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in archivio dal 21 apr 2017

Giuseppe Iannozzi

30 marzo 1972, Torino - Italia
Segni particolari: Torinese, giornalista regolarmente iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, critico letterario e scrittore.
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  • 22 giugno alle ore 18:20
    NON DICIAMOLO, NON AD ALTA VOCE

    NON DICIAMOLO, NON AD ALTA VOCE
    (poesia scritta insieme a Viola Corallo)

    Non diciamolo,
    non ad alta voce,
    oppure sì: fatto sta
    che in una pozza di vacuità
    - di assenze su assenze -
    si annega il domani
    che verrà come verrà;
    e il nostro tempo,
    giorno dopo giorno,
    ce lo mangiamo,
    lasciandoci alle spalle
    il bello e il brutto
    simulando felicità,
    sorrisi che non sentiamo.

    Diciamolo,
    diciamolo pure, a bruciapelo:
    questa vita non la capiamo,
    appieno non la capiamo
    mai veramente,
    nonostante lo sforzo
    di darci uno scopo
    che nel domani
    rimanga ben impresso
    a favore di chi
    dopo di noi verrà.

    Si sgrana presto il momento,
    quello che - per chissà
    quale distrazione del Fato o di Dio -
    ieri, subito, lo dicemmo buono;
    in mano poi,
    a noi, poco o nulla ci resta,
    forse solo una manciata di sale
    che non abbiamo saputo
    amministrare né somministrare
    a quanti nel nostro cuore o no.

    Eccoli i giorni,
    sempre uguali,
    sempre persi
    in indecifrabili rotte.
    Eccoli i giorni:
    e tutti ci paiono estranei,
    disposti lontano.

    Così noi si sta
    fra un sonno e un altro,
    fra un amore e uno
    che non ricordiamo più,
    fra una notte e un'alba;
    ed è un po' come morire.

     
  • 21 giugno alle ore 12:13
    ASCOLTANDO VOCE DI RASOIO

    ASCOLTANDO VOCE DI RASOIO

    Io mi chiedo perché
    Sei sparita quando dicevi
    che andava tutto per il meglio,
    che le tue ciglia non mordevano lacrime
    Sei andata via
    lasciando un buco nella vita mia

    Alle pareti sopravvivono le tracce
    di tutti i quadri che hai portato con te
    Sulla scrivania, accanto al calamaio
    riposa la cornice
    che fa prigioniera la tua immagine
    Sei andata via nel più freddo giorno d’inverno
    Hai detto che andava tutto a meraviglia,
    che non mi dovevo meravigliare
    se ridevi a ogni ora
    Però poi ti accendevi una sigaretta
    e la mano l’allungavi verso il bicchiere pieno

    Sei andata via che era quasi Natale
    Qui fa un freddo cane, proprio come allora:
    le strade sono battute da uguale solitudine,
    gli ambulanti vendono castagne calde in strada
    e i bambini giocano a palle di neve
    E’ che non me ne sono fatto ancora una ragione

    Chissà se adesso mi stai pensando
    o se mi stai dimenticando nell’orgasmo
    d’una nuova felicità a me ignota più della verità
    Ma lo so, sono gli oziosi pensieri
    di uno che piano piano aggiusta la puntina sul piatto
    per poi accasciarsi in poltrona
    sotto la voce di rasoio di Cohen

    Sei andata via
    in un giorno che non potevo sospettare
    Non ti potrò perdonare mai:
    il clima di festa mi ha sempre danneggiato
    Sono ancora qui al punto di partenza,
    preso sotto inganno
    in un Natale e in una primavera di rane,
    mentre rimetto a posto la puntina sul vinile

    Manchi tu, ma Gesù risorge sempre
    Sempre uguale a sé ogni anno
    Ogni anno in silenzio ti rimpiango
    insieme a tutti i miei dischi in vinile

     
  • 10 maggio alle ore 19:00
    Ho mai detto al Cielo che sei bella?

    Dolci i fianchi lungo le montagne
    e la pioggia, la pioggia non cessa il suo lavoro:
    e ogni creatura cerca un minimo riparo,
    e ogni donna cerca un amante per la notte
    Ho mai detto al Cielo che sei bella,
    te l’ho forse mai detto chiaro e tondo
    per farti tremare al di là d’ogni dubbio?

    Dolci, dolci i sogni che ci tormentano
    Ogni giorno passa lento sulla tua bellezza,
    e ogni goccia di pioggia ti accarezza piano
    Da lassù il Signore ci invita a salvarci:
    non gli piace affatto questa solitudine
    che ci viviamo addosso fino all’ultimo giorno

    E ogni creatura cerca un minimo riparo,
    e ogni donna cerca un amante per la notte

    Non ti ho mai detto che nel Giorno del Giudizio
    a nessuno di noi verrà chiesto perché Sole e Luna
    non hanno mai fatto niente per essere un po’ di più
    Non ti ho mai detto la verità sulla confusione
    che alberga quaggiù dove è facile franare
    insieme ai secoli delle montagne,
    dove è facile cadere in ginocchio
    senza una vita alle spalle… senza un perché

    E ogni creatura cerca un minimo riparo,
    e ogni bambino cerca il petto d’una madre

    Dolci,
    dolci sono i fianchi delle montagne
    Non reggeranno ancora a lungo,
    non reggeranno ancora a lungo

     
  • 03 maggio alle ore 0:57
    Maestro, mio Maestro L.eonard Cohen

    All’improvviso
    un silenzio di silenzio
    sul sogno della perfezione calato
    Non era in programma,
    non era proprio in programma
    dimenticare l’impermeabile blu
    in questa casa piena di poesie

    Ma nel tuo tè una rosa d’amore
    ha lasciato cadere Marianne,
    ti sei così addormentato
    cullato dal canto dell’Angelo,
    dal magico suono della sua voce

    Milioni di baci dimenticati,
    naufragati e ripescati
    dal Mare della Discordia
    Ma sull’alba vigila la Colomba
    costringendo lo sguardo di Dio
    a un esame di coscienza
    per una più profonda ispirazione

    Non era in programma,
    non lo era davvero,
    così sul piatto della bilancia aggiusta
    la tua domanda, e fallo adesso, adesso
    perché è una questione al di là
    delle possibilità della realtà,
    lo sappiamo bene entrambi
    Accorda il violino dell’Ebreo
    che, al padre dimenticato
    fra le lune delle calende greche,
    non chiedeva mai pane né pesci,
    e lascialo poi scivolare lontano
    Lo sappiamo bene entrambi
    che il discorso fra me e te
    riposa in sospeso, sappiamo
    che nulla mai si perde per sempre
    sul pelo dell’acqua

