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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: Avevo una sedia di legno, sai di quelle con gli intarsi e con il cuscino verde foderato? Una sedia da bottega di antiquariato economico insomma, lasciata in casa mio da mio nonno.  L'ho capovolta e le ho segato una gamba, mettendomi di fronte a un enorme specchio. Uno specchio antico, di quelli con la cornice color argento, lasciato in casa da mia nonna. Uno specchio da negozio di antiquariato economico insomma. Mi sono messo di fronte a questo specchio, con una sega, e ho segato la gamba della sedia. Una volta finito ho preso la gamba e l'ho scagliata contro lo specchio. Ora chi li raccoglie i cocci sul pavimento? 'Coccio' è un termine ridicolo, ma se ci pensi un 'coccio' può tranquillamente aprire una vena e far scorrere un bel fiotto di sangue. Ecco, ora non si capisce più niente: il sangue, i cocci, la gamba segata, io che bestemmio, mia madre che urla, mio padre che è morto ma continua a respirare come una locomotiva. C'è qualcuno sui binari, pezzo d'idiota, vuoi fermarti? E se apro la finestra entrano le rondini, ma siamo a Dicembre, ergo ne deduco che queste sono rondini smarrite. L'ospedale delle rondini smarrite. Me ne prendo cura, le nutro, le metto al caldo, e loro come ricompensa mi lasciano merda dappertutto. Merda, cocci, sangue, gambe segate, urla e respiri. Mi viene da pisciare, ma non posso assolutamente pisciare qui e allora urlo e le rondini costruiscono un giaciglio di paglia sulla soglia e io ci piscio beatamente. Tra un pò li nascerà una splendida aiuola dove io mi stenderò a prendere il sole e forse morirò con in bocca il più bel sorriso della mia vita.

  • Come comincia: I miei amori non sono mai esistiti oppure non sapevano niente, perché nessuno di loro si è presentato puntuale agli appuntamenti col mio cuore.
    I miei amori li ho tenuti in grembo come figli, come il figlio della vergine Maria, concepiti per non so quale misteriosa opera dello spirito.
    Di alcuni mi sono dimenticata presto e in vero li vedo a volte patire d’abbandono e smarrimento. Ma quando io do le spalle ad un amore, lo faccio sul serio, e di lui nulla mi resta se non un’orma trascurata in qualche regione della memoria. Un lembo di terra dove il seme del desiderio non attecchisce più. E il desiderio, si sa, fa da balia all’amore.
    Così spesso accade, che mentre uno è deciso a bere dal mio seno quel nettare che prima pensava inutile, io abbia già cominciato ad allevarne un altro non mostrando più di un timido cenno di rimpianto.
    Ciò che i miei amori mi hanno insegnato è a morire d’agonia. Non di una morte precisa ma simile a quella di un animale ferito che vagabonda ai margini della vita. E semmai mi è venuto meno il respiro è stato nell’istante in cui ho rinunciato alla loro custodia.
    Credo che le donne come me siano malate, malate di un’indomabile follia che pretende di contagiare quanti la rifiutano. Perché la follia più grande è quella di non amare e nell’amore io mi riscopro periodicamente sana.
    So bene che “sana” è termine dissonante per una che va predicando l’amore che non esiste come il più grande. Eppure chi può affermare che non sia vero? L’unica differenza tra un amore che i più definiscono “carnale” e i miei sta nel tempo in cui essi vengono consumati. Per questo mi sono meritata l’appellativo di “veggente” capace di prevedere le mie storie ancor prima di aver incendiato un uomo di passione. Anche se poi, come dicevo, arriva puntualmente in ritardo.
    Ma se ci fossimo trovati a ballare la medesima sensuale danza l’uno abbracciato alla solitudine dell’altro, probabilmente non avrei mai scritto di loro perché è il lutto e il tormentarsi d’amore ad ispirare i poeti. Ed ognuno di questi ha la sua “Beatrice” o la sua “Laura”, quell’angelo terreno a cui giurare eterna fede o da tradire come un Giuda per ciondolare esanime al cappio del disonore.
    La maggior parte degli amori chiamati “eterni” si mantengono tali perché continuano a vagare nell’illusione che un domani esisteranno.
    Ed io ricordo sempre d’accudire queste assenze. Sono la donna dell’assenza, delle incontenibili mancanze che attende chi non c’è mentre ricama e disfa una tela infinita nel notturno sopore dei mortali.

     

     

    * Ispirato al "Tormento delle figure" di Alda Merini

  • 22 dicembre 2006
    Fiamma

    Come comincia: Le era bastato uno sguardo.
    Così le aveva detto sua madre.
    Uno sguardo. Due occhi neri.
    Tra sangue e placenta.
    Uno sguardo per comprendere che lei non era...
    Si erano guardate.
    Occhi azzuri.
    Occhi neri.
    Diverse.
    Guardava il mondo dai suoi occhi neri. Quelli del padre, dicevano. Gli altri.
    Non sua madre. Per lei, era morto. Un giorno come tanti.
    Stessi tratti. Stesse labbra.
    Denti bianchi.
    Canini aguzzi per prendere il mondo a morsi.
    Con la rabbia sempre pronta ad esplodere. Cresciuta a dismisura giorno dopo giorno.
    Non vuole amore.
    Non vuole amare.
    Occhi neri per scrutare il mondo.
    Non ha mai avuto troppo tempo e troppa voglia di esser donna.
    Bella, sì. Di una bellezza per pochi.
    Per quelli che sanno guardare dentro gli occhi.
    Non è mai stata come loro. Sua madre l'aveva capito subito. Da quel primo sguardo.
    Occhi neri.
    Occhi azzurri.
    A volte ne aveva sofferto. Quando il respiro le si fermava nel petto come macigno. Allora stringeva i pugni e si chiedeva perché. Sempre le stesse domande.
    Dopotutto, la vacuità non era meglio di questa fiamma che le ardeva dentro?
    Assorbiva il mondo, goccia dopo goccia. Senza pelle che attutisse le emozioni e a volte era dolore puro.
    Dicevano che era identica a lui. A suo padre. In quello sguardo che entrava dentro senza chiedere permesso.
    Amava. Di un amore che non tutti possono compendere.
    Amava, ma doveva essere libera. Aveva fame di vita.
    L'inquietudine la rosicchiava giorno dopo giorno.
    Il desiderio di troppa vita.
    Non poteva comprendere.
    Stessi errori. Stessi sogni infranti.
    E allora era fuggita da lui.
    Da lui che amava in stanze di nostalgia. Insonorizzate. Dove piangere lasciando fuori l'eco del mondo.
    Lui era lì. Diviso in quelle stanze.
    Ma l'amore non è tutto. Diceva.
    Non è solo cuore che batte.
    Ma perchè questo muro che entrambi alzavano?
    Pensava che A sta bene con B. Le parole si fondono e confondono in stani giochi...
    Le loro parole non avevano armonia.
    Divenivano solo lame taglienti che sfregiano giorni. Quel ti amo non consolava ma ardeva in gola...
    Un muro.
    Quel ti amo non li avvicinava mai. Così diceva.
    Quei giorni ardevano vivi.
    Come fiamma.
    Il suo destino nel nome.
    Fuoco che arde.Così diceva sua madre.
    Fiamma.
    Occhi neri per guardare il mondo.
    Denti aguzzi per mangiarlo a morsi. Avidamente. Ingordamente.
    Ogni uomo bruciato in fretta.
    Mani, visi e corpi che si confondono.
    Orgasmi che non saziano la sete d'amore.
    La sete di lui.
    Solo lui ama in ricordi che non vanno via. Alimentati come fiamma.
    Colorati di poesia.
    Dice che ci sono stanze chiuse. Quelle non vuole aprirle. Ha chiuso la porta a triplice mandata.
    Quelle non vuole aprirle. Perchè colorerebbero questo insensato amore di reale.
    Toglierebbero il velo di poesia che la spinge a dirgli ancora ti amo.
    Stanze intrise di lacrime.
    Incomprensioni.
    Urla.
    Lividi.
    Di pelle.
    Del cuore.
    Dell'anima.
    Cicatrici che tiene nascoste.
    Mette chilometri tra loro... Ma lui è lì.
    In ogni pagina.
    In ogni parola.
    Fiamma che arde.
    Il suo destino nel suo nome.
    Occhi neri, per scrutarlo...
    Psichedelia del colore. Tante. Per soffocare la vita che aveva dentro. La vita che straripava come fiume in piena.
    Nessuno comprendeva. Solo sua madre.
    Stesso dolore.
    Diverse.
    Stesso dolore. Stessi occhi.
    L'assenza. A questo non avrebbe mai familiarizzato.
    Chi l'ha detto che il mare non si può infiammare?
    Lei aveva le onde più alte nel cuore.
    Non conosceva bonaccia e quieti sciabordii.
    Quelle onde che si infrangevano bagnandole il viso le ricordavano la vita che non ha confini. La rimettevano in pace col mondo dandole la dimensione della realtà.
    Lei e sua madre. Diverse.
    Entrambe figlie del mare.
    In quelle onde affondava il suo dolore ardendo sempre di più.
    Affondava lui, ancorandolo al fondale.
    Affondava lui che non comprendeva.
    Quest'amore che non spiegava. Fatto di carnale passione.
    Affondava i suoi uomini, corpi da usare per saziare la fame d'amore.
    Non è una lacrima.
    E' acqua di mare.
    Possente.
    Salata.
    Sacra.
    Così aveva scritto qualcuno...

     

