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Poesie di Diego Bello

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  • Ieri alle 19:59
    Aprile (Acrostico)

    Avido d'anima e d'acerba linfa
    prelude il soffio tiepido d'aprile
    ritorno del fulgore.
    Intorno l'erba umida
    l'avanzo lentamente
    eroso poi da tanto inverno.
     

  • lunedì alle ore 23:04
    Insegui una spirale

    Ora si ricomincia
    il nuovo uno rosso sulla soglia
    e dietro tanti numeri caduti
    sul campo di battaglia.
    Insegui una spirale
    in giro rigoroso verso il centro
    sempre più corto
    al tolto che è lo stesso
    che rimane.
    E gira e gira
    ti s’assottigliano
    i giri che ti restano
    le rughe tinte
    alla discesa in scavo
    per il fondo.
    In altre rughe
    lo specchio ridà lustro
    si fa soffio
    a vivida scintilla
    su fiamme d’ossa.
    Non s’aprano sepolcri ancora
    è luce e duri.

  • Tu non puoi fare
    a meno di guardare
    fa troppo male
    lo sguardo non si muova 
    rimani fisso
    su ogni angelo che trema
    l’occhio
    non passi cieco
    incontro a lacrime
    prima di un sorriso
    fiume alla polvere
    di un viso che era pianto.
     
    Tu non puoi fare
    a meno di vedere
    c’è troppo sangue
    non serva quel tampone
    produce bile
    appesa a quelle lacrime
    pupilla
    sia dilatata
    incontro al buio
    del fango riclino
    ricciolo muto
    e mano che ti ferma.
     
    Tu non puoi fare
    a meno di sentire
    c’è troppa guerra
    stretto un fardello al petto
    testa di bambola
    poggio di bende rosse
    iride
    si scansi dal vuoto
    intorno al fuoco
    di trucchi di sporco
    macerie a pezzi
    l’acqua si cerca ancora.

  • Riparo
    quasi eterno
    da pioggia vento neve
    e dal rumore
    della vita
    dalla strada.
     
    Riparo
    d’intime cene
    di liti coniugali
    di ozi e solitudini
    di canti e delazioni
    di preghiera.
     
    Riparo
    di popoli
    di suppliche
    di assoluzioni
    condanne
    confessioni.
     
    Riparo
    di notti tossiche
    e giorni senza l’aria
    di voci in culla
    di pianto
    riparo, per un attimo e poi tomba.

  • domenica alle ore 10:00
    Intrecci di memoria

    Adesso che i tuoi passi
    ridestano il selciato
    di mie stagioni vive
    avido vigili
    al prezzo del distacco
    la luce tenera
    e in volto io
    precipito lo specchio
    lontano quanto ieri
    nel fondo dei vent’anni.

    Si fonde musica e colore
    - intrecci di memoria -
    l’infanzia vivida
    montessoriana
    al cappelletto rosso
    che poggia al ciuffo chiaro
    l’appena accolto
    in classe nuova
    con le manine a porgere la cesta
    dell’offertorio.

     

  • domenica alle ore 9:56
    E se fosse tuo figlio

    E se fosse tuo figlio 
    destinato al macello
    come l'agnello che allieta il tuo desco?

    E no tuo figlio no
    è della superiore specie umana
    quella che a spezzar femori s'allena
    quella che spara alle spalle
    - per carità, si difende così! -
    quella che erige mura di spavento
    per arginare il diverso da sé
    - che diverso non è -
    solo perché lo specchio in cui si mira
    è rotto e devia verso l'altro
    il disgusto per sé.

    E se fosse tuo figlio
    destinato al macello
    come l'agnello che allieta il tuo desco?

     

  • giovedì alle ore 22:49
    Tempesta

    ascoltare che sale dal mare la tempesta l'onda che curva frantumi di cristallo e scivola nell'aria - un fulmine l'addensa

  • 21 marzo alle ore 19:44
    Non datemi tramonti da guardare

    Non datemi tramonti da guardare
    né voglio un àncora che affondi piano:
    ce l'ho dipinta dentro l'agonia.

