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in archivio dal 22 ago 2012

Maurizio Bianchini

20 maggio 1964, Pratovecchio (AR) - Italia
Segni particolari: tanti
Mi descrivo così: solare, perlesso, lunare, convinto
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  • 27 agosto 2012 alle ore 18:22
    Kenya

    oggi la marea abbassa le acque e gli occhi
    piega obliqui i dohw ormeggiati
    bivaccanti
    in pozzanghere salate
    inquadra in lontananza le lente onde
    come piccoli brillanti
    incastonati
    in un anello troppo grande

     
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  • 22 agosto 2012 alle ore 12:59
    Piumetta

    Come comincia: Se Piumetta quel giorno avesse adunato intorno a sè il coraggio perduto/ritrovato e narrato in mille storie d’amore e cento poemi oggi non saremmo qui a parlarne. Non avremmo a sorridere di certi buffi aneddoti ne a fermar con un singhiozzo lacrime che cercano acerbe una collocazione.
    Non staremmo qui a disquisir sui parenti. Ne a sparar giudizi dozzinali. Che poi finiam d’esser noi quelli che strisciano mentre gli diamo pure dei serpenti. Proprio tutti. Artigiani concubine e tenenti. Perché se Piumetta lo voleva davvero quel che voleva non ha fatto il muso duro e se l’è preso? Si chiesero i più quando a frittata fatta si passò dritti a vergar lutti su anonimi verbali tralasciando di tutta questa storia il senso esteso? Perché non ha fatto spalluccia alle malelingue ed è andata diritta per la sua strada con quello scemo? C’era davvero bisogno di un gesto così estremo?

    Ci rimasero spiazzati tutti. Quasi come quando la videro tirar su il bandone del suo frutta e verdura la prima volta. Proprio nel centro del paese. Che all’inizio e ancor più dopo quando la gente osservava passando quei cento chili di carne morbida con quelle labbra carnose cantare ben intonata le canzoni del suo gruppo preferito, si voltava a guardarla e i maschi a farci sopra pensieri poco altolocati che sapevan di peccati alla melassa. Nacque in quei giorni lì quel nomignolo che si sarebbe portata dietro sino agli annunci mortuari. Uno disse ridendo: “E’ così grassa ma si muove come una piuma”. E per tutti diventò Piumetta.
    Che a Piumetta piaceva il sesso più che mangiare ed era tutto dire. Le piacevano le parole un po’ sboccate e lavorarsi gli uomini e piegarli al suo volere con quelle labbra voluttuose ed esperte. Che poi a sindacar non si capiva mai bene, se lo faceva per buttarsi via o per godersela o per fare un carezza alle sue pene. Perché a Piumetta si poteva dar di tutto ma non della zoccola. Teorizzava l’ingegner Mantovani. Grande trombè de femme. Come lo definì in un francese azzardato il Tanzi che da quando votava commenda si era messo pure a parlar fino. Spiegando e un pò ammiccando all’auditorio di pensionati che quella lì: “C’ha la lallera in fibrillazione. Il segreto è tutto qua.” Ma lo diceva senza voler offendere o con un tono di volgarità. Che anche a lui la Piumetta attizzava. Ma da quando ci si era messo in mezzo il maresciallo la cosa era diventata pericolosa.
    Che poi a Piumetta, cosa strana, l’adoravano pure le mamme e le donne per non dire le nonne. Che conosceva delle fantastiche ricette di cui svelava i segreti senza gelosia e poi quelle battute svelte e sarcastiche sugli uomini mentre con qualche frutto o verdura in mano alludeva facendole ridere tutte di gusto. Che Piumetta c’aveva pure i prezzi buoni. E sapeva mestierante trasformar cassette piene di merce in lucidi dobloni. E così andava a finir che gli chiedevano pure i consigli. Come la moglie del Romeo. Piumetta scusa. Le chiese a negozio vuoto sottovoce e un po’ impacciata. Tu sei così brava con gli uomini che. Cioè. Vedi io e mio marito. Insomma. Non è che. Vabbè ho capito. Tagliò corto Piumetta. Non lo fate più. È così? Francesca arrossendo annuì. Senti un po’. Ma glieli fai i servizietti? le chiese ridendo obliqua. La Francy diventò come un pomodoro. Ma sei matta? Sobbalzò con un senso di colpa ereditato a catechismo. Ecco fatti un piacere. Inizia da lì. Vedrai che le cose cambieranno. Agli uomini piacciono le donne un po’ porcelle! Concluse allungandogli la borsa della spesa e strizzando l’occhio complice.
    Francesca uscì dal negozio ancora arrossita ed imbarazzata ma quella sera dopo la doccia si piazzò davanti allo specchio e selezionò delle cosette sexy. Ravanò tra i profumi mignon e seguì pure il suo consiglio. C’erano due figli in ballo e lei con tutta una vita selezionata per loro fin su al suo matrimonio. E si ricordò di essere -oltre che mamma casalinga e moglie- ancora una bella femmina. Fu un successone. Da quel giorno il Romeo smise di andar a cercar furtivo nei dopocena la Piumetta ben attrezzato e con la promessa di un week-end a Parigi insieme. Fu invece la Francesca che proprio da Parigi, dove un mese dopo con il marito andò a “far la seconda luna di miele”, che le spedì una cartolina con la Torre e su scritto un bel grazie dentro un cuore disegnato. Quando l’appuntò insieme alle altre fissando un pò imbarazzata l’icona di Padre Pio, della cui figura era grande sostenitrice, con il rametto d’ulivo immortalato proprio sopra la cassa le confessò candida: “C’hai ragione a guardarmi così. Ma quando quello mi metteva le mani addosso non capivo più nulla!”. Facendola franca anche con i santi.
    Poi ogni tanto a Piumetta la sera veniva il magone.
    Poi più spesso Piumetta la notte seduta sul letto che aspettava le ore.

