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Racconti di Giuseppe Iannozzi

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  • 21 giugno alle ore 12:09
    Doppio incidente

    Come comincia: Attraversò la strada in tutta fretta e fu preso sotto da un’auto. Non aveva gettato una sola occhiata al semaforo.
    Rimase a terra per qualche secondo, poi si tirò su in piedi grugnendo.
    Un uomo, grande e grosso, uscì dalla sua Audi A4. Imbufalito si fece subito dappresso al tizio che aveva investito.
    I due vennero alle mani.
    Un capannello di curiosi rimase a godersi lo spettacolo, non capitava difatti tutti i giorni che due energumeni se le suonassero di santa ragione. I bambini erano i più divertiti: c’era chi tifava per l’uno e chi per l’altro.
    I pugni volavano veloci e precisi, quasi sempre al volto.
    I due contendenti pareva fossero uguali per forza e carattere.
    L’incidente aveva inciso poco o niente sul loro spirito battagliero.
    Con il volto tumefatto, nessuno dei due intendeva gettare la spugna. Grugnivano e la gente si divertiva proprio come a un incontro di boxe.
    Un pugno raggiunge alla tempia uno dei due, che cadde a terra senza un lamento.
    Immobile.
    Era chiaro che era morto sul colpo.
    Lo spettacolo era finito. Alla fine qualcuno aveva chiamato il 113.
    Quello che era stato preso sotto dall’Audi A4 scosse il capo mentre gli venivano messe le manette ai polsi.

  • 31 maggio alle ore 18:08
    Camera d'ospedale numero 17

    Come comincia: Il nonnetto viene dimesso. E’ guarito.
    E’ arzillo, felice di tornare a casa.
    La nonna se lo coccola come fosse un bambino.
    Il letto accanto è vuoto da qualche minuto. Il paziente che l’occupava ha reso l’anima a Dio da pochi minuti. La moglie raccatta le cose del marito defunto, il rasoio elettrico, il cellulare, la radiolina a pile e poche altre cose. Non si cura affatto del poco vestiario del defunto: magliette, calzini, calzoni li lascia dove sono, sul letto. Sospira mentre si deterge la fronte. In ospedale fa un caldo infernale, i termo sono tenuti molto alti.

    Con gli occhi lucidi, la nonna accarezza la pelata del marito. Questa volta il nonnetto Beppe l’ha scampata per il rotto della cuffia: una broncopolmonite a ottanta e passa anni è un gran brutto affare. Ma nonno Beppe se l’è cavata, ha rimandato la Nera Falce a tenere compagnia a chi non crede in Dio. Il nonnetto è un uomo di fede, lo è sempre stato, ciò però non toglie che sia un gran rompicoglioni e una testa di mulo. La sua caparbietà e la sua fede hanno forse operato il miracolo. Un altro, al suo posto, poco ma sicuro, avrebbe tirato le cuoia.

    La nonna si fa vicina alla vedova. “Le mie condoglianze, Signora…”, farfuglia con un nodo in gola.
    La donna sgrana gli occhi. Poi, subito, schiude la bocca: “Non ce n’è bisogno!”
    “Mi spiace…”
    “A me no”, replica secca lei, con tono minaccioso.
    La nonna rimane impietrita.
    “Ho avuto un uomo accanto per quaranta anni. Adesso ne ho sessanta. Non sono ancora da buttar via. Ho una vita davanti. E’ risaputo che le donne vivono più a lungo dei maschi.”
    La nonna tace e fa dietrofront. Prende la mano del suo compagno d’una vita e la stringe con forza. Insieme escono dalla camera d’ospedale numero 17.

  • 14 maggio alle ore 12:05
    Pin-Up e Norimberga

    Come comincia: Entrarono in Alba con occhi di sonno.
    Uno si fece il segno della croce, l’altro niente.
    La gente in strada gli gettò uno sguardo discreto, poi più niente.
    L’aria condensava sui vetri delle finestre: tempo strano, a tratti soffocante, più spesso freddo.
    “Giustizia è stata fatta.”
    Tirò su col naso: “Norimberga. Non sono convinto.”
    Tacquero. Attraversarono le stradine stando attenti a calcinacci e finestre pericolanti.
    “All’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
    “Dove Hitler diede di matto: chi te l’ha raccontata questa balla?”
    “Nessuno in particolare. Si dice in giro, tra le fila dei nazionalsocialisti.”
    “Ce ne sono ancora, a volto scoperto?”
    Presero a ridere piano.