  • 19 dicembre 2006
    La vendicatrice di salmoni

    Come comincia: Il Signor Persifal mi aspettava sempre sulla porta di casa, io uscivo e lui aspettava.
    Mi controllava, neanche mi parlava, non aveva di che dirmi, i soldi dell’affitto li prendeva sempre, eppure mi odiava.
    Mi cominciò a detestare da quando alla Signora Marisa gli fu rubata la busta della spesa davanti alla porta di casa. Non si seppe mai chi fosse stato, ma lui aveva subito pensato a me. In effetti, l’avevo rubata io, ma questa è un’altra faccenda, lui non aveva prove, non poteva odiarmi così.
    Il pomeriggio aveva odore d’estate, una foto scattata di sorpresa, rendendo immobile tutto ciò che si muoveva. Il letto sotto di me mi reggeva le spalle comodamente, non avevo niente da fare, ero un ex impiegato e improbabile scrittore, ma non ci pensavo molto. Avevo solo un’altra birra in frigo e il libro che stavo cercando di finire era ancora molto lungo. L’umidità si attaccava ai muri, non lasciando nessun angolo, soffocandomi ad ogni pagina. M’immaginavo in ogni singola frase, in ogni virgola, fossi stato io a scrivere tutto questo, io Ernest Borodin, la critica impazzirebbe.
    Sig. Borodin, Sig. Borodin.
    Gli alberi nella mia via stanno su per prepotenza. Ancorati ad un pezzo d’asfalto grigio, osservano la vita senza farne parte. Le case sono tutte uguali, le persone sono tutte uguali, testate clinicamente. Buttano la spazzatura alla stessa ora, cenano alla stessa ora, e alla stessa ora si piazzano davanti al televisore. Si portano nei capelli la polvere della loro esistenza, non facendo niente per levarla. Decisi di uscire, camminavo svelto, cercavo un posto tranquillo dove prendere qualcosa da bere.
    Il sole mi seguiva, mi facevo spazio fra la gente senza essere troppo scortese, ero senza dubbio il più grande scrittore di quest’ignobile secolo, ma il bello e che lo sapevo solo io. Mi sforzavo, anche quando sapevo che non mi sarebbe uscita una parola, mi mettevo a sedere davanti alla macchina da scrivere e aspettavo. Talvolta ci stavo delle ore, guardavo il foglio bianco ma non c’era via di scampo, non sarei stato in grado di scrivere neanche la lettera a Babbo Natale. Trovai un Bar aperto, un bar senza pretese, poco illuminato con una piccola insegna della marca di qualche caffè Brasiliano. La porta aveva i campanelli scaccia sfortuna, riuscì a sentire i tintinnii anche quando avevo preso posto nel tavolo in fondo vicino al biliardo.
    Era tutto in legno scuro, il proprietario stava dietro al bancone a preparare birre con un enorme tatuaggio sul braccio sinistro. Cercai di capire, muovendo la testa a sinistra e a destra, era un diavolo, o meglio, una faccia di un demone infuocata,
    doveva essere stato fatto molto tempo fa dato che era diventato bluastro.
    - Che prendi amico?
    - Vorrei una Birra gelata.
    - Un caffè?
    - No, una Birra.
    - Una biro?
    - Si grazie, e magari anche dei pennarelli.
    Non sapevo se mi stava prendendo in giro o era scemo. Un tizio vicino al biliardo
    attirò la mia attenzione.
    - Il nostro Freddy è un po’ sordo, devi scandire bene le parole con la bocca, ha preso una bella botta in una rissa, ha un eterno ronzio nell’orecchio.
    Comunque la birra arrivò sul mio tavolo, me la portò un angelo.
    Mi sorrise, un sorriso di cortesia, senza pretese o allusioni. Uno di quei sorrisi dovuti ad un cliente che ordina una birra. Mi girò le spalle e si diresse velocemente verso un altro tavolo, prendendo con una mano i boccali vuoti. Aveva la carnagione chiara, portava un enorme e folta chioma biondo scuro adornata da favolosi e morbidi ricci.
    Mentre sorseggiavo la birra arrivo Freddy con una biro e un foglio. Lo guardai stupito,
    e lui semplicemente mi disse:
    - Ecco qua amico.
    Mi aveva portato in effetti una biro, roba da non crederci, cioè gli sembrava normale il fatto che uno entri in bar e ordini una biro. Mi venne in mente di scrivere una poesia magari per donarla al mio angelo. Impugnai in bello stile la penna, ecco lo scrittore che inizia a sgorgare fiumi d’inchiostro magico, che regala alla gente illusioni, talvolta durano ore talvolta giorni ma il fatto che sono solo sogni o fantasie di qualcuno, un qualcuno che racconta la vita secondo il suo punto di vista, secondo il suo modo di stare al mondo.
    Non ti dirò chi sono per non rovinare tutto,
    non chiederò chi sei per non rovinare tutto,
    ma lascia che ti guardi, che veda il tuo delicato sorriso,
    che stringa al cuore i tuoi capelli, che ricordi i tuoi passi.
    Potrei ascoltare la tua voce durante una tempesta,
    ma non parlerò mai di te a nessuno per paura di vederti volare
    insieme alle parole.
    Ti vedrò andare a piedi scalzi nella notte, indossando una sottoveste leggera.
    Non guardarmi potresti non vedere nessuno, ma guardandoti potrei vedere
    Il mondo intero.
    Lasciai il foglio sul tavolo piegato con i soldi dentro.
    Mi alzai, guadagnai l’uscita salutando a palmo aperto Freddy che neanche mi guardò. Mi fermai, volevo vedere, ero curioso dell’effetto della mia Poesia.
    Rimasi vicino alla vetrina, in un punto dal quale non potevo essere visto dal bar.
    Dopo aver passato la spugna su due tavoli vicino al mio, finalmente prese in una mano il foglietto sfilando con l’altra i soldi. Lo apri con due dita, lesse il contenuto senza un’espressione in viso. Un sorriso parve ferire la sua faccia, lo strappò senza pietà. Lasciò cadere i pezzetti nel posacenere disprezzandoli, provocando le risa del tizio vicino al biliardo. Rimasi incredulo, non tanto perché non accettò la mia poesia, quanto perché l’aveva stracciata, aveva stracciato la mia fatica. La gente pensa che sia facile scrivere una poesia, be’ non è cosi.
    La odiai enormemente, avrei voluto picchiarla, tu non sai cosa hai fatto io Ernest Borodin. Bussai alla vetrina, bussai di nuovo con più vigore, si girarono tutti e per ultima lei. La guardai negli occhi, gli girai le spalle e andai via.
    Ore sette del mattino, in un posto vicino al mare, al terzo piano di un palazzo suona
    la porta, la porta che suona, nessuno risponde.
    Ore sette e un minuto del mattino, in un posto vicino al mare suona una porta.
    Non credo di aspettare qualcuno, e poi a chi darei mai appuntamento alle sette e un minuto del mattino.
    Ore sette e due minuti del mattino, in un posto vicino al mare, al terzo piano di un palazzo suona la porta. Non so chi tu sia ma ti odio, odio il tuo modo di stare attaccato al campanello. Odio il tuo modo di tenere il dito puntato sul campanello, odio il fatto che sono le sette del mattino. Aprii un occhio senza svegliare l’altro, presi una maglietta dalla sedia vicino, la infilai alla rovescia, inciampai.
    - Chi è?
    - Io.
    - Io chi?
    - Io.
    La porta si apre, due sospiri, il cuore che batte veloce.
    Era lei, la distruttrice della mia arte, l’angelo dai capelli biondi, la sfinge bianca.
    - Che vuoi?
    - Ecco io vorrei……scusarmi.
    - A si, e per cosa?
    - Be’, per avere fatto a pezzi la tua poesia.
    - Non ti preoccupare, non è difficile, ne scrivo tante.
    - Comunque guarda. Tirò fuori dalla tasca un foglio stropicciato contornato da nastro adesivo, la mia poesia. Mi veniva da piangere, ero commosso, sentivo un nodo in gola. Comincia a balbettare,
    - Vuoi entrare, come ti chiami, vuoi bere qualcosa, mettiti comoda. Non mi stavo
    rendendo conto che la stavo sommergendo di parole senza lasciargli il tempo di respirare. Lei entrò timidamente, aveva le guance rosse e delicate, avrei voluto leccargliele tanto erano morbide e indifese. La feci accomodare, si adagiò sulla sedia dolcemente, senza peso.
    - Da quanto è che scrivi?.
    - Ma da sempre. La mia bocca prese una posa da soprammobile antico.
    Rovistai dentro una cartellina rossa, ne tirai fuori dei manoscritti. Lessi rapidamente i titoli, cercandone uno adatto al momento, eccolo, LA VENDICATRICE DI SALMONI. Non era una poesia ma un racconto su di una donna pescatrice che si era innamorata del suo capitano.
    Alzò lo sguardo posandolo su di me, e ne fui felice.
    - Potrei leggerlo?
    Puoi fare tutto, puoi anche uccidermi, puoi spegnere il sole, basta che mi guardi negli occhi.
    - Si, ma se non ti dispiace vorrei che lo leggessi ad alta voce.
    - D’accordo.
    Iniziò a leggere con voce dolce, da prima tremante ma poi prese sicurezza e volò.
    Le lacrime mi cominciavano ad annegare gli occhi. Era un sogno, era come se un angelo si fosse messo a leggere nella mia stanza.
    Lei era evidentemente emozionata da quello che leggeva tanto che ad un tratto si fermò,
    - E’ bellissimo.
    Non stava fingendo era davvero emozionata, si era emozionata leggendo un mio racconto, roba da non crederci.
    Uscimmo dalla stanza e prendemmo la strada per la spiaggia. Il sole era caldo, le vie scorrevano velocemente sotto la macchina. Arrivammo alla scogliera, non c’era nessuno, ad un tratto mi venne in mente il fatto che non sapevo neanche il nome della mia ammiratrice. Presi le bottiglie di birra dietro il sedile e scesi dalla macchina.
    Lei stava sul bagnasciuga giocherellando con l’acqua,
    - Scusa.
    - Dimmi.
    - Io ancora non so il tuo nome.
    - Anella. Lo disse voltandosi, lasciando cadere i capelli sul viso.
    - E tu?.
    - Ernest.
    Mi venne vicino dandomi un bacio sulla guancia. Rimasi immobile, un sasso sulla sabbia.
    Stappai le birre, ci sedemmo in silenzio guardando il mare.
    - Non mi abbracci?
    - Dovrei?
    - Forse.
    Si alzò in piedi, si tolse la maglietta.
    - Vado a farmi il bagno.
    Rimasi a guardarla mentre si spogliava. Mise a nudo il suo corpo, mi sembrava di morire, i seni erano tondi, stavano su come sculture di marmo liscio. Guardai più in basso e arrossi.
    Prese una breve rincorsa e continuò fino a che l’acqua non gli arrivò alle spalle.
    - E’ bellissimo, l’acqua è calda.
    Mi spogliai in fretta, titubando un attimo al momento di togliere i boxer.
    La raggiunsi con due bracciate. Si avvicinò muovendosi appena, adesso i suoi seni spingevano contro il mio petto. Fui preso da un attacco di gratitudine verso La Vendicatrice di Salmoni. Sentivo una parte di me impazzire dal desiderio.
    Prese a baciarmi il collo. Piccoli e brevi baci che ebbero un effetto terrificante.
    La strinsi, mise le gambe intorno ai miei fianchi. Sentiva la mia passione mostrandomi tutto il suo desiderio. Lo facemmo anche sulla spiaggia coperti da due scogli. Ci asciugammo e tornammo alla macchina. Ci Infilammo nella mia stanza, Anella entrò nella doccia e io mi sdraiai sul letto con l’aria soddisfatta, cercando il pacchetto di sigarette.

     

    Le gocce d’acqua si adagiavano sul pavimento allungandosi in forme strane.
    Aveva in dosso un piccolo asciugamano che la copriva appena. Si stava strofinando i capelli, si fermo di colpo, mi guardò,
    - Vuoi fare l’amore?,
    Non risposi subito,
    - Si, penso che mi andrebbe proprio.
    Io Ernest Borodin, lo scrittore, io, sono qui con un sogno, io ho scoperto che l’amore è dolce, io vorrei fermare il mondo e gridare a tutti che so amare e che amo una ragazza, e che la vita può essere bella.
    Facemmo l’amore, mi addormentai beato.
    18:28, mi svegliai cercando con la mano Anella, trovai solo il lenzuolo un po’ umidiccio. Mi misi a sedere sul bordo del letto, più in la, in disparte sul comodino una lettera.
    - Mio piccolo scrittore, sono andata a lavorare, ci vediamo più tardi.
    Risi, risi perché era tutto vero, risi perché passai il giorno più bello della mia vita, risi perché esisteva.
    Mi feci una doccia al volo e sempre volando mi infilai i vestiti.
    Scesi le scale, il signor Persifal era fuori della sua porta con in braccio un impiastro di cane. Il bello e che non me ne importava niente, avevo smesso di odiarlo.
    - Va di corsa Signor Borodin?
    - La amo signor Persifal.
    Rimase con la mano incastonata nel pelo del cane. Arrivai davanti al Bar e il cuore già mi batteva a cento. Mi nascosi nel solito posto per non essere visto.
    Di Anella neanche l’ombra.
    Cera il solito tizio vicino al bigliardo e Freddy intento ad incrociare le parole. Cominciai a cercare veloce con lo sguardo in mezzo ai tavoli, mi mancava l’aria, e di lei nessuna traccia.
    Era vera?
    Ad un tratto la porta della cucina si apri facendo uscire il suo stupendo viso, si diresse con due piatti in mano verso un tavolo. Li posò con un sorriso, andò dietro il bancone, si asciugò le mani con cura e poi, tirò fuori della tasca la mia poesia.
    Pieno di gioia mi voltai puntando il pugno in alto,
    - Ernest Borodin il grande scrittore.
    Mi sedetti sul marciapiede, accesi una sigaretta e guardai le stelle.

  • 19 dicembre 2006
    L'arcobaleno del cuore

    Come comincia: Quando tutte le prove del vivere saranno esaurite e il cuore dell'uomo gonfio d'amore salirà al cielo, le porte del paradiso si schiuderanno e Dio invierà il suo angelo.

     

    Altamente meritevole è colui che nel suo passo terreno incrocerà gli occhi della sua anima alta, le porte del vivere si apriranno al suo avanzare e del suo divenir rimarrà traccia. Perché sia di esempio, a chi ancora viaggia nel buio dell'anima, il suo sorriso consapevole e pieno di luce.

    Ci sono giorni speciali in cui il cielo sorride con i suoi figli, il vento diviene alito leggero e i cuori gonfi d'amore salgono alti come piccole mongolfiere.

    Amina, era sulla sua mongolfiera, il cielo che la illuminava era radioso come il suo sorriso, un soffio di vento le scompigliò i capelli, lasciando nell’aria un intenso profumo di fiori.

    Il mondo è mio.

    Sussurrò felice come non lo era mai stata, mentre due bianche colombe planavano leggiadre al suo fianco, portandole in dono di due ramoscelli, uno di ulivo e l'altro di pesco.

    Amina pianse di gioia nel comprendere cosa quei due esseri alati volevano annunciarle, la pace dell’anima e l’eterna primavera.

    Raccolse i ramoscelli col cuore grato, carezzò le piccole testoline delle colombe, che al suo saluto ripresero immediatamente a volare.

    Il suo volo era sempre più alto e cullata dalla divina promessa, fissava nell'attesa l'azzurrità del cielo, quando una strana pace la distolse dal suo osservare il cielo, trascinandola incontro al suo cuore, ed in quel preciso istante vide avverate quelle promesse tanto attese. Era davvero felice.