    (Vorrei uscire stanotte/dimenticare il tuo nome)

    “Marescià. Dice sua moglie che si ricordasse il pane“. Riportò asettico l’appuntato Rocco al superiore seduto in quella scrivania anonima come le imprese che non c’erano da raccontare. Con la foto del presidente e un ritaglio di giornale ingiallito che incorniciava un vecchio e minuscolo successo a proposito di autoradio rubate nel bergamasco ancor lontano da esser padano. Roba di vent’anni fa e poi. Che da quando il maresciallo Raffaele Greco. In arte Don Raffaè. Si era infatuato della Piumetta non ci si parlava più. “Dì a mia moglie che si fottesse!” Urlò alzando gli occhi da una richiesta di passaporto aggiungendo un po’ imbarazzato quando l’appuntato si allontanava: “Stavo scherzando Rocco! Fatti lì fatti tuoi!”.
    Don Raffaè era un ex ‘uagliò venuto da Napoli. Per toglier subito di mezzo i dubbi e metterli al sicuro in banca. Cresciuto in uno di quei quartieri dov'è difficile farla franca. Con la panza da carboidrati a valanga ed un odore che sapeva di acido. Bruttoccio diciamolo. Fin quando con quello sguardo da impunito fissava i passanti come a voler intendere che infrazione avessero appena combinato. Stava sulle scatole un po’ a tutti. Affermavano sottovoce le comari nel negozio della Piumetta a gioco ultimato.
    Che poi tutto nacque quella volta che la Piumetta gli offrì un servizietto veloce nella jeep di pacca. Una fatica più perché la eccitava veder una divisa aperta ansimante che non dettava inquisizioni o timori o che altro. Che anche a lei Don Raffaè non piaceva per niente. Era sboccato e approfittava della sua posizione. Ed era pure brutto. Dai diciamocelo. Ed aveva stufato davvero tutti quando tiriterava che da giovane era stato uno di quelli che, citando Mario Merola, doveva scegliere se diventare camorrista o carabiniere. E andava a finir che se la menava  con questa storia, i più pensavano senza dirlo che di sicuro aveva sbagliato mestiere.
    Per lei fu una leggerezza ma lui invece la prese dura. Solo perchè per un attimo si sentì da mezz’uomo trasformato in un adone. Anche e soprattutto perché aveva travisato l’obbiettivo reale di quel gesto. Che sintetizzava sia l’arroganza sia quanto fosse farfallone.
    “Rocco prendi la jeep che andiamo in paese a controllare“. Ordinava all’appuntato che sapeva già che si sarebbero poi piazzati davanti al negozio della Piumetta per verificare il movimento.
    La sera a cena Rocco abbassando la televisione confessò le sue preoccupazioni alla moglie Carmela quando i figli era già a letto. “Carmè. U’ maresciallo sta uscendo pazzo“. Lasciando scivolare la conversazione verso faccende scomode.

    Quando entrò per la prima volta nel negozio della Piumetta a comprare agli e vino rosso a buon mercato Adrian, che giù al cantiere tutti lo canzonavano Mutu in onore al calciatore del quale non aveva di certo il profilo sorvolando sul conto corrente, se ne innamorò immediatamente. Non che pensasse al sesso tutt’altro. Forse e alla fine in quella donnona rassicurante vedeva più la mamma. Un senso di morbida protezione. Era un po’ grassotto e ben stempiato. Un romeno anonimo e spento e distante che prima o poi ti passa davanti agl’occhi. Non aveva una buona parlantina ed era pure timido. Il fatto poi che bevesse robusto invece di sciogliergli la lingua lo bloccava ancora di più. E finiva così sempre ubriaco a cercare tra i ricordi quei due o tre che sapevano un po’ di buono cullandosi su fotogrammi dai colori pallidi della famiglia e del suo piccolo paese al nord della Romania dal quale era scappato dopo un matrimonio finito male.
    La Piumetta provava una grande tenerezza per quel ragazzotto timido e impacciato che raramente alzava lo sguardo da terra. Sorridendo tra sé gli veniva istintiva di proteggerlo come un figlio. E gli piaceva trastullarsi due minuti con lui e infilargli a conto fatto qualche verdura extra nella sportina della spesa.
    Poi quel pomeriggio di vicino Natale entrando in bottega dopo aver scolato una bottiglia di rhum importante con gli amici Adrian le pronunciò due parole che cambiarono le bisettrici della sua vita. Due parole che avrebbero portato venti di incomprensioni e tempesta. Gli sussurrò due parole che nessuno le aveva mai dichiarato prima. Gli disse: “Sei bellissima“.
    Piumetta arrossì insieme a lui anche se non era sua abitudine e si sistemò la ciocca civetta dietro l’orecchio.
    Il maresciallo osservando tutto dalla penombra del parcheggiò sibilò ad un appuntato che non sapeva più dove guardare: “A chisti ‘i fotto“.
    E ce la mise tutta Don Raffaè. Iniziò nello sguinzagliare sua moglie in giro a parlar male della Piumetta che anche se tutti conoscevano la storia qualche vipera sua pari l’avrebbe sicuramente trovata. E donna Concetta, che aveva già inteso avvisaglie losche nell’aria da vecchia donna del sud dimessa con un’acidità indirizzata verso l’obbiettivo sbagliato, Quasi con un senso di inutile rivincita., Si dette ben daffare.
    Ed anche per Adrian le cose non si misero affatto bene. Anzi con lui fu tutto molto semplice. Una pendenza per uno scooter rubato anni prima nella periferia romana. Quella scazzottata con due albanesi che gli costò una denuncia per rissa e otto punti di sutura. Insomma. Uno con le sue piccole colpe che a guardar bene non si distinguevano molto dalle piccole colpe che ognuno di noi si porta dietro in una vita. Ma a differenza delle nostre. Lui le sue le pagò fino all’ultima stilla.
    Lo fermò persino una sera nei giardini pubblici umiliandolo davanti a tutti perquisendolo. Sibilando poi ai passanti intimoriti che quello è uno spacciatore ed è pericoloso. Anche se Adrian odiava la droga e i drogati. “E poi che minchia ci faceva tutte le sere nel negozio della Piumetta? Non è che?“. Spargendo il germe del dubbio dette il meglio di sé. Don Raffaè.

