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in archivio dal 05 dic 2005

Marco Saya

03 aprile 1953, Buenos Aires
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  • lunedì alle ore 16:59
    briciole

    levare le briciole dal tavolo
    questo senso di ritrovata pulizia
    improvvisa la macchia del sugo
    rompe la magia del palcoscenico
    nella prova dell’orchestra stona
    una nota qualcuno tra il pubblico
    posa lo sguardo sulla cravatta 

     
  • lunedì alle ore 16:09
    Si scrive molto

    Si scrive molto
    come quando per ore corriamo
    sul tapirulan
    con lo stesso passo,
    la stessa velocità,
    per il medesimo tempo
    e i piedi sono poi sfiniti,
    doloranti,
    artritici,
    ( la routine della ripetizione salutista)
    così la parola troppo farfugliata,
    bestemmiata,
    abusata,
    il mainstream del già detto
    condito con la salsa dei miserabili,
    vuole, ora, rimanere muta,
    medita una morte solitaria,
    cerca una lettera che le dia
    l’estrema e ultima finzione,
    un incastro parziale
    al verso eternamente monco.

     
  • 19 aprile alle ore 19:35
    È Aprile

    È Aprile, il quarto mese dell’anno.
    Come dire (forse) avere trent’anni,
    intrecci di rigenerate clorofille
    con la ri-apertura della stagione
    di Artemide, la divina Garbo,
    la recita perfetta della resurrezione.
    La natura canta il suo rifiorire,
    noi volti indefinibili, dietro a un Led,
    una primavera per ogni invio (illusi),
    l’usura dell’hardware, l’estate alle porte,
    la ventola rumoreggia, matti per le strade,
    è “Aprile dolce morire”.

     
  • 19 aprile alle ore 14:52
    stanza bianca

    Sei in una stanza bianca,
    vuota con dei chiodi alle pareti,
    cornici senza tele sul pavimento,
    legni sparsi contorni di una
    radio che urla la sua frequenza
    sulla strada, una macchina
    in retromarcia azzoppa la folle corsa
    dei decibel, cani che latrano nel saloon
    di un bar, rivoli-bava di birra lungo
    il marciapiede.

    Cambia il set:

    un punto solitario,
    la scimmia primordiale,
    una stella lontana,
    il nero del buio acceca la luce
    della domanda.

    Scuse … in ritardo

    la stanza bianca ti chiede scusa,
    la pelle della specie non ha saputo
    proteggerti dal sole del tempo.

     
  • 21 febbraio 2016 alle ore 19:03
    Limbo

    La vita è un limbo del non fatto.
    “Cara, mi passi il sale per favore?”
    Manca sempre qualche ingrediente,
    anche la polvere sbuffa fuori
    dal posacenere.

     
  • 13 febbraio 2016 alle ore 17:48
    La Risposta

    Non c’è molto da aggiungere.
    La Risposta esiste da sempre.
    Un capitolo in cui siamo,
    un romanzo che parla d’altro.

     
  • 12 febbraio 2016 alle ore 16:31
    Pesci

    Sentili come sono stanchi di urlare
    muti i pesci; l’acquario circonda
    la terra priva d’ossigeno, il vetro
    la parete di un’anta senza luce
    e di una bocca da ri-sfamare. 

     
  • 01 febbraio 2016 alle ore 19:23
    Tonni

    La poesia è illusione.
    Mi illudo di essere poeta
    e lo sono.
    Anche i tonni si illudono di essere tali
    prima che il verso Rio Mare sia premiato
    vincitore del concorso.

     
  • 18 gennaio 2016 alle ore 19:03
    Costellazioni

    L’aquila reale sorvola l’umana costellazione
    di archetipi. Non conosce l'ovvietà della vita
    e sceglie quella preda, casuale
    nel cielo delle inaspettate incognite.  

     
  • 27 dicembre 2015 alle ore 20:32
    Silenzi

    Preferisco venire dal silenzio. 
    Adesso comunque, eccomi e 
    ruba via tutti i pensieri 
    che non c'è niente da dire.
    A volte, sull’orlo della notte, si rimane sospesi
    e sempre quel tuo sogno mi accompagna 
    nel gelo di gennaio.