    Un movimento fece sussultare la mongolfiera e Amina si girò di scatto per vedere cosa o chi l'avesse fatta vibrare. Un altro ospite era planato sul suo abitacolo, una sorta di strano uccello, che non aveva mai visto, la fissava immobile.

    Chi sei?
    Chiese Amina.

    Sono il tuo angelo.

    Rispose l'uccello, parlando al suo animo senza usare le parole. Amina lo guardò con maggiore attenzione ora che sapeva.

    Sei strano, non ho mai visto un uccello come te, fin tanto ero sulla terra.

    Noi angeli alati non possiamo scender in terra, dovete salire voi in cielo, questo è l'unico modo che abbiamo per incontrarvi.

    Sono felice che tu sia qui, porta i mie saluti a Dio quando lo vedrai, e digli che a mio modo io lo amo profondamente.

    Amina, penso che la prossima volta lo vedremo insieme.

    Amina abbassò il capo e prese a piangere tutte le sue lacrime, tante da riempire il fondo della mongolfiera.

    Ho capito sei venuto a prendermi, sto per morire!

    No, come ti viene in mente.

    Rispose l'angelo.

    Io sono qui per restare con te, ed insieme percorreremo il cammino sino a Dio, un cammino di luce e di successo.

    Dai vieni, lascia questa mongolfiera sali sulle mie spalle, e voliamo alti insieme.

    Amina, salì sulle spalle dell'angelo ed insieme presero a volare alti, sempre più alti.

    Angelo, ma cosa c'entro io con te.

    Chiese Amina durante il suo viaggio.

    Amina, rispose l'angelo - Tu sei me.

    Ma dai non scherzare, io sarei un angelo? E che poteri avrei?

    Solo uno! Quello di toccare i cuori della gente.

    Speravo in qualcosina di più a dire il vero.

    E poi ridendo aggiunse:

    Me lo farò bastare.

    Basterà, credimi basterà a rendere speciale la tua esistenza.

    L'angelo e Amina presero a voltare sempre più in alto, tracciando nel cielo un meraviglioso arcobaleno sino al Sole, e quel bellissimo arcobaleno di luce, restò per sempre nel mondo a testimoniare la presenza di Dio nel cuore degli uomini.

    Quando tutte le prove del vivere saranno esaurite e il cuore dell'uomo gonfio d'amore salirà al cielo, le porte del paradiso si schiuderanno e Dio invierà il suo angelo.

    Altamente meritevole è colui che nel suo passo terreno incrocerà gli occhi della sua anima alta, le porte del vivere si apriranno al suo passo e del suo divenir rimarrà traccia.

    Perché sia di esempio, a chi ancora viaggia nel buio dell'anima, il suo sorriso consapevole e pieno di luce.


    Legenda

    Amina =  A m i n a = A n i m a
    Vento =  L'altra mano di Dio
    Colombe bianche = Messi celesti
    Ramoscello di Ulivo = Simbolo della pace
    Ramoscello di Pesco =  Simbolo della primavera
    Mongolfiera =  Leggerezza dell'anima
    Volo = Massima benedizione

  • Come comincia: Mi si chiede come andarono le cose.

    Non so bene in effetti il motivo per cui mi trovai coinvolto, il motivo per il quale io, persona rispettabile, con villa al mare e una Mercedes nera scivolai piano nella sensazione di non appartenere al genere umano nel senso completo del termine.

    Iniziò credo con lo smettere di credere in Dio e i suoi compari e poi fu una discesa, o una salita, a seconda di chi guarda la strada. Non mi lamento del fatto che anche la panettiera all’angolo non mi sorride più quando compro il pane, e la polvere si è impossessata di tutta la mia casa, sono cosciente di avere relazioni con lo specchio,ma non posso fingere di essere il prestigiatore quando non sono neanche la valletta.

    Mi sono trovato immerso in un posto che non mi compete, in scelte esageratamente esasperate su sguardi di compassione persi nei passi del giorno prima.

    Vestito di grigio sono stato scelto per paura di non riuscire a tacere, per non rubare furtivamente libertà nelle parti buie del lattaio o del macellaio.

    Le domande, mi hanno rovinato le domande.

    Non fosse per quelle sarei riuscito a resistere ancora per molto tempo senza rivelare il volto del mio viso, cercando incomprensibili perché nel mio stomaco, senza bisogno per questo di tirarli fuori. Sarei rimasto in silenzio seduto sulla poltrona in salotto, cercando di capire il pensiero di qualcuno leggendo su di un titolo di un libro, colorato di quelli a poco prezzo.

    In un momento sono rivolto verso un muro bianco imbottito come una trapunta ma senza nessuno che tira i mie fili, comprensibilmente agitato lasciandomi scivolare fino a sdraiarmi di fianco sulle poche domande che ancora posseggo ma cerco accuratamente di evitare.

    Il sogno della villa rosa mi ha restituito un colore discreto, la vicina sessantenne gentile, sicuramente non mi avrebbe sgridato troppo per le feste chiassose che avrei dato non troppo di rado.

    Il pavimento uguale alle pareti mi confonde non facendomi ricordare in quale lato della stanza sono,

    Sul soffitto?

    Sul muro laterale?

    Ma quale è il soffitto ?

    Quale è il muro quale il pavimento.

    Non riesco a non fare domande, per quanto io tenti di sforzarmi la mia natura mi impedisce forme di accettazione passiva della realtà. Non cerco perché vaghi, lasciando il sorriso su un muro e la consapevolezza di aver mentito su tutto anche sapendolo. Non cercherò di attrarre su di me attenzioni non desiderate, perdendo il filo del discorso arrampicandomi su specchi per la sola paura del silenzio. Il fatto è che sono qui e non vedo il motivo del mio stare legato con le mani alla schiena.

    Devo fare sforzi più concreti per non ridere di questa situazione che si presenta abbastanza seria, forse non al punto di non farmi ridere di gusto pensando ai mie colleghi che girando con fogli bianchi i mano si chiudono in un cassetto tra un evidenziatore e un graffetta.

    Oggi non sono sceso in scena, sono nella stanza bianca, senza un motivo realmente valido che possa convincermi del fatto che sia giusto che io mi trovi qui.

    Ricordo solo striduli suoni provenienti dalla signora al supermercato, la sua voce attenta a sottolineare cose inutili, cose che non hanno neanche nome, dettaglia marginali di punti neri lasciati appositamente nel posto buio.

    Eppure l’attenzione donata dalla cassiera non sembra dire questo, attenta e protesa con il viso in avanti, sembra pendere dalle labbra della signora, muovendo la bocca ad ogni parola come se fosse lei a pronunciarla. Io nella fila della cassa 5 mi ci sono trovato per caso, non ho fatto nessun tipo di ragionamento logico, nessuna formula matematica la quale somma mi ha dato 5. A prima vista non sembrava avere una fila lunga, nessun carrello stracolmo di tutto, nessuno che usa la carta di credito come segno di avanzamento tecnologico ostentando lo stile futuristico del taglio di capelli. Ma la signora, quella signora insignificante come i prodotti del suo carrello, bianca come il sapone in offerta speciale, non smetteva di squittire nelle mie orecchie, non che quella mattina fossi particolarmente di buono umore, come mi aveva ricordato mia madre prima di uscire da casa, ma quelli erano dettagli che se non attizzati si sarebbero spenti con l’andar della mattina. Si sa delle volte anche cose molto incomprensibili possono farsi strada e dimostrarsi almeno per un momento cose ponderate e provate, ma mai avrei creduto di riuscire a dare un colpo ad una signora, non che me ne vergogni, ma un colpo in pieno stomaco sono tutte altre faccende. Sapevo che sarei andato incontro a milioni di problemi, sguardi, parole, ma la sua voce mi vibrava nella testa e io non potevo fare altro che irrigidire il pugno e pensare al sole dietro le case che indugia nel mio sguardo volto verso il pensiero di non trovarmi sdraiato in una stanza bianca.

    La logica delle cose e le conseguenze rumorose mi impedirono di svolgere il compito, ben che avrei voluto seppellire quella voce con le sottilette e il pane di soya non riuscì a farlo. 

    Allora, legato con le mani nella schiena giro su me stesso non riuscendo a capire bene in quale lato sono, il bianco rende uguale ogni angolo, ogni pensiero e non riesco proprio a capire cosa faccio qui, per quanto mi sforzi non so rispendere a questo, nessuno sembra saperlo, Donato, l’infermiere, si dichiara ignaro di tutto non ricordando il tempo del mio ricovero. I dottori non riescono a diagnosticare nulla alternando dubbi a fogli mancanti della mia cartella, che sembra cambiare discorso nel momento più bello.

    Eppure sono qui cercando di non pensare, mangiando ad orari stabiliti senza sporcare il grembiule, dovrei aver fatto qualcosa di serio per essere stato messo in isolamento ma non so cosa. Basta per oggi basta, mi guardo dal vetro della porta della stanza bianca, sono supino guardando i miei piedi muoversi uno ad uno. Mi sorrido, ricambio con sguardo nullo, chissà cosa avrò fatto per stare li. Le cose andarono così, non so cosa rispondere a chi mi fa la domanda, ho solo scelto un vestito per la sera, scegliendo bene la cravatta, e poi di colpo tutto il bianco, le scarpe lucide si abbinano con il bianco forse è per questo che sono li, questione di gusti estetici.
    Domani mi toglierò le scarpe lasciandole penzolare da un lato, cercando di attirare l’attenzione al fatto che sono scalzo e sicuramente avrò una risposta soddisfacente di tutta la storia.

    Un’altra comparsa lasciata per qualche giorno a casa, lasciata perché si parla di qualcuno che non è lui, o si parla di lui ma in terza persona senza descrivere il problema della sua mancanza sul set, senza farne parola con il vicino, come se la sua esistenza aleggi nei corridoi, un esistenza non fisica, nebulosa, gassosa, che non lascia aloni ne impronte di scarpe.

  • 19 dicembre 2006
    Quando Luigi XVI era bambino

    Come comincia:

    I racconti di Versailles - N. 3

    Rientrato da Compiégne, la residenza vicino alla foresta dove aveva trascorso un appassionante periodo di caccia e in solitudine si era riletto Robinson Crosue,  stanco del viaggio Luigi Augusto si buttò a dormire dopo avere esagerato con la cena: montagne di creme Chantilly sopra la frutta con ghiaccio tritato! Mangiare per lui una droga. Al buio, nella stanza  col letto dal baldacchino contornato di tende doppie, lo stomaco pesante come un macigno, stentò a prendere sonno: ripensava, come accadeva spesso, a suo padre e a sua madre entrambi morti prima delle nozze con Maria Antonietta. Che tour de force quel matrimonio, banco di prova, quotidianità stravolta dall’ obbligo dinastico con un’ estranea, una consorte che parlava francese con un accento che intimidiva. Per questo scaricava le energie rincorrendo i cervi, dilettandosi a fare chiavi insieme al fabbro, contento quando poteva andare a letto da solo. Non era felice come marito, cosciente di non essere tale a causa dei suoi problemi sessuali: l’idea di fallire, di non sapere fare figli, lo ossessionava. Avrebbe preferito restare bambino, se avesse potuto. La responsabilità di diventare re, la nuova condizione di render conto a madame delfina, lo disturbava al punto che l’ infanzia pur avara di affetti, a ripensarci, diventava fatata.

    Lo stancavano della sua graziosa moglie i continui rimbrotti. Lui applicava la filosofia del “vivi e lascia vivere” assumendo un atteggiamento che avrebbe definito di distacco, ma lei un giorno gli aveva chiesto “a che si deve la vostra apatia Monsignore?”. Si era sentito denudato. Maria Antonietta si ergeva a giudice, voleva condizionare gli altri! Ad esempio, non sopportava Madame du Barry e premeva perché fosse isolata. Non aveva completamente torto dal momento che Madame era passata da una casa di piacere a quella di Luigi XV, ma se suo nonno voleva così, avrebbe potuto mettersi contro di lui?  A parte il fatto che segretamente finiva per trovarla simpatica: allegra, sincera, quando lo invitava a cena con sua maestà era  affettuosa e sorridente, troppo naïve forse ma non calcolatrice, capace di  raffinati intrighi. Una del popolo certo, però buona: a Versailles ciò era merce rara e  accettarla significava farsi benvolere dal sovrano senza prenderne a modello la condotta.

