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Autore

Aurora Prestini

in archivio dal 16 set 2011

18 aprile 1953, Milano - Italia

segni particolari:
Callo della scrivana

mi descrivo così:
Sono nata a Milano il 18 aprile 1953. Dopo la Maturità classica nel 1972,  laurea in Filosofia nel 1984 con una tesi su "L'estasi sciamanica". Dal 1978 iscritta all'Ordine dei Giornalisti, come pubblicista, ho collaborato con la RAI Regionale del Veneto...

18 settembre 2011 alle ore 20:59

la storia di Clelia

Intro: prologo di "'Riflessi... una storia scritta sull'acqua' Filippi, 1997

Il racconto

Altino, 452: Equinozio di primavera
Era ancora notte nella villa del magistrato edile: i muri si levavano alti e scuri tutt’attorno, schermando la luce azzurrata dell'aurora, che a poco a poco faceva impallidir le stelle; l'acqua dell'impluvio era nera dentro il quadrato di mosaico policromo, che ora stemperava in silenzio un'infinita gamma di grigi e le colonne di pietra chiara, che sembrava quasi marmo, emergevano piano dall'ombra con un chiarore d'opale. Il rosmarino in fiore, invisibile, bagnato di rugiada, diffondeva nel buio il suo intenso profumo, i tralci di rose selvatiche, che non erano state potate, s'arrampicavano nere e tenaci sui loro sostegni, inarcando le spine aguzze e le piccole foglie nuove contro il cielo, solo le primule riuscivano ad emergere dall'ombra, disegnando una nuvola celeste fra il timo ed il prezzemolo.
Eppure qualcuno era già desto ed in cuor suo s'univa ai gorgheggi delle allodole, mentre, con gesti aggraziati e veloci, si intrecciava i lunghi capelli corvini e li fissava sul capo con gli spilloni d'argento, preparandosi da sola ad uscire.
Si chiamava Clelia ed era l'unica figlia che il magistrato avesse avuto dalla bellissima, ma fragile sposa bizantina conosciuta e perduta nello spazio di pochi anni, al suo primo incarico importante, come funzionario imperiale per la prevenzione agli incendi della provincia di Cipro; era stata riportata in patria ancora in fasce, con le cure attente riservate ad un bene prezioso ed era cresciuta sola nella grande villa d'Altino, affidata alla servitù: riuniva in se' la grazia orientale di sua madre e l'energia tutta romana di suo padre. Apparteneva con ardore a quell'impero che s'era da poco scoperto cristiano e voleva conquistare il mondo e da parte sua intendeva senz'altro consacrarsi a Dio. A differenza di molte fanciulle della sua età, contrastate dalle famiglie in questa vocazione santa, aveva tutto l'appoggio di suo padre, che, perduta l'adorata moglie a pochi giorni dal parto, vedeva nel sesso un vero mostro infernale divoratore di vergini, visione approvata ed incoraggiata dalla Chiesa.
Dunque era solo questione di tempo.
Pochi giorni ormai.
La fanciulla aveva già le abitudini del convento: sapeva a memoria gran parte del Salterio e quasi ogni notte si destava spontaneamente per rendere grazie a Dio. Nel silenzio lo sentiva vivo ed operante accanto a se'.
Quella mattina però non attendeva l'alba, come sempre, pregando da sola nella sua piccola cella: avevano fatto un piccolo voto tra amiche e si trovavano insieme a pregare nel bosco di pioppi e pini marittimi, appena fuori Altino. Dovevano chiedere grazia per una di loro che era stata destinata dai parenti al matrimonio ed invece, naturalmente, voleva restar vergine come le altre.
Clelia aveva raccontato quanto sentiva presente Dio nel silenzio della notte, il predicatore inveiva contro la pigrizia che intorbida l'animo di chi indugia a letto fino a tardi... così era nato tra loro questo voto silvestre, che in realtà aveva un sapore più dionisiaco che cristiano. Naturalmente ne' Clelia ne' le sue undici compagne lo sapevano, perché l'educazione ricevuta le teneva completamente all'oscuro riguardo alle antiche superstizioni pagane.
In un primo tempo avevano pensato addirittura di trovarsi dopo il vespro, per attendere il giorno in preghiera, ma come giustificare di fronte ai parenti un'assenza notturna? Così decisero che ciascuna avrebbe vegliato a casa propria ed il canto delle allodole le avrebbe riunite nella piazza della chiesa, che distava di poco dalle loro dimore.
Ma c'era una cosa che Clelia doveva assolutamente portare a termine prima di trovarsi con le altre.
La bambola.
In realtà, che Dio la perdonasse, non si trattava affatto d'un giocattolo. Bianca, una sua schiava, s'era fatta fabbricare un idolo in onore d'una dea pagana della fecondità di cui Clelia, naturalmente, ignorava il nome. L'infelice era convinta che con quell'assurdo oggetto, una statuetta cava che avrebbe dovuto contenere aromi ed altri elementi magici sacri alla dea, avrebbe trovato più facilmente marito. La sciocca pratica era rigorosamente proibita dalla legge cristiana e Bianca, per quanto fosse giovanissima, era stata trascinata in tribunale senza che neppure il padrone tentasse un gesto per salvarla.