    Aveva l’aspetto di un’osteria, però mancava l’insegna e le finestre tutte rotte.
    Grida e odori di spezie.
    Entrarono, ma la porta non c’era e gli stipiti neanche.
    Dentro era tutto molto spartano: tavoli grandi e spaziosi apparecchiati, senza tovaglie.
    Trovarono un tavolo libero, si accomodarono senza che nessuno dedicasse loro uno sguardo.
    “Beppe, ce l’hai una?”
    [trans]
    Beppe era pelato, i pochi capelli rimastigli li aveva rasati a zero: il naso era lungo e affilato come il becco d’un corvo. Era di Asti. Tutti i suoi erano stati di Asti e lì erano morti per guerra o malattia. Poi era scoppiata la Seconda e Beppe aveva lasciato i campi dell’astigiano, aveva preso in spalla lo zaino e un vecchio fucile e si era unito ai Partigiani: in un gruppo aveva trovato Leucò, pallido, dall’aria malaticcia, ma aveva la forza di un bue e non era ottuso come l’animale.
    Beppe tirò fuori un pacchetto malandato di Camel americane e lo lasciò sul tavolo: Leucò ne tirò fuori una per sé e un’altra che lasciò sul tavolo e che Beppe subito raccolse fra le labbra. Beppe ritirò il pacchetto in tasca. Accesero con i cerini di Beppe. Respirarono il fumo, lo lasciarono cadere nei polmoni.
    “Buone.”
    “Meglio delle Nazionali.”
    “Quelle fanno schifo. Il Duce non le fumava.”
    “Che ne sai tu?”, buttò lì Beppe: “Mica lo sai che fumava.”
    “E invece lo so.”
    “Sì, sì.”
    Per un po’ Beppe fissò Leucò, con un sorriso di niente; poi Leuco si guardò attorno in cerca di una chellerina per ordinare zuppa calda, una forma di pane e del vino rosso.
    “Senti Leucò, tu che ne dici di Norimberga. E’ davvero finita?”
    Quello tirò su con il naso, poi sputò fumo dalle nari. Sbiancò un poco e alzò le spalle. “Non finisce mai”, si limitò a farfugliare, perché altro non sapeva.
    Beppe si grattò il cranio, spegnendo la cicca sulle assi del tavolaccio. Nell’intanto un donnone: tutt’e due soltanto uno sguardo. Dissero che volevano della zuppa ben calda e pane. E del vino.
    Il donnone appuntò qualcosa a matita su un foglio bisunto, dopodiché ciabattò via sbuffando.
    Leucò tirò fuori un fiato; ci ripensò e rimase in silenzio.
    ”Cosa c’è?”, domandò allora Beppe.
    “Le sigarette… quelle americane sono una cosa, non sono quelle nostre, sono buone.”
    “Già. Gli americani. Ma io non li vedo bene.”
    “Che intendi?”
    “Non sono venuti qui a farsi sbudellare per niente e per darci le Camel.”
    “Però sono venuti. Gli dovremmo essere grati.”
    Beppe sputò sul pavimento in segno di disprezzo: “Nessuno si fa sbudellare così, nemmeno se ci sono i fasci dietro.”
    “Il Duce le portava nel suo boudoir le ebree, le faceva mettere a novanta e dopo che si era sfogato chiamava perché qualcuno se ne sbarazzasse.”
    “Se ne dicono tante adesso che gli è stata fatta la festa al bastardo e a quella puttana della Claretta Petacci.”
    “Sì, tante.”
    Tennero il silenzio per poco.
    “Non arriva ancora la zuppa”, osservò Beppe.
    “La starà facendo quella che è venuta.”
    ”Non l’ho vista bene.”
    ”Non è come le americane. Io le ho viste.”
    “No, tu non le hai viste.”
    ”Ti dico di sì. Gli americani le chiamano pin-up.”
    “Quelle disegnate sugli aerei non sono donne.”
    “E che cosa sarebbero allora?”. E così dicendo tirò fuori da una tasca una figura bisunta: “Questa me l’ha data uno, ha detto che le femmine americane tutte così.”
    “Tu non parli americano”, gli fece notare Beppe. “Quello non può averti detto nulla.”
    “Ha parlato.”
    “Tu parli americano? Fammi sentire.”
    Leucò rimase in silenzio arrossendo, poi squittì: “Però quella lì è vera.”
    “Può darsi”, si limitò a osservare Beppe. E subito dopo aggiunse: “Non sono venuti per farsi sbudellare da tedeschi e italiani. Vogliono qualche cosa.”
    Leucò abbozzò un mezzo sorriso: “Le nostre donne forse!”