    Cambiò la vita di Piumetta e di Adrian ma cambiò anche quella del paese credetemi. Una coltre di stoltezza iniziò a coinvolgere invisibile ma decisa un po’ tutti. Si partì nei bar a straparlar gratis e male. Dalle briscole all’’asso di bastoni si passò dritti a far battutacce da stucchevoli cafoni. Intorno a quello schiocco confessionale le voci al curaro delle tossiche da tre funzioni al giorno rimbalzarono acide ed inquisitorie protette dalle antiche pietre della chiesa. Persino l’ingegnere affermava che si era passato il limite. Donna Concetta comiziava e dispensava oramai ad un plotone di casalinghe represse parole piene di disgusto moralista verso la Piumetta che almeno all’iniziò incassò quegli affondi come un pugile rintronato stretto alle corde. Fino al giorno in cui seppe che Adrian era stato arrestato. Giusto fino a lì.
    Don Raffaè l’aveva trovato ubriaco su una panchina e lo aveva portato dentro in manette quando si era permesso di apostrofarlo con un chiaro stronzo all’ennesima richiesta dei documenti.
    Ecco. Le cose iniziarono a precipitare proprio da quel preciso momento.
    Non perché il lavoro di due anni era andato a puttane in due settimane no.
    Non perché persone che fino al giorno prima la salutavano solari adesso la guardavano come la fonte di tutti i mali no. Con ogni probabilità si scollò inconsapevole dalla bieca realtà.
    Chissà se sentì improvvisa la pesantezza del vivere e ne ebbe timore.
    O forse guardando quei cento chili allo specchio vide per la prima volta quei cento chili che aveva sempre nascosto ai suoi occhi.
    Ci fa più sollievo pensare che percepì il suo gesto come un obolo supremo e necessario all’amore che non si può consumare.
    Non lo sappiamo che cazzo successe diciamocelo. Ma il giorno dopo Piumetta non aprì il negozio. E neanche il giorno dopo. E neanche quello dopo ancora. Quando la Francesca preoccupata andò con il Romeo a casa a cercarla e trovarono la porta aperta e le stanze vuote scattò l’allarme.
    Troppo tardi.

    La ritrovarono due fungaglioli  che salivano su per quell’anonima pinetina di un sabato mattina dal sole generoso.
    I referti dissero poi che era rimasta appesa a quell’inconsapevole ramo almeno un giorno.
    Appena la notizia travolse i pettegolezzi sul paese calò un silenzio pieno di vergogna e disagio. Tardivo ed inutile. L’ipocrisia del viver solo di facciata criticando la vita di chi invece ci prova davvero a vivere dietro quella patetica facciata aveva vinto ancora. Per l’ennesima volta.

    Quando il dottor Germi arrivò nella collinetta, Don Raffaè era piazzato impresario sulla cima ad osservare capo branco il via vai operativo. “Che è successo maresciallo?” Gli chiese tra barellieri e sbirri incuriositi e borghesi dalle curiosità incancreniti. “Che è successo dottò. Si è suicidata“. Borbottò lanciando un calcio ad un sasso che ostruiva il suo nobile passo. Poi su quella frazione di silenzio aggiunse sistemando la cinta in abbondanza sul pantalone d’ordinanza.: “Comunque. Quel che è stato è stato. Finiamola qua ‘sta sceneggiata“. E stringendogli il braccio e allontanandolo dalla folla di presenti sommò in un napoletano sprezzante ghiacciandolo: “E poi dottò. Pè mè ‘na femmena italiana che s’amazza pè nù romeno se l’è solo cercata“.

