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Autore

Aurora Prestini

in archivio dal 16 set 2011

18 aprile 1953, Milano - Italia

segni particolari:
Callo della scrivana

mi descrivo così:
Sono nata a Milano il 18 aprile 1953. Dopo la Maturità classica nel 1972,  laurea in Filosofia nel 1984 con una tesi su "L'estasi sciamanica". Dal 1978 iscritta all'Ordine dei Giornalisti, come pubblicista, ho collaborato con la RAI Regionale del Veneto...

17 settembre 2011 alle ore 13:59

I dubbi di Pietro

Intro: è l'inizio di:
http://www.libreriauniversitaria.it/spirito-lucerna-prestini-aurora-altromondo/libro/9788862815635

 

Il racconto

I DUBBI DI PIETROLa luce purissima del crepuscolo ormai azzurro cupo annunciava inequivocabilmente la notte e Gerard l’aveva già avvertito due volte che ai forni tutto andava bene.Che i forni funzionassero Pietro lo sapeva perfettamente, anche a distanza, addormentato nel suo letto, si sarebbe svegliato all’improvviso se alla fornace qualche cosa fosse andato fuori posto, il fuoco dei forni, il lento gonfiarsi della pasta vitrea erano parte integrante del suo respiro.Quello che Gerard cercava di fargli capire, con infinita discrezione però, era che si faceva tardi.Già. Il Duca, che pure adorava il suo maestro vetraio, non aveva mai accettato completamente quella sua abitudine tutta italiana d’abitare per conto proprio in una minuscola abitazione con porte, balconi e finestre, invece d’accettare la convivenza al castello. Così, non potendo rifiutare l’unico favore che il fedele servitore gli aveva chiesto, cercava almeno di limitare al massimo i disagi, o meglio i cambiamenti, che il suo vivere isolato imponeva al castello. La sera dunque avevano una certa fretta di farlo tornare a casa per potersi chiudere all’interno delle mura ed al mattino, naturalmente, non gli aprivano prima dell’alba.A Pietro quelle precauzioni facevano ridere, come se un malintenzionato, volendo, non avesse potuto benissimo introdursi nel castello durante il giorno con un inganno qualsiasi. In definitiva questa piccola mania del Duca, che per il resto aveva un cuore nobile e generoso, gli lasciava molto tempo libero, soprattutto d’inverno. E per un padre di tre figli... uno come lui, con la fissazione dei bei mobili fatti con cura esatta di ogni particolare, il gusto della buona cucina alimentato da un orto stipato di frutti in ogni stagione, il tempo da passare in famiglia non era mai abbastanza. L’unico dispiacere, certo, era staccarsi dagli adorati forni proprio adesso che era considerato maestro a tutti gli effetti.Maestro.Non riusciva ad attraversare il cortile quadrato del castello senza ripensare al momento magico in cui era accaduto. La sua sorte, fino allora incerta, era maturata all’improvviso, in pochi istanti. A Venezia non era mai riuscito ad ottenere la qualifica che il suo lavoro meritava ed in Francia aveva addirittura dovuto accontentarsi di fare il manovale. Durante il viaggio che l’aveva condotto fin là, comunque, aveva visto tanti orrori e vissuto tante umiliazioni che aveva finito per ritenersi ben soddisfatto d’aver trovato un posto sicuro e privo di responsabilità. Stava caricando un peso dopo l’altro sulle larghe spalle quando gli passò davanti agli occhi una specie di lampadario destinato evidentemente al castello: aveva cinque portacandele di vetro opaco, d’un rosso cupo che pareva escogitato apposta per intorbidare la luce naturale della fiamma, pensò che al mondo c’era gente che si manteneva con un lavoro così mediocre e riarse di sdegno.Dopo tutto era all’estero e nessuno capiva la sua lingua... sfogò il suo malumore con una parolaccia ed aggiunse: «Hanno davvero un bel coraggio a consegnare