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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • mercoledì alle ore 20:37
    Una natura diversa

    Scopro ancora,
    attimo dopo attimo,
    la mia natura diversa
    invasa dai demoni della conoscenza,
    che aleggia sovrana nel mio vivere
    e ammanta l'esistenza
    di profonde e lusinghiere critiche.
    Cosciente d'esser pienezza di fiducia
    in chi mi sta accanto,
    vivo nel sogno di un mondo scintillante,
    impregnato di spensieratezza,
    nell'immensa soddisfazione
    di creare il mio universo e viverlo con voi,
    insieme,senza peli finti nel petto;
    naturalmente vero nelle gioie più grandi,
    senza rivestire i piccoli gesti d'ogni giorno
    degli abiti della lussuria
    e senza sentire la necessità
    di battermi a duello con me stesso.
    Ed esser contento di questa felicità raggiunta.

    Cesaremoceo
    proprietà intellettuale riservata
    Copyright

  • mercoledì alle ore 20:34
    Poetiche ambiguità

    Poetiche ambiguità

    Ritorni di fiamma

    scelte vincenti

    occasioni da rivivere al volo
    dondolandosi sulle onde dell'emotivita'

    Belle storie di cuori solitarizzati

    aleatorie

    prese dall'ansia

    altalenanti nell'inquietudine delle paure

    Luci fioche di candele consumate

    che lungi dall'essere lusingate per la luce profusa

    lamentano il fastidio di fiati sommessi

    supplicanti sospiri

    a rendere ancor più crudele
    l'inesorabilita'della loro fine
    .
    cesaremoceo
    proprietà intellettuale riservata
    Copyright

  • mercoledì alle ore 20:31
    A proposito di elezioni...Io uomo...

    E potrò domani dir
    che m'hai pensato strana persona

    nella mia normalità

    rampante tra i raggi nascenti dell'albe
    a germogliar nuovi giorni in cui sperare

    nel respiro amaro dei risentimenti a grappoli

    in queste anime stanche
    che profumano di mare nel cigolar della vita

    Velati misteri
    sciamano tra le vie del borgo

    affollate d'intenti d'uomini orbi

    pronti a mulinar nel vento
    liquide parole in giorni senza ore

    a spogliar le menti
    e svestir di pudore le anime innocenti

    E le notti cantano i sospiri e le pene
    del popolo che spera
    . © ®
    Cesare Moceo

  • mercoledì alle ore 19:35
    È Aprile

    È Aprile, il quarto mese dell’anno.
    Come dire (forse) avere trent’anni,
    intrecci di rigenerate clorofille
    con la ri-apertura della stagione
    di Artemide, la divina Garbo,
    la recita perfetta della resurrezione.
    La natura canta il suo rifiorire,
    noi volti indefinibili, dietro a un Led,
    una primavera per ogni invio (illusi),
    l’usura dell’hardware, l’estate alle porte,
    la ventola rumoreggia, matti per le strade,
    è “Aprile dolce morire”.

  • mercoledì alle ore 19:17
    Alle cinque della sera

    Le cinque della sera
    Per il toro è nera
    Aspetta la gente 
    Della torta la fetta
    Male gli è andata
    Botte ne ha prese
    Entra malridotto
    Ingannato e maltrattato
    Si atteggia l'uomo
    Non si spaventa
    Col toro avvilito
    Mai è sconfitto
    Il toro non si accorge
    Ch'è arrivata l'ora 
    È un amaro destino 
    Il gioco paga caro
    Oh che tristezza
    Che accappona la pelle
    Tori ne muoiono
    Gente che applaude
    Un uomo ora muore 
    Tanto dispiace
    Muoion anche tori 
    Ventimila l'anno
    Storia che non finisce
    Come il sol nascente
    Di più dobbiam fare
    Per la vita da rispettare
    Tori foche e balene
    Son tante le pene
    Mondo mai civile
    Con gente stupida e vile

  • mercoledì alle ore 16:00
    Piccoli lampi.

    Immaginato il mare tra le orbite
    come stelle distorte oramai stanche
    di planare su grigi silenzi.
     
    Un piede alla volta
    nel mare di acqua e ricordi
    tra gli sguardi della mia fonte.
     
