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Racconti di Lucio Paolo Raineri

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  • 03 dicembre 2013 alle ore 7:32
    Il Monacone

    Come comincia: Non ho trovato traccia del passaggio di S. Vincenzo Ferrer, alla Sanità, nel medioevo. Eppure un attributo, così confidenziale, “il monacone”, deve pur aver avuto uno spunto di realtà, nei tempi passati, forsanche, un minimo contatto, per aver intravisto, tra una folla di miseri, una figura sfocata, ma imponente, di un sant’uomo, dispensatore di miracoli. Affascinante figura di predicatore domenicano, S. Vincenzo, dalla sua Valencia, nel 1300, si fece una lunga camminata, attraverso l’Europa. Ho trovato sue tracce, reali, a S. Germain des Prés, a Parigi e a S. Vincent, in Val d’Aosta. In ultimo, l’ho incontrato alla Sanità, anni fa. Possibile? Direte. Una mattina qualsiasi, dalla luce cristallina; primavera? Via Arena alla Sanità. Mi sono rimaste poche inquadrature e una frase, pronunciata da un ragazzetto del posto.  Dovevo avere, ancora, la 750 Fiat spider, visto che l’apertura della capote, dà, al ricordo, un ampio scenario, sopra di me. Mi era giunta notizia, della prossima venuta delle reliquie del santo, nella chiesa di S. Maria della Sanità, da Vannes, in Bretagna. Il traffico è un tipico e ricorrente imbottigliamento. Frastuono di clacson, invettive, rombi di motori, smog, persone che attraversano, guadando spazi infinitesimali.  Ora vedo la causa di tutto: uno strano Tir, che travalica lo spazio della sua carreggiata. E’ giunto, a passo d’uomo, a pochi metri, di fronte a me.  Quasi uno stantuffo in una siringa. I motorini risolvono, passando sui marciapiedi, rasentando corpi indifesi. Continuo a voler decifrare quest’immenso ingombro, con ruote. Nero, un parallepipedo lucido. Una elegante aerodinamica. Ha linee moderne. Quelle croci dorate, sulla fiancata? Un nuovo mezzo di trasporto, per l’obitorio? Non certamente un carro funebre, troppo spartano, per Napoli, e nello stesso tempo, troppo grande, per una sola cassa da morto. Resto nel dubbio. A pochi passi da me, un guagliuncello. Un guizzo di capelli neri, una canottiera, non più bianca. Guarda attentamente nell’alta cabina, dai vetri offuscati, che sovrasta entrambi. Sì, ora lo scorgo anch’io, aldilà del parabrezza: è un augusto prelato, affianco all’autista. Vedo il suo volto grassoccio, sudato, bordato, inferiormente, da un colletto bianco. La sua mimica è indifferente, senza alcuna emozione, per lo spettacolo, che gli si presenta fuori dall’abitacolo. Il ragazzo è montato sul predellino, e batte sul vetro ripetutamente. Il faccione del prelato, appare, per uno spazio prudente, di pochi centimetri. Io ho già riconosciuto, ora, di cosa si possa trattare. L’occhio ne ha avuto conferma leggendo la targa. La voce del guaglione, lacera la scena. E’ forte, chiara, non traducibile:
    “Prevete, ma che sfaccimm 'e carr'e muort è chist ?
     

  • 29 novembre 2013 alle ore 17:41
    I taralli

    Come comincia: "So' asciuti?"- Chiedo a Esposito, 'o re dei tarallari, alla Sanità, passando, di prima mattina. Il rione si è svegliato da qualche ora. Dai bassi escono, non più napoletani, ma cingalesi. Intere famiglie, vestite con cura, senza sciatteria. I lattanti accompagneranno, al lavoro, la madre o saranno lasciati al nido, i più grandi a scuola, con lo zainetto nuovo. Possono stare, tutti, su di un solo motorino, sino a quattro, in equilibrio precario, ovviamente senza casco. Tanto i vigili sono assenti da anni. Le ragazze polacche e ucraine, hanno passo spedito.  Le riconosci dal biondo dei loro capelli, acconciati ad una moda degli anni '60 e dai vestiti “oltre cortina”. Devono raggiungere il posto di lavoro, che a volte, implica lunghi percorsi. Alcune parlano al telefonino per tutto il tragitto. Il cordone ombelicale con la loro patria gli è concesso da facilitazioni comunicative. La mimica del volto suggerisce parlate di casa, ma sono centinaia di chilometri a separarle. Il numero degli immigrati va aumentando di anno in anno. Quando sorpasserà il 50% della popolazione locale, il rione perderà una cultura millenaria, per sempre.                                                                                              "Provate chist"-                                                                                                          La mano di Esposito ha sorpassato il banco. Mi offre, a pochi centimetri dal volto, uno spugnoso tarallo, che emana tepore di forno. Cogliendolo, ne provo, tra le dita, lo scivoloso untore della sugna, che trasborda dai pori. Il colore della superficie è d'oro scuro, molato dalla fiamma. Affiorano a tratti, come frammenti archeologici, smarriti nell'impasto, spuntoni di mandorle. Quella treccia sofferta, compie un breve giro, indeciso, sempre disuguale, a denunciare la presenza di una mano e non di una macchina nella sua fattura. Il profumo, che mi coglie, sa di fornace di fiamme ustorie. La bocca sa baciarlo con cura. Lingua e denti l'abbracciano e lo fermano. La pressione del morso è minima: il frantumarsi in minuti frammenti, pronti ad accogliere la saliva, che ti ha inondato, frattanto, la bocca, vinta dalla vicinanza del piacere. Che piacere, ora è! Con calma, a piccoli morsi, inframmezzando parole amiche e sguardi curiosi su ciò che vi circonda, assaporate. Un consiglio...non mangiatene subito, un secondo. Il tarallo non replica.
     

  • 26 novembre 2013 alle ore 20:41
    Il mio primo giorno di scuola

    Come comincia: A noi, bambini, che subirono una guerra, nessuno ha mai pensato. Si sono dedicate domeniche un po' a tutti, ma a noi, no. Noi, che ne abbiamo portati i traumi psicologici per un'intera vita, in silenzio, senza colpa e senza incolpare alcuno. Passando, di mattina, dinnanzi ad una scuola, vedo da ricchi Suv, scendere accessoriati bimbi, salutati da agghindate e sorridenti mamme, e non posso, con lecita invidia, riandare al mio inizio di scuola, così diverso, così triste, così violento. Il primo giorno, quello dell'oggi, gioioso, curato, fu, per me nel '45, il giorno traumatico per eccellenza. La guerra era terminata da pochi mesi. Si era ancora "sfollati" a Serravalle Scrivia, a Villa Adela. La primina non era stata ancora inventata, e la prima, sotto i bombardamenti e i mitragliamenti americani e inglesi, era stata creata, provvisorie e inadeguata, nello studio, fosco e nero, di nonno Angelo. "Lucio, sali" era il comando che mi piombava addosso, con il consenso muto di tutto il clan famigliare, che abitava la villa. Aste e lettere vennero apprese e scritte con una vecchia penna di legno e un raschiante pennino, che trasudava macchie a sorpresa. Il dito indice, da buon scriba, doveva adagiarsi, disteso, sul dorso della penna. Lo scappellotto, improvviso, sul capo, non ancora proibito, arrivava inatteso, scrollandoti le idee e correggendo la posizione dell’indice. "É pronto, scendete!" La voce di mamma, a mezzogiorno, era la campanella di fine scuola. Bambini, amici, non me ne potevo permettere. Un mondo di adulti mi circondava. Ernestino, il bambino della villa più in alto, lo incontravo raramente, alla pompa dell'acqua. Poche parole e un desiderio insoddisfatto di compagnia. Poi, si continuava il nostro colloquio, sventolando le nostre bandiere, da lontano. Lui, Ernestino, una immensa bandiera tricolore, con un regale stemma sabaudo, io, con tre pezze colorate, cucite, con cura, da nonna Amina. Del primo giorno di scuola ho una sequenza indelebile di pochi fotogrammi. Esame di abilitazione alla seconda elementare, per tutto il paese. Un aula, bambini, tanti, troppi, per me, tutti in una volta, in grembiule. Ridacchiano, guardandomi con diffidenza, quasi in un prudente e diffidente cerchio, attorno a me. Una gracchiante maestra, aggrappata alla cattedra, urla “silenzio”, fregandosi ritmicamente, disgustata, le mani. Io, è come se mi fossi svegliato da un lungo sonno, o forse sto vivendo un sogno orrendo. Al centro dell'aula, si sono spostati i banchi. Lo spazzino del paese, in azzurra divisa comunale, apparso senza che io me ne accorgessi, dopo aver sparso segatura, ramazza con una gigantesca scopa di saggina, la mia copiosa colazione, appena vomitata.