questa robaccia!»Proprio in quell’istante, all’improvviso, fu raggiunto dalla punta d’un frustino, mentre la Duchessina, nell’italiano perfetto delle gentildonne colte, replicava: «Fin da piccola ho imparato che non è lecito criticare un lavoro se non si è in grado di farlo meglio... penso che a maggior ragione questo debba valere per un servo!» Parlava severamente dall’alto del suo cavallo scuro, Pietro rimase senza fiato.Nei tre mesi passati lavorando alla costruzione della grande mole quadrata destinata a nuova residenza, non aveva mai visto la Duchessina a piedi, né l’aveva udita pronunciare una parola, ad eccezione degli ordini brevi e decisi che impartiva ai cani ed ai cavalli... invece quell’amazzone intendeva e parlava un italiano perfetto che egli stesso aveva appreso soltanto frequentando le case patrizie e non avrebbe saputo pronunciare con altrettanta naturalezza.Fu un momento. Subito si riprese, rispondendo: «Mi permetta di confessare, Signora, che a Venezia ero maestro vetraio!»Una piccola esagerazione che in seguito giustificò a se stesso con la scusa dello stupore.La bella Marguerite scoppiò in una risata argentina e senza degnarlo d’una replica qualsiasi spronò il cavallo per raccontare a tutti la divertente novità: suo padre impiegava un maestro vetraio veneziano come manovale.Il Duca avrebbe tollerato qualsiasi cosa, soprattutto da parte della figlia prediletta, ma non un appunto alla propria amministrazione, che l’esperienza dimostrava piuttosto efficiente. Così volle subito rimediare alla trascuratezza iniziale, dovuta anche all’ostinato silenzio dell’Italiano o Veneziano che fosse, mettendogli a disposizione quanto di meglio offriva il mercato francese per la sua arte... il che parve un po’ poco a Pietro abituato al libero mercato della sua Patria ed alla collaborazione di alchimisti di prim’ordine.Presto però dovette accorgersi che, in compenso, la concorrenza era nulla ed il suo lavoro da esule, accurato, onesto, ma non sempre artisticamente valido, era super valutato.Sua moglie fu subito esentata dal filò collettivo, segno di riguardo che Luciène non gli aveva mai perdonato, poiché detestava rimanere a casa da sola. Ah, Luciène! Carattere strano, un modo del tutto diverso d’essere moglie che eclissava i suoi ricordi italiani. Dopo dieci anni l’adorava ancora come il primo giorno, tanto che pensando a lei con improvviso desiderio, quasi non vide che alle mura del castello, poco prima del ponte levatoio, era affisso un manifesto della Serenissima. Lo riconobbe dal leone, perché era lentissimo a leggere, né si sarebbe comunque fermato per guardar meglio.Gli avevano fatto capire che era in ritardo e poi... detestava Venezia. Ed ancor più detestava Murano, l’isola meschina e sorda in cui per vent’anni aveva dovuto lavorare sotto maestri che non sapevano niente di niente.Erano nati là.Bel merito davvero essere indigeni.Pensavano forse che fosse un titolo nobiliare? Gente che viveva di pesce salato anche da ricca: i più alti gli arrivavano alla spalla. E le loro belle mogli patrizie... e già la Serenissima permetteva ai ricchi vetrai di sposare fanciulle di grandi casate, che costrette a dimorar nell’isola si facevano inquiete ed avvizzivano presto sotto il peso dei gioielli e dei tessuti preziosi ostentati. Pietro poteva affermare che erano quasi tutte innamorate dei suoi occhi turchini. Ad onor del vero bisogna dire che erano dei begli occhi. Tanto era notte e questo pensiero superbo restava nascosto. Anche qui in Normandia, dove i biondi abbondavano, erano gente di pelo chiaro, con gli occhi appena celesti. Meravigliosi in una donna, Luciène, per esempio, non perché fosse sua moglie era praticamente