    Forse non ti ho mai raccontata
    per filo e per segno tutta la verità;
    e forse ho sbagliato ad amare
    più di quanto fosse giusto
    E queste poesie, queste donne
    ripetono la mia cifra, ti ripetono
    che soltanto per un pelo
    non sono riuscito a chiarire il Nome,
    Signore

    Per questo, per tutto questo
    con mani penitenti
    fra il poco e il tanto
    che al tempo rauco ho donato,
    dal cavo della notte la mia voce scava;
    e il famoso impermeabile blu
    insieme al rasoio lascialo riposare
    là dove giusto ieri l’ho dimenticato,
    là dove con lo sguardo giusto ieri
    l’ho incrociato

     
  • 01 maggio alle ore 19:58
    7 Novembre

    Posso, posso
    non credere
    in quell’altezza lassù
    che dicono
    abitata da un Dio
    da sempre
    un po’ così e così,
    distratto,
    forse annoiato,
    dimentico di sé

    Posso, posso
    non amare
    un’idea sbagliata,
    l’umanità
    secolo dopo secolo
    in un uguale ripetersi
    crocifissa

    E posso… potrei
    annoiare uno
    e nessuno,
    e una moltitudine
    di geniali solitudini

    E invece,
    come un ebreo,
    solo ripeto a te
    il miracolo che
    da sempre sai:
    “Ti voglio bene,
    a ogni sette
    di novembre
    ti voglio bene
    un po’ di più,
    mia Grazia”

     
  • 01 maggio alle ore 19:57
    Futurismo

    Saluto veloce,
    veloce veloce
    con la mano

    La sera alla sera
    E no, lei non c’è
    come la vorresti te
    E non è che
    si possa far da soli
    Spiccioli
    in tasca non ho
    D’accordo,
    sì va per andare
    D’accordo,
    tentiamo l’accordo
    con un goccio,
    con uno solo di vino

    Poi d’improvviso
    la finestra si snuda
    E la spada rinfoderata
    dentro,
    sempre più dentro
    al pigiama sonnambulo
    Poi come sempre
    la donna è vestita vestita
    persa persa in sé,
    sempre più dentro
    a uno spavento
    preso per i capelli

    E vuoi che sia
    diversamente
    la mente che annega
    E invece sol è un
    “Che vuoi che sia!”

     
  • 01 maggio alle ore 19:55
    Buttano giù la notte

    La pipa fumi,
    e non sai,
    forse non sai
    che gli angeli
    han buttato giù
    la notte
    a forza di lacrime
    e di botte

    Notturno il cammino
    che a ogni passo
    un po’ ci sfianca
    bruciandoci
    nel cerchio mai chiuso
    d’un imperscrutabile
    sogno… divino

     
  • 01 maggio alle ore 19:53
    Ci siamo svegliati qui dove noi stiamo

    E ci siamo svegliati
    Anche questa mattina
    ci ha baciato in fronte
    il sole;
    e poco importa
    se siamo
    quel che siamo,
    forse modesti,
    forse agli arresti

    Ci siamo svegliati
    con occhi cisposi
    rispondendo
    al richiamo della vita
    che, ancora una volta,
    ci chiede d’affrontare
    l’umano cammino
    fra inferno e paradiso
    qui dove noi stiamo:
    persi
    su un piccolo pianeta,
    forse dimenticato da Dio,
    forse no

     
  • 27 aprile alle ore 13:49
    Non sarà più la bellezza

    Andiamo, andiamo,
    prendiamo su con noi
    anche dio
    o quel che ne resta

    Andiamo, andiamo,
    il Padrone
    sta già abbassando
    il sole

    Andiamo,
    andiamo a bussare
    alle porte del paradiso

    Andiamo, andiamo
    a sputare due risate
    venute male:
    non sarà come prima,
    non sarà mai più la bellezza
    d’un sognare a occhi aperti
    a dominare
    sugli spazi in ombra

    Andiamo, andiamo,
    il Padrone
    sta già pescando
    dalla luna nel pozzo
    la pazzia dei fantasmi

    Andiamo, andiamo,
    anche se il ritardo
    che portiamo sulle spalle
    è davvero pazzesco

    Andiamo,
    andiamo a bussare
    alle porte del paradiso
    Andiamo,
    andiamo a consegnare
    le spoglie di dio
    a chi troveremo o no

     
  • 27 aprile alle ore 13:43
    Mi spiace, mio libro sacro

    Mi spiace,
    l’indice,
    che girava
    una a una
    le pagine
    del Libro Sacro,
    si è rotto,
    è rimasto
    impiccato
    come il grilletto
    nel corpo scarico
    della pistola

    Mi spiace,
    non c’è più
    una sola poesia
    che sappia sparare
    qualcosa di più
    delle solite banalità
    - parole a salve

     
  • 27 aprile alle ore 13:35
    Dimmi tutto di te

    Dimmi, dimmi, dimmi
    Dimmi di te,
    e dimmi di quell’uomo
    che oggi ti sta accanto
    senza mai stonare una parola
    per farti ridere un po’

    Dimmi, nel dettaglio dimmi
    di quell’uomo,
    di come ogni notte torna da te
    levandosi di testa il cappello,
    dicendoti bella
    mentre si mira e si rimira
    nel tuo specchio infranto
    per scoprirsi più di Dorian Gray
    perfido e vecchio
    e infine entrare nel tuo letto

    Tu, mia celeste Aida,
    com’è che lo sopporti?
    Dimmi, dimmi tutto

     
  • 27 aprile alle ore 13:32
    Disperato atto di coraggio

    Mancò
    un disperato atto di coraggio
    che dalle falle della vita
    spazzasse via i dubbi,
    così siamo adesso qui
    soli e più confusi di ieri
    cercando
    nei giorni uguali ai giorni
    il perché
    del nostro esistere

    Non splende il sole sul fiume,
    inciampano e cadono i pescatori
    nelle tracce
    che la luna ha impressionato
    lungo le sponde vuote
    di cristi e giudei;
    e non c’è nessuno,
    non c’è davvero nessuno
    che sappia come pescare
    un nome,
    non c’è uno
    che sappia come peccare
    per dar oggi corso
    a un domani migliore

    Mancò
    un atto di vero coraggio
    che ci prendesse in ostaggio,
    così siamo adesso qui
    e qui resteremo ...
    per un lento morire
    senza aver vissuto mai,
    mai veramente

     
  • 26 aprile alle ore 12:38
    Ti ho dimenticata

    Ti ho dimenticata,
    ti ho dimenticata
    Puoi credermi,
    sulla parola, sì
    L’ho detto ieri,
    e lo ripeto oggi,
    te lo ricorderò domani
    Ti serve forse
    una proposta
    indecente più di questa
    per capire
    che non si può capire
    la verità
    fra me e te?

