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in archivio dal 20 nov 2006

Cristina Mosca

14 ottobre 1980, Giulianova (TE)
Segni particolari: Nel Comitato dei Lettori dal 2011. Curiosa.
Mi descrivo così: Scrivo, amo vivo.
Mi trovi anche su:

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  • 30 dicembre 2013 alle ore 9:55
    Stagioni

    Non perdiamoci
    di vista
    mi hai detto
    -e il tuo sguardo
    già
    mancava-.

    Dimmi come sarà
    il primo giorno senza me
    in inverno, quando il
    ghiaccio brucia
    gli occhi, e lenti
    avanzano i passi.
    Dimmi se ci sarai
    in primavera,
    quando nell’aria prendi
    rincorsa e ignori
    il coraggio degli occhi.
    Dimmi se ti amerò ancora
    d’estate
    nel frinire insonne
    delle cicale
    con l’ansia
    di finire un ciclo.

    E se in autunno cadrai
    insieme alle foglie
    scordarti voglio
    togliendomi dal cuore
    i falsi anelli
    posti a catena.

    Non c’è dunque nessuno
    -nessuno-
    che voglia semplicemente
    ascoltare?

    Lasciarmi andare
    per non lasciarti andare.

    E alla fine accogliere
    solo chi
    non ha fretta
    di chiudermi
    in parole che conosce.

     
  • 08 novembre 2013 alle ore 4:33
    Quell'inverno

    Avevi quell'inverno gli occhi
    di chi muore ma ha ancora coraggio. 
    Nella luce il riflesso dei sogni 
    si disperdeva su neve
    e sullo sfondo
    il non essere si faceva bisbiglio
    di cose fatte
    e credute impossibili.

     
  • 15 luglio 2013 alle ore 8:23
    Attesa

    È foglia
    lenta
    che cade
    il ritorno.

     
  • 12 gennaio 2013 alle ore 17:17
    L'indifferenza

    Non lancio
    il contatto
    ma lo lascio
    cadere
    leggero,
    con-tatto.
    E questo è tempo che
    muta
    come muta è l'aria che
    vibra
    lontana
    e la bocca
    che ascolta
    mi rivolta
    stavolta.
    Stravolta.
    Dimmelo tu
    cos'è l'indifferenza
    se poi
    rifrangi
    ogni mia azione
    come buio nella stanza.

     
  • 05 settembre 2012 alle ore 16:58
    Amandoti, odiandomi

    Amo di te l’attesa che stringe, odio di te l’assenza che spinge
    Amo te che sei presente, odio te nella mia mente
    Amo l’odore del sugo che sale dalla casa vicina
    Odio il sapore selvatico che si attacca su pelle

    Amo le stelle e i loro ricordi, odio gli stralci di noi sopra un prato
    Amo il suono di un faro lontano
    Odio la nebbia di ciò che nascondi
    Amo i miei lontani pensieri profondi

    Odio quello che non si può raccontare
    Restare nell’ombra, scordare le cose
    Amo la luce di quello che è mio
    Amo le impronte che riportano a casa

    amo la distanza del cuore, odio la ragione del corpo
    mi odio e mi amo come balsamo sulle tue dita
    amo gli occhi che si toccano zitti
    odio le mani che si tessono addii.

     
  • 20 luglio 2012 alle ore 17:36
    E' mio ciò che è mio ed è mio ciò che è tuo

    E' mio il languore di un gioco distorto
    è tua la lingua, la mano, l’aorta
    è solo mio il seno, solo tuo il morso
    è mia l’acqua rovesciata sul corpo.

    E' mio ciò che è blandito, ambito, rubato
    è tuo il sussurro in lieve penombra
    è foglia che cade una danza proibita
    è tuo l’abbraccio, il polso, il difetto.

    Nel tango d’amore il possesso è la rosa da passare per bocca
    è mio ciò che è mio ed è mio ciò che è tuo
    e alla fine si punge chi la spina non tocca.

    17 lug 2012

     
  • 20 luglio 2012 alle ore 17:35
    Quello che cambia

    Le cose che ti cambiano restano nascoste
    dietro i sorrisi che non dai
    ti scivolano sopra come catrame dal cielo ,
    rimangono assorbite nei pori su pelle.
    Le cose che ti cambiano passano attraverso i baci
    e gli arrivederci,
    canzoni cantate a mezza voce per strada.
    Le cose che ti cambiano non sono giuste, sbagliate o una via di mezzo:
    ti inchiodano al sole, animale impotente
    a volte ti insultano e ti si legano al dito.
    Le cose ti cambiano e non puoi farci niente
    lambiscono l’oggi come ali di cera
    fanno col gesso il confine tra prima ed il dopo,
    condanna perenne sul far della sera.

    20 lug 2012

     
  • 13 maggio 2012 alle ore 10:28
    Dopo

    Una
    macchia di rossetto
    sul cuscino.
    Il tempo
    qui
    non passa mai.

    13/01/02

     
  • 03 febbraio 2012 alle ore 8:12
    Acquaneve

    Acquaneve i versi che mi scendono sopra da lontano.
    E' il suono di un mondo sparuto che non sa come avvicinarsi piano.
    Cantare di un canto profondo, di quelli cantati col fondo di gola,
    un sonetto improvviso
    che volasse sui sensi senza alcuna precauzione.
    Procedere di passo deciso,
    tastare la pelle, annusare affezione un po' frivola,
    se non fossi poi certa
    che l'acquaneve una volta a terra congela,
    e sul terreno col ghiaccio si scivola.

     
  • 07 settembre 2011 alle ore 21:11
    La zona d'ombra

    Vorrei
    che i miei giorni
    fossero per sempre uguali
    perchè somigliandosi
    continuerò ad averti qui.

    Riscalda
    il rancore
    ipotesi non sostenute
    a metà strada
    tra bugia e secca viltà.

    Ognuno
    ha diritto
    alla sua zona d'ombra.
    La mia
    fa lo stesso rumore del mare.

     
  • 10 gennaio 2011
    Madreperla

    C’è un lembo di giornata
    tra il sonno e la veglia
    mio e tuo soltanto.
    Ti stringo
    nell’illusione
    di trattenerti per sempre.
    Non ho pensieri
    tra i sogni
    di coltivata madreperla.
    Ti dondoli
    nel sonno
    a salutare il contatto.
    Stringimi
    nella certezza
    di avermi perduta mai.

     

    Versione originale di quella pubblicata sull'antologia "Cara Alda ti scrivo..." - Premio Merini, Accademia dei Bronzi, Cz

     
  • 10 gennaio 2011
    Premonizione

    Quel giorno io
    morirò con te,
    dove si congiunge
    l’ultimo suono
    al primo ricordo.
    Non servirà
    scuotermi.
    Mi troveranno
    in fondo
    al tuo letto
    con gli occhi
    fermi
    su te padre
    su me bambina
    che ti chiede
    di restare.


    Versione originale di quella pubblicata sull'antologia "Cara Alda ti scrivo..." e premiata con menzione d’onore al Premio Merini, Accademia dei Bronzi, Cz

     
  • 21 settembre 2007
    Reset di equinozio

    Potrei
    lasciare che la notte mi inghiottisca.
    Un tempo scrivevo col sangue,
    ora siamo io e il mio tempo
    e ticchettiamo.
    Per quanto ancora dovrò cercarti?
    Inseguirti ora e sempre,
    potrei.
    Ma se i pensieri si fanno stanchi
    le mani più difficili da vedere.
    Un tempo gli sbagli si coprivano con una linea
    ma restavano lì
    si vedevano, solcavano
    la pelle.
    Ora c'è un controllo
    facile
    leggero
    e la pagina torna bianca.

     
  • "Ti sento assente"
    "è una lunga estate"
    ma sento una voce che / nel vento parla di te
    c'è un prezzo da pagare per ogni cosa.
    L'amore
    è sempre
    un compromesso?
    Quest' anima senza cuore / aspetta te / adagio
    in attesa che il destino si compia. il mio perché nella tua vita.
    Chiudo gli occhi e vedo te / trovo il cammino che / mi porta via / dall' agonia
    sotto un cielo che si fa prima fulgore e poi stridore e poi
    dolce abitudine.
    Quello che vorrei / vivere in te
    Ascoltare il tempo che passa.
    Il segno di un'estate che mi sembra non finire mai.
    Abbracciami con la mente / smarrita senza di te / dimmi chi sei e ci crederò.

     
  • 01 marzo 2007
    Mai più senza

    Silenzio
    Chiaro stratega
    Ingenuo dissenso
    inutile preda
    Sottile e fugace
    rimane per strada
    gentile e rapace
    annulla e risana
    Il cuore ho lasciato
    ma in futuro mai più
    senza
    Strano essere qui
    senza tangibili segni
    della tua presenza.

     
  • 15 gennaio 2007
    Ancora tu

    “Vieni qui”, disse lui
    “Sono qui”, disse lei
    “Abbracciami”, disse lui
    “Ti abbraccio”, disse lei
    Cominciò in questo modo la danza
    delle mani e dei sensi
    in vortice sinuoso
    Il respiro più forte, il segreto quasi svelato.
    “Lo so che ti piace”
    ma due occhi aperti
    dicono più di un romanzo.

     

    “Cos’hai?”, disse lui
    “Cos’ho”, disse lei
    “Che guardi?”, disse lui
    “Il tuo cuore”, disse lei.
    Gli occhi aperti guardava,
    che parlano più di un discorso.
    Le sue carezze ascoltava,
    che tacciono più del silenzio.
    “Io sono da amare” disse lei
    “E tu non mi ami”
    “Lasciati andare”, disse lui
    “Lasciami andare”, disse lei.

     
  • 04 gennaio 2007
    Un colore nuovo

    Non è l’inizio della fine
    Non è
    la fine
    È un nuovo inizio
    Quello in cui io sono già grande
    d’improvviso
    E vedo più cose
    d’improvviso
    E prendo più coraggio
    dal tuo viso.

     
  • Amore nascente, amore bollente,
    amore in salita, amore battente,
    amore d’angoscia, discreta magia,
    amore stregato, assurda follia.
    Di lama o di taglio il mio sangue già cade
    gelosi rintocchi, risate che ingrate
    profanano incaute ciò di cui sono intrisa,
    incidono attriti, distruggono stelle,
    nascondono a strati tatuaggi su pelle,
    disegni malfatti di api e delfini,
    i miei sogni disfatti di case e bambini
    - Levitassi leggera, ingenua tiranna…
    Sono solo una strega, del mio rogo condanna.

     
  • 20 novembre 2006
    Pietra su seta

    Io voglio essere aria
    Lasciarmi alle spalle i vostri stanchi giudizi
    Guardare negli occhi ciò che voi volete ignorare
    Raccogliere in mano le pietre scagliate
    Voglio urlare l’amore, innalzarmi sovrana
    Non avere paura di una voce infamata
    da falsi pensieri, da orgogli di seta
    io voglio strappare i vostri nervi di pietra.