    Corri bambino solitario
    da amici troppo grandi
    e giochi quasi incivili
     
    sporco di sangue e terriccio
    nella vasca di riposo e di casa
    tra il sapore di pesce bollito
     
    sale e ancora sale dopo la corsa
    il salto beffardo all’onda
    la fatica tantissima
     
    linea sottile che mi teneva
    alla spiaggia e alla poesia
    non c’era amore, fuochi fatui
     
    e musica come comete
    bambino solitario alla radio
    contorno d’anima antica
     
    ho vissuto leggende intere
    in ogni respiro donato
    dalla mia timida voce
    al vasto mondo arcobaleno
     
    e ho protetto feroce
    il cuore e le mie spade
    ma l’animo morbido
    sorride, vecchio
    e mi culla ancora.

    Raffaele di Ianni

  • mercoledì alle ore 14:52
    stanza bianca

    Sei in una stanza bianca,
    vuota con dei chiodi alle pareti,
    cornici senza tele sul pavimento,
    legni sparsi contorni di una
    radio che urla la sua frequenza
    sulla strada, una macchina
    in retromarcia azzoppa la folle corsa
    dei decibel, cani che latrano nel saloon
    di un bar, rivoli-bava di birra lungo
    il marciapiede.

    Cambia il set:

    un punto solitario,
    la scimmia primordiale,
    una stella lontana,
    il nero del buio acceca la luce
    della domanda.

    Scuse … in ritardo

    la stanza bianca ti chiede scusa,
    la pelle della specie non ha saputo
    proteggerti dal sole del tempo.

  • mercoledì alle ore 10:13
    Breccia

    Si disvela in semasia
    qual turbinio una breccia 
    a tradir la pelle - vorrei, dispersa.
    Ma saprò esserti sì - muta d’ansia
    in anelito a tua poesia di sete
    essendo gocce -cos’altro, del congiungersi?
    In riva a mondi fragili
    non sia riscossa amore che mi impura,   
    è qui e mi spazia il viso d’abat jour 
    in foce dove giaci - e resti a me.

  • mercoledì alle ore 9:27
    Generoso maggio

    Odoroso maggio
    che tutto vesti di colore
    porti il tuo calore ad ogni cuore
    innamorato
    le tue calde serate
    preannunciano l’estate
    che tra poco verrà
    non lasciarmi solo
    ttra le muras
    della mia città
    ormai dimenticata.

  • 18 aprile alle ore 18:30
    Dove non siamo

    Dal tuo mistero, no 
    non son capace di redimermi:
    ti affacci ti materializzi
    - non credo di poter vincere 
    l’immane contrappunto

    (luogo di spiriti)

    dove non sono non siamo
    spiro spesso 
    tentata sedazione
    fino al respiro prossimo 
    a venire.

     

     

  • 18 aprile alle ore 15:31
    Desideri

    Nascondeva lacrime innocenti tra radicate infamie,
    mostrando denti bianchi, in sorrisi smaglianti ed ammiccanti.
    Pertugi, nella mente, circuivano pensieri,
    simulando desideri luccicanti come stelle,
    ancorati a quel suo cosmo irriverente,
    prigioniero d'ombra d'un disdicevole degrado
    del suo alter ego, di quella che faceva e non pensava niente.
    Di colei che rifiutava e viceversa la sua parte di coscienza,
    che tesseva, ricamava, rifiniva una vita alternativa,
    rammendando solitudine e squallore, in vuoti enormi,
    con l'ago di pazienza ed il filo di speranza.
    Desideri impertinenti, timorosi di svanire, essa cullava,
    fra lenzuola spiegazzate che grondavano sudore, corpi ignudi, misti a umori e ad odori, in rapporti sempre uguali.
    Mille amanti frettolosi, mille volti sconosciuti
    non colmavano il ricordo di quell'ora ch'hanno avuto,
    nel lasciar la propria impronta, poi dissolta in un minuto,
    sopra il letto saturato del veleno del peccato,
    fomentato dal martirio d'un orgasmo esasperato.
    Desideri irrefrenabili e impetuosi,
    affrancatisi da pene del suo viver licenzioso,
    sconfinando e rinnegando ogni traccia di serpente
    che, strisciante, rifugiava nella tana bistrattata
    e infecondata, dall'amore ripudiato e crocifisso.
    Desideri ch'hanno vinto,
    nello smetter di giacere fra le braccia di nessuno
    e nel cogliere il volere, quel recondito, sol uno,
    quel dettato dalla voglia di riscatto del suo ego,
    nel riflesso d'esistenza, intrappolato in quel laido passato.

