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in archivio dal 26 apr 2010

Moreno Tonioni

28 settembre 1959, Bologna
Segni particolari: "L'italiano, tra non molto, sarà la più bella tra le lingue morte e il linguaggio  di un tempo diverrà a breve un oggetto estetico a rapido esaurimento nell'approccio col reale".
Roberto Vecchioni
Mi descrivo così: "Viviamo d'un fremito d'aria, d'un filo di luce, dei più vaghi e fuggevoli moti del tempo, di albe furtive, di amori nascenti, di sguardi inattesi. E per esprimere quel che sentiamo c'è una parola sola: disperazione".
Vincenzo Cardarelli
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  • 28 luglio 2013 alle ore 21:05
    Di me, l'angelo e la pietà

    Come comincia: La vecchiaia… questa sconosciuta, evitata e distratta dalle nostre giovani menti… basta un'ora in una casa di riposo per comprenderne il non senso.
    La signora all'angolo che adagiata, quasi stesa inerpica mille smorfie con quella mimica facciale che concerta nel duetto dei palmi, suggerendo deficienza senile a sbarattare la sofferenza… poi l'altra accanto che desiderosa di conversazione ti dice del tempo torrido di questo luglio. Io le rispondo a tono affermando la pesantezza della canicola e lei pronta dice  ""si è vero, qui si mangia benissimo""… da li un quasi "gioco" per capire… e alla domanda " come è il cibo in questo istituto" lei risponde "" si, vero… piovesse l'orto ne gioverebbe e le giornate sarebbero meno irrespirabili""
    Un'altra ospite pare dormire su di una piccola poltroncina… ha un viso buffo che mi ricorda un cartoons americano… dorme e sogna al punto che rivolgendo il capo in avanti ribalta ben due volte dallo scranno, sino che l'inserviente applica lei una cintura in vita… ora non cade più ma l'inserviente non smette d'occuparsene, in quanto di tanto in tanto a mano aperta riporta il capo di lei verso lo schienale quasi riposizionasse un pallone da stadio al centrocampo.
    Vi sono mille ragioni di un sorriso in questi vecchi che tornano bambini… ma d'un tratto sento forte l'odore della sofferenza… (una cara amica mi disse che ho il potere di sentire il dolore anche quando questi viene occultato e non palesato… vero, lo sento e lo inseguo fagocitandone tutta l'amarezza e rischiando di imploderlo).
    Il sorriso che dapprima dipingeva il mio volto spegne d'un lampo… una vecchina sulla sedia a rotelle attira la mia attenzione. Le mani perfettamente allineate ai poggioli non fanno cenno alcuno, le gambe perfettamente allineate confuiscono in candidi calzini bianchi, ornati da quelle ciabattine adattabili alla misura dei piedi resi gonfi da una scarsa circolazione. M'avvicino e nonostante il capo chino noto quelle stille di salino che ferme sul bordo degli occhi paiono non liberarsi.
    Singhiozza e piange sommessamente quasi che nulla s'ode, m'avvicino rivolgendogli la parola e lei con lucidità risponde… è cosciente questa signora nata nel lontano 1918, la mente assolutamente attiva contrasta con un corpo inabile all'uso. Mi racconta che è li perché le gambe più non la reggono, le mani hanno perso la presa e gli occhi navigano la caligine degli anni impedendogli vedere. Mi parla delle sue ore di nulla e del vuoto di un'esistenza priva di senso in quanto tutto vegeta in lei fuor che il cervello e del suo desiderio di morire.
    Il dolore e la sofferenza sgorgano dal suo discorrere precipitandomi dentro quasi io fossi spugna, e un pensiero mi prende… vorrei poterle imporre la mano sul viso e rubarle il respiro, ma non potendo quello dono lei una dolce carezza, pregando la vita di privare pure lei dell'intelletto. Tornerò a trovarla, non a mani vuote… porterò con me tutta la negatività e la sofferenza che ho dentro e quando il mio petto farà spugna dell'algia che l'assilla. le imporrò le mani.  Si le imporrò le mani e chiudendo ogni varco col reale  le rovescerò addosso una tale misura di dolore da convincere la sua anima ad abdicare la cervice… forse sorriderà allora… forse
     