    Ricordava che una sera, rientrando dal gabinetto del Pendolo dove aveva tirato tardi giocando a carte con la du Barry e suo nonno, Maria Antonietta gli aveva sbarrato il passo:

    - Monsignore, la vostra condotta è esecrabile!
    - Cosa?
    - Siete stato ricevuto da quella signora…
    - Sono stato dal re…
    - Come potete avallare questo scandalo a corte?
    - Non posso decidere io per il sovrano…
    - Ma siete voi il futuro re di Francia, quale esempio darete?!
    - Madame, non esagerate…  conviene essere gentili con Luigi XV…
    - A Schönbrunn tutto questo non sarebbe successo…
    - Madame, qui non siamo in Austria…
    - Purtroppo… - e Maria Antonietta era scappata via.

    Cosa avrebbe dato Luigi Augusto in momenti come quello, insopportabili per il suo carattere, per affondare ancora il viso nel petto di maman Marsan e sentirne il profumo, o meglio la puzza di sudore…

    Mamma Marsan, vedova di un principe di Lorena, governante dei figli di Francia, che si era coscienziosamente occupata di lui e dei suoi fratelli giacché la loro madre, sua altezza Maria Giuseppina di Sassonia, non aveva tempo. Luigi sentiva ancora il bisogno di una vera mamma, gli era mancata una persona che lo accettasse per quello che era:  dolore da cui neanche i re guariscono. Per di più  aveva avvertito  con grande sofferenza come madame de Marsan, “la sua piccola amica”, gli aveva preferito il fratello, il duca di Borgogna, l’erede al trono, l’idolo da cui tutti erano attratti.

    Girandosi emise un rutto liberatorio e dietro le palpebre rivide la  stanza dei giochi com’era allora, con il camino acceso, dove insieme avevano percorso il primo tratto della vita.

    Suo fratello era duca di Borgogna, lui duca di Berry: da piccoli venivano chiamati Borgogna e Berry. Luigi era nato il 23 agosto del 1754, Borgogna aveva tre anni di più. Erano molto diversi, persino fisicamente: Borgogna delicato, con lucenti capelli corvini e un viso appuntito, Berry tarchiato, biondo con la mascella quadrata. Mamma Marsan diceva che gli occhi di Borgogna esprimevano uno sguardo da maestro e andava in estasi per le sue frasi argute che il Mercurio di Francia riportava:  -“ Che acume… sentite questa…”  Berry, timido e taciturno, all’ombra dell’altro si sentiva dimenticato.  Più veniva messo da parte più si appartava e il delfino per lui diventava sempre più irraggiungibile.

    Nel 1758, quando Borgogna ebbe sette anni, certi signori imparruccati e austeri, chiamati “membri della facoltà”, lo presero in disparte e gli fecero molte domande. Sprofondato in una seggiola con braccioli troppo alti il piccolo rispose con padronanza. Richiesto quale fosse il suo più grande desiderio Borgogna dichiarò:

    - Diventare re… inviato da Dio per incoraggiare il popolo.

    I signori si guardarono eloquenti  e stabilirono che l’esame era terminato e che il delfino era pronto. Mamma Marsan, cambiati i suoi abitini infantili con un vestito da grande, lo affidò a quegli sconosciuti con commozione e si eclissò per non tradire emozioni.

    Il mattino dopo Berry si svegliò da solo.

    - Borgogna dov’è?
    - E’ passato agli uomini – rispose madame de Marsan aiutandolo a indossare il pagliaccetto.
    - Ma dov’è andato?
    - Te l’ho detto è passato agli uomini… è diventato grande… ora farà una vita veramente seria… dovrà imparare il protocollo, l’etichetta, le riverenze…  di lui si occuperà il duca di La Vauguyon…

    Berry la guardò interrogativo e sospettoso.

    - Borgogna adesso è grande… – spiegò la governante -  Avrà gentiluomini personali, paggi personali, scudieri personali, il suo elemosiniere, il suo cappellano… hai capito?

    - No.
    - Borgogna assisterà alle cerimonie in pubblico come un grande… - lo mise a sedere e gli allacciò i nastri delle scarpe.

    Cerimonie in pubblico? Penso angosciato Berry ricordando vagamente come, a due anni e dieci mesi, quando suo nonno gli aveva fatto conferire l’onorificenza degli ordini di Saint Lazare e del Mont Carmel davanti a uno stuolo di sconosciuti era scappato per la paura…

    - Ma Borgogna dov’è? Perché non c’è? – Berry chiamò il suo nome, attese, nessuna risposta. Corse fuori dell’enorme camera da letto, guardò nelle altre stanze, allineate senza fine in sinistro silenzio. Quando capì che suo fratello non sarebbe tornato scoppiò in un pianto dirotto e inconsolabile.

    Borgogna invece divenne presto fiero del suo ruolo. A otto anni era altezzoso, calato nel rango, prendeva sul serio il fatto di ascendere da Dio, cosciente di ciò che rappresentava, era beffardo, arrogante e redarguiva tutti, fino all’insolenza. Pigro e soddisfatto non voleva studiare: il latino in particolare gli ributtava. La sua intelligenza e il suo acume, pur aiutandolo, non potevano sempre colmare il vuoto di chi preferiva trascorrere il tempo a trastullarsi e i cortigiani assecondavano, per calcolo e per paura, il suo amore per il divertimento.
    Un giorno accadde che Borgogna si trovasse sopra un bellissimo cavallo di cartapesta nella sala dei giochi con un  gentiluomo della Manica al suo servizio, il marchese di La Haye. Il piccolo delfino lo spronava fingendo di essere inseguito e lo stesso faceva il marchese.

    - Forza Monsignore! Seminate i vostri nemici… - diceva La Haye al piccolo e nella foga, senza rendersi conto della potenza impressa, gli diede una manata. Il bambino perse l’equilibrio, precipitò da oltre un metro, si slogò l’anca rimanendo malamente impigliato con un piede in una staffa.  Una terribile fitta. Scoppiò a piangere.

    -  Monsignore, vi siete fatto male? – balbettò il marchese sbiancando.
    -  Sì. -
    -  Molto?
    -  Sì.
    -  Fate vedere  - la Haye tastò l’anca del duca che mugolò più forte.
    -  Coraggio – il marchese cercò di calmarlo e di asciugargli le lacrime pensando terrorizzato che sarebbe stato cacciato da Versailles se fosse sorto un problema – non è nulla… non fatevene accorgere o ci puniranno. Promettetemi di non di dire niente a nessuno altrimenti ci proibiranno di giocare ancora, avete capito?

    -  Dite davvero? -  Borgogna lo guardò perplesso.
    -  Ma certo… promettete di mantenere il segreto?
    -  Ve lo prometto – rispose il piccolo alzandosi e nel farlo sentì che la gamba gli doleva moltissimo ma, onestamente e stoicamente, mantenne la parola data a la Haye.

    Fino al giorno in cui l’ascesso all’attaccatura della coscia non divenne così doloroso e gonfio da impedirgli di camminare. Venne messo a letto. Spesso aveva la febbre. L’edema si  andava facendo più scuro e i chirurghi decisero di incidere la piaga. Tagliarono, senza anestesia, con un bisturi che entrò a tre dita di profondità e grattò l’osso. Terrorizzato e debole, Borgogna quasi non fiatò. Purtroppo, a causa degli strumenti non sterilizzati e di un’incisione condotta senza  cognizione, il male si aggravò. La piaga si fece purulenta e la tubercolosi vi si stabilì. Era ogni giorno più esangue, la febbre toccò vette da far temere per la sua vita. Per alleggerirne la sofferenza i genitori pensarono di dargli un compagno di giochi. E fu così che il duca di Berry, a soli sei anni, uno prima del tempo, fu anch’esso obbligato a “passare agli uomini”. La cerimonia ebbe luogo l’8 settembre 1760: quel giorno il futuro Luigi XVI smise l’abituale  pagliaccetto di velluto bordato di pelliccia per un completino da grande, coi pantaloni lunghi, secondo  l’ultima moda francese.

    Essere separato da mamma Marsan fu di nuovo traumatico:

    - Maman…. Non lasciarmi…  maman…  – gli tese le braccia senza esito Berry.
    La governante aveva totalmente rimpiazzato la madre vera, Maria Giuseppina di Sassonia che, alle prese con le toilettes, le messe, i pranzi e le cene, le tappezzerie, la musica,  le letture pie, non aveva mai vissuto con  i propri figli. La separazione e la condizione nuova  costarono a Berry una lunga misteriosa malattia. L’adattamento alla vita col fratello non fu facile: era grande fatica accontentarlo, tanto più  che l’immobilità e la sofferenza lo avevano reso irascibile. Berry lo riteneva un sovrano e si sentiva il suo servitore.

    Un giorno giocando a carte con lui si accorse che barava.

    - Ma che fate, mi fregate l’asso?
    -  No,  quest’asso è mio! – esclamò Borgogna levandolo dal mazzo dell’altro, Luigi  fece per replicare ma il delfino lo zittì con un’occhiata.  Per quanto sempre meno in forze il primogenito era imbevuto del potere, dell’immagine deificata e falsa, del principe ereditario, e non per cattiveria ma perché così era stato educato.

    Al fratello minore impartiva dei sermoni moralizzatori. 

    -  Voglio prendere nelle mie mani la vostra educazione… -  sentenziava il malato in direzione di Berry, chiedendo al tutore di leggere ad alta voce La gazzetta di Versailles, che elencava le sue debolezze e i progressi spirituali.  Quindi, al fratellino che lo guardava con occhi sbarrati, pontificava:  – Cercate di imparare come amo correggermi dai difetti… farà bene anche a voi!

    Se il tutore si imbatteva in un passo imbarazzante e critico, Borgogna alzava la voce:

    - Basta! Da tutto questo ormai mi sono corretto!

    Berry con quei boccoli biondi, la fossetta sul mento cicciotello, gli occhi cerulei e limpidi, la bocca a cuore, pur trattato con prepotenza e umiliato dal confronto, voleva comunque bene al fratellino, che sentiva come unico protettore. Per questo quando a Borgogna venne impartita l’estrema unzione perché stava per raggiungere il regno dei cieli, Luigi non capì: che voleva dire “passare al Signore”, dove lo mandavano questa volta? Il male però era inesorabilmente giunto allo stadio finale: alla tubercolosi ossea si era aggiunta quella polmonare e Borgogna morì la notte di Pasqua mentre una campana batteva le due. Era il 21 marzo 1761. 

    Il povero duca di Berry continuò ad abitare le lussuose sale che l’altro aveva abbandonato e si sentì solo.  Era intimamente  certo, per di più, di non contare agli occhi dei suoi genitori: non era facile succedere a qualcuno che aveva qualità eccezionali, non era facile essere  il sopravvissuto, non lo era diventare a sua volta delfino. Ora infatti, dopo suo padre, il principe ereditario sarebbe stato lui perché primo dei figli rimasti. E questa consegna, giunta a seguito di un lutto al quale aveva assistito giorno dopo giorno,  gli aveva istillato una segreta ansia, oltre alla sensazione nient’affatto vaga di inadeguatezza e di timore per il futuro.

    L’anno seguente si ammalò suo papà: anche il principe Luigi Ferdinando morì  a causa della tubercolosi, nel dicembre del 1765, a soli trentasei anni e dopo molte sofferenze. Fu sotterrato con grande solennità sotto l’altare candido della cattedrale di Sens. Il piccolo Luigi aveva di quel giorno un ricordo nebuloso: come di grande vuoto, di smarrimento alla comunicazione che adesso il suo nome cambiava e che per tutti sarebbe divenuto Monsignore il delfino. Poi suo nonno Luigi XV, sulla porta della chiesa, lo accarezzò asciugandogli le lacrime: “Povera Francia… – mormorò –  un delfino undicenne, un re di cinquantasei anni…”.

    A quel tempo le epidemie, le malattie, non risparmiavano proprio nessuno, nemmeno i più ricchi: fra loro solo i più forti sopravvivevano. Così un paio di anni dopo morì sua madre, Maria Giuseppina di Sassonia, infettata a sua volta dalla tubercolosi al capezzale del marito. A vegliare sul suo futuro non restò che il tutore, il bigotto e interessato duca di La Vauguyon. Ma già anni prima il duca, appena scomparso suo padre, andava accarezzandogli le spalle con languide dita adunche, meditando su quale capitale sarebbero state le confidenze di un futuro sovrano.

