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in archivio dal 20 dic 2011

Daniele Campanari

09 dicembre 1988, Latina - Italia
Segni particolari: Nel Comitato dei Lettori dal 2013. Nel 2013 il mio primo libraccio "Giocatore di whisky, bevitore di poker" (Pref. Davide Rondoni; Lettere Animate). Nel 2014 "In guerra non ci sono mai stato" (Pref. Paolo Di Paolo e Nicola Bultrini; Lettere Animate).
Ho un sacco di tatuaggi. Troppi.
Mi descrivo così: Nato con l'arco tra le mani, scaglio frecciate a destra e a manca. Cinico, sincerità cristallina, critico e lievemente rompi-coglioni. Otto tatuaggi a contrastare il rosa della pelle, due penne identiche nel tasca sinistra del jeans e un taccuino. Scrivo sulle mura di casa e su quelle della Chiesa.
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  • 15 aprile 2013 alle ore 11:06
    Racconto la mia notte: ricordo a me stesso

    Saranno stati 24 anni suonati
    com'è logico se sono nato col ricordo della campana.
    Sar-anno: forse quello che verrà. O forse l'anno dopo quello che verrà.
    24 come la vigilia per i praticanti del supplizio vissuto secondo la scrittura suggerita.
    C'è stato sulla croce di legno
    sollevata da barboni in carne ed ossa
    ma a fare la festa erano altri, barboni pure loro.
    Sulla croce ci stiamo tutti: non somiglia al motto domenicale né all'ideale romantico;
    ci stiamo tutti perché pure è difficile arrivare alla fine del mese.
    Figurati riposare il settimo giorno!
    24 anni e ho pulito culi sporchi di merda poggiati su letti d'ospedale barcollanti.
    24 anni e ho menato il piede destro alla terra davanti al capitano.
    24 anni ad osservare lavagne vuote e a fottere la poesia.
    C'è stata, una notte, in cui ho toccato il mio corpo sperando che fosse uno spettro.
    Ho sperato che fosse la scultura museale e non la scorrettezza lineare di un passato cibato dalle alimentari abitudini.
    Ho sperato che dentro ci fosse una matrice diversa, divisa dai piccoli strati della pazzia mentale.
    Eccomi: la carica di un equilibrista appeso consapevole del vuoto sotto al filo incatenato agli estremi delle scale.
    Eccomi: con gli occhi chiusi per non vedere il mondo, crudele, battezzato con l'abito scuro.
    Eccomi: con la penna forcina che penetra, scava e attacca buchi d'immagine creata a somiglianza.
    24 anni e un ginocchio malandato,
    24 anni e una barba annaffiata che non vive
    24 anni e una poesia
    24 anni e un ombra soltanto
    che racconta la mia notte.

     
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  • 23 gennaio 2013 alle ore 12:35
    Cinquecentododici problemi

    Come comincia: Entrai nel bar. Il primo bar che si era piazzato di fronte ai miei occhi. Manco a farlo apposta i miei occhi sono piazzati per via diritta. Se fossero destri o sinistri sarei entrato in un altro bar. Anatomia umana, comunque. Mi sedetti su uno dei cinque sgabelli vuoti. Il bar era vuoto. Balle di fieno rotolavano tra i tavoli di legno. Un vento leggero teneva la porta s
    occhiusa. Il barista mi guardò senza parlare.
    "One beer, please" dissi.
    "Cosa?"
    Il fuso orario americano mi aveva destabilizzato la mente.
    "Una birra, per favore".
    Il barista uscì dal bancone per andare non so dove. Forse a prendere la mia birra al discount.
    Mentre pensavo alla vita, alle donne, ai colpi in canna, allo squalo e al denaro entrò nel bar una donna. Si sedette sullo sgabello alla mia sinistra. Bionda, seno in vista, gambe lunghe, occhi da cerbiatto. Che poi 'sti occhi da cerbiatto mi sembrano occhi normali. Anatomia umana, comunque.
    Stavo per dirle qualcosa ma mi anticipò sul tempo.
    "Occhiuzzi?" domandò.
    "Che?"
    "Non sei Occhiuzzi?"
    "Chi?"
    "Mi stai prendendo per il culo?"
    "Non so chi o che cosa sia "Occhiuzzi"."
    "Ah, forse mi sbaglio."
    Il barista tornò con la mia birra e la mise sul bancone. Non aveva tolto il tappo. Presi il mazzo di chiavi che tenevo nella tasca desta della giacca e riuscì in tre tentativi a scardinare il muro che divideva la mia bocca dalla birra. Cominciai a bere quando dietro di me udii dei passi di donna. Inconfondibili passi di donna. Tac, tac, tac.
    Si sedette sullo sgabello alla mia destra.
    Ero certo che l'udito non mi avesse ingannato. Mora, seno in vista, gambe lunghe, tacco rosso a presenziare sul collo del piede, labbra di fuoco. Una sorta di drago con le tette. Bella storia! Due donne, due fighe, quattro tette, quattro gambe, quattro mani, due bocche. Cinquecentododici problemi.
    Tracannai la mia birra fino all'ultima goccia. Con la coda dell'occhio vidi che il drago alla mia destra mi stava osservando.
    "Montebiturzulo?" chiese.
    "Chi?"
    "Non sei Montebiturzulo?"
    "Mi state prendendo per il culo entrambe? Badate che io ci metto poco a sfilarvi le mutandine e ad infilare nel vostro presunto vergine deretano una gamba del mio sgabello."
    "Suvvia Montebiturzulo! Non incazzarti che altrimenti ti viene un colpo al cuore", disse la donna drago.
    Le due donne scoppiarano in una grossa risata che a me parve alquanto ingiustificata oltre ad aver alimentato la mia incazzatura.
    "Occhiuzzi non saresti capace di scoparci entrambe questa sera stessa", disse la bionda con gli occhi da cerbiatto.
    "Non saresti proprio capace Montebiturzulo!", disse il drago... o la donna.
    "BASTA!"
    Mi alzai dallo sgabello cercando di uscire da quel posto. Intanto il barista era scomparso. Le due matte mi bloccarono dalle braccia. La mora sul braccio sinistro e la bionda sul braccio destro.
    "Dove pensi di andare Occhiuzzi?"
    "Dove pensi di andare Montebiturzulo?"
    Non capii più nulla. All'improvviso le due donne cominciarono a toccarsi e a baciarsi e a toccarsi e baciarsi. Furore di lingua, mani sotto le vesti, respiri ansanti. Eppure continuavano a tenermi bloccato tra i loro corpi.
    Stavo assistendo ad un'erotica prestazione sessuale di due matte e io ero il co-protagonista. Quello sfigato.
    Cercai comprensione tra i miei pensieri. Squali, vita, birra, denaro. Donne! Donne! La causa del mio malessere.
    Le matte continuavano a palparsi vicendevolmente. Erano nude. Mi bloccavano.
    Poi la bionda mollò la presa. Lo stesso fece la mora. Un enorme pene comparve in mezzo alle loro gambe. Non ce l'avevano prima! Ridevano allegramente. Feci due passi indietro e mi fermai con la schiena appoggiata al bancone. I due peni lanciavano raggi di luce colorata verso il mio stomaco che prese a sanguinare. La mia mano destra era piena di sangue. Anche i sgabelli ridevano allegramente.
    Stavo diventando pazzo. Cinquecentododici problemi.

     
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  • Tutti potremmo scappare dall’amore sperando di non essere mai presi. Oppure costituirci, presentarci davanti al giudizio con una frase sola: “Sono stato io”. E in aggiunta supplementare: “Ho modificato la traiettoria”. All’improvviso.
    Diciamo così, “all’improvviso”, quando non sappiamo come giustificare una reazione che, a guardare bene, nasce da un’azione. 

    Se Giuseppe avesse prestato maggiore attenzione alla guida, se dunque non avesse compiuto un atto criminale spezzando una giovane vita, a quest’ora recensiremmo conseguenze diverse rispetto a quelle che Claudio Volpe ha narrato ne “La traiettoria dell’amore”. Se poi Andrea – il nostro Io narrante –  non si fosse presentata all’appuntamento con la fuga iniziata dal fratello Giuseppe, se non avesse coinvolto l’innamorata Sara in una faccenda misteriosa quanto insistente, saremmo costretti a lasciare stare l’amore e l’omosessualità, a pensare ancora che nel duemila e oltre le due cose debbano restare separate.
    E invece no, quello che leggiamo e traduciamo come il coraggio di Volpe sta nell’accoppiare due certezze della natura in una narrazione pulita e coinvolgente che porta il lettore a deglutire per un possibile concorso di colpa.

    “Correvi. Chi ti ha visto sfrecciare ha trattenuto il respiro come nel mezzo di un tuffo. Cavalcavi una velocità folle, un amplesso tra incoscienza e voglia d’aria sul volto. Sembrava quasi volassi, hanno detto, una sferzata di luce rossa che ha squarciato la notte […]”.

    È una storia che inizia nel momento topico, con una carica emotiva che sfilaccia l’anima prima di muoversi con circospezione e estendersi come un cono di luce su marciapiedi difficili. L’amore, appunto, che appare già nel titolo, viene trattato apertamente e non come ombra di se stesso. A giustificare quanto detto è la sua presenza multipla: prima nella fratellanza; poi nella crescita di un rapporto nato tra sconosciute.
    È una storia che offre una mano alla salvezza, che manda i suoi personaggi a nascondersi tra le colline e a imparare dall’esperienza di chi è abituato alla solitudine. Fin quando la giustizia inizia a procedere lungo il suo corso, un corso indotto a dire la verità. È qui che quanto appariva raro si riduce nell’esattezza della vita. In altre parole, se sbagli, e ti rendi conto di aver sbagliato, sei disposto a pagare. Una cifra onesta, comunque, anche se l’esistenza non riesce a esserlo con tutti. Ma è così.

