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in archivio dal 14 mag 2011

Patrizia Chini

Roma - Italia
Mi descrivo così: Scrivo racconti e poesie... passioni a cui ho potuto dedicarmi maggiormente da quando, smesso l’abito di maestra elementare, sono pensionata…. Amo anche il disegno, la pittura e la musica ma soprattutto i due nipotini con i quali gioco e a cui leggo favole.
Mi trovi anche su:

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  • 11 marzo alle ore 0:29
    Come onde

    La pelle urla,
    è in crisi di astinenza
    vorrebbe tenerezza
    sentire ancora forte
    l’emozione del cuore
    al tocco delicato
    delle tue labbra morbide.
    Davanti agli occhi passano
    come onde i ricordi
    di quei giorni lontani…
    e i baci e le carezze
    e gli abbracci avvolgenti
    che ho ancora nella pelle
    mi sconvolgono la mente
    allora alzo la voce
    e chiedo loro di tornare
    per regalarmi un'ultima
    struggente
    ebbrezza d’amore
     

     
  • 24 gennaio alle ore 18:10
    Oggi vi celi

    Da sempre di fiocchi candidi
    hai coperto ogni cosa
    riversando su tutto
    un silenzio sereno

    Di bianco abbagliante
    hai dipinto le case e le strade
    Con suoni ovattati
    ci hai addormentato

    Hai reso ridenti occhi
    e bambini che, sorpresi
    ti hanno guardato
    scendere piano

    Hai messo a riposo
    ogni refolo
    e sotto il tuo manto di freddo,
    hai sempre celato fermento...

    ma oggi vi celi
    solo morte e sgomento.

     
  • 26 novembre 2016 alle ore 9:00
    Chi sono?

    “Chi sono?”
    Quesito mesto
    che mi rivolgo spesso
    specialmente
    nei momenti di tensione
    quando tardo
    a prendere decisioni
    e, invece, avrei bisogno
    di conoscermi meglio
    e avanzare sulla strada
    del progresso.

    Così avanzo
    in questo labirinto
    con mille porte
    che non vanno aperte
    per non rischiare
    di trovarmi fuori
    prima di aver saldato
    il debito concesso.

    E mi scopro
    a consumare il tempo
    mentre vago
    nella difficile ricerca
    di me stesso.

     
  • 18 giugno 2016 alle ore 8:57
    Tu, figlio indegno

    Nutrite da cupidigia e indifferenza
    hai affondato le tue mani avide
    nel grembo sacro della terra
    senza ritegno senza rispetto...
    tu figlio indegno.
     
    Hai sparso veleni nelle acque illibate
    dei fiumi e dei mari.
    Hai strappato gli alberi alle foreste.
    Hai sottratto, hai bruciato...
    di gas mortali hai ammorbato
    l’aria che respiriamo.
     
    L’ira che monta a ogni
    tua nuova angheria
    colmerà la misura deflagrando
    e innescherà lo tsunami
    che sulle spalle porterà la morte
     

     
  • 31 maggio 2016 alle ore 16:50
    Fichetti

    "Fichetto" deficiente
    a te interessa solo l'apparire
    dell'essere non te ne frega
    niente

    Ogni tua cura
    la riservi al corpo
    né cibo, né esercizi
    hai per la mente

    Nei tuoi pensieri
    tanta palestra
    anabolizzanti
    e preservativi

    Più profumato
    di una meretrice
    l'anima tua
    fa puzza di bugie

     
  • 04 maggio 2016 alle ore 18:14
    ... e te guardi con amore

    Finché vivi su ‘sta terra
    omo mio sai che t’aspetta
    primma o ppoi ha da finì
    più de tanto ‘n po' dura’...

    Ma ‘na cosa c’è che speri,
    fino a quanno tu respiri,
    è la gioja de ‘n abbraccio
    de ‘n sorriso... ‘n bacio vero

    che quarcuno te stia accanto
    stringa forte la tua mano...
    e te guardi con amore
    quanno nun c'avrai colore.

     
  • 21 gennaio 2016 alle ore 9:43
    Sui monti

    Respira il mio animo
    alla brezza leggera
    che spira tra gli alberi
    alti sui monti...

    ne ama il monotono
    suo lento avanzare
    mentre salendo
    a fatica si inerpica
    nell’erta sterrata
    calcata dagli avi

    senza voltarsi,
    senza rimpianti.

    Su sentieri impervi,
    tra sassi e sterpi,
    s’immerge e si inoltra
    nei suoi silenzi...

    falciati solo
    dal verso acuto
    della poiana.

     
  • 09 novembre 2015 alle ore 18:08
    Ero un'amazzone

    Ero un’amazzone,
    cavalcavo l’onda...
    un’onda alta e fragorosa
    che correva veloce
    tra mille spruzzi
    e grida di gabbiano
    Solcavo le  acque
    dritta al timone
    strette nel pugno,
    le briglie della vita.
     

     
  • 31 ottobre 2015 alle ore 9:18
    Restami accanto

    Spesso mi sembra
    di sentirti ancora...
    Rivedo le tue mani
    ruvide ma buone
    e i tuoi occhi
    che indagavano
    il mio cuore.
     
    La tua voce poi
    non mi abbandona...
    non mi lascia mai sola.
    Nessuno più di te
    mi può comprendere-
     
    Mentre percorro mesta
    la mia strada
    chiedo a te consiglio
    e in te trovo l’affetto
    che i vivi non riescono
    più a darmi.
     
    La tua forza
    me la sento dentro
    in te mi specchio
    e, mentre la notte
    si avvicina all'alba,
    ti chiamo a voce alta...
     
    ─Padre mio
    restami accanto!
     
     

     
  • 16 ottobre 2015 alle ore 12:27
    La falce

    Di violenza ormai trabocca il mondo
    il suo clamore copre ogni altro suono
    urlano i morti che non hanno pace
    urla il cuore degli assassini.

    Con ogni genere di nefandezze
    colpisce duro l’umanità
    scatena guerre tra i fratelli
    coltiva l’odio tra le genti.

    Chi fermerà l’onda del male
    prima che soffi in ogni dove
    il vento mortale innescato dal taglio
    secco... ineluttabile di quella falce?
     

     
  • 19 giugno 2015 alle ore 9:13
    Senza speranze

    È come andare
    senza sapere dove
    sperando solo
    che si arrivi in fretta.

    Ti trascini dietro
    il peso dei pensieri
    il dolore pungente
    dei ricordi.

    Non comprendi più
    il senso delle parole
    e il perché del nostro
    quotidiano vivere...

    Non senti battere
    il tuo cuore
    inutile orpello
    senza più speranze.

    Intorno a te c'è il mondo
    e le sue grida
    che ti lancia l'ennesima sfida...
    ma tu la senti sempre più lontana.

     
  • 27 maggio 2015 alle ore 9:10
    Ciliege

    Lisce, tonde,
    turgide palline
    di rosso fiamma
    ad arte rivestite.
     
    Alberi chiomati
    illuminate
    con mille lampi
    d’oro e di rubino.
     
    Le mamme grate
    guardano felici...
     
    A due a due
    o a mazzi
    le bimbe fan campane
    di orecchini
     
    mentre di noccioli e grida
    fan battaglie
    eserciti di monelli
    divertiti.
     

     
  • 30 aprile 2015 alle ore 20:55

    Chi son io che scrivo
    cancello e rileggo
    poi lascio la penna
    mi sdraio nel divano
    mi accoccolo e  leggo.
    Sono un’opera incompleta,
    un progetto bloccato
    una statua senza un braccio
    non un capolavoro...
    un abbozzo e nient'altro.
    Vorrei essere opera
    completa di forza...
    piena di coraggio
    anche e non soltanto
    per chi mi sta al fianco.
    Svegliarmi una mattina
    che corro fiera e me ne vanto
    è il sogno ricorrente
    delle mie notti in bianco.
    Sono così, incompleta...
    ma chi non lo è un pochino?
    Per questo mi accontento
    e non prego l’Artista
    di rimettersi al banco
    e perfezionarmi
    con l’attrezzo più adatto.

     
  • 14 febbraio 2015 alle ore 17:50
    La vigna

    Non ci sarà vendemmia,
    padre mio.
    I vitigni generosi
    scelti con cura
    interrati da te
    in ginocchio, con le mani
    ora, ammalati nello spazio breve
    di un’estate infame,
    stanno per morire…
    La tua vigna muore!
    Io non ho cuore
    né occhi per guardarla
    posso solo sperare
    che a te sia dato di vederla
    come ce l’hai lasciata
    bella com’era
    la nostra vigna… amata.
     

     
  • 11 gennaio 2015 alle ore 23:34
    Il mio "Albicocco biondo" non è più...

    Il mio albicocco biondo non è più…
    Ne hanno fatto legna per il fuoco.
    Non sarà più la casa dell'allodola
    o del fringuello o dell'usignolo.
    Ne sarà di aiuto a me viandante
    che a fatica salgo per la china
    e prima di rientrare alla magione
    m'inebrio al fresco dell'ombra generosa.
    Tronco slanciato e fronde rigogliose
    paradisiaca oasi per il corpo
    mentre la mente rimugina e si illumina.
     

     
  • 10 gennaio 2015 alle ore 0:10
    La prima neve dicembrina

    Scendeva fitta
    senza rumore
    la prima neve
    dicembrina.

    Fiocchi veloci
    si rincorrevano
    si superavano
    e poi cadevano...

    Seguivo i fiocchi
    da dietro il vetro
    di una finestra
    con le tendine.

    In casa l’albero
    e il presepe
    magie d’incanti...

    riflessi di stelle
    negli occhi ridenti
    di noi bambini.

     
  • 07 ottobre 2014 alle ore 16:02
    Finchè tu ne abbia la forza

    Calma piatta nel mio animo
    Non c’è onda o increspatura
    Niente smuove il mio torpore.
    Preferisco la tempesta
    il ciclone e l’uragano...
    input forti  che pretendono
    risposta
    che ti chiamano all’azione
    che ti impongono la lotta
    finchè tu ne abbia la forza.
     

     
  • 05 ottobre 2014 alle ore 9:17
    Famose n'insalata

    Quanno l’afa t’abbiocca...
    e nun sai che fa pe’ cena,
    “Né pajata né minestra...”
    pensi “Mejo fasse  n'insalata
    preparata la per là”
    Che ce vo’... ecchela qua!
     
    Sceji ‘n cetriolo fresco
    che sia giovane e gustoso
    taja er pezzo der picciolo,
    e strofinalo cor resto
    così perde ‘n po’ l’amaro
    e puranche nun rinfaccia
    Poi lo sbucci e lo riduci
    a fettine o a “dadolini”
    come dice “Antonellina”
    che è maestra de cucina.
    Ce poi aggiunge ‘n pommidoro
    ‘na carota a la julienne
    ‘na cipolla fina fina
    fatta co l’amandolina
    Ce va pure, te lo dico,
    ‘na fojetta de basilico
    e der sellero più tenero
    quattro o cinque  costoline...
    Pe finì sta leccornìa
    butta olio a volontà
    spargi sale quanto basta
    e ‘na saggia dosatina
    dell’aceto de cantina.
    Je voi dà ‘n po’ de colore?
    Quarche striscia de radicchio
    due olive baresane
    tanti rossi ravanelli
    e poi... basta!
    Che artro voi?
     
    L’insalata pe’ esse bona
    nun ce serve tanta robba
    ma ha da esse strapazzata,
     maneggiata e ‘carezzata
    come fa ‘n omo a ‘na donna
    ner momento dell’amore
    quanno se la strigne ar core.
     
     

     
  • 19 settembre 2014 alle ore 23:40
    Sera di gelo

    Il tuo sguardo
    è freddo, stasera .
    Un lago ghiacciato
    senza fremiti.
    Non ali di gabbiano,
    in volo radente,
    a sfiorarlo.
    Un muro di gomma
    senza pietà.
    I miei occhi messaggi
    che non hanno risposte
    a placarli.

    È un inverno ricoperto di gelo
    non suoni che accarezzano l'aria
    non il canto del tuo cuore
    a scaldarmi …
    il tuo sguardo
    la mia sera
    raggela.

     
  • 10 settembre 2014 alle ore 9:15
    Tamburi lontani

    Tamburi lontani
    io sento
    rullare
    Inarco il mio corpo
    lo ruoto
    e in basso lo adagio
    e poi
    in alto di nuovo
    lo porto...
    Un ritmo incalzante
    che nasce
    nel cuore
    e batte veloce.
    Lo seguo.
    Affondo
    nel vuoto
    l'anca di seta
    che docile torna
    e
    in lunghi meandri
    si snoda
    seguendo nell’aria
    tracciati sognati
    rubati a paesi
    assolati.
    Rimbalzano echi
    per tutta la stanza
    arabeschi
    a colori
    tappezzano
    il vuoto
    la musica
    inonda
    travolge ogni cosa
    il mio corpo
    che freme
    dipinge una danza..
    Si sazia
    la gusta
    voglioso
    e ancora
    e ancora
    e ancora…
    I tuoi occhi
    di fuoco...
    implorano
    che venga
    la fine..
    Il mio ventre impazzito
    lanciato in un ritmo
    tribale
    conclude la danza
    DI COLPO!
    La gente seduta a guardare...
    mi batte le mani 

     
  • 22 agosto 2014 alle ore 0:42
    Ndo ce l’hai la coscienza?…

    Omo cinico che cortivi l’apparenza
    che te ‘nteressi d’abbandono e d’assistenza
    solamente se te fa cresce er conto ‘n banca,
    dimme, “‘Ndo ce l’hai la Coscienza...?”
     
    Nun risponneme “’n testa” perchè l’artezza è tanta
    e ‘na nobirdonna se ha d’affittà ‘na stanza
    ha da chiede pure quarche referenza
    e la coscienza tua amme me pare scarza.
     
    Forse è tra er digiuno e er duedeno
    d’andove scappa l’aria pe’ disperazione
    ‘ndove spesso romba er chiasso dell’inferno...
     
    forse là potrebbe trovà sistemazzione,
    'n compagnia der feto della putrescenza,
    quer po’ che te rimane de coscienza.
     

     
  • 29 aprile 2014 alle ore 14:06
    Il tramonto a Roma

    Nuvole di storni scuri
    nel tramonto coprono il cielo
    quando il ponentino spira
    verso Roma.
    Avanzano come onde
    s'impennano e precipitano
    in un'antica danza tribale...
    Cambiano rotta e forma
    come creta plasmata
    da un artista.
    Si sciolgono come neve
    poi tornano a nascere
    e l'animo è felice.
    Catturano i miei pensieri
    che svaniscono con loro...
    ed io rimango ad aspettare
    che tornino di nuovo.

     
  • 25 aprile 2014 alle ore 11:15
    In attesa

    Notte senza luna.
    Bagliori di anime.
    Riflessi di paura
    che brulica
    tra la folla scura
    ferma, in attesa
    davanti al mare...
    Porta un bagaglio
    di un solo abbraccio,
    una lacrima, un bacio...
    Sulla bocca una preghiera,
    negli occhi speranze
    di una vita vera.
    Nel suono lieve
    della risacca
    attende Caronte...
    infame nocchiero
    della sua barca.
     