    Nel freddo marzo del 1766, La Vauguyon e Berry, una mattina stavano percorrendo in carrozza il lungosenna verso Notre Dame. Il protocollo impediva a Luigi XV di assistere a una cerimonia mortuaria e La Vauguyon, accompagnando il piccolo assumeva il delicato incarico di sostituirlo.  Scesi sul piazzale i due si avviarono alla cattedrale dove si sarebbe svolta la messa da requiem per il riposo del principe Luigi Ferdinando: vedendo le statue dei re di Israele e di Giudea, ora che suo padre non c’era più,  Berry  pensò alla caducità dei sovrani ed ebbe un attimo di vero sgomento. Entrarono. C’era odore di incenso, sotto i piedi l’ammattonato diseguale. Presero posto. Il suono dell’organo, osservò interrogativo la vergine. Gli tremò il mento. Dietro le lacrime i rosoni variopinti diventarono fiori bagnati.  Provato dall’ufficio stancante sulla via del ritorno Luigi Augusto, depresso, non disse una parola. Di nuovo a Versailles il tutore insistette per condurlo davanti al ritratto di suo padre. Bui corridoi, labirintiche sale, scorciatoie misteriose con porte mimetiche. Poi, rischiarato dalle candele, quel volto, dipinto appena l’anno prima, forse un po’ smagrito ma sereno, la fronte ampia e illuminata.

    “Abbiamo reso al delfino gli ultimi doveri – disse ieratico il duca di La Vauguyon - lui non c’è più, ma non potremo mai dimenticarlo e lo piangeremo insieme. Sappiate fin da ora che sarò io a rimpiazzare vostro padre: lui mi ha dato la più grande prova della sua fiducia incaricandomi di prendere il suo posto presso di voi per insegnarvi a diventarne degno”.

    Il piccolo scoppiò in singhiozzi e si gettò fra le braccia del tutore.

    La Vauguyon, con inconsapevole sadismo,  continuò:

    “Promettetemi che l’imiterete, che vi impegnerete sin da ora”. Poi indicò il quadro: “Vedete il suo ritratto? Immaginate che respiri ancora, venite a meditare davanti alla sua immagine, proponetevi ogni giorno di copiare una delle sue virtù… ripetete, ripetete le sue orme sempre… fate che io possa un giorno dire: Dio mi ha innalzato tra gli uomini migliori, ha dato alla Francia il più grande dei principi e me lo ha restituito nella persona di suo figlio!” 

    Quelle parole cariche di morte e di responsabilità piegarono definitivamente il bambino.  Il volto mummificato del tutore sembrò ravvivarsi, gli tremò il doppio mento, il naso aquilino fremette di orgoglio, sorrise: - Ecco… vedo che avete capito.

    Luigi pianse, si fece accompagnare a letto, gli chiese di restare e di tenergli la mano. Quando La Vauguyon sparì si addormentò con la testa piena di immensità : aveva un modello da perseguire, altissimi livelli da raggiungere, doveva diventare un dio, degno dei suoi avi. Essere se stesso una colpa e un lusso che non poteva permettersi.  Dormì male rigirandosi più volte e  verso il mattino sognò una scala a chiocciola che lo portava in cielo e non finiva: di colpo si svegliò tutto sudato, vide la stanza piena di ombre misteriose.  Affreschi sul soffitto come mostri. Spaventato chiamò il valletto di camera:

    - Dell’acqua… presto!

    Indugiò a bere finché non fu più calmo.
    Sensibile, insicuro, con un’infanzia di sofferenze, di inclinazioni naturali soffocate, fragile, senza particolari talenti, senza grinta. Paffutello e sgraziato, un bambino ordinario come milioni: ma per inesorabile forza d’inerzia Luigi Augusto Capet era sospinto dagli eventi, prigioniero orgoglioso di una tradizione secolare, verso un destino da re, incredibilmente straordinario quanto deciso dal caso.

  • Come comincia: Le provette tintinnarono allegre mentre Marco le spostava nel loro contenitore da un piano all’altro dello scaffale. La stanza bianca e asettica lo aiutava a mantenersi controllato e pacato, a rispondere alle domande a voce bassa ma soprattutto a concentrarsi sugli odori. Il pensiero di quel nuovo profumo al muschio bianco non gli dava pace; i suoi vestiti e la sua pelle erano ormai impregnati dei vari tentativi, ma forse proprio per questo non riusciva mai a trovare la fragranza giusta. Ora troppo aggressiva, ora troppo dolce. Sarebbe mai riuscito a crearne una che non risultasse troppo femminile? La sua azienda voleva allargare l’utenza agli uomini, lanciare una sorta di elisir d’amore che seducesse le donne sognatrici – target principale – e allo stesso tempo facesse sentire forti i maschi. Gli odori continuavano a sfuggirgli dispettosi mentre cercava di dare un nome ad ognuno di loro. Soluzioni troppo alcaline, troppo acide, troppo neutre. Troppo... soluzioni. Periodaccio. E Alba, con quel discorso strano. Quando c’è qualcuno che dice “Ti devo parlare” non si respira mai aria buona. Alle cinque lei era lì, di fronte all’uscita. Nella sua Micra metallizzata quella sera Alba sembrava più piccola del solito. Sembrava tutta rannicchiata, seduta un po’ gobba al posto guida, come se avesse voluto sparire. Piccola, ha freddo, pensò Marco. Forse si è vestita troppo leggera come al solito, pensò ancora, con la sua solita insolenza verso l’autunno che era arrivato già da un pezzo e che tuttavia lei continuava ad ignorare. In realtà Marco avrebbe dovuto prendere l’autobus per tornare a casa, quel giorno: la sua Yaris era a fare revisione e lui aveva dovuto servirsi dei mezzi pubblici. Marco diede per scontato che Alba fosse lì per dargli un passaggio. Aprì la portiera del passeggero sorridendo e la salutò cercando le sue labbra. Alba rispose, debolmente. Marco si accomodò, ma non sentì il rumore dell’accensione. Si voltò verso la sua ragazza, la guardò in volto: stava piangendo. Lacrime lunghe e scomposte, silenziose come solo quelle che vengono spremute dal cuore sanno essere. Incontrollabili. Sentì salire un moto d’ansia che partì dal fondo dello stomaco, gli agguantò le ossa del bacino e salì su lungo la colonna vertebrale fino a bloccargli la mascella. Cos’era successo, dunque? «Cos’hai?» riuscì a chiederle cercando di mantenere la voce calma. Respira, Marco, respira come ti hanno insegnato al laboratorio teatrale. Le mani di Alba erano flosce, senza vita, sulle sue cosce, inutili prolungamenti di cui in quel momento non sapeva che farsene. Alba in quel momento parlava con le lacrime... ma stavolta Marco non riusciva a leggerle attraverso. In quegli anni insieme c’era sempre riuscito, più o meno, a prevedere e interpretare i suoi silenzi, e i suoi occhi, e i suoi cenni. Presto si era illuso di poter davvero comprendere cosa le passasse per la mente semplicemente guardandola in faccia. Quel pomeriggio, invece, quel pomeriggio quasi invernale in cui l’inverno scendeva improvviso a congelargli i pensieri, Alba e Marco erano improvvisamente distanti un’età siderale. «...Amore...?» provò ad insistere il ragazzo. «Marco...» disse lei. Una voce che veniva dall’oltretomba; ma anche l’ultima volta che si erano sentiti per telefono era così giù? Marco non riuscì a ricordarlo. «Marco... ma tu.... non senti niente?» Domandò Alba, tirando su con il naso. Come se non sento niente, pensò Marco. Ma se è il mio lavoro, sentire! E per qualche attimo la sua mente vagò fra le provette che quel giorno gli avevano dato tanto poca soddisfazione. Poi capì. «...Non senti che è finita?», disse Alba. A quelle parole Marco sentì davvero qualcosa, qualcosa fece crac e lui la sentì, distintamente, senza ombra di dubbio. Forse era il suo cuore, o forse il suo cervello, o forse la sua anima stessa. Forse la sua anima si era incrinata. Non avrebbe saputo dirlo: qual’è quella parte del corpo con cui si ama una persona? Bé, quella parte aveva fatto crac. «Perché dici così?» le chiese. Lei sospirò, gli occhi arrossati, lo sguardo fisso in basso. Le mani cercarono sicurezza fra le curve del volante, tastandole e percorrendole ansiose come topi in gabbia. Una moto sfrecciò accanto a loro, facendo un grande rumore di marmitta truccata e sporcando quel silenzio che arriva sempre ad annebbiare le cose quando ci sono due che si lasciano. «Ma non vedi... Non senti? Non ti sei accorto che sembriamo una coppia di cento anni? Non parliamo... Non senti che non parliamo? Si arriva alla sera che si è troppo stanchi e il cervello si disattiva... Sembra che non ti interessi più sapere come sono fatta, che non ti cambia molto quello che posso pensare o come posso stare. Possibile che a te vada bene tutto questo? Non ci pensi al futuro?» Certo che mi interessa come sei fatta, le rispose mentalmente. E certo che ci penso al futuro. Ma io guardo oltre. Non senti anche tu? Non mi leggi anche tu dentro? Si possono scavalcare le stanchezze, basta volerlo. Ci si stende insieme e ci si racconta la propria giornata, ci si dilunga su opinioni, dettagli, incertezze... ci si consiglia a vicenda, magari sì, con qualche divergenza di idee, è vero, ma non sarebbe normale né stimolante dirsi sempre di sì. Facciamo così da una vita, non mi starai mica dicendo che improvvisamente non ti va bene più, e che ti lasci buttare giù da qualche serata andata storta. ... O forse adesso passerai al “ti amo troppo per restare con te”, “non sei più lo stesso di cui mi sono innamorata” e agghiaccianti frasi del genere? Chi sei tu, in realtà, adesso? Dove sei stata cos’hai fatto mai... «Marco, mi rispondi?» Marco le aveva risposto solo dentro di sè, così come le aveva detto “ti amo” tantissime volte, ma sempre in silenzio. Quando le raccontava la sua giornata ne lasciava degli spezzoni per sé, quelli che riteneva non interessassero ad Alba, segregata anche lei per ore in un ufficio e quindi – Marco aveva sempre ritenuto – con più voglia di vagare con la testa che di ascoltarlo ciarlare di provette e conti che non ridanno. Cosa poteva interessare ad Alba della sua caccia ad un profumo? Il lavoro era lavoro... Alba cominciò a piangere come Marco non le aveva visto mai fare. «Non ti interessa... Non fai caso più a nulla...ed ora non sai cosa rispondere... Non lo sai più cosa c’è dentro di te.. ma perché amore... perché...» «No... non è così....» provò a difendersi Marco. Ma il resto delle parole si congelò in gola, e non seppe aggiungere altro. In mente aveva l’immagine di una provetta sullo sfondo asettico del suo laboratorio, ed un cuscino vuoto. Sto bene con te, le avrebbe voluto rispondere, cos’altro vuoi sapere, cos’altro dovrei dire? Ma la frase gli suonava estremamente spontanea e al tempo stesso terribilmente superficiale. Alba tirò su con il naso e sfilò le mani da sotto le cosce, dove le aveva tenute fino ad allora per tentare di riscaldarle. Con un gesto lento, si tolse la fedina dall’anulare destro e glielo tese. Marco restò immobile, allibito. «Che... che fai?» La guancia di Alba fu solcata dall’ultima lacrima. I suoi occhi arrossati sembrarono troppo secchi per esprimere nuovo sconforto. «Non sono più sicura che il mio amore basti per affrontare di nuovo... tutto questo.» Marco si sentì come di fronte ad un muro che gli stesse crollando davanti in orizzontale, contro ogni legge della fisica. Ma cosa stava succedendo? «Tutto questo... cosa?» riuscì a chiederle. Cosa c’era che non andava e che lui non era riuscito a vedere? Non si rideva forse spesso insieme? Non ci si consultava forse sui problemi quotidiani? Non ci si confidava forse la propria stanchezza e i propri malumori? E allora, allora cosa poteva esserci di così insopportabile? «Questo silenzio. Questa superficialità. Questo dare le cose per scontato. Questa noia.» Una statua di pietra sarebbe stata più espressiva. Il cervello di Marco stava per andare in corto circuito. Le sue mani rimasero immobili e i suoi occhi fissi in avanti, sul cruscotto dell’auto. Non riusciva a guardare Alba, perché teneva il suo anello con la punta del pollice e dell’indice e glielo porgeva. Non avrebbe preso quell’anello. Alba lo posò di fronte a lui, sul cruscotto leggermente polveroso. Non aveva mai avuto una grande cura della sua Micra. Marco non resistette, e come se fosse stato espulso dall’auto aprì lo sportello di scatto e schizzò fuori, senza un saluto, un bacio, uno sguardo. Carico di amarezza e di furibondo stupore. Attraversò la strada senza voltarsi indietro e con le mani tremanti cercò le chiavi del laboratorio. Le orecchie ritte individuarono il motore della Micra in avvio: una scintilla uguale a quella che accende una sedia elettrica. Sentì l’aria spostarsi insieme all’auto e trascinare via con sé i suoi progetti, i suoi sentimenti, la sua vita. Entrò nel laboratorio sbattendo la porta dietro di sè, arrivò alla sua postazione a grandi passi, come se la soluzione a tutto fosse sul suo tavolo. Si fermò. Si appoggiò alla superficie in modo da specchiarvisi. Volle guardarsi in faccia, magari avrebbe visto il motivo per cui era stata messa fine alla sua storia d’amore. Magari avrebbe conosciuto l’aspetto della vigliaccheria, o dell’inettitudine, o avrebbe fatto una bellissima scoperta e avrebbe scrutato in volto il mostro più orribile della terra. Invece niente, c’era solo lui, e accanto a sé le sue provette, riflesse. Tutti i tentativi che aveva fatto nel cercare l’unico profumo di cui aveva davvero bisogno. L’unico profumo... Il suo respiro si bloccò. Marco non conosceva l’odore di Alba. Non vi aveva mai prestato attenzione, e nonostante lui con l’olfatto ci lavorasse, per amare non lo aveva mai usato. Eppure in un profumo ci sono così tanti segreti. E ricordi. Quale profumo aveva Alba? In cosa l’avrebbe potuta cercare, adesso? O, se l’avesse voluto, come avrebbe potuto evitare quello che l’avrebbe condotto a lei? Perché non ricordava l’odore della persona che più amava sulla faccia della terra? Davvero aveva dato tanto per scontata la sua presenza da non tenere per sé nulla che gliela ricordasse? Prese in mano la provetta su cui aveva lavorato tutto il pomeriggio, fino a neanche un’ora prima. Il tintinnio che la fedina al suo dito fece contro il vetro gli provocò un fortissimo senso di nausea, tanto forte che lasciò cadere la provetta, rovesciandone il liquido tutt’intorno. Si sfilò rabbiosamente l’anello dal dito e lo scagliò sul tavolo. Il rumore che fece fu accecante.