    Claudio Volpe conosce a memoria i suoi personaggi, li anima con abilità distinta. Ed è una conferma, di certo non più una scoperta di Dacia Maraini e basta. Adesso anche i lettori sanno chi è, conoscono la sua narrazione e pare che lui non li voglia tradire. D’altronde il tradimento non è contemplato quando si ha a che fare con un’anima capace e buona a mettere insieme i piccoli pezzi di un puzzle sociale decisamente complicato.

    [... continua]

    • Raval
    • 26 maggio 2016 alle ore 13:03

    In Spagna, precisamente a Barcellona, esisteva un quartiere chiamato El Raval. A dire il vero, questo posto esiste ancora ma ha modificato la sua permanenza. El Raval, vecchio covo di intellettuali travestiti, prostitute e artisti di varia natura, ospita oggi un museo dell’arte contemporanea e il porto Olimpico, dove sorge un’enorme opera a forma di balena. Prima, avventurarsi nel luogo era assai sconsigliato per via del traffico di droga e dei loschi individui che lo abitavano. Raval, come detto, è il quartiere blaugrana dai due volti; ma anche il protagonista (che dà il titolo) del nuovo libro di Chimena Palmieri. Chimena torna a parlare attraverso la sua scrittura dopo l’esperienza bizzarra di “Sette notti con Liga”. Liga, che in questo caso poco c’entra con la massima serie del campionato di calcio spagnolo, non è altro che il cantautore Luciano Ligabue, e Raval, il nuovo che dovrebbe avanzare, sembra non essere poi così lontano da alcune pubbliche movenze, dall’aspetto un po’ trasandato e dalla frequentazione frequente di un bar  che potrebbe divertire l’ex capellone di Correggio.

    Però, messa da parte l’idea che Chimena abbia riprodotto Ligabue in questa storia, ci si chiede se “Può davvero la bellezza essere un peso, una maledizione?”. E ancora: “Può [la bellezza] trasformarsi in un dono malefico che rovina la vita a chi lo possiede perché chi gli sta intorno viene annientato dall’invidia che genera fino a diventare vendetta, possesso, prevaricazione?”. Così leggendo viene pure da domandarsi se Dorian Grey (dal quale ritratto ne viene fuori proprio la bellezza) abbia preso le sembianze di Raval, se il famoso Don Giovanni abbia prestato un pezzo del suo DNA da adulatore di femmine al succitato protagonista, straniero in terra sua. Perché Raval, il nostro, viene raccontato come fosse il signore oscuro della bellezza, con la quale è possibile attrarre l’universo femminile e generare invidia. Anche se, per quanto ne sappiamo, Raval arriverà a conquistare gli occhi, prima, poi il cuore di Ester, la proprietaria del bar in cui si ritrova dopo un lungo pellegrinaggio.

    La storia decolla lentamente, forse perché l’autrice capitola sui flashback che raccontano il primo Raval, quello che abitava dove nasceva. Una scelta, quella di alternare le vicende temporali, certamente azzeccata e comunque trattata con la giusta suspense che tiene teso il lettore fino alla ripresa del pezzettino che era stato volutamente interrotto dal narratore. Eppure Raval pare viaggiare col freno a mano, la spia della riserva sempre accesa e da quella “voce che di nuovo come ieri sembra rimanere sospesa nell’aria” vengono fuori troppe parolacce che evidenziano il carattere del protagonista, ma che andrebbero quantomeno dimezzate per non cadere in questo eccesso evidentemente inutile. Comunque, Raval ha bisogno di raccontarsi per sentirsi bello. Ed è giusto così, è giusto che faccia il suo percorso segreto fino alle ultime pagine dove il lettore bellissimo avrà il diritto di sentirsi come vuole: fortunato o sfigato.

    [... continua]

  • Se l’amore si potesse raccontare, andrebbe raccontato così come fa Marco Mancini. Con le sue sfumature – tante – i turbamenti – tanti – i processi e sottoprocessi, gli addii che possono essere tradotti in “torna con me, sono stato stupido” se solo potessimo tradurli. E poi le canzoni, quelle del rocker emiliano: Ventisei maggio – La mia vita tra le poesie di Luciano Ligabue. Le chiama proprio poesie, Marco, questo venticinquenne scrittore esordiente con gli occhi verdi e un viso da modello nato a Fasano e che di professione, ci sembra di capire faccia il cantastorie dell’amore. C’è la sua vita in questo libriccino di settantacinque pagine, la sua vita tra le poesie del cantante che come da lui è amato da milioni di italiani. Non risponderemo alla domanda perché Ligabue è così amato, non ce ne importa. Nel caso del nostro autore diremo che la sua vita, accompagnata dalle parole del Liga, è scritta come una poesia, con tutte le cose belle o bastarde, per riportare poi una cosa che dice molto su questa: “… c’è che siamo in due ad avere intenzioni buone e cattive”, lui e la vita, proprio così: sentimenti sparsi per due anni di fatti pubblicati a mo’ di stato su Facebook – a proposito, l’autore è seguitissimo da tante ragazze che lo vorrebbero già domani come fidanzato -: dall’incontro con Luciano – il cantautore – alla lettera in due parti per un Babbo Natale che dovrebbe dedicarsi “a chi non conosce il sorriso”, dal consiglio di abbracciarsi perché “avete spazi talmente vuoti da riempire che nemmeno conoscete” al ricordo di Chelli. E allora eccola qua, la bilancia che indica il peso che trattiene Marco dall’esplodere con una bestemmia o un pianto che durerebbe almeno quaranta minuti. Chelli che era la professoressa di storia e filosofia, ma “lo è ancora”. E aggiunge all’introduzione al libro che “Ci sono legami […] che erano destinati ad esserci quando ancora le persone di questi stessi legami non si erano incontrate”. I legami, appunto, legami che si spezzano e che lo scrittore non avrebbe spezzato se si fosse comportato in un certo modo che, forse, dettava in testa e non produceva con le azioni. Le pagine vanno ascoltate più che lette, si sente una voce nuova della letteratura e che ha il diritto di continuare. I capitoli, divisi con titoli di alcune delle canzoni di Ligabue con relativo sottotesto, sono cadenzati da una lettera che l’autore indirizza in corsivo alla madre, come per chiedere alla natura della vita dov’è che ci siamo persi e poi ritrovati: “Mi ero allontanato da me stesso e mi rimaneva solo la solitudine ed è stata la più presente degli amici”. I testi di Ligabue sono gli accordi per i quali Marco incide la sua musica. Ne bastano tre, amore vita morte, per dire ciò che si doveva dire. Non si tratta di un romanzo né di un’opera di filosofia, magari un diario aperto. Anche se è bene, in questo caso, non categorizzare lasciando che le cose decidano di andare dove vogliono. Così come le persone che per restare non devono essere tirate per la maglia.Se dobbiamo trovare un difetto grammaticale alla scrittura dell’autore pugliese, è un abuso dei due punti che interrompono il discorso quando si potrebbe utilizzare una pausa breve come il punto e virgola. Ma siamo pignoli, l’autore è giovane e migliorerà. Ora però ci scuserà se chiudiamo come lui invece inizia e prosegue in Ventisei maggio, anche se a dirla tutta è una chiusura a tempo: M’abituerò – Alla fine non è mai la fine, ma qualche fine dura un po’ di più

    [... continua]

  • Amata Nobis di Tullia Bartolini è un libro per alcuni tratti atipico rispetto ai giorni nostri, qualora volessimo concentrarci sulla scrittura, cosa che faremo dopo. Discorso diverso parlando del significato al quale si dedica tempo: la libertà, spesso carcerata da momenti vissuti non all’altezza del sole. E a proposito di significato, è spontaneo chiedersi cosa vuol dire Nobis. Da Google appare tutto, anche la NobisAssicurazioni che non c’entra niente. Piuttosto sappiamo che Nobis vuol dire semplicemente “noi”. Si fa riferimento anche al noto “A noi” di mussoliniana memoria, ma non ce ne frega niente pure in questo caso. Ciò che ci interessa conoscere da subito è l’identità di Bellezza Orsini, la protagonista sbattuta a forma di domanda sulla copertina e forse pure a mo’ di disegno d’arte con i capelli che diventano inchiostro o forse nuvole nere.

    Insomma chi è Bellezza? Ancora Google ci dice che appartiene alla storia, forse leggenda, delle Streghe di Benevento. È perseguitata, sappiamo, bruciata viva tra la folla proprio perché giudicata ingiusta rispetto alla vita. La Bartolini lo ammette chiaramente, dichiarando pure che la “sua” Bellezza ha qualche anno in meno e si innamora. E allora eccoci qua, con l’amore, che sembra non mancare mai quando si deve raccontare qualcosa o qualcuno. L’autrice dice pure che è la storia della crudeltà verso chi paga per essere libero. Allora è vero che la libertà ha un prezzo? Non rispondiamo in questo spazio, sarebbe inconsueto per tutti. Piuttosto vogliamo arrivare alla scrittura delle pagine sapendo che il libro decolla da metà lettura, non proprio una novità in materia di romanzo. Tra gli altri personaggi a disposizione dell’immagine del lettore ci sono anche Jacopo, Bernardo e Camillo, che in parte identificano i capitoli. Sono tutti descritti in maniera impeccabile, un pregio: “Era bello di una bellezza che gli affanni di solito non mutano: gli occhi grandi, le labbra piene, le mani forti. Alto, ben fatto, il portamento eretto”, per esempio. Dicevamo che non è un romanzo dei giorni nostri, per forza, perché siamo in altri tempi. In Amata Nobis, ah però, non ci sono pub e nemmeno spritz, grazie. E i personaggi, per come parlano, possono essere avvicinati agli Amleto ai Machbet alle Ofelia di Shakespeare. Segnale limpido che l’autrice è coi tempi giusti rispetto la narrazione, cosa non da poco e di facile caduta per molti scrittori che rischiano di crollare proprio sulle questioni temporali. Segnale ancora limpido e di istruzione per saperne di più di una storia interessante, che ha appassionato studiosi e curiosi e giuriamo che continua a farlo pure oggi, anche attraverso un romanzo.