  • 24 novembre 2013 alle ore 19:13
    Non era crisi

    Come comincia: '48, '49, '50,'51... anni poveri, poverissimi, altro che quelli di adesso. Non ricordo pianti e tragedie, in casa mia. E' vero, si era dei sopravvissuti alle bombe inglesi e americane. Interi paesi erano stati spazzati via, intere scolaresche massacrate. Anch'io ero un sopravvissuto e non lo sapevo. A mezzogiorno, mamma serviva polvere di piselli, americana, bollita in acqua. Ricordo la schiuma, che non mi entusiasmava. A volte, la sera, insalata di arance, o uovo alla coque, la cui esatta cottura era una disputa famigliare. Papà cenava con castagne bollite nel latte, con una punta di cioccolato autarchico. Ma c'era il pane, che portava nonna Amina, fatto in casa, le sue caramelle di zucchero, ritagliate sul tavolo di marmo della cucina, la crema pasticcera, con frammenti di scorza profumata di limone. Papà, a mezzogiorno, mangiava alla mensa del vecchio INAM. Lo attendevamo, a sera. Ci portava, nella sua cartella di cartone nero, piccoli avanzi del suo pranzo, incartati con cura. Quasi una festa: un pugno d'insalata russa, un'ala di pollo fritto, qualche patatina fritta, una striscia di focaccia. Una sera, sorpresi papà a farsi una sigaretta serale, aprendo i mozziconi, raccolti in ufficio. Quell’immagine l’ho stampata nel cervello. Ne accusai vergogna. I conti di casa, tra lui e mamma, erano il momento più serio della giornata. Rammento i loro dialoghi, pieni di ansia e preoccupazione. Si ascoltava alla radio, Nunzio Filogamo o Corrado, appoggiando i gomiti sul tavolo di marmo di cucina. A volte papà telefonava, in qualche fine mese, a nonno Celso, suo padre, per un aiuto, di poche lire. Nonna Amina, lasciava sempre cento lire, nel cassettone di mamma, per le vere emergenze. Il mese successivo, all’arrivare dello stipendio, tutto andava velocemente restituito. Le scarpe, le si risuolava sino alla distruzione. Il problema era ricomprarle. I miei calzoni alla zuava, fatti da quelli da ski di mamma, in gioventù, mi durarono per tutte le elementari. "Con tutti quei rammendi sotto il culo, puoi sederti sul freddo marmo della cucina". Il cappotto era di zia Maria, bassina, per un incidente alla colonna vertebrale, da ragazza. Lo portai alle medie, invertendo l'abbottonatura. Ma ai miei compagni non andava la pelliccetta sul risvolto del collo. Ne pizzicavano ciuffi, nei momenti di balordaggine. Quale vergogna sopportata, senza alcuna ribellione. I calzettoni, non stavano su, come a quelli dei figli benestanti. L'elastico di gomma, lasciava il segno e prudeva, quando li toglievi. I vestiti si "risvoltavano". Sono nuovi! Ci convincevamo. Colletti e polsini delle camice, avevano un loro commercio a parte. Il cinema era l’unico lusso, raro. Raccontarlo agli altri, con dovizia di particolari, era uno spettacolo accessorio e gratuito. Non ho mai sentito parlare di vera crisi in casa, anzi lo ripenso come uno dei momenti più sereni della nostra famiglia. Forse si era più forti.

  • 10 novembre 2013 alle ore 7:33
    Renato, il Bello

    Come comincia: Una di quelle sere d’inverno, in fuga da me stesso e dalla città. Le curve della valle del Noce scendono in un labirinto di ombre. Il cielo spento, copre le mie ansie. Il bagliore di un raggio nello specchio retrovisore, mi avverte che non sono solo. Un grosso Tir mi sta dietro, con la sua massa. Scalo le marce con ritmo, ad ogni entrata in curva. E’un valzer, questo alternarsi dello sterzo nelle due direzioni opposte. Se sai ascoltarlo, anche il motore ha una sua musica. Il mare è oltre quella muraglia scura. Non lo avverto ancora. O forse è quel sentore di muschio che avverto, portato dal vento, da scogli lontani. Il cellulare squilla, inatteso. Ma non lo avevo spento? La mano abbandona il volante e lo cerca nella tasca. Vorrei rifiutare la chiamata, ma la mano, cieca, ha già aperto involontariamente il contatto.                                                                                               – “Pronto? Pronto?” -                                                                               E’ una voce, anziana, stentorea; le ultime sillabe rubate da un soffio di un respiro mozzato. Un mio paziente, a quest’ora? Può essere.  La voce si perde tra le note del motore, che aumenta di giri, nello scalare di marcia. Ha sicuramente una patologia, questa voce. L’orecchio del medico sa riconosce le malattie. Uno scompensato, un grave problema respiratorio, sicuramente. Un neo polmonare?                                      – “Ti ricordi di me, sono Renato?” -                                                                       Quel piccolo volumetto, trovato, nella mia biblioteca. Erano i tempi del risparmio, l’ansia del vivere dei genitori. Il professor Tarditi, ci aveva richiesto un Eneide in latino, e tu, Renato, mi avevi offerto quella di tuo nonno Andrea. Sai, mi ha fatto impressione a riscoprire quella mia calligrafia incerta, se pur giovane, in calce ad alcuni capitoli. Appunti frettolosi, incuranti della preziosità del libricino. Ma servivano a difenderci da un pessimo voto, apposto sul registro dal vecchietto, cosi lo apostrofavamo Tarditi. “Continua tu!” Ricordi? Quel dito che c’indicava, improvvisamente, e noi si cercava quel maledetto verso di salvezza, che avrebbe dato la certezza della nostra attenzione. L’amicizia era un suggerimento a mezza voce. Ho avuto il desiderio di restituirlo dopo una vita. L’ho ridato a un ragazzo, che avevo lasciato in piena gioventù. Tu, Renato il bello della 3°B, l’amato dalle ragazze del liceo Colombo. Ti venivamo a vedere ai tornei di tennis. Vincevi con classe. Mi piaceva quel lancio della racchetta, in aria, al termine di una vittoria. Confesso che ti ho un po’ invidiato, per quel tuo saperci fare con le nostre compagne. Sembrava che vedessero solo te.                                                   - “Pronto, Lucio, ti ricordi?” -  La voce ora è flebile. Il contatto telefonico cade improvvisamente, nella gola delle montagne. Ho desiderato che tu non mi ritelefonassi. E così è stato.
     

  • 18 ottobre 2013 alle ore 16:15
    Per poco, Antonio, per poco...

    Come comincia: Caro Don Antonio Sartori, ricordo quale fu, la prima volta del nostro incontro. Spesso, poi, nella mia vita, ti ho chiesto rifugio, nella, accogliente, tua Cittadella, ad Assisi. Una fredda notte, la solitudine dei miei fari, che sbagliavano vie su vie, inseguendo pensieri. Tornanti senza stelle, nevischio sul tergicristallo, una pena dentro, incolmabile. Una messa di mezzanotte, un Natale, che osservavo passare su di me, senza traccia di serenità. "Dopo messa, una cioccolata assieme, in cella?" Un tuo invito, che non dimentico. Un salvagente buttato all'anima. "É un grande teologo, vedrai." Mi avevano preannunciato, e temevo la tua vicinanza. Io sono rimasto al catechismo parrocchiale, quello della prima comunione. Sorseggiammo, in silenzio, quel liquido denso, caldo, cremoso. Le stelle sembravano entrare nella buia cella. Non una parola. Il tuo sguardo, su di me, aveva un peso leggero. Una vertigine di corpo e anima.                                      "Può bastare, per stanotte. Va un po' meglio, Lucio?"
    Un pomeriggio domenicale, sul Nevskij prospekt di Leningrado. Un inverno grigio e freddo. Ancora la vecchia Unione Sovietica, povera, cenciosa, buia, come una pagina di Dostoevskij. Marciapiedi colmi di volti senza espressione, vecchi cappotti, incipriati di ghiaccio. Una massa solida, in movimento perenne, senza meta. "Lucio, stamane, non ho detto messa, devo tornare in albergo. Mi accompagni?" In quel polveroso salottino, in un freddo corridoio dell'enorme hotel, due poltrone di pelle consumata e un tavolino sgangherato. Tirasti fuori dalla tua borsa due bottigliette. "Guarda un po', in cucina, se ti danno del vino, acqua e un pezzo di pane". Quando te li portai -"Ora siediti comodo, in poltrona, rilassati, sarai stanco". Che spettacolo, quella messa, che mi offristi! Possibile che la cena del Cristo potesse rinascere, con me e te, in quel momento, con tale semplicità. C'era posto per un Dio, in quel salottino polveroso, ostico? Ne ebbi un’intuizione, grazie a te.
    Un luglio, in Finlandia. Era di primavera. Al tramonto, giungemmo ad una chiesetta di legno, un pezzo d'arte, firmato da Alvar Aalto. La foresta l'avvolgeva, rabbuiandola dall'azzurro dell'immensità del cielo. Vedo ancora la scenografia, dietro l'altare. Un sipario di cristallo apriva la visione di una via, tra alti alberi ventosi.  La croce, ampia, nera, decisiva, chiudeva lo sguardo, in un orizzonte prossimo.                                       -" Lucio, prima d'iniziare messa, vai fuori. C'è una corda che scende dal campanile, suona la campana"-   Ricordo quell'invito, improvviso, che mi mise imbarazzo. Il suono, lanciato da me, nell'immensità, tra i mille laghi e le immense foreste della Finlandia, non terminava mai, si ampliava in cerchi infiniti. C’ero io, al centro di quel suono. Cos'era mai? Un pianto, un lamento, forse, una preghiera. Che mi avevi mai fatto fare? Per poco, Antonio, per poco, stavo per credere.