     
  • 24 aprile 2014 alle ore 15:21
    Il mio nome era ...

    Sono “cosa”,
    “oggetto” vecchio
    rilasciato in un cassetto
    o in un angolo in soffitta.
    Sono stato cancellato
    o mi sono cancellato
    dalla faccia terra...
    vivo solo nei ricordi
    di qualcuno o di qualcosa.
    Sono sedia traballante
    appoggiata giù in cantina
    che nessuno cerca più.
    Sono fiore ormai appassito
    che non ha più profumo.
    Il mio nome era...
    non me lo ricordo più.
     

     
  • 22 gennaio 2014 alle ore 19:18
    Passaggi

    All’improvviso un chiacchiericcio nuovo
    colori vivi che aprono scenari
    su paesi lontani lontani...
    Passano i pappagalli sopra l’orto
    io lascio il lavoro
    mi appoggio sulla zappa
    per seguirne il volo.
     

     
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  • 20 marzo alle ore 23:48
    Ne abbiamo piene le tasche

    Come comincia: Viene voglia di chiuderli tutti gli osannati, odiati, amati media, anche se, a ragion veduta, oggi sono il mezzo di comunicazione per eccellenza, moderni strumenti dei quali non si può più fare a meno. Chiudere anche la casa, le finestre sbarrate e le porte chiuse a chiave, poi chiudere “bottega” e spedire a chi di dovere una bella raccomandata con le nostre “dimissioni”.
    Partire verso luoghi lontani, incontaminati, privi di antenne e paraboliche e di torri altissime supporto ai ripetitori.
    Luoghi dove la mano dell’uomo non è arrivata a modificare e molto spesso a distruggere.
    Luoghi regno del silenzio, dove i suoni della terra e le voci degli animali si mescolano creando una musica naturale… un paradiso dove tornare a vivere ci spinge ad abbandonare i luoghi dove siamo cresciuti, dove conosciamo tutti e tutti ci conoscono?
    Fuggiamo il clamore che s’alza arrogante dalle tribune, dagli studi televisivi, dai circoli culturali, dai salotti-bene della società, dalle case, dalle strade… e comunque dovunque si ritrovino delle persone a parlare. L’etere è colmo del frastuono dell’uomo, nelle teste alberga un ronzio fastidioso come di api impazzite. 
    Ogni convivio discute intorno a un tema, fine corretto che potrebbe essere funzionale alla ricerrca della verità e alla soluzione dei problemi e depone circa la bontà del metodo di lavoro in equipe.
    Quando più menti discutono insieme, è noto, il discorso si amplia e si arricchisce del contributo di ognuno… assioma che oggi credo, però, sia un’utopia.
    Il desiderio principe dell’uomo moderno di primeggiare, di apparire più di ogni altro diventa il suo sogno narcisistico che lo impastoia nella cura esagerata del corpo e nella parossistica ricerca della gioventù eterna… per la felicità dei chirurghi plastici.
    Ed ecco questi salotti pubblici dove si discutono temi delicati e importanti condotti da personaggi in crisi di astinenza per l’altilenante flessione dei dati auditel, trasformarsi in arene dove opinionisti dell’ultima ora e esperti del settore lottano come fiere per conquistare uno spazio dove ripetere fino alla nausea concetti già espressi, alzando la propria voce per coprire quella di altri che spesso stanno dicendo la stessa cosa.
    L’etere si riempie delle urla di uomini trasformati in lupi che si riempiono la bocca di frasi infarinate di demagogismo e fritte nell’olio stantio di un populismo a buon mercato che strappano applausi a scena aperta… cresce l’audience.
    Registi, produttori e presentatori gongolano.
    Tutti a ripetere giustamente:
    ─ I bambini non si toccano!
    E ancora:
    ─ Le donne non si toccano!
    Ma l’uomo, quello mite, quello che difende i deboli si può toccare? Ci saranno degli esemplari in giro… o si nascondono tutti perché non sono trendy e non fanno audience. E si può toccare il delinquente, l'assassino contro i quali si scagliano i presentatori, il pubblico, dalle case, dalle strade:
    ─ Chiudeteli nelle patrie galere e buttate la chiave!
    Stiamo tornando indietro! Tute le conquiste della società moderna cancellate! L'uomo torna troglodita, rispolvera le leggi arcaiche del fai da te "occhio per occhio..."
    Stiamo dimenticando che siamo tutti fallibili e che anche Cristo perdona il peccatore pentito. Non irrigidiamoci su posizioni estreme sclerotizzate, controproducenti che distorcono la realtà piegandola ai nostri fini. Al contrario diventiamo più elastici cercando di capire, andando incontro all'altro, senza ghettizzare e senza pregiudizio.
    Per gli uomini onesti come per i peccatori, per le donne, per i bambini, per gli anziani, per i disabili ma anche per chi è sano, per i giovani… per tutti senza distinzione di sorta dovremmo gridare:
    ─ L’essere umano è sacro, non si tocca! Non se ne può più di urla che non si alzano per nessun'altro che per il nostro io egocentrico malato di protagonismo... una violenza da aborrire perchè ci macchierebbe dello stesso peccato che condanniamo negli altri.
    Mettiamoci di buona lena e impariamo a rispettare TUTTI senza clamori inutili.
    Impariamo a comportarci da “Uomini”.
    Di violenza ne abbiamo piene le tasche.
     
     

     
  • 28 maggio 2016 alle ore 16:37
    Il più sfigato

    Come comincia: La nostra vita è un lungo srotolarsi di eventi, i più vari… senza che ce ne sia uno che si sia svolto in modo preciso, uguale a come l’abbiamo pensato o programmato. Eventi positivi che ci hanno regalato attimi sereni o felici ma anche eventi negativi con il loro corollario di sofferenze e dolori. E, il più delle volte, noi lì a guardare, spettatori inermi mentre intorno il mondo girava a velocità astrali e uomini belli, forti e imbattibili vivevano una vita da star nel luminoso palcoscenico dei vip.
    Uomini super o supereroi. Personaggi che di solito vivono nella fantasia degli scrittori,  animano intere pagine di fumetti più o meno famosi e sono ammirati per le loro gesta al di sopra delle umane forze... gesta da superman, appunto.
    Nella vita reale difficile incontrarne uno. Eroi che vantano salvataggi di intere flotte di naufraghi, di città che bruciano sotto incendi dolosi. L’eroe che possiamo incontrare noi comuni mortali al massimo ha evitato uno scippo o si è tuffato vestito in un fiume per trarre in salvo un uomo che voleva annegare.
    I grandi eroi a noi non è dato conoscere o almeno se non in molto ma molto sporadico. Per questo credo che non siano così amati come forse meriterebbero. La distanza che li divide da noi, esseri umili e per nulla potenti, è tale che difficilmente permette di approfondirne la conoscenza, di entrare in un empatia emotiva con loro che li renda amabili o inneschi la gestazione che dia vita all’amicizia o altro nobile sentimento. Tutt’al più vengono idealizzati, identificati con una divinità che rimane comunque lontana dal mondo materiale.
    Quindi la nostra simpatia più facilmente nasce per chi come noi, lotta quotidianamente con gli eventi del mondo, che cerca di superare le difficoltà con i deboli mezzi che ogni uomo ha a disposizione.
    E più è sfigato e più tutto gli va male, più ci sentiamo vicini a lui e ci sembra che le corde della simpatia e della condivisione vibrino decisamente. I nostri sensi di contro, o forse è solo una distorsione generata dal nostro schierarsi a sfavore,  ci rimandano un’immagine arrogante, superba e distaccata del superman di turno. Ci sembra privo di sensibilità e emozioni umane, mentre troviamo che la sua persona esondi narcisistiche pose da copertina di riviste patinate.
    A chi veste lo scomodo abito dell’antieroe attribuiamo bontà e umiltà e per lui nutriamo trasporto e simpatia... e, a guardarlo bene, troviamo nei suoi occhi lo sguardo umido e dolcissimo del bastardino che a volte ci segue e non chiede altro che un pezzo di pane che ripagherà mille volte con il suo affetto.
     

     
  • 31 marzo 2016 alle ore 10:36
    Diktat

    Come comincia: Come ogni sera dopo cena, lavati quei tre piatti... tre, mi  siedo in sala da pranzo davanti al mio portatile.
    ─ Perché mai, ho comprato un portatile se lo lascio sempre nello stesso posto? ─ mi chiedo puntualmente, poi alzo le spalle, sospiro e dimentico di trovare una risposta.
    Questo già la dice lunga su di me e di come vadano le cose a  casa mia... e come tutte le sere, in questa stessa stanza, mia madre sta seduta davanti al televisore, nella poltroncina spostata qui dalla mia camera da letto, proprio per lei che è venuta a stare con noi dopo la morte di mio padre. Noi? Chi siamo noi? Io e mio marito.
    Tra noi il dialogo stenta a dispiegarsi nei modi e nei tempi stabiliti dalle regole della comunicazione. In sostanza ci limitiamo ad annuire o a scuotere la testa in segno di diniego, più spesso utilizziamo un "Sì" o un "No" e a volte anche un "Forse". Lo so è un po' poco ma è per quieto vivere ... se rispondo con dovizia di particolari, se la prendo un po' alla larga, insomma se mi lascio trasportare dalla mia loquacità e non vado subito al sodo ecco che alza la voce.
    ─ Su dimmi, non iniziare da Adamo ed Eva ─ ripete sempre per indurmi a comunicare l’essenziale, cioè solo ciò che gli interessa.
    Eh, sì! A casa mia bisogna essere veloci: rispondere in fretta, trovare un oggetto o fare una qualunque altra cosa, qualsiasi cosa, bisogna che io lo faccia in fretta, nel minor tempo possibile. Ed è vero che il tempo è denaro ma io vorrei avere la possibilità di spenderne un po’ di più.
    Penso spesso di vivere in uno di quei giochi moderni dove vince chi è più veloce. Invece no, non è un gioco è per evitare di questionare su ogni "che" evito... e, se necessario, evito anche di respirare.
    Dov'è ora mio marito? Naturalmente a letto e sono le 21:30 ma si è infilato tra le lenzuola appena ha finito di cenare... così, non ci diamo neanche la buonanotte.
    Per una come me che non ama la televisione il dopo cena è una gran noia!
    Per fortuna che mi piace scrivere o navigare online ... ma ogni tanto mi stacco da questo ipnotizzatore che è il pc, e vado a bere. o mangiare un pezzetto di pane... tanto per ammazzare il tempo.
    ─ A mangiare... o a bere? ─ mi raggiunge la voce di mia madre con una nota di disapprovazione perché non condivide tale comportamento.
    ─ Che noia! ─ rispondo al suo velato rimprovero, sbadigliando e cercando un motivo plausibile di giustificazione.
    Proprio cinque minuti fa, sbuffando e stiracchiando le membra intorpidite dalla immobilità, mi sono alzata e mi sono diretta in cucina.
    Appena aperta la porta...il finimondo!
    Immediatamente ho creduto che la nube di ceneri del vulcano Eyjafjallajokull dall’Islanda fosse arrivata in massa in Italia  e fosse penetrata nelle case.  Pensai anche che si fosse aperta una bocca lavica proprio nel terreno in corrispondenza della mia cucina!  La vista si è offuscata e contemporaneamente un bruciore insopportabile agli occhi mi ha costretto a lacrimare! Un odore acre di bruciato mi chiudeva la gola e un denso fumo nero che, non più costretto in quello spazio limitato, a onde  si riversava fuori in tutte le direzioni, mi travolgeva e mi soffocava...
    Chiuse con due dita le narici, serrate le labbra e proteggendomi gli occhi con l’altra mano, mi sono diretta velocemente alla finestra e l’ho  spalancata. Poi sono fuggita da quell’inferno e ne ho richiuso la porta per non rischiare un’intossicazione.
    Stavo urlando... ma né mio marito, beatamente già tra le braccia di Morfeo, né mia madre che è un po’ sorda, sono accorsi in mio aiuto. Che fare? Vedevo già bruciare la mia casa e poi il palazzo intero! Panico! Dovevo scuotermi.
    Dopo pochi secondi, perciò, facendo appello a tutte le mie forze, ho aperto nuovamente quella porta e sono rientrata all’inferno! Non avevo alternative, non potevo aspettare che mio marito si svegliasse o che mia madre mi venisse in soccorso, eventualità rare.
    Dovevo assolutamente spegnere il forno, che continuava a eruttare fumo come lava da un vulcano, e aprirne lo sportello…
    L’azione, però, che mi spaventava più di tutto, era prendere in qualche modo la teglia e buttarla con tutto il suo contenuto carbonizzato sul balcone.
    Il contenuto? Pane raffermo che, come mia abitudine, quando se ne accumula una quantità consistente, metto a tostare per la colazione del mattino.
    Avevo dimenticato di aver acceso nel forno,  oltre alle due resistenze superiore e inferiore, anche il grill che di solito si aziona a fine cottura per dorare i cibi…  tutto per ottemperare al categorico diktat  “essere veloce”.
     

