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Lucio Paolo Raineri

08 dicembre 1938, Genova
Mi descrivo così: Amo il bello dovunque e comunque
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  • 26 gennaio alle ore 7:06
    Russia 1989

    Come comincia: Non si può, durante un viaggio in Russia, non imbattersi in una riflessione sul sacro. L’oro delle cupole si accende di bagliori sullo scenario azzurro del cielo e sembra accompagnarti in ogni panorama. E’ un oro quasi dimenticato, proibito. Un oro sotterrato da un’ideologia che si adopera in quest’impresa illusoria e impossibile. Falce e martello al posto della croce, semplice.
    Ho visto a Murmansk, sperduta base polare dei sommergibili atomici, nella penisola di Kola, il loro polo nord, costruire una nuova chiesa ortodossa, con le antiche tecniche dei maestri d’ascia. Uomini e donne in una fredda mattina, tra un aroma di vodka e di resina, risate sguaiate di ragazze dalle mammelle enormi. Il secco suono delle asce, tra lo schizzare di una miriade di schegge. Non c’erano chiodi, ma solo abilissimi incastri. Una nebbia di gelo su tutto, anche sui pensieri. Una fretta nel gesto, di chi crea qualcosa di proibito, che presto verrà distrutto. Ciò che mi affascina è l’affiorare del sacro, laddove l’uomo cerca, per motivi politici, di cancellarlo. E’ una forza primordiale come quella dei teneri germogli, che a primavera forano l’asfalto, per venire alla luce. Non basta laicizzare un rito matrimoniale, per sotterrare l’elemento sacrale, che lo accompagna. Ho assistito a un matrimonio politico, presso la Casa dei Matrimoni, a Leningrado, e posso dire di averlo trovato ugualmente ricco di attese, tensioni, di un nostro matrimonio religioso. E’ pur vero che ci siano abili sostituzioni di ambienti e di personaggi: il mondo ecclesiale con quello statale comunista. Gli sposi sono tutti giovanissimi, non più dei diciotto anni. Impacciati, come la loro età comporta. Sono introdotti in una coreografia da operetta. Un breve sogno di fasto ed eleganza occidentale, che non appartiene a loro. I colori del folclore sono sostituiti da candidi vestiti di tulle delle spose, copiati da qualche rivista americana. Un’orchestrina di balalaiche è la presenza del passato. Serissimi e attenti suonatori, in costume, emettono note, che riconosco. Dopo Mendelssohn, un’improvvisa aria di Cole Porter, mi stupisce. Osservo il volto dei ragazzi: sognano su quelle note, evadono, viaggiano nel proibito. La coppia è al centro di un salone fastoso. L’oro si spreca e si riflette nei cristalli dei lampadari degli zar. I parenti, rilegati in un angolo, seduti su sedie comuni, hanno un fiore in mano e ostentano una mite eleganza contadina. Le donne, fazzoletti colorati, alla contadina, sul capo. Da dietro una vasta scrivania, in stile Luigi XVI, avanza incontro alla coppia, una stupenda creatura dal vestito di raso amaranto, lungo sino ai piedi. Mi chiedo quale grado abbia nella scala del partito. Capelli d’oro, raccolti sulla nuca. Lo sguardo, dolce e penetrante, accompagna la tonalità carezzevole della voce. Pause studiate, brevi frasi musicali che si perdono nella grande sala. La guardano con stupore, quasi un’apparizione. Il sì degli sposi, riconoscibile in ogni lingua, chiude la breve cerimonia. Medaglie del partito sono appuntate sui vestiti. Il sorriso è sparito, i volti sono seri. Gli sposi hanno una rigidità militare. Nell’angolo, genitori e parenti armeggiano con i fazzoletti incontro lacrime di sempre. Baci, abbracci, qualche sorriso. Il tutto molto contenuto. Lo sguardo, ora spento e severo, della donna d’oro, limita e mette soggezione. La prossima coppia la s’intravede, già pronta sulla soglia della sala.

     

     
  • 02 gennaio alle ore 8:28
    L'irrinunciabile piacere del "mi piace"

    Come comincia: "Mi piace", e il nostro cervello gode! Uno spruzzo di endorfine annebbia la nostra razionalità, per frazioni millesimali di secondo. Il consenso, comunque e dovunque, c'intriga, ci rafforza, ci accomuna ad una illusione di unione, di cui, noi, siamo assetati. Sarebbe secondario, secondo gli psicologi, il piacere di ricevere questo segnale, al solo sorriso di un lattante. Si crea, col tempo, una vera e propria dipendenza. Non passa ora o minuto, che l'occhio non debba controllarne la presenza. Gli autori di Facebook non l'hanno buttato lì, tra i tanti segni di consenso che potevano mettere. "D'accordo", "letto", "concordo", "va bene" " potrebbero essersi presentati come sinonimi, ma la genialità del "mi piace" crea e rafforza il Social Network, che a "mi piace" deve il suo successo. Trovare, nel mondo degli sconosciuti, qualcuno che provi piacere per te, affascina, abbaglia. Qualsiasi cosa tu abbia lasciato sulla pagina, uno scritto, una foto, tre parole. Si crea un ponte tra te ed un altro, una alleanza imprevista. Una magica condivisione, impudica, di piacere, ci unisce a esseri, che ignoriamo e di cui, a mala pena, intravediamo una mini effige. Qualcosa di molto più complesso di un sentore di amicizia. Il suggerire piacere ha risonanze ben più ambigue nel paradiso delle sirene della nostra mente.

    l.p.r.

     
  • 09 settembre 2016 alle ore 7:12
    LA CURA CHE NON SO

    Come comincia: Il solito palazzo di un seicento sgarrupato. Marisa mi aspetta nell'atrio. Si scusa per le tre rampe di scale che mi attendono. “Fatevele piano, piano...dottò!” A costo di lasciarci la pelle, salgo con una discreta normalità. Il “parite 'na locomotiva” di un tempo, si scomoda da qualche neurone del mio cervello e mi beffeggia. Dopo cinquant'anni di frequentazione del quartiere, ho la piena padronanza dell'evoluzione di una famiglia. Marisa era una ragazzina bionda, imprevedibile, ora: “Convivo con un ragazzo e c'è una sorpresa per voi.” Sulla porta di casa mi viene incontro una bimbetta bionda. “Tua figlia! Tale e quale a te, di anni fa.” Devo visitare il padre, don Antonio, un falegname, un artista nel suo lavoro. Il tempo è passato: strabordante da una sedia impossibile, respira a fatica. Occhi che non mi riconoscono. Provo un saluto senza risposta... A visita terminata, Marisa: “C'è un'altra visita per voi. Mi dovete fare un piacere. Ci avete curato per una vita e avete trovato sempre la cura giusta. Venite con me, un basso qua sotto.”

    Il grugnito di un bulldog inglese mi da il ben venuto, appena apriamo il cancello. Trotterella dietro di me, respirando con un lamento ritmico, fastidioso all'udito.Una stanza, un tavolo. Una donna vasta su di una poltrona vasta. Non penso che si sia accorta di me. Il marito, come da un fondale oscuro, seduto su di una sedia metallica verde: “Titina, ci sta 'u miedeco.” Non trovo da sedermi. Inizio con il rituale: “Quale è il problema?”

    -”Hanno sparato, giorni fà al figlio di vent'anni.”

     
  • 21 giugno 2016 alle ore 8:14
    La danza dell'amore: Rione Sanità

    Come comincia: Proprio in questi quartieri maledetti, la vita ha ancora la sua irruenza biologica. Maledetti, pensavo stasera, al tramonto, ma possessori della residua sacralità della vita, fatta di gioia, amore, odio, vita, morte. Lo struscio dei giovani in moto, da vedersi, al tramonto. Ragazzine dai dieci anni ai diciotto, in motorino, senza casco, a due, a tre sull'unico precario sellino. Truccate, capelli lisciati sulle spalle, camicette colorate, pantaloni a guanto, o mini sovversive, laccetti di tanga, sulla carne candida, in vista. Ragazzini raybanati, imbrillantinati, magliette griffate, jeans cinesi. Loro, maschi, hanno moto più vistose, poderose, falliche. Il volto è quello dell'ultima serie tv, serio, duro come il ferro. L'accelerazione della moto deve essere uno sballo visivo e sonoro. Il miagolio della frenata, nell'accostata, ha la delicatezza del bisturi del chirurgo. La ruota sa fermarsi a pochi millimetri dalla coscia della fanciulla. Evvia! Tutti in un caos tremendo, un intrecciarsi ritmato, quasi una danza atavica. Quando l'avranno inventata? Il sangue sa pensare e creare. Sguardi che sono lame, ammiccamenti, grida, risa, poche parole, che non si udrebbero. Avanti e indietro incessantemente in una pura tensione di danza orgiastica. Uno sfiorarsi di millimetri. Un richiedersi e un fuggire in una forma nuova di movimento meccanico. L'eros lo si respira, non lo s'indovina. Poi tutto si spegnerà col sole. Beata, tremenda, fascinosa, indistruttibile, inarrivabile gioventù!