    Beppe si passò una mano sulla pelata lucida e ormai bagnata di sudore: “No. Le femmine sono dappertutto.”
    Leucò accusò il rimprovero.
    Beppe lo fissava con occhi a spillo, duri come diamanti.
    “Che pretenderebbero secondo te?”
    Beppe si fece scuro in volto, come se un’ombra gli si fosse incollata sulla faccia per non staccarsi mai più: “Solo il tempo ce lo dirà.”
    “Adesso stanno con noi.”
    “Tu lo capisci l’americano? Io sento solo che parlano, ma non capisco che dicono. Non mi fido.”
    “Che vuoi dire?”
    “La zuppa!”, gridò Beppe a nessuno in particolare.
    “Voglio dire che lo vedremo domani”, spiegò sempre più cupo, con voce spenta: “Si era travestito da militare tedesco. Il porco voleva fare la fuga assieme alla Claretta, verso la Valtellina. Ma a Dongo i nostri Partigiani lo beccano. Che figlio di puttana! Il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra finisce. Ma non finisce veramente. Niente finisce. Data e luogo da ricordare, Leucò.”
    “Lo so anch’io com’è andata.”
    “Se lo sapessi non mi chiederesti delle americane.”
    “Non ti chiedo di loro. Ti dico soltanto che le chiamano pin-up.”
    Mentre discutevano, gli arrivò la zuppa e un forma di pane nero, e una brocca di vino, rosso e denso come il sangue d’un porco appena sgozzato. Il donnone gli mise tutto sotto il naso, poi sbuffando si tirò via, senza prestare orecchio alle chiacchiere dei due.
    Presero a spezzare con le mani il pane, lo cacciarono nella zuppa bollente e quasi più nera del pane: non si capiva di cosa fosse fatta, però andava giù bene nello stomaco.
    Quando le scodelle furono ripulite, Beppe prese la sua fra le mani, con fare cerimonioso quasi fosse il Santo Graal: “La vedi questa? Adesso è pulita. E’ finita, devi capirla la differenza.”
    Leucò fece finta di non capire: “Non lo puoi sapere che non hanno sputato nella zuppa prima di servirtela.”
    Beppe allora sputò nella scodella vuota: “Anche se fosse, adesso il conto è pari.”
    “Hanno cominciato a ricostruire.”
    “Non qui. Alba è dei Partigiani italiani.”
    “Costruiranno.”
    “No, stanno tutti giù, sulle coste. O dalle parti di Salò. In Sardegna soprattutto, e in Sicilia. Quelli c’hanno qualcosa in testa, te lo dico io.”
    “Delle donne hanno preso nel letto alcuni americani.”
    ”Sono uomini pure loro: una donna ti fa dar di matto anche se non lo vuoi. Non si è mai liberi.”
    “Il Governo fascista ha ridato al popolo le essenziali libertà che erano compromesse o perdute; quella di lavorare, quella di possedere, quella di circolare, quella di onorare pubblicamente Dio, quella di esaltare la Vittoria e i sacrifici che ha imposto, quella di avere la coscienza di se stesso e del proprio destino, quella di sentirsi un popolo forte, non già un semplice satellite della cupidigia e della demagogia altrui” (* ), recitò in maniera meccanica Leucò: “Lo ha detto Mussolini da qualche parte.”
    ”E tu l’hai imparato a memoria.”
    ”Ero giovane e pensavo che avrei studiato, che sarei diventato qualcuno. Poi i miei vecchi sono morti e io ho girato in lungo e in largo.”
    ”E’ successo a molti. Non sei il solo.”
    “Non è bello: certe cose mi sono rimaste scolpite nella testa. C’è mancato un pelo, un fascio stava per farmi la pelle, ma io sono stato più veloce. Capisci?”
    “E’ successo a molti, non sentirti speciale per questo.”
    Nell’intanto era arrivato il conto. Beppe guardò con la coda dell’occhio la donna… le cacciò in mano delle monete.
    “Non bastano.”
    “E’ tutto quello che abbiamo. Abbiamo fatto la guerra.”
    La donna si limitò a dargli uno sguardo torbido, quasi fosse abituata a simili battute. Solo aggiunse: “Qui non si fa credito a nessuno.” E si portò via.
    Beppe e Leucò si portarono fuori, gettando nell’intorno fugaci sguardi fra le dense spire di fumo.

