username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Racconti di Lillo Sergi

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Lillo Sergi

  • 03 luglio alle ore 17:43
    Mio padre...Saverio Sergi, "u pintu"

    Come comincia: Mio padre, Saverio Sergi detto "u pintu" (dipinto) per le macchie del vaiolo contratto da bambino, calzolaio e fervente comunista... italiano...diceva lui e a capo di una famiglia che, come tantissime dei suoi tempi, era numerosa e composta da 6 fratelli ed 1 sorella di cui 2 non ci sono più ed io ero il più piccolo.
    Non ho mai saputo il perché mio padre aveva un debole per me…(non so…forse perché ero l’unico che aveva continuato gli studi e quindi riponeva una speranza in me…non so) e aveva gesti verso di me estremamente cari e pieni d’affeto ma anche duri per impartirmi l’educazione giusta ed anche ai miei fratelli…naturalmente.
    Questo lo dico perché non era uno che faceva molte smancerie e non dimostrava a parole il suo affetto e penso che in 24 anni (avevo quest’età quando è mancato) lui non mi abbia mai detto ‘ti voglio bene’. 
    Sia a me che ai miei fratelli non ci ha mai abbracciato e nemmeno ci ha mai baciato se non in rare occasioni, nè tanto meno ci ha mai accarezzato ma il suo affetto ce l’ ha dimostrato sempre e giornalmente con piccoli gesti in quel poco tempo che aveva fuori dal lavoro: una disponibilità illimitata, abbracci al momento giusto, la parola giusta al momento giusto, la sua presenza al momento giusto…insomma …una persona equilibrata ma con pochi sorrisi, a dir la verità.
    Abbiamo imparato a capire il suo modo di fare e di essere e lo rispettavamo.
    Lo dico senza peli sulla lingua: mi ritengo fortunato per aver avuto un padre così....per tutto quello che mi ha insegnato e per esserci sempre stato. 
    Penso di non avergli mai detto ‘ti voglio bene’ a voce e devo dire che a volte mi sarebbe piacuto dirgli tutto ciò che penso... dirgli quanto lo stimavo, quanto per me era importante e quanto gli volevo bene sebbene la sua durezza per il rispetto delle regole familiari.
    Mi piacerebbe dirgli che se oggi io sono così lo devo soprattutto a lui (e ovviamente anche a mia madre), che con enorme pazienza mi ha insegnato tante cose... cose importanti come l'onestà, la lealtà, la semplicità, l'umiltà, la correttezza, il rispetto per ogni essere vivente...dalla natura all'uomo, il non perdersi d'animo e la voglia di fare qualcosa per gli altri. 
    Negli ultimi tempi, prima di mancare parlavamo molto e mi ha insegnato tante altre cose.
    Mi ha insegnato che prendersi cura della natura e degli animali significa poi prendersi cura di sè stessi e dell'uomo. 
    Mi ha insegnato che sognare non fa male se si tengono i piedi per terra e che è giusto inseguire i sogni. 
    Mi ha insegnato che tutto si può fare, basta impegnarsi e provarci. 
    Avrei voluto poter trovare un modo per fargli capire quanto gli sono stato grato per tutti quei 24 anni e dirglielo in faccia ma non ho fatto in tempo…purtroppo.

  • 02 luglio alle ore 11:30
    Sorrisi da trasmettere

    Come comincia: Ho menzionato i miei genitori, Sergi Saverio e Surfaro Concetta, in varie poesie in vernacolo calabrese ma questo che oggi mi va di raccontare li riguarda in un giorno particolare.
    Gli ero attaccatissimo e ancora oggi, a tantissimi anni dalla loro dipartita, rivolgo un pensiero soprattutto negli anniversari di morte e nelle feste tradizionali.
    Racconterò di quando compirono i 25 anni di matrimonio che non festeggiarono come si usa adesso ma in modo sobrio e con mia madre che cucinò come fosse una domenica come tante altre e con i figli che comprammo delle paste e dello spumante per brindare con loro a quell'evento importante che avevano raggiunto.
    Avevo 12 anni e ricordo che stetti bene veramente perché, come mai negli anni passati, li vidi allegri e sorridere veramente di cuore.
    Ricordo che la cosa che mi lasciò anche un pò meravigliato, perché in famiglia non succedeva spesso, essendo noi figli un pò restìi a rispettare delle regole, e non solo familiari, ch'egli voleva rigidamente impartirci, è che ho visto mio padre ridere di gusto ed è stato bellissimo, abituato a vederlo spesso corrucciato e arrabbiato con me ed i miei fratelli.
    Poi ricordo i sorrisi di mia madre che invece lei elargiva spesso e che poi, purtroppo, finirono con la malattia di mio fratello Ninì e con la sua morte.
    Vederla godersi quella giornata mi riempì di una felicità così immensa che non riesco a descrivere e proprio quel giorno mi resi conto, vedendola così felice, di volerle un bene infinito.
    Volevo bene a entrambi ma mentre il rapporto con mio padre era diverso, poiché scoprivo giorno per giorno, in base ai suoi consigli ed insegnamenti, ch'ero simile a lui, per mia madre invece sentivo quel "qualcosa" in più che me la faceva voler bene in modo più intenso e particolare rispetto a lui e certamente avrei fatto di tutto per vederla sempre felice come quel giorno.
    Comunque, tutti quei sorrisi ed emozioni provati soprattutto da loro quel giorno, aumentarono nel momento del brindisi e così felici a loro volta resero felice me ed i miei fratelli per vederli così lieti in quel bellissimo evento che, per colpa del destino, non si sarebbe più ripetuto.
    Questa giornata è rimasta indelebile nella mente e nel cuore e avrei voluto che si fosse ripetuta negli anni a venire ma purtroppo la vita, come riserba gioie riserba anche dolori e anche se si dice sempre e banalmente che "bisogna andare avanti", sì...si va avanti ma non sarà più lo stesso.
    So solo che i sorrisi di quel giorno bastano ed avanzano per me per poterli, come già sta succedendo, trasmetterli sempre e comunque alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia e perché no...al mondo intero.

  • Come comincia: Guardando un video e lieto della tenerezza e della simpatia della coppia protagonista che fa manualmente il pane casereccio, mi vengono in mente tanti mestieri ma tra questi ricordo quelli che ritengo i più importanti perché di gran lunga più in uso e che adesso sono quasi scomparsi come per esempio i calzolai, dei quali a Melito di Porto Salvo si sono perse le tracce.
    Tra questi vi erano Domenico (Mico) Scordo, Scapolla e mio padre che, a detta dei melitesi, miei compaesani, come loro ce n'erano pochi bravi nel rattoppare scarpe e, nel caso di mio padre, anche a farle nuove.
    A dire il vero anche panettieri ce n'erano poco e tra questi Ciccio (Baffa) Toscano del Paese Vecchio (che dicevano facesse il miglior pane con i famosi "biscotti di pane"), Saverio Tripodi alla frazione Lacco e Benito Romeo al rione marina; con loro ricordo che in casa avevamo sempre buon pane fresco e fragrante.
    Di falegnami non ce n'erano neanche tanti ma questi pochi erano veramente bravi come i "maestri" (come venivano definiti) Salvatore (Turi 'u nòbili), Pietro Patera e Giacomo (Black) Romeo che fra i tre era il meno richiesto.
    Devo far presente, per diritto di cronaca, che, sebbene tutt'e tre fossero accaniti fumatori, non vi fu alcun caso d'incendio nelle loro falegnamerie.
    Come dicevo questi mestieri erano pochi mentre ora sono meno di poco e se adesso le scarpe che possono esser riparate le butti e le compri nuove come le porte o le finestre o i portoni, un motivo ci sarà.
    Tra i tant'altri mestieri solo il panettiere ancora resiste e che, vuoi per l'importanza del prodotto o per il fatto che gli odierni supermercati sono provvisti di panettieri ed anche bravi, fan sì di aver tutti i giorni sulla tavola del pane di ottima fattura e di tutte le speci e forme possibili ma che io, personalmente, non cambierei con quello dei maestri panettieri della mia fanciullezza che ancora ne ricordo il profumo che aleggiava in cucina quando mia madre, dopo averlo ricevuto perché, (come il Toscano) lo portavano anche a domicilio, lo adagiava sulla tavola dopo averlo affettato delicatamente.