  • 18 aprile alle ore 15:29
    La monaca

    Scioglieva i suoi capelli lunghi e neri,
    soggiogata da litanie, nenie diffuse,
    allorquando li spezzava, in un sol colpo,
    donando chioma, alla lucente lama.
    Brandelli caduchi,
    rendean tappeto l'ore infrante,
    taglio netto ad un nobile vissuto, 
    in agonia prostrata. straziata, 
    seguente a scelte d'altri,
    dal bieco sapor di costrizione. 
    Un solo istante... l'esistenza, in un minuto,
    s'ea ritirata tra cinta di clausura,
    orazioni cantilenanti e ceri accesi, sagome scure su immacolati muri. 
    Angusti corridoi... Segreta e uggiosa cella accogliea carne fiorente, 
    vitale ed infuocata, dal desio del peccato,
    a tramar l'incontro e copulare, nell'anelata ombra,
    recante luce a figli, nati e persi, sovente mai bramati.
    Tormentato amore disperato, esasperato da simboliche catene,
    sortite dalla mente d'un infido tiranno,
    che padre s'appellava, di giovinetta ignara,
    la monaca che si macchiò d'infamia, in tempi andati.

  • 18 aprile alle ore 15:27
    Rosso di passione

    Viva certezza o drammatica illusione,
    alternantisi quanto mai fugacemente,
    fiancheggiando felicità e sconforto,
    sorrisi e lacrime sul volto...
    Sovente soppeso sulla mano.

    Le labbra che saranno offerte,
    dischiuse, nell'attesa d'essere baciate,
    col rosso di passione ho tinteggiate,
    contando che non sia solo il miraggio
    d'aver un bacio tuo appassionato.

    Girando e rigirando sottosopra la clessidra,
    prima ancora che la fine alfine venga,
    barattando facoltà d'agir, col nulla,
    raggirerò l'amato e, nel contempo, odiato tempo,
    giammai scivolerà, di sabbia, l'ultimo granello.

    Renderò eterno l'ultimo secondo,
    inibendo l'integro scorrer del minuto,
    diverrò fata o maga o ancora strega,
    ingannando in tal maniera l'attesa che tu giunga,
    ad appagare, del tuo amore, la mia sfrenata voglia.

    Rifletterò la mia immagine allo specchio,
    con speme che rimanga tal rossetto,
    per morir sulla tua bocca, mio desio. 
    Vedrò però sol l'anima che spera,
    che giunga amore, non viceversa una chimera.

  • 18 aprile alle ore 15:24
    Se d'amor è costellato

    Dedalo di tombe sì squallide e penose, 
    abbandonate nel correre del tempo che l'ha inasprite.
    Colgo espressioni vive 
    da immagini ingiallite, di volti antichi.
    Sguardi sfocati, 
    che celan l'incognito movente d'esser vivi.

    Immaginarie salme sconosciute, cinte in sepolcri, 
    testé pregnati sol di cenere sbiadita.
    L'essenza, invero, s'è dipartita, 
    dall'ultimo sospiro della vita.
    Quesiti sorgon, in veste di pensieri,
    pur privi di sentenze giuste, ma sol di presupposti.

    Colei... colui, che fu materia, tessuta d'impeto d'amore,
    lo alimentò in vita? Ne fece la sua Bibbia, il suo volere?
    Tal labbra, ormai più rimembrate,
    ch'han gli angoli ch'atteggiano sorrisi,
    quant'amore allor hanno donato? 
    Di quanto altresì parlato?