  • 19 dicembre 2006
    La morte di Spertico

    Come comincia: ''La battaglia si era conclusa da circa un'ora,  Mimesio era rimasto nel palazzo,  da quando era rimasto zoppo non sopportava l'idea di dover guardare gli altri essendo consapevole di non poter compiere alcuno sforzo,  e così aspettava con ansia la sua guarigione,  ma era smanioso di sapere i risultati, si spostò verso l'entrata e chiedeva ai soldati riguardo l'esito della battaglia,  i soldati risposero gridando di gioia, alcuni di loro ancora sporchi di sangue si erano gia ubriacati per festeggiare  -  dov'è il capitano? - chiese e nessuno dei soldati seppe rispondere  -  nelle sue stanze forse...  -  fu la risposta migliore che ottenne, e subito si indirizzò verso le scale per salire, riconobbe subito le sagome dei luogotenenti, volle andarli incontro, anche se trovava strano che dopo una vittoria si erano riuniti presso la sala del medico, comunque fece forza sul suo bastone e alzò il passo, trovò Morghius seduto a terra che beveva da un'anfora, tutto contento Mimesio fece - bravi ragazzi ora siamo i padroni incontrastati dell'oriente, Morghius staccò la bocca dall'anfora ansimava e aveva gli occhi lucidi, alzò il viso e lo guardò in faccia, Mimesio capì che il vino stava solo giustificando i sintomi della tristezza, Mimesio si voltò a guardare gli altri, nessuno aveva la faccia di chi aveva appena vinto una battaglia ne tantomeno quella di chi aveva appena conquistato un impero...erano increduli, alcuni fissavano il vuoto come se non volessero pensare a qualcosa  -  dov'è Spertico?  -  Claudia Zellia senza proferir parola indicò con lo sguardo la sala del dottore, si sentì il solito rumore che faceva per sputare, anche se quella specie di barrito era tra le cose più sgradevoli del mondo, in quell'attimo per Mimesio era come una voce materna  - noi ci stavamo ritirando e lui ha voluto attaccare lo stesso  -  disse Claudia sottovoce  -  e così è avanzato da solo.
     -  E poi che è successo? - fece lui tenendole le braccia
     - non lo so, lui si è messo a combattere anche se accerchiato, sentivamo le sue urla, ci chiamava a combattere la sua voce ci ha messo coraggio, ma io non l'ho visto, siamo andati incontro al nemico abbiamo vinto la nostra battaglia e alla fina ho sentito dire che il capitano era caduto, lo hanno messo su uno scudo e portato qui... -
     - folle, punito per la sua temerarietà - detto questo si diresse verso la sala ed entrò,
     - Mimesio, abbiamo vinto - fece con aria stanca ma appagata - che battaglia!dovevi esserci compagno, è stata dura ma alla fine abbiamo vinto - prese un attimo di tempo per rifiatare - e ora siamo i padroni del più grande di tutti gli imperi, sovrani di tutti i popoli - detto questo abbassò la testa sul suo cuscino.
     - Ovviamente non senza sacrifici - disse Mimesio avendo notato la ferita sul fianco del compagno.
     - Ti riferisci a quella?una stupidaggine domani starò gia meglio  - fu interrotto dal medico che mise mani alla ferita per cercare di medicarla, Spertico sopportava il dolore non senza smorfie e ogni tanto chiedeva a Mimesio di passargli l'anfora di acqua oppure chiedeva alla sua serva Rossane di cantare qualcosa in modo che la musica alleggerisse la situazione.
    Quando il medico finì Spertico emise un grande e profondo respiro e poi bevve un grande sorso d'acqua, Mimesio notò l'espressione del medico, aveva fatto tutto, tutto il possibile almeno - la mia arte ha svolto il suo compito, ora tocca agli Dei -
     - Ah gli Dei - rise Spertico
     - Se magari avessi portato un po' di rispetto per la religione -
     - sciocchezze Mimesio, gli Dei ci rendono schiavi, la nostra vita ha senso solo se tentiamo di liberarcene e costruire un nostro destino... - le forze piano piano lo stavano abbandonando, cominciò a diventare pallido - ti ricordi Mimesio quando da giovani vedevamo dal promontorio del Cosmot la costa delle terre d'oriente e sognavamo che un giorno ci saremmo venuti?
     - Che è stato di quel sogno Spertico?
     - Ci siamo riusciti Mimesio - i suoi occhi si illuminano - ...ora siamo l'esercito più forte del mondo, chi ci avrebbe mai creduto? -
     - Ma per te niente è impossibile vero Capitano?sei sempre stato testardo, la vittoria è l'unico scopo della nostra vita -
     - Ad ogni costo e sacrificio Mimesio, affinché tutto quello che facciamo rimanga per sempre impresso nella memoria delle genti..
     - Ma non tutte le battaglie si possono vincere -
     - Vincerò anche questa non ti preoccupare. Sai quante volte hanno provato ad abbattermi?mi sono sempre rialzato alla fine...per tutti gli dei! sono sempre il vostro capitano,  pensi che vi lasci così?
     - Già il nostro Capitano -
     - Mimesio, avrei tanto voluto salutare per l'ultima volta l'Imperatrice -
     - E lo farai, appena guarisci torniamo nel Cosmot, tanto hai detto che ce la fai, no? -
     - Ho detto che vincerò questa battaglia, ma no che vivrò ancora -
     - E che vittoria è allora questa? -
     - Tutto quello che ho fatto mi sopravvivrà, tutto quello che insieme abbiamo fatto in questi anni non verrà mai dimenticato, ora facciamo parte della storia, si scriveranno poemi e romanzi su di noi, saremo una leggenda saremo...
     - La fantasia di un bambino che dorme - rispose prontamente Mimesio
     - Già era nato così il sogno, che è successo poi?
     - Ci siamo lasciati andare e abbiamo lasciato che il sogno si impossessasse di noi -
    è comico no? io che più di altri ho voluto realizzare il sogno, ora che lo ho realizzato non potrò viverlo -
     - Pensi come saremmo se avessimo scelto una vita normale? -
     - vermi che strisciano sul letame, la nostra natura ci ha spinto più in là di ogni altra cosa, non avere rimpianti Mimesio - adesso è proprio stanco - Rossane, vieni qui -
     - padrone che c'è?
     - canta un'ultima volta per me -
     - certo - lei non riusciva a nascondere le lacrime, il suono era infatti accompagnato dai suoi singhiozzi
     - sapete spero di poter mangiare cozze a volontà dove andrò ora - così riuscì a strapare un sorriso a Mimesio - e poi ci sarà un grande mare blu pulito con spiagge immense dalla sabbia bianca e soffice e di poter ascoltare il canto delle Muse e poter trovare infine una pace al tormento -
    - ci sarà tutto Capitano - dice Mimesio cercando di essere freddo e tradendo al tempo stesso il suo senso di malinconia
    - Ma senza di voi che cosa sono io Mimesio?
    - cosa siamo stati noi senza di te? -
    - ti prego Mimesio - gli afferrò il bracci e lo fissò -  l'esercito ancora una volta schierato - non disse più nulla e si lasciò andare sul suo giaciglio, per la prima volta Mimesio potè osservare l’amico fermo
     e immobile, eppure rimase ad aspettare che da un momento all'altro si svegliasse gridando che era tutto uno scherzo, Rossane scoppiò in lacrime e si buttò al suo capezzale...

     

    ''La cosa più difficile di tutte per me fu dare la notizia agli altri che come me aspettarono che da un momento all'altro il capitano si svegliasse gridando che era uno scherzo, ma era davvero finito tutto, il sogno andava nell'oltretomba con lui, l'amarezza di quei giorni non se ne è ancora andata, nessuno diceva niente, aspettavamo ancora che lui ci desse ordini di andare a combattere, il giorno dopo la sua morte organizzammo il suo funerale, come suo desiderio davanti alla sua pira schierammo l'intero esercito padrone del mondo, io stesso volli portare il suo corpo sulle cataste di legno che avremmo poi bruciato e dopo che demmo fuoco al legno si fece avanti Rossane la sua serva, si recise le vene con una lama e si accasciò sul corpo del suo amato padrone, nessuno provò a fermarla, d'altra parte chi tra noi non avrebbe voluto seguire il nostro anche nella morte, quel terribile silenzio fu rotto dal verso di un aquila, segno di omaggio degli dei, che tanto lo avevano ostacolato in vita e che ora riconoscevano il suo merito, addio Spertico, addio amico, dicendo queste parole dissi addio alla fantasia di un bambino che dorme''

  • 12 dicembre 2006
    Gatto + Chanel N°5

    Come comincia: Quel pelo folto e nero non lo dimenticherò più. Lo so. Lo so fin da adesso, da questo istante in cui le mie mani lucidano questo pelo perfetto.

     

     

    Lei si abbandona tra lei mie braccia e i suoi occhi qualche attimo prima gialli e spalancati, ora sono due mezze lune pronte a chiudersi.

     

    Poi inizia a vibrare e quel tipico rumore le nasce dentro, parte dal centro del suo corpicino e non riesco a spiegarmi come arrivi così chiaramente alle mie orecchie.

     

    Amo tutto di lei. Anche quella puzza di piscio secco che le rimane nelle zampette dopo che ha razzolato nella lettiera che tengo in bagno.

     

    Anche quel suo alito che sa di carne marcia e croccantini, io lo adoro. Mi piace annusare la sua bocca ogni tanto, il suo odore è migliore di quello di tanta gente con cui mi capita di parlare. Probabilmente è migliore anche del mio.

     

    Se c’è qualcosa che amo ancor più del suo alito, quel qualcosa non può che essere la famigliarità del suo pelo.

     

    La mia pelle ha un odore che mi appartiene, come il suo pelo ha un odore che mi appartiene.

     

    Forse è per questo motivo che ora farò qualcosa di cattivo.

     

    Ma di veramente cattivo.

     

    Talmente cattivo che la mia mente ingenua non riesce ad immaginare niente di peggio.

     

    E’ la bottiglietta di Chanel n°5 che mi surrurra la mia cattiva azione, mi stà dicendo una cosa tremenda, mentre se ne stà lì immobile sul comodino.

     

    Mi stà dicendo di usare quella sua pompetta.

     

    E io stupidamente non trovo nessun argomento soddisfacente per oppormi a quella proposta.

     

    La mia gatta non avrebbe mai immaginato sé stessa in questa scomoda situazione, e non si ribella nemmeno ora che quella dannata pompetta le fà un clistere di Chanel N°5.

     

    E' profumo, puro e costosissimo profumo quello che ora cola dall’orifizio sotto la sua coda.

     

    Poi basta un minuto e un fiammifero acceso per bruciarla da dentro.

     

    Prima l’intestino, poi tutto il resto; e quella che vedo schizzare dalle mie ginocchia fuori dalla stanza, è solo una piccola torcia vagante.

     

    La mia stanza non è mai stata così profumata e probabilmente non lo sarà mai più.

     

    Fino al prossimo gattino.

