username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 30 dicembre 2005
    Incontri notturni

    Come comincia: Un uomo.

     La musica accompagna la strada lucida, i semafori vanno a tempo. La pioggia conta le battute e salta sul vetro. Di notte la città perde il nome, diventa un labirinto di viali e strade. Tutte uguali, in ogni città. Un giro di manopola, il volume si alza e copre i pensieri. Il piede diventa pesante lungo viali svuotati , gli alberi scappano di lato. C'è solo un urlo nella testa. Il dolore è un urlo. Gli addii urlano e si corre per scappare lontano e non sentirli. Forse le lacrime e la pioggia confondono i colori e i semafori diventano tutti uguali di notte.

    Una donna.

     La notte sarà solo un intermezzo per il domani dove trovare ancore le parole appena lasciate nell'aria. I desideri realizzati dopo giorni. Le sue carezze sono ancora sotto la maglia che frugano nel cuore. La pioggia e la notte fanno sorridere mentre al semaforo bagnano il cellulare con l'ultimo messaggio della notte: "Stanotte non dormirò: sei il mio sogno ad occhi aperti." Forse la pioggia e la felicità confondono i colori e i semafori diventano tutti uguali di notte.

    Un uomo e una donna.

     Il tempo di guardarsi, un solo istante. I visi senza espressione chiudono solo gli occhi e immaginano un'altra storia. Il parabrezza è un'esplosione di colori. Il clacson piange, la musica continua, il cellulare lampeggia. La gioia attraversa la strada del dolore. Il dolore travolge ogni cosa, senza una parola. Solo il fischio di una frenata, lo schianto della fine.

    Solo un titolo per i giornali di domani.

  • 30 dicembre 2005
    Un altro mondo

    Come comincia:

    Le luci sono spente.

    Mi piace venire qui quando non c'è nessuno. Cammino piano e ascolto il rumore dei miei passi sul legno. Queste assi mi parlano. Mi dicono cose che mi piace ascoltare; miliardi di parole che si avvicinano e che aspettano il loro momento.

    Chiudo gli occhi e le parole entrano in me. Sogno con loro, mi danno una nuova vita, mi regalano un'altra avventura. E sono naufrago su un'isola , sono Principe di Danimarca, sono poeta spadaccino, sono diavolo sull'altalena, sono un veneziano geloso.

    Non sento il caldo, non sento il freddo, la bocca è asciutta, il cuore danza nel petto, e loro, le parole, che si mettono in fila per uscire, una dietro l'altra, con un ordine preciso, con il giusto tono, con la giusta intenzione. E schizzano fuori dalla bocca, entrano in sala, si aggirano tra le file e si appoggiano sui ricordi, aprono porte antiche, trovano lacrime nascoste, rubano risate alla tristezza, ricordano gesti famigliari, ti trascinano in un altro mondo.

    Riapro gli occhi. Le parole continuano a girare, in me. Domani saranno qui ad aspettarmi. Domani, quando da dietro il tendone del sipario sentirò le voci degli spietati sognatori, che con un biglietto comprano un viaggio e un po' della mia vita.

    E' tardi, esco dall'uscita di sicurezza. Lascio dentro applausi e lacrime, risate e emozioni.

    E respiro l'aria del mondo. Qui fuori bisogna essere solo bravi ad improvvisare, il resto è un caso.

    m e r d a,  t a n t a  m e r d a*

     

     

    * (è usanza in teatro, prima di una rappresentazione, dirlo come augurio. Una volta, quando si andava a teatro, se uno spettacolo aveva avuto successo, quindi affluenza di pubblico, lo si valutava dallo sterco di cavallo davanti al teatro. Ergo...)

  • 30 dicembre 2005
    Pippo Mantella

    Come comincia:

    Nel comune di Militello V.C. (CT), negli anni cinquanta, viveva un uomo, conosciuto come  Pippo Mantella, banditore, ma tale professione la esercitava solo quando gli veniva dato l’incarico dai commercianti del rione. Le sue curiose sceneggiate eccentriche, creavano buon umore agli abitanti del quartiere ed erano indice di attrazione, nel momento in cui si trovava a bandire il prodotto, da parte di una gran moltitudine di ragazzi che con schiamazzi, spesso, lo scherniva. Quando egli passava si fermava ai quattro canti del quartiere, e con il suo rullo di tamburo, fatto con un bidone quadrangolare, annunciava con voce baldanzosa, il prodotto del giorno, e diceva: “A sasizza s’innicalau“ Gridava con tutto l’ardore, continuamente, fino a che la sua voce arrivasse alle orecchie delle massaie impegnate nelle faccende di casa, per dare loro l’opportunità di recasi al mercato a comprare l’offerta del giorno e così preparare la cena per i loro mariti, al ritorno della mietitura. Dopo, un prolungato rullo, la sua voce inconfondibile coadiuvata da gridi, s’innalzava nell’aria rarefatta del mattino, mentre gli facevano da sottofondo le risate dei passanti incuriositi dai gesti che l’intraprendente banditore, con rudimentali mezzi di comunicazione, svegliava chi ancora dormiva. Quando replicava il messaggio, dopo alcune ore, trovava  noi ragazzi che ci accalcavamo per assistere la strana esibizione, che agli occhi degli altri, come in un teatro, portava la buona novella del giorno, insieme con il ripetersi arcano del quotidiano vivere di piccole cose, a noi produceva momento di derisione e scherno, mentre il tutto, rappresentava i personaggi, come se fossero rinvigoriti dalla presenza dei raggi del sole, divenendo attori di un quadro espressamente mondano. La semplicità si estendeva in folta coltre sopra i cuori delle laboriose donne, e tutto si specchiava genuino e umile allo sguardo del forestiero.  In questa vita profana, v’era qualche indiscreto momento, in cui qualcuno dei ragazzi, beffeggiandolo, gli faceva fuoriuscire dalla bocca schiamazzi e acri ansiti di rabbia, prodotti dal suo temperamento piuttosto eccentrico. Con tutto il tamburo pendolante tra i sudici pantaloni e la sguarnita camicia, lo  si vedeva correre al simigliar d’un clown,  sballottando quel bidone a destra e a manca mentre cercava di raggiungere quel ragazzo che lo aveva offeso. La sua forza presto, però, lo abbandonava e, ansante lasciava la preda, ritornando con aspro brontolio, al malaugurato angolo. Così iniziava di nuovo a rullare il tamburo delle offerte del giorno: “ A canni sinnicalau” gridava con voce avvoltolata, rullando forte e scaricando l’ira sul bidone, che pian mostrava segni di cedimento mentre il suono, già diveniva stonato. Di rado, era retribuito per le sue prestazioni, anzi spesso veniva pagato in natura, e così facendo, il commerciante con poco lo accontentava, ed egli ne era soddisfatto.

    Pippo Mantella, si adattava in molti servigi comunitari nel paese, specie quando faceva il sagrestano nella parrocchia. Il parroco,  benevolmente, gli aveva assegnato il compito di suonare, tutte le mattine, le campane per l’ora della SS Messa e quando si sentivano suonare, un pensiero ed una riflessione andava a lui, elogiandolo per il suo impegno e per la sua devozione. Era un perfetto chierico nel servire il culto e nell’accendere e spegnere le candele, sembrava di avere tutto sotto il suo controllo e a benemerito di ciò, cantava la litania con voce eloquente, piena di vitalità e di fede  Nel periodo che precedeva la festa del Santo patrono egli si prodigava di raccogliere le offerte insieme agli altri diaconi e con il suo modo di cantatore si fermava ai quattro canti, e come era solito, rullando e gridando, incitava i paesani a collaborare con le offerte, perché il patrono li avrebbe così benedetto, per la prossima annata.  Molti si avvicinavano e mentre donavano il loro contributo al diacono che gli stava accanto, chiedevano a Pippo di cantare la supplica della festa, ed egli onorato, stringendo e modulando le labbra imitava tutti gli strumenti musicali. Il momento era veramente mistico, l’insieme dei suoni vivaci che procurava con la bocca ed il conseguente raccoglimento dei cuori affascinati, creavano tutt’intorno, un legame spirituale che consolidava la fratellanza e l’amore nella piccola borgata.  Passata la festa, lo vedevamo affaccendato a preparare la sua celebrazione, e questa era la sua personale festa che sarebbe avvenuta all’ottava. Egli, aveva procurato una statua del santo, di piccola dimensione, e a questa, gli costruì la vara da portare in giro nel paese. Era dal peso complessivo di circa trenta chili ed il santo era illuminato con lampade a batterie, il quale veniva caricato sulle sue spalle e portato in giro nei sobborghi, mentre Pippo echeggiava con grande ardore, inni e lodi. Ad ogni angolo delle vie, gli veniva chiesto di fermarsi, egli deponeva il santo e faceva un girotondo con passi di danza rituale, mentre con la bocca imitava i fuochi d’artificio. Dopo, innalzando la voce rintronava la musica religiosa, esibita con tutta la sua forza. Era uno spettacolo singolare e divertente che nessuno si voleva perdere, infatti il suo passaggio era atteso come un avvenimento religioso che si convenga. Pippo Mantella sta arrivando con il santo, dicevano, il suono del campanello, che egli era solito suonare ad ogni fermata, era il segno che si trovava nei pressi e che tutti si raccogliessero per assistere a quel caratteristico spettacolo. Molti dei paesani, davano delle offerte affinché potessero servire per lui e per la buona riuscita della festa che egli avrebbe preparato per l’anno avvenire. Divenne popolare in tutti i paesi vicini, tale che molti curiosi venivano proprio per lui, per assistere a questo suo voto, di venerare il santo Nicola, patrono del paese.

    Quest’uomo sembrò costruirsi un mondo personale dentro il mondo in cui vivevamo. Egli si rese indipendente da ogni vincolo di sottomissione e di ipocrisia mondana che regna tutt’oggi, nella società. Libero da ogni pregiudizio, procedeva nel suo cammino, deridendo nel suo intimo la società stessa che rideva di lui. Nella sua ingenuità, si distaccò dalla così detta “zizzania” e dall’invidia, creandosi un mondo, puerile, ma sano di ogni amarezza e di ogni antagonismo, che  gli permetteva di vivere sereno ed essere amico di tutti.  Il rullo del tamburo, oltre a pubblicizzare, voleva significare il richiamo a svegliarci per accostarci a quelli che sono i valori della coscienza e dell’altruismo, che sicuramente, ci sollevano dall’angoscia.

    Pippo Mantella insegnava la vera relazione sociale e tutti  lo deridevano, insegnava il vero amore ed era offeso, voleva creare una grande famiglia di tutti i paesani, ma non era capito. Veniva spesso sfruttato e lui si accontentava del poco, e giammai desiderò il molto. Ma quello che ripudiava era l’offesa, la mancanza di rispetto che i ragazzi non gli davano, e non sopportava che i genitori fossero indifferenti quando egli mostrava segni di insofferenza per le offese ricevute. La società, avvolte, è come una nave senza timone, ha la capacità di sottoporsi a  grandi pesi di solidarietà e di sacrificio, ma nello stesso tempo non sa intravedere la giusta causa di un indirizzo sociale che porti al miglioramento ed al benessere morale. Avendo, egli compreso ciò, si discostò dalla giungla del pregiudizio e dagli obblighi, per crearsi un tipo di vita differente, mentre viveva nello stesso ambiente. Riuscì a tener compagnia a coloro che avrebbero dovuto confortare lui. Con le piccole cose egli contribuì a creare le grandi cose, con le piccole e buone maniere contribuì a mostrarci, una buona società morale. Ma è opinione di molti che la società tende ad essere meno responsabile e più egoista, e sebbene essa progredisce, in modo sorprendente, non si può dire la stessa cosa per i sentimenti umani, valori, che debbano essere maturi in una raffinata società, che purtroppo, nessun miglioramento si prevede, ne per il  presente ne per il futuro. 

    Pippo Mantella sembra avere fermato l’effetto di questa disgregazione sociale, rimanendo integro nel suo piccolo mondo ingenuo e consapevole dell’evolversi dei tempi e dei costumi, non si adeguò alla conformità del cambiamento disinvolto e senza pregiudizio dell’era moderna, anzi combatte con estrosità con le sue armi e cercò di mettere a nudo l’atteggiamento culturale della fine del ‘900, dell’incauto declino del sentimento romantico, mentre viveva soffocato, in esso. Così il rombo del suo tamburo sembra annunziare  l’avvicinarsi del tempo tecnologico, e la sua voce, l’imminente tonfo di quel vento che distrarrà parte della mente umana dai molti sentimenti, ed insabbierà la volontà di recupero per ritornare sui vecchi passi del buon riviere. 

    Pippo Mantella faceva ridere con le sue trovate, sia quando, in inverno indossava i pantaloncini e canottiera e andava in bicicletta intorno al paese, sia quando lo vedevamo con il santo patrono sulle spalle, tutto addobbato di fiori, mentre con la bocca intavolava musica e fuochi d’artificio. Ormai era una consuetudine vederlo in giro con nuove trovate. Il suo portamento ingenuo e serio incitava tutti a collaborare alla sua stravagante impresa. La sua età era intorno ai quaranta ed era con pochi capelli e di alta statura, mi ricordo che era l’amico di tutti, ed era sempre pronto a servire. Onesto ed integro, non si senti mai di aver procurato del danno o delle molestie a qualcuno, lo dico, riferendomi alla malsana società di oggi, ma allora, a queste cose nemmeno si ci pensava, l’ingenuità era carattere.

    Indimenticabile fu la sua caratteristica personalità, egli seppe insegnare l’umiltà a molti, forse anche a me, e a chi, guardando nel passato si ricorda di lui, riscoprendo le meraviglie di un semplice animo che si contentò di poco, pur di acquistare il molto dalla grazia di Dio.

  • Come comincia: «Chi vuol legare a sé una Gioia distrugge le ali della vita ma chi bacia una Gioia e la lascia volare vivrà nell’Alba dell’Eternità.» William Blake («Eternity»)
    Avevo la vita, la calda vita nel cuore, anzi pareva quasi che tenere gemme di rosa, nate da dentro, dal cuore, sbocciassero in ogni suo angolo, a renderlo più tumido, quasi gonfio di gioia.
    Fuori faceva freddo, e il vento dalla tempestosa mano picchiava contro gli scuri implorando attraverso le fessure della mia finestra: «Fammi entrare, ragazzo! Fammi entrare!». Io però me ne stavo arrotolato al calduccio sotto le coperte e lo ignoravo beatamente, godendomi la sensazione di gioia che con tanta generosità sprizzava dal mio petto.
    Ma poi, sporgendo adagio il capo da un orlo della coperta come una tartaruga che esce dal guscio, scorsi accanto a me la candela che smoccolava ormai consunta e vidi la sua ultima fiamma vacillare. Il vento, penetrando a forza nella mia stanza, me la spense, e proprio in quell’istante precipitai nel sonno.
    Forse dormii per un’ora, o forse due, ma so per certo che durante quel breve viaggio nel tempo raggiunsi il cuore della notte, il nucleo oscuro e silenzioso in cui palpitano i misteri che stanno per essere rivelati.
    Fu allora che udii quel gemito.
    Pareva il rantolo di una voce millenaria, sorta dalle profondità della terra a risvegliare la mia coscienza assopita... oppure era soltanto l’affanno del mio respiro, fattosi più greve a causa del sonno... o chissà, il reiterato sospirare del vento, quell’amico importuno che non voleva saperne di darmi pace. In ogni caso, impossibile continuare a dormire. Aprii un occhio, poi l’altro, e dopo essere rimasto per qualche istante in ascolto col fiato sospeso, compresi con orrore che non erano né il mio respiro né il sospirare del vento a produrre quel suono – perché anzi il mio molesto amico aveva smesso da un pezzo le sue perorazioni. Quel gemito proveniva, ahimè, da sotto il mio stesso letto!
    Non sono un codardo: al contrario, ben poche cose al mondo mi fanno paura. Persino i serpenti, col loro silenzioso strisciare, m’ispirano simpatia e sono i graditi ospiti dei miei sogni; e i topini che rosicchiano i ceppi nella legnaia, rincorrendosi tra i rami e le fascine, mi fanno spesso lieta compagnia durante i miei solitari pomeriggi di lettura su in soffitta. Ecco, forse i ragni... i ragni, sì, mi hanno sempre messo addosso qualche inquietudine; eppure ho imparato a osservarli di nascosto, quando, inconsapevoli d’essere spiati, sollevano le teste tra le zampette smilze e ricurve e le muovono a destra e a sinistra come l’occhio vigile di un telescopio.
    Ma quella voce!... Nell’udirla, il sangue mi si agghiacciò nelle vene. Tuttavia non sarebbe stato degno di me, della mia audacia, se me ne fossi rimasto ancora sotto le coperte, immobile e appiattito come un rettile. Raccolsi tutto il coraggio possibile e pian pianino calai la testa oltre il bordo del letto...
    Ebbene, era proprio lì... quella cosa!
    La osservai con attenzione. Verde, rugosa, putrefatta. Nonostante i suoi occhi fossero chiusi, quasi serrati, ebbi la netta sensazione che potesse vedermi.
    «Fammi uscire, ti prego!» supplicò in un gorgoglio strozzato. «Un solo istante! Uno solo!»
    Che fare? Ogni creatura sofferente, anche la più difforme, mi ha sempre ispirato profonda pietà. E nel sentirla implorare così, con quella vecchia voce arrochita e fievole, il cuore mi s’inzuppò di pena. Cosicché, armatomi di santa pazienza, la trassi da sotto il letto.
    Non c’è che dire, era davvero brutta! Una mummia verdastra, livida e imputridita, dal puzzo nauseabondo. Chissà da quanti millenni se ne stava immobile, avvolta nelle sue bende di morte. Fortuna che avesse incontrato proprio me, così generosamente disponibile a farle prendere un po’ d’aria...
    Mi ringraziò con voce commossa, e i suoi occhi si riempirono di lacrime che piano le sgorgarono tra le palpebre serrate, scorrendo giù per le gote ragnose. Non volle dirmi il suo nome, ma mi narrò la sua storia - una narrazione lunga secoli, - rivelandomi come l’umanità, nello stadio della sua prima fanciullezza, avesse appreso a sottrarre i corpi dei defunti ai naturali processi putrefattivi per mezzo di complesse tecniche d’imbalsamazione.
    «Certe procedure non dovevano essere poi così rudimentali se si è conservata tanto bene fino a oggi...» argomentai tra me. E risolsi che da allora in poi mi sarei preso cura di quell’anima in pena.
    Starsene immobili nei secoli non dev’essere una cosa piacevole: così ogni giorno le portavo da mangiare imboccandola pazientemente, e lei mi manifestava la sua gratitudine narrandomi in cambio storie di piramidi e civiltà sommerse, che ascoltavo pieno di sacro, affascinato stupore. Conobbi così il segreto del mondo: dai tempi di Lemuria, culla della razza umana, e della scomparsa di Atlantide sprofondata negli abissi, fino e oltre quelli in cui sorse la Sfinge, segreta custode dell’Arca dell’Alleanza, e furono innalzate le Piramidi di Giza in allineamento con gli astri della cintura di Orione.
    Naturalmente, in quei giorni ebbi cura di non farmi vedere né udire da nessuno. E poiché in casa c’era sempre qualcuno – i miei parenti, mia madre, mio padre, i miei fratelli, per non parlare dei loro ospiti, quei rumorosi bevitori di vino che nelle notti lucane di carnevale bussano alle porte mascherati di nero, a turbare coi loro campanacci i sogni tranquilli dei ragazzini innocenti, – dopo aver nutrito in segreto la mia mummia, tornavo a nasconderla sotto il letto, nella speranza che il puzzo di cadavere non destasse sospetti.
    Certo mi presi buona cura di lei, poiché la vedevo ringiovanire ogni giorno di più. Finché un mattino, traendola come sempre da sotto il letto, trovai distesa al suo posto una splendida fanciulla bionda che mi ringraziava coi grandi occhi sorridenti. Io, che avevo amato la mummia, brutta e ripugnante com’era, leggendole dentro con lo sguardo dell’anima, con quanto più ardore mi accesi di amore nel vederla trasformata in quella deliziosa creatura profumata che stringevo tra le braccia!
    Eros mi trafisse il cuore con la sua freccia rovente ed io la presi con tutto l’impeto della mia gioventù. Della qual cosa essa non mancò di ringraziarmi, ricambiando il dono del mio essere con tutta se stessa.
    Il mattino dopo, ansioso di riabbracciare la mia mummia (ormai non più tale per fortuna), mi affrettai a trarla dal suo nascondiglio. Ma quale fu la mia sorpresa quando, chinatomi accanto al letto e sollevati i bordi delle coperte, scoprii che essa non c’era più!
    Mi guardai intorno smarrito: la finestra era aperta!
    Corsi al davanzale. Fuori, un sole luminoso aveva spazzato via l’inverno, e nell’aria tersa e azzurrata di quell’insolito mattino un uccello dal piumaggio color del sole volteggiò davanti ai miei occhi.
    Era lei! Quell’anima meravigliosa aveva operato una delle sue metamorfosi e si era trasformata ancora una volta.
    Si fermò accanto a me e mi ringraziò con voce melodiosa: «Caro amico, grazie per avermi liberata da quelle grevi spoglie di morte e per aver riversato su di me Compassione, Pietà, Pace e Amore. Tu hai finalmente sciolto il debito che da millenni mi teneva legata alla terra. Ma ora non posso più trattenermi qui, il Cielo mi chiama. Addio!»
    Me lo disse con tristezza e insieme con gioia. Con gioia, sì, perché in un festoso sbattere d’ali spiccò il volo e se ne andò lontano, lasciandomi solo a piangere: «Addio! Addio!»
    Alla fine, in preda a un’emozione oscillante tra lo sconforto e l’incerta speranza di rivederla un giorno, ricaddi sul letto e mi addormentai di un sonno greve e profondo come la morte.
    Giunse la notte, il vento venne ancora alla mia finestra e questa volta entrò senza pregare, finché, nonostante l’oppressione del mio sonno di piombo, non udii di nuovo quel gemito: il rantolo greve e gorgogliante dei secoli. Ma i miei occhi erano troppo stanchi e pieni di pianto per aprirsi, le mie braccia troppo gravate dal dolore per muoversi. Mi sembrò poi che sul mio corpo incombesse il peso dei millenni e di tutte le piramidi del mondo, comprese quelle di Giza allineate alla cintura di Orione, e l’enorme mole della Sfinge, e l’ombra di Lemuria, e che mi travolgessero i flutti degli oceani, sospingendomi verso i loro più remoti fondali, dove giacqui sepolto sotto le cinta di Atlantide inabissata per l’eternità.
    L’alba mi trovò così: disteso sul letto, immobile, verde e imbalsamato. Una mummia putrefatta dal dolore, avvolta nelle sue bende di morte.
    Ora anch’io ho smesso di essere una mummia: e per fortuna! Perché altrimenti non sarei qui a scrivere questa storia; ma mi sono trasformato in una bella fanciulla e poi in uccello, e ho cantato a lungo - ah, quanto splendidamente! - sicché tutti mi pregavano: «Canta, canta ancora!»
    Ma la vita di un uccello è assai fragile e breve, per di più esposta alle lusinghe del mondo e al rischio che qualcuno tenti di metterla in gabbia: cosa che non avrei voluto mai e poi mai! Mi è già bastato essere per un po’ una mummia imbalsamata, che non è una delle migliori esperienze, vi assicuro. Alla fine strappai una penna, una grande, bellissima penna dal mio piumaggio di sole, la intinsi in un calamaio e mi trasformai in me stesso. Ed ecco perché ora me ne sto qui seduto, a raccontare di mummie, di fanciulle che ispirano amore, di uccelli che cantano e di una piuma che scrive.