  • 02 luglio alle ore 7:52
    Dolci ricordi

    Come comincia: Oggi è stata una splendida giornata di sole e so che parecchi amici e conoscenti si sono riversati al mare a prendere il sole e a tuffarsi…dove sarei andato volentieri anch'io ma, purtroppo, lavoravo.
    Penso però che anche con un caldo asfissiante mi sarei incamminato volentieri in uno di quei sentieri su in collina in cui puoi trovare e raccogliere more, lamponi, mirtilli e farne poi un'ottima marmellata.
    Allora la mia mente è ritornata indietro nel tempo quando ancora ragazzo, d'estate, insieme agli amici partivamo per raccogliere questi frutti di cui eravamo golosissimi (soprattutto delle more, in una zona in cui se ne trovavano tante) perché poi le nostre mamme insieme alle nonne facevano le marmellate.
    Mi ricordo ancora il profumo che si spandeva per tutta la casa, quando bollivano: un odore inconfondibile, intenso.... di buono.
    Mi ricordo anche che era una delle poche cose che mangiavo volentieri, spalmata su delle fette biscottate o su una fetta di pane casareccio insieme a un pò di ricotta fresca insieme al latte appena munto.
    Sapori di una volta che non ho più ritrovato.
    Se ci penso e chiudo gli occhi mi ritrovo ancora lì, nella casa colonica di zia Cata in cui ho trascorso i migliori anni della mia infanzia... gli anni più spensierati e felici della mia vita....

  • 20 maggio alle ore 16:39
    Il bar Serranò

    Come comincia: Uno dei più noti bar di Melito di  Porto Salvo che a partire dalla fine degli anni ’60 ha fatto tendenza soprattutto per i non melitesi, è (o meglio è stato) il bar Serranò. 
    Era e lo è ancora, situato sulla via Nazionale a ridosso del lungo e bel Viale delle Rimembranze che come il Corso Garibaldi, il Paese Vecchio, la piazza della stazione ferroviaria, la piazza di Porto Salvo, la piazza dell’Immacolata e tante altre zone è stato oggetto del piano dell’abbellimento estetico previsto per la città già da tanti anni. 
    Proprietari del bar, gelateria pizzeria e rosticceria, sono i fratelli Serranò Giovanni, Diego, Roberto, Massimo e Sandro, che, alla morte del loro papà Tito, ne hanno rilevato, logicamente, la gestione insieme alla madre. 
    Nel 1980, io vi lavorai nel periodo estivo da giugno a settembre e devo dire che allora, non essendo ancora così grande e con annessa la pizzeria e la rosticceria, il bar era affollatissimo soprattutto di sera e frequentato tantissimo da clienti affezionatissimi che venivano dall’entroterra ed anche da Reggio città e paesi limitrofi per gustare il rinomato gelato e le granite di “don Tito”. 
    Ricordo che io, lavorando dalle 14,00 alle 01,00 di notte, alla fine ero stanco ma la “sbirciatina” al “Petit Paradis" era d’obbligo e questo mi portava ad alzarmi non prima delle 12,00, andare al mare, rinfrescarmi, pranzare di corsa e ritornare al lavoro sempre stanco. 
    Proprio per questa mia stanchezza che non m’impediva lo stesso di essere efficiente sul lavoro una sera ne combinai una bella. 
    Dopo aver preparato il vassoio con vari gelati, granite e bicchieri d’acqua (almeno 15 pezzi) e aver preso lo scontrino alla cassa, stavo avviandomi verso il tavolo dei clienti, quando sentì una voce che mi chiamava, facendomi girare di scatto. 
    Malauguratamente dietro di me c’era la signora Mimma, moglie di “don Tito” che, avendo dimenticato io di prendere i fazzolettini, me li voleva dare per portarli al tavolo. 
    Quando mi girai presi in pieno la signora, che, essendo più bassa di me fu presa in pieno volto. Cadde all’ indietro con tutto il vassoio addosso pieno di gelato, granite e acqua facendo un rumore fragoroso che fece sobbalzare tutti i clienti seduti dentro e fuori del bar. 
    Fortunatamente la signora non si fece male e finì che ci mettemmo a ridere per sdrammatizzare la cosa. 
    Sicuramente se non fossi stato stanco, non sarebbe successo. 
    Comunque quell’ estate, lavorando lì ebbi il modo di conoscere molta gente e molte “prede estere locali”. 
    Il bar, negli anni a seguire, s’ingrandì e si rinnovò continuando a fare tendenza sempre con molti clienti provenienti da Reggio Calabria.
    Adesso con il Lungomare dei Mille e qualche bar in più che fa concorrenza anche apertosi vicino, il bar Serranò è meno frequentato ma è usato adesso anche per vari avvenimenti tipo compleanni, battesimi, comunioni e talvolta per convegni. 
    Da qualche anno è diventato nun albergo a 5 stelle; quell’ albergo che manca da sempre ad una città come Melito e che speriamo, gestito da questi giovani e bravi imprenditori, farà sì che almeno da questo punto di vista sia più apprezzata nel futuro che ci auguriamo sia, economicamente e turisticamente, più florido.

  • 28 aprile alle ore 19:10
    Il chiosco "da Turi"

    Come comincia: Sui luoghi di mare che venivano frequentati negli anni '70 a Melito di Porto Salvo e che comprendevano varie zone a partire dalla frazione Pilati per finire ad Annà, menzionerò un chiosco che fin dalla fine degli anni ’60, è stato frequentato da parecchia gente della città ma soprattutto dei quartieri Porto Salvo, Sbarre, S. Leonardo e si chiamava, prima, “da Pennestrì” e poi, alla morte del proprietario, il signor Nino, ”da Turi”, il figlio anch’egli adesso deceduto.
    Questo, rispetto ad altri bar e chioschi che menzionerò fungeva solamente da bar, mentre dal lato opposto, vi era tutte le estati, un capanno dove si vendevano le angurie che la famiglia vendeva anche sulla via Nazionale, nei pressi del bar Serranò (bar nel quale io vi ho lavorato e di cui vi parlerò in seguito, raccontando anche qualche aneddoto) e che ormai non esiste più, sostituito da un albergo sempre gestito dalla famiglia Serranò.
    Una particolarità che aveva questo chiosco rispetto agli altri, era che gli abituali frequentatori ed anche avventori giocavano spesso al “patruni e sutta”, gioco di società o meglio, di compagnia, (anche questo menzionerò parlando del “Checco”), dove lo scopo principale del gioco è quello di bere, magari ubriacandosi, lasciando gli avversari o qualcuno “all’urmu” (all’asciutto); e questo dopo vari trucchi di parole e giochi di squardi e movimenti di bicchieri e bottiglie.
    Il gioco si poteva svolgere sia con la conta che con le carte e con tutti i tipi di bevande.
    Il chiosco era stato fatto tutto nuovo e in legno ed era frequentatissimo anche perché dov'era situato vi era la piazza di Porto Salvo, anch’ essa fatta nuova, di fronte al Lungomare dei Mille e quindi di passaggio continuo di auto e vari mezzi come bici, motorette e moto.        
    Adesso, da qualche anno è stato rimosso completamente dai proprietari. 

