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in archivio dal 17 set 2016

Elia Tuccori

13 dicembre 1997, Lucca

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  • 26 settembre 2016 alle ore 19:21
    Nello spazio, non respiro.

    Al tremar della notte un sussurro
    mi destò dal cupo sonno antico
    coll'illusion di nuovi e tiepidi voli

    Quattro pareti formavan la mia stanza
    sì ch'io ero al centro fisso
    come Sole fa nell'universo tutto

    Mai pensai ciò che allor avvenne
    che lo spazio in seno all'esser suo
    diminuisse più volte molto
    ed io fui come colui che in sè attende

    La parvenza d'un ombra nascose
    nell'orizzonte buio la carnal sostanza
    che di me fece come Enea d'Anchise
    e il leggier volo sfiorò gli spazi col tempo

     
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  • 22 settembre 2016 alle ore 13:27
    Il ponte danzante

    Come comincia: Il signor Swann mi stava annoiando: la sua incapacità emotiva, il suo coefficiente sociale dai contorni variabili ma essenzialmente immutabili, la sua gelosia tentennante e allo stesso tempo contagiosa, tutto ciò, contrastava la divina prosa proustiana. Uscii fuori a fumare una sigaretta; il giorno in cui dovevo scrivere il secondo breve racconto sui miei cugini, finalmente era giunto. Ripercorsi, privo di stanchezza e con una vorace curiosità di buttare giù qualcosa, il tragitto che c'é da casa di mia nonna a quella dei miei cari parenti americani. La speranza di recuperare un dettaglio, un rumore, un odore , che, per quanto fastidioso e logorante che possa essere, mi rievochi quella notte, aveva un aspetto voluttuoso e condiscendente. E come l'umile artigiano che, per un importante lavoro di costruzione manuale , si addentra in luoghi conosciuti ma oscuri, geograficamente familiari e allo stesso tempo abissalmente lontani, per cercare un qualsiasi oggetto che possa aiutarlo, allo stesso modo, io, nell'intento di fabbricare il mio breve racconto , percorsi quel cammino con uno stupore nuovo e meraviglioso; con il desiderio di scovare, magari in un ramo, o nel cinguettio di un uccellino, il materiale grezzo per la mia opera. Non trovai nulla: l'ultima idilliaca notte con loro era sepolta nel passato. Niente rievocava in me i contorni delle loro figure, l'interno del taxi che presi con il mio amico Gabriele, il fresco sapore della Vodka congelata che si posò sul mio labbro inferiore, la voce persuasiva di Brook.. Tutto era scomparso; o, forse, non era mai accaduto. Giunsi, senza più alcuna speranza, alla casa abbandonata ove dimoravano poche settimane fa i miei cugini. Cominciai a cercare; il cinguettio ad intermittenza dei piccoli volatili accarezzava la mia memoria. Non c'era più niente da fare. L'unico anelito di speranza era più o meno questo: cercare un punto di connessione tra me e loro; costruire un ponte danzante che, con la sua pigra luce intermittente, mi trasportasse in California. L'impresa era impossibile, lo so. Ma ci provai ugualmente.  La mia idea di costruire quel ponte si interpose tra il mio passato e il mio futuro; ma non trovò dimora nel presente, giacché io mi trovavo a Marlia, a casa loro, e senza alcun strumento per costruire, e privo di qualsiasi aiuto esterno. Direi piuttosto che il desiderio di ergere quel ponte giaceva in uno strato a-temporale della mia mente; esso non era a-temporale in quanto senza tempo; era al contrario un tempo, o meglio, una serie di tempi senza spazio. In altri termini: lo spazio esisteva, ma era incollato a quello strato, e alimentato dal tempo. Lo spazio era la mia speranza di costruire; il tempo, invece, il materiale che mi permetteva di fabbricare il ponte.
    Feci un balzo, armato di un grosso cucchiaio, con l'obiettivo di prendere due piccole porzioni di cielo azzurro. Ci riuscii: il peso di questi frammenti era il medesimo del vuoto che avevo dentro. Ecco! La costruzione del ponte fu, più o meno, questa: presi all'incirca due grammi di cielo azzurro per la formazione di due palle, che sarebbero diventate due splendidi occhi. Poi, spinto dall'entusiasmo, toccai alcuni giovani rami rossatri cosparsi di piccoli trifogli verdi; il tronco era esile, liscio , e aveva un aspetto delizioso. Lui e i suoi compagni arborei sarebbero diventati ciocche di capelli biondi e mossi. Un frastuono rumoreggiante, secolare, improvviso e tagliente, mi colpì. Di fronte a me si aprì un baratro nero; e come il villano che osservò, al calar del giorno, la valle colorata da lucciole danzanti,allo stesso modo io