    “Ho scritto ininterrottamente per ore. Ho chiesto di non essere disturbato, ho detto ai servi di non portarmi la cena. Proprio io, che non esitato a far arrestare Bellezza e a farla torturare, provo adesso, per lei, una pietà mista a vergogna”, si legge in quarta di copertina. Insomma questo che sembra proprio amore, oppure una scoperta che non possiamo svelare qui, ma che la Bartolini riesce a raccontare bene fino alla fine.  

    [... continua]

  • Quando pensi a Walter Veltroni è difficile non immaginare gli anni della politica, soprattutto quella politica romana che lo ha visto protagonista come primo cittadino. Di certo non pensi a un Veltroni cantastorie tra i minuti del tramonto o quelli del mattino, tra il calare della sera o per "la scoperta dell’alba". Si chiama proprio così questo libro, edito da Rizzoli nel 2006, che racconta la vicenda di Giovanni Astengo, un bambino-adulto che, colto da classica nostalgia, decide di andare a vedere come stanno le cose nel casolare di campagna dove aveva vissuto. Giovanni è anche adulto, un professionista dell’archivio nella biblioteca. Il suo ruolo, manco a dirlo, è catalogare le vite degli altri.

    Tutto infatti ruota tra l’archivio e il ricordo, tra il passato che riesce a sorprendere con un presente ancora da scoprire. Giovanni allora vuole capirci di più, vuole raccogliere i pezzi del puzzle che componevano il quadro della sua adolescenza e provare a salvare il salvabile. In questo caso il salvabile è un padre, suo padre che si rende partecipante attivo di un omicidio che coinvolge intellettuali del suo tempo. La forza di questo romanzo sta nell’imprevedibilità dei fatti e di come questi compongano l’intreccio della narrazione. È curioso allora come Veltroni racconti in maniera limpida, senza accavallare nessun passaggio, senza omettere nessun dettaglio particolare, il tuffo nella piscina del passato che il piccolo Giovanni compie in età adulta. Sarà un telefono particolare quindi a mettere in contatto i due Giovanni: quello ragazzino e quello maturo. Da qui i colloqui, ogni giorno per qualche giorno, in cui un Giovanni diventa indagatore e l’altro ascoltatore fidato. La somma delle relazioni svela il significato nascosto delle cose, ma anche come non sia mai possibile cambiare il corso degli eventi seppur questi si siano rivelati errori grossolani. La storia non è di certo la più innovativa che potevamo leggere. Ma è comunque uno spaccato godibile tra verità e finzione, tra ciò che vorremmo accadesse e che invece non accadrà mai.

    La scoperta dell’alba è il primo romanzo dell’autore ex sindaco. Da questo titolo ne è stato tratto un bel film, nel 2013, diretto da Susanna Nicchiarelli con Margherita Buy e Sergio Rubini a interpretare i ruoli principali. 

    [... continua]

  • “Era una notte buia e tempestosa”: è senza dubbio l’incipit letterario più famoso del globo terrestre. Talmente famoso che da uno è passato all’altro, e dall’altro a un altro ancora. L’origine però va assegnata all’inglese Edward Bulwer-Lytton che conia questa celebre frase per il racconto Paul Clifford. Da qui il passaggio ci porta al conosciuto personaggio animato Snoopy, che ne faceva uso in diversi capitoli della storia, ad Andrea Camilleri che sceglie questo esordio per uno dei suoi libri, ad Umberto Eco che dichiara che il primo passo de "Il nome della rosa" prende spunto proprio da qui. Non solo e per essere chiari, “Era una notte buia e tempestosa” è anche il titolo di questo libriccino. Si aggiunge: piccoli esercizi di scrittura creativa.
    È proprio così, un libriccino di novantacinque pagine scritte in caratteri piccini che porta il lettore a non essere solo lettore, ma anche utente di scrittura per una serie di consolati da carta a penna.

    “Questa guida si propone di aiutare il lettore/scrittore a capire qual è la tecnica e l’ispirazione che ha dato vita agli incipit più famosi e interessanti e a riflettere sul meccanismo che li ha creati. Una volta compiuta un’analisi della oro tipicità e originalità il lettore è invitato a provare egli stesso nuovi inizi, sull’esempio di quelli degli autori famosi ma anche a trovare i propri, nuovi e originali”, si legge sulla quarta di copertina. Niente di più analiticamente corretto per una serie di pagine che, uno degli autori Davide Giansoldati, consiglia di leggere “quando fuori c’è il sole”. Non sarà certo la temperatura esterna a fare la differenza. Però è carino credere che davvero tutto possa iniziare così, con una bella giornata e magari qualche uccello migrante che si fa sentire solo per il rumore del becco. La storia poi avrebbe lo sviluppo che ogni scrittore desidera. Ma intanto è bene sapere come si fa, eliminare il primissimo dubbio che spesso ci porta a dire “Da dove inizio?”.

    Eccolo qua, allora, il nastro di partenza suggerito: “Era una notte buia e tempestosa”. E poi morti o vivi, amori o dissapori. Una storia, insomma. 

    [... continua]

  • Pare che i libri di carattere e colore giallo raccolgano al proprio interno personaggi con descrittive ancor più nitide rispetto ai segmenti rilevati in altre trasposizioni di scrittura. Abbiamo detto che sembra così. Ma dobbiamo correggerci, alla presunta terza riga, dicendo che è proprio così. E il motivo crediamo sia raccontato dalla storia, dalle storie che prevedono casi di omicidio – talvolta seriali – con annessa l’operazione minuziosa di assemblaggio dei pezzi che portano al risultato. Un’introduzione, questa, utile a dichiarare il fatto: Nero Vanessa è un bel libro.

    L’autrice è Maria Rosaria Perilli, una che, leggiamo in quarta di copertina, si dichiara “appassionata giallista, scrittrice e poetessa con cento sfumature di tutti i colori”. Alla fine pare che si faccia il verso al noto Cinquanta sfumature di grigio. Ma è solo una questione diretta per dire che la Perilli è un’attenta scrutatrice delle colorazioni del tondo, ossia del mondo. Entrando in scivolata e a piedi uniti nella storia, ci si accorge che la narrazione gialla è autentica: ci sono, come detto, gli omicidi, c’è una curiosa indagatrice, c’è un aiutante professore in pensione e, non di meno, una serie di parentesi orientate in corsivo che si traducono nella tecnica vincente di plagio al lettore. Che, traduciamo ancora, lo incollano alla lettura facendo riposare la parabola con l’apertura di finestre immaginarie su cui è possibile affacciarsi per scoprire nuove ambientazioni. Una scelta stilistica dell’autrice che si identifica bene con la linea tracciata dalla storia. La storia, appunto, è di quelle che aiutano l’attenzione a prodursi come lettura piacevole, anche se forse non troppo originale. Allora dobbiamo per forza parlare di un difetto che, al momento dell’apparizione, c’ha fatto esclamare “te pareva!”. Questo difetto è il personaggio che oseremo dire principale, cioè colei che indaga sulla morte. Un personaggio che si presenta con un nome, Antonia, che condivide il sogno della pubblicazione di un libro. Qualcosa di, in modalità oggettiva, già visto. Dunque, dicevamo, sta a vedere che la Antonia è la Maria, che la Maria è la Antonia. Immaginiamo per cui una sorta di autobiografia, o comunque una vita vera con fatture di giallo. Da qui si arriva al professore in pensione, il professor Fabbri, vecchio docente di psicologia criminale e aiutante perfetto per previste conoscenze nell’ambito accademico-letterario e risoluzione di omicidi.

    Il resto non può essere raccontato qui, in termini di recensione. Va detto però che l’autrice si dimostra attenta a ogni particolare descrittivo dell’ambiente, delle azioni, della psicologia e pure del rispetto del colore del genere narrativo. Elementi che dovrebbero avvicinare alla lettura di Nero Vanessa. 

    [... continua]

  • Potremmo chiamarli Stanlio e Olio, non cambierebbe niente. Ma a loro, a dire il vero, Alessandro Baricco ha assegnato nomi di origine statunitense: Tom Smith e Jerry Wesson. Tom e Jerry, come il gatto e il topo dei cartoni animati. E a vedere bene il comportamento dei due è identico a quello degli animaletti disegnati sullo schermo televisivo. Insomma, i due proprio non si prendono.

    Così all’inizio, almeno. Perché vuoi o non vuoi, convivenza per convivenza, episodio per episodio i protagonisti diventeranno pure amici. Qualcosa di incalcolabile leggendo le prime parti del testo. Dunque, prima di arrivare a ciò che succede poco prima del mezzo, che è fondamentale per conoscere i tratti della storia, è bene parlare proprio del testo. Che non è un romanzo, tantomeno un saggio; è un progetto teatrale. Ho detto progetto, ma avrei dovuto dire sceneggiatura. Bella e pronta per il palcoscenico. A parte le poche righe che Baricco utilizza per far raccontare le cose prima a uno poi all'altro dei personaggi, nel resto si accelera con una monoposto di dialoghi che temporizzano la lettura del libro in mezz’ora.