     
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  • 17 dicembre 2007
    Sforzati di ricordare

    Come comincia:

    Sforzati.
    Di ricordare.
    Ricorda l’odore di polvere e morte, ricorda le rinunce pur di non chiedere il pane per strada. Ricorda le orecchie ritte a cercare il sibilo del prossimo attacco, il gemito lento dei morti in agonia.
    Le lettere a fiumi nella gelida attesa del non rivedersi, un futuro fatto di fiati e di fumi mai spersi. Ricorda. I suoi occhi celesti oltre l’ombra dei lampioni la sera, le sue mani sottili che accarezzano svelte il grembiule. Tegami pesanti che per sollevarli dal fuoco bisogna essere in due. Odore di burro e cipolla, ragnatele incollate sui muri come il tempo che resta addosso ai vestiti; i legumi che vanno nascosti per quando non ce ne saranno da mettere a tavola.
    Il sole ha raggi lunghi ma tiepidi ancora. Tu sei sotto il più grande cipresso del cimitero e aspetti sua madre oltre il grande cancello. Oggi sono due anni che lei se n’é andata. Qualcuno ha deciso che non era forte abbastanza per attraversare una guerra.
    Sua madre attraversa la strada brecciata arrancando sotto il peso del dolore ancora non smorto. “Dovresti sposarti, e dare a tua figlia il suo nome”, é la prima cosa che dice prima di guardarti nel volto. “Se non lei, nessun’altra” è quello che dici. I giorni sono passati senza onore né gloria, le stagioni hanno solcato il tuo viso senza chieder permesso; hai abbozzato un ritratto a memoria, con le mani ruvide e tozze, ma non contento di te lo hai gettato nel mare. Il resto è duro silenzio, angelica quiete, sulfurea tempesta che non ti fa dormire la notte.
    Ricorda. Il senso di lei farsi spazio nei giorni a venire. Le giornate passate a studiarsi nel mercato in di piazza, i saluti formali e il berretto per terra. Le presentazioni e gli sguardi, guance rosse per tanto pudore. “Hai sentito se?” “Conosco suo padre” “Non si potrebbe?” Le frasi a metà attraverso le persone sbagliate. Finalmente “un presente per lei signorina”, e un prosciutto atterra sulle scale di casa. Lei spia dalla tenda, i suoi sono fuori; tu cerchi il suo viso sperando di cogliere un segno.
    Il segno arriva insieme a Natale, quando il silenzio diventa parola e la mano viene concessa. Incontri al suono dei ferri, il bianco merletto riflette parole che ti vergogni a pensare, gli occhi si spingono dove nessun uomo ha mai provato ad osare. La promessa comune infine è un suggello, sigillo incantato ad un sogno d’amore, un ramo di vischio sotto l’arco del cuore. I segreti ora viaggiano in corsia preferenziale, tra un uomo e una donna non c’è più nulla di male: avete progetti e monete, fiducia e speranza; la madre già piange, il fervore è già grande.
    D’improvviso l’oscuro, il pugno si stringe: un richiamo serrato si fa strada al mattino. La guerra è alle porte, l’Italia non finge.
    Sforzati. Il dolore del fronte senza scelta né amore, l’impaziente passare di giorni e di ore. Ricorda te stesso cercarla nel pulviscolo di guerra e nella morte, pregare il dio della guerra di farti tornare. Progetti su carta, “ti aspetto paziente”, “ti penso e ti adoro”; un palpito immenso in attesa di baci. Tu sogni carezze, il suo seno piacente, quel modo pacato di starti a sentire; di notte ogni tanto rivedi nel buio il giardino e il suo cane, un dolce segreto si fa spazio nella tua mente. Abbandoni la testa sul legno del letto di guerra e guardi il soffitto creparsi d’invidia, per quell’amore battente che lasci e che perdi in un’amara follia.
    Dietro alla porta a te così nota però accade qualcosa che mai più ti consola: c’è un’ala bastarda che mentre tu sogni se la porta lontano; un’aria malsana che mentre le incendia i polmoni ti guarda, sogghigna e le tira una mano.
    La guerra è finita e lei è stesa sul letto, il corpo non caldo: la cera si scioglie e goccia per terra i tuoi giorni a venire. Hai lo sguardo fisso nel vuoto e non riesci a vedere; le orecchie piene di un grido, e non riesci a sentire.

    *

    La musica s’acquieta in questa sala di pietra, rallenta il suo corso e assottiglia la nenia. Le tue dita si avvolgono lievi sul ripiano di corde, gli occhi rapidi volano a picco sul desco imbandito, il tuo cuore individua quell’uomo che lo ha per un giorno rapito. Non è permesso avere passioni nel tempo di arpe e dragoni, non c’è spazio per amori e progetti in battaglie e clangori.
    I tuoi capelli hanno un velo di raso e un cappello leggero, il tuo abito è il panno cangiante di un grande veliero. Dal tuo canto accompagni col canto e con l’arpa  il desinare dei ricchi, mentre un cane lisciato ti scodinzola attorno cercando per caso qualche pasto avanzato.
    Tu canti leggera e l’estate non torna. Tu canti e lo guardi, e l’amore trionfa.
    E’ successo un bel giorno di gelo invernale, tu provavi altre note del tuo canto abissale. Eri voltata di spalle all’ingresso ormai vuoto; gorgheggiavi serena pensando a quell’uomo. D’improvviso le spalle afferrate e bloccate, la sua voce che squarcia le brame non confessate. Non è sesso ma amore quello che vi giace su un unico letto; è melodico incanto a sfiorarti leggero la pelle sul seno diletto.
    Tra le dita il padrone ti tiene come fossi di seta, tu tremi d’amore quando incroci  i suoi occhi. I sospiri si fanno a tratti più intensi e il suo corpo è un mantello che più non ti scordi.
    Eppur non c’è spazio nell’Evo di mezzo per sogni e pudori del cuore che soffre. L’amore è un lusso a cui chi suona le arpe non si può dedicare; tu resti nell’angolo a guardare il tuo uomo e a voler ricordare.
    Poi lei. Riconosce nel grembo il frutto rubato. Ti guarda negli occhi e comprende l’amore insidiato. Il sole è freddo e l’estate non torna, lei legge nei gesti qualcosa d’errato; il suo uomo è assorto in un magico assolo e lei non riesce a varcare la soglia di quegli occhi di giada. Tradito il suo patto ma soprattutto l’orgoglio, non accetta che l’erede arrivi dal caso ed escogita un piano per riavere l’amore. Oppure illusione.
    E’ notte e tu sogni il tuo palpito arcano; nel buio il ricordo è un bene assai raro, di cui ormai nutri la tua mente maldestra. Le tue mani lo cercano lungo il lenzuolo, gli occhi chiusi lo vogliono al buio; incosciente parli di lui anche se non sei desta.
    La porta si schiude e tu non la senti; il fruscio ai tuoi piedi non forza i tuoi sogni. Un vento leggero ti accarezza i capelli; ti giri di lato e l’inganno si compie. Rapida e sveglia la donna si sfila le perle dal seno e le cela malfide fra i tuoi tessuti vezzosi; richiude il cassetto con uno scatto felino e lesta e indolente si allontana nel buio. Tu non fai che socchiudere gli occhi, sospirare un istante e tornare a sognare.
    Poi quando il mattino ti sveglia sornione la luce riscalda il tuo talamo vuoto, e i passi ormai noti di serve e di cuoche ti dicono a che punto si è con la colazione. Questo sole ti accoglie con un sorriso radioso, tu ignara ti vesti e raggiungi il resto del mondo.
    Il sole compie il suo giro e la giornata va avanti, ma prima ancora che tocchi il terreno la tua pena ti è innanzi.
    Sforzati di ricordare. Il ghigno impietoso nel suo sguardo bugiardo. La mano nervosa fa bella mostra delle perle scomparse, il dito d’accusa sta indicando la tua fronte innocente. Ricorda il lampo di odio partire e trafiggere il tuo cuore nascosto, mentre con parole gustate lei ti chiama ladra e furfante, rapinatrice di gioie. Tu non credi ai tuoi occhi e capisci l’inganno. Il tuo signore è assente e non esiste clemenza; prima che il sole tramonti devi lasciare la stanza. Devi lasciare il tuo mondo.
    Un ultimo sguardo alla casa e la mente è confusa; il pensiero che non esiste stagione che vi vedrà insieme di nuovo; il pungolo sottile nel cuore che ti dice che mai più riavrai quegli occhi di giada. Neanche un saluto, uno sfiorarsi discreto. La certezza che mai più il suo odore impregnerà le tue vesti, né più il suo sguardo ti cercherà al di là dei suoi servi. Il pensiero di lui che tornerà nel castello senza te ad aspettarlo opprime il tuo cuore più di cento promesse non mantenute. Il terrore del ricordo sbagliato in cui lui amerà il tuo grembo ignaro è più vitreo e tragico di qualsiasi futuro.
    La mancanza dell’addio finale marchierà per sempre anche il giorno più duro.


    *

    E adesso, sforzati di ricordare.
    Nei rumori di voci e bicchieri e il locale che traspira di luci e sudori, cerca di ricordare. Lei ti accarezza la mano e ricambi con un bacio leggero sul braccio, le parole ti arrivano sepolte dai fumi di una sera speciale. Voi due con il tuo gruppo di amici, un sabato sera che sa come tanti di risa e di umori. Lei è leggiadra e sorride, tra pochi mesi tua moglie. E’ lucente, splendente; un fiore che cresce anche con un raggio di sole.
    Poco più in là il tuo amico più caro, suo fratello che un poco gli siede lontano, due altri tuoi amici e le loro ragazze, ognuno intento a parlarsi di glorie e disfatte.
    Lei ti resta accanto pacata e sincera, nell’armadio è già pronto il vestito di seta: è candido e rosa e ha dei boccioli di tulle; promesse del cuore che la dicono lunga sulle gioie passate. La vostra casa vi aspetta e così gli invitati; questo sabato sera è tra gli ultimi fiati di una vita comune con pochi pensieri.
    Se ti sforzassi ora un poco sarebbe tutto più chiaro. Lei ti sorride e ti tiene ancora la mano. Ascolta rapita le cose che dici, ride insieme a te e ai tuoi amici. E’ così raro che lei sia tranquilla e serena, e con il gruppo condivida la cena; tu la guardi negli occhi e ti appare come un’altra persona; la guardi e ti chiedi chi tu abbia conosciuto finora, se cambierà o se resterà sempre così uguale; quale sia il lato in mistero che non ti abbia ancora svelato.
    Eppure se guardi ti accorgi che dietro di lei non c’è ombra alcuna: quello che vedi è il fremente tuo amore che è saldo e sincero nel tempo presente. Ma se guardassi un po’ a lato vedresti che dietro il bancone una giovane donna si muove lesta e discreta, le mani sottili che accarezzano svelte il grembiule. I suoi occhi celesti che scorrono sopra le teste,  vassoi pesanti che per alzarli bisogna essere in due. La sua curva del collo dovrebbe bastare e invece non vedi che il tuo sogno lontano si potrebbe avverare. Tu non senti il tuo cuore battere al di là dei rumori, non ti accorgi che la pelle si fa più irta e spinosa quando lei vi porta le bevande richieste. La tua quasi moglie brinda con te e non sapete che intorno c’è chi c’era ancor prima; una vita tornata a riscattare il passato, un amore che unirebbe ciò che è stato spezzato. Un rimettere tutto in suprema discussione, decidendo se sciogliere o meno un dolore che l’anima si trascina dai tempi scordati.
    Ma tu non la guardi perché accanto hai il tuo angelo caro, o almeno così ora credi. Non capisci che hai il batticuore perché nell’aria c’è qualcosa di te che non sai decifrare; non pensi che quello sguardo un po’ opaco abbia ceduto alla guerra e non ti abbia aspettato; che quei gesti veloci e consueti nascondano carezze e contatti sepolti nella tua tomba; che solo stasera hai l’occasione di avere una giustizia al di là delle leggi del tempo e della ragione.
    Lei ti sfiora la mano di nuovo e beve la tua birra ridendo; tu distogli i pensieri da quello strano magone che sentivi salire pian piano lungo la gola per scendere in pianto.
    La ragazza torna dietro il bancone e tu non sai di avere per sempre rinunciato al sogno più grande che ti era stato infranto.

