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in archivio dal 22 mar 2013

Giovanna Albi

Teramo
Segni particolari: Nel Comitato dei Lettori dal 2013. Scrittrice, professoressa, madre, recensionista, collaboratrice universitaria.
Mi descrivo così: Maturità classica con 60/60 e lode e laurea in lettere classiche e filosofia con 110/110 e lode. Ho seguito un tirocinio psicoanalitico Lacaniano della durata di sette lunghi anni. Scrittrice dal 2010, professoressa e collaboratrice universitaria dal 1987.Recensionista e critico letterario.
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  • 28 febbraio 2014 alle ore 9:35
    Ombra di un sogno

    "Uomo, ombra di un sogno"
    diceva il luminoso poeta
    con parole alate,
    l'effimero dell'uomo
    si manifesta
    nel sogno che trascolora con la vita.
    Illusione noi siamo
    incerti del domani come dell'oggi.
    E tutto passa e va col tempo acre
    veloce l'ora corre in mezzo al fiume
    dell'uomo che annaspa e senza posa
    si gira e cerca la verità nascosta.
    Noi tutti siamo gettati dentro un sogno
    dell'ombra che lasciamo contro il muro;
    figli mettiamo al mondo nella speranza
    di un giorno migliore che non arriva.
    Figlio, sogno di un'ombra tu sei per me
    che t'aspetto da una vita in mezzo al fiume
    dove le membra fremono di freddo
    ma il cuore si riscalda nell'attesa.
    E tu verrai a me in epifania
    miraggio sei tu per me, eterno sogno
    G.A.

     
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  • 22 marzo 2013 alle ore 17:59
    La tirannide del tempo