    (E crolla la fortezza/Del mio debole per te)

     

     
  • 22 agosto 2012 alle ore 12:53
    Danny Ocean

    Come comincia: Lo chiamavano tutti Danny Ocean perché le donne quando parlavano di lui lo sospiravan più bello del Clooney. Il fatto poi che giocasse e scommettesse praticamente su tutto gli incollò quel nome direttamente sul set di documenti. Lo chiamavano così gli amici del bar ed i nemici del poker. Tutti i parenti ed il nonno finanche il sindaco. L’appuntato mamma e papà. Persino lo psicologo e all’anagrafe lo chiamavano Danny.
    Solo la Mariella si ostinava con quel pomposo Giammarco che appena la sentivano scattavan tutti sugl’attenti. Anche se quello era il suo vero nome e lei la fidanzata sto(r)ica. Quindici anni a patire e piangere per questo fannullone bell’imbusto che di metter su famiglia non ne voleva proprio sapere. Che la Mariellina era una trentacinquenne da sposare altrochè. Brava disponibile e gentile sempre con tutti. Bella e con un fisico ben tenuto ad illudere la palestra mentre si sfogava di steep. Seria e tutte le domeniche alla funzione a impressionar del Vangelo.
    E poi il padre e la madre. Gente tanto per bene.
    Se le malelingue avevan da ridir qualcosa su di lui era solo sul fatto che era ricco di famiglia. Ma si trattava di piccole gelosie e niente di più. Anche se di questa fortuna non se n’era mai fatta una colpa intendiamoci. Come della vita non ne aveva mai fatto questioni di classe sociale o concetti filosofici e men che meno meritocratici. Che a lui del ceto e della politica fregava come una tris che va di fantini sleali buttati in contumacia dietro sbarre cassate. Ed il mondo lo divideva con semplicità in due categorie. I giocatori e tutti gli altri. Anche se sui giocatori aveva poi una serie infinita di profili e teorie che esponeva incessante. Ma riconosceva convinto che alzarsi tardi e giusto per lo spuntino delle15dici era un bel privilegio. Soprattutto se hai finito quella dannata Teresina alle sei del mattino a casa del Certini lasciando sul tavolo (verde) della cucina tre bei pezzi da cento mentre la moglie si alzava ad inveire contro tutti incazzata nera.
    Che al Danny se lo guardavi bene era bello per davvero. Alto sull’ottanta e pettorali da tre volte a settimana. Che anche se era diventato un vizioso del gioco di tener tonico l’aspetto non s’era mai dimenticato. Dentatura vip e i capelli scuri da copertina che andava ogni quindici giorni in città in quel famoso salone a farsi fare i ritocchini. Due pacchetti di Marlboro rosse Mercedes cabrio e via andare. La mascella da telenovellla ma senza tirarsela fino ad usar persino creme antirughe. Che a 40anni scalpitano. Ma questa non si doveva sapere in giro e quindi non ve l’ho detta. Mi raccomando.

    Sul Danny e la sua cricca giravano delle leggende da far impallidire il Batman.
    Come quella volta che partiron per Venezia perché aveva sognato chiaro il suo preferito Lucio Battisti che gli ordinava (Sì sì ordinava. Mi ha detto proprio così) di andar subito a puntar deciso tremila robusti euri sul ventidue al tavolo 4 del casinò su in laguna.
    Chiaramente la proposta passò all’unanimità in due minuti secchi perché con i sogni non ci si scherza mica. L’unico problema casomai era trovare una scusa per la moglie del Certini che passavano un momentaccio. I funerali credibili oramai se li eran giocati tutti e far morire la gente due volte pare brutto. Ed il Bianchetto si era stancato di dover passar sempre per quello che si sentiva male e lo dovevan portar d’urgenza che alla fine mi succede qualcosa sul serio diceva. Poi con la promessa che avrebbe viaggiato seduto davanti andata e ritorno cedette e si optò per una colica di reni che anche se gli veniva davvero di solito non son pericolose. Lo tranquillizzò il Danny. Ed i preparativi diventarono operativi.

    Tutti sanno che quella mattina quando si fermarono a fare il pieno nel distributore e a al bancomat del paese erano lui il Certini il Bianchetto e basta. Ma acquattato dietro c’era pure il mitico dott. Gattai. Anche se questa ce la teniamo per noi dato che la moglie è sempre stata convinta che fosse andato a Benevento per un simposio sulla prostata.
    Di quella serata lì esistono almeno quattro versioni di cui due poco attendibili. Di sicuro fu il Certini che nell’atto dell’entrata trionfale ricambiato come un modello e con i mocassini neri Paciotti che li aveva pagati una fortuna scivolò sui marmi crollando a terra indecoroso. E gìà da qui le versioni cambiano. Sì perché c’è chi sostiene che mentre cadeva si aggrappò stappandolo al tailleur di una signora austera lasciandola scandalizzata in biancheria ma rialzandosi tirò via due pezzi da 500ento e glieli mise tra le mani persuadendola con un bondiano e seducente mi scusi e se ne compri un altro cara.
    Ma questa era una mossa che non rientrava nel suo baget né nel suo stile e dunque non solo bollata come un’esagerazione emozional/narrativa. Ma con grande disappunto del Certini medesimo che la vedeva invece bene raccontata così. Tracimata senza appello tra le versioni poco attendibili.
    L’entrata del Danny invece ce l’hanno ancora tutti davanti agli occhi. Con le mani in tasca fasciato in quell’Armani fumo di Londra e la marlboro piegata tra le labbra che infilava un cinquanta nel taschino di un security chiedendo distante ed ispirato mi può indicare dov’è locato il tavolo numero 4? Che il Bianchetto sostiene che si precipitò addirittura il direttore ad accompagnarlo.
    Tutte e quattro le versioni concordano che si sedette alla desta del croupè sistemando giocoliere le fishes e le sigarette mentre ordinava un Lagavoline. Doppio. Fece poi passare un giro osservando competente gli altri giocatori ed al successivo fate il vostro gioco posò tre fishes sul nero ventidue. Quelle da mille euro cadauna per intenderci. In due versioni si sostiene che il croupiè prima di lanciare la pallina lo radiografò e stupì dell’indifferenza e della classe. Quando la sfera destina iniziò a girare il Certini e Bianchetto erano appoggiati ad una slot con visuale ottimale che il Certini. Anche se adesso non lo dice. Non ci credeva che.
    Il Danny era solo ed instillato perché al tavolo della roulette non voleva gente dietro mentre il Gattai senza perder d’occhio gli eventi si stava scaldando al Black Jack con poca fortuna. Ma il dott era un diesel. Lo dicevano tutti.
    Furono momenti interminabili che si stamparono nell’espressioni dei compari. Danny invece in quel momento era da un’altra parte. Con ogni probabilità nel nirvana dei giocatori a cerimoniar quei due secondi che per qualcuno voglion dire una vita. O forse catapultato in quel cono d’intensità che si sintetizzava tra semi numeri combinazioni e impossibili possibilità. Di sicuro però era lì quando la pallina si fermò incasellata nella ghiera della roulette. E vide ben bene dove si era fermata. Dove aveva deciso di dare una spallata alle norme e alle regole. Che sberleffo stava dispensando alla vita ordinaria ed ai suoi patetici numeri.
    Proprio sul ventidue. Proprio lì.
    108.000 euro si ritrovò appoggiati di fianco al balon svuotato e al mezzo pacchetto di Marlboro.
    Centoooottomila.
    Conosco gente per bene che c’ha impiegato due generazioni per metter su una cifra così.