    Ora l’episodio che cambia i connotati, nel mezzo, quando Rachel raggiunge i soggetti strampalati in una casa posizionata a ridosso delle cascate del Niagara. Rachel è una giornalista e come tutti i giornalisti ha il dovere di informare. Narrando, se possibile. Il compito è proibitivo, perché la giovanissima - sta dalla parte dei ventenni - ha l’obbligo di trasferire al giornale per cui lavora una notiziona se vuole continuare a operare in questo mestiere. Ecco perché raggiunge Tom e Jerry. Loro sono tipi strani, gli unici che possono aiutarla a portare a termine il test che le è stato assegnato. L’idea però, quella di usare le cascate e l’eccezionale creatività degli uomini, è la sua. Da qui si costruisce l’azione narrativa che, comunque, resta oggetto teatrale. Rachel è disposta a tutto pur di superare l’ostacolo. Anche a morire, se necessario.

    “Son qui perché se mi arrendo questa volta mi arrenderò tutta la vita”, è la frase che Baricco concede al lettore, anche in quarta di copertina, e che fa da rappresentanza alla trama. Una trama attenta, avvincente e precisa con le parole. Che permette a colui che legge di scegliere da che parte stare, quale personaggio essere nella scena.

    [... continua]

  • Che ci sia poca gloria nello stare soli è cosa certa. Soprattutto quando ci si è appena separati. Soprattutto ancora se il separato è il maschio. Parte proprio con questa analisi romanzata “La separazione del maschio”, libro del vincitore del Premio Strega 2014 Francesco Piccolo.

    Ciò che si legge è la storia di un quarantenne solo ma mai pienamente tale. È uno strano concetto da esprimere. Ma se l’illogica conduzione di vita è tradotta in un matrimonio fallito nel tempo ecco che le cose vengono rese un poco più semplici. Meglio se il maschio ha sì definito la chiusura, ma intanto intrattiene relazioni con altre donne: tre nello specifico. Tutte con una caratteristica sessuale che attrae (e non poco) il protagonista. Lui, il protagonista, tra l’altro è uno che alla scopata (proprio come da testo) non sa rinunciare. E neanche prova a trovare piacere in altro, almeno per un po’ di tempo. Fino a quando non riscopre la quotidianità amorosa e spontanea che dà una figlia, Beatrice.

    I bambini sono svegli, attivi, coscienziosi quasi più degli adulti. E Piccolo narra una storia ricca di azioni ma anche di psicologia terrena. Niente può essere dettato come un racconto casuale. Perché di casuale, va detto, c’è ben poco. Nemmeno le relazioni, descritte con cura minuziosa dei particolari, nascono da incontri sui marciapiedi: ci sono grandi ex o colleghe di lavoro.

    L’uomo di questa storia sa di essere affetto da “l’immaginario erotico del maschio meridionale” che raggiunge “il punto più basso della scala evolutiva della contemporaneità”. Aggiunge “probabilmente”. Perché la presunta malattia non è che un difetto comune, cioè dell’istinto. Lo abbiamo chiamato difetto. Ma a noi ci pare qualcosa di naturale quella fantasia erotica che, a dirla tutta, non è esclusiva maschile. Come quando sosteniamo che donne e uomini sono uguali, se non per quella pecca golosa che riporta allo scenario primordiale di Adamo ed Eva.

    In quarta di copertina si legge: “Ascoltando il suo racconto ci troviamo a ridere, sorridere e pensare, e mentre inorridiamo delle sue malefatte siamo costretti a riconoscere quanta verità ci sia nelle sue parole”. È vero, la verità. Che volevamo evidenziare per la semplicità della vita. Fatta pure, sappiamo, di sesso. Non proprio come ossessione, non dovrebbe. Ma è bello conoscere l’esistenza di qualcuno che corre sulla linea delle proprie idee senza mischiarsi in una massa di perfettini. Seppur inciampando, il protagonista di questa storia è un separato, maschio, con la capacità di sbagliare ma anche correggere. Cosa che non vorrebbe separazione.

    [... continua]

  • Tre storie. Tre albe. Tre personaggi uguali che non si incontrano mai. Un paradosso, certo. Ma pur sempre qualcosa di eccezionale narrativamente scrivendo. E la storia, che nasce dalla buona penna di Alessandro Barrico, è un autentico momento di luce naturale che cresce e rimpicciolisce con lo stesso passo d’età dei protagonisti.

    I tre racconti sembrano fatti apposta per essere unici. In effetti è così, sono unici. Appaiono creati a immagine e somiglianza di un piccolo gruppo di persone inventate, mai così vere. Ma questi, quelli della storia, non si conoscono. Ma si riconoscono, differenza fondamentale per dire che ognuno sa cosa accade all’altro, quando accade e perché.  

    “Queste pagine raccontano una storia verosimile che, tuttavia, non potrebbe mai accadere”, precisa con una nota iniziale Baricco. Niente di più vero stando alla realtà temporale conosciuta, quella scandita dal battito dell’orologio. Ci sono due fidanzatini che si baciano, si strusciano, quasi fanno sesso nella hall di un albergo. C’è il portiere di notte che li guarda, li scruta, chiede loro di andare nella stanza che hanno affittato. Ma niente. Quelli stanno lì a fare le cose che vogliono fare. E non si spostano. Almeno per un po’. Perché poi, stufi del chiacchiericcio che disturba la passione, se ne vanno. Uno dei due se ne va. L’altro, lei, resta nella hall perché deve chiedere degli asciugamani. Che strano: gli asciugamani. Alcuni alberghi non li piazzano dove devono essere piazzati perché trasformati in souvenir da clienti poco asciutti. Ma non è questo il caso. Perché i panni di cotone stanno là dove devono stare. Inizia così un dialogo che sembra più un interrogatorio tra la ragazzina e il controllore, lo stesso che nell’altro racconto (il secondo) diventa la agente speciale della polizia. Quella che nel terzo, poi, viene legata all’abuso psicologico di un bambino, che prima era il fidanzatino che si baciava nella hall dell’albergo. Il nucleo delle vicende arriva proprio all’alba. Vuoi perché ci si sveglia, vuoi perché è il momento del sesso, vuoi perché si deve scappare. Da cosa, poi, lo si capirà leggendo.

    Le storie procedono con ritmo veloce visto che diverse pagine sono occupate da fitti dialoghi a mo di botta e risposta. Quando Baricco decide di narrare qualcosa di più, lo fa dal punto di vista del personaggio scelto come principale del raccontino. Che è piuttosto corto, tre volte le 94 pagine di nero su bianco.

    [... continua]

  • Siamo nel 1948, Stati Uniti d’America, nella città di Santa Taisia. C’è un reduce di guerra e abile rapinatore che si sveglia in una stanza del Motel Martinelli; si chiama Vincent Reed. Ecco, fermiamoci un attimo. L’esordio di questa recensione è da non recensione. Lo sappiamo bene. Nel senso che una recensione dovrebbe iniziare diversamente. Sappiamo anche questo. Anche se non ci interessa seguire i canoni recensivi generici. Abbiamo preferito cominciare dal prologo, da quello che è il prologo secondo la storia raccontata dall’autore Emanuel Gavioli.

    È una storia come tante, ci si permetta di dire. Ma non è un fatto puramente negativo. Perché vuoi o non vuoi, racconti su racconti, le storie sono sempre le stesse: amore, bambini, bambini affamati, mamma, papà, odio, sparatutto. La differenza sta nella gestione. Dunque nella capacità di coinvolgere il lettore, anche. In questo caso specifico, nel caso di Gavioli, il coinvolgimento c’è eccome. Solo però, ci si permetta di dire, non è che una storia proprio così sia stata già narrata? Quale storia? Domanda azzeccata.

    Amplifichiamo i contenuti dell’inizio: Reed non è solo in quella stanza di quel Motel. Con lui c’è un’avvenente signorina bionda. E Reed il rapinatore ha un debole per le signorine bionde. Come accade nelle stanze dei Motel in cui, si sa, ci si sta per notti d’amore, succede sempre qualcosa. Qua accade che il rapinatore viene rapinato; un po’ come se Dante avesse applicato la sua legge del contrappasso. Da chi? Dalla bionda, chiaro. Così parte la caccia alla donna. Che non sarà facile come non lo è insegnare l'abc alle elementari. Perché Reed dovrà affrontare fisicamente e pure psicologicamente omoni di ogni etnia pronti a distruggerlo ma anche, sia detto, aiutarlo. In cambio di qualcosa.

    Ci fermiamo di nuovo giocando coi difetti: se Vincent Reed non si chiamasse così ma, che ne sappiamo, Vincenzo Lettore, sarebbe la stessa cosa? Certo che no. Perché americanizzare molte delle cose dette e fatte fa audience (appunto). Nel caso del libro, fa lettura. Il luogo, poi: Santa Taisia (Santa Teresa, dai?!). Vincenzo Lettore da Canicattì non avrebbe funzionato. È la logica di un mercato editoriale che chiede questo. Non una novità, certo. Però, diciamo: va bene che bisogna stare sul pezzo, ma Gavioli conosce davvero bene i luoghi che descrive? Ha bevuto ettolitri di borboun come fa il buon Reed? Immaginiamo di sì. Perché la sintesi del buon alfabeto dello scrittore c’è. E si legge. Quindi, qualora Gavioli non fosse mai stato in America, comunque è uno scrittore buono. Di quelli che ti fanno arrivare pure a vedere i peli del naso del protagonista. E questi, signori ovvi, diventano pregi. Grossi pregi che, se fossimo nell’ambiente calcistico, diremmo da numero dieci. Se ci metti pure una grammatica ineccepibile, una narrazione da controbattiti, la partita è vinta. La storia, come detto, non è certo un'innovazione. Ma ha contenuti più che validi. Il ritmo, poi, fondamentale per un genere così, è da contropiede: rapido, incisivo, attento. Che se sei distratto becchi il gol. 