  • Come comincia:

    Vigilavo con estrema cura i ricordi. Forse spesso era proprio questo che mi dava più fastidio di me stesso. Quest’estrema memoria del mio passato. Questa estrema precisione nel ricordare date ed eventi; persone ed impressioni. A volte non è facile confrontarsi con tutti questi ricordi.

    Ricordavo persino l’odore della polvere che avevo addosso dopo un’intera giornata di calcio all’oratorio. Quando terminava la scuola in giugno era il periodo più bello poiché si giocava tutta la giornata.

    Si scendeva al parco subito la mattina, a volte già verso le 9.30 iniziavano le prime partite.

    Io c’ero. Poi c’era il tempo per una veloce pausa pranzo in casa, la cui finestra dava comunque sui campi da giuoco in modo tale da rimanere sempre informati su quello che accadeva.

    Appena dalla finestra scorgevo la presenza nel parchetto di amici fidati con cui giocare a calcio mi precipitavo immediatamente giù. Si, correvo verso il parchetto. Non riuscivo proprio a camminare. Non riuscivo a percorrere con calma quel lungo corridoio che s’incuneava tra me, l’enorme palazzo e la gioia del parchetto. Avevo l’ansia di arrivare.

    Erano momenti frenetici quelli perché avevo paura di rimanere escluso dalla partita, quella sul campo centrale, quella partita che era visibile da tutto l’enorme palazzo.

    Non era la solita partita giocata sull’erba dove le porte erano fatte d’alberi.

    Non era neppure la partita giocata giù all’oratorio sul pavimento di lastre bianche e le porte disegnate sui muri.

    Era la partita sul campo di polvere. Le porte erano gigantesche. Bianchi pali di ferro un po’ arrugginiti. Era la partita seria, quella che ti stancava di più e quella in cui giocavano i ragazzi più abili. Si facevano prima le squadre.

    Di solito i due più bravi riconosciuti da tutti sceglievano la loro squadra a pari o dispari.

    Esser scelto per primo voleva dire esser uno dei più forti. A me capitava ogni tanto e mi sentivo bene dentro. Ci conoscevamo tutti. Era tutta gente che giocava.

    Il mio palazzo ha sempre sfornato gente che se la giocava a pallone. Quando ero piccolo pensavo che l’ambiente duro e difficile di quel palazzo, le difficili situazioni in cui riversavano la maggior parte di quei ragazzi erano un’ottima scuola di vita e anche di calcio.

    Pensavo fosse Dio a stabilire questi premi.

    Ero davvero contento che tutta quella gente sapesse giocare così bene, anzi addirittura orgoglioso che abitassero nel mio stesso sconfinato e tremendo palazzo.

    Ero convinto che Dio fosse giusto a dare queste doti a quei ragazzi che avevano comunque molte sofferenze familiari. Frequentavo ancora molto la chiesa e ringraziavo spesso.

    Avevo solo 9 o 10 anni. Ma attraverso questo processo ci passano tutti.

    Ero a conoscenza di casi davvero difficili. Mia madre insegnava nella scuola malfamata del quartiere e spesso mi raccontava qualcosa. Sembrava quasi che volesse farmi capire quanto fossi fortunato per non vivere quelle situazioni difficili. Ma spesso era cieca anche lei e io ancora non lo capivo.

    Quanti ragazzi ho conosciuto? Il mio palazzo era una scuola calcio.

    Oggi molti li rivedo. Non con tutti mi saluto. Ma NESSUNO ha la mia memoria. Molti sono ingrassati. Io ai tempi ero un po’ grassoccio e goffo ma mi sono sempre arrangiato abbastanza.

    Ma ora non si pensa più alle partite da fare nel campo di polvere. Il tempo manca ma forse sono cambiati anche gli interessi. Eppure il parchetto è ancora pieno. Il campo di polvere però non esiste più…è stato sostituito da materiali sintetici e reti protettive. L’entrata è controllata.

    Il mio è un palazzo davvero gigante. Enorme. Ci sono 11 piani per 11 scale e di gente c’è né davvero molta, d’ogni genere. Oggi non conosco più i ragazzi che giocano a pallone.

    Non conosco neppure più le situazioni difficili ma sono sicuro che persistono. Sono ancora attento ma in diverse direzioni. L’enorme palazzo sicuramente sforna ancora prodigi del calcio.

    Una volta ero orgoglioso di tutto questo.

    Ora ho solo tante, tante domande.

  • Come comincia:

    Nell´ambito della società "di tipo occidentale", nella quale noi siamo violentemente proiettati, quante volte si può scegliere? O meglio quanto spesso ci illudiamo di aver scelto? Spesso siamo convinti di cose che solo all´apparenza sono veramente come pensiamo noi. L´idea dell´esistenza di un gruppo ristretto di persone che "vuole tenerci buoni" per i suoi scopi non è poi così infondata, e personalmente già da un po’ la ricamo.

    Ci viene offerto e servito un servizio di svariati oggetti e servizi per permetterci di vivere, anzi direi meglio di sopravvivere.

    Lavoro-casa-automobile-famiglia-istituzioni-leggi (qualcuno che le fa e si preoccupa di farle osservare, compito affidato ai servi dei servi). Su questi "servi dei servi" vorrei tra l´altro aprire una brevissima parentesi. Per il compito loro affidato, e cioè quello di far rispettare le leggi, proteggere i cittadini (forse anche prima spaventarli per poi proteggerli) ed essere i gestori della giustizia e della quiete, si potrebbe presupporre che loro posseggano alti requisiti morali e di intelligenza...purtroppo è tutt´altro. Ma su quest´argomento tornerò poi in futuro, perché molto mi preme.

    Torniamo invece alle 6 parole guida della nostra società.

    Innanzitutto il lavoro. Ad esso si dedica la maggior parte del giorno, della settimana, dell´anno, ergo della propria vita.

    Nel 90% dei casi un lavoro che non ti remunera giustamente per la fatica e l´impegno dedicato.

    I sacrifici fatti non sono certo compensati adeguatamente.

    Ma questo perché? Eppure le banconote vengono stampate dalla zecca di stato e quindi sono in circolazione. Semplice: qualcuno, e anche molto vicino a te, deve guadagnare 5,10 o anche 20 volte quello che guadagni tu pur investendo più o meno il tuo stesso tempo.

    Non si lavora per se stessi ma per mantenere la propria famiglia, per potersi permettere gli svaghi.

    La sera si ritorna a casa. Possibilmente villetta a schiera con taverna ed erba tagliata all´inglese. Noi vogliamo tutto anche se spesso non possiamo permettercelo. Quindi si cerca una casa lontana dalla città, dal lavoro, dagli amici, dal proprio quartiere d´infanzia; dove i prezzi sono + accessibili e l´illusione è in vendita. Non importa se la mattina bisogna percorrere 40 km per andare al lavoro.

    Le code in tangenziale non sono un problema. Neppure sotto il sole cocente cattivo milanese.

    L´automobile pure deve essere di alto livello e comunque comoda. Non è la velocità che interessa.

    La voglia di velocità ed adrenalina non si può sfogare poiché siamo tutti in coda ma appena tenti di dar sfogo a tutti i cavalli legali che ti vendono legalmente, i servi dei servi hanno l´ordine di requisirti soldi e ultimamente punti (e qui comincia un nuovo giro di soldi di assicurazioni e di gabbole). Si aprono mutui fino a 50 anni, roba del tipo che diventeranno presto ereditari...proprio come i posti di maggior prestigio.

    Spero bene di trasmettere il fatto che non sto criticando i desideri delle persone, i loro sogni e tantomeno coloro che purtroppo guadagnano poco e che vorrebbero qualcosa di più. Penso questo sia chiaro.

    Io mi muovo contro la cecità e la sete di illusione. Voglio che non si partecipi a questo gioco le cui regole sono fatte da una cerchia troppo ristretta di persone.

    Chiudersi in casa e farsi spaventare dalla televisione: questo è un anello molto importante e saldo della catena. Come si è arrivati a questo punto? Penso che se un uomo di 80 anni fa (e quindi con rivoluzione industriale abbondantemente digerita) fosse proiettato in questa società schiatterebbe di infarto. È stato un lento ma progressivo e continuo partecipare di tutti sotto i voleri invisibili di qualcuno. Ma questi voleri sono talmente grandi che sono impercepibili ed incomprensibili per coloro che ne sono immersi fino in fondo. Immaginate di trovarvi sopra una scritta di caratteri immensi. Bene, non riuscirete certo a capire cosa c´è scritto a meno che non vi alziate da terra di 15 o 20 metri per poter leggere. Sembra un assurdo ma a volte è più difficile capire e accorgersene delle cose fino a che se ne è immersi dentro. Ci vuole distacco, lontananza e punti di vista differenti.

    Non si può andare avanti ad aver paura di tutto. Basta essere ligi a tutto ciò che ci viene presentato. Basta convincersi che qui ci sono le "cose giuste" ed i modi giusti di gestirle.

    Proteggere la propria famiglia. Le istituzioni che concorrono a tutto ciò e ci vogliono assicurare che è un nostro diritto proteggerci da tutto quello che può essere dannoso. Ma attenzione, tu avrai tutti i tuoi diritti solo se partecipi completamente al gioco. Se stai fuori sarai solo un emarginato incompreso e senza alcun diritto garantito. Solo con i vestiti puliti ti puoi presentare in un tribunale oppure a fare la spesa. Solo con i vestiti puliti e la faccia bianca la gente si fida di te.

    Solo cosi pensano che la tua sia una famiglia a posto e se quindi chiederai aiuto loro te lo daranno.

    Ma va bene cosi perché ti sei adeguato a tutto ciò che vogliono loro e magari neppure te ne sei accorto. Ormai sono diventati talmente abili che ci danno davvero tutto e sempre di più.

    Basta avere i soldi per pagare. Solo le famiglie in regola vengono ben viste. Probabilmente tutte le loro mosse sono registrate. Esistono dei "campioni" standard di cittadini sui quali effettuare statistiche e osservare le loro reazioni. Nessuno è più contento e tutti vogliono sempre di più.

    È incredibile ma anche tutto questo avrà una fine. Tragica purtroppo.

    È assolutamente NECESSARIA una presa di coscienza globale. Ma c´è n´è bisogno subito.

    Il problema è che ora la faccenda abbraccia troppi rami e si è diffusa globalmente e tutto è legato come una catena.

    Molto spesso le cose nascono perché ne devono nascere altre. Sono solo delle basi di lancio.

    Siamo ormai anche abituati a tutto e poca roba ci sconvolge. Troppa gente vuole mettere paletti agli altri e forse è pure contenta quando gli altri mettono loro questi paletti. Ci si riconosce quando si cammina. Esistono dei segni per comprendersi e per capire di giocare per la stessa squadra. L´importante è rispettare, perché finchè si rispettano tutte queste regole e si prende il numerino la mattina ci si può svegliare con la solita convinzione che la giornata che ci aspetta sarà esattamente tale e quale alla precedente. Qualsiasi variazione potrebbe creare panico. Dico basta a tutto questo guardare bene a chi ha tutte le carte in regola.

    Non si può continuare a chiudere le porte a chiavi. Tutto quello che si fa è solo perché ci è concesso da qualcuno. Il cane che la sera fa la pipì nell´aiuola sottocasa tenuto al guinzaglio dal lavoratore pulito. Non c´è più neppure un po´ di spazio per gli animali. C´è solo tanta, tanta paura nei visi delle persone.

  • 12 dicembre 2005
    Un giorno, per caso

    Come comincia:

    Sono qui, sola. Davanti a me il blu immenso, cielo di zaffiri che addolcisce l'austerità del mare tormentato come la mia anima. L'autunno è alle porte ma l'estate dona ancora calde giornate di sole quasi come per dispetto. Cammino, la brezza marina accarezza la mia pelle e mi trasporta in un'altra dimensione, un angolo di paradiso tutto mio dove ci sono io sola con me stessa. Nella mia testa? pensieri belli, ma soprattutto pensieri tristi, malinconici pieni però di speranza, la speranza che un giorno dalle mie lacrime nasca un fiore, il fiore della gioia. La risata di un bimbo come un dolce risveglio mi distoglie dai miei pensieri, è lì, tra le braccia della sua mamma, basta poco per renderlo felice, una smorfia buffa, un verso strano e tanta serenità! davanti a me tre pescatori attendono pazienti che qualcosa abbocchi mentre le loro donne tanta pazienza non hanno più, continuo a camminare, un bellissimo Labrador nero corre da me, vuole giocare, ma ecco arrivare lui, con un dolce sorriso si scusa e il mio cuore per un attimo si ferma, tante parole invadono la mia mente ma nessuna di esse riesce ad uscire dalla mia bocca, i nostri sguardi parlano per noi, e come se ci conoscessimo da sempre, un trasporto unico, i nostri corpi si attraggono inevitabilmente, un bacio, un solo, unico, indimenticabile bacio poi… uno squillo, in quel momento, ASSORDANTE di cellulare, sul display leggo: amore mio, sarà la fidanzata, la moglie, la figlia o l'amante… che importa, di sicuro non sono e non sarò mai io… PER FORTUNA!
    Riprendo a camminare... sola.

  • 12 dicembre 2005
    Gli amanti imperfetti

    Come comincia: Le due di notte. Il silenzio è piombato sui nostri corpi accesi, fasciati un po’ solo dall’appiccicoso lenzuolo di cotone bianco. Che splendida serata! La cena al club, al lume di candela, un salottino in cuoio rosso scuro, così invitante… ed ora, io e te, qui, insieme, stretti sul tuo letto ad una piazza e mezza, liberi di toccarci, baciarci, avvinghiarci in abbracci e giochi multiformi. Liberi sì, ma col peso dei casini quotidiani che rallentano la nostra voglia di sperimentare nuovi appetiti, nuove provocazioni.

     


    La porta finestra è aperta: assieme all’afa, entra un debole raggio di luna, che s’illude di illuminare le inquiete sensazioni che si aggrovigliano nelle nostre menti; fuori in giardino, il frinire pacato delle cicale si mescola al rombo delle auto che passano di tanto in tanto per la strada. Con una mano sento il cuore, cieco nella sua corsa. Le due di notte: già, è facile ascoltare il nostro respiro irregolare che vaga distratto dalle reciproche carezze che spendiamo tentando di carpirci desideri impronunciabili. Brevi, semplici parole, tra noi, formule rituali che celano un timore, “ansia da prestazione” dicono gli psicologi, chissà, ...


    Io e te: il tuo corpo comodamente adagiato sopra il mio, gli occhi esplodono in baci folli, ripetuti; le mani, le gambe si cercano e si lasciano, si perdono nel piacere profondo. Le labbra turgide inseguono il tuo odore dietro il collo, sulle spalle, poi giù, sempre più…Gli sguardi amano fissarsi un po’ per trovare conferme. Entrare ed uscire da me: un brivido di irrinunciabili secondi, che sale al cervello confondendo l’essere tra cielo e terra. Le due e mezzo di notte: sì morire d’un amplesso che pare insaziabile, non la ragione, solo l’istinto governa attimi eterni. Notte di fine agosto, è il tempo per un’anima anelante, che ha trovato infine se stessa e che ha in disprezzo la luce del nuovo giorno.


    Le tre di notte. “Ehi, stai bene piccola?” Nella penombra, due occhi vivaci scrutano ansiosi una mia risposta.  Con le dita, scosto placidamente un biondo ricciolo ribelle dal tuo viso. Che dirti adesso? “ Sì certo, grazie, Luca.” Ma la mente va oltre: tra i ricordi, in fondo ai pensieri, forse no, forse m’è indifferente sapere, forse non ho ricevuto da te ciò che in quei momenti ignoravo di volere. Appoggio il volto contro il tuo petto, ancora intriso d’acqua di colonia: la pace che m’infonde il tuo affetto monopolizza il mio corpo, si scioglie nel sapore inebriante ed esclusivo della tua morbida pelle. La tua voce scherzosa mi sussurra infine all’orecchio: “Ti va di farlo ancora?” Sì il tuo desiderio mi ha contagiato, m’induce ad osare un’altra volta.


    Lontano, sul marciapiede che cinge la strada, odo uno scalpicciare furtivo di ragazzi, i vicini probabilmente, leggeri ritornano da una festa, magari in riva la mare. Ricordo il nostro primo incontro mentre le palpebre socchiuse attendono che tu con arte lavori la mia essenza primordiale: era un mattino nuvoloso di primavera, sul mare spirava una debole bora che asciugava le fatiche, le delusioni non ancora sopite. Io vittima dei fumi dell’alcol al party in barca della sera prima, ero scesa sul piccolo molo che affiancava il Castello di Miramare, per fumarmi una sigaretta. Ero sfatta, vestita da cocktail, mi reggevo a fatica su tacchi vertiginosi, ma ho iniziato comunque a camminare. Tu eri là, seduto al limitare della banchina grigiastra e riprendevi fiato dopo un’estenuante corsa. “Ciao,…”Con un ingenuo sorriso mi hai salutato mentre ti passavo a fianco. Non so, forse temevo di avere delle allucinazioni da ebbrezza reiterata, non mi sembravi vero, non alle sei del mattino. In seguito mi hai confessato con molta tranquillità, “Non sai quanto sono stato felice di aver percorso circa cinque chilometri a piedi come quel sabato, perché ho avuto la possibilità di conoscere te, di deliziarmi della compagnia d’un angelo che da allora non ha più lasciato i miei occhi”. Eh, sì quanto tempo è trascorso…


    Ed ora noi due: non lo so, ma d’impulso, la bocca si apre per dirti: “Ti amo”, forse sbaglio, non conosco le mie emozioni, ma attendo una replica; la tua mano così scivola voluttuosa a disegnare la forma d’un efebico seno, e poi giù, sul ventre piatto, caldo,… Sentire, guardare, toccare, annusare, gustare: tutto in pochi minuti che fuggono veloci come ladri che credono di aver compiuto il colpo più importante della loro vita. Sì ma dopo? Nulla, il vuoto del cuore, una parola, una carezza si riversano in una serie abituale di gesti, di prassi poco esuberanti. Sesso, che significa fare sesso? Che succede poi,… dopo il piacere? Può darsi che sia venuto il momento di scoprirlo…


    Le cinque di mattina. L’alba è ormai prossima, si è levata una flebile brezza che spinge le candide tende ad ondeggiare qua e là, quasi a voler svelare una piccola passione. Un gabbiano grida il suo buongiorno al cielo che piano si terge dal suo sonno, alla città restia a rinnovati rigogli di vita. Peccato, solo qualche ora ancora e poi ci lasceremo, ognuno di nuovo calato nelle frenesie settimanali. Che stress, l’agenda oggi è proprio fitta d’appuntamenti: lavoro, corsi d’aggiornamento (caspita,devo uscire prima dall’ufficio perché alle sei devo essere a lingue,…), cena coi colleghi e poi… Ti sfioro delicatamente una guancia mentre fingi malamente di dormire: chissà se stasera ci rivedremo? Con un breve movimento, ti ridesti (scusa se ti ho disturbato!), sorridi, negli occhi ingenui e stanchi, l’Oceano che amo, così calmo, così blu infinito, mi bisbiglia: “Che c’è, Amore?” “Nulla” dovrei risponderti, nulla per non gettare al vento questo sentimento, ma… ho i miei dubbi da scoprire. Abbracciati l’uno all’altra, sembriamo due cuccioli in cerca di sicurezza per le nostre paure: è l’amore che ci pervade?


    “Luca, posso chiederti una cosa? A volte durante i nostri rapporti, ti osservo e penso: che stai provando? In altre parole, quando mi tocchi, quando facciamo sesso, quali sono le tue sensazioni? Eccitazione, desiderio,… ma poi che altro?”Domande, incertezze amletiche alle cinque e mezzo del mattino, dopo un’intera nottata in preda ai nostri istinti, risposte,… Già con lo sguardo tenero e le labbra lievemente dischiuse cerchi di insinuarti nei miei pensieri:” Non capisco che vuoi dire, Amore, “ le tue parole si accompagnano a confortevoli coccole mentre le tue gambe giocano dispettose con le mie” ciò che provo, beh… lo vedi, vedi ciò che sento, cioè…Oddio ma che domande mi fai a quest’ ora?” Fallimento totale: che stupida! Forse dovrei ignorare i miei interrogativi, continuare a vivere senza sapere, forse veramente non c’è differenza tra le due dimensioni,… No, io non mi arrendo! Mi stendo quindi su un fianco rovesciandoti supino, quasi al bordo del letto, accarezzo il tuo petto glabro, liscio, ti piace,… Sì, godono i tuoi sensi percependo il mio respiro su di te, sentendo le mie dita… “Vedi Amore io vorrei soltanto capire che ti passa per la testa, quel di più che il tuo corpo mi da, magari involontariamente, non so… Io vorrei comprenderti istante dopo istante, anche adesso che stiamo uno con l’altra.”. Tra imbarazzo che vorresti nascondere sprofondando nel soffice cuscino e passione che lasci trasparire guardandomi e schivandomi alternativamente con falsa ingenuità, sento il tuo cuore prigioniero di un’allegra confusione di battiti col sangue che vorrebbe schizzare volentieri fuori da ogni parte. Dubbi, soluzioni,… La tua bocca tuttavia d’un tratto dipinge una smorfia, mi osservi curioso, vorresti capire il significato delle mie parole, mi sorridi, ancora, ma diffidente: a che pensi?


    Le sei del mattino. L’Aurora dalle bianche mani ci accoglie quieta donandoci sensazioni di pace e freschezza mentre sulle strade cominciano a riversarsi i primi lavoratori, ancora piuttosto assonnati; la città fatica a riprendersi dall’ultimo fine settimana, caldo umido. E’ l’estate che pigramente si trascina e che non vuole cedere all’Autunno già alle porte; ieri le previsioni meteo annunciavano pioggia durante la settimana, pazienza,… “Allora, non mi rispondi? Devo suggerti io le parole? Non capisci? Io devo sapere… io non posso rimanere col sospetto che tu non provi, non comprenda le mie esigenze, le inquietudini,…” Sì, lo so sono crudele ora nei tuoi confronti: sei stanco,…


    In fondo è una domanda quasi banale la mia, a cui forse hai già risposto, involontariamente, coi tuoi gesti, questa notte che è appena trascorsa, ma tu troppo spesso sei avaro, una carezza al posto d’una frase, no io voglio scoprire che cosa si cela dietro a tutto ciò che abbiamo vissuto fino adesso. Parla dunque! “Scusa, tesoro, ma non so se ti sei accorta: sono le sei e mezzo del mattino, non ho dormito manco un minuto in tutto questo tempo, per soddisfare adeguatamente i tuoi bisogni e tu, che fai? Ti metti a fare della filosofia del sesso a letto! Ma che t’è preso tutta ad un tratto, eh? Vuoi una risposta? Aspetta, vado di là nello studio e consulto un po’ di libri …. Va beh, mi è passata la voglia di dormire oramai, mi alzo!”. Ti sollevi, lasciando cadere da un lato il lenzuolo,  da seduto, mi dai le spalle, poco abbronzate, emettendo un lungo sospiro: “Scusa non volevo essere duro con te poco fa, ma a volte sei veramente pazzesca con le tue idee, i tuoi discorsi incomprensibili!Io vorrei rispondere a tutte le tue domande ma…. Non ti capisco,… E poi ho sonno,…”. Filosofia, sì, per te la filosofia e la psicologia sono la stessa cosa, passatempo, cibo, nient’altro. Ti ho costretto ad arrabbiarti: di solito tu sei la pazienza fatta persona, mitighi con il tuo dolce sorriso ogni mio nervoso, le battute velenose. Neppure io pensavo che avresti reagito così. “Ti chiedo scusa anch’io, scricciolo, ho esagerato prima; non m’interessa il lato pratico dei nostri rapporti, la mia domanda era semmai più interiore ma è meglio lasciar stare, hai ragione sono domande assurde queste.”. Mi alzo, ti abbraccio delicatamente e baciandoti su una spalla: so che è solo un momentaneo scatto d’ira, so che è già svanito come la rugiada asciugata  dal tiepido sole.