     
  • 26 aprile alle ore 12:30
    Quando morti finalmente ci amate

    Quando morti
    dimenticati o quasi,
    ci scoprite
    come fiori mai nati
    nei giardini seppelliti;
    e allora sì, ci amate,
    con calde lacrime
    i poeti
    – che fecero amore –
    finalmente li amate;
    e con loro parlate,
    perché più non han voce
    né fiati o foschie di cuore
    che l’amata vostra solitudine
    potrebbero molestare

     
  • 26 aprile alle ore 12:29
    Il nostro dolore così stupido

    IL NOSTRO DOLORE COSÌ STUPIDO

    Il nostro amore così fragile
    Il nostro cuore che non sa,
    che non sa battere senza cuore
    Il nostro dolore così stupido
    – che brucia lacrime battesimali
    E le nostre labbra ali di farfalle
    sulla primavera, su i suoi tanti colori
    E i nostri “sì” e i rari “no” sussurrati
    per paura di svegliare il sogno
    che tormenta il sonno di noi
    in un faccia a faccia di maschere

    Potremmo mai rinunciare a tutto questo?

    Un’idea assurda e felice…
    Gli amici ci avevano invitati alla loro festa
    perché ci scuoiassimo sul materasso,
    ma Selene
    dall’alto della buia notte scintillava
    dentro ai nostri occhi
    A un tratto, con tono di sfida, mi dicesti
    che potevo essere un poeta e basta,
    che dovevo camminare
    e che dovevo camminare a lungo
    con le scarpe bucate e le tasche sfondate
    se volevo essere vicino a Dio a modo mio

    Potremmo mai rinunciare a questa felicità
    che insieme a noi ripara in un manicomio?

     
  • 23 aprile alle ore 14:30
    Kaddish

    Non era previsto,
    non era previsto che così presto
    cadesse la testa nella cesta
    Presto volterò l’angolo

    Prego,
    ti prego di dimenticare
    che mi hai incontrato
    Prego,
    ti prego di dimenticare
    che hai ascoltato le mie parole,
    che sono stato uno
    che parlava con bocca d’amore
    inventando follie su follie
    per un sorriso, per il tuo sorriso

    Sono stato un folle,
    uno senza arte né parte
    che non ce l’aveva il diritto
    di sconvolgere la tua vita
    invitandoti a posare
    la prima pietra per una chiesa
    Da te sono stato
    per un battesimo di luce,
    ma già da un’eternità
    nella siccità giaceva il fiume
    In ritardo su di me
    lo capisco adesso,
    e non cerco assoluzione

    Considera che
    non avevo esperienza;
    e considera che,
    fra miracoli alla buona,
    cadute e preghiere inascoltate,
    quasi sempre la mia guancia
    ha raccolto in silenzio
    schiaffi nudi di guanti

    Presto volterò l’angolo
    Per le mie parole
    sono stato condannato
    a tacere fino alla fine
    Per le mie parole
    sono stato condannato
    a bere l’acidità della verità
    fino a quando ce la farò

    Presto volterò l’angolo,
    non te ne dispiacere
    Non mi hai conosciuto mai,
    mai veramente, mai sul serio:
    solo inventavo storie su storie,
    giorno dopo giorno,
    ora dopo ora,
    minuto dopo minuto,
    per un sorriso non venuto

     
  • 23 aprile alle ore 14:29
    Ricordi?

    Ricordi, ricordi com’era la notte,
    quando la notte era di buio
    e le stelle non si vedevano?
    Ricordi, ricordi com’era il giorno,
    quando il giorno era di luce
    e il diavolo bruciava le colline?
    C’era la gloria
    che dava da mangiare,
    e c’era la cera
    che si scioglieva piano,
    e i fiumi non avevano inizio né fine

    Ricordi, ricordi com’era ridere,
    quando le campane si strozzavano
    in una risata accompagnata
    dalla verginità di mille fanciulle in fiore?
    C’èra la morte
    che veniva e non faceva male,
    e c’era la vita
    che risorgeva e taceva,
    e ogni cosa, ogni cosa non era mai
    quello che l’occhio vedeva

    Ricordi, ricordi com’era il suono,
    quant’era bella la chitarra di George
    che non sapeva smettere di piangere?
    Ricordi, ricordi quando t’invitavo
    a slegare dal collo degli agnelli
    campanelli d’argento e sogni a non finire?
    C’eravamo noi,
    di altro non avevamo bisogno
    C’eravamo noi,
    ed eravamo felici e perdenti

    Ricordi, o forse no,
    così adesso la notte è solo la notte
    e il giorno è sempre più avvitato in sé
    Ricordi, o forse no,
    così adesso piangiamo e piangiamo forte
    e lo sappiamo bene il perché:
    fingiamo, fingiamo la vita
    e non la inventiamo mai,
    e non la inventiamo mai.

    Non era questo che volevamo,
    non era questo che volevamo

     
  • 22 aprile alle ore 14:02
    Il tuo schiavo è qui

    Il tuo schiavo è qui
    Gli hanno comandato di obbedire,
    di non mettere in disordine l’Egitto
    Il tuo schiavo è qui,
    ha solo riparato alla meno peggio
    la sua vita,
    perdendosi nei secoli

    Quando cala la sera
    accende milioni di candele
    per disperdere l’oscurità,
    per scorgere l’ombra della verità,
    per non correre il rischio
    che i secoli lo scalzino troppo

    Il tuo schiavo ha visto,
    ha visto tirar su piramidi di dolore,
    ha visto cadere la gloria delle nazioni
    A occhio nudo ha visto
    amore e odio stringersi di nascosto la mano,
    e ti può dire che in giro per il mondo
    non molto è cambiato:
    nei campi di concentramento
    uomini donne bambini muoiono
    scavandosi il viso nel filo spinato

    Il tuo schiavo è sempre qui
    Di tanto in tanto scrive le sue memorie
    nascondendole come meglio può
    dalla malvagità degli occhi delle spie
    perché non ha tempo da perdere,
    perché ha ancora tanto da fare
    nel tentativo di salvare una vita
    che salvi il mondo intero

     
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  • 21 giugno alle ore 12:09
    DOPPIO INCIDENTE

    Come comincia: Attraversò la strada in tutta fretta e fu preso sotto da un’auto. Non aveva gettato una sola occhiata al semaforo.
    Rimase a terra per qualche secondo, poi si tirò su in piedi grugnendo.
    Un uomo, grande e grosso, uscì dalla sua Audi A4. Imbufalito si fece subito dappresso al tizio che aveva investito.
    I due vennero alle mani.
    Un capannello di curiosi rimase a godersi lo spettacolo, non capitava difatti tutti i giorni che due energumeni se le suonassero di santa ragione. I bambini erano i più divertiti: c’era chi tifava per l’uno e chi per l’altro.
    I pugni volavano veloci e precisi, quasi sempre al volto.
    I due contendenti pareva fossero uguali per forza e carattere.
    L’incidente aveva inciso poco o niente sul loro spirito battagliero.
    Con il volto tumefatto, nessuno dei due intendeva gettare la spugna. Grugnivano e la gente si divertiva proprio come a un incontro di boxe.
    Un pugno raggiunge alla tempia uno dei due, che cadde a terra senza un lamento.
    Immobile.
    Era chiaro che era morto sul colpo.
    Lo spettacolo era finito. Alla fine qualcuno aveva chiamato il 113.
    Quello che era stato preso sotto dall’Audi A4 scosse il capo mentre gli venivano messe le manette ai polsi.

