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in archivio dal 24 lug 2008

Gianni Quartarone

17 luglio 1973, Torino
Segni particolari: Architetto, disegnatore, sceneggiatore e scrittore nel tempo libero.
Mi descrivo così: Cerco di mantenere fertile la creatività e lo spirito indagatore. Passerei le giornate a disegnare e scrivere, soprattutto sceneggiature e racconti surreali.

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  • 24 luglio 2008
    Una nuova alba

    Guardo attraverso i tuoi occhi
    Guardo attraverso te
    Sento vibrare forte
    Il tuo universo in me

     

    Sento ancora le tue mani
    Accarezzare il mio profilo
    Per quanto tempo ancora
    … dovrò aspettarti?

     

    Ho provato a ricredermi presto
    Non ho trovato quell’errore che
    Pensavo di avere commesso
    Nel vederti partire così

     

    Se esiste ancora un filo leggero
    Vorrei irrobustirlo io
    Renderlo una corda di canapa
    E stringerlo sul cuore

     

    E’ mattina ormai qui in città
    Il cielo è coperto di nuvole
    E’ triste lo so anche per te
    Il sole è a riposo quest’oggi

     

    Hai pensato a quel giorno in campagna
    Stesi su di un prato in festa?
    Avevamo poco più di vent’anni
    Aspettavamo arrivasse il tramonto

     

    So che stai per tornare
    Ti sento di nuovo vicina
    Sono pronto a tornare sul prato
    Per guardare una nuova alba.

     
  • 24 luglio 2008
    La strada

    La seguirò di certo
    Quella strada che ho davanti
    Così tortuosa e luminosa
    Vorrei scoprire il sapore che ha

     

    Sensazioni splendide
    Mi accompagnano laggiù
    E’ come una guida ormai
    Che io non tradirò

     

    Penso di poterci andare
    Come un aquila in volo
    Che cerca il giusto vento
    Lasciandosi planare

     

    Guardo avanti
    La direzione è giusta
    Non mi fermo
    Il cielo è azzurro sopra me

     

    Forse non so più
    Se continuare a cercare
    Ma se questa è la mia strada
    Un giorno ne potrò gioire

     

    A volte vorrei tornare
    Ma ho perso la scintilla
    Sono già in cammino
    Ormai troppo lontano

     

    Guardo l’orizzonte di fronte a me
    Sono un granello di sabbia nel deserto
    Ho mille bivi davanti
    Non devo lasciarmi cadere

     

    Non devi lasciarti cadere.