  • 24 aprile alle ore 13:18
    Il progresso sì... ma va troppo forte

    Come comincia: Certo è che si viveva da bambini senza tanti stress come adesso.
    Ultimamente, però, e penso che sarà l’età, mi accade spesso di mettermi a letto la sera e di non addormentarmi subito e mi capita di pensare ai fatti miei e della mia famiglia e ai miei morti.
    Certe volte , anzi parecchie volte, vado indietro nel tempo a quando ero bambino, proprio ai primi anni della mia vita.
    L’altra sera mi è venuto in mente, parlando di un caro amico venuto a mancare ancora giovane, di come si viveva semplicemente e genuinamente a Melito, ma, soprattutto, al Paese Vecchio, quartiere a me caro, essendovi nato e avendovi vissuto l'adolescenza.
    Ai miei tempi di bambino, il Paese Vecchio penso fosse abitato da più o meno un migliaio di persone e le case (allora di meno) sembravano, messe tutte in fila, quasi tutte uguali. Ricordo che a mezzogiorno in giro non c’era nessuno perchè eravamo tutti a casa intorno alla tavola.
    Nella mia famiglia eravamo in nove e ogni giorno sembrava di essere in un asilo, tanto eravamo piccoli dato la differenza d’età minima.
    Dal mio prozio Costantino, lo zio di mio padre che aveva anche la stalla, d’inverno eravamo tutti dentro a sgranocchiare granturco, a giocare a carte, a riscaldarsi, perché allora faceva più freddo, oltre che con il braciere anche con il respiro del vitello e della capra che mio zio ogni anno pasceva per venderli alla fiera di Porto Salvo, allora la più grande del circondario melitese.
    Mio padre mi raccontava che tanti anni prima si era ricchi se si avevano due buoi e un cavallo, un carretto ed un carro per il trasporto dell’uva e del fieno che si vedevano ancora allora.
    Dalle parti di mio zio, i cortili erano quasi tutti uguali e noi bambini scorazzavamo in mezzo alle galline e talvolta anche ai conigli.
    Ricordo, con grande nostalgia, quando mio zio e mio padre e le sue sorelle preparavano il vino con l’uva della vigna che mio zio aveva in società con sua cognata, la zia Cata, come la chiamavamo, colona di una famiglia di Reggio della quale adesso non mi sovviene il nome.
    C’era allora tanta allegria ma anche un gran movimento e si lavorava duro; anche noi bambini, tantissimi tra io e i miei fratelli, i cugini del Belgio, di Gallarate e di Milano che scherzando e cantando, insieme ai grandi ballavamo sui grappoli, scalzi, nelle tinozze nel largo davanti alla casa colonica fino a notte inoltrata, mezzanotte, più o meno.
    E poi a lavarci le gambe con l’acqua calda a toglierci le bucce che ci rimanevano attaccate alle dita dei piedi, facendo un enorme baccano, di quanto ci divertavamo.
    La zia Cata, nel pezzo di terra che aveva in dotazione, seminava anche il grano, i fagioli, piselli, pomodori, patate: un po’ di tutto insomma.
    E non parliamo degli alberi di frutti di tutti i tipi che aveva e che per noi ragazzi erano la manna del cielo, certe volte attaccati agli alberi come le scimmie.
    La cosa che mi piaceva di più, a quei tempi, era che ci conoscevamo tutti, essendo in un rione e noi giovanissimi davamo del “voi” agli anziani con più rispetto di adesso, e se c’era una ricorrenza o un decesso di qualcuno, eravamo tutti presenti, “randi, riddhi e picciriddhi”, come si soleva dire allora con più frequenza.
    Era veramente un’altra cosa (rispetto ad ora che purtroppo non è più di moda) il fatto che ci conoscevamo tutti, ci davamo una mano l’un l’altro; ci si voleva bene, insomma.
    E che tranquillità, che pace e che cordialità, cose che un pò adesso vanno scomparendo ad una velocità impressionante.
    Ora, com’è sotto gli occhi di tutti, ci sono tutte le comodità. Ci si è arricchiti: cellulari, televisioni con parabole grandissime, computers, auto di lusso, eleganti ville.
    Anch’io quasi mi annovero tra questi, a parte l’elegante villetta ed un’auto sportiva invece che di lusso. 
    Ci sono più case, poche vigne, il vino c’è sempre, quattro banche, tantissimi negozi.
    Dove c’erano le stalle, lassù al Paese Vecchio, ora ci sono case nuove ed anche dei garage, da come ho notato ultimamente ed in più è stato, diciamo "abbellito", come il resto della città.
    Il benessere, se così vogliamo chiamarlo, rispetto ad allora, ha cambiato la fisionomia del paese e, soprattutto, della gente.
    Ho abitato in seguito al centro di Melito ed avevo notato che non eravamo più vicini come allora, neanche adesso per la verità e ognuno si faceva (e si fa) gli affari suoi.
    Stabilire s’è meglio adesso o allora? Mah! Non saprei.
    Io sono per il progresso, non esagerato tecnologicamente parlando, come ho detto, però ogni tanto ripensare ai miei e a tanta gente che tanto ha tribolato e lavorato mi fa salire un groppo alla gola e mi stringe tanto forte il cuore.