     

     
  • 15 ottobre 2015 alle ore 18:43
    Fato

    È bello sentire le storie di tutti.
    Pare di attraversare lo scibile.
    Poi ti tagli per un nonnulla
    e lo spavento richiama il fato
    a rapporto.

     
  • 09 ottobre 2015 alle ore 18:53
    Ora d'aria

    Il verso voleva scappare per nuove vie
    ma la scrittura lo ricacciava sempre
    a casa dei nonni. L’ora d’aria era
    immaginare un recinto di parole
    senza lettere

     
  • 05 ottobre 2015 alle ore 15:36
    Divertissement – 4 (I maledetti)

    Il colore di alcuni poeti
    è il grigio scuro,
    vorrebbero essere
    maledetti
    con l’iPad nella borsa
    di pelle e una bottiglia
    di Levissima sottobraccio.
    “All Along The Watchtower”
    tuonava Jimi, un maledetto
    mancino nero, ha cambiato
    le sorti della musica Lui,
    una poesia diversa
    che ha sconcertato
    le solite bolle di sapone
    appesantite dal terrore
    di dover cedere il passo
    all’arte di un extracomunitario.
    Vestitevi di rosa,
    il colore che più vi si addice.
    Come tanti confettini
    prezzolati continuate
    a essere un biglietto
    da visita per le tavole nuziali
    di ricchi commensali
    e che sia maledetta
    la vostra innocua poesia.

     
  • 03 ottobre 2015 alle ore 14:27
    Cenerentole

    Quanti giovani scrivono
    come vecchie cariatidi.
    Le loro matrigne e sorellastre
    pretendono che rientrino
    a casa per mezzanotte,
    pulendosi  l’unica scarpina
    sullo zerbino per non
    sporcare la muffa
    ospite del logoro parquet!
     

     
  • 02 ottobre 2015 alle ore 19:14
    Feltri

    Gli spettri ci tormentano,
    le voci risuonano
    nella grancassa 
    e solo i feltri
    smorzano il silenzio
    delle ombre.

     

     
  • 02 ottobre 2015 alle ore 17:25
    Divertissement - 3 (La Poesia contemporanea)

    Si sta
    (e piantatela di scimmiottare Ungaretti)
    tra gorielli di melma
    (e piantatela di scimmiottare Montale)
    Ma dove attingerò io la mia vita
    (e piantatela di scimmiottare Luzi)
    Ah se almeno potessi, suscitare l'amore
    (e piantatela di scimmiottare la Merini)
     

     
  • 02 ottobre 2015 alle ore 16:48
    Tutto finisce

    Tutto finisce sempre
    tra la ripetitività
    degli accadimenti.
    L’illusione amoreggia
    con la speranza
    senza un matrimonio
    duraturo.
    Un terno al lotto morire
    felici perché la vita
    ci ha sfinito ebbra
    di sorrisi.
    Che noia!
    Siamo qui a scriverne
    da millenni
    e ci arrovelliamo
    con parole d’effetto
    per fare, poi,
    la stessa fine
    piatta, sgangherata.
     

     
  • 25 settembre 2015 alle ore 23:38
    Divertissement – 2

    Osserva bene quello
    che vedi e poi raccontacelo.
    Sei hai la cataratta,
    mi raccomando, guarisci.
    Se guardi la televisione
    e leggi i giornali ti è anche concesso
    omologarti sui social.
    Se cammini a testa bassa
    puoi scrivere solo dei tombini.
    Se leggi il passato,
    quel passato è il tuo presente.
    Se osservi la natura
    sei sulla buona strada.
    Se proprio vuoi poetare
    girati dall’altra parte
    e dimentica di essere
    come gli altri.

     
  • 25 settembre 2015 alle ore 19:56
    respiro

    nello stringere il pugno
    catturi quel respiro
    appena espirato.
    Aprendo la mano
    liberi la vita
    e ti senti un dio.