     
  • 14 gennaio 2016 alle ore 12:42
    La differenza che uccide

    Come comincia: Vorrei poter cancellare una parola dal nostro attuale vocabolario...
    Mi chiedo spesso:
    ─ Qual è la differenza tra “femmina” e “donna” ?
    Secondo me è lì, in quella differenza che si annida la mano omicida dei numerosi, in eclatante escalation, assassini  di donne qusi tutti per lo stesso motivo, il desiderio di sciogliere un rapporto non più gradito.
    Non c’è dubbio che i due termini solo apparentemente indichino la stessa sostanza o lo stesso concetto.
    Consulto Wikipedia che sentenzia: “La femmina è uno dei due sessi (insieme al maschio) nelle specie che  utilizzano la riproduzione sessuata dioica o partenogenetica.” L’enciclopedia online continua approfondendo in primo luogo le caratteristiche anatomiche strutturali del corpo della donna ma solo in riferimento alla sua funzione riproduttiva per passare infine al simbolo che viene utilizzato per indicare questa metà del cielo: “♀”.
    Il simbolo detto, uno specchio  in mano alla dea Venere, è più frequentemente interpretato come un utero nel momento del parto e nelle voci correlate, a chiusura del capitoletto, si trovano solo “inversione sessuale”, “maschio” e  “sesso”.
    Cerco, quindi, “donna”. Leggo: ”Una donna è un essere umano adulto di genere femminile, della specie Homo sapiens. Si distingue dalla femmina prepubere, che può essere chiamata, a seconda dell'età: ragazza, fanciulla, bambina, ed è l'altro sesso della specie: l'uomo.”
    Viene riportata anche l’etimologia del termine: “La parola donna deriva per assimilazione consonantica dal latino dŏmna, forma sincopata del latino classico domĭna, cioè "signora" ”
    Wikipedia conclude il suo lungo excursus, circa sette paragrafi  o capitoli, sul termine “Donna” con le voci correlate “femminilità” e “Forma del corpo umano femminile”.
    Cosa mi salta agli occhi in modo prepotente? Nella prima definizione “femmina” è semplicemente un essere preposto al soddisfacimento del piacere maschile e della riproduzione della specie. In quest’ottica non solo non le vengono riconosciute, ma le sono completamente negate,  le proprietà dell’uomo, l’altro sesso: autonomia di giudizio e di libera scelta, indipendenza e stile di vita proprio.
    In sostanza qual è la differenza tra “femmina” e “donna” ?
    Avrete notato che a donna viene associato “essere umano” mentre a femmina no. Quindi la donna ha un’anima, un’intellgenza… insomma tutto ciò che attiene all’essere umano, la femmina no.
    Di “donna” parla esaurientemente l’etimologia. La donna è il termine femminile del maschile “domine” … è dunque la “signora” l’alter ego femminile del “signore”. La “femmina” no.
    In questa differenza cova il femminidio. Sarò ridicola ma mi viene da chiedere:
    “Perché l’uccisione di un uomo non si chiama “maschicidio”? Credo che solo in questo modo, sarebbe accettabile il termine “femminicidio”!
    L’uomo, nel suo delirio omicida, uccide la femmina non la donna,  uccide perché non riconosce nell’essere a cui ha deciso di togliere la vita caratteristiche umane, sintetizzate dalla parola “libertà”, la stessa che vanta lui.
    Dal suo punto di vista l’assassino, quando definisce il suo reato “femminicidio”, non sbaglia perché questo fa, uccide la femmina… ma noi, spettatori, inquirenti, forze dell’ordine, avvocati, giudici e chi più ne ha più ne metta, popolo civile del terzo millennio, sottoscrivendo l’uso di questo termine efferato, rinneghiamo tutto ciò che abbiamo sottolineato fin qui.
    Chi viene uccisa è sempre una donna e non una sottospecie o solo un suo organo o solo la sua funzione. Nessuno potrà negare che chi uccide una donna perché si rifiuta di essere un oggetto, qualcosa che le appartenga, sta negando libertà di pensiero e di azione a quell’essere che considera sua proprietà.
    Chi continua a parlare di “femminicidio” è un fiancheggiatore, un complice, uno che condivide il giudizio negativo dell’assassino, che è anche positivo se usato solo nei contesti  o negli ambiti deputati.
    Questa parola, dunque, è sbagliata, è da cancellare. A me personalmente dà fastidio… ci avverto la stessa violenza che arma la mano assassina e contemporaneamente la mancanza di un riconoscimento di qualsiasi valore alla  “donna”
    Non posso pensare che chi sia in grado di ragionare su questi presupposti avalli simile abbaglio letterario!
    Per questo vorrei chiedere che venga abolita la parola “femminicidio” e utilizzato al suo posto un altro termine più giusto e rispettoso della dignità, facendo così salva  la inequivocabile caratteristica di “umanità” di ogni donna uccisa.
     
     

     
  • 22 ottobre 2015 alle ore 17:09
    "U’ Scogliu do Zitu e a Zita"

    Come comincia: Ogni estate, dopo il matrimonio, la località scelta come luogo di vacanza, è stata un piccolo paese della Sicilia meridionale in provincia di Agrigento, luogo natale di mio marito Giuseppe.
    I primi anni ci andavo controvoglia.
    Mi dava fastidio la troppa luce, non sopportavo il caldo torrido, le persone sembrava ostentassero una superiorità che non condividevo e per questo mi erano sinceramente antipatiche. Ogni cosa, poi, lentamente, si vestì di significati diversi… o forse tutto è rimasto uguale e sono cambiata io. Fatto sta che, quando la diffidenza iniziale si è sciolta ed ho cominciato ad avvicinarmi senza timori a cose e persone, il soggiorno è diventato più gradevole.
    Oggi amo quella terra arsa e le sue contrade polverose, il mare cristallino e, quando la mattina, raggiungiamo la spiaggia mi sembra di sentire ancora il profumo intenso dei gigli bianchi che, quarant’anni fa crescevano sulle dune di quella sabbia finissima.
    Era il mese di agosto del 1996 e quella mattina impiegai più del solito per raggiungere mio marito che mi aspettava nella nostra auto sotto casa per andare insieme in spiaggia mentre nostro figlio, poco più di un adolescente, rimaneva a dormire visto che si coricava all’alba come tutti i ragazzi ...e comunque era già qualche anno che giustamente preferiva scendere al mare da solo e raggiungere la sua comitiva.
    Mi dilungavo sempre un po’ in chiacchiere con mia suocera che rimaneva sola a casa.
    “Che prepari oggi di buono? Noi mangiamo qualcosa al bar in spiaggia... ” e sentivo che non le faceva proprio piacere il fatto che il figlio, dopo un anno di lontananza, preferisse rimanere al mare piuttosto che stare un po’ più con lei.
    “Dai vieni anche tu” le proponevo ma lei si scherniva e rispondeva che non aveva più l’età per passeggiare in spiaggia e, accompagnando le parole con il gesto di una mano, mi ordinava: “Vai!”
    Non sono mai stata una nuotatrice provetta.
    Rettifico: non sono mai stata una nuotatrice.
    Amo il mare ma ho rispetto della sua grandezza e della sua potenza. Lo amo e lo temo allo stesso tempo e quest’ultimo sentimento mi ha sempre precluso la gioia di viverlo e apprezzarne tutta la bellezza e la forza di cui è ricco. È stato a causa di questo timore che poche volte sono stata in grado di nuotare nei tratti in cui i miei piedi non fossero sostenuti dal fondale quando, dopo un certo numero di bracciate a stile libero, mi fermavo a riprendere fiato. Senza la sabbia sotto i piedi, allora ma ancor di più oggi, comincio ad agitarmi e ad annaspare invocando aiuto finché non arriva qualcuno...
    Quel giorno era tardi perciò decidemmo di non immergerci in acqua ma di concederci una bella passeggiata.
    Incontrammo subito una coppia di amici di mia cognata ma che erano diventati anche amici nostri, per una certa proprietà transitiva.
    “Passeggiate?”. “Andiamo al faro!”. “Anche noi... andiamo insieme?”... e ci incamminammo.
    E’ stupefacente la varietà di quella costa di mare il cui fiore all’occhiello è la scogliera di marna bianca, una roccia sedimentaria a grana fine formata da calcare e argilla. Scogliera modellata dal vento e dalla pioggia che l’hanno trasformata in una gradinata naturale chiamata, a ragione, “Scala dei Turchi”. Il suo bianco acceso risplende in mezzo ad una costa di tufo arenario, lo stesso materiale rossiccio che tagliato a mattoni viene usato per la costruzione di case ma anche dei bellissimi templi che s’innalzano in una valle di quel distretto agrigentino ....appunto la valle dei Templi.
    La sabbia è chiara e finissima. Il mare è disseminato di scogli scuri e alti di origine vulcanica: paradiso dei ragazzi per le loro esibizioni, tuffi dagli stili più improbabili e spericolati. Come se non bastasse, dopo essere rimasto fermo perché sostituito con uno più moderno, dal promontorio di Capo Rossello, campeggia nuovamente alto il faro con il suo lungo fascio di luce...
    La passeggiata al faro, o meglio sotto il promontorio che lo ospita, è una delle mete più gettonate per l’inusuale spettacolo, che si gode a guardare a naso in su… una parete a picco sotto il faro. Una parete che si sta sgretolando e i cui grandi massi potrebbero venir giù da un momento all’altro tra lunghe scie grigie di argilla che la tappezzano a tratti.
    Ѐ lì che torme di ragazzi si ricoprono di argilla e poi passeggiano lungo il litorale sicuri di richiamare l’attenzione.
    La riva è sempre affollata di bagnanti e si deve procedere per due, perciò mi ritrovai sola con Franca al mio fianco e i nostri mariti po’ indietro. Ogni tanto si fermavano a ricordare le prodezze della gioventù con qualche paesano. A tratti ci giungevano le loro risate e, quando non li sentimmo più, non ce ne preoccupammo.
    Arrivammo al porticciolo sotto il faro proprio nel momento in cui un amico di mio marito, Filippo, stava uscendo, solo, con il gommone per fare un “giro”.
    “Dai, chiedigli se possiamo salire anche noi!” chiese pronta Franca.
    Un sorriso e un “Naturalmente” in risposta ci catapultarono sul gommone. Io e Franca ci sistemammo una di fronte all’altra, Filippo mise una mano al timone e uscimmo dal porticciolo procedendo lentamente e solo quando fu possibile il motore rullò e partimmo... Ebbi una strana sensazione, quasi mi sembrò di non voler più uscire in mare, stavo per chiedere di riportarmi indietro ma guardai il cielo: era sereno e il sole splendeva alto! Non c’era alcun pericolo. Mi girai a guardare la spiaggia ... dei nostri mariti non c’era traccia.
    Mi rilassai e decisi di godermi quella gita in gommone.
    Tra gli spruzzi e il vento che ci sferzava il viso per sentirci dovevamo urlare... ma poi cosa? La felicità era lì  nell’assaporare quei momenti unici.
    Arrivammo a Rocca Gucciarda, che è un isolotto a circa duecento metri da riva con fondali profondi, paradiso dei sub.
    Questo isolotto, che in realtà è formato da due scogli legati da una sottile striscia di roccia, ha ispirato la leggenda in cui due giovani innamorati, per non separarsi come era stato loro ordinato,  si tolsero la vita lanciandosi dalla punta di Capo Rossello. I due scogli sarebbero emersi proprio nel punto esatto dove i due avevano sacrificato la loro giovane vita e per questo Rocca Gucciarda è detta "U’ Scogliu do Zitu e a Zita".
    Filippo fermò il gommone perché è quasi un rito rimanere in contemplazione di quella meraviglia. Strano! Di solito ci sono gommoni e pedalò che gli girano intorno come api attorno al miele. In quel momento nessuno.
    Senza preavviso, senza un cenno di intesa Franca  si tuffò dal gommone... “Faccio una nuotata, dai vieni pure tu!”
    Sapevo che c’erano sette metri d’acqua e per arrivare, al sicuro, su Rocca Gucciarda una decina di metri, ma sfido chiunque, in grado di dare qualche bracciata e rimanere a galla, a non accettare l’invito... e non dico di Franca ma di quelle acque smeraldine, con la loro trasparenza che lascia vedere il fondale di grandi massi ricoperti di poseidonia ed altre alghe. Mi affidavo alla presenza di Franca e del gommone... e sull’esperienza di Filippo praticamente nato in quelle acque.
    Successe tutto nel giro di pochi secondi.
    Franca che non mi conosceva molto bene, visto che mi ero tuffata, pensò che fossi in grado di nuotare da sola e, in modo molto plateale con tanti spruzzi,  raggiunse l’isolotto e ne cominciò il periplo nascondendosi alla mia vista.
    Filippo che sicuramente aveva pensato le stesse cose di Franca, mentre diceva forte ”Torno subito!” girò il timone e diresse altrove... sparendo anche lui dalla vista.
    Mi vidi morta sul fondale.
    Urlai ma Franca non poteva sentirmi e nemmeno Filippo. Ripensai alla mattina quando uscendo di casa avevo inciampato... e qualche giorno prima i tg regionali avevano diffuso la notizia,  di avvistamenti di squali in quelle acque.
    Mi giungeva una musica da lontano. Mi sembrava il ritmo incalzante del film “Lo squalo”.
    Mi guardai intorno non c’erano pinne... mi stavo perdendo dietro fantasie ridicole. Dovevo trovare un modo per rimanere a galla, scegliere tra morire o tirare fuori il coraggio. Sapevo fare il morto a galla e pensai che in quel modo potevo evitare di farlo sul fondo.
    Ogni tanto mi arrivava qualche onda che mi faceva traballare, stringevo i denti e cercavo di mantenere la calma. Ogni tanto tiravo su la testa per guardare verso riva. Mio marito, ne ero certa, aveva visto tutto e, conoscendo il terrore che mi attanagliava in quella situazione, stava morendo di paura come me. Di Franca e del gommone nemmeno l’ombra.
    Se non arrivava qualcuno ... quel pensiero mi avrebbe portato alla fine prima ancora di finire sul fondo. Davanti ai miei occhi passò la mia vita, poi pensai alle cose che ancora dovevo fare, a mio figlio ancora adolescente…
    Il pensiero di mio figlio che poteva rimanere orfano mi dette un ultimo stimolo a resistere.
     Strinsi i denti e gli occhi per non farci entrare l’acqua, ma questa cominciava ad entrare dal naso... Era finita, non mi restava che pregare. Aprii gli occhi per guardare l’ultima volta il cielo e… magia o miracolo non lo so, vidi la mia salvezza: un pedalò che fino a quel momento era stato dietro Rocca Gucciarda e che procedeva col suo ritmo traballante verso di me.
    Mi piace pensare che a sostenermi fino a quel momento sia stato il coraggio e la forza “do Zitu e a Zita”.
     

     
  • 10 ottobre 2015 alle ore 20:51
    Tartaruga...

