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in archivio dal 14 ott 2012

Beatrice BausiBusi

Firenze - Italia
Mi descrivo così: Dinamica fiorentina, Beatrice Bausi Busi - BBB - è ideatrice, protagonista, partecipe in eventi culturali. Interessi: dal campo poetico/letterario all’Arte, Riuso - Ecologia  - Ambiente, Spiritualità, Multietnicità e Solidarietà. “Fine dicitore”, cantore in letture dantesche, Giornalista Pubblicista

elementi per pagina
  • Cantilena della notte
    quante cose si son rotte
     
    però, ahimè – Dio mi perdoni! –
    quanti gonfi e bei palloni
     
    ancor fluttuano nel cielo
    belli intatti, opachi o meno …
     
    Pieni d’aria assai compressa
    che ristagna ed è la stessa
     
    da chissà… io credo anni
    e l’intuito non m’inganni!
     
     
    Colorati, rutilanti:
    bei palloni, Oddio… ma QUANTI!
     
    Se li buchi con lo spillo
    poi t’accorgi del distinguo:
     
    c’è chi acido contiene
    (ma è il SUO gas, ed a lui tiene!)
     
    chi presume d’esser Dio
    (meno male… non son io!)
     
    chi si regge fra le nubi
    pien d’invidia.. a metri cubi
     
     
    ma una cosa, bé,  accomuna
    queste sfere: la fortuna
     
    d’aver masse di plaudenti
    sempre pronti, bene attenti
     
    a esser “claque” nella speranza
    (se al GONFIONE  poi  ne avanza)
     
    d’un ”zinzin” di compassione,
    della considerazione
     
    che si volga falsa o seria
    al tapin… ma che miseria!
     
    No! So libera volare.
    Né adulare né comprare
     
    voti o  plausi, vo’, mia gente:
    pazzerella, sorridente
     
    ma me stessa rimanere
    pur se non fra l’Alte Sfere.
     
    Mongolfiera, non pallone sarò io
    poiché m’arde forte un fuoco, vivaddio
     
    che mi spinge nelle altezze.
    Sono aperta, non serrata:
     
    mi godo delle nubi le fattezze
    e ai GONFIONI…  dono una risata!

     
  • 27 aprile 2013 alle ore 20:57
    Taglienti triangoli ---

    Taglienti triangoli
    certe parole

    si piantano con destrezza repentina
    nelle saporose carni dell’anima

    e lo squarcio s’allarga dalla punta alla base
    atrocemente, silenziosamente, in un terribile
    attonito dolore.

    Ad Acapulco son detti “clavadistas”
    i tuffatori dall’altissima scogliera:

    “quelli che si piantano in mare come chiodi”
    per pochi soldi a capofitto giù - fra sole e schiuma -

    frettoloso e disperato ogni volta il segno della croce…
    ...prima del balzo nel vuoto
    contan l’onde.

    Devo far sì che le cose cattive
    conficcate da quel che mi sta attorno
    (persone, avvenimenti, frustrazioni)

    nella tenera polpa del mio intimo
    contino nell’interezza della vita
    solo istanti, prima di svanire.

    Siano impronta di piede bagnato sulla rupe
    in fretta rasciugata
    dal calore emanato dalla roccia.

     
  • 27 aprile 2013 alle ore 20:44
    Così forte ---

    Così forte

    la luce del nuovo giorno stamani
    che gli occhi son ferite aperte

    e l’anima ne trasuda fuori
    troppo esposta e inerme…..

    Chiudere, chiudere, far buio!

    Non m’importa del giorno nudo, discinto
    che si svela impudico e mi si offre

    non voglio oggi soffrire.

    Ravvoltolata voglio star nelle mie ombre,
    serrar le palpebre

    cercarmi un cantuccio isolato dalla vita
    e lì ristare

    cantilenandomi
    una consolazione senza senso.

     
  • FRAZIO STRAZIO SERVIZIO

    A barriera il biancore burroso del  lattice
    le mie dita rimuovono feci, detergono

    l’afrore insano del decubito.
    Ed acre il sudore impaurito della primipara

    che non comprende la mia lingua,
    adolescente sola atterrita dalle doglie, mano
    aggrappata alla calma trasmessale dalla mia.

    La gola si ribella all’acido alcolico
    ch’emana il vomito dell’ubriaco:

    mi sputa, m’insulta e poi piange, grande
    bambino arreso alla vita…

    I polsi sembrano cedere (fragili
    come carta velina) mentre
    stringo i denti dentro al sorriso

    per non umiliare l’infermo obeso,  mole
    poco gestibile sul coltrino

    che pare slogarmi le spalle, dove
    la settimana di lavoro e pensieri trascorsa

    pesa ancora, infinitamente.
    Già…  mentre tolgo i vestiti e infilo nel letto
    rivedo alcune facce d’amici, che mi danno di fesso:

    “Ma tieni più a te, salva quel po’ di salute!”
    Però io, acuto eppur esile nel cuscino

    respiro (o forse inizio a sognarlo, può darsi…)
    quel  lieve sentore malioso di mammola ascosa

    emanato dalla parola che non è solo
    un luogo fiorentino: la Misericordia.