  • 10 dicembre 2005
    Uno squarcio d'azzurro

    Come comincia:

    La lampadina dell’abat-jour, da qualche tempo ormai, funzionava ad intermittenza.
    Quella sera, sul comodino la boccetta dei barbiturici era vuota. Elisa accese l’ennesima sigaretta.
    Scese dal letto, indossò la sua bianca vestaglia e pigramente si avvicinò alla finestra.
    Con un tocco leggero poggiò le dita sui vetri.
    Amava farlo e accarezzarvi attraverso tutte le emozioni, ne sentiva il contatto tra le dita senza neppure sfiorarle.
    Questa volta seguiva il tratto di gocce di pioggia scivolare lentamente, poi più insistentemente.
    Il sonno tardava ad arrivare, indossò un paio di jeans, prese le chiavi della macchina e uscì.
    Vide da lontano l’insegna di un bar e rallentò.
    “Chiuso, la solita sfiga”
    Stava per ripartire quando si accorse, dai riflessi dei fari, che qualcosa si muoveva.
    Scese e con grande sgomento vide una bambina tutta rannicchiata che piangeva.
    “Come mai qui tutta sola a questa ora di notte?”
    Tremante non rispose. Elisa gli poggiò sulle spalle la sua giacca e la caricò in auto.
    Vide a pochi metri lo sbocco dell’autostrada, il tratto più breve per arrivare al primo commissariato.
    Continuava a piovere a dirotto. Improvvisamente qualcosa, velocemente, le tagliò la strada.
    Frenò di colpo accese le 4 frecce e accostò. Due grandi occhi impauriti la osservavano.
    Era un cucciolo di cane tutto infradiciato. Si chinò e lo raccolse.
    Si voltò per risalire in auto quando con grande sgomento si accorse che la bimba non c’era più.
    Adagiò il cucciolo sul sedile posteriore e la cercò, senza esito, per ore.
    Non riusciva a capacitarsi dell’accaduto. Sconvolta riprese a guidare, si diresse verso casa.

    Arrivò, stava per chiudere la portiera quando incredula vide il cucciolo.
    Lo prese dolcemente tra le braccia e lo strinse forte a sé.
    Sentiva quel piccolo cuoricino battere all’impazzata contro il suo petto, gli occhi impauriti ad implorare rifugio.
    Gli preparò del latte caldo, dei pullover smessi per riscaldarlo.
    Spostò una catasta di giornali quando gli occhi le caddero su un articolo d’alcuni giorni prima.
    “Incidente mortale sull’autostrada A3. Estratti, privi di vita, dalle lamiere un uomo, una donna e una bimba di 8 anni con, tra le braccia, il suo cucciolo”.
    È l’alba. La pioggia ormai si è arresa, uno squarcio d’azzurro.
    “Hope, lo chiamerò Hope”.

  • 10 dicembre 2005
    Colori

    Come comincia:

    Antonio indossò i pesanti guanti di protezione, come tutte le mattine, e cominciò a lavorare. Trainò in avanti il carrello, sistemò il sacco per raccogliere i rifiuti e, afferrata la ramazza, guardò innanzi a sé il lungo rettilineo grigio puntellato da cartacce, foglie secche, sacchetti e bottiglie abbandonate alla rinfusa nelle aiuole dei marciapiedi e nella sciara.

    Erano le sei del mattino e puntualmente cominciò il suo turno di lavoro, lui che era un lavoratore solerte e rispettoso, che mai aveva ricevuto una contestazione disciplinare. Ormai da anni faceva questo lavoro di netturbino, un lavoro come tanti, giusto per campare. Certo ci si sporcava le mani, spesso si veniva derisi per la strada, soprattutto dai ragazzini arroganti perché forti del loro futuro ancora intatto, ma la ditta era “buona”, pagava da contratto, ti pagava la malattia, e se rendevi ti dava anche un premio.

    La luce del sole alle sei del mattino è particolarmente dolce e l’aria, in questa bella stagione, ha un tepore che pare una carezza. Antonio volse lo sguardo verso il cielo perché gli piaceva ammirare il suo colore, e l’intreccio delle nuvole e, quando veniva l’autunno, anche gli stormi di uccelli che in blocco si  preparavano alla migrazione. Gli piaceva sentire il soffio leggero e carezzevole della brezza che lo rinfrancava della sveglia mattutina e lo emozionava prima di cominciare a spazzare.

    In passato gli capitò di lavorare al cimitero, il posto più orribile dove si potesse svolgere il suo lavoro. Fortunatamente i turni non erano mai notturni, ma si lavorava dalle sei a mezzogiorno, tranne ovviamente l’uno ed il due di novembre, quando si facevano gli straordinari. I suoi colleghi più fantasiosi si divertivano a raccontare, soprattutto ai più giovani o ai più sprovveduti, inverosimili storie di spettri capitate laggiù durante il lavoro. Alcuni ci credevano e rimanevano terrorizzati. Proprio a costoro il sorvegliante della zona decideva di far fare il turno serale dello straordinario: “ Picchì s’ana fari l’ossa” diceva, ma in realtà perché lo divertiva vedere innanzi a sé il malcapitato sbiancato dalla paura, che lo supplicava di non mandarlo a fare quel lavoro. E allora ecco che arrivava la contestazione disciplinare per insubordinazione, ed allora cominciava una sorta

    di grottesco inseguimento tra predatore e preda senza alcuno scopo, solo per il gusto di stabilire una supremazia o anche solo per passare il tempo.

    Antonio aveva vissuto tante situazioni come questa, ma fortunatamente mai in prima persona, lui che amava farsi i fatti suoi e starsene in disparte. Adesso lavorava in una zona vicino al mare, scostata dal centro, dal mercato, dalla pescheria, tutte zone in cui il lavoro era più duro e pesante. Mentre spazzava udiva il suono della ramazza che strisciava sull’asfalto quasi ansimasse ritmicamente e, senza che qualcuno se ne potesse avvedere, volgeva lo sguardo, i suoi occhi, verso il mare. Esso era lì disteso placidamente, la superficie leggermente increspata dalla brezza mattutina, la linea netta dell’orizzonte spezzava il suo azzurro intenso dal tenero celeste del cielo, e coriandoli dorati scintillavano sull’acqua gettati dal sole festoso del mattino.

    Oltre la curva si vedevano in lontananza i lidi, con le cabine di legno in costruzione, e qualche ombrellone chiuso piantato nella sabbia. I pedalò erano già sistemati in un’area a parte recintata da un cordone azzurro, e qua e là qualche bagnante in costume andava in spiaggia a prendere il sole. Quella era anche la zona degli alberghi, tutti bianchi con le imposte in legno o verdi o azzurre, e con il giardinetto davanti affollato di palme gigantesche. Già dal mese successivo questa zona sarebbe stata invasa dai turisti italiani e stranieri tutti biondi e bianchi di carnagione, pronti a scendere in spiaggia con le biciclette colorate. Antonio amava osservarli mentre pedalavano, lucidi di crema protettiva e coperti malamente dagli abiti variopinti, verso la spiaggia o verso il centro storico.

    Tutto ciò guardavano gli occhi di Antonio mentre la ramazza continuava ad ansimare ritmicamente sull’asfalto. Tutto ciò rimaneva impresso nel cuore di Antonio mentre il sudore affiorava inesorabile sulla sua pelle. Intanto aveva raccolto tanti mucchi di immondizie, e riempito il suo sacco. Ormai era mezzogiorno ed il turno di lavoro era finito, così come era finito il lungo rettilineo, e l’immagine dei lidi all’orizzonte scompariva pian piano dalla vista. Si recò al posto di firma, timbrò il cartellino e ripose ramazza e carrello nel deposito, lasciando il sacco chiuso perché chi di dovere lo caricasse e lo portasse alla discarica.

    Anche per quel giorno il lavoro era finito, il tributo di fatica alla società era stato pagato ed il pane era stato guadagnato onestamente. Tutto era a posto!

    Antonio si incamminò verso casa, con le mani finalmente libere dal peso dei guanti di protezione, raggiunse la sua autovettura e si diresse al quartiere popolare dove viveva con sua moglie e una bambina piccola di quattro anni.

    Le trovò nella cucina angusta, l’una indaffarata a preparare il pranzo, e l’altra intenta a giocare con carta e colori. Provava una grande tenerezza per questa sua piccina, per tutte le privazioni a cui la sottoponeva a causa di una insanabile mancanza di danaro. Eppure sempre si riprometteva che qualunque sacrifico avrebbe fatto pur di garantirle una vita migliore.

    Consumò il pranzo in silenzio, e non appena ebbe finito lento si alzò dal tavolo e si diresse verso la porta. Dalla cucina la moglie spazientita gridava: “Nun ti peddiri, com’o solito”. Antonio, dopo aver pranzato, aveva l’abitudine di allontanarsi da casa e di isolarsi. Prima di uscire di casa entrò in camera da letto e prese una valigetta contenente delle tempere e dei pennelli, il suo cavalletto, una tela bianca ed uno sgabello. Andò via e si diresse verso la scogliera, in un punto isolato che conosceva bene. Dispose il cavalletto, fissò la tela, si sedette sullo sgabello e aprì la valigetta con le tempere.

    I colori colavano dai tubetti sulle sue mani, e coprivano quel lerciume che il suo lavoro vi aveva stratificato. Impastava i colori per inventare le tonalità più impensate, quelle più vicine alla sua immaginazione, ai suoi sogni, alle sue visioni. Miscelando quei colori si sentiva come se qualcosa si sciogliesse dentro di sé, come se un grumo grande come il suo stomaco finalmente si dissolvesse e lui si sentiva leggero e libero e, finalmente, in pace con il mondo.

    Aveva tante tele dipinte nella sua casa, e sua moglie non ne aveva mai appesa una alle pareti, non le piacevano, anzi la facevano vergognare perché sembravano i disegni di un bambino. Ma su quelle tele l’anima di Antonio urlava forte la gioia della sua evasione.

  • 09 dicembre 2005
    Paura della libertà

    Come comincia:

    "Da me si lavora 8 ore più 45 minuti dovuti alla pausa pranzo e poi ogni giorno sta ai cazzi miei fare di più o di meno , basta che a fine mese non sia sotto di più di 2 ore e che se si esce prima delle 16.45 bisogna fare un permesso con recupero.
    Bene, ieri io sono uscito alle ore 16 e la gente lo ha preso come un atto di alta libertà annusata. Prima di uscire faccio il corridoio e chi mi incontrava si allarmava per quel mio non portare a termine la giornata completa, capiva che stavo andando fuori ad assaporare libertà di ore mai vissute all'aria aperta, qualcosa che quando capita è un evento poichè niente e nulla ti può bloccare dal fare le 8 ore del porcoddio.
    Insomma loro non erano invidiosi o comunque non era quello il sentimento maggiore che partiva dal cuore e usciva dai loro occhi, bensì una sorta di paura e smarrimento per quello che avrei potuto trovare fuori a quelle ore.
    Che potevo saper io se alle ore 16 non girano per Milano leoni e tigri, bande di saccheggiatori e quant'altro?
    Loro son solo sicuri e tranquilli che dopo le ore 16.45 la buona polizia del governo italiano pensa a mantener la calma per la città e ad assicurare ai cittadini un buon felice ritorno a casa, una metrò sicura, un ingorgo sicuro e pacifico.
    Insomma io stavo osando il non plus ultra, mi stavo avventurando oltre le colonne d'Ercole, ero quasi un eroe che voleva metter nero su bianco che esiste qualcosa prima delle 16.45 e che non è il nulla o il nero.
    E una storia triste e l'assuefazione alla prigione non ti permette un reinserimento nella società, ti fa sentire impaurito e sporco in coscienza se ti concedi qualcosa di più, quel qualcosa di più che una volta era la vita normale".

  • Come comincia:

    La luna ha un fascino particolare, sere come questa mi fanno star bene da sola.
    Forse con un libro di poesie di Marguerite Yourcenar, due dita di whisky per stordirmi un po’,
    anche se sono quasi astemia, sarà quasi dolce aspettare la notte.
    Rovistando nella libreria da un mio diario cadono i petali appassiti di un papavero ricevuto in dono.
    Me lo ha regalato Giacomo, sa che li adoro.
    Chissà perché ho sempre amato tutto ciò che ha breve vita: i papaveri, le farfalle. Forse perché tutto questo mi fa pensare alla breve durata che hanno le sensazioni più belle e che bisogna coglierne i colori, il senso, il vero senso prima che esse muoiano.

    Il vero senso, già come il senso della vita, un senso a volte consumato senza consapevolezza,
    un senso che molte volte si costruisce inutilmente nel dolore, un senso che si smarrisce e non ti da neppure il tempo di voltarti indietro perché non lascia nessuna traccia. Dovrei riporre il diario adesso e continuare a cercare il famoso libro di Yourcenar, invece con un gesto quasi “meccanico” ecco che mi ritrovo a sfogliare una pagina di diario.

    15/10/2… “Mi sto troppo innamorando di questo silenzio che c'e' in me,
    un silenzio che ho voluto costruire in uno spazio buio, dove ogni parete è senza finestre...
    Un silenzio privo di rumori, privo di luce e di colori, privo di abiti, un silenzio nudo, il solo luogo dove riesco e voglio mettere a nudo la mia anima. Non so celare il dolore, anzi: neppure lo voglio! L'unica sensazione che sento avvolgere il mio corpo e la mia anima è nebbia, solo nebbia, potermi immergere in essa a piedi nudi. Lasciare stillare anche dai più piccoli pori sfumature di dolore che e' la sola ragione, la sola mia ragione. Provo a guardare intorno a me,tutto ciò che circonda il mio corpo, un corpo che non sento, solo pareti bianche, tende impregnate di fumo. La pioggia battente sui vetri... come se fossero dita che picchiano forte sui vetri per entrare, ma: stasera no! Non farò entrare nulla, voglio stare da sola con me, in compagnia della luce che non voglio, del tetro odore di inquietudine, in compagnia di quello che non provo, abbracciata al gelido freddo di ciò che non sento. Pensieri. Non so cosa sono, nuvole, solo nuvole e fiamme ardenti in questa stanza dove vorrei continuare ad essere sepolta. Eppure un rumore, mi chiedo cos'e'; ecco: ci sono! E' il rumore del mio respiro, eppure così estraneo a me, provo un senso di repulsione, il respiro... lo sento trapiantato in me come una di quelle macchine che disperatamente vuole tenerti in vita, ma mi chiedo: si può tenere in vita chi è già nato morto? E chi vede la vita come la morte? Per chi ha fatto del sotterraneo della morte la sua unica ragione?
    Terra tra le dita. Terra nel più profondo di me, notte, solo notte in una grande massa di ghiaccio galleggiante sul mare un' iceberg nel quale ruotare... e ruotare. Annullare la ragione, perché non serve una ragione... tutto solo... Arcano, Occulto, anche a me stessa!”

    Ho i brividi... rileggermi, rivisitarmi adesso che la mia vita, forse è cambiata, è come sentire un profumo d’anima spenta ormai dimenticato, eppure tremo... tremo ancora rileggendo queste mie sensazioni sparse, solo inchiostro su dei fogli, eppure gocce di dolore versate mentre mi abbracciavo al dubbio che è la vita stessa. Solo adesso penso al mio cercare la libertà, anche dopo aver spezzato catene che sembravano indistruttibili, continuavo a sentirle in me chiedendomi perché? Perché? Perché ? Disperatamente cercavo di capire il perché di quel senso di prigionia, forse prigioniera del passato? Ma in fondo il passato, nel vissuto non è più presente, non è più oggi, non è più domani. Eppure non è mai stato così facile riuscire a prendermi per mano e portarmi via nel cercare di sentirmi diversa, ma diversa da quale immagine di me? Mi sentivo una moltitudine continua, spesso incompresa, anche agli occhi di me stessa, forse era grande la paura di mostrare ai miei stessi occhi come davvero io fossi? Eppure no, non era paura, non era neanche certezza, né coerenza, non era nulla… o forse era tutto. Adoravo tutto questo di me, pur odiandolo, cercavo di distruggermi in me stessa per ricostruirmi continuamente ma... mancava sempre qualcosa. E’ come cercare di capire se è la luna a dare un senso al buio, oppure viceversa.

    Di nuovo i brividi... Non è freddo, anche se si sta avvicinando il Natale.
    E’ strano pensarci adesso ma credo di non averlo mai avuto un Natale tutto per me . Non sono mai stata una tradizionalista, sicuramente non per scelta, ma quando ero piccola ricordo il mio primo Natale. Ero alle elementari, la maestra ci chiese di svolgere un tema correlato di disegno, ricordo di aver disegnato delle sedie vuote, non un albero, non un presepe, non regali sotto l’albero, neppure sapevo cosa fosse un albero di Natale. La maestra mi chiamò e mi chiese il perché di quel disegno, non seppi rispondere. Solo in seguito, parlando con mia madre pensò di capire che le nostre erano difficoltà finanziarie. Qualche giorno prima del Natale tutti gli alunni avevano racimolato una discreta sommetta e acquistarono un albero per me. Il mio primo Natale con l’albero. La felicità di quel 25 dicembre, arrivò nel sentire tutti quei bambini felici di rendermi felice. Ma a casa, attorno a quell’albero continuavano ad esserci tutte quelle sedie vuote a contenere la mia paura, la mia terribile angoscia di ritrovarmi sola di fronte a “quelle” mani troppo grandi..

    E’ il rumore della pioggia a scuotermi adesso, l’adoro come adoro l’inverno, domani, magari domani se continuerà a piovere scenderò giù in spiaggia,voglio sentirmi per qualche istante ancora bambina. Scendevo sempre in spiaggia con i miei libri in un piccolo zainetto, dove custodivo piccoli frantumi di infantili sogni recisi. Jeans arrotolati, a piedi nudi , iniziavo la mia corsa con il viso rivolto verso il cielo. Non era più inverno, non era più freddo, solo io e lei... io e la mia pioggia. Mi carezzava il viso, le sue gocce si trasformavano in dita delicate tra i miei capelli, sulla mia pelle, lavavano mani “sporche”, lavavano colpe che credevo mie sulla pelle. E in quella emozione respiravo le uniche carezze "pulite" che avessi mai conosciuto.

    Il mare... com’è buffo, è qui a soli pochi passi da casa mia eppure non sempre ne sento il profumo, non sempre ne sento l’odore... decisamente come la vita, ti scivola addosso, a volte come un tessuto pregiato di seta, e a volte come un cencio umido e inutile, eppure quasi non te ne accorgi.

    Guardo l’orologio,sono le 3:00. Il cane corre verso la porta, è Giacomo, corro sotto le lenzuola, al solito non gli dà il tempo di entrare, scodinzola, gli salta addosso dalla gioia, non si rende conto della sua forza e facendogli le feste gli fa quasi male, inutile chiamarlo è troppo felice di vederlo, fa sempre così anche quando non lo vede per soli 10 minuti. Finalmente riesce ad entrare nella stanza da letto, che bello sentire i suoi passi, è come una carezza che mi arriva improvvisa nel cuore, mi sembra quasi di udire il rumore del suo respiro che inonda non solo tutta la casa ma anche me. Si avvicina al letto, mi fingo assonnata, china il viso sul mio e mi sfiora con un leggero bacio, così leggero da sembrarmi poesia.

    Nella penombra della stanza, solo la luce della tv, non riesco a dormire completamente al buio, cerco di abbracciarlo ma lui mi mostra le mani, le sue mani sporche di lavoro, dolce amore mio quanta tenerezza.
    Che strana sensazione… è come se fosse la prima volta nella mia vita che desidero mani che mi accarezzano anche se sporche di lavoro…
    Adesso tra le sue braccia chiudo gli occhi e provo ad addormentarmi.

    Domani, magari domani se continuerà a piovere scenderò giù in spiaggia, voglio sentirmi per qualche istante ancora bambina.

  • Come comincia:

    Arrivò il momento, mancavano solo pochi giorni, presi il treno e partii.
    Era tutto pronto, anche il nome che non avevo scelto io.
    Ancora non ero in grado di capire cosa mi stesse accadendo.
    In quegli ultimi giorni cominciarono a tenermi segregata,
    nessuno doveva vedermi.

    Era un paesino sperduto, tutto era immobile,
    anche la luna piena che sembrava osservarmi malinconica
    attraverso i vetri di quel piccolo ospedale.
    Rimasi da sola con il mio silenzio, avevo dolori dappertutto, fitte atroci che mi prendevano a morsi l’anima, la carne, il cuore.
    Mi chiamarono per un tracciato.
    Ricordo che la dottoressa controllandone il risultato mi disse
    “ Possibile? Hai delle contrazioni così forti e non dici nulla?”
    Non capivo, mi faceva male anche il respiro. Non riuscivo a “SENTIRE” il dolore delle doglie.
    Tutti quei medici intorno a me, una dottoressa che mi stringeva la mano per infondermi coraggio.
    Urlavo "il mio bambino, il mio bambino…"

    Urlavo il mio dolore, non volevo partorire,
    perché sapevo che da quel momento in poi “lui” non sarebbe stato più mio.
    All’improvviso un vagito, e poi il silenzio, come sempre sola, svuotata nel ventre e nell’anima.
    Non una parola, non più urla, non piu’ quel vagito. Ancora silenzio fuori e dentro di me.

    Si accorsero che occorreva un raschiamento per asportare residui di placenta nel mio ventre.
    Doveva essere asportato tutto, anche la minima parte di cio’ che fino a poche ore prima lo proteggeva.

    Mi dimisero dall’ospedale il giorno dopo il raschiamento, barcollavo ma nessuno se ne accorse
    La sera stessa mi accompagnarono alla stazione e mi rispedirono come un pacco postale al sud.

    Mi mancava l’aria, il mio sguardo era assente, mi faceva male il seno, avevo la maglietta pregna di latte.
    Era il cibo, era l’amore con cui avrei voluto nutrirlo ed era lì, il mio latte, a morire insieme a me...

  • 07 dicembre 2005
    Pao-Pao

    Come comincia:

    Molto molto lontano da ogni rotta battuta, a sud-est delle Turchesi ed ancor oltre le pur remote Islas Nebulosas, proprio là dove s'incontrano - dopo aver traversato due diversi oceani - la corrente calda formatasi nel Golfo di Tendreza e quella fredda che risale dalla Fossa d'Aspritates, sorge solitaria l'isola di Pao-Pao.