     
  • 25 settembre 2015 alle ore 19:55
    Una casa, una piccola storia

    La casa prende vita,
    all’improvviso si anima,
    una donna e gatti dappertutto
    si muovono in cucina,
    le stanze come quartieri
    vivono di piccole
    cose, l’aroma di un caffè
    o il ronzio di uno spazzolino
    elettrico o una radiolina
    con il volume a manetta.
    Pensava a quando
    era ancora sfitta, bisognosa
    di restauri, malata di crepe
    alle pareti, assetata senza
    un bagno, con i vetri chiusi.
    Sarebbe un giorno morta,
    il cemento di qualità scadente
    non l’avrebbe certo salvata,
    trascurata da chi talvolta
    la visitava frettolosamente
    per poi scappare via
    come un amante da intervallo
    impiegatizio. Ora era felice,
    quella donna con i suoi gatti
    l’amava, la puliva due volte
    alla settimana e anche quando
    era assente la voce del televisore
    lasciato acceso per sbadatezza
    le teneva compagnia e questo bastava.

     
  • 23 settembre 2015 alle ore 19:23
    Quando si fa notte

    Quando si fa notte
    l’apparire s’addormenta
    stremato nelle tastiere
    di lettere solitarie.
    Lassù, le luci delle stelle
    festeggiano la verità
    del creato
    e il sole dell’alba inganna
    il risveglio del perpetuo
    errore.

     
  • 21 settembre 2015 alle ore 18:53
    divertissement -1

    La gente deve sempre credere a qualcosa.
    Alla pioggia che prima o poi arriverà,
    alle prossime vacanze a Jesolo,
    al principe azzurro oramai un vecchio rospo
    con la dentiera,
    alla fortuna di chi gioca al lotto è un gran merlotto,
    al linciaggio mediatico di chicchessia,
    al tonno rio mare insaporito
    con mercurio da tenere in frigo,
    al pensiero di andare in chiesa la domenica
    senza mai entrarci, al “quando c’era lui”
    si stava meglio, ai poeti istituzionalizzati
    scipiti bidelli di partito,
    all’inutilità della Clerici
    o ai plastici di Vespa.
    A una certezza non si rassegna:
    un giorno tutto questo cesserà
    ( si muore ogni tanto … )
    e potrà finalmente riposare
    in pace.

     
  • 20 settembre 2015 alle ore 11:28
    cade per caso

    sanguina il dito,
    impronta su carta
    assorbente.

    assorbe la linfa
    una goccia scappata.

    pesa di meno
    la vita (ora).

    quell’attimo mi sovrasta,
    sorpassa il presente.

    ritorno al mio dito.

    l’indice
    indica il rimedio.

    continua e straripa,
    lago (rosso di sera)
    dispera di guarire

    ché il futuro non vede
    e un’altra goccia
    cade per caso
    e piove la vita.

     
  • 18 settembre 2015 alle ore 18:42
    Miraggi

    Invecchiando si ricerca la semplicità nel dire.
    Andavamo a caccia di quadrifogli.
    Gli abitanti del prato osservavano con discreta diffidenza.
    Non capivano questa nostra stravagante follia
    e noi neppure, attirati da miraggi di fortune
    in deserti senza oasi.
     

     
  • 18 settembre 2015 alle ore 15:38
    Faraoni

    Non abbiamo più tesori
    da portare nelle tombe,
    poveri faraoni di cartapesta,
    soli con le nostre ceneri
    gettate nel Seveso
    da qualche buon volenteroso,
    giusto per non recare loro
    troppo fastidio.
    E poi che inutilità
    per i precari del Corriere
    scrivere quattro stupide righe
    di necrologio su chi è stato
    meritevole o meno.
    Vorrei donare il mio nulla
    a chi mi ha sempre amato
    nel silenzio di un estraneo.