    Come comincia: - La mia vita, ormai, aveva la particolare andatura della tartaruga. Dire lenta è dir poco, meglio sarebbe dire al rallentatore o, usando un’espressione presa in prestito dal gergo sportivo, alla moviola. Ogni spostamento mi costava, non solo fatica ma soprattutto tempo. Chi ha vissuto come me, malata di Parkinson, avrebbe diritto a un’altra vita con un recupero di anni... − e, pronunciate le ultime parole, Giulia si rilassò, cercò un appoggio... qualcosa dove sedersi, ma non trovò nulla che potesse servire a quel fine.
    Era avvolta da una specie di nebbia, non le giungevano né suoni né rumori; si trovava in un luogo di cui non vedeva né inizio né fine. Intorno a lei né pareti né alcun elemento di arredamento. 
    Fermò lo sguardo sulle mani bianche e curate del funzionario, sorprendentemente giovane, a cui si era rivolta e la cui tunica rosa dichiarava il sesso che le era stato assegnato nella prima vita. Il funzionario, il supervisore colui che vagliava le richieste dei nuovi arrivati e decideva quali inoltrare all’Altissimo, rimase per alcuni lunghi secondi, in silenzio.
    Il suo sguardo era sereno, non lasciava trapelare emozioni di sorta, osservava Giulia un po’ affaticata anche se avevano comunicato telepaticamente. Quando comunicò alla donna che avrebbe mandato avanti la sua richiesta, le sorrise e la invitò a seguire l’angelo che aveva accanto:
    − Vai con lui, ti guiderà nel luogo dove aspetterai fino a che non sarà deciso se dovrai indossare la tunica di anima o tornerai sulla terra dove vivrai un'altra vita.
    Giulia seguì l’angelo e giunse in un luogo apparentemente più aperto: non capiva se le dimensioni fossero una conseguenza del numero dei presenti o per altro motivo... 
    Comunque non c’erano alberi, animali, fiumi o prati e, in alto e in basso, né cielo né terra, ma una coltre di nuvole tra il grigio perla e il celeste polvere. Non somigliava nemmeno lontanamente a un interno, non poteva essere un luogo chiuso come una stanza o una casa. Dove si trovasse, però, continuava a ignorarlo.
    Man mano che si addentrava in quello spazio, incontrava varie persone, di etnie e lingue diverse.
    Cominciò a comprendere: doveva essere una specie di anticamera, un limbo rivisitato per altri scopi.
    Erano proprio persone perché non avevano tuniche rosa o celesti; anime dentro gli involucri dei corpi, non ancora private della parte mortale degli esseri viventi. Apparentemente camminavano senza degnarsi di una parola, e invece stavano tutti scambiando due chiacchiere. Ognuno aveva il proprio problema, tutti aspettavano una risposta.
    Passando sentì un tizio che diceva al suo vicino:
    − Io ho lavorato tanto, ho corso in lungo e in largo per il mondo, ho avuto una famiglia numerosa... pensa avevo otto figli! Mi sono stancato da morire... letteralmente! Ho chiesto di poter vivere una vita più tranquilla con un lavoro meno faticoso. Mi piacerebbe avere una moglie sola, anche se non mi dispiacerebbe poterla alternare con altre sempre, si intende, una alla volta; di figli basterebbe un maschio o una femmina, o l’uno o l’altro. Niente suoceri da accudire, niente cognati da accontentare... magari un amico... me ne basterebbe uno.
    La risposta del vicino lo sorprese:
    − Non condivido la tua richiesta, ma ognuno conosce i propri limiti e, avendole vissute, le difficoltà di certe situazioni... perciò tu non vorresti ritrovarti in una famiglia numerosa mentre io chiedo proprio questo che tu non vuoi. Sai, sono stato figlio unico...
    − Ma tu, qui, non conosci nessuno? Un mio amico si è fatto presentare un Santo che sa come arrivare all’Altissimo! − lo interruppe l’altro.
    − No! Non è possibile! Non può essere, anche qui per sbrigare una pratica ci vuole un santo in Paradiso! − sbottò Giulia che si infervorò talmente che sentì per un attimo il cuore battere precipitosamente come non l’aveva più sentito da quando era arrivata in quel sito che non osava definire con un termine preciso. 
    − Sono viva o meno o almeno ho ancora l’opportunità di esserlo? – si domandò ma non riuscì a rispondersi e neppure a formulare la domanda a qualcuno del luogo.
    Altre domande cominciarono ad affollare la sua mente.
    − Se vivrò ancora o ne avrò l’opportunità come imposterò la mia vita, cosa cambierei, quali errori dovrei evitare?
    Le domande si moltiplicavano e Giulia si sentiva sempre più confusa.
    Tornò al pensiero che l’aveva turbata: “Un Santo in Paradiso” e si disse che un paradiso di quel tipo non lo avrebbe voluto e altrettanto non gradita sarebbe stata una condanna all’inferno dove favoritismi e corruzione sono il pane quotidiano del diavolo...
    − Forse non sarà proprio così ma per saperlo bisogna passarci− pensò e a questo pensiero le vennero i brividi.
    Riprese ad argomentare intorno alla tesi iniziale e parlò, o almeno le sembrò, di parlare ad alta voce a qualcuno che l’ascoltava o forse stava solo riflettendo.
    − Per giustizia dovrei avere un’altra vita col recupero del tempo perduto. 
    Quale vita, però, è priva di difficoltà? E quali difficoltà sconosciute sono migliori, più sopportabili delle nostre? Chi è sfortunato una volta potrebbe esserlo sempre e una vita da tartaruga avrà i suoi limiti ma...
    Avrebbe voluto uscire da quel sito, o sogno o incubo che fosse, perché aveva sentito il suo cuore battere e con quel battito in lei era nata un’ultima speranza.
    Campare ancora qualche anno sarebbe stato bello!
    Così, come se volesse inviare un messaggio o una richiesta in alto, proclamò con voce alta e chiara, sperando di essere ascoltata:
    − Se sono viva o meno non lo so. Quel che c’è dopo la morte non lo so… so solo che vorrei  scoprirlo il più tardi possibile. 

     
  • 23 maggio 2015 alle ore 20:29
    Ancora corre...

    Come comincia:  Era il 1958, l’anno in cui nacque mio fratello.
    Nel periodo breve in cui mia madre, per il parto, rimase al reparto maternità del Policlinico Umberto I, mio padre si preoccupò di trovare una persona che la sostituisse in tutto, tranne naturalmente nella funzione di moglie...
    Era una ragazza del piccolo paese in sabina da dove proveniveno i miei genitori  e che avevano lasciato dopo il matrimonio.
    Non sposata, aveva lavorato “a servizio”(come si diceva allora) presso una famiglia benestante di  Roma che aveva fatto di tutto e di più per trattenerla per la professionalità e l’affidabilità che la distinguevano, era la migliore sostituta che potessi desiderare. Sapeva quando e come gestire le faccende di casa cominciando dalla preparazione della colazione, del pranzo e della cena e continuando con tutte le attività connesse, fare la spesa e, soprattutto, il controllo delle scorte alimentari che, a casa nostra, è sempre stato effettuato con regolarità e competenza. Sarebbe stato un dramma rimanere senza pane o altro! La ragazza, Silvia, oltre ad essere una brava cuoca, referenza indispensabile per poter coprire il posto e soprattutto il livello di competenza di mia madre, doveva occuparsi anche delle pulizie, del bucato e di tutto ciò di cui si sarebbe occupata lei se ci fosse stata. Nel “tutto ciò” rientravano naturalmente anche gli imprevisti come quello che capitò proprio in quei giorni...
    Era quasi l’ora di pranzo, io ero a scuola perchè frequentavo il turno pomeridiano quello che si aggiunse all’antimeridiano per mancanza di locali.
    Papà sarebbe arrivato di lì a poco, dopo il servizio nella caserma della “Benemerita” in Piazza del Popolo dove svolgeva il servizio con il grado di “appuntato”.
    La ragazza dunque era sola nella cucina del piccolo bicamere a piano terra, in uno di quei villini edificati nelle zone periferche della nostra bella Roma.
    La cucina non aveva finestre e la porta di accesso dall’esterno, che vi si apriva direttamente, era quasi sempre aperta per fare entrare aria e luce.
    Proprio per la porta aperta Luisa vide un uomo che, bofonchiando un “Buon giorno” a mezza bocca, si accingeva senza attenderne il permesso ad entrare in casa nostra, dopo aver superato i due scalini di travertino che ne permettevano l’accesso.
    Quel che avvenne dopo ha bisogno di un breve preambolo...
    Il 27 agosto del 1924 era nata a Roma, dalla fusione delle società Sirac e Radiofono, l’ Unione Radiofonica Italiana, l’URI che sarebbe diventata la RAI e che il 6 ottobre di quell’anno aveva trasmesso il primo annuncio radiofonico dalla voce di Ines Viviani :
    <<L’URI, Unione Radiofonica Italiana, stazione di Roma. A tutti coloro che sono in ascolto il nostro saluto…>>
    Un decreto legge del 1938 aveva, poi, stabilito per chi possedeva “uno o più apparecchi atti  od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni” l’obbligo di pagare un canone di abbonamento. Tale decreto non definì solo l’importo e le modalità di pagamento, ma anche le persone, gli organi preposti al controllo e le sanzioni per gli evasori di quella tassa.
    Dunque, tornando al racconto, “Chi è lei? Cosa vuole” gli aveva chiesto Silvia con voce alterata.
    “Sono un agente della Rai e devo riscuotere il canone di abbonamento perché risulta che Chini Vincenzo possiede un apparecchio radio.”
    La cosa in sé era plausibile visto che il famoso decreto del ’38 all’articolo 17  istituiva un registro per aggiornare l’elenco di ogni apparecchio radio- venduto, riparato o regalato- con il nome e cognome del possessore e la cui consultazione era permessa, anzi dovuta, agli agenti delle imposte e della Rai.
    L’audacia dell’agente spaventò Silvia che cercò di convincerlo:
    “Non abito qui, sono ospite per qualche giorno... ma vi posso assicurare che in giro non ci sono apparecchi radio...”
    “E io invece vi assicuro che risulta...”
    Silvia alzò la voce:
    “Qui non c’è nulla! Esca subito da questa casa!”
    Quasi contemporaneamente si aggiunse la voce alta e autoritaria di mio padre che, arrivando, aveva colto le ultime battute di quella diatriba:
    “Con quale permesso lei è entrato a casa mia?” tuonò.
    “Sono un agente ...”
    Mio padre non gli fece finire la frase:
    “Fuori!” Ripeto “Fuori da casa mia!” Non vede la mia divisa?”
    “Mi risulta che lei possieda una radio...” cercò di concludere l’agente.
    “Ma allora non ha capito? Ho detto fuori!! Esca fuori” ” e questa volta il tono della sua voce fu veramente convincente anche perché non aveva solo la voce potente ma anche un fisico imponente...
    Non ci fu bisogno di ripeterglielo. Gli occhi di Silvia si rasserenarono e brillarono di ammirazione per mio padre.
    L’agente si allontanò velocemente brontolando e minacciando denunce.
    Papà raccontava spesso questo episodio a mamma, confessando che un apparecchio radio, regalatoci da non so chi, era chiuso nell’armadio e non lo usavamo proprio per non pagare il canone.
    Io ascoltavo il racconto sempre volentieri e più di tutto mi piaceva risentire la frase, riferita all’agente, con cui mio padre lo concludeva sempre:
    “Ancora corre!”

     
  • 25 maggio 2013 alle ore 9:21
    Un bianco, candido ... abito nuziale

    Come comincia: La mia passione è un cocktail che nasce dall’amore per tre “arti”, disegno, musica e poesia, con il quale cerco di fissare in un flash una nota dell’armonia che vibra intorno a me. Propedeutica alla mia passione è la ricerca, una specie di caccia al tesoro che, dalla mia sfera percettiva, s’irradia in tutte le direzioni sostenuto dalla mia curiosità fino a ritornare a me, introdursi nel mio essere e a dare vita a qualcosa di nuovo e appagante ... almeno per me.
    L’ispirazione si palesa quando meno me lo aspetto, emerge dall’intimo in qualsiasi momento e durante una qualsiasi attività... ma il luogo principe dei suoi natali è la natura. Per questo motivo sento attrazione per ogni sito verde.
    Passeggio tra i campi intorno alla mia casa in sabina, ereditata dopo la morte di mio padre, o vago tra le margheritine petulanti che a primavera inondano, con i loro capolini bianchi, ogni quadrato di terra non coltivato, anche nei parchi delle città.
    Corro come pazza, l’auto fermata ai bordi delle strade che si inerpicano sui colli sabini, verso il giallo tenue, appena accennato, delle primule sul limitare dei boschi o verso quello delle sorelle rigogliose che nascono lungo il ruscello Farfa, le cui acque limpide scorrono giù nella valle tra colli ricoperti di generosi uliveti.
    Mi intenerisco se all’improvviso scorgo tra il verde dei prati, sotto cerri e querce, il violetto deciso di quel capolavoro della natura che è piccolo solo per dimensione, ma grande per armonia e delicatezza, in una parola per “bellezza”... di chi parlo? Ma della violetta, fiorellino che si alza poco da terra e che, sullo stelo dritto, reclina il capo in modo dolce come una madonna di Raffaello.
    E la distesa fucsia di ciclamini, a migliaia, a milioni, che mi ritrovo tra i piedi nella passeggiata nel bosco in cerca di funghi? Sulla mia sbiadita esistenza non ha minor impatto delle altre meraviglie della natura da quando mio padre mi venne a chiamare trafelato, invitandomi nel bosco che si estende dietro la nostra casa in sabina:
    «Corri Patrizia, corri! Vieni! Ti porto a vedere uno spettacolo che non hai visto mai!»
    Una gioia inverosimile, tanto da sembrare falsa, è la gioia che mi suscita avvistare tra fili di erba enormi, rispetto alle sue dimensioni, un minuto e pavido fiorellino.
    Sono cinque petali azzurri, un fazzoletto di cielo rubato per noi da un angelo buono e che ci permette di emozionarci tenendolo tra le mani ... è l‘essenza del fiore che per non farsi dimenticare, piccolo tesoro del creato, risponde ad un nome che è una invocazione: “Non ti scordar di me”!
    Un altro azzurro, più delicato, tocca le corde della mia emozione ed è quello dei fiordalisi che a giugno sorridono tra le spighe e sembrano dipinti da un artista con il pennello intinto nel turchino del cielo sereno del mattino.
    Un’emozione diversa è quella sferzata di energia scoccata dal rosso dei papaveri che drappeggia i prati come fuochi accesi a scaldare gli animi intorpiditi dall’inverno e a rallegrare il mondo.
    Fiorellini con un profumo inequivocabile, dalla forte personalità, conquistano la mia attenzione, mi inebriano e ammaliano al punto che vorrei essere ladra, per coglierne a mazzi... bianchi, a migliaia, quando fanno tappeto su grate e recinti dipinti di fresco. Parlo dei gelsomini traboccanti dai villini della mia bella periferia romana!
    Ispirata preparo il colore ma non peso, non calcolo. Mi sento guidata da una mano invisibile, un istinto arcaico che sceglie e miscela in giusto rapporto le quantità di colore e, afferrata l’emozione, la fermo in una tela o nei versi di una poesia mentre ascolto la mia musica preferita.
    Il giardino della nostra terra è un vulcano di emozioni e di doni e spero che tutti lo apprezzino e lo rispettino come merita una madre che non smette di elargire frutti d’amore ...come pure una pianta di ciliegio quando è pronta a regalarci le sue succose rosse ciliegie:
    “Petali come neve
    abbandonano i rami
    volteggiano lieti verso terra
    a cesellarne
    il candido bianco abito
    nuziale”.