    "La lunga notte di Vincent Reed" è il terzo libro di “Gav”, come lui stesso si definisce. Non proprio un aspirante, dunque. Ma questo si capiva. “Gav” è appassionato di cinema. Non viene specificato che tipo di cinema; ma qualcosa ci dà da pensare che sia genericamente thriller. Guarda un po’, così com’è la vicenda di Vincent Reed.
     

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  • Jack Folla. Chi è Jack Folla? Potrei essere io, potresti essere tu. Potrebbero essere loro. Tutti potremmo essere un Jack Folla a caso. Il fatto è che pochi di noi avrebbero il coraggio di esserlo davvero. Perché? Perché Jack, se si può dire, ha le palle. L’ho detto. E come faccio sempre mi assumo la responsabilità di dare il significato che devo alle parole. E aggiungo: Jack, il grande Jack, è incazzato. Non è che è arrabbiato; lui è proprio incazzato nero. Dite voi, con chi? Con voi. Già. Il dottor Folla ce l’ha con tutti quegli addormentati da bar, con i politici da ipad, con le ex fidanzate che “no guarda, ti giuro, ti amo, adesso” per poi smentire l’amore, tornare indietro dopo il giro di boa col piacere in tasca per affermare “no guarda, ti giuro, è colpa tua”. Come amare fosse una colpa.

    Comunque Jack è incazzato. Diego lo è. L’autore: Diego Cugia. Quarantotto anni e una faccia da interprete mafioso. Che punta pure il dito contro, ‘sto tipo, come appare nel deretano di copertina. Ha anni di esperienza come scrittore di romanzi, sceneggiati, Diego. Come radiofonico. E eccoci qua, allora, con la chiave: la radio. Il protagonista (che poi non lo è, nel senso che i protagonisti veri siamo noi), Giacomo (detto Jack) è un conduttore radiofonico. Meglio: un evaso costretto a conduttore radiofonico. Un evaso dalla prigione che più prigione non è, quella che conoscono pure i bambini: Alcatraz. Chi l’ha costretto a parlare davanti (o dietro, dipende dal punto di vista) al microfono non è un dato da conoscere. Piuttosto, appare strepitoso il modo in cui dice le cose. Almeno, per me è strepitoso. Perché sono dirette, limpide, senza chiedere alle parole di fare capriole, senza peli sulla lingua, senza battere di ciglio; lui ha una cosa in mente e la dice; lui legge i giornali e elabora, riflette, poi dice. Si capisce bene che pensa prima di dire. Niente è veramente lasciato al caso. Il caso, se vogliamo, è come ci sia finito là dentro, come sia fuggito. Ma pure questo, dico, non è un dato da conoscere. Anche perché non c’è scritto.

    Folla, o per meglio dire, Cugia, tratta temi di fu stretta attualità, quella a cavallo tra il duemila e il duemilauno. Tipo: Bin Laden, Maria De Filippi, Kofi Annan, Bruno Vespa, l’ex fidanzata, politici vari tantosottuttiuguali. Li tratta come animandoli per nome, come vorremmo trattarli, come è giusto che vengano trattati, com’è vero che non m’ero appassionato mai a niente di simile. Strano, dico. Perché questo non è un romanzo né un saggio. Forse un’autobiografia. Certamente una serie di riflessioni ad alta voce. Tutto, dico, tutto rivolto alla folla. A voi: fratellini o hermanos, come preferite.
    Quello di Jack Folla è un effetto mediatico. Forse non oggi, ma lo è stato. Grazie anche all’idea, poi praticata, di vederlo come un format per la radio. La voce che sarebbe di Jack è quella di Roberto Pedicini. La scrittura, dicevo, di Diego Cugia. Così Jack vive, garantito.  

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  • La penna formosa di Niccolò Ammaniti non fallisce il colpo neanche in questo “Che la festa cominci”. Che è un carico pieno di ironia, thriller, suspense, autobiografia immaginaria e interesse storico-collettivo. Un romanzo ironico perché, davvero, fa ridere. Ma nel senso buono della componente civile che sforna personaggi dall’alto interesse antropologico. Come Sasà Chiatti, un improbabile imprenditore campano che decide di trasformare Villa Borghese in un zoo a cielo aperto. Ma anche nella sede della festa per la quale unici invitati sono i caratteristici vip.

    È un romanzo che sta dalla parte del thriller, poi. Perché è il protagonista della vicenda a volerlo così. Un tale Fabrizio Ciba che di professione fa lo scrittore. Non uno scrittore qualsiasi: uno da milioni di copie. Reso famoso non solo per la pubblicazione romanzata; anche per essere un’autentica tigre da tivvù. Una proiezione che fa tanto piacere al Ciba sciupafemmine e al Ciba egocentrico. Talmente egocentrico da trovarsi spesso in situazioni non facili da gestire, come quando prova a corrompere sessualmente una sexy traduttrice. E in parte ci riesce ottenendo qualche minuto di godimento manuale scomodamente seduto su un muretto protetto di erba.

    Insomma la festa. Che comincia in stile rock’n roll: musica, buffet infiniti, droga, calciatori, politici, veline. C'è tutto, per loro. E c’è pure Ciba lo scrittore. Con lui, ma lontano da lui, la nota cantante Larita: un pezzo di donna convertita al mondo vegetariano. Non prima di aver assaggiato il lusso scontroso che è impuro della vita. Dunque la festa comincia. Ed è un programma: dal buffet di benvenuto alle 12.30 alla fine prevista alle 7 del giorno dopo. In mezzo l’organizzazione del gruppo caccia, l’amatriciana di mezzanotte e il concertone di Larita. Ogni cosa è cotta a puntino. Anche l’agguato che un’improbabile setta satanica di Oriolo Romano, ingaggiata dal parentato per servire ai tavoli, prepara proprio nei confronti della cantante. Un agguato che servirebbe per rendere unico e immortale il suicidio che la setta, in gruppo, comporrebbe dopo aver assassinato l’artista.

    Ma c’è qualcosa che non va esattamente come previsto. E lo scrittore Ciba resta sciupa femmine, sì, promuovendo il contatto con Larita. Ma diventa un Indiana Jones di Trastevere quando si trova a salvarsi la pelle tra leoni ed elefanti stanchi. La storia va avanti così. Con l’abilità di Ammaniti di alternare le scene che alimentano la curiosità del lettore. Una storia che è dentro la storia: quella di uno degli spazi più belli e degradati di Roma, di alcuni atleti russi fuggiti dall’Olimpiade perché schifati dal comunismo, del denaro che non salva la vita.

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  • A guardarlo bene in fotografia Vincent Cernia (Vincenzo De Marco alla nascita) non ci sembra un mostro: camicia bianca, jeans moderno e tatuaggi d’attualità. Tutto fuorché un mostro. E manco un poeta. Ma, d’altronde: come si riconosce un poeta? Non dall’aspetto fisico, certo (che è comunque un buon elemento per conoscere il carattere, dunque anche la scrittura). Ma dalla parola. E in questo caso la parola di Cernia è ricca di immagini forse già viste, ma mai banali; sta sempre sul pezzo. Il suo.

    “Non è solo poesia operaia, dissenso e rabbia, è molto di più…” dice il poeta della sua raccolta. Lo dice con ragione. Perché “Il mostro di rabbia & d’amore” è molto di più: è una vita, la vita di chi ha scritto questi versi. La vita operaia, come la poesia che da sempre si sporca le mani con la mescola, che appare spesso e in viaggio, come in “Direzione lavoro” (pag. 21): “Nell’autobus buio/e una canzone di cui il titolo ignoro,/tutto è amplificato/e i pensieri scorrono veloci/come le strisce bianche/sull’asfalto scuro,/e poi luci e bagliori d’acciaio/all’orizzonte vedo/e lì/saranno otto folli ore”. Come a dire che il poeta-uomo già conosce il suo destino.

    Ma chi è l’operaio?: “… è prima di tutto un figlio,/è un fratello,/ un padre…”. Dunque l’operaio è tutto e ancora più di tutto. E non può essere che così per uno che con la fabbrica, per la fabbrica ci mangia (e scrive). E la gente non operaia?: “… noi operai dentro/e voi fuori a immaginare/e noi dentro a morire”. Uno spaccato esibito con rabbia, appunto. Ma in questi versi (e altri come questi), a guardarli dietro, ci si vede l’amore. Ed ecco che appare, dunque, il mostro. Il mostro a tre facce: vita operaia; naturalmente vita; la vita, le storie. Che, comunque, a guardarle bene, le facce, se ne distingue una sola: ancora una volta la vita. Ed è giusto così. È giusto che si racconti la vita. Pure quella che è propria d’origine, come in “Puglia” (pag. 33): “Le salentine melodie serali/le magiche meraviglie d’intere terre pugliesi/Dalle curve nel cielo e nel mare/di garganiche viste,/alle distese d’ulivi brindisini/alle spiagge di mar d’amare tarantine/e le salentine melodie serali./Tamburellanti e lunghe passeggiate baresi e cielo, e terra e mare…”.

    Quel  “molto di più”, poi, lo incontri quando Cernia ascolta e odora e verseggia non lui stesso, ma altri che ci somigliano: “Quante storie puoi ascoltare in un vagone/quante vite puoi odorare in aeroporto/quante persone puoi osservare seduto in un bus/quanti vanno, chissà dove, e quanti tornano da mille posti diversi”. Già, chissà dove vanno. Ma è bene non saperlo. È bene continuare a guardare dentro e poi raccontare. Che sia di mostri di rabbia e d’amore, che sia per poesia operaia.