  • 21 marzo alle ore 19:42
    Quello che tento

    Tu che non lasci
    precipitar parola nell'abisso
    che vedi mille fior che poi non strappi,
    dimmi lo scrigno
    che custodisce tutto
    quello che tento,
    dei versi che fagocita l'oblio.
    Vorrei la chiave
    che infonde luce a questi muti canti
    richini e dissonanti in fondo al coro.

     

  • Così finiva quel comunicato
    degli assassini la vendetta dècupla
    trecentotrentacinque - tutti uomini
    per trentatrè della colonna cràuta
    distrutta dalla bomba in via Rasella.
    Quei corpi dai quattordici ai settanta
    nei camion zeppi verso l’Ardeatina.
    C’erano tutti, a cinque a cinque in fila
    freddati e spinti al buio nelle cave
    di pozzolana, uno sull’altro informi
    coperti dai rifiuti d’una Roma
    afflitta dagli stenti della guerra.
    E’ ancora la più grande strage urbana
    in questa Europa che ne vede altre.
    C’era l’Italia e c’era ogni quartiere:
    il nobile, il commerciante e il milite
    studenti, professori ed operai
    cattolici ed ebrei insieme agli atei
    democristiani e comunisti fusi
    monarchici, azionsti e liberali.
    Quei corpi dai quattordici ai settanta
    nei camion zeppi verso l‘Ardeatina.
    Chi fece quella lista, chi assentì?
    Chi dattiloscrisse il severo elenco?
    Di chi si liberò quella vendetta?
    Cosa pensò chi lesse ad una ad una
    le condanne di quegli ignari martiri?
    Cognomi e nomi asciutti sulla carta,
    i martiri del ventiquattro marzo
    millenovecentoquarantaquattro.
    Quei corpi dai quattordici ai settanta
    nei camion zeppi verso l‘Ardeatina.
    Lento e snervante incedere dei camion
    verso le fosse, in solco dentro buche
    che predicevano lo starsi addosso.
    Fu memoria di donne, madri, spose
    fu pianto d’orfani perenni, ora
    sono settantatré gli anni trascorsi.
    Chi ha visto piangere la madre solo
    quasi trent’anni dopo quell’eccidio
    ché allora non poteva, sì doveva
    correre per non dare in pasto lacrime.
    Ora puoi piangere mamma puoi piangere!
    Possiamo tutti almeno ricordare
    quei martiri innocenti con un nome?
    Quei camion zeppi d’anime già morte?
    Quei corpi dai quattordici ai settanta
    che andarono a morire alle Ardeatine
    sospinti uno su l’altro nelle fosse?

  • 13 marzo alle ore 22:47
    Rosa di neve

    Rosa di neve
    si scioglie l’amo
    d’iride azzurra.
     
    All’ancora nel porto
    rimane nuvola di lacrime
    e polvere di mare.
     
    Sussurra vento,
    sorride al ramo
    senza più foglie.
     

  • 11 marzo alle ore 18:03
    Vorrei serenità diffusa

    Vorrei serenità diffusa
    come sui prati primavera
    che porta il vento d’orizzonte
    come il suo sguardo
    dove si posa,
    sorso di primula
    sorriso d’una rosa.
    Ma se m’attardo
    sui volti in questa strada
    il sole tiepido non scalda
    persiste l’ombra gelida
    e la contorta scia
    del graffio d’una spina.
    Non bastano sue labbra
    ferite a sangue
    lo strazio dolce sullo stelo
    lo sforzo
    di mordere la luce
    ché pervada.
    Però un pallore diafano rimane
    ebbro d’ostinazione
    per me dono di brezza,
    il suo profumo.

  • Un sorriso dallo scialle di neve
    di marzo città feroce trattengo
    appena un fiocco
    di sasso al vento
    di sguardo luce oblio
    che torna voce
    un attimo
    si fa zaffiro,
    sul proprio passo
    ricalmo muore.

  • Vorrei asciugare una lacrima almeno
    far sibilare in cielo sola chiave
    di libertà da quel lucchetto osceno
    di fantasia e d’innocenza, schiave
     
    dell’agonia dell’arsa terra d’odio.
    Le grida d’arti mutilati e il sangue
    negli occhi tristi straziano sul podio
    mentre divelto asfalto intorno langue.
     