    Il vento del silenzio cela storie, che narran di vissuto e di rimpianto,
    per quel che non è stato, di morte e di rancore,
    di gioia e di dolore, 
    seppur innanzi tutto dissolva il velo nero da quel canto
    che s'alza dalla terra in ogni dove, 
    circuendo ogni cuore solitario
    per riversarci amore, sgombrando l'ombra nera del livore.

    Bene sempiterno e imperituro male, 
    in lotta solitaria senza scampo,
    leggendario il lor fluire antagonista, nella gara del potere,
    di cui saggi son i tumuli, 
    che ognor san quel ch'è vero, 
    ciò ch'era stato scritto, dal principio.
    Peccare, al pari di sbagliare scelte esistenziali.

    Debole la carne, si flagella infine,
    tuttavia divien, perdono, l'essenziale, 
    se d'amor è costellato,
    qual prospetto di ricchezza universale 
    che non lascia nulla al caso, ma s'è fuso, 
    nel plasmare l'entità quale fulcro del concetto d'esistenza,
    coniugata alla luce dell'Eterno.

    Ingiunge la coscienza nell'attuar le scelte, 
    sian esse grame o giuste, al suo parere, 
    falsato talune volte al cuore, che, di rimando, 
    brama affrancarsi dall'assoggettarsi, 
    s'è posto in discussione, cosicché ribellarsi, 
    ponendosi al comando, onorando l'amore.

  • 18 aprile alle ore 15:24
    Se musica fosse il mio nome

    Allietata a inventar melodie, 
    come strali sinuosi, 
    sprigionandole all'erte colline 
    ch'incontrano valli,
    ne riempiano fiumi e torrenti,
    nel scrosciar dirompente dell'acque,
    gorgogliandole ai boschi silenti, 
    come fosser carezze innocenti.

    E ad effonderle ai prati 
     irrorandone i fiori, 
    che sappian cantare il sussurro di miele, 
    olezzo fluente nel vento, 
    dell'etere, sospiro corroborante.
    Proverei a ricercar sinfonie voluttuose, 
    d'accordi coese,
    sulla scia dei gabbiani garrenti.

    Stridori possenti, nel volerle imitare,
    per vestirne la brezza, volando sul mare,
    dando agio alle note che forgino il canto
    che sol lui sa intonare 
     col suo far fascinoso,
    lo sussurri alle onde, in quel lor fluttuare
    ed illuda ancora la rena, 
    che non abbia a finir nel fondale.

    Sognerei di scoprir l'equilibrio d'un ritmo armonioso,
    di cui cingermi in fretta a plasmar lo spartito
    per non farlo sfumare 
    e vibrarne le corde d'un piano o un violino, 
    che mi elevino in alto, 
    oltre i monti imbiancati, sui cieli, 
    a donar le mie note 
     alle arpe suonate da dita divine.

    Se Musica fosse il mio nome... 
    Per danzar nella sfera celeste,
    angelica come nessuna, 
    nel flusso sgorgante di mille assonanze...
    ... Sarei Musica Eccelsa...

  • 18 aprile alle ore 15:23
    Giunto sopra al nono cielo

    Com'in un baccello,
    racchiudevan l'ali sue quell'Angelo caduto,
    affranto, nel suo guscio.
    Fors'il cielo non se n'er'ancor accorto,
    che mancava al Paradiso.
    Che mancava il suo sorriso.
    Quelle lacrime di pianto,
    gli cadevan dallo sguardo desolato.
    Solitario il suo dolore,
    strano specchio del suo essere perfetto,
    privo d'altro sentimento, che d'amore.
    Rannicchiato su se stesso
    come fosse stato in grembo,
    mai vissuto, dal suo esser un eletto,
    spoglio d'ogni umana sorte,
    sconosciuta a lui la morte.
    Dolce rosa, la fragranza riportava la speranza
    del giardino dei Beati,
    d'ogni gaudio, profumato e di letizia,
    dove ritrovar riposo, nell'empirico suo volo,
    giunto sopra al nono Cielo.

