ministero! – Io posso provarti tutto ciò che ho detto! – esclamò trionfante e non mancò d'aggiungere, rivolto al segretario: – Vedi a che serve una scrittura posata e ben fatta! "Hæc cartula in perpetuum permaneat"! –La sua voce s'era fatta solenne ed il segretario approvò commosso, ma Nicolò scosse la testa: – Grazie – rispose educatamente – non occorre! Non è per questo che sono qui. – e davanti allo sguardo allibito dei due uomini s'affrettò ad aggiungere: – Non mi interessa dimostrare più niente ai miei fratelli... io parto. Ho intenzione di tornare nella mia terra d'origine e di prendervi moglie. – Sottolineò con straordinaria enfasi quest'affermazione, come se qualcuno avesse affermato la sua incapacità di consumar matrimonio.I due sacerdoti si scambiarono un'occhiata perplessa: le chiacchiere che circolavano erano esattamente volte in senso opposto: e d'altra parte assomigliava a suo padre... ma queste considerazioni furono fugate dall'incalzare del discorso di Nicolò: – Prima di partire, tuttavia, intendo trasmettere a Carola tutti i beni ereditati. –Fu proprio un fulmine a ciel sereno, tanto più improbabile in quanto fuori, traslucida e perlata, si levava la tenue aurora di marzo, preludio ad una giornata forse un po' uggiosa, ma certo non di temporali. Evidentemente il giovane greco covava una tempesta cupa dentro di se' e ne aveva portato i foschi umori nella povera stanza.– Signore – belò paziente il segretario – non è possibile che una donna sia l'intestataria di tanti beni... se solo la dolce Carola ci accordasse la grazia di sposarsi... –A quest'ipotesi Nicolò trasalì, impallidendo, come se gli fosse stato proposto un sacrilegio – Mia sorella intende farsi monaca! – esclamò vivamente – Solo la necessità di provvedere ai suoi fratelli minori la tiene ancora legata a questo mondo... e d'altra parte era il motivo per cui io stesso rimandavo la partenza, questo – sottolineò di nuovo – dovere e nient'altro! D'altra parte ho capito che i fratelli di Carola non mi amano. Chissà... forse è naturale per loro considerarmi un estraneo... ma io non reggo più la convivenza, voglio partire... e non mi fido assolutamente di loro. Essi spoglierebbero Carola ed anche la piccola Cecilia... no, no, dovete dare tutto in mano a lei. È il vostro mestiere, no? Siete pagati per questo! Ci deve essere un modo... – nel dire queste ultime parole la voce gli si incrinò appena, come se fosse sul punto di piangere, nonostante la sicurezza ostentata fino allora.Per la seconda volta il segretario intervenne: – Forse un modo c'è! – suggerì con un sorriso amichevole, attirato da quella sofferenza nascosta e sopportata fermamente – Chiedi a tua sorella in quale convento desidera prendere il velo e fai una donazione dei tuoi beni ad esso. Certificheremo, in cambio, l'impegno di provvedere ai tuoi fratelli in tutte le loro necessità e di dare una dote conveniente alla piccola Cecilia. –Nicolò non era soddisfatto, ma parve placato da quest'ipotesi: – Pensate bene – disse – forse questa può essere la strada, ma dovete percorrerla fino in fondo. Carola dev'essere la padrona assoluta della casa, finché dovrà restarvi... –Il notaio s'illuminò d'un tratto: – Non hai forse una zia materna nel convento di Santa Cecilia, a S. Cassiano*? – chiese ispirato.Il fatto che il giovane non ne sapesse nulla non lo turbò affatto. Era anche fin troppo evidente che una sorella della seconda moglie di suo padre non aveva un legame di sangue con lui e certamente aveva preso il velo prima che Nicolò arrivasse in città, ma egli sapeva bene di che cosa stesse parlando: – Non è certo per caso, – insisté – che la vostra matrigna ha deciso di chiamare Cecilia l'ultima nata... ora una donazione come quella che tu sei disposto ad elargire, farà salire di molto la fama della virtù di questa vostra parente... –Ora il ragazzo sorrise, sereno: – Benissimo – concluse – dono ogni mio avere al convento di S. Cecilia a patto che la sorella di Sërinde sia subito nominata badessa! –I due sacerdoti impallidirono.