     
  • 04 aprile 2013 alle ore 22:04
    Soli, soli

    Soli, soli
    la bellezza
    dell’essere soli.

    Non suoni, non passi d’intorno
    non tonfi improvvisi
    che sussultano l’anima.

    Scegliere, finalmente tu, se muoversi
    o trattenere persino
    il respiro e il pensiero

    e con essi, forse, invischiare
    in un tiepido miele la vita
    per poco, frazione di secondo,

    ma sospenderla
    quel tanto che basta
    a guardarla brillare controluce.

     
  • 04 aprile 2013 alle ore 22:01
    Le dita di Dio - dal Premio Vigonza 2009

    Le dita di Dio

    si sono impiastricciate

    di rosa, albicocca, cipria, salmone ….



    Per pulirle da qualche parte

    le ha strofinate a sera

    sull’azzurro cielo di maggio



    nel momento magico di buio-non ancora



    quando le prime luci, timide

    forano i muri delle case.



    Ora non-ora,

    sospesa attesa



    pare poco a poco rallentare



    ……treno svagato, incosciente

    di quanto sia vicina

    la stazione ove fermarsi.

    Lentezza e sospensione

    accettate o cercate



    come respiri profondi prima

    d’emettere un mantra. Pronunciato



    con la mente la volontà il cuore

    ancor più che la voce.

    Innumerevoli case, tavole e persone



    tovaglie stoviglie o semplici ciotole

    cibi profumi sapori

    stuoie o sedie



    riti d’accoglienza e ristoro

    riunioni di volti, di voci….



    Preparativi d’ambienti sereni

    nella pacifica sera, respiro



    sommesso preludente al riposo.”

     
  • 19 marzo 2013 alle ore 20:32
    Per Adonis

    Anellini e orecchini
    di turchese e oro rosso…

    i sogni s’impigliano stasera
    nell’azzurra trama dei ricordi

    e per gustarle ancora
    sorseggiamo l’ore trascorse

    …beatitudine voluta, ricercata.

    Oggi, salinità di mare
    dipinge d’un bianco appena un po’ crostoso
    i ripetuti accenti delle nostre voci

    quale patina che
    l’unghia delicata d’un bambino
    sgretoli piano.

    Ci insegnavamo l’un l’altra
    la lingua natale…

    ridendo

    le parole comuni abbiamo appreso.

    Serate dalla sabbia fredda e soffice
    sotto ai piedi

    bevute d’un lungo caffè
    schiumoso negli alti bicchieri

    il basilico in chiesa
    aveva minuscole foglie

    il pope salmodiava

    fra assorti fedeli
    imbevuti d’incenso e

    come icone sapevan d’oro
    le notti fragranti d’origano e brace.

    Quegli anni erano e sono
    sacri gioielli

    incastonati

    sul grande libro
    della parola di Dio.

    Certo ancor si frange
    il mare là
    anche se non lo vedo:

    tua madre, come quelle estati, ripone cose
    nella casa silenziosa

    cammina, scalza e stanca
    sui tappeti a tarda ora.

    Ah Grecia, infilzata
    come spina amorosa nel mio cuore!

    Amicizia, bambini, cene, foto
    occhi fratelli, contagio di sorrisi…

    Voglio ritornare presto
    per guarire
    la lebbra della mia lontananza.

     
  • Irreale canizie d’impubere

    l’Arte è oltrepassare
    SEMPRE
    la contemporaneità

    sia che tu la sorvoli

    o subisca l’abbassare il groppone,
    chino sotto il filo spinato
    dell’incomprensione saccente,

    pur di procedere, avanzare
    sul tuo assurdo viscerale percorso.

    La donna pregna al fin del suo tempo
    non può esimersi dal dare alla luce
    quella vita imperiosa
    che da dentro contrae le carni.

    Sì, noi siamo
    “perennemente a un termine”:
    ma solo nostra è la scelta
    di porgere o celare il frutto di quel grembo,

    talvolta furia insoddisfatta,  lacerante
    cui segue distruzione.

    Unreal prepubescent white hair

    “Art” is
    ALWAYS
    outstripping
    contemporaneousness

    if you fly over it
    or you suffer bowing the back,
    bent under the barbed wire
    of the conceited incomprehension,

    as long as you can go on and on
    following your absurd visceral path.

    A pregnant woman at her full term
    can’t avoid giving birth
    to that imperious life
    that from within contracts her flesh.

    Yes, we are
    “perpetually at a term”:
    but it’s only ours the choice
    to offer or hide the fruit of that womb,

    sometimes unsatisfied, rending fury
    following by destruction.

     
  • A Gabrio ---

    Creature-creazioni
    cangianti al variar dello sfondo

    particole dell’immensa intima ricchezza

    condivisa semplicità francescana
    in comunione di fresca fratellanza.