     
  • 31 maggio alle ore 18:08
    Camera d'ospedale numero 17

    Come comincia: Il nonnetto viene dimesso. E’ guarito.
    E’ arzillo, felice di tornare a casa.
    La nonna se lo coccola come fosse un bambino.
    Il letto accanto è vuoto da qualche minuto. Il paziente che l’occupava ha reso l’anima a Dio da pochi minuti. La moglie raccatta le cose del marito defunto, il rasoio elettrico, il cellulare, la radiolina a pile e poche altre cose. Non si cura affatto del poco vestiario del defunto: magliette, calzini, calzoni li lascia dove sono, sul letto. Sospira mentre si deterge la fronte. In ospedale fa un caldo infernale, i termo sono tenuti molto alti.

    Con gli occhi lucidi, la nonna accarezza la pelata del marito. Questa volta il nonnetto Beppe l’ha scampata per il rotto della cuffia: una broncopolmonite a ottanta e passa anni è un gran brutto affare. Ma nonno Beppe se l’è cavata, ha rimandato la Nera Falce a tenere compagnia a chi non crede in Dio. Il nonnetto è un uomo di fede, lo è sempre stato, ciò però non toglie che sia un gran rompicoglioni e una testa di mulo. La sua caparbietà e la sua fede hanno forse operato il miracolo. Un altro, al suo posto, poco ma sicuro, avrebbe tirato le cuoia.

    La nonna si fa vicina alla vedova. “Le mie condoglianze, Signora…”, farfuglia con un nodo in gola.
    La donna sgrana gli occhi. Poi, subito, schiude la bocca: “Non ce n’è bisogno!”
    “Mi spiace…”
    “A me no”, replica secca lei, con tono minaccioso.
    La nonna rimane impietrita.
    “Ho avuto un uomo accanto per quaranta anni. Adesso ne ho sessanta. Non sono ancora da buttar via. Ho una vita davanti. E’ risaputo che le donne vivono più a lungo dei maschi.”
    La nonna tace e fa dietrofront. Prende la mano del suo compagno d’una vita e la stringe con forza. Insieme escono dalla camera d’ospedale numero 17.

     
  • 14 maggio alle ore 12:05
    Pin-Up e Norimberga

    Come comincia: Entrarono in Alba con occhi di sonno.
    Uno si fece il segno della croce, l’altro niente.
    La gente in strada gli gettò uno sguardo discreto, poi più niente.
    L’aria condensava sui vetri delle finestre: tempo strano, a tratti soffocante, più spesso freddo.
    “Giustizia è stata fatta.”
    Tirò su col naso: “Norimberga. Non sono convinto.”
    Tacquero. Attraversarono le stradine stando attenti a calcinacci e finestre pericolanti.
    “All’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
    “Dove Hitler diede di matto: chi te l’ha raccontata questa balla?”
    “Nessuno in particolare. Si dice in giro, tra le fila dei nazionalsocialisti.”
    “Ce ne sono ancora, a volto scoperto?”
    Presero a ridere piano.