    Come comincia: Sul calar della sera, mentre le nuvole si addensano nel cielo e l'ultimo
    bagliore del sole scompare dietro i monti del mio Gran Sasso, io con le mani
    sulle ginocchia me ne sto a guardare te che scompari nella tua camera e
    chiudi la porta, come a interrompere una comunicazione che io cerco
    disperatamente.
    Abbiamo appena seppellito mio padre, era un bellissimo uomo, un eroe ,
    un partigiano, un uomo retto, un lavoratore, si è costruito con le sue mani
    un impero economico; c'erano tanti parenti, tante lacrime, ma ho visto il
    tuo volto neutro, come se se ne andasse via un estraneo. Poi all'uscita della
    Chiesa mi hai sussurrato qualche sillaba che mi ha fatto capire il tuo
    disagio: " Vedi, mamma, è bello! si muore e tanta gente piange e ti
    accompagna nell'estremo saluto, io sono solo, al mio funerale non ci sarà
    nessuno". Due calde lacrime hanno rigato il mio volto e ti ho detto: " Tu sei
    solo un adolescente, avrai modo di costruirti una vita, tante amicizie, una
    famiglia , dei figli, e quando tu non ci sarai più loro ti accompagneranno nel
    passaggio estremo , ma soprattutto ci saremo noi, io e tuo padre, le tue
    radici che ti aspetteremo nell'alto dei Cieli" Tu hai abbassato lo sguardo
    incredulo, sfiduciato, hai cercato di trattenere l'emozione, ma ho visto i tuoi
    occhi lucidi, il tremore delle tue lunghe ciglia, le tue mani sudate, hai
    cambiato postura e tu, che cammini sempre eretto e flessibile come un
    giunco, come tuo padre, ti sei ripiegato su te stesso e ho sentito tutto il tuo
    dolore di giovane fanciullo che non sa dove mettere i piedi.
    Ora che ho cinquant'anni e una mia radice mi ha lasciata nuda a terra , col
    cuore in mano prendo una sedia , mi posto dietro la tua porta e ti dico:"
    sono stata una madre spesso assente, non è stata colpa mia, ma della mia
    depressione, tu avevi bisogno di me e io non c'ero; ero persa dietro qualche
    pensiero, mentre il male oscuro mi imbrigliava e non mi faceva sollevare il
    capo dal letto; non vedevo la luce del sole, ma solo il buio dell'angoscia. Ero
    in qualche viaggio a piedi a cercare la mia anima e tu aspettavi a casa con
    gli occhi lucidi di pianto , io tornavo ma qualche sillaba storta non riusciva a
    entrare nel tuo cuore affranto. Lo so , hai sofferto con me, mentre mi
    mettevo in aspettativa e mi trasferivo a Teramo al capezzale del nonno.
    Un'aspettativa coatta, sono stata costretta ad abbandonare la scuola per
    divergenze col dirigente. Non è colpa mia, anche questo l'ho ereditato dal
    nonno: l'autorità va discussa, quando è iniqua e io ho combattuto e
    combatterò ancora contro l'ingiustizia. Vorrei che ti passasse nel sangue
    quest'orgoglio che ci portiamo dentro, questo senso del giusto e dell'onesto,
    questa difesa della causa giusta, anche quando non premia.
    Vorrei che tu leggessi l'Antigone di Sofocle, per capire come la legge di
    Stato cozza con quella del sangue che ci portiamo dentro e dobbiamo
    difendere con le unghie e con i denti il nostro orgoglio di famiglia
    partigiana. Tuo nonno mi ha educata al rispetto per gli altri, ma anzitutto
    alla difesa della mia libertà e dignità incontaminate e io non posso tradirlo.
    Io a scuola non posso tornarci, ci sarebbero delle ritorsioni e aspetto che la
    giustizia faccia il suo corso, con la speranza sempre viva che il bene trionfi
    sul male dell'iniquo potere.
    Anche nella mia depressione, non ho ceduto e ti passi questo messaggio di
    forza interiore; tu sei il figlio di una catena e hai la responsabilità di portare
    con orgoglio il testimone della libertà. Perciò non sei solo, ma hai una
    famiglia che ti ama e un esempio da seguire.
    Ti stai costruendo il tuo mondo e mi escludi: anche questa è una legge della
    natura e, ora che sono in grado di parlare con te, tu non vuoi , ti sei chiuso
    nel tuo bozzolo di adolescente, nel tuo mondo di musica e di calcio ; non sai
    che c'è un mondo di adulti che vorrebbe costruire con te il tuo mondo
    interiore. Sei un ottimo figlio: non fumi, non bevi, non ti canni, sei un figlio
    esemplare, ma quel tuo fare stanco, quel tuo trascinarti nella vita, quella
    sfiducia che ti porti dentro mi crea una sofferenza indicibile. Questo tuo
    modo di fare, questi tuoi atteggiamenti, questo studiare per obbligo e non
    per passione, lo condividi con i tuoi compagni e io sono preoccupata del
    futuro di questa umanità che non ha forza interiore, ma si trascina nella
    vita, rincorrendo i sogni facili e perdendo di vista i veri obiettivi.
    Leggi, figlio mio, cura la tua anima, nutriti di alti ideali, sollevati dall'onda
    del malefico nulla e guarda la vita con la fiducia sempre pronta in un futuro
    da costruirti con le tue mani, rincorrendo un'idea mai paga di libertà "
    libera".
    Non lasciarti travolgere dagli schemi , non seguire la marea di questo
    secolo , distinguiti dal gregge degli insulsi, guardati nello specchio
    dell'anima e troverai un giovane fanciullo bellissimo interiormente, pieno di
    chances, devi solo seguire il tuo istinto ad amare la vita e quando tu morirai
    potrai dire di non aver vissuto invano.
    Le porte del tempo si chiudono dietro di noi e non si torna indietro; sai
    quante volte ho cercato di rimediare ai miei errori, ma il tempo ci travolge e
    tutto scivola nell'oblio; ho inseguito sogni, spezzato catene, cercato di
    ricucire rapporti, ma il tempo è un grande tiranno: non perdere le tue
    occasioni! Il tempo non ti dà indietro nulla. Dicono che il tempo sia un
    grande scultore, ma io non ho questa percezione: a me il tempo ha ridato
    indietro il vuoto interiore e pur esisto e vado avanti col sorriso mai spento,
    la fiducia in un domani migliore.
    Eppure ho fatto e fatto, agito e agito, studiato e studiato, insegnato e
    insegnato, ma cos'è , figlio mio, questo vuoto che sento? Dove ho sbagliato
    non so, non ne ho la più pallida idea . Mi sono forse persa dietro un sogno?
    Forse ho avuto troppa fiducia negli altri? Forse troppa o troppo poca in me?
    Eppure amo la vita indefessamente e non mi rassegno a questo vuoto
    interiore, mi stringo forte al petto la foto di mio padre, non può
    abbandonarmi, devo interiorizzare i ricordi.
    Le giornate al mare, in montagna, le passeggiate dietro il duomo di
    Teramo, la spesa insieme, le discussioni politiche, le confessioni proibite,
    l'ascolto del mare in tempesta, l'incanto della neve d'inverno. Quando ero
    piccola gli saltellavo attorno come uno scoiattolo, quando tornava dal lavoro
    e mentre lui si svestiva degli abiti per uscire e indossava il pigiama io non
    gli davo tregua: gli raccontavo i miei successi scolastici, gli leggevo i miei
    temi, mi aiutava a risolvere le espressioni matematiche, ma il giorno dopo
    mi portava a scuola sempre in ritardo e io quel ritardo me lo porto dentro;
    sono sempre in ritardo, non riesco più a correre dietro il tempo: il tempo mi
    ha tradita.
    Non cadere nel mio stesso inganno , non lasciare che il tempo ti trascini;
    tieni saldi i tuoi puntelli, formati e diverrai un vero uomo; ascolta per una
    volta le parole di tua madre: impara il greco e il latino; solo ora fai in tempo
    , il tempo non aspetta nessuno ed il treno è vuoto ; tempo, " reo" tempo
    che male ti ho fatto? Ti aspetto da una vita e hai fatto scempio di me, ma
    salva mio figlio.
    Oggi è una bella giornata: fuori c'è il sole, anticipalo, alzati per tempo!"
    Vivere satis, non longe": questo è il messaggio senecano, non lasciarti
    strappare via il tempo, non buttare il tuo tempo, non essere "occupatus" in
    beghe che non appartengono al tuo intimo, non ti curare delle mode che
    passano, né del giudizio della folla e del gregge, sii un egregio giovinetto,
    nel senso etimologico del termine, abbi rispetto del tuo tempo!
    Amati come io non ho fatto, cura la tua veste interiore, costruisci un edificio
    di te su salde radici di quercia matura, cammina eretto, sfida il destino,
    rispetta il prossimo tuo come fai con te stesso, ama intensamente , soffri
    poco, combatti molto! La vita è una battaglia quotidiana, ogni giorno si apre
    un nuovo sole per noi che stiamo spesso a guardare, senza agire, agisci
    vestiti e va' incontro al mondo!
    Porta dentro di te le parole di tua madre, di tua nonna, di tuo nonno, tu non
    sei solo il figlio mio, ma il figlio del mondo, apri la tua mente, fa' entrare il
    tuo Verbo, ma soprattutto sorridi. Ridere è la prerogativa degli umani, ciò ci
    distingue dalle bestie, fammi vedere che sorridi anche tu, che anche tu hai
    fiducia in te stesso e portati dentro i ricordi.
    Ricordi quando ti venivo a prendere all'asilo? Tu eri bellissimo, con i tuoi
    occhioni verdi e i tuoi lunghi biondi capelli; io ero giovane e piena di forze,
    tu mi guardavi con l'orgoglio di figlio e mi baciavi tutte le volte con
    immutato affetto, mi baciavi sulla bocca teneramente e mi raccontavi le tue
    giornate ; sapevo tutto di te e io ti ascoltavo con rinnovato piacere, perché
    tu sei mio figlio, l'unico pensiero che ho fisso in mezzo alla fronte, mentre
    cammino in cima al dirupo. L'unico punto fermo della mia esistenza, l'unico
    motivo di vanto , l'unico motivo di vita. Non io ti ho dato la vita, ma tu l'hai
    data a me e me la dai tutte le mattine ; sei l'unico atto davvero creativo
    della mia esistenza. Non mi abbandonare ora, ma ricordi? Un filo ci tiene
    legati, non tagliare quel filo della memoria, potrei precipitare a terra senza
    più la forza di rialzarmi. Io tengo stretto un capo della memoria e tu tieni
    l'altro: un comune destino ci unisce. Ci somigliamo, sai, tu sei la mia
    memoria felice e io il grembo da cui sei nato, io sono la radice della tua
    esistenza insieme a tuo padre. Apri quella porta, ti scongiuro, troverai una
    madre.
    Ricordi le grigliate a Posillipo, la sabbia cocente, i castelli , le palline, i
    secchielli, le formine, le gite in barca insieme agli amici, il tuo sorriso
    sdentato, la Lacoste rossa, la giacchina avana che ti comprai per farti
    apparire un ometto di appena un anno. Tutto questo sta nelle foto, ma oltre
    le foto sta dentro di me e di te, non disperdere questo patrimonio,
    conservalo gelosamente e tramandalo ai tuoi figli.
    Perché quando si perde un padre, come a me è capitato, ti senti
    smembrato, un vuoto incolmabile, ma possa il dolore trasformarsi in dolce
    ricordo! Non tutto di noi muore, ma una parte resta in vita finché abbiamo
    la forza di conservare la memoria.
    Quando hanno chiuso la bara di tuo nonno, tutti si sono ritirati in disparte
    nel pianto, sola io ero lì davanti e l'ho baciato lungamente sulla fronte per
    dargli l'estremo compianto, gli ho messo accanto il libro delle poesie di
    Leopardi perché portasse con sé il Poeta che più ha amato e mentre
    chiudevano la bara la musica di Chopin accompagnava il rito. Io ho pianto,
    ma tu non mi hai vista, te ne stavi in disparte pensavi alla tua morte, come
    mi hai confessato. Sei un ragazzo sensibile, alla tua età nessuno pensa alla
    sua morte, ma tu, sì, perché tu sei come me.
    Anche io alla tua età pensavo alla morte, immaginavo il mio funerale senza
    compianto, senza consolazione e sentivo dentro tutto l'amaro, bagnavo il
    mio cuscino e mi sentivo perdutamente sola: sola sono rimasta. Per fortuna
    ci sei tu, con la tua purezza , con la tua ironia, con il tuo fare scanzonato,
    con il tuo anche ridicolizzarmi per le mie debolezze. Ti prego, figlio, apri
    quella porta!
    Eri un bambino riflessivo, un lettore accanito, in un anno in prima media
    leggesti cinquantasei libri; ti svegliavi col libro in mano e con quello ti
    addormentavi e , quando tardavo nel venirti a prendere, ti trovavo nel
    parco seduto sulla panchina intento a leggere; eri e sei il mio orgoglio, ma
    non ti vedo più leggere, ti vedo sul letto guardare il soffitto e pensare a
    chissà che ....chissà che. Vedo il tuo sguardo a volte spento e vorrei dirti:
    accendi la luce dell'anima, non creare il vuoto attorno a te, torna a nutrire
    la tua bella mente, non disperdere le tue energie, concentrale in qualche
    nobile occupazione, fa' della tua vita un'opera d'arte.
    Spero che, quando te ne stai a guardare il soffitto, tu abbia a ricordare i bei
    tempi passati insieme; un ricordo è recente: siamo usciti insieme a
    comprare l'abbigliamento per te, abbiamo lasciato il babbo a casa, era un
    momento per noi. Io ti ho detto che eri libero di comprare secondo la tua
    volontà e abbiamo fatto man bassa; abbiamo pagato col bancomat e ci
    siamo sentiti padroni del mondo, ho soddisfatto tutti i tuoi desideri e anche
    di più: volevo che tu fossi felice. Eppure non sei viziato: sei un ragazzo
    semplice e bello nella tua purezza. Ieri prima di partire per Perugia ti ho
    strappato un bacio, baciami , ti prego, ho un maledetto bisogno di te.
    Mi baci sempre con tanta parsimonia che ne soffro; sarà che io ho sempre
    baciato i miei genitori la sera prima di andare a letto e sento ancora quei
    baci, perché loro mi hanno sempre seguita nel bene e nel male, non mi
    hanno mai abbandonata. Ricordo ancora le domeniche nel lettone da bimba
    e , sai, non me ne vergogno, anche da adolescente stavo nel letto con mia
    madre e lei mi leggeva i libri e mi aiutava a tradurre il latino. E, ora che la
    vedo vecchia e stanca, preda di una malattia che ha fatto scempio di lei, ho
    tanta pena : non ricorda nulla, non mi riconosce, ma se ne sta inebetita a
    guardare il vuoto. Sente che manca qualcuno, suo marito, ma non focalizza
    e io ho tanta paura di fare la sua stessa fine. Ho tanta paura delle malattie
    psichiatriche e tremo davanti al mio vuoto come davanti l'infinito: il terrore
    si impossessa di me , ma tu non lo devi sapere, tu devi tenere un capo del
    filo della memoria , mentre io tengo l'altro e non reciderlo mai!
    Ma tu devi sapere qualcosa di me che non sai: ero una fanciulla prodigio,
    l'orgoglio dei miei genitori, una grecista nata, una donna di pace: non sono
    mai scesa ad alterco con nessuno, non amo il conflitto. Mi devono
    calpestare perché io reagisca, ma reagisco in silenzio: vedi come mi sono
    allontanata in silenzio dalla scuola , ma vi tornerò, lo prometto, io tornerò.
    E tu sarai orgoglioso di me, perché io tengo alto il nome della mia
    Categoria.
    Gli insegnanti sono come i libri, e quell'insegnante che lascia gli studenti
    come li ha trovati non è un insegnante; io socraticamente, maieuticamente
    e-voco a sé i mie alunni, li metto davanti lo specchio del loro dàimon,
    perché possano coltivarlo. Non sono per la religione di Stato, ma per la
    religione personale , per la cura di quel dio che è dentro di noi e coincide
    con la nostra essenza. Tu questa essenza devi comprenderla, abbracciarla e
    portarla a realizzazione. Missione ardua, lo so e lo sai, hai paura come ne
    ho avuta io: paura di perdere, di confrontarsi, paura di lottare, ma, se
    guardiamo il tutto da un profilo più alto, siamo tutti figli della stessa Natura
    e nessuno può sottrarsi alla responsabilità di portare a compimento il
    proprio Sé.
    E' un atto di Amore dovuto, tu lo devi a te stesso e, se a quest'Amore unisci
    la conoscenza, il tuo frutto non perirà mai, perché tutto è destinato all'oblio,
    ma quella conoscenza che ci siamo costruiti è un tesoro inestimabile, più
    duraturo del bronzo.
    Platonicamente conoscere è ricordare, perché noi siamo i portavoce di un
    sapere divino che ci tramandiamo di padre in figlio e sta a noi riesumare
    queste conoscenze e portarle alla luce; coraggio, figlio mio, il sapere è già
    dentro di te: devi abbracciarlo e farlo veramente tuo.
    " Come sei patetica !" starai pensando, mentre segui la tua Juventus o
    accarezzi col ricordo quella ragazza che ti ha sorriso per strada; sì, sono
    piena di pathos per te, e ti seguo con preoccupazione col timore di non
    essere stata una brava madre. Eppure te lo scrissi ( tu avevi solo sette
    anni): " parto per Santiago, vado a cercare la mia anima, la muchilla è
    leggera , ma l'anima è pesante; tornerò e mi prenderò cura del tuo
    destino". Tu chissà che capisti , io mi esprimevo così cripticamente; ora lo
    sai : io ti Amo, di un Amore gratuito, totale assoluto e vorrei tanto tornare
    indietro a quelle vacanze in Sardegna quando vivevamo ancora in simbiosi.
    2008: i preparativi per la partenza, la voglia di evadere, il traghetto che ci
    aspetta. Noi abbracciati sulla nave ci teniamo per mano; poi ci tuffiamo
    nella piscina , tu a cavalluccio su di me, mi chiamavi " mamma delfino". La
    sabbia bianca del golfo di Orosei, le gite in barca, il rotolarsi nell'acqua, le
    gare di nuoto; c'erano anche i tuoi cugini, e tu tra un gioco e l'altro leggevi
    il libro " Momo"; io in disparte il Fedro platonico e riflettevo sulla qualità
    dell'anima che sta lì da sempre dove l'abbiamo lasciata. Ricordi? Io te lo
    dicevo:" abbi cura della tua anima, coltiva la lettura e il sapere, ma non
    dimenticare di divertirti, perché la vita è dura".
    Povero bambino, penserete lettori, aveva solo 11 anni ! Eppure lui mi
    capiva e mi sorrideva in profonda intesa di sguardi.
    Non ti ho mai dato uno schiaffo: non l'hai meritato, ma non ti avrei mai
    picchiato, so che sole le parole arrivano al cuore di chi vuole ascoltare;
    ascoltami ancora, ti prego, anche se sono patetica in questo elemosinare il
    tuo amore.
    Oggi arrivano i parenti a farmi le condoglianze e, lo so, tu rimarrai chiuso
    nella tua camera; spero che qualche mia parola ti sia arrivata e non stia a
    guardare il soffitto; se uscissi con gli amici, io sarei felice, combatteresti
    questo torpore, ma so che non lo farai: sei schivo, come tuo padre, forse un
    po' diffidente. Fai bene? Non so, io mi sono fidata di tutti e sono rimasta
    sola nel momento del bisogno e forse questo ha condizionato la tua vita.
    Riprendila in mano! Non è mai troppo tardi; spero tu stia leggendo o
    studiando, ma chissà cosa c'è dietro quella porta, chissà quale è il tuo
    mondo. Ogni tanto ti vedo per casa giocare con tuo padre, lui ride da pazzi:
    sei un ragazzo ironico, ma io ne sono esclusa. Oh come vorrei entrare nel
    tuo mondo!
    Tu sei come i miei alunni, solo io so come sono cambiati: prima l'insegnante
    era un confidente, oggi spesso un nemico da combattere col silenzio, come
    per preservare un mondo nel quale non si vuole che gli adulti entrino. Venti
    anni fa, ricordo, una mia alunna scoppiò a piangere a dirotto dinanzi la mia
    interpretazione de " La madre" di Ungaretti"; oggi gli alunni non si
    commuovono più, non piangono per i Poeti, vivono la scuola come un
    fardello e non come diritto allo studio.
    Questa è un'altra fonte della mia sofferenza: il sentirmi esclusa da loro,
    anche da loro. Vivo da esule in questa valle di lacrime, cerco una spalla su
    cui poggiarmi, una spalla di una persona buona che non mi tradisca e tu,
    figlio, non mi tradire, ma ascolta le mie parole, mentre va la canzone di
    Vecchioni : " Figlio, figlio, figlio".
    Vecchioni, caro collega, come mi turbano le tue parole e come è affine il tuo
    sentire al mio! Sarà la formazione culturale classica che ci fa avvertire così
    profondamente o un'affinità elettiva: abbiamo la stessa acutezza di
    pensiero e soffriamo per le stesse ragioni.
    Quando ascolto questa canzone, so mettere in ordine le mie priorità:
    all'apice ci sei tu, sempre tu, e scusami se ti amo tanto; non sentire la
    responsabilità di dovermi corrispondere: cresci, fa' la tua vita...io mi metto
    da parte".
    Io parlavo tra me e me , ma lui mi sentì: la porta si aprì e..." mamma
    apparecchio la tavola?" Io fui di una felicità estrema , sentii tutto l'orgoglio
    di madre, lui mi baciò pudicamente sulla guancia e mi disse come quando
    era bambino: " il pollo è pronto? ci sono anche le patatine?" Io capii : lui
    non aveva dimenticato; teneva stretto a sè un capo del filo della memoria
    ed io l'altro. Questa volta avevamo vinto la tirannide del tempo.