     
  • 03 marzo 2013 alle ore 9:20
    Gli esami di maturità

    Come comincia: La scuola stava per chiudere i battenti ma non per noi che avremmo dovuto studiare e prepararci agli esami di stato per conseguire il diploma magistrale, titolo sufficiente a quei tempi per accedere all’insegnamento nelle scuole elementari.
    Eravamo in fibrillazione, tutte noi amiche puntavamo ad un buon risultato non fosse altro che per dare una soddisfazione ai nostri genitori.
    Ero arrivata al quarto anno con un percorso netto sempre promossa anche  se con voti modesti.
    Invece la mia piccola amica Paola era un’alunna brillante con voti altissimi dall’otto al dieci.
    Nonostante il suo profitto così gratificante, si lamentava di non comprendere la filosofia insegnata, nella sua sezione, da un filosofo e non da un semplice docente. Quando veniva interrogata, in questa materia, ripeteva gli argomenti un po’ memonicamente spesso senza sapere cosa stesse dicendo... e questo le creava ansia.
    Pensava agli esami quando qualche membro della commissione avrebbe potuto chiederle qualcosa in più...
    Più ci avvicinavamo agli esami più vedevo negli occhi di Paola un certo interesse quando raccontavo delle lezioni di filosofia tenute nella mia classe da una docente giovane che si era aggiunta ai colleghi verso la metà del primo quadrimestre.
    Paola mi chiese se volessi preparare insieme a lei il programma d’esami relativo alla filosofia...
    Eravamo in due sezioni diverse, non ricordo se gli argomenti d’esame fossero unificati e uguali per tutte le sezioni, comunque risposi subito di sì.
    Quella richiesta non solo aveva in sé un riconoscimento alle mie capacità ma mi rendeva felice al pensiero di passare qualche ora in più insieme in un periodo noioso e lungo come quello che ci separava dagli esami.
    Finite le lezioni cominciammo a studiare insieme.
    Ricordo gli attimi, il sole accecante dell’estate, anche i vestiti che indossavo quando a piedi mi recavo a Casalbertone, un quartiere vicino al mio dove Paola si era trasferita con la sua famiglia.
    Mi tornano in mente le risate, i momenti di spensieratezza; ricordo anche le nostre voci che si alzavano per sostenere le posizioni diverse su qualche argomento e, non avendo né io né Paola una dose elevata di modestia, non recedevamo facilmente dai nostri punti fermi.
    Studiammo. Tutti i giorni, un po’ a casa mia e un po’ a casa sua, ci sottoponemmo a un “tour de force” che però sopportavamo con piacere.
    Sostenemmo gli esami...
    Paola sulla pagella, alla voce “Filosofia” vide campeggiare un bel “9” mentre nella mia appariva un modestissimo “sei” che ebbi solo per l’intercessione del membro interno della commissione che era, appunto, la mia professoressa di filosofia.
    Paola quando ricorda dei nostri esami di filosofia non riesce a parlarne perché ne ride e ne ride giustamente.
    Mi continuo a chiedere -E’ stato merito mio o avrebbe avuto lo stesso risultato senza le mie “lezioni”.-
    Lezioni che Paola ancora ricorda con le immagini e i paragoni sapienti, tipo “la mano non può com-prendere se stessa”, che io avevo appreso dalla mia professoressa e che seppi trasmetterle tanto bene quanto non seppi io farne tesoro.

     
  • 21 febbraio 2013 alle ore 14:08
    Curiosa

    Come comincia: Ero un tipo curioso. Di qualsiasi cosa mi passasse sotto il naso o transitasse davanti ai miei occhi, io cercavo di scoprirne il nome o a cosa servisse o chi lo utilizzasse o il perché del suo passaggio nella mia area percettiva.
    Non so, se per sfortuna o per fortuna, i nostri professori erano tutti anziani e, quindi, nel corso dei quattro anni didattici un buon numero rispetto al totale, venne sostituito da giovani universitari e noi tutte ad innamorarci di uno di loro.
    Avevano solo qualche anno più di noi, eravamo quasi coetanei perché allora per fare qualche supplenza non c’era bisogno della laurea, bastava essere iscritto all’università, forse non proprio al primo corso, presentare una domandina direttamente al preside e... s’insegnava.
    Per le mie amiche Sonia e Paola invece le cose andarono diversamente. Tutti professori titolari che le seguirono dal primo al quarto con notevole ricaduta sui risultati... Forse il fatto che fossero iscritte, rispettivamente alle sezioni A e B, ne garantiva stabilità e preparazione dei docenti, superiore alle altre sezioni?
    Nella mia sezione, la D, l’insegnante di matematica credo fosse proprio arrivata alla pensione ma evidentemente non era ancora del tutto fuori dal servizio perché nel secondo anno, e poi fino alla fine del quarto anno, fu sostituita dal giovane e “niente male” figlio del preside del quale tutte le mie compagne, una classe tutta al femminile, s’innamorarono.
    Tutte tranne io. Fui più attratta dal giovane supplente di un’altra sezione, che in generale non riscuoteva molto successo  perché non era una bellezza “classica”, più un tipo...
    Un tipo alto, carnagione olivastra in volto scarnito, un fisico asciutto e slanciato, mani ossute e dita lunghe. Gli occhiali da miope gli conferivano un’aria da intellettuale che mi faceva impazzire.
    Avevamo anche un supplente per l’ambito “Storia dell’arte” e “Disegno”, anche lui con un nutrito seguito di fans.
    Erano coscienti del successo che avevano tra noi alunne e, durante la gita a Firenze, si prestarono ad una nostra richiesta...
    Si fecero fotografare tutti e tre in un’arcata di Ponte Vecchio: la foto più richiesta e stampata di quella gita.
    Si mantenevano, però, le distanze con l’uso del “lei” tra alunno e professore e tra professori e alunni, giovava a questo fine anche un atteggiamento distaccato del docente ... ma non con tutte.
    Si vociferava, infatti, di una certa simpatia tra alcuni di loro e qualche alunna più “matura” fisicamente.
    Ma a chi, come me, era ancora molto infantile nel modo di porsi e nel pensiero, non venivano riferite tutte le “news” su quello che oggi viene definito “gossip”.
    Il supplente di matematica aveva, come gli altri due, il suo buon alone di chiacchiere ma nessuno sapeva chi fosse la fortunata.
    La mia aula era un po’ decentrata e poco illuminata visto che le finestre davano sul cortile interno del palazzetto che ci ospitava. Quindi la vista non era granché, si potevano vedere gli alunni che a ricreazione stazionavano o transitavano per il lungo corridoio dove si aprivano le porte delle altre aule più fortunate che avevano la vista su piazza Indipendenza.
    Durante una lezione mentre era seduto in cattedra, di quelle con la pedana sotto che le rialzava, il nostro giovane supplente di matematica, cominciò a guardare con intensità fuori dalla finestra.
    L’azione reiterata e quasi ostentata suscitò la mia curiosità ma non potevo appagarla perché i banchi erano al di sotto della visuale della finestra: potevo vedere il cielo ma non il corridoio.
    Non riuscii a trattenere la mia curiosità: mi alzai e guardai.
    Ancora ho negli orecchi l’urlo del professore che urlò:
    “Chini!!!!! Fuoriii!”
    Le mie compagne si guardarono stupefatte senza capire.
    Non avevano capito cosa ci fosse di così grave nel mio alzarmi un attimo per guardare fuori...
    Io invece capii benissimo e sapevo, dalla punizione così eclatante (per me che non ero mai stata cacciata fuori o rimproverata con quella intensità), che avevo colto nel segno. Il professore stava guardando qualche ragazza che gli interessava...
    Uscii dall’aula mentre si alzava il bisbiglio dei perché delle mie compagne di classe e, appena fuori, mi rifugiai nel bagno perché temevo il passaggio di qualche professore che avrebbe potuto chiedermi spiegazioni.
    Una punizione che mi fece soffrire, ero convinta di non aver fatto niente di male...

     
  • 29 gennaio 2013 alle ore 10:17
    Coppa degli dei

    Come comincia: Me la giro e rigiro tra le mani: è la prima della stagione.
    La guardo e già comincio a sentirne il gusto noto che, scosso dal torpore, prende vita e mi raggiunge prepotente i sensi.
    L'assaporo con gli occhi: tonda, soda… mm, forse troppo, a me piacciono "sbrodolose"!
    Ne accarezzo la pelle vellutata. E' di un bel rosso vivo, talmente vivo che mi sta pungendo. Che disdetta... una pelle vellutata non per tutti!
    Ed io non vengo ripagata con la stessa moneta per l’amore che nutro nei suoi confronti, se al mio tocco, il velluto si fa tappeto di peli urticanti.
    "Perché, allora, la tieni tra le mani?" giustamente chiederete.
    Cosa volete? E' troppo buona, gustosa, dolce di un dolce che non stanca, forse perché rispetto alle cugine, non è tanto zuccherina! Chissà…? Fatto sta che il mio medico di base me l'ha raccomandata per il suo scarso apporto di calorie. Di questi tempi, chi rifiuterebbe un alimento buono, dissetante, nutriente e con il valore aggiunto: "non ingrassa"?
    Insomma mi piace un sacco e me la voglio mangiare.
    Tranquilli, tranquilli, la sbuccio. Mi sento un po’ il fiato sul collo per le vostre premure.
    Lentamente, con un coltellino affilato, ne tolgo la buccia cercando di salvare al massimo la polpa anche se, lo sapete vero?, che la buccia non si butta, si utilizza per le marmellate.
    Comunque, decisamente meglio la polpa!
    Color bianco un po' lattiginoso, a volte tende al rosa o al rosso, spesso è decisamente "giallo" nelle "giallone", come vengono chiamiate nel centro Italia, dette anche "spaccarelle". 
    Avrete certamente capito che sto parlando di una regina: la regina dei frutti. Bé! Ognuno  ha la regina che si merita ed io ho incoronato lei, la "Pesca".
    Mio zio Evelino, che viveva in Sabina, la chiamava "persico", al maschile come in tutti i dialetti ma esattissimo perché è il secondo termine del suo nome scientifico: "Prunus persico".
    Dunque ho qui, davanti a me, la regina sbucciata e mi preparo al pasto spiritualmente e fisicamente, con coltello e forchetta e la bocca avida leggermente dischiusa pronta ad accogliere tanta bontà.
    Mentre mi accingo a ridurla in pezzi, intuisco un certo disagio nella pesca sbucciata, privata della veste regale, senza pelle. Mi sento oggetto del suo rimprovero, una regina non può finire così sola, senza un rito di saluto degno di tanta nobiltà o almeno un compagno di avventura che divida con lei la gloria del sacrificio…
    Ce l'ho! E' il vino! Su ogni tavola imbandita che si rispetti, alto e impettito, troneggia dal proprio castello turrito, Sua Maestà il Vino.
    Chi meglio di lui saprà darle forza per vivere simile frangente?  Chi può rassicurarla e addolcirne i pensieri e allontanarne i timori?
    Solo un Re.
    E sia! Di quest'ambrosia colmerò la coppa dove avrò adagiata la mia Regina.
    Questo elisir di lunga vita, irrorerà la polpa amata e sarà  un connubio tra dei.
    La forza dell'alcool regalerà al gusto dolce della pesca un carattere nuovo, deciso, un po' altezzoso… da regina, proprio come l'amore di un uomo trasforma una ragazza in una donna.
    Il vino, ingentilito dalla dolcezza della sua compagna,  scenderà più facilmente giù per la gola ed io avrò tra le mani un tesoro, una coppa colma di magia, la "Coppa degli DEI".

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 11:12
    Il superfluo

    Come comincia: Un odore nauseabondo mi ha perseguitato per tutta l’infanzia.
    Era l’odore che mi riportava alla mente dolorose “esperienze“ collegate all’infuso di camomilla che mia madre preparava con l’aggiunta di qualche cucchiaio di olio buono. Un infuso detestato al punto di riservargli l’odio che si nutre più per un nemico, che per un liquido.
    Parlo del “preparato” per il clistere, antico rimedio contro la stipsi, una metodica benefica per gli “stitici”.
    “Stitici”... parola la cui assonanza mi ha sempre richiamato termini come “ascetici” e “stoici” che si distinguono per il distacco dagli eventi del mondo, dalle passioni e dagli istinti, che fanno dell’abbandono del superfluo un motivo di vita. La stranezza è che l’assonanza non abbia riscontro nella sostanza. A differenza di questi ultimi, infatti, gli stitici si tengono stretto il “superfluo” ma il termine “ascetico” rievocando olezzi di “ascella”, ristabilisce tra i termini più di una semplice assonanza...
    La mia infanzia marchiata dalla difficoltà a disfarmi del “superfluo”, è stata gravata dal fastidioso ventre gonfio, humus ideale per la formazione di gas nell’intestino... non proprio il massimo del bon ton.
    Allora non esisteva il buon “bifidus”, fermento del latte famoso per la pubblicità di una biondona, e così venivo sottoposta al “clistere”! 
    Una vera e propria violenza, roba da telefono azzurro!
    E l’inventore  di un tale misfatto contro l’umanità? Un “sadico”, prototipo umano, che avrà difficoltà ad estinguersi visto che quelli che soffrono ci sono sempre stati e quelli che godono a vedere le sofferenze degli altri sono altrettanto numerosi.
    L’odore di quell’infuso, mi tornava nelle papille olfattive, quando un simile effluvio pestilenziale si diffondeva nella mia casa da una pietanza cucinata da mia madre. Vivevo di nuovo il dolore e l’umiliazione scatenati dall’inserimento della “peretta”.
    La peretta era l’aggeggio di plastica a forma, appunto, di pera che inserita nel foro tra le natiche preposto più ad espellere che a ricevere, introduceva nell’intestino pigro quella “purga” mefitica. Immaginate il mio “disappunto” di bambina , i cui “desiderata”, venivano a mala pena ascoltati. Dovevo subire quando invece preferivo, e preferisco ancora, una soluzione al problema meno invasiva e più naturale: attendere il “miracolo” nella stanza da bagno, privata delle mutande, leggendo riviste o compilando giochi enigmistici... (io sono a favore della cultura!)
    La stitichezza è, sì, un problema ma non va enfatizzato troppo e, comunque, è meglio della “diarrea” di cui, almeno una volta nella vita, tutti abbiamo sopportato i disagi.  L’improvvisa, impellente necessità di liberarsi del già detto “superfluo” che per caratteristiche di densità, consistenza e odore richiede una “evacuazione” repentina in recipienti preposti al “bisogno”. L’urgenza di tale evento è così pressante che si avvicina a quella dell’ispirazione poetica (ebbene sì! Scrivo poesie!) che ha il potere di farmi dimenticare tutto, e indurmi a cercare un luogo fuori dalla portata degli indiscreti che potrebbero interrompere “l’ispirazione”.
    Mio padre, dal quale sicuramente ho ereditato la stipsi, aveva un approccio diverso dal mio. Mentre io mi isolavo nella toilette in un atteggiamento passivo di attesa, lui non si lasciava condizionare, ignorava il problema e, fiero di questa sua strategia di attesa,andava in giro portandosi dentro il “fardello” del suo superfluo.
    Per convincermi a cambiare atteggiamento mi ripeteva:
    “Devi farti rispettare, fai come me. Io non mi faccio comandare da nessuno … tanto meno dal mio “culo”!”
    Scusate il termine, ma sono le parole di mio padre di cui oggi, che non c’è più, conservo il ricordo come fosse il vangelo che ha cercato di trasmettermi attraverso queste e tante ancora perle di saggezza!
    Ma quale pietanza emanava, per me, un odore nauseabondo tanto quanto quello dell’infuso per il clistere? La pietanza aborrita era a base di una leguminosa, mangiata cruda il primo maggio, con il pecorino, e che ben cotta con qualche erba aromatica, tipo la menta, viene elevata da molti a “prelibatezza”.
    Non so se ci sia una somiglianza effettiva tra i due odori, fatto sta che io la percepivo in modo così intenso che spesso, quando per pranzo c’erano fave cotte, evitavo di rientrare adducendo la bugia, confermata da un’amica complice, che m’invitava a casa sua per studiare insieme. Il disagio, che accompagnava l’odore, ha segnato la mia adolescenza e la mia gioventù. Sono cresciuta con l’ansia di essere investita da quel castigo di Dio e sopportando le prediche di mamma che continuava a tesserne le lodi.
    Passata la gioventù, mi ritrovai sposata...
    Quel giorno tornando dal lavoro, da cui mi avrebbe esonerato dopo qualche tempo, la legge per l’astensione obbligatoria per la maternità, decisi di andare a pranzo dai miei. Quando mi aprirono la porta fui inondata dall’odore noto! Che accadde? Non lo so, posso solo raccontarvi la corsa che feci verso la cucina dove, sulla tavola apparecchiata, troneggiava quel piatto fumante stracolmo di fave cotte e...
    No, non aprii il secchio dell’immondizia per gettarvi le fave con tutto il piatto! No! Incredibile ma vero: avevo voglia di assaporarle. Cosa mi attirava tanto? Proteine, ferro o altri sali minerali...  di cui ha bisogno l’organismo di una gestante? Sostanze che richiede con forza, istintivamente, senza il filtro dell’esperienza; l’istinto che prevale sull’intelletto nel corpo gravido e si mette alla guida di desideri e voglie... Le famose “voglie”?
    Non so se ci sia da ridere e nemmeno oso sperare che nell'alleggervi del “superfluo” possiate ricordare le mie “fave”... 
    Certo non è il massimo dei sogni ma in questa vita bisogna accontentarsi e soprattutto... saper fare a meno del superfluo.