  • Come comincia: Nei primi giorni di novembre e soprattutto l’11 novembre in tutte le cantine enologiche si aprono le botti e si festeggia il cosidetto ‘’vino novello’’.
    Io, essendo divenuto cliente, fui invitato il 9 novembre 2008 dalla premiata ‘‘Azienda Vinicola Malaspina’’ e ci andai più per curiosità che per altro.
    Certo è che non basterebbero solo tre parole per descrivere l’ avvenimento come quello di quella sera che anche quest'anno, ed anche l’anno scorso (ancora invitato ma essendo convalescente a causa dell’incidente occorsomi declinai l’invito), sono stati senza dubbio un incontro misto di cultura popolare e di gusto che se dovessi sintetizzare direi : uomini, incontro, bellezza di ogni tipo.
    Quella sera (era la domenica 9 novembre) presente per la prima volta in quella prestigiosa (si può benissimo menzionare così) cantina dell' azienda, situata in contrada Pallica di Melito di Porto Salvo, andò in scena l’apertura delle botti per il "Novello 2008".
    Ricordo che il programma alla fine fu ricco di angoli golosi, momenti di riflessione e tavoli di veri e buoni prodotti gastronomici e fu davvero un incrocio di pensieri e, senza dubbio, emozioni.
    Non fu secondo me una semplice vetrina del vino e prodotti buoni e genuini e non solo piacere per il palato ma una passerella per uomini e donne che hanno elevato sicuramente il gusto di partecipare alla serata.
    Quella sera ad ogni tavolo (sui quali vi erano esposti i formaggi, i salumi, le zeppole, le olive di tutti i tipi) a cui mi avvicinavo per assaggiarli mi capitò d'incontrare i volti di persone conosciute da sempre di cui conosco la loro storia personale (e che a loro volta conoscono la mia) e di molti la fatica del proprio lavoro.
    Devo dire veramente che per me fu un viaggio oltre che per aver rinforzato vecchie conoscenze e aver fatto qualche nuova amicizia anche di un momento che si è riempito di significati che vanno oltre la semplice offerta della specialità enologica.
    Belli quegli incontri e con le storie di alcuni, quelle strette di mano e abbracci tra i visitatori e fra il produttore don Consolato e i visitatori sotto gli occhi soddisfatti della moglie e dei figli.
    Tra quei semplici tavoli dentro la cantina respirai veramente l’aria pulita del dialogo e la narrazione (mai pomposa) delle tradizioni che lì (come dappertutto in Calabria) diventano sapori e soprattutto delle nostre origini che si tramutano quasi sempre in vere lezioni per il presente.
    Mi divertìi a chiacchierare in mezzo a quei tavoli e penso che non solo per me ma per tutti quell’incontro fu curiosità tramutatosi in allegria e naturalmente giovialità.
    E’ stato proprio cibo per l’intelletto e per il cuore quello che ci regalò il patron della manifestazione, Consolato Malaspina, organizzando con capacità quella serata coll' intento (da quello che capìi,)di esaltare la tavola come momento della partecipazione e dell’unione tra gli uomini, salvaguardando, con competenza, il piacere per il buon vino e i nostri prodotti gastronomici.
    Quindi presentazione e pubblicità del vino ma anche incontro di uomini, famiglie, storie, eseguite con bravura da un uomo sempre proteso all’accoglienza, all’ospitalità, alla ricerca continua del rapporto umano in una società melitese (a mio modo di vedere) dove è sempre più difficile incontrare uomini che ascoltano e che si aprono al rapporto.
    Il signor Consolato quella sera mi dimostrò che non è solo un ottimo produttore di vino ma (per quanto io poco lo conoscessi) un uomo pieno di qualità umane e se oggi da Pallica e dalla sua azienda (il primo sono io) transitano e si fermano tantissime persone, il merito è dovuto soprattutto a lui e a questa sua capacità.

  • 06 aprile alle ore 19:53
    Terremoto... brutta bestia

    Come comincia: Il terremoto, per chi non lo sappia ancora, è la cosa, per quanto riguarda soprattutto la paura, che mi ha fatto più impressione di qualsiasi altra cosa io possa aver assistito, fin’adesso. 
    Su quest’ evento mio padre mi raccontò di suo padre che, quando successe il terribile e catastrofico terremoto (e anche maremoto, non dimentichiamolo) del 1908, aveva 23 anni.
    Nella sua giovanile esuberanza, mio nonno era scettico sulla pericolosità del terremoto perché, secondo lui, bastava mettersi sotto un pilastro che non ti succedeva niente. 
    Evidentemente non era così.
    Mio nonno, quando sentì la prima scossa, tranquillizzò tutti perché aveva visto che la lampadina si muoveva poco ma quando sopraggiunse la seconda e vide la sedia dove appoggiava i vestiti a terra con ancora i vestiti lì e la tendina della finestra a terra, incominciò a gridare come un dannato:" Presto! Presto! Tutti fuori”.
    Quando mia nonna lo vide fuori nella piazza scalzo e quasi nudo, gli disse:” E allora? Non ti sei riparato sotto il pilastro? ”Mio nonno rispose ancora impaurito: ”Min…a, ch’era forte!!!
    Così il suo scetticismo sulla non pericolosità del terremoto finì lì.
    Ho voluto raccontare questa vicenda che mi ha trasmesso mio padre, dove si capisce, senza mezzi termini, che quest’evento che non si riesce a prevenire ancora del tutto, fa molto paura e non solo per la pericolosità ma per la visione della terra e delle cose che si muovono con un ritmo e un boato da far rizzare i capelli solo al pensarci.
    Come successe a me nel 1977, dentro al cinema “Mio Sogno” di Melito e che difficilmente sparirà dalla mia mente.

  • 31 marzo alle ore 7:10
    Il professore Aloi ed il pescecane

    Come comincia: Potrei scrivere di cose che in questo periodo mi hanno fatto pensare tanto ma oggi, come ho fatto spesso e come mi piace fare, voglio raccontarvi una storia anche e soprattutto per far notare l’incoscienza ed esuberanza che si ha da giovani quando si fanno le cose anche a sprezzo del pericolo. 
    Una di queste era, per esempio, che tutti gli amici partivamo la mattina prestissimo per nuotare in alto mare (e sto parlando di chilometri e chilometri), per vedere le tante navi, anche transatlantici, che solcavano le acque dirette nei mari dell’Estremo Oriente, dopo la riapertura del canale di Suez negli anni '70 .
    Eravamo giovani ed anche inconsapevoli dei pericoli che avremmo potuto attraversare immergendoci in acqua per tutta la giornata (ritornavamo il pomeriggio inoltrato), soprattutto quello dei pescecani che, attratti dai rifiuti delle navi, avrebbero potuto crearci veramente dei seri problemi.
    Tutti quanti smettemmo questo svago quando il signore, del quale mi appresto a dirvi il nome, ci raccontò di un suo “incontro ravvicinato” con un pescecane. 
    Era il professore di scuole elementari prof. Aloi, bravissimo insegnante ed anche uomo di capacità umane degne di rispetto. 
    Egli allora usava di mattina presto fare delle nuotate al largo per almeno 2 ore e lo faceva quasi tutti i giorni quando vi erano le belle giornate estive che allora incominciavano da marzo. 
    Un giorno che non andammo in acqua perché le nubi facevano presagire un temporale vedemmo che il professore ritornava a terra “a tutta birra” e ancora trafelato, dopo che lo stesso aveva preso respiro, ci raccontò con un modo che solo un insegnante poteva avere, e cioè facendo notare ogni piccolo particolare, quell”incontro”. 
    Ci disse che mentre si stava riposando un pò (era lontanissimo dalla riva) vide una ''cosa'' nera che, alla distanza di una trentina di metri, girava in modo lento intorno al pezzo di mare dove si trovava lui.
    Guardando meglio notò e…anzi, ne ebbe conferma: si trattava di una pinna di pescecane. 
    Cosa fare a quel punto? Ci disse che in quel momento gli venne in mente un vecchio documentario che aveva visto nella rubrica “L’amico del giaguaro”, in onda in tv negli anni '70 e molto seguito, e che parlava, appunto, di pescecani. 
    In quel servizio si consigliava, sebbene presi dalla paura, di cercare di mantenere i nervi saldi e possibilmente di restare immobili perché i movimenti del nuoto concitato, nel cercar di scappare, avrebbero sicuramente attirato il pescecane e che quindi avrebbe attaccato senza lasciare più scampo. 
    Così fece, ci raccontò, ma solo perché, effettivamente fu “bloccato” dalla paura e non perchè si ricordò di farlo. 
    Disse che il pescecane fece un paio di giri attorno e poi, non notando niente che lo potesse interessare per cibarsi, si allontano’ solcando l’acqua a zig zag. 
    Quando il professore calcolò che il pericolo era svanito ci disse, facendoci morire dal ridere, che incominciò a nuotare ad una velocità incredibile fino a riva.
    Tutti restammo a sentirlo con attenzione per tutto il racconto e, anche se alcuni furono scettici sulla vericidità dell’accaduto, non ci buttammo più in acqua se non per nuotare per qualche metro dalla riva e alcune volte neanche per quello.
    Io penso invece, ma non ne sono stato mai sicuro al 100%, che i nostri genitori, preoccupati sempre di quelle estenuanti e pericolose nuotate di noi ragazzi, approfittando dell’hobby del professore, si misero d’accordo con lui per raccontarci quella “balla”. 
    Mio padre, gli altri genitori ed il professore stesso, anche anni e anni dopo, non ci dissero mai la verità. 
    E’ rimasto sempre un mistero.