    E secondo voi cosa fece a questo punto Danny? Tirò su il malloppo e se ne andò? Si mise a saltare dalla felicità? Fece stappare lo champagne migliore? Si mise a messaggiare la vincita a tutti?
    Niente di tutto questo. Lanciò una fishes nera al croupiè che annuì e con freddezza calcolata radunò gli amici che complimentavano mentre si viveva quel momento di trance che riassumeva il compendio del giocatore. Tirò via ottomila euro per le spese e smazzò in quattro parti la vincita pronunciando una di quelle frasi che ti fanno entrare direttamente nella leggenda senza neanche passar dal via.
    Prego ragazzi servitevi e divertitevi.
    E si divertirono eccome. Si sguinzagliarono per le sale del casinò a dispensare fishes sfidando con ardore la dea bendata che però quel giorno il suo obolo l’aveva pagato e quindi poi fu picche per tutti. Così al mattino non solo avevano perso tutto ma Danny e il Gattai ci misero sopra altri tremila. Quasi con soddisfazione verrebbe da dire. Senza contare poi i mille a testa che spesero nel selezionare dal catalogo de luxe dell’agenzia di modelle più cool della città le quattro ragazze che omaggiarono il loro riposo in laguna.
    Perché come sentenziò un Certini particolarmente ispirato lungo la strada del ritorno mentre il Gattai confidava un po’ arrossito le acrobazie della signorina avendo però da dir la sua sull’obolo.
    Quando si va in trasferta non ci si deve far mancar niente!

    Carlino! Racconta un po’ ai pivelli qua del video poker perché ti chiamano tutti Bianchetto! Al Certini piaceva sfottere quei cupi giocatori imbambolati da quelle macchinette che lui e pure il Danny disprezzavano. Per loro il gioco era movimento e fantasia. Una sfida alle regole e alla logica. Cervello ed imprevedibilità. Esperienza e un po’ di culo. E non capivano quei quattro bischeri che dilapidavano i salari a spingere bottoni lampeggianti.
    Non erano giocatori veri per loro.
    Lascia perdere che oramai la sanno tutti. Replicò il Bianchetto falso modesto.
    Ma se lui si crede di star lì a far la star infierendo su quei poveri spingibottoni per sviare gli indizi allora ve la racconto io.

    Tutto iniziò quando il Danny si mise a teorizzare un’uscita di classe al casinò di Montecarlo. Con un puntiglio di dettagli e cifre che impressionò tutti. Secondo i suoi calcoli per un week end senza rischiare figuracce tra tavoli verdi e vizietti vari ci volevano un 70mila a testa. Se poi si vinceva era un’altra storia. Per lui non c’erano problemi a rimediare il baget ed il Certini. Se riusciva a far passare sotto il naso della moglie quel monolocale che aveva appena ereditato dalla ricca zia fiorentina era coperto. Il problema rimaneva Carlino che era impiegato nell’azienda dello zio e c’aveva il salario che era quel che era e diversi debitucci in giro ma senza strafare. Un bell’ostacolo. Anche se aveva già deciso che se non ce la faceva una mano gliela avrebbe data lui. In trasferta senza il Carlino no davvero. Concluse in privato il Danny che. A modo suo. C’aveva un cuori grande così.
    Si scervellò il mitico Carlino in quei giorni. Dalla razionalità alla fantasia provò e riprovò ma non trovava la soluzione. Poi quando ricevette l’acconto che aveva chiesto allo zio che c’ho la macchina da riparare gli si accese la lampadina. In fondo cosa ci voleva pensò. Bastava con un po’ di bianchetto cancellare dall’assegno quella quasi offensiva cifra di 7cento euro e cambiarla con un bel 70mila. Che tra l’altro pensò convinto che per un uomo con uno scopo come il suo eran più che meritati.
    E lo fece. Spalmò il bianchetto e con la penna dello stesso colore scrisse la cifra e si presentò in banca tranquillo per riscuotere l’assegno. Il cassiere quando lesse l’importo alzò gli occhi e su un gioco di luce scoprì chiaramente la correzione chiamando immediatamente il direttore mentre il Carlino un po’ in fragrante protestava con un lei comunque me lo cambi. Poi casomai passa mio zio. Gli andò di lusso che un impiegato che lo conosceva lo chiamò e arrivò appena in tempo che il direttore stava già telefonando ai carabinieri. E tutta la faccenda fu archiviata con una pedata nel culo e un quanto sarai coglione eh?
    Che il Ghianda gli voleva bene a suo nipote. Anche se lui giocatore non lo era ma puttaniere sì.
    Per i night della zona ci aveva lasciato orgogliosamente due agriturismi e non so quanti ettari di castagno.
    Per la cronaca. Quella trasferta purtroppo rimase solo una chimera ma da quel giorno il Carlino cambiò pelle e nome e diventò per tutti Bianchetto.