     
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  • Sono un inno alla vita le poesie di Alarico Bernardi; promanano nude e schiette da un animo sensibile, senza nessun artificio letterario che sa di falsità costruita a tavolino. La cecità totale che l’ha colpito dal 1997 aggiunge qualità al suo spirito veggente che guarda con gli occhi del cuore, senza mai perdere l’entusiasmo e la lena.
    Un certo spirito eroico fanno di lui un titano del sentimento che non si arrende, ma cerca la luce nel buio, sicché ne deriva un piacevole gioco chiaroscurale dove è presente sempre la risalita dopo l’inabissamento. Un refolo di poesia pura dotata di naturale musicalità denota la sincerità del sentire e la predisposizione alla poesia. Già a dieci anni si scoprì poeta, anche se si avverte l’amarezza di aver avuto deboli riconoscimenti del suo poetare, che invece mi appare degno di nota.
    Presente è il dolore di cui è costellata la sua esistenza, ma mai rassegnazione, semmai  vitalismo che lo porta a cercare l’enigma della vita al di là delle sovrastrutture intellettuali. Poesia vera e non intellettuale di immediata comprensione senza scivolare nella banalità del sentire. Le immagini sono curate e le parole precise anche se non volutamente ricercate, ma quel che emerge come dato costante è l’armonia del suono e la musicalità che è il filo rosso della silloge.
    La dedica alla moglie Teresa, ragione del suo divenire, ben chiarisce la vita del poeta che è ricerca costante di un centro di gravità permanente, e nasconde tutto il bisogno di fuggire la solitudine nella quale la cecità può condurre. Il poeta cerca nella poesia un interlocutore a cui rivolgere i suoi pensieri , certo che sono il dialogo esistenziale può aggiungere qualità ad una vita, che ha anche sperimentato la fragilità umana nel terremoto aquilano del 6 aprile del 2009. Ora vive a Cuneo, esule in patria, in compagnia dei suoi nobili versi. 

    [... continua]

  • Ho trovato particolarmente interessante e profondo questo manualetto di istruzioni di sopravvivenza oltre la morte, scritto dal sensitivo Ensitiv, viaggiatore astrale dall’età di tredici anni. Sarà perché il discorso animico non può che interessare tutti, sarà perché da anni mi dedico come esperta di psicoanalisi al discorso sull’anima, ma quel che è certo che il nostro Ensitiv riesce a catturare l’attenzione con il suo stile fluido e colloquiale, disponendo il cuore e la mente a ricevere il messaggio di pace e di umana solidarietà che la consapevolezza di una vita oltre la morte instilla nel lettore attento e sensibile. Che l’anima esista è cosa ormai acquisita dai tempi di Platone e che la morte sia il passaggio ad una nuova condizione sembra probabile. Studiare le relazioni che intercorrono nel meccanismo Corpo- Anima- Mente significa avventurarsi in un discorso difficile da affrontare, vista la limitatezza della condizione umana. Ma l'autore si sforza di essere il più lineare e comprensibile possibile grazie ad uno stile piano e coinvolgente. Nel libro si sostiene che, al momento della morte, l’energia dell'anima si stacca dal corpo fisico e finisce nella dimensione astrale, quella che Sensitiv conosce molto bene perché a suo dire, egli nasce e muore continuamente, e per questo è in grado di comunicare agli altri umani le sue esperienze riconducibili alla sensazione di benessere che si prova dopo essersi liberati del bagaglio fisico. È così che l’anima, la stessa che ci indirizzava nelle scelte migliori, che ci rendeva abili in un’arte, sensibili, trova finalmente il suo spazio di realizzazione quando si interrompe quel dualismo anima/corpo che ci condiziona in vita. Così ci accorgiamo di essere eterni e che solo il corpo con la sua limitatezza scandisce la percezione del tempo. Nel libro vengono anche narrati i "viaggi astrali" dell'autore, i momenti in cui cui esce dal corpo e percepisce il suo essere come pura anima in contatto con la Vera Vita. La chiave per muoversi all’interno di questa strana dimensione è il desiderio di vita: "Senza farci troppo caso, cominciai a percepire e vedere la luce dell’alba, e più desideravo vederla e più la luce si faceva intensa". È come ridare la vista ad un cieco e in questa dimensione si fa chiaro che "un limite non è mai il punto dove dobbiamo fermarci, ma solo un nuovo obiettivo da superare”.
    L’esperienza animica ci informa riguardo alla genialità che è dentro di noi da sempre e alla potente forza creativa che ci caratterizza ma “abbiamo allontanato la genialità per fare spazio alla Tv. Offesa è fuggita dai nostri giorni portandosi come compagna la Fantasia”.
    Questo "manuale" sembra dire che dovremmo riappropriarci del nostro posto nel mondo, sviluppando la pace e il rispetto per l’ambiente, deponendo le armi della competizione e dell’egoismo e sviluppando la parte migliore di noi che è pura luce. Arrivati a questo punto si può incontrare il proprio dio, che è energia, luce, bontà,  fratellanza, ma soprattutto Amore.

    [... continua]

  • L’anziano Lonedyr racconta alla nipote Tarin la storia di un potentissimo negromante.
    Una volta nel territorio di Ruhel  vi erano tante popolazioni, tra cui quella degli spettri, ora scomparsa. Di questa faceva parte il negromante Inna-mok; questi era conosciuto come il mago più potente del mondo. Egli aspirava al dominio su tutto il territorio di Ruhel, per cui decise di asservire il suo popolo fisicamente e psicologicamente, quello degli spettri. Contro di lui si radunò un’alleanza costituita dagli altri popoli di Ruhel, che mosse  guerra al negromante e al suo popolo. Si schierarono i due eserciti; vinse l’alleanza che procurò la morte a tutto il popolo degli spettri. Unico sopravvissuto fu Inna-Mok, poi rinchiuso in un involucro fatato. A questo punto la bambina Tarin chiede al nonno che cosa possa avvenire nel caso del ritorno di Inna-Mok. Compare la giovane maga, Venorè, che fa parte del popolo degli alberi, la quale un tempo ha predetto il ritorno di Inna-mok, per stornare il quale ha costruito un oggetto magico, sacrificando così la propria vita. L’oggetto è andato perso e Inna- Mok è pronto a tornare, ma a proteggere la Terra vi sono due giovani umani, Rash e Nystrid, un uomo e una donna. Essi vanno alla ricerca dell’oggetto magico, ma incontrano l’ostilità del negromante anche’egli sulle tracce dell’oggetto, per scopi ovviamente diversi…
    Il fantasy, alternando sapientemente parti dialogiche a quelle descrittive, risulta di agevole lettura, nonostante la presenza di più personaggi costringa ad una costante attenzione. Benché non sia un’appassionata di fantasy, sono rimasta positivamente impressionata da questa opera, per l’accuratezza dello stile accanto agli approfondimenti degni di un testo psicologico. Non è il solito fantasy con guerre fini a se stesse, ma ci ritroviamo una caratterizzazione dettagliata e profonda dei protagonisti. Si percepisce d’impatto che Max Giorgini è laureato in filosofia e che non è di primo pelo in questo genere letterario, avendo partecipato con successo ai premi Tolkien e Courmayeur. La magia del romanzo risiede nello studio necessario per farci conoscere i personaggi della Terra di Ruhel, collocata in un passato mitologico. Qui il negromante simbolicamente combatte con i propri fantasmi interiori contro cui si dibatte, fino a liberarsi. La colonna di granito in cui resta chiuso rappresenta la metafora di quell’Io onnipotente in cui possiamo rimanere incastrati fino a diventarne schiavi, ma anche dell’oblio in cui l’uomo rischia di scivolare nel corso della storia. Contro l’oblio combatte difatti Inna-mok deciso a lasciare una traccia indelebile e a sottrarsi definitamente alla disfatta, di cui già è stato ostaggio. Egli è una figura leggendaria, con tratti di vulnerabilità che lo rendono umano. Una mappa iniziale agevola la collocazione dell’intera vicenda, ma bisogna leggere con attenzione e lasciare libera la fantasia per ricostruire tutti gli elementi che compongono un puzzle composito e ben costruito.