     
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  • Come comincia: Era da tempo che il signor Leandro Prestirognoni non faceva una cena così sostanziosa.
    Generalmente aveva l’abitudine di alzarsi dal tavolo con ancora un po’ di appetito; lo aveva sentito in una di quelle trasmissioni televisive che parlano di salute ed alimentazione e da allora lo aveva preso come una dottrina, come una legge da seguire perché, a quanto pare, faceva bene, evitava quel senso di pesantezza post-pasto tanto fastidiosa.
    Quella sera invece il signor Leandro non aveva resistito alla tentazione del polpettone preparato dalla moglie e si era lasciato vincere dall’invitante intingolo vietnamita che ne guarniva le pareti, condendo il tutto di uno straordinario sapore a cui nessuno avrebbe potuto dire di no.
    Aveva mangiato. Aveva mangiato tanto quella sera il signor Leandro Prestirognoni, tanto da scoppiare, tanto da fregarsene completamente delle sue abitudini salutistiche... tanto in una sera, non avrebbe messo su chissà quanti chili! Il problema però si era manifestato dopo.
    Il signor Leandro non riusciva a muoversi, si sentiva gonfio; avrebbe dovuto camminare, farsi un giro, smaltire in qualche modo quella cena lussuriosa.
    Ma dove sarebbe potuto andare? Si….è vero sarebbe bastato fare solamente due passi, anche da solo, ma non ne era abituato, lui che aveva sempre cercato un fine nelle cose che faceva anche nelle cose più comuni ed elementari.
    Capirete quindi, perché quella maledetta sera aveva preferito restarsene tra le mura amiche a condividere il suo tempo con l’unica persona che lo aveva sempre ascoltato, assecondato, capito e soprattutto amato; sua moglie Baldassarra.
    Il tempo di sparecchiare, aiutare un po’ in cucina ed il signor Prestirognoni si era preparato ad entrare in salotto e distendersi sul suo amato divano. Eh! quante storie ci sarebbero da raccontare su quel divano, ma non è né tempo né circostanza per farlo.
    Dicevamo: il signor Leandro si era appena disteso sul divano, convinto di guardare la televisione, ma subito si era accorto di non aver ancora dato una scorsa al giornale!
    Lo aveva comprato con tanto amore la mattina ma poi, preso da una immane quantità di commissioni da sbrigare, non era più rientrato a casa.
    Ecco che quindi il giornale era rimasto lì, integro e mai aperto dato che, essendo la moglie analfabeta, l’unico in grado di poterlo leggere in quella casa (seppur, bisogna ammetterlo, con qualche difficoltà) era proprio il nostro signor Prestirognoni.
    Si era quindi deciso a leggerlo, ed in particolare gli era venuto in mente di andare a vedere una notizia in cronaca nera.
    Infatti, durante il giorno, aveva sentito gente mormorare (il suo è un paese piccolo…) a proposito di alcune persone morte in circostanze misteriose, pare per colpa di alcuni giornali, ma nessuno sembrava aver capito come.
    Fatto sta che il signor Leandro (un secco rutto gli fece capire che il polpettone aveva cominciato in maniera positiva il percorso naturale che lo avrebbe portato ad essere defecato nel giro di poche ore) si era seduto ed aveva aperto il quotidiano,gli aveva dato due poderosi strattoni, come si fa di solito quando si vuole che le pagine si distendano bene, ma stranamente le braccia gli erano sembrate reagire in maniera opposta.
    Il signor Leandro stentava a capire. Aveva riprovato a stendere le pagine ma queste non si muovevano anzi, sembravano fare resistenza.
    Che strano!
    Il signor Leandro aveva subito tirato le sue conclusioni da uomo pragmatico e razionale quale era… “Sta a vedere che ho mangiato veramente troppo. Oltre ad avere pesantezza di stomaco mi sembra di avere le traveggole!”.
    Ciononostante non aveva cambiato idea.
    Dopo essersi stropicciato gli occhi come a confermare il fatto di essere ben sveglio aveva cominciato a leggere il giornale.
    Per qualche minuto tutto era sembrato essere tranquillo, quando ad un tratto era stato proprio il giornale a dargli uno strattone!
    Il signor Leandro era rimasto sorpreso e sembrava voler mollare la presa, ma non riusciva a farlo! Era come se il giornale tenesse lui per mano!
    Il signor Leandro d’un tratto si era fermato ed aveva fissato il centro del foglio.
    La sua espressione era passata gradatamente allo stupore più primitivo al terrore più profondo fino a che aveva cominciato ad urlare.
    In quello stesso istante il giornale gli era balzato in viso ed aveva cominciato a dilaniarlo.
    La scena che si presentava a Baldassarra (a minuti vedova Prestirognoni) era tremenda.
    Il suo povero marito era li che si contorceva in preda ad urla e spasmi violentissimi, con il giornale stretto nelle mani!
    Poi dopo qualche istante era cominciato a sgorgare sangue in enorme quantità, il giornale a macchiarsi e dopo qualche secondo ancora, dopo un’orrenda agonia, tutto era finito.
    Il corpo del signor Leandro si era posato su un fianco, le braccia erano scese giù di colpo ed il giornale ormai inanimato era caduto a terra.
    Al posto della testa del signor Leandro c’era un’incredibile accozzaglia di materiale cerebrale, e tanto, tantissimo sangue che aveva ormai cambiato colore a quel divano che tante storie aveva da raccontare.