vidi, come un riflesso cangiante, due biglie di un blu acceso che si accendevano e si spegnevano a ritmo di musica. Trasalii: un braccio umano, dalle fattezze arboree, si aggrappo` alla superficie terrestre. Mi avvicinai e tirai su` la sagoma misteriosa. La parte inferiore del busto non aveva forma, ma le bagnava tutte simultaneamente; una masnada di bestie selvatiche percorrevano le sue gambe, e il suo organo femminile, come una perla preziosa, pareva il centro traboccante dell'universo. Esso secerneva pensieri,  ricordi, affetti ed emozioni. L'odore che emanava era sferzante, malizioso ed eccitante. Era quello il ponte, e fui io a costruirlo; le sue fattezze erano quelle di Brooklyne, la mia cara cugina. La strana creatura dalle biglie azzurre era un'immagine; o meglio, era la metafora di quell'ultima sera passata con i miei cugini. L'aspetto di Brook improvvisamente mutò; il suo corpo diventò un insieme disordinato e periodico di lettere in movimento. Cominciai a leggere mia cugina. In altri termini: mi apprestai ad osservarla in tutta la sua forma e bellezza. La prima lettera della serie era un numero: 12. La seconda era il nome di un mese: luglio. La terza quello di un anno: 2016. 
    Il 12 luglio 2016, verso mezzanotte e mezzo, mi sedetti con il mio amico Gabriele fuori dalla mia casina del campeggio. Due birre sul tavolo, un posacenere sazio di sigarette, e un mazzo di carte, provavano a risollevarmi, ma senza speranza. Il pensiero che l'indomani le mie cugine sarebbero ripartite, mi straziava. Quando le avrei viste di nuovo? Staranno bene? Cosa penseranno del fatto che io, l'ultima sera, sia stato lontano da loro? Gabriele, un pazzo senza capo ne coda, assistendo alla mia languente  videochiamata con loro, non esitò nemmeno un attimo: digito` il numero del taxi e, dopo appena 10 minuti, partimmo per Marlia, verso la casa dei miei parenti. Ogni chilometro superato era accompagnato, sull'apposito strumento dell'autista, da un cifra in denaro. Mi guardavo attorno, cogitabondo: era un sogno? Era una scherzo di qualche genio ingannatore? Come era possibile che io, all'una e quarantaquattro di notte, mi trovassi in un taxi, senza soldi, ma con una gioia infinita che cospargeva il mio corpo?Arrivammo a Marlia; scendemmo, e Gabriele pagò la tariffa: 100 euro. Amina, Brook e Mac mi stavano aspettando sulla strada sterrata che conduceva alla porta di casa. Ci abbracciammo con felicità e con forza; finalmente sono tornato da voi, pensai tra me e me. Entrai in casa e mi accolsero calorosamente tutti: Kris mi preparò un cocktail mortale, Morgen e Dante stavano dormendo, Alana, appena arrivai, si svegliò di colpo. Brook iniziò a cantare; e come il marinaio abbandonato in una notte fredda e tormentata in mezzo al frenetico mare, attende con speranza un'ancora di salvezza, allo stesso modo quella composizione musicale si addentro` nelle mie profondità agganciandosi alla mia memoria. Continuammo la serata giocando a carte. Erano le 4:00, e il taxi sarebbe passato di lì da un momento all'altro. Mi stesi sul divano; Brook, seduta in terra, di fronte alla mia testa reclinata sulla sinistra, mi tese la mano; Amina, accovacciata come un cucciolo vicino alla mie gambe, replicò il gesto di Brook. Il cerchio che si venne a creare fu magico; i suoi contorni tremavano,  così come le nostre mani sciorinavano tristezza, solitudine e felicità. 
    "Quella tristezza voleva dire: siamo all'ultima stazione. Quella felicità voleva dire: siamo insieme. La tristezza era la forma e la felicità il contenuto. La felicità riempiva lo spazio della tristezza." Le parole di Kundera presero le sembianze di un abito che ci protesse dal freddo che filtrava dal portone di legno. Salutai Amina e Brook un ultima volta, poi, con passo svelto, mi incamminai con Gabriele verso l'esselunga di Marlia, dove ci stava aspettando il taxi. Prima di raggiungere il posto alzai lo sguardo verso il cielo ricco di puntini luminosi; ero triste, e la staticità delle stelle mi suggeriva un'immobilità dannosa, un freno ai miei pensieri futuri che abbracciavano l'idea di rivedere i miei cugini. All'improvviso un proiettile incandescente attraversò il buio assoluto; aguzzai lo sguardo e vidi, dentro quella palla celere, tutta la mia famiglia affacciata a piccole finestrucole. Mi stavano salutando, con gioia e  con dolore; la biglia destra di Brook lascio` cadere una lacrima. No, forse stava solo piovendo. Prendemmo il taxi e ritornammo in campeggio. Erano le 5: 45 : bevemmo l'ultima birra e ci coricammo a dormire.
     