– Figliolo – intervenne pronto il notaio – questo è peccato grave di simonia... nessuno a nessun prezzo può imporre ad un convento la scelta d'una badessa! –Gli occhi neri di Nicolò tornarono ad esprimere i più foschi sentimenti ed invano il segretario s'affannava a spiegare, con la sua vocetta fessa, decisamente inadatta ad un vero notaio, come una madre badessa dovesse esser dotata di virtù di natura esclusivamente spirituale, quando il notaio, con la sicurezza abituale, prese nuovamente la parola: – Virtù che certamente non mancano alla monaca in questione! – esclamò.A queste parole il segretario tacque confuso e restò in attesa, mentre il notaio, con voce al tempo stesso autoritaria e suadente, spiegava a Nicolò: – Una richiesta come quella che tu hai espresso non si può riferire in nessun modo, ma di solito, dopo un lascito di questo genere, la scelta cade del tutto spontanea sulla parente del donatore, che essendosi mostrata utile strumento della Provvidenza Divina, è certamente la persona più adatta al grande compito di formare le giovani novizie. D'altra parte, se ciò non dovesse accadere, sono personalmente molto amico del confessore di quelle buone monache e da uomo a uomo, anzi, da sacerdote a sacerdote, gli chiederò di far rifulgere le virtù che certamente tua zia possiede, in modo che le consorelle non possano non notarla. –Finalmente il volto magro di Nicolò s'illuminò d'un pallido sorriso: – Ho fatto bene a parlarne a voi! – osservò, finalmente soddisfatto e lasciò loro un sacchetto di monete d'oro, a puro titolo d'anticipo, promettendo di tornare presto.Uscì correndo come se fosse inseguito, balzò felino nella barca legata sotto alla casa del notaio, mollò la cima e, senza prendersi il disturbo di sollevare il remo che giaceva sul fondo, cominciò dar poderose spinte a pali, barche ferme, sporgenze della riva, tutto ciò che aveva l'avventura di costeggiare il canale, facendo scivolare velocemente l'imbarcazione verso l'uscita. Fin da piccolo, nella sua infanzia passata tutta sul mare, suo padre gli aveva insegnato a sfogare nel moto fisico i cattivi umori, che di tanto in tanto gli opprimevano il petto, cupi come i suoi capelli corvini. Forse qualche cosa del colore dei capelli penetra nello strato più superficiale della mente, perché Sërinde e Carola, al contrario, erano bionde e quiete!Uscendo dal canale la barca arrestò un poco la sua corsa e Nicolò fu costretto a porre il remo in acqua. Il suo sguardo percorse tutt'intorno quel paesaggio grigio di primavera in ritardo, in cui persino il verde tenero dell'erba nuova e delle prime gemme acquistava una nota argentata ed incolore, come se gli alberi non avessero un'esistenza propria, ma sorgessero dall'acqua, insieme alla nebbia. Cielo e mare erano bianchi, d'un chiarore appena ombreggiato da una nota di grigio... o forse di celeste. L'unica cosa che distingueva il cielo dall'acqua era il riflesso mobile del sole che s'affacciava a tratti dalla foschia; anche il sole era bianco ed i suoi riflessi sembravano argento liquido che avvampasse come un improvviso incendio sull'acqua, ma senza alcun calore.Nicolò trasse un profondo sospiro: non aveva mai pensato d'amare quella terra fredda ed ostile ed era stato felice ogni volta che s'era messo in viaggio, ma ora l'idea di partire per sempre toglieva alla terra greca tutto il suo fascino. Ecco, aveva l'impressione netta che la sua anima fosse ancorata a quelle isole per qualche arcano incantesimo e che non si sarebbe mai allontanato sul serio. O almeno non del tutto.I suoi ricordi, per esempio, arrivavano fino al giorno in cui era arrivato dal mare, con suo padre e non riuscivano a spingersi più lontano, nemmeno di un giorno.Nessuna immagine di sua madre o della sua prima casa era rimasta ferma nella sua memoria, come se la vita fosse iniziata soltanto allora...