    To Gabrio ---

    Creatures-creations
    changing to the variable background

    parts of the immense intimate richness

    shared Franciscan simplicity
    in communion of fresh brotherhood.

     
  • Pittura d’ombre

    nell’apparente intrico smagliante
    di trasparenze e tinte

    velarsi ascoso ed imo
    di anni  vite  esperienze.

    Gl’incontri 
    i contatti

    le chiazze di tempo
    i grandi spazi del cuore

    o le ore infingarde in cui
    è esigenza vitale
    il mero bastare a sé stessi.

    Son lì
    trasparenti alla vista
    fermate ma solo per poco
    falconi in attesa
    di mani che di repente
    tolgano il buio cappuccio,

    che s’alzi l’arto d’appoggio

    slanciandoli in vasti spazi d’azzurro
    a vincer la preda.

    Painting of Shadows

    in the seeming bright tangle
    of transparencies and tints

    hidden and deep veiling
    of years lives experiences.

    Encounters
    contacts

    patches of time
    wide spaces of the heart

    or the lazy hours when
    it’s a vital need
    the mere being self sufficient.

    They are there
    transparent to the sight
    stilled but just for a moment

    falcons waiting
    for hands that sudden raise the dark hood
    for the lift of the supporting arm

    launching into the vast blue space
    to win the prey.

     
  • Ispirato
    quasi da un dolcissimo suono
    pregno d’Amore Universale

    non unilaterale ma onnicomprensivo

    il cuore si dilata e s’espande
    ben oltre la cassa toracica, incandescente
    di pura gioia.

    Fluttua nello spazio
    e fuori d’ogni tempo con milioni d’altri

    come lunghissime sciarpe di preghiera

    in un vento
    impercettibile
    ed eterno.

    Il mio amore, da dolente e pesante,
    si discioglie e trasforma
    in profumo

    e trasportando innumeri

    particelle di fragranza
    s’innalza
    verso la Divinità.

     
  • Luce Divina
    che m’infondi
    chiarore-splendore nell’anima

    Eterno Bagliore
    trasudante particelle infinite d’armonia

    ala trasalente di colibrì
    ala vibrante di libellula
    sfaccettato Tripudiante Fulgore

    ANIMAMI !

     
  • Froge, zoccoli
    e groppe madide
    d’equino sudore.

    Lezzo di sudore umano
    e di sangue dolcezza
    dolciastra

    …inizia dei cadaveri insepolti
    a diffondersi il fetore

    e umori vigliacchi
    trasudano
    da grembi d’innocenza violata.

    La bellezza è condanna
    la ricchezza incudine
    che di rado salva

    né povertà e inedia
    lasciapassare ad essere
    preservati dall’infamia.

    Saccheggi, consentiti
    e permessi abusi

    strascico d’affanno e dolore
    che appesantisce il passo

    qualunque abito tu indossi, e grava
    a incurvarti la vertebral colonna

    anno dopo anno per decenni… come stoffa
    intessuta di pietra e di macigno.

    Uomo, quanta capacità
    d’infliggere patire…

    Se volontà n’avessi del contrario
    le forze utilizzassi
    volte al bene

    né dolore né fame esisterebber più
    e vivere sarebbe inver di Dio la Grazia

    che ci farebbe degni
    di chiamarlo “Padre”.

    Dedicata ad Alessandro Vannini e al suo ciclo pittorico sul “Sacco di Prato” --- 18/11/2012 --- Beatrice Bausi Busi

     
  • "Sono ognuna di queste atterrite mani
    di queste paia di occhi inorriditi

    e sono veste lacerata
    da adunche grinfie
    vogliose di laida voglia animale.

    Guardo
    e sento strappi e ingiurie nelle carni

    putrescenti fiati
    e sgangherate risa
    d’una satanica oscenità.

    Il colore
    esce dal mezzo
    e mi si getta
    addosso

    come lava ocra e carbone
    sotto l’apparente cenere
    incandescente

    in mezzo agli altri astanti
    le carni mi ustiona
    fino a spolparle e son osso

    che il fendente ha tranciato, piaga
    intima che non guarirà
    e volontà di morte

    data
    attesa
    scelta
    ricevuta.

    Credo sia questo il motivo
    per cui son nata.

    Questo essere
    e farmi
    involontario e atroce

    mano, veste,
    carne violata, grido e
    successivo – terribile – silenzio."

    Dedicata ad Alessandro Vannini e al suo ciclo pittorico sul “Sacco di Prato” --- 18/11/2012  --- Beatrice Bausi Busi

     
  • “Le persone si perdono
    le persone si trovano….

    Le vite  le mani
    si toccano sfiorano stringono
    o accennano saluti da lontano.

    Qualcuna mostra un pugno d’ira
    altre un gesto supplice
    di disperata preghiera.

    Fili si tessono si annodano
    si sciolgono

    alcuni senza dolore alcuno si sfilacciano
    allungano

    ed ecco….d’improvviso non esistono più,
    dissolto zucchero filato
    che svanisce colla sua dolcezza nella tua bocca
    finendo così, in un attimo.