    Fuori non era meglio: l’aria era pesante, indefinita, pareva d’essere dentro un limbo dove non si è né vivi né morti. La condensa sui vetri era così spessa che lo sguardo non riusciva a spiare alcun segno di vita al di là.
    In Alba le strade erano dissestate, per terra vermi e sangue ancora fresco. Le campane suonavano di un suono tetro, più o meno volgare. I due camminavano tirando un passo lento di stanchezza, l’uno accanto all’altro.
    “Io dico che quella ha sputato nella zuppa.”
    Beppe diede un sorriso a metà sotto il naso aquilino: “Anche se fosse, oramai l’hai buttata giù. E poi non hai reclamato prima, perché dovresti farlo adesso, non so.”
    Leucò sorrise pure lui: “Sì, mi sa che hai ragione. Però all’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
    ”Tanto tu non la bevi lì “
    “Già.”
    Più passavano avanti più l’aria si faceva pesante, di nebbia.
    “Non è buono questo tempo: si respira male.”
    “E’ il tempo. E’ il tempo.”
    Beppe tirò fuori le Camel, se ne cacciò una in bocca e una la offrì al compagno.
    “Americane.”
    “Americane”, gli fece eco Beppe. “Quelli non sono venuti qui per farsi sbudellare… per questo fumo. Te lo dico io, quelli hanno qualche cosa che gli frulla in testa.”
    “Tu lo sai?”
    ”No. Lo so e basta che è così. Chi vivrà vedrà.”
    Leucò cambiò argomento, di botto: “Hai mai pensato che potresti metter su famiglia?”
    ”No, no. Un uomo nasce libero.”
    ”Perché una donna lo mette al mondo.”
    Beppe non trovò argomenti con cui controbattere, inghiottì un bolo di rabbia e aspirò ben forte il fumo della Camel fino a farsi fumare il cervello. Perse per mezzo secondo il passo, niente di più.
    “Andiamo.”
    ”Stiamo già andando. Siamo al tramonto. E’ bello rosso, anche se c’è la nebbia.”
    ”Non lo so se quello è il tramonto. Potrebbe essere il fuoco di una guerra. O il colore dell’alba.”
    “Non ci avevo pensato.”
    Camminarono in silenzio fendendo la nebbia, andando incontro al tramonto o a qualunque cosa fosse, mentre Leucò confessava a Beppe, in un fil di voce, che lui una famiglia l’avrebbe voluta.
    Finirono i loro passi in Alba con occhi di sonno.