    *

    Sforzati, e forse ricorderai.
    Ricorda tra i rumori e le forti risate che l’odore che senti appartiene ad un’altra estate.
    Sforzati, amica mia cara, e mentre gli sfiori i capelli come fossero corde di un’arpa ascolta il sussurro che ti entra nel cuore. Il tuo quasi marito sorride con te mentre rubi la birra, la ragazza del bar ha appena lasciato un vassoio pesante. Qualche amico per bene e il sabato sera è già organizzato, stasera sei allegra e non ti va di farlo stare imbronciato. Decidi per questo di ignorare lo sguardo con la ragazza occhi-azzurri e non vedi l’apparente sussulto che lui ha avuto al suo comparire e a cui lei ha risposto abbassando lo sguardo. Perciò per adesso distogli anche tu i tuoi occhi di pietra e per caso ti incontri con quelli distratti di un uomo seduto all’angolo opposto del vostro nido d’amore. Nel vederti anche lui si è bloccato d’istinto e non finge di avere una particolare attenzione. Tu lo guardi un istante e hai smesso di respirare. I suoi occhi di giada ti colpiscono nel punto in cui ti fa più male. Neanche il tuo sposo ti ha dato mai prima una dolore così intenso. Non ti spieghi la strana sensazione che hai dentro, e continui a fissare quest’uomo di cui ti sembra persino di sapere l’odore. Il suo modo di fare ti ricorda una musica e nascosti sospiri; tra i tavoli in legno rivedere la legna sui muri e un camino già acceso non sembra poi un così grande miraggio; lui ha gesti sicuri che ti parlano di un tempo lontano da adesso, in cui il vetro non separava la pioggia dall’uomo e un drago non era invenzione. Chissà di dov’è quel tipo un po’ strano che veste in jeans e in maglione felpato, chissà se ti guarda perché lo guardi anche tu e se anche lui ha questi ricordi insolenti di un tempo passato. Magari se ci parlassi anche un poco scopriresti che ha molti lati in comune con te, e capirebbe forse certe cose più in fretta di come accade alle volte con chi sta da più tempo con te.
    Magari quell’uomo legge molte più cose tra i tuoi occhi e le mani come se fossi di seta. O almeno così pare guardandoti dritto senza muri o parvenze di creta.
    Un batticuore segreto, un pensiero che attraversa il cervello. Come sarebbe lasciare tutto quello che hai, per scoprire in lui che cosa è celato? Il suo sguardo ti dice che per te farebbe lo stesso: una condanna comune di qualcosa non detto.
    La ragazza occhi-azzurri è tornata al bancone, da lì è sparita dietro un grosso barile. Il tuo quasi marito ti guarda e sorride; tu torni al reale, e tutto il resto è infantile.

     
  • Come comincia: Le provette tintinnarono allegre mentre Marco le spostava nel loro contenitore da un piano all’altro dello scaffale. La stanza bianca e asettica lo aiutava a mantenersi controllato e pacato, a rispondere alle domande a voce bassa ma soprattutto a concentrarsi sugli odori. Il pensiero di quel nuovo profumo al muschio bianco non gli dava pace; i suoi vestiti e la sua pelle erano ormai impregnati dei vari tentativi, ma forse proprio per questo non riusciva mai a trovare la fragranza giusta. Ora troppo aggressiva, ora troppo dolce. Sarebbe mai riuscito a crearne una che non risultasse troppo femminile? La sua azienda voleva allargare l’utenza agli uomini, lanciare una sorta di elisir d’amore che seducesse le donne sognatrici – target principale – e allo stesso tempo facesse sentire forti i maschi. Gli odori continuavano a sfuggirgli dispettosi mentre cercava di dare un nome ad ognuno di loro. Soluzioni troppo alcaline, troppo acide, troppo neutre. Troppo... soluzioni. Periodaccio. E Alba, con quel discorso strano. Quando c’è qualcuno che dice “Ti devo parlare” non si respira mai aria buona. Alle cinque lei era lì, di fronte all’uscita. Nella sua Micra metallizzata quella sera Alba sembrava più piccola del solito. Sembrava tutta rannicchiata, seduta un po’ gobba al posto guida, come se avesse voluto sparire. Piccola, ha freddo, pensò Marco. Forse si è vestita troppo leggera come al solito, pensò ancora, con la sua solita insolenza verso l’autunno che era arrivato già da un pezzo e che tuttavia lei continuava ad ignorare. In realtà Marco avrebbe dovuto prendere l’autobus per tornare a casa, quel giorno: la sua Yaris era a fare revisione e lui aveva dovuto servirsi dei mezzi pubblici. Marco diede per scontato che Alba fosse lì per dargli un passaggio. Aprì la portiera del passeggero sorridendo e la salutò cercando le sue labbra. Alba rispose, debolmente. Marco si accomodò, ma non sentì il rumore dell’accensione. Si voltò verso la sua ragazza, la guardò in volto: stava piangendo. Lacrime lunghe e scomposte, silenziose come solo quelle che vengono spremute dal cuore sanno essere. Incontrollabili. Sentì salire un moto d’ansia che partì dal fondo dello stomaco, gli agguantò le ossa del bacino e salì su lungo la colonna vertebrale fino a bloccargli la mascella. Cos’era successo, dunque? «Cos’hai?» riuscì a chiederle cercando di mantenere la voce calma. Respira, Marco, respira come ti hanno insegnato al laboratorio teatrale. Le mani di Alba erano flosce, senza vita, sulle sue cosce, inutili prolungamenti di cui in quel momento non sapeva che farsene. Alba in quel momento parlava con le lacrime... ma stavolta Marco non riusciva a leggerle attraverso. In quegli anni insieme c’era sempre riuscito, più o meno, a prevedere e interpretare i suoi silenzi, e i suoi occhi, e i suoi cenni. Presto si era illuso di poter davvero comprendere cosa le passasse per la mente semplicemente guardandola in faccia. Quel pomeriggio, invece, quel pomeriggio quasi invernale in cui l’inverno scendeva improvviso a congelargli i pensieri, Alba e Marco erano improvvisamente distanti un’età siderale. «...Amore...?» provò ad insistere il ragazzo. «Marco...» disse lei. Una voce che veniva dall’oltretomba; ma anche l’ultima volta che si erano sentiti per telefono era così giù? Marco non riuscì a ricordarlo. «Marco... ma tu.... non senti niente?» Domandò Alba, tirando su con il naso. Come se non sento niente, pensò Marco. Ma se è il mio lavoro, sentire! E per qualche attimo la sua mente vagò fra le provette che quel giorno gli avevano dato tanto poca soddisfazione. Poi capì. «...Non senti che è finita?», disse Alba. A quelle parole Marco sentì davvero qualcosa, qualcosa fece crac e lui la sentì, distintamente, senza ombra di dubbio. Forse era il suo cuore, o forse il suo cervello, o forse la sua anima stessa. Forse la sua anima si era incrinata. Non avrebbe saputo dirlo: qual’è quella parte del corpo con cui si ama una persona? Bé, quella parte aveva fatto crac. «Perché dici così?» le chiese. Lei sospirò, gli occhi arrossati, lo sguardo fisso in basso. Le mani cercarono sicurezza fra le curve del volante, tastandole e percorrendole ansiose come topi in gabbia. Una moto sfrecciò accanto a loro, facendo un grande rumore di marmitta truccata e sporcando quel silenzio che arriva sempre ad annebbiare le cose quando ci sono due che si lasciano. «Ma non vedi... Non senti? Non ti sei accorto che sembriamo una coppia di cento anni? Non parliamo... Non senti che non parliamo? Si arriva alla sera che si è troppo stanchi e il cervello si disattiva... Sembra che non ti interessi più sapere come sono fatta, che non ti cambia molto quello che posso pensare o come posso stare. Possibile che a te vada bene tutto questo? Non ci pensi al futuro?» Certo che mi interessa come sei fatta, le rispose mentalmente. E certo che ci penso al futuro. Ma io guardo oltre. Non senti anche tu? Non mi leggi anche tu dentro? Si possono scavalcare le stanchezze, basta volerlo. Ci si stende insieme e ci si racconta la propria giornata, ci si dilunga su opinioni, dettagli, incertezze... ci si consiglia a vicenda, magari sì, con qualche divergenza di idee, è vero, ma non sarebbe normale né stimolante dirsi sempre di sì. Facciamo così da una vita, non mi starai mica dicendo che improvvisamente non ti va bene più, e che ti lasci buttare giù da qualche serata andata storta. ... O forse adesso passerai al “ti amo troppo per restare con te”, “non sei più lo stesso di cui mi sono innamorata” e agghiaccianti frasi del genere? Chi sei tu, in realtà, adesso? Dove sei stata cos’hai fatto mai... «Marco, mi rispondi?» Marco le aveva risposto solo dentro di sè, così come le aveva detto “ti amo” tantissime volte, ma sempre in silenzio. Quando le raccontava la sua giornata ne lasciava degli spezzoni per sé, quelli che riteneva non interessassero ad Alba, segregata anche lei per ore in un ufficio e quindi – Marco aveva sempre ritenuto – con più voglia di vagare con la testa che di ascoltarlo ciarlare di provette e conti che non ridanno. Cosa poteva interessare ad Alba della sua caccia ad un profumo? Il lavoro era lavoro... Alba cominciò a piangere come Marco non le aveva visto mai fare. «Non ti interessa... Non fai caso più a nulla...ed ora non sai cosa rispondere... Non lo sai più cosa c’è dentro di te.. ma perché amore... perché...» «No... non è così....» provò a difendersi Marco. Ma il resto delle parole si congelò in gola, e non seppe aggiungere altro. In mente aveva l’immagine di una provetta sullo sfondo asettico del suo laboratorio, ed un cuscino vuoto. Sto bene con te, le avrebbe voluto rispondere, cos’altro vuoi sapere, cos’altro dovrei dire? Ma la frase gli suonava estremamente spontanea e al tempo stesso terribilmente superficiale. Alba tirò su con il naso e sfilò le mani da sotto le cosce, dove le aveva tenute fino ad allora per tentare di riscaldarle. Con un gesto lento, si tolse la fedina dall’anulare destro e glielo tese. Marco restò immobile, allibito. «Che... che fai?» La guancia di Alba fu solcata dall’ultima lacrima. I suoi occhi arrossati sembrarono troppo secchi per esprimere nuovo sconforto. «Non sono più sicura che il mio amore basti per affrontare di nuovo... tutto questo.» Marco si sentì come di fronte ad un muro che gli stesse crollando davanti in orizzontale, contro ogni legge della fisica. Ma cosa stava succedendo? «Tutto questo... cosa?» riuscì a chiederle. Cosa c’era che non andava e che lui non era riuscito a vedere? Non si rideva forse spesso insieme? Non ci si consultava forse sui problemi quotidiani? Non ci si confidava forse la propria stanchezza e i propri malumori? E allora, allora cosa poteva esserci di così insopportabile? «Questo silenzio. Questa superficialità. Questo dare le cose per scontato. Questa noia.» Una statua di pietra sarebbe stata più espressiva. Il cervello di Marco stava per andare in corto circuito. Le sue mani rimasero immobili e i suoi occhi fissi in avanti, sul cruscotto dell’auto. Non riusciva a guardare Alba, perché teneva il suo anello con la punta del pollice e dell’indice e glielo porgeva. Non avrebbe preso quell’anello. Alba lo posò di fronte a lui, sul cruscotto leggermente polveroso. Non aveva mai avuto una grande cura della sua Micra. Marco non resistette, e come se fosse stato espulso dall’auto aprì lo sportello di scatto e schizzò fuori, senza un saluto, un bacio, uno sguardo. Carico di amarezza e di furibondo stupore. Attraversò la strada senza voltarsi indietro e con le mani tremanti cercò le chiavi del laboratorio. Le orecchie ritte individuarono il motore della Micra in avvio: una scintilla uguale a quella che accende una sedia elettrica. Sentì l’aria spostarsi insieme all’auto e trascinare via con sé i suoi progetti, i suoi sentimenti, la sua vita. Entrò nel laboratorio sbattendo la porta dietro di sè, arrivò alla sua postazione a grandi passi, come se la soluzione a tutto fosse sul suo tavolo. Si fermò. Si appoggiò alla superficie in modo da specchiarvisi. Volle guardarsi in faccia, magari avrebbe visto il motivo per cui era stata messa fine alla sua storia d’amore. Magari avrebbe conosciuto l’aspetto della vigliaccheria, o dell’inettitudine, o avrebbe fatto una bellissima scoperta e avrebbe scrutato in volto il mostro più orribile della terra. Invece niente, c’era solo lui, e accanto a sé le sue provette, riflesse. Tutti i tentativi che aveva fatto nel cercare l’unico profumo di cui aveva davvero bisogno. L’unico profumo... Il suo respiro si bloccò. Marco non conosceva l’odore di Alba. Non vi aveva mai prestato attenzione, e nonostante lui con l’olfatto ci lavorasse, per amare non lo aveva mai usato. Eppure in un profumo ci sono così tanti segreti. E ricordi. Quale profumo aveva Alba? In cosa l’avrebbe potuta cercare, adesso? O, se l’avesse voluto, come avrebbe potuto evitare quello che l’avrebbe condotto a lei? Perché non ricordava l’odore della persona che più amava sulla faccia della terra? Davvero aveva dato tanto per scontata la sua presenza da non tenere per sé nulla che gliela ricordasse? Prese in mano la provetta su cui aveva lavorato tutto il pomeriggio, fino a neanche un’ora prima. Il tintinnio che la fedina al suo dito fece contro il vetro gli provocò un fortissimo senso di nausea, tanto forte che lasciò cadere la provetta, rovesciandone il liquido tutt’intorno. Si sfilò rabbiosamente l’anello dal dito e lo scagliò sul tavolo. Il rumore che fece fu accecante.