     
  • 10 dicembre 2012 alle ore 22:44
    "Se te pijo..."

    Come comincia: “Se te pijo…te sputo in un occhio, te acchiappo pe’ n’ braccio e te rivorto e con ber carcio ar punto giusto te spedisco tra gli infami marci con cui stanno bene quelli come te!”
    Avevo parlato ad alta voce mentre mi guardavo il viso in quello specchio appeso troppo alto da sempre e che non era stato mai cambiato in tutti quegli anni. Ne erano passati venti dal giorno in cui ero andata a vivere insieme a mio marito in quell’appartamento di due camere e salone (one? …ino!) in un condominio enorme della periferia romana.
    Mi resi conto di aver messo tanta rabbia in quelle parole che forse anche lo specchio era curioso di sapere chi fosse il destinatario di quella frase.
    “E bravo, sei  coraggioso come tanti che conosco io. Stai lontano, colpisci alla cieca, a chi tocca tocca. Giusto? Non è così? Senza nemmeno prendere la mira… il primo che capita!”
    Mi fermai a riprendere fiato e sentii allentare un po’ la tensione che aveva colonizzato l’aria tanto densamente che aveva appannato pure lo specchio.
    “Grandissimo bastardo!” ricominciai però subito “Non potevi almeno aspettare che avessi … non dico ottanta ma almeno settanta anni, per mettermi sulla testa questa croce…” e non riuscii a nominare quella malattia invalidante che mi avevano diagnosticato da pochi giorni e che non accettavo.
    “Brutto figlio di …” mi fermai. Era inutile prendersela con qualcuno, cercare un colpevole.
    La vita distribuisce doni e dolori a caso, senza cattiveria.
    Decisi, dopo quell'ultima riflessione, di non pensarci … avvelenarmi il sangue con il fiele della mia rabbia non mi avrebbe giovato in nessun modo meglio gratificarmi con i mignon che avevo nel frigo.
    "Alla faccia tua ora mi gusto questo ben di Dio..." e mi buttai a capofitto su quei dolci conservati per le amiche che mi venivano a trovare spesso.
    Mio figlio diciassettenne che, suo malgrado aveva sentito tutto, dal letto dove se ne stava a pancia all’aria guardando il soffitto, scandendo parola per parola mi regalò un pizzico della sua saggezza:
    “Poi se ti viene pure il diabete, non te la prendere sempre col destino…”

     
  • 30 novembre 2012 alle ore 11:26
    Come Pinocchio

    Come comincia: Nonostante il mio comportamento indisciplinato superai brillantemente gli esami di terza media, dopo di che mio padre Gimì mi iscrisse all’istituto magistrale “Alfredo Oriani” della mia città, Roma.
    Senza troppa lode ma riuscendo ad essere promossa tutti gli anni senza riparazioni di qualche materia a settembre, arrivai al terzo anno di corso.
    Emilia era una delle poche compagne di classe dell’istituto magistrale che frequentava la mia casa.
    Veniva spesso con il fine dichiarato di fare i compiti insieme ma sinceramente non ricordo di aver mai studiato qualcosa insieme a lei.
    Ricordo chiaramente cosa succedeva quando mi veniva a trovare. Mi rivedo disegnare per lei che non aveva “predisposizione per il disegno”. Per questo motivo con tutta l’affabilità di cui era sempre portatrice, mi chiedeva se le davo un aiutino. L’aiutino consisteva nel farle tutto il compito di disegno. A me piace e piaceva anche allora disegnare, perciò mi rendevo disponibile senza fatica...
    A volte anch’io andavo a casa sua; conoscevo la madre, la nonna ed il fratello più grande... un bel ragazzo.  Una casa più bella e più grande della mia, che testimoniava l’appartenenza ad un ceto diverso dal mio. Non mi sono mai sentita a disagio in nessun ambiente, ma un giorno una battuta che forse ho interpretato male, mi ha fatto sentire fuori luogo. Avevo sottolineato la bellezza del fratello e, non ricordo bene chi, mi rispose che “quel” ragazzo poteva scegliere tra tante e tante corteggiatrici... Certo non mi sarebbe dispiaciuto se mi avesse rivolto un qualche interesse, ma sapevo che non ero adatta a lui e al suo ambiente. Quella battuta mi sembrò un avvertimento alle mie supposte mire, che non erano assolutamente pericolose e per questo motivo mi sembrò un attacco forte e inutile a chi, come me, non aveva armi da mettere in campo.
    Ci rimasi male e cominciai a frequentare la loro casa molto sporadicamente, solo quando fossi invitata esplicitamente.
    L’amicizia però non ne riportò alcuna conseguenza e Emilia continuò a venire a casa mia e io a farle i disegni.
    Un giorno davanti alla scuola ci ritrovammo insieme aspettando la campanella d’entrata.
    Nel tragitto dalla fermata del pullman al portone della scuola avevo incontrato e salutato con tutta la mia esuberanza di allora la professoressa di educazione fisica.
    C’era una gran confusione: era la festa della matricola.
    I ragazzi diplomati degli anni precedenti e iscritti all’università erano lì per invitarci ad andare con loro in giro a festeggiare, più che altro a fare “casino” e la famosa “questua” delle matricole.
    Emilia subito decise di andare con loro.
    “Ci vado tanto ho la giustificazione per ieri, che ero assente... cambio solo la data. Che fai? Vieni pure tu? Dai vieni... ci divertiamo.”
    Sonia e Paola, le amiche con le quali dividevo tutto, mi guardarono con un’espressione che voleva esprimere tutto il loro disaccordo. Prima mi ricordarono che la professoressa di educazione fisica mi aveva visto, poi conclusero dicendo “Noi entriamo.” sperando che le imitassi o forse ne erano talmente sicure che non spesero una parola di più.
    Girarono i tacchi e si avviarono verso la scuola.
    Emilia, accodata alle matricole festanti con i loro cappelli colorati e i fischietti e i tamburi che ogni tanto riprendevano lo sconquasso assordante, continuava a chiamarmi dal bel mezzo di un gruppo di ragazzi che lei conosceva.
    Ero tra due fuochi: dal portone della scuola il portiere, che era un’istituzione per personalità e autorevolezza, continuava ad avvertirmi:
    “Guarda che se non entri ... passi i guai. Ha detto il vicepreside che domani, chi non entra oggi, dovrà essere accompagnato da un genitore. Entra!”
    Dall’altra Emilia.
    “Vieni con me.. ci divertiamo!”
    Pensai a quanta adrenalina quella trasgressione poteva scaricare nel mio pavido sangue...
    Andai con Emilia. Non si fece niente di speciale. Si camminava chiacchierando e chiedendo la questua. Arrivammo al Pincio e lì ci fermammo. Qualche canto e qualche danza dei più arditi... e tutto finì lì.
    Mi sentivo Pinocchio allettato dall’amico a marinare la scuola ma non collegavo bene il finale: ritrovarsi, insieme a lui, ciuchino in un circo.
    Erano le quattordici quando arrivai, con notevole ritardo, a casa.
    Mio padre era nero.
    “A quest’ora si arriva? Ci siamo preoccupati! Che cosa hai fatto? Ho telefonato a Paola, lei è arrivata puntuale, mi ha detto che non ti ha visto all’uscita.
    Il pranzo è freddo, è in tavola da un’ora.”
    La mia amica Paola aveva mentito per me ed io avevo deciso di inventare una scusa...
    Aprii la bocca per rispondere ma la bugia si rifiutò di uscire...  dopo tre secondi vuotai il sacco. Era la prima volta che marinavo la scuola e, d’altra parte, se mio padre mi doveva accompagnare il giorno dopo per la giustificazione...
    Piangendo mi liberai di quella colpa.
    Il giorno dopo mio padre vestito con la divisa d’ordinanza, prima di recarsi nella caserma di piazza del Popolo dove svolgeva il suo incarico di Appuntato dell’Arma dei Carabinieri, mi “scortò”, come il primo giorno delle magistrali, fino alla presidenza della scuola dove fu ricevuto dal vicepreside.
    Dovette subire la predica con tutti i “Se” del caso: “Se succede un’altra volta” “Se non si comporta bene...”
    Dovette chinare la testa e chiedere scusa per me che ero rimasta fuori dalla porta ad aspettare.
    Quando uscì mi disse solo che mi giustificavano ma che se avessi marinato di nuovo la scuola lui non si sarebbe più umiliato per me.
    Il dispiacere che provai fu enorme, avrei preferito una punizione per me e non per lui, come fu in effetti.
    L’anno dopo, nel giorno della festa della matricola, scanso equivoci, mi “scortò” sempre in divisa fino al portone della scuola.
    Solo che le matricole si erano organizzate meglio. Avevano fatto una catena umana e impedivano l’accesso degli studenti dentro l’istituto.
    Comunque con il suo vocione e con l’autorità della divisa riuscì a passare ed io entrai a scuola.
    Non ci furono lezioni perché c’ero solo io...
    Bighellonai in portineria fino alle dieci quando il portiere mi disse:
    “Te ne puoi andare... il preside ti dà il permesso:”
    E dove andavo? I miei compagni erano tutti in giro con le matricole, ormai lontani dalla scuola.
    Non mi restò che tornare a casa.
    Faticai a spiegare perché ero tornata e a far credere che la scuola fosse realmente chiusa.