    Giammarco scusami ma oggi dobbiamo parlare seriamente. Eccoci. Era passato un altro mese. Infatti il Danny aveva notato che da tempo la Mariella. Precisa come un ciclo mestruale. Gli attaccava il bottone che più odiava. Questa volta però aveva tirato fuori la salute del padre e quando iniziava da lì bisognava portar pazienza. Giammarco hai quarant’anni. Lo capisci? Non sei più un ragazzino. Quando comprenderai che la vita non è solo gioco e divertimento? Quando inizierai ad assumerti delle responsabilità?
    Piccola Mariella. Aveva ragione e in fondo la capiva se era delusa dal suo comportamento. Vedeva la vita come un gioco. Era proprio così. Era più forte di lui. Aveva preferito e deciso di usare la fortuna di esser ricco per divertirsi e godersela con gli amici. Era vero. A differenza di tanti ricchi di sua conoscenza che nell’arroganza e nella saccenza propiziavano l’agio sociale e sul peso del loro conto corrente la giustificazione per porcate di inutile ingordigia e guardando senza mai fissar codardi gli sguardi di nessuno.
    E a lui quel genere di gente lì stava proprio pesa.
    Perché ci son mille modi per esser ricchi ma solo uno per esser signori.
    Si ripeteva insospettabile e samurai quando li sentiva parlare sempre a voce troppo alta.
    Più di uno l’aveva persino criticato ad una noiosa cena dei Lions che suo padre pover’uomo ci teneva tanto per l’amicizia “con quel morto di fame” del Carlino. Pensa un po’ che classe e che finezza. Raccontò poi sprezzante ad un Certini che si aggiunse intonato al coro di infamie perché guai a toccargli il Bianchetto.
    Però sulla storia della responsabilità la Mariella si sbagliava dai. Concludeva tra sé. Andare a vedere il Gattai servito di mano con un tris di re gli era sembrata invece una bella responsabilità presa giusta tre ore prima. Anche se aveva capito da subito che bluffava. Ma non era questo il momento di dirle certe cose. Anzi. Le prese tra le mani quel dolce viso candido impreziosito da un trucco leggero e dopo un bel bacio le sussurrò. Amore hai ragione. Ma le cose stanno per cambiare te lo prometto. Intanto ho una sorpresa per te. Andiamo a fare un bel viaggio. Ti porto in America. La Mariella lo acquerellò di paesaggio con moglie sognante e si mise a piangere dolcemente petali di rose mentre sospirava un bel ti amo a colori.

    E che cavolo ci vai a fare in America? La porti a vedere l’orso Yoghi? Lo canzonavano al bar gli amici e le comparse che il Danny lo ammiravano come ad un divo. Girandosi con il prosecchino a mezz’asta fissò tutti con quell’occhiata canaglia che gl’intimi conoscevano bene e li stupì ancora una volta con un branco di bifolchi. Mai sentito parlare di Las Vegas?
    E fu proprio dopo una settimana passata ad aspettarlo tra i casinò di Las Vegas che la dolce Mariella dissanguò le ultime speranze di vedere il suo Giammarco cambiato e maritato e si immolò rassegnata definitivamente senza giocarsela. Guadagnando però del calendario una posizione di tutto rispetto con tanto di nominativo in rosso. A viver nell’ombra della leggenda del grande Danny Ocean.