    Altri stridono nello sfilacciarsi e spezzarsi

    e corde impazzite e violente
    frustano l’aria nel separarsi in due tronconi.

    Altri fili
    sembrano riconoscersi,  ritrovarsi
    uniti insieme formano disegni
    d’una bellezza accorata.

    Incredibile armonia
    Celeste Disegno già pensato
    programma appena accennato

    che solo oggi si realizza.” ----

     
  • 14 novembre 2012 alle ore 21:05
    L’assenza

    L'assenza di qualcuno
    a volte
    pesa infinitamente più della presenza:

    t'accorgi che improvvisi
    mancano il saluto quotidiano,

    il volto, la figura
    che non pensavi
    fossero poi così importanti.

    Ti sovviene il ripensare
    a discorsi o a discussioni
    a risate o silenzi fianco a fianco

    e l'assente è lì, tangibile e intero,
    d'una scomoda interezza che turba

    il ricordo fa pensare
    più che la vivezza del contatto
    e il non-presente, il suo sorriso,

    lo sguardo doloroso oppur la voce
    dentro di te sono integri e netti

     
    t'accompagnano più  a  lungo
    persino
    del tempo che insieme v'hai trascorso,

    allineati ai giorni e all'ore della tua vita

    quali nitidi tratti di gessetto
    che le sarte coscienziose

    tracciano prima del taglio sul tessuto.

     
  • “Accompagnami

    costante nel tragitto diuturno
    per favore, Angelo Mio

    e per la via
    continua a sostenermi

    …com’hai sempre fatto
    anche se n’ero ignaro.

    L’anima mia ora stride
    nell’aprirsi a qualcosa

    (cardine rugginoso
    che gira su se stesso con dolore)

    perché troppe volte lo schiudersi un poco
    m’ha ferito in modo brutale

    lancia infissa con volontà o per ignoranza
    nel costato di Cristo.

    Tienimi stretta la mano
    nello studio o il lavoro

    su binari preordinati

    o nell’apparente caos
    d’una decisione nuova.

    Perché talvolta ho la speranza e la gioia
    di potermi confidare nell’attesa

    sfogare nella delusione

    perdendo il mio sguardo innamorato
    nel volto della persona cara

    ricevendone conforto, carezze,
    approvazione, un bacio

    ma di frequente la mia vita scorre

    al desolato ritmo della solitudine
    sempre cercando, spesso soffrendo.

    Tu sei
    il Guardiano il Custode l’Amico

    e so che Lui - misericordioso e grande –

    mai mi ha voluto solo
    e infinitamente m’ama.

    Accompagnami perciò, stammi vicino
    mio angelo, tutto mio, mio solo

    perché sei grintoso, forte
    sensibilissimo.

    E non poteva essere altrimenti
    che a te fossi affiancato.

    Perché la mia vita per alcuni è diversa

    ma è la sola che conosco, da sempre
    io, persona gay.” 

     
  • “Volubili ma sinceri
    viventi in un limbo ovattato

    cerchiamo continuamente

    avvolgendoci negli attimi
    (caldi tabarri scuri, costudenti)

    uterino confortante mondo

    presente a se stesso
    e in sé stesso utile.

    Esistiamo contemporaneamente

    in dimensioni parallele
    o che s’intersecano

    si compenetrano
    fino a fondersi

    in una reciproca, dolcissima dissolvenza.

    Infinite varianti
    sono gli esseri umani

    estesa famiglia

    a cui apparteniamo
    volenti o nolenti.

    Errore sarebbe
    considerarsi privilegiati se più aperti di cuore

    quando invece
    siamo dei messaggeri

    dei caparbi tedofori

    incaricati dall’Alto
    di portare luci e voci a chiunque

    abolendo il vagliare, il discernere, il selezionare.

    Messaggeri cioè angeli,

    obbligati
    ad una sola amorosa missione:

    la presenza-assistenza

    non
    il proselitismo.”

     
  • “Ho conservato la mia anima bambina
    con le sue ire improvvise e furibonde

    la gioia pura portata al parossismo

    bizze e ripicche
    canti e mormorii.

    Sa giocare
    in piazze sterminate, in stretti corridoi
    trasformando l’une in bugigattoli o caverne,

    l’altri in praterie.

    Innumerevoli sono paure ed estasi
    quanto gli sbuccichi su gomiti e ginocchia.

    Maliziosi angioletti la guidano per mano
    piccoli diavoli impudenti
    ne solletican le palme

    è impudica e timida, frenetica e indolente

    varia come il cielo:
    passa da pioggia e lampi
    a squarci di sereno

    che ammutoliscono sguardo e cuore a chi l’osservi.

    Anima tagliuzzata, anima intatta
    queste ferite e questa integrità
    son la tua essenza.

    Sii vivace, pacata, sii te stessa:

    ti custodirò fra le mie dita - neonate
    eppur anziane –

    com’uccellino caduto da scaldare.”

     
  • 06 novembre 2012 alle ore 13:55
    Afose chimere

    “Afose chimere certe notti

    vincoli altezzosi
    aguzzini di sudore.