     
  • 11 settembre 2008
    L'enigma

    Come comincia: Ancora due passi e avrebbe scorto un dirupo dalla quale avrebbe ammirato un paesaggio stupendo. Eccolo, una profonda valle, frastagliata ma allo stesso tempo rigogliosa, attraversata da un fiume dalle acque candide e popolata da decine di amene case colorate che a stento si riconoscevano tra quell’insieme di colori.
    Così sembrava finire il suo lungo cammino, che per tutto il giorno lo aveva portato attraverso campi fioriti, canti di uccelli e diversi suoni tra i quali lo scorrere delle acque del fiume ed il sibilo del vento tra le fronde degli alberi.
    Tutto gli era sembrato bellissimo, tutto gli era sembrato migliore; quasi aveva il dubbio di non aver mai visto un sole così acceso, un cielo così azzurro, o di non aver mai assaggiato della frutta così buona e bevuto dell’acqua così fresca ed inoltre era circondato da una gradevole sensazione di pace e rilassatezza interiore.
    Sentiva ancora nelle gambe forza sufficiente per scendere a valle e percorrere qualche sentiero, magari facendo amicizia con qualche abitante del villaggio ma, non appena uscito da un gruppo di alberi che lambivano un laghetto, ecco che aveva notato qualcosa dietro ad una grossa pietra, appena nascosta da un cespuglio.
    Si era avvicinato e aveva scorto un corpo, riverso di schiena, con la testa coperta da alcune foglie e ramoscelli e quindi irriconoscibile…ma una cosa gli parve subito certa; quell’uomo era senz’altro morto!
    La sveglia era squillata puntuale e imperterrita come ogni mattina: ore 6,50.
    Nico si era alzato di schianto, vinto da sudori freddi e tensione emotiva.
    Era stato un sogno strano il suo, ricco di colori, luci, suoni, sensazioni positive ma culminato con la visione di quel cadavere.
    Bah! Era la prima volta che gli capitava un sogno così strano, ma allo stesso tempo così chiaro nei particolari da sembrare vero, ma non aveva molto tempo per darsi una spiegazione.
    Nico si era preparato una colazione leggera con caffè, due biscotti e del succo di arancia, si era sciacquato le ascelle, lavato piedi e denti e vestito di gran lena per schizzare in ufficio.
    Sarebbe cominciata per lui una settimana di duro lavoro con scadenze importanti e grosse responsabilità.
    Chiuso nel traffico ed impegnato in una violenta e fragorosa grattata di deretano, non poteva non rimandarsi al sogno cercando, chiudendo gli occhi, di rivivere le sensazioni di quel vagabondaggio quasi favolistico, ma ogni volta veniva destato dalla visione di quel corpo senza vita.
    L’ufficio era un via vai continuo di impiegati, tutti a rincorrere un tempo mai sufficiente per soddisfare i propri doveri, tutti guidati da una forza d’inerzia figlia della frenesia, dell’ordine e della precisione.
    Nico aveva appena avuto una promozione che lo aveva caricato di grosse responsabilità ma anche di un senso di orgoglio che lo aveva portato ad acquisire un grosso rispetto da parte dei suoi colleghi.
    Si era appena seduto alla sua scrivania ed aveva appena aperto la sua valigetta per estrarne il suo instancabile portatile quando, nella tasca interna, aveva notato qualcosa.
    C’era un qualcosa che non gli risultava familiare… era un libro!
    Lo aveva appena preso tra le mani che già si era sentito raggelare il sangue nelle vene!
    Il libro infatti si intitolava “Il cadavere del lago” ed in copertina riportava la fotografia di un paesaggio in tutto e per tutto identico a quello da lui sognato!
    Nico era basito, senza parole, e cominciava  a sudare freddo!
    Riflettendo però aveva pensato che probabilmente qualcuno poteva avergli prestato o regalato quel libro la sera prima e avendogliene raccontato l’incipit lui potrebbe esserne stato talmente colpito da esserselo sognato la notte.
    Era andata proprio così.