     
  • 17 settembre 2016 alle ore 22:55
    Inseguimenti frenetici

    Come comincia: La notte era incredibilmente silenziosa. Un frenetico brulicare di esibizioni canore da parte dei volatili animava un vuoto senza fine. Una luce, in lontananza, mi chiamava; e quando alzai lo sguardo lei era lì, immobile e pensosa, ma non come una fanciullina che, con occhi speranzosi e vivaci, pretendeva da me un riguardo paterno, bensì si trovava in una circostanza voluttuosa e magica, come se dovessi essere io a scorgerla, a darle senso, mentre troneggiava in alto sopra tutti e tutto. Era la Luna. Le macchie nere che la cospargevano come varicella aliena, mi suscitavano bellezza; sono forse terre e colline e mari e monti? La Luna sarà forse abitata da strani esseri con tre occhi e quattro gambe? Forse sì o forse no; probabilmente non lo scopriremo mai, ma il desiderio di conoscere e il fatto di azzardare l' esistenza di una nostra famiglia spaziale, aveva su di me un effetto oppiaceo. Nel frattempo tale sentimento estatico si controbilanciava, sulla superficie della mia memoria, ad un'area di tristezza alquanto volumica; il mio pensiero, con ragionamenti fantastici e illusori su improbabili esseri lunari, circoscriveva il punto immobile della mia anima, il cardine attorno al quale tutto ruotava, la mia dolce e amata EAPPRN. Alzai lo sguardo: una protuberanza molliccia e schifosa si stava staccando dalla luna. Essa, improvvisamente, come argilla malleabile e sofisticata, plasmò due strane particelle. La Luna, quella notte, era invasa da una masnada indecifrabile di nuvole; e le due particelle ne approfittarono subito. Correvano in modo instancabile tra sporgenze e dirupi, tra valli grigie e fiumi nebbiosi; e in tutto questo si cercavano, ma non si scontravano mai. Era piuttosto la particella di destra che ora aiutava la sinistra a scalare un dirupo; e subito dopo avveniva l'inverso. Pareva svolgessero ruoli opposti, elettricamente inversi; una era positiva e, quindi, in quella specifica circostanza aiutava la povera e desolata particella negativa. Ma il ruolo cambiava improvvisamente! Tutto era speciale, dinamico e programmato fisicamente. Un suono sordo e nero, alle spalle dei due giocatori amorosi, li stava raggiungendo; un buco tra le nuvole, in lontananza, spaventava la visione limitata delle due particelle. Quel suono senza volto era il futuro: è giunto fino ad ora, al presente, per impedire l'avvenire dei due protagonisti. Il moto di esso era inquietante; divorava istante per istante, metro su metro, e raggiunse in poco tempo i due. Non sapevano dove andare, cosa fare, cosa aspettare... il futuro? No: lui era dietro di loro; e in un gioco temporale assai bizzarro e strano, il passato era sparito, il presente c'era, ma senza dimensione, e il futuro, geloso del percorso ormai passato dalle due particelle, non consentiva un avvenire. I due, per nascondersi da quel terribile nemico, iniziarono a costruire un'abitazione in un posto freddo e buio, delimitato da un baratro nero senza fine. Per molti istantaneii anni essi fluttuarono senza sosta dentro quella casa; il desiderio di scontrarsi, in un certo punto dello spazio e del tempo, era incolmabile, ma praticamente impossibile, giacché nel momento in cui una delle due particelle era leggera e positiva, l'altra sprofondava nei gioghi della negativa pesantezza. Un giorno il futuro bussò alla porta: i due aprirono. Non videro niente. Scorsero solamente un vento in lontananza che aveva l'intenzione di risucchiare qualsiasi cosa. Così, in un attimo, tutta la casa, qualsiasi forma di arredamento, ogni suppellettile, svanì, risucchiata in quel buco senza fine. I due si guardarono: la superficie sferica che dava forma alle particelle cominciò a sfumare, perdendo spessore e solidità. Solo una, quella che fortunatamente era pesante e negativa in quel istante, vantava sull'altra una forma più naturale e buona; e subito il vortice si fece più forte, risucchiando la leggera e danzante particella. L'altra, rimasta sola e costernata per la perdita dell'amata e irraggiungibile leggerezza, spirò sotto forma di luce ed energia. Viaggiò per universi paralleli, tra dimensioni compattificate e stranezze quantistiche, fino a giungere proprio qui, dentro di me, seduta al mio posto, e impegnata nello scrivere questa assurda storia. La particella negativa ero io, credo; l'altra, invece, era sicuramente EAPPRN. Ma allora io ero sia qui, che scrivevo, sia là che svanivo? E EAPPRN dov'è finita? E il futuro? Forse non esiste il futuro, per noi; sopravviviamo solo caoticamente, e senza mai incontrarci. Abbiamo scritto il passato durante il presente; abbiamo sperato nel futuro mentre lo fuggivamo...