  • 13 ottobre 2013 alle ore 7:42
    Ritorno a Villa Adela

    Come comincia: La salita, dopo settant’anni, è la stessa, ripida, difficoltosa al passo. Ora è asfaltata. Papà, slacciata la cintura dei pantaloni, la lega alla parte posteriore dell’automobilina e frena l’abbrivio della mia discesa.  Una parete di verde mi porta al cancello. “Villa Adela”, un insegna di marmo nuovo. Ancora mi stona quel nome, nella mente, che già d’allora non legava alla sonorità di Adele, il nome della nostra cameriera. La vernice del cancello è fresca di tempo. I cardini oliati hanno perso il canto del ritorno di papà dalla guerra. Sento ancora quel suono di immensa felicità. Correre ad affacciarsi alla balaustra, e vederlo laggiù, che ci saluta con la mano, un valigione di cartone marrone. Il viale, verde di ippocastani, si confonde in una macchia scura nel gomito, che sale a sinistra, in un’ultima rampa, alla villa, che non scorgo ancora. Un faretto e una telecamera fanno da guardia al cancello. Suono al citofono senza nome e attendo. Nessuna risposta. Faccio una foto al viale, posando la macchina fotografica tra le sbarre del cancello. – “Che sta facendo lei, chi le ha dato il permesso? - “ Un ometto, in una camicia a quadri, è apparso e avanza verso di me a passi ampi. Il volto è contrariato. Apre il cancello e la mano cerca di afferrarmi la macchina fotografica. - “Mi faccia vedere cosa stava fotografando?” - Ci metto parecchio a spiegargli, che sono un bambino di settant’anni che viene a rivedere i luoghi dell’infanzia. Lo sento diffidente. Vorrei lasciare tutto lì e andarmene, ma i ricordi mi chiamano. Acconsente, a malo modo, a farmi salire sino alla villa. A metà viale, ci viene incontro la moglie. Guarda me e il marito con un volto dubbioso.  Ora si libera la curva e vedo villa Adela. Irriconoscibile. Il fine ottocento è mutato, in un palazzotto modernizzato dal pessimo gusto. Un patio pseudo messicano, aggiunto di recente, ne protegge l’entrata. Il ciliegio dalla neve di petali, in primavera? -“Lo abbiamo abbattuto. Era troppo vecchio e malato” -. Dalla balaustra, sconnessa, da cui mi affacciavo nella valle, vedo mamma e zia che corrono disordinatamente, gridando, nella neve alta. Un caccia inglese sta giocando con loro, al gatto e il topo. Scende basso su di loro, quasi a sfiorarle, poi risale, rombando, il declivio del monte. Ritorna, scivolando in una picchiata d’ala. Scorgo il volto del pilota. Ma che fa? Ride? - “Le sta corteggiando” - qualcuno alle mie spalle.  Una lastra di marmo con un ampio foro circolare è adagiata alla parete dell’entrata. - “La riconosce? Ci siamo rammodernati.” - Quante volte mi ci sono seduto su quel buco nero, io, timoroso. Una vertigine infinita, sino al pozzo nero, nel gabinetto sospeso nel vuoto, sulla parete posteriore della villa. Entro, a destra, la cucina ha perso tutti i caratteri di un tempo. L’inferriata alla finestra non c’è più. Me la fecero coprire col mio corpo, quando il tedesco che svolgeva il cavo telefonico, si avvicinò per guardare dentro. Un lenzuolo bianco, steso internamente, attraversava in diagonale la cucina, evitando gli sguardi a salami e prosciutti appesi ad asciugare. Tonio, il mio amico maiale, era finito lì. A destra il salottino in vimini ha la porta chiusa. Lo stato maggiore delle SS, ne aveva preso possesso. Di sera sentivamo i canti attorno al camino. Io aspettavo il piatto di bianca pasta, che mi porgevano, quegli esseri biondi, giovani, sorridenti. Erano miei amici. La vetrata delle scale, manda raggi di sole. Il suo frantumarsi in briciole di vetro, al bombardamento sul vicino ponte dello Scrivia. Il ratatàtà delle bombe, che scendono urtandosi. Quel suono metallico, uno scampanellio di morte, che pochi conoscono. Vado via, ora. Il diffidente padrone della villa ha avuto notizie, che non conosceva, della sua casa, da un bambino, dal volto di vecchio.

  • 10 ottobre 2013
    Andiamo a coricarci

    Come comincia: “Andiamo a coricarci”, questo era il termine serale, a Villa Adela, il comando incontestabile, di nonna Amina. Un vocabolo, che ho lasciato a quegli anni di bimbo, chiudeva la mia giornata. Confesso di non averlo mai più incontrato, eppure, aveva la magia di comunicarmi sonno, in quelle poche sillabe. Mentre le giovani, mia madre e sua sorella Maria, adempivano ai riti serali, spargendo, nell’aria, risa e profumi di fiori e di lavanda, nonna Amina, meridionale, i capelli bianchi in treccia, raccolta sul capo, veste nera, eterna e inspiegabile, mi prendeva per mano e mi portava su, per le strette scale, al primo piano della villa. La camera da letto, vasta, bianca alle pareti, un letto matrimoniale di ferro battuto, nero, troppo alto, per la mia età, mi attendeva per il complesso rito della svestizione. Ogni indumento, mio, andava piegato con cura e deposto, in un ordine perfetto, ai piedi del letto. Doveva essere a portata di mano, per potersi vestire velocemente, in caso di terremoto! Ma la nostra località, Serravalle Scrivia, piemontese, non era certo una zona sismica. Io, previlegiato, avrei conosciuto, in anticipo, i pericoli da affrontare, in caso di un inaspettato terremoto. Non tutti potevano vantarsi di avere, come nonna, una sopravvissuta al terremoto di Melfi, nel ‘30. Alla prima scossa, vestirsi rapidamente, sarebbe stato il modo più opportuno, altrimenti, sarei rientrato nel suo quadro, che continuamente mi rammentava, a sera. Esseri nudi, urlanti, fuggiti dalle macerie, che correvano in una nuvola di polvere bianca. Il quadro, che mi sono portato dietro negli anni, è la sua descrizione di cavalli imbizzarriti, fuggiti dalle stalle, che attraversavano di corsa, in ogni direzione, le strade principali della cittadina. Era il secondo pericolo, per coloro, che erano sopravvissuti ai crolli. Cadevano sotto gli zoccoli, nel panico disperato della fuga. Nitriti, urla, lamenti. Nessun regista lo ha mai riportato. Il film, che mi è rimasto in mente, del terremoto di Melfi, ha nonna Amina, come regista.

  • 29 settembre 2013 alle ore 19:30
    Incontrando Alessandro

    Come comincia: Leggendo “ALESSANDRO IL GRANDE” di Georges Radet, un libro, tra i tanti, che rischiavo di perdere, nella fase discendente della mia vita, mi è venuta a mente, quella mattina a Esfahan (Espadana), favolosa città iraniana; Ci si era appena affacciati dalla grande balconata reale dei Safavidi sulla Piazza Grande. Qui, 3000 anni prima, si giocava, a cavallo, il polo “inglese”. Un’antica miniatura, acquistata la sera precedente, in un negozietto buio e bituminoso, me ne aveva arricchita l’immaginazione. “Non pennello, ma setole di gatto” mi aveva precisato, un omino fasciato di stracci, mostrandomi i tratti accurati e microscopici del dipinto. La Moschea dello Scià, a destra della balconata, le sue cupole d’oro, riflettevano i raggi del sole, creando bagliori. Poi l’immergersi nell’oscuro suk, che contornava la piazza. Un budello nero, tra una folla di razze sconosciute, struscianti. Odori, sentori, aromi, profumi, suoni. Turisti, rari, se non coraggiosi. Oggetti esposti alla rinfusa, che richiamavano un’utilità agreste. Lo sguardo dei venditori, diffidente, curioso, penetrante. Tra montagne di oggetti, intravedo una mattonella che mi chiama. E’ una ceramica antica, sofferta, il fuoco ha lasciato tracce, non desiderate. Un giovane cavaliere sta per scoccare una freccia verso un cerbiatto. Ha una torsione elegante del corpo, sulla direzione del cavallo. Il suo vestito è elegante, ha macchie di colore, paiono fiori. Mi chiedo chi sarà mai raffigurato. Alle mie spalle un suono rauco di sillabe oscure, mi anticipa, in un rude inglese e con un pizzico di famigliarità inconsueta: “ Non vedete il colore chiaro della pelle? E’ Alessandro, a caccia!”
     