Clelia ricordava ancora, con un brivido di giusto orgoglio, il coraggio con cui lei, bambina, aveva attraversato la folla vociante per prendere le difese della sua schiava: — Una dea! — aveva riso con una punta d'arroganza, stringendosi al seno la statuetta incriminata. — Qualcuno s'è preso gioco di voi, signori. Questa è la mia bambola, mia da quando sono nata. —
Non fu creduta.
Ma era figlia di un magistrato e nella sua piccola bugia riluceva un grande coraggio, che fece vergognare un poco chi aveva accusato Bianca.
Bambola e schiava le furono restituite.
Tenne sempre il giocattolo con se' per non destar sospetti su quell'anima inquieta che dopo pochi giorni si mise di nuovo contro la legge fuggendo con una buona parte delle ricchezze mobili di casa. Pare che certe anime siano predestinate alla dannazione... anche se certo non è lecito giudicarle anzitempo.
Ora comunque era tempo di disfarsi della bambola e non era prudente regalarla: le manine indiscrete d'una bambina avrebbero rivelato presto che la statuetta, costruita interamente di biondo legno di noce, invece d'un innocuo ventre d'argilla, aveva una cavità pronta a custodire pericolosi elementi pagani!
Bisognava approfittare dell'uscita per gettarla di nascosto in una discarica.
Povera bambola, era tanto bella! Aveva lunghi capelli di seta dorata, sormontati da una specie di corona d'argento su cui era incisa una piccola falce di luna nuova, grandi occhi azzurri, con ciglia nere e sottili dipinte a raggiera che mimavano un eterno stupore, narici piccole ed una bocca rosso carminio. Che colpa ne aveva se una malintenzionata voleva servirsi di lei per offendere Dio? Parve a Clelia, nel prendere il corpicino dalla cassetta di cedro intagliato in cui la teneva riposta, che alla bambola sfuggisse un gemito, tanto che per un attimo la cullò.
Poi si riscosse.
Da diverse lune era diventata donna, fra pochi giorni avrebbe preso il velo e stava per concludere un'importante veglia di preghiera... come poteva perder tempo a giocare? Le sue compagne l'aspettavano! Sospese la bambola alla cintura che le cingeva la vita, si avvolse in un mantello di lana bianca, perché nonostante l'avanzar della primavera l'aria del mattino era ancora fredda, ed uscì dalla porta di servizio, per non destare i cani che dormivano nel vestibolo... e con loro tutta la casa.
Nella strada i muri bianchi trasudavano la luce dell'aurora e lasciavano intravedere a tratti i rami di melo in fiore e quelli di vite tempestati di germogli purpurei, che s'arrampicavano avidi verso il sole nascente, gli uccelli cinguettavano forte e gli ultimi ricci s'affrettavano a guadagnare le loro tane nascoste.
Era tardi!
Clelia affrettò il passo nelle morbide scarpe di cuoio bianco filettate d'oro, recitando mentalmente il canto di Daniele e le pareva davvero che la rugiada lucente, gli animali tutti, selvaggi e domestici e i fiumi ed il mare che indovinava all'orizzonte, s'unissero al suo pensiero per lodare Dio, che ancora una volta disperdeva le tenebre della notte con la luce tersa d'un nuovo giorno.
Giunta all'altezza di un vecchio canale d'irrigazione, che ora appunto serviva da discarica, stava per disfarsi della bambola, quando fu raggiunta da una voce amica. — Clelia, Clelia abbiamo quasi ottenuto il miracolo! — gridò alle sue spalle la piccola Maryam, figlia d’un ricco funzionario equestre e fidanzata contro il suo volere ad un anziano amico del padre.
Clelia ricacciò indietro il primo involontario moto d'impazienza per l'interruzione e si volse sorridente ed incredula: — Davvero? — rispose solerte nascondendo la bambola nelle pieghe del mantello. — Lucio ha dunque rinunciato a te? —
Maryam scosse il capo, facendo tintinnare gli orecchini d'oro a lunghi pendenti. — No, non proprio... ma vedi... sono riuscita a venire con voi! —
Ora le seccava davvero essere stata disturbata per così poco. Avrebbe dovuto portare la bambola con se' alla preghiera, come una bambina piccola, solo perché questa sciocca l'aveva raggiunta anzitempo. — Questo non è un miracolo, mia cara amica, — la corresse un po' troppo severa — ma solo il frutto della buona volontà che tu dovevi mettere. Non potevamo certo pregare per te mentre tu oziavi tra le coltri! —