     
  • 22 agosto 2012 alle ore 12:48
    Barman

    Come comincia: Gli aperitivisti dal gomito infiammato affermavano unisoni che il Marcellino era l’unico barman che sapeva miscelare un Negroni con i terzi esatti e dargli il tocco giusto d’angostura e star fino con l’arancia che lì sbagliavan sempre tutti. E poi era stato lui che aveva raccontato unico la storia di com’era nato. Che il mitico conte Negroni. Figura leggendaria in quel di Firenze di ritorno da un viaggio di piacere negli States. Iniziò ad ordinare il classico e già famoso Americano con la variante gin al posto del selz. Si tramanda che il barman del Giocosa -il Bar di Firenze- un giorno lo avvicinò rispettoso e gli domandò Dottore. Tutti mi stanno ordinando l’aperitivo come quello del Conte. Avrei pensato onorandola di chiamarlo con il suo nome. Se a lei non disturba chiaramente. Il Conte annuì impeccabilmente vestito e da quel giorno e via e via.
    Era pure eccelso nell’Americano stesso che teneva giusto un po’ più alto di Campari che tanto piaceva alle ragazze dal sorriso e la scollatura generosa e non faceva mai il furbo con il selz.
    Che certi bar senza lode te lo riempiono di soda e poco più e ti tiran via 5 euro. Se poi ordinavi un cocktail Martini extra dry andava di competenza e gesti giusti e minimali. Tre gocce di vermouth per insaporire il ghiaccio e via di strainer tutto con cura. Dodici cl di gin rigorosamente Tanquirai e chiamalo pure aperitivo pensava tra sé. Una botta di burbero distillato prima di andare a tavola non era esattamente la cosa più adatta. Che poi lo sa perché si chiama Martini? Domandava all’avvocato che il sabato passava per il rituale dell’aperitivo concedendosi una mezz’ora da (in)esperto di cocktail. Non c’entra niente la Martini azienda. Anche se hanno avuto un bel culo con questa storia. Si chiama così dal nome del barman che lo creò. Un messicano di nome Martinez. Infatti se vede la composizione è praticamente tutto gin ed i codici di miscelazione parlano di vermouth. Non Martini. Concludeva strizzando l’occhio e la scorza di limone per il tocco finale. Quante ne saprà il Marcellino eh! domandava l’avvocato celebrandolo in giro tra i presenti.
    Era proprio vero. Ci sapeva fare il nostro Marcellino. Non perché nel suo lavoro vedesse qualcosa di un po’ mistico e trascendentale che aveva notato esibito da certi colleghi di chiara fama durante gli stage della Bacardi no. E neanche perché la gente paga ed è giusto darglielo. Lui quando aveva le bottiglie in mano sapeva sempre “quando era il momento giusto”. Confidava ai pochi intimi tra bevute competenti senza mai tirarsela. Appena stringeva quei vetri tra le dita entrava come in sintonia con i loro contenuti. Le loro storie di distillo fermento e stagionatura.
    E ne diventava complice e messo.
    Perché il Marcellino se voleva adesso era a New York. Sosteneva qualcuno. Ma era nel bar di famiglia che era cresciuto e in qualche maniera si sentiva barman solo lì. Nella vecchia pedana che avevano calpestato il babbo e la mamma per anni. Aveva rifatto il trucco al bar con un gusto sobrio e quel crema mai stizzito da certi tocchi di pastello rosa che all’inizio sembrò così poi invece a star seduto scoprivi che rilassava. Rinnovò i tavoli di un faggio essenziale e misurato meritandosi una postazione american bar da far invidia ai migliori di Firenze. Le foto in macro seppia che celebravano uno dei mestieri più antichi del mondo con su ritagli di lavoro appese nelle prospettive giuste. Ma la Faemina da due gruppi che l’espresso suo era tra i migliori e la pedana giusto scartata e trattata rimasero al loro posto. Si devono riconoscere i segni del tempo e sapergli dare onore e riconoscenza. Si ricordava tra sé quando tirava giù qualche tot di grappa barricata e rivedeva suo padre che gli insegnava a fare i cappuccini e gira questa manopola qui che attiva il vapore e stai attento a farlo roteare bene. Che il latte non deve bollire ma mussare. Ricordatelo. La differenza è tutta lì.

    Il giovedì era chiusura per turno ed era il giorno che il Marcellino si toglieva la maschera lontano
    da tutti e si spostava in città per gli acquisti. Ad impreziosir la sua cambusa di etichette di vermouth Carpano e cognac Remy Martin e tequila Sauza Reposade. Per la quale aveva un debole che persino il suo fegato iniziava a detestare. Quattro set di scotch scelti a modo e due di barbon più classici. Che il Jack è sempre il Jack e si vende bene. Anche se lui lo trovava troppo ruvido e scomposto. E intimamente pensava che quel barbon lì più probabilmente doveva la sua fortuna a gente come Belushi e Keith Richard. E molta meno a cantinieri esperti enfatizzati dagli spot. A sostener degustazioni a largo raggio con venditori che nel Marcellino riconoscevano il cavallo di razza e che omaggiavano di costosi assaggi attenti alle sue considerazioni e critiche.
    A ricomporre le batterie di bicchieri. Dieci Old Fashioned e due da sei di Tumbler medi.
    Che i ragazzi al bar ne rompevano uno scatolone a settimana. Qualche accessorio per decorare e pagamenti lunghi e ben distesi. Che il Marcellino era cliente cinque stelle e andava accontentato. Poi relax su aperitivi spesi nei bar del Lungarno che visto seduto da lì ti illude immobile. Osservando come ipnotizzato la storia che trasuda discreta da Ponte Vecchio.
    Ad aspettar la bimba.