perfetta. Però ogni volta che gli partoriva un figlio si svegliava in lui un po’ d’orgoglio di razza faticosamente sopito e si scopriva a cercare nel bambino qualche cosa che ricordasse il suo stampo. I suoi capelli neri, neanche adesso s’erano imbiancati, le sue spalle larghe, il colore strano e cupo dei suoi occhi erano per lui una specie di segreta eredità di sangue che avrebbe voluto con tutta l’anima trasmettere almeno ad uno dei suoi figli. Non che gli dispiacesse notare che invece erano ritratti vivi di Luciène, anzi lo trovava giusto sapendo bene quanta sofferenza un figlio costi a sua madre, però a volte gli capitava di pensare che la vita stava scorrendo via da lui senza lasciare traccia a questo mondo, dove aveva tanto faticato e sofferto.Certo era un pensiero sciocco, credeva fermamente alla risurrezione dei morti, come cantava ogni domenica in chiesa nel latino che gli ricordava un po’ la lingua materna, però a volte avrebbe voluto qualche cosa... oh, molto, molto meno della vita eterna. Poter dire, anche solo d’un calice di vetro opaco, questo è mio e decidere liberamente di lasciarlo ad un nipote che gli assomigliasse, che un domani potesse ricordare... che sciocchezza.Ricordare che cosa? A chi?Certo era molto infantile, da parte sua, indugiare in questi pensieri.Forse non si sarebbe sentito così se avesse avuto una bottega propria. Molto meno della fornace del castello, però completamente sua, nel bene e nel male, col diritto di passarci una notte intera se il lavoro lo richiedesse e la necessità di pagar di persona un affare sbagliato.Se avesse potuto trasmettere un’eredità del genere ai propri figli non gli sarebbe più importato molto del colore degli occhi.Non a Venezia. La odiava.Luciène gli aveva proposto spesso di tornarci, come tutti gli altri pensava che fosse emigrato per l’impossibilità d’aprire una bottega propria in patria, lui, non veneziano. Le cupe leggi della Serenissima dovevano essere note al mondo intero. Così sua moglie si era premurata d’avvertirlo che adesso, per via della peste che decimava la popolazione, la Repubblica aveva mutato regole ed egli avrebbe potuto realizzare il suo sogno. Mai parlato di sogni a Luciène che evidentemente, fra tante qualità, aveva anche quella di coglierli da sola.«E tu non hai paura della peste?» Aveva obbiettato un po’ stupito all’idea che Luciène fosse disposta ad abbandonare il posto dov’era nata e dove fino a prova contraria vivevano felici.«Sai bene qual è la mia unica paura!» Aveva replicato lei e subito dopo era arrossita vivamente, già era così, in contrasto coi più profondi istinti del suo sesso e con l’amore che indiscutibilmente li univa, Luciène non voleva altri figli. A giustificarla un poco era la sua salute malferma che era peggiorata ad ogni gravidanza. In definitiva gli aveva partorito tre bei maschi sani... però era strano da parte sua non desiderare almeno una figlia.Comunque Pietro non aveva mai con fidato a nessuno quanto gli dispiacesse il fatto che di tre ragazzi neppure uno gli somigliasse. Era come se un sottile diaframma li dividesse nonostante l’affetto, o forse proprio per quello talvolta Pietro pensava che se l’avesse amata meno avrebbe potuto imporsi con maggior fermezza per il suo stesso bene, le avrebbe imposto distrazioni al suo eterno languore, l’avrebbe costretta ad uscire ed a guardar bene la vita in faccia.Ogni cosa è bella, per chi sa vedere... Le notti normanne, per esempio. Non aveva ancora finito di stupirsi tanto erano piene di luce. I sassi bianchi rilucevano sul cammino come gigantesche perle. Gli sarebbe piaciuto prendere Luciène per mano e farle scoprire che in realtà il buio della notte non esiste. Solo una