     
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  • 01 giugno 2012 alle ore 16:30
    Esuberi

    Come comincia: “sei pronto?”
    “sì, a breve scendo”
    “fatti trovare nel posteggio tra mezz’ora, ora avviso gli altri due”
    “va bene!”
    avevo già preparato tutto, svuotato i cassetti , liberato la scrivania
    ed ero riuscito, persino, a pulirla per il prossimo ospite.
    salutai tutti e iniziai prendere la via delle scale.
    raggiunsi lo spazio adibito a parcheggio.
    guardai all’insù tra le finestre opache.
    dopo cinque minuti arrivarono gli altri due.
    normalmente il trio sorteggiato era composto da due uomini e una donna.
    ci guardammo negli occhi.
    “come vi sentite, domandai?”
    “bene, mi risposero in coro.”
    l’attesa fu breve.
    la controparte comparve nelle figure del direttore del personale e di un esterno.
    prima di essere bendati strinsi la mano agli altri due
    come da consolidato rituale osservato
    distrattamente nelle precedenti occasioni.
    l’esecuzione ebbe inizio.
    si sentirono gli spari, precisi e risolutori.
    i nuovi ospiti poterono occupare le scrivanie degli scomparsi.
    i licenziamenti avvenivano così, in modo indolore,
    nessun sussidio, nessuna preoccupazione aggiuntiva
    per i familiari a carico del sorteggiato.
    ogni giorno, per ogni azienda, scattavano gli esuberi.
    sempre tre, due uomini e una donna.

     
  • 18 settembre 2006
    8 mini racconti

    Come comincia:

    Solitudini

    La donna si svegliò. Una delle tante donne che popolavano il mio talamo e le notti disperate di un povero ubriacone di mezza età.”Che ore sono? “ mi chiese, “È ora che tu te ne vada a casa tua” gli risposi, le stesse risposte alle solite domande. Un bicchiere semivuoto mi fissa dal comò e implora ancora un goccio. Una tendina impolverata cela un pallido sole malato che a fatica chiede di entrare. Un’ambulanza sfreccia impazzita con il suo carico di dolore. La comoda 54 sbuffa al capolinea ed inizia la sua corsa a tappe. Il gatto saltella sul letto per reclamare il suo pasto.Una vecchia sveglia annuncia un nuovo giorno. Un tubetto oramai ridotto allo stremo e uno spazzolino spelacchiato aspettano inesorabili. La doccia è sempre più bollente e il bidet zampilla come una fontana. Un paio di fetidi biscotti insapori,incolori, inodori e scaduti si mescolano con un caffè altrettanto incolore, insapore e inodore. Una camicia lisa , un paio di jeans rattoppati e dei calzini da rammendare osservano da una sedia zoppicante. Davvero un gran bel risveglio! Ma sono vivo... “Sei ancora quì?”, “Sparisci!” , “Cosa aspetti ad andartene?” Improvvisamente la donna inizia a piangere, la osservo, provo un senso di disgusto, compassione per me e per lei, per le nostre miserabili vite così piccole, così inutili. L’accompagno alla porta, mi guarda per l’ultima volta, accenno un saluto, passi si allontanano e affrontano i gradini. Urla improvvise mi ridestano dalla consuetudine, apro la porta , mi affaccio sulla tromba delle scale , la vedo , non piange più , un sorriso le circonda ora le labbra, mi guarda, occhi sbarrati ma... vivi! “Scusami”, “Un topo mi ha sfiorata”. Ritorno a casa, il mio stupido gatto gioca con una monetina, prendo un goccio di Daniels e riprendo a sopravvivere tra le mie povere cose.


    Nausica

    Il silenzio incipriava gli oggetti lasciati sul comodino. Il cuscino fiatava l’ondeggiare delle lenzuola. Due corpi si muovevano all’unisono in una danza densa di trasparenze.
    La luce filtrava sorniona la prua del nuovo giorno. Corti respiri anticipavano l’alba dell’imminente piacere e il giaciglio sosteneva il peso di una gondola sulla laguna. Pelle contro pelle, il sudore saliva l’apice del momento, oblio di un sogno reiterato nelle notti di Nausica. Così si chiamava, un nome particolare, sensuale, dolce, melanconico nella mitologia di chi prima l’aveva abbandonata. Amava il desiderio ed essere desiderata, cercava le fonti proibite oltre le quali il confine lasciava il passo alla fantasia e il lecito si perdeva nella linea dell’orizzonte. Era così ogni volta e ogni volta i sensi si abbandonavano al pensiero del nuovo viaggio che l’avrebbe portata a conquiste in terre lontane, lontana la solitudine dalla stretta di un uomo che s’avventurava nel suo regno incastonato da gemme sfaccettature di un unico piacere. Il rito si era consumato, il comodino aveva ripreso il suo ordine accompagnato dall’assenza della parte...e Nausica si infilò nella vasca pronta all’incipiente visita di un estraneo che avrebbe nuovamente popolato il suo talamo e colmato il vuoto del comodino.


