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in archivio dal 03 apr 2007

Maria Teresa Di Sarcina

21 agosto 1975, Formia - Italia
Segni particolari: Redattrice di Aphorism dal 2007.
Leone ascendente Scorpione, credo nella reincarnazione. Vorrei un cane, adoro il mio gatto.
Mi descrivo così: Archeologa ottimista con il tarlo della lettura. Non posso fare a meno di leggere, ascoltare musica, andare al cinema, annusare l’odore del mare. Amo viaggiare, studiare le mappe delle città, fare indigestione di cibi, parlare con le persone per strada.

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  • 19 luglio 2013 alle ore 15:23
    San Lorenzo, 1943-2013

    Anvedi wazz’ammerican boys,
    ve devo pure da di’ grazie,
    perché ‘sto giorno de settant'anni fa
    quanno su Roma che era città aperta 
    avete vomitato 'na scarica de bombe
    che er cielo pe’ vergogna era sparito,
    a San Lorenzo, wazz’ammerica',
    ve siete sbizzarriti pe’ diletto,
    ma nonna mia, co' mi' madre e zio 'n fasce
    l’avete risparmiati per un pelo,
    quanno lo scoppio de ‘na bomba li sbattette
    dentro a la bottega der cassamortaro
    imperciocchè wazz’ammerica'
    ve dico grazie, sì, però...
    però... quanti morti ammerica'
    c'avete regalato in un sol giorno,
    altro che carammelle, ammerica'...
    Mo' dopo settant'anni io sto qua,
    ve vorrei pure racconta' dell’altre storie
    che a San Lorenzo so’ rimaste sconosciute
    e che mi’ nonna, wazz’ammericà,
    m’ha raccontato fino a che è campata… 
    de Boccolini er fornaro a via de’ Sardi
    che pe’ na bomba fini’ nel forno suo,
    del carretto della birra coi cavalli
    che nella buca è stato ritrovato,
    de Menicuccio, che nun era ancora l’ora
    de fini’ al Verano in un fornetto,
    der poro nonno, wazz’ammericà,
    che’r colonnello sopra al Buon Pastore
    je disse “corri, Bacca’, corri a casa,
    va’ a cerca’ i tuoi, Bacca’, pija la gippe”,
    de Sora Nardina e suor Ilderosa
    de tutti l’artri coi sogni nel cassetto…
    Ma nun c’ho tempo, wazz’ammericà,
    perché la vita va avanti come’n treno
    allora prego, wazz’ammericà
    e me ricordo de tutte l'anime beate
    annatele a vede’ dentro la cchiesa
    padre Antonino li’ l’ha ricordate.
    Ma ve ringrazzio, wazz’ammericà
    perché a mi'madre, quer giorno maledetto
    l'avete risparmiata, wazz’ammericà,
    e a me m'avete fatto nasce, pe’ dispetto.

     
  • 15 agosto 2011 alle ore 11:16
    Autunno

    Si avvicina

    come la pioggia silenziosa

    rapisce il sole

    gli schizzi la sabbia

    puoi sentirne l'odore

    nel sottobosco che marcendo rinasce

    e il vento ti scompiglia i capelli

    sussurrando il suo nome

     
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  • 19 luglio 2013 alle ore 15:32
    Africa

    Come comincia: Oggi mio fratello è stato aggredito. Quando io e Giorgia siamo arrivate era seduto a terra, con l'orecchio sanguinante, c'era un capannello di persone intorno, una ragazza aveva assistito alla scena, lo aveva soccorso. Un gruppo di ragazzi lo aveva accerchiato, provocandolo, e quando lui si era girato per andarsene uno di loro gli aveva spaccato un posacenere di vetro in testa. Ha detto di aver capito che erano stranieri. Erano fuggiti tra la folla, mio fratello è caduto per terra semisvenuto per il colpo alla testa. Le persone che lo avevano soccorso hanno raccontato che gli aggressori erano in otto, tutti ragazzi. Mio fratello era per terra, sanguinante, è scoppiato a piangere, mi raccontava che mentre lo aggredivano gli chiedevano se vendesse droga; parlando con noi provava ad alzarsi e perdeva l'equilibrio. Quasi due metri di ragazzo e l'ho visto così indifeso. Otto contro uno, raccontava mio fratello mentre piangeva per la rabbia. Io e Giorgia eravamo lì, impotenti, cercavamo di consolarlo. Io ho pensato che pur essendo mio fratello non lo conoscevo affatto, che lo avevo sempre ignorato, che non sapevo dove vivesse, pur vedendolo tutti i santi giorni sotto quei portici. Mio fratello non aveva fatto male a nessuno, ora tra i singhiozzi minacciava di ammazzare i suoi aggressori. 
    Mi veniva da abbracciarlo ma non sapevo come avrebbe reagito; ho tenuto la mia mano sulla sua spalla finché non è arrivata l'ambulanza. 
    Mentre eravamo lì, all'angolo, e le lacrime scendevano sulle sue guance di ebano, gli ho preso la mano, cercavo di calmarlo, dicendogli di non preoccuparsi e che in ospedale avrebbe dovuto raccontare tutto alla polizia. Annuiva, e piangeva.
    Ecco i soccorsi, la sirena, i paramedici: ho pensato speriamo che lo ascolteranno, che gli crederanno, che lo terranno in osservazione, noi non possiamo seguirlo...
    Ho visto mio fratello asciugarsi le lacrime e il sangue e mi è sembrato così piccolo, così indifeso... 
    Lui e il suo amico ci ringraziavano per essere rimaste lì, per non averli ignorati...
    - Ma se fosse successo a noi, voi, ci avreste aiutate? Credo di sì. 
    - Sì, vi avremmo aiutate. Ma grazie per essere rimaste.
    Guardo mio fratello, ho pensato che lo avrebbero portato via e chissà quando lo avrei rivisto...
    -Come ti chiami? Da dove vieni?
    -Yusuf, vengo dal Senegal, non ho fatto male a nessuno.