  • 26 marzo alle ore 17:56
    Una sconfitta amara

    Come comincia: Messina-Campionato Interregionale Serie C-Anno 1977/78
    Klan Rugby Messina-Kent Rugby Melito

    Eravamo in trasferta e dovevamo giocare a Messina contro il Klan Messina, compagine che aveva militato l’anno precedente (ed anche anni prima) in Serie B e che era retrocessa più per gli infortuni che per altro.
    Ricordo che non era una bella giornata e penso che il traghetto con il quale attraversammo lo Stretto ci scombussolò a tal punto che poi in partita non rendemmo come avremmo dovuto.
    Anzi è stato così perché per il gioco espresso in campo avremmo dovuto vincere ma purtroppo la nostra “solita” grinta ci venne a mancare.
    Giocavamo di pomeriggio alle 15 e c'era un vento fastidioso (per il rugby lo è moltissimo dovendo giocare con una palla non tipicamente rotonda ma ovale).
    L’allenatore che conosceva già la squadra di Messina avendo giocato contro di loro per ben sei volte in Serie B, disse a me, mediano d’apertura e a mio fratello Pietro, mediano di mischia (cioè coloro che dirigevamo il gioco con gli schemi) di non “aprire” sempre il gioco poiché avendo loro delle “ali” velocissime (una giocava nella Nazionale Giovanile), se avessimo perso palla c’avrebbero sicuramente fatto la “meta”(goal, per il rugby) essendo scoperti.
    Così facemmo. Essendo loro più forti di noi (in verità non di molto) e con il vento a favore (a cui loro però erano abituati più di noi), questo non ci consentì di andare in “meta” per ben tre volte (e a loro per due volte) fino a quando, verso la metà del 2° tempo (i tempi nel rugby sono due di 45’ min.), non realizzarono con un bellissimo calcio piazzato (calcio di punizione) un fallo commesso da uno dei nostri a metà campo. 3-0.
    Il risultato si potrasse così fino a qualche minuto dalla fine.
    Allorquando, con un' astuzia di Mario Lampada, giocatore dotato anche di una grinta notevole oltre che generoso e appunto astuto, conquistò anch’egli un calcio piazzato proprio a circa 10 metri dai pali e centrale che per il rugby equivaleva, come per il calcio, ad un calcio di rigore.
    Essendo io incaricato di battere come al solito questi calci avendo precedentemente giocato anche a calcio a livello giovanile ed avendo quindi confidenza con il pallone (anche se ovale), mi preparai a calciare pensando che con quei 3 punti avremmo potuto almeno pareggiare una partita che meritavamo di vincere.
    Dopo aver controllato come sempre l’entita’ e la provenienza del vento con il tipico indice bagnato, sicuro che sarei riuscito ad “infilare” la palla tra i pali della porta avversaria, essendo così vicino calciai senza tanta forza.
    Non ci crederete...la palla roteò beffarda e andò a colpire il palo scivolando fuori campo.
    Sicuramente non potete sapere che delusione si ha nel rugby, anche se contenuta, quando qualcuno (in questo caso io) sbaglia un calcio che potrebbe darti la vittoria o almeno un pareggio.
    Facendo un eufemismo semplice semplice (e senza essere retorici perché potrebbe essere per altri sport la stessa cosa), è come quando il cavallo arriva secondo al traguardo ed il fantino, anche se deluso per la sconfitta, gli dà lo stesso lo zuccherino per ricompensa.
    Beh...nel rugby è lo stesso. 
    La squadra, tutta compatta lotta per arrivare al traguardo (la vittoria) o per lo meno a non perdere; se poi alla fine questo traguardo non si raggiunge per un’ errore (che ci può stare per carità) dettato da supponenza e poca umiltà, allora la delusione è grande.
    Comunque tutto finisce là. 
    Nel rugby tutto finisce al fischio finale dell’arbitro; ci si dà la mano e ci si saluta dopo aver bevuto qualcosa insieme, quasi sempre la birra.
    E’ così fu. Al ritorno a casa, sul traghetto, tutti i miei compagni fecero finta di buttarmi in acqua e finì con la mia promessa che mai e poi mai sarei stato così “sufficiente” nel calciare.
    In effetti continuai in seguito a calciare senza mai sbagliare, riconquistando la fiducia dei compagni, dell’allenatore ed anche del pubblico che allora non era numeroso ma partecipava abbastanza e calorosamente.