  • 12 dicembre 2006
    Storia di Alzheimer

    Come comincia: Diario di Alzheimer

     

    E' dietro di me, è a un piede, un passo. La nebbia è davanti e toglie i colori.
    La forza non c'entra, non è una questione di volontà, sono i ricordi che sciolgono, l'eterno diventa un attimo.
    Io che di paure ne ho avute tante, temo il sorpasso, temo che il mio sguardo vaghi in un mondo disperso, che le voci attorno provengano da un deserto.
    E' dietro di me, è questione di ore.
    La mia casa sembra bisbigliare qualcosa, gli amici, i parenti, i miei gatti, sono perplessi, mi vogliono bene.
    Credono che il mio diventi il mondo dell'astenia, del dolce limbo.
    Ancora non so o forse manca poco.
    I ricordi li tengo rinchiusi a duplice mandata di chiave, forse non mi sfuggiranno, il sole me lo ricordo ed anche il tempo.
    Le urla dei bimbi qua sotto mi fanno allegria, come le carezze dei miei figli.
    Snobbo la tv, non perché io non l'apprezzi per carità, non perché
    io non mi concentri, ma soltanto per il fatto che io ami il canto.
    Allora accendo una radio ed ascolto un motivo a caso e cantucchio e strimpello delle note afone.
    I libri li guardo, son sempre qui avanti a me, guardo le copertine
    ordinate da anni.
    Di ognuno conosco i segreti il colore ed il verso, son parte di me e del mio essere.
    E' dietro di me, mi ha quasi raggiunto.
    Non temo per me ma per chi mi sta attorno.
    In fondo il mio mondo è quello di sempre, un mio ricordo rimane nel cassetto, un mio stato d'animo rimane il mio concetto di perfetto.
    Chissà che diranno dietro ad un mio sorriso che per sempre
    conserverò intatto.

  • 12 dicembre 2006
    A rivestire un’anima.

    Come comincia:

    Brucia a fondo la pelle stasera, le vene piene battono a disegnare una strana geografia viva sulle mani, leggermente ne sfioro una, con pollice e indice la sento scorrere sui polpastrelli, con pollice e indice inizio piano il suo cammino,
    feroce la vita,
    la mia,
    sulle labbra,


    di me lo sai,
    che non avrò mai tempo
    di aspettare fine
    sarò io stesso
    la mia


    Le mani ora, non più le mie, ferme ad osservarmi.
    Le labbra sole a parlare preghiere sui miei occhi, di questa morte sarò il padrone ultimo, con giusta calma e delicato passo, nel tempo retto ne seguirò il percorso,
    un solo salto forse,
    la strada corre,
    le luci fredde che si accavallano il profilo.

    Tremi,
    ad ogni lettera caduta,
    di quel parlarti magro ora ho solo l’eco, su quella strada ho lasciato spento il mio riflesso,
    a te lo sguardo sulle tue metà,
    a te lo sguardo lì sullo sterno,
    a te lo sguardo.


    [se tu capissi il battito isolato
    di un cuore stretto
    rinchiuso a fondo oltre ragione
    il tuo per me
    l’appartenenza ultima
    respira]


    Le anime incrociano l’intersezione di un cuore, nell’esatto cuneo dove i polpastrelli intersecano la ragione. Il battito asincrono ritrova il suo gemello.
    Occhi.
    Mani.
    Labbra.
    Menti.
    Due.
    Respiri affannati ad incorniciare un tempo lento, immobili gli occhi a scorrere oltre le vene, a percorrere ancora giorni lontani che raggiungeranno il punto ultimo,
    l’arrivo.


    Sarà silenzio a volte
    di pelle unita
    tra labbra aride divise
    sarà consenso
    feroce il sangue che ci veste
    sarà di noi.


    Brucia a fondo il mio domani questa sera,
    e sarà ancora un altro
    e sarà ancora altro
    e sarà ancora,
    te.

  • 12 dicembre 2006
    I give you no potato

    Come comincia: Ispirato a un fatto realmente accaduto

     

    Entro in un café a due passi dall’università di Londra. Me l’ha segnalato mio fratello.
    “Non ti puoi sbagliare. Ha l’insegna rossa e si chiama E-roma - credo che abbiano un po’ di problemi con lo spelling”.

    Fuori c’è parecchia polizia. Stasera gioca la squadra locale a due passi da qui, e anche se per i giocatori si tratta di un’amichevole, i tifosi sono agguerriti come se fosse una finale di campionato. Dentro invece ci sono solo studenti e profumo di tisana Twinings Echinacea & Raspberry. Mi avvicino al bancone dove sono esposte salse e insalatine di tutti i tipi: tanta maionese, chili di spezie, tonnellate di aglio. In effetti i titolari sembrano essere arrivati a Londra appena ieri.

    Comincio a guardare sul tabellone dei piatti a disposizione, e un misto di freddo e nostalgia mi spingono a chiedere una jacket patato fumante, una di quelle patate fatte arrosto, spaccate in due e poi riempite, nel mio caso, di pollo e mais.

    Mi siedo a un tavolino accanto alla porta. È l’unico libero. Tiro fuori il mio libro e alterno la lettura di Coetzee alla chiusura della porta che nessuno si degna di chiudere bene dietro di sé. Intanto il tipo che sta al bancone tira fuori una gigantesca patata evidentemente precotta e procede alla sua farcitura per poi passarla nel forno. Continuo a leggere e a chiudere la porta. Dopo qualche minuto il tipo si avvicina al mio tavolo. Istintivamente prima lo guardo in viso, poi abbasso lo sguardo e mi rendo conto che è arrivato a mani vuote.

    “I give you no patato”, dice.
    Rispondo con uno sguardo interrogativo. Lui ripete:
    “I give you no patato.”
    La frase l’ho capita, penso. Non capisco però perchè, e allora gli chiedo spiegazioni.
    “Potato no good. I give you no patato.”
    Insomma, la patata è andata a male, così mi offre di scegliere fra una moltitudine di panini, ciabatta, toast, pane bianco, pane integrale, tutto ciò che voglio. Scelgo il mio panino tostato che arriva dopo pochi minuti, circondato da quattro assaggi di insalate. Mangio e leggo. E ogni tanto chiudo la porta.

    Prologo
    Sono circa due giorni che sono bloccata a casa. Letto bagno, bagno letto.
    Evidentemente “potato no good”, ma neppure il panino.

  • 07 dicembre 2006
    Incubo siciliano

    Come comincia: Non avevo creduto ai pessimisti, quelli che mi dicevano che anche ad Ottobre la Sicilia era caldissima.
    Non me ne importava nulla. Steso sotto un ombrellone, a due passi dall’albergo, guardavo i camerieri girarmi intorno. Come comparse in una recita con poco pubblico, perdevano un po’ della loro perfezione e si lasciavano andare ad un passo scomposto, a dita che aggiustavano il cibo, ad imprecazioni poco signorili.
    Non me ne importava niente. Ero andato in vacanza così tardi perché volevo pace assoluta, riposo da un anno di mail e telefonate, aerei e scioperi, congiure di dipendenti e guerre di colleghi. I miei pensieri si mescolavano alla sabbia, li lasciavo scivolare tra le dita e li sentivo andar via, sciogliersi in quel caldo afoso fuori stagione.
    Un veliero tingeva l’orizzonte con vele multicolori. Giallo, rosso, blu, arancione, si gonfiavano di lontano e sulle palpebre pesanti sentivo il vento muoverle, carezzarmi, darmi sollievo dal caldo.
    Lentamente le vele sfumarono e ripresero vita in lenzuola, stese ai balconi a tappezzare una cittadina in festa. Petali di rose rosse, foglioline verdi profumate, fiori bianchi, piovevano su due giovani che avanzavano gioiosi davanti ad una folla ridente e danzante. Flauti di musici procedevano ai lati, ragazze sinuose, i volti celati da veli bianchi, volteggiavano a piedi nudi.
    Dalle finestre li chiamavano “Ravi, Talia” e lui non faceva tempo a rispondere, con un sorriso, un bacio, un grido. Accompagnava nell’aria la sua sposa e lei alzava lo sguardo al cielo mentre orecchini, bracciali, collane, rispondevano ai veloci gesti della danza vibrando luccicanti. Una ghirlanda di fiori incorniciava i lunghi capelli scuri, il volto dagli strani simboli dipinti, gli occhi profondi come il pozzo dei desideri. Un vestito grigio di perline velava il corpo slanciato ed elegante.
    Estasiato mi unii alla danza e intorno vedevo visi e sguardi noti, simili ai camerieri, ai commercianti, ai giovani siciliani che solevano rincorrersi sulla spiaggia; solo la pelle pareva più scura e la lingua incomprensibile.
    Leggero raggiunsi grandi tavoli con dolci mai visti. Eppure le ciotole accoglievano intrugli simili alle cassate che avevano spazzato via i pensieri di lavoro, dolci al miele come quelli che mi preparava la nonna da piccolo, biscotti dal colore scuro, a spirale, varianti di quelli alla cannella che fintamente celava, nel palmo della mano, mia madre nei giorni di festa.
    Un matrimonio di qualche religione ignota. Cercai di parlare, di chiedere a qualcuno dove mi trovavo, ma dalla mia bocca non usciva fiato e nessuno mi rispondeva.
    Ecco mio padre! Il naso, la fronte ampia, il sorriso sicuro e confortevole erano i suoi ma la pelle olivastra, la tunica ricamata e i sandali dorati mi destarono dall’illusione. Accolse altre persone, invitati forse, con uno sguardo amorevole, tranquillo. Somigliava a Ravi. Di certo era suo padre.
    Mangiavo, ridevo, ballavo, contagiato da tanta allegria. Entrai in cucina dove colonne di cibo erano portate via velocemente; finalmente lasciavano alla stanza un po’ di spazio e a me aria, prezioso sollievo all’afa.
    Ad un tratto tutti sparirono e rientrò Ravi seguito dalla sua sposa. Lo sguardo assente, gli occhi bassi e l’andare lento parevano quelli di un altro ma la mano che accolse il volto di lei era la stessa che l’aveva cinta in danza pochi attimi prima. La tunica rattoppata, i sandali laceri, i capelli sporchi non umiliavano gli occhi lucenti e fieri di lei, il ventre improvvisamente tondo che carezzava con mani leggere.
    Si allontanò con un sorriso e tornò con una collana di perle, la più bella tra quelle che aveva al matrimonio. La offrì a Ravi con un inchino e si ritirò nella sua camera. Talia prese una valigia e con la calma di Penelope, come se non volesse mai portare a termine l’opera, cominciò a svuotare i cassetti, gli armadi, casse piene di panni e ricami.
    Si portò le mani al volto, bloccò le lacrime e con precisione rimise tutto a posto, come una mamma che affida il bimbo alle scale di una chiesa, promettendo che nell’ombra veglierà sempre su di lui. Nella valigia trovarono posto solo cibo e foto dei cari. Alla fine non era nemmeno piena.
    Ravi tornò mentre il sole, per un momento, parve coperto da una nuvola. I giovani si precipitarono alla finestra, la stessa aria di speranza e felicità del matrimonio, come se da quella nuvola dipendesse la loro vita.
    Ma la festa ritornò ad essere lutto. Un incendio aveva oscurato il cielo che pareva piovere il caldo e le ceneri di un vulcano in eruzione.
    Ravi mestamente riprese i passaporti, s’inchinò alle divinità della casa e andò via prendendo per mano la bella sposa. Non si girarono, a testa bassa, non guardarono più al cielo ma solo alla terra, come se seguire i propri passi fosse l’unica cosa importante, come se andassero su una strada piena di buche e pozzanghere.
    Mi girai a guardare l’incendio lontano e il fuoco diventò acqua, il caldo freddo pungente, l’afa un forte vento che mi faceva sobbalzare ferocemente. Continuavo a dondolare come su un’altalena impazzita, come su una giostra di quelle in cui paghi per farti torturare. Mi girai e vidi Ravi e Talia abbracciati, aggrappati al ponte della nave. I suoi occhi sparuti, il viso scarno, il ventre esile e piatto, chiedevano conforto e sicurezza. Gli occhi di lui, fissi e perduti, non riuscivano a mentire. Era la fine, del loro sogno, della loro vita di fatica e felicità, di speranze deluse e di scelte sfortunate.
    Un motoscafo si avvicinò al cassone arrugginito su cui navigavano. Cento e più persone si precipitarono verso l’ultima possibilità di salvezza ma scesero solo quattro uomini che allontanavano gli altri con dei mitra. Nel frastuono del mare in tempesta i colpi non si sentivano e i corpi ricadevano in mare senza un urlo, senza un motivo, come soldatini nel gioco ormai stanco di bambini viziati.
    La nave oscillò ancora e con un colpo fortissimo s’impennò lanciandoli via. Ricaddero abbracciati nel mare gelido, trovando in un colpo solo l’acqua che gli mancava e il refrigerio che avevano desiderato per tutta la vita. Tutto insieme, per pochi secondi.
    Guardavo i loro corpi senza vita su cui la pietà della morte aveva restituito la pace e la serenità di quando li avevo conosciuti. Appoggiati al fondale colorato d’alghe parevano aspettare tranquillamente una corriera o un passaggio. Senza fretta.
    Ma il passaggio si concretizzò in una grossa rete, che, strascicante sul fondale, raccoglieva tutto quello che non riusciva a resistere alla sua forza. Ravi fu strappato all’abbraccio di Talia e, pur nell’immobilità del suo viso, parve incupirsi, disturbato nella sua pace eterna. Lo seguii affannato su, verso qualcosa che via via assumeva le forme di una nave.
    Voci in siciliano imprecavano sulla sfortuna della pesca, sulla disgrazia della loro vita, ma intorno a me tanti pesci sbattevano gli ultimi aneliti di vita.
    “Finirà, finirà, qualche altro giorno ancora e poi finirà. Ma proprio qua sono venuti a morire questi pezzenti. Da vivi ci tolgono l’aria, da morti ci fanno chiudere baracca.”
    Non capivo, scattai per dire al capitano che c’erano altri corpi laggiù, che bisognava ripescare anche Talia, unirla a Ravi, seppellirli, avvisare il padre.
    Ma quello era una belva:
    “Nessuno deve saperlo, nessuno.”
    L’altro lo guardava scettico.
    “Lo capisci che farebbero chiudere la zona? Che diamo a mangiare ai figli nostri? Questi sono morti, per loro non cambia niente. Per noi invece si.”
    Urlai che quelli non erano pezzenti, erano innamorati sfortunati, che un intero paese aspettava loro notizie. I suoi figli avrebbero mangiato lo stesso ma … niente. Cercai di fermarlo mentre ributtava a mare Ravi. Sentii un dolore fortissimo, come un braccio spezzato.
    Aprii gli occhi; davanti a me l’ombrellone vibrava, colpito dal mio pugno. Mi girai intorno, sudato, spaventato. Nessuno.
    Era stato un incubo.
    Scattai ancora. L’altra mano aveva toccato, nella sabbia, qualcosa di solido.
    Non un granchio, solo un pezzetto di carta. Filigranata.
    Su di esso, scolorito e deformato, lessi un nome.
    Ravishankar.