     
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  • Miseramente catapultato nello spazio infinito senza più reti né illusioni. Nella raccolta “Spazio Porto K” il cosmonauta post punk di Marco Buggio è lontano anni luce dall’ottimismo bowiano di Ziggie Stardust, profeta dell’Uomo delle Stelle, ma anche dall’eroico anelito odissiaco del Maggiore Tom, quando l’imprevisto, seppur conteggiato, era celebrato come estremo e coraggioso sacrificio dell’uomo, proiettato nel futuro dalla fame di conoscenza e conquista di nuovi futuribili mercati.
    Persino la poetica cyberpunk dei nostri bulimici e rampanti anni Ottanta, con la violenta fusione di mondi formalmente separati, come l’high tech e il pop underground,  è un’oasi distante, laddove la decomposizione costruttiva di information technology e cibernetica diventa insieme strumento o mostri ai quali ribellarsi per avviare un cambiamento radicale nell'ordine sociale.
    Nello Spazio Porto K si vive un eterno day after. Il poeta dello steampunk, nel suo manifesto post tutto, urla la rabbia desolata dell’uomo cyborg, scarnificato da qualsiasi speranza di rassicurante processo biologico (“Acciaio carne/ ossa fuse,/ cerniere celebrali/ schede espandibili/ digestione motoria/filtrante dati”).
    Nella prima parte della raccolta l’aedo spaziale sta lì, in un non-luogo, sospeso senza attesa (“Pianeta Terra,/ Spazio Porto K,/, abbandonati:/ scoperta del cosmo,/ senza mai scoprire/ la nostra debolezza,/ la nostra fame/ di affamare, ingordo benessere.”). L’impatto con l’alienità è devastante (“Ho incontrato/ coloro/ che non riposano,/ eletti/ a essere/ evoluti/ verso creature/pensanti/costruite artificialmente/ paradossi/ di sfere emotive”). La destrutturazione paratattica nell’era steampunk si affida alla pregnanza semantica nelle icastiche immagini della brutalità terrestre vista dal cielo (“Tua città,/ plastica/ nascente/ cenere/ capitalista,/ riverberi/ tendenze/ quotidiane/ omologate”).
    Nella seconda parte una flebile traccia dilaniante superstite di materia umana si fa strada, tradendo una disperata nostalgia di un pianeta pulsante di vita, sia pur morente, che l’uomo cyborg rimpiange (“Chiamata Terra,/ silenzio e dolenza;/ ricordo/ prati assordanti/ d’insetti instancabili,/ la pioggia,/ incessante sinfonia/ in adagio veloce,/ ticchettio/ delle mie eco/ pensierose”). Ma dall’altra parte della distanza siderale c’è silenzio, “fischi,/ sequenze dissolte”: il cosmonauta implora, invoca quella natura disidratata che ricorda lucidamente e della quale sente ancora il battito debole (“Pianeta Terra/ rispondi,/ tuo annuire morente,/ rispondi,/ canto universale del risveglio”).
    Il cosmonauta, Cassandra spaziale, nella solitudine infinita, celebra il compianto della razza che scompare immersa nel catrame, “…massa addentro/ inferni ermetici,/ speranza di non bruciare,/ al sole”. Dall’altra parte del filo solo silenzio. Game over.

    [... continua]

  • "Scusi, vado bene per la Senese?”: una semplice domanda si insinua all’improvviso nelle sommesse meditazioni solipsistiche di Cristiano, urologo senese alla soglia dei quarant’anni, in fuga da una vita incasellata tra doveri, sensi di colpa e aspettative altrui.
    A chiamarlo a gran voce, dai margini della vita e di una sera toscana, è la più improbabile delle donne che il giovane avrebbe potuto incontrare sulla sua strada, già messa a dura prova da figure femminili ben poco stimolanti.
    Emma è una persona dall’aspetto bizzarro e dai discorsi talvolta confusi, tali da innescare una prima reazione di malcelato fastidio. Ma una volta lontano, al sicuro dal confronto, Cristiano ripenserà a quella strana congerie di spontaneità, affetto disinteressato e gesti avventati, e si renderà conto quanto, in realtà, le parole della donna lasciassero trasparire intelligenza, umanità e sensibilità non comuni, di gran lunga superiori rispetto a tante altre persone definite “normali”.
    Cristiano conosce Emma all’inizio di un’estate difficile, costellata di riti, incontri, abbandoni che solo l'amata filosofia gli consente di affrontare con un sano distacco; l’evento si rivelerà un elemento determinante per consentirgli di dare una svolta alla propria esistenza e diventare, finalmente, un adulto consapevole e appagato dalla vita.
    Nel bel romanzo di Stefano Colli, dove trovano spazio riflessioni profonde sulla società, la natura degli uomini, la capacità dell’uomo di agire sul proprio destino, i personaggi ruotano come nuvole rapide intorno al protagonista, deciso a conquistarsi una vera indipendenza a costo della placida quiete riservata a chi si accontenta di camminare sulla strada segnata.
    Sullo sfondo della vicenda si stagliano meravigliosi scorci di paesaggi toscani che l’autore dipinge con stile sapiente: Siena, con le suggestive atmosfere contradaiole, Grosseto, antica città a misura d’uomo, e Castiglione della Pescaia, il buen retiro sul mare, luoghi cari, ben noti a Cristiano, che però, dopo l’estate di Emma, assumeranno tutto un altro sapore.

    [... continua]

  • Nella terra d’Esperia aspra e umbratile, impregnata di promesse tradite, a ridosso del mare che si infrange sugli scogli, nei sussurri dei venti del Sud che battono le case imbiancate di calce, Andrea Tripodi dipinge il toccante affresco corale di una civiltà apparentemente remota, oscillante tra la fissità rassicurante delle tradizioni e l’insidiosa sfida del presente. In questa antologia eccezionalmente visionaria ed evocativa prendono vita figure di uomini e donne le cui esistenze sono impietosamente sconvolte, ora dalla violenza cieca dell’ennesima guerra, ora dalla sorte beffarda, alla quale l’essere umano cerca di sopravvivere. Su tutti i drammi umani e naturali troneggiano come presenze inquietanti gli idoli ricordati nel titolo, portatori di una subdola piaga purulenta che incupisce le placide atmosfere d’interni. A questi spavaldi, fieri, ingombranti dispensatori di soprusi, Tripodi contrappone l’orgoglio di umili eroi sconosciuti, animati da un viscerale desiderio di giustizia e di riscatto dalla brutalità di un’esistenza ferina asservita alla legge del più forte, basata troppo spesso su un atavico senso maschilista e patriarcale del potere. E dalle ceneri del dolore e della devastazione umana e morale nasce un’unica grande storia, narrata con quello spirito teatrale dionisiaco che, come un ancestrale coro sgorgante dal mai sopito afflato del sostrato ellenico, consente di raccontare e comprendere la crudeltà e l’assurdità della vita, nella sublime catarsi dall’umana bestialità, che solo la trasformazione letteraria del vissuto può garantire appieno.