    Aveva l’aspetto di un’osteria, però mancava l’insegna e le finestre tutte rotte.
    Grida e odori di spezie.
    Entrarono, ma la porta non c’era e gli stipiti neanche.
    Dentro era tutto molto spartano: tavoli grandi e spaziosi apparecchiati, senza tovaglie.
    Trovarono un tavolo libero, si accomodarono senza che nessuno dedicasse loro uno sguardo.
    “Beppe, ce l’hai una?”
    [trans]
    Beppe era pelato, i pochi capelli rimastigli li aveva rasati a zero: il naso era lungo e affilato come il becco d’un corvo. Era di Asti. Tutti i suoi erano stati di Asti e lì erano morti per guerra o malattia. Poi era scoppiata la Seconda e Beppe aveva lasciato i campi dell’astigiano, aveva preso in spalla lo zaino e un vecchio fucile e si era unito ai Partigiani: in un gruppo aveva trovato Leucò, pallido, dall’aria malaticcia, ma aveva la forza di un bue e non era ottuso come l’animale.
    Beppe tirò fuori un pacchetto malandato di Camel americane e lo lasciò sul tavolo: Leucò ne tirò fuori una per sé e un’altra che lasciò sul tavolo e che Beppe subito raccolse fra le labbra. Beppe ritirò il pacchetto in tasca. Accesero con i cerini di Beppe. Respirarono il fumo, lo lasciarono cadere nei polmoni.
    “Buone.”
    “Meglio delle Nazionali.”
    “Quelle fanno schifo. Il Duce non le fumava.”
    “Che ne sai tu?”, buttò lì Beppe: “Mica lo sai che fumava.”
    “E invece lo so.”
    “Sì, sì.”
    Per un po’ Beppe fissò Leucò, con un sorriso di niente; poi Leuco si guardò attorno in cerca di una chellerina per ordinare zuppa calda, una forma di pane e del vino rosso.
    “Senti Leucò, tu che ne dici di Norimberga. E’ davvero finita?”
    Quello tirò su con il naso, poi sputò fumo dalle nari. Sbiancò un poco e alzò le spalle. “Non finisce mai”, si limitò a farfugliare, perché altro non sapeva.
    Beppe si grattò il cranio, spegnendo la cicca sulle assi del tavolaccio. Nell’intanto un donnone: tutt’e due soltanto uno sguardo. Dissero che volevano della zuppa ben calda e pane. E del vino.
    Il donnone appuntò qualcosa a matita su un foglio bisunto, dopodiché ciabattò via sbuffando.
    Leucò tirò fuori un fiato; ci ripensò e rimase in silenzio.
    ”Cosa c’è?”, domandò allora Beppe.
    “Le sigarette… quelle americane sono una cosa, non sono quelle nostre, sono buone.”
    “Già. Gli americani. Ma io non li vedo bene.”
    “Che intendi?”
    “Non sono venuti qui a farsi sbudellare per niente e per darci le Camel.”
    “Però sono venuti. Gli dovremmo essere grati.”
    Beppe sputò sul pavimento in segno di disprezzo: “Nessuno si fa sbudellare così, nemmeno se ci sono i fasci dietro.”
    “Il Duce le portava nel suo boudoir le ebree, le faceva mettere a novanta e dopo che si era sfogato chiamava perché qualcuno se ne sbarazzasse.”
    “Se ne dicono tante adesso che gli è stata fatta la festa al bastardo e a quella puttana della Claretta Petacci.”
    “Sì, tante.”
    Tennero il silenzio per poco.
    “Non arriva ancora la zuppa”, osservò Beppe.
    “La starà facendo quella che è venuta.”
    ”Non l’ho vista bene.”
    ”Non è come le americane. Io le ho viste.”
    “No, tu non le hai viste.”
    ”Ti dico di sì. Gli americani le chiamano pin-up.”
    “Quelle disegnate sugli aerei non sono donne.”
    “E che cosa sarebbero allora?”. E così dicendo tirò fuori da una tasca una figura bisunta: “Questa me l’ha data uno, ha detto che le femmine americane tutte così.”
    “Tu non parli americano”, gli fece notare Beppe. “Quello non può averti detto nulla.”
    “Ha parlato.”
    “Tu parli americano? Fammi sentire.”
    Leucò rimase in silenzio arrossendo, poi squittì: “Però quella lì è vera.”
    “Può darsi”, si limitò a osservare Beppe. E subito dopo aggiunse: “Non sono venuti per farsi sbudellare da tedeschi e italiani. Vogliono qualche cosa.”
    Leucò abbozzò un mezzo sorriso: “Le nostre donne forse!”
    Beppe si passò una mano sulla pelata lucida e ormai bagnata di sudore: “No. Le femmine sono dappertutto.”
    Leucò accusò il rimprovero.
    Beppe lo fissava con occhi a spillo, duri come diamanti.
    “Che pretenderebbero secondo te?”
    Beppe si fece scuro in volto, come se un’ombra gli si fosse incollata sulla faccia per non staccarsi mai più: “Solo il tempo ce lo dirà.”
    “Adesso stanno con noi.”
    “Tu lo capisci l’americano? Io sento solo che parlano, ma non capisco che dicono. Non mi fido.”
    “Che vuoi dire?”
    “La zuppa!”, gridò Beppe a nessuno in particolare.
    “Voglio dire che lo vedremo domani”, spiegò sempre più cupo, con voce spenta: “Si era travestito da militare tedesco. Il porco voleva fare la fuga assieme alla Claretta, verso la Valtellina. Ma a Dongo i nostri Partigiani lo beccano. Che figlio di puttana! Il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra finisce. Ma non finisce veramente. Niente finisce. Data e luogo da ricordare, Leucò.”
    “Lo so anch’io com’è andata.”
    “Se lo sapessi non mi chiederesti delle americane.”
    “Non ti chiedo di loro. Ti dico soltanto che le chiamano pin-up.”
    Mentre discutevano, gli arrivò la zuppa e un forma di pane nero, e una brocca di vino, rosso e denso come il sangue d’un porco appena sgozzato. Il donnone gli mise tutto sotto il naso, poi sbuffando si tirò via, senza prestare orecchio alle chiacchiere dei due.
    Presero a spezzare con le mani il pane, lo cacciarono nella zuppa bollente e quasi più nera del pane: non si capiva di cosa fosse fatta, però andava giù bene nello stomaco.
    Quando le scodelle furono ripulite, Beppe prese la sua fra le mani, con fare cerimonioso quasi fosse il Santo Graal: “La vedi questa? Adesso è pulita. E’ finita, devi capirla la differenza.”
    Leucò fece finta di non capire: “Non lo puoi sapere che non hanno sputato nella zuppa prima di servirtela.”
    Beppe allora sputò nella scodella vuota: “Anche se fosse, adesso il conto è pari.”
    “Hanno cominciato a ricostruire.”
    “Non qui. Alba è dei Partigiani italiani.”
    “Costruiranno.”
    “No, stanno tutti giù, sulle coste. O dalle parti di Salò. In Sardegna soprattutto, e in Sicilia. Quelli c’hanno qualcosa in testa, te lo dico io.”
    “Delle donne hanno preso nel letto alcuni americani.”
    ”Sono uomini pure loro: una donna ti fa dar di matto anche se non lo vuoi. Non si è mai liberi.”
    “Il Governo fascista ha ridato al popolo le essenziali libertà che erano compromesse o perdute; quella di lavorare, quella di possedere, quella di circolare, quella di onorare pubblicamente Dio, quella di esaltare la Vittoria e i sacrifici che ha imposto, quella di avere la coscienza di se stesso e del proprio destino, quella di sentirsi un popolo forte, non già un semplice satellite della cupidigia e della demagogia altrui” (* ), recitò in maniera meccanica Leucò: “Lo ha detto Mussolini da qualche parte.”
    ”E tu l’hai imparato a memoria.”
    ”Ero giovane e pensavo che avrei studiato, che sarei diventato qualcuno. Poi i miei vecchi sono morti e io ho girato in lungo e in largo.”
    ”E’ successo a molti. Non sei il solo.”
    “Non è bello: certe cose mi sono rimaste scolpite nella testa. C’è mancato un pelo, un fascio stava per farmi la pelle, ma io sono stato più veloce. Capisci?”
    “E’ successo a molti, non sentirti speciale per questo.”
    Nell’intanto era arrivato il conto. Beppe guardò con la coda dell’occhio la donna… le cacciò in mano delle monete.
    “Non bastano.”
    “E’ tutto quello che abbiamo. Abbiamo fatto la guerra.”
    La donna si limitò a dargli uno sguardo torbido, quasi fosse abituata a simili battute. Solo aggiunse: “Qui non si fa credito a nessuno.” E si portò via.
    Beppe e Leucò si portarono fuori, gettando nell’intorno fugaci sguardi fra le dense spire di fumo.