    Ciaooo amore mio! La voce stridula ed abbondante della Giulia lo riportò sulla terra mentre inseguiva flash back dell’infanzia sparati dalla memoria in ordine sparso con l’airone che svolazzando tra i tavoli seminava sguardi allo sbando. Azz com’è vestita.
    Realizzò ricomponendosi.
    Con quel tovagliolo ceruleo Prada che fasciava un culo biz class. La maglietta last minute dei D&G che esaltava un seno fiero ed eccessivo. Due grattacieli al posto dei tacchi su collant appariscenti e costosi. E poi il viso della Giulia. Occhi verdi di taglio orientale. Naso alla luna e due labbra così. Capelli neri lunghi adescati dal parrucchiere ogni giorno.
    Gli zigomi discretamente perfetti. Sembrava cesellata di bisturi. Sorrise tra sé.
    Poi con la Giulia a desinar nel ristorante rinomato di splendida veduta affacciato. Battute svelte e complicità. E portate e vino buono. E Marcello bevi troppo! E Giulia almeno tu! E allora garçon! una bottiglia di Solaia! Scialacquando un’ordinazione con battuta che lasciò uno sfregio nella sua carta di credito che si risarcì  tre mesi dopo e risate con la Giulia a dissacrar per un momento la vita ordinaria. Poi con la Giulia a perdersi in quel letto d’albergo di camera stretta. Pagando un extra in lenzuola di seta per muoversi in fretta. A cercar in quel corpo e nei suoi morbidi baci un oblio che lo portasse lontano dalla stupida facciata di quella stupida movida che è la vita. Con la sua voce che a volte cambiava ambigua e che lo scivolava in quella lussuria proibita che almeno per una notte anestetizzava le sue paure e le sue debol/incertezze. E con quell’occhiate che si perdevano in sguardi che lo sorpassavano arrivando a sfogliarne il segreto fondo. Dove solo lei sapeva approdare e far crollare le barricate fino a tradurre il suo vero mondo.
    Poi con la sigaretta tra le labbra e le carezze lente della Giulia a ritornare nella bieca sfera degli onnivori controvoglia. Con la Giulia che lo sfiorava al mattino quasi percependo il baratro dove stava camminando fin anche cadendo. Come/meglio di una donna. Perché sarà pure cara. Sarà pure eccessiva. Sarà pure matta. Pensava un po’ confuso ma rilassato lungo le curve del rientro in un carteggio di immagini che protocolla a se stesso le riverenze.
    Ma la Giulia rimaneva il più bel trans di Firenze.

    Ci sei andato? La voce della Debby lo distolse da quel macchiato che stava preparando un po’  distante. Marcello la guardò scocciato. Dove dovevo andare sorellina? Rispose deciso con un sorriso poco convinto e non condiviso. Lo sai bene dove dovevi andare. Aggiunse lei con far di mamma preoccupata. Senti un po’ sorellina. La devi smettere con questa storia. Guardami! Ti sembra che abbia dei problemi? Si. Ribatté d’impulso lei. Anche se per adesso riesci a mascherarli. Ma fino a quando Marcello. Fino a quando? Concluse girando i tacci ed andandosene strisciando via dal bar che li guardava un po’ imbarazzati. Con tre clienti confusi che sfogliavano inutili quotidiani di brioche impacciati e curiosi in mezzo a the liofilizzati.
    Marco glielo ripeteva all’infinito. Guarda che sei tu quella che ci rimette il fegato non lui. Ricordatelo. Che Marco gli voleva bene davvero alla Debby. Che a 23anni lavorava nel sociale con passione e competenza e delle tossicodipendenze ne aveva fatto intreccio di vita. Lascia perdere. È grande. Insisteva lui. Ma quale grande Marco. Ma lo vedi che recita un copione che non potrà durare ancora per molto. Non lo vedi? Singhiozzava stringendosi tra le sue braccia di muratore temprato.
    Lo vedeva eccome Marco quando passava dal bar. Di come scivolava in tutti quei gottini di tutto dispensando indisturbato battute efficaci e commenti calcistici competenti. Ma il Marcellino era quello lì. Lui per primo non ne vedeva un altro anche quando cercava di scrutare l’androne del suo anelito tormentato. Ma si sbagliava. Come tutti. A parte la Debby. Chiaramente.

    Quella notte Marcello si ritrovò prigioniero di un brutto sogno. Eran ragni marcantoni che lo inseguivano nel mezzo di una gigantesca tela che non trovava conclusioni. Con un contorno di visi e refrain di vite passate che parlavano barbaro e deserti e strane pedonali costellazioni. E lui legato ad una grande Croce a inseguire le sue lisergiche allucinazioni che fu un brutto sogno di orchi e fate sgualcite e nani brutti che giudicavano le sue azioni. Quando si svegliò completamente sudato con su un odore sgraziato pianse nel buio della stanza. Pianse sui resti della sua anima terremotata.
    Pianse come uno che aveva capito di essere arrivato all’ultima fermata.

    Stranì in quei giorni Marcello. Se ne accorsero i clienti tutti e se ne preoccupò la Debby. E quando arrivò il giovedì di chiusura partì per la city ma non si presentò a far le solite spese ne a deglutir le degustazioni ed anzi andò di caffè e cioccolata amara. Ed evitò di rispondere alle telefonate incalzanti della Giulia che lo inseguivano vos di sirena mascherate dietro rasoi affilati e  Chanelle n°5 comprato bello mio nella profumeria più cara.
    Camminò per un po’ lungo le strade piene di storia del centro scecherando quel biglietto tra le mani che sua sorella gli aveva allungato tempo prima. Cercando finto/distratto di sbagliare la strada/rima. Arrivato di fronte ad un antico portone consumato dal tempo esitò un attimo e poi suonando al pian terreno entrò guardingo ma a vederlo rilassato. Si ritrovò in una stanza eccessiva dove una decina di sedie messe in cerchio smorzavano lo spazio poco illuminato. Come a dar l’idea di un peccato che non avrà fine perché non è mai iniziato.
    Salutò tutte quelle persone che erano sedute. Alcune un po’ spente.
    Altre più avanti nel gioco che sembravan contente.
    E stupendosi ancor prima di sedersi chiese la parola e riconobbe quello che non aveva mai avuto il coraggio di confessare persino a se stesso.
    Avendo sempre reinserito sbadato quel problema tra gli ultimi della sua lunga lista.
    Disse mi chiamo Marcello. E sono un’alcolista.