    [... continua]

  • "Il cielo pare cadere/ mentre ascolto la pioggia/ con l'orgoglio ferito/ di chi pensa e ripensa/ alle cose lontane/ ormai melodie perdute/della nostra amata terra". Me lo figuro così, Emilio Basta: un aedo fisso su uno scoglio rivolto verso il mare della vita, solitario rapace notturno che ha “fame e sete di buio e d’amore”. Lo immagino così, innamorato della Luna, passione ricorrente nei suoi versi, misteriosa e mutevole come una donna, faro che illumina le notti. Dai suoi silenzi pieni di voci nascono inni che si spargono come polvere di sole e che solo le anime belle riescono ad assaporare.
    Alla sua amata terra, la Basilicata, “spuntata dal vulcano/ lievitata dal sole/ e illuminata dalle stelle”, sono dedicate le liriche più belle. Ora è madre lontana (“patria straniera/dai ricordi acerbi”); ora è aspra radice anelata dove tornare ("Castelli e pensieri/dentro di me/ ed io figlio/ di questa terra del Sud/ dolce e amara/ arsa dai sogni"); altrove è arida sequenza di sterminati spazi inquietanti, che il cammino di un pastore di leopardiana atmosfera colma e sostanzia (“Sin da bambino/ nel respiro della sera/ in silenzio e da solo/ traversa sentieri di vita”).
    La poesia di Basta sa dar voce al vuoto dell’anima, ma sa anche consolare, con un tenace ottimismo e una fede splendente, preziosi doni dell’esperienza di una vita a un cuore meravigliato di fanciullo.

    [... continua]

    • Dadino
    • 07 settembre 2012 alle ore 18:09

    “È questa una storiella fantasiosa/ che parla della gioia e del patire/ e senza approfondir nessuna cosa/ ha dentro sia la vita che il morire”: comincia così, con questo incipit denso di significati, il poemetto di Paolo Bianchi, “Dadino”, una bella storia di crescita, passaggi e iniziazione. L’opera è rivolta, come ci dice il sottotitolo, a “piccoli grandi e grandi piccoli”, due categorie di lettori in grado di superare i confini della propria età e lasciarsi andare a esperienze inconsuete.
    Per una strana circostanza il protagonista, il cui nome, che dà titolo all’opera, ha in sé una forte allusione all’imprevedibilità della sorte, tuffatosi in uno specchio d’acqua si ritrova in un mondo all’incontrario. Nel viaggio di Dadino tutto, o quasi tutto, è piccolo, tranne forse la paura, lo spaesamento iniziali e la diffidenza per ciò che è diverso. Tali sensazioni ben presto si trasformano in desiderio di capire e di esplorare, grazie al fortunato incontro con un “piccolo signore di passaggio”, che rassicura il bambino sulla reversibilità della sua condizione. Al contempo però l’uomo instilla in lui la curiosità di conoscere, e come un novello Virgilio, riconoscendo il coraggio del bimbo, lo accompagna in un viaggio straordinario. Le mete, però, vanno conquistate: non si tratta infatti di una comoda visita guidata, ma di un dialogo maturo teso all’esplorazione dell’alterità, svelata non come una realtà migliore o peggiore di quella che ci è familiare (“il mondo dritto”), ma come un diverso punto di vista, prezioso strumento per capire fino in fondo quel che ci circonda. Attraverso l’esperienza di Dadino il lettore più attento si troverà quindi a riflettere sui grandi misteri della vita, riscoprendo dentro di sé la capacità che solo i “grandi piccoli” hanno di separarsi dalle proprie sicurezze per crescere, o, nel caso di “piccoli grandi”, scoprirsi persone migliori.

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  • Sarà per lo stile dinoccolato di certi suoi protagonisti, o forse per le ambientazioni da “porta accanto”, o ancora per i racconti quasi sempre in prima persona animati dai dialoghi diretti, ma questa piccola raccolta di Edoardo Monti merita davvero di far parte della vostra libreria, anzi, di stare nella vostra tasca o borsa, pronta a saltar fuori al minimo cenno di noia. Grande osservatore delle umane sorti, l’autore è riuscito saggiamente in poche pagine a creare una piccola Antologia di Spoon River di personaggi viventi che, in maniera più o meno pacata, rendono partecipe il lettore delle miserie delle proprie esistenze, strappandogli decisamente più sorrisi che lacrime. Ho adorato “l’addetto agli incarichi quadrimestrali”, giovane fortunato a tal punto da vergognarsi di non avere bisogno di lavorare, o il tipo soprannominato dagli amici “Rettorino”, perfetto prototipo dell’uomo che dice di saperla lunga su come va il mondo, ma in realtà ha bisogno, come tutti, di conferme. Tutte le storie sono uniche e divertenti, direi quasi esemplari: ognuno può rivedere in un dettaglio, un’atmosfera, un’emozione una parte della propria vita. Ma il libro è anche altro: è l’autore che si espone in prima persona, sia pur con elucubrazioni paradossali al limite della fantascienza, ma connotate da una tale ironia che non si può non affezionarvisi. E bene fa a chiudere con una vera e propria “captatio benevolentiae”, un appello accorato in cui chiede ai suoi lettori di contribuire alla crescita della sua fama: io, nel mio piccolo, mi associo a lui, che volete farci, ho un debole per le persone simpatiche. Promosso :)

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  • I versi di Fabia Muscariello, presentati da Sandra Cervone, risuonano al lettore come lontani richiami di martin pescatore, delicati e fragili echi di pensieri sullo sfondo della risacca.  "Tra quelle conchiglie rotte e salate ho mosso i miei primi respiri/ la vita mi accoglieva appena e io già volevo tornare indietro": inizia così "Ventilato", a mio avviso una delle più belle liriche di questa piccola raccolta. Solo chi è nato accanto al mare può comprendere appieno cosa significhi quel senso di pienezza e al tempo stesso soffocamento che si prova, quando si ha davanti l'orizzonte liquido e dietro un fazzoletto di terra che accoglie, protegge, nasconde, a seconda dei tempi ("Sarò figlia di gamberi/ o disegno di gabbiani").
    Il poeta fugge a se stesso ma non può fare a meno di comporre: questo il suo destino, questo il destino di Fabia che si coglie a fotografare gli istanti incerti del suo cammino nella piena consapevolezza di avere "un viandante sconosciuto" dentro sé. Il vero poeta scrive per sé, ma trascina chi si imbatte sul suo cammino, perché insegna al viandante a  guardare il mondo intorno e comunicarlo attraverso parole eterne, intime e corali al tempo stesso. La poesia dona saggezza ma non ripara dal desiderio di certezze e di quotidianità a cui l'essere umano si aggrappa per sfuggire all'infinito cercare.  L'autrice anela alla stabilità (“Voglio vivere/ sul castello di cui mi fido”), ma al tempo stesso avverte indomita: "si vola con le ali/ io ho solo scarpe/ tante e troppe/ e amo la terra ma guardo sempre il cielo". Ma lei riesce a volare anche con le scarpe, e in “Ogni cosa che non vivo” ci svela il suo segreto: a volte per non soffrire è meglio tacere (“Solo nel silenzio mi accorgo/ che il mare è bello anche se non è davanti a me/ perché quando non posso vederlo/ trovo i remi giusti per raggiungerlo”).
    La poesia non è consolatoria e non garantisce ascesi: chi scrive volando vive anche nel mondo, con la testa fra le nuvole ma con i piedi per terra. Ci si accorge così dell’estrema necessità di difendersi, di non lasciarsi travolgere: ne scaturisce un vero e proprio breviario laico di sopravvivenza al passo incerto della vita, “Riflessioni di un’accanita pensatrice”. Il male incombe ma ogni risveglio è un’occasione per ricominciare e Fabia, la poetessa generosa che riconosce a noi di Aphorism di lavorare con amore (“e si sa che l’amore è cosa sconfinata”), proprio a una  dichiarazione d’amore per  Gaeta affida il suo finale, la sua città dove “… al mare fan brillare gli occhi le barche/ e a me bruciano a immaginare”.