    Altre….pascoli e prati
    da giocarci a golf

    collinette d’erba frusciante
    freschezza di sentimenti e idee,

    caracollanti puledri
    pazzi di vento.

    Stanotte è una di quelle

    e il resto del mondo
    neanche appare

    negli alberghi degli occhi.

    Le parole ingombrano
    soleggiati terrazzi

    declivi verdi
    rami di piante in fiore

    ruzzolan giù ogni poco
    come bimbi c’han la ridarola

    rimbalzano cadendo
    senza farsi male

    e il cuore le accoglie,
    guanciale affettuoso,

    sa proteggerle, amarle
    senza domande

    senza paure.” ---

     
  • “Assorbire vite in te camminando

    senza sapere se tocchi il terreno
    se ti guardi intorno

    o se è il tutto che si fa guardare da te
    al di fuori della tua volontà.

    Assorbire come muschio
    che non sai, se non premi col dito,
    quant’acqua contiene

    assorbire d’istinto,  non per scelta.

    Se potessi almeno sfuggire per poco…..

    La solitudine è sempre più amata,
    ricercato il silenzio

    che raccoglie idee sensazioni intuizioni
    in fascicoli puliti,  ordinati.

    Mentre stare o passare fra grappoli di persone
    terrorizza chi accentra, incamera tutto

    (bene, ma più spesso male)
    senza volerlo

    anzi temendo
    quell’incomodo enorme fardello

    che poi pesa per giorni sul cuore.”

     
  • "Conosco il soffrire della gente

    dai vicini
    allo sconosciuto in cui l’empatia mi scaraventa
    senza che possa oppormi

    n’abbia la forza
    o semplicemente
    riesca a prenderne distanza.

    Perché vita vuol dir “collegamento”

    anche se milioni d’esseri credono
    che una volta tagliato l’iniziale cordone
    si sia soli per sempre

    distaccati da tutto

    salvo che la nostra volontà non conceda
    preziosissime briciole della nostra interezza
    a chi ci segua  preceda od affianchi

    nel tragitto comune."

     
  • "Le dita di Dio
    si sono impiastricciate
    di rosa, albicocca,  cipria, salmone ….

    Per pulirle da qualche parte
    le ha strofinate a sera
    sull’azzurro cielo di maggio

    nel momento magico di buio-non ancora

    quando le prime luci, timide
    forano i muri delle case.

    Ora non-ora,
    sospesa attesa

    pare poco a poco rallentare

    ……treno svagato, incosciente
    di quanto sia vicina
    la stazione ove fermarsi.

    Lentezza  e sospensione
    accettate o cercate

    come respiri profondi prima
    d’emettere un mantra.  Pronunciato

    con la mente la volontà  il cuore
    ancor più che la voce.

    Innumerevoli case, tavole e persone

    tovaglie stoviglie o semplici ciotole
    cibi  profumi  sapori
    stuoie o sedie

    riti d’accoglienza e ristoro
    riunioni di volti,  di voci….

    Preparativi d’ambienti sereni
    nella pacifica sera, respiro

    sommesso preludente al riposo.”

     
  • 16 ottobre 2012 alle ore 0:14
    Pittura d'ombre

    Lirica dedicata anni fa al poliedrico artista e sperimentatore Gabrio Ciampalini, e sua traduzione in Ingese.

    "Pittura d’ombre

    nell’apparente intrico smagliante
    di trasparenze e tinte

    velarsi ascoso ed imo
    di anni  vite  esperienze.

    Gl’incontri
    i contatti

    le chiazze di tempo
    i grandi spazi del cuore

    o le ore infingarde in cui
    è esigenza vitale
    il mero bastare a sé stessi.

    Son lì
    trasparenti alla vista
    fermate ma solo per poco
    falconi in attesa
    di mani che di repente
    tolgano il buio cappuccio,

    che s’alzi l’arto d’appoggio

    slanciandoli in vasti spazi d’azzurro
    a vincer la preda.

    English version:

    Painting of Shadows

    in the seeming bright tangle
    of transparencies and tints

    hidden and deep veiling
    of years lives experiences.

    Encounters
    contacts

    patches of time
    wide spaces of the heart

    or the lazy hours when
    it’s a vital need
    the mere being self sufficient.

    They are there
    transparent to the sight
    stilled but just for a moment

    falcons waiting
    for hands that sudden raise the dark hood
    for the lift of the supporting arm.

    launching into the vast blue space
    to win the prey."

    Lyric of:  Beatrice  Bausi  Busi --- BBB Traducing of : David and Luisa Hall

     
  • 15 ottobre 2012 alle ore 8:00
    Un velluto sull'anima

    Un velluto sull’anima

    l’avvolge  l’ottunde
    ed indolente lo spirito

    non ha la forza di toglier la coltre
    infinitamente gradevole al tatto.

    Sembra quando guardi corposi polposi frutti
    emergenti dal buio opaco d’un quadro fiammingo

    e bevi con la pupilla acuta
    l’impressionante realtà dei pesca,  dei salvia
    delle ciliegie vive da allungare la mano.