L'altra fu visibilmente ferita dalla sua risposta. Era molto bella ed aveva grande cura del proprio corpo d'adolescente: Clelia non riusciva a far tacere del tutto il sospetto che se Lucio invece d'essere un maturo amico di suo padre, fosse stato un giovane avvenente, il chiostro non avrebbe esercitato alcuna attrazione su di lei. Sapeva che questo era un pensiero malvagio e se ne rimproverava, ma la figura dell'amica, vestita di seta rosa frusciante e profumata d'aloe, non era l'antidoto più adatto ai suoi cattivi pensieri. " Non ha fatto in tempo a cambiarsi da ieri sera " si diceva " i suoi l'avranno certo costretta ad ornarsi per una festa in onore del fidanzato ed io sono veramente diabolica a pensar male di lei... "
Intanto Maryam atteggiava un gran broncio con la piccola bocca innegabilmente dipinta. — Certo, certo — osservò — per te son tutti doveri. Però tu ieri sera hai avuto il permesso di ritirarti presto e le tue schiave ti hanno preparato ad una notte di sonno prima ancora del tramontar del sole... oh! Non voglio togliere nulla alle tue veglie di preghiera, ma si sa che è facile, quando si è tranquilli... io sono stata costretta a partecipare ad un pranzo importante... non sai? Bisogna fornire i rinforzi agli assediati o Aquileia cadrà sotto le mani di quel flagello di Dio... Lucio ha chiesto a mio padre consiglio sui soccorsi da portare e sull’opportunità d’arruolare altri uomini ed hanno parlato fino a notte fonda. Mia madre mi ha costretto a servirgli portate spezziate e vino dolce di Cipro in calici di neve fresca ed egli voleva farmene assaggiare, ma io, naturalmente, ho rifiutato... — Una lunga pausa servì ad evocare il vino e non solo quello, perché i funzionari imperiali e le loro famiglie avevano la sgradevole tendenza a sentirsi sempre un po’ più importanti del padre di Clelia e non perdevano occasione di far notare il loro impegno, soprattutto militare e la loro disponibilità di merci pregiate, poi l'amica l'incalzò: — É stata una grande rinuncia, sai, così dolce e profumato... ma certo mi sarei addormentata se lo avessi bevuto e anche se mi fossi lasciata preparare per la notte dalle mie schiave, lo sai che prendo sempre sonno durante il massaggio! Non hai neppure idea delle bugie che ho dovuto inventare ed ora tu... —
Clelia sentì un'onda amara di rimorso salirle dal cuore alla gola, come un fiume in piena. — Oh, povera piccola Maryam, scusami, scusami, mi viene da piangere, sono così impulsiva! Non sono degna di essere la vostra guida! —
— Infatti non lo sei! — ribatté acida l'altra — Tra pochi giorni prenderemo il velo e saremo affidate alla madre badessa; prima di allora siamo tutte uguali e se tu hai qualche buona idea in più devi ringraziare Dio che ti ha permesso di vivere in una famiglia serena e piena di grazia e non insuperbirtene! —
Clelia non percepì il veleno nascosto in quelle parole, si sentiva profondamente colpevole... e un po' a disagio per non aver potuto gettare la bambola. Quella risposta le parve un giusto ridimensionamento.
Affrettarono il passo e giunsero quasi correndo alla piazza, dove le altre attendevano impazienti e presero la via del bosco di pioppi, salici e pini marittimi che s'affacciava al mare. Fin dall'aurora una brezza leggera portava in città un sentore salato a cui si mescolavano i profumi degli alberi, esaltati dalla rugiada notturna; le foglie erano ancora tenere e la luce le attraversava chiara e tersa, annunciando una giornata radiosa. Bisognava affrettarsi, perché presto la città si sarebbe destata e tutti avrebbero notato la loro assenza...
Ma non pregarono.
Il bosco era irto di guerrieri a cavallo, col capo rasato percorso da una spaventosa cresta e la bocca mascherata da lunghi baffi neri. Se ne stavano schierati perfettamente immobili: solo i piccoli occhi scintillarono di desiderio vedendo le dodici vergini che si erano gettate ignare tra le loro braccia; le ragazze si accorsero che l'aria era impregnata d'uno strano odore di bestiame e di sangue ed ostinatamente silenziosa, come se ogni animale vivente, anche il più piccolo, si fosse già messo in salvo. Certo era un gruppo degli assedianti che aveva deciso di spingersi fino alla nuova città... o forse la lunga resistenza d'Aquileia era stata alla fine fiaccata ed ora toccava ad Altino?
L'ultimo ricordo di Clelia fu il brusco movimento della sua bambola, che si sciolse da sola dalla sua cinta e cadde nell'erba bagnata di rugiada, coi grandi occhi sbarrati verso il cielo.

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Tratto da: 'Riflessi... una storia scritta sull'acqua' Filippi, 1997 di Aurora Prestini

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