    Al marinaio che abbia sconsideratamente osato avventurarsi per quell'impervio tratto di mare (o che, più probabilmente, vi sia stato trasportato da un susseguirsi di violente tempeste cui non abbia potuto opporre sufficiente resistenza) e che, al termine d'una ennesima notte trascorsa a scrutare insolite costellazioni, comincia appena ad intravederla ancora avvolta nella lattiginosa foschia dell'alba, essa appare quale un incredibile miraggio.

    Dalla calma distesa d'acqua che la barca portata da una brezza leggera (dolce carezza alle sue affaticate vele) ora fende dolcemente -limpida acqua che, non ancora raggiunta dai raggi del sole, si veste d'una luminosità madreperlacea che ne rende irreale l'aspetto - emerge soffusa di vapori diafani un'immagine granitica che la memoria, seppur controvoglia perché vi vede un inganno smaccato, non può fare a meno di riconoscere: un gigantesco corpo di fiera statuariamente accucciata che un'altera testa di donna completa. Per un attimo il navigatore dubita dei propri occhi, affaticati dall'incessante scrutare al di là delle onde, o della propria ragione, provata dai lunghi monologhi della solitudine.

    Ma il primo raggio del sole che ora si leva sull'orizzonte già svela l'incongrua immagine per quel che essa è, scomponendola rapidamente in una serie di creste rocciose e verdi valloni, oscuri dirupi e morbidi pendii, balze rigogliose e aridi pianori, il cui bizzarro concatenarsi, sotto una luce ancora opaca e priva di colore, aveva creato l'assurda illusione. L'inganno in cui i sensi travisati lo avevano tratto, ora svelato, strappa al marinaio un lieve sorriso, il primo dopo lungo tempo.

    Egli percorre quindi, tutte le vele al lieve vento ed in gola l'ansia dell'approdo su questa terra inattesa e misteriosa, l'ultimo tratto di mare scivolando sul cristallo dell'acqua che il sole rende abbacinante, e dà fondo all'ancora in una delle piccole cale riparate e tranquille che qua e là s'aprono fra le dirupate scogliere contro cui la risacca di lontane tempeste infrange le sue lente ma possenti ondate come massicci colpi di maglio, che la dura roccia ad esse apparentemente insensibile sbriciola in sbuffi e rivoli di spuma. Può infine il navigatore, l'imbarcazione al sicuro, mettere piede a terra.

    La soffice sabbia candida, sottile e leggera, che accoglie i suoi piedi induriti dal ruvido ponte della barca cui da sí lungo tempo erano avvezzi, lo invita a lasciarsi andare, a deporre su quella spiaggia accogliente tutto il suo corpo indolenzito dalla lunga lotta con gli elementi primevi dalla forza immane e indifferente che della vita in mare sono i padroni assoluti. Il dolce tepore che la sabbia comunica alle sue membra sembra a poco a poco dissolvere la ruggine con cui il salino è andato incatenandone le articolazioni, ed i muscoli, che venti ed onde cui resistere senza sollievo di tregua avevano contratto fino a privarli quasi d'elasticità, si distendono lentamente, rassicurati dall'accogliente sostegno della terraferma.

    Sarà quindi con passo leggero che il marinaio - quando più tardi il senso di benessere animale che lo ha pervaso verrà sopraffatto dalla prepotente curiosità di esplorare, di conoscere meglio questo posto la cui prima immagine ancora lo turba - si accingerà a risalire il pendio che dolcemente degrada fin sulla spiaggia ove è approdato.

    La salita però, agevole all'inizio, su un suolo morbido ed elastico ricoperto d'un fitto tappeto d'erbe verdeggianti da cui s'innalzano tremuli steli coronati da diafani petali azzurrini, si va facendo rapidamente più erta e più aspra.  Ruvide rocce emergono con sempre maggior frequenza dal manto erboso, e qua e là infidi crepacci si aprono fra la vegetazione che diventa cespugliosa, costringendolo ad un procedere non più sicuro e disinvolto ma cauto e tortuoso. Ora già ha bisogno di aiutarsi con le mani a superare i massi  che gli sbarrano la via, a districare cespi di rovi che non gli è possibile aggirare. Il pendio su cui s'era avventurato con passo agile è ormai divenuto una gola stretta e disagevole, dalle pareti inaccessibili, che consente di avanzare solo a fatica e con rischio.

    Ma il navigatore è aduso ai repentini mutamenti di situazione, all'imprevedibile susseguirsi della bonaccia piatta alla tempesta appena allontanatasi verso l'orizzonte o all'assalto della raffica che senza sintomi premonitori squarcia rabbiosa le vele leggere spiegate all'aliseo gentile, o ancora all'onda immane che inattesa sorge da un mare appena increspato, e sa che tutto ciò ha comunque sempre una causa, prossima o lontana, in fondo agli oscuri abissi o nei cieli di là dall'orizzonte. Egli non si stupisce del variegato carattere della terra su cui sta avventurandosi. Si dice che la natura vulcanica dell'isola deve aver provocato successivi sconvolgimenti nella sua struttura, che ne hanno reso così mutevole il tessuto, suppone che il contrastante influsso delle due diverse correnti che ai suoi fianchi s'intrecciano e si scontrano debba creare bizzarre nicchie climatiche, immagina che i venti che ora sembrano accarezzarla dolcemente possano talvolta, esaltati da lunghe libere galoppate su questi mari deserti, avvinghiarvisi violenti e squassarla da cima a fondo. E quindi, imperturbato, prosegue nell'ascesa, sentendosi ancora colmo del vigore e della vivacità da poco recuperati e spinto dal fascino della scoperta. Da tale fascinazione l'intera sua vita è stata plasmata, vita senz'altra meta che ciò che ogni orizzonte cela e promette.

    Ed ecco che già in lontananza cominciano ad intravedersi voli d'uccelli e ad avvertirsi un sentore d'acque correnti e di fresca vegetazione. Dopo soltanto pochi passi ancora gli si offre infatti allo sguardo il gaio spumeggiare d'un ruscelletto che si precipita sonoro giù per il ripido costone sul cui versante esterno il marinaio s'era inerpicato. L'acqua limpida scende serpeggiando poi per una valle fino a slargarsi in un minuscolo lago cristallino che una densa vegetazione cinge di ricche fronde, fra cui innumerevoli volatili volteggiano riempiendo l'aria di suoni e di colori. Il marinaio-esploratore ora si trova ad avanzare in una prateria alta e folta, che grandi alberi chiazzano d'ombre fresche. Ciuffi di grandi fiori scarlatti e turchini, candidi o vermigli s'aprono qua e là, fra le erbe o fra le fronde, e i profumi penetranti che da molti di essi emanano stordiscono quasi il navigatore le cui nari, da gran tempo assuefatte al costante assalto dello iodio marino, s'erano disavvezze a tale moltitudine di sensazioni ed alla loro terrestre carnalità.

    Sulla sponda del lago, sotto un immenso albero la cui chioma scende quasi fino a terra, a formare una sorta di capanna cui la luce filtrata ora dal verde delle foglie ora dal rosso dei fiori che ne ricoprono interi rami dà un'apparenza di cattedrale, l'esploratore si lascia cadere sul suolo morbido e fresco, a gustare oltre che il meritato riposo dopo la dura arrampicata tutte le delizie che i suoi sensi gli offrono in tale profusione.

    Il riposo è di breve durata. La voglia d'andare più avanti lo riprende, di veder oltre, di scoprire cos'altro ha in sè la terra su cui s'è avventurato. Un tuffo nell'acqua limpida, un brivido giù per la schiena quando la liquida frescura accoglie il suo corpo, ed in poche lente bracciate la sponda opposta è raggiunta. Quasi con rimpianto ora emerge dal dolce abbraccio delle acque ma, spinto dal desiderio di sapere cosa gli riserva ancora la sua conquista, si rimette in cammino ancor grondante.

    A passo leggero e spedito egli attraversa la valle rigogliosa, che nuove alture chiudono verso cui il marinaio si dirige, immaginando al di là da esse di rivedere prossima l'azzurra distesa del mare. Pieno di baldanza affronta la nuova arrampicata, ma quella baldanza l'ascesa sotto un sole ormai alto, svaporata anche l'ultima goccia dalla sua pelle, trasforma presto in caparbia volontà di non cedere dinanzi alla difficoltà. La sommità dell'altura d'altronde non è lontana. Ancora uno sforzo, mentre adesso sono gocciole di sudore ad imperlargli la fronte, ed infine la cima è raggiunta.

      Ma di là da essa è un mare di pietre che si stende sotto i suoi occhi, un'arida pianura di polvere, ciottoli e macigni. Non un filo d'erba la grazia, non un albero promette un attimo d'ombra. Pigri mulinelli di pulviscolo grigiastro si levano di tanto in tanto, che intorbidano l'aria al punto da impedire di scorgere ove la desolata distesa abbia fine. Lo sguardo del navigatore rimane attonito dinanzi a tale imprevista visione, la cui immota durezza lo sconvolge. Egli sa affrontare la furia degli elementi, ma a questa immobile avversità sente di non sapere come confrontarsi. Sorge in lui l'irritazione per essersi lasciato andare a questa esplorazione senza un attimo di riflessione, per essersi avventurato ciecamente come attratto da un irresistibile canto di sirene.

    Si volge a guardarsi indietro, scruta a destra e sinistra per vedere se può indovinarsi una qualche via che possa rapidamente ricondurlo sulla costa, donde certamente gli sarà poi facile tornare alla sua barca. L'aria arroventata che si leva dalla petraia quasi lo stordisce. Lo stanco e avvilito marinaio si sente come prigioniero di questa terra che lo ha attratto nel proprio seno, lontano dal suo elemento ed indifeso, per svelargli infine un cuore di arida roccia. E vorrebbe gridare, vorrebbe lanciare un urlo che le squassi, queste rocce, affinché il mare possa ingolfarvisi e venire a salvarlo.

    Eppure l'idea di abbandonare l'impresa non riesce ad imporsi. Il ricordo della dolce vallata fiorita ricca di aromi e di cinguettii, del fresco laghetto cristallino cui il suo corpo si era abbandonato, della spiaggia dalla soffice sabbia ove il riposo era stato così pieno e ristoratore, il vivido ricordo di tutto questo lo spinge tuttavia a non rinunciare a scoprire cos'altro l'isola potrebbe offrirgli. E pian piano, quell'avventura nella quale si era lanciato come spinto da una molla incontrollabile, egli decide di portarla a compimento, costi quel che deve costare.

    Con una breve smorfia, che probabilmente aveva il significato di un sorriso, il marinaio si rimette in marcia, giù per la piana desolata.

    Su un'isola, voleva dire quel sorriso, prima o poi al mare si torna sempre. Ha voglia di conoscerla tutta, quest'isola bizzarra, perchè è sicuro che in giro per i sette oceani non ve ne sia un'altra simile, conoscerla tutta prima di tornare a rivedere il mare. Conoscerla, anche se non vi si fermerà certo per sempre, se infine non potrà che ripartirne per riprendere il suo girovagare senza meta. Ma ripartirà portandone in sé, prezioso ed indelebile, il segno.

  • 05 dicembre 2005
    Al di là della porta

    Come comincia:

    Fin da bambino mi sono sentito diverso. Diverso dai miei coetanei. Una diversità che mi ha sempre disturbato ma, di cui allo stesso tempo, andavo fiero. Una diversità che mi permetteva di sfidare già a 4-5 anni gli adulti nei calcoli numerici. Inesorabilmente vincevo le mie sfide a 2 e anche a 3 cifre...

    Sfidavo appunto. Già perché gli adulti erano i miei avversari principali ma ancora non me ne rendevo conto. Una diversità che però aveva anche i suoi risvolti negativi. Cos’erano quei pensieri ossessivi che mi attanagliavano? Quella disintegrante paura della morte che tanto però mi affascinava? Cosa furono, più tardi quella strana e devastante paura per le ragazzine, quei pensieri maniacali che mi facevano sentire un mostro? Cercavo le risposte ovunque, mi ponevo domande esistenziali già a 10 anni, ma tutto pareva inutile. Eppure tutto parlava a mio favore. Io ero il più intelligente della mia famiglia, un genio secondo mio padre, un genio secondo i molti parenti che ho, un bambino squisito, sensibile, amabile, disponibile, AFFIDABILE soprattutto, magari poco volenteroso a scuola, ma qualche difetto dovevo pur avercelo… Quanto è facile ingannare gli adulti. Per un bambino basta pochissimo per comprendere le loro aspettative, i loro bisogni; a me bastava essere bene educato con gli altri, e pronto a rispondere sul quanto faceva, che so, 121x35. E il gioco era fatto. Magari fosse stato così. Come potevo confessare a mio padre che mi adorava, che ero terrorizzato dall’idea della morte, che non cambiavo ragazza ogni settimana come faceva lui a 18 anni, che non era spiegabile che un genio come me si faceva ripetutamente bocciare a scuola, che ero attratto da tutto ciò che significava pericolo? Come facevo? Ora non glielo posso più dire, come non gli posso più dire che è stato il mio Dio nonostante i suoi giganteschi errori, nonostante, pure lui dotato di un’intelligenza straordinaria, commettesse delle idiozie stratosferiche, non gli posso più dire che lui, come me, era però fragilissimo emotivamente. Ma perché? Perché ero così? Non potevo, e non volevo accettare di avere una sorta di malformazione genetica, ma tutte le strade che percorrevo portavano a quella dannata conclusione.

    Poi finalmente, dopo 18 anni di vita, improvvisamente, quasi dal nulla compare, come un angelo, l’anima gemella, l’amico della vita, colui con il quale, già dopo il primissimo istante che l’ho conosciuto immaginavo di percorrere con il bastone le vie incantevoli di Verona, quelle stesse vie, che sommerse nella nebbia, nel silenzio della sera, discorrendo sulla poesia della vita, riportavano Verona indietro di secoli. Stavamo crescendo insieme, facendo anche delle esperienze, alcune negative, altre straordinarie ma comunque esperienze.

    Ma stavamo diventando grandi. Poi, un sabato notte, all’improvviso senza preavviso, se ne è andato… e mi ha lasciato solo. La morte si era presentata alla porta. Al di là della porta. Sua madre mi disse di non andarlo a vedere e di ricordarlo, così com’era. E quello decisi di fare.

    Venni sommerso da un dolore devastante, il dolore di chi si sente assolutamente solo, e non con se stesso, solo e basta. Un dolore che ho tentato di lenire attraverso un improvviso impegno scolastico, che mi ha permesso di chiudere la mia carriera scolastica di modesto ragioniere con una rivincita rispetto alle sconfitte degli anni passati. Ma il dolore era abnorme. E volevo essere solo ad affrontarlo. Poi il militare, i primi contatti con la vita degli “uomini veri”, le prime sniffate di cocaina, le prime di eroina. Finalmente. Finalmente avevo trovato una soluzione. Quelle sensazioni, straordinarie, quella sensazione di calma assoluta che ti dà La Divina polvere marrone(cosi la chiamavo allora), quella padronanza quel controllo di tutto ciò che ti circonda. Se poi il tutto, veniva condito, da un po’ di polvere bianca, allora finalmente tutto era perfetto. Esistevo solo io, gli altri facevano da contorno. Degli stupidi manichini da manipolare. Mi sentivo talmente perfetto, (ci misi anni prima di crollare), che riuscii a trovare anche il lavoro in banca dove peraltro ben figurai sin da subito. Io ero al di sopra di tutto. Avevo tutto. Ed ero anche il genio che si diceva. Mantenevo i miei vizi truffando la Banca. I super controllori. La loro organizzazione perfetta. Mi facevano ridere. I loro sistemi informatici. Ma continuavo inesorabilmente ad essere solo. Anzi no. Due compagne fedeli le avevo. Eroina e Cocaina. Ma da compagne sono diventate padrone. Da padrone, persecutrici. Chi c’era in camera mia la notte che tentava di strozzarmi al buio. La cocaina mi dicevo. Oggi so che da bambino non era così. E quella voglia di morte, quelle mani terrificanti che mi stringevano il collo, le volevo sentire continuamente, nonostante mi terrorizzassero e giù fiumi di cocaina nelle vene (già non sniffavo più). Solo il contatto con la morte mi faceva sentire vivo. Il tracollo fu inevitabile, il lavoro in banca saltò e saltò anche la mia vita. Quella parvenza di normalità che ciecamente continuavo a vedere si affievolì sempre più. E crollò tutto il mio mondo. Come è strano, se ci penso oggi, che il male più grande l’ho fatto alle persone che adoravo di più. Mio padre, mia madre, i miei fratelli. Se penso che sono riuscito a farlo piangere. A far piangere, il mio Dio. Papà ti voglio bene so che mi ascolti. Ora sono io che piango. Ma adesso ci sono. Ora so che non era una malformazione genetica. Ora so che sia io che tu, che tutta la nostra famiglia, abbiamo pagato un conto non nostro. Quelle violenze subite in tenera età avrebbero mandato al manicomio chiunque. Se non ci sono andato è anche grazie alle sostanze stupefacenti. Ma alla fine stavano presentando il conto. Due overdose. Mio padre che bussa alla porta, al di là della porta, ed io in preda ad una crisi epilettica causata dalla cocaina, gli balbetto di chiamare un ambulanza. E lui al di là, disperato. Devo ancora perdonarmi pur avendo compreso i motivi. Ed un giorno anche lui se ne và. Stavolta con preavviso. Un tumore al polmone gli faceva compagnia. L’ultima volta che lo vidi in ospedale capii. Anzi sentii. Tutti i parenti e familiari lo videro bene. Io tornai a casa, mangiai, andai a letto e stetti in attesa. Alle 5 il telefono squillò.

    Quando mi presentai in ospedale e lo trovai lì già “addormentato” dovetti inscenare qualcosa per il pubblico astante perché in quel momento il Supremo Silenzio aveva messo a tacere tutto. Avevo sempre immaginato quel momento. Avevo sempre pensato che non avrei potuto reggere la sua assenza. E invece in quei momenti, mi sentivo più di Dio, Lui in croce ha avuto paura della Morte, io pensavo di aver vinto la più grande delle sfide. Una nuova energia si impossessò di me, ripresi a lavorare, a fare una vita non disastrata, ancora con quella parvenza di normalità. Poi un nuovo lavoro, nuove prospettive, era tutto, perfetto, riuscivo a lavorare, riuscivo a gestire le sostanze, avevo una macchina, qualche donna ogni tanto, facevo i miei soliti raggiri, i soldi non mi mancavano, un bel castello di carta. Oggi mi rendo conto, che quelli sono stati gli ultimi passi verso il fondo, che proprio in quei momenti la mia disperazione aveva superato il limite dell’udibilità.

    E poi finalmente la resa dei conti. Sospensione patente; nuova perdita del lavoro. Stavolta ero arrivato. La “festa” era finita. Finalmente ho cominciato a vedere le macerie della mia vita, anche se in mia difesa è subentrata la depressione. Ma ho iniziato a prendere coscienza della mia realtà, a capire che se volevo provare a cambiare vita dovevo farmi aiutare. Ho cominciato ( sono ormai passati quasi 4 anni) un enorme lavoro da una psichiatra affiancando nel contempo un percorso comunitario con l’intento di curarmi più che dalla tossicodipendenza, (in una settimana ci si disintossica) dal buco nell’anima (rubo il titolo di un libro di Furio Ravera) che ha scatenato la stessa. Un lavoro faticosissimo, a volte devastante, ma che mi dà gratificazioni incommensurabili. Un lavoro che mi ha permesso di vedere chi ha ucciso la mia infanzia, sperando di far rivivere la sua, di capire che quel mostro, è prima di tutto un uomo, un parente oramai anziano, che ho si odiato inizialmente ma che ora sto cominciando a perdonare, perché solo perdonando lui potrò perdonare me stesso.

    Ora il Silenzio che mette a tacere il rombo della vita, non urla più dentro di me, ho trovato delle alternative ben diverse dall’uso di sostanze. Quel Silenzio lo faccio tacere con l’urlo della Vita, attraverso il volontariato con bambini con disagi familiari seri, pur sapendo che anche fuori dal quel centro vi sono bimbi, con una parvenza normale, con famiglie normali, senza grossi traumi, che comunque vivono sofferenze drammatiche anche per un semplice brutto voto, o per lo smarrimento di una penna e, tutto questo perché, queste piccole/enormi sconfitte richiamano in loro sensazioni di abbandono di non riconoscimento, soprattutto quando i loro dei terreni che sono i genitori, svalutano, in buona fede questo loro dolore. Purtroppo accade che vi siano genitori, pure loro sconfitti dalla vita, che chiedono ai loro figli una sorta di riscatto, magari attraverso l’affermazione scolastica, attraverso uno status sociale che permetta di venir riconosciuti da “quelli che contano”.

    Succede, ahimè, che i ragazzi che soddisfano le aspettative, vengano “premiati” attraverso dei regali materiali. Un cellulare in se non è un reato regalarlo. Ma regalare un “ti voglio bene”, un “come stai”, un “sai papà ha paura di non farcela, papà è un uomo debole ed insicuro in certe occasioni”, un raccontare ai propri figli gli errori commessi in gioventù, le sofferenze patite, le gioie vissute, regalare questo significa regalare se stessi per ricevere dentro di se, da chi ti ascolta, il se stesso che c’è in lui. Mamme e Papà che leggete:” Cosa regalerete ai vostri figli domani”?

  • 05 dicembre 2005
    Un sogno del terapeuta

    Come comincia: Sogno un luogo onirico ricorrente. Da un'alta scogliera mi affaccio sul grande golfo di Napoli. Sulla mia sinistra intravedo il lungomare, il porto, due castelli e vari altri edifici monumentali, di fronte lontanissimo un promontorio con piccoli paesi arroccati ed a destra tre grandi isole nere. Il mare è azzurro chiaro, ci sono onde morte altissime e non c'è quasi corrente. L'acqua è appena fresca, deliziosamente fresca, e molto profonda. Io entro in quell'acqua tanto incredibilmente limpida che ho la sensazione di volare leggero e sicuro. Non sono solo, sento sulle spalle e sulla schiena il contatto leggero di una donna, mi volto e la vedo giovane e familiare. Penso dapprima a mia figlia. Nuoto, o volo, fluidamente verso il largo, mentre il cielo diventa di un azzurro sempre più intenso e brillante. Non si vede quasi più la costa dietro di noi ed il promontorio davanti, in breve, è avvolto da nuvole immense e scure. Si alza un vento sempre più teso ed io giro lentamente sulla sinistra. Virando scorgo la città con i suoi due castelli, uno sul monte e l'altro sul mare, avvolti da alte fiamme. Completata la virata sollecito con dolcezza la ragazza a lasciare la mia schiena e lei al mio fianco inizia a nuotare sempre più vigorosamente. Mi accorgo che non è mia figlia ma che, in ogni caso, per lei provo interesse e responsabile premura. Il mare ora è molto agitato ed io confido nelle mie forze per arrivare con sicurezza alla riva. Provo la piacevole euforia di chi si sente in grado di far fronte a qualsiasi difficoltà della vita. Con la coda dell'occhio intravedo la ragazza che nuota al mio fianco. Poi devo superare un banco d'alghe viscide ed impanianti e più avanti una serie di scogli a pelo d'acqua. Tra gli alti spruzzi delle onde, che si frangono sballottandomi, supero le correnti avverse e finalmente approdo in una tranquilla baia affollata di bagnanti che si asciugano e si rivestono per tornare alle loro case. Uscendo dall'acqua mi accorgo di essere rimasto solo. Per un attimo provo spavento e preoccupazione per la sorte della mia giovane compagna. Ma l'angoscia dura poco ed io sono presto pervaso da una grande serenità. Sento che lei se l'è certamente cavata alla grande contando sulle sue forze e sulla sua nuova, acquisita, sicurezza e che se si è diretta ad una sua meta che non coincide più con la mia è perché non ne avverte più la necessità. Io mi sento felice e soddisfatto per averla affiancata e sostenuta in quest'esperienza.