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  • Una silloge di racconti dal sapore intenso e vibrante, uno scavo psicologico acuto dentro la vita e la morte.
    La dinamica della trasformazione dell’essere analizzata fino a toccare le corde più profonde dell’animo, dall’esuberanza della giovinezza, ai sogni accarezzati e rincorsi, all’inesorabile fine del tutto. L’amore, in presenza e in assenza, resta nel ricordo come una lama tagliente. Anche  l’amore omoerotico femminile trova spazio di espressione coraggiosa con parole dolci e profonde, come solo le donne sanno scambiarsi.
    Tra donne, che ci sia amicizia o affetto, le parole arrivano alate e colpiscono il bersaglio del cuore; le donne sanno sempre cosa dire alle donne mettendo in luce punti di forza e di debolezza.
    Intenso e lacerante il racconto di Elvira che si spegne lentamente: “Elvira, Elvira mia, cosa hai mai? Indistinta come una sostanza che evapora, non riesco più a raggiungerti”. La morte descritta come passaggio ad una nuova condizione, mentre non si è “mai pronti a dirsi veramente addio”. Ci sono persone che buttano e altre che conservano: "Ma fino a che punto è possibile riparare un vaso incrinato?”
    L’arte orientale insegna che la vita è un'opera di ricostruzione e rimettere insieme i cocci di un vaso è come tornare l’intero, ma questo nella vita non sempre è possibile, a volte i rapporti si esauriscono e si sfilacciano a prescindere dalla nostra volontà: è il tempo che corrode.
    Gli amori veri vanno coltivati nelle abitudini del quotidiano: “Il bandolo della gioia è nella vita che si ricostruisce insieme, in alcune abitudini piccole, pacate, nel trovare il proprio posto nel mondo. Nell’avere il coraggio di difenderlo. Elvira mia, io solo accanto a te sapevo chi ero veramente”. Ricorda la canzone di Battiato: “Ho bisogno della tua presenza per capire la mia essenza”.
    La vita è un rispecchiamento di anime e di corpi che si cercano, che si trovano e si perdono e si inseguono con infaticabile lena, per poi scoprire che la vita è un nulla, una grande illusione e che i “corpi sono impermeabili” come affermava già l’insuperabile Lucrezio, precorrendo qualsiasi teoria sulla potenza del narcisismo che ci fa credere di possedere e di cambiare gli altri.
    Racconti… frammenti di vita che tutti insieme compongono una profonda riflessione ontologica sull’essere e sul divenire, che è la croce dell’uomo occidentale. Questa parvenza di ombra che prende sostanza che si aggruma e si scompone, dando luogo agli infiniti nostri mondi interiori o i nostri demoni.

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  • Un romanzo magistrale questo del filosofo Stefano Colli, strutturato in quattro parti tra loro ben coese. Un thriller psicologico, in cui si fa ampio, esplicito e opportuno riferimento ai meccanismi psichici che ci dominano a nostra insaputa, vista la presenza invasiva di un inconscio che determina il nostro destino, i nostri lapsus e atti mancati.
    Azzeccatissimo il titolo, perché, come si ribadisce più volte, la vita non si capisce e capitano le circostanze più variegate e insolite appunto che scompensano gli equilibri costruiti per una vita. Il romanzo è strutturato come una matriosca con un plot intrigante, avvincente e pieno di sorprese, con un intreccio superbo tra finzione e realtà. Ci troviamo di fronte ad una serie di misteri che restano tali, aperti a più interpretazioni, come la vita stessa che non si lascia definire. Pirandellianamente ciascun personaggio si fa interprete della sua verità che sembra urtare con la realtà (?) dei fatti e con il punto di vista degli altri. Emerge un’impostazione alla Heidegger per cui la vita è una nostra rappresentazione, soggettivamente interpretata e non esiste una realtà oggettiva kantiana che ci possa supportare nel nostro peregrinare su questa terra. L’intreccio inizia con la partenza  di taluni personaggi, ridestati dalla morte, che vengono condotti nel castello di Cromeniz, tra Brno e Olumouc, dove li attende un misterioso uomo, forte e potente, che promette loro di riavere una forma di vita, stante la capacità di superare prove che consistono nell’accoglimento delle loro fragilità, dalla cui consapevolezza ripartire per proiettarsi in nuove forme di esistenza. Non a caso ciascun personaggio deve leggere un testo di una tragedia greca che rappresenta la peculiarità dell’indole di ciascuno. Si tratta anche di un romanzo impietoso, come quello di un filosofo platonico, che inchioda ciascuno al suo sé, alla consapevolezza del dàimon che lo agita, lo guida, ma lo fa anche smarrire. Per cui il romanzo, mentre diverte, nel senso etimologico, di farci uscire dalla monotonia del quotidiano e della via maestra, inquieta non poco perché costringe anche il lettore a porsi dinanzi lo specchio delle sue insicurezze, perversioni, aberrazioni mentali.
    Come ben si dice nella quarta di copertina, "il romanzo è l’analisi impietosa della nostra società…" attraverso soprattutto il punto di vista scanzonato e sagace del gatto Kasper, il quale pone ciascuno di fronte ad una amara verità freudiana: siamo rimozione delle nostre pulsioni nascoste con le quali non si può fare a meno di fare i conti, perché è la vita a chiedere il redde rationem. La parte oscura, inconscia, afferisce non solo ai singoli individui, ma alla società tutta, che annaspa cercando di dimenticare e rimuovere ciò che in verità è.
    Ho volutamente accennato brevemente alla trama, perché trattasi di thriller che non va svelato in una recensione, ho sottolineato soprattutto il fine impianto psicologico, degno del testo freudiano Psicopatologia della vita quotidiana, accanto alla scorrevolezza ed eleganza di uno stile consono alla tipologia di romanzo, ma al contempo presente con taluni significativi squarci lirici.
    Un libro per tutti, ma soprattutto per chi ama perdersi dentro una storia senza soluzione, metafora della vita, attraverso un registro linguistico sicuramente mimetico e gradevole.

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  • “Soglia critica” è il titolo del romanzo di Alessandro Prandini, ma è anche lo schema interpretativo ingegnosamente suggerito, per consentire al lettore più accorto di indovinare la soluzione dell’intricato caso poliziesco.
    Da due omicidi, contraddistinti dallo stesso singolare “modus operandi”, prende l’avvio l’indagine del commissario Scozia, collaudato e vincente protagonista della precedente opera d’esordio dell’autore modenese. Per risolvere i delitti, il poliziotto, affiancato dalla sua assistente Fiorentino, a cui è legato da una mutevole relazione sentimentale, cerca ancore in un passato lontano, ma che sempre più manifestamente sembra riversarsi nel presente, plasmandolo e riplasmandolo secondo oscuri moventi, la cui inquietante e criptica rappresentazione aleggia su tutto il racconto. Ad un antico sodalizio dai risvolti massonici, stipulato tra quattro amici determinati a raggiungere il successo personale, in una sorta di mutuo soccorso, sembra agganciarsi la presenza sulle scene dei delitti, di una copia della celebre opera “Bel ami” di Guy de Maupassant, dove la caparbia e irriverente ambizione di Duroy, sinistramente richiama quella del piccolo gruppo di un tempo.
    Lo stile, ora descrittivo e meticoloso, ora sincopato, rallenta ed accelera il ritmo della narrazione rendendola simile alla sceneggiatura di un film, dove le immagini che si affacciano nella mente di chi legge, hanno l’aspetto di singoli fotogrammi montati in una pregevole e suggestiva sequenza.
    I numerosi sfoggi di erudizione nel campo della letteratura, dell’arte, della musica e… persino della culinaria, impreziosiscono lo scritto ed un certo approfondimento psicologico dei principali personaggi, nonché l’assenza totale di qualsiasi indulgenza verso scene truculente o pulp, che altri autori meno eleganti o sensibili avrebbero certamente inserito, data l’intrinseca scabrosità dell’argomento, lo rendono qualcosa di più di un semplice libro poliziesco.
    Dunque, nell’insieme, un’opera fluida e scorrevole, estremamente godibile che lascia l’impaziente desiderio di leggere al più presto una nuova avventura di quella che ormai si può ritenere una vera e propria serie ben congegnata ed intrigante.