  • 18 aprile alle ore 15:22
    Un angelo bianco

    La notte sì greve non porta ristoro,
    con voce rombante di tuono
    e dardi di fuoco che schiantano al suolo,
    con luce accecante,
    schiarente due ombre tra l'oscure ombre, 
    stagliatesi ai vetri 
    che gocciolan pianto dal cielo,
    di angeli neri, espulsi dal tempio del Padre.
    Essenze di demoni oscuri
    s'insinuan al buio della stanza,
    negli occhi lor brucia la fiamma infernale,
    scrutando quel viso dormiente
    del piccolo Angelo a palpebre chiuse,
    ch'ha ali argentate, sì chiuse a riposo,
    tra riccioli d'oro dispersi sul tenero corpo.
    Un Angelo bianco, tessuto d'amore,
    nasconde il mistero d'un angelo nero,
    esplicito ai demoni, effigi del male,
    ch'attendono il giusto momento del vile riscatto.


    Nota: Estrapolata dal primo libro della mia trilogia fantasy La Stirpe di Luce.

  • 18 aprile alle ore 15:21
    Luce di speranza

    Avanzo lentamente, solcando strade in città stinte, aridi deserti,
    attorniata d'altri, percependo fatalmente d'esser sola, tra solitudini diverse.
    Su passi d'affannante gente smarrita, arranco la salita con fatica.
    Scomparse ormai pianure e pur discese, come per ogni essere pensante,
    al quale han tolto molto... tutto... La luce di speranza.
    L'umanità s'è persa, tra 'l deserto del domani, oceano di sabbia, fautrice sol del nulla.
    L'odore della morte, ch'opprime il cuor e nari,
    seguente a cruenta sorte, sì avvallata dal male, crea disperati.
    Sanguinaria, ancor grida la belva ancestrale,
    ch'ha fame di carne, nonché sete di sangue.
    Grida disperse s'elevano al cielo, racchiudenti intrinseche preghiere
    rivolte al Padre oppure al Figlio, che taluni, all'inverso, bestemmiano.
    Nel seguir ombre sconosciute, calpesto lor orme,
    su terra brulla, su cui germoglia unicamente il nulla.
    Riecheggian voci lontane, tra fasti passati, echi di gaudio e di risa già udite.
    Tremulo, 'l fuoco dell'amor fraterno si consuma,
    per spegnersi a un impercettibile alito di vento o ad un sospiro.
    Respiro indifferenza tra rovine,
    la brama di potere ha reso l'uomo infame, senza confine alcuno.
    In cambio di danaro, baratterebbe tutto, persin la propria madre.
    Caduca volontà creder ch'esista un avvenire,
    i martiri s'arrendon, senza porre resistenza; prona la vita a reclamar la lotta,
    purtroppo pare invana la richiesta, resta sospesa, tra barlumi di paure.
    Riarse labbra celano sorrisi, dagli occhi gonfi 'l pianto scava solchi sulle guance,
    la folla delirante chiede pane ed esistenza vera.
    Le voci son riunite in un coral brusio sommesso ch'intona un inno,
    ch'ha sapor di prospettiva, univoca la voce ch'or s'alza dal deserto.
    Nel mentre l'orizzonte s'è imbrunito, Il vento testé alzato spira forte,
    disperde or ora la sabbia d'apatia, scoprendo ciò ch'aveva sotterrato,
    ravviva allor la fiamma di speranza, ineluttabilmente, mai del tutto spenta.

  • 18 aprile alle ore 15:20
    Un ulteriore bacio

    Un ulteriore bacio, per suggellar l'amore,
    unendo umide labbra,
    legandoci col cuore in visibilio.

    Le lingue s'attorcigliano,
    sull'onda del piacere,
    connubio del reciproco respiro.

    Saziar di baci ardenti
    le bocche semiaperte,
    guizzando, accender nostri sensi.

    Scambievoli promesse di vita alternativa,
    carezze rinnovate 
    da mani ancora poco conosciute.

    Proteggere il domani d'amanti innamorati,
    con speme intramontabile che nasce,
    tra candide lenzuola, ch'odorano d'umori.

    Sussurri di parole,
    sì dolci, che riempiono il reale,
    svaniscono miraggi, nei baci appassionati.

    S'acquietan echi antichi d'amor persi,
    immersi nei silenzi prolungati,
    in gemiti sommessi, in sguardi infervorati.

    Il mordersi le labbra già infuocate.
    desio d'appartenersi, in scambio d'effusioni,
    i mille e più ti amo mormorati.

