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Autore

Lucio Paolo Raineri

in archivio dal 23 mar 2007

08 dicembre 1938, Genova

mi descrivo così:
Amo il bello dovunque e comunque

03 settembre 2014 alle ore 11:48

Pippetto

Il racconto

Ritrovare queste due foto del ’45, fatte a Villa Adela, Serravalle Scrivia, l’ultimo anno di guerra, mi ha riportato ad un episodio, che non mi sono mai saputo spiegare interamente. Nel tardo pomeriggio, in prossimità del tramonto, ci si metteva fuori, sull’erba, sotto il grande ciliegio. Vedete mia madre, che ha terminato di allattare mia sorella Lilia, di pochi mesi, mia zia Maria, la sorella, e nonna Amina, classica figura meridionale, di Melfi, che ho conosciuto sempre vecchia, anche quando, sicuramente, vecchia non era. Date un’occhiata alla culla, un blocco di legno consistente, imprestato, per l’occasione, da contadini vicini e pietosi, dati i tempi. Il suo trasporto, da casa al prato, e viceversa, richiedeva più di una persona. Lì, dopo la poppata, Lilia si faceva il suo sonnellino. Zia Maria, reduce da Genova, sicuramente, raccontava i suoi amori a mia madre. Nonna Amina ascoltava, continuando a rammendare. Mi sembra ancora di sentire le voci, il fruscio degli alberi, il canto degli uccelli, il profumo dei fiori e della terra. D'altronde, mi potete scorgere, ci sono anch’io: sei anni e mezzo: vispo e attento. Nel mio cervello, si è conservato d’allora, un suono particolare, che si è annidato in qualche cellula, un rombo, sordo, quasi una vibrazione dell’aria, che iniziava dietro la collina, difronte, con una sola nota bassa, per poi proseguire, in crescendo. “Pippetto, Pippetto, sta arrivando!” E’ un allarme improvviso, una voce d’ansia e di timore, che esce dalla gola di una di loro e copre, per un attimo, il suono che scende dalla collina. A me, quel nome piaceva, e piace ancora adesso. Sapeva di favola. O forse, già intuivo, dai racconti dei grandi, la poesia picaresca di questo pilota, che a sera, se ne veniva, tutto solo, chissà da dove, con una sola bomba da sganciare, e un rotolo di mitraglia da scaricare, così, come si usa in guerra, a un sorteggiato dal caso. Eccolo, l’uccello nero affiorare dal sommo della collina. Vola basso. E’ una fuga precipitosa verso casa. Speriamo che non ci scorga. Si corre al riparo, misero riparo, essendo l’unica casa della vallata. Il rombo si fa più vicino, i vetri tremano, poi si attenua. “E’passato”. Si riesce e si torna sul prato. Un rituale serale, oramai atteso.      Ora subentra il ricordo scandalo, che a dir vero, solo con l’abitudine, raggiunta, alla guerra, ho potuto assolvere. Rieccolo apparire, ad uno dei tramonti, Pippetto! Frettoloso alzarsi di noi, pronti a dirigersi verso casa. Ma Lilia ha terminato la poppata e ha iniziato, solo ora, a dormire, dopo una giornata capricciosa, nella sua culla di legno.                                        “Lasciamola qui, nella culla! Dorme troppo bene, per svegliarla! Venite via, svelti!”  Una decisione improvvisa, insolita, sbrigativa di mia madre, prima di iniziare a correre. La scena l’ho negli occhi: noi, ora, verso il riparo, prossimi a casa, e la culla in mezzo al prato, in un abbandono straziante, alla mercé di Pippetto, che sta sopraggiungendo. Il bambino, che è in me, avverte un’ingiustizia inspiegabile verso un altro essere, mia sorella, e questa sensazione mi è rimasta dentro, per una vita.
 
N.B. Pippo era il nome con cui venivano popolarmente chiamati, nelle fasi finali della seconda guerra mondiale, gli aerei da caccia notturna che compivano solitarie incursioni nel nord Italia.
I "Pippo", a differenza dei grandi bombardieri che colpivano da alta quota, arrivavano in volo radente, per evitare la contraerea, sganciando bombe o mitragliando nel buio della notte. Le azioni erano rese possibili dalle prime installazioni di apparecchi radar su aerei che proprio con i "Pippo" compirono una sperimentazione su larga scala.
                                                   

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