     
  • 10 giugno 2016 alle ore 18:18
    La carezza

    Come comincia: “Mi piace”, pochi bytes, un ciao, un assenso, un consenso, solo un dito su di un tasto, da chi, in realtà, non conosciamo, in questo marchingegno, falso distributore di illusioni, di interazione, amicizia e affetto. Ci siamo ridotti a questo, nella nostra disperata solitudine. L'interazione vera, ad personam, è estremamente più difficile. Implica un'aurea particolare, che non sempre ci coinvolge. I sensi, giudici tremendi, ci fanno accettare o scartare l'altro, a volte nella nostra inconsapevolezza. Il reale vuole questo, è un filtro severissimo. Un odore, un colore, un vezzo ci possono attirare o far fuggire. Nel web, i giochi mutano; riversiamo la nostra fantasia, modelliamo fantasmi, costruiamo giocattolini che vorremmo esser sicuri di aver trovato. Ci accontentiamo anche di una trappola, un quadratino di fotografia di vent'anni fa ci appaga, tanto da non premunirci ad una delusione. Perchè la delusione non va da essere! Ma in milioni d'anni l'uomo può essere giunto a questo baratto mediatico: io non ti do una carezza, ma ti dico “mi piace”, qualsiasi cosa tu posti. Il contatto di una mano è pura magia interattiva. Ve lo dice un medico. L'ammalato non vuole la tac, lo scanner, la telecamera nello stomaco. Vuole una mano che lo tocchi. Gli sciamani lo avevano già capito. Anche il bimbo nella bua della pancina vuole la mano della madre, unico vero rimedio salutare. L'alba doveva ancora sorgere, quella mattina sul vulcano Bromo, nell'isola di Giava. Freddo, altitudine, buio senza luna. “Dottore, c'è una turista francese che sta molto male, venga”. Solo un'ombra stesa, un respiro affannoso, il lampo di uno sguardo. Le accarezzai il volto teneramente. “Respira con me, più lentamente, ti prego.” Due esseri, nel buio, sconosciuti erano uniti da un contatto, di cui ignoravamo entrambi l'effetto. Ricordo che nella polverosa discesa, mi raggiunse. Mi è rimasto ancora il suo sorriso.

     
  • 10 giugno 2016 alle ore 18:16
    Femminicidio

    Come comincia: FEMMINICIDI …

    “Mobilitiamo il paese!” Beh! Detto da una presidente della Camera, può essere rassicurante. Ma non si tratta di arginare alluvioni, tempeste, terremoti, ne d'invasione di cinghiali, di lupi, di blatte, di zanzare tigre. Sono in oggetto, strani individui, pseudo conosciuti, detti uomini. Può essere mai? E' pur vero che questi animaletti, perchè da questo regno provengono, hanno dato vita ad un Leonardo, a un Michelangelo, ma è da tener conto che, da quando si sono fregiati del titolo razza umana, se le sono date di santa ragione, con mazze chiodate e bombe atomiche. E continuano a darne esempio giornaliero, uccidendo bambini, donne e vecchi, a migliaia con l'incuranza di tutti. Il femminicidio avviene in casa nostra, o meglio potrebbe sempre avvenire, e questo massimamente ci disturba. Ci reca angoscia. Da qui il falso nostro scandalo altruistico. Abbiamo da proteggere il nostro clan da pericoli prossimi. La guerra? Le guerre sono lontane. Ne siamo temporaneamente al sicuro. Ignoriamo un germe, o meglio una frazione del nostro seme, un pezzetto d'elica del DNA, per essere alla page, che si trascina dietro, dall'alba dell'esistenza della vita, il feticcio dell'aggressività. A lei dobbiamo, l'evoluzione delle specie, la selezione, il progresso da animale unicellulare ad aggregazione, massimamente intelligente, l'uomo. Ora, a ben pensarci, forse non ci potrebbe più interessare, i giochi sono fatti, anzi ci distruba, in certe sue evidenziazioni. Manca la medicina, e ce la dobbiamo tenere, questa dea cattiva del nostro animo. Theodor Adorno asseriva che il nucleo fondamentale dell'aggressività umana nasceva nella famiglia. Qui, con il gioco della “patata bollente”, buttata centrifugatamente fuori, per liberarsene, passava alle relazioni interfamigliari, poi ai clan di lavoro, di studio, di sport. Sempre avanti in partiti, in ideologie sino alla....GUERRA. Lì, aveva modo di scatenarsi in ogni sua maniera. Sì, la guerra era generata dalla cacciata dell'aggressività dal seno della FAMIGLIA, per la sua temporanea salvezza. Ed è la famiglia il soggetto da curare, aiutare, andare in soccorso. Qui deve intervenire la politica sociale, con saggezza, studio, impegni di capitali. Eviteremmo quante guerre? Quindi Presidente Boldrini, mobilitiamo il paese a favore della famiglia.

     
  • 11 marzo 2016 alle ore 19:22
    La vetrinetta di zio Enrico

    Come comincia: Dovremmo rispettare di più lo sguardo dei bambini. Quando un bambino guarda, sta guardando il mondo, per la prima volta. E' un intimo contatto con un fenomeno magico, incompreso interamente dai grandi: è la creazione del suo universo, che gli si propone per la prima volta. Oggetti, fisionomie, colori, suoni, travalicano il suo stupore, per annidarsi, per sempre, nel suo animo. Quante volte, da bambino, mi si diceva “non è per te, non puoi capire”, facendo in modo che io capissi in anticipo ciò che poteva andar ignorato, ancora per qualche tempo. Quella assurda nascita dei bimbi, tra le foglie di un cavolo, di chi sarà mai stata? Quella immonda favoletta ha tappato la bocca ad un'intera generazione. Altro non si poteva chiedere, se non attendendo alla pietosa cameriera di casa, a volte troppo cruda. Sono consapevole della capacità percettiva e di giudizio di un bimbo di cinque, sei anni: i miei giudizi, dati allora, sulla cerchia dei miei parenti, sono rimasti incorrotti per una vita. Zio Enrico, nella mia famiglia di impiegati, laureati, gente bene, era guardato male. Era il fratello di mia nonna paterna, Olga, famiglia romana. Zio è l'unica persona che si è salvata nella mia mente, avvolta da un mantello fantasioso, lasciando gli altri in una tenue nuvola di banalità. Aveva navigato una vita sui “vapori” dell'epoca, facendo il cameriere di prima classe. Conosceva e parlava dei porti più impensati del mondo. Ma il suo pezzo forte era il racconto del siluramento, durante la prima guerra mondiale, del suo bastimento. Era un film, che mi facevo replicare, ogni volta che lo si invitava a casa, per qualche lavoretto, di cui lui era maestro. Di quel racconto, due quadri, li ho ancora vivi: le ascelle piagate di chi si buttava a mare, per salvarsi, dall'alto del ponte, a braccia aperte; il casuale incontro, tra i flutti, col comandante, in procinto di annegare e il suo salvataggio. Gli conferirono una medaglia di bronzo, di cui era fiero. Andavamo raramente a trovarlo, il percorso in tram era lungo, Pegli, periferia di Genova. Ci veniva ad aprire in canottiera, coperto di truccioli di legno, scusandosi di aver dimenticato il preavviso della nostra visita. Aveva un laboratorio di falegnameria in casa. Mi aveva costruito i primi giocattoli. Ci attendeva un polveroso divano, tra gatti miagolanti e arruffati. Scompariva per poco, per rientrare con il suo capolavoro, zia Elvira. Un pathè di ciccia indolente, avvolta in una vestaglia cinese dai mille draghi. Un'aura di profumi accompagnava una voce languida, sonnacchiosa. Capelli bianchi, dimenticati sparsi sulla schiena. Nonna Olga faceva strane smorfie, quando si riferiva a lei, in famiglia: “presa chissà, in quale porto, losco lavoro, problemi all'utero....” Era meglio non addentrarsi troppo. “Frou-frou” e rosolio ambrato ci attendevano, offerti da una mano ingioiellata, le cui dita affusolate terminavano in unghie lunghissime e luccicanti di smalto. Io raggiungevo subito il mio posto preferito, la vetrinetta. Ancora adesso, dopo una vita, vedo quel vetro, che mi separava da un mondo di favola. Quegli oggetti da “guardare e non toccare” furono le tracce dei miei primi viaggi, sia pur di fantasia. Venivano da mondi lontani: bamboline, dai strani vestiti, uova esotiche, piume variopinte, maschere, strumenti musicali, quadrucci dai colori sgargianti, rifiniti con ali di farfalle, armi, ed altri piccoli utensili, di cui non chiedevo l'uso. Restavo così, per tutto il tempo della visita, in un incanto di sensi, rubando i profumi, che sembravano voler uscire dalle fessure della vetrinetta. Le parole degli altri erano eco lontane. Ho avuto sempre il dubbio che il mio perenne bisogno di viaggiare fosse derivato non tanto dal desiderio di conoscere il mondo, ma dal ricrearmi la vetrinetta di Zio Enrico. Come in realtà è avvenuto.