     
  • 09 giugno 2012 alle ore 20:36
    Là... dove finisce l'arcobaleno

    Come comincia: Ciao, il mio nome è Paolino, veramente Paolo ma la mamma mi chiama Paolino e mi piace sentire la mia mamma chiamarmi così.
    Sai, la mia mamma è molto bella, anzi è la più bella  e ancor più lo è quando sorride, quando mi rimbocca le coperte e mi bacia in fronte.
    La mia mamma ha lunghissimi capelli scuri  e veste sempre abiti allegri, colorati e disegnati come le pareti della mia cameretta.
    Il mio papà è un uomo molto grande. Lui di capelli a dire il vero ne ha pochissimi e la mamma lo prende in giro per questo. Loro fanno sempre finta di litigare, poi scoppiano a ridere rincorrendosi per la casa come di tanto in tanto facciamo noi bambini a scuola, solo che loro non hanno come noi una maestra che si mette ad urlare di non correre.
    Il mio papà è molto forte e quando mi prende in braccio per farmi volare in alto rido, anche se a volte ho paura di toccare il soffitto con la testa. Pensate che riesce persino a prendere in braccio anche mamma, facendola roteare fra il tavolo e il frigorifero della cucina. Mamma ruota così forte che i suoi capelli neri  s’arruffano tutti e  papà la chiama strega. Io mi diverto molto, anche perché poi corrono tutti e due ad afferrarmi facendomi girare fra loro come il mio cricetino nella sua ruota, sino a che precipitiamo tutti sul divano con mamma che finge di svenire e papà che ci fa il solletico ad entrambi.
    Vi ho già detto della mia cameretta?
    E’ bella la mia camera. Mamma ha tinto le pareti con tutti i colori dell’arcobaleno, disegnando un grande aquilone e delle azzurre nuvolette sopra il mio letto.
    L’aquilone ha una buffa faccia disegnata all’interno e una lunga coda  colorata che somiglia agli svolazzanti e colorati vestiti di mamma.
    Papà e mamma  mi accompagnano insieme nel letto la sera, ma è la mamma che si ferma qualche minuto a leggermi delle buffe storielle per poi salutarmi con un bacio in fronte.
    E’ allora che io fingendo di dormire la lascio allontanare per poi ascoltare lei e papà  che fanno la lotta nel letto.
    La mia mamma sorride sempre, o quasi. Una sola volta la ho vista piangere, ma le è passato subito, giusto il tempo di abbracciarmi forte e il sorriso è tornato.
    Si… mamma una volta ha pianto, è stato quando il nonno se n'è andato nel cielo seguendo i colori dell'arcobaleno. Mamma mi ha detto che era malato e là dove è andato non sente più dolore, che ci sono fiori coloratissimi e fa sempre caldo, e che un giorno tornerà guarito e sorridente come era prima di ammalarsi.

    E’ oramai qualche giorno che non vado a scuola, mamma dice che ho la febbre e devo riposarmi.
    Il dottore mi ha dato una medicina molto cattiva e un’amica della mamma viene ogni giorno ad ascoltare il mio pancino con una cosa che somiglia a quelle cuffiette che mette la mamma per ascoltare la musica e non disturbare il papà che guarda la televisione.

    Oggi mamma mi ha accompagnato a letto senza ridere e il papà era arrabbiato. Eppure sono stato bravo, ho preso la medicina anche se è veramente cattiva e ho fatto i compiti che i miei compagni di scuola mi hanno portato. Sono stato un bravo ometto, come papà mi ha chiesto d'essere, e non piango quando quella signora con un buffo cappello mi mette l’ago nel braccio.
    Non so da quanto tempo mamma non sorride come prima. Forse è colpa di quel vestito bianco privo di colorati fiori che lei e papà mettono quando vengono a trovarmi nella mia nuova cameretta.
    Già, perché ora dormo in una cameretta tutta bianca in cui l’unico colore è quello delle farfalle di carta appiccicate ai vetri della finestra.
    Credo che la scuola sia finita, visto che nessuno mi porta più compiti. Comunque farei fatica a farli perché la medicina che prendo mi stanca molto.
    Papà ieri era strano, sorrideva nel prendermi in giro per il fatto che gli somiglio molto ora che di capelli ne ho come lui, ma mentre sorrideva si asciugava gli occhi con la mano.
    Io sono comunque bravo, voglio vedere la mamma e il papà tornare a sorridere e loro hanno detto che non appena starò meglio mi riporteranno a casa dove si può correre e scherzare. Quindi non piango quando sento male nella pancia, così magari il dottore dice che sono guarito.