    Così,  ammaliata,
    incapace di distaccarti e reagire

    lasci che ciò che ti penetra
    si assimili a te.

    Diventare un tutt’uno col proprio passato….

    forse è la pietra filosofale del riuscire
    ancora una volta 

    a vivere.

     
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  • 04 aprile 2013 alle ore 22:06
    Rose vinate

    Come comincia: Mai stato un gran bevitore, mio padre. Poco ma “buono”: il suo bicchiere di rosso (due mezzi bicchieri in realtà, non amava farlo colmo ogni volta) ai pasti, versato dal classico fiasco impagliato. Il nostro abituale vinaio li portava in una lunga cesta intrecciata a mano, conteneva due fiaschi prima e due dopo il manico; ansimava quand’era arrivato a casa nostra, di frequente toccava a me aprirgli il buio vano dove veniva custodita la nostra piccola provvista. Dopo la scampanellata seguiva l’immancabile affacciarsi dalla finestrella di cucina per scorgere, prima d’aprire, chi aveva suonato: “C’è i’ vvinaioooo! Chi gli apreeee?” gridava la nonna affaccendata in qualche mansione che non poteva lasciare, fidando nel fatto delle altre due donne adulte, più cinque ragazze di varie età, presenti in casa. “Va bene, vo’ io” mi offrivo, spesso era il pretesto per smetter di studiare e sgranchirsi un minutino le gambe. Qualche volta invece il vino s’era preso dal produttore o si riusciva a trovare un bottegaio volenteroso che ci recapitasse a casa le damigianine; abbastanza di rado, dato che era faticoso portarle all’ultimo piano di quel palazzo antico, in centro, c’era anche la scala interna per arrivare al sottoscala che faceva da ripostiglio e da dispensa per pochi generi alimentari: giusto l’olio “del contadino”, lattine di pomodori pelati più qualcuna di pesche sciroppate, il vino. In quel caso lo s’infiascava in casa, travasando proprio sul pianerottolo di queste scale interne, liquido rubino nei gloriosi fiaschi toscani. Triste il momento in cui la paglia, che del vino s’imbeveva sempre un po’ effondendo in piena città un profumo da fresca cantina campagnola, venne sostituita da quella rete in plastica avorio sporco, stretta attorno alla verde pancia trasparente; pareva una guaina contenitiva che cercasse sminuire le trippe debordanti d’una massaia sovrappeso.