**********San Marco, 7 settembre 956 Man mano che la nave abbandonava le acque azzurre del mare per addentrarsi in quelle verdi della laguna la sicurezza lieta di suo padre pareva scomparire, come nebbia al sole. Paragone quanto mai inadatto poiché la nebbia, al contrario, andava aumentando ed il cielo, da azzurro, s'era fatto d'un celestino pallido e lattiginoso: le isole, gialle per l'autunno imminente, affioravano immobili e mute come fantasmi e scivolavano lentamente accanto al dromone che procedeva inesorabile verso il porto sconosciuto.Nicolò spiava ogni cosa con grande attenzione, per scoprirvi la causa del malumore che aveva lentamente trasformato l'uomo allegro e vigoroso con cui era partito in un essere muto e torvo. Ma per quanto effettivamente l'atmosfera fosse plumbea e nebbiosa, non gli pareva proprio che valesse la pena di soffrire così. Di nuovo tirò suo padre per una manica e s'offrì di cantare qualche cosa, accompagnandosi col salterio d'argento che aveva ereditato da sua madre: uno strumento di squisita fattura che egli, per quanto ancora bambino, sapeva suonare egregiamente, ma ottenne solo un cortese, ma fermo rifiuto.Era cominciato tutto quel mattino, quando il capitano, distrattamente, aveva detto: – Caloianne! – tua moglie lo sa che torni con un figlio? –Per tutta risposta suo padre l'aveva stretto a se' dicendo: – Il mio piccolo cucciolo! Non sa neppure che cosa sia una moglie! –Egli se n'era giustamente risentito: – Se permetti, padre, – aveva risposto rispettoso, ma sicuro – so benissimo che una moglie è una donna! –I due uomini erano scoppiati a ridere ed il capitano aveva aggiunto: – Senti, Caloianne? Tuo figlio ne sa più di te! –Ripensandoci, il malumore di suo padre risaliva certamente a quel momento. Forse la sua risposta l'aveva mortificato. Probabilmente avrebbe avuto piacere di spiegargli di persona che cosa fosse una donna... già, anche in mare ci teneva tanto a saperne più di lui su tutto. Tuttavia, l'incidente pareva sproporzionato all'effetto.Avrebbe potuto, adesso, spiegargli qualche cosa di quella strana città, che sorgeva piano dall'acqua, con case di legno ferme sul mare come grandi barche e rive di paglia con le reti stese ad asciugare, invece di starsene isolato sul ponte in silenzio. Fu un marinaio ad avvicinarsi a lui: – Quella in bianco – disse indicando una donna velata che attendeva, insieme alle altre, sulla riva – È Sërinde, la moglie di tuo padre. –Nicolò sentì il cuore che batteva forte nel petto, mentre guardava – Ma veramente – osservò – le donne sono due! –Il marinaio rise forte: – Donna... quella marmocchia! Ne deve mangiare, di farinata, per diventare una donna! –Pensò che l'uomo avesse torto: le due figure sulla riva si differenziavano soltanto per la misura. La piccola aveva lo stesso atteggiamento, la stessa espressione, lo stesso mantello di lana drappeggiato morbidamente attorno al volto, come se fosse intessuto di nebbia... Quando si avvicinarono si perse in quegli occhi color dell'acqua, che non aveva mai visto prima e dimenticò completamente i malumori di suo padre e tutto quello che, fino ad un attimo prima, costituiva tutto il suo mondo.**********Da allora sempre, tornando, aveva ritrovato Carola ad aspettarlo, ferma sulla riva di paglia, ammantata d'azzurro o di verde, pallida, silenziosa ed immobile come se fosse sorta un attimo prima dal mare. I suoi grandi occhi rotondi avevano lo stesso colore dell'acqua. Ricordava il giorno in cui l'aveva vista con la piccola Cecilia, che non le somigliava affatto, perché, unica tra i figli che Sërinde aveva partorito, era bruna come suo padre. Eppure da lontano l'immagine era identica a quella del primo giorno e gli aveva dato l'impressione esatta dell'eterno fluire del tempo... quello che i preti chiamavano eternità.Effettivamente c'era