  • Come comincia: Storia di Valentina. Una ragazza come le altre con un cuore grande e tanta voglia di donare il suo amore alle persone che la circondano. Un solo problema: non sapeva come farlo.
    Un mattina di inverno prestissimo Vale, come la chiamavano gli amici, o almeno coloro che lei definiva cosí, si alzò. Si infilò le scarpe da ginnastica, ormai logore dalle infinite passeggiate mattutine. Il pacchetto di Marlboro Lights che aveva sempre accanto al letto sul comodino. Uscì di casa. Un appartamento in un vecchio sobborgo di quella grandissima città che la assorbiva come una particella insignificante e che le sembrava un universo cosí vasto e immenso da potersi perdere e dimenticare tutto.
    Appena scesa in strada il freddo pungente la avvolse e la voglia di correre di nuovo in casa a riscaldarsi era così forte che la combattè a forza di saltelli su e giù dagli scalini. Si accese una sigaretta e si incamminò. Le strade erano ancora buie e deserte e qualche appartamento cominciava a illuminarsi come un bimbo che apre piano gli occhi dopo un bel sonno ristoratore. In lontananza si sentiva il rumore dei camion che ogni mattina passavano e pulivano i marciapiedi con le loro spazzole rumorose. Valentina sentì come tutte le altre mattine quella strana sensazione mista a paura e tranquillità che quelle passeggiate le davano, ma c'era un qualcosa di diverso. Pensò come una settimana fa quella serata così strana le aveva fatto conoscere Michele, colui che le aveva fatto passare notti insonni e fatto battere il suo cuore per la prima volta dopo tanto tempo. Chissà quando lo avrebbe rivisto. Pensò al suo sguardo incredibilmente dolce e al suo sorriso così rassicurante che le avevano trapassato il cuore lasciandole il suo ricordo inciso indelebilmente. Sorrise mentre attraversava la strada. Passò davanti alla solita latteria che come tutte le mattine, puntualmente stava aprendo. La signora la salutò come faceva tutte le mattine, ma Vale non si accorse dello solito sguardo, che alle sue spalle la osservava con scherno. Lei sapeva che molta gente la prendeva per pazza: alzarsi alle cinque di mattino e camminare per vicoli bui e deserti. Una ragazza di venticinque anni. Quelle passeggiate la tenevano viva. Il suo cuore da tempo non provava più alcun sentimento, come fosse caduto in un coma profondo che non lo faceva soffrire, ma non gli regalava nemmeno sensazioni vive. Michele… il suo pensiero le fece trattenere il respiro. Sentiva ancora la sua voce che, calma e sicura, le parlava di storie che nemmeno si ricordava. Raccontava con una passione contagiosa e sebbene non si ricordasse le storie, Vale sentiva la passione e il coinvolgimento dentro di sé come se quelle sensazioni fossero state le sue. Ecco il camion dei netturbini che le passò accanto e il rumore assordante la distolse dai suoi pensieri. Si infilò nel solito vicolo, quello che portava alla casa di Giuliana. La sua migliore amica. Colei che ascoltava sempre tutte le sue infinite e noiose storie anche più volte e sembrava non le dessero fastidio mai. Senza di lei si sentiva persa. In qualunque situazione lei doveva esserle accanto. Giuliana non capiva questo bisogno. Non capiva neanche Vale. Le voleva bene e la ascoltava e questo era più di quello che qualunque persona avesse mai fatto per lei. Passó davanti alla sua casa e lasciò una lettera nella cassetta. Era una lettera che aveva scritto quella stessa notte. Lei non era brava con le parole e quasi sempre, se aveva cose importanti da dire, le scriveva. Era come se scrivendo tutti i suoi sentimenti (che fossero positivi o negativi) scivolassero via dalla sua mente d'incanto e per qualche minuto si sentiva serena. Serena non si era sentita mai completamente. Sebbene cercava la serenità con tutte le sue forze, dentro di lei sapeva che non l'avrebbe mai trovata. L'angoscia di questa certezza la lacerava e molte sere si ritrovava davanti allo specchio in lacrime, i suoi polmoni respiravano così affannosamente da farle male. Avrebbe voluto urlare, scagliare qualcosa contro quello specchio, che così tante volte sembrava un nemico crudele. Si stendeva a letto, chiudeva gli occhi e si immaginava come risucchiata in un'altra vita; tanto diversa dalla sua ma così bella da farla finalmente respirare, calma. Lentamente durante quelle visioni, riusciva a prendere sonno e la mattina si svegliava alle cinque con quella strana sensazione di insoddisfazione, che la spingeva fuori dalle lenzuola verso i vicoli che ora stava percorrendo. La luce cominciava a insinuarsi tra le vie e le ombre le sembravano sempre più grandi, ma meno minacciose. All'angolo c'era come sempre lo stesso vagabondo che ogni sera si stendeva al caldo in un cartone. I suoi occhi non trasmettevano alcuno stato d'animo. Spenti e rassegnati ad un destino che non aveva più la forza di cambiare. Per un attimo Vale lo invidiò. Lui sicuramente non si rigirava e rigirava tutta la notte nel suo letto in preda ad attacchi di panico e ansia che lo facevano sudare e stare male. Poi d'un tratto si vergognò di quello che pensava, distolse lo sguardo e cercò di scacciare altri pensieri stupidi, che potevano riaffiorare. Giuliana fra un po' si sarebbe alzata e uscendo di casa per andare al lavoro, avrebbe trovato la sua lettera. L'avrebbe letta e a seconda del suo umore avrebbe deciso se chiamarla o meno. Spesso sentiva che Giuliana la compativa. Non ne era offesa e nemmeno delusa. Si sarebbe compatita anche lei se avesse potuto e forse già inconsciamente lo faceva. Mentre attraversava la strada parallela a quella dove abitava sentì un forte brivido lungo la schiena. Michele le aveva accarezzato una guancia per scostarle la ciocca dei suoi lunghi capelli neri dagli occhi. In quel momento aveva sentito lo stesso brivido, ma l'intensità e la sensazione erano diversi. Mentre con Michele aveva provato un senso di tranquillità mista a eccitazione che la fece sorridere, in quel momento sentiva una sorta di inquietudine che le percorse tutto il suo corpo. Quante volte Giuliana le aveva dato della stupida per il solo e semplice fatto che se ne andava tutta sola soletta la mattina per i vicoli come una vecchia pazza. Chissà cosa avrebbe pensato Michele nel vederla ora in quelle condizioni. Lei avrebbe voluto essere abbracciata e baciata, amata e coccolata solo per una sera. Giuliana la spronava a farsi avanti, ma lei era come paralizzata. Era terrorizzata al solo pensiero di fargli percepire quanto lui l'avesse stregata. Un momento gli si avvicinava e quello dopo si allontanava. Si poteva leggere nel suo di lui sguardo lo sgomento e l'incomprensione per quel atteggiamento. Si erano lasciati con un ciao. Senza nemmeno un numero di telefono o un indirizzo. Valentina sapeva che non lo avrebbe mai più rivisto e il dolore che provava le strozzava la gola. Giuliana le aveva detto che avrebbe dovuto comportarsi diversamente e, sebbene Valentina le volesse bene (come una sorella), sentire quelle parole di ammonimento era insopportabile. Perché non la capiva? Ma lei si capiva?
    Quella mattina aveva dimenticato il cellulare, che nel suo appartamento squillava in continuazione. Giuliana la chiamava. Era inquieta e cercava invano di sentire la voce di Valentina per assicurarsi che stesse bene.
    Valentina sentì solo il rombo del motore e una luce accecante, non sentì dolore e neanche paura nel momento in cui il camion, che ogni mattina sembrava fare le corse per portare il latte in latteria, la travolse. La signora della latteria era lì di fronte al negozio che guardava gli angoli delle strade impaziente chiedendosi dove fosse finito il benedetto corriere con il latte. Non sapeva che quella mattina non lo avrebbe ricevuto. Le strade erano silenziose e Giuliana sussultò al rumore dell'ambulanza in lontananza. Di ambulanze ne aveva sentite tante, ma quella era come un messaggio. Riprese a chiamare Valentina. Tremava mentre faceva il numero e lasciò squillare finchè la voce dell'operatore non la fece sussultare. Riagganciò, si sedette sul letto e fissò il muro dinanzi a sé come se avesse già capito tutto.
    Michele era nel suo appartamento, dormiva e il suo viso era disteso e emanava una strana dolcezza. Per un momento la pelle della sua guancia di corrugò come se una folata di vento gli avesse fatto venire la pelle d'oca. Si mosse lievemente e subito la sua espressione si riaddolcì e un lieve sorriso gli dipinse l'angolo delle labbra.
    Il barbone aveva gli occhi aperti. Scosse la testa e li chiuse. Unì le mani come in una preghiera.
    Giuliana aprì la lettera e le prime righe che lesse furono: "Scusami amica mia se non riesco a seguire i tuoi consigli, ma volevo solo dirti che ti voglio bene e che la prossima volta cercherò di farlo." Il tono della lettera era allegro. Era la prima lettera con un tono sereno che Vale le avesse mai scritto, e in quel momento Giuliana pianse.
    Valentina sentì il respiro fermarsi. Si infilò le scarpe da ginnastica, ormai logore dalle infinite passeggiate mattutine. Il pacchetto di Marlboro Lights che aveva sempre accanto al letto sul comodino. Uscì di casa. Ma quella mattina era diversa. La luce la trapassava e lei si sentiva finalmente serena.

  • 30 novembre 2005
    Sole - Luna

    Come comincia: "Marika! Marika svegliati! Ti prego… dai!!!"
    "Si ora….. subito….. ancora un minuto…"

    Era mattina. Avevo nove anni. Dalla finestra vedevo il sole che stava lì in mezzo al cielo, fisso a guardare. "Mamma? Che ha il sole da guardare così? Perché sta fermo e mi fissa?"
    "Il sole non ti fissa. E' una cosa inanimata. Marika, dai allora! Finisci i tuoi cornflakes che sennò fai tardi a scuola!!"
    Guardavo la mamma che correva di qua e di là in cerca delle ultime cose da mettere nella borsetta prima di infilarmi in macchina, scaricarmi a scuola e andare di corsa al lavoro. Mi girai ancora a guardare il sole e gli feci la linguaccia. Mi dava fastidio quella cosa lì che mi fissava tutto il giorno e ogni volta che pioveva saltavo per casa tutta felice e contenta. Nei giorni di pioggia mi piaceva uscire, ma la mamma mi diceva sempre che pioveva troppo e che se continuavo a uscire con la pioggia prima o poi mi sarei ammalata.
    "Allora! Finiscila di fissare fuori dalla finestra! Muoviti! Mangia!"
    Mi scossi dalla sedia. Uffa ma perché sempre tutto di corsa? Sempre tutta questa smania di arrivare puntuali? La scuola neanche mi piaceva. La mamma mi diceva che la gente che non va a scuola poi finisce sul marciapiede a piangere e chiedere i soldi come quel barbone davanti al centro commerciale.
    Io avevo paura dei barboni. Mi guardavano sempre con quell'aria lì. Si, insomma, come se mi volessero prendere e nascondere dentro la giacca, per poi mangiarmi.
    La mamma mi tirò via da sotto il naso la scodella con i cornflakes. Così senza dire nulla. Mi strattonò per un braccio, mi diede la cartella e mi trascinò, sempre senza dire una parola fuori di casa. Scavava in quella borsa in cerca delle chiavi, che cinque minuti prima aveva preso dalla mensola e infilato nella borsa. Io sbuffai. Eccole! Chiudeva la porta sempre due volte e poi controllava che fosse chiusa sul serio. Io esaminavo ogni più piccola mossa perché volevo capire cosa stesse facendo.
    Mi prese per la manica della giacca e mi strattonò ancora fino alla macchina. Non facevo mai in tempo a sedermi che già mi allacciava quella fastidiosissima cintura. Sempre in silenzio. Metteva in moto la macchina e anche per uscire dal vialetto di casa, controllava che non arrivassero macchine. Chissà da dove sarebbero dovute spuntare queste benedette macchine.
    Tutte le mattine la stessa storia.
    Arrivata di fronte alla scuola aspettò e prima di scendere mi diede un bacio sulla fronte: "Fai la brava! Non come sempre!". E via se andava sgommando."
    Prima o poi si ammazzerà. Pensavo.

    Era pomeriggio. Avevo 18 anni. Ero appena uscita dalla scuola guida. La mamma mi aveva spinto ad iscrivermi perché da quando mio padre se n'era andato di casa 8 anni prima, era diventata una donna autonoma. Di quelle, per dirne una, che si servono degli uomini solo per soddisfare i loro bisogni sessuali. Studiavo ancora. Avevo ripetuto la quarta classe due volte. La mamma quell'anno era veramente fuori di sè! Mi diceva che sicuramente la mancanza di intelligenza, la svogliatezza e il mio essere ribelle l'avevo ereditato da quello lì. "Quello lì" era mio padre. Odiavo quando lo chiamava in quel modo e c'erano giorni che mi esasperava a tal punto che capivo il perché l'avesse lasciata. Non capivo però il perché avesse lasciato me senza portarmi, invece, via con lui.
    Avevo fretta. Presi la bicicletta e infischiandomene del semaforo che era così rosso che sembrava scoppiare, attraversai la strada. Un'automobilista inchiodò e suonò il clacson così forte che pensavo sfondasse il parabrezza con la mano attaccata al volante. Gli sorrisi e tirai dritto.
    C'era sempre il sole lì a guardarmi. Ogni passo che facevo. Che strazio pensavo. Non potrebbe piovere? Mi ricordai della prima volta con Ale. Quando sul prato dietro ai cespugli, durante la gita in terza, lui mi aprì i bottoni della camicetta. Sembrava come se volesse rompere tutto dalla fretta. "Ma sono sempre circondata da persone nevrotiche" pensavo tra me e me. Speravo che finisse presto. Lucia mi aveva detto che lei l'aveva fatto e che era stata la cosa più bella della sua vita. Che si è donna solo quando lo si prova. Mentre pensavo a quello che diceva Lucia, Ale già ansimante, mi ficcava la lingua in gola e con le mani, tutte e due, impastava i miei seni. Cominciava ad essere una rottura, ma perché Lucia si e io no. La sua mano destra era già alla cerniera dei miei jeans. "Piano" pensavo "che non posso mica permettermi di salire in bus con i jeans rotti". Sentivo le sue dita che massaggiavano le mie mutandine. Pensavo a Lucia. Poveretta. Se questo vuol dire "la cosa più bella della sua vita". Strinsi i denti quando alla fine si decise a fare quello per cui eravamo lì.
    Ci provò una, due, tre volte prima di entrare.
    Durò pochi secondi, anche se dal male mi sembravano ore. Poi si accasciò su di me. Ero sotto di lui che cercavo di togliere i suoi capelli dalla mia bocca. Lui era come morto. Per qualche secondo pensavo che dall'eccitazione qualche vena gli fosse scoppiata nella testa e fosse morto davvero. Poi si mosse. Mi guardò sorridendo e mi chiese "E' stato bello, vero?". "Si" risposi.

    Era sera. Avevo 28 anni. Ero al lavoro. Marco mi aveva chiamata per dire che quella sera tardava. "Tanto per cambiare" pensai buttando giù il telefono. Mi chiedevo sempre che cosa avesse un bancario da fare fino alle nove, dieci di sera in banca. Mah.
    Guardavo il monitor. Era estate e c'era un caldo bestiale. Erano quasi le sette e fra un po' sarei uscita per tornare a casa. Avrei cucinato per il mio fidanzato e poi mi sarei sdraiata davanti alla TV a guardare un film con George Clooney. Sperando che Marco si addormentasse e non mi chiedesse di fare l'amore con lui.
    Fidanzato. Che cosa strana. Due anni fa, quando l'avevo conosciuto, era un punkettaro anarchico, che diceva di voler cambiare il mondo. Lui no che non si sarebbe mai piegato alle convenzioni dello stato di merda in cui vivevamo. A me piaceva a quel tempo. Mi piaceva la passione nei suoi occhi mentre parlava di politica e di quei sporchi giochi di potere, come li chiamava lui. Mia madre il giorno che lo vide, sbiancò. Aveva i jeans tutti strappati, come la maglietta. I capelli rasati ai lati con una cresta nel mezzo verde, che poco ci azzeccava con il colore viola dei sui anfibi vecchi di sette anni. Nell'orecchio non aveva un orecchino, bensì una spilla di sicurezza. Guardava mia madre con uno sguardo schifato. Io la guardavo con uno sguardo divertito.
    Quel giorno era stato un incubo per lei, ma sperava che finisse presto.
    Dopo nemmeno un anno, il cambio radicale. Marco mi disse che voleva essere accettato dalla mia famiglia, perché mi amava. Mi disse che mia madre gli aveva trovato un lavoro nella sua banca, ma che avrebbe dovuto cambiare un po' il suo look. Un po'?? da un giorno all'altro il mio allora ragazzo e a breve fidanzato sembrava come posseduto. Abiti scuri, scarpe laccate. Capelli né troppo corti, né troppo lunghi. Maniche delle camicie sempre lunghe (per nascondere i tanti tatuaggi). E quel sorriso da ebete che gli era cresciuto così… durante la notte. Forse per darmi fastidio.
    Uscivo dall'ufficio sempre verso le sei, ma stasera dovevo fare gli straordinari. Alle sette ero davanti alla porta che dava sulla piazza a fumare una sigaretta. Guardai al cielo. Ed eccolo lì. Il sole a guardare come un allocco, più pallido del solito però. "Uffa" sbuffai. Mi perseguiterà in eterno.
    Feci il giro largo. Non lo facevo mai. Passai davanti alla banca di Marco. Non c'era nessuno. Tutte le luci erano spente. Doveva essere già a casa. Dal giorno del nostro fidanzamento, era passato un anno ormai e lui continuava a fare straordinari per il mutuo, diceva, ma non avevamo nemmeno iniziato a cercare casa.
    Girai l'angolo e salii le scale. Glielo dovevo dire. Fra un po' ormai se ne sarebbe accorto. Aprii la porta, che chiudevo sempre due volte, controllando fosse chiusa prima di andarmene. In casa non c'era nessuno. Aspettai fino alle nove. Arrivò Marco dicendomi "Questo lavoro mi ucciderà. Ho finito solo dieci minuti fa!" mi disse sorridendo "che c'è? Che mi devi dire di così importante tesoro?".
    Lo guardavo, lo guardavo con lo sguardo di chi ha capito, ma se ne frega. Senza interesse: "Sono incinta. Da tre mesi".

    E' notte. Ho 38 anni. Luna mi aspetta a casa. L'ho chiamata così per fare un dispetto al sole. Ha solo nove anni e avrà tantissima paura. Sono sdraiata sul pavimento. In una via laterale vicino alla piazza davanti alla mia ditta. Sono ormai cinque anni che mi ammazzo di lavoro. Marco ci ha lasciate. Per una neo hippy che vuole cambiare il mondo. Ora ha i pantaloni della tuta mezzi sporchi, la barba, suona il bongo e dice che lui, in fondo, non è mai cambiato. Che la nostra storia gli ha fatto capire che non ci si può nascondere dietro alle convenzioni per essere felici.
    Il mio capo per darmi l'aumento mi ha chiesto se una sera avrei potuto andare a casa sua. "Sai… così… ehm… per parlarne" ha detto.
    "Perché non ne possiamo parlare in ufficio?" gli ho chiesto seccata. "No".
    Questa mattina Luna non voleva mangiare i suoi cornflakes. Io non trovavo il rossetto che dovevo mettere in borsetta. Le ho urlato contro che doveva muoversi o avremmo fatto tardi. Continuavo a cercare. Nei cassetti, nella mensola, sul divano in salotto. Sono tornata in cucina.
    Le ho tirato via da sotto il naso la scodella con i cornflakes. Così senza dire nulla. L'ho strattonata per un braccio dandole la cartella e trascinandola, sempre senza dire una parola fuori di casa. Ho rimestato nella borsa in cerca delle chiavi. Cinque minuti prima di uscire le prendo sempre dalla mensola e le infilo nella borsa. Che stupida. Luna ha sbuffato. Ho chiuso la porta due volte e poi ho controllato che fosse chiusa sul serio. Mi sentivo osservata da lei in ogni mossa che facevo.
    L'ho presa per la manica della giacca e strattonata fino alla macchina. Prima che fosse seduta cercavo di metterle la cintura. Ho messo in moto la macchina e controllato se arrivava qualcuno. "E' il vialetto di casa tua per la miseria!" ho pensato."Da dove dovrebbero spuntare queste benedette auto?" Tutte le mattine la stessa storia.
    Arrivata di fronte alla scuola ho aspettato e le ho dato un bacio sulla fronte: "Fai la brava! Non come sempre!". E via sgommando. Prima o poi mi ammazzerò. Pensavo.
    E il sole! Ancora lì. Che palle. Ma perché c'è sempre.
    Pochi minuti fa uscivo dall'ufficio. E' buio. Cammino e sento dei passi dietro di me. Mi sento sola. Non so perché lancio uno sguardo al cielo, come per cercare qualcuno. Ma nulla solo stelle. Neanche la luna. Chissà dove sarà…
    Quando mi butta a terra non capisco subito cosa mi succede. Sento il suo peso su di me. Il silenzio. Non grido nemmeno, io. Sento una cosa fredda e pungente sul mio collo. Mi strappa la camicetta e il reggiseno. Anche la gonna. Capisco cosa mi sta succedendo. Grido. Un pugno mi prende la guancia. La sento gonfiarsi e sento l'occhio come schizzare fuori dalla orbita. Il sapore del sangue nella bocca. Chiudo gli occhi. Mi gira la testa. Lui ha quasi finito. Lo sento. Prego che finisca presto. Svengo.

    "Marika! Marika svegliati! Ti prego… dai!!!"
    "Oh Dio!" "Oh Dio mio!"
    Apro gli occhi. La luce mi acceca. E' Ale. Mi ha trovata lui. Qui. Sta chiamando la polizia con il cellulare. Non riesco a parlare. Mi fa male tutto. Guardo in cielo. Il sole mi sorride. Io gli sorrido. "Voglio tornare a casa. Voglio tornare a casa da Luna."
    Chiudo di nuovo gli occhi. Non ce la faccio sono stanca. Ma fra un po' andrà meglio. Tutto andrà meglio. Sento la sirena.

  • 30 novembre 2005
    Amore relativo

    Come comincia:

    È notte. È buio
    Lui la guarda negli occhi. I suoi capelli le oscurano il viso. Cerca di spostarli dal viso, ma il vento è troppo forte.
    "Resterò con te per sempre, ti amo."
    Le lacrime le annebbiano gli occhi.
    "Anch'io. Non ti lascerò mai"
    Silenzio. Solo un sibilo nella notte, mentre sulla strada le macchine sfrecciano incuranti sul ponte più alto.

    *******


    Il giorno prima era una bella giornata d'autunno. Tara e Colin avevano deciso. La loro vacanza li avrebbe portati in Austria. Di tutte le città che avevano visitato negli ultimi anni, Innsbruck e Vienna erano fra quelle che mancavano all'appello.
    Avevano discusso a lungo su dove andare e come. Specialmente sul come. Avevano speso tutto in Olanda e invece di cercarsi un lavoro occasionale, che gli avrebbe almeno permesso di viaggiare con il treno, avevano deciso di continuare così. In autostop.