    [... continua]

  • Ci sono diversi modi per raccontare la propria città: se ne possono descrivere in maniera sistematica i monumenti, gli scorci, le tradizioni, i fatti notevoli, oppure si può scegliere di affidarsi ai propri ricordi, per far rivivere luoghi, odori, persone che continuano a rappresentarne l’essenza dentro di noi. In questa raccolta Gordiano Lupi svela ai lettori l’anima della “sua” Piombino, esplicitando in un sol colpo, nella premessa, la chiave di lettura e lo stile a tratti tagliente con cui alterna racconti fantastici a veri e propri amarcord, come l’inno iniziale alle semplici bocche di leone, tipici dolcetti locali simili alle madeleines, meno nobili di queste ma amatissime dallo scrittore per la capacità evocativa di un tempo fatto di merende semplici e sapori di casa, o il ricordo del passaggio del giro d’Italia nella città, evento fugace e al tempo stesso intriso di aspettative. C’è il passato ma anche il presente in queste storie piombinesi, piccoli cammei che diventano spesso occasione per considerazioni di ampio respiro sulle sorti dei luoghi simbolo delle realtà locali. Tale è l’omaggio allo scomparso  Cinema Teatro Sempione, “… lo trovavi in corso Italia a Piombino, lato acciaierie, immerso nel sudore degli operai e nei quartieri popolari dove la gente faticava per arrivare a fine mese e per far crescere i figli”. Talvolta, sfogliando le pagine, ci si ritrova in ambientazioni oscure, torbide, da brivido lungo la schiena, indizio della predilezione di Lupi per il genere horror e i racconti del mistero, due delle tante passioni dello scrittore… Per fortuna, quasi come una sorta di contraltare, la seconda metà del libro riporta i lettori nel più rassicurante universo della tradizione culinaria piombinese, fatta di ingredienti semplici, spesso umili, alla base di ricette che l’autore chiosa con valutazioni personali, varianti e preziosi suggerimenti. Chiudendo il libro non si può far altro che cimentarsi in qualche manicaretto, facendo tanta, tanta attenzione nel maneggiare i coltelli…

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  • Gordiano Lupi, grande conoscitore della cultura e della storia contemporanea cubana, ripercorre in questo libro le tappe fondamentali dell’ascesa del caudillo, analizzando dapprima il contesto sociale e familiare, per poi ampliare lo spettro d'indagine alle circostanze politiche che portarono alla nascita dell'esperienza rivoluzionaria a Cuba.
    La scelta di una biografia non autorizzata appare un percorso pressoché obbligato per raccontare il politico e l’uomo Fidel: la sua storia è legata in maniera così indissolubile a un’immagine costruita a tavolino da rendere difficile reperire fonti che siano estranee alla propaganda governativa o al movimento contro-rivoluzionario.
    Il viaggio nell’universo Fidel prosegue con la descrizione dei suoi legami affettivi e sodalizi politici, condotta parallelamente a un’analisi puntuale delle caratteristiche di una personalità forte, attenta a conservare il primato sul mondo circostante, conscia del proprio carisma e al tempo stesso umanamente fragile.
    Il concetto di rivoluzione sociale a Cuba è giunto a maturazione solo con Fidel. Dopo la caduta del regime di Fulgencio Batista l’instaurazione di un governo rivoluzionario d’ispirazione socialista non ha avuto tra le sue premesse l’ideale marxista-leninista, ma lo ha adottato più per reazione alla politica estera statunitense che per una reale adesione al comunismo di stampo sovietico, dando vita a una forma di ideologia talmente peculiare da meritare il nome di ‘fidelismo’. In questo termine è racchiusa l’essenza di un’esperienza umana e culturale forse irripetibile, che a distanza di cinquant’anni non ha ancora ricevuto un giudizio unanime dalla storia. Perché se è vero che l’assenza di democrazia nell’isola caraibica è un dato di fatto, leggibile nel ripetersi di consultazioni elettorali di facciata e senza una reale contrapposizione partitica, o ancor più evidente nell’assoluto controllo dei mezzi di informazione e nella rigida censura di qualunque tipo di opposizione, quel che si fatica a credere è che la propaganda fidelistica abbia potuto continuare per cinquant’anni a detenere il potere rivendicando l’attuazione di alcune delle premesse della rivoluzione, come il riscatto degli umili, la sussistenza e scolarizzazione garantita a tutti i cittadini, la nazionalizzazione delle produzioni, escludendo scientificamente il concetto di libertà individuale e collettiva dall’immaginario comune del popolo cubano.
    Nella parte finale del libro, Lupi si interroga sul dopo Fidel descrivendo un paese che vive già in un limbo, sospeso tra un passato certo di regime dittatoriale e un futuro incerto attualmente nelle mani dell’erede designato, il fratello Raùl. La speranza è rappresentata però dalle giovani generazioni, nate in tempi troppo recenti per subire il fascino della stagione politica a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, e per avere solo una vaga idea di cosa abbia significato crescere in un mondo a blocchi contrapposti. La grande opportunità è data dalla rete, dove i giovani blogger cubani riescono a superare i confini dell'isola per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sul regime illiberale nel quale sono costretti a vivere, pena l’allontanamento senza ritorno dal proprio paese e dalle proprie radici.