     
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  • Una Venezia dolciastra e amara come quella di Thomas Mann. Un inseguimento di solitudini, insicurezze e vanità. "Siamo solo amici", il romanzo di Luca Bianchini edito da Mondadori nel 2011, è un insieme di storie che si intrecciano, si sorridono, a volte si deludono anche, ma che sempre lasciano l'odore delle cose non spolverate abbastanza.

    Da un concierge a una prostituta di lusso, a un mancato tronista di “Uomini e donne” brasiliano, passando per una bionda torinese che perdona troppo spesso le scappatelle del marito e una receptionist che regala drink card, i personaggi di Luca Bianchini prendono vita e sentimenti come se gli camminassimo accanto e origliassimo le loro conversazioni. Le loro azioni e I loro pensieri sono raccontati con scrittura gentile e sguardo acuto, che non rendono mai banali una catena che in fondo è classica: lui ama lei che non sa decidersi, ma forse è innamorato anche di un'altra che si innamora di un terzo che ama una quarta e così via. La semplicità con cui i personaggi si incontrano e si piacciono è disarmante, quotidiana, pulita.
    Ognuno di loro, in fondo, ha un appuntamento con il destino, solo che non è quasi mai il destino che si aspettano. Consigliato a chi desidera un libro malinconico e leggero, come il francese “L'eleganza del riccio”.

    "Giacomo pensò che noi umani non cambieremo mai. Che continueremo a cercare verità scomode. Che ci piace sapere degli altri anche quando gli altri non ne vogliono sapere di noi. Perché parlare ci consola, ci permette di stare ancora un po' insieme al nostro sogno, all'illusione che nel racconto si possa trovare una crepa, uno spiraglio, un piccolo gancio cui aggrapparsi per tentare una nuova strategia."

    [... continua]

  • “Vita dopo vita” di Kate Atkinson è il libro che si vorrebbe aver scritto, o che, in alternativa, si vorrebbe rileggere dall’inizio appena finito. I suoi diritti cinematografici sono stati acquisiti nel 2014 da Lionsgate (la stessa di Hunger Games e della saga Twilight) e sarà interessantissimo vedere applicata al grande schermo la sua struttura circolare. La trama è basata su quei “se” e quei “ma” con cui “la storia non si fa”, e si concentra sul periodo del Blitz, cioè quei mesi di bombardamento strategico tra il 1940 e il 1941 con cui la Germania ha bersagliato l’Inghilterra a un anno dall’entrata in guerra. La scrittura è luminosa e vivida, mai noiosa: una complice eccellente del déjà-vu continuo di cui presto si sente protagonista anche quel lettore che non ha accantonato il libro dopo i primi capitoli.
    La struttura è, infatti, così originale, che è inevitabile perdersi se non le si resta fedeli. La storia trova una risposta a quei presentimenti che a volte ci colgono impreparati: la sensazione di essere già stati in un posto, l’intuizione di essere scampati a qualcosa, la visione chiara di uno “sliding doors” che invece a destra ci ha portati a sinistra. Su questa sensazione, che per alcuni è una fantasia e per altri è una condizione di vita, Kate Atkinson lavora in maniera molto affascinante, immaginando che alla protagonista, Ursula, sia concesso di ricominciare la sua vita con un sentore più o meno concreto della precedente, a volte anche con la coscienza di poter cambiare il futuro del mondo.
    “Vita dopo vita” lascia una sensazione bella di speranza e di apertura, mostrando quello che è e subito dopo quello che potrebbe essere, e, subito dopo ancora, quello che potrebbe essere stato, senza rischiare di cadere nel concetto della predeterminazione. Resta addosso la vivida impressione che ogni piccolo gesto, fatto d’istinto o dietro attenta riflessione, possa portarci verso la catastrofe o verso la salvezza, in maniera imprevedibile.

    [... continua]

  • “Cloud Atlas” è un piccolo mondo perfetto, alla Tolkien o alla Michael Ende, del quale si diventa dipendenti. Per gli appassionati del tema (seconde possibilità, reincarnazioni, destino) deve essere un must. Scritto nel 2004 ma riportato all'attenzione nel 2012 dall'omonimo film dei fratelli Wachowski, è una grande matrioska di vite passate, presenti e future in cui, dal passato-passato (fine diciannovesimo secolo) al futuro-futuro (un'umanità post-apocalittica), di vita in vita ogni personaggio compie il suo piccolo passo verso l'affrancamento dai soprusi. Sei storie, un filo comune: la lotta contro gli abusi, la volontà di cambiare le cose, di difendere gli indifesi. Fa da sfondo una musica che attraversa i secoli, il sestetto “Atlante delle nuvole”: occorre leggere il libro per capire che non è soltanto un capolavoro musicale, ma è il volume stesso, perché ogni strumento procede in assolo finché non si interrompe per cedere il passo a un altro, che a sua volta si interromperà per un altro, e via così finché non si riprendono in maniera speculare gli assoli interrotti. Esattamente come le storie dei sei personaggi.

    Ho trovato assolutamente coinvolgente il riproporsi della possibilità di cambiare le cose e di modificare il rapporto fra i poteri. Ogni vita mostra una lotta tra gli oppressori e gli oppressi, a volte dalla parte dell'oppressore, come lo schiavista dell'Ottocento, altre dal punto di vista dell'oppresso: il compositore succube del suo datore di lavoro, la giornalista che fugge dagli insabbiatori del rapporto sul progetto HYDRA (così chiamata perché "un'idra a molte teste è la natura umana"), gli anziani che vogliono sottrarsi alla prepotenza degli infermieri nella casa di riposo, i nuovi schiavi del futuro (gli artifici koreani), i nuovi inferiori del futuro-futuro (la razza bianca)... Tutti sono alla ricerca della verità, tutti vivono in qualche modo un incontro monco, che dovranno rimandare a un'altra vita, tutti adorano delle divinità mitizzate dal passare del tempo, tutti vengono traditi da una persona o dal sistema. Tutti, soprattutto, rinascono con una voglia a forma di stella cometa addosso...