  • 16 settembre 2013 alle ore 6:22
    Il ricordo dei suoni

    Come comincia: Vorrei avere un altro suono, quello di una trombetta per bimbi, un sonaglino, in fondo alla caverna dei ricordi, purtroppo c’è solo lui, tremendo, possente, inconcepibile, per un cervello appena sbocciato. Un rifugio, sacchi di sabbia, a coprire la luce di una finestrella. Una lunga, serpiginosa, buia, scala porta in alto e cela papà, che non vedo. “Papà non può stare al chiuso, sta sulla porta, rischia la vita”. – Mia madre, rassegnata, di cui sento soltanto la voce, perché, difronte, ho i pizzi odorosi di nonna Olga, i suoi capelli di fine rame. Apre la piccola scatola di mentine colorate, per rasserenarmi. Lei porta con se anche la bottiglietta di colonia francese, da passare sotto il naso, in caso di malore. Il tuono è fragoroso. Un suono inatteso, sconosciuto, che fa vibrare la testa e il corpo. Volano vetri, come neve su tutto. Il telo dei sacchi, lacerato, fa colare sabbia dall’alto. La luce è andata via. Sento piangere, pregare, inveire. Vedo maschere, più che volti, nel lampo di un cerino acceso. (Quest’odore di cera appena bruciata, mi resterà per la vita.) Mamma urla: - “Tullio, Tullio, dove sei?” - Sto vomitando la cena sulle scarpe. Un liquido caldo mi bagna i calzini. Qualcuno mi pone una mano tiepida sulla fronte. La colonia di nonna Olga va su, graffiando le narici, inodore. Tornato il silenzio, troveremo all’uscita, in via Casaregis, a Genova, un enorme fosso, al posto del palazzo, affianco al nostro. Mi meraviglia che sia pieno di acqua, quasi un laghetto. Ci potrò giocare? Papà c’è, è salvo! Siamo felici.

  • 14 settembre 2013 alle ore 7:02
    Il Credo a Ma'lula

    Come comincia: Stamane, al primo caffè, la tv parlava dei cecchini, che imperversavano a Ma’lula, occupata dai ribelli siriani. Ricordo quella mattina, che ci arrivai. Montagne, nude come scogli infuocati, rosse di ferro. Grumi di case, cubi malconci di calce e mattoni, sgretolati dal vento, in bilico su crinali impossibili. Capre e capre a brucare erba invisibile. Un sole rovente, incessante, esasperante sul tuo corpo, che non ha più liquidi per sudare. Bambini dagli occhi enormi, muti, sorpresi di te, che ti seguono, tendendoti una mano che non sa chiedere. Si scende, per un viottolo, in una voragine infernale. Quale paura, quali orrori, spinsero i monaci a costruire un convento, così celato? Il Mar Sarkis ti ricorda che S. Sergio, come un'infinità di altri santi, è di qui. Paolo l'hai lasciato, a terra, a Damasco, fulminato da Dio. La Siria possiede più di un centinaio di insediamenti paleocristiani, a ricordarti che Gesù stava a pochi passi da qui. Il cristianesimo vive in un reticolo di musulmani sciti e sunniti, curdi, armeni. Il monaco, che ci accoglie, ci porta su, per gradini sconnessi, a una terrazza che dà sul azzurro del cielo. Il convento de Mar Taqla o santa Tecla è difronte, chiuso in caverne irregolari, quasi bocche fameliche. Il vento caldo del deserto lascia sabbia negli occhi e tra i denti. Il monaco mi porge un bicchiere d'acqua, che si appanna, tanto è fredda la sorgente, una verde fessura nella parete rocciosa della chiesa.  - "É l'unico luogo, al mondo”, - ha una voce calda, in un italiano quasi perfetto, che sa stupirti – “dove si parla ancora l'aramaico dei tempi di Cristo. É tramandato solo oralmente. Ne abbiamo perso la grafia. Ora, sentirete dalla mia voce il suo Credo, con la sua stessa sonorità di linguaggio"
    Ricordo quel suono.
     
    l.p.r.  12-09-13

  • 21 agosto 2013 alle ore 7:30
    Dottore, mi faccia tornare in carcere.

    Come comincia:   Una strana richiesta, quella di Severina, stamane. Quell’ appunto di visita a domicilio, lasciato lì, con quell’ apatia, che ti prende d’agosto, soprattutto se sei ultra settantenne e in pensione. Ma continuare a fare il medico, ti dà la vita, che ti resta. Un nero cortile, scale del seicento, in frantumi. Severina mi apre in tuta. Cinquant’anni, un fascio di nervi e muscoli tesi su per il collo. Un viso chiaro, occhi azzurri, capelli biondi, non curati. Don Mario, il padre, noto boss della zona, mi saluta dalla camera da letto. E’ in mutande e, con la mano destra, si trascina il carrello della la bombola di ossigeno. Insufficienza respiratoria grave. Lavora ancora, comanda. Cellulare e guaglioni sono i suoi ingranaggi, nella macchina invisibile. Severina mi fa accomodare in salotto: velluti, ori e argenti, puttini, candelabri, tutto di pessimo gusto, ma coerente. Due anni a Poggioreale, poi due, commutati in arresto a domicilio.  – “Ho finito da sei mesi, sono libera. Ma non riesco più a uscire. Se metto un piede fuori dal portone, vado in panico e torno nella mia camera. Due anni di arresti domiciliari, mi hanno distrutta. Una solitudine spaventosa. Pensi che, dopo pochi mesi, feci richiesta di tornare in carcere. Lì si sta meglio. Ci sono le amiche, si parla, si scherza, si giuoca, si ama, se si vuole. Qui, in questa casa, è una prigione, sconosciuta agli altri. Ho perso il gusto del truccarmi, del scegliere un vestito. La tuta, per quattro anni, ti pialla il corpo e l’anima. Le amiche del quartiere sono sparite. Resto più di un’ora, a parlare con Severina. Ora me lo posso permettere. Ho altri tempi, non quelli del medico mutualista. Cerco di spiegarle che avrebbe bisogno di un supporto umano, psico-sociale, che la possa aiutare a rintegrarsi nel quotidiano. La invito a raggiungermi, nei prossimi giorni, in ambulatorio. Uno spunto per farla uscire. Non amo le medicine, ma una piccola spinta, a vedere più luce, sarei in grado di dargliela. Poche gocce. Severina mi sorride. Ha un movimento delicato nel socchiudere entrambe le palpebre, un colpo di ali di farfalla.  –“Voglio tornare in carcere, dottore. Lì starei bene. Faccia qualcosa.” -_