    Tara era incaricata di trovare il passaggio. Colin diceva che per una ragazza era semplice attirare l'attenzione e bella com'era, Tara, non aveva certo problemi di sorta.

    Arrivarono ad Innsbruck alle due di mattina, con un camionista di nome Rocco. Il viaggio l'avevano passato all'interno della cabina stretti come sardine. Era infatti uno di quei camion della seconda guerra mondiale, che ormai nessuno usava più.

    Forse per l'ora o forse per il freddo la città sembrava desolata. Dai pub sulla via principale si udivano gli schiamazzi degli ultimi clienti che ormai ubriachi se ne tornavano a casa. La lingua non la capivano, ma conoscevano bene la situazione. Quante sbornie in pub, dai quali venivano regolarmente cacciati fuori. Sean che litigava con il proprietario del pub. Maggie che cercava di trattenerlo perché non finisse a pugni come al solito. Tara e Colin che ridevano da matti godendosi la scena. Quanto gli mancavano i loro amici.

    Quando avevano deciso di intraprendere questo viaggio che dall'Irlanda li avrebbe portati a visitare tutta l'Europa, non avrebbero mai pensato che Dublino potesse mancargli così tanto. Ma ora erano quasi alla fine del viaggio. Dopo Innsbruck infatti si sarebbero diretti a Verona, in Italia, per poi andare a Roma e da lì tornare a Dublino.

    Si guardarono a lungo e alla fine Colin, sbuffando, si decise. C'era un pub irlandese sulla destra e decise di entrare per chiedere ospitalità. Il proprietario, James, era un uomo sulla quarantina. Gli occhi gli luccicavano forse dalle tante birre che si era scolato e sorrideva al muro come se ci fosse qualcuno. Quando vide Colin, in un tedesco sforzato, gli disse che il pub era chiuso. Colin gli rispose in inglese che non era lì per farsi una birra, ma per chiedere ospitalità. James scoppiò in una fragorosa risata e senza pensarci su due volte spinò una birra e gliela offrì.

    Dopo avergli raccontato delle peripezie e avventure che gli erano capitate, Colin chiese all'oste se poteva passare la notte al caldo nel suo pub. Anche la sua ragazza che aspettava fuori. Tara! Ma certo… sbronzo com'era si era dimenticato di lei.

    Ridendo come un pazzo uscì a chiamarla.

    *******


    Tara si era seduta sul marciapiede e giocherellava con un pezzo di carta trovato sul camion di Rocco. Era stanca ed aveva freddo, ma non aveva voglia di entrare con Colin e ubriacarsi. Non aveva voglia di ridere ed essere carina per fare colpo sul proprietario e alleggerire il compito a Colin di trovare un posto per la notte.
    Sospirando i suoi pensieri spaziavano nei ricordi. L'ultimo anno di università. Era lì che aveva conosciuto Colin. Lei studiava letteratura, lui faceva il giardiniere.
    Un giorno studiando nel giardino dell'università si era accorta del bel giovane che potava le aiuole. Lui la guardava sorridendo.
    Era sempre stato così Colin, sorriso sulle labbra e uno sguardo che diceva: fanc… tutti, io so quello che voglio e come ottenerlo.

    Le aveva regalato una rosa per chiederle un appuntamento. Lo faceva con tutte, Tara lo sapeva. Non c'era ragazza in tutto il college che non avesse passato almeno una notte con lui. Non era capace di avere una relazione seria. Gliel'aveva detto subito dopo il primo bacio. Lei non sapeva perché fosse così sincero con lei.

    Alla rosa Tara rispose dicendo che a lei i fiori non piacevano per nulla e che si sarebbe potuto risparmiare la fatica di abbordarla in un modo così scontato.

    Colin la guardava incredulo. Nessuna gli aveva mai detto una cosa del genere. Nessuna aveva mai resistito al suo sguardo misto tra lo strafottente e il dolcissimo. Scoppiò in una fragorosa risata. Anche Tara, dopo qualche secondo di silenzio, scoppiò a ridere. Rimasero lì sdraiati sul prato per quattro ore a parlare di tutto e di niente.

    Perché era cambiato così tanto? O forse era sempre stato così. D'altronde lui lo diceva sempre di essere un grande stronzo bastardo. Lei lo sapeva. Lei lo capiva.
    Lo amava. O forse no.

    Non aveva voluto innamorarsi di lui. Non voleva innamorarsi di nessuno. Aveva sofferto. La gente rideva quando lo diceva. Chi non aveva sofferto per amore? Ma per favore!... cosa credeva di essere l'unica martire sulla terra?!

    Non aveva voluto fidarsi di lui. Non si fidava di nessuno. Troppe volte era stata usata da persone che credeva amiche. L'amicizia e l'amore sono come una bella favola. Diceva. Come quando da piccoli si crede in Babbo Natale. Si aspetta il Natale come fosse il giorno più importante dell'anno. E poi un bel giorno qualcuno, non ci si ricorda nemmeno chi, ti dice che non esiste Babbo Natale. Questo lo aveva detto a Colin, dopo averci fatto l'amore. Lui le aveva chiesto se quando faceva sesso lo faceva per amore. Lui non credeva a quelle stronzate. Cosa c'entra il sesso con l'amore. Quando si ha voglia la si ha. Così.
    In effetti se si fosse innamorato di tutte quelle che aveva portato a letto…

    Tara si ricordava ancora quel momento. Si ricordava il momento in cui guardandolo capì che avrebbe dato tutto per lui. Il momento in cui sapeva che ormai lo amava senza speranza.
    Dopo una festa. Quando era corsa al bagno perché stava male. Si era alzata dal tavolo e l'intero pub le girava intorno. Le voci e il chiasso della gente rimbombavano nella sua testa. Doveva correre. Non poteva farlo lì davanti a tutti. Mentre vomitava si sentiva morire. Forse aveva bevuto troppo… forse aveva fumato troppo. Aveva paura. Paura di morire. Aveva sempre avuto paura di morire. Ogni mattina dopo una sbornia si sentiva depressa. Sapeva che quel giorno sarebbe arrivato. Ma come sarebbe stato. Dio. Che paura… gli mancava il respiro. Ancora uno sforzo e poi ti sentirai meglio, diceva a se stessa. Sentì una mano che le accarezzava i capelli. Una voce che le diceva: "Sono qui. Non aver paura. Non ti lascerò sola."

    Colin l'aveva portata a casa quasi in braccio. Spogliata e messa a letto. Non l'aveva lasciata un attimo. Le aveva continuato ad accarezzare i capelli finchè il mondo non aveva smesso di girarle intorno. Finchè non si era addormentata. Quella notte lei sapeva che ormai si era innamorata. Che forse anche lui, a modo suo, l'amava. Che Colin era l'unica persona che aveva al mondo. L'unica a cui forse fregava qualcosa di lei.

    Cosa era cambiato allora?

    Non si era mai accorta delle volte che lui la dimenticava nei pub? Che la faceva aspettare ore su una panchina mentre chiacchierava con i suoi amici?
    Si alzò dal marciapiede e cominciò a camminare. Dove andava non lo sapeva nemmeno lei. Ma lontano. Lontano. Che c'era di meglio se non scappare ora. Ora che nessuno sarebbe riuscito a trovarla. Poteva scomparire. Andare da sola in Italia. I tassisti la guardavano con disinteresse. Qualcuno le chiese qualcosa, ma lei non capiva. Continuava a camminare.

    *******


    Colin la cercava. Correva sulla strada. Chiedeva in inglese ai tassisti se avevano visto una giovane ragazza con uno zaino. Loro alzavano le spalle.

    Tara! Taraaaaa! Non sentiva le urla disperate di Colin. Camminava verso l'autostrada. Colin sicuramente era ubriaco a ridersela con l'oste e forse si sarebbe addormentato su un tavolo.

    Un furgone si fermò e le chiese dove stesse andando. Il suo passaggio verso l'Italia. Erano due ragazzi che andavano a lavorare all'area di servizio e che le avrebbero dato volentieri un passaggio. Poi avrebbe trovato sicuramente qualcuno per l'Italia.

    Si era fermata al McDonalds a mangiare un panino. Era stanca e triste. Un po' si pentiva. Colin si sarebbe arrabbiato quando si sarebbe accorto di quello che aveva fatto.
    Dalla grande finestra si vedevano le montagne nere. Gli alberi che sembravano così piccoli.

    Uscì al freddo e si incamminò. Qualcuno le aveva detto che dal Ponte Europa si poteva guardare giù e sentirsi in paradiso. Sentiva il ponte tremare sotto i suoi piedi ogni qualvolta un camion passava vicino a lei. Il vento era forte. Faceva fatica a respirare. Sentiva lo strapiombo alla sua sinistra. E sentiva l'altezza. C'era una luce.

    *******


    Colin era disperato. Un tassista impietosito si avvicinò e gli fece capire di aver visto Tara. Gli mostrò la direzione verso la quale si era incamminata. Non finì nemmeno di parlare. Colin correva. Correva forte.
    Parlava da solo mentre correva…
    Non sentiva nemmeno la terra sotto i piedi. Respira.
    Lo sapeva. Sapeva che Tara se n'era andata. Respira
    Lui capiva sempre cosa le passava per la testa. O almeno credeva. Respira.
    Lo sapeva che stava male. Respira
    Lo sapeva che avrebbe dovuto dimostrarle quello che provava per lei.
    Non respirava. Lo sforzo e il cuore che gli batteva forte nel petto. Dio, non voleva perderla.
    L'alcol gli faceva credere di correre più piano e allora si sforzava di più. La milza faceva male. Fitte insopportabili. Si fermò. Era vicino al casello. Provò la fortuna cercando di fare autostop. Ma chi si sarebbe fermato?
    Era sudato.
    Gli occhi gonfi e respirava affannosamente.
    Non si sarebbe fermato nemmeno lui se si fosse visto.

    Continuava a camminare. Sull'autostrada. I clacson che lo assordavano. La corsia d'emergenza sembrava non finire mai. Ma dove cavolo stava andando? Tara. Io non posso. Non voglio. Non riusciva a pensare chiaramente.

    Vedeva una luce. Un ponte. Sentiva il ponte ondeggiare sotto i piedi. Il vento lo trascinava in avanti. Non faceva più fatica. Sentiva lo strapiombo alla sua destra. E sentiva l'altezza.
    Una figura davanti. Una visione o realtà? Gli girò intorno e si fermò.
    La guardava. Lei guardava lui.
    Lui faceva fatica a respirare. Lei non lo vedeva, il vento le faceva andare il vento negli occhi.
    Lei aveva freddo. Lui sudava.

    Le montagne vicine erano calme. Come se si godessero lo spettacolo. Il rumore del vento tra gli alberi sembrava un grido sordo. Smetteva di tanto in tanto. Sembrava trattenesse il respiro per cercare di sentire e capire quello che stava succedendo.
    Le macchine sfrecciavano incuranti.

    Lui la fissava negli occhi. Non le vedeva il viso. Il vento era troppo forte e le scompigliava i capelli.
    "Resterò con te per sempre, ti amo."
    Le lacrime le annebbiavano gli occhi.
    "Anch'io. Non ti lascerò mai"
    Silenzio. Solo un sibilo nella notte.

    Uno strappo. Taraaaaaaaaaaa! Coliiiiiiiin! Ti amooooooooo…

    Un bacio.

    *******


    La luce della mattina rischiara le montagne. Dal ponte una voce in tedesco che urla. Colin grida che non capisce.
    La voce ripete in inglese: Siete matti??? Non si possono usare le attrezzature da bungee jumping a proprio rischio e pericolo! Ora vi tiro su, ma la multa è salata idioti!"

    Colin guarda Tara e sorride. Si, il suo sorriso "fanc… tutti". La guarda e dice: "Mi dispiace, non c'è più romanticismo al mondo, amore…"
    Lei risponde: "Ho freddo e mi gira la testa."

    Chiudono gli occhi mentre in tre li stanno issando. Colin bacia Tara sulle labbra. Come non l'aveva mai baciata. Sono qui. Non aver paura. Non ti lascerò sola.

  • 30 novembre 2005
    Storia di vite spezzate

    Come comincia: L'uomo è sdraiato sulla strada, puzza e trema. Guarda i ragazzi intensamente. Marika gli sorregge la testa dritta mentre Ivan si concentra per capire cosa il vecchio barbone sta cercando di dire. Il vecchio, con appena un fil di voce, si avvicina all'orecchio di Ivan e con l'ultimo respiro nei suoi polmoni sparla, dice di non farlo. I soldi non sono importanti. Quello che importa sono i sentimenti veri, quelli… non fa a tempo a finire la frase che se ne va. Marika sente un brivido dietro alla schiena come quel giorno lontano, in cui all'ospedale guardava Gaia tenere stretta la mano della mamma mentre i suoi occhi pieni di terrore cercavano invano di non chiudersi. Si reggeva all'ultimo filo di vita con tutte le sue forze, ma tra il silenzio dei suoi figli riuniti al capezzale, perse la battaglia contro la malattia che aveva combattuto così a lungo. Quel giorno Marika non parlò non mangiò e non dormì. Perché proprio questa vita? Perché proprio la sua famiglia? Ivan chiama un'ambulanza con il suo cellulare nuovo di zecca. Il proprietario sicuramente non si era accorto della mano lesta che si era insinuata esperta nella giacca per sfilarglielo sulla metropolitana. Non appena sceso, Ivan aveva buttato via la SIM e l'aveva sostituita con la sua. Era tanto tempo che sognava un cellulare così. Mentre guarda gli occhi sbarrati del povero barbone, pensa tra se che non vuole morire in un angolo di strada non trafficata, senza amici e con due completi estranei che cercano di salvarlo…i soldi contano, contano eccome! Ha già quindici anni e fra un po' sarà ricco. Marika lo riporta alla realtà. Devono andare a prendere Luna all'asilo e poi incontrarsi con Gaia che ha delle grandi novità. Dov'è finita l'ambulanza? Non c'è tempo, pensa Ivan, e con uno strattone trascina via Marika, la quale non oppone resistenza. Il vecchio resta per terra da solo fino all'arrivo dell'ambulanza.
    L'asilo è una costruzione nuova. La maestra sta seduta sui gradini. Vicino a lei c'è Luna. Gioca con la sua bambola senza un occhio e parla da sola tra se e se. La maestra ha l'aria stufa e tra l'indice e il medio della mano destra tiene una sigaretta accesa, mentre con l'altra mano corre veloce con il pollice sulla tastiera del suo Nokia. Scrive al fidanzato che stasera tarderà perché come al solito i fratelli della bimba senza genitori, non sono ancora arrivati.
    Marika non saluta nemmeno, prende la mano di Luna e la porta con se. Non c'è tempo. Gaia li aspetta già da venti minuti in piazza e sicuramente è lì con Thomas. Non l'ha ancora perdonato. E' convinta: è stato lui a vendere la roba a suo padre quella sera maledetta. L'hanno trovato nella vasca da bagno e non c'era più nulla da fare. Roba tagliata male.. succede… questo l'unico commento di Thomas. Da quel momento in poi odiava quel ragazzo con tutto il cuore. Gaia saluta Marika e da un bacio a Luna. chiede dov'è Ivan e poi spedisce Marika a casa con la bimba. E' un lavoro complesso e non vuole due bambine tra i piedi. Marika sa che deve ubbidire. Il giudice ha deciso che a occuparsi di loro sarebbe stata la sorella maggiore e quindi non ha scelta. Ancora due anni e sarà maggiorenne. Farà i bagagli e partirà inseguendo i suoi sogni. Riflette mentre cammina trascinandosi dietro Luna, che borbotta con la sua bambola.
    Ivan saluta Gaia e nello stesso momento anche Thomas appare da dietro l'angolo. Li guarda con i suoi occhi freddi come il ghiaccio e tira fuori una pistola. Gaia gli chiede se è matto a tirare fuori un'arma lì in mezzo alla strada, ma Thomas e Ivan si stanno già dirigendo verso la banca. Si guardano e fanno cenno di si con la testa. Prima di entrare si infilano i passamontagna e spingono la porta. Entrano.
    Le grida di Ivan e Thomas all'unisono minacciano le persone nella banca. Urlano di alzare le mani. Li stanno rapinando. Thomas l'antifona la sa a memoria e il piano l'ha ripassato più volte con Ivan. Sono convinti che dopo questo colpo si rilasseranno un po'. Una nuova macchina, discoteca. Forse un viaggio. A Gaia, per tenerla buona, hanno detto che il denaro servirà per la casa, dalla quale sono stati sfrattati dieci giorni fa. La gente si butta a terra. Due guardie giurate cercano di tirare fuori la pistola. Thomas spara, Ivan si gira e aiuta il compagno. Preme il grilletto. Per le guardie non c'è più nulla da fare. La gente grida. Una donna piange e stringe a se il figlio. Non c'è tempo da perdere. Un cassiere schiaccia l'allarme. Tutto accade così veloce, troppo in fretta. Thomas spara, ancora e ancora. A vanvera. Non vede più nulla, la paura lo acceca. Ivan ancora in preda al panico: ha appena ucciso un poliziotto. Un uomo. Non si muove, come paralizzato. Gli occhi sbarrati del vecchio all'angolo sono di nuovo lì e quelle parole che dicono di non farlo. I soldi non sono importanti. Quello che importa sono i sentimenti veri, quelli…. Sei persone per terra in un lago di sangue, non respirano più. La gente non urla più. Prega che tutto finisca. Thomas urla a Ivan di uscire con tutto il fiato che ha in gola. Corrono verso la porta. Sulla strada si sentono già le sirene della polizia. Il rumore dei freni sull'asfalto. I poliziotti saltano fuori dalle macchine gridando ai ragazzi di fermarsi e gettare le armi. Ivan la getta e si sdraia tremando. Thomas gira su se stesso, guarda Gaia gridare ma non capisce. Corre verso di lui. Uno sparo. Lei si accascia. Thomas si inginocchia vicino a lei. Le sorregge il capo. Trema. Lacrime nei suoi occhi. Il sangue le scivola tra i denti mentre le ultime parole sussurate sono la casa, Marika, Luna. Una nuova bambola per Luna. Poi il Buio.

  • 30 novembre 2005
    Sceneggiatura di un amore

    Come comincia: Una sera di luna piena, che si specchia in ogni pozzanghera, ed un cielo stellato da fare sembrare ogni altra cosa insignificante e minuscola, due ragazzi innamorati sono fermi su di un prato, in un parco nella periferia della città.
    L'aria è autunnale, un misto fra freddo e umido che trapassa le ossa fino a far tremare ogni lembo del corpo.

    Lei guarda lui fisso negli occhi: "Mi ami?" e distoglie lo sguardo con fare insicuro. Poi si volta di scatto verso di lui e ancora una volta, affondando i suoi occhi in quelli di lui: "Mi ami…" una pausa raggelante li divide: "Ma cosa vuol dire per te l'Amore?"
    Lui - ormai sull'orlo di una crisi di nervi -, sfibrato da una conversazione lunga e prevedibile, la guarda stanco e dice: "Non lo so… so solo che ti amo".
    Abbassa lo sguardo e gli occhi gli si inumidiscono.
    Sta cercando disperatamente di raccogliere i suoi pensieri migliori e di congiungerli in uno unico, ma chiaro, per spiegarle quello che prova.
    Non vuole dire nulla di sbagliato. Sembra sempre che come apra bocca faccia un errore. Si sente come Indiana Jones in una foresta amazzonica, piena zeppa di sabbie mobili, che quando metti il piede nel punto sbagliato è finita!
    Alza la testa e la guarda negli occhi.
    Vorrebbe scavare, scavare in fondo ai suoi pensieri. Cosa darebbe per sapere quello che lei vuole sentirsi dire. Non l'ha mai capito. Non l'ha mai capita.
    Queste lunghe pause lo irritano. Lo portano alla disperazione più profonda. Gli fanno paura.
    Ogni secondo di pausa per lei vuol dire che lui è insicuro, e che non sa veramente cosa prova per lei.
    Aggrotta le sopracciglia e sbotta: "Cavolo! Ti amo! Io Ti Amo! T I A M O !!! E ancora TI AMOOOO!"
    Le afferra le braccia, è livido dalla rabbia: "Cosa vuol dire per me l'Amore?? Non lo so! Non lo so per Dio! So solo che non ho mai provato nulla di simile in tutta la mia vita!" La lascia e si allontana continuando ad urlare: "Mi porta via il cuore, lo lacera, lo picchia e lo butta a terra! Ma poi lo rialza… NON RIESCO A SPIEGARLOOOO" Si porta le mani ai capelli e si guarda intorno come qualcuno che cerca aiuto nel buio, in un vicolo cieco, senza una meta o un fine.

    Lei lo guarda impassibile. Cerca anche lei di scrutare il suo ego. Di trovare un significato in tutto questo.
    Lo sa, che gli sta facendo del male. L'ultima volta aveva giurato a se stessa di non farlo più. Di non torturarlo più. Ma è più forte di lei. Le fa paura. Quello che lui potrebbe pensare o sentire la terrorizza.
    Guardando nel vuoto lei sorride: "Anch'io ti amo."
    Poi si gira verso di lui.
    Il suo sguardo è esausto, lo sguardo di chi non sa più dov'è e perché: si è perso così tanto tempo fa che comincia a credere di trovarsi solo in un brutto sogno.
    E' lì, davanti a lei, ha ancora le mani nei capelli. Lentamente le braccia gli scivolano verso il basso a ciondoloni, e rimane incredulo a guardarla. Sfinito e incredulo.
    Cosa ha fatto ora?
    Cosa le ha detto?
    Lo sta prendendo in giro?
    Domande che gli frullano nella testa come automobili ad un incrocio con il semaforo guasto all'ora di punta.
    Quanto è durata questa discussione?
    C'era il sole in cielo. Erano abbracciati stretti, stretti sulla panchina, e poi è iniziato tutto.
    Lui le accarezzava i capelli e le sfiorava la guancia con le sue labbra morbide e calde. Di colpo, le stesse labbra calde si sono avvicinate al suo orecchio e timide hanno sussurrato: "Ti amo".
    Così è cominciato tutto! Ora se lo ricorda!
    Tutto per due parole che non significano niente, ma possono significare tutto; e adesso, dopo interminabili ore scandite da silenzi pieni di significato e tentativi esasperati di spiegazioni sbagliate (spiegazioni di che cosa poi?), lei si arrende. Si arrende così.
    Lui la guarda sempre più incredulo e diffidente.
    La sfida le si legge nelle pupille. Gli prende le mani e le porta al suo viso come una richiesta muta di complicità e tenerezza. Lo stringe a se e sussurra: "Mio Dio! Era questo che volevo sentirti dire!".
    Lui, le braccia ancora ciondolanti, non riesce a lasciarsi andare alle carezze e a questo abbraccio che sa di inganno, ma anche di tregua. Non dice nulla. E ci prova. Le cinge la vita, con cautela.
    Lei socchiude gli occhi. Finalmente lui risponde all'abbraccio e le sue dita le esplorano i lineamenti del viso fino ad accarezzarle il collo morbido per poi risalire lentamente e soffermarsi sulle labbra, che sussurrano: "Questo… Che l'Amore non si può spiegare, non si riesce a quantificare. Si sta male. Vorrei urlare a tutto il mondo quanto ti amo."
    Lei riapre gli occhi, si allenta dalla stretta e lo guarda. Spalanca le braccia e si lascia andare all'indietro. La sua voce da quel fievole respiro che era, si alza: "Voglio gridarti quanto ti amo!"
    Si libera dal suo abbraccio e comincia a girare su se stessa come una trottola a braccia aperte: "Che ti amo tanto così!"
    Si ferma barcollando e comincia a ridere, come se fosse ubriaca. Ubriaca di sentimenti mescolati, che fanno male come un cocktail di superalcolici. La voce la lascia e ansimando sussurra: "Ma è sempre troppo poco. Sempre maledettamente troppo poco…".
    Le lacrime scivolano sul suo viso.
    Si lascia andare, ma lui la prende prima che perda l'equilibrio.
    Anche lui sta piangendo. È felice, è sollevato.
    L'abbraccia forte a sé. La bacia prima teneramente e poi la passione… fino ad accarezzarsi le labbra e le anime.