    Fuori non era meglio: l’aria era pesante, indefinita, pareva d’essere dentro un limbo dove non si è né vivi né morti. La condensa sui vetri era così spessa che lo sguardo non riusciva a spiare alcun segno di vita al di là.
    In Alba le strade erano dissestate, per terra vermi e sangue ancora fresco. Le campane suonavano di un suono tetro, più o meno volgare. I due camminavano tirando un passo lento di stanchezza, l’uno accanto all’altro.
    “Io dico che quella ha sputato nella zuppa.”
    Beppe diede un sorriso a metà sotto il naso aquilino: “Anche se fosse, oramai l’hai buttata giù. E poi non hai reclamato prima, perché dovresti farlo adesso, non so.”
    Leucò sorrise pure lui: “Sì, mi sa che hai ragione. Però all’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
    ”Tanto tu non la bevi lì “
    “Già.”
    Più passavano avanti più l’aria si faceva pesante, di nebbia.
    “Non è buono questo tempo: si respira male.”
    “E’ il tempo. E’ il tempo.”
    Beppe tirò fuori le Camel, se ne cacciò una in bocca e una la offrì al compagno.
    “Americane.”
    “Americane”, gli fece eco Beppe. “Quelli non sono venuti qui per farsi sbudellare… per questo fumo. Te lo dico io, quelli hanno qualche cosa che gli frulla in testa.”
    “Tu lo sai?”
    ”No. Lo so e basta che è così. Chi vivrà vedrà.”
    Leucò cambiò argomento, di botto: “Hai mai pensato che potresti metter su famiglia?”
    ”No, no. Un uomo nasce libero.”
    ”Perché una donna lo mette al mondo.”
    Beppe non trovò argomenti con cui controbattere, inghiottì un bolo di rabbia e aspirò ben forte il fumo della Camel fino a farsi fumare il cervello. Perse per mezzo secondo il passo, niente di più.
    “Andiamo.”
    ”Stiamo già andando. Siamo al tramonto. E’ bello rosso, anche se c’è la nebbia.”
    ”Non lo so se quello è il tramonto. Potrebbe essere il fuoco di una guerra. O il colore dell’alba.”
    “Non ci avevo pensato.”
    Camminarono in silenzio fendendo la nebbia, andando incontro al tramonto o a qualunque cosa fosse, mentre Leucò confessava a Beppe, in un fil di voce, che lui una famiglia l’avrebbe voluta.
    Finirono i loro passi in Alba con occhi di sonno.

    * (Parole rivolte ai rappresentanti dei Sindacati agricoli in Roma, il 30 Luglio 1925). - V, 124.

     
  • 26 aprile alle ore 20:34
    Marilyn Monroe al collasso

    Come comincia: Saluto. Salutavo la folla che moriva ai miei piedi.
    Il giorno splendeva, per finta. Era il sole alto in cielo e stava esplodendo. Atomico.
     
    Ricordo però com’era bello andare a scuola e perdersi fra le grida felici delle ragazze. Erano così belle. Erano così giovani. Non potevano proprio rendersi conto che era tutto finto, che presto ogni spensieratezza sarebbe morta ai miei piedi.
     
    Tricky Dick Nixon stirava la sua vistosa stempiatura con la brillantina. Sorrideva sempre, vendeva il Paese agli Americani: gli vendeva la sua Bugia e la faceva diventare la Loro. Niente di più semplice, niente di più complicato. Ma Tricky Dick era un comunicatore nato. Ed intanto le ragazze mi guardavano e mi trovavano intelligente, quasi carino. Sorridevano al sole e alla pazzia atomica che era nel suo grembo.
    I Bee Gees suonavano sul piatto: il disco era bello, melanconico, “New York Mining Disaster 1941”.
    In piazza si gridava Dio è morto.  E si gridava che sarebbe risorto nel mondo che faremo. Io giravo con le tette al vento e lasciavo che tutti i maniaci toccassero con la loro nuda mano quant’erano sode. C’era quel disco, quella melodia che s’incastrava nel cervello: i Bee Gees. Ed io già allora sapevo che presto sarebbe stato tutto un gran casino.
    Una matricola m’ha offerto un po’ di peyote. Ho rifiutato di lasciarmi allucinare. Ho invece accettato l’invito d’una bella bambina vergine che con me voleva fare all’amore. Sono stato nel suo letto devastato da un terremoto di peluche, e ne sono uscito dopo dieci anni di matrimonio e un milione di piatti spaccati sulla testa. Mi sono guardato allo specchio: non ero invecchiato, non esteriormente; l’anima però non si riflette mai, l’anima è un vampiro, e succhia, succhia il sangue senza che uno abbia tempo d’accorgersene, non a occhio nudo comunque.
    In Vietnam si moriva: lo sapevo, ascoltavo sempre tutte le ultime notizie. E sapevo che in America non si stava meglio. Ed ero cosciente del fatto che il mio appartamento era tappezzato di pulci. Sapevo che ogni mia parola era ascoltata e valutata. J.F.K. era già morto e sepolto da una lunga pezza: era così bello in televisione quando salutava la folla che l’acclamava, pareva un Apollo sceso in Terra. Non so dire se fosse il Salvatore, però insieme a Miller amò pure lui la morte, la tragicità di Marilyn Monroe. E Charles Manson lo sapeva che sia Kennedy che Miller avevano amato sotto la gonna di Marilyn.
    La mia bibita è piena di caffeina, di bollicine: è una Coca, in bottiglietta. Il tappo l’ho conservato insieme a mille altri: ho una collezione di tappi, però le bottiglie le ho sempre buttate nella spazzatura.
     
    Adesso sul piatto suona “Stayin’ Alive”, sempre i Bee Gees. Poi “Night Fever”. Ho la Febbre del Sabato Sera e non so davvero chi potrebbe curarmi da questa malattia. Non reggo il Sabato e la Febbre: mi curo con “Suzanne” di Leonard Cohen, e mi lascio fare la barba dalla sua voce di rasoio. Quando morirò - molto presto, lo so - voglio che mi trovino bello, così lascio da parte i Bee Gees per Cohen. LORO ascoltano tutti i miei dischi: ho l’appartamento pieno di pulci e lo sanno come la penso, e non mi perdoneranno mai perché ho avuto il coraggio di dirmi Libero in un paese di Schiavi. Peccato non abbia la forza di volontà di Spartacus. Però ho la pistola di William S. Burroughs: reggo il suo peso fra le mie mani. In Tv danno un film con Marilyn Monroe: la sua gonna è al vento, il suo sorriso è profondamente rosso e aperto in una ferita. Non ho alcuna possibilità di farcela: raccolgo la mia collezione di tappi e la faccio fuori, la getto dal balcone, e i tappi prendono il volo, diventano farfalle dai mille colori. Col pensiero dico addio a tutto ciò che ho profondamente amato e odiato. Dico addio. Ho la pistola di W.S. Burroughs e un matrimonio che m’ha lasciato solo e dolorante. Ho la voce di Leonard Cohen che mi conforta un poco.
     
