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Autore

Patrizia Chini

in archivio dal 14 mag 2011

Roma - Italia

mi descrivo così:
Scrivo racconti e poesie... passioni a cui ho potuto dedicarmi maggiormente da quando, smesso l’abito di maestra elementare, sono pensionata…. Amo anche il disegno, la pittura e la musica ma soprattutto i due nipotini con i quali gioco e a cui leggo favole.

04 gennaio 2013 alle ore 11:12

Il superfluo

Intro: Per chi non ha lo stomaco... delicato

Il racconto

Un odore nauseabondo mi ha perseguitato per tutta l’infanzia.
Era l’odore che mi riportava alla mente dolorose “esperienze“ collegate all’infuso di camomilla che mia madre preparava con l’aggiunta di qualche cucchiaio di olio buono. Un infuso detestato al punto di riservargli l’odio che si nutre più per un nemico, che per un liquido.
Parlo del “preparato” per il clistere, antico rimedio contro la stipsi, una metodica benefica per gli “stitici”.
“Stitici”... parola la cui assonanza mi ha sempre richiamato termini come “ascetici” e “stoici” che si distinguono per il distacco dagli eventi del mondo, dalle passioni e dagli istinti, che fanno dell’abbandono del superfluo un motivo di vita. La stranezza è che l’assonanza non abbia riscontro nella sostanza. A differenza di questi ultimi, infatti, gli stitici si tengono stretto il “superfluo” ma il termine “ascetico” rievocando olezzi di “ascella”, ristabilisce tra i termini più di una semplice assonanza...
La mia infanzia marchiata dalla difficoltà a disfarmi del “superfluo”, è stata gravata dal fastidioso ventre gonfio, humus ideale per la formazione di gas nell’intestino... non proprio il massimo del bon ton.
Allora non esisteva il buon “bifidus”, fermento del latte famoso per la pubblicità di una biondona, e così venivo sottoposta al “clistere”! 
Una vera e propria violenza, roba da telefono azzurro!
E l’inventore  di un tale misfatto contro l’umanità? Un “sadico”, prototipo umano, che avrà difficoltà ad estinguersi visto che quelli che soffrono ci sono sempre stati e quelli che godono a vedere le sofferenze degli altri sono altrettanto numerosi.
L’odore di quell’infuso, mi tornava nelle papille olfattive, quando un simile effluvio pestilenziale si diffondeva nella mia casa da una pietanza cucinata da mia madre. Vivevo di nuovo il dolore e l’umiliazione scatenati dall’inserimento della “peretta”.
La peretta era l’aggeggio di plastica a forma, appunto, di pera che inserita nel foro tra le natiche preposto più ad espellere che a ricevere, introduceva nell’intestino pigro quella “purga” mefitica. Immaginate il mio “disappunto” di bambina , i cui “desiderata”, venivano a mala pena ascoltati. Dovevo subire quando invece preferivo, e preferisco ancora, una soluzione al problema meno invasiva e più naturale: attendere il “miracolo” nella stanza da bagno, privata delle mutande, leggendo riviste o compilando giochi enigmistici... (io sono a favore della cultura!)
La stitichezza è, sì, un problema ma non va enfatizzato troppo e, comunque, è meglio della “diarrea” di cui, almeno una volta nella vita, tutti abbiamo sopportato i disagi.  L’improvvisa, impellente necessità di liberarsi del già detto “superfluo” che per caratteristiche di densità, consistenza e odore richiede una “evacuazione” repentina in recipienti preposti al “bisogno”. L’urgenza di tale evento è così pressante che si avvicina a quella dell’ispirazione poetica (ebbene sì! Scrivo poesie!) che ha il potere di farmi dimenticare tutto, e indurmi a cercare un luogo fuori dalla portata degli indiscreti che potrebbero interrompere “l’ispirazione”.
Mio padre, dal quale sicuramente ho ereditato la stipsi, aveva un approccio diverso dal mio. Mentre io mi isolavo nella toilette in un atteggiamento passivo di attesa, lui non si lasciava condizionare, ignorava il problema e, fiero di questa sua strategia di attesa,andava in giro portandosi dentro il “fardello” del suo superfluo.
Per convincermi a cambiare atteggiamento mi ripeteva:
“Devi farti rispettare, fai come me. Io non mi faccio comandare da nessuno … tanto meno dal mio “culo”!”
Scusate il termine, ma sono le parole di mio padre di cui oggi, che non c’è più, conservo il ricordo come fosse il vangelo che ha cercato di trasmettermi attraverso queste e tante ancora perle di saggezza!
Ma quale pietanza emanava, per me, un odore nauseabondo tanto quanto quello dell’infuso per il clistere? La pietanza aborrita era a base di una leguminosa, mangiata cruda il primo maggio, con il pecorino, e che ben cotta con qualche erba aromatica, tipo la menta, viene elevata da molti a “prelibatezza”.
Non so se ci sia una somiglianza effettiva tra i due odori, fatto sta che io la percepivo in modo così intenso che spesso, quando per pranzo c’erano fave cotte, evitavo di rientrare adducendo la bugia, confermata da un’amica complice, che m’invitava a casa sua per studiare insieme. Il disagio, che accompagnava l’odore, ha segnato la mia adolescenza e la mia gioventù. Sono cresciuta con l’ansia di essere investita da quel castigo di Dio e sopportando le prediche di mamma che continuava a tesserne le lodi.
Passata la gioventù, mi ritrovai sposata...
Quel giorno tornando dal lavoro, da cui mi avrebbe esonerato dopo qualche tempo, la legge per l’astensione obbligatoria per la maternità, decisi di andare a pranzo dai miei. Quando mi aprirono la porta fui inondata dall’odore noto! Che accadde? Non lo so, posso solo raccontarvi la corsa che feci verso la cucina dove, sulla tavola apparecchiata, troneggiava quel piatto fumante stracolmo di fave cotte e...
No, non aprii il secchio dell’immondizia per gettarvi le fave con tutto il piatto! No! Incredibile ma vero: avevo voglia di assaporarle. Cosa mi attirava tanto? Proteine, ferro o altri sali minerali...  di cui ha bisogno l’organismo di una gestante? Sostanze che richiede con forza, istintivamente, senza il filtro dell’esperienza; l’istinto che prevale sull’intelletto nel corpo gravido e si mette alla guida di desideri e voglie... Le famose “voglie”?
Non so se ci sia da ridere e nemmeno oso sperare che nell'alleggervi del “superfluo” possiate ricordare le mie “fave”... 
Certo non è il massimo dei sogni ma in questa vita bisogna accontentarsi e soprattutto... saper fare a meno del superfluo.

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