     
  • 24 luglio 2008
    La resa dei conti

    Come comincia: Erano le 13.00.
    Il sole aveva da poco superato il suo culmine ed aveva cominciato la discesa che lo avrebbe condotto al tramonto.
    Mai la strada davanti all’antica fabbrica di cioccolato era stata così affollata. Quella che di solito era la zona di pochi viandanti senza meta, si era trasformata in un luogo degno di un pellegrinaggio.
    Qui infatti e precisamente nel padiglione degli imballaggi si era rintanato Joe  Kidd, un terrorista ricercato da anni e che la Polizia era finalmente riuscita a condurre in un vicolo cieco.
    L’antica fabbrica era infatti completamente circondata. Poliziotti armati fino ai denti occupavano ogni angolo della strada; sul tetto vigilava una squadra speciale e sotto, un fiume di gente pronta a cogliere l’attimo.
    Sì! L’attimo della cattura, che avrebbe consegnato nelle mani della giustizia il criminale più temuto della città.
    C’è gente che dice che Joe Kidd abbia creato problemi più o meno grossi a tutti gli abitanti.
    Non c’era un solo cittadino che non fosse stato vittima di un suo crimine.
    La Polizia aveva tentato un ultimo appello: “Joe, ti ripeto che ciò che stai facendo è del tutto inutile. Così non fai altro che peggiorare la tua già grave situazione. Tutta la fabbrica è circondata, non hai via di scampo. Non costringerci a sparare, perciò esci fuori con le mani bene in vista. Hai ancora cinque minuti.”
    La gente però aveva capito che Joe non sarebbe uscito.
    Avrebbe tentato un ultimo sberleffo, a costo di farsi ammazzare.
    C’era chi giurava che sarebbe finita con un bagno di sangue, chi con una doccia, chi invece era pronta a scommettere che Joe si sarebbe affacciato ad una delle finestre dell’ultimo piano ed avrebbe cominciato a sparare all’impazzata sulla folla.
    Forse proprio per questo la folla stessa cominciò pian piano ad indietreggiare, come se qualcosa di terribile, molto terribile stesse per accadere.
    Ormai mancavano pochi istanti.
    Dal fondo della strada era arrivato persino un blindato dal quale erano uscite otto teste di cuoio che si erano appostate in gran fretta accanto al grande portone d’ingresso.
    Mancava un minuto.
    “Joe, questo è l’ultimo appello. Hai ancora un minuto dopodichè dovremo usare la forza!”
    L’ultimo minuto era sembrato eterno.
    Non sarebbe bastata una intera enciclopedia per elencare le migliaia di espressioni e comportamenti della gente presente.
    Chi aveva lo sguardo attonito, chi pregava, chi piangeva, chi urlava, chi imitava gli animali, chi copulava, chi leggeva la Bibbia, chi mangiava, chi imprecava, chi ruttava, chi cantava, chi correva, chi dormiva, chi faceva le parole crociate, chi fumava, chi scoreggiava, chi veniva a mancare, chi lievitava, chi faceva la pasta in casa, chi fischiava, chi beveva, chi faceva l’inversione degli pneumatici, chi suonava, chi giocava a tressette, chi sudava, chi mingeva e tante altre cose.
    Ci si poteva insomma aspettare di tutto, la tensione era altissima si poteva tagliare con un grissino (ah no… quello era un tonno!).
    Il minuto era scaduto.
    In un istante le otto teste di cuoio avevano sfondato con un calcio il grande portone d’accesso (che si scoprirà in seguito aperto) ed erano penetrati all’interno.
    Per tre lunghi,lunghissimi minuti non si era sentito più nulla,neanche uno sparo che uno.
    Era passato ancora qualche istante e dal lungo corridoio che portava all’area imballaggio erano apparse delle sagome.
    Erano loro, le teste di cuoio, con Joe.
    “L’hanno catturato sia benedetto il Signore!”…”Eccolo quel bastardo!, voglio vederlo bene in faccia”… erano stati i primi commenti della gente contenta ma al tempo stesso inviperita.
    Il portone era ormai spalancato e le otto teste di cuoio, gli otto eroi, si erano fermati quasi a mostrare il reo come un trofeo.
    Joe, 5 anni, era un bambino magro, vestito di una maglietta gialla decorata con degli ometti stilizzati che si tenevano per mano come nell’origami; aveva dei calzoncini bianchi e degustava con aria distaccata un enorme lecca-lecca.
    Nell’altra mano aveva una girandola.
    Le teste di cuoio avevano cominciato ad avanzare per trasportarlo sul blindato, ma avevano dovuto lottare con tutte le loro forze per crearsi un varco tra la folla pronta a linciare il terrorista.
    “Bastardo, che il Signore ti maledica!” aveva appena gridato un’anziana signora nel piccolo orecchio di Joe, che aveva avuto un sussulto che per poco non gli aveva fatto cadere il lecca-lecca.
    “Giustiziatelo! Camera a gas!...Camera a gas”. ”Friggerai sulla sedia elettrica lurido verme!” erano invece gli epiteti di una giovane coppia alla quale Joe aveva prima seviziato e poi arso vivo il figlio.
    Joe era appena salito sul blindato, saltellando con la sua girandola, quando un signore aveva rincorso per qualche metro il potente mezzo agitando il pugno ed esclamando: “Mostro, hai rovinato centinaia di famiglie e pagherai per questo… Ooh! Se pagherai!”.
    Altre persone erano  corse dietro al blindato fino allo sfinimento ed altre rimasero nella via a commentare l’accaduto fino a tarda notte.
    Joe Kidd fu giustiziato con una iniezione letale sei mesi dopo in un carcere della California.