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  • Gli scritti di Nadia Turriziani, strappati alla notte, coinvolgono i lettori in un flusso di coscienza senza freni inibitori, approdando a finali appena accennati che lasciano spazio alla fantasia e all’immaginazione. I temi eterogenei, così come le ambientazioni realistiche o di fantasia, sono accomunati dalla capacità dell’autrice di immedesimarsi nei suoi protagonisti, sino a renderli dei propri alter-ego, e di descrivere sensazioni e turbamenti, esplorando segmenti di vite con uno stile incisivo, a tratti crudo. “La vita è altrove”, sentenziava Kundera: per inseguirla bisogna superare le contingenze del quotidiano, sfidando la banalità del male e lasciandosi andare alla consolatoria illusione che la felicità, se si ascoltano il cuore e l’istinto, possa dipendere esclusivamente dalle nostre azioni.

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  • Il piccolo racconto di una divertente gita in bicicletta, organizzata dalla zia Rosa per i suoi nipotini Aldo e Carlo, offre all'autrice lo spunto per descrivere i piacevoli luoghi di Punta Marina, località costiera ravennate. La spiccata curiosità dei bimbi, che incalzano la zia con mille domande, consente a Rosa di rivivere molti ricordi e di spiegare come ai primi insediamenti si siano affiancate negli anni nuove costruzioni, rispettose delle qualità paesaggistiche e della sostenibilità ambientale, qualità che rende Punta Marina un modello di sviluppo.

    [... continua]

  • Un professionista della mente brillante e stimato da amici e colleghi, nella città più seducente del mondo, New York, con uno studio affacciato su Central Park. Una donna misteriosa dalla bocca disarmante che entra per caso, o forse no, nella sua vita, generando una storia sconvolgente e minando i suoi equilibri. 
    In questo avvincente thriller scritto a quattro mani i lettori hanno la possibilità di soddisfare una grande curiosità, quella cioè di vivere a ruoli invertiti una vicenda di analisi dove a raccontarsi è un terapeuta, che come in un diario intimo, scritto per necessità di sopravvivere in una tempesta senza pari, narra i fatti di una storia eccezionale negli eventi, ma paradossalmente comune sul piano umano ed emotivo. Perché quando la Passione entra nella vita di una persona, prevalendo sulla razionalità e il senso di sé, percorre strade diverse a seconda delle resistenze che incontra, ma riesce sempre a scalfire anche l’imperturbabilità più consolidata e i risultati non sono mai scontati. A fare da cornice alla vicenda privata del dottor Vincent Weismann, decisamente pericolosa per la sua credibilità professionale, gli autori Vittorio Salvati e Paola Cerana costruiscono un intrigo di personaggi, luoghi, racconti, dialoghi serrati, colpi di scena, silenzi  che rende sagacemente omaggio alle migliori storie newyorkesi di Woody Allen e richiama alla mente le suadenti note della Rapsodia in Blu di Gershwin. Ecco il piacere della lettura: sfogliare le pagine di un libro ben costruito, vivere innumerevoli vite e, chiudendo gli occhi, ritrovarsi in un attimo in uno studio sulla Quinta strada, con una grande finestra affacciata su un parco, adagiarsi su un lettino e cominciare a ricordare…

    [... continua]

  • Un professionista della mente brillante e stimato da amici e colleghi, nella città più seducente del mondo, New York, con uno studio affacciato su Central Park. Una donna misteriosa dalla bocca disarmante che entra per caso, o forse no, nella sua vita, generando una storia sconvolgente e minando i suoi equilibri. 
    In questo avvincente thriller scritto a quattro mani i lettori hanno la possibilità di soddisfare una grande curiosità, quella cioè di vivere a ruoli invertiti una vicenda di analisi dove a raccontarsi è un terapeuta, che come in un diario intimo, scritto per necessità di sopravvivere in una tempesta senza pari, narra i fatti di una storia eccezionale negli eventi, ma paradossalmente comune sul piano umano ed emotivo. Perché quando la Passione entra nella vita di una persona, prevalendo sulla razionalità e il senso di sé, percorre strade diverse a seconda delle resistenze che incontra, ma riesce sempre a scalfire anche l’imperturbabilità più consolidata e i risultati non sono mai scontati. A fare da cornice alla vicenda privata del dottor Vincent Weismann, decisamente pericolosa per la sua credibilità professionale, gli autori Vittorio Salvati e Paola Cerana costruiscono un intrigo di personaggi, luoghi, racconti, dialoghi serrati, colpi di scena, silenzi  che rende sagacemente omaggio alle migliori storie newyorkesi di Woody Allen e richiama alla mente le suadenti note della Rapsodia in Blu di Gershwin. Ecco il piacere della lettura: sfogliare le pagine di un libro ben costruito, vivere innumerevoli vite e, chiudendo gli occhi, ritrovarsi in un attimo in uno studio sulla Quinta strada, con una grande finestra affacciata su un parco, adagiarsi su un lettino e cominciare a ricordare…

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  • Avere un’ultima occasione per far placare il cuore. Fa molto riflettere questo bellissimo libro, opera prima di Azzurra Mangani: un romanzo epistolare a senso unico dedicato all’ennesima lettera, infinita, un doloroso e definitivo flusso di coscienza rubato all’oblio di una mente esausta, cellula pulsante a sprazzi di un corpo ormai assuefatto al nulla, lo sguardo perso nel vuoto.
    Parole come pugnali gridano un solo nome, Alessandra, e chi le affida alle cure di un notaio lo fa con la certezza che il destinatario non potrà mai leggerle, e vive di rimorsi per non essere riuscita a restare. Un rapporto viscerale richiamato alla memoria fin dal primo incontro, sullo sfondo la scuola, gli altri, le scelte di vita, e le canzoni che passano alla radio rimanendo impresse come proverbi nel tempo. È difficile, per la signora Giannini che a malapena si accorge della stanza asettica che la contiene, ammettere di sapere ancora, a distanza di trent’anni, cosa volesse dire sentirsi vivi, rispecchiare la propria anima nello sguardo di un altro essere, appartenersi e a un certo punto vedersi strisciare via, sentendo di aver abbandonato chi dava luce ai giorni più oscuri con un lacerante addio. La forbice col passato aveva un nome di donna, suadente e irresistibile, capace di rubare l’anima a chi non può più fare a meno di amarla mentre la assapora nelle vene. La mente sopravvive per raccontare, e sperare che qualcuno accolga l’estrema richiesta di perdono, mentre lo sguardo torna a galleggiare nel bianco, appena in tempo per evitare di scoprire l’insopportabile realtà.