qualche cosa di atemporale, se non proprio d'eterno, in quel continuo andare e venire per mare che, dalla morte di suo padre, aveva scandito i suoi giorni e non avrebbe mai pensato di cambiare la propria esistenza, fino ad allora.O meglio, volendo essere precisi, fino alla notte che era appena trascorsa... Aveva già consumato diverse candele, nel tentativo di riordinare i conti di casa, senza riuscirvi. Non che sospettasse di qualcuno tra i suoi fratelli, che erano tutti bravi ragazzi, ma li sapeva infantili e disordinati e poi tutta l'amministrazione in patria, per quanto gli seccasse doverlo ammettere, mancava di quel rigore che caratterizzava il mercato greco. Già, già, non gli sarebbe piaciuto vivere sotto il governo di una donna e sapeva che Niceforo Foca, a dispetto del gran valore dimostrato in battaglia, era una creatura dell’imperatrice Teofano, bellissima, intrigante e corrotta... ma per ciò che riguardava le finanze si aveva una chiarezza che qui mancava.Il sale, in pratica, non era ancora stato pagato. Chi aveva dato in pegno un gioiello di famiglia, chi un terreno arabile lontano, che era completamente impossibile mettere a frutto... in quel momento sentì una barca "attraccare" nella riva di casa. Non si scompose: Bastiano era un uomo fatto ed aveva tutto il diritto di passare la serata con chi volesse, tuttavia, poiché il fratello invece di ritirarsi in camera lo raggiunse, certamente invitato dalla luce fioca della candela, lo apostrofò con quella durezza che le vicende degli ultimi anni gli avevano reso abituale: – È ora di finirla, Bastiano, – esordì – non puoi accettare qualsiasi cosa in cambio del sale, perché ci sono beni di cui non possiamo pretendere l'usufrutto senza cadere in peccato grave! E non esagerare mai col grano, perché con l'umido dei nostri magazzini si deteriora facilmente, mentre se tu mi procuri delle pelli io posso tranquillamente rivenderle... – si interruppe sconcertato dal silenzio del fratello, che di solito lo interrompeva sempre. Alzò gli occhi sulla figura che si era seduta di fronte a lui, sullo sgabello che fronteggiava il tavolo e quasi non lo riconobbe, tanto era pallido e tirato: – Che succede? – chiese preoccupato.– Ursiola è gravida! – rispose torvo; egli realizzò che la ragazza in questione fosse la sua amante, ma non riuscì a capire bene chi fosse e si trovò a domandare: – Quale Ursiola? – Non poteva sortire effetto peggiore: suo fratello lo guardò esasperato: – In che mondo vivi? – inveì – Faccio l'amore con lei da più di un anno e suo padre, Filippo... –Ora Nicolò ricordava: una famiglia prosperosa e tranquilla, che abitava una bella dimora in mattoni cotti e candida pietra d’Istria, un po' lontana dall'acqua e pagava loro un diritto di transito per il rivo che scorreva sotto casa. In compenso avevano una bella vigna e magazzini asciutti dove spesso avevano conservato delle partite di grano anche per loro. I ragazzi erano cresciuti insieme ai suoi fratelli e non ricordava che Ursiola fosse andata sposa a nessuno, quindi non riusciva proprio a comprendere il problema: – Se la ragazza ti piace prendila in moglie. – propose allegramente – Carola e Cecilia saranno certo contente d'avere un'altra donna in casa. –Bastiano non pareva pensare in questo modo, perché lo guardò con un odio sincero: – Prendila! – ripeté ironicamente – Oh, sei generoso davvero! Credi che non ci abbia pensato anch'io? Credi che mi diverta a vederla di nascosto come un ladro? Ma non me la danno! –Questo fatto suscitò in Nicolò una certa meraviglia: – Davvero non mi spiego perché! – commentò con sincero stupore – Se vuoi parlerò io stesso con Filippo... –Ora l'odio che accendeva gli occhi di suo fratello non aveva più limiti: – Gli parlerai tu! – ripeté canzonatorio – Oh, povero innocente! Davvero non sai spiegarti perché non ci vogliono come parenti? E già, può essere! Tu non ti fermi abbastanza a