    Ma alla fine: cosa vuol dire "Ti amo"?

  • Come comincia: Since I was a child I have been like this. A bit weird: happy but not too much. Sad but not too much. Like some kind of fat plant, not too happy but not too sad either.
    Once someone told me about a kind of syndrome, some mental disease or psychotic state that prevents people from feeling pain. I have asked myself over and over whether this is possible. Could my head form such a condition so that I will stop hurting?
    I am on a meadow. All around me there is green mixed with all sounds of a spring that seems to come, but that changes its mind suddenly. I look at the sky. My nose itches. I can see a bee approaching. Shall I stand up? I am scared. But scared of what? It's just physical pain.
    Suddenly the bee changes. A green light pierces it, turns it red and then so yellow that my eyes burns. I can't see anymore.
    My sight comes back: The bee is now an elephant with a rhino horn on its forehead and a pair of huge purple eyes. It looks at me and gestures me to follow with its paw. On its back there's a golden saddle adorned with diamonds, but as I try to mount it, the animal starts to flail. It gets angry and runs away.
    I start running to follow.
    The green meadow melts together with all rainbow colours. Mixing up again and again like a painter mixes up the colours with a brush on his palette. Oh God, my head spins.
    I fall down into a purple vortex and I get swallowed up. I whirl and whirl around like a spin on a gaming table, like a roulette ball.
    Suddenly I detour and start spinning the other way round. Then I slow down. I can see the Eiffel Tower in the middle of the Forum Romanum. There are also pyramids and sphinxes dancing around them like American Indians dancing around the fire before going into battle.
    They look happy and sing a familiar song.
    There comes a blue seal with a dazzling smile. It takes my hand and asks me to dance. We dance the rumba! We move beautifully on a purple dance floor.
    Suddenly the seal, whose name's Madeleine, steps on my foot. I tell her that it's nothing, that it doesn't hurt, but she starts to cry like crazy. She's in hysterics and starts pulling out her moustache.
    I keep on trying to calm her down, I even try to touch her but she cries louder and louder.
    The music stops and everything turns dark blue. It looks like a synthetic night. I look around and the seal has vanished. I am on my own. Totally abandoned and it's getting cold. I didn't carry a jacket with me and now I start to tremble. My hands are frozen and my feet are paralysed.
    At the back of the dance floor I can see a small purple dot, which looks like a light. It gets stronger and stronger and it attracts me. I can't fight it, even if I don't know where I'm going, this persistent sparkle lures me in. I am scared because I can't see where I'm stepping.
    A deafening noise crashes my eardrums. A hiss resounds through the maze in my brain and shakes almost ever single neuron still alive like an earthquake. I hold my ears, but it doesn't help. It doesn't stop: it's in my head. I can feel as it tries to destroy every single piece of my skull. It crushes my reason.
    I can't stand. I get down on my knees and put my head between my legs. I squeeze my head to make it stop.
    Suddenly I get sucked in and up and up. I can't hold my ears and I let it go. The hiss is still there, but it's getting thinner. When I look down I can see the mountains with their sharp tops and I get scared.
    I am afraid to fall down and get spread like peanut butter on some of those rocks.
    I look up, down, on the right, on the left, but there is nothing: nothing that holds me, no birds, no strings. I fluctuate on my on in this endless sky. I can hear the noise of the wind, feel the cold that cuts my face.
    I see dots in front of me. So many. They must be stars, I think, but they come nearer. Oh God I will knock into something! I can feel it!
    But no! It's not stars. No, it can't be true. I can't believe it. It's hens. A flock of real purple hens that fly in the sky. Their feathers are purple and they wear aviator glasses. They shout at me, but I am deafened by the wind. Oh boy, they are flying into me! I will not be able to dodge them all. I try to detour. I move my legs swimming freestyle, then like a frog, but I can't move. I huddle up and grind my teeth. The hens are on me. I feel them shootint around me. I bounce around like a flipper ball. I lose my balance and I fall.
    But I fall slowly, like a feather. I bounce again from one cloud to another: they're all purple. I swallow some: they taste bad, like back then at the hospital when I got my tonsils pulled out. The anesthetic went through a pipe down my throat like snow flakes. I fall asleep.
    I wake up on a straw sheaf. A pitchfork pierced near my head and a purple apron hangs on it.
    I can hear voices but I can't see anyone. Laughter, I turn around: nothing. Sneerings, I turn the other way: still nothing. I wait a bit and whistle nonchalantlty. Abruptly I turn around and I see them: five yellow and purple polka dots frogs that are looking at me, They wear some kind of brand new boots that were trendy in the nineties. I ask them where to find those as no one sells them anymore. They gape at me and start sneering again, then they jump away leaving me alone while a wonder where the hell did they buy those boots. I am still thinking and I get tired. I lay down on the sheaf that is getting warm like those electric duvets.
    The sky is getting cloudy and I can see the first lightings on the horizon. I don't know where to go for shelter. I don't know where I am, alone in the middle of a purple meadow on a sheaf!.
    Suddenly from the sheaf yellow tentacles shoot out. They take my arms and legs pulling me up. Then they just set me down next to the sheaf, which is now a mass of yellow-greenish tentacles. They still hold me down while I try to break free with all my strength. One of the tentacles holding my leg slaps me so hard and then from the sky there comes a single strong jet of cold water that splashes on my face.
    I open my eyes. I am on the floor. Ducky, the barman, holds a bucket that looks like it was full of water a minute ago. Baby and Titty are kneeling next to me and hold my legs and arms down. Titti is blabbering about me having convulsions and Ducky gapes at me like somebody who just saw someone else die in front of him. He starts telling me that he is sorry, that he shouldn't have thrown that pill into my cocktail. I look at him and frown. Then I say: “Ducky, be a good boy and fix me another of those purple cocktails, will you?”
    I start laughing and then darkness enfolds me.
    Around me I can hear shaken voices shouting aloud. Did I faint? Am I passing away? Or am I dead? Who cares? I had a hell of a fun!

    TRADUZIONE

    Sin da bambina sono stata così. Un po’ strana: allegra, ma non troppo. Triste ma non troppo. Una sorta di pianta grassa né troppo felice, né troppo infelice.
    Qualcuno mi ha parlato una volta di una sindrome, una specie di malattia mentale o stato psicologico a causa del quale alcuni individui non sentono il dolore. Mi sono domandata spesso se ciò è possibile. Se nella mia testa si può formare una tale condizione da impedirmi di soffrire.
    Sul prato. In mezzo al verde e ai rumori di una primavera che sembra arrivare, ma che all’ultimo momento ci ripensa. Guardo il cielo. Mi prude il naso. Vedo avvicinarsi un’ape. Mi alzo? Ho paura. Ma paura di che? E’ solo dolore fisico.
    Ad un tratto l’ape si trasforma. Una luce verde l’attraversa, diventa rossa e poi di un giallo così intenso che mi lacrimano gli occhi. Non ci vedo più.
    Riacquisto la vista: l’ape è diventata un elefante con un corno da rinoceronte in mezzo alla fronte e con un paio di grandi occhi viola. Mi guarda e mi fa cenno con la zampa di seguirlo. In groppa ha una sella d’oro tempestata di diamanti, ma quando mi appresto a salire comincia a dimenarsi. Si arrabbia. Scappa.
    Io comincio a correre per seguirlo.
    Il prato da verde che era, si fonde insieme a tutti i colori dell’arcobaleno. Mischia e rimischia come un pittore mescola i colori su una tavolozza con il pennello. Oddio mi gira la testa.
    Cado in un vortice viola e vengo inghiottita. Giro, giro e giro come una trottola su un tavolo da gioco, come la pallina della roulette.
    All’improvviso inverto la rotazione. Da veloce comincio a ruotare sempre più lentamente. Vedo la Torre Eiffel tra le rovine del Foro Romano. Ci sono anche le piramidi e le sfingi che danzano intorno a loro, come indiani nel Far West intorno al fuoco, prima di iniziare un combattimento.
    Sono felici e cantano una canzone che mi sembra familiare.
    Ecco che in un momento, una foca azzurra con un sorriso smagliante si avvicina. Mi prende per mano e mi invita a ballare. Balliamo la rumba! Divinamente ci muoviamo su questa pista da ballo viola.
    Improvvisamente la foca, che si chiama Madeleine, mi pesta un piede. Le dico che non fa nulla e che non mi ha fatto male, ma lei scoppia a piangere fragorosamente. Un pianto isterico. Comincia a strapparsi i baffi.
    Continuo a rassicurarla e provo anche a toccarla, ma continua a piangere sempre più forte.
    La musica smette ed ecco che tutto diventa blu scuro. Sembra quasi una notte sintetica. Mi guardo intorno e la foca non c’è più. Sono da sola. Completamente abbandonata a me stessa e fa anche freddo. Non mi sono nemmeno portata una giacca e comincio a tremare. Le mani sono ghiacciate, i piedi immobilizzati.
    In fondo alla sala vedo un puntino viola, che sembra una luce. Diventa sempre più intensa e mi attira. Non ci posso fare niente, anche se non so dove sto andando, vengo richiamata da quel luccichio insistente che sembra chiamarmi. Ho paura perché non so dove metto i piedi mentre cammino verso il puntino.
    Un rumore assordante mi spappola quasi del tutto i timpani. Un fischio rimbomba nei meandri del mio cervello e scuote qualsiasi neurone ancora vivo come un terremoto. Mi tappo le orecchie, ma non serve a niente. Non smette: è nella mia testa. Lo sento come si affanna a distruggere ogni lembo del mio capo. Mi maciulla la ragione.
    Non ce la faccio a stare in piedi. Mi inginocchio e infilo la testa fra le gambe. Stringendo per aiutare le mani a schiacciarmi la testa e farlo smettere.
    Di colpo vengo aspirata in alto, sempre più in alto. Non riesco a tenere le mani sulle orecchie e mi lascio andare. Il fischio c’è sempre, ma è più fievole. Sotto di me vedo le montagne con le loro cime aguzze e la paura mi assale.
    Ho una paura matta di cadere e spalmarmi come Nutella su qualche roccia.
    Guardo su, giù, a destra e a sinistra, ma nulla: nessuno mi tiene, nessun uccello, nessun filo. Fluttuo sola e soletta per il cielo infinito. Sento il rumore dell’aria e il vento freddo che mi taglia il viso.
    Vedo puntini davanti a me. Tanti puntini. Sono stelle, penso, e si avvicinano. Oddio mi schianterò contro qualcosa! Me lo sento!
    Ma no! Non sono stelle. No, non può essere. Non ci credo. Sono galline. Uno stormo di galline vere che vola per il cielo. Le loro piume sono viola e indossano occhiali da aviatore. Mi gridano qualcosa, ma il rumore del vento mi tappa le orecchie. Mamma mia! Mi vengono addosso! Non riuscirò mai a schivarle tutte. Tento di cambiare rotta. Muovo le gambe come se nuotassi a stile libero e poi a rana, ma non riesco a muovermi. Mi raggomitolo su me stessa e stringo i denti. Le galline mi raggiungono. Me le sento sfrecciare intorno. Mi assalgono. Sbatto fra di loro come la sfera in un flipper. Perdo l’equilibrio e cado.
    Però non a strapiombo: lentamente come una piuma. Rimbalzo da una nuvola all’altra: sono tutte viola. Ne assaggio un pezzo: hanno il sapore squallido come quella volta che, da piccola, mi hanno operato alle tonsille. L’anestetico scendeva direttamente nella mia gola sottoforma di fiocchi di neve attraverso un tubo. Mi addormento.
    Mi risveglio su un covone di paglia. Un forcone è stato infilzato a pochi centimetri dalla mia testa e su di esso qualcuno ha appeso un grembiule viola.
    Sento delle voci, ma non vedo nessuno. Risate, mi giro: niente. Sghignazzate, mi giro dall’altra parte: ancora nulla. Aspetto un po’ e fischietto con nonchalance. Di scatto mi volto e le vedo: cinque rane gialle a pois viola che mi osservano. Indossano degli scarponcini alla moda stile anfibi anni ottanta. E’ vero! Non sono più di moda! Chiedo loro dove li hanno comprati giacché oramai sono praticamente introvabili nei negozi. Mi contemplano e poi si guardano: sghignazzano nuovamente e poi saltellano via lasciandomi seduta lì su quel covone a pensare a dove abbiano mai comprato quelle scarpe.
    Penso, penso e ripenso. Mi sento stanca. Mi sdraio sul covone che è diventato caldo come le coperte che si riscaldano con l’elettricità.
    Ecco che il cielo si incupisce e all’orizzonte appaiono i primi lampi. Non so dove andare. Spaesata in mezzo ad un prato viola sdraiata su un covone.
    Da esso, tutto ad un tratto, scivolano fuori dei tentacoli gialli e mollicci. Mi prendono le braccia e le gambe sollevandomi. Infine mi poggiano per terra accanto al covone che ormai è diventato un ammasso di tentacoli gialli e verdognoli. Non mi lasciano né le gambe e né le braccia mentre io cerco di divincolarmi con tutte le mie forze. Uno dei tentacoli che mi tiene una gamba mi tira uno schiaffone da panico e poi dal cielo piove un unico potentissimo getto d'acqua viola che si infrange sulla mia faccia.
    Apro gli occhi. Sono sdraiata sul pavimento. Ciccio, il barman, ha in mano un secchio, che fino a qualche minuto prima era colmo d'acqua fredda.
    Baby e Titti sono inginocchiate vicino a me e mi tengono ferme gambe e braccia. Titti blatera qualcosa come il fatto che ho avuto delle convulsioni strane e Ciccio mi fissa con gli occhi spalancati e terrorizzati di chi ha visto morire qualcuno; poi mi dice, con voce spezzata, che gli dispiace e che non avrebbe dovuto sbriciolare quella pastiglia maledetta dentro il mio cocktail.
    Io lo guardo, aggrotto la fronte e dico: “Ciccio, fammi ancora uno di quei cocktail viola, da bravo”. Scoppio a ridere e poi il buio.
    Intorno a me sento solo le voci agitate che gridano. Sono svenuta? Sto morendo? O sono morta?
    Ma chi se ne frega! Mi sono divertita una cifra!

  • Come comincia: Marco chiese una bicicletta al suo papà e lui la comprò.

    Punto. Questa è la storia. Vi chiederete: “Come? Tutto qui?!”.

    Allora:
    “La bicicletta era fiammante rossa con i rapporti. Marco era troppo piccolo per saperli usare, ma era orgoglioso della sua bicicletta rossa fiammante con l’adesivo dell’ultimo Giro d’Italia sul manubrio. Il signore che l’aveva venduta al suo papà, aveva detto che era un pezzo da collezione. Una vera chicca. Sarebbe costata molto di più, ma per quel bambino simpatico e allegro il signore aveva chiuso un occhio.

    Quello che Marco e il suo babbo non sapevano era che la bicicletta apparteneva a qualcun altro, ed era stata rubata qualche settimana prima in un parco giochi.
    Fabio, il proprietario, era un bimbo di sette anni – la stessa età di Marco – e quel giorno era infinitamente triste.
    La sua bicicletta rossa fiammante era stata un regalo dello zio per il suo compleanno. Erano andati a vedere insieme il Giro d’Italia quel giorno, e lo zio gli aveva regalato un adesivo da attaccare al manubrio.
    Nonostante la mamma e il papà lo rincuorassero dicendogli che gli avrebbero comprato una bicicletta nuova uguale alla sua, Fabio era inconsolabile.
    Voleva solo ed esclusivamente indietro la sua!

    Marco, dall’altra parte della città pedalava felice e contento con il suo papà che lo osservava orgoglioso. Si sentiva come Bartali su quella bicicletta e non l’avrebbe lasciata per nessuna ragione al mondo!
    Marco cresceva a vista d’occhio.
    Quando divenne troppo grande per la sua amatissima bicicletta, suo padre decise di venderla. Marco lo supplicò per giorni interi finché un bel giorno il babbo capitolò. Impacchettò la bicicletta per bene nel nylon e la parcheggiò in cantina.

    Marco era un uomo ormai. La sua fidanzata, Erica, si era abituata alle sue stravaganze. La sua collezione di biciclette di ogni epoca sul mobile in soggiorno non le dava più fastidio, anzi alla fine ci si era quasi affezionata.
    Quando morì suo padre, poco dopo la morte della sua amata mamma, sembrava che per Marco la vita fosse finita. Non avesse più senso.
    Grazie ad Erica, però, riuscì ad andare avanti e cercò di spazzare via il dolore che stava provando. Lei aspettava un bimbo. Questo era il futuro e lui avrebbe dovuto concentrarsi solo su quello. Il lavoro era divenuto a questo punto una pizza. Sempre gli stessi compiti, mai un aumento di stipendio e i capi sempre a fargli notare che non valeva nulla. Poi nacque Andrea. Da quel giorno Marco non fu più lo stesso. Il lavoro era passato del tutto in secondo piano, sempre che fosse mai stato importante. I capi potevano dire tutto ciò che volevano. Lui valeva. Valeva eccome! Il suo valore era tutto in quella creatura piccola che ogni giorno imparava qualcosa di nuovo. Il miracolo della vita. E Marco era parte di quel miracolo.
    Avrebbe tanto voluto che suo padre fosse stato lì in quel momento. Che avesse potuto abbracciare suo nipote. Ma lo sentiva vicino come non mai. Mai prima di quel giorno all’ospedale, tenendo in braccio quel fagottino, aveva capito cosa voleva dire essere padre.

    Andrea ormai cresceva velocemente. Marco cresceva con lui. Quando suo figlio compì sette anni, si decise. Prese la forza e andò in cantina. Era la cantina della sua vecchia casa. La casa del suo babbo. Lei era lì. Ancora avvolta nel nylon con un dito di polvere sopra. La sua amatissima bicicletta. Rossa fiammante come il primo giorno che la vide!
    La spolverò e la rimise in sesto per benino. Nel giorno del suo compleanno, Andrea la ricevette in regalo. Gli brillavano gli occhi e Marco, pieno di gioia, gli insegnò a pedalare come tanti anni fa aveva fatto con lui il suo babbo.
    L’adesivo di quel lontano Giro d’Italia resisteva ancora. Resisteva a tutto: urti, pioggia, graffi, ruggine. Era come se lui e la bicicletta fossero un tutt'uno da sempre.
    Andrea continuava a crescere ogni giorno di più, come era cresciuto Marco alla sua età.
    Non passò molto tempo e la bicicletta riprese il suo posto in cantina. Avvolta nel suo vecchio amico nylon.

    Andrea ora studiava all’università. Aveva deciso di non allontanarsi da casa e di seguire un corso il più vicino possibile. Suo padre, infatti, non stava più molto bene anche se non lo voleva dare a vedere per non essergli di peso.
    Erica se n’era andata da qualche anno ormai, lasciando un vuoto enorme nei cuori dei due uomini. Se n’era andata proprio come la sua mamma e Marco non era riuscito a superare il dolore.
    Pian piano si era lasciato andare e la sua vitalità si era spenta come una candela accesa per mesi.
    Andrea passava il tempo fra l’università e casa sua. Studiava e curava suo padre. Quest’ultimo oramai era più di là che di qua, ma l’amore che provava per suo figlio lo tratteneva ancora.
    Un giorno chiese ad Andrea di portarlo in cantina.
    Lì rimase assorto nei suoi pensieri per ora, davanti alla sua vecchia bicicletta rossa fiammante impacchettata nel nylon.
    Quanti bei ricordi, quante risate.
    Quegli anni sembravano così lontani eppure erano passati come un soffio. Guardava suo figlio e negli occhi gli si leggeva un misto di venerazione e invidia.
    In quei giorni Andrea studiava sempre più spesso nella caffetteria all’università. C’era una ragazza, che ci lavorava come cameriera, Isabella. Lui se n’era innamorato perdutamente.
    Beveva litri di caffè tutti i giorni solo per poterla vedere. Era bellissima e gentile. Sorrideva sempre. Lui non trovava il coraggio di chiederle di uscire. Sicuramente sarà fidanzata era il pensiero ricorrente che gli schizzava nella testa.
    Isabella in cuor suo, sperava ogni giorno che lui la invitasse ad uscire, anche solo per andare al cinema o mangiare un boccone da qualche parte. Sarà fidanzato era il pensiero ricorrente che le martellava il cervello.

    Un lunedì mattina, Andrea si recò come il suo solito alla caffetteria. Era deciso ormai! Le avrebbe chiesto di uscire.
    Lei era lì. Aveva avuto paura di non trovarla. Per uno strano motivo aveva sentito il terrore irrazionale di non vederla. Ma era lì. Era bellissima. La coda per il caffè sembrava non finire mai e Andrea era spaventato al pensiero che a causa dell’attesa, quel briciolo di coraggio che aveva racimolato, scomparisse.
    Quando arrivò il suo turno rimase bloccato lì. Lei era in piedi davanti a lui, lo osservava e sorrideva. Sembrava che il tempo si fosse fermato e che le ginocchia non sapessero più dov’erano di casa.
    Si guardarono a lungo senza proferire verbo.
    Ad un tratto da dietro una voce li riportò alla realtà: “E allora vogliamo fare notte?”, sbottò l’uomo alle sue spalle. Andrea sussultò e così anche Isabella. Per un attimo il suo splendido sorriso si spense sulle sue labbra e Andrea la guardò preoccupato.
    Come se la sorte di tutta l’umanità e dell’universo intero dipendesse da un suo sorriso.
    Lei abbassò lo sguardo “Se non mi dici cosa vuoi fra un po’ ci linciano”.
    “Te” la risposta scivolò dalla bocca di Andrea inaspettata. “Non un tè, te: voglio te” si corresse per paura di venire frainteso.
    Isabella arrossì, ma dal suo sorriso ora trapelava la felicità che le era salita dal cuore.
    Andrea restò seduto nella caffetteria fino all’ora di chiusura. Si erano messi d’accordo di andare al cinema, ma quella sera il cinema se lo scordarono.
    Passeggiando chiacchierarono per tutta la notte. Nel freddo della città.
    Il primo bacio fu un fulmine. Paragonabile alla sensazione di infilare le dita in una presa elettrica.
    Passarono i mesi.

    Un giorno di gennaio Marco non si svegliò. Andrea lo trovò nel suo letto, come se dormisse, col sorriso sulle labbra e una delle sue biciclette da collezione sul comodino vicino alla foto della sua Erica.
    I giorni a seguire furono per Andrea una doccia fredda. Era solo. Isabella era dovuta partire dopo nemmeno una settimana dal loro primo bacio perché la sorella aveva partorito.
    Passava le giornate davanti alla TV a piangere e dormire. Isabella lo chiamava ogni sera, ma lui non riusciva a parlare.