sfumatura più cupa d’azzurro per far sembrare più nitide le stelle, un avvicendarsi di occhi curiosi sgranati fra gli alberi, come grandi frutti gialli... Purtroppo Luciène non aveva nessun interesse per i colori e la notte non l’aveva mai affascinata, neppure quando la sua salute era migliore.Certo ora stava peggio. Forse per questo motivo si era appassionata all’idea di trasferirsi a Venezia, la gente del Nord la credeva una città da favola, rossa e d’oro, niente di strano che Luciène pensasse di riacquistarvi la salute.Purtroppo il motivo della sua fuga non era affatto quello che tutti credevano, neanche la migliore delle mogli può penetrare fino in fondo un segreto del genere. Soprattutto quando il marito continua a raccontare un’altra storia.No, non faceva affatto la fame a Venezia, anche se non aveva una bottega propria. Il suo aiuto era richiesto da molti ed aveva un bel giro di clienti che non si sarebbe mai sognato d’abbandonare... ma aveva ucciso un uomo. I primi tempi si sentiva in colpa nei confronti di Luciène per non averglielo mai confessato, ma non aveva mai imparato il francese abbastanza per poter raccontare una storia come quella.Forse nemmeno nel suo dialetto natio avrebbe mai trovato le parole giuste. L’uomo che aveva ucciso era il marito della sua amante. Si ripeteva spesso, a sua discolpa, che non si era trattato d’un vero e proprio delitto. Certo egli non sapeva tirar di scherma come i gran signori della sua nuova patria che risolvevano le proprie rivalità con prestigiosi duelli, ma proprio per questo era stato coraggioso ad affrontare un uomo così, all’improvviso... e se non fosse intervenuto a tempo quel pazzo avrebbe ucciso anche sua moglie.Una gran bella donna. Forse dal punto di vista estetico migliore di Luciène.Tuttavia col passar degli anni s’andava convincendo che non valeva certo la pena di passare tanti guai per lei. Certo appena successo il fatto l’aveva messo al riparo dai sicari, l’aveva protetto e fatto fuggire, ma adesso ormai aveva capito come tanta cura fosse rivolta più al proprio onore di donna ed al patrimonio da conservare intatto che a lui.Non lo aveva mai raggiunto.Così, per quanto gli fosse costato, non aveva più aperto le sue lettere e non le aveva comunicato il proprio domicilio definitivo. Se solo avesse potuto restituirle il denaro fino all’ultimo centesimo. Non riusciva a perdonarsi d’aver ucciso un uomo per lei, che non aveva avuto neppure il coraggio di condividere la sua sorte. Tutto sommato era contento di non averla più accanto e certamente non valeva quanto Luciène... ma riteneva d’averlo scoperto nel modo peggiore.Per questo non poteva e non voleva tornare a Venezia.Nel buio, per un processo strano della sua memoria allenata a cogliere forme e colori sul nascere, il manifesto bianco gli si parò davanti agli occhi. Vide che era diverso da tutti gli altri. Le parole... erano allineate in modo diverso. Oh maledetta fretta. Non sarebbe caduto il mondo se gli avessero lasciato il tempo di leggerlo. Tornò a casa ripetendosi che non c’era nessun motivo di ritenere il manifesto diverso dagli altri, forse le nuove parole ripetevano vecchie cose e poi, comunque, non poteva tornare a Venezia a nessun patto. Però dato che Luciène dormiva profondamente, mentre a lui l’aria della notte aveva tolto il sonno, cosicché doveva respirar piano per non svegliarla... insomma, non fu certo per via del manifesto che non riuscì a dormire, ma dato che appunto era ancora sveglio e si sa che di notte, se non si dorme, i pensieri si fissano in modo strano, così alle prime luci dell’alba, sveglio per sveglio, tornò ad uscire. Tanto la primavera era avanzata e certamente i signori erano già usciti