     
  • 01 gennaio 2016 alle ore 10:23
    "Sei malato!" Che felicità!

    Come comincia: Purtroppo ho sempre avuto un pessimo rapporto con la scuola. Non per colpa mia, ma a causa della guerra, che era appena terminata, nel 45, impedendomi, l'anno prima, di frequentare la prima elementare. Una partenza sbagliata, in una vita, conta molto, segna per sempre. La prima volta che ho visto una moltitudine di bambini, abituato, com'ero stato, a Villa Adela, sulle alture di Serravalle Scrivia, a incontrarmi, saltuariamente, con Ernestino, mio coetaneo, della villa accanto alla nostra, fu in occasione dell'esame da privatista, dalla prima elementare, vissuta nello studio di nonno Angelo, alla seconda, nella scuola del paese, quasi una foresta sconosciuta per me. -“Dettato! Scrivete !”- La voce sibilante di una maestra d'età. Questo fu il mio primo minuto di scuola. Ed io vomitai tutta la colazione, tra schiamazzi e risate. Fu chiamato lo spazzino del paese con tanto di ramazza e segatura. Ricordo ancora la divisa. Ed ho vomitato per tutti gli altri anni di scuola, successivi, prima di uscire di casa. -”Lucio, vai a vomitare, che fai tardi oggi!- Mamma. Poi, un illuminato medico mi somministrò uno dei primi psicofarmaci, “5 gocce di Talofen” e cessai di vomitare col fisico, ma il rifiuto psichico fu il medesimo. La seconda elementare, quindi, a guerra finita, a Genova, Istituto della Reverenda Madre Cabrini. Suore, che dire: genuflessioni, messe, veli neri, malignità, cattiverie, castighi, fioretti, genuflessioni, messe, fioretti, veli neri. Ricordo ben poco dei miei compagni, anche perché le mie tonsille si ammalavano spesso, e per mia felicità, la voce di mia madre mi veniva in aiuto.: -” Sei malato! Niente scuola.” Che felicità! Nonostante la febbre e il mal di gola ero liberato da un incubo oppressivo. Lo stato di malato mi dava adito all'accesso di un rituale, che trovavo meraviglioso ed appagante. Cambiavo, di prima mattina, camera e letto. Passavo nella camera dei miei genitori, nel loro lettone, che mamma aveva rifatto di fresco. La finestra, dava sulle alture del Righi, ma s'intravvedeva il panorama della vasta conca, che racchiude il mare e la Lanterna. La luce entrava di prima mattina, vivida, da farsi rubare in ricordo. Dopo il caffè e latte, con biscotti, comprati, in fretta, all'uopo, dalla cameriera, avveniva una delle concessioni più esorbitanti che io potessi immaginare. Mamma sfilava dal comò il primo cassetto e me lo depositava sulle mie gambe. -“Guarda, ma non mettere in disordine”- E m'intrufolavo tra boccettine di profumo, creme, collane, anelli, medaglioni, un arcano sconosciuto e proibito. Ne ravvedo ancora il piacere e mi giunge da qualche neurone il profumo, ancora intatto di quella mistura di odori. A completare il mio bisogno di incauta profanazione di ciò che non mi spettava, un pacco voluminoso di cartoline illustrate, trattenute da un elastico. Cartoline giornaliere di papà a mamma, durante il fidanzamento. La calligrafia curata di papà, a penna blu. Minuta, delicata come una missiva d'amore, voleva. “Cara Franca”, mia madre. Mi turbava e m'ingelosiva quel termine, pur se usato da mio padre. Le foto riprodotte sulle cartoline erano di attori dell'epoca. Greta Garbo ne comprendeva molte; bellissima, alcune erano solo schizzi veloci del suo volto. Shirley Temple, una bambina prodigio d'allora, attrice in molti film, coglieva la mia meraviglia, nei suoi vari costumi di posa. Io preferivo quelle di Stanlio e Ollio, prodigiose, tanto da scoprirmi un sorriso. Queste erano le mie felicità: sorridete, bimbi d'oggi.

     

     
  • 18 dicembre 2015 alle ore 18:11
    Compleanno

    Come comincia: Un compleanno, a una certa età, la mia, è una sinfonia di sensazioni. Poche, le piacevoli, troppe, quelle sgradevoli, o, per lo meno, non pertinenti allo spirito di una festa. Tra le piacevoli, l’innesco di una cascata di ricordi, di volti sorridenti, di giornate di luce, di colori, che vivono in ogni icona del nostro cervello. L’aprirsi di una porta e il volto dei genitori, giovani, che t’inonda di suoni cari. I baci, gli abbracci, parole che attendi. Regali parchi, dato il periodo di dopoguerra. Un libro, un indumento necessario, ma non bello. Il poter smettere il cappotto rivoltato di Zia Maria, con un taglio di stoffa nuovo, da portare alla Cipollina, la sarta di casa. . “Auguri Papà”, bigliettini con piccoli disegni infantili, mi creano il volto dei miei due figlioli. Sono gradini della loro crescita, che riportano l’arricchirsi del contenuto lessicale con il trascorrere degli anni. Le loro voci e il balzo nel lettone a raggiungermi di prima mattina. Eravamo consci del valore irripetibile di quei momenti? Non ne sono sicuro. I miei diari trattengono nel tempo solo questi grafiti d’affetto. Iniziai a scrivere il mio primo diario, una sera d’inverno, uscendo dal radiologo con mio padre. Quell’ombra, al polmone, mi comunicò, quella sera, che mio padre non era immortale, come, sino allora, avevo creduto. Ora, la manovella del vecchio proiettore ha preso la corsa, gli anni sono trascorsi lasciando luci e cicatrici indelebili. Le sensazioni spiacevoli, avevamo detto? L’essere della schiera dei superstiti, ti dovrebbe dare egoistiche forze vitali, invece, ti arricchisce il dubbio, che ti porti dietro, da anni, di non aver capito nulla, su ciò che si chiama vita. Un sorteggio di spirito, al riparo del nulla, che chiamano morte. Volti sorridenti di amici, svaniti, seguendo turni accurati, meditati da chi? Perché loro e non io? Ora il tempo non ti concede illusioni. “ C’è una porta che non riaprirò” dice il poeta. E se, una sera, prima della partenza, guardi le luci di Place Vendome, a Parigi, ti poni la stessa domanda. “ La rivedrò?” Lo sguardo degli altri, quelli che tu valuti estranei, ti ferisce, quando intravedi la loro sorpresa nello scorgerti ancora vivo. .” Dottore …lei ! Come sta?” Alcuni incontri hanno dell’addio tragico: “ Dottore, fatevi baciare” . E quelli sono i momenti più pericolosi per il mio fisico, in quanto, improvviso una rappresentazione di un benessere e di una gioventù, che non ho, salendo le scale in fretta o attraversando la strada, in uno slalom imprudente, tra macchine, da baldo ragazzaccio.