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  • Franz Feldman, giovane insegnante di storia, agli inizi della sua carriera, elabora un progetto nuovo che consiste nel non valutare ciascuna verifica formativa e sommativa, ma di assegnare un voto solo alla fine dell’anno scolastico, perché i discenti sviluppino appieno le loro capacità intellettive e umane, mettendo da parte rivalità ed invidie a vantaggio di un apprendimento sereno e responsabile.
    Il messaggio del progetto si può riassumere nell’aforisma di Martin Luther King: "Siate il meglio di qualunque cosa siate. Cercate ardentemente di scoprire a che cosa siete chiamati, e poi mettetivi a farlo appassionatamente". Così il docente Franz, secondo i dettami di Montaigne, è colui che lascia gli allievi migliori di quanto li abbia trovati, mentre  essi platonicamente partoriscono la loro verità.
    Il progetto, in una scuola quale quella attuale arroccata alla tradizione, incontra non poche ostilità, ma alla fine viene accolto da tutti i docenti, ad esclusione di uno, Karl Feldman, suo padre, che incarna la tradizione nella sua inflessibilità. Il motore di questa opposizione non è di natura meramente scolastica, ma risale a motivazioni che il romanzo svelerà. Particolarmente toccante il paragrafo secondo cui l’antico e il moderno sono a confronto in un dialogo tra padre e figlio che è scontro generazionale, dove Franz difende la sua posizione con una veemenza tale da spiazzare lo stesso acutissimo Karl.
    Lo scontro tocca il tema tagliente della relazione genitori-figli ed è tratteggiato con la penna della scrittrice Elisabetta Formisano, sempre molto abile e appassionata nella narrazione, pronta a cogliere le sfumature psicologiche dei personaggi, molto bene delineati e approfonditi attraverso anche la tecnica dialogica che fa emergere le peculiarità di ciascuno. Perfetta è la figura di Bruno Bellini, docente gay, conquistato dalle argomentazioni e dal fascino del giovane rivoluzionario Franz, fino a sostenerlo per l’intera realizzazione del progetto, che incontrerà molti ostacoli, interruzioni e riprese.
    Il plot, ben costruito, vede l’intrecciarsi di altre storie: l’amore per Virna, la protezione nei riguardi dell’allieva Clara, ragazza misteriosa con delle turbe psicologiche difficile da gestire.
    Franz è proprio un professore che tutti vorremmo avere per la cura che ripone nel proprio ruolo, per lo sguardo magnetico, per l’attenzione nei riguardi di tutti i discenti, soprattutto i più bisognosi, aiutandoli a far emergere il meglio di sé. E’ un Socrate, un tafano d’Atene, una figura fastidiosa ai più proprio per la grandezza del suo animo, per il suo acume e la forza con cui spinge ad interrogarsi per far emergere quella verità che per definizione resta nascosta. Un professore stile don Milani, per cui promuovere significa portare i discenti ad un livello di avanzamento psicologico, umano e culturale.
    Da docente sento di poter dire che il libro della Formisano tratta una tematica di estremo valore e attualità in uno stile accattivante, plastico, mai scontato, in un fluire lineare e scorrevole di parti narrative e dialogiche.

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  • Un libro che è riuscito a scavare dentro il dolore, ineludibile dell'umana esistenza. Un dolore guardato in faccia con ardimento, accettazione, sfida. Dura è parlare del dolore, in un secolo "superbo e sciocco" come il nostro, nel quale più che mai si evita l'argomento, emarginando le persone, molte, che sono coinvolte in questo destino tutto umano.
    Il dolore c'è, esiste, l'ontologia del dolore è l'esistenza stessa, la peggiore delle malattie, perché sicuramente mortale; il dolore ci attraversa dalla nascita alla morte; eppure la difesa dell'uomo medio è quello di costruire una barriera tra sé e il suo dolore e soprattutto tra sé e il dolore degli altri, e, così, come si desume dal testo di Francesco, tutti fingono di essere felici, glissando il problema che più ci riguarda: il dolore del vivere, condizione cui nessuno può sottrarsi, perché tutti mortali.
    Francesco si ribella a questo atteggiamento comune e parla "apertis verbis" dell'argomento più scomodo, sottolineando come sia nocivo non riconoscere il dolore: il che porta alla follia, all'annientamento dell'intelligenza emotiva, alla morte interiore,ad una sorta di anestesia emozionale. Il dolore va vissuto, introiettato, capito, elaborato, integrato; tante sono le operazioni di fronte ad esso; tutte queste operazioni sono valide e possono sortire risultati, soprattutto nella condivisione umana. Un solo atteggiamento porta dritti alla sconfitta dell'uomo: il rifuggire e il nasconderlo. Solo la condivisione, la rielaborazione partecipata, la riappropriazione di un ruolo, di un senso può aiutare a riprendere in mano la propria vita. Le terapie, le parole, i farmaci non sono sufficienti a colmare il disagio esistenziale; c'è bisogno di altro: di umanità che si faccia carico dell'umanità dolente.
    Tutti i capitoli, in uno stile piano, scorrevole, degnamente umano, affrontano l'argomento con presentazione di situazioni e di personaggi profondamente toccanti, trattati con una maestria commuovente, trattati come solo Francesco sa fare, abituato per lavoro a maneggiare il dolore altrui e ad amministrare privatamente il proprio.
    I personaggi sono presentati con acribia analitica e profonda compartecipazione: tutti i casi presi in analisi sono spaccati della dolente umanità, abbracciata col cuore oltre che con una penna felicissima. Sofia, Angelo, Andrea, Giovanni si impongono al nostro sguardo partecipe e si imprimono nel cuore con la loro verità: la verità più vera, il dolore umano.
    La capacità analitico-descrittiva di Francesco è notevole, come dimostrano anche i bellissimi capitoli in cui si avventura nel carcere di Mantova o nei Castelli valdostani, dove tutto assume la forma del mistero in uno stile denso e appassionato.
    Come non essere d'accordo su tutto quanto viene espresso a proposito dei funerali anonimi che non rendono merito alla vita del defunto e al dolore reale dei parenti? L'indagine si fa serrata e la denuncia assolutamente da condividere; anche il funerale non è un momento in cui il dolore viene rispettato come si dovrebbe, ma diventa convenzionale rito nelle mani di chi magari il defunto non l'ha mai conosciuto. Anche io vorrei un funerale come quello che Francesco prefigura per sé e preferirei che la mia bara fosse portata dai miei amici piuttosto che da anonimi professionisti del rito, col rischio certo di cadere, ma tra mani amiche.

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  • Il testo di Francesco Casali punta dritto al cuore del problema umano: il dolore, anche insensato, che è il compagno di strada dell'uomo sensibile.
    Francesco ci insegna come convivere col dolore, come guardarlo in faccia, come allearsi con lui, fino a renderlo un compagno gradito da non rigettare ma da accogliere, perché senza dolore non esisterebbe l'antidoto ad esso: l'amore. Egli infatti si chiede se in questa realtà mascherata nella quale viviamo, ci sia ancora spazio per quel sentimento vitale che ci tiene lontani dalla morte.
     Il primo capitolo  è la continuazione del capitolo di Sofia del libro precedente e affronta il tema della perdita dei figli. Francesco scava dentro il dolore di una madre che perde i suoi due figli e del protagonista Francesco che assiste alla morte della figlia Sofia. Il dolore è assoluto, totale, ineludibile, travolgente e lo scrittore lo rappresenta nella piena drammatica della sua forza distruttiva.
    Si riconosce nell'autore un alto quoziente di umanità, di pathos, di narratore e di osservatore acutissimo della realtà altrui; come si evince dal secondo capitolo, nel quale si analizza il dolore del corpo come manifestazione del dolore dell'anima e nel quale  si presenta una carrellata umana di giovani e meno giovani che si tatuano il corpo per segnarsi un dolore o il suo superamento o per considerare chiusa una fase della loro vita o per rafforzare la propria identità dolente e dispersa.
    Fino ad arrivare al caso di Davide che si suicida per anestesia emotiva. Il caso di Davide, tratteggiato con toni altamente drammatici, commuove non poco e, al momento del suicidio, si raggiunge l'apice del pathos narrativo con tutto il dolore di Francesco che si fa interprete del dolore di Anna, la moglie di Davide, e questo dolore passa a noi lettori che non possiamo rimanere insensibili di fronte a tale disfacimento emotivo.
    Nel terzo capitolo Francesco analizza un caso di "possessione demoniaca" prendendo in analisi tutte le diverse possibili interpretazioni, ricorrendo alla psichiatria, alla medicina, alle tesi della Chiesa, alla filosofia, arrivando alla conclusione che non è importante l'interpretazione in sé del caso, ma quel che conta è il dolore che prova il soggetto coinvolto nella malattia mentale o "possessione demoniaca" che sia. Mentre si gareggia nel mostrarsi abili interpreti dei casi psichiatrici, ma non v'è quella capacità umana di comprendere il dolore di chi si sente sovrastato da forze a lui superiori.
    Il quarto capitolo, che porta il titolo del libro, esprime il bisogno tutto umano di Francesco di parlare in piena franchezza, ancora una volta "senza niente da nascondere". Dopo un'ampia e puntuale disamina dei motivi per cui i Social Network, in primis Facebook, hanno tanta diffusione nei tempi attuali, come strumenti che paiono avvicinare gli uomini, quando in realtà esprimono spesso un vuoto emotivo da colmare, come la chance di darsi una identità che manca nel reale, di circondarsi di amici virtuali, mai guardarti in faccia, di gonfiare il nostro vuoto narcisismo che nasconde l'isolamento nel quale viviamo, resta il vuoto e la nostalgia per quello che abbiamo perso o per quello che abbiamo desiderato di avere senza mai raggiungerlo.