  • 12 marzo alle ore 1:28
    L'arpia

    Come comincia: L' altra sera, dopo l' incontro con un vecchio amico e compagno di scuola e ricordando quei bei vecchi tempi, mi va di raccontarvi una storia che, per il suo finale sorprendente, ha lasciato (oltre che me) anche quelli che hanno saputo di quest' evento a dir poco stupefatti, non altro per il fatto che la solidarietà in ambito scolastico a quei tempi ancora forse non si era mai vista.
    Questa storia verrà da me esposta anche essendo passata da anni la discussione sul bullismo all' interno della famosa e scriteriata riforma dell' incompetente ministro del governo Berlusconi Gelmini di tanti anni fa che , tra l' altro, ammise poi con non poca riluttanza di aver sbagliato a proporla.
    Essendo convinto che il bullismo odierno si deve combattere senza tregua e senza aver paura di eventuali vendette di chi subisce la sanzione scolastica, vi racconterò di un fatto successomi al V ginnasio, quando per la prima volta capì, almeno in quel contesto, il significato della parola solidarietà.
    Non si tratta di un caso vero e proprio di bullismo ma per poco non lo diventava, se ci fosse stato un delinquente al posto mio.
    Prima di tutto vi vorrei raccontare del personaggio principale di questa storia che segnò, e non solo la mia, una parte della mia vita scolastica. 
    Parlo della professoressa di lettere, la signora D’ascola (ora deceduta da tanti anni) che fu l’artefice dell' unico anno perso dei miei studi.
    I miei coetanei e compagni di liceo se la ricorderanno sicuramente perché, oltre che essere brava e preparata, allo stesso modo era severa ed inflessibile nella pretesa dello studio delle sue materie. 
    Per quest’ultima descrizione veniva soprannominata da tutti “arpìa”, soprannome “ad hoc” anche perché era di una bruttezza che richiamava veramente l’animale appena menzionato. 
    Nel suo lungo insegnamento al liceo di Melito di Porto Salvo, proprio per questa sua severità fece stragi di studenti che come me non dico che per tanti anni la maledirono, (io mai, perché avevo avuto torto e parlo solo per me, perché non è mia abitudine farlo) ma sicuramente non pensavano di lei delle belle cose quando l’incontravano al liceo o in città. 
    Prima di raccontare la storia di questa mia bocciatura al v ginnasio (era il 1971), vorrei ricordare che si era dopo gli anni cosiddetti “di piombo” e che quindi tutti i giovani, o quasi tutti , risentivamo di quel periodo di contestazione giovanile e quindi non eravamo certo come si suol dire degli “stinchi di santo”. 
    Per quanto riguarda la mia bocciatura, questa scaturì non tanto per lo studio delle materie letterarie ma per la condotta che non era per niente buona prima ma che, dopo il fatto, ne provocò senza appello il motivo.
    Si era nel periodo di Carnevale e i più diciamo “discoli” della classe, tra cui naturalmente vi ero io, decidemmo di fare un scherzo, guarda caso proprio a lei , l’odiata “arpìa”, la quale veva fatto capire che a parecchi ci avrebbe “rimandati” a settembre. 
    Mai l’avesse detto. Vendetta!!!
    Per giorni e giorni ci scervellammo come avremmo potuto vendicarci di quel “sopruso” che si stava consumando sulle nostre vite. 
    Decidemmo allora che uno di noi, dopo la conta per vedere a chi toccasse, avrebbe “sparato” una filanda sulle spalle della prof.ssa appena entrata in classe e avviatasi alla cattedra. 
    La filanda fuoriusciva facendo un botto assordante dal basso di una bottiglietta tirando un filo dall’alto della stessa finendo poi ad attaccarsi sul vestito.
    Capitò a me (non ci furono “brogli” perché feci proprio io la conta essendo il piu grande di qualche mese) che, anche essendo seduto vicino alla porta, ero la persona ideale per portare a termine la vendetta. 
    Quel giorno arrivò... e arrivò anche per me il significato della parola “solidarietà”, almeno in quel contesto. 
    Beh... per farla breve, quando la filanda uscì dalla bottiglietta con un rumore fragoroso, conficcandosi nelle spalle della prof.ssa, lei spaventatissima e paonazza in viso, si girò subito, e anche senza vedermi ma per logica (per la posizione del banco), mi accusò dicendomi che l’avrebbe detto a mio padre e che me l’avrebbe fatta pagare cara. 
    Io naturalmente negai e mentre lei continuava ad insistere sulla mia colpa, all’improvviso una mia compagna, Mimma Alati, per prima si alzò dicendo: -Prof.ssa, sono stata io!-
    Avete presente quella pubblicità di qualche anno fa in cui si consigliava l’uso del profilattico, dove a un’accusa del professore tutti si alzano dicendo, appunto:-Sono stato io!-
    Non ci crederete ma è successo proprio così. Tutti i miei compagni, indistintamente, si alzarono pronunciando quelle parole. 
    Io, come l’”arpìa”, restai sorpreso ma allo stesso tempo contento. 
    Comunque... la prof.ssa restò convinta della sua ipotesi e andando contro gli altri colleghi al consiglio, che proponevano quattro materie a settembre, mi fece bocciare pretendendo di aggiungere alle materie anche la condotta.
    Alla fine devo dire che quella bocciatura fu “positiva” per tanti aspetti, primo perché ebbi modo di avere un’insegnante negli anni a seguire, la prof.ssa Catalano di Reggio Calabria (ch' era proprio l’opposto in tutti i sensi dell’”arpia” ) che stimai tantissimo (e non solo io per la verità) e cioè bella, preparata, fine e delicata e molto autoironica che anche nel suo lavoro, e non solo, non guasta mai.
    Secondo, capìi che per una” marachella” e non per lo studio persi un anno e che non sarebbe mai più successo, come infatti poi fu.
    Naturalmente ringrazierò sempre di cuore i miei compagni (coi quali nel 2005 ho festeggiato il 30° anno del diploma) per il gesto di solidarietà ch'è raro riscontrare in un contesto scolastico dei tempi d’oggi.

  • 08 marzo alle ore 20:04
    Il chiosco "Il Checco"

    Come comincia: Uno dei luoghi che a Melito di Porto Salvo, dall’ inizio della primavera all’inizio d’autunno, dagli anni ‘’60/’70 fino all’inizio degli anni ’90, era in assoluto il più frequentato, era la spiaggia denominata “il Checco”. 
    Dico dall’inizio della primavera per due motivi. 
    Primo perché allora in quel periodo faceva molto ma molto più caldo d’adesso e secondo perché i primi bagni incominciavamo a farli in coincidenza del giorno della festa di Maria S.S. di Porto Salvo, festa patronale più importante in tutta la zona del melitese, appunto all’inizio della primavera, fine marzo, inizio aprile . 
    Dico inizio autunno perché si continuava, per il caldo, a tuffarsi in acqua ancora fino a quando non si ritornava a scuola che allora riapriva ai primi d’ottobre. 
    In quegli anni Melito non era fornita come adesso, per quanto riguarda le attuali strutture balneari ma era disseminata di chioschi lungo il litorale che partiva dalla frazione Pilati e arrivava fino all’altro capo del territorio melitese, frazione Annà. 
    Uno di questi chioschi, appunto, era quello di cui parliamo, “il Checco”, che prendeva il nome dal diminuitivo di quello del proprietario che si chiamava all’anagrafe Francesco.
    Il chiosco era situato a ridosso della stazione ferroviaria, vicino all’ospedale, e, per arrivarci, bisognava passare sotto un ponte della ferrovia. 
    Logicamente essendo molto vicino alla stazione, dove, naturalmente vi era anche la fermata degli autobus, faceva sì che la spiaggia fosse di gran lunga la più frequentata da tantissimi bagnanti e turisti cosiddetti “locali” provenienti dall’entroterra.
    ”Turisti locali” che ogni anno invadevano Melito e soprattutto “il Checco” arrivando tutti “bianchi” e forniti di ogni sorta di creme e oli, per gareggiare in abbronzatura con noi del luogo che già, "assolati" da marzo, eravamo “neri” come il carbone.
    Rispetto al “Lido Rosa dei venti” che si trovava ad un tiro di schioppo, “il Checco” era meno fornito dal punto di vista balneare tipo ombrelloni, sedie a sdraio o servizio di salvataggio (anche perché, proprio lui (!), il “Checco”, non sapeva nuotare), ma, come ogni chiosco che si rispetti ed in modo molto professionale, questo bisogna dirlo, faceva servizio di bar, ristorante, per un periodo anche pizzeria, servizio bar e gelateria ambulante in spiaggia. 
    Si vendevano anche dei prodotti tipo schampoo e bagno-schiuma a buon prezzo (che ci sono costati a parecchi i capelli, essendo proprio di scarsa qualità). 
    Poi juke-box e possibilita’ di passare il tempo, prima di fare il bagno, facendo una partitella a carte, e, il pomeriggio, talvolta fino a notte inoltrata, a giocare a “patruni e sutta”, gioco di società, o meglio di compagnia, ancora in voga tra vecchi amici di quel tempo, con la finalità di non far bere qualcuno o alcuni e gli altri ad ubriacarsi, logicamente. 
    Ricordo “turisti locali” che furono portati al pronto soccorso, lì vicino, per delle lavande gastriche che furono necessarie (non essendo abituati ai trucchi, soprattutto, del gioco) per rimetterli in sesto prima di farli ritornare dalle mogli e dai figli in condizioni veramente pietose.
    Io che l’ho frequentato per 35 anni, devo fare presente che non ricordo mai che la doccia non funzionasse o che ci fosse stata qualche rissa, se non qualche scaramuccia, come in altri luoghi che ho già raccontato, dovute a “problemi di cuore” o per risentimenti per non aver bevuto nel “patruni e sutta”(forse perché lì vicino vi era, anzi c’è, la caserma della Finanza).
    Devo anche onestamente dire che a quei tempi, essendo parecchi di noi disoccupati, il “Checco” e i suoi, la moglie e i figli (quattro, due maschi e due femmine), non hanno i mai negato il credito; avevano il cosiddetto “libro nero” e quindi veniva tutto registrato.
    A tal proposito vi racconterò un’aneddoto, per farvi capire l’ importanza di questo “libro nero”.
    Quando ritornai dopo 5 anni senza tornare mai a Melito, il mio primo pensiero fu quello di andare a saldare il mio debito, che ammontava, ricordavo, più o meno a 10.000 Lire, che, partendo all’improvviso, non avevo potuto liquidare.
    Verso le ore 09,00, dopo i convenevoli saluti con tutti gli amici presenti, mi avviai al banco dove c’èra la moglie del “Checco”, s.ra Maria, che alla mia domanda:-Signora, mi dovete scusare per il debito che non ho potuto 5 anni fa saldare; di quanto si trattava- rispose, senza neanche salutarmi o domandarmi dove fossi stato in tutto quel periodo:-Sono 10.000 Lire tonde tonde, Lillo-.Veramente incredibile, ragazzi!!!
    Dopo 5 anni il “libro nero” era ancora lì che aspettava la risoluzione di qualche debito.
    Scoppiammo tutti a ridere a crepapelle con me che pagai da bere a quei pochi amici che a quell’ora erano presenti.