  • 18 aprile alle ore 15:20
    E l'angelo guardò la luna

    E l'Angelo guardò la luna,
    contemplandola come Venere sognante,
    attonito e assorto, senza distoglier sguardo,
    dacché, già, l'avea notata,
    la notte, al suo usual incedere fatato, 
    mai rimirandola come in cotal momento.
    Parea dipinto, 
    sì talmente immobile com'era, da parer finto,
    tutt'uno, sopra l'esiguo scoglio che l'accoglieva.
    Turbato, com'un innamorato, ebbro d'ardore,
    ch'andava ad intonar la serenata ch'avea nel cuore.
    S'avesse avuto voce, per quel cantico d'amore!
    Regina della notte, al palesars'in cielo,
    enfasi e stupore, per l'astro incoronato d'alone luminoso,
    che riflettea sul mar barlumi luccicanti a pelo d'acqua,
    brillanti luccichii d'argento,
    sopr'al candido riverbero, delineante strana rotta.
    Rotta del desiderio... pensò l'Eccelso.
    E l'Angelo guardò la luna,
    pensando alla sua veste immacolata,
    perpetuo, il suo scrutare solitario,
    nel tempo suo, ch'andava a terminare,
    gioendo, di splendor ch'avrebbe perso,
    non soffermandosi, quell'attimo d'eterno.

  • 18 aprile alle ore 15:19
    Celestiale è

    Celestiale è 'l color della speme, mai muore,
    nutrita al levar del mattino,
    disacerba 'l rancor suffragato dal male,
    di candor fanciullesco s'avvolge.

    Emulando parvenza del mare,
    già sottratta in partenza al cielo ceruleo,
    estorce la tinta cangiante,
    nell'intenso desio di rinascer costante.

    Nel celeste mantel virginale
    si cela, nell'intento di trarne conforto,
    la preghiera che sale è sagace,
    cita l'inno a schiacciare il serpente.

    Celestiale è la nota d'intenso vibrare,
    ch'ancor s'ode, nel porre l'udito,
    quale musica astratta, nel cosmo sapiente,
    un sussurro vitale che prende, struggente.

    Linfa fresca infiamma le vene,
    nel tripudio di coglier respiro,
    nell'immenso fluir di quel canto ancestrale
    stimolante 'l coraggio interiore.

    Celestiale è l'amore che smuove ogni dove, 
     che v'è intriso, nell'intrinseco spazio,
    ch'ha certezza soltanto sentito nel cuore,
    quale magico incanto perpetuo e sgorgante.

    Immortal tale fonte primaria, di suono si tinge,
    negli armonici accordi che giungono all'io,
    gorgheggianti com'echi ch'espandono l'aere,
    risponde fervente 'l palpito d'un cuor nascente.

  • 18 aprile alle ore 15:18
    Inver nacqui

    Atmosfera rarefatta, 
    galleggiando nel limbo ch'amavo assai tanto,
    protezione e piacere nel guscio racchiusa,
    fors'anche sarei mai, da lì, sgusciata.
    non assaporando però 'l profumo del tuo seno. 
    Inver nacqui dal grembo che scoprii materno,
    vidi la luce, nell'oscurità d'una notte bruna,
    abbandonando alfin quella mia culla 
    che senza sosta mi ninnava,
    in cui, beata, 
    ambivo alle carezze della mano delicata.
    Sonorità latente giungea a me soffusa,
    voce, come nenia, che m'acquietava
    e m'addormentava,
    facendomi sognar la bocca che narrava
    oppur cantava la soave ninna nanna.
    Dolci sensazioni d'un'epoca passata,
    d'una coscienza non ancor delineata,
    di cui 'l ricordo s'è perso già nascendo
    e manca a questo cuor ch'ancor t'acclama,
    ch'ancor accanto ti vorrebbe, mamma.