    Il treno

    Il treno correva veloce lungo la monorotaia che collega Lione con Parigi.
    Guardavo fuori dal finestrino e i pensieri rincorrevano come in un gioco il passaggio di alberi, pali, tralicci, accomunati e confusi nella fretta di sparire. Quattro chiacchere banali con l’occasionale compagno alleggiravano la noia del consueto viaggio di lavoro. Già...la banalità di un vivere così scandito e scritto sin dalla nascita accudiva la rassegnazione fattasi adulta.
    Pensate a un tempo che ti guarda, ti sorpassa e non si volta mai. Non ti chiede come stai! Non ti chiede che cosa ti manca! Non ti da la forza per andare avanti...anzi sei sempre più debole, come deboli le tue certezze. Ma ,quelle, non le hai mai avute! Hai sempre sperato e pensato di averne per poi ritornare a ritroso nel paradosso del dubbio, del forse potrebbe..., del fato ineluttabile che , diciamocelo, ci para dai fulmini delle paure del tentare di fare. Fare? Che cosa? Perchè? Per chi? A che pro? Domande su domande.
    Queste vite normali mi angosciavano, pensavo al treno, al suo conducente che ogni giorno percorreva tratte diverse...ma sempre di tratte, trattasi.! La soluzione? E se il treno deraglia? E se mi trovo in un paesino che non conosco? O se vengo catapultato in un fosso? Ecco...la novità, un percorso nuovo, un reale diverso che confonde l’ordinaria immaginazione, una visione distorta di uno specchio che riflette la solita immagine, i pensieri che chiedono ossigeno per poter tornare a essere normali, forse più veri, più soli ma vissuti e non la finzione circense di guitti e cortigiani maldestri equilibristi o maghi dell’illusionismo. Ricondurre la propria vita a un imbuto e travasare solo la linfa dell’idea, archetipo di stagioni che avrebbe spiegato un senso, ora celato.
    Il treno correva veloce lungo la monorotaia che collega Lione con Parigi.
    Guardavo fuori dal finestrino e i pensieri rincorrevano come in un gioco il passaggio di alberi, pali, tralicci, accomunati e confusi nella fretta di sparire. Anch’io volevo sparire per perdermi nel labirinto dei sogni mancati e delle occasioni abbandonate...raccolte, chissà, da qualche sbandato, che trovandosi lì per caso, avrebbe, forse, risolto il proprio rebus.


    Il tempo e il corpo

    Rue de les Huchette mi accoglie con i suoi colori vivaci e sapori di antiche culture al primo imbrunire. Prendo posto al Caveau , noto locale di musica jazz e ritorno indietro nel tempo, ai miei vent’anni, alla spensieratezza di uno studente goliardico che voleva capire l’arte, gli artisti e i suoi profumi. Allora una chitarra mi accompagnava in questi viaggi e sovente finivo la nottata in qualche club e mi confondevo nelle ubriache jam con qualche musicista devastato di cui non ricordo più il viso. Un altro viso color ebano mi fissava all’interno del locale, regale nel portamento, mi venne incontro, mi prese per mano e mi condusse in una danza leggera, sensuale, un corpo che ,come un metronomo, si avvicinava e si allontanava ritmicamente. Improvvisamente baciai quelle labbra semichiuse, la strinsi e l’abbracciai. La sentivo ansimare, il respiro sempre più corto, una mano che scendeva e cercava il mio sesso. Il dixi dei musicisti accentuava il calore di una musica africana che surriscaldava le pelli roventi , una miscela esplosiva pronta ad accendere la miccia nascosta in ciascuno di noi. Mi risvegliai bruscamente dal ricordo e una signora distinta mi chiese se avevo da accendere. Le risposi che non fumavo e si sedette vicino a me domandandomi perchè fossi solo e pensieroso. Non avevo voglia di parlare con una sconosciuta, io e i miei ricordi erano la compagnia che più avrei gradito in quel momento. Continuava a parlarmi della sua vita. Non la guardavo, ero troppo assorto nel pensiero di una creatura lontana con la quale avevo consumato uno dei più begli amplessi della mia vita. Quella vecchia continuava ad atomizzare il mio ricordo sino a decomporlo nella totale rimozione...Decisi di interrompere i suoi sproloqui, di dirle di non rompermi più le scatole e di lasciarmi solo. Si alzò. La guardai. La nera mi fissò per l’ultima volta e se ne andò via. Improvvisamente la chiamai. Si voltò. Capii. Era lei, il tempo mi aveva restituito una donna consumata ora da un metronomo spietato che scandiva, come una clessidra, quello che ci restava da vivere. Non mi aveva riconosciuto, anch’io ridotto a una vecchia ciabatta impeluccata e sfilacciata..., un povero uomo di mezz’età con cui condividire forse quell’unico e lontano ricordo per il quale era casualmente passata dal Caveau di Rue de les Huchette.