    Sono oramai giorni che la mamma dorme qui accanto a me su di una poltrona. Io fatico a sorridere e a volte non riesco a sentire neppure le buffe storielle che mamma mi racconta.
    "Mamma sono stanco" a fatica pronuncio queste semplici parole per poi sprofondare in un sonno profondo.
    Una luce fortissima mi colpisce gli occhi svegliandomi e… e… mi ritrovo in un campo pieno di coloratissimi fiori.
    "Mamma mamma guardami corro, non ho più male. Mamma guarda quanto colore e quanta bellezza in questo prato"
    La luce torna forte e accecante, che quasi non riesco a tenere aperti gli occhi, ma non sento più male alla mia pancia ed è questo che conta. E' stata brava la mia mamma nell'insistere a farmi prendere quelle cattive medicine, e in fin dei conti è stata brava anche la signora dal buffo cappello. Ha fatto tanti buchi nel mio piccolo braccio e ad osservarlo ora roseo e liscio nessuno immaginerebbe quel viola che per settimane ha colorato la mia pelle.
    Un senso di calore mi avvolge … "mamma". Mi giro e scopro che non è della mia mamma quella mano che dolcemente afferra la mia. E' di un bambino sorridente che ha pressappoco i miei anni e capelli che paiono fili d'oro.
    M'invita a seguirlo verso la cima della collina. Ci incamminiamo seguendo quella luce che mi ricorda il nascere del sole più volte atteso fra le braccia della mia mamma.
    "Mamma"… mi giro e vedo nell'immensità di quel prato fiorito la mia mamma abbracciata a papà. "Mamma papà sto bene, non ho più male" e mentre dico loro queste parole la luce m'avvolge e capisco. "Mamma mamma, sto andando dal nonno là dove finisce l'arcobaleno. Non preoccuparti mamma, ciao papà… trovo il nonno e poi torniamo insieme".

     
  • 19 luglio 2010
    I due, l'incontro

    Come comincia:

    Erano passati mesi da quando i due si erano conosciuti in una chat-line. Da lì mail, telefonate sempre più frequenti ma mai l’occasione di incontrarsi, vedersi vis a vis.
    Una mattina mentre lei si accingeva ad uscire il telefonino vibrò, vide chi era a scriverle e sorrise nell'aprire quel messaggio che solitamente le augurava il buongiorno, lesse ed improvvisamente cambiò espressione mentre un fremito percorreva il suo corpo, solo una breve e laconica frase:
    "Sono nella tua città, ti aspetto nel mio albergo".
    Scosse il capo a cercare di riprendere controllo di sé, le ci volle qualche decina di minuti per combattere con l'emozione che l'avvolgeva. Aveva il cuore in gola e le tremavano i polsi ma con decisione si preparò per quell'inaspettato incontro.
    Panico. Emozione. Apnea. Batticuore. In un certo senso intuiva cosa la stava aspettando ed allo stesso tempo non sapeva cosa aspettarsi.
    Aveva tutto il tempo per prepararsi con cura. Il suo sguardo nello specchio, gli occhi dilatati quasi liquidi, il timore di non essere abbastanza... abbastanza bella, abbastanza piacevole, abbastanza... sorrise... sarebbe stata se stessa in tutto e per tutto!
    Si concesse una doccia infinita, si cosparse di essenze profumate, la pelle bollente mentre si sfiorava. Si truccò con cura, indossò il suo profumo ed un abito semplice con le spalline, leggermente svasato, sandali con un modesto tacco, capelli sciolti. Era pronta.
    Era oramai primo pomeriggio quando giunse all'albergo di lui.
    Respirò profondamente prima di varcarne la soglia.
    Arrivata alla reception con una padronanza che era solo apparente chiese al portiere del signor V ... la risposta arrivò immediata:
    " Il signore ha avvisato del suo arrivo, e mi ha pregato di farla salire, suite Vivaldi, terzo piano".
    La sicurezza era solo apparente: camminava come una regina ma senza fiato, i sensi tutti all'erta, guardandosi intorno, le piaceva tutto quel lusso!
    Era in preda a sensazioni contrastanti: spavento ed eccitazione.
    Entrò in ascensore, si guardò nello specchio mentre le mani tremavano e il ventre vibrava.
    Arrivò di fronte alla stanza trovando la porta socchiusa, con un filo di voce sussurrò un "permesso", varcando la soglia e richiudendo la porta alle sue spalle, all'interno trovò luce soffusa e tende chiuse. Tutto silenzio, il salotto vuoto. L'emozione allo spasmo, era sempre più eccitata. Chiuse gli occhi per un istante respirando a fondo con il desiderio di vivere fortemente ogni emozione, in quell'istante non era altro che una donna che ricordava appena il suo nome e nient'altro.
    Al centro del salotto un tavolino, su di esso un' unica rosa rosso carminio appena dischiusa e con un lunghissimo gambo, accanto alla rosa una scatola con un biglietto.
    Provò ancora a pronunciare il nome di lui senza ottenere risposta.
    Era sempre più stupita, incantata, fremente ed insieme divertita, si stava lasciando andare, prese la rosa, bellissima, e ne accarezzò i petali vellutati.
    Pronunciò ancora il suo nome, quasi un sussurro, non osava quasi respirare.
    Ma chi era quell'uomo che aveva preparato tutto quello per lei?
    Notò il biglietto, sorrise.
    Respirò la rosa a pieni polmoni, aprendo curiosa il biglietto e leggendo:
    "Ciao, nella scatola troverai un indumento che vorrei tu indossassi per me liberandoti dei tuoi abiti.
    Troverai inoltre tre foulard di seta nera. Ti prego di usarne due, legandone uno ad ogni polso. Bada nel farlo di usare un capo estremo, lasciando l'altro cadere abbondante.
    Col terzo ti benderai gli occhi solo dopo esserti sdraiata sul letto nella stanza alla tua destra".
    Stupore... Eccitazione... Senso di aspettativa... sì, per tutto il tempo necessario si sarebbe piegata ai suoi desideri.
    Lo voleva... sentiva che la stava osservando... lentamente sfilò le spalline dell'abito che ricadde dolcemente ai suoi piedi lasciandola seminuda... un brivido la percorse inturgidendole i capezzoli .
    Stava diventando liquida, si sfiorò appena prima di dirigersi verso la camera da letto e seguire le sue istruzioni.
    L'eccitazione prendeva il sopravvento sui timori.
    Aprì la scatola, trovando all'interno i tre foulard di seta nera ed un corto kimono di raso in sgargianti colori e disegni giapponesi, solo un'impalpabile nastro a chiuderlo sul davanti, indossò quel capo che le accarezzava i seni nudi, si legò i polsi e bendò gli occhi prima di sdraiarsi sul letto.
    Solo allora percepì l'aprirsi lieve di una porta e dei passi leggeri che si avvicinavano senza fretta a lei.
    A fatica riuscì ad opporre resistenza all'impulso di levarsi la benda, i sensi tesi allo spasimo per sopperire all'impossibilità di vedere.
    Sentì lo spostamento d'aria, movimenti leggeri, brividi, l'eccitazione al parossismo. Sapeva che sarebbe esplosa se solo fosse stata sfiorata...