    Comunque, nei fiaschi o più raramente nelle bottiglie bordolesi (qualcuna si teneva, “in caso venisse qualcuno”) si metteva sempre in cima un giro d’olio, prima di tappare col sughero. Era una sorta di rito anche il togliere l’olio dal collo: si ficcava giù coll’indice un ciuffino di stoppa, quella che ancora usano certi idraulici, la si toglieva una volta ben inzuppata; ma prima di portare in tavola, c’era un gesto deciso per “sboccare” le gocce dell’ultimo residuo oleoso sporcato d’ametista nel lavandino di cucina.
    La mia casa non era mia, eravamo in affitto dall’Opera del Duomo, lo siamo stati per cinquant’anni. Ci vivevamo in tanti, una società matriarcale dove dopo la morte del nonno due uomini solamente (mio padre e suo cognato, lo zio materno) erano circondati da presenze femminili: mogli, sorella, figlie, suocere. Casa spaziosa, piena di luce, su due piani; un labirinto di camere, ripostigli, anditi, due salotti, un bagno grande e due piccoli gabinetti. Due terrazze distinte: “la terrazza su” e “la terrazzina in fondo”. In quella “in fondo” (inteso come il fondo del salotto al piano superiore) si faceva la carne alla brace o stendevamo; ci s’immetteva da una tripla serie di porte: un pannello antico intagliato e dipinto copriva una coppia di battenti che celavano un’altra porta in legno e vetro, chiusa da un palettino. Alla “terrazza su” si accedeva dal solito salone ma da una sola porta. Si saliva sui tetti come sospesi nel vuoto, poi alcuni scalini in muratura, una sorta di tasca dov’era alloggiato un alberello di lilla, altri scalini: ecco la cannellina con la “sistola” per annaffiare, comoda quando ci stufarono pentolini vecchi e pesantissimi annaffiatoi.
    In terrazza, per metà ombreggiata da piante di vite canadese, fiorivano gerani, giaggioli, margherite, canne indiche e salvia splendida, fior d’angelo e due piantine di rose nane portate dal babbo e lo zio. Avevo assistito con curiosità allo svolgerle dal pane di terra che metteva a nudo le radici, al trapianto in una conca rettangolare. Mio padre mi aveva mostrato gl’involucri, foto multicolori di come sarebbero venute su una volta fiorite. Un tipo, a boccio chiuso era color salmone; una volta aperto si rivelava gialla orlata di toni dall’albicocca al rosso. Le altre erano rosso scuro, sfumature vellutate da parere nere, il profumo intensissimo. E sapevano di vino! Aromatico, pungente: “Senti qui, senti qui che profumo…!” Mi pare rivederlo mio padre chino sulle pianticelle ad occhi chiusi, espressione di voluttà mentre aspirava con piacere la fragranza delle sue rose “vinate”. Già, perché la cura della terrazza e dei fiori era appannaggio dei miei, era il loro giardino pensile, evasione dai momenti lavorativi, pretesto per spazi di quiete (“O il babbo e la mamma dove sono?” “Eh, son su in terrazza!” e con questo basta, raramente salivamo proprio in quel momento a condividere le fatiche delle potature, dei rinvasi, delle concimature e gli esperimenti. Dopo aver letto che per ottenere fiori di geranio più forti e grandi si doveva una volta annaffiarli col latte e la volta dopo col vino rosso i miei provarono anche questa soluzione, e funzionò!)
    A S. Giovanni, invitati gli amici, salivamo per vedere i “fochi”, anche se in realtà si doveva stare in piedi tutti ammonticchiati in un angolo, l’unico da cui si vedevano i più alti, a volte i bagliori delle girandole. Però nella notte s’intensificava il profumo spesso e vinato delle piccole rose, e il fatto d’avere proprio alle spalle la mole della Cattedrale era eccitante perché “i botti” erano amplificati e raddoppiati. Dopo lo scoppio iniziale…. un istante e alle nostre spalle esplodevano dei veri boati tipo cannonate: “Booommm! Booommm!” ti squassavano tutta, li sentivi in petto e in gola, tremavano polsi, gambe, fantastico!
    La “terrazza su” serviva anche da pretesto per chi non aveva i mezzi per andare in vacanza, o per prendere un po’ di colore in attesa della sospirata partenza. Bastava stendersi, respirare a occhi socchiusi immaginandosi invece che accanto a piazza Duomo immerse nel salmastro di qualche bella località balneare o, tra l’intensissima fragranza delle roselline, di esser state a prendere un gelato sulla passeggiata a mare. In realtà (appena stufe di arrostirci sui tetti) dopo la cauta discesa dalla scala traballante e il rientro nell’ombra fresca del salotto, ci si precipitava in cucina a bere acqua “fatta con le polveri” o con una strizzatina di limone, a mangiare ciliegie cotte fredde, una coppetta di fragole nel vino zuccherato. Una delle poche volte in cui il vino mi piaceva. Sebbene fosse in tavola ogni giorno non ero abituata a berlo, come invece mia sorella. Quando per merenda si tagliava una spessa fetta di pane, la s’inzuppava d’acqua per poi spruzzarla di vino e spargerla di zucchero non mi entusiasmavo; preferivo assaggiare il vino “coi grandi” quando veniva in visita qualcuno, la liquorosità del vinsanto in cui inzuppare i cantuccini, sgranocchiare le mandorle imbevute del vino della Santa Messa. Allora scoprii che mi piacevano di più tuffati nel rosso dell’Aleatico o del Morellino, ma in casa li acquistavano di rado.
    Proprio oggi parlavo a mia figlia del suo nonno amante delle rose, di quando ne portava al lavoro, un semplice bicchier d’acqua e spandevano la meraviglia del loro profumo nell’officina buia, le annusava rapito mostrandole ai clienti con orgoglio “Son delle mie!” Camminando verso casa molti giardini fiancheggiano il percorso; le additavo varie specie di piante parlando della terrazza che lei non rammenta, così come i volti di cari venuti a mancare troppo presto perché se ne conservi da soli l’immagine ……Mantiene il loro ricordo guardare fotografie, raccontare, farle aspirare un odore per consentirle di immagazzinarlo nella memoria. Dirle, cercando di non far tremare nella nostalgia la voce: “Ecco, senti, senti qui che profumo: questa è la fragranza delle rose della terrazza dei nonni. Le rose vinate!”

     
  • 14 novembre 2012 alle ore 21:19
    Lettera a un Genio

    Come comincia:  Lettera a un Genio

    2 maggio 2007 --- ore 2.00

    = Bè, mio caro: inizialmente, che delusione! Tutti fantasticano di trovare la tua lampada in qualche  luogo romantico, che so …baule in soffitta, “mercatino delle pulci”, polveroso scaffale d’un affascinante negozietto d’antiquariato, dove un vecchio ammiccante e cerimonioso mercanteggi per un bel po’ sul prezzo da attribuire allo strano oggetto che occhieggia tra un’antica ceramica e un tomo rilegato in pelle ….mica d’averla tra le mani dopo che un cane l’ha scovata in una discarica!

    Ma  è  andata  così.
    Chiamo  seccata  Brando,  pastore  maremmano che - sordo a ogni divieto - adora ficcarsi tra i rifiuti, lui torna con questa roba in bocca. “Cos’hai lì? …e molla!”  Per togliere un po’ di bava e vedere meglio cos’era strofino con lo straccio finto-scamosciato che ho in tasca, in genere usato per pulire il parabrezza. All’uscita repentina di tutto quel fumo, che volevi facessi?