    Altezze differite

    Non aveva mai visto una donna così alta e bella. Una top model pensò l’uomo.
    Accento straniero, forse del nord europa, occhi verdi, capelli rossi e la cosa più strepitosa consisteva nel fatto che fosse li con lui in un ristorante a chiaccherare amabilmente. L’uomo si domandava che cosa avesse trovato di così affascinante la vichinga per accettare il suo invito a cena. E dopo? Se avesse accettato un brandy a casa sua? Cercava di non correre oltre, si limitava a gustare quattro asparagi asfittici e un uovo sodo così come la sua compagna, forse la dieta la costringeva a tale supplizio! L’uomo chiese il conto, si alzò con la sua compagna e si diresse verso casa sua. Incredibile, aveva accettato l’invito. La guardava, sembrava una giocatrice di basket ! Non persero tempo, si buttarono sul letto troppo piccolo per l’amante occasionale, scelsero il nudo pavimento ricoperto da uno squallido tappeto frangiato. Il nano non perse tempo...un’occasione così non gli sarebbe mai più capitata.


    Il Nonsenso

    L’amore si svegliò stanco quella mattina. Corrucciato e amareggiato sorseggiò l’abituale caffè prima di corteggiare una giornata come le altre e pigramente si stiracchiò.
    Il sentimento l’aveva lasciato solo, se n’era dovuto andare per un pò di tempo, l’orologio ticchettava il tempo dell’ozio e così decise di uscire dal proprio involucro...
    Non capiva perchè avesse paura di dichiararsi, conosceva l’altro e poteva sperare in una felice conclusione ma tergiversava e non si decideva.
    Angela chiamò Luca al telefono. “Ciao Luca” , “ci vediamo stasera?”, “OK”, le rispose Luca, “passo a prenderti alle 20,00”. Giorgio lanciò un Sms a Guia, Andrea si scusò con Silvia, una rete di nomi si confuse nel labirinto della conoscenza...
    Il nonsenso dirigeva il traffico delle chiamate e la mente su sua richiesta invitò l’Amore a cena per chiarire l’universo delle aspettative mancate. “Scusami per il ritardo”, “Ero indeciso sino all’ultimo se venire o meno” disse l’Amore alla Mente, confusa e leggermente infastidita dal comportamento dell’amico. “Non riesco più ad amare e il sentimento mi ha ultimamente abbandonato”, “Nessuno più mi ascolta e le Menti come la tua impongono all’involucro di prendere le decisioni!”. “Il nonsenso ha deciso così”, replicò la Mente ed “Io non posso e non ho il potere di contraddirlo!”.
    Angela attese invano Luca e alle 21,00 si mise a piangere, Guia non rispose al messaggio di Giorgio e Silvia non accettò le scuse di Andrea. Il Nonsenso aveva trionfato.
    Qualche mese dopo il Sentimento ritornò a casa...ma l’Amore era, nel frattempo, morto per il dispiacere e l’involucro lo accolse con freddezza. Ora non aveva più l’amico di sempre con cui sfogarsi...e decise, così, di togliersi la vita! Nessuno seguì il feretro, solo il Nonsenso pose un fiore sulle sue ceneri…