    [... continua]

  • "Corpo disumano" è solo all'apparenza un libricino snello. Se lo si inizia a leggere con la sensazione di finire rapidamente, ingannati dalla costituzione in versi e dalle sole 70 pagine, ci si fermerà a metà, come una sosta necessaria in autogrill durante un lungo viaggio.
    Edito da Oèdipus nel 2017, questa raccolta di poesie di Daniele Campanari è corposa e densa come il cioccolato. Non si può bere tutta d'un fiato, richiede il piacere di assimilarla. I versi sono lunghi e intensi, simili spesso a una conversazione densa ma non traboccante di un lirismo malinconico che il poeta sembra volere restituire alla quotidianità, e probabilmente ci riesce, visto che se ne sente nostalgia appena si posa il libro. Ecco che metafore, sineddochi, ossimori e giochi di parole celebrano succhi alla pera, tastiere qwerty e ombelichi come parti che scandiscono una giornata divisa in due: da mezzanotte alle undici e dalle dodici a mezzanotte.
    La musicalità o la suggestione non sono la priorità degli scritti di Daniele Campanari: chiamano in causa il prosaico senza darsi gratuitamente al volgare, eleggono la stabilità  - forse anche la consunzione - dei rapporti a stato da celebrare. I titoli sono tratti, la maggior parte delle volte, dagli ultimi versi delle poesie, come a voler lasciare un'eco, una ridondanza.  

    Il corpo disumano del titolo è quello sacro, onorato indegnamente da chi, da una età "anagraficamente solida", forse ha perso lo stimolo a "morire, ancora, morire e vivere" come si fa a diciotto anni, e sovrasta gli ingenui, gli innocenti, dall'alto di una posizione raggiunta senza merito.

    "(...) quanto eravamo lenti, vero, la mattina è il preascolto della giornata
    e per gli altri, questi in fila, come fai a tenere l'angolo in disuso.
    cosa non va nell'apparire come carne propria
    le cose che fai e non dici, queste sono fasi
    semmai infilzaci, infilaci il berretto semmai
    se mai con le mani ci suonerai qualcosa"

    [... continua]

  • “Il drago non si droga” di Walter Lazzarin (RedFox 2015) è un prodotto narrativo adorabile, dal tono garbato e dai contenuti intelligenti, che racconta di un “quasi” rapimento ma passa attraverso la coscienza dei bambini. Lo sguardo resta basso, a misura dei piccoli anche quando si sposta sugli adulti, che forse per l’occasione rispolverano il loro lato più semplice, semplificando a loro volta anche le introspezioni. Ci sono una mamma con il senso di colpa, un papà senza una famiglia, una coppia senza indipendenza, ma al centro della storia ci sono soprattutto Giacomino e il suo pupazzo Prezzemolo, il drago di Gardaland: è lui il suo fedele amico, il suo grillo parlante, il collegamento con i suoi amichetti Elio e Pollo, che, come tutti i bambini, sono un po’ magici.
    La scrittura procede a un ritmo sano, senza sbrodolarsi. Le descrizioni sono sempre essenziali e si avvalgono spesso di rapide metafore molto efficaci. Ci vuole talento a essere sintetici e Walter Lazzarin lo ha. Il lavoro di editing può competere con quello di una grande casa editrice, ogni cosa risponde alla grammatica interna al romanzo e non fa una grinza. Tutto è in sintonia con la personalità carismatica dell’autore, protagonista dell’avventura “Scrittore per strada”: un vero e proprio tour per le città italiane, in cui Walter Lazzarin si trasforma in un busker della scrittura e dedica ai passanti piccoli tautogrammi realizzati al momento con la sua Olivetti.
    Da ottobre 2015 a luglio 2016 incontrarlo significa anche ascoltarlo raccontare questo suo terzo libro, che mette in campo alcuni luoghi comuni per guardarne le sfaccettature per verificarli e a volte, ironicamente, confermarli. Per esempio: è vero che con i “drogati” non ci si deve parlare?

    [... continua]

  • Il volume “Inseparabili”, edito da Mondadori, chiude il dittico “Il fuoco amico dei ricordi” inaugurato da Alessandro Piperno nel  2010 con ”Persecuzione” e vince il Premio Strega 2012. La sua forza narrativa è nel buon punto di incontro fra l’italiano colloquiale, un po’ scomposto, e quello letterario, sobrio e rassicurante. Quella che può venire percepita come debolezza della trama, passa perciò nettamente in secondo piano di fronte alla forza dei personaggi e alla sensibilità della scrittura. Al centro dell’intreccio ci sono i fratelli Pontecorvo e il loro rapporto di venerazione-odio, che comprende lo spirito di competizione avvelenato da un dramma famigliare vissuto nella loro preadolescenza. “Inseparabili” è pensato per essere comprensibile anche sganciato da “Persecuzione” e si sofferma sulle criticità dei rapporti umani, le loro fragilità e le loro incomprensioni. Filippo e Samuel (Semi per gli amici) hanno ormai una vita di coppia consolidata, le loro distinte ambizioni lavorative, i loro successi e i loro grandissimi errori; Piperno indugia in maniera molto piacevole anche sulle storie delle loro donne (ufficiali e non, compresa la loro madre), restituendo uno spaccato di mondo convincente e molto umano. A governare su tutto è il silenzio, o meglio quell’omertà istintiva che si sceglie con l’intenzione di proteggere i propri cari, ma che alla fine li contamina come un mutismo cancerogeno.

    [... continua]

    • Inferno
    • 24 agosto 2015 alle ore 16:51

    Il sesto thriller di Dan Brown (il quarto ad avere come protagonista il professore Robert Langdon) diventa in ottobre 2016 un film dalle ambientazioni indubbiamente bellissime. Non potrebbe essere altrimenti, visto che lo scenario iniziale è Firenze, si prosegue per Venezia e si decolla addirittura verso il medio Oriente. Al centro del fitto intreccio, ricco di colpi di scena e di carte rimescolate a dir poco vertiginosamente, c’è la caccia a un luogo misterioso da cui sarà cambiato il destino del mondo. Il libro segue la serie Langdon iniziata nel 2000 con il libro "Angeli e demoni" e continuata con il "Codice da Vinci" nel 2003 e "Il simbolo perduto" nel 2009.
    Cosa si farebbe se si potesse salvare l’umanità sacrificandone una parte?
    In “Inferno” di Dan Brown (Mondadori 2013) l’evoluzione dell’ingegneria genetica si affianca di pari passo a una rilettura interessante della Divina Commedia: l’autore ci mostra il nostro capolavoro attraverso i suoi occhi da straniero, ne amplifica il valore e ci aiuta forse anche a ricordarne la grandezza universale. La lettura, come lo scrittore ha abituato i suoi lettori, è incalzante e alterna piuttosto bene i momenti descrittivi a quelli di azione e a quelli di introspezione (in genere funzionali alla suspense). Viene di continuo da cercare su internet i luoghi dell’ambientazione, con il libro ancora aperto e la pagina letta per metà, per la voglia di visualizzare meglio i movimenti dei personaggi. Finale controverso e sorprendente.

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  • “Non avevo capito niente” (Einaudi, 2007) è il primo libro della trilogia di Diego De Silva che ha per protagonista l’avvocato napoletano Vincenzo Malinconico. Finalista al Premio Strega 2007, il libro è di lettura molto agevole. Se si accetta di lasciarsi trasportare dal flusso di coscienza del narratore, spesso molto divertente, si finisce per soffocare più di una risata. È una buona lettura da ombrellone, costruita su un personaggio verosimile, dalla bassa autostima, che da un certo punto in poi è costretto a fare delle scelte e di conseguenza vede iniziare a cambiare anche alcune cose che si trascinavano da tempo intorno a sè. Il ritmo della lettura è posato e le descrizioni dei personaggi irresistibili, a volte caricate, ma non forzate. Il punto di vista del protagonista, che narra in prima persona, è sempre estremamente ironico, a tratti nevrotico, indubbiamente sempre molto vivido e colloquiale. La sensazione finale è che ci sia un’estrema sensibilità latente che abbia quasi il pudore di venir fuori, come fa invece negli ammiccamenti al pubblico femminile o nelle digressioni di argomento musicale. Gli altri libri della trilogia sono “Mia suocera beve” (2010) e “Sono contrario alle emozioni” (2011); la trilogia è contenuta in “Arrangiati, Malinconico” (Super ET, 2015).

    [... continua]

  • La famiglia di Violetta si direbbe una famiglia come le altre. È composta da due genitori, due figli e un cane; ha le sue incomprensioni, grandi gesti d’amore e il tempo che passa sicuro. Deve fare delle scelte, trasferirsi. Ama il mare. Ma la famiglia di Violetta non è esattamente come le altre: Violetta, infatti, non esiste, o meglio, non si vede. La vedono solo quelli che la amano, perché la desiderano.
    In “Voglio vivere una volta sola” (Piemme 2014) Francesco Carofiglio decide di raccontare una storia apparentemente comune, da un punto di vista decisamente non comune: quello di una bambina che non c’è, ma che è più presente della presenza stessa.
    Ci si muove quindi in una sorta di nuvola di cose che accadono, a volte non subito comprese perché viste con gli occhi inesperti di Violetta, permeate di malinconia e di fiducia incondizionata. Una fiducia che non riesce a crollare davvero del tutto, nemmeno di fronte a piccoli traumi, inaccettabili per l’innocenza di una bambina.
    “Voglio vivere una volta sola” è un inno all’amore famigliare, ai posti sicuri dove si può sempre tornare e alla potenza del ricordo. A volte, come Violetta, si ha la sensazione di esistere veramente solo finché si “rimane nei pensieri, o nel cuore”.
     
    “Non riusciva a perdonare se stessa. La felicità perfetta della sua giovinezza, il suo amore senza condizioni, l’intimità silenziosa che li aveva accompagnati per anni. Senza un’incrinatura, senza una voce stonata. Non riusciva a perdonare la bellezza del mondo, il loro mondo, perché era ormai chiusa in una scatola di vetro. Poteva vederla, non poteva più toccarla”.

    [... continua]

  • Grazie al film del 1939, che ha fatto seguito al Premio Pulitzer del 1937, la trama di questo libro è nota a tutti. Quello che però probabilmente spaventa i più è l'approccio al volume, che - a seconda delle edizioni - va dalle 800 alle oltre 1000 pagine. "Via col vento" è invece un romanzo epico da leggere ancora adesso, perché presenta uno scorcio su un mondo che in Europa conosciamo poco. Quando sentiamo parlare di guerra di secessione, infatti, siamo più portati a pensare a una guerra di buoni contro cattivi, schiavisti contro liberisti: non pensiamo subito alle difficoltà portate dalla sovversione di un ordine consolidato, o a cosa succede in una società che deve scegliere tra il lottare per la sopravvivenza e "adeguarsi" ai nemici in casa e il trovarsi nella povertà pur di rispettare virtù come onore e decoro.
    Il mondo presentato da Margaret Mitchell è universale perché simboleggia ogni nostalgia per un tempo andato e mostra senza buonismo il modo in cui le persone riescono ad accettarlo o meno; rappresenta la capacità di risorgere dalle proprie ceneri e da quelle altrui, con schiettezza e intraprendenza, dimenticando tutti gli scrupoli e diventando anche persone abiette, solo per "non morire mai più di fame". 
    Per fortuna, "Via col vento" fa anche appello alla certezza di non poter "fronteggiare la vita senza la terribile forza" di chi è "dolce, gentile, tenero di cuore". È molto interessante andarsi a leggere la vita passionale della scrittrice: si ritroveranno moltissimi dettagli, più o meno evidenti, in comune con il libro. Anche gli occhi verde smeraldo di Rossella O'Hara (che nel film furono colorati in post produzione: Vivien Leigh, infatti, li aveva azzurri).