    * (Parole rivolte ai rappresentanti dei Sindacati agricoli in Roma, il 30 Luglio 1925). - V, 124.

  • 26 aprile alle ore 20:34
    Marilyn Monroe al collasso

    Come comincia: Saluto. Salutavo la folla che moriva ai miei piedi.
    Il giorno splendeva, per finta. Era il sole alto in cielo e stava esplodendo. Atomico.
     
    Ricordo però com’era bello andare a scuola e perdersi fra le grida felici delle ragazze. Erano così belle. Erano così giovani. Non potevano proprio rendersi conto che era tutto finto, che presto ogni spensieratezza sarebbe morta ai miei piedi.
     
    Tricky Dick Nixon stirava la sua vistosa stempiatura con la brillantina. Sorrideva sempre, vendeva il Paese agli Americani: gli vendeva la sua Bugia e la faceva diventare la Loro. Niente di più semplice, niente di più complicato. Ma Tricky Dick era un comunicatore nato. Ed intanto le ragazze mi guardavano e mi trovavano intelligente, quasi carino. Sorridevano al sole e alla pazzia atomica che era nel suo grembo.
    I Bee Gees suonavano sul piatto: il disco era bello, melanconico, “New York Mining Disaster 1941”.
    In piazza si gridava Dio è morto.  E si gridava che sarebbe risorto nel mondo che faremo. Io giravo con le tette al vento e lasciavo che tutti i maniaci toccassero con la loro nuda mano quant’erano sode. C’era quel disco, quella melodia che s’incastrava nel cervello: i Bee Gees. Ed io già allora sapevo che presto sarebbe stato tutto un gran casino.
    Una matricola m’ha offerto un po’ di peyote. Ho rifiutato di lasciarmi allucinare. Ho invece accettato l’invito d’una bella bambina vergine che con me voleva fare all’amore. Sono stato nel suo letto devastato da un terremoto di peluche, e ne sono uscito dopo dieci anni di matrimonio e un milione di piatti spaccati sulla testa. Mi sono guardato allo specchio: non ero invecchiato, non esteriormente; l’anima però non si riflette mai, l’anima è un vampiro, e succhia, succhia il sangue senza che uno abbia tempo d’accorgersene, non a occhio nudo comunque.
    In Vietnam si moriva: lo sapevo, ascoltavo sempre tutte le ultime notizie. E sapevo che in America non si stava meglio. Ed ero cosciente del fatto che il mio appartamento era tappezzato di pulci. Sapevo che ogni mia parola era ascoltata e valutata. J.F.K. era già morto e sepolto da una lunga pezza: era così bello in televisione quando salutava la folla che l’acclamava, pareva un Apollo sceso in Terra. Non so dire se fosse il Salvatore, però insieme a Miller amò pure lui la morte, la tragicità di Marilyn Monroe. E Charles Manson lo sapeva che sia Kennedy che Miller avevano amato sotto la gonna di Marilyn.
    La mia bibita è piena di caffeina, di bollicine: è una Coca, in bottiglietta. Il tappo l’ho conservato insieme a mille altri: ho una collezione di tappi, però le bottiglie le ho sempre buttate nella spazzatura.
     
    Adesso sul piatto suona “Stayin’ Alive”, sempre i Bee Gees. Poi “Night Fever”. Ho la Febbre del Sabato Sera e non so davvero chi potrebbe curarmi da questa malattia. Non reggo il Sabato e la Febbre: mi curo con “Suzanne” di Leonard Cohen, e mi lascio fare la barba dalla sua voce di rasoio. Quando morirò - molto presto, lo so - voglio che mi trovino bello, così lascio da parte i Bee Gees per Cohen. LORO ascoltano tutti i miei dischi: ho l’appartamento pieno di pulci e lo sanno come la penso, e non mi perdoneranno mai perché ho avuto il coraggio di dirmi Libero in un paese di Schiavi. Peccato non abbia la forza di volontà di Spartacus. Però ho la pistola di William S. Burroughs: reggo il suo peso fra le mie mani. In Tv danno un film con Marilyn Monroe: la sua gonna è al vento, il suo sorriso è profondamente rosso e aperto in una ferita. Non ho alcuna possibilità di farcela: raccolgo la mia collezione di tappi e la faccio fuori, la getto dal balcone, e i tappi prendono il volo, diventano farfalle dai mille colori. Col pensiero dico addio a tutto ciò che ho profondamente amato e odiato. Dico addio. Ho la pistola di W.S. Burroughs e un matrimonio che m’ha lasciato solo e dolorante. Ho la voce di Leonard Cohen che mi conforta un poco.
     
    Il sole non splende più: è al collasso. Si sa. Non inganna più nessuno. O quasi.
    E’ Atomico ed esploderà presto, molto presto: un proiettile in canna.
    Salutavo. Saluto la folla ai miei piedi. Saluto mentre riposo comodamente dentro a una cassa da morto. E’ bella, è di mogano. Ai miei è costata un occhio della testa. Adesso, non lo possono negare che sono al Centro dell’Attenzione. Non lo possono più negare che sono il migliore, che sono libero. La folla di ragazze muore ai miei piedi: non c’è donna che non si strappi i capelli fra le lacrime. Sono una Star, una Stella del Firmamento al Collasso. Sono Marilyn Monroe e il Vento della Sua Gonna.
    Saluto. Saluto con la mano pallida e fredda.  
     