  • 03 marzo alle ore 0:12
    Il rugby a Melito di Porto Salvo

    Come comincia: La storia della nascita della squadra di rugby nella mia città, Melito di Porto Salvo, è facile da raccontare per uno come me che ancora ricorda fervidamente quei bellissimi anni trascorsi praticando uno sport che per noi giovani allora era del tutto o quasi sconosciuto.

    Tutto nacque soprattutto perché a quei tempi il rugby era assurto a livello nazionale con la squadra del rugby di Reggio Calabria che, dopo un’ascesa incredibile dalle serie minori, si faceva onore nel massimo campionato di Serie A avendo anche alcuni giocatori che facevano parte della Nazionale.

    L’idea di creare una squadra di rugby a Melito venne ad un signore, Gino Coco, che, essendo originario della città ed avendo aperto un negozio di abbigliamento col nome “Kent” ed avendone uno anche a Reggio Calabria, seguendo il suo entusiasmo per questo sport, decise, insieme ad alcuni amici che si era creato durante la gestione del negozio, di avviare la ricerca dei giocatori per far parte di questo progetto.

    La cosa non fu difficile.

    Si era nell’ estate del 1976 e ricordo che mentre io e degli amici facevamo la solita partitella a pallone sulla famosa spiaggia del “Checco”, si avvicinò un altro amico, Ninetto Coco, parente del summenzionato Gino, che ci disse che costui, che conoscevamo solo come proprietario del negozio, desiderava parlare a molti di noi dopo che Ninetto stesso ci aveva menzionato come probabili futuri giocatori, avendo le caratteristiche adatte per il rugby, compreso lui stesso.

    L’appuntamento fu per quella sera stessa e insieme a me si presentarono:
    -Pietro Sergi, mio fratello
    -Ninetto Coco
    -Mario Lampada
    -Giancarlo Liberati
    -Marcello Saitta
    -Franco Saitta
    -Mimmo Sgrò
    -Roberto Minicuci
    -Gennaro Ambrosio
    -Mario Andrianò
    -Francesco Schimizzi
    -Fortunato Benedetto
    -Paolo Nucera

    Questi fummo i primi che ci presentammo ai quali si aggiunsero, nelle settimane e mesi seguenti, degli altri tra i quali:

    -Masino Laganà
    -Peppe Martino
    -Peppe Minniti
    -Pino Sarica
    -Dino Sgrò
    -Giovanni Cuzzucoli
    -Roberto Attinà
    -Carmelo Gulino
    -Santo Cuzzocrea

    A tutti questi poi agli inizi del campionato e di Serie C e di Under 23 si aggiunsero 3, 4 giocatori di esperienza di Reggio Calabria e dintorni tra cui un ragazzo che chiamavamo “Canguro” ma del quale, purtroppo, non ricordo né nome e né cognome.

    Quella sera si stabilirono i giorni d’allenamento e i metodi e ci furono inculcati, teoricamente, i primi rudimenti di quello sconosciuto sport che a tutti appariva violento, almeno dalle sporadiche immagini televisive che allora noi vedevamo, non essendo proprio interessati.

    Nacque così il “Kent Rugby Melito” che fu “bagnato” da fiumi di birra (bevanda scelta dai rugbysti fin dagli albori per festeggiare) offerta dal neo-presidente Gino Coco.

    Il presidente fu coadiuvato principalmente da Santo Dattola e Antonino Minicuci.

    Devo dire in onestà che tutti coloro che fummo scelti per far parte della squadra, non eravamo stati molto bravi a giocare a calcio e quindi per noi, oltre che essere volonterosi e curiosi a praticare quello sport, dall’altra parte ci consentiva di capire se fossimo stati in grado di eccellere almeno in un altro sport, seppur duro come quello.

    Cosa che, nel nostro piccolo, ci riuscì in quei bellissimi 3 anni, nei quali facemmo, sia in casa che fuori, delle partite avvincenti... bellissime (vincendole ed anche perdendole) che lasciarono, nel pubblico che soprattutto in casa ci seguiva numeroso, dei ricordi indelebili.

    Peccato che poi la squadra fu estromessa dal campionato per pesanti sanzioni disciplinari dovuti alla baraonda che seguì alla fine della partita contro il Cus Pellaro (molti giocatori di quella squadra finirono all' ospedale davvero malridotti) per vendicarsi dell’aggressione subito nella partita d’ andata a Pellaro da parte dei giocatori del Cus Pellaro, supportati dal pubblico.

    Stupidamente si attuò la vendetta ed allora il rugby a Melito finì prematuramente anche perché il presidente Coco in seguito chiuse il negozio, perché alcuni giocatori (come me) partirono per altri lidi per lavorare, perché alcuni anche si sposarono e quindi abbandonarono.

    Ci fu un debole tentativo per riprendere organizzando una partita contro la Nazionale Militare nel 1986, persa 32-0, (alla quale partecipai per un tempo anch’ io, rientrato nel frattempo dopo 5 anni fuori Melito) ma tutto finì lì anche perché non vi era più la stessa volontà e determinazione che avemmo noi “pioneri” ed anche perché, e voglio dirlo senza paura che sia smentito da alcuno, che noi eravamo veramente dei duri.

  • Come comincia: Il locale “Il Vascello” della famiglia Dattola che all’ inizio degli anni ’70 fece tendenza a Melito di Porto Salvo e provincia di Reggio, era un locale unito praticamente al cinema di proprietà anch’esso della famiglia; era adibito a tutte le funzioni che sono di un locale soprattutto estivo ed essendo praticamente situato all’inizio del corso e quindi al centro del paese o quasi, faceva sì che fosse facilmente raggiungibile.

    Faccio presente che allora furono mattatori del locale personaggi di primo piano o che lo diventarono da lì a poco.

    Ricordo soprattutto Mike Bongiorno e la sua valletta Sabina Ciuffini, Lucio Dalla, il jazzista Romano Mussolini, la procace e sex Tamara Baroni, Gli Alunni del Sole, Il Giardino dei Semplici e tanti altri.

    Tutti portarono a quei tempi molta gente a Melito ed il locale fece anche da apripista per altri locali di quel genere a Melito e nel basso Jonio.

    Poi, purtroppo, alla morte del “Conte Dattola”, il locale e lo stesso cinema, per motivi penso io di gestibilità ed anche  per l’ avvento delle televisioni private, che ancor’oggi tolgono pubblico al cinema, dovettero chiudere ed in seguito scomparire del tutto per la vendita del suolo ad altri.