     
  • 26 settembre 2012 alle ore 9:57
    Il gabbiano di Piero

    Come comincia: Abitavo, con una gabbianella affettuosa, in riva al fiume che si snoda come un serpente tra i palazzi di questa grande città.
    Avevo un nido intessuto con foglie e rami ma anche con dei pezzi di carta che trovavo a terra davanti ai negozi... gli “scontrini”.
    Questi “pezzi di carta” ricoprono le strade tanto che non capisco perché gli umani li prendano per poi disfarsene appena sono fuori dalla vista di chi gliel’ha dati.
    Ho detto “abitavo”, perché da quando sono rimasto solo, ho abbandonato quel nido e ne ho occupato uno già bell’e fatto in un vicolo, una stradina stretta e maleodorante, su uno di quei palazzi austeri del centro storico, con tanta pietra bianca per vestito.
    Da quando sono rimasto solo sono sempre un po’ triste. Così ogni giorno, ali distese e vento tra le piume, parto da lì e planando arrivo sopra questa piazza brulicante... da quassù mi godo sempre la stessa scena, uguale da anni…
    Fiumi di persone scorrono veloci per le strade, lasciando rifiuti di ogni genere. Sembra marchino il territorio come facciamo noi animali ed è forse per questo che alcuni, pochi per fortuna, schizzano qua e là un po’ di urina e ... depongono escrementi!
    Due giri, come gli aerei sopra le piste d’atterraggio prima della discesa, e poi scendo in picchiata:
    “Uhhh! Largo. Fate largo, arrivooooo!” M’inebrio… mi piace quell’esaltante sensazione di libertà e di possesso degli spazi aperti. Punto un posto adatto dove posarmi a riprendere un po’ di fiato,  uhm… un po’ d’aria inquinata, volevo dire!
    Non vado diritto alla meta, con gli umani è meglio essere prudenti… non si sa mai.
    La prima tappa mi piace sceglierla molto alta, scelgo sempre la larga campana sostenuta dai pali altissimi che si innalzano dal suolo, i lampioni. Questi lampioni si illuminano di sera e tanti anni fa per il mio amico Piero erano un posto sacro per gli incontri.
    Sto a guardare, voglio individuare un boccone gustoso, qualcosa di esotico.
    Vengo qui proprio per questo, passano di qua tanti cristi provenienti da ogni parte di questo mondo enorme, visi diversi dove puoi leggere disagio, dolore e umiliazione … e negli occhi fissi, affetti lontani. Ho visto anche giovani allegri che vengono a conoscere a scoprire; li sento ridere e pronunciare ogni tanto la parola “gita”.
    Da giovane anch’io ho fatto tanti di quei viaggi: dietro battelli piccoli, sulla scia di transatlantici, ho risalito fiumi e poi li ho discesi fino dove mischiano le loro acque con quelle del mare; ho attraversato valli e mi sono fermato nei porti.
    Che vita! Ora però sono fermo, fermo per modo di dire, qui in questo posto caotico, in questa città bella, Roma come la chiama Piero.
    Piero. Eccolo laggiù, seduto a terra, accovacciato su dei cartoni, fermo davanti ad un barattolo raccolto dai secchioni, appoggiato a terra e davanti ai suoi piedi un bel cartello … insomma proprio bello non è, ma ha il pregio di essere scritto senza errori.
    Piero è come me, non ha un mestiere o meglio non ce l’ha più da quando se n’è andato di casa perché non sopportava la voce autoritaria, dice lui, della  moglie. Mangia o meglio ingoia qualcosa,  si compra un panino con le monete lasciate da qualche passante. Nemmeno li guarda e non ringrazia, mi viene un dubbio che sia stato lui ad essere autoritario e siccome nessuno se lo filava…è scappato!
    Nel suo cartello ha scritto che ha fame e non ha lavoro, ma tante volte spende tutte le elemosine per comprare qualche buon boccone per quel bastardino di cane che è sempre con lui ed è tutta la sua famiglia (bèh!  Senza contare me). Quindi tanta fame …
    Anche a me tira qualche pezzo di pane di quando in quando.
    Ultimamente sono un po’ preoccupato per la sua salute, lo vedo dimagrire sempre più. Quando è arrivato era un uomo dalle spalle diritte, guardava avanti e litigava per difendere il posto migliore dove il fiume di persone è sempre fitto.  Ho cercato di dirglielo in tutti i modi: guardo il pezzo di pane e poi lui, quando penso che abbia capito con il becco glielo rilancio.
    E che fa Piero? Sorride, scuote la testa e mi rimprovera:
    “ Gabbiano …Gabbiano,  mangia tu che io ho mangiato.”
    A volte mi chiedo “Ma chi me lo ha prescritto un amico che è così testardo?”
    Da qualche giorno ho visto che gli si avvicina un uomo alto, sembra scuro di carnagione, ma potrebbe essere solo sporco, che gesticolando alza la voce, ma non ho capito ciò che urla perché quando scendo si allontana sempre.
    Forse, semplicemente, finisce il suo show e se ne va.
    Sapeste quanti cristiani strani, si aggirano, si fermano e svernano (veramente alcuni ci passano tutto l’anno!) o semplicemente sono di passaggio in questa grande piazza. 
    La gente esce numerosa da questa immensa costruzione piatta, bianca da cui sporge una pensilina enorme che viene in avanti sollevandosi, poi si riabbassa e nell’ultimo tratto ha un’impennata: sembra un’onda enorme più grande di quelle che ho visto viaggiando dietro le navi nel mare aperto. 
    Sono sempre stanchi, gli occhi gonfi e si trascinano dietro scatole e scatole con le ruote, “valigie” o “bagagli” li chiamano.
    Ora è tempo di andare un po’ più giù, mi potrei fermare su qualche albero perché finalmente non ci sono più. Chi? Gli storni! Pensate che erano quasi quanto tutti gli abitanti di questa città, compresi quelli delle periferie sud, nord … insomma più di quattro milioni! Quando arrivavano, alla fine della loro giornata in giro per la campagna romana, si finiva di vivere in questa grande piazza. Prima di tutto si oscurava il cielo, il chiasso … il chiasso assordante dei milioni di trilli acuti e poi la m…. non termino per decenza, ma era proprio cacca di storno, moltiplicatela per il loro numero e avrete l’immagine di come diventavano le strade, i marciapiedi e le auto parcheggiate, i passanti, tutto. Insomma una nevicata colossale che invece di essere bianca e soffice era sul marrone tonalità “cacarella” e mai termine fu più appropriato.
    Avrei voluto avere una di quelle… come le chiamano, ci vorrebbe Piero lui sa tutto, quelle macchine per rivedersi, una volta hanno ripreso pure me.
    Mi sono visto sui giornali appesi alle edicole.
    Con una di quelle c’era da divertirsi: immortalare chi correva per evitare di essere colpito da questi proiettili espulsi dagli storni, chi scivolava e cadeva sul quel mare profumato e chi si puliva o cercava di farlo perché non c’è altra cosa che sporca appiccicandosi come i nostri escrementi (naturalmente parlo dei nostri, quelli di noi uccelli). Qualche esemplare che si è salvato ed era tra quelli che hanno soggiornato qui, mi ha raccontato che per liberarsene  in certi paesi hanno usato la dinamite!
    Qui, a Roma, sono stati più umani (e come potrebbero essere gli uomini?) con enormi megafoni hanno provato a scacciarli con diversi suoni diffusi all'interno dei loro dormitori, l’ultimo era il loro verso di allarme, quel verso emesso in natura da individui del gruppo che si trovano in situazioni di pericolo. Tutto il gruppo immediatamente abbandona il posatoio e si allontana dal luogo che è pericoloso. Ora non ci sono più e non mi dispiace affatto!
    Allora sosto un po’ o no? No, oggi voglio scendere subito.
    Giù, sono a terra, mi ricompongo, mi pettino qualche piuma fuori posto, mi stropiccio gli occhi, stiro i muscoli…
    Eh! La vecchiaia! Una volta non dovevo perdere tutto questo tempo, scendevo, afferravo il boccone adocchiato e via di nuovo in volo.
    All’inizio è meglio che rimanga un po’nascosto dietro un cestino o un auto o un albero per guardare intorno: osservo la postazione di Piero, controllo...
    Sembra tutto tranquillo, Piero ancora dorme,  è sotto il tetto di cartoni e il bastardino gli è seduto vicino e lo guarda… che amico! Mi preoccupa questa sua apatia, se non mette il barattolo … anche oggi non avrà monete per comprare il pranzo!
    “Ehi! Sveglia, sveglia! Non sente o non  vuole sentire? Bastardino chiamalo anche tu, dobbiamo svegliarlo.”
    Non otteniamo nulla, ora lo becco, vediamo che succede.
    Finalmente si è mosso, torno a respirare, cominciavo a…
    “Ahi, che colpo, che dolore alla zampa, mi sanguina… che è stato? Ho sentito una botta tremenda al fianco e sono stato scaraventato lontano. Chi è stato? Chi mi ha dato un calcio?”
    Ho una ferita, sto male, aiutatemi!
    Ora capisco, è stato quell’uomo alto, quello scuro a darmi il calcio ed ora urla…  “Te ne vai o no?”
    “No! Lascia stare Piero, finiscila!!” urlo cercando di recuperare le forze…
    Ce l’ha con Piero! Lo sta riempiendo di calci e nessuno lo ferma.
    “Uomini, ma che fate, perché passate dritti, non avete cuore! Aiutatelo…” urlo mentre cerco di camminare...
    Se solo riuscissi a volare.
    Se continua lo uccide. Il bastardino è a terra anche lui sanguina, non fa nulla, sicuramente è svenuto.
    “Forza gabbiano, anche fosse l’ultima cosa che fai…”mi ripeto e ce la sto mettendo tutta veramente…
    Come ai bei tempi, apro le ali e spicco il volo. Bello, mi piace, acquisto velocità, sono una scheggia…
    Il mio becco aperto affonda nell’occhio di quell’umano che smette di dare calci al mio amico Piero.
    Mi sento afferrato e di nuovo scaraventato lontano.
    Il dolore questa volta è terribile ed è all’altezza del cuore...
    Le forze mi abbandonano, chiudo gli occhi… no!
    Voglio ancora vedere e, davanti ai miei occhi socchiusi,  passano gli ultimi fotogrammi di questa storia: l’uomo che urlava  è a terra e con le mani si copre il viso insanguinato, sento il suono di una sirena, vedo correre gente in divisa e … il mio cuore batte per l’ultima gioia.
    Piero si è tirato su, mi guarda, ha gli occhi lucidi:
    “Gabbiano, gabbiano…”

     
  • 14 gennaio 2012 alle ore 23:30
    Mi piace la matematica

    Come comincia: Durante la mia carriera scolastica non ho mai avuto risultati brillanti tanto da far luccicare gli occhi dei miei che ci tenevano molto ad avere l'onore di vedere la propria figlia osannata come "prima della classe".
    Me la sono sempre cavata con risultati solo di poco superiori alla media e le mie pagelle erano costellate da una maggioranza di "sei", la sufficienza, un buon numero di "sette" e solo qualche "otto"; raramente un "nove", il "dieci" poi non me lo davano nemmeno per la condotta.
    I risultati più brillanti, più apprezzabili, li ottenevo in matematica.
    Questa era la materia di studio da me prediletta da quando la maestra della scuola elementare aveva seminato, con metodo e affetto, l'interesse per numeri e forme geometriche.
    Ricordo il piacere, infatti, di costruire tanti piccoli cubetti dallo spigolo lungo un centimetro e poi con questi riempire un cubo dallo spigolo lungo un decimetro sotto la guida della mia "maestra" .
    Oggi so calcolare quanti centimetri cubi ci sono in un decimetro cubo perché l'ho appreso "facendo" e non potrò mai dimenticarlo!
    Perciò posso affermare senza alcun dubbio che proprio questo è il segreto per il successo e la validita' dei metodi d'insegnamento anche in famiglia, nei luoghi di lavoro e, quindi, non solo nella scuola. Questo segreto stabilisce che il "concetto" deve avere come padre il fare e come madre la finalita', una motivazione al fare... lavorare sì ma con un fine. A volte tutto è in regola, c'è il padre e la madre... ma non nasce niente. Allora cosa manca?
    Manca l'affettivita', quel sentimento di fiducia che fa sì che chi sta imparando riconosca nell'adulto il "maestro"... colui che sa!
    Solo con queste premesse s'impara qualcosa e ogni insegnante dovrebbe ricordare che prima di chiedere bisogna dare, l'allievo deve sentirsi amato e poi fara' qualcosa per ricambiare questo sentimento.

     
  • 03 gennaio 2012 alle ore 21:27
    Una vacanza diversa

    Come comincia: Quell’anno non stavo bene e anche l’estate sembrò risentire del mio stato di salute. Fu diversa da tutte quelle che l’avevano preceduta; un'estate opaca forse perché rinunciai alla mia consueta villeggiatura.
    Non me la sentivo di tornare là dove conoscevo tutti e mi conoscevano tutti. Scelsi di trascorrere pochi giorni in una località balneare, non molto lontana dalla mia città, Roma, con l’unico vantaggio di risparmiarmi il faticoso viaggio per raggiungere la costa di mare della Sicilia meridionale, nel territorio del paese natale di mio marito, dove puntualmente dopo il matrimonio, trascorrevo le ferie estive.
    Quando vidi quel paese per la prima volta, quasi quarant’anni fa, rimasi “perplessa”. Le case tirate su un po’ di fretta, per lo più abusive soprattutto nei piani superiori, con  i  muri di  mattoni “a giorno” senza intonaci esterni, tanto da rimanere tutte su quel colore tra l'ocra e il marrone proprio del tufo arenario con il quale, correttamente tagliato, erano fatti i mattoni. Case mimetizzate nel territorio, dall’aspetto esterno tanto ordinario quanto stupefacente in bellezza e varietà era ed è la costa di mare di quella provincia: Agrigento.
    Riflessa nel mare cristallino si fregia di un’opera incredibile della natura, unica nella sua particolarità, la “montagna bianca” a scalini digradanti verso il mare, chiamata la «Scala dei Turchi» il cui nome ne riferisce la funzione nell’approdo di quel popolo invasore.
    Altrettanto suggestiva, risultato delle sedimentazioni sui fondali marini, con innumerevoli inclusioni di fossili, è la costa di tufo arenario, il materiale dei muri delle case ma anche delle colonne e di altri elementi architettonici nei templi che s’innalzano nella famosissima  «Valle».
    Il mare,  poi, è disseminato di scogli scuri sicuramente di origine vulcanica, più o meno vicini alla riva e più o meno alti: paradiso dei ragazzi da cui si producono in esibizioni, tuffi dagli stili più improbabili e spericolati, e con i quali mettono a repentaglio la loro incolumità.
    Su tanto splendore la notte campeggia alto il faro, o meglio campeggiava, con il suo lungo fascio di luce che incantava chi, come me, andava ad ammirarlo o dalla spiaggia o dal parco della villa comunale.
    Dalla villa che è sulla collina dove sorge il paese, lo sguardo spazia da est ad ovest su una costa da salvaguardare, secondo me, come patrimonio dell’umanità. Oggi vicino a questo faro, sul promontorio di Capo Rossello, ne hanno costruito uno moderno che non ha affatto il fascino dell’altro che accendeva l’interruttore magico della fantasia…! 
    Quando si è giovani a volte si può sbagliare nel giudizio o semplicemente si sbaglia perché non si conosce, tant’è che i primi anni questi luoghi mi lasciavano indifferente, anzi  ci andavo controvoglia. Trovavo tutto fastidioso: la troppa luce mi abbagliava, il caldo torrido, quasi africano, era insopportabile, le persone talmente piene di sé da diventare antipatiche...
    In seguito ogni cosa, lentamente, si vestì di significati più vicini al mio sentire o  forse tutto è rimasto uguale e sono cambiata io. Fatto sta che quando la diffidenza iniziale si è sciolta ed ho cominciato ad avvicinarmi senza timori a cose e persone, la luce mi dava piacere, sopportavo il caldo e simpatizzavo con tutti.
    E quell’estate me ne dette la conferma. La vacanza vicino casa, sulla costa laziale, fu segnata da una struggente nostalgia che non mi aiutò certo a superare le difficoltà di allora. Mi mancò la terra arsa di quelle contrade polverose, il mare cristallino e il profumo intenso dei gigli bianchi che facevo fatica a non raccogliere dalle dune di sabbia finissima di quelle spiagge ancora selvagge.
    Sentivo un vuoto... mi mancava la vivacità, la schiettezza e soprattutto il calore di quella gente che avevo imparato ad apprezzare.
    La settimana nella cittadina del litorale laziale passò, ma non ha lasciato impronte nel mio animo, se non qualche ricordo sbiadito. Ricordo Andrea, il portiere di notte dell'hotel, un massaggiatore alla cui abilità mi affidai per trarne beneficio; i massaggi e l'attività fisica sono un valido ed insostituibile aiuto alle altre terapie farmacologiche o chirurgiche della medicina tradizionale. Il piacere del massaggio è di conforto al corpo e ti accarezza intimamente, ti fa sentire la vicinanza, il calore dell' ”altro”.
    Nonostante ciò il ricordo del “mio” mare,  il suo contatto, gratuito, generoso, potente e imprevedibile, non mi abbandonò mai!
    Sognavo il “suo” massaggio, le carezze dell’onda che arriva correndo verso la spiaggia mentre l’aspettavo seduta sulla battigia o su uno scoglio… o camminando nell’acqua vicino alla riva; avrei voluto inebriarmi con l’aria salmastra che spira dal mare nei giorni di tempesta o abbandonarmi all’abbraccio caldo dei raggi del sole distesa su un asciugamano o su un materassino che danza ad ogni passaggio di onda…
    Infine, anche se sono consapevole della sua pericolosità, bramavo un’emozione sopra ogni altra: l’adrenalina che sale nel sangue, la sferzata di energia, lo schiaffo alla vita spenta, l’energia vitale che riprende quota… E’ l’emozione che mi trasmette il “mio” mare in burrasca, i marosi che s’infrangono violentemente sugli scogli o sui frangiflutti all’entrata di un porto o su quelli solo di protezione alla costa. Ogni  fragoroso schianto del mare sembra vada a stimolare i punti che la saggezza orientale chiama “chakra” in una sorta di agopuntura per procura; è come un fulmine che disintegra la negatività di cui sentiamo i dolorosi legami che, una volta spezzati, ci rilasciano piacevoli sensazioni di leggerezza. Una droga benefica della natura, a portata di mano, da proporre in sostituzione di quelle nefaste che si nutrono di sacrifici umani.
    Il Mare, grande forza della natura, attrice di uno spettacolo insuperabile, può diventare elemento terapeutico come lo è per me il “mio” mare che amo incondizionatamente … amo sapendo di essere ricambiata.

     
  • 15 dicembre 2011 alle ore 10:48
    Prestigiosa sobrietà ...

    Come comincia: La mattina del 12 dicembre, di quest’anno 2011,  mi sono svegliata alla solita ora anche se avrei voluto essere in piedi un po’ prima  per presentarmi al meglio all’evento che avevo atteso con ansia e per il quale nutrivo molte aspettative.
    Però non è proprio esatto dire che non mi sono svegliata perché non dormivo dalle cinque, quando, ancora buio pesto, è venuta giù una bufera con tuoni e fulmini a ripetizione: sembrava fosse iniziata la terza guerra mondiale, una bufera che si è abbattuta su Roma con una violenza inaudita.
    Quindi dal primo tuono sono rimasta in un dormiveglia che mi ha spossato tanto che mi sono alzata più stanca del solito.
    Mio marito, tornato dopo aver onorato uno dei suoi impegni mattutini, andare a comprare il pane fresco, mi ha scodellato subito la prima battuta spiritosa della giornata …
    “Hai sentito? In tuo onore, il cielo si è prodigato in fuochi d’artificio!”
    Si riferiva al fatto che quella mattina dovevo presentarmi in un sito prestigioso, il tempio di Adriano, dove dovevo ritirare una menzione speciale per la poesia che avevo iscritto ad un premio, anch’esso prestigioso, il Premio Laurentum  Online.