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  • Leggere, scrivere, argomentare. È il titolo di questo libro. Ma anche il vade che dovrebbe essere dello scrittore. Che sia giornalista, blogherista o semplicemente l’equilibrista di Facebook, è bene che riconosca a memoria i tre passaggi fondamentali.
    Il percorso che fa Luca Serianni, un maestro della lingua italiana, è semplice: leggo una schiera di articoli di giornale (dalla cronaca al saggio), li riscrivo adattandoli al contesto del testo, e argomento secondo l’insegnamento che voglio impartire. Che è un insegnamento vero e proprio, nel senso come prodotto di osservazione per studenti. Non è un caso che Serianni abbia deciso di incrementare la rilettura degli articoli con suggerimenti di esercizio per professori. Dunque anche per quell’altri, gli studenti.

    “Prendiamo un giornale e facciamone un palestra di scrittura. Perché per imparare a scrivere bene bisogna prima capire come funziona un testo efficace”.

    Alt, domanda del secolo: si può imparare a scrivere bene? Un amico mi ha fatto la stessa domanda ambientandola nelle acque delle piscine: si può imparare a nuotare? Sì. Nel senso che per la seconda domanda trovi la risposta secca, l’affermativa immediata. Per la prima no. Sei in difficoltà. Ma c’è un punticino che va ripreso: si può imparare a scrivere bene? Bene. Sì, bene. Eccolo qua, il punticino che trova la risposta. Che può essere immediata secondo la soggettiva di ognuno. Per Serianni arriva, anche in questo caso, l’affermativa: sì, si può imparare a scrivere bene. Come?

    “… fare tanti esercizi pensati per sviluppare ognuna delle abilità necessarie a quel risultato. Esercizi per rafforzare il nostro vocabolario, imparando a scegliere la parola giusta per completare una frase (anche ricostruendola a partire dalla definizione di un dizionario)”.

    Questo libro lo dice, lo insegna. Partendo dal consiglio di apertura del vocabolario e dalla regola base che è la grammatica. Partendo dai termini tecnici che c’hanno insegnato alle elementari per poi raggiungere qualcosa di relativamente complesso utile per discorsi superiori. Niente di più. È un manuale, questo libro, che spiega come bisognerebbe scrivere puntando sulla pratica. Un manuale per chi ha voglia di imparare a scrivere bene.

    [... continua]

  • Andando tra le storie degli scaffali della memoria ci sta che tu recuperi quella di Cenerentola. Perché è un passaggio, dovuto o voluto, a cui abbiamo assistito tutti. Quello della cameriera dalla scarpa d’argento è un sogno. Un sogno che la sua vita cambi, un sogno pieno di luce. Con la vittoria nel pugno. Almeno è ciò che lei - e noi - ci auguriamo di avere. È bene partire da qui, dal titolo che è evocativo: “Cenerentola non vince mai”. Che vuole essere un messaggio, una sentenza ma anche un percorso diviso in tre atti: domani - ieri - oggi.

    Niente di più costruttivo, si direbbe. Se non altro per ciò che riguarda lo spazio temporale. Donna Pola non mente con la sua poesia. È diretta, concreta: “Ci sarà il sole domani / Lo dicono i volti sereni / di chi ha la vita e non se ne accorge”. Il tema della luce, che sia di raggio o artificiale, è vivo: “Luci alogene / illuminano il vino” e tutto ciò che può rivivere sotto la spazzolata della vita. Una vita, in questa raccolta, che appare, scompare, riappare per scomparire di nuovo. O va solo a riposare: “Noi dormiamo sonni pesanti / a poco a poco dimentichiamo quei momenti / nei nostri letti freschi e puliti”.  E ancora i versi di "Saluto all’alba" dove la luce è quella della notte come riflessione: “Ciao / a te che torni a casa stamattina / a te che sento passare lento per la strada / I galli cantano la fuga della notte ormai vicina / e se gli altri dicono / che se non ci sono persone sono sola / io non ci credo”.
     
    C’è, poi, una freccia – ma potrebbero essere dieci o cento - scagliata all’uomo: “L’umano è stupido / debole e vanitoso / innamorato ma disilluso”, come a dire che, sì, è vero: l’uomo è tutto questo da sempre. Nella sua maledizione, si vede chiaramente l’ammorbidirsi della luce che diventa buio. Come nel “Dialogo con me stessa” dove il poeta ricorda ancora gli aspetti del sole, anche quelli dolorosi: “Perché piangi nel buio? / Davvero un senso non c’è (…) Non vuoi uscire al sole? / Quale sole? (…) Sai cosa succede se gli dico addio / Non è quello che vuoi? (…) Non voglio, non posso / Bruciati gli occhi, allora. Anche col pensiero”.

    Se il poeta guarda davvero il sole, così come palla di luce, sa cosa succede; rischia di bruciarsi gli occhi. Ma quel sole non sempre si presenta come somma di fuoco. A volte è il processo che appare rivolto a carta e penna, “Guardandoti”: “Ho voglia di scrivere / ho voglia di sognare / ho voglia di guardare nei tuoi errori / il mio mondo perfetto”. Dove sta questo mondo perfetto? Forse sulla bocca di qualcuno o in movimenti umano-istintivi che, spesso, non abbiamo preparato: “Come rigiri la catenina tra le labbra / e ridi sereno in una sera d’estate (…) Quelle piccole cose che forse non noti / e quando le fai non sai di farle”. Insomma, il sogno poetico di Donna Pola è lo stesso di Cenerentola: certamente vivo, certamente vero. 

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  • Metti Andrea Camilleri a scrivere, a raccontare. Metti lo sfondo erotico sul desktop della mente. Metti una serie di omicidi nel “Tuttomio”, che è titolo di questo romanzo. Ma anche il luogo in cui accadono i delitti: una soffitta dominata da una testa di vacca e dalla presenza di Stefania, l’amica invisibile di Arianna.

    Camilleri non dichiara che l’amica è invisibile. Ma lo si percepisce quando questa più che apparire, scompare. La voce, poi, la sente solo Arianna, 33 anni, sposata con Giulio e protagonista delle uccisioni. La vita di Arianna non è per niente condivisa con rose e fiori: da piccola sosteneva il peso della bellezza. Un peso che spingeva soggetti parentali poco affidabili ad abusare di lei. E quando questo accade è difficile superare l’ostacolo dell’ostacolo; al massimo si agisce come fa Arianna: diventi pazzo.

    Già, perché Arianna è pazza. Sia chiaro: questa è una mia confessione da lettore. Perché Andrea – Camilleri - non dichiara pazzia allo stato mentale della giovane donna. Ma come definiresti, tu, una donna di trentatré anni con un’amica invisibile nella soffitta e una testa di vacca a dominare il luogo, e che uccide gli uomini con cui va a letto? Una pazza. Anche se il dettato viene dalla storia.

    Insomma, dicevo sopra, che Arianna - la pazza - e Giulio sono sposati. Giulio è un signorotto di mezz’età indaffarato tra contratti e contrattini per portare avanti chissà quale lavoro imprenditoriale. Uno di quegli uomini con fede anulare mai avuta quando si tratta di tradimento sessuale.  Ma Giulio, in realtà, non può tradire. Perché è eunuco. Un terribile incidente gli ha eliminato l’organo sessuale. Tradotto: non ha il pene. Ma Giulio è dolce, gentile, premuroso nei confronti di Arianna. Soprattutto quando si tratta di appagamento sessuale. E allora, Giulio lo stratega, crea la condizione che possa soddisfare la giovane moglie: tutti i giovedì c’è l’incontro con un portatore sano di pene - uomo -. Uno per ogni giovedì. O meglio: secondo la regola del gioco l’uomo può incontrare Arianna al massimo per due giovedì consecutivi. Poi niente, ognuno per la sua via.

    Tra il mazzo spunta la carta Mario: un ragazzino alle prime armi. Arianna invita Mario a fare sesso. Fanno sesso. Ma Mario si innamora di Arianna. E pure Arianna si innamora di Mario. Succede il finimondo. Perché tra le regole del gioco, oltre a quella che vede Giulio presente seppur solo con la vista a ogni atto sessuale, c’è il divieto di provare sentimento. Dunque accade che il giovane e la giovane cominciano a frequentarsi all’insaputa di Giulio. Accade che l’uno non riesce a fare a meno dell’altra. Poi accade che Mario, il giovane ficcanaso, muore ucciso nel “tuttomio”.

    Con questo romanzo Camilleri sta al giallo, l’erotico e la cronaca vera. Perché la storia è ispirata dal delitto Casati Stampa, anche noto come delitto di via Puccini, avvenuto a Roma il 30 agosto del 1970. In questa tragica occasione il marchese Camillo uccise la moglie Anna Fallarino e il giovane amante Massimo Minorenti prima di suicidarsi. Anche Camillo amava osservare la moglie mentre faceva sesso con altri uomini. 

    [... continua]

    • Io e te
    • 02 gennaio 2014 alle ore 18:13

    È possibile diventare grandi in una settimana? No, realmente. In un romanzo sì. Almeno, è quello che ha sperato Lorenzo, il protagonista. Niccolò Ammaniti racconta una storia che appare vera a tratti. Già vista, forse, secondo alcuni schemi quadrati comuni di vita vista negli altri o vissuta. Bellissima, ancora, per il contenuto.