  • 06 agosto 2013 alle ore 17:36
    I Toraja a Sulawesi

    Come comincia: I Toraja, li avevo incontrati in uno dei documentari favolosi di Folco Quilici. Quando mi si propose il viaggio in Indonesia, anni fa, accettai subito. Prima dell’ultima tappa, la turistica Bali, dopo le magiche, Giava e Sumatra, era in programma, una sosta alle isole Celebes, per visitare i Toraja, a Sulawesi. Niente di più spaesante nella mia vita. I toraja sono un’etnia di provenienza dalla Cambogia. Giunti sulle rive delle Celebes, non furono ben accolti, loro cristiani animisti, dai locali, musulmani. Si rifugiarono sulle cime dei monti, nelle invalicabili foreste. Dovendo costruirsi delle capanne, pensarono di rovesciare le loro eleganti imbarcazioni. Questo divenne il modello di costruzione negli anni a seguire. Ed è la prima meraviglia che s’incontra. I trofei di corna di tori le ornano. Ad agosto è l’epoca dei funerali. Se ricordate Omero, non avrete dimenticato il termine ecatombe……che comportava il sacrificio di centinaia di tori. Permane questo rito tra i Toraja, che tra l’altro è stato limitato nel numero, in età moderna, dal governo, per non dissanguare l’economia agricola. Mi restano quadri di ricordi, indelebili nel tempo. L’attesa dell’epoca dei funerali, agosto, fa sì che visitando la capanna della capo tribù, sì, era una donna, vidi il suocero deceduto, impacchettato in una stuoia vegetale, nella camera dei nipotini, sotto il loro letto. Assolutamente inodore. La presentazione oceanica dei tori nella verde pianura. Gli ori degli ornamenti, lamelle sulle corna ritorte. Loro, gli abitanti, arrampicati sugli alberi, in silenzio, come animali impagliati. Di prima mattina, mi vennero a prendere con una jeep. “Se teme il sangue non venga” – fu la premessa. Alba, nebbia fumosa tra gli alberi. Un recinto, un doppio giro di ombre nere, accovacciate, in mantelli e copricapo neri. Solo occhi. C’è sangue dappertutto, scorre tra l’erba. Un odore nauseante. Il toro abbattuto, fuma dalla carne rossa, mentre lo spellano con i machete. Ma già, al palo centrale, viene portato un altro toro. Il giovane della tribù si gioca la sua entrata nell’età del guerriero, con il colpo di machete, che deve essere netto, forte alla giugulare del toro. Un muggito lamentoso, un gorgogliare rosso nero dalla gola. Il toro barcolla e cade tra le urla. Basta così, vado via. Incontrerò al tramonto la processione, scomposta e traballante come il baldacchino sulle spalle di una miriade di esseri affannati.  Nella foresta, quasi buia, una parete di roccia ha loculi scavati. Fantocci vestiti, dagli occhi vividi, luccicanti fanno da guardia e rappresentano i morti. Quegli occhi m’imbarazzano. Mi sono addosso. Il lamento dei maiali sgozzati, ultimo sacrificio. Il sole da posto alla luna.

  • 30 maggio 2013 alle ore 19:26
    Cioccolata Novi

    Come comincia: “Un quadratino di cioccolata, dottore?” Mena è davanti a me, stamane, guagliona di vico S. Vincenzo, esuberante, nella sua fresca gioventù. Il mio sguardo si allontana dalla sua aperta e candida scollatura, per indugiare sulla marca della cioccolata: NOVI.
    Una gita, forse da Genova, nel primo dopoguerra. Il ricordo è una piccola sequenza, di pochi minuti.
    Di Novi Ligure non ricordo nulla, forse mi resta la curiosità infantile di quella dissonanza: il fatto di essere in Piemonte, con un toponimo ligure. L’ambiente, potrebbe essere un negozio, a piano terra, ma ha le dimensioni di una stanza. Non so da dove sono entrato. Apprendo, dalla mia emozione, che mi trovo nel regno fatato della cioccolata. Mi ci hanno portato i miei genitori: papà c’è, senz’altro, perché tra poco entrerà in scena. Le pareti della camera sono un alveare geometrico di infinite cellette. Sembrano cassette della posta. Il vetro trasparente, svela per ognuna una confezione diversa di cioccolata, una bengodi golosa, ricca di colori sfavillanti di carta stagnola. Alla destra della celletta, una fessura per la monetina di pochi centesimi. Riapparso, questo ricordo, negli anni, mi ha sempre affascinato per la preveggenza di questo primo negozio automatico, un dispenser, anzi tempo. Siamo negli anni ‘45, ’46. L’Italia è stremata, eppure c’è chi vede il futuro. Ma torniamo al bimbo, qual ero. E’ la delusione che sottolinea il momento: la mancata apertura dello sportellino, dopo aver introdotto il centesimo. La confezione di cioccolata resta, ammiccante, dietro il vetro. Qui, entra in scena papà, che suona un campanello, vicino alla scritta “reclami”. La favola entra in scena. Si apre una piccola porticina di legno, tra tanto vetro e acciaio, una cornicetta, che avvolge, appena, il viso di una signora di una certa età, una fata attempata? Resto affascinato da quello spettacolo. Parla con papà, ha una voce umana. Dove vivrà mai questo volto, che appare sorridente, nella cornice di un piccolo quadro. In quale regno della cioccolata si aggira, ogni giorno? Papà spiega l’inconveniente e dopo poco, il viso scompare, ed, al suo posto, una mano, vera, si protende, fuori, per qualche centimetro, con la cioccolata di NOVI, da me desiderata.

  • 23 maggio 2013 alle ore 20:07
    L'urlo

    Come comincia: Ricordo quel urlo. Mi è rimasto dentro, tremendo, sovrumano, lacerante. Un urlo, trapano sonoro, guaito di un immane dolore. Usciva dalla stanza numero otto e saliva su per il corridoio a raggiungermi. Io me ne sentivo responsabile. Interminabile urlo, un ruggito di rabbia, un’invocazione di pietà? Avrei voluto decifrarlo.
    -” Suora, faccia qualcosa. ” - Imploravo.-” Normale, dottore, normale. Si è appena svegliato. Siamo nel post-operatorio. ” -  Solo il volto rigido, inumano, di una suora non compassionevole, poteva tanto, nel fronteggiare quella sonorità. Dalle stanze uscivano i degenti, curiosi e impressionati. Io fermo, al centro del corridoio, sentivo l’anima indietreggiare. Sala operatoria Cardarelli-Divisione di Chirurgia. Operatore Bruno Romano, ai ferri, io, nel periodo post laurea. La radio portatile del professore spande bossa nova. Del paziente, steso sul tavolo operatorio, si scorgono, tra i teli verdi, solo pochi centimetri di coscia bluastra. Sono già stati recisi, con cura, muscoli e nervi. Suturati i vasi. L’osso bianco del femore sembra una conchiglia fossile, in un mare rosso di sangue.  “Giovane, fatti le ossa. Tocca a te!” -  Bruno Romano mi porge una sega. Negli anni sessanta era ancora una sega primordiale, non certo elettrica. –” Dai, forza con i muscoli” - Mi compaiono per un attimo i tagliaboschi della mia infanzia, a Isola di Rovegno. –“Passano! Guardali come sono belli. I loro muscoli!” - La voce di mio padre. Ora sono io, il tagliaboschi, ma ho un osso vivo, sotto la lama e non ho, certo, i muscoli dei tagliaboschi. Duro come la pietra, si oppone, con la vita, che gli resta, alla mia forza. Produco un suono immondo su di un corpo che soffre, anche se è sedato. Avanti e indietro, con un ritmo incerto, cauto. Il tonfo dell’arto sul telo verde, steso sul pavimento, segna la fine del mio compito. Mi asciugo il sudore della fronte, aiutandomi con i muscoli della spalla destra. -” Bravo! Sei rimasto in piedi. A questo punto, i principianti, come te, cadono per terra, con la gamba.” -

  • 18 maggio 2013 alle ore 6:08
    Il tempo dei ricordi

    Come comincia: Nel mio ampio tempo di vita, ho preso per la coda l’ottocento, nei suoi costumi, nel modo di vivere. La considerazione dell’oggetto comune in se, non è stata, nella mia prima infanzia, quella dei nostri tempi attuali. La sporificazione degli oggetti, il suo moltiplicarsi in maniera esponenziale, è iniziata, lentamente, nel dopoguerra, con l’introduzione di nuovi materiali industriali. La plastica ha proliferato l’oggetto singolo, tanto da far rispondere, pochi anni fa, ad un antropologo, alla domanda: -” Come identificherebbe questa nostra civiltà?” - con una definizione quanto mai pertinente: - “La civiltà degli oggetti” -. Ma è indubbio che la quantità abbia inflazionato il valore del singolo oggetto, che si da all’acquirente, in una vasta ed ampia gamma di modelli e di prezzi. Perché vi parlavo di ottocento, perché ho visto, nella mia infanzia, oggetti singoli, attesi nelle famiglie, ereditati, conservati con estrema e devota cura. Non dico che si attendesse la morte di un famigliare per catturarne il suo orologio, ma alla morte, quell’orologio diveniva terreno di dispute feroci. Le forbici da sarto di nonno Angelo, che fra l’altro era avvocato, non ho mai saputo da chi arrivassero. Furono oggetto di culto. Conservate da lui, al piano superiore di villa Adela, scendevano sul tavolo di marmo della cucina per l’annunciata operazione di “taglio” della stoffa, da parte di nonna Amina. Aperto l’astuccio di pelle nera, in un abbaglio di velluto azzurro, le forbici comparivano, a me bambino, nella loro sfavillante magnificenza. Più grandi delle normali forbici, avevano una forma allungata, quasi a somigliare a due lame di spada congiunte. Ma ciò che mi affascinava era quel suono, una nota sottile, quasi di violino, quando, nonna iniziava a tagliare la stoffa. Quel procedere scivolando delle lame, senza intoppi, per la magia del taglio netto, emettendo come un soffio, un ansimo di piacere. Il momento lo vedo nei suoi particolari. E’ una piccola sequenza indelebile, dopo decine di anni di vita. Nonna esce dal quadro, forse dalla camera. Non ne avverto la presenza. E’ il momento atteso, l’opportunità di trasgressione offerta. Prendo le grandi forbici con due mani, le passo sul lembo della stoffa e l’addento tra le due lame. Ora volo, zigzagando per il tavolo. Riecco quel suono, quel soffio di cui, ora regolo le modalità. Un piacere immenso, indelebile, tanto che le botte, che sopraggiunsero, non le ho memorizzate, che con un’assenza, un buio nella memoria. Ma so che arrivarono, senza cancellare il piacere di quell’attimo.