    Adesso non lo possono più negare. Ogni giorno uno nuovo; ma domani non è detto.
    Il sole è esploso quando ho premuto il grilletto e ho lasciato libera la pallottola d’invadere questo universo che ho sognato per Voi.
     
    Saluto. Saluto. Saluto tutta la folla. E’ un sogno. E’ un film. Saluto sempre…
     
    [pellicola strappata]

  • 25 aprile alle ore 14:14
    Il mio caro angelo

    Come comincia: Le guardo il culetto.
    E lei mi appioppa uno schiaffo.
    Perché?
    Non lo so, non di preciso.
    So solo che adesso mi guarda male. Si è messa di fronte a me con occhi di brace. Un bel ceffone, non c’è che dire. Non me lo sarei mai aspettato, non da una bella ragazza. Così giovane poi.
    Sono allibito. Forse è disgustata da me, da un uomo di quaranta anni che ha osato ammirare il suo lato B.
    Provo un po’ di vergogna.
    Non dico una parola.
    Le cinque dita mi bruciano la guancia.

    Dentro di me so d’essermela meritata la figura di merda.
    Abbasso lo sguardo, di brutto, contrito.
    Lei resta di fronte a me a testa alta. Il suo sguardo inquisitorio posso sentirlo penetrarmi l’anima.
    “Sai solo guardare? Parla!”, ordina lei.
    Non so che dire.
    Ho paura che mi molli un altro ceffone. O peggio, un calcio dritto sui gioielli di famiglia.
    Rimango muto.
    Faccio per sgommare via, ma lei mi stoppa subito ficcandomi la lingua in bocca.
    Mi bacia per un minuto buono.
    Non sono mai stato baciato con così tanto ardore. Fossi morto in quel momento sarei stato felice. Io baciato da un vero angelo.
    Raccoglie la mia mano nella sua gentile: “Andiamo”.
    Non ribatto.

    Come una coppia di innamorati camminiamo lungo via Roma. Poche parole.
    Si ferma davanti a un portone, quello di casa sua: “Sali!”
    Fa tutto lei. Mi spoglia. E poi si spoglia anche lei, in velocità. Niente inutili spogliarelli. E mi monta a dovere lasciandosi accarezzare il bellissimo sedere, perfetto. Una pesca di carne. Di amore. Di lussuria.
    Lo facciamo fra le lenzuola bianche, ansimando. Una unione carnale più che spirituale. Ma anche d’amore.
    Ci sbattiamo nell’amore perché lei ne ha voglia. Perché in strada io ho ammirato il suo culetto con desiderio non nascosto. Perché sia io che lei siamo soli, bisognosi d’incontrarci, di medicare la nostra solitudine.
    Con dolcezza baci, carezze e sesso.

    Solo dopo averlo fatto a lungo e ripetutamente prendiamo a parlare un po’ di noi. Lei ha lasciato il suo ragazzo, che l’ha tradita con un’altra. Io invece un cane randagio in cerca d’un po’ d’affetto.
    Ci raccontiamo le nostre storie centellinando un caffè caldo che lei, Sarah, ha preparato con la moka. Mangiamo fette biscottate spalmate di marmellata di fragole.
    Alla fine gli e lo chiedo: “Perché quello schiaffo?”
    Sarah arrossisce. Si è fatta bellissima, più di qualsiasi angelo delle mie fantasie.
    Un po’ imbarazzata risponde: “Ero incazzata, non con te. Non schiaffeggio gli uomini perché mi piace. Non sono quel tipo di donna lì… Ma ero incavolata e tu mi avevi guardato il fondoschiena”.
    “Mi spiace”.
    “Non c’è bisogno di dirlo. E’ naturale che un uomo guardi certe cose in una ragazza, purché non si spinga oltre se lei non ci sta”.
    Bella e intelligente. Diavolaccio, mi sto innamorando, proprio io che non ho mai creduto all’amore a prima vista.
    Devo osare: “Perché siamo qui?”
    Sarah si fa seria seria: “Perché sei un sognatore. Te l’ho letto dentro. E uno come te è sempre un uomo solo”.
    Rimango senza parole, accennando un sì con il capo. Nutro una paura terribile. La paura di perderla, perché adesso sì… Gli e lo confesso al brucio: “Ti amo”.
    Non mi aspetto niente. Ma non posso tacere. Le cose belle capitano una sola volta nella vita, se sei molto molto fortunato.
    Sono pronto a beccarmi uno schiaffone o una sfuriata tutta al femminile, con lacrime e strali di genuina repulsione.
    Sarah si avvicina a me, lasciando scivolare a terra la leggera vestaglia: “Ti piaccio?”
    “Sì”.
    “Perché?”
    Non ho bisogno di pensarci su, la risposta è nella mia anima che aspetta solo di essere liberata: “Perché nessun’altra mai ha capito così tanto di me”. Mi sfugge un colpo di tosse: “E perché ho capito tutto di te, con tutti gli errori che un uomo fa quando crede d’aver compreso l’anima d’una donna”.
    Gli occhi di Sarah si fanno dolci. Dolcissimi.
    … ho trovato Dio grazie a uno schiaffo.