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  • Sotto il nome di “Piccoli Idilli” passa una serie di splendide liriche leopardiane pubblicate tra il dicembre 1825 e il gennaio 1826 nel “Nuovo raccoglitore” e sono: L’Infinito, La sera del dì di festa, Alla Luna, Il sogno, La vita solitaria. Opere in endecasillabi sciolti che lo stesso poeta definisce ”idilli”, come rappresentazione sublime della sua anima. Leopardi, poeta dello sperimentalismo ottocentesco, rivisita idillio tradizionale alla Teocrito, delle” Talisie”, ad esempio, in cui la poesia è una rappresentazione agreste e bucolica in cui i pastori ingaggiano gare poetiche nella contemplazione della Natura, e il suo idillio diventa rappresentazione interiore del suo animo che romanticamente si rispecchia nella Natura.
    La sua poesia diventa quindi intimistica e venata di nostalgica sautade in una contrapposizione netta tra la poesia degli antichi, d’immaginazione, e la poesia dei moderni, di sentimento, in cui sentimento va inteso come derivato di “sentio” latino svelando l’impostazione sensistica del Poeta di Recanati.
    Questo sentire è profondamente contaminato dalla ragione, con cui il Poeta instaura un rapporto conflittuale, perché, mentre essa ci libera illuministicamente delle false credenze  e della religio, ci sottrae anche la capacità di immaginare infinitamente, come tipico degli antichi, specie Omero e Pindaro.
    Nell’”Infinito”, in cui siamo ancora a livello di “pessimismo storico” davanti una Natura- Madre il Poeta tenta di recuperare il gusto dell’immaginazione spingendosi nell’infinito spazio-temporale, ma il vento lo richiama alla realtà e lo riconfina nel finito, in cui l’uomo è costretto per motivazioni strutturali dell’esistenza. Pur tuttavia è bello “naufragar in questo mar” dell’infinita immaginazione. Finito-infinito rappresentano un binomio oppositivo del suo pensiero e sono la causa principe del suo pessimismo che diverrà gradualmente cosmico, come espresso dalla teoria sul piacere. Secondo questa l’uomo è destinato al dolore perché infinito è il desiderio del bello, ma finito è il corpo, per cui l’uomo vive in perenne frustrazione tra un pensiero che vorrebbe illimitatamente espandersi e un corpo fisico che lo circoscrive.
    Così come avviene anche attraverso il rimembrare nell’Idillio ”Alla Luna”, in cui dolce è il rimembrare durante la contemplazione della luna, perché il ricordo lenisce i dolori e il ricordo di qualcosa che è passato porta ristoro all’anima che va in espansione anche se illusoriamente; il Poeta, foscolianamente, sa di illudersi, consapevole della finitezza umana e ciononostante si illude, dilatando, anche se temporaneamente, i suoi orizzonti, dimostrando così tutto il suo vitalismo e la voglia di Esserci, nonostante la malinconia e la noia, tratti salienti della sua indole. La noia è quella sensazione che egli ben descrisse al Giordani con le celebri parole: “… e me vedrai seduto con le mani sulle ginocchia senza né ridere né piangere” e quello stato d’animo nel quale si cade dopo l’illusione, all’”apparir del vero”.
    Così, mentre “La sera del dì di festa” i preparativi fervono e l’animo si riempie di aspettative, a festa finita cala il sipario della malinconia perché tutto è passato e dell“uom traccia non resta in una visione rovinistica” che lascia dietro di sé il Nulla, perché il “reo tempo” foscoliano tutto distrugge.
    L’analisi leopardiana è lucida e serrata e non vi è Dio che tenga, perché non c’è consolazione religiosa per un ateo sensista.

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  • Il gabbiano Jonathan LIvingston, un testo dell’americano Richard Bach,best-seller negli anni ’70, è un romanzo breve, semplice e complesso al tempo stesso, perché ha un alto valore simbolico e metaforico in uno stile agile e facilmente fruibile. Tradotto in tutte le lingue è  consigliato per qualunque età, ma molto diffuso nelle scuole per il messaggio educativo e di formazione che porta in sé.
    Il gabbiano Jonathan infatti non è un gabbiano come tutti gli altri, non vola per procurarsi cibo, cosa di cui non si cura, fino a divenire magro scheletrico; lo interessa il volo in sé, un volo che assurge a valore magico di perfezione interiore, un volo non dissimile da quello dell’aquila dei nativi di America, che diventa strumento di iniziazione alla vita. Un volo che consenta una veduta aerea della propria vita e del mondo che ci circonda. Jonathan è particolarmente esigente e vuole portare a perfezione il suo volo , allenandosi con pervicacia, come pervicace è la ricerca di chi vuole conoscere se stesso e l’infinito Essere dell’uomo.
    Come un Socrate tafano d’Atene, alla ricerca del dàimon che lo abita, viene condannato dallo stormo all’isolamento perché non organico ai comportamenti del gruppo; questo  diventa la metafora ovvia di una società convenzionale che espelle chi si discosta dalla leggi condivise e dalle consuetudini che si ergono a giudice dei comportamenti. Rigettato e vilipeso dal gruppo, perché non  un umile gregario, ma  figura di eccezione, come una sorta di Siddharta alla ricerca del Sé superiore, non demorde dal suo progetto e continua ad allenarsi fino ad incontrare, dopo la sua morte, altri gabbiani più perfetti di lui che lo guidano lungo un processo di rinascita nel “Paradiso dei gabbiani”; qui un gabbiano guru, come un Botthisava d’Oriente, gli insegna che il volo perfetto  in sé non è sufficiente per portare a realizzazione la sua più profonda natura connessa con la conoscenza, ma bisogna integrare l’elemento Amore per superare il qui e ora e le barriere del tempo tiranno. Allora Jonathan si libra perfetto in volo, in splendente e candido piumaggio, e supera le barriere del tempo e dello spazio e non avverte più la zavorra del corpo, diventando pura anima. Alla morte del guru viene nominato successore, Maestro dei gabbiani del “Paradiso” e insegna agli altri il volo perfetto; esprime però il desiderio di tornare nel suo stormo originario e la sua richiesta viene soddisfatta; qui cerca di elevare i suoi simili, ancora impelagati nei bassi istinti dei bisogni, e trova gabbiani disponibili ad apprendere, finché uno in particolare non diventa un suo discepolo. Dopo la morte, anche questo viene assunto nel “Paradiso dei gabbiani” e decide di tornare nello stormo a fare da “Botthisava”, come simbolicamente si potrebbe interpretare. Jonathan ne è contento e scompare in volo.
    Il testo si presta a più piani di lettura e molti movimenti ne hanno reclamato l’appartenenza: Cristianesimo mistico, Buddhismo, New Age...
    Si sono sentiti rispecchiati nel volo del gabbiano, simbolo del raggiungimento della perfezione interiore, condotta con abnegazione e liberazione dai bassi istinti.

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  • Ultima opera della trilogia, che contiene Una vita e Senilità, "La coscienza di Zeno", pubblicata nel 1923 viene considerata l’opera più importante di Italo Svevo. È infatti uno scrittore di avanguardia, che risente profondamente degli influssi di una Trieste iperattiva economicamente e fervida culturalmente. Profondamente influenzato dalle tematiche freudiane, i suoi personaggi scavano nel loro passato, incontrando impotenza e inettitudine, disagio psichico e socio ambientale. Così Zeno Cosini, il cui diario viene fatto pubblicare per vendetta dal suo psicoanalista, il dottor S. perché Zeno ha abbandonato la cura, resosi conto dell’inefficacia della psicoanalisi che rinvia sempre la soluzione in una dimensione infinita. Infatti le ossessioni di Zeno, il fumo e il complesso paterno non passano con l’analisi, ma anzi incancreniscono, come i suoi problemi relazionali con la sfera femminile, confermando la tesi di Heidegger per cui “la psicoanalisi è quella malattia che vuole curare”, secondo un giudizio che sembra condividere lo stesso Svevo. Il dottor S, che infidamente pubblica potrebbe, come credo, rimandare allo stesso Sigmund e allora anche un giudizio morale negativo cadrebbe su di lui.
    Svevo esprime infatti la condanna del Positivismo in cui si era formato Freud, e insieme la crisi delle certezze della prima metà del Novecento, per  cui non si ritiene che l’uomo sia conoscibile secondo i meccanismi positivistici, ma che la terapia può indagare, ma mai curare. Ecco perché i personaggi sveviani, chiusi nei ricordi e nella rimuginazione ossessiva, si rivelano di fatto incapaci di risolvere le proprie problematiche, cadendo nella circolarità coattiva, potenziata dalla psicoanalisi stessa.
    Tra tutti i personaggi Zeno è quello che più si fa portavoce del pensiero sveviano, trovando una sua personale soluzione nella destrutturazione dell’IO, ponendo così termine alle sue coazioni e spezzando i meccanismi. Rovescia quindi il rapporto tra sano e malato, dichiarando che il vero malato è il cosidetto “sano” che, chiuso nella sua ripetitiva consuetudine, non muta dall’interno il suo punto di vista e non trova una via di uscita dalla “maschera pirandellina”, mentre Zeno, costretto dalla sua inquietudine a cambiare, trova una maglia nella rete che lo stringe e riesce a pervenire ad una, seppur vaga, idea di libertà interiore. Per realizzare questo procedimento vi è la frantumazione dell’Io, come in Uno, nessuno, centomila infatti, Zeno di fatto scompare e al suo posto parla il flusso di coscienza in cui il tempo è un flusso onirico alla Bergson.
    Il libro anticipando di molto le tematiche successive decadenti, attraverso la frantumazione della prosa, quasi senza segni di interpunzione, alla Berto de Il male oscuro non incontrò il favore del pubblico, come avvenne allo stesso Proust, ma lo avvicinò a scrittori e pensatori, come Kafka, Musil, Joyce, che lo fece scoprire recensendolo positivamente.

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  • Romanzo storico per eccellenza, il primo della letteratura italiana, la più famosa opera di Alessandro Manzoni,si impone nel panorama europeo e diventa subito un capolavoro.
    La vicenda si snoda in 38 capitoli ed è ambientata a Licate, paesino in provincia di Lecco. Qui abitano Renzo e Lucia, i promessi sposi, al cui matrimonio si oppone don Rodrigo, per un capriccio e una scommessa fatta col cugino don Attilio. L’azione si apre il 7 novembre del 1628 e abbraccia circa due anni della storia italiana sotto la dominazione spagnola, mentre impazzano carestia e peste. Aiutante degli sposi è padre Cristoforo, del convento di Pescarenico. Personaggi di spicco sono: Geltrude, la Monaca di Monza, che ospiterà nel suo monastero Lucia; l’Innominato, che farà rapire Lucia e si convertirà al cospetto del Cardinale Federico Borromeo; il conte Attilio, cugino di don Rodrigo, ribelle e provocatore; l’avvocato Azzecarbugli, presso cui si recherà  Renzo in cerca di giustizia, trovando invece un uomo colluso con potere dei signorotti; Agnese, madre di Lucia, donna buona ma poco avveduta, cattiva consigliera; don Abbondio, che, spinto dai bravi, si rifiuta celebrare le nozze; Perpetua (nomen omen) che vive con don Abbondio, donna pettegola e paesana; donna Prassede, conformista e piena di pregiudizi, che ospiterà Lucia, dopo la conversione dell’Innominato, don Ferrante, noto per la sua biblioteca e alcuni altri di minor spicco, anch’essi però finemente caratterizzati.
    La storia, dopo un intreccio molto articolato, vede il matrimonio dei due, mentre la maggioranza dei personaggi muore di peste, tra cui anche padre Cristoforo (il Bene) e don Rodrigo ( il Male).
    Il romanzo è una sorta di manifesto letterario della cultura romantica europea, perché in esso ritroviamo tutte le peculiarità di questo movimento letterario.
    Celebri sono le sue descrizioni geografiche: del lago di Como, che fa da incipit al romanzo, del percorso a piedi  di padre Cristoforo  da Pescarenico a Licate, con una natura autunnale che riflette lo stato pensoso del frate. In queste descrizioni si esprime tutto il sentimento romantico dell’autore, che pone l’elemento Natura al centro della sua riflessione, una Natura buona, ma deturpata dalla cattiveria degli uomini, una Natura romanticamente specchio del sentire dei personaggi, mentre  don Abbondio, uomo vile e insensibile, non entra in sintonia con essa, dimostrando così la sua grettezza d’animo.
    Ben caratterizzati i protagonisti: Lucia, donna devota con poche idee ma chiare, Renzo, baldanzoso ventenne giovinotto, pieno di entusiasmi giovanili, ma un po’ ingenuo, subirà una profonda trasformazione interiore a contatto con eventi più grandi di lui, come il tumulto di Milano nel quale si troverà coinvolto. Padre Cristoforo, che porta tutti i segni del suo travaglio interiore, l’Innominato con la sua conversione nella celebre notte. Geltrude, un caso di monacazione forzata, con tutta la sofferenza connessa.
    Fortissimo è l’amor di patria e la denuncia sociale in un opera di alto impegno civile e d etico di un autore che, pur  permeato dal pessimismo storico, si rifugia in una Fede profondissima.
    Il Male domina la Storia, ad esso si può contrapporre quel po’ di Bene che possiamo, se riponiamo fiducia in Dio e nella Provvidenza, che guida dall’alto la vicenda umana garantendo un lieto fine al romanzo.