  • 10 gennaio 2013 alle ore 17:41
    La Delusione

    Come comincia: “Marisa, tu che fai, quando ti porta lì?“ Marisa si è alzata dalla sedia, difronte alla mia scrivania. Ha sfiorato, prima, il sensore del mio riproduttore di musica, aumentandone il volume. Guardo il suo corpo snello, giovane, mentre la voce di Cesaria Ebola invade la stanza. Marisa è indietreggiata di alcuni passi, fermandosi alla sponda del lettino. Il suo bacino ha preso le note di “Lua Nha” e ha iniziato a dondolare lentamente. Ha occhi duri, fissi su di me, sicuri. La camicetta è a terra, dopo un suo gesto lento, studiato. Ora la sua mano è sulla lampo dei jeans. - “Capito. Basta così. Ti puoi fermare. E poi che succede? “- -“E poi, qualcuno si avvicina e mi sceglie, portandomi nel separé“- Si riabbottona con cura la camicetta. Sento di averla delusa. -“Tuo marito?”- -“Lui mi porta al Club Privé, a Montecassino, ogni lunedì. Aspetta che qualcuno mi scelga, mentre, a turno, con le altre, io faccio il mio balletto. “- -“Gli è sufficiente?”- -“No, passati i primi minuti di mia intimità, con il nuovo partner, entra anche lui. “- -“E’ omosessuale?”- -“Anche…mi crea grossi problemi con i miei partner, che a volte se ne vanno malamente. “-
    La delusione è una caduta, in frammenti minuti, di un giudizio positivo. Mi era sempre piaciuto entrare in casa di Marisa. Una casa in ordine, curata nei particolari. I bimbi, con pigiamini nuovi, ad attendermi, tra lenzuola di bucato. Il marito, gentile, ossequioso, intento a riparare orologi, al suo banchetto di lavoro. Una famiglia modello, quindi. All’apparenza.

  • 08 gennaio 2013 alle ore 12:59
    I nuovi Kouroi

    Come comincia: I nuovi Kuroi ateniesi sono ugualmente belli, nelle loro linee di estetica prassitelica. Sembrano essere uno stuolo di gemelli, assimilati da una misteriosa generazione, che li ha procreati per un’unica azione, che so riconoscere. Casco nero, divisa nera, fasciante carni e ossa agili, stivali impeccabili. Cavalcano, due per volta, moto ugualmente nere, possenti. Due corpi allacciati come su di un delfino nero. Al primo, scorgi una grossa pistola nella fondina, al secondo, una coda in erezione, più che un manganello, è una mazza. Fermi sotto i portici, a squadriglie, lanciano sorrisi freddi alle loro colleghe, di cui stenti a individuarne il sesso, attraverso la scura armatura. Guardano, gli altri, lontano, sorvegliano, scrutano, intimoriscono. Li trovo di prima mattina a raccogliere, sotto un porticato in disuso, una decina di barboni, cenciosi e assonnati. Una fila, diseguale e triste, che, a fatica, si regge con le spalle al muro. Sguardi miseri si contrappongono a sguardi severi, duri, cattivi. Dove mai li porteranno? Discendo il viale del Partenone, estasiato da ciò che ho visto, da ciò che ho provato. Una parete di ville lussuose si contrappone agli ulivi della collina. E’ spiovuto da poco. Odore di legna bagnata. Poche persone. Il rombo, lo riconosco. Eccoli, arrivano. Mi passano davanti veloci, bui come incubi. Non mi degnano di uno sguardo, tesi a un fine che ignoro. Salgono ingoiati dalla boscaglia, verso il Partenone. Auguri Grecia!

  • 08 gennaio 2013 alle ore 12:54
    Panna montata e cannella

    Come comincia: E’ uno dei sapori che ho perso, tra una città e l’altra, Genova e Napoli. Qualche centinaio di chilometri possono rendere impossibile l’obbligo di spolverare ogni cono di panna montata con cannella odorosa? Sapori, gusti, aromi, profumi si fondono nell’immagine di quel cono, un po’maltrattato, di prima mattina, che mi ha accompagnato negli anni. Io, quattro anni, i miei genitori giovani, investiti da venti di guerra. Andare al cinematografo era, a quei tempi, un vero lusso. Si valutavano prezzi e tempi delle visioni. Si scrutava sul libro della spesa, la possibilità economica che non intralciasse con l’arrivare a fine mese, senza un soldo. Avevano deciso, complici tra loro, di andare a vedere la pellicola del momento, non valutando di creare il mio primo grande dolore, il distacco. A sera, attraversando, a piedi, Genova, si era andati a trovare, questa era la prima menzogna, i nonni materni.  La seconda? “Usciamo, un attimo. Tu vai a dormire con nonno Angelo. Torniamo subito. Domani mattina ci si rivede.” Si sottovaluta la grandezza dei dolori dei bimbi, ma la loro permanenza dopo decine d’anni, dovrebbe creare il rispetto che meritano. Ho ancora, velato e alterato dal cristallo delle lacrime, l’immagine di mamma, ben pettinata, con la pelliccia odorosa di naftalina, che si allontana da me. Di mio padre, il sonoro di parole rassicuranti. Riprovo la sensazione del tono dei miei muscoli, contratti nell’ansia di raggiungerli, mentre qualcuno mi afferra alle spalle, per trattenermi. L’impotenza, la sconfitta, l’intuizione di una prima, immensa ingiustizia, l’incontro con la regola…la vita futura. Il secondo quadro è il risveglio: l’ansia di ritrovarli si scontra con la luce riflessa del volto, a me vicino, di mia madre. Mi porge un cono di panna montata, candida, spolverata con cannella. La moneta del perdono. Avverto (quanta sensibilità in un bimbo!) che il cono è sofferente, la panna già cola. Alcune ore devono essere trascorse dall’acquisto della sera precedente. Il profumo della cannella  mi prende. Il primo boccone di panna mi dona il consenso al perdono.