    Lorenzo è una ragazzino di quattordici anni. È nevrotico come quelli della sua età. Ce l'ha col mondo, il suo, quello in cui pare vivere schiacciato dalla pesantezza che vuole il passaggio, certo, dall'adolescenza all'età più o meno adulta che arriva qualche anno dopo per tutti. Lorenzo è schiacciato dal suo mondo, sì. Ma essendo suo, il mondo, lo conosce bene. Così come conosce bene quelli che gli stanno attorno, i familiari, che giudicano, sentenziano, gli dànno problemi. E allora parte per una settimana sulla neve con gli amici di scuola. Parte per finta. Perché nessuno lo ha invitato, perché in quella settimana bianca non ci è mai andato. Si rinchiude nella vecchia cantina del palazzo circondato da lattine di coca-cola, cibo in scatola e il gioco preferito. Ha un compito per quest'ultimo: distruggere il mostro. Ma i mostri, si sa, mica li distruggi col virtuale. E allora va, Lorenzo. Va a sdraiarsi sul divano che sta nella cantina, va a rispondere alla madre che lo chiama al telefono continuamente per chiedere "Tutto bene?".  E lui: "Sì". "C'è neve?" "Un po'".

    Ammaniti racconta, descrive i particolari con maestria. Niente è affidato al caso della narrazione. E in questo lo scrittore dimostra di possedere mezzi validi, giusti.
    "Potevano essere le tre di notte e io galleggiavo, con le cuffie in testa, nel buio, giocando a Soul Reaver quando ho avuto l'impressione che ci fosse un rumore nella cantina. Mi sono tolto le cuffie e ho girato lentamente lo sguardo. Qualcuno bussava contro la finestra. Ho fatto un salto indietro e un brivido mi è scivolato sulla schiena come se avessi dei peli sul dorso e qualcuno li stesse accarezzando. Ho soffocato un urlo. Chi poteva essere?"

    Chi poteva essere? È Olivia Cuni, la coprotagonista che si presenta a metà del romanzo. Bella, magra. Troppo. Olivia è la sorellastra di Lorenzo. I due si sono visti poche volte prima del nuovo incontro. Olivia cerca aiuto perché non sta bene. Ammaniti dà al quattordicenne Lorenzo l'espressione dell'età, anche in questo caso, che viene tradotta con il bene umano dettato dall'essere un ragazzino. I ragazzini sono buoni. E Olivia diventa ospite della cantina per qualche giorno. I due sopravvivono alle difficoltà della clausura, si aiutano, si menano, si ringraziano. E poi stringono un patto per la vita. Sarà breve. Com'è breve la sopportazione di Olivia soggetto di dipendenza dalla droga. Sarà breve come il romanzo, 112 (centododici) pagine che raccontano il vissuto bambino mio, tuo. Pagine che leggi in fretta senza accorgerti della fine. Come per l'adolescenza.

    [... continua]

  • Da tempo uomini, donne e bambini chiedono alla poesia di presentarsi: nome, cognome, età. E qual è l'espressione del volto, se malinconico, distratto o ironico. Il tempo passa. Troppo in fretta, forse. E la condivisione, a oggi, si assesta tra pochi intimi. Probabilmente perché non è questa a essere ricercata. Ma ancora regge il diritto di pensare alla poesia come l’arte di tutti: donne, uomini e bambini.

    Simone di Biasio si presenta col suo “Assenti ingiustificati”. Stop: chi sono gli assenti ingiustificati? “Sono tutti, siamo tutti. Anche un giovane appena venuto, anche lui è assente ingiustificato”, dice il poeta Claudio Damiani (che firma la prefazione), “voce bianca” della poesia contemporanea italiana. Simone è un giovane ed è appena venuto. Dove?, sulla Terra nostra? No. C’era già. Simone è appena venuto con la poesia, per la poesia. E lo tieni stretto. Simone parla una lingua nuova, quella degli anni in cui vivi, quella degli anni suoi (venticinque) per cui vive. La stessa lingua de “La Traduttrice” (pag.24) Korinne, badante della nonna: “Korinne / è la sua traduttrice dal Parkinson / in rumeno e poi italiano / e ha imparato due nuove lingue: / il dialetto e il sottovoce, / impronte foniche della nostra sorte”. 

    Ho detto “lingua”, prima. Non voce. Perché la voce a differenza della lingua è strumento distinguibile adatto al cambiamento, sì, ma non per tutti. In “Gabbiani in riunione” (pag.52) la corda vocale è nitida, lunga, celeste. Come per questi uccelli diversi dagli uomini perché, di natura, capaci a volare: “Sono appena di ritorno / da un direttivo di gabbiani, / volati per mia indiscrezione. / Disposti in cerchio sulla sabbia / sono rimasti in attesa / che il calcio delle loro zampe si asciugasse: / poi era già il tempo di lasciare / altrove un’orma, / di rimettersi le ali / che l’uomo non ha mai saputo usare”.

    L’ironia reale e sociale di alcune poesie è entusiasmante. E per forza rifletti sui versi, sugli accenti digitati quando sai che a parlarti è uno che dei canali virtuali ne fa uso quotidiano. Simone scava per il bunker, trova la “Fine dell’inizio” e dice: “Ma cosa penserebbero / Socrate / Gesù Cristo / Ulisse / persino l’homo erectus / o, che so, Pipino il Breve / a vedersi in pagine che non conoscevano / a sentirsi citare su Facebook / abusati tra i rami dei tweet /…”

    Insomma, quando uomini, donne e bambini chiedono alla poesia di presentarsi bisognerebbe invitarli alla lettura autonoma, prima, alla stretta di mano per effetto e all’arrivederci educato, dopo. Accompagnare loro verso parole comprensibili, attuali per compagnia dell'età. Dipingere a larghe pennellate tutto ciò che vedono, dalla natura degli uccelli agli affetti sociali, dai nonni alla ricompensa che può dare un armadio ("La ricompensa dell'armadio", pag.32). Smettere di annoiarsi. Anche se, dice ancora Simone in “Assenti ingiustificati” (pag. 30), poesia eponima per la raccolta, “… gli uomini non sono bravi, / non sono affatto bravi, / sono eterni ripetenti”. Ripetere non piace a nessuno, certo. Ma se siamo “tutti come allievi, tutti giovani come Simone, appena entrati nel mondo”, allora, dico, la ripetizione venga a versare parole con la sua calma. Così, forse, non devi nemmeno giustificare l’assenza.

    [... continua]

  • Erri De Luca racconta il mare. Non inteso per chi ci abita su iscrizione divina: ma per chi lo coglie in affitto. E non parlo di barche e pescatori, moli e uccelli affamati di piccole pinne. Ma di un essere umano come delfino. Strano? Strano. Già, perché Irene è una donna che vive con questi meravigliosi cetacei grigi. Un po' surreale, certo. Come ci è arrivata non ha un’importanza fondamentale ai fini del racconto. Ciò che è importante e che dà furore alla narrazione è la storia di Irene. Irene, come detto, vive con i delfini. Per essere precisi, “Irene si unisce ogni notte alla famiglia dei delfini, undici con lei, guidati da una femmina adulta”. Irene non parla con nessuno degli abitanti dell’isola che affaccia sulla distesa azzurra. Non parla con nessuno tranne che col coprotagonista della vicenda: Erri De Luca. Non si firma, l’autore. Non si autodefinisce parte della storia. Ma è chiaro dalle prime pagine che l’assistente scelto è lui. Tutti credono che la giovane donna sia sordomuta. Non è così. Perché Irene parla e lo fa con l’accento dialettico giusto. Irene racconta. Racconta e elogia gli animali di mare che l'hanno accolta come una figlia. De Luca ascolta. E scrive.

    “Irene che mi mette soggezione quando mi guarda in faccia, mi sta facendo venire umido agli occhi. E mi sto fermo, senza spalancare le braccia magre per un’accoglienza. Così mi cadono dagli occhi un paio di gocce. Lei le raccoglie al volo e se le mette in bocca. Sono buone, dice. Sono uscite le barche per la pesca notturna ai calamari, fanno uno spargimento di lampare. Pare che’e stelle so’ cadute a mare, dice la strofa di una canzone del paese mio”.

    La poetica, la musicalità delle parole scritte da De Luca è entusiasmante. I tratti caratteristici della dialettica d’origine, quella partenopea, avvicinano il lettore all’infanzia dello scrittore. Un’infanzia che viene condivisa con alcune frasi che accompagnano la storia di Irene. Come quando i ricordi percorrono i tragitti che il bambino Erri faceva per ascoltare la nonna. Tragitti di parola. Ma la storia di Irene non è l’unica a essere raccontata nel libro eponimo. Infatti lo scrittore dedica, due dei tre capitoli, l’uno al padre Aldo, l’altro a una vicenda, “Una cosa molta stupida” accaduta per Napoli. Due storielle dirette, che sanno di vero. Due storielle che De Luca vuole raccontare ricordando i dispiaceri della guerra, prima, dei vicoli, dopo. Ma sempre con gusto, senza dimenticare il sapore del mare che tocca le mani e estende i pensieri.

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  • Angelo Cacciato scrive una verità. La verità è quella di Pierantonio Casano, ragazzino siciliano tormentato dal paranormale e medium inconsapevole dalla nascita. La storia è di quelle raccapriccianti che andrebbero lette di giorno per evitare di sbattere l’immaginazione contro una libreria mobile o una porta che si apre da sola. Pierantonio è un ragazzo apparentemente normale, proprio come tutti i giovani adolescenti. Va a scuola, mangia, gioca, si diverte. Dorme. Ed è proprio il sonno che, una notte, lo avvolge di un misterioso male ombrato: una strana figura dalle sembianze umane avverte il ragazzo: “Non ti darò pace, non ti darò pace!”

    “Era l’anno 1988. Pierantonio frequentava la II media; durante una notte autunnale, ebbe uno strano incubo: sognò che si trovava nel soggiorno in compagnia del padre; era seduto di fronte la credenza a guardare un film in televisione, quando davanti ai suoi occhi apparve un’anziana donna vestita di nero; occhi di colore verde chiaro, sguardo agghiacciante e pietrificante.”