    [... continua]

  • Bellissima prova del 2013 dell’autrice genovese Sara Rattaro: “Non volare via” è una rincorsa tra sogni, responsabilità e la voglia mai sopita di non crescere.
    L’amore è una scelta o una cosa che accade? È questo il dilemma a cui siamo sottoposti durante tutta la lettura, che scorre veloce e affamata grazie anche a una scrittura dai tratti più netti e audaci di Un uso qualunque di te, del 2011.
    “Non volare via” è un romanzo a più voci che vede emergere, tra tutte, quella di Alberto, un quarantacinquenne a capo di una famiglia bellissima e unita nella lotta quotidiana con la sordità del secondogenito, Matteo. Alberto e sua moglie Sandra si trovano, loro malgrado, in una giostra di scelte, emozioni e bugie in cui la loro vita di coppia viene fatta e disfatta più volte. Il punto è che non sono più solo una coppia: hanno due figli, e per di più uno di loro ha bisogno delle sue regole, come fare cena alle otto tutti insieme.
    Come in un circuito chiuso, la famiglia si trova scandite da regole del tutto simili a quelle degli scacchi: proteggi sempre il tuo re; non attaccare mai se non sei perfettamente indifeso; a volte è meglio sacrificare un pezzo per non compromettere l’intera partita. Alberto e Sandra, che hanno dato il meglio di sé per rendere perfetta l’esistenza di un figlio imperfetto, devono fare i conti con le loro, di imperfezioni, perché solo così sono in grado di capire cos’è che li può rendere perfetti.
     
    “Sarai un bravo papà e lei sarà pazza di te: (…) Non devi imparare tutto insieme, lo imparerai con lei, basta che tu sia te stesso. Affettuoso, responsabile, ingenuo, apprensivo e normale. Sarai il suo papà e nessuno vi potrà mai dividere perché lei sceglierà sempre te. Ti cercherà in ogni uomo che incontrerà, e per questo motivo le sembrerà sempre di accontentarsi”.

    [... continua]

  • Web 3.0: è bene chiedersi non cosa possa fare per noi, ma come possiamo cavalcarlo. Nel prezioso compendio “Promuovere e raccontare i libri sui social network”, Davide Giansoldati mette a disposizione la sua esperienza pluriennale in editoria e internet fornendo consigli pratici e utilissimi su strategie e soluzioni di promozione di libri sul web.
    Il volume, snello ma allo stesso tempo corposo, si preoccupa di iniziare dall’ABC: spiega un po’ di informatica, dando indicazioni sul tipo di piattaforme virtuali disponibili e spiegando elementi basilari come l’hashtag.
    Nel suo corpo centrale fa distinzione fra i vari social network, paragrafo per paragrafo, attardandosi a spiegare le funzionalità anche di Instagram, Pinterest, Google +, Youtube e Anobii. I consigli partono da nozioni base di marketing e si concretizzano in azioni di buonsenso, da come stabilire un target di riferimento a come pianificare il tipo di comunicazioni che si vuole dare.
    Questo è un libro diretto per lo più agli editori, ma anche gli autori ne trarranno vantaggio, grazie soprattutto alle case histories, ai link utili e agli spunti presentati. Sicuri, per esempio, che il vostro sito sia “social”? Sicuri che state utilizzando Twitter o Facebook in maniera adeguata? Vi ricordate di tenere aggiornate le vostre fan page? Conoscete i book blogger giusti? Nel libro viene fatto un censimento accurato dei vari siti e portali che recensiscono libri e ospitano amanti della lettura, utili perciò a confrontarsi, a capire in che direzione vanno i gusti del mercato e a migliorare la propria offerta.
    Il libro aiuta anche a scegliere i messaggi da veicolare: “La costruzione della reputazione di esperti su un argomento è un lavoro lungo, delicato e continuativo: dovete far emergere le competenze da quello che scrivete, dalle fonti che citate, dai link che condividete”. Se internet è sinonimo di velocità non lo è necessariamente di superficialità, e gestire le proprie interfacce chiede molta attenzione e capacità di sintesi: “Concedetevi il tempo di esplorare meglio le possibilità offerte dai vostri contenuti (…); quando pensate di aver trovato l’idea giusta, provate a scriverla in una frase di senso compiuto non più lunga di dieci parole; se ci riuscite, l’idea allora è abbastanza chiara e definita nella vostra mente”.
    Preciso e professionale, Davide Giansoldati lancia una lunga serie di messaggi molto utili, permettendo a moltissime idee di sedimentare e a molte altre di ritirarsi, pudiche, nel proprio cantuccio: sì alla condivisione, no all’autoreferenzialità.

    [... continua]

  • Tutto inizia dallo sguardo di una bambina di dieci anni. Silvia è per metà bolognese e per metà rocchigiana: vale a dire, per metà cittadina e per metà paesana. È la protagonista di “La casa di tutte le guerre”, il nuovo romanzo di Simonetta Tassinari, e racconta in prima persona i fatti che le sono accaduti nell’estate del 1967, tra la melodia di “Yesterday” e la frescura delle notti in collina. Teatro della sua estate è la casa di nonna Mary Frances Higgins, un personaggio che spicca per la sua eleganza e per la compostezza del suo dolore. Come tutti i bambini, Silvia molte cose non le capisce ma ha una sensibilità spiccata per l’essenziale: questa sensibilità, o questa incoscienza, la spinge oltre le apparenze e perciò verso una bambina difficile da gestire, emarginata da tutti, Lisa Bandini. Il rapporto tra le due bambine si sviluppa e si interseca con un piccolo giallo famigliare, una “guerra” iniziata con un amore tragico e non ancora finita, anzi insabbiata nelle cose che non si dicono, nei rapporti non risolti, negli anni che sono passati. La chiave di volta è in una soffitta, misteriosa ma accogliente come una presenza benevola: un luogo dove il tempo si è fermato e dove le domande si autoalimentano, anziché trovare risposta.
    La storia è raccontata in prima persona, con una luminosità leggiadra e ammiccante che riesce a interpretare il mondo inspiegabile dei grandi con un sorriso duraturo, che tuttavia non ridicolizza né smorza il dolore. Le soluzioni vengono fornite dall’autrice con garbo, una alla volta: appena il lettore crede di aver capito tutto, si accorge che c‘è ancora qualcosa che manca. La scrittura vivace e intimista di Simonetta Tassinari strappa più di una volta un sorriso e porta con sé un’autoironia a tratti fumettistica, che mai scade nel banale o nel ridicolo. “La casa di tutte le guerre” ha un titolo rutilante, che può sembrare minaccioso, ma di cui invece si può fidare perché regala una lettura scorrevole e commovente, adatta anche a sotto l’ombrellone.
     
    “La mia capacità di ospitare dentro di me sentimenti così contrastanti, pur seguitando ad avere sempre gli stessi occhi, naso e bocca, mi meravigliava."

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  • Il nuovo libro del pescarese Alessio Romano “Solo sigari quando è festa”, edito da Bompiani all’inizio del 2015, conferma il filone del thriller che l’autore scelse già nel 2005 con “Paradise for all” (Fazi), e lo perfeziona presentando un romanzo di formazione che si conclude con un finale entusiasmante. Il protagonista è Nick Mangone, verosimile rappresentante di una generazione un po’ sfigata e autoironica che è impegnata a sopravvivere agli eventi, piuttosto che dominarli. Nel suo caso, Nick è sopravvissuto al terremoto abruzzese del 2009, eppure si trova a dover fare i conti con tanti piccoli terremoti nella sua vita, che lo costringono a mettere in discussione il rapporto con il padre, con la sua fidanzata e con i suoi stessi ricordi. L’intrigo, è il caso di dirlo, corre sulla rete, o più precisamente su una ragnatela tessuta su Facebook da un certo “Il Ragno” che gli chiede l’amicizia. Raccontando di fiadoni, sanguinacci e altre madeleines della tradizione culinaria abruzzese, Nick Mangone si invischia sempre di più nella verità, cercandola sempre più in fondo, quasi ipnotizzato, come se aver perso la casa non fosse un problema sufficientemente grande.
    Interessante la scelta del titolo, per il quale occorre superare il primo muro di apparenza come molte cose nel libro. “Solo sigari quando è festa” è un’espressione allegra, sì, ma si vela di malinconia quando si scopre che è legata a una figura di dimenticanza: una persona che ricorda solo la promessa di non fumare altro che sigari e solo nei giorni di festa, ma che non sa più distinguerli dai giorni normali e perciò ha sempre il sigaro tra le dita.
    Con abilità cinematografica e una scrittura estremamente contemporanea, con rimandi e omaggi a John Fante, Charles Bukowski e Sandro Veronesi, Alessio Romano porta il suo protagonista a dover scegliere, per una volta nella sua vita, delle priorità, e non dimentica di gratificare il lettore con una mossa astuta sul finale.
     
    “Il tempo si è congelato. Dio si è davvero scordato che ci siamo anche noi, che nel suo creato c’è pure questa cantina.”

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  • La storia di un uomo “matto per il pallone”? No: piuttosto, la storia di un ritorno. “Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino” è stato presentato al Premio Strega 2014 e arriva nella carriera di Gordiano Lupi dopo una serie di pubblicazioni dedicate al cinema e a Cuba. L’autore lo apre e lo chiude con una dedica alla madre: “Questo libro è il massimo che posso fare in tema di storie d’amore”. Ogni pagina sembra spiegare di che tipo di amore si tratta, ma appena si crede di avere acciuffato il senso della narrazione – genericamente in terza persona, ma con un narratore tanto presente da concedersi a tratti un “Noi” nostalgico e collettivo – si è costretti a rilanciare il dado e a riprovare. La vita del cinquantenne Giovanni è colma di scelte e rinunce in nome di qualcosa in cui ha creduto. L’amore della sua vita sembra ora il calcio, che lo ha portato attraverso l’Italia; ora il legame profondo con suo padre, rappresentato dall’altoforno cittadino (l’“acciaio”) che un tempo garantiva benessere alla città; ora il pensiero mai spento di una cotta adolescenziale.
    Si capisce solo a metà libro che la storia d’amore annunciata non è quella fra il protagonista e il calcio, ma va ben oltre: prescinde dal pallone, si riversa nella vita stessa, perché chi ama davvero questo sport non lo può separare, non può dire “questo è calcio” e “questa è la mia vita”. Le due cose, semplicemente, vanno a coincidere.
    Giovanni torna in un luogo in cui ricordi e riflessioni lo assalgono a cascata da un ciglio ben definito di abisso, quell’imperativo mancato di “dimenticare Piombino”. Da giovane ha lasciato il paese di origine per rincorrere il suo sogno, ma non è stato in grado di dimenticarlo come invece si era ripromesso di fare, anzi ha scelto di tornarci: tornare lì dove tutto è cominciato, anche se ora il declino dell’altoforno sembra andare di pari passo con quello del calcio. Ripassa la sua vita da un osservatorio privilegiato, che gli restituisce l’immagine di un allenatore di cinquant’anni che è consapevole della sua età, ma intende stringere ancora forte i suoi sogni. Gli resta la certezza delle vite che non sono state scelte, e che oggi, forse, lo avrebbero portato a essere meno solo.