     
  • 05 agosto 2015 alle ore 22:39
    Maledetta vecchiaia

    Come comincia: Ci ritroviamo oramai, con puntualità, ogni settimana, quasi ad un appuntamento, noi, tre vecchiarelli, in tre ruoli ben distinti. Io medico, lui malato e la moglie. Don Vito, forse un mio coetaneo, è diventato mio paziente da alcuni mesi. Sta conciato maluccio col fisico, ma non con la mente. Varie malattie si sono date appuntamento ed ora il suo corpo, prostrato, risponde con incertezza alle medicine. Forse ci lega un lampo di fiducia reciproca, uno spolverio di battute e sorrisi, che in medicina hanno valori terapeutici inaspettati. Lo trovo o seduto in poltrona, o steso sul letto. Pallido, a volte, ansimante, mi manda occhiate fulminanti, a cui segue spesso, in un soffio di arrabbiatura, una battuta: -“Maledetta vecchiaia!”- Quando ha attimi di pausa, qualche parola brillante sul suo passato, qualche allusione, da uomo vissuto, ad una vita migliore trascorsa. Il panorama di Napoli, immenso, superbo, che si apre dalla sua finestra non sembra attirarlo più. Donna Romita, la moglie, forse di qualche anno in meno, devastata dall’artrite, tra un po’ di gobba e un femore incerto, si aggira, brontolando per la casa. Occhi guizzanti, in una maschera rugosa, parla con un tono fermo, calcando le finali. Dicevo tre vecchiarelli, perché non penso di avere un’età molto diversa da loro, anche se l’involucro visibile sembra apparire meglio. Per cui, nelle lamentele patologiche tra loro due, a volte, tra un tè ed u n biscotto, unisco le mie, e mi accodo a quella litania ricorrente: “maledetta vecchiaia!” Il tono della casa è lussuoso e il salottino, che attraverso ogni volta per raggiungere, in camera da letto, don Vito, ha quadri alle pareti che so interpretare di valore. Il mio occhio cade, ogni volta, su di un quadro molto grande, alto quasi tutta la parete. Una figura di donna dal volto di una bellezza inconsueta, fine ottocento, mi rapisce per attimi. Ha carni vellutate, dai colori pastellati, lineamenti di un fascino romantico. Longilinea, avvolta in un manto vaporoso, che la luce trafora da dietro. Da giorni era mio desiderio soffermarmi, per un attimo, a guardarlo. Oggi l’ho fatto, in uscita, mentre donna Romita mi accompagnava alla porta.  -“Stupenda!” – mi è sfuggito.                                                                             - “Vi piace? Ero io da ragazza. Questo è un Vincenzo Irolli. Sono stata per anni, la sua modella.” - Maledetta vecchiaia!

     
  • 06 giugno 2015 alle ore 19:45
    Ultimo gioco

    Come comincia: Corso Umberto, al tramonto, il passo è svelto. Purché non si addormentino muscoli e articolazioni, è l’ora dedicata a loro, data l’età. Sulla porta di un bar, una signora, in nero, si accende la sigaretta. Un bimbo, in braccio ad una ragazza, vicino a lei, è incantato dalla fiammella dell’accendino. La signora, in nero, soffia sulla fiammella, il bimbo scoppia in una risata.  Nasce un ricordo.  Anni ’60, Pronto Soccorso del Cardarelli, io, giovane medico, alle prese con la medicina degli imprevisti. Anziani infermieri sono i miei angeli custodi. Loro sanno tutto, io no. La solita confusione partenopea, sirene di autoambulanze, macchine che sgommano sulla rampa, volti ansiosi, gente trasbordata in barella, imprecazioni, lamenti, pianti, mani tra i capelli. Su quel lettino, difronte a me, arriva un po’ di tutto: ragazze, che hanno ingoiato acido, per amore, coliche addominali, infarti, ferite, sparati, pompieri sorpresi da una frana, semiasfissiati. I titolari del PS, i due chirurghi, nicchiano spesso. Si scelgono un intervento “pseudo-urgente” e se ne vanno. – “Raineri, fai tu, oggi!” -  Se si sapesse che nel ’60, in alcune ore, il PS del Cardarelli era in mano al solo Raineri, cioè, solo a validi e anziani infermieri, pronti a suggerirmi il daffare! Ma ecco la scena, che mi è tornata in mente, questa sera, dopo quell’incontro. Un ragazzo, potrebbe essere uno dei miei figli, entra correndo. Ricordo ancora il biondo dorato dei suoi lineamenti. Una camicia candida, come il lenzuolo che ha tra le mani. Ma c’è qualcosa dentro. Un putto d’altare, questo frugoletto, uscito dal lenzuolo e deposto sul lettino. Mi sorprende subito la pelle, di un rosso violaceo, che non potrò mai dimenticare. - “E’ caduto nella vasca da bagno, colma di acqua bollente” -  Il bimbo piange. Gli occhi, inondati da lacrime, sembrano voler uscire dalle orbite. Immagino la sua sofferenza. Il padre ha il volto contratto da un ansia dolorosa. Sembra chiedermi l’impossibile con il suo sguardo. Ustione di 2° grado, in oltre il 90%; la prognosi, per quei tempi, è infausta. Nessun reparto ustionati. Sorella Cinzia inizia a spalmare il Foille, l’unico medicamento disponibile. Il bambino, ora, emette una sola nota acuta, il padre piange in silenzio, fissando il figlio. Ad un tratto, estrae l’accendino e lo avvicina al volto del bimbo. Pochi centimetri dalla bocca. Esce la fiammella. Per un attimo, quasi una magia, il bimbo cessa di urlare. La mimica gli si ricompone in una fugace normalità. Ecco che soffia sulla fiammella, che si spegne. Il bimbo sorride, il padre pure. Si stanno fissando entrambi negli occhi. Due sorrisi fermano dolore e tempo.

     
  • 16 aprile 2015 alle ore 17:51
    Le fragole che ci spettano

    Come comincia: Ci casco, oramai, per necessità, o meglio, per il desiderio di ritrovare un gusto, celato, da anni, dentro di me, puro. Mela, pomidoro, patata e, oggi, la fragola hanno oramai lo stesso sapore. E tu affondi i denti, fai girare lingua e papille e la delusione t’investe. Oggi è toccato a immondi fragoloni di Carrefour. La tecnica della genetica riesce solo a tanto? E vorremo costruire uomini così? Immensi, colorati, abbaglianti e tragicamente insapori. La visita a nonna Olga, a Genova, era domenicale. Da una casa buia e odorosa di cere di mobili e pavimenti ci si immetteva in un giardino luminoso di aiuole curate, fiori traboccanti, profumi, aromi di terra appena innaffiata. Su di un tavolino di ferro battuto, ricoperto da una tovaglia dei suoi ricami, ci attendeva il centro dell’attrazione, che aveva fatto sì che noi bimbi, con i genitori, avessimo attraversato mezza Genova. Una mezza bottiglia di estratto di tamarindo (regalo annuale di mio padre al nonno, che la richiedeva con insistenza e che riusciva, con parsimonia, a farla durare da onomastico a onomastico), e una scatola di latta con vecchie raffigurazioni dorate. Questa racchiudeva il ben di Dio, frammenti della lavorazione dei fru-fru al cioccolato della fabbrica Saiwa di San Martino, per quei tempi, un affare! Ma nonna era già scomparsa e china tra le sue aiuole: - “Venite, venite, sono nate le fragoline.” Le vedo ancora, rubini piccolissimi, tra geometriche foglioline verdi. Passate dalle sue mani, avevo timore di schiacciare tra le mie dita, quel po’di polpa dal profumo e sapore incancellabile. Chissà, se quelli della Carrefour ne hanno mai assaggiata una dalle mani della nonna!