  • 23 aprile alle ore 18:00
    Il prete giovane

    Come comincia: La conobbi che era ormai tardi: non avrei potuto far più nulla per aiutarla. Lei era stanca della vita. La strada, il lampione, l’incertezza: non reggeva più il peso delle notti e del darsi via a tutti, a uomini e donne, per danaro. Erano anni che faceva quella vita.
    Ed era ancora una bella donna, appetibile. Però gli occhi tradivano stanchezza infinita, e i clienti rimanevano schifati: non volevano avere a che fare con una che la dava via così, senza un minimo di finta partecipazione.
     
    Io ero un prete, giovane: nutrivo degli ideali, pensavo che la misericordia di Dio fosse infinita e che il mio scopo in terra fosse di aiutare le anime perse, anche quelle prostituite.
    Avevo finito di celebrare messa, quando la vidi. Compresi subito. Feci per avvicinarla, ma lei scomparì subito. Uscii lasciandomi la chiesa alle spalle, ma in strada della donna non c’era già più alcuna traccia. Rientrai. Avevo sentito parlare delle donnine allegre, ma ne sapevo niente in realtà. La vita l’avevo regalata a Gesù e alla castità: e la mia missione era quella di aiutare le anime a ritrovare la persa via. Tuttavia, in quel preciso momento, nonostante animato da una gran voglia di fare, devo ammettere che la strada la stavo perdendo io: ero eccitato, frenesia religiosa, apostolica, e un desiderio impuro che mi premeva fra le gambe portando angoscia al petto. L’avevo vista per una frazione di pochi secondi: era una donna bella, matura, bionda, alta, una madonna viziosa dagli occhi stanchi, profondi come un cielo di nuvole.
     
    Non lo terrò nascosto. Non la tirerò troppo per le lunghe. Subito, ecco, la confessione: lei è tornata, una due tre quattro cinque sei volte, e alla settima siamo andati a confessarci insieme, a letto. Non avevo mai ascoltato i peccati, così, con tanta determinazione nella carne. Il settimo giorno Dio si riposò, io no. Non mi ha rubato nella cassetta delle elemosine: voleva solo un povero cristo come me che l’ascoltasse e che facesse finta di asciugarle le lacrime con un fazzoletto nero. Amava che l’amassi gridando “Sodoma!”: le piaceva prenderlo lì, dabbasso. La figa non la smollava facilmente. Non le piaceva: troppo intimo, così si scusava. “Amami per quello che voglio io!”: così diceva, non si stancava mai di ripetermelo. A ogni occasione, fosse giusta o sbagliata. Era stanca come un cimitero. Affascinante come un cadavere seppellito da poche ore e subito riesumato per un capriccio di… Se di Dio o degli uomini, non è importante.
     
    Ora capite anche voi che non avrei potuto davvero far di meglio per lei. Marlene era bella. Era la fede. Un buco. Una solitudine. Una scopata. Era l’amore di Dio, e degli uomini, di quelli stanchi e sconfitti. Come prete non potevo chiedere altro. Perché allora mi sentivo in colpa? No, non era colpa quella che nutrivo in seno. Io non ero peggiore di quelli che se l’erano fatta prima di me pagandola e pestandola. Ero migliore: asciugavo le sue lacrime se non altro, le benedicevo e le bevevo.
     