    Vorrei ricordare con un aneddoto il “Conte Dattola”, che riguarda soprattutto la sua spontaneità e franchezza.

    Lucio Dalla, che doveva esibirsi la sera alle 21, aveva fatto il bagno nella nostra spiaggia e verso le 13 era passato dal locale per bere qualcosa prima che mangiasse e facesse una pennichella (così disse a noi ragazzi e non che eravamo tutti lì incuriositi dalla star).

    Malauguratamente per lui, non conoscendo naturalmente il “Conte” per il suo rigido rispetto del galateo soprattutto, appoggiò entrambi i piedi, anche un pò insabbiati per la verità, sul tavolo, davanti a tutti i presenti richiedendo un bibita fresca gridandolo al cameriere.

    Apriti cielo ! Il ”Conte”, sentito ciò, arrivò di corsa e vedendo addirittura il cantante con i piedi sul tavolo, sbraitò imponente (data la stazza):-Scimmione (ricordo che il cantante è conosciuto per essere molto peloso) che non sei altro, prima di tutto togli i piedi dal tavolo e poi non gridare che non sei a casa tua!

    II cantante stupefatto fece notare che lui era Lucio Dalla ed il “Conte”: -Puoi essere chiunque ma qua dentro devi stare con due piedi in una scarpa!

    A quel punto, vista la magra figura, il cantante se ne andò contrariato.

    Naturalmente il “Conte” non l’aveva conosciuto perché era il filglio Santo che provvedeva a tutto, però io penso che il “Conte” , conoscendolo tutti com’era, avrebbe trattato il Dalla nello stesso modo.

    Questo era il “Conte” che ancora ricordo con molta simpatia e… non solo io.

  • 01 marzo alle ore 0:51
    Sergi Salvatore... sarto

    Come comincia: Questa che sto per raccontare è la storia di una persona, un melitese doc, che, per motivi di lavoro, fu costretto a lasciare Melito e ritornarci, la prima volta, dopo 37 anni e la seconda volta dopo 31 anni. La racconto perché oggi mi ha telefonato da Savona ricordandomi l'impegno di pubblicarla in modo che possano leggerla suo figlio, sua nuora, sua nipote e tutti quelli che si chiamano Sergi, nome di cui va orgoglioso.
    L' avevo conosciuto, in spiaggia, quando, mentre pescavo con le mie canne da posta, si avvicinò per chiedermi delle informazioni. E da lì, incuriosito dallo stesso cognome mio (diceva di chiamarsi "cugino" con mio padre, senza essere parenti stretti), in un paio di giorni, questo è tutto quello che ho saputo di lui e della sua famiglia:
    Si chiamava Sergi Salvatore, sarto, nato a Melito di Porto Salvo il 12-01-1921.
    Lasciò Melito, per lavoro, nel 1936, in pieno regime fascista, e si recò ad Aosta.
    Partì militare il 03-01-1941 per Bari, arruolato nel 48°Fanteria e dopo poco tempo fu promosso sergente.
    Si congedò nel marzo del 1947 con il grado di sergente-maggiore e fu mandato, per sua scelta, a Milano.
    In quell'anno, conosciuta una certa Suzanne Huber, che lo colpì per la sua intraprendenza, si recò, su suo consiglio, a Berna, Svizzera, dove vi rimase per 3 anni, vivendo con questa bella ragazza che, tra l'altro, tramite un parente stretto, gli rinnovava ogni volta il permesso di soggiorno; insomma, l'utile e il dilettevole.
    Rientrato in Italia, nel 1950 conosce, s'innamora perdutamente e sposa nel 1952, quella che fu poi sua moglie, per ben 56 anni, Maria Irma Zunino, deceduta quest'anno il 30 maggio, dopo lunga malattia.
    Nel 1953, da questa felice e duratura quanto rara unione, nasce l'unico erede, Leonardo, ingegnere del genio pioniere militare, adesso in pensione, e dèdito adesso ai sistemi di stoccaggio, avviando una proficua collaborazione soprattutto con il Giappone. Bravo militare che, per 2 anni consecutivi, s'impose 1°assoluto all'Accademia Militare di Modena, congedandosi poi con il grado di tenente.
    Il Sergi Salvatore si trasferì, nel 1954, naturalmente con la moglie tanto amata, a Parigi, dove vi restarono per ben 19 anni, fino al 1973. Qui lavorò per un ebreo come sarto a domicilio, e pagato così bene che dopo un anno e mezzo potette mettersi in proprio e comprarsi un appartamento più grande. Praticamente, fattasi una buona clientela, si aprì una sartoria con, a sua volta, tre sarti in carico, quasi tutti, negli anni, provenienti da Melito di Porto Salvo.
    Rientrato ancora una volta in Italia, nel 1973, per non restare inattivi e in attesa della pensione, presero in gestione per 2 anni un campeggio di montagna a Sassello, capitale degli amaretti. Qui, però, il Sergi, a suo dire, si annoiava a morte tanto che convinse la moglie a prendere in gestione un negozio di sartoria in pelle, a Savona, fino al 1993, anno della definitiva decisione di smettere di dopo ben 50 anni di effettivo lavoro.
    A Savona, dove si stabilì definitivamente, incominciò a godersi la vita che era stata così varia quanto tranquilla e serena. In questi 15 anni, fino alla morte della moglie Maria Irma, decise anche di trascorrere spesso le vacanze a Melito, dove non ci veniva dal lontano 1936, cioè 37 anni ed in giro, anche per il mondo. E lo fece, insieme a lei fino alla morte della madre, avvenuta nel 1977.
    Ha una nipote, amatissima, Camilla, di 20 anni, che frequenta l'Università a Genova.
    Ha deciso dopo ben 31 anni, dopo la morte della cara Maria Irma, di venire a trovare la sorella Mimma la quale vedeva tutti gli anni andando anche lei a trovarlo a Savona.
    Il padre, Leonardo, era deceduto nel 1968. E' andato a trovare, al Paese Vecchio, dove vive attualmente, la nipote Caterina, figlia del fratello Antonio, deceduto e del quale ha visitato la tomba al cimitero nuovo.
    Il figlio gli ha consigliato, essendo adesso da solo, di vivere il resto della sua vita con lui alle Bahamas, dove ha una villa ed anche il lavoro, che può svolgere anche lì.
    Credente, quando veniva a Melito, viaggiando dalla parte adriatica, spesso si fermò a visitare la tomba di Padre Pio che aveva visitato anche da vivo.
    Di saldi principi che gli hanno consentito di vivere tranquillamente e con pochi problemi: amore e responsabilità della famiglia alla moglie, laboriosità, serietà, impegno e rispetto verso il prossimo, soprattutto.
    E' rimasto colpito del progresso che Melito ha avuto in questi ultimi 30 anni ed ha notato che gente, amici anche, che ai suoi tempi se la passava male e che adesso vive nel benessere, che per un paese meridionale, non è male, detto senza alcun livore, anzi con orgoglio.
    Altra cosa che l' aveva sbalordito, a suo dire, è il senso della solidarietà e della coscienza civile che aveva riscontrato parlando con tanti melitesi in quei 15 giorni di "rimpatriata".
    Ci siamo lasciati, con qualche lacrimuccia da parte sua, dovendo partire il martedì, 23 settembre, con la speranza, forse di ritornare, essendosi trovato bene e con l'augurio a tutti i melitesi per un continuo benessere e progresso, soprattutto turistico.

    Ciao, Salvatore, a presto e.....goditi la vita.Te la meriti.