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  • “Non esistono confini alla bellezza del mondo, così come non esistono limiti alla mia curiosità e alla fame di conoscerlo”: in queste parole è forse racchiusa l’essenza del libro di Paola Cerana, che affida alla carta la memoria dei tanti luoghi attraversati, fisici e non, sempre con la voglia di carpirne il profumo più intenso.
    Tra un vagabondare e l’altro attraverso i due emisferi, dimenticando le certezze rassicuranti e assaporando la bellezza della diversità, emerge chiara la consapevolezza che non esiste angolo della terra e della mente umana che non meriti di essere compreso nella sua natura più vera, perché possa diventare parte del nostro paesaggio interiore.
    Esiste poi almeno un luogo dove i nostri affanni si annullano, un luogo al cui solo pensiero, mentre siamo in preda alla quotidianità paralizzante, ci sentiamo noi stessi nel mondo.
    Chi lo identifica nel mare non può rimanere obiettivo davanti alla dichiarazione d’amore contenuta in questo libro, dove nella tavolozza delle mille sfumature del mondo è descritto come “un assolo d’azzurro”, una pennellata continua su una tela, raccogliendo tutti i paesi che attraversa…
    Il mare che si unisce al cielo senza soluzioni, e risuona fragoroso nella mente, ispirando sapori salmastri e distese immense.
    Ci sono tanti modi di viaggiare, come altrettanti ce ne sono per comunicare le emozioni che accompagnano lungo il cammino.
    Poter descrivere il mondo con i propri occhi è un entusiasmante lusso democratico che non tutti colgono, ma quando ciò avviene con uno stile delicato e insieme sensuale come quello della nostra autrice non resta che farsi trasportare dalla sua “anima in penna” sulle tante città e i luoghi deserti, realtà e sogni virtuali che non diventano vie di fuga, ma tasselli di un bellissimo puzzle.
    E insegnare all’uomo a viaggiare con la mente è la cosa più straordinaria a cui un autore possa aspirare.

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  • Chi scrive un diario è sempre in bilico tra la paura e la speranza che qualcun altro, prima o poi, lo legga, e che comunque, da qualche parte della storia dell’umanità, rimanga una traccia fisica del suo passaggio.  Guai però se il tomo finisce nelle mani sbagliate: è questo il caso del povero pensatore Modesto Tincher, descritto come un uomo “di media età, di media statura, di media intelligenza, di media istruzione e, neanche a dirlo, di medio ceto”. Segnalazioni anonime danno luogo a un caso giudiziario che lo vede accusato di falso, appropriazione indebita e millantato credito. Trasecola Modesto, che in vita sua non ha mai commesso il benché minimo reato, e sentendosi vicino al protagonista de “Il processo” di Kafka affronta la questione, convinto di dimostrare la propria buona fede. Ma la realtà è ben più amara, perché gli verrà contestato di essersi appropriato di pensieri altrui spacciandoli per farina del suo sacco, e nello stesso tempo di aver attribuito a personaggi celebri le modeste elucubrazioni della sua mente. Attimi di panico lo assalgono quando vede il suo diario prodotto come corpo del reato, e sa di dover giustificare il libero fluire della sua mente tra ricordi, emozioni, rielaborazioni e prese di coscienza. Ma il vecchio proverbio dice “male non fare, paura non avere”… ed ecco che dall’uomo mite emerge la consapevolezza di se stesso e l’orgoglio del proprio percorso intellettuale. Gustoso e divertente racconto a conferma delle ottime capacità di Salvati, che ci fa riflettere su quanto sia spesso arduo mettere note a latere ai nostri pensieri per citarne la fonte, alla stregua di certi “Frammenti di un discorso amoroso” di barthesiana memoria! Ma, in fin dei conti, all’origine delle nostre idee non c’è sempre e comunque l’idea di qualcun altro?

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  • Cosa si potrà mai dire di nuovo sull’amore nell’era barbarica? Probabilmente il primo a porsi questa domanda sarà stato proprio il nostro autore, che nel suo ultimo lavoro ha trovato la chiave giusta per proiettare questo folle sentimento in una dimensione squisitamente letteraria, quasi agnostica, prescrivibile persino ai cardiopatici. Perché Salvati, ironico e sensibile come un venticello, riesce ancora una volta a stupire per l’illogica allegria che provoca nei suoi lettori. Ricordiamoci che stiamo parlando d’amore, un moto dell’anima talmente vanitoso che pretende di essere sempre al centro dell’attenzione, anche e soprattutto quando, da grande assente, muove i fili del nostro pensiero e ci costringe a venerarlo. Tanto vale, allora, rassegnarsi e gustare questo piccolo trattato nel quale, prendendo spunto da grandi classici della letteratura sentimentale ed erotica (Stendhal, Anaïs Nin,  Emily Brönte, per citare alcuni nomi), si alternano prosa ed epigrammi dedicati “Agli innamorati, ai romantici, a tutti gli altri”.
    Nei sei capitoli l’amore è declinato nel suo essere passione mentale e fisica, irruenta e devastante (“immensa fiamma che scalda il cuore, le viscere e la testa allo stesso tempo ma difficilissima da controllare”), ma anche come capriccio e vanità, trasportato sulle ali della leggerezza che tutto giustifica, ricordando che il sentimento appartiene soprattutto a chi lo prova e non tanto a chi ne è oggetto. Anche se nel prologo si rende necessaria una “romantica e scontata avvertenza” (“Le parole d’amore/ possono essere udite/ solo da orecchie innamorate”), Salvati poi corregge il tiro, rassicurandoci con la garanzia che il romanticismo è altrove, nell’anima, che tenta di salvare se stessa trasportando la fisicità in idea pura, a riparo dalle correnti. Nell’amore erotico, definito nell’epigramma che introduce il quinto capitolo “la variante colta del sesso”, è invece la felice sintesi tra desideri, aspettative e realtà, connubio in continua evoluzione per non cedere alla noia.
    Come un fenomeno naturale o una malattia, comprensibili meglio se si osservano da una giusta distanza, l’amore rivela le sue fasi eterne e sempre uguali (l’inizio, l’intermezzo, la fine), talvolta difficili da riconoscere anche se ineluttabili. Qui l’ironia si fa dannatamente amara, e secondo Salvati “Gli amori finiscono/ perché è più facile/ far durare l’amore/ cambiando partner/ che far durare il partner/ cambiando l’amore”. Ma per fortuna sono state inventate le appendici, e quella di “Se ci diamo del tu il bacio viene meglio” è ispirata a un mito della cultura massmediologica italiana contemporanea, ossia l’inossidabile Gigi Marzullo e le sue domande surreali, che meritano risposte altrettanto surreali. Né cinque secondi né un tempo infinito per rispondere alla fatidica “Scusi, per lei cos’è l’Amore?” (ovviamente con la A maiuscola), ma un breve prontuario con risposte in diversi toni, per non farsi trovare impreparati anche in caso di pioggia. Ne scegliamo una, lasciando a voi lettori il piacere di scoprire le altre: “L’amore, di per sé, è grande ed eterno. Sono gli innamorati che non sono all’altezza”.