    Non fu una relazione difficile come qualcuno potrebbe pensare: si era negli anni Sessanta e la società era troppo impegnata per preoccuparsi di me. Gli anarchici cadevano dalle finestre: c’era in giro troppa confusione perché qualcuno si occupasse d’un pretino e d’una puttana sulla quarantina che non poteva esser detta neanche ‘bocca di rosa’.
     
    “Quanti anni hai?”
    Lei, senza imbarazzo: “Ormai quaranta.”
    “Li porti bene.”
    “Me li sono fatti, bene o male. E’ diverso.”
    “Dove li trovi i tacchi alti?”
    “Non è difficile. Il diavolo, oggigiorno, fa pentole e coperchi. Si è adeguato.”
    “L’avevi fatto con un altro prete, prima di me?”
    “No. Tu sei il primo vergine che mi sbatto.”
    “Capisco. Perché proprio io e non un altro?”
    ”Avevi una faccia da coglione. Più degli altri.”
    “Avevo! Ed ora?”
    “Non sei troppo diverso dagli altri uomini.”
    “Però non ti pesto.”
    “Ho conosciuto uomini che mi hanno pestata a sangue e che mi hanno amata bene.”
    “Allora vorresti che anche io…”.
    ”Non sto dicendo questo. Poi, tu già sferri pesanti colpi di cilicio alla mia anima. Credi che non me ne sia accorta? Mi scopi, sì. Ma pensi sempre che sono una puttana.”
    “E’ quello che sei.”
    Cambiò discorso, su due piedi. “Mi dovrei depilare le gambe. Ce l’hai un rasoio pulito?”
    “Aspetta.”
    Le passai un rasoio di quelli usa e getta. Lo prese. “Leccami le gambe!”
    Obbedii. Leccai le sue gambe, fino alla sacra sacrestia. Più e più volte, fino a non avere più un solo goccio di saliva in bocca. In compenso avevo i coglioni pieni di sborra. Credo d’esser venuto almeno una volta mentre leccavo la sua pelle. Lei però non si fece scopare. Lasciò che la guardassi mentre tagliava via i biondi peli dalle sue lunghe gambe. Mi lasciò così. Non voleva il picciuolo del peccato né in culo né nella figa.
    “Ho goduto abbastanza mentre mi preparavi per la depilazione!”
     
    Messa la dicevo come sempre: i fedeli, pochi. I rossi, poi, quelli in chiesa non ci venivano manco morti. Non è che avessi molto da fare: ufficiavo, pulivo la sagrestia, raccoglievo qualche sdentata confessione, e il resto del tempo lo passavo con Marlene. Nessuno si era accorto di nulla: sarà stato perché lei era stanca e veniva ma senza vera partecipazione.
    “Quanto durerà?”
    “Il tempo necessario.”
    Non mi era piaciuta come risposta, troppo indeterminata: forse per poco ancora, o per sempre. C’era speranza. O misericordia.
     
    I giorni trascorrevano. Agli occhi dello specchio il mio viso appariva, giorno dopo giorno, più normale, lontano da quella castità che mi avevano insegnato in seminario. Ero una puttana, come tutti.
     
    “Credo che tu ne abbia avuto abbastanza di me.”
    “Perché mai?”
    “Ormai sei normale.”
    “Intendi forse dire che non ti eccito più?”
    “No. E’ che sono stanca. Lo ero già quando sono venuta qui.”
    “Questo lo so.”
    “Allora non c’è più ragione perché resti.”
    Ero triste, deluso. Perché se ne doveva (voleva) andare?
     
    Fu dopo che se ne andò e che non seppi più nulla di lei: presi a depilarmi le gambe, ogni settimana.
    “Amami per quello che voglio io!”: era diventato il mio motto. Lo ripetevo in ogni sermone. Ce lo mettevo dentro a forza, anche se era fuori contesto; e solitamente era sempre fuori. Non seppi aiutare né lei né me stesso. Ero diventato stanco, come lei, prima che me ne rendessi conto, veramente. Prima che accettassi la verità d’essere una puttana ma stanca. La stanchezza, questa la sfumatura sul mio viso che non avevo saputo cogliere allo specchio.
    Sono stato io, io a prostituirmi a lei.