lungo, perché le chiacchiere dei vicini possano ferirti! Tu fai i tuoi comodi e poi te ne vai! –Nicolò non era abituato a quel tono e per un attimo considerò attentamente la possibilità di chiudere la conversazione assestando un bel pugno sul naso di suo fratello, ma un senso di compassione per le sue  inspiegabili sfortune amorose lo trattenne, tanto che si limitò a rispondere: – Non capisco proprio a che cosa tu ti riferisca. –– Davvero? – lo rimproverò furente Bastiano – Credi forse di andar per mare con degli sconosciuti, credi forse che le tue avventure con le più belle donne greche non facciano il giro di tutta la città? –Al colmo dello stupore, Nicolò pensò che suo fratello fosse impazzito: – Non c'è nessuna legge, credo – osservò – che proibisca ad un marinaio, dopo mesi di mare... –Un riso convulso lo interruppe – No, no, la legge non lo proibisce, anzi, non conosco governo che non ci ricavi il proprio guadagno. I porti son pieni di donne facili! Ma gli altri, prima o poi, sposano anche una donna delle nostre o, se non possono fare a meno della schiava, ne comprano una e la portano a casa. Perché non è successo anche a te, fratello? Per quale strana magia, tornando a casa, diventi casto come un eremita? Il clima umido raffredda il tuo sangue greco? –Francamente Nicolò non s'era mai posto quel problema, ma visto che Bastiano ne parlava per primo, attribuendovi tanta importanza, rispose allegramente – Credo che sia perché qui sono in famiglia! –Si accorse subito d'aver dato la risposta sbagliata, ma non ne realizzò il motivo, finché Bastiano non sibilò: – Si certo, in famiglia! Come il buon Marcello! –Ricordò allora una vicenda che aveva fatto scalpore qualche anno prima: era la storia di due fratelli, Marcello e Nezia. Carola era molta amica della ragazza ed aveva pianto un fiume di lacrime alla sua morte, ma egli neppure allora era riuscito a capire chi fossero. Comunque correva voce che i due ragazzi fossero amanti e poiché Nezia era promessa sposa ad un uomo molto facoltoso, questi aveva minacciato un grande scandalo. Allora Marcello, per risparmiare questa vergogna a sua sorella, s'era fatto monaco, rinchiudendosi per sempre in un convento. Il suo sacrificio era veramente servito a poca cosa. Il matrimonio era stato celebrato con grande sfarzo, ma subito dopo la sposina era caduta ammalata e nessun medico era riuscita a salvarla. Aveva ancora nelle orecchie i singhiozzi di Carola: "Quelle chiacchiere l'hanno uccisa!" gridava disperata "Povera piccola Nezia! Immaginarla capace d'una cosa così mostruosa!"Possibile che quelle stesse chiacchiere corressero su di loro?Per la prima volta in tutta la sua vita, Nicolò non sapeva che cosa rispondere. Non pensava a se stesso e non gli importava nulla che suo fratello sposasse quella sciocca Ursiola, ma era sconvolto all'idea che qualcuno potesse pensare a Carola senza venerazione e stima. Già il fatto di parlar male di lei era inconcepibile, ma addirittura pensare che Nicolò fosse colpevole d'un peccato così ripugnante... – Tra me e Carola non c'è niente. – rispose alla fine, con un tono da vinto che gli fece male al cuore.Bastiano ebbe un ghigno cattivo, mentre rispondeva: – Lo credo bene! Non ti perdo d'occhio un solo momento quando sei a casa e se esco Cecili

Commenti
  • Federica Garofalo I libri di Mary Falco hanno tutti questo particolare connotato: quella dolcezza un po' amara, quell'atmosfera da tramonto d'autunno che pare salire direttamente dalle acque dei canali Veneziani. Così "Volare", "Adrion cerca Nezia" e "Spirito di Lucerna". Tre storie, o meglio tre parti della stessa storia, quella di un amore che sembra non dover finire mai e non potersi mai realizzare.

    16 settembre 2011 alle ore 15:03


  • Enrico Franco Pantalone Grazie a Te cara Aurora per l'onore ! Enrico

    20 febbraio alle ore 20:31


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