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  • Il testo, sintesi del pensiero pirandelliano, portato ai suoi estremi risultati, esce nel 1926, ma ha una lunga gestazione iniziata nel 1909. Un libro sul quale ha molto riflettuto, l’ultimo della sua vasta produzione, perché ad esso consegna il significato ultimo della sua intensa disamina sull’uomo. In una continuazione ideale con Il fu Mattia Pascal, Vitangelo Moscarda, partendo dalla banale osservazione che il suo naso è agli occhi della moglie diverso dalla percezione che ne ha lui, si avvia  alla ricerca interiore della sua vera essenza. Lo scavo, che lo conduce ad una forma di pazzia, di cui è ampiamente soddisfatto, lo convince del relativismo della nostra immagine che cambia con la  percezione che abbiamo di noi e che gli altri hanno; il relativismo sbriciola l’Io in tanti frammenti, sicché diventiamo molti, ma, a  ben vedere nessuno, perché l’uomo è soltanto un fantasma della percezione.
    Considerato che, per via della maschera che indossiamo siamo costretti a ricoprire  un ruolo che ci sta stretto, il fu  Mattia si crea un’altra identità, Vitangelo le rifugge tutte e cade nel nulla, ma in questo nulla scopre la sua essenza umana e si sottrae alla condanna della percezione. Ecco perché è contento della sua “pazzia”, perché essa lo libera delle false credenze delle sovrastrutture sociali; la destrutturazione dell’Io coincide paradossalmente con la sua catarsi.
    Il messaggio, oggi molto abusato, coincidente con un procedimento di svuotamento dell’Io narciso, trova in Pirandello un precursore notevolissimo, visti gli agganci che egli struttura con la contemporanea psicoanalisi di Freud. Si parte dalla consapevolezza che lo stesso nome proprio, in quanto affermazione identitaria, è narcisistico ed è un retaggio delle convenzioni sociali; cominciando col destrutturare il nome proprio si procede nello smantellamento dell’Io stesso che si sublima della sua onnipotenza, toccando così i vertici del Misticismo, corrente religiosa a cui Pirandello si accosta fin dalla giovane età.
    Il diventare Nessuno è un modo per ripartire con una nuova consapevolezza dell’essenza umana da godersi nell’arte e nel rapporto con la Natura, una Natura Madre in cui si riflette lo sguardo estasiato del protagonista. Il romanzo psicologico ben si colloca nella temperie della prima metà del Novecento con la crisi delle certezze positivistiche che riponevano una totale fiducia nelle possibilità umane; già Leopardi tuonava contro il suo “secolo superbo e sciocco” ed è da lui che parte la crisi dell’uomo che arrivata al Novecento salta per aria, mettendo in seria discussione l’Io, che come ben aveva individuato Freud ”non è padrone nemmeno a casa sua”, perché abitato dall’inconscio che parla per lui. Visto che l’inconscio è il risultato dei condizionamenti ambientali, l’uomo è pirandellianamente costretto ad indossare una maschera sociale che contenga l’irruenza dell’inconscio.
    Quindi, Vitangelo, liberando l’inconscio che in lui si libera catarticamente della  maschera in un trionfo di libertà.

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  • Hermann Hesse pubblica nel 1930 una delle opere più celebri e più profonde della letteratura mondiale: "Narciso e Boccadoro".
    La vicenda si apre nel monastero di Mariabronn in Germania, dove il giovane Narciso è monaco dalle incredibili doti spirituali, capace di leggere nell’animo delle persone. Qui si reca il giovinetto Boccadoro, accompagnato dal padre, perché il figlio diventi monaco e si liberi  della sua natura sensuale peccaminosa ereditata dalla madre; una madre appena accennata, figura evanescente, come un’ombra sulla quale occorre fare chiarezza. Il monaco Narciso, futuro abate Giovanni, coglie in lui una predisposizione alla vita dei sensi e una notevole inclinazione artistica, in una fuga da sé che non si placherà finché non incontrerà col ricordo la vera Madre, la donna che effettivamente cerca. Quindi lo aiuta a recuperare i ricordi in un processo psicoanalitico. Guidato dalle parole del monaco: ”La mia meta è questa: mettermi sempre là dove io possa servir meglio, dove la mia indole, le mie doti e le mie qualità trovino il terreno migliore, il più largo campo di azione”. Il giovinetto si mette in marcia in una sorta di pellegrinaggio che lo porta sul finire del 1300, mentre impazza in Europa la peste, in giro tra le braccia di molte donne, nella condivisione di molte amicizie maschili e femminili. Segno che ciò che più gli appartiene è la vita mondana. Approda alla bottega di un artista famoso e scolpisce l’apostolo Giovanni, premonizione del futuro abate Giovanni.
    Rifiuta di  diventare Maestro d’arte e di sposare la figlia del famoso artista, Elisabetta, e riprende il suo pellegrinaggio dell’anima; alla fine, stanco e vecchio, incontra, in seguito ad una caduta da cavallo, la Madre Eterna, lo scopo della sua vita, ma si rifiuta di scolpirla, perché tale è stato l’impatto emotivo che l’ha profondamente introiettata. Rientra nel monastero, dove trova l’amico abate in crisi spirituale, perché mancante di una parte, quella sensitiva, mentre lui, che ha conosciuto orrori e bellezze del mondo, ha fin troppo sviluppato l’aspetto mondano.
    In un romanzo dallo stile sublime e nobile l’autore affronta, anche con l’aiuto degli altri personaggi, che non sono corollario della storia, ma parti integranti della stessa, una problematica difficile, sviscerata con una profondità e accuratezza sconcertanti: l’integrazione tra Natura e Cultura, Ragione e Spirito, Istinto e Logos,Religiosità e Mondanità; certo che solo chi conosce l’abisso della carne e della perdizione può assurgere all’altezza dello Spirito, come avviene a Boccadoro che, attraverso l’incontro con la madre Eterna, eleva sullo scadere della sua vita, la parte spirituale e muore profondamente integrato.
    Il compito del’uomo è quello dell’integrazione, perché la “poesia è l’unica prova concreta dell’esistenza divina". La debolezza dell’abate, votato interamente alla Cultura e al Misticismo, è la prova vivente della sua carenza e, avvertendo questa mancanza con i sensi, tocca anch’egli i vertici dell’integrazione attraverso una consapevolezza sensistica.
    Hesse raggiunge  l’apice  della sua prosa altamente poetica e scava in un andamento da vertigine la dimensione umana, intrisa di tutti quegli elementi che attraversano la  sua vita: Misticismo, Religione, Spiritualità, Cristianesimo, Buddhismo, Induismo, elevando un canto all’amicizia, posto, epicureicamente, in cima alle priorità umane.

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  • L’intreccio ambientato tra il Cile e Antigua, posto immacolato del Guatemala, è l’occasione per delineare il senso di profonda amicizia e appartenenza tutta femminile di due donne, amiche di infanzia: Josefa, famosa cantante e Violeta, architetto.
    In una storia semplice e complessa, come l’animo femminile, si ripercorre, secondo la tipologia della letteratura sudamericana, la saga di due famiglie attraverso l’analisi delle figure femminili, che sono centrali nella riflessione della Serrano. Donne in crisi, in un Cile che si evolve e che si occidentalizza, una terra nella quale non trovano più la dimensione autentica della loro essenza; donne apparentemente felici e realizzate che si trovano accanto uomini violenti e brutali. Così è il marito di Violeta che lei ucciderà per legittima difesa. La scomparsa di Violeta è l’occasione per andare a spulciare in un suo vecchio diario e a farlo sarà proprio Josefa; il libro si fa così memoria e specchio di un’anima sofferente, in cui si rispecchia ben presto l’amica. Strette da un rapporto indissolubile,che risale all’infanzia, in una  storia in cui hanno pianto e riso insieme, sofferto e gioito, tra gli alti e i bassi di un esistenza apparentemente ordinaria, ma in realtà traboccante di dolore, troveranno la possibilità di fuga e di realizzazione del Sé femminile nella terra di Antigua, che sa di antico, di aromi, profumi, colori, albe e tramonti, che sa di Natura Madre illibata. Qui si trasferisce prima Violeta che si rifarà una vita con Bob, poi arriva Joseba, abbandonata dal marito.
    In uno stile caldo e avvolgente, si dipana la storia dell’animo femminile che si esalta a contatto con la sua essenza più profonda in una mai paga ricerca di una realizzazione , fonte di vita. L’autrice scava nei bisogni e nei desideri delle donne, donne forti e fragili al tempo stesso, donne che condannano consumismo e disvalori di un Cile in via di modernizzazione, donne che credono che solo il contatto con la loro parte più profonda si possa fare mediatrice di una rinascita spirituale. Donne, sempre donne, figlie di una catena, che va tenuta stretta attraverso il filo della memoria.
    La Serrano sa che le donne non dimenticano, ma le donne accolgono la memoria nel loro grembo e sono portatrici di vita eterna, mentre a fare una pessima figura sono proprio gli uomini, uomini apparentemente innamorati, ma in realtà ipocriti e feroci.
    Forse il limite dell’opera è in questa diminutio dell’elemento maschio, che viene relegato in una zona oscura di non comprensione dell’anima femminile, in un romanzo che sa di femminismo e di celebrazione ad oltranza della figura della donna. L’intreccio è però ben costruito e il Guatemala è veramente descritto in modo lirico e sensuale, come sensuale è tutto lo stile dell’opera.