  • 18 aprile alle ore 15:17
    Ammantata di candor

    Ammantata di candor com'ingenua sposa,
    ritta, nella sua staticità quas'imperiosa,
    parea attender chissà chi o che cosa,
    guardinga, sopr'al muro di cinta dell'antica Chiesa.
    Qual fosse il suo pensier nessun sapea,
    essa aspettava e assai sete avea,
    la fontanella chiusa non permettea di bere.
    Tuttavia s'innalzò in volo,
    fluttuando nel ceruleo di quel ciel per qualche istante,
    all'accostarsi d'un uomo e d'un piccino,
    sparendo alla lor vista, fin quando non fu sola,
    tornando ritta ancor sul muro della Pieve. Allorquando lui arrivò, arrestandosi di colpo,
    nel percepir due occhi sibillini,
    che lo scrutavan nell'animo e nel corpo,
    lasciò la sua promessa ad aspettarlo,
    nel mentre, dentro un secchio,
    il getto d'acqua fresca fece scorrer sol per poco.
    Gli sguardi s'incrociaron per un momento solo,
    ma ch'era parso eterno in assoluto,
    parea intendesser esprimere parole,
    in un connubio sì strano e silenzioso.
    Indi essa scese a dissetar la sete che pativa,
    intanto ch'ei immobile,
    rasente l'inconsueta colomba bianca,
    indugiava stranamente lì a guardarla,
    cercando d'intuir l'ermetico messaggio,
    testé convinto che sol lui avea aspettato.
    Reciproco il suo sguardo fissò l'altrui umano,
    di chi, quell'indomani, varcando quella soglia,
    sarebbe stato, per la vita, sposo,
    dopodiché ascese in alto, onde librars'in volo,
    scrutandolo per poco, finché non fu lontana.

  • 18 aprile alle ore 15:14
    Poesia s'è fatta vera

    Sgargianti ali spiegate, 
    connubio di beltá e leggerezza
    il lor librarsi in aere.

    Soffusi fruscii eterei
    l'udito attento si percepisce.
    Vivi suoni melodici.

    Tal sciame inaspettato,
    poliedrico fermento di farfalle,
    aggrada l'occhio umano.

    E rende il cuor leggero.
    S'involan, in veste iridescente,
    leggiadre spose al vento.

    Figura immortalata,
    disarmante, ch'ispira, mai di morte,
    mero concetto di vita.

    Trabocca inver poesia,
    stranezza sol di pagine d'un libro,
    esige d'essere malia.

    Magia concreta... astratta...
    incanto scaturito d'improvviso
    rapisce sguardo assorto.

    Poesia s'è fatta vera.
    Versi, in atmosfera sublimante,
    rendon lode al poeta.

  • 18 aprile alle ore 15:13
    Venezia e i suoi misteri

    Venezia e i suoi misteri,
    negli echi d'un'epoca fiabesca,
    di pizzi, ricami e merletti, un'arte raffinata
    recante carisma fascinoso
    a dame e cavalieri d'altro tempo.
    Maschere carnevalesche, di tinte variopinte,
    oppur cosparse d'or, nonché d'argento,
    celanti volti estranei e sorridenti,
    di corpi fasciati in vesti sontuose, sgargianti,
    con fogge realizzate sia in sete preziose,
    che in stoffe assai pregiate.
    Sembianze d'altri, sebben talvolta tristi,
    specchianti visi occultati in pene solitarie,
    cercanti oblio per vite inappaganti,
    fra piogge di coriandoli e pur stelle filanti.
    Poi storici Caffè di letterati e artisti, scultori, pittori,
    di nobili e arguti dongiovanni,
    illudenti vergini fanciulle, benché sovente donne maritate.
    Memorie sussurrate dall'antiche piazze,
    da strette, pur variegate calli,
    canali, da gondole solcati,
    romantiche avventure, tra effusioni e baci.
    Eventi alternativi, sospiri, quasi ultimi respiri,
    racchiusi in pietra d'Istria del ponte desolato,
    passaggio sì forzato dei condannati a morte,
    che più avrebber visto la laguna amata tanto.
    E tra'l rumor di gente, sommessi bisbiglii
    che paion provenir da vari poggioletti
    di vecchie facciate, seppur non fatiscenti.
    E scruta, lo sguardo, cercando visi andati,
    sporgenti sulla piazza che li vide vivi,
    intanto che un intenso brivido enigmatico,
    tacito, m'assale d'improvviso.