con i loro cavalli inaugurando il ponte levatoio e non avrebbe dovuto inventare qualche strana scusa per farsi aprire, come accadeva d’inverno. Già che passava tanto valeva che si fermasse finalmente a leggere quel manifesto e convincersi una volta per tutte che non era... oh, sì che lo era: una revoca di bando.Ebbe la precisa sensazione che il cuore gli si fermasse e per un attimo dimenticò che nessuno doveva sapere che i Signori di notte al criminal e al civil l’avevano bandito, che non era né decoroso né prudente far vedere che leggeva ancora con avidità notizie di casa, di quel genere poi... e neppure pensò che la Duchessina, che leggeva meglio di lui, fosse al corrente di quanto veniva annunziato e non del tutto estranea al ritardo con cui il manifesto era stato affisso.Tutte queste considerazioni gli vennero alla mente molto più tardi.Al momento tutte le sue energie erano assorbite dalla difficoltà di lettura, acuita dallo stranissimo linguaggio usato: quei maledetti patrizi veneziani si divertivano certamente a procurare tante difficoltà alla gente come lui.“Calafati, marangoni, operai dell’Arsenale, tessitori di lana e di seta...”Sì anche vetrai di Murano erano autorizzati a rientrare in patria, indipendentemente dal motivo per cui erano stati banditi, purché si presentassero entro sei mesi. Da quando? Faticosamente, con la fronte imperlata di sudore, percorse di nuovo il documento fino al fatidico “21 dicembre”. Non gli restava molto tempo, doveva raggiungere Venezia prima dell’estate. Quest’idea lo fece bruscamente tornare in sé come una doccia gelata: tornare a Venezia? Non ci pensava neppure. Semplicemente trovando scritto “sei mesi” gli era venuto spontaneo guardare la data d’edizione. Chiunque avrebbe fatto lo stesso. Si irritò con se stesso all’idea di provare ancora tanto interesse... ed emozione, forse era rabbia, perché d’affetto per quella città non ne aveva mai nutrito. Forse stava provando un po’ di gioia all’idea che la sua vecchia e superba nemica fosse in ginocchio. Certamente era così, perché non averci pensato prima? Non era amore, né nostalgia, che lo spingeva ad interessarsi, nonostante tutto, della sua vecchia patria. No, era un bel sentimento di vendetta pieno e virile. Forse non cristiano. Considerando però il fatto che la sua vendetta si consumava quieta nel suo petto, che non avrebbe mai umiliato la sua vecchia amante mostrandole la nuova, stupenda famiglia che si era fatto e che tornava a Venezia non per nuocere a qualcuno, ma al contrario ad offrire nobilmente il suo braccio per aiutarla a sollevarsi dalla peste... se la miglior vendetta è il perdono, egli, da buon cristiano, avrebbe perdonato. Non era per sé che tornava, ma per fare un regalo a sua moglie.Tornò a casa di corsa e trovandola finalmente desta la baciò.«Perdonami, amore!» Disse sommessa Luciène, ancor più diafana del solito: «Volevo attenderti sveglia...»Così pallida sembrava una statua d’opale, Pietro pensò che bisognava tentare qualsiasi cosa per renderla felice e gli tornò facile annunziarle: «Ho ripensato a Venezia... penso che ti farebbe bene vederla...»Gli occhi color dell’acqua s’accesero: «Potremmo raccontare al Duca che andiamo in pellegrinaggio e che passando dal tuo paese ci fermeremmo dai tuoi parenti... Ci sarà qualche santuario da nominare al posto della Serenissima, in modo da non perdere nulla qui e poter far ritorno se non ti offrono le condizioni adatte ad aprire una bottega!»Nonostante la sua malattia era riuscita ad elaborare un piano perfetto, Pietro ringraziò il Cielo d’avergli dato una moglie tanto provvida.