     
  • 14 aprile 2015 alle ore 17:14
    Questi Fantastici Diavoli

    Come comincia: Trovato da Feltrinelli ieri sera, l’avevo portato con me, in ambulatorio, per assaporarne le prime pagine: “Un paradiso abitato da diavoli “di Benedetto Croce. La mia camera dà sul cortile, e i suoni vi giungono dopo il filtro di mura storiche, che hanno lasciato passare lo stridore di ruote di carrette di appestati e di felpate carrozze di cardinali e re, in pompa magna. Al primo intervallo di lavoro, il caffè delle undici, avevo trovato una piazza insolitamente affollata, il traffico fermo e un lussuoso carro da morto svelava il motivo di quella adunata insolita. Il fonendo posato sulla schiena di donna Rosalia, oltre al crepitio dei suoni bronchiali, generati da due pacchetti di sigarette quotidiane, mi rilasciava altre note che stentavo a collegare tra loro. Uno scrosciare ripetuto di applausi ad intervalli regolari, una voce femminile gorgheggiante tra rabbia e dolore, il suono chiaro delle note di una tromba che recitavano il Silenzio di un cimitero di guerra. Poi, guizzante, a tratti su tutto, un suono indimenticabile per me, nella mia prima notte napoletana, venuto da Genova: il fischio lacerante, metallico, impertinente della caldaia dei lupini. Era morto il giovane venditore di lupini della Sanità.

     
  • 03 marzo 2015 alle ore 1:29
    Il mio teatrino

    Come comincia: Certamente il mio ambulatorio non ha niente a che vedere con uno del nord. Napoli e rione Sanità sono due cofattori da non sottovalutare. E teatrino è stato, negli anni o forse reale teatro di vita, fatta di allegria e dolore. Già la folla eterogenea del mezzogiorno, quando Napoli dà il meglio di se, lontana dal torpore dell'alba e dall'afflusso di prossime iniziative, ha una sua caratteristica precisa: le donne prevalgono, alcune di ritorno dalla spesa, con sporte traboccanti di ortaggi, altre frettolose, perché, a momenti, uscirà il figlio da prendere a scuola e poi si deve ultimare il pranzo. Parlano ad alta voce e nessuna segretaria riesce ad azzittirle, tranne, per alcuni minuti, la mia comparsa sulla porta: "A vulite finì!". Qualche appiccico è pur capitato nei tempi. Io, da dentro, monitoravo le urla crescenti. Doverosamente intervenivo quando ci si avvicinava agli ultrasuoni gutturali, indice delle prossime mazzate. L'ondata mattutina è già passata. Di solito ti aspettano, per prendere il numero, dalle 6,30, ma questa tipologia di pazienti ha idee chiare, una visita, un certificato, un rinnovo. Quelli del mezzodì sono di passaggio e come avviene per strada, che, se non hanno niente da dirti, ti chiedono che ora sia, sono capaci del nulla assoluto, pur di essere presenti a quell'appuntamento. Più di trent'anni fa quella era l'ora della Citrosodina, della soluzione Shoum o del Tantum Rosa, vere scorte, che finirono per mandare a gambe all'aria la Sanità campana.                                                I veri attori compaiono improvvisamente, non con la frequenza che si potrebbe supporre. I più sono comparse, sfiziose, come si dice qui, ma non attori.                      Peppinella Ambrosio, che entra in sottoveste di seta, capelli sparsi sulle spalle: "Duvite scinnere mo' mo'. 'O commissario vo arrestá mio marito e vuie duvite fa nu certificato". Troncone Giruzzo, 'o cantante di giacca, si fa corrompere da un torroncino e inizia a gorgheggiare. Quelli di fuori mi aprono la porta di autorità e me li trovo tutti dentro, attorno alla scrivania. "Bis, bis, 'nata vota!"
    Marina 'a 'ballerina", facile facile, inizia il suo ballo afro cubano. Si è tolta la giacchetta, lasciandola cadere per terra. Ha movenze di un certo interesse. Qui, do un giro di chiave, solo per prudenza...
    Le sorelle Zito, in eterno lutto, sembrano un coro da tragedia greca. Magre, nere in volto e nei vestiti. Non parlano con nessuno. Hanno ucciso, negli anni, tre fratelli, a brevi, calcolati intervalli.
    Urla dabbasso, nel vecchio cortile. Qualcuno sale frettolosamente le scale per ripararsi da noi. "Se stanne battend, Gigino 'o sciaffer e Tonino 'o pazzo!"
    I sottotitoli di ogni storia sono opera della mia apriporta. Conosce tutti e sa di tutto, ogni intimità inimmaginabile.
    Certo non è facile fare medicina con la serietà che le compete. Io ho sempre avvertito i vari giovani medici, che hanno fatto pratica nel mio ambulatorio, di fare attenzione alle "mine vaganti", il vero pericolo per il medico, che opera in questo ambiente: il non saper individuare in questa atmosfera a volte gioiosa o meno, per puro coinvolgimento, la serietà che il caso richiede, in quel momento preciso. Una minima distrazione ed è la fine della professione.  Loro, possiedono un tam-tam tribale, che in pochi minuti cancella un medico.
     

     

     
  • 20 gennaio 2015 alle ore 22:38
    Piazza Garibaldi

    Come comincia: Fa parte delle mie passeggiate serali. " Vado in Africa", mi dico, chiudendo la porta, e, subito, sono sul piazzale della ex Pretura, dove stupendi exschiavi neri, con pettorine colorate delle due squadre in lizza, giocano una partita al pallone. Al termine, saranno sostituiti da giocatori di baseball, con le loro mazze. Rari bianchi, sogguardano distratti, dalle loro motorette. Bionde extracomunitarie, di tutte le età, dai vestiti impossibili, bevono birra e addentano un panino, parlando tra loro, sedute dove trovano. Le aiuole, oltre all’immondizia di giorni, hanno i bagliori multicolori di vetri rotti. C’è odore di urina nell’aria. I rom sono più avanti; ti lasciano un niente di marciapiede: braccialetti, chincaglieria infima, femminile, che trova ancora sguardi e mani a rovistare. Eccola, Piazza Garibaldi: se non fosse per la statua di Garibaldi, atemporale, incongrua, scorgeresti un grande catino di ingombri rumorosi. Il telaio di pali dell’architetto Domenique Perraul sembra un’eruzione di freddi acciai, da una voragine del terreno. Promette una nuova stazione europea, a crederci. Le luci di S. Martino, lassù, placano le ansie. Ora si cammina: il marciapiede di sinistra, guardando la stazione, è l’estero in casa. Hotel grondanti di neri. Valige e parabole satellitari ingombrano balconi. L’abbigliamento è vario: dal senegalese a quello di Harlem. Il Mc Donald's è loro. Se c’entri, ti senti in imbarazzo. Bancarelle improvvisate vendono le stesse cose, con monotonia esasperante. Un occhio ai vigili, che spesso girano al largo. Eleganti magnacci, dal passo felpato, alla Obama, si portano dietro puttane, dal corpo felino. Hanno collari d’oro, come ricchi mastini. I cinesi, piccoli e minuti, non si fermano. Hanno da lavorare, loro. Basta un attraversamento ed è Turchia: gli stessi profumi, gli stessi aromi, che sbucano da bettole luminose. Le note musicali sono orientali. Baffi e barbe scure, camice, a volte candide, ti riportano sul ponte di Galata, a Istanbul. Rari, operosi, ma non progrediti, con i tempi, napoletani, tentano di coinvolgerti al gioco dei tre campanellini, avvolti da una piccola corte di attori improvvisati.                                " Possibile – ti chiedi - che gl’imbecilli si riproducano sempre?"                                     La Feltrinelli laggiù, mi attende, linda di specchi serali, rigorosamente incoerente con la cultura che la circonda. Quasi un tentativo di missione, la sua.

     
  • 07 settembre 2014 alle ore 10:23
    Dio non parla napoletano

    Come comincia: Dio non parla napoletano: è un dio troppo difficile, astruso, ascoso, senza volto, né immagine da appendere a un altarino. Non sorride, non parla, non colloquia tra loro.
    Il paganesimo è ancora una nebbia densa, pesante, che non dirada da vicoli e bassi. Virgilio, mago per  Napoli, attese per anni, in caverne di tufo, di passare lo scettro a S.Gennaro. Il bisogno del sacro ha mille rivoli, siano sembianze, avvenimenti o altre magie. A ciarlatani o santi, si chiede, si prega, si inveisce. L’immaginetta o l’adesivo creano congreghe  virtuali di appartenenza. L’importante è mostrarle comunque.  I santi gareggiano, tra loro, nella magnificenza del miracolo. Il sangue, vita liquida, è preferito sul palcoscenico del quotidiano. Il miracolo non avviene una sola volta, nella sua storia, come evento unico, fragorosamente soprannaturale, ma ha una sua ripetitività, un appuntamento popolare, atteso, dovuto. E’ un vaticinio, interpretabile da tutti.  Un miracolo semplice, facilmente verificabile. Un sì o un no, un testa o croce, dotato di sacralità. Quale aiuto avrebbe dovuto avere questo popolo, martoriato nei secoli, se non l’accorrere del miracolo, magia di pensiero, dolce e irrinunciabile lenimento.

