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in archivio dal 06 dic 2007

Maurice Baroukh Assael

24 agosto 1947, Il Cairo

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  • 07 dicembre 2007
    L'amore dismesso

    A volte sì hai ragione tu gli amori vanno dismessi,
    come abiti lisi.
    Fino a che non te ne sei estraniato
    fino a che non sono oggetti che col tuo corpo
    non hanno più nulla a che fare
    fino al momento in cui non li appendi controluce
    e vedendoli in trasparenza non ti chiedi
    ma io in quello che ci facevo ancora?
    era così consunto che mi ci potevano vedere attraverso,
    nudo e crudo!
    beh, fino a quel momento ti ci trovavi comodo, protetto, abituato ad aggattartici dentro,
    senza necessità del mondo esterno,
    che ti chiudesse pure lo spazio,
    che concludesse il tuo universo.
    Ti illudevi. L'amore liso,
    se continua a contenere il tuo orizzonte,
    ti sazia ancora quando non ti nutre più.
    Allora è bene dismetterlo, riporlo nei ricordi,
    sperando che qualche cosa te ne resti,
    un sapore profondo di malinconia,
    di memoria di non si sa più che,
    un sentimento lontano. Una luce e un lutto.
    Ed é bene che ciò avvenga prima che sia un amore con le toppe, ricucito, raittato, puntellato,
    che ancora ti sta addosso quando più non gli appartieni
    ed emana vapori rancorosi.
    Quindi hai fatto bene tu
    a liberartene presto appena te ne sei accorta,
    mentre io me lo sono lasciato consumare addosso.
    Chissà se gli amori dismessi si possono anche donare
    come abiti vecchi a cui resti affezionato
    e che ti piacerebbe vedere sopravvivere,
    addosso a un altro.
    Un amore come un abito si può dismettere
    non solo per consunzione,
    ma perché ti senti tu stesso cambiato,
    non gli ci stai più dentro, ti ci senti oppresso, stretto,
    potrebbe forse ancora andare bene a qualcuno,
    ma tu ci soffochi, ne scoppi.
    Anche in questo caso è meglio accorgersene a tempo,
    quando i bottoni non tirano ancora sulle asole, impietosamente.

     
  • Suona la corda sboccata
    Suonatore ardito
    Che hai sottratto alla terra
    Il cuore rovente
    Presto si frantumerà il cristallo del desiderio
    E la speranza insensata
    Sarà trasportata
    Come muschio sulle sartie.
    L'aspettasti
    Piovve
    Ti si bagnarono le vesti
    Le dita rapide
    Interrogavano le corde
    Cercando la culla sognante e sgomenta del ricordo
    Con l'arco dilaniavi il vento
    Spremendone gocce limpide
    Che distillassero il sole
    Levasti suoni
    Che si inanellassero nel cielo
    Laddove lascia
    Il cielo
    Il suo azzurro
    E s'annera
    Sprofondavi nei neri suoi occhi
    Che dardeggiavano sguardi lascivi
    Il corpo roteava
    Il riso sfidava la luce
    Il passato invase l'aria
    E l'odore un po' rancido di tabacco.

     
  • Effimera, la bellezza dev'esserlo
    e subito svanire
    lasciando la scia luminosa
    di un ricordo
    come fanno
    le comete nelle notti limpide
    quando agosto è terso
    (E al suo cielo, tu
    bambina o già donna?
    sedotta dal sonno
    amavi tenere
    fissi gli occhi stupiti).


    Il mondo è stanco d'ingombranti eternità.
    Vuole nidi di luce
    in cui accoccolarsi
    il tempo, effimero anch'esso,
    di un amore,
    Il mondo vuole amori esili, fragili
    amori che si perdono
    al soffio di una brezza.
    Amori fatti della sensazione che lasciano i brividi.
    Amori di brevi attese,
    pronti da indossare
    un giorno, un'ora o solo un minuto.
    Amori vissuti il tempo
    che s'incrociano gli sguardi
    nel metrò,
    da lasciare sul viale di un parco
    che ancora struggono
    e già un altro se li porta.


    Amori di riflessi rissosi e multicolori
    amori che sfrigolano e si spengono,
    amori di bengala
    sparati nell'oscurità ...
    amori d'artificio.


    Amori lievi, distratti
    senza trama,
    senza ordito,
    senza odio.

     

    Amori e basta.

     
  • 06 dicembre 2007
    Impromptu au Luxembourg

    Dove vai bella araba?
    Sei comparsa improvvisa
    o presagita come un preludio
    annunciata dai sandali
    che ciabattano sul selciato
    Gli occhi, neri e profondi, ridevano
    e la pelle chiara traluceva
    quasi eburnea
    Dal tuo viso spuntava un naso fiero
    e la fila bianca dei denti
    come volessero mordere il vento
    T'immaginerò
    con l'anfora colma sul capo
    la veste lunga e libera
    sollevata dai refoli dell'aria
    mentre scorri col tempo di una carovana
    infinitamente lungo
    o troppo breve
    indifferente allo sguardo che scruta il tuo segreto,
    segreto di porpore, spezie e stoffe
    mistero di oasi
    abbacinate di luce
    o vaghe di crepuscoli
    Poi, sei passata, improvvisa,
    né ho potuto chiederti, chi sei?

     
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