     
  • 24 luglio 2008
    C'ero anch'io

    Come comincia: Pazzesco! Non si era mai visto un traffico così!
    Tutti cercavano di rientrare a casa in tempo per la partita. E’ proprio vero che basta poco per far sì che delle persone normalmente educate ed a modo diventino maleducate ed irrispettose!
    Ognuno si sentiva padrone della strada; c’era chi bruciava sistematicamente tutti i semafori rossi, chi ignorava le precedenze, chi non rispettava gli attraversamenti pedonali e chi dimenava i clacson come un sassofonista in un gruppo jazz.
    C’era frenesia… da vent’anni la Nazionale Italiana di calcio non giungeva in una finale dei Campionati del mondo e l’attesa era tanta!
    Anche se si era in piena estate l’accalcarsi di chi tornava da lavoro con chi era in giro per compere o sane passeggiate aveva creato un intasamento nelle zone più popolate della città.
    Sin dalla mattina le discussioni avevano riguardato la partita ed il suo possibile esito, sia negli uffici che nei negozi e nelle scuole ed avevano unito i più giovani agli anziani come gli appassionati con chi invece aveva sempre detto che non gliene sarebbe potuto fregare di meno… ma si sa che la Nazionale unisce tutti!
    Da questa frenesia, da questo turbine di emozioni, non era estraneo Luigi che, non essendo riuscito ad avere un permesso sul lavoro per via di una urgente consegna da finire l’indomani, era uscito dall’ufficio poco prima delle 20, a mezz’ora dal fischio d’inizio!
    Calcolando che per raggiungere la sua onesta dimora avrebbe dovuto attraversare la città è facile pensare come avrebbe rischiato di perdersi buona parte dell’incontro… non gli sarebbe rimasto che pigiare sull’accelleratore e sommare infrazioni su infrazioni come un collezionista aggiunge monili alla sua preziosa bacheca.
    Non sappiamo se una buona mano gli fosse piovuta dal cielo, ma alle 20 e 21 Luigi era già sotto casa ed aveva trovato un parcheggio di lusso proprio davanti al portone come rarissimamente gli era capitato prima.
    Entusiasta di ciò aveva chiuso di gran fretta la sua Alfetta verde senape (almeno questo sembrava essere il colore che trapelava tra la ruggine e gli escrementi di piccione che la ricoprivano) ed era entrato nell’androne trovando però l’ascensore fuori servizio!
    “Dannazione” - aveva pensato - adesso gli sarebbe toccato beccarsi otto piani a piedi… ma non aveva demorso ed aveva cominciato a salire come una scheggia! Primo piano, secondo… terzo… quarto… quinto… anff! il respiro aveva cominciato a farsi affannoso… sesto… anff! anff!... settimo… Luigi era al limite dell’infarto (fuori c’erano trentacinque gradi!) e finalmente, dopo aver rischiato di inciampare innumerevoli volte, ottavo!
    Luigi era arrivato davanti alla porta di casa sua.
    Oramai, solamente una serratura ed un click sul telecomando lo separavano dalla finalissima del Mundial! Certo una bella doccia non l’avrebbe certamente rifiutata ma se ne sarebbe senz’altro parlato dopo.
    Si erano fatte le 20 e 27 e Luigi si era appena tolto la camicia e aveva acceso la televisone.
    Aveva comprato una confezione maxi di Coca Cola, della birra in quantità industriale e aveva agghindato già dalla sera prima la sua casa con bandiere, striscioni e poster dei suoi idoli in mutandoni.
    Diciamo che un attento osservatore avrebbe potuto pensare ad un maxi ritrovo con gli amici ed invece Luigi, non avendone quasi nessuno, si era trovato costretto a vedere l’incontro completamente da solo; forse tutto quel ben di Dio gli sarebbe servito da compagnia oltre che da sostegno alla sua fame impellente!
    Ore 20 e 29… le due squadre erano ormai entrate in campo e si stavano eseguendo gli inni nazionali.
    Da buon patriota Luigi si era alzato in piedi e, dopo aver messo una mano sul cuore, aveva cominciato a cantare “Fratelli d’Italia, l’Italia s’e desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa…” fino alla fine.