    Bluesman

    Il suonatore di blues scese dal carro trainato da cavalli affaticati. Faceva caldo. Aveva sete. Piegato dalla stanchezza di una dura giornata di lavoro si apprestava a raggiungere la locanda. Un tramonto velato faceva posto alle spinte di una sera come le altre, sempre le stesse. Non aveva voglia di esibirsi, quattro neri come lui si rinfrescavano attorno a un tavolaccio di legno. Prese l’armonica a bocca e iniziò la triste melodia, arrugginita come lo strumento che soffiava su labbra screpolate e sanguinanti. Gocce rosse intrise di sudore accompagnavano il ritmo che cadeva nella battuta di dodici misure, dodici le ore chino su un campo e la pausa di un sospiro per un goccio d’acqua.

    “You all have been wonderin’” , “Tutto ciò che hai avuto è stato meraviglioso”, cantava in ripetizione il suonatore di blues.

    “You all have been wonderin’”, ma cos’è che aveva poi avuto dalla vita?

    “I try to say something people”, “Provo a dire qualcosa alla gente” proseguiva la canzone. Ma cosa poteva dire alla gente, a quella gente che lo sfruttava e poi pretendeva di ascoltare la sofferenza di un disgraziato che a malapena si reggeva in piedi e che per di più doveva anche sorridere agli sparuti applausi del finale?

    Il locale ora era pieno. Ragazze dalla pelle bianca lo guardavano incuriosite.

    “When I first met you baby, baby you were just sweet sixteen “,
    “Quando ti incontrai per la prima volta baby, baby tu eri soltanto una dolce sedicenne “: la prima e unica volta che una sedicenne gli si era avvicinato portava ancora con sé i segni delle frustate per aver osato strizzarle un occhio...

    New Orleans 1870

    "Sovente, di notte, mi capita di restare a lungo affacciato alla finestra ad osservare la stazione della metro che collega la mia città alla periferia e che appare, nel buio, come una cometa luminosa sospesa sulla terraferma. Tra quella scia di luci, vicino alla coda... che fa sparire inesorabilmente l’ultima carrozza del treno che si dirige verso l’ignoto, posso affermare con sicurezza di aver intravisto, almeno un paio di volte, aggirarsi lo spirito del Blues".

    Milano 2006


    L’adolescenza…

    Cioè, cazzo!, nella misura in cui, nell’ottica di... (esordiva sempre così quello scappato di casa di mio padre), cioè, ora mi spiego, almeno ci provo, sono fulminato, esaurito, ma perchè mai mi trovo qui, cioè, cosa ho fatto di male? Mamma dove sei? Quando ti cerco non ti trovo mai! Con chi sei? Come un beota a casa da solo, tuo marito nonchè mio padre ex-sessantottino sparito con un’altra, la scuola una merda, non ho voglia di studiare, la politica non mi interessa, le seghe mentali le lascio ai rasta, il pallone non mi basta, ho quindici anni e non so che cazzo fare! Un pomeriggio di cacca, ora chiamo un compagno e giochiamo alla play. Non c’è nessuno, è presto, alla TV non c’è ancora Penthause, sega rinviata! Andrò alla Feltri, mi ascolto qualche cd e poi me ne torno a casa. Chissà che non studi un pò di latino, quella merda di lingua morta e sepolta, unta e bisunta...giusto! Grandioso! Mi sparo un panozzo con il salame, una coca e via...mezz’ora di chitarra tra Guccini e i metallica. Sono le sette , sono solo, mia madre tromba e non è tornata. Che città di merda! Mi affaccio alla finestra, serenata rap per la puttana sottocasa, mi strizza l’occhio, che schifo è un trans! Sono le otto, ho fame ,cazzo non sono capace di farmi un piatto di spaghetti! Devo aspettare, mi butto sul letto, mi appisolo. Squilla il campanello. Guardo l’orologio. É mezzanotte. Apro la porta. Appare quel cadavere disfatto di mia madre. “Come stai” tesorino? “adesso la tua mammina ti prepara un piatto di pasta!” Cioè, cazzo!, nella misura in cui, nell’ottica di...non poteva tornare a casa alle 2? Porca Puttana... perdo Penthause e sega rinviata! Così è la mia vita...