    Un giorno di marzo suonarono alla porta. Andrea andò ad aprire e per la prima volta in tutti quei lunghi mesi il mondo sembrava aver cambiato luce. Isabella stava lì in piedi e sorrideva. Lo abbracciò e lo baciò. Quella notte fu per Andrea come una rinascita o un risveglio da un coma profondo.
    Sdraiati l’uno vicino all’altra, accarezzandosi, si raccontarono tutto. Le loro più grandi paure, i loro sogni più nascosti.
    Improvvisamente Andrea, senza sapere il perché, raccontò di suo padre e della sua bicicletta rossa fiammante. “Lo sai, il mio babbo amava tanto la sua bicicletta. La venerava”
    Isabella sorridendo “Si, so cosa vuol dire” sussurrò “Mio padre ha rimpianto la sua bicicletta fino alla sua morte. Diceva che lo aveva stregato. Da quando da piccolo l’avevano rubata. Mio nonno mi raccontava sempre che suo fratello l’aveva regalata a mio papà quando aveva appena sette anni. Poi erano andati a vedere il Giro d’Italia e l’adesivo sul manubrio era il ricordo che lo faceva stare più male”.
    Andrea sussultò.
    Isabella continuava “Pensa che quel giorno, mio padre era così felice, e per paura che qualcuno si sbagliasse e la portasse via, sotto la sella della bicicletta scrisse il suo nome”.
    Rideva mentre Andrea rimaneva in silenzio a riflettere.
    Si alzò di scatto e le disse di seguirlo. Lei, che non capiva il perché, si alzò e lo accompagnò senza fare domande.
    Scesero insieme le scale che portavano alla cantina. Andrea aprì la porta e accese la luce.
    Era lì. Nell’angolo. La bicicletta rossa fiammante che era della sua famiglia ormai da due generazioni.
    Lentamente Andrea, come se avesse paura che si frantumasse e cadesse in mille pezzi, la liberò dal nylon che la proteggeva. Sotto il sedile c’era un nome. “Come si chiamava tuo padre?” chiese con un filo di voce ad Isabella. “Fabio” bisbigliò lei.
    Andrea girò la sella verso la luce per fare vedere ad Isabella quello che aveva letto lui.
    Il nome scritto sotto il sedile, con la calligrafia di un bambino, lo si leggeva distintamente dopo tutti quegli anni: Fabio.
    Isabella ed Andrea si guardarono a lungo negli occhi. Un sorriso complice. Un bacio. Il destino sottoforma di una bicicletta rossa fiammante.”

    Ora si che la storia è finita, ma non quella della bicicletta...

  • 30 novembre 2005
    Mi dispiace, scusami

    Come comincia:

    Il sole era alto in cielo. Era mezzogiorno. C'era vento e non faceva caldo. La mia testa girava ancora e sentivo i brividi attraversarmi tutta. Avevo passato la notte in bianco, l'ennesima.
    Perché glielo lasciavo fare? Perché non mi ribellavo?
    Era passato più di un anno ormai ed era troppo tardi. Mi ero innamorata.
    Avevo giurato a me stessa che non mi sarebbe più successo. Nessuno mi avrebbe fatto ancora del male. L'avevo sentito dire alla televisione una volta: le donne cercano sempre lo stesso uomo. Se quello prima le aveva ferite, ne cercavano uno uguale. Mi aveva fatto ridere, io non ero così stupida. Non mi sarebbe sicuramente successo di nuovo. Nessun uomo mi avrebbe fatto soffrire ancora ed eccomi seduta sull'orlo del fiume a guardare la mia immagine riflessa in una piccola insenatura di acqua stagnante. Il viso pallido e stanco. Gli occhi gonfi e rossi.
    In tanti dicevano che ero una bella ragazza, ma dove mi ero persa?
    Mi ero persa ancora una volta.
    Nella mia testa rimbombavano i commenti dei miei amici, quello che mi dicevano in faccia. Non volevo nemmeno immaginare cosa si raccontavano mentre non c'ero. L'altra sera al pub era stato un susseguirsi di "Ma non vedi che non gliene frega nulla di te?" oppure "Se gliene importasse qualcosa ti cercherebbe…" e ancora "Si sta divertendo senza di te, non ti sei mai chiesta a che cosa gli servi?". Infine quello più pesante, che aveva fatto male da morire: Anna, la mia migliore amica "Pensavo di poter essere finalmente felice per te. Invece è l'ennesimo stronzo che ti fa soffrire.".
    Seduta vicino all'acqua con quel suo mormorio rilassante, cercavo di scacciare i cattivi pensieri. Mi dicevo che tutte quelle cose non erano vere. Lui aveva detto di amarmi. Mi aveva cercato per tutta la vita e mi aveva trovato. Voleva stare con me per sempre e farmi felice. Ero la donna perfetta. Ma non ero io. Era una sua fantasia e come tutti gli altri, quando si era accorto che la sua non era una donna perfetta, si era creato un mondo per allontanarsi. Ero diventata scomoda. Ero diventata "come tutte le altre".
    Le parole dolci e le promesse erano svanite nel nulla e al loro posto erano rimaste le battutine sarcastiche e ironiche, che pugnalavano come un coltello affilato. Non avevo più la forza di combattere e abbattere quel muro freddo, ma lo amavo. Lo amavo così tanto che spesso mi mancava l'aria.
    Mi sentivo morire in quei momenti. Un dolore come se due mani enormi s'infilassero nel mio petto e, afferrandomi il cuore, dapprima lo stringessero e poi lo lacerassero a metà. Non era una metafora, provavo una vera e propria sofferenza fisica e anche il groppo in gola, i brividi attraverso il corpo.
    Erano appena passate due ore. Gli avevo solo detto che mi faceva del male comportandosi così. Non aveva risposto ed io me n'ero andata.
    Lo faceva per punirmi? Si sentiva felice ferendomi così? Provava qualche soddisfazione nascosta che io non capivo?
    Ero stanca e stufa. Mi conoscevo e sapevo che così non sarebbe andata avanti a lungo. Io non avevo la pazienza delle altre sue donne e l'amore non sarebbe bastato. Gli avrei ancora dato un po' di tempo. Un anno ancora forse e poi gli avrei detto, guardandolo negli occhi, che non aveva più senso. Stavo male con lui anche se lo amavo intensamente. Non mi avrebbe mai potuto dare quello di cui avevo bisogno: la sensazione di essere amata.
    Io non avevo paura di restare da sola. Sola ero rimasta a lungo. Meglio sola tutta la vita che la percezione di essere inutile e superflua.
    Mi guardavo e mi osservavo. Le lacrime fluivano dai miei occhi, automaticamente ormai. Nemmeno mi accorgevo di piangere e mi capitava spesso ultimamente. Non era debolezza anche se lui lo pensava. Era dolore.
    Per lui ero diventata trasparente. Un bisogno. Un soprammobile. Pronta ad essere presa ed usata nel momento del bisogno.
    Cosa dovevo fare?
    Io l'amavo ed ero sicura che anche lui mi amava. Il suo, era però un amore "part time"! Sorrisi a quel pensiero.
    Mi specchiai ancora. Ero lì da sola. Inutile aspettare. Lui ed il suo orgoglio non sarebbero venuti a cercarmi.
    Mi alzai faticosamente. Indolenzita, con le mani scrollai dai jeans i residui di terra e sassi che mi si erano appiccicati addosso.
    Lentamente discesi il piccolo sentiero che conduceva alla casetta. La primavera stava arrivando e si sentiva nell'aria. Per qualche giorno aveva piovuto e l'odore umido faceva bene ai miei polmoni. Tutto intorno era un esplodere e mescolarsi di colori vecchi e nuovi, che salutavano l'inverno.
    La casa era lì, dove l'avevo lasciata. Sarebbe stato quasi meglio, come in una favola, non averla trovata più. Un sogno/incubo da dimenticare.
    Mi fermai per qualche istante davanti alla porta d'entrata. Girandomi vidi le auto. La mia, parcheggiata al sole, sembrava chiedermi di salire e scappare via.
    Entrai. Lui era in soggiorno con gli occhi fissi sulla tele. Era domenica e c'era il Gran Premio di Formula Uno. Il rombo monotono dei motori che scivolavano sul circuito mi fece venire in mente quanto monotona fosse diventata la mia vita. Mi avvicinai alla poltrona. Lui, come se nulla fosse, forse in preda ad uno strano istinto di affetto, mi prese la mano e l'accarezzò. Magari voleva venire a cercarmi, ma l'interesse per la meccanica e le corse l'aveva trattenuto.
    "Non ha più senso. Me ne vado." quelle parole scivolarono dalla mia bocca come se a pronunciarle fosse stata un'altra donna.
    La mano di lui si irrigidì sulla mia. Continuava a fissare la televisione. Forse non era più concentrato come prima, ma era l'ultimo giro! Io e la mia isteria avremmo indubbiamente potuto aspettare ancora un po'…
    Mentre mi allontanavo verso la nostra camera per mettere insieme le mie poche cose, lo sentivo alzarsi dalla poltrona. Distinguevo esattamente la sua incertezza. Era l'ennesimo mio capriccio? Li chiamava capricci. Diceva che noi donne eravamo state viziate con le attenzioni e ne volevamo sempre.
    Mi ero sempre chiesta che fatica poteva provare un uomo a mostrare attenzioni. Una parola dolce, un sorriso, un messaggio attaccato alla porta del frigorifero, una telefonata solo per sentire la nostra voce. Perché a noi tutto ciò non costava nulla? Meno di un minuto del nostro preziosissimo tempo.
    Domande che mi frullavano nella mente mentre tremavo e piegavo i miei vestiti davanti alla valigia aperta.
    Sentivo che lui stava in piedi dietro di me. Avvertivo la sua presenza, ma non volevo guardarlo. Avevo paura del suo viso e della sua espressione.
    Tempo fa gli avevo detto per l'ennesima volta che mi sentivo trascurata e lui si era arrabbiato. Mi aveva urlato e detto cose che non volevo ricordare. Da quel giorno non le volevo più risentire; le volevo cancellare dai miei ricordi.
    Mi ero tenuta tutto dentro.
    Chiusi la valigia. Mi dovevo girare per uscire dalla camera. Trattenendo il respiro mi voltai verso di lui. Mi guardava impassibile senza dire nulla. Stava preparando un discorso nella sua testa, ma non era sicuro delle parole da usare? Aveva il viso stanco e per un momento esitai. Soffriva anche lui?
    Sentivo le lacrime che spingevano per venire fuori, ma non volevo piangere davanti a lui. L'avrei fatto in macchina, come sempre. Lui aveva letto da qualche parte, forse in internet o su qualche rivista mensile per soli uomini, che il pianto delle donne era una specie di ricatto. Un modo per cercare attenzioni. Ma se era così, perché il mio cuore si spezzava sempre di più e il dolore cresceva ogni volta che una sola lacrima scendeva dai miei occhi? Avrei voluto chiederlo a quel giornalista, che sembrava conoscere ogni nostro più piccolo sentimento nascosto. Mi avrebbe risposto razionalmente.
    Razionalmente. Anche lui vedeva tutto così. Persino il nostro amore. L'aveva definito una reazione chimica, come se fossimo un esperimento. Due particelle che si attraggono.
    Io non ci riuscivo. Non vedevo nulla di razionale nell'amore e nemmeno nel dolore. Non cercavo attenzioni piangendo. Le volevo quando ero felice. Pretendevo di essere felice!
    Feci qualche passo verso la porta. "Mi dispiace, scusami." la sua voce alle mie spalle aveva spezzato quel silenzio imbarazzante. Contai mentalmente tutte le volte che avevo sentito o letto quelle stesse sue parole.
    Razionalmente potevo pensare che ogniqualvolta un uomo le pronunciasse, cercava di mettere tutto a posto alla svelta evitando di perdere tempo in inutili discussioni. Io invece, fino a quel giorno, ci avevo creduto veramente che gli dispiacesse e che qualcosa sarebbe cambiato. Con la valigia in mano e la sensazione d'amaro in bocca, le scuse non mi bastavano più. Sembravano l'ennesima presa in giro.
    Mi avvicinavo alla macchina e sapevo che non mi avrebbe seguito. Certo, mi avrebbe telefonato fra qualche giorno e avrebbe fatto finta di nulla, nella speranza che la mia isteria fosse passata.
    Mi avrebbe cercato per amore o per paura di restare da solo? Non sarei tornata da lui con questo dubbio.
    Guidavo verso casa e mi accorsi che non piangevo. Il senso di oppressione nel petto non c'era più. Il dolore resisteva.
    Mi sarebbe passato. Come sempre dopo un po'…

  • 23 novembre 2005
    The Joker

    Come comincia:

    Il mio problema è di essere egocentrico per eccellenza, e non ho mai sopportato l’idea di avere una vita, come dire, normale.
    Oddio, essere un comune mortale mi avrebbe demoralizzato e giuro che se lo fossi stato, oggi non sarei qui a parlare con voi.
    “Certo, staresti in un normale ufficio, a fare il tuo normale lavoro, onestamente come i comuni mortali!”
    “In ogni caso non ci starei in quel dannato ufficio, sarei morto, mi sarei ucciso con le mie stesse mani! Invece i giornali hanno parlato di me, e domani ci saranno centinaia di articoli che parleranno di me!”
    “Credi di essere una grande celebrità?!”
    “Lo sarò!”
    “Non credo che ci sia motivo di vanto per quello che hai fatto!”
    “Lo sarò! Questo mi basta!”
    “Tu sei pazzo!”
    “No, sono egocentrico!”
    “Credi che questa sia una giustificazione? Credi che questo sia un buon motivo per rapinare decine di locali?”

    So solo che mi divertivo da matti, era il momento più bello della mia giornata:

    “Signori e Signore, Ladies and Gentlemen questo è il mio show quotidiano, quindi, mi raccomando, tutti concentrati su di me!”
    Poi sceglievo una persona a caso, solitamente una persona poco robusta o che aveva la possibilità di sfuggire alla mia visuale.
    “Tu, vieni qui!”
    La persona si avvicinava ed io gli consegnavo una busta nera.
    “Svuota il registratore di cassa e metti tutti i soldi qua dentro. E muoviti!”, gli urlavo.
    Non avevo preferenze nello scegliere i locali, andavo a ‘fiuto’. A volte entravo nei locali
    senza un programma definito, di preciso in mente avevo solo l’inizio e la fine, il resto veniva da sé.

    Avevo sempre avuto la fissa per quella maschera maledetta.
    Comprai tutto: la crema bianca, il rossetto rosso fuoco e la matita nera.

    “Signori state fermi e giuro che non vi succederà nulla.” 
    Puntavo la pistola contro la persona che avevo designato per raccogliere i soldi e gridavo: “Tu, sbrigati se non vuoi avere una lapide al cimitero!”
    Era tutto questione di minuti, quattro, al massimo sei quando erano locali con due o tre registratori di cassa. In quel caso le persone designate erano due, ma cercavo di evitare questo tipo di locali, perché spesso avevano delle telecamere a circuito chiuso, pronte a mettermelo nel culo.
    “Allora ti sbrighi!” gridavo alla persona che stava raccogliendo i soldi.
    Ma questo accadeva raramente perché la pistola puntata contro metteva il pepe nell’anima!
    Dopo i calcolati quattro o sei minuti, la persona mi si avvicinava tremante con la busta di soldi tra le mani.
    “Adesso mettiti buono in quel posto e non muovere il culo fino a quando non sarò uscito da questo posto di merda! Chiaro?”
    La persona eseguiva senza obiettare, poi davo uno sguardo completo al locale per vedere se mi era sfuggito qualcosa o qualcuno, per sapere come comportarmi fuori.
    “Signori e Signore, Ladies and Gentlemen, spero che lo spettacolo vi sia piaciuto, e che vi comportiate allo stesso modo se avrete il piacere di assistere ad un altro mio show!”

    Dopodiché avveniva la parte più rischiosa della scena, perché poteva sfuggirmi tutto di mano, ma tutto non avrebbe avuto senso senza quel gesto in cui scaricavo tutto me stesso.

    L’inchino.
     
    Mi inchinavo, portando il busto in avanti di quarantacinque gradi, il cilindro nella mano destra che scivolava davanti al capo. I capelli lunghi cadevano a peso morto a pochi centimetri da terra.
    Poi alzavo la testa e sorridevo ai miei spettatori.


    Avevo sempre tutto con me.
    Il trucco.
    In macchina, prima di iniziare lo spettacolo mi spalmavo la crema bianca intorno al viso, tralasciano le labbra e due linee semisferiche sulle guance che andavo a pitturare con il rossetto. Poi, prendevo la matita nera e disegnavo due linee verticali sotto gli occhi, di pochi centimetri, e due triangoli neri sulle sopracciglia.
    Mi guardavo nello specchietto retrovisore, sorridendo in modo da sottolineare i canini.
    Quando mettevo in testa il cilindro nero, l’opera era terminata.
    Lanciavo ancora un’altro sguardo nello specchietto, e sorridevo ancora.
    Poi mi buttavo nello spettacolo!


    Faceva più caldo del solito, la macchina aveva una temperatura prossima ad un forno.
    Il sudore mi rigava il viso, dovetti passare la crema più volte per fissarla. Quando terminai tutto, lanciai uno sguardo fuori, al locale predestinato, poi guardai di nuovo la gente, ero in attesa del buon momento per scagliarmi fuori. Intanto il caldo aumentava.
    Quando fu il momento adatto, infilai la pistola sotto la giacca e scesi di corsa. In un attimo raggiunsi il locale.
    C’erano due uomini in fila alla cassa, una donna davanti al banco dei liquori, il cassiere al suo posto e il commesso dietro al bancone.
    Calcolai in un attimo le distanze e chi doveva raccogliere i soldi. I tre clienti erano in un’ottima visuale e apparentemente innocui, ma gli impiegati potevano avere qualche allarme a portata di mano.
    I calcoli erano fatti. sfilai la pistola dalla giacca e iniziai lo spettacolo:
    “Signori e Signore, Ladies and Gentlemen, questo è il mio show quotidiano, quindi mi raccomando, tutti concentrati su di me!”
    Puntai la pistola contro il cassiere,
    “Tu, vieni qui!” Gridai a lui e al commesso dietro al bancone, affinché avessi una migliore visuale. Consegnai la busta nera al cassiere, ordinando di consegnarmi tutti i soldi del registratore di cassa, mentre il commesso si occupava dei portafogli dei clienti. Questa era una mossa che non avevo mai fatto.
    “Signori, state fermi, e giuro che non vi succederà nulla. - gridai ai clienti- E voi, sbrigatevi se non volete avere una lapide al cimitero!”
      La mia pistola passava sui volti di tutti i presenti.
    “Allora, cazzo, vi sbrigate!”
    Quella volta la pistola puntata non aveva messo il pepe nell’anima.
    Si sbrigò prima il commesso che si occupava dei clienti. Si avvicinò tremante con in mano alcuni portafogli e due cellulari.
    “Pezzo di merda, mettili in una busta!”
    “Quale busta?” mi chiese tremando.
    Mi innervosii: non riuscivo a capire se il commesso la stesse tirando per le lunghe o se fosse rincoglionito davvero.
    “Non avete una busta del cazzo?!”, mi alterai.
    “Certo, certo, signore” –disse- mentre si allontanava verso il bancone
    “Dove stai andando?” gridai.
    “Signore, a prendere una busta, come vuole lei, signore.”
    Puntai la pistola verso il cassiere.
    “Tu sei ancora lì? Sbrigati!”
    “Butta per terra quello che hai e non ti muovere di un millimetro, intesi?!” gridai al commesso.
    Il commesso obbedì immediatamente, mentre i minuti calcolati erano terminati già da un pezzo e pensavo alla cosa più banale che potesse accadermi, cioè che un nuovo cliente entrasse nel locale e mi sparasse alle spalle.
    Cercai con gli occhi qualcosa che riflettesse. Le bottiglie davano un’immagine troppo distorta, per il resto niente poteva essermi utile. 
    “Pezzo di merda, muoviti!”
    Il cassiere si mosse verso di me con la busta in mano.
    Il tempo filava via, il sudore colava e la crema bianca sul viso si scioglieva.
    Lanciai uno sguardo all’orologio: erano passati più di dieci minuti, non era certo il tempo che ci voleva per svuotare un registratore di cassa.
    Le sirene in lontananza mi diedero la conferma della mia impressione: quel bastardo del cassiere aveva dato l’allarme!
    “Figlio di puttana!”, gridai.
    Sparai due colpi, ma non colpii nessuno, e di questo poi ne fui felice.
    Uscii di corsa dal locale e mi infilai in macchina, buttando tutto il mio peso sull’acceleratore. L’urlo della sirena si avvicinava, accelerai ancora di più sviando in alcune stradine. Gli spettatori si affollavano sui marciapiedi.
    “Il mio spettacolo sta continuando!” esultai.
     Accelerai ancora di più, mentre la polizia mi stava alle calcagna. Sviai ancora in altre stradine, ma un’altra volante della polizia sbucò dalla strada di destra. Il suono delle sirene si faceva assordante.
    Quando mi voltai vidi una terza macchina che mi inseguiva. Lo spettacolo si faceva più scenografico, pensai. Imboccai altre stradine prima di ritrovarmi di nuovo sulla strada principale. Gli spettatori sui marciapiedi erano sempre di più.
     Era l’ora di punta, e su quella strada avrei incontrato traffico. Mentre ragionavo su quale stradina infilarmi, i miei occhi si distraevano a guardare le frotte di curiosi intenti ad assistere alla mia scena.
    Scena! Pensai.
    La mia scena.
    La polizia, la gente.
    “E perché no?!”, dissi.
    La polizia era sempre più vicina.
    Accelerai di colpo, la vidi allontanarsi.
    Già immaginavo i titoli sui giornali.
    L’immancabile ingorgo di quell’ora era lì, pronto ad acclamarmi, insieme a quattro volanti della polizia e agli spettatori, sempre lì, sui marciapiedi apposta per me.
    In piena corsa tirai il freno a mano e mi ritrovai catapultato in un paio di giri. Sentii i freni urlare.
     Appena la macchina si fermò, presi il cilindro, velocemente salii sul tettuccio della macchina.
    Da lì c’era un ottima visuale.
    La gente sui marciapiedi affollati, la polizia che mi veniva incontro. Le luci della sirena facevano da scenografia.
    “Signori e Signore, Ladies and Gentlemen, spero che lo spettacolo vi sia piaciuto, e che vi comportiate allo stesso modo se avrete il piacere di assistere ad un altro mio show!”
     Misi il cilindro in testa e mi inchinai al mio pubblico.


     Il mio spettacolo terminò lì, con tre pallottole nel cuore del Joker.
    Prima di morire sorrisi a centinaia di persone che erano accorse per assistere alla mia morte.
    La morte del Joker!
    “Perché la polizia ha sparato?”
    “Probabilmente era armato”, sentii dire.
    I loro occhi erano tutti per me, e lo sarebbero stati anche gli articoli dei giornali del giorno dopo.
    Per quanto riguarda il dialogo iniziale, quello era nella mia fantasia sin da bambino.
    Quando mi accorsi che stavo diventando un comune mortale, decisi di dare una sterzata alla mia vita.

    …Per tutto il resto…
    …Signori e Signore, Ladies and Gentlemen…