  • 24 novembre 2012 alle ore 22:33
    A mia madre

    Come comincia: -“Devi scrivere di mamma..”- mi dice spesso mia sorella, Lilia. - “Perché non l’hai fatto ancora?”-
    …………………………………..
    Ho cercato le prime immagini di mia madre nelle prime sequenze di vita di quel bimbo, che io ero, a Villa Adela, a Serravalle Scrivia, dove ho trascorso gli anni più fragorosi della mia vita, dai quattro ai sei anni. Ne ho rinvenute poche, frammentate. Quadri con voci e fondali, dove lei non appare mai, in primo piano, forse inglobata da quella magica simbiosi che fa, di un figlio e una madre, un pezzo solo di carne e spirito. Lei, troppo giovane, per affiorare in un mondo di anziani, genitori suoi e paterni, figure solide, forti, invadenti, sfollati, in fretta, dai bombardamenti di Genova.  Sudisti e nordisti, obbligati a vivere per necessità, gomito a gomito, una vita scomoda. Il primo ricordo? Le pezze di acqua e aceto, nelle notti di febbre. Avverto, ancora, il peso della sua mano, che depone il panno gelido. Dopo il Causith, la febbre scendeva per crisi, lasciandomi prostrato, in un bagno di sudore. Il cambio del pigiama, nella stanza fredda, fatto in fretta, in piedi sul letto. Il sonno rassicurante mi attendeva, dopo il bacio. Il suo canto di mattina, al risveglio, per le stanze della vasta villa. La radio non era ancora la sorgente dei suoni. La gente cantava. Papà era grande, in bagno, alla barba, con “vieni c’è una strada nel bosco”. Mamma, con “ ma l’amore no, l’amore mio non può”. L’ora della merenda, alle quattro: pane, burro e zucchero, preceduto dal suo richiamo, a me, che andavo, libero, per campi. Risento la sua voce tra gli alberi della villa, che sembra cercarmi. Un inverno gelido di neve e ghiaccio: toccava scendere per un viottolo, sino alla pompa del pozzo. Una ruota, da far girare, mandava su, in villa, l’acqua al grande serbatoio. D’inverno ghiacciava. Mamma, la più giovane, si avviava con una pentola di acqua bollente per sgelare il congegno. La vedo rientrare in casa, sul riquadro della porta, coperta da pezze di lana. Dalla mano destra cola sangue rosso. “Sono scivolata sul ghiaccio” Mamma era meridionale, di Petralia Soprana, Palermo. Il senso tragico, greco, se l’è sempre portato dietro. Una lite con sua sorella, zia Maria: urli e strilli, in uno sfondo di luce mattutina. Entrambe si tirano per i capelli, forsennatamente. Generano polvere luminosa, in quell’azzuffarsi. I parenti, invano, cercano di districarle.  Quei capelli, che mi tirerà durante le ore di studio, lei affianco, ed io svogliato. Provo ancora quella sensazione dolorosa d’intercapedine tra i capelli e il cranio. Io, all’inferriata della finestra del pianterreno, osservo fuori: neve nei campi, alta, bianca e sugli alberi colmi. Mamma e zia, ragazze, che corrono, verso casa, affondando a mezza gamba. Un caccia scende rasente sul pendio della collina. Il fragore del motore. Passa a pochi metri dalle loro teste. La casa trema.  “Dio! Se mitraglia!” Una voce alla mia spalla sinistra, mi mette panico. Piango e urlo: “Mamma!”. Il viso premuto sul vetro freddo, che si opaca al fiato. Mamma e zia continuano a correre verso casa, tra nuvole di neve. Mi sembra di udire le loro invocazioni. L’aereo ritorna, dopo un’azzardata virata, scende, con un rombo assordante, a pochi metri dalla casa.  –“ Sta ridendo, sta ridendo! Hai visto il pilota rideva! - La stessa voce. Mi rassicura. “ Ha giocato al gatto e al topo!”. L’aereo scivola verso l’orizzonte. Bombardano il ponte sullo Scrivia; la villa trema, i vetri cadono a pezzi, su di noi, che stiamo chini nel sottoscala. Mamma, sicura e calma, a noi, che premiamo le mani sulle orecchie, per non farci saltare i timpani: “ I grappoli di bombe, scendendo, urtano tra di loro; si sente il tà-tà-tà, metallico, prima dello scoppio.”- A sera, gli ufficiali tedeschi vengono a gustare il Nocillo di nonno Angelo. Papà mette sul grammofono, Lilì Marlene. Questo motivo rassicura tutti. Si ascolta in un silenzio religioso, quasi fosse una preghiera. Mamma e zia, sono ai piani superiori. Per ordine di nonno Angelo e nonna Amina, non devono scendere. Avverto il loro silenzio, la sua mancanza. Il suo amore per le piante, per i fiori. Le ginestre la facevano impazzire. Il suo volto, tra un mazzo enorme di gialle e profumate ginestre, ritorna negli anni, sorridente, a ogni primavera. Una mattina arrivò Fofò, amico d’infanzia di mamma e zia Maria, da Potenza. Ha la divisa da graduato tedesco. –“E’ un furbacchione!”- Io lo sto ad ammirare con stupore. Mamma e zia sembrano ritornare bambine. Per la prima volta qualcuno mi regala giocattoli. Ne riempio due cassetti. Dovrò imparare a giocare. Fofò ritornerà, a guerra terminata, col distintivo del Partito Comunista. Risentirò: “E’ un furbacchione!” E’ primavera, forse, in villa esplode un pandemonio di felicità. Urla, risate s’intrecciano nelle varie camere. Qualcuno dal paese, è arrivato urlando: “L’armistizio!” Divento una palla da far saltare dalle braccia dell’uno all’altro.  Rido anch’io. Quel ragazzo che sale, affannato, su per il viale alberato, urlando:- “I partigiani hanno arrestato suo marito. In paese, dicono che fosse il federale di Genova”.-  La tragedia riappare sul volto e i gesti di mamma. Papà era un semplice impiegato, si appurerà. Mamma si coprirà di un eczema per anni. Il mio primo giorno di scuola, in paese, l’esame, da privatista, dalla prima elementare, fatta con nonno Angelo, alla seconda elementare. Appena scompare il suo volto, dalla porta dell’aula, mi prende un vomito irrefrenabile. Lo spazzino del paese è chiamato in aiuto. Genova, casa nuova, la guerra è terminata. Ho una camera tutta mia. Mamma, a sera, è stata sostituita da un lumino da notte.  Non mi basta. Le persiane resteranno aperte a far entrare la luce della Lanterna, più rassicurante del piccolo lumino. Resterò, a scuri aperti, per tutta la vita. E’ un pomeriggio autunnale di giorno feriale, mamma mi porta dai suoi genitori. Genova è di sole e di mare, alla Foce. I baracconi si stanno montando per le feste. Noi, li s’attraversa. Scorgo, addossato al legno di un capanno, mio padre. Abbraccia una donna bionda, voluminosa. – “Mamma, guarda, c’è papà!”- Un riflesso di natura, senza un frammento di ragionamento. Solo dopo pochi istanti, compresi il danno che avevo creato. Mamma tornò meridionale e tragicamente greca, in una furibonda scazzottatura. Mamma, non vi ho detto ancora, era molto bella. Salita in Liguria con i genitori, aveva abbandonato un mondo di elite. Da ragazza andava a sciare d’inverno, (dei suoi pantaloni da sci, ne ricavammo uno, alla zuava, per me, che portai per parecchi anni, d’inverno) aveva volato sui quei trabiccoli scoperti, della prima guerra mondiale, a due posti. (“guai ad aprire la bocca, al vento, nelle picchiate, non si richiudeva più!” – mi aveva sempre affascinato questo particolare aviatorio) e le vacanze, a Livorno, erano un film, a raccontarsi. Gli Orlandi, questi ricchi fratelli, con panfilo ,di cui lei parlava sempre, chi saranno mai stati! Sposatasi a diciassette anni con papà, impiegato, aveva incontrato tutte le resistenze e i pregiudizi dei suoi genitori verso una meridionale. Aveva una bellezza semplice, elegante.  Ai miei primi pantaloni lunghi, quando, nelle gite in campagna, ci raggiungevano i lazzi di qualche passante, che ci scambiava per una coppietta, ricordo che ne restavo turbato. Da tempo se n’è andata, frantumandosi ossa e cervello, come lei non avrebbe mai voluto, in quel pessimo gran finale, che ci attende, al fine di una vita. Sino all’ultimo giorno voleva essere “a posto, con capelli e viso”.

  • 20 novembre 2012 alle ore 12:57
    Il giocatore

    Come comincia: La fessura m’ingoia immediatamente la mia banconota da 20 euro, senza la solita esitazione, che trovo ai distributori automatici di benzina. “ Scelga puntate da venti centesimi, come principiante, così il gioco si allunga.”  La voce confortevole di questa giacca rossa, dai bottoni dorati, del croupier di S. Vincent mi conforta. Abbagliato dalle mille lucette colorate di questa macchinetta, provo ad accostarmi, forse, a età tropo tarda, alla fortuna delle slots. “Questo è il tasto d’avvio. Le varie combinazioni, le può trovare su questi altri tasti”. Continua la voce, mentre mi abbandona, chiamato da un’altra fila di macchinette. Al mio fianco, una giovane signora, in gonna nera e camicetta impalpabile, quasi in trance, con un movimento automatico della mano, spinge il bottone di start. L’occhio è fisso sulla combinazione ottenuta. Solo cinque o sei secondi  e riparte con l’indice. Non mi vede, assorta com’è. Mentre io mi soffermo sulle variazioni di toni del suo maquillage. Le labbra sono serrate, sembrano vibrare. Provo a iniziare il gioco: lucette, suoni paradisiaci, mentre mi srotolano, davanti agli occhi, sagome di cuori, campane, farfalle. Il tutto si ferma. Guardo parole inglesi sconosciute che lampeggiano in vari colori. Ho perso i primi venti centesimi. Però!  Una musichetta, da banda di paese, sta uscendo dalla macchinetta della signora in gonna nera, al mio fianco. Si è irrigidita sulla schiena. Appare il profilo dei seni. Il volto è di una serietà professionale. “Quattromila euro!” Pronuncia con voce metallica, alzando il braccio destro verticalmente. Il volto non ha mimica. La freddezza di un chirurgo. La mano ondeggia nell’aria a mo’ di richiamo. La giacca rossa è subito al suo fianco. C’è una verifica tecnica di pochi istanti. La schermo continua a lampeggiare 4000 euro in un arcobaleno di colori. La musica si è acquetata. La signora dalla gonna nera sta parlando con la giacca rossa. Parole brevi, senza sorrisi. Riprendo il mio gioco, con più speranza. Start!  Si srotolano le varie combinazioni sino ad arrestarsi sotto il mio sguardo, in spasmodica attesa. Silenzio. Una lucetta mi comunica che ho perso i miei, secondi, venti centesimi. Il ragazzo dalla giacca rossa è tornato dalla cassa e consegna alla signora dalla gonna nera, un blocchetto di euro in pezzi da 100. La signora li depone alla base della slot. Prende un biglietto da 100 euro e lo infila nella fessura. Fredda, quasi un automa. Penso che non si sia accorta di me che la sto guardando. Non mi resta che ripartire con il pulsante. Rotolamenti a colori e silenzio finale: ho perso altri venti centesimi!