    Il sole non splende più: è al collasso. Si sa. Non inganna più nessuno. O quasi.
    E’ Atomico ed esploderà presto, molto presto: un proiettile in canna.
    Salutavo. Saluto la folla ai miei piedi. Saluto mentre riposo comodamente dentro a una cassa da morto. E’ bella, è di mogano. Ai miei è costata un occhio della testa. Adesso, non lo possono negare che sono al Centro dell’Attenzione. Non lo possono più negare che sono il migliore, che sono libero. La folla di ragazze muore ai miei piedi: non c’è donna che non si strappi i capelli fra le lacrime. Sono una Star, una Stella del Firmamento al Collasso. Sono Marilyn Monroe e il Vento della Sua Gonna.
    Saluto. Saluto con la mano pallida e fredda.  
     
    Adesso non lo possono più negare. Ogni giorno uno nuovo; ma domani non è detto.
    Il sole è esploso quando ho premuto il grilletto e ho lasciato libera la pallottola d’invadere questo universo che ho sognato per Voi.
     
    Saluto. Saluto. Saluto tutta la folla. E’ un sogno. E’ un film. Saluto sempre…
     
    [pellicola strappata]

     
  • 25 aprile alle ore 14:14
    Il mio caro angelo

    Come comincia: Le guardo il culetto.
    E lei mi appioppa uno schiaffo.
    Perché?
    Non lo so, non di preciso.
    So solo che adesso mi guarda male. Si è messa di fronte a me con occhi di brace. Un bel ceffone, non c’è che dire. Non me lo sarei mai aspettato, non da una bella ragazza. Così giovane poi.
    Sono allibito. Forse è disgustata da me, da un uomo di quaranta anni che ha osato ammirare il suo lato B.
    Provo un po’ di vergogna.
    Non dico una parola.
    Le cinque dita mi bruciano la guancia.

    Dentro di me so d’essermela meritata la figura di merda.
    Abbasso lo sguardo, di brutto, contrito.
    Lei resta di fronte a me a testa alta. Il suo sguardo inquisitorio posso sentirlo penetrarmi l’anima.
    “Sai solo guardare? Parla!”, ordina lei.
    Non so che dire.
    Ho paura che mi molli un altro ceffone. O peggio, un calcio dritto sui gioielli di famiglia.
    Rimango muto.
    Faccio per sgommare via, ma lei mi stoppa subito ficcandomi la lingua in bocca.
    Mi bacia per un minuto buono.
    Non sono mai stato baciato con così tanto ardore. Fossi morto in quel momento sarei stato felice. Io baciato da un vero angelo.
    Raccoglie la mia mano nella sua gentile: “Andiamo”.
    Non ribatto.

    Come una coppia di innamorati camminiamo lungo via Roma. Poche parole.
    Si ferma davanti a un portone, quello di casa sua: “Sali!”
    Fa tutto lei. Mi spoglia. E poi si spoglia anche lei, in velocità. Niente inutili spogliarelli. E mi monta a dovere lasciandosi accarezzare il bellissimo sedere, perfetto. Una pesca di carne. Di amore. Di lussuria.
    Lo facciamo fra le lenzuola bianche, ansimando. Una unione carnale più che spirituale. Ma anche d’amore.
    Ci sbattiamo nell’amore perché lei ne ha voglia. Perché in strada io ho ammirato il suo culetto con desiderio non nascosto. Perché sia io che lei siamo soli, bisognosi d’incontrarci, di medicare la nostra solitudine.
    Con dolcezza baci, carezze e sesso.

    Solo dopo averlo fatto a lungo e ripetutamente prendiamo a parlare un po’ di noi. Lei ha lasciato il suo ragazzo, che l’ha tradita con un’altra. Io invece un cane randagio in cerca d’un po’ d’affetto.
    Ci raccontiamo le nostre storie centellinando un caffè caldo che lei, Sarah, ha preparato con la moka. Mangiamo fette biscottate spalmate di marmellata di fragole.
    Alla fine gli e lo chiedo: “Perché quello schiaffo?”
    Sarah arrossisce. Si è fatta bellissima, più di qualsiasi angelo delle mie fantasie.
    Un po’ imbarazzata risponde: “Ero incazzata, non con te. Non schiaffeggio gli uomini perché mi piace. Non sono quel tipo di donna lì… Ma ero incavolata e tu mi avevi guardato il fondoschiena”.
    “Mi spiace”.
    “Non c’è bisogno di dirlo. E’ naturale che un uomo guardi certe cose in una ragazza, purché non si spinga oltre se lei non ci sta”.
    Bella e intelligente. Diavolaccio, mi sto innamorando, proprio io che non ho mai creduto all’amore a prima vista.
    Devo osare: “Perché siamo qui?”
    Sarah si fa seria seria: “Perché sei un sognatore. Te l’ho letto dentro. E uno come te è sempre un uomo solo”.
    Rimango senza parole, accennando un sì con il capo. Nutro una paura terribile. La paura di perderla, perché adesso sì… Gli e lo confesso al brucio: “Ti amo”.
    Non mi aspetto niente. Ma non posso tacere. Le cose belle capitano una sola volta nella vita, se sei molto molto fortunato.
    Sono pronto a beccarmi uno schiaffone o una sfuriata tutta al femminile, con lacrime e strali di genuina repulsione.
    Sarah si avvicina a me, lasciando scivolare a terra la leggera vestaglia: “Ti piaccio?”
    “Sì”.
    “Perché?”
    Non ho bisogno di pensarci su, la risposta è nella mia anima che aspetta solo di essere liberata: “Perché nessun’altra mai ha capito così tanto di me”. Mi sfugge un colpo di tosse: “E perché ho capito tutto di te, con tutti gli errori che un uomo fa quando crede d’aver compreso l’anima d’una donna”.
    Gli occhi di Sarah si fanno dolci. Dolcissimi.
    … ho trovato Dio grazie a uno schiaffo.

     
  • 23 aprile alle ore 18:00
    Il prete giovane

    Come comincia: La conobbi che era ormai tardi: non avrei potuto far più nulla per aiutarla. Lei era stanca della vita. La strada, il lampione, l’incertezza: non reggeva più il peso delle notti e del darsi via a tutti, a uomini e donne, per danaro. Erano anni che faceva quella vita.
    Ed era ancora una bella donna, appetibile. Però gli occhi tradivano stanchezza infinita, e i clienti rimanevano schifati: non volevano avere a che fare con una che la dava via così, senza un minimo di finta partecipazione.
     