    Era una delle poche persone che conosceva tutte le parole dell’inno di Mameli e ne andava fiero per cui, ogni qualvolta se ne presentava l’occasione, ci teneva a dimostrarlo (anche solo a se stesso).
    Ore 20 e 32… le due squadre erano schierate nelle rispettive porzioni di campo ed attendevano solamente il fischio d’inizio dell’arbitro mentre Luigi si girava continuamente sul divano per cercare di trovare la posizione più comoda per gustarsi l’evento.
    La cosa curiosa era che Luigi si era completamente immerso nell’atmosfera del pre-partita come se si trovasse allo stadio.
    Ogni volta che sentiva un canto o un incitamento provenire dagli spalti si univa al coro agitando le braccia e gridando a squarciagola… oppure quando aveva visto partire la ola si era aggiunto nel momento in cui questa aveva raggiunto la sua ipotetica posizione sugli spalti ripetendo il gesto più volte! Si alzava a tempo con le braccia levate al cielo e poi si risiedeva!
    Era come in trance; ad un certo punto, da una borsetta nera, aveva persino tirato fuori un binocolo, una trombetta da stadio e addirittura un k-way perché aveva visto incombere sul terreno di gioco alcune nuvole minacciose!
    In altre parole nessun evento, cataclisma od altro, avrebbe potuto distogliere lo sguardo, la sua concentrazione dallo schermo televisivo; probabilmente non avrebbe sentito né il telefono e né il campanello nel caso (molto raro) che qualcuno lo avesse disgraziatamente cercato.
    Alle ore 20 e 33 l’arbitro l’inglese Horned (in italiano “cornuto”), aveva fischiato.
    La partita era cominciata.
    La tensione era altissima, i giocatori ovviamente non si risparmiavano… i loro lauti ingaggi, le loro gambe assicurate per milioni quella sera dovevano servire per una causa comune, l’Italia!
    Tutto si presentava come uno spettacolo di colori, canti, gesti tecnici e le emozioni erano continue, veramente degne di una finale Mundial.
    Nelle case degli italiani le famiglie e le comitive di amici erano unite nel tifo, si incitava, ci si disperava quando un giocatore sbagliava un cross o ci si esaltava quando si ammirava una bella discesa sulla fascia ed il tutto era visto come l’occasione per vivere insieme un avvenimento sportivo indimenticabile, uno di quegli avvenimenti da poter dire un giorno “C’ero anch’io!”
    Quello che più impressionava era il silenzio calato nelle strade; quelle stesse strade che fino a pochi attimi prima erano state oggetto di confusione, vociare, clacson, traffico, ora si erano zittite quasi a rispetto dell’evento e se fosse passato qualcuno avrebbe potuto sentire l’incitamento delle persone davanti ai televisori filtrare attraverso i balconi e le finestre aperte.
    Ma ciò che dava più da pensare rispetto ad altre cose era sicuramente Luigi.
    Sapete quale era stata alla fine la posizione da lui scelta per vedere la partita?
    Completamente coricato pancia in su sul divano (in poche parole prono),  braccio destro penzoloni verso il basso, braccio sinistro sul petto, bocca spalancata ed occhi… chiusi!
    Sì! occhi rigorosamente chiusi, perché Luigi dopo pochissimi secondi dall’inizio della partita era piombato in un sonno profondo che si era protratto per tutta la partita e tutta la notte seguente!
    L’Italia aveva vinto quel Mundial dopo aver disputato una partita entusiasmante, la gente si era riversata nelle strade e nelle piazze per festeggiare fino all’alba e Luigi non aveva potuto vivere neanche un solo secondo di tutto questo.
    I Pop corn, la Coca Cola e le birre erano rimaste integre, la bandiera appesa al muro non aveva avuto modo di essere sventolata e nell’appartamento si sentiva solamente il frenetico, spensierato russare di Luigi.