     
  • 03 settembre 2014 alle ore 11:48
    Pippetto

    Come comincia: Ritrovare queste due foto del ’45, fatte a Villa Adela, Serravalle Scrivia, l’ultimo anno di guerra, mi ha riportato ad un episodio, che non mi sono mai saputo spiegare interamente. Nel tardo pomeriggio, in prossimità del tramonto, ci si metteva fuori, sull’erba, sotto il grande ciliegio. Vedete mia madre, che ha terminato di allattare mia sorella Lilia, di pochi mesi, mia zia Maria, la sorella, e nonna Amina, classica figura meridionale, di Melfi, che ho conosciuto sempre vecchia, anche quando, sicuramente, vecchia non era. Date un’occhiata alla culla, un blocco di legno consistente, imprestato, per l’occasione, da contadini vicini e pietosi, dati i tempi. Il suo trasporto, da casa al prato, e viceversa, richiedeva più di una persona. Lì, dopo la poppata, Lilia si faceva il suo sonnellino. Zia Maria, reduce da Genova, sicuramente, raccontava i suoi amori a mia madre. Nonna Amina ascoltava, continuando a rammendare. Mi sembra ancora di sentire le voci, il fruscio degli alberi, il canto degli uccelli, il profumo dei fiori e della terra. D'altronde, mi potete scorgere, ci sono anch’io: sei anni e mezzo: vispo e attento. Nel mio cervello, si è conservato d’allora, un suono particolare, che si è annidato in qualche cellula, un rombo, sordo, quasi una vibrazione dell’aria, che iniziava dietro la collina, difronte, con una sola nota bassa, per poi proseguire, in crescendo. “Pippetto, Pippetto, sta arrivando!” E’ un allarme improvviso, una voce d’ansia e di timore, che esce dalla gola di una di loro e copre, per un attimo, il suono che scende dalla collina. A me, quel nome piaceva, e piace ancora adesso. Sapeva di favola. O forse, già intuivo, dai racconti dei grandi, la poesia picaresca di questo pilota, che a sera, se ne veniva, tutto solo, chissà da dove, con una sola bomba da sganciare, e un rotolo di mitraglia da scaricare, così, come si usa in guerra, a un sorteggiato dal caso. Eccolo, l’uccello nero affiorare dal sommo della collina. Vola basso. E’ una fuga precipitosa verso casa. Speriamo che non ci scorga. Si corre al riparo, misero riparo, essendo l’unica casa della vallata. Il rombo si fa più vicino, i vetri tremano, poi si attenua. “E’passato”. Si riesce e si torna sul prato. Un rituale serale, oramai atteso.      Ora subentra il ricordo scandalo, che a dir vero, solo con l’abitudine, raggiunta, alla guerra, ho potuto assolvere. Rieccolo apparire, ad uno dei tramonti, Pippetto! Frettoloso alzarsi di noi, pronti a dirigersi verso casa. Ma Lilia ha terminato la poppata e ha iniziato, solo ora, a dormire, dopo una giornata capricciosa, nella sua culla di legno.                                        “Lasciamola qui, nella culla! Dorme troppo bene, per svegliarla! Venite via, svelti!”  Una decisione improvvisa, insolita, sbrigativa di mia madre, prima di iniziare a correre. La scena l’ho negli occhi: noi, ora, verso il riparo, prossimi a casa, e la culla in mezzo al prato, in un abbandono straziante, alla mercé di Pippetto, che sta sopraggiungendo. Il bambino, che è in me, avverte un’ingiustizia inspiegabile verso un altro essere, mia sorella, e questa sensazione mi è rimasta dentro, per una vita.
     
    N.B. Pippo era il nome con cui venivano popolarmente chiamati, nelle fasi finali della seconda guerra mondiale, gli aerei da caccia notturna che compivano solitarie incursioni nel nord Italia.
    I "Pippo", a differenza dei grandi bombardieri che colpivano da alta quota, arrivavano in volo radente, per evitare la contraerea, sganciando bombe o mitragliando nel buio della notte. Le azioni erano rese possibili dalle prime installazioni di apparecchi radar su aerei che proprio con i "Pippo" compirono una sperimentazione su larga scala.
                                                       

     
  • 30 luglio 2014 alle ore 18:32
    L'anima di sabbia

    Come comincia: Dai vetri del pullman turistico è come un film, a cui sei abituato. Ci hanno volutamente abituato alla miseria, al degrado, al dolore, all’orrore. Piccole dosi quotidiane, qua e là, un telegiornale, un documentario, una discussione, tra gente in poltrona. Ora siamo quasi vaccinati, possiamo vedere membra a pezzi, mura macchiate di sangue, crateri di bombe, provando una modesta reazione. Socchiudiamo una palpebra, due sarebbero troppo, per un attimo, per cacciare un incubo: “Che non abbia mai ad accaderci”. Poi riprendiamo una commiserazione più ampia, più vigliacca. Postiamo su Face Book la nostra reazione e ci sentiamo migliori di chi non lo fa e parla dell’ultima zuppa di fagioli. E’ finito il Ramadan: oggi è festa. “Come la vostra Pasqua, per intenderci” - mi dice la guida. Siamo fermi, in una fila disordinata, su quella che dovrebbe essere un autostrada, ma è più una pista di un deserto, data la quantità di sabbia che la ricopre, spinta dal vento del Sahara. - “C’è un posto di blocco dell’esercito” - Il paesaggio è grigio, in tutte le sfumature, sino ad accennare un rosa, a tratti. Su case sgangherate (le nostre peggiori periferie, in uno sfacelo inimmaginabile), accenni di monumenti incomprensibili, minareti decadenti, recinti di ovili, intuizioni di piazze. Gente di stracci, neri e bianchi. Nessun altro colore. Devono aver spruzzato sabbia e tu vorresti un enorme aspirapolvere per vedere di scoprire la realtà che c’è sotto. Ci guardiamo e ci salutiamo attraverso i vetri delle auto. Una vecchia Mercedes: la moglie, accanto al marito, al volante, lascia libera solo una striscia bianca con due occhi, il resto è un velo nero. Ma, nei posti dietro, c’è baldoria: conto sette bambini, di cui uno mi saluta dal vetro del portabagagli. Le auto sono piene di viveri, pentole, cocomeri. Sembrano sereni, inconsapevolmente felici. Dove mai andranno, in questo grigiore? Il mare migliore è per gli europei. Su qualche casupola scorgo, ai bordi della strada, una trincea di sacchi scuri. Cela un militare che ci osserva, puntandoci la mitragliera. Ne vedrò altre, prima di giungere al controllo del posto di blocco. A proteggere il nostro pullman, ci scorta una camionetta dell’esercito con quattro mitra a vista. Alla postazione militare si giunge con un tortuoso zig-zag, tra cavalli di Frisia. L’invalicabilità è sottolineata dalla canna di un carro armato, ai lati della strada. Quando chiedo cosa temano, mi risponde: “La Libia è lì, a pochi chilometri”. Controllo la mia apatia, a ciò che vedo. Ho sabbia dappertutto, rosa la mia! Che mi abbia coperto l’anima?