    Io ero un prete, giovane: nutrivo degli ideali, pensavo che la misericordia di Dio fosse infinita e che il mio scopo in terra fosse di aiutare le anime perse, anche quelle prostituite.
    Avevo finito di celebrare messa, quando la vidi. Compresi subito. Feci per avvicinarla, ma lei scomparì subito. Uscii lasciandomi la chiesa alle spalle, ma in strada della donna non c’era già più alcuna traccia. Rientrai. Avevo sentito parlare delle donnine allegre, ma ne sapevo niente in realtà. La vita l’avevo regalata a Gesù e alla castità: e la mia missione era quella di aiutare le anime a ritrovare la persa via. Tuttavia, in quel preciso momento, nonostante animato da una gran voglia di fare, devo ammettere che la strada la stavo perdendo io: ero eccitato, frenesia religiosa, apostolica, e un desiderio impuro che mi premeva fra le gambe portando angoscia al petto. L’avevo vista per una frazione di pochi secondi: era una donna bella, matura, bionda, alta, una madonna viziosa dagli occhi stanchi, profondi come un cielo di nuvole.
     
    Non lo terrò nascosto. Non la tirerò troppo per le lunghe. Subito, ecco, la confessione: lei è tornata, una due tre quattro cinque sei volte, e alla settima siamo andati a confessarci insieme, a letto. Non avevo mai ascoltato i peccati, così, con tanta determinazione nella carne. Il settimo giorno Dio si riposò, io no. Non mi ha rubato nella cassetta delle elemosine: voleva solo un povero cristo come me che l’ascoltasse e che facesse finta di asciugarle le lacrime con un fazzoletto nero. Amava che l’amassi gridando “Sodoma!”: le piaceva prenderlo lì, dabbasso. La figa non la smollava facilmente. Non le piaceva: troppo intimo, così si scusava. “Amami per quello che voglio io!”: così diceva, non si stancava mai di ripetermelo. A ogni occasione, fosse giusta o sbagliata. Era stanca come un cimitero. Affascinante come un cadavere seppellito da poche ore e subito riesumato per un capriccio di… Se di Dio o degli uomini, non è importante.
     
    Ora capite anche voi che non avrei potuto davvero far di meglio per lei. Marlene era bella. Era la fede. Un buco. Una solitudine. Una scopata. Era l’amore di Dio, e degli uomini, di quelli stanchi e sconfitti. Come prete non potevo chiedere altro. Perché allora mi sentivo in colpa? No, non era colpa quella che nutrivo in seno. Io non ero peggiore di quelli che se l’erano fatta prima di me pagandola e pestandola. Ero migliore: asciugavo le sue lacrime se non altro, le benedicevo e le bevevo.
     
    Non fu una relazione difficile come qualcuno potrebbe pensare: si era negli anni Sessanta e la società era troppo impegnata per preoccuparsi di me. Gli anarchici cadevano dalle finestre: c’era in giro troppa confusione perché qualcuno si occupasse d’un pretino e d’una puttana sulla quarantina che non poteva esser detta neanche ‘bocca di rosa’.
     
    “Quanti anni hai?”
    Lei, senza imbarazzo: “Ormai quaranta.”
    “Li porti bene.”
    “Me li sono fatti, bene o male. E’ diverso.”
    “Dove li trovi i tacchi alti?”
    “Non è difficile. Il diavolo, oggigiorno, fa pentole e coperchi. Si è adeguato.”
    “L’avevi fatto con un altro prete, prima di me?”
    “No. Tu sei il primo vergine che mi sbatto.”
    “Capisco. Perché proprio io e non un altro?”
    ”Avevi una faccia da coglione. Più degli altri.”
    “Avevo! Ed ora?”
    “Non sei troppo diverso dagli altri uomini.”
    “Però non ti pesto.”
    “Ho conosciuto uomini che mi hanno pestata a sangue e che mi hanno amata bene.”
    “Allora vorresti che anche io…”.
    ”Non sto dicendo questo. Poi, tu già sferri pesanti colpi di cilicio alla mia anima. Credi che non me ne sia accorta? Mi scopi, sì. Ma pensi sempre che sono una puttana.”
    “E’ quello che sei.”
    Cambiò discorso, su due piedi. “Mi dovrei depilare le gambe. Ce l’hai un rasoio pulito?”
    “Aspetta.”
    Le passai un rasoio di quelli usa e getta. Lo prese. “Leccami le gambe!”
    Obbedii. Leccai le sue gambe, fino alla sacra sacrestia. Più e più volte, fino a non avere più un solo goccio di saliva in bocca. In compenso avevo i coglioni pieni di sborra. Credo d’esser venuto almeno una volta mentre leccavo la sua pelle. Lei però non si fece scopare. Lasciò che la guardassi mentre tagliava via i biondi peli dalle sue lunghe gambe. Mi lasciò così. Non voleva il picciuolo del peccato né in culo né nella figa.
    “Ho goduto abbastanza mentre mi preparavi per la depilazione!”
     
    Messa la dicevo come sempre: i fedeli, pochi. I rossi, poi, quelli in chiesa non ci venivano manco morti. Non è che avessi molto da fare: ufficiavo, pulivo la sagrestia, raccoglievo qualche sdentata confessione, e il resto del tempo lo passavo con Marlene. Nessuno si era accorto di nulla: sarà stato perché lei era stanca e veniva ma senza vera partecipazione.
    “Quanto durerà?”
    “Il tempo necessario.”
    Non mi era piaciuta come risposta, troppo indeterminata: forse per poco ancora, o per sempre. C’era speranza. O misericordia.
     
    I giorni trascorrevano. Agli occhi dello specchio il mio viso appariva, giorno dopo giorno, più normale, lontano da quella castità che mi avevano insegnato in seminario. Ero una puttana, come tutti.
     
    “Credo che tu ne abbia avuto abbastanza di me.”
    “Perché mai?”
    “Ormai sei normale.”
    “Intendi forse dire che non ti eccito più?”
    “No. E’ che sono stanca. Lo ero già quando sono venuta qui.”
    “Questo lo so.”
    “Allora non c’è più ragione perché resti.”
    Ero triste, deluso. Perché se ne doveva (voleva) andare?
     
    Fu dopo che se ne andò e che non seppi più nulla di lei: presi a depilarmi le gambe, ogni settimana.
    “Amami per quello che voglio io!”: era diventato il mio motto. Lo ripetevo in ogni sermone. Ce lo mettevo dentro a forza, anche se era fuori contesto; e solitamente era sempre fuori. Non seppi aiutare né lei né me stesso. Ero diventato stanco, come lei, prima che me ne rendessi conto, veramente. Prima che accettassi la verità d’essere una puttana ma stanca. La stanchezza, questa la sfumatura sul mio viso che non avevo saputo cogliere allo specchio.
    Sono stato io, io a prostituirmi a lei.

     
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