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Autore

Lucio Paolo Raineri

in archivio dal 23 mar 2007

08 dicembre 1938, Genova

mi descrivo così:
Amo il bello dovunque e comunque

03 marzo 2015 alle ore 1:29

Il mio teatrino

Intro: Medico nel quartiere di Totò

Il racconto

Certamente il mio ambulatorio non ha niente a che vedere con uno del nord. Napoli e rione Sanità sono due cofattori da non sottovalutare. E teatrino è stato, negli anni o forse reale teatro di vita, fatta di allegria e dolore. Già la folla eterogenea del mezzogiorno, quando Napoli dà il meglio di se, lontana dal torpore dell'alba e dall'afflusso di prossime iniziative, ha una sua caratteristica precisa: le donne prevalgono, alcune di ritorno dalla spesa, con sporte traboccanti di ortaggi, altre frettolose, perché, a momenti, uscirà il figlio da prendere a scuola e poi si deve ultimare il pranzo. Parlano ad alta voce e nessuna segretaria riesce ad azzittirle, tranne, per alcuni minuti, la mia comparsa sulla porta: "A vulite finì!". Qualche appiccico è pur capitato nei tempi. Io, da dentro, monitoravo le urla crescenti. Doverosamente intervenivo quando ci si avvicinava agli ultrasuoni gutturali, indice delle prossime mazzate. L'ondata mattutina è già passata. Di solito ti aspettano, per prendere il numero, dalle 6,30, ma questa tipologia di pazienti ha idee chiare, una visita, un certificato, un rinnovo. Quelli del mezzodì sono di passaggio e come avviene per strada, che, se non hanno niente da dirti, ti chiedono che ora sia, sono capaci del nulla assoluto, pur di essere presenti a quell'appuntamento. Più di trent'anni fa quella era l'ora della Citrosodina, della soluzione Shoum o del Tantum Rosa, vere scorte, che finirono per mandare a gambe all'aria la Sanità campana.                                                I veri attori compaiono improvvisamente, non con la frequenza che si potrebbe supporre. I più sono comparse, sfiziose, come si dice qui, ma non attori.                      Peppinella Ambrosio, che entra in sottoveste di seta, capelli sparsi sulle spalle: "Duvite scinnere mo' mo'. 'O commissario vo arrestá mio marito e vuie duvite fa nu certificato". Troncone Giruzzo, 'o cantante di giacca, si fa corrompere da un torroncino e inizia a gorgheggiare. Quelli di fuori mi aprono la porta di autorità e me li trovo tutti dentro, attorno alla scrivania. "Bis, bis, 'nata vota!"
Marina 'a 'ballerina", facile facile, inizia il suo ballo afro cubano. Si è tolta la giacchetta, lasciandola cadere per terra. Ha movenze di un certo interesse. Qui, do un giro di chiave, solo per prudenza...
Le sorelle Zito, in eterno lutto, sembrano un coro da tragedia greca. Magre, nere in volto e nei vestiti. Non parlano con nessuno. Hanno ucciso, negli anni, tre fratelli, a brevi, calcolati intervalli.
Urla dabbasso, nel vecchio cortile. Qualcuno sale frettolosamente le scale per ripararsi da noi. "Se stanne battend, Gigino 'o sciaffer e Tonino 'o pazzo!"
I sottotitoli di ogni storia sono opera della mia apriporta. Conosce tutti e sa di tutto, ogni intimità inimmaginabile.
Certo non è facile fare medicina con la serietà che le compete. Io ho sempre avvertito i vari giovani medici, che hanno fatto pratica nel mio ambulatorio, di fare attenzione alle "mine vaganti", il vero pericolo per il medico, che opera in questo ambiente: il non saper individuare in questa atmosfera a volte gioiosa o meno, per puro coinvolgimento, la serietà che il caso richiede, in quel momento preciso. Una minima distrazione ed è la fine della professione.  Loro, possiedono un tam-tam tribale, che in pochi minuti cancella un medico.
 

 

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