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    • Myricae
    • 18 giugno 2013 alle ore 18:29

    Giovanni Pascoli, pur vissuto in pieno Positivismo, anticipa le tematiche e lo stile proprio dei poeti decadenti, con una sensibilità molto particolare, che è tutta sua, risultato delle sue ricerche e delle circostanze della sua vita.
    Poeta del fonosimbolismo per eccellenza nella raccolta Myricae, una delle più note, attraversa temi quotidiani, di piccole cose a contatto con la Natura Madre, l’interlocutrice privilegiata del suo pensiero.
    La silloge comprende 156 componimenti e ha più pubblicazioni con relative revisioni dal 1894 al 1911. Nella prefazione alla terza edizione ci illumina sulla raccolta con la sua celebre dichiarazione poetica:
    "Ma l’uomo che da quel nero ha oscurata la vita, ti chiama a benedire la vita, che è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e agli altri. Bella sarebbe; anche nel pianto che fosse però rugiada di sereno, non scroscio di tempesta; anche nel momento ultimo, quando gli occhi stanchi di contemplare si chiudono come a raccogliere e riporre nell’anima la visione, per sempre. Ma gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene. E del male volontario danno a torto, a torto, biasimo alla natura, madre dolcissima, che anche nello spengerci sembra che ci culli e addormenti. Oh! Lasciamo fare a lei,
    che sa quello che fa , e ci vuol bene". Livorno, marzo 1894.
    Questo è un canto elevato alla Natura, il cui rapporto viene recuperato attraverso la raccolta in cui il poeta decadentisticamente si piega come un “fanciullino” ad ascoltare, ingrandendo e rimpicciolendo con la lente del cuore, per stupirsi ed ammirare. L’attenzione alle piccole cose si desume dalla celebre citazione dalla quarta egloga virgiliana “arbusta humilesquae myricae”, in cui le myricae sono le tamerici, piccoli arbusti, metafora della vita che va spesa nel quotidiano aver a cuore i grandi sentimenti riposti nell’attenzione alle piccole cose. Purtroppo, a deturpare il bello della Natura vergine c’è l’uomo con il suo animo malvagio e con il suo orgoglio tutto positivistico, che pensa di poter piegare la Natura con la sua ragione. Pascoli continua l’attacco polemico leopardiano al “secolo superbo e sciocco” e fa leva sullo spiritualismo per trovare la chiave di lettura della Natura, mentre fanciullescamente e in volutamente rifugge il contatto con la società, trionfo del Male.
    L’ontologia del Male è l’ossessione pascoliana, dalla morte del padre per tutta la vita e chiude gli occhi sul mondo come un bambino in perenne fuga, trovando pace solo nel “nido” familiare, il suo sogno di bimbo incontaminato.
    Per questa capacità di leggere l’essenza dell’Essere umano vediamo in lui un poeta Vate, ma non nel senso dannunziano roboante e narcisistico, da uomo-tribuno, ma poeta Vate contemplativo che legge oltre l’apparenza del reale cercando nel Simbolismo la chiave di volta della sua poesia.
    La silloge raccoglie tutto il suo pensiero e il suo sperimentalismo sospeso tra antico e moderno, traghettando la poesia da Carducci al Decadentismo, anche sotto il profilo metrico, in cui si dimostra l’abilità di mescolare forme classiche a quelle decadenti; particolarmente presente è il cromatismo e il ricorso alle figure retoriche del fonosimbolismo alla Baudelaire, con cui condivide la visione della Natura come un Tempio che parla un linguaggio che solo l’anima del Poeta sa decifrare.

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  • "Memorie di Adriano" è a ragione considerato il capolavoro della Yourcenar e uno dei libri più belli e più intensi della letteratura mondiale. Apparso per la prima volta nel 1951, è un romanzo a più livelli: storico, psicologico, morale, di archeologia interiore. La scrittrice compie dall'interno ciò che gli archeologi fanno dall'esterno. In una lettera-diario, indirizzata a Marco Aurelio, nipote adottivo e futuro "princeps", Adriano ripercorre la sua esistenza come "princeps" e come uomo, ricostruendo il periodo storico greco-romano nel quale vive (76/138 d.C.), il suo potenziamento del'Impero romano, ereditato da Traiano, nel momento della massima espansione, il progetto di pacificazione realizzato, nonostante le campagne belliche che dovette condurre. Un Adriano comandante dunque, analizzato dall'interno; mettendo in luce dubbi, tormenti, incertezze, glorie e disfatte. Un lavoro di scavo che ci illumina e ci guida alla scoperta di un grande uomo grecofilo, che amministrò con amore la provincia greca, riportando Atene all'antico splendore. Nonostante gli incredibili risultati conseguiti, emerge sul finire della sua vita, la consapevolezza tutta greca della precarietà di qualsiasi umana costruzione e la certezza che anche l'impero romano finirà; al contempo il senso di responsabilità stoica che lo induce a portare fino in fondo la propria missione.
    La filosofia stoica entra a Roma proprio nel I/II sec. dopo Cristo e il testimone da Adriano passa a Marco Aurelio, che nelle sue celebri meditazioni "a se stesso", scritte il lingua greca, riflette sui principi stoici, sui doveri morali dell'uomo sempre venati dall'amara consapevolezza dell'effimero mortale. Adriano emerge allora in tutta la sua forza e fragilità, in questa costante tensione emotiva tra responsabilità e consapevolezza. Ora vecchio e stanco non può che ricordare con sautade i suoi veri amori: la Grecia e Antinoo. Nel ritratto di Antinoo la scrittrice dà il meglio di sé, tratteggiando con delicatezza un amore di totale, assoluta, gratuita dedizione del giovinetto quindicenne della Bitinia nei riguardi del "princeps" quarantacinquenne, in un rapporto ricambiato con tale passione da ricordare il legame eroico tra Achille e Patroclo. L'amore per la grecità è tale che Adriano dirà di aver amministrato romanamente il suo impero e che la sua lapide sarà scritta in latino, ma ha pensato e amato in greco. Effettivamente autenticamente greco è questo senso del tempo tiranno che tutto macera; ammoniva già Erodoto nel V sec: "... le città grandi un giorno diventeranno piccole e piccole le grandi", e tale consapevolezza guida l'impianto filosofico dell'opera intera della scrittrice la quale dirà: "La vita? Un gran caos tra due silenzi". In uno stile ricercatissimo, adatto ai cultori delle Humanae Litterae, anche difficile e volutamente criptico, metaforico e antitetico, la scrittrice ci fornisce uno spaccato della Roma antica tra glorie e disfatte, tripudi e abbattimenti, punti di forza e di debolezza viste da un uomo sul finire della sua vita.
    La lettera-diario è un libro che non si può non leggere perché ,oltre ad essere un autentico capolavoro, contiene un messaggio etico altissimo, di cui dovrebbero tener conto tutti i cittadini, specie se politici.

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  • Hermann Hesse, scrittore tedesco, naturalizzato svizzero, premio Nobel 1946, nel suo testo meno famoso dei notissimi Siddharta, Narciso e Boccadoro, Il lupo della steppa, ci lascia una testamento morale di altissima spiritualità, accostandoci alle tematiche che hanno attraversato la sua esistenza, in un  processo di progressivo perfezionamento artistico e umano.
    Esistenzialismo, Misticismo, Cristianesimo, Induismo, Buddhismo. Ritroviamo nel testo, in cui si afferma che la biografia di un uomo nulla è di fronte alla potenza della Storia e della Natura. Il che induce a un ridimensionamento dell’Io narciso e a una presa di coscienza della responsabilità e consapevolezza dell’uomo. Non basta combattere consumismo, capitalismo, potere, arroganza, guerra, ma bisogna ristrutturare i valori alla ricerca di un Credo.
    Questo è il Credo di Novalis: ”Fare dell’uomo un’opera d’arte”, perché è propria dell’uomo questo possibilità di divenire Altro rispetto ai bassi istinti, che vanno destrutturati attraverso quel processo di Kenosis, di vuotamento dell’Io per pervenire al divino che è nell’uomo.
    Hesse infatti crede, secondo il messaggio siddhartiano, che il dio è immanente l’uomo e non  trascendente, e il perfezionamento consapevole è nell’accoglimento responsabile del dio che ci permea, secondo i principi di un Cristianesimo mistico.
    Un messaggio oggi fin troppo abusato che trova però in Hesse un antesignano di altissimo spessore artistico ed etico; ai suoi tempi questa ricerca del Sé superiore non era per nulla diffuso: è stato lui ad avvicinare l’Occidente, dilaniato dal paradosso Essere/Divenire, al Misticismo orientale, dove tale paradosso non esiste, perché il Divenire è apparente mentre l’Essere è l’Uno, cioè il Tutto, che poi è il Dio che ci abita.
    Solo ritornando all’Uno, come nei testi deI Vedanda orientali, l’uomo può illimitatamente espandersi nel Tutto, sottraendosi al Samsara delle umane incarnazioni e diventando un Buddha o un Botthisava, se intende accompagnare altri umani nello stesso percorso di ristrutturazione dei valori. Il che aiuta, come avviene nell’arte, ad integrare parti maschili e parti femminili che si rispecchiano equilibrate come due facce della stessa medaglia nella danza di Shiva.
    Al testo va riconosciuta la capacità dello scrittore, di entrare in problematiche complesse con uno stile lineare, limpido e altamente artistico, perché sublimato dell’Io, lasciando a tutti gli umani una chance di Redenzione.

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