  • 15 novembre 2012 alle ore 16:20
    Nomi e soprannomi

    Come comincia: Sento che Gabriella, la mia segretaria, è in difficoltà, al telefono, nella stanza accanto. Mi giungono frammenti di frasi “ Ma come posso io.”- “Ma si immagini sei io chiedo in sala..”- “Il nome almeno me lo vuole dire?”..Il tono della voce è acuto, non consono a lei.
    Vado in suo soccorso e le chiedo cosa stia accadendo. Gabriella è da pochi mesi che lavora con me e vive, in uno stupore quotidiano, i rapporti con i miei pazienti.
    - “Dottore, c’è una signora, al telefono, che mi dice di andare in sala d’aspetto e chiedere se ci sta ancora il “ fratello di Peppino o’ scemo”. Insiste che se non lo chiamo così lui non capisce…"

  • 10 novembre 2012 alle ore 14:57
    La pietra

    Come comincia: Stamane, di buon ora, all’angolo tra via Foria e Via Cirillo, un insolito movimento di vigili, che, a quell’ora si attardano, d’abitudine, al primo caffè, lasciando adito a ogni malvagità degli automobilisti contro i frettolosi pedoni, perennemente indifesi. Un lampeggiante carro dei pompieri sottolineava, già in lontananza, che la cosa doveva essere seria. Venivo avanti col passo del mattino, quello dell’anziano, che si sente rinvigorito dal riposo della notte. Il sapore dell’ultimo caffè, prima di uscire, il sole, prepotente e chiaro, mi davano un’euforia insolita.  Improvvisamente l’ho scorta. Una precaria recensione con un nastro rosso e bianco, ne delimitava il suo territorio. Uno spruzzo di mille frammenti le facevano da cornice. Lei era distesa su di un fianco e mi guardava.
    -“ Ciao, Lucio, in ritardo, stamane?”- Sarà stato un quintale di peso, nera, sporca, rozza, possente, tanto da non frantumarsi in quel volo, dopo che si era staccata dall’alto cornicione.
    -“ Sì, in leggero, ma quanto mai, proficuo ritardo, se questo doveva essere il nostro incontro.”-

  • 09 novembre 2012 alle ore 22:50
    Il disagio

    Come comincia: Mi ha sempre raggiunto,nella vita, un aurea affiorante, che mi ha allarmato, quando mi sono trovato in un ambiente, a me, non coerente. Ben più difficile sarebbe chiedersi quale sia la definizione di ambiente coerente. Qui entra la genetica, la famiglia, l'educazione, la tana o cuccia, in cui noi si è cresciuti. E' un vestito, quindi che ci cala a pennello, quest'ambiente coerente. E se ci tira da qualche parte, un tantino di maniche, un cavallo, un po' stretto, allora il disagio di vita ci allarma e ci si sta male, tanto da volerne uscire. Questa sensazione la provo maggiormente quando altri sono già radunati tra loro, e affiatati, per loro conoscenza, sono costretti a ricevermi per evenienze di vita. Qui ne intravedo la somiglianza con un evento musicale, in quanto ogni nota, non a tono, ogni suono scivolato via, viene afferrato dalla rete del mio cervello, dove s'impiglia .

    CUS GENOVA RUGBY dice la targa. Busso. Mi apre un ragazzo della mia età, ma nudo. L'odore di piscio e di sapone da doccia è intenso.
    -” Sono Lucio, sono amico di Alberto Scottoni. Mi ha detto di venire oggi. Per via di un giocatore nuovo da introdurre in squadra.-”
    -” Entra, ti aspettavamo, Alberto è già in campo -” In una nuvola di vapore intravedo altri corpi nudi seduti su una lunga panca scura. Cumuli di vestiti e di scarpe trovano spazi provvisori. - “ Bacci, ghe n'è uno nevu-” Mentre mi coglie la delusione di non trovare il volto amico di Alberto,  l'ombra di una montagna umana mi raggiunge alle spalle. Ne sento il peso della mano sulla spalla. Deve essere il Bacci, l'allenatore, 120 kg di muscoli e di ciccia a contrappeso. In questo sport la mole d'urto è fondamentale.
    -” Dai, ragazzo spogliati veloce, che si va in campo”-
    Confesso che lo spogliarmi nudo è una mia tara infantile. Forse perché ho vissuto tra nonne ottocentesche e suore della Beata Cabrini. “ Passerà a militare” mi si diceva. Ma non è passato.
    Il Bacci mi sta guardando. Sono nudo difronte a lui. E non finisce di esplorarmi.
    -” Ma da dove cazzo vieni, con quei muscoli? Gigi, Gigi....vieni un po qui -”
    Dal gruppo ne esce uno, ancora nudo. E' tutto nodi di muscoli. Ha un sorrisetto di scherno nei miei confronti.
    -” Gigi, salta sul tavolo, presto. Fai vedere a questo qui, come deve essere un uomo-”
    Il Bacci solleva con un braccio il Gigi, quasi fosse un monile e lo depone sul tavolo, sotto una lampadina penzolante, l'unica che scenda dal soffitto.
    Il Gigi sembra un galletto da fiera, sta su, tra gli schiamazzi dei suoi compagni. Inarca muscoli a volontà, li fa scoppiare sotto la pelle.
    “Così devi essere, come il Gigi, se vuoi giocare al Rugby”-
    “ Sissignore..ci proverò”- La mia nudità è anche morale. Ma chi ho frequentato sino ad oggi, femminucce?
    …......
      ...Il sudore mi cola a fiotti, gli occhi vedono e non vedono. Ho le gambe a pezzi. Abbiamo fatto già quattro volte il campo, in lunghezza, in gruppo. Ci si passa la palla ovale, improvvisamente, a turno. E' un colpo al torace quando arriva. Urla da battaglia, imprecazioni.
    -“ Via, via....non fermarsi. Passa...dai...veloce. Che cazzo la trattieni..passala, porco d...-” Il Bacci è instancabile nella sua mole sovrumana. La sua voce rimbalza sulle gradinate . -” Vienimi dietro, corri. Sono l'avversario. Veloce, più veloce... prendimi.”- Ora il Bacci sta dando il meglio di se. Sembra un bisonte in corsa. Sento il suo passo pesante sull'erba. L'aria gli esce dai polmoni con il rumore di uno sfiatatoio. Gli tengo dietro a fatica. Il cuore mi batte nelle orecchie. -“ Attento al “frontino”, ora te lo faccio!”-
    Il terribile “frontino”, al primo giorno di allenamento! Il Bacci , che corre davanti a me, si è arrestato improvvisamente,  e ha steso il braccio sinistro con la mano aperta.
    La mia fronte, che sembra volare,  trova questo ostacolo inaspettato, la sua mano, ampia e ferma. Un muro. Intuisco appena che questo sia il “frontino”, mossa tremenda di difesa dall'avversario che insegue.  Mi ci frantumo dentro e svengo.

  • 28 ottobre 2012 alle ore 7:36
    Il volto di Dio

    Come comincia: Le Alpi, per me, sono state sempre la raffigurazione del coperchio della scatola di cioccolatini di nonna Olga. Una baita di legno scuro nel verde di un prato. Come fondale, una corona di punte rocciose, candide di neve. Nonna Olga ci teneva rocchetti di cotone colorato, che avevano uno strano profumo, che mi sembra ancora di ricordare, mentre percorro questo sentiero di montagna, che mi porta dalla Magdelene a Chamoix, perla aostana, che ha rifiutato il traffico delle automobili, a favore delle scarpe da joggin della più svariata categoria di camminatori. Ho difficoltà a convincermi di non essere ancora prigioniero di quella magica scatola. Una vecchia signora dalla pelle abbronzata, che contrasta con il candido reggiseno, ostentato con inconsueta gioventù, è ferma difronte a me, assorta, mistica. Guarda in alto. -” Ciao, bello, sei fantastico, oggi!”- Cerco l'oggetto della sua ammirazione e scopro alle mie spalle la mole immensa del Cervino. Ora sono io ad essere catturato da questo enorme blocco di pietra. Questa dominanza di forme e di masse sembra avvolgermi nella mia nullità. E' come quando si entra in una chiesa deserta. Un dialogo intimo, improvviso, imprevisto. Forse questo enorme sasso ha il volto di DIO.