     
  • 13 luglio 2014 alle ore 7:31
    Vecchia Sanità

    Come comincia: Mi è sempre capitato, entrando in una casa, che non mi appartenesse, di essere attratto, per prima, da ciò che contenevano le pareti. In realtà non c’è modo migliore per conoscere la sensibilità, la storia, la cultura di chi abita quella casa. E devo dire che ho subito delusioni durissime, in ambienti altolocati, dove, alle pareti, erano affisse croste impudiche, che mal si confacevano con il tono elevato, dichiarato. Mentre, in alcuni angusti bassi, ho trovato, alle pareti, stupori inaspettati. Luigi Coppola, a Vico S.Vincenzo, l’ho conosciuto quando la vecchiaia lo aveva avvolto nel suo basso. Nelle giornate di sole poneva la sedia sul limite dell’angusta strada e sedeva con un libro aperto sulle ginocchia. Leggeva, in un raggio di sole, con lenti spesse. Mi concedeva un tenue sorriso che nascondeva l’indisponibilità a farsi visitare, come lo richiedeva sua moglie. Nel ricordo, trovo solo quella sua posizione di lettura, che mi sorprendeva e affascinava, dato il luogo. Le pareti dell’abitazione erano libri, pile di libri, piramidi in precario equilibrio, polverosi ed emananti quel sentore di carta vecchia. Il più delle volte lo trovavo con un libro che avevo imparato a riconoscere, un testo di Benedetto Croce, il suo amico preferito di gioventù, perso da tempo. Luigi Coppola era uno della vecchia Sanità, un autodidatta famelico, un topo di biblioteca. La storia della sua città lo affascinava. Salvatore di Giacomo, direttore della Biblioteca Nazionale, gli dava carta bianca, quando lo vedeva. Luigi Coppola aveva quel gusto innato per il sapere, una luce che affiorava ancora, in vecchiaia, nel suo sguardo, quando raccontava dei suoi amici, di un tempo, della Sanità. Mastriani, a Penninata S.Gennaro, autore del feullitton italiano, con il voluminoso, “I misteri di Napoli”, era il primo della compagnia, a cui si aggiungeva il poeta Ferdinando Russo, che possedeva una villa, in Via Cagnazzi. Ricordo un quadruccio con la poesia autografa di quest’ultimo, “Comme è bello stu’ poco”. E.A. Mario e L. Bovio chiudevano il gruppo letterario, in cui Luigi Coppola veniva accettato per la sua vasta cultura e per l’amabilità del suo carattere. Di loro, conservava scritti, a lui indirizzati. Nel buio basso, vedo ancora la foto di Luigi Coppola, al funerale di Croce, mentre da il braccio alla figlia, tra tante autorità, venute da tutta Europa. Sopra la testata del letto di ottone, troneggiava il pezzo forte: un documento, a firma Gioacchino Murat. Quel geroglifico mi rubava lo sguardo, a ogni visita. Di Luigi Coppola possiedo una vecchia lumia, che ho lasciato incrostata di fumo e di cera. Me la regalò la figlia, anni fa, alla sua morte. “Papà lo ricordo così, - mi confessò - mentre leggeva di notte, al lume di questa tenue fiammella”.

     
  • 13 luglio 2014 alle ore 7:24
    Una sera

    Come comincia: Note lente al piano, alle mie spalle. Mi è sfuggito l'autore. Ma non giova che le note abbiano un autore. Esistono in questo tramonto e mi stanno bene. L'estremità della canna fumaria della casa di fronte, ruota al vento e mi rimanda gli ultimi raggi. Il Vesuvio è celato da frammenti di nuvole incerte. I passeri si contendono, con breve canto, il cavo telefonico, che costeggia la strada. Il mistral spolvera la calura e fa suonare la selva. Ogni tanto, ho rospi disgustosi dentro di me. Questa calma non cura.

     

     
  • 13 luglio 2014 alle ore 7:22
    Qualcuno che mi ascolti...

    Come comincia: ...” nessuno sembra più avere tempo di ascoltare la gente di una certa età, e tanto meno quando ricordano episodi di gioventù” … da SOLDATI DI SALAMINA di Javier Cercas 
     E’ un gioco di sguardi. I miei occhi sono attenti alla mimica del mio interlocutore, che sembra aver capito il mio attacco. Solo un ricordo, ti prego, accettalo! Le pupille hanno nistagmi laterali, fuggono alle catene della mia visuale. E’ un momento della mia fanciullezza. Stupenda fanciullezza, convienimi. La sua mimica non acconsente a essere in tono con l’incipit del racconto. – “Avevo sì e no, sei anni…” - Le sue mani brancolano nel vuoto. Sembra cercare aiuto. Lo sto perdendo. Sconfitto, desisto. Non mi ascolterà mai. E’ un mondo veloce l’attuale, fatto d’immagini elargite a cascata sino a travolgerci. I media ci fagocitano, dandoci loro realtà. La curiosità nostra è saturata da miliardi d’imput superflui che non chiediamo e non desideriamo. La ricetta delle polpette afgane si mescola con l’Anabasi di Senofonte in 3D. Oppressi dalle notizie di mondi che non ci appartengono. Al risveglio alcuni giornali radio e telegiornali ci creano ansie superflue, inattese. Notizie, identiche, ribadite c’inseguono nel traffico cittadino, tra abbozzi di musica. Anni fa, le parole erano suoni, modulazioni di fantasie, ballate, immense composizioni orchestrali. Le parole avevano il peso della conoscenza, il dono dell’amore. Non si compravano ma si attendevano con desiderio. Gli anziani ne conoscevano il fascino e il sapiente uso. Noi li si ascoltava come in una chiesa. Un rispetto dovuto.  “Papà…ti prego non ricominciare con i tuoi racconti.” I nipoti hanno il viso incollato all’ultimo tv tecnologico. Non si accorgono neppure di me.

     
  • 05 aprile 2014 alle ore 6:43
    Il flambè al cioccolato

    Come comincia: Sto ascoltando una lettura della Recherche, “All'ombra delle fanciulle in fiore”. La descrizione del caffè della belle époque, a Balbec, con i camerieri che volano tra i tavoli, tenendo in bilico poderosi e instabili flambé al cioccolato, mi porta ad un ricordo della mia infanzia. La guerra era finita da alcuni anni e mio padre si era lanciato in una spesa inimmaginabile, per un impiegato, l'acquisto di una Topolino usata. Papà era un poeta della vita, cercava di afferrare grappoli d'oro, anche quando non gli spettavano, come impiegato. Appena acquistata, si decise di andare a vedere la favolosa Cote d'Azur, che confinava con la nostra Liguria. Facendo lunghi e discussi conti, sul tavolo della cucina, optammo per quattro giorni di avventura. Si partì, di prima mattina, con una scorta di panini imbottiti, preparati da mamma. Appena il sole divenne caldo, scoprimmo la capote, facendo finalmente raddrizzare il collo, mio e di mia sorella, sino allora tenuto chinato, per non urtare nei ferri dell’intelaiatura. Prima della frontiera, affrontammo i colli della Milano - S. Remo. Sul Beigua forammo, restando senza ruota di scorta. Ci furono commenti e discussioni se affrontare la spesa di una vulcanizzazione non prevista. Preferimmo giocare con la fortuna. Dopo Pont S. Louis il vestito smagliante della Cote ci si presentò nei suoi colori più vivi della stessa immaginazione. Tutto ci sembrava meraviglioso, nuovo, eccitante. La varietà delle insegne, sui negozi, i fiori, presenti un po' dovunque, l'azzurro del cielo, la sonorità musicale della lingua, ci eccitarono nella nuova vita da turisti. A sera, la Promenade des Anglais ci sconvolse. Quello sciamare di gente sul vasto marciapiede, tra la spiaggia e la catena di lussuosi alberghi. Un mondo di benessere, curato, uscito da una pellicola a colori hollivudiana. Ci fermammo sul marciapiede, fuori dal ristorante del favoloso Hotel Negresco. Ci separava una cortina di piante, ma lo spettacolo era visibilissimo, si potevano toccare gli attori. Mi è rimasto, negli anni, questa visione di luce intensa, fatta di gioia altrui e di felicità, in un benessere inarrivabile per noi. Una tavola scintillante di argenti e cristalli, volti sorridenti di giovane e eleganti signore. Uomini poderosi e rassicuranti. Frammenti di sorrisi e di frasi gioiose. Scintillii di gioielli in scollature, che promettevano profumo. Ma eccolo arrivare, tenuto in bilico sul braccio di un elegante cameriere, che avanza tra i tavoli, quasi danzando. Lo depone al centro del tavolo, mentre i commensali si schiudono attorno, come petali di un fiore. Lo vedo, pannoso e tremolante, macchiato di cioccolata, spumoso di bianca panna. Il tocco del cameriere è improvviso e deciso. Una fiammata è al centro del tavolo. Ora i volti ne sono illuminati e ne prendono le tonalità. Le donne hanno sorrisi, che si confondono col bagliore dei gioielli. Un gesto e la fiamma scompare. Eccolo il flambé esuberante, traboccante di forma e di profumi inarrivabili. Ora, noi, si guarda, con stupore, quel affondare la lama del cameriere per trarne porzioni che non ci spettano.                                                                                                                                 "Ho l'acquolina in bocca!!" La voce della sorellina.
     

