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Autore

Lucio Paolo Raineri

in archivio dal 23 mar 2007

08 dicembre 1938, Genova

mi descrivo così:
Amo il bello dovunque e comunque

13 luglio 2014 alle ore 7:31

Vecchia Sanità

Il racconto

Mi è sempre capitato, entrando in una casa, che non mi appartenesse, di essere attratto, per prima, da ciò che contenevano le pareti. In realtà non c’è modo migliore per conoscere la sensibilità, la storia, la cultura di chi abita quella casa. E devo dire che ho subito delusioni durissime, in ambienti altolocati, dove, alle pareti, erano affisse croste impudiche, che mal si confacevano con il tono elevato, dichiarato. Mentre, in alcuni angusti bassi, ho trovato, alle pareti, stupori inaspettati. Luigi Coppola, a Vico S.Vincenzo, l’ho conosciuto quando la vecchiaia lo aveva avvolto nel suo basso. Nelle giornate di sole poneva la sedia sul limite dell’angusta strada e sedeva con un libro aperto sulle ginocchia. Leggeva, in un raggio di sole, con lenti spesse. Mi concedeva un tenue sorriso che nascondeva l’indisponibilità a farsi visitare, come lo richiedeva sua moglie. Nel ricordo, trovo solo quella sua posizione di lettura, che mi sorprendeva e affascinava, dato il luogo. Le pareti dell’abitazione erano libri, pile di libri, piramidi in precario equilibrio, polverosi ed emananti quel sentore di carta vecchia. Il più delle volte lo trovavo con un libro che avevo imparato a riconoscere, un testo di Benedetto Croce, il suo amico preferito di gioventù, perso da tempo. Luigi Coppola era uno della vecchia Sanità, un autodidatta famelico, un topo di biblioteca. La storia della sua città lo affascinava. Salvatore di Giacomo, direttore della Biblioteca Nazionale, gli dava carta bianca, quando lo vedeva. Luigi Coppola aveva quel gusto innato per il sapere, una luce che affiorava ancora, in vecchiaia, nel suo sguardo, quando raccontava dei suoi amici, di un tempo, della Sanità. Mastriani, a Penninata S.Gennaro, autore del feullitton italiano, con il voluminoso, “I misteri di Napoli”, era il primo della compagnia, a cui si aggiungeva il poeta Ferdinando Russo, che possedeva una villa, in Via Cagnazzi. Ricordo un quadruccio con la poesia autografa di quest’ultimo, “Comme è bello stu’ poco”. E.A. Mario e L. Bovio chiudevano il gruppo letterario, in cui Luigi Coppola veniva accettato per la sua vasta cultura e per l’amabilità del suo carattere. Di loro, conservava scritti, a lui indirizzati. Nel buio basso, vedo ancora la foto di Luigi Coppola, al funerale di Croce, mentre da il braccio alla figlia, tra tante autorità, venute da tutta Europa. Sopra la testata del letto di ottone, troneggiava il pezzo forte: un documento, a firma Gioacchino Murat. Quel geroglifico mi rubava lo sguardo, a ogni visita. Di Luigi Coppola possiedo una vecchia lumia, che ho lasciato incrostata di fumo e di cera. Me la regalò la figlia, anni fa, alla sua morte. “Papà lo ricordo così, - mi confessò - mentre leggeva di notte, al lume di questa tenue fiammella”.

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