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  • I libri di Vittorio Salvati hanno la capacità di far volare la mente. Basta cominciare a sfogliarli e ci si ritrova catapultati in mille realtà parallele, che vivono il tempo di girare pagina per poi lasciare il lettore testardamente voglioso di immedesimarsi nei protagonisti, così, tanto per capire cosa si prova a essere il personaggio di un libro.
    Con “Il treno di Babele. Sognando Broadway” Salvati ci offre un brillante esempio di romanzo dalla solida struttura “a catena”, dove l’Io narrante interagisce con dei perfetti sconosciuti che lo renderanno partecipe di storie ai limiti dell’incredibile e oltre; sullo sfondo, uno sferragliare di rotaie e un paesaggio che fulmineo si dilegua da un finestrino. L’unità spazio-temporale è tutta racchiusa in uno scompartimento a sei di un treno, simile a quelli dei nostri vecchi espressi, utilizzato dal protagonista per tornare dalla Grande Città alla natia Manpell; nel “Prologo necessario” il protagonista avverte i lettori della sua volontà di raccontare tutto, ma proprio tutto, per condividere la sua avventura cominciata con l’incontro con un uomo straordinario seduto di fronte a lui, il signor Jordan. Nuovi compagni di viaggio animano la cabina a ogni fermata intermedia, ognuno portando la propria storia singolare in un’osmosi di credibile/incredibile.
    Metafora della vita, il treno evoca nelle nostre menti l’idea dello spostamento cadenzato, ai ritmi dei ferrovieri e dei capistazione, ed è da sempre un locus letterario e cinematografico molto amato, per il suo carattere corale ed evocativo, tradizionale, in equilibrio tra attese e ritardi. Spesso si condivide l’esperienza con altre persone, o si fanno incontri interessanti e insperati in quel girotondo di infinite possibilità che la vita ci riserva; veri e propri casi di “serendipity” nei quali da osservatori marginali ci trasformiamo in protagonisti involontari della Storia. Partire, talvolta per dimenticare o ritrovare qualcosa o qualcuno, sperando di riuscirci; fuggire, senza sapere quale sarà la meta, è un rimedio alla quotidianità asfissiante. Un viaggio è comunque un fatto magico: ancora oggi, nella società ipertecnologica, lasciare un luogo per raggiungerne un altro riserva sempre un minimo di incertezza e mistero. Salite quindi sul treno per Manpell, ma cercate di non imbattervi nel signor Jordan, se avete qualcosa da nascondere…
    Un romanzo multiforme da cui farsi rapire, che celebra il piacere del racconto orale e l’immaginazione come alter ego della realtà.

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  • Se questa non fosse la recensione di un libro surreale, probabilmente non comincerebbe con un’esclamazione: “Sì, da morire, grazie, grazie!”. E se io fossi una vera LSC (Lettrice Surreale Cattiva) probabilmente non vi spiegherei che si tratta della risposta all’augurio degli autori, di trovare nel leggere lo stesso divertimento provato da loro nello scrivere questa raccolta. E come non condividere con voi lettori di Aphorism l’esperienza? Certo, ci vorrebbero una buona dose di Calvino, un pizzico di Bulgakov, una manciata di Rodari, una spolverata di Fedro, tutto concentrato in poche righe, per farvi gustare appieno il delizioso humour che sprizza dagli insoliti racconti di Salvati. Servirebbe qualche bel paradosso fresco di giornata per racchiudere in una battuta la finezza della penna del Nostro, autore anche di altri titoli come “Se ci diamo del tu il bacio viene meglio” o “Il treno di Babele sognando Broadway” (sempre di Edizioni Associate). Ma svelerei troppo, e vi priverei del piacere di scoprire cosa lega gli asparagi all’immortalità dell’anima, o chi fosse il signor Carpediem. Fatevi invece condurre per mano dal Ribelle Letterario alla scoperta di panchine stregate, passioni non proprio virtuali, diavoli, operai ferroviari e giudizi universali, testimoni di una singolar tenzone tra saggezza popolare e teorie meta-scientifiche, candidamente snocciolate attraverso i più disparati tipi umani. Citazioni letterarie finissime e divertissement decameronici vi accompagneranno a scoprire i contenuti “extra”, tra i quali “Il diario segreto di Adamo ed Eva”, scritto a quattro mani con Paola Cerana, finalmente una rilettura imparziale della prima storia d’amore e di sesso tra esseri umani (sconsigliata vivamente ai creazionisti ortodossi…).  Forse vi ricrederete sul peccato originale, o forse no; ma sicuramente converrete con Salvati, quando esordisce dichiarando che “La realtà è un dovere, il sogno un diritto”. Ma in questo caso non dovete chiudere gli occhi, solo cominciare a leggere.

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  • Se questa non fosse la recensione di un libro surreale, probabilmente non comincerebbe con un’esclamazione: “Sì, da morire, grazie, grazie!”. E se io fossi una vera LSC (Lettrice Surreale Cattiva) probabilmente non vi spiegherei che si tratta della risposta all’augurio degli autori, di trovare nel leggere lo stesso divertimento provato da loro nello scrivere questa raccolta. E come non condividere con voi lettori di Aphorism l’esperienza? Certo, ci vorrebbero una buona dose di Calvino, un pizzico di Bulgakov, una manciata di Rodari, una spolverata di Fedro, tutto concentrato in poche righe, per farvi gustare appieno il delizioso humour che sprizza dagli insoliti racconti di Salvati. Servirebbe qualche bel paradosso fresco di giornata per racchiudere in una battuta la finezza della penna del Nostro, autore anche di altri titoli come “Se ci diamo del tu il bacio viene meglio” o “Il treno di Babele sognando Broadway” (sempre di Edizioni Associate). Ma svelerei troppo, e vi priverei del piacere di scoprire cosa lega gli asparagi all’immortalità dell’anima, o chi fosse il signor Carpediem. Fatevi invece condurre per mano dal Ribelle Letterario alla scoperta di panchine stregate, passioni non proprio virtuali, diavoli, operai ferroviari e giudizi universali, testimoni di una singolar tenzone tra saggezza popolare e teorie meta-scientifiche, candidamente snocciolate attraverso i più disparati tipi umani. Citazioni letterarie finissime e divertissement decameronici vi accompagneranno a scoprire i contenuti “extra”, tra i quali “Il diario segreto di Adamo ed Eva”, scritto a quattro mani con Paola Cerana, finalmente una rilettura imparziale della prima storia d’amore e di sesso tra esseri umani (sconsigliata vivamente ai creazionisti ortodossi…).  Forse vi ricrederete sul peccato originale, o forse no; ma sicuramente converrete con Salvati, quando esordisce dichiarando che “La realtà è un dovere, il sogno un diritto”. Ma in questo caso non dovete chiudere gli occhi, solo cominciare a leggere.