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  • Il mondo visto da una bambina di dieci anni. Se fosse un mondo normale, “Il buio oltre la siepe” sarebbe un tenero romanzo di formazione, di sbirciate nel mondo dei grandi. Il mondo raccontato da Harper Lee, Premio Pulitzer 1960, è invece il sud dell’Alabama, in cui bianchi e neri stanno imparando a comprendersi e a vivere insieme. Nella cittadina immaginaria di Maycomb, Scout e suo fratello Jem vivono di riflesso un evento importante nella vita del padre, Atticus, avvocato noto e rispettato in paese. Atticus Finch è stato infatti assegnato alla difesa di un uomo di colore. La giuria deve scegliere fra lui, che non ha mai fatto del male a nessuno ma è “negro”, e l’uomo più malfamato del paese, che è bianco. La storia viene raccontata nello spirito innocente e ingenuo della protagonista, la voce narrante, che molte dinamiche non le afferra ma le rende evidenti al lettore anche soltanto descrivendole, e mette in scena questa lotta attualissima e spaventosa fra la comunità e il singolo, la massa e l’individuo; la resistenza e il cambiamento.
    L’arringa di Atticus è meravigliosa; il modo in cui la vicenda si snoda sarebbe facilmente indicabile come strategia narrativa “di comodo” ma, forse per questo, è altrettanto verosimile.
    Il titolo originale del libro è “To kill a mockingbird”, ossia “Uccidere un merlo”. Il merlo, nel romanzo, è simbolo di innocenza, perché in un passaggio in cui si parla della caccia viene detto che è vietato ucciderlo, perché non fa del male a nessuno. La dicotomia tra innocenza e colpa, bianco e nero, torna continuamente e la metafora viene riproposta, in chiusura, dalla stessa protagonista, nel momento in cui realizza che ha ricevuto molto bene ma non si è mai preoccupata mai di restituirlo.
    Dopo questo romanzo l’autrice, grande amica di Truman Capote, ha iniziato molti lavori ma non li ha pubblicati: per la metà di giugno 2015 è stata annunciata la pubblicazione del suo secondo libro, “Go set a watchman”, il seguito di “Il buio oltre la siepe”. 

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  • Una storia senza tempo, con radici solidamente affondate nel terreno freddo di Russia, ricca di fascino e di interpretazioni. “Anna Karenina” è un bel film regalato dalla penna di Lev Tolstoj: dopo il successo mondiale di "Guerra e pace", ecco arrivare una vicenda individuale, adulterina, ambientata nella Russia di fine Ottocento.
    Uno degli aspetti più interessanti di questo libro, proposto e riproposto anche in diverse versioni cinematografiche, è guardare come i personaggi ruotano a corredo della figura di Anna: sono loro che vanno a costituire la vera ossatura del romanzo. La storia si consuma, di fatto, intorno alla coppia di amanti: la troviamo nella società, negli occhi di chi guarda Anna, ed è arricchita di buone tecniche introspettive che a quel tempo si stavano solo affacciando nella letteratura europea.
    Si tratta di storie umane e quindi imperfette, di persone a cui manca sempre qualcosa. I dialoghi e le interazioni mostrano la pazienza, le fragilità, le nevrosi e la forza d’animo; i ritmi dilatati di un’epoca andata e dei necessari contrasti tra la vita sociale e la vita privata. Il momento più alto di “Anna Karenina” è distinto dalle ombre di una felicità raggiunta e quindi, paradossalmente, incompleta. La voce che si sente più forte è della terra, dura, complessa come il personaggio di Levin, da conoscere e coltivare: il grande spazio che le viene dato è simbolico e si apre a considerazioni filosofiche e politiche, anche in virtù del fatto che Levin è facilmente individuabile come alter ego di Lev Tolstoj. In qualità di proprietario terriero, prende a cuore la condizione dei contadini e sviscera l’argomento a più riprese. Una chicca: il modo in cui Levin si dichiara a Kitty è lo stesso in cui il medesimo Tolstoj si dichiarò alla giovane moglie, sia tramite un gioco di parole sia chiedendole anche di leggere i suoi diari passati.
    Istruzioni di lettura per i diffidenti: bisogna lasciarsi portare dalla narrazione e non prendere il romanzo come se fosse Madame Bovary. Il focus è infatti decentrato, rispetto alla coppia Karenina-Vronsky: una volta accettato questo gioco, ci si apre a una sfaccettatura interessante di sentimenti, distribuita in maniera più o meno simmetrica fra amori infedeli e amori spirituali, la devozione per il lavoro, infine l'implosione di una storia senza futuro. È toccante il momento del parto di Kitty e sono molto coinvolgenti gli ultimi minuti di vita di Anna, forse perché costituiscono la prima, vera volta che al lettore viene concesso di guardarle dentro. Attenzione all'edizione economica Ben 2007: anche se gode della prestigiosa introduzione di Eraldo Affinati, è piena di refusi!
     
    "- Con voi avrei imparato presto perché m’ispirate fiducia – gli disse.
    - Anch’io ho fiducia in me stesso quando voi vi appoggiate a me."

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    • Bolero
    • 11 febbraio 2015 alle ore 15:40

    Un uomo con la chierica e un altro con le mani in tasca, visti da dietro come in certi finali dei film di Charlot. I due protagonisti della copertina di “Bolero” sono Craxi e Umberto Cicconi, un uomo che lo ha affiancato per circa venti anni fino agli ultimi giorni di vita: è lui il protagonista di questo libro. Umberto non è il braccio destro di Craxi, non è il suo portaborse né il suo portavoce: è il suo fotografo personale (Mi raccomando Bettì, personale, personale non vuol dire ufficiale) e la sua è stata scelta dal giornalista Carmelo Abbate a rappresentare “una perfetta storia italiana”. In “Bolero” viene sviluppata la biografia di Umberto Cicconi, romanzata, tanto rocambolesca quanto vera, carnale, audace. La narrazione si sviluppa attraverso dialoghi serrati e caratterizzati dall’assenza delle virgolette o dei caporali, ritmata da tempi cinematografici. Il libro rappresenta l’Italia che ci piace, quella che dà una possibilità a tutti: quell’Italia in cui si può nascere in una baracca a Pietralata e finire, nel giro di pochi lustri, col frequentare Palazzo Chigi. Sullo sfondo del rapporto tra Bettino Craxi e Umberto Cicconi, che assomiglia più a un’amicizia insondabile che a una relazione di convenienza, si muovono personaggi e una cronaca molto recenti, si mangia a tavola con Stefania e Bobo Craxi, si parla con Andreotti e si incontra persino Lady Diana. Soprattutto si respira la polvere della strada, quella in cui Umberto ha appreso la filosofia dello zio Ernesto, conosciuto come Bolero, che come un dio veglia su tutto. Nel notevole capitolo 72 è depositata la sua filosofia di vita come fosse un testamento. Spesso la sua è una presenza che aleggia e che accompagna Umberto in un’aura di rispettabilità, ma l’unica vera stella polare che il protagonista segue è la sua forte personalità, che lo porta a vivere una vita molto intensa e dalle scelte controverse, attento sempre a mantenere il sangue freddo.
     
    “Il rispetto per gli amici è dovuto per chi proviene dalla strada, ha respirato la tua stessa polvere e ha mangiato la tua stessa merda. Ma chi ti ha dato fiducia, chi ha creduto in te nonostante tutto, chi ti ha accettato così come sei, senza pretendere di cambiarti e senza mai trattarti dall’alto in basso, chi ti ha portato con sé e non ti ha nascosto nel bagagliaio per tirarti fuori solo quando servi non va tradito, mai, anche a costo di sacrificare la tua vita per lui.”

    [... continua]

  • Cosa accadrebbe se Mr Hyde non fosse morto? Anzi, cosa accadrebbe se Mr Hyde non fosse una invenzione letteraria? Se lo è chiesto Enzo Verrengia in “L’eredità di Hyde”, un romanzo dall'architettura affascinante e ingegnosa, scritto con metodo certosino, in cui viene immaginato che il romanzo “Lo strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde”, pubblicato da Robert Louis Stevenson nel 1886, sia nato dietro sollecito della polizia, che aveva l’esigenza di stanare questa figura malefica, nata dall’esperimento del dottor Jekyll. Nel romanzo si incontrano e interagiscono diversi personaggi dell'epoca, scrittori e scienziati. Utterson e Lanyon, già personaggi del thriller di Stevenson, sono immaginati come reali. Incontrano sulla loro strada persino Arthur Conan Doyle, che li aiuta a superare un caso difficile: far uscire allo scoperto un uomo che compie le sue malefatte tra la Gran Bretagna e l'Europa, istigando delitti e violando donne dell’alta borghesia, contaminandone la moralità.
    Enzo Verrengia, un maestro di tecnica, ha scritto un romanzo scabroso e interessante, cupo come la Londra vittoriana in cui è ambientato, dalla morale ad effetto, bene ideata. Il narratore in terza persona si offre, il più delle volte, di accompagnare il lettore nella comprensione dell'epoca e dei suoi riferimenti, conquistando la sua gratitudine. Una volta entrati nella dimensione del romanzo, ci si sente in un disegno ben costruito e allargato alla storia, con risvolti molto interessanti e un finale wagneriano. La sua scrittura sincopata gli dà il ritmo di un thriller, ma l’ampiezza del’ambientazione e la profondità dei personaggi lo sottraggono alla gabbia del romanzo “di genere”.
     
    “La foresta non benedisse quella congiunzione che veniva formalizzata. Sembro anzi che insorgesse con deliberato astio. Perché cessò ogni stormire. Tacquero gli uccelli e gli insetti. Vi fu un improvviso rilascio di silenzio.”