    Angeli vivi dalle guance lorde
    tra spettri di memoria dentro il greppo
    in distonia d’albori porta il passo
     
    con danza macabra dall’eco in basso
    e il fiato di bombarde dentro Aleppo
    setacciano speranza sulle corde.

  • 01 marzo alle ore 16:44
    Marzo (Acrostico)

    Meraviglioso alito
    Azzurro satura d'odori nuovi 
    Rinato in aria da prematuro
    Zefiro, denso
    Oro di zagare

  • 01 marzo alle ore 14:55
    Lo iato

    Un atomo che vaga in altri cieli
    da te strappato come un fiore perso
    erra col viso aperto in cento veli
    a precipizio invade un lago terso.
     
    Molecola che germina nell’ora
    più cupa della terra quasi oscena
    nel fondo che ristagna, come spora
    in grumi gonfi esplode dalla vena.
     
    La briciola  d’un verbo coniugato
    evaporata in gola da un poeta
    per il palato evasa in uno iato
     
    è nota sola di colore strato
    nell’ombratura che la luce asseta
    e atterra in zolla fertile al conato.

  • 28 febbraio alle ore 7:33
    Mi volto indietro

    Mi volto indietro per incontrare il vuoto nel posto dove c’erano i tuoi occhi.

  • 27 febbraio alle ore 21:28
    Disincanto è il mattino

    Disincanto è il mattino
    che irraggia in microbi molli
    e terge lo spazio ritinto
    a sembianze di pena;
    nell’aria lo stento di morsi
    motorei divampa,
    discioglie la luna dei sogni
    già d’ora più rari.
     

  • 27 febbraio alle ore 19:24
    Sai la primavera?

    Sai la primavera?
    Quando da sotto la neve sciolta
    s'affaccia un fiore
    nel punto perso
    tra l'uniformità del manto bianco.

     

  • 27 febbraio alle ore 19:12
    E’ già qui

    E’ già qui
    e tengo strette al collo
    le labbra col suo odore
    la guancia che s’incolla
    e di capelli
    respiro ricci
    accolti attorno a ogni angolo di me.
    Alla sua piuma ho dato vento
    ora è sostanza
    che mi riposa
    qui.
     

  • 27 febbraio alle ore 19:09
    Il nero dentro

    Una scritta sul muro del parco
    mi s’annida come un tatuaggio in petto,
    addensa nebbia che di te mi porto.
    E si imbianca la notte col fumo
    rimane solo un canto che trema
    sulle note quasi assenti dei passi.
    Non oso guardare in alto le stelle
    l’occhio s’ostina sull’erba lavata
    di brina e salta sui solchi dei cani
    nelle ceneri del trotto dei bimbi.
    E tu rimani anche tu assente
    tra le mie mani stanche di vuoto
    che s’asciugano ancora all’odore
    di te sul vestito.
    E m’affido alla luna
    al sicuro suo pianto di neve
    al rumore di pioggia che nutre
    il respiro dell’aria e vorrei
    fosse alba o notte più scura
    del nero che dentro rimane
    fuliggine di te ancora assente.
     

  • 25 febbraio alle ore 13:48
    Non rubi mai

    non rubi mai
    ordito acerbo
    e quando prendi
     
    sento il distacco
    di quanto in serbo
    per te gioivo
     
    luce di stelle
    che più del giorno
    ardono altere
     

  • 25 febbraio alle ore 13:41
    Grido d'attese labbra

    grido d’attese labbra a morte avara
    di tempo avuto in prestito dal sempre
    turgore d’acqua a rapide secreta

    scivola dentro secca e poi s’avvolge
    sinusoidale al battito che stringe
    un corpo solo mostro d’arti a pressa
     

  • 25 febbraio alle ore 13:37
    Compagna d'ozi tristi

    Sei sempre lì 
    compagna d'ozi tristi 
    distesa e sposa all'ombra 
    nell'alba immobile.
     
    Sei lì in attesa
    che si risvegli il tempo 
    dell'agonia, che s'aprano 
    miei occhi al giorno.