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  • Esistono diversi modi per comunicare al mondo le emozioni racchiuse nel cuore di ognuno di noi. Giuseppe Terracciano, nella sua raccolta dedicata a una figura misteriosa, compone i suoi versi intrattenendo un amabile dialogo con i suoi interlocutori, siano essi amici, amori, persone incontrate per caso, finanche la propria anima. Nella Legenda celebra le infinite possibilità di una mente aperta, capace di trasformare l’idea pura in tanti mondi possibili: “Con il pensiero si può fare di tutto/Si può persino cambiare la struttura del cielo/ con il pensiero, si può annullare tutto/ persino il pensiero/ del pensiero del cielo”. Tenera e sensuale è poi la celebrazione di un incontro fugace, nella poesia Alla stupenda sconosciuta: “Morbidamente/ ti avvicini/ Tranquillamente/ ti allontani/ Lasciando il segno”. Intercalate da belle illustrazioni con citazioni impressionistiche, le parole scorrono lievi, dette o sussurrate, raggiungendo talvolta vette ardite al limite della riflessione filosofica:  “Non è certo guardando le stelle/ che si risolvono i problemi/ come non è certo guardando i problemi/ che si risolvono le stelle”.

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  • Il male paga? Metti una città di provincia, una piazza, una moto truccata, tre balordi che formano una banda (I Mascalzoni appunto) e un assistente sociale che tenta di redimerli. Da questo banale scorcio di un’Italia sofferente nasce l’epopea di Piero Grazioli detto il Grosso, incredibilmente asceso da incubo vivente di compagni di classe e professori a stimatissimo personaggio di spicco del panorama politico italiano. Il Grosso non ha amici, non teme nessuno o quasi, non sente di dover niente neanche a sua madre, residuo di una famiglia annullata dal suicidio del padre; non accetta il bene come valore fondante della società, né riconosce subito l’amore negli occhi adoranti di Melissa, che al contrario sa vedere oltre quella coltre di pece e diventa artefice in una sorta di redenzione. Gli altri due membri del sodalizio, Tiziano Garzoni e Matteo Molteni, stretti al capo in virtù di un patto inviolabile, non avranno la stessa fortuna di Piero, e usciranno tragicamente di scena, in tempi e modi diversi. Ovviamente non esiste la famiglia come punto di riferimento e come referente culturale, la scuola è solo un pollaio dove procurarsi vittime da seviziare; tutti, buoni o cattivi, sono profondamente soli davanti a un destino ineluttabile.
    Leggendo -tutto d’un fiato- questo gustoso romanzo si rischia addirittura di pensare che, in fondo, il male conviene, che i famigerati bulli sono in realtà geniali imprenditori di se stessi in erba, e che la coscienza si può anche lavare, basta usare i prodotti giusti al momento opportuno. Nonostante l’avvertenza iniziale dell’autore circa la pura casualità di qualsivoglia riferimento a fatti e persone, ognuno è istintivamente portato a riconoscere in questo o quel personaggio i tratti salienti dei tipi umani stigmatizzati dalla peggior cronaca dei nostri giorni. Ecco allora che un guizzo, un atteggiamento, un’atmosfera spesso non piacevole rievocano l’arroganza che offende la mitezza, la spregiudicatezza e la crudeltà, l’assenza di rimorso e la rassegnazione, come in una giostra degli orrori lanciata all’infinito. 
    Una trama molto ben strutturata e un registro a tratti lirico fanno del lavoro di Omar Gamba un vero e proprio romanzo di formazione, nobilitato da un’attenta ricerca sulla psicologia dei personaggi, da una accorata e sana critica ai moderni protocolli di cura del disagio sociale e familiare,  e dalla presenza costante nel testo di domande incalzanti rivolte ai lettori, chiamati a condividere emotivamente le sorti del Grosso e di un’intera generazione.

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  • Luciano e Adele sono due estranei fino al giorno in cui la ragazza decide di affrontare da un punto di vista medico le ansie e le paure che, a ventotto anni, condizionano profondamente la sua vita e le sue scelte. Nel racconto dello psicoterapeuta il lettore è invitato a osservare quali meccanismi si attivano all’instaurarsi di una relazione terapeutica: da un lato vi è una ragazza che scarnamente si autodefinisce come “una persona sensibile”, “molto chiusa” e che “si sente spesso inutile”, solo in parte appagata dai suoi legami affettivi e dalle sue scelte professionali; dall’altro un professionista, chiamato a enucleare gli aspetti oscuri della personalità tramite un consolidato protocollo, non senza mettere in discussione molto umanamente se stesso e le proprie capacità. Un caso di studio, e insieme una vicenda drammaticamente comune, narrati con estrema sensibilità.

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  • Acuta osservatrice del mondo e dotata di una serena consapevolezza, Silvana Stremiz racchiude in questo piccolo libro veri fiori di saggezza, da cogliere e conservare. Ogni poesia, ogni singolo pensiero sparso celebra grandi verità, trasmesse con soave gentilezza.
    Ricordi, idee, emozioni, a volte meditati in solitudine, altrove scaturiti dalla tenera consuetudine dei legami affettivi, fanno di questa raccolta un diario della memoria personale e familiare, e ci regalano il mondo da un punto di vista molto speciale.

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  • Nel buio della disperazione mille piccole luci che fioche s’accendono: la vita di un malato si può definire una sfida contro il domani. Quando la malattia è entrata con violenza nella vita di Cecilia Bertacche, devastandone la quotidianità e costringendola a sfiorare più volte l’incontro con la “nerasignora”, questa donna coraggiosa e caparbia, pur non avendo nessuna certezza del proprio domani, ha intrapreso da subito una dura battaglia per la sopravvivenza, tentando ostinatamente di superare le incomprensioni, lottare contro la superficialità,  aggrappandosi agli amori di una vita, cercando di trattenerla con tutte le sue forze, la vita. Medici buoni, medici cattivi; ospedali, corsie, rianimazioni; vite affidate alle cartelle cliniche; frammenti di vita nel letto accanto e poi più nulla. Cosa significa perdere il proprio passato e dover accettare un presente in bilico? Come far nascere fiori dal proprio dolore e da quello altrui? Questo libro è il racconto di una vera e propria odissea nella malasanità, lungo la quale, per fortuna, non sono mancati esempi di dedizione, ascolto e comprensione. Scritto espressamente “perché non accada più”, più che rappresentare uno sfogo amaro rende giustizia a chi non ha voce, e ci fa riflettere come il malato sia troppo spesso solo contro il proprio destino, schiacciato dalla burocrazia e dal malcostume.

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