    Per l’importanza dell’evento avrei voluto restaurarmi per quel po’ che potevo: ombretto, eye-liner , un’ombra di rossetto e un po’ di cipria. Certo non potevo rimettermi i due denti spezzati che ho davanti …  questo andava fatto per tempo ma io tendo a rimandare  ogni appuntamento medico o similare.
    Sono uscita di casa con la faccia acqua e sapone, senza nemmeno un filo di rossetto perché non l’ho ritrovato. Ho raggiunto la mia amica Stefania che era già al cancello che mi aspettava per condividere con me quella mattinata diversa.
    Abbiamo raggiunto la prestigiosa meta senza particolari problemi, scegliendo il trasporto pubblico per evitare qualsiasi impedimento sia nel traffico che nel parcheggio.
    La sala era affollata ma non piena, io ero invitata e non ho avuto difficoltà ad entrare, tutto è filato liscio come l’olio; non mi hanno chiesto nemmeno un documento come al palazzo della regione Lazio alla premiazione di “Cara Italia”, concorso epistolare dell’associazione Pragmata, al quale ho rischiato di non poter entrare proprio perché  non avevo il documento. Questa volta ce l’avevo!
    Una giuria di nomi conosciuti e competenti, la stessa che ha premiato Baudo, ha attribuito a “Er motivo”, mia poesia in romanesco, una  menzione speciale.
    Mi ha fatto piacere ricevere un simile riconoscimento ma quando mi hanno consegnato il  diploma, sinceramente … ci son rimasta male.
    I vincitori, sia quelli che hanno ricevuto più voti “on line”, da cui prende il nome la sezione del concorso a cui partecipavo , che quelli scelti dalla giuria, hanno ricevuto un’opera d’arte e un altro premio  incartato e infiocchettato di molto d’effetto!
    Premi eccellenti, concetto più volte sottolineato durante la premiazione,  che danno ancora più lustro all’evento supportato da una lunga lista di sponsor.
    A me e a tutti gli altri menzionati, non molti, è stato consegnato  un diploma in cartoncino della grandezza di un foglio A4, molto semplice.
    Per carità, a me piace  la sobrietà e sapevo che avrei ricevuto solo quel riconoscimento  ma me l’aspettavo un po’ più  importante … “più prestigioso”, su una pergamena, caratteri d’oro … mi piace la sobrietà!
    Insomma, voglio dire, che forse  dopo  aver visto i premi precedenti … c’è stata una brusca sterzata,
    So che per i menzionati non è previsto un vero premio, la menzione potrebbe essere letta senza rilascio di “alcunché” …
    Mi è mancata, però, un po’ di cura, piccoli accorgimenti come un nastrino per avvolgere il diploma e portarlo più agevolmente  con meno pericolo di danneggiarlo  tornando  a casa con la metro … la cura che è segno di considerazione anche per le cose più umili.
    Sarebbe andata  bene anche una cartellina semplice di carta.
    Anche se menzionata non mi sono sentita apprezzata da un premio particolarmente “prestigioso”  in un ambiente prestigioso dove tutto era altisonante.
    Quel diploma mi è sembrato “di poco conto” come sicuramente sono  io … e questo  mio scritto forse pecca di immodestia:le poesie menzionate erano veramente “ di poco conto”…!
    In questo caso si poteva fare a meno di menzionale.
    Propongo l'abolizione delle menzioni.

     
  • 09 novembre 2011 alle ore 10:01
    "Cara Italia..."

    Come comincia:



    Cara Italia,
    ti scrivo come una figlia scrive alla propria madre, per avere la sua comprensione e lasciarsi cullare dalle sue braccia. 
    Mi chiamo Berta ed insieme a Salvatore, in un piccolo paese della Sabina, in una casa che non era nostra e al lavoro nella terra dei Marchesi, legittimi proprietari per nascita, abbiamo gettato le basi per realizzare il sogno di vivere le gioie della famiglia. Nascere in una famiglia povera è già un'ingiustizia e lavorare la terra di un altro uomo... è una delle altre che dobbiamo subire perché l'uguaglianza è, e rimarrà, solo un'utopia. Noi eravamo ricchi solo di lavoro; dei raccolti rimaneva ben poco, dopo averne consegnato i due terzi al padrone, e, dal ricavato della vendita del bestiame, eravamo quasi sempre esclusi. 
    I figli non si sono fatti attendere ma vederli penare per fame o  per freddo...non chiedevano l'agio o il superfluo, ma lo stretto necessario e qualche opportunità per il futuro. Dimmi, Tu, Italia, od altri avreste spianato loro la strada affinché potessero mettere a frutto i talenti che, alla nascita, vengono assegnati ad ognuno di noi, a chi più a chi meno? Nessun'opportunità, ne ero certa.
    Abbandonammo, così, i nostri averi più grandi, gli "affetti", genitori, zii, cugini e tutti gli amici tranne due che portammo con noi: Evelino e Colomba... i nostri figli. Partimmo nel 1909 imbarcati sulla Luisiana, da Napoli, verso l'America. Abbiamo percorso la dura strada dell'emigrante che deve convivere con la nostalgia per te, Italia, e per i familiari lontani... negli occhi le colline coperte di vitigni generosi, la bellezza dei monti, i piani coperti d'oro nel mese di giugno e i canti della tua gente che, con la falce in mano, ne mieteva le messi... Sono stata tante volte sul punto di gettare la spugna, ma c'erano i figli, quelli che erano nati in Italia e quelli che si erano aggiunti: Chiara nel 1909 e Italia nel 1912. Sì, la nostra quarta figlia ha il tuo nome a sottolineare ciò che rappresentavi per noi, sentimento che non si era affievolito con la lontananza, anzi...
    Nel 1915 nacque Vincenzo o Gimì come fu poi chiamato da tutti. Superammo il periodo in cui mio marito Salvatore si ammalò di broncopolmonite, perse il lavoro e non bastarono gli aiuti di anime pie e di quelle dell'assistenza sociale a sostenere la nostra numerosa famiglia... Avremmo perso anche la casa se il proprietario non ci avesse offerto una villetta che non riusciva ad affittare perché si diceva in giro che la sera fosse infestata da fantasmi. La cedeva a titolo gratuito per due anni, a noi,  con il compito di ripulirla dalle presenze, che i rumori e le grida provenienti da quell'edificio, sembrava confermassero in pieno.
    Naturalmente non era vero. Non c'erano fantasmi  ma solo bande di delinquenti e prostitute che l'avevano scelto come covo.  Salvatore, barricato all'ultimo piano insieme a noi, ai primi rumori, o urla o semplicemente al primo muoversi di foglia, sparava nella tromba delle scale o dal terrazzo tutt'intorno alla casa, vari colpi con il fucile che aveva chiesto ed ottenuto, insieme a cinquanta cartucce, dal padrone di casa. La fortuna per la quale  avevamo affrontato il lungo viaggio era finalmente  a portata di mano. 
    Mio marito chiamò i suoi fratelli Luca e Nazareno ed anche tre dei miei, Eliseo, Baldassarre e Sestilio  e poi numerosi paesani Pio, Armando ed altri. In questo modo riempì la villetta di uomini italiani onesti e forti che in poco tempo la resero una delle residenze più tranquille di Mount Vernon di New York. Evelino era diventato un ragazzo,  frequentava la scuola con buon profitto ottenendo lodi anche nei corsi di nuoto; nel tempo libero andava sul ponte di Brooklyn da dove si tuffava per andare a ripescare le monete che i passanti gettavano in acqua per lui. Anche i fratelli, quando furono in grado di seguirlo, andarono ad ammirarlo in quei tuffi.... Italia era un'adolescente modello e mi aiutava nei numerosi e pesanti lavori richiesti per mantenere la pensione di trenta stanze in cui avevamo trasformato la villetta che ora ci dava soddisfazioni economiche e di prestigio. 
    Gimì, invece, era un discolo. Il più piccolo, il più terribile, il più disubbidiente... mi ha procurato tanti spaventi ma rimane il più amato. Ho temuto per la sua vita quando è tornato a casa, urlando e piangendo, tenendosi il dito medio della mano destra, ben stretto nella mano sinistra per bloccarne il sangue... troppo piccolo per spiegare cosa fosse successo e non si seppe mai come, chi o cosa l'avesse mutilato. 
    Istintivo e imprevedibile, un giorno, dal suo giro per il quartiere con i fratelli, tornò a casa sbandierando una pistola trovata chissà dove, la puntò allo zio Sestilio, seduto in cucina... " Hands up!" Intimò. Lo zio alzò le mani, stando al gioco. Partì un colpo che, fortunatamente, sfiorò lo zio... grande confusione, corse gente di casa, vennero agenti. Sarebbero stati guai per  noi se Evelino, nel suo corretto americano, non fosse riuscito a spiegare alla polizia la dinamica dei fatti  Nel 1917  diedi alla luce Cherinna, l'ultima figlia. La fortuna era lì, potevamo allungare una mano, prenderla, farla nostra... ma così non è stato. 
    Due anni dopo, nel momento in cui raccoglievamo il frutto delle nostre fatiche, mi ammalai. Sotto la mia resa definitiva però, nel 1920, c'era la firma della mala sorte che si accanì  contro di noi e, senza un motivo, mi portò via Colomba e Chiara con malattie come la difterite  e le convulsioni,  che oggi non spaventano più... Un dolore immenso, il colpo di grazia per la mia salute. Il medico di famiglia mi consigliò di tornare in Italia dove potevo guarire con l'aria pulita e il mangiare ogni mattina il siero del latte dopo aver tolto il formaggio... 
    Ed eccomi qui, sulla Louisiana, mentre saluto il mio sogno americano,  destinazione il porto di Napoli.  Italia, sto tornando da te, con Italia, Cherinna e Gimì.  Mio marito Salvatore ed Evelino sono rimasti a New York per vendere l'attività che ci stava arricchendo, ma a quale costo! Nel mio cuore non c'è gioia, quella che avevo immaginato e sognato come compagna del mio ritorno; oggi lascio qui, in America, un pezzo di cuore.
    Torno da te con ferite che non si rimargineranno. Tu sii clemente, dammi un po' di tempo,  un giorno, forse tornerò ad amarti.
    Berta Bernardinetti 
    New York aprile 1921

     
  • 18 luglio 2011 alle ore 1:17
    Gita scolastica

    Come comincia: Frequentavo il terzo magistrale e si avvicinava la fine delle lezioni.
    Ogni anno, come è usanza ancora in essere nelle scuole, i professori, valutando l’importanza e la formazione che ne deriva, organizzano una gita scegliendo mete artistiche o archeologiche o più raramente  per  semplice  diporto.
    Quell’anno ne venne programmata  una per la fine del mese di maggio ad Ischia, isola dell’arcipelago campano sorella minore della più famosa Capri.
    Con me e le mie compagne del 3° D erano pronti a partire i ragazzi di altre sezioni del nostro istituto con i quali avevamo in comune qualche docente tra quelli a cui veniva attribuito un valore minore, non legato alla loro capacità o preparazione, ma alla materia insegnata.
    Come ad un professore d’italiano sicuramente in una scala da uno a dieci viene assegnato un dieci di certo ad un professore di fisica (educazione fisica!) si darà al massimo un sei .
    C’era tra i ragazzi che avevano aderito alla gita anche la mia amica Paola cosa che dava all’evento un’aria più allettante. Condividere il divertimento con gli amici è già un divertimento, così ho sempre pensato e oggi, a sessant’anni, non ho ancora cambiato idea.
    E deve essere una verità sacrosanta perché io della gita ricordo ben poco e quel poco sono i momenti vissuti con  Paola.
    Non avevamo occhi che per i ragazzi delle altre sezioni che avevano il pregio di piacerci e di cui parlavamo sottovoce giù, affondate nelle poltrone, in fondo al pullman.
    Il panorama? Chi l’ha visto?
    A Napoli so di essere salita sul traghetto ma solo perché conservo una magnifica foto che mi vede ripresa su una panchina bianca di metallo sistemata come le altre in file ordinate su un ponte di quel gran barcone che ci stava portando a largo, verso la nostra meta.
    Forse neanche i professori avevano saputo dare interesse agli obiettivi proposti e non so se fu questa le causa  o più verosimilmente per altre già accennate, fatto sta che nella memoria, tra i pochissimi ricordi c’è il momento in cui, lasciando a noi la  facoltà di gestire il tempo, credo dopo il pranzo al sacco, ci dettero l’orario in cui dovevamo ritrovarci al molo.
    Una sensazione di disagio… oggi impensabile per i giovani abituati a viaggiare anche da soli rispetto a noi che avevamo visto quattro città grazie alle gite scolastiche.
    Il trovarsi improvvisamente liberi dava un piacere un po’ sottotono,,,. per chi è abituato ad essere diretto  prendere una direzione autonomamente non è facile.
    Subito fummo attorniate dai ragazzi del posto che vedevano tutti i giorni arrivare gruppi scolastici e che certamente  avvicinavano con le stesse modalità …
    “Da dove venite?”
    “Io mi chiamo Luca …”
    Due occhi grandi neri che mi guardavano:
    “Abbiamo il mezzo, vi portiamo a Casamicciola…”
    “Che mezzo? Casamicciola…?
    Una “Vespa” malandata era il mezzo con il quale con più viaggi saremmo state trasportate in questa località rinomata dell’isola dove sorgono le Terme meta di infinite persone che cercano di curarsi con i fanghi dalle virtù curative riconosciute in tutto il mondo. Le informazioni e tutte le assicurazioni, non era lontano … non c’era pericolo alcuno…, che continuavano a ripeterci i due ragazzi non sfondarono lo sbarramento difensivo con cui la cultura di quel tempo  credeva di difendere le giovani donne.
    Rimasero a passeggiare con noi intorno al porto raccontandoci e conoscendoci  gli uni con gli altri.
    Quando venne l’ora stabilita puntuali ci ritrovammo al punto di riunione senza aver visto niente o apprezzato  una cosa qualunque di quell’isola. 
    Il ricordo più vivo di quella giornata è lo sguardo dolce di quegli occhi neri che mi fissava della cui presenza dietro le mie spalle ero certa e di cui ebbi la certezza girandomi dalla scaletta del traghetto.
    Mi fissava e mi chiedeva di tornare…era quel ragazzo di cui non ricordo altro e che vedo ancora tra la folla che dal molo salutava parenti e amici in partenza per Napoli.
    Nell’imbrunire di un giorno pieno di sole e di luce avvertii un languore che ancora oggi, se ci torno con il pensiero, mi intenerisce il cuore.

     
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