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  • “I profumi del cedro” (Demian Edizioni, 2014) scritto da Catia Napoleone, è un guardarsi all’indietro per potere andare avanti. La storia di Giulia è la storia di tutti quelli che si lasciano condurre dagli eventi, a volte dagli affetti e soprattutto dal bisogno di non deludere le persone. Noi siamo Giulia quando iniziamo un percorso tracciato da altri senza sentirlo davvero nostro, e quando a un certo punto della nostra vita ci guardiamo allo specchio e ci domandiamo se è quello che abbiamo, quello che vogliamo davvero. Ecco che arriva Giulia, la preferita del nonno, una personalità molto vicina alla natura e alle cose semplici, vere: arriva Giulia e alla sua vita comincia a chiedere di più. Comincia a capire che non le basta essere sul suo tracciato, si iscrive all’università nonostante sia adulta ormai; affronta i pregiudizi e la miopia di chi non capisce il suo bisogno di auto affermazione.
    Lo stile narrativo è maturo, sofferente nei punti in cui l’autrice si avvicina di più al suo cuore. Catia Napoleone ha un bel talento aforistico che vale la pena coltivare.
    La storia di Giulia è la storia di chi non rinuncia: di chi riconosce le sue ali di fuoco e le dispiega per spiccare il suo volo. E di chi sceglie di ripartire da quello che più gli assomiglia, come, nel caso della protagonista, dai profumi del cedro, cioè i profumi della sua infanzia.
     
    “Stamani le mie energie sono concentrate sulle tracce del sogno. (…) È un sogno di quelli che vorresti non finissero mai. Di quelli che racchiudono un tutto difficilmente descrivibile. Un sogno molto bello porta con sé un limite. Non si riesce mai davvero a raccontarlo tutto.”

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  • “Partita doppia” di Maurilio Riva è l’ottavo libro, pubblicato a novembre 2014, della collana dei Destrieri nata nel 2013 in collaborazione tra Lettere Animate e Aphorism. È un raffinato racconto esistenziale, cesellato e intenso, di un “uomo senza qualità” che passa il tempo in una sorta di paralisi joyciana. Remo Naffin vede segnato il suo destino già all’anagrafe:  Remo è il nome del fratello sconfitto da Romolo, l’uomo “di serie B”, l’eterno secondo; “Naffin” è il suono dell’inglese “nothing”. E proprio così trascorre la sua vita: in una quotidianità nulla e semplice, come un Metello del terzo millennio, assorbito da un lavoro sempre uguale a se stesso e tentativi di amori vissuti senza apparente convinzione, alienati dall’esistenza stessa. Remo non vive la sua vita, la subisce. Anche l’unico guizzo di reazione, il tentativo di cambiare qualcosa tramite il movimento sindacale, è destinato a fallire: Remo gioca una partita doppia tra quello che potrebbe fare e quello che non fa, tra le sue passioni non convenzionali (per esempio colleziona necrologi) e la sua inconcludenza, la sua invisibilità; la sua incapacità – forse il suo male – di vivere. Il necrologio che ha immaginato per sé è “Come libeccio estivo / e violento fortunale. / Senza lasciare impronta / né eccessivo danno / una volta tornato il sereno”.
    Il romanzo è intriso di disillusione, di un’apatia sconfortata e quieta, rassegnata quasi, di fronte agli “irrazionalismi del nostro tempo”, come spiega anche l’autore, e alla “vittoria sfacciata dei disvalori”.
    Ciò che stupisce e afferra, nella narrazione di Maurilio Riva, è la scrittura certosina; è il ricorrere incessante alle citazioni di ogni genere, dalla letteratura alla musica d’autore, come in una conversazione che si sbandoli libera lungo le associazioni di idee. Ricco di digressioni, introspezioni e appunti fittizi lasciati all’amico incaricato di raccontare la storia di Remo, il libro si dipana come una conversazione malinconica e stanca, velata di ironia. Remo Naffin è un Re Mida al contrario: sembra disgregare tutto ciò che tocca.

    [... continua]

  • C’è Itaca, al centro della poetica di Giuseppe Marino. Itaca come ricerca, come fuoco interiore da perseguire: un traguardo che si sposta sempre più in là, per dirla con i versi di memoria montaliana. I versi di Marino racchiusi ne “Il viandante e il divoratore di falene” (edizioni Del Faro, 2014) riflettono l’ambizione nascosta, la non confessata aspirazione di raggiungere un punto di riferimento talmente bello e vero, unico, intero, “salda meta”, da quasi spaventare: il viandante diventa una falena, che si perde – desiderando di perdersi – nella stessa luce che l’ha sedotta.
    La poesia di Marino si fa in questo modo catartica: il suo viaggio esprime un collegamento profondo con il Creato, si lascia accarezzare dal vento, offuscare dalle ceneri e dalle “piccole miserie immature e vaghe”, ma contemporaneamente incoraggiare dalle stelle. Il viandante si trova pronto a riprendere la sua battaglia “ad ali spiegate”, ma armato di “elmo e corazza”, con ellenico eroismo, e tutta umana speranza. È tenace nel proseguire la sua strada, come un innamorato che insegue l’eco dell’anima amata. Non è un caso se Maddalena Corigliano, nella prefazione, definisce il poeta pugliese “cantore della spiritualità”.
    Il viaggio verso Itaca, nella silloge "Il viandante e il divoratore di falene", si compie attraverso gli elementi della natura, dai colori dei tramonti alle fiamme d'amore, avanzando in versi liberi e sciolti, cullati dalle braccia della Bellezza. Il viaggio avanza a passo classico, tra le onde del mare, in allusione costante ad un Ulisse interiore che cerca la sua verità... Un fuoco che arde in rigenerazione costante e da dove la fenice nasce una, due, tre volte per ricominciare da capo la sua tensione verso l'altrove.
     
    “(…) la vita è alchimia, 
    complesso intreccio di errori e perdoni”

    [... continua]

  • Meravigliosa prova 2011 di Javier Marías, che per un attimo sfiora il precipizio della banalità per poi fluttuare, placido e pacato, sul suo consueto piano dell’umano. Nelle prime pagine sembra infatti sfilare una serie di considerazioni alquanto prevedibili, ma che, nella loro estrema semplicità, si concatenano le une alle altre fino a diventare una storia sempre più torbida e intricata. Gli innamoramenti del titolo sono solo un pretesto, un sassolino di ambiguità che aziona meccanismi opposti di diffidenza e di resa, poiché “quel che è molto raro è provare debolezza, una vera debolezza per qualcuno, o che costui la produca in noi, che ci renda deboli: questa è la cosa determinante, che ci impedisca di essere  oggettivi e ci disarmi in eterno e ci faccia arrendere in tutte le contese”. L’amore, di fatto, resta nello sfondo della narrazione, perché l’ombra aleggiante in primo piano è quella della morte: la perdita, l’assenza, l’adattamento. La protagonista di questo romanzo è una donna che si trova involontariamente in una storia a quattro: si innamora di uno che è innamorato di un’altra, la quale perde suo marito in circostanze tragiche, paragonabili ad “un cornicione che si stacca dalla strada”. Ad un tratto si insedia il sospetto che le circostanze non siano state, poi, così fortuite, e il romanzo assume quasi tinte gialle, nella ricerca della verità, continuamente provata e rimessa in discussione. Il risultato è che, forse, non è dato saperla mai.
     
    “Quando la ragnatela ci intrappola fantastichiamo senza limite e insieme ci accontentiamo di qualunque briciola, di sentirle lui, di percepirne l’odore, di intravederlo, di sentirlo, del fatto che stia ancora dentro il nostro orizzonte e che non sia scomparso del tutto, che ancora non si veda in lontananza la polvere dei suoi passi che stanno fuggendo”.

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  • Questa è la storia di una serie di “sì”. Una storia che crediamo di sapere, che raccoglie destini comuni, presenta l’inevitabile. Nel romanzo di Davide Rondoni “Gesù. Un racconto sempre nuovo” viene scardinato il già noto per fare posto a una dimensione corale, in cui l’occhio del narratore si sposta come una telecamera in cerca di intese, che si sofferma su sguardi, gesti, sillabe mute, cercando di cogliere il lato vero delle cose. Attraverso lo studio di saggi e Vangeli apocrifi, Davide Rondoni restituisce la figura di “Colui che segnò un confine tra il prima e il dopo” al suo contesto storico, politico, fatto di rapporti tra uomini e donne, di mediazioni e di scontri. Giuda tradì davvero, o fece, per così dire, “solo” male i conti? Trenta denari sono il prezzo di uno schiavo, avrebbe potuto puntare più in alto: perché non l’ha fatto? I discepoli capivano quello che stava accadendo, sognavano la gloria? O erano davvero come pesci in una rete, trascinati dal mare?
    In una narrazione dai frequenti e suggestivi picchi lirici viene presentata l’irruzione del nuovo, il disorientamento di un sistema che vede saltare gli schemi. L’amore, la fede, una spiritualità sovversiva. Questo libro è per chi è pronto a sentire raccontare la storia di Gesù con il riverbero delle strade palestinesi negli occhi, e il tanfo della povertà seduto accanto.
     
    “Stanno per battere il chiodo nella mano. Lo scatto del pollice, che si chiude rigido nel palmo, segno che è entrato fino al punto giusto.
    Fino al punto giusto.
    Con i colpi successivi arriva al legno scuro del patibolo. Fissa l’arto al legno e il legno all’arto. Ala, carezza bloccata.”

    [... continua]

  • Sono almeno tre gli eteronimi più noti di Fernando Pessoa: nella sua carriera artistica, il poeta portoghese ha creato personalità poetiche complete. Di questi, Ricardo Reis è l’unico a non avere una data di morte: ciò ha incoraggiato il premio Nobel per la Letteratura José Saramago a creare un intero romanzo, ipotizzando il suo ritorno a Lisbona dal Brasile, dove Pessoa lo ha deciso trasferito per protesta dopo la proclamazione della Repubblica di Portogallo. Saramago immagina che Ricardo Reis torni nel suo Paese per rendere omaggio al poeta nell’anno della sua morte, il 1935, e che si muova in un’Europa che si sta affacciando sulla seconda guerra mondiale. Ricardo Reis incontra il fantasma di Fernando Pessoa, ovvero il suo ortonimo: non è l’ombra del poeta, bensì un altro eteronimo con cui Pessoa si firmava nella sua ricerca della spiritualità.
    I due si muovono in un ambiente che si avvia verso la putrescenza, rappresentato da Marcenda (un nome, un programma) e dalla sua mano sinistra senza vita: un mondo che si muove per inerzia e semplicità, come Lídia e che aspetta, caoticamente, un miracolo, come partire per Fatima con la speranza di incontrare una ragazza.
    Le agitazioni politiche fanno da sfondo alle riflessioni di questo dottore, diviso tra anima e corpo, interpretando desideri opposti che a volte sembrano solo limitarsi a galleggiare, nel sonno.
     
    “Pensi, dottore, mi è capitato in destino questo braccio, avevo già nella vita un cuore sbagliato, però di tutte queste parole ne usò tre sole, La vita è uno sbaglio di destini, abitare così distanti l’uno dall’altro, così diverse le età, i futuri”

    [... continua]