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Autore

Lucio Paolo Raineri

in archivio dal 23 mar 2007

08 dicembre 1938, Genova

mi descrivo così:
Amo il bello dovunque e comunque

01 gennaio 2016 alle ore 10:23

"Sei malato!" Che felicità!

Il racconto

Purtroppo ho sempre avuto un pessimo rapporto con la scuola. Non per colpa mia, ma a causa della guerra, che era appena terminata, nel 45, impedendomi, l'anno prima, di frequentare la prima elementare. Una partenza sbagliata, in una vita, conta molto, segna per sempre. La prima volta che ho visto una moltitudine di bambini, abituato, com'ero stato, a Villa Adela, sulle alture di Serravalle Scrivia, a incontrarmi, saltuariamente, con Ernestino, mio coetaneo, della villa accanto alla nostra, fu in occasione dell'esame da privatista, dalla prima elementare, vissuta nello studio di nonno Angelo, alla seconda, nella scuola del paese, quasi una foresta sconosciuta per me. -“Dettato! Scrivete !”- La voce sibilante di una maestra d'età. Questo fu il mio primo minuto di scuola. Ed io vomitai tutta la colazione, tra schiamazzi e risate. Fu chiamato lo spazzino del paese con tanto di ramazza e segatura. Ricordo ancora la divisa. Ed ho vomitato per tutti gli altri anni di scuola, successivi, prima di uscire di casa. -”Lucio, vai a vomitare, che fai tardi oggi!- Mamma. Poi, un illuminato medico mi somministrò uno dei primi psicofarmaci, “5 gocce di Talofen” e cessai di vomitare col fisico, ma il rifiuto psichico fu il medesimo. La seconda elementare, quindi, a guerra finita, a Genova, Istituto della Reverenda Madre Cabrini. Suore, che dire: genuflessioni, messe, veli neri, malignità, cattiverie, castighi, fioretti, genuflessioni, messe, fioretti, veli neri. Ricordo ben poco dei miei compagni, anche perché le mie tonsille si ammalavano spesso, e per mia felicità, la voce di mia madre mi veniva in aiuto.: -” Sei malato! Niente scuola.” Che felicità! Nonostante la febbre e il mal di gola ero liberato da un incubo oppressivo. Lo stato di malato mi dava adito all'accesso di un rituale, che trovavo meraviglioso ed appagante. Cambiavo, di prima mattina, camera e letto. Passavo nella camera dei miei genitori, nel loro lettone, che mamma aveva rifatto di fresco. La finestra, dava sulle alture del Righi, ma s'intravvedeva il panorama della vasta conca, che racchiude il mare e la Lanterna. La luce entrava di prima mattina, vivida, da farsi rubare in ricordo. Dopo il caffè e latte, con biscotti, comprati, in fretta, all'uopo, dalla cameriera, avveniva una delle concessioni più esorbitanti che io potessi immaginare. Mamma sfilava dal comò il primo cassetto e me lo depositava sulle mie gambe. -“Guarda, ma non mettere in disordine”- E m'intrufolavo tra boccettine di profumo, creme, collane, anelli, medaglioni, un arcano sconosciuto e proibito. Ne ravvedo ancora il piacere e mi giunge da qualche neurone il profumo, ancora intatto di quella mistura di odori. A completare il mio bisogno di incauta profanazione di ciò che non mi spettava, un pacco voluminoso di cartoline illustrate, trattenute da un elastico. Cartoline giornaliere di papà a mamma, durante il fidanzamento. La calligrafia curata di papà, a penna blu. Minuta, delicata come una missiva d'amore, voleva. “Cara Franca”, mia madre. Mi turbava e m'ingelosiva quel termine, pur se usato da mio padre. Le foto riprodotte sulle cartoline erano di attori dell'epoca. Greta Garbo ne comprendeva molte; bellissima, alcune erano solo schizzi veloci del suo volto. Shirley Temple, una bambina prodigio d'allora, attrice in molti film, coglieva la mia meraviglia, nei suoi vari costumi di posa. Io preferivo quelle di Stanlio e Ollio, prodigiose, tanto da scoprirmi un sorriso. Queste erano le mie felicità: sorridete, bimbi d'oggi.

 

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