     
  • 03 marzo 2014 alle ore 19:57
    Zia Maria

    Come comincia: C’è in ogni famiglia, un personaggio di rottura, un essere da ricordare, per i suoi comportamenti, non allineati al clan. Noi si aveva zia Maria. Di lei, inizio a prenderne coscienza nei ricordi, dall’età di quattro anni. Villa Adela, sulle alture di Serravalle Scrivia, ci ospitava, in fuga dai bombardamenti di Genova. Famiglia paterna, genovese, e materna, meridionale. Le tenzoni, immancabili, tra le due schiere, si udivano, a volte, per tutta la vallata. Le mie riflessioni su nord e sud, traggono alimento da un’esperienza sul campo, sin da bambino. Zia Maria restava a Genova, nonostante i bombardamenti. Frequentava sentimentalmente, con rammarico di nonna Amina, il “Lungo”. Personaggio senza nome, che dava adito a occhiate, ammiccamenti e gomitate in famiglia. Lei arrivava da Genova, portandoci sorriso, un alone di profumo francese ed un chiacchiericcio, giovane, intrigante, a cui non si era abituati. Aveva sempre qualcosa per me. Non certo, un dorato proiettile d’artiglieria, raccolto distrattamente, chissà dove, che fece urlare di rabbia papà, ma un quadratino marrone, avvolto in un frammento di carta stagnola: la mia prima visione della cioccolata, seguita dall’incontro col sapore. Aveva questa magia, nel saper creare le cose, per un bimbo. Quel pomeriggio, in uno scivoloso dirupo, nel gorgheggiare della sua risata, indicarmi, al termine di una comune caduta, una viola, nascosta sotto una foglia secca. Non ho più incontrato quel profumo. Mamma era, come sorella, la sua antitesi e, a dir vero, non si piacquero, se ben ricordo, negli anni a seguire. Alla mattina, in villa, stentava a svegliarsi e le persiane, al primo piano, restavano chiuse. – “Castellana, sveglia! E’ ora di scendere!” - La voce di mio padre, baritonale. Nella severità, pudica, dei miei genitori, che, quando si spogliavano, a sera, di fronte a me, si chiamavano per nome: - “Tullio! Franca!” - per rammentarsi a vicenda che io non dovessi scorgere parti inappropriate del loro corpo, zia Maria, invece, mi concedeva, di prima mattina, io, ancora nel lettone, lo spettacolo di lei, mentre si insaponava le grandi mammelle. Le devo l’aver gustato la mia prima gazzosa, al caffè del paese. Fofò, un loro comune amico di Potenza, si presentò in villa, con divisa e gradi tedeschi. Ostentava benessere e soldi. Mi riempì di regali, mai sognati. Al caffè del paese, mentre sorbivo la mia gazzosa, stupito dalle infinite bollicine, sentii la flessuosa voce di zia Maria che diceva: -“ Fofò, me la compri la borsa?” - Durante il bombardamento del ponte dello Scrivia, la nostra villa venne presa, come punto di riferimento, per lo sganciamento dei grappoli di bombe. Nessuno di voi, ne sono certo, saprà, che le bombe, durante la caduta urtano tra loro, generando un suono metallico infernale. _” Tappati le orecchie!” - Io e lei nel sottoscala, stretti. I suoi occhi, la sua dentatura bianca, vicinissima, in un sorriso rassicurante. Quel TA’ TARATATA’ TATTA’ sospeso in aria. La morte, frattanto, scendeva, a caso, su di noi. 

     
  • 03 marzo 2014 alle ore 19:53
    Un pomeriggio d'estate ligure

    Come comincia: Un pomeriggio d'estate ligure. Quando cicale invisibili sono suoni metallici di una segheria impazzita.  -"Coprono il passaggio di un treno, nella mia Provenza"- Mi dicevi. La non ombra di esili pini marittimi, sorti, per caso, tra massi scoscesi, ci dava riparo, in una sosta desiderata, zuppi di salino. Il mare, in frantumi, tra spuma e alghe odorose, ci aveva dimenticati. Le tue gambe, nude, tracciavano un nastro dorato sulla terra arsa. Gabbiani, in numero dispari (ci piaceva contarli, ricordi?) passavano al largo, ritmici, nel loro colpo d'ala, stanco. Mi bastava guardarti, gioventù. Le tue mani giocavano sapientemente con minuscoli fossili, abbandonati dal tempo.
    -"Noi, neanche questa sopravvivenza, avremo"- A mezza voce, lo dicevi, come un avvertimento ultimo e inutile. Il tuo sguardo, distratto dal troppo azzurro, mi sfiorava appena. Quel neo, vicino all'areola del capezzolo, è fuggito dal tempo, per me. 
     
     

     
  • 03 dicembre 2013 alle ore 7:32
    Il Monacone

    Come comincia: Non ho trovato traccia del passaggio di S. Vincenzo Ferrer, alla Sanità, nel medioevo. Eppure un attributo, così confidenziale, “il monacone”, deve pur aver avuto uno spunto di realtà, nei tempi passati, forsanche, un minimo contatto, per aver intravisto, tra una folla di miseri, una figura sfocata, ma imponente, di un sant’uomo, dispensatore di miracoli. Affascinante figura di predicatore domenicano, S. Vincenzo, dalla sua Valencia, nel 1300, si fece una lunga camminata, attraverso l’Europa. Ho trovato sue tracce, reali, a S. Germain des Prés, a Parigi e a S. Vincent, in Val d’Aosta. In ultimo, l’ho incontrato alla Sanità, anni fa. Possibile? Direte. Una mattina qualsiasi, dalla luce cristallina; primavera? Via Arena alla Sanità. Mi sono rimaste poche inquadrature e una frase, pronunciata da un ragazzetto del posto.  Dovevo avere, ancora, la 750 Fiat spider, visto che l’apertura della capote, dà, al ricordo, un ampio scenario, sopra di me. Mi era giunta notizia, della prossima venuta delle reliquie del santo, nella chiesa di S. Maria della Sanità, da Vannes, in Bretagna. Il traffico è un tipico e ricorrente imbottigliamento. Frastuono di clacson, invettive, rombi di motori, smog, persone che attraversano, guadando spazi infinitesimali.  Ora vedo la causa di tutto: uno strano Tir, che travalica lo spazio della sua carreggiata. E’ giunto, a passo d’uomo, a pochi metri, di fronte a me.  Quasi uno stantuffo in una siringa. I motorini risolvono, passando sui marciapiedi, rasentando corpi indifesi. Continuo a voler decifrare quest’immenso ingombro, con ruote. Nero, un parallepipedo lucido. Una elegante aerodinamica. Ha linee moderne. Quelle croci dorate, sulla fiancata? Un nuovo mezzo di trasporto, per l’obitorio? Non certamente un carro funebre, troppo spartano, per Napoli, e nello stesso tempo, troppo grande, per una sola cassa da morto. Resto nel dubbio. A pochi passi da me, un guagliuncello. Un guizzo di capelli neri, una canottiera, non più bianca. Guarda attentamente nell’alta cabina, dai vetri offuscati, che sovrasta entrambi. Sì, ora lo scorgo anch’io, aldilà del parabrezza: è un augusto prelato, affianco all’autista. Vedo il suo volto grassoccio, sudato, bordato, inferiormente, da un colletto bianco. La sua mimica è indifferente, senza alcuna emozione, per lo spettacolo, che gli si presenta fuori dall’abitacolo. Il ragazzo è montato sul predellino, e batte sul vetro ripetutamente. Il faccione del prelato, appare, per uno spazio prudente, di pochi centimetri. Io ho già riconosciuto, ora, di cosa si possa trattare. L’occhio ne ha avuto conferma leggendo la targa. La voce del guaglione, lacera la scena. E’ forte, chiara, non traducibile:
    “Prevete, ma che sfaccimm 'e carr'e muort è chist ?