    le note di un pianoforte cominciarono a danzare nell'aria, odori di incensi profumati arrivavano alle sue narici.
    Sussultò quando le mani di lui afferrarono le sue:
    "Buongiorno amore, è tanto che ti aspetto" mentre calde labbra dolcemente aderirono alle sue.
    E lei sentì per la prima volta l'odore e il sapore di lui, immaginato e sognato in mille momenti.
    Lui le afferrò le mani portandole verso la spalliera del letto, legò i capi dei foulard alla stessa, bloccandole gli arti, e nel fare questo il suo petto sfiorò il viso di lei, che ne aspirò l’odore.
    Era legata e bendata, intimorita e eccitata.
    Percepì il tocco lieve delle mani che le scioglievano il nastro del kimono sfiorando appena il suo corpo legato e nudo, immaginando lo sguardo di lui percorrerla in ogni più intima parte.
    Labbra leggere sfiorarono le sue, a seguire il collo, le braccia, le lisce morbide ascelle,lui ne stava seguendo le curve e la stava respirando.
    Dalle ascelle giunse ai seni, soffermandosi un attimo sui capezzoli irti, scese lungo il ventre senza avvicinarsi al sesso, continuò seguendo la gamba destra dall'interno coscia sino a giungere al piede.
    Nel percorrere quel corpo lui cedette al desiderio di sollevare il capo e osservare il sesso di lei, bello in natura e curato, eccitante nel suo essere dischiuso e già percorso da un rivolo di umori. Afferrò fra le mani il piede di lei, e ne succhiò l'alluce. Stessa sorte all'altro piede.
    Sentì l'eccitazione di lei, risalì con le labbra attraverso l'altra gamba, l'interno della coscia. Un sussulto e un gemito quando la sua bocca cominciò a succhiare avidamente le grandi labbra, a berne gli abbondanti umori, amordere e leccare la clitoride.
    Arrivò liberatorio il primo orgasmo nella bocca di lui.
    Un ulteriore sussulto irruppe nel sentirlo che l'abbandonava, che non era ancora il momento.
    Lei, lasciata lì, sdraiata, legata e nuda, schiava della voluttà di quell'uomo.
    Lui s le i sedette accanto appoggiandole un piattino di fine porcellana sul ventre. Lei ne percepì la consistenza senza riuscire a dargli nome.
    "Giochiamo" le disse, prendendo dal piattino una rossa fragola. Gliela passò prima sui capezzoli, poi l'avvicinò alle sue nari, infine alle sue labbra introducendo il frutto nella sua bocca.
    Stessa cosa con un'oliva snocciolata, poi un pezzo di profumata banana, e via così con altri frutti:
    dolce e salato a confondere i sensi, a rendere ancora più forte l'emozione e, di tanto in tanto, un cubetto di ghiaccio sul ventre, sui seni, sulle labbra.
    L'eccitazione di lui salì nell'averla inerme, in sua balia, godendo del piacere di lei, e non visto, di tanto in tanto, si afferrava il cazzo turgido, pulsante, misurandone la durezza e l’eccitazione.
    Scostò il piattino, pose le sue ginocchia ai lati della testa di lei, afferrò l’asta passandole il glande arrossato sulle labbra, sui denti, poi lo affondò nella sua bocca fino a farle mancare il respiro, abbandonandosi per qualche minuto al piacere della sua lingua.
    Lei non poteva muoversi ma solo adattarsi, non aveva altra volontà che ubbidire e godere seguendo i suoi voleri ed i suoi ritmi e soprattutto non poteva guardare.
    Il gioco sarebbe continuato, ma l'eccitazione aveva raggiunto il massimo. Lui infine si alzò, la afferrò per i fianchi quanto bastava per inserirle un guanciale fra il culo e il letto e cominciò
    a succhiarle avidamente i capezzoli mentre le mani energicamente le stringevano i seni.
    Afferrò le sue gambe, divaricandole e piegandole leggermente, affondò con la testa fra esse,
    la bocca avida sulla figa rosa, bagnata e aperta come una fresca ostrica.
    La succhiò, la morse , la leccò, intinse due dita nei suoi umori e le affondò nel culo.
    “Continua” lei gemette quasi urlando, i polsi ancora legati, mordendosi le labbra: “Continua, non fermarti!”
    Lui sentì l’eccitazione di lei e faticò a contenere la prpria, non poteva più aspettare e non voleva venire in tempi diversi dai suoi.
    Si sollevò, alzò nuovamente le gambe di lei portandole sulle sue spalle, non aveva più resistenza e tempo, con un colpo violento il cazzo penetrò in lei, un urlo di piacere li unì, affondò forte stringendole i seni, poi rallentò ancora a seguire il ritmo del suo respiro, il corpo di lei iniziò a vibrare forte, il respiro era affannoso, gemette mentre colpi sempre più forti si alternavano a movimenti lievi e lenti. Simultaneo e liberatorio arrivò l’orgasmo e l’urlo dei due.
    Dopo un tempo infinito lui uscì dal suo ventre, le sciolse i polsi, le diede un bacio liquido mentre le toglieva la benda. Finalmente lei poté guardarlo, arrossato, sudato mentre le accarezzava piano il volto, abbracciandola forte.
    Poi le diede la mano presentandosi e non abbandonò mai i suoi occhi mentre ordinava al telefono un'abbondante colazione per due in camera.