    Adesso mi dispiace d’averti scagliato via urlando ma che vuoi ….viviamo in un momento in cui di ordigni esplosivi purtroppo si parla quotidianamente; dai terroristi a Unabomber gente che s’intenda di come far saltare gli altri pare ce ne sia un’enormità.  Anche quando ho sentito la voce cantilenante -“Ordina padrona, io ti esaudirò”- provenire dalla fumosa sagoma azzurrina sinceramente ho pensato a uno scherzo idiota ….che so, delle mie amiche: conoscono il percorso della giratina serale di Brando; contando sul fatto che è un buon cane ma (tutto sommato) disobbediente e testardo ….avessero messo nella discarica qualcosa che accostandosi emana un ologramma? I cani vanno dritti verso le cose insolite, hanno un odore nuovo.

    Mi sono avvicinata solo quando ho sentito piangere: cavoli, avessi scambiato dei lamenti per quella voce nasale e melliflua, la gente butta i neonati nei cassonetti e a volte vengono trovati vivi - grazie a Dio - proprio così, per caso. Eri lì, accucciato e frignante, turbante di sghimbescio, spalle scosse da singhiozzi.
    Non un bebè, ma piangevi allo stesso modo, con voce acuta, straziante, farfugliando “Non mi vuole …neanche questa volta, nemmeno questa qui!”. T’ho fatto sobbalzare col mio “Ehi!” ma mica potevo batterti un colpetto sulla schiena, ti pare? ....Dalla meraviglia, vedendomi vicina a te, hai sgranato gli occhi bellissimi, bistrati.

    ”Sono tuo servo, il Genio, vedi? Ti prego, dimmi cosa desideri, sono secoli che nessuno mi fa più l’onore di servirsi di me: maledetta Epoca dei Lumi: tutti a negare fantasia, antiche favole, magia …Su, dimmi cosa vuoi per favore, odio sentirmi inutile, è umiliante!” hai detto stringendo pugni azzurri, serrando bei denti, celesti pure quelli.

    Guardo il cane: Brando siede tranquillo, gli occhi sono tornati quelli d’un cucciolo. Tu, ragazzo di fumo dalle belle fattezze mediorientali, attendi ansioso, il petto trasparente ma piacevolmente muscoloso nell’affanno fa alzare ed abbassare il gilet damascato, pantaloni a sbuffo un po’ stropicciati, babbucce dalla punta curva all’insù  ….tutto come da copione, gradevole però.
    “Senti - ti ho detto - accompagnami che strada facendo parliamo:  ho una certa ideuzza…”
    Ci siamo avviati, Brando trotterellava alle calcagna, ti ho spiegato tutto.

    A pochi metri dall’edificio eri tutt’un sorriso, gli occhi brillavano: come me, trovare dopo un vagabondare infinito la casa definitiva ti è sembrato meraviglioso. Mi hai salutata proprio come nelle favole, è stato bello, emozionante, l’aerea mano che sfiorava appena il cuore, le labbra, la fronte. Poi - assottigliandoti sino a divenire un filo - sei rientrato nello stretto beccuccio della lampada. Svelta l’ho intascata prima di suonare il campanello e farmi accompagnare, come ogni giovedì, dal professor Vanni.

    E’ al finale questa mia che tu non leggerai, caro ragazzo cilestrino, volevo annotare la particolare serata di ieri.
    Patti chiari: il prossimo padrone è Vanni, perfetto conoscitore dei tuoi dialetti: potrai parlargli con reciproca soddisfazione nella tua lingua, chiarirgli annosi dubbi. Quando Vanni - come gli altri è anziano ma molto lucido - sentirà che la sua ora s’avvicina “passerai” al curatore della sezione vasellame, poi alla ricercatrice di miti e leggende, al traduttore di  scritture arcaiche del bacino del Mediterraneo, al cartografo innamorato delle tue terre.

    Cosa potevo chiedere per me?
    Denaro, ritornare giovane, un amore, viaggi?  Sono una vecchia ragazza appagata da quello che ha avuto. Ho viaggiato tanto facendo l’hostess, non cercavo che un cantuccio tranquillo. Dalla morte di papà, vivo con Brando in un monolocale zeppo di libri al limite della città a un passo da prati e ruscelli  e sì, va bè, anche abbastanza dalla discarica ma la gente ha cominciato a buttar qui roba dopo un po’ che l’avevo comprato: esco col cane, leggo, dormo, ogni tanto un’amica con la quale condividere interessi e svaghi. Mi basta.
    Adesso chiudo questa mia. ‘Notte Genio e BUONA  ETERNITA’! =

    Spenta la luce, Brando sospira soddisfatto allungandosi sullo scendiletto. Chiarore di plenilunio filtra dalla finestra fin sul comodino dove s’intravede un’altra sorridente figura azzurra, incorniciata. Ha  lo sguardo intelligente, i baffoni, la fisionomia di papà, appassionato  cultore di favolistica araba e fondatore della “Casa di Riposo per studiosi del Medio Oriente”.

     
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