«E così stai pensando di lasciarci!» Affermò solennemente il Duca, accarezzando la bella testa di levriero che stava mitemente appoggiato alle sue ginocchia.Non era esatto, Pietro stava guardando adorante la luce dorata che pioveva dai vetri e pensava che era tutto merito suo se l’antico maniero s’era trasformato in un luogo ameno in cui era dolce vivere. Solo per non fare attendere il suo Signore, che non parlava la sua lingua e non era famoso per la propria pazienza, recitò a memoria la storiella del parente malato che aveva inventato Luciène in mancanza d’un santuario adatto... nonostante i suoi sforzi non era abbastanza devoto per queste astuzie.Purtroppo l’idea d’un pellegrinaggio sarebbe stata molto più adatta a spostare l’intera famiglia. Un parente malato, invece, in un paese afflitto dalla peste... Il Duca fece qualche difficoltà: che bisogno c’era di correre ad assisterlo con moglie e figli? Non aveva pensato ai pericoli? Aveva un affetto speciale, quasi paterno, per la bella Luciène, tanto più delicata e fragile di Marguerite... si mormorava addirittura che fosse per l’appunto il frutto d’un amoretto di gioventù e per quanto non avesse mai potuto riconoscerla non la vedeva volentieri partire per sempre...Inaspettatamente fu proprio Marguerite a risolvere la faccenda, appena informata della decisione di Pietro se ne uscì con una languida ode alla malinconia per la patria lontana, di inequivocabile sapore petrarchesco poiché in questo modo aveva imparato l’Italiano, trangugiando voracemente tutto ciò che avesse un rapporto anche vago col poeta.Il Duca, che non capiva l’Italiano e tanto meno il Petrarca, era solito collegare ogni poesia alle follie d’amore che imperversavano tra i giovani, dunque cominciò a considerare con occhio diverso la selvatichezza della sua vivacissima figlia che mostrava di preferire i cavalli alle danze. Realizzò improvvisamente che era stata Marguerite a scoprire il talento del maestro vetraio sul quale, prima e dopo, erano circolate tante chiacchiere e si trovò d’un tratto convinto che gli occhi turchini ed i capelli neri dell’italiano potessero aver fatto breccia nel cuore della fanciulla, con pregiudizio grave dell’ormai imminente presentazione a corte e relativa legittimazione del contratto di nozze stipulato da anni con una delle più antiche famiglie normanne, anche una donna tre volte più fragile ed a avvenente di Luciène sarebbe passata in secondo piano di fronte a tale legittima ansia paterna.Dopotutto aveva sposato e di sua spontanea volontà per giunta, l’Italiano... suo preciso dovere seguirlo.Quasi a dispetto di tanta apprensione Luciène affrontò il viaggio benissimo, sostenuta da una forza di volontà e da un’energia felice che a Pietro sembrò super umana. Non solo il tratto fluviale l’entusiasmò, ma anche le mulattiere sulle Alpi che percorse ridendo e cantando come una bambina, senza nessuna paura o stanchezza.Il cambiamento di clima le giovò senz’altro, aveva le guance rosse ed i capelli più dorati che mai. Si era fatta bellissima, la grazia dei suoi sedici anni s’era conservata intatta nonostante l’arricchimento di tratti apportato dalla maturità ed una specie di brillante malizia, del tutto nuova in lei, le illuminava di tanto in tanto lo sguardo.Arrivati al paese natale non solo furono accolti da una grande festa, ma trovarono la casa stipata dai bauli che Luciène aveva spedito in segreto ai suoi parenti.Pietro era commosso: «Da quanto tempo preparavi questa fuga?» Chiese stupito.Si sentì rispondere: «Da quando ci siamo sposati, amore mio! Sapevo che bruciavi di malinconia ed ho sempre creduto che prima o poi sarei riuscita a portarti a casa!» Mentre diceva queste parole non era semplicemente bella, sembrava una creatura angelica, una fonte di salvezza.Certamente a Venezia