    Il prologo sembrerebbe nato dalla penna di uno scrittore di racconti gialli. In effetti, la storia di Pierantonio non ha nulla da invidiare al colore del mistero. Appunto, “Misteri e Verità nella vita di un medium” è il titolo del libro. Cacciato entra nella vita di Pierantonio col permesso della co-autrice Maria Angela Casano, sorella dell’adolescente che aiuta lo scrittore/sociologo a risalire ai fatti della storia, e della famiglia dei due. Le pagine del dattiloscritto sono fondate secondo una direzione precisa: quella del paranormale. Lo stato inconscio di Pierantonio viene raccontato nei minimi particolari. Gli spazi, i luoghi, le figure che poggiano sulla schiena, nella cantina della finestra di fronte, assalgono il lettore attento che coadiuvato dai rumori del vuoto intorno può sistemare la pellicola della mente, avvolgerla, capovolgerla e farne il sentimento suo. Il male è l’oggetto del mistero. Il male che percorre la linea del corpo di Pierantonio, il male che è diavolo venuto sulla Terra per restarci e fare dell’uomo il suo burattino. È questo che, secondo un non studioso del genere come me, rappresenta la traduzione del fenomeno paranormale. Cacciato narra, storicizza, scrive. Credere o non credere ai fatti è la scelta che ogni essere pensante può fare, soggetto di discrezione.

    [... continua]

  • Angelo Cacciato scrive una verità. La verità è quella di Pierantonio Casano, ragazzino siciliano tormentato dal paranormale e medium inconsapevole dalla nascita. La storia è di quelle raccapriccianti che andrebbero lette di giorno per evitare di sbattere l’immaginazione contro una libreria mobile o una porta che si apre da sola. Pierantonio è un ragazzo apparentemente normale, proprio come tutti i giovani adolescenti. Va a scuola, mangia, gioca, si diverte. Dorme. Ed è proprio il sonno che, una notte, lo avvolge di un misterioso male ombrato: una strana figura dalle sembianze umane avverte il ragazzo: “Non ti darò pace, non ti darò pace!”

    “Era l’anno 1988. Pierantonio frequentava la II media; durante una notte autunnale, ebbe uno strano incubo: sognò che si trovava nel soggiorno in compagnia del padre; era seduto di fronte la credenza a guardare un film in televisione, quando davanti ai suoi occhi apparve un’anziana donna vestita di nero; occhi di colore verde chiaro, sguardo agghiacciante e pietrificante.”

    Il prologo sembrerebbe nato dalla penna di uno scrittore di racconti gialli. In effetti, la storia di Pierantonio non ha nulla da invidiare al colore del mistero. Appunto, “Misteri e Verità nella vita di un medium” è il titolo del libro. Cacciato entra nella vita di Pierantonio col permesso della co-autrice Maria Angela Casano, sorella dell’adolescente che aiuta lo scrittore/sociologo a risalire ai fatti della storia, e della famiglia dei due. Le pagine del dattiloscritto sono fondate secondo una direzione precisa: quella del paranormale. Lo stato inconscio di Pierantonio viene raccontato nei minimi particolari. Gli spazi, i luoghi, le figure che poggiano sulla schiena, nella cantina della finestra di fronte, assalgono il lettore attento che coadiuvato dai rumori del vuoto intorno può sistemare la pellicola della mente, avvolgerla, capovolgerla e farne il sentimento suo. Il male è l’oggetto del mistero. Il male che percorre la linea del corpo di Pierantonio, il male che è diavolo venuto sulla Terra per restarci e fare dell’uomo il suo burattino. È questo che, secondo un non studioso del genere come me, rappresenta la traduzione del fenomeno paranormale. Cacciato narra, storicizza, scrive. Credere o non credere ai fatti è la scelta che ogni essere pensante può fare, soggetto di discrezione.

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  • “Quanto pesa quello che siamo? E quello che abbiamo?”
    È una lista di sogni, questo romanzo. La lista, appunto, è quella della spesa che finisce nel carrello affittato al supermercato. Due donne, Erica e Tea, spiano il contenuto del mezzo che per natura della logica arriva alla cassa. Non si parlano, non si conoscono. Ma si ammirano. Una è famosa, l’altra no. Una è la protagonista della serie tivvù “Testa e Cuore”, l’altra sembra essere l’appassionata casalinga che non perde una puntata della recita televisiva. Tutto sembrerebbe raccolto in questo crogiuolo di sentimenti. Ma c’è molto altro. Il romanzo racconta la vita che già di per sé è un sogno. Il sogno, appunto, di Erica che conosce Tea per la sola visione fascinosa. La battezza come “signora Cunnigham”. È un punto di riferimento. Chiara Gamberale è nata a Roma nel 1977. “Le luci nelle case degli altri” è il suo romanzo di rilievo.  Scrive “quattro etti d’amore, grazie”, uscito nel duemilatredici, caricando le pagine con chili d’emozione. I personaggi prendono vita e, seppur ragionevolmente ricchi di passione come si conviene al romanzo, trasmettono il fascino della vita comune. Non è un caso se il centro della vicenda, quello che dà il massimo spunto di riflessione, si specchia al supermercato che è traduzione alimento della sopravvivenza. Una lista di sogni appassionati sugli scaffali. Interverranno altri personaggi: i mariti, i figli, la madre, l’Isolachenonc’è, Wendy e PeterPan. L’amore. Duecento-trentadue pagine che scorrono come un fiume calmo. Duecento-trentadue pagine scritte con cura dei particolari: grammatica, sintassi, colla appiccicata al petto che non si stacca fino alla fine. “Testa e Cuore”, appunto.

    “Ora capisco perché da quasi un mese al supermercato non la vedevo più, e perché oggi ha fatto quella spesa, a modo suo ricercata, proprio lei che va sempre di fretta, inseguita da tutto il suo da fare. Certo, la Fidelibus e il marito vorranno passare una serata romantica, vorranno mangiare una zuppa come si deve, se pure pre cotta, bere un buon bicchiere di Cabernet e convincersi che, finché c’è la salute e c’è l’amore, c’è tutto”. 

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  • “Masochismo? Esorcizzazione di altre più riposte paure? Esteriorizzazione delle nostre nevrosi? Fatto sta che a quasi tutti noi piace moltissimo leggere di cose paurose, pagine piene di tensione, gialli che ci eccitano. È stato sempre così, e del resto è noto come il racconto capace di suscitare emozioni di raccapriccio e paura sia una delle più persistenti espressioni della cultura dell’uomo: una risposta, evidentemente, a certe sue onnipresenti esigenze psicologiche.”

    Queste parole che hai appena letto arrivano dall’introduzione al libro. Niente di più vero poteva essere scritto. Il pianeta editoriale giallo è da anni molto apprezzato dal pubblico lettore. Personalmente “I delitti della Rue Morgue” è il primo reale capitolo che leggo basato su tale mappatura. Poe è un Maestro di questa arte scriteriata e ci tengo a dare merito alla lettera maiuscola che ne descrive l’onorificenza perché l’autore americano è stato il primo a creare con la penna un poliziotto detective. Parlo del Monsieur Dupin, protagonista della storia e personaggio di ispirazione per Conan Doyle, padre fondatore del famoso Sherlock Homes. A rendere merito al Dupin di Poe c’è la teorizzazione del caso di studio. Mi spiego: una volta consumato il delitto, Dupin percorre a ritroso il tragitto che avrebbe fatto l’assassino cercando di entrare nel suo progetto. Si chiede: cosa avrei fatto al suo posto? Così giunge alla risoluzione del caso. E così accade anche nei “I delitti della Rue Mourgue” dove è lo stesso Poe a funzionare da investigatore. Chi ha ucciso la fanciulla bellissima? Perché lo ha fatto? Sarebbe un delitto rispondere, adesso, a queste domande. Il consiglio recensore è quello di leggere il libro. Magari seduti sulla poltrona davanti al camino e sul lato destro un quotidiano aperto sulle pagine della cronaca. 

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  • Hai intenzione di visitare gli Stati Uniti d'America per un giorno, tre giorni, una settimana o un mese? Hai intenzione di passare per Portland? Bene, se atterrerai almeno per qualche ora nella cittadina dell'Oregon non dimenticare di portare con te una mappa che indichi i migliori luoghi da visitare e le più belle cose da fare. Ecco, il consiglio sembrerebbe in saldo per come suggerito. Ma quando parlo di "mappa" non mi riferisco alla classica serie di fogli disegnati e plastificati. Ma intendo una vera e propria mappa del tesoro portlandiano. Chuck Palahniuk te ne consegna una.

    Lo scrittore statunitense (all'anagrafe Charles Michael Palahniuk) ha pubblicato nel 2004 "Portland Souvenir", un libro-guida turistica che nell'ironico modus scribendi dell'autore raccoglie tutto ciò che c'è da visitare nella cittadina. Si passa dai ristoranti con tanto di specialità della casa fedelmente riportata nero su bianco ai musei e luoghi incontaminati da oscure presenze, fino ad arrivare allo zoo e ai luoghi dove amarsi per una notte. Ogni suggerimento di visita è allegato a indirizzo e numero telefonico. Certo, siamo nel duemilatredici sfiorando il quattordici. Ma la guida turistica di Palahniuk è certamente utile per raggiungere i luoghi indicati anche se questi possono aver cambiato posizione o recapito numerico. Ma non è tutto: Portland Souvenir riporta a mo' di cartolina anche una fedelissima biografia dell'autore che negli anni '80 si è divertito a vivere con dedizione all'umorismo. Insomma, se hai intenzione di andare negli Stati Uniti d'America con scalo per almeno qualche ora a Portland non dimenticare di portare questo libretto di Palahniuk... magari insieme a un bestseller dell'umoristico scrittore americano.

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