avrebbe riacquistato, insieme alla salute, il gusto della maternità e gli avrebbe regalato un figlio che gli assomigliasse davvero, questa volta.Invece l’arrivo a Venezia fu tutt’altro che felice.Oh i piani di Luciène continuavano a funzionare benissimo, la Serenissima, per quanto malata, spalancò loro le braccia come lei sola sapeva fare, si trovarono alloggiati in un bel palazzetto a Murano, non troppo fastoso per non metterli in imbarazzo ma abbastanza comodo e spazioso perché Luciène finalmente governasse una vera casa. Se gli interni e gli arredi avevano bisogno di ritocchi, e Luciène era felice di mettersi subito al lavoro, il brolo era perfettamente tenuto e fin dalla prima sera poterono goderne gli squisiti frutti.Certo la fornace era un po’ antiquata, ma gli erano stati offerti i mezzi per riadattarla a proprio gusto... e soprattutto era davvero sua.Però appena tornato a Venezia, la prima volta che il sole gli fece brillare davanti agli occhi i caratteristici riflessi sull’acqua, si mosse dentro di lui il ricordo d’un male antico, dimenticato negli anni duri dell’esilio, che tornò ad amareggiarlo con forza del tutto nuova. Una colpa più nascosta del patrizio ucciso, certamente meno grave agli occhi del mondo ma anche più penosa per la memoria. D’un tratto ebbe l’impressione d’essere perseguitato da un’ombra crescente destinata ad estendersi su tutta la sua vita, una debolezza intima e segreta che precedeva tutti gli altri avvenimenti e certo li aveva provocati con la sua diabolica energia.Come aveva potuto dimenticare?Come liberarsene adesso che la salute stessa della sua adorata Luciène l’aveva ricondotto a Venezia, esponendo a quella forza oscura tutta la famiglia?Trovò dunque la forza di confessarsene, adesso non era più difficile come una volta, fin dal primo giorno in cui aveva messo piede sull’isola il parroco era venuto per primo a fargli visita, complimentandosi per la bella famiglia e garantendo personalmente che da un anno ormai non c’erano più casi di peste. Era un uomo piccolo, ben pasciuto, grigio d’occhi e di capelli, che ispirava una serena confidenza. Una persona istruita e preparata... e finalmente uno che capisse il suo dialetto.Era una splendida serata di maggio ed onestamente, per quanto abbia sempre amato il mio lavoro, mi seccava proprio dover passare la notte in fornace, soprattutto considerando il fatto che le cose importanti, in quella bottega, avvenivano al mattino e prevedevo di trovare soltanto qualche lavoretto mal riuscito da aggiustare alla bell’e meglio ed i fuochi da controllare, un garzone di dodici anni avrebbe potuto sostituirmi senza pregiudizio. Inutile dire che a me toccavano sempre i turni più noiosi, Messer Todaro mi odiava perché ero più in gamba di lui. Poi faceva caldo, spirava uno scirocco che avrebbe tolto a chiunque tutta la voglia di lavorare, tanto che la Serenissima vorrebbe i forni spenti durante l’estate, ma io sapevo già che il mio padrone si era fatto rilasciare un permesso speciale per continuare l’attività fino ad agosto, per superare la concorrenza proponeva lavori a condizioni impossibili, sia per quanto riguardava il tempo che i compensi, contando sul fatto che non potevo ritirarmi.Così camminavo imbronciato sulla riva, pensando che se faceva tanto caldo a maggio per metà luglio si poteva morire e tenevo la testa bassa per non guardare il rosso e l’oro del tramonto sull’acqua, quando udii il caratteristico richiamo delle cicogne ...

Commenti
  • Federica Garofalo Quello che mi piace di più, però, è il racconto di quando Lucerna finalmente ricorda tutta la sua storia.

    04 luglio 2014 alle ore 16:19


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