    Nel giugno del 2001 il quotidiano “La Repubblica” scoprì che, nell’inverno del 1997, i pescatori di un paese del Sud della Sicilia avevano ributtato a mare, per mesi, i corpi che riemergevano di immigrati clandestini. Una nave con 283 passeggeri provenienti da India, Sri Lanka, Pakistan, era naufragata, ma le autorità non avevano creduto al racconto dei 29 superstiti.
    Questo umile brano è dedicato a quei poveri esseri umani, simili a noi nell’aspetto e nelle aspirazioni, nell’educazione e nei sentimenti, che sono periti nell’incidente e abbandonati sul fondo del mare.
    Nonostante appelli di premi nobel italiani, parenti e comunità indiane, nessuno ha recuperato quei corpi. Sono stati rinvenuti, di tanto in tanto, stracci o fogli di carta.
    Brandelli della loro vita e dei loro documenti.

  • 04 dicembre 2006
    Girandola nel vento

    Come comincia: Forse hai perduto la rotta, o forse sei approdata da un miraggio di quelle stelle del deserto, le stesse che porti nello sguardo e nei silenzi.
    (Ricordi? Ti facevano paura. Sciami di stelle cadenti e di luci mai conosciute prima).
    Fiore notturno dai petali profumati, distesa infinita di forme cangianti, e di colori amati.
    Io ti ricordo andare in quei percorsi che si confondono con le dune, e con il colore di un mare tanto freddo da ridere con suoni liberi. Liberi nel vento, i suoni ed i capelli, e poi tornare a sedere ognuno con il marchio della propria solitudine...più breve, espansa, lontana dal caos di una città impazzita.
    Ho amato gli occhi neri di donne lievi ed eteree come uno svolazzo di seta, e di uomini che non potevi guardare (le occhiate devono essere laterali e brevi, mai dirette, ricordalo; e non uscire dalla cucina se viene quel mio amico: é palestinese ma molto praticante...).Ho amato gli occhi di quegli uomini, che potevo appena guardare.
    Che strani suoni. Che tempo fermo quel canto del muezzin alle cinque del mattino.Il canto dei muezzin si alzava nell'aria calda con la  monotonia di un mantra lontano, ed io non avevo più tempo, né consistenza, né ancora,vengo creduta quando racconto ciò che vedevo.
    "Perdilo quel tempo, dimenticalo, presto dimenticherai di essere stata una donna". Stai zitto. Zitto.

    Da qualunque parte io vada, sempre me stessa mi porterò dietro. "Si, ma il vento qui ha carica negativa, rilascia l'elettrone dell'ultima orbita, e tu che sei occidentale non sei abituata, questo vento ti porterà allucinazioni, stanchezza, nervosismo. Angoscia.Non uscire col Khamsin se non hai un foulard su naso e occhi.Metti asciugamano bagnati intorno alle finestre e brucia zollette di zucchero."
    Ma vaffanculo.
    Io non esco con naso e bocca nascosti.
    Si esco,esco nascosta, ma devo uscire.
    Travestita.
     Domata.
    Senza forma.
    Maniche lunghe, capelli tirati. Cammino senza ondeggiare minimamente, sguardo vago, basso.

    Il mio primo attacco di panico mi coglie alla sprovvista.
     Muoio.
    Aiuto.
    Se a Il Cairo non giro con il Toyota, mi sento insicura.
    Se continuo a vivere qui, diventerò gialla come questo khamsin di merda.Mi sgretolerò.Granelli di sabbia.

    Amore mio, girandola nel vento caldo, nei tuoi capelli crespi, quando tornavi da scuola trovavo di tutto, comprese mosche che ancora vive giravano in tondo.
    Quando siamo venute in Italia, eri terrorizzata dalla pioggia....Non la conoscevi.
    Mi dicevi: "guarda che bel verde in questo deserto!" quando ti portavo al parco.

    Odio prendere il taxi. Puzzolente. Detesto che le Belfagor salgano sul taxi dove sono io, perchè non possono parlare con un uomo, e devo parlare io per loro. E farle accompagnare per prime.Tuttavia, le lascio salire.
    Immagino quello che indossano sotto quel nero, le mutandine di pizzo che coprono la loro ferita...
    Sono infibulate. Zac! Volti di bambine terrorizzate, costrette da mani che stuprano la loro vita.Suppurazione. Emorragia. Urla. Buio. Ancora nero. Tutta la vita, nero.
    Jasmine non ricorda più l'italiano.I suoi occhi sono spenti. Ha quattordici anni. Non posso abbracciarla.
    Ve lo racconterò, forse.

    - Ricordi d'Egitto -

  • 04 dicembre 2006
    Dedicato a te

    Come comincia: Triste e introverso, il mio principe attraversa queste strade, la notte. Sono le vie dell'indicibile, quelle cui si accede agguantando il proprio io e misurandolo coi sogni in cui si è creduto. I suoi occhi azzurro intenso sfidano il buio dell'inatteso. E si fissano negli angoli abbandonati d'uno specchio rotto, appeso alla parete. Guardano oltre e mi trovano. Sconfinata e ardente. E desiderano di me l'essenza stessa del mio esistere. Mi esplorano, quasi mi annusano e mi contengono, mi strattonano addirittura,  per ridonarmi luce nuova.
    Ed è allora che mi lascio scorrere dal tuo sguardo amorevole, mi spoglio dinanzi la tua regale innocenza. E inizio ad amarti. Disperata e tenera. Sussurrandoti con ardore: sono tua.
    E rivelandoti il mio nome: Poesia.

     

  • 04 dicembre 2006
    Il buio

    Come comincia: Era stato il giorno più strano della sua vita.

     


    Vagava solitario in quel vicolo immerso completamente nelle tenebre ed erano ormai quasi ventiquattro ore che non vedeva la luce.


    Si era svegliato con la convinzione di essere nel cuore della notte, dato che era buio pesto, ma appena guardò l’orologio quello segnava le 10:00 del mattino.


    Ivan capì che c’ era qualcosa di anomalo, pensò subito ad un’eclissi totale di sole, stranamente ignorata dai telegiornali, che seguiva sempre prima di andare a dormire.


    Allora accese la radio, ma forse quel dannato apparecchio aveva deciso di mollare il suo padrone proprio quel giorno, infatti non riuscì a captare nemmeno i grandi networks, ma solo un acuto e, noiosamente, continuo ronzio.


    Ivan cominciò a vestirsi per uscire, ma prima accese la televisione per sentire notizie delucidanti circa quel buio innaturale che avvolgeva il mondo quella mattina.


    A parte il segnale: ‘CI SCUSIAMO PER LA MOMENTANEA SOSPENSIONE DELLE TRASMISSIONI PER UN INCOVENIENTE TECNICO.’, non riuscì a vedere o sentire alcunché, quindi incuriosito ed anche un pò irritato decise di uscire e chiedere informazioni.


    Inoltre era anche in ritardo sul lavoro, infatti quel buio gli aveva scombussolato le sue abitudini, perciò si era svegliato tardi.


    Non aveva mai avuto una sveglia, come d’altra parte non aveva mai avuto una moglie e dei figli era sempre vissuto da solo, aveva pochi amici, ma forse più che amici erano compagni di lavoro, ma viveva sereno immerso nella sua solitudine e nelle sue consuetudini.


    Uscì di casa correndo non volle aspettare neanche l’ascensore, una specie di ansia lo aveva preso, doveva sapere cosa stava succedendo e perchè non tornava la luce.


    Per strada non trovò persone o animali, ma solo negozi chiusi e lampioni spenti, giacché il meccanismo automatico li spegneva alle 7:00 del mattino, sembrava di essere in piena notte.


    Questa sensazione lo irritava parecchio, non amava le cose strane e devianti dal corso ‘normale’ degli eventi e questa storia del buio fuori della sua naturale fascia oraria, era insopportabile.


    Come era insopportabile il vagare alla cieca in quella oscurità, interrotta ogni tanto da qualche luce di negozio lasciata accesa dal proprietario.


    Ivan iniziò ad avere dubbi sull’ipotesi della eclissi solare, per questo si indirizzò verso la stazione di polizia per chiedere informazioni, poiché gli sembrava di impazzire in quel silenzio e in quella fredda notte innaturale.


    Mentre si recava verso la stazione di polizia dovette chiudere il suo cappotto sino all’ultimo bottone, perché faceva un freddo cane, diretta conseguenza dell’assenza del sole.


    Arrivò alla centrale di polizia, ma quello che vide non fu uno spettacolo edificante, infatti c’erano corpi disseminati lungo i corridoi e tutti contratti e armati di pistola o fucile, sembrava che si fossero ammazzati tra di loro e chi era rimasto vivo si fosse suicidato.


    Ivan abbandonò quel luogo insanguinato e maleodorante e correndo fuori provò a chiamare qualcuno, ma dove c’era uno sprazzo di luce c’era un cadavere.


    Morti da assideramento, morti violente, suicidi, questo fu quanto Ivan poté elencare nella sua mente.


    Tutto era così assurdo ed irreale, perché la gente si era suicidata? Perché erano tutti usciti di senno? E principalmente perché a lui non era successo?


    Fece mente locale e tornò indietro al giorno prima e si ricordò che lo aveva passato a dormire, a causa di una grande sbornia, (era il suo modo di festeggiare il Natale).


    Quindi aveva passato un giorno a letto mentre fuori si consumava chissà quale catastrofe.


    Ormai vagava solo da ore e non aveva ancora incontrato anima viva, anzi in quel vicolo oscuro sentiva puzza di morte ed ogni tanto camminava su qualcosa di morbido, ormai sconvolto, Ivan non voleva sapere cosa stava calpestando, anche se poteva benissimo immaginarlo.


    Solo in un mondo oscuro e freddo, una grande, immensa, tomba nella quale era stato seppellito vivo.


    In quanto alla solitudine ci era abituato, ma al freddo, all’oscurità silenziosa, ma specialmente all’anormalità, non riusciva proprio ad abituarsi, era in preda ad un senso di soffocamento, di smarrimento e terrore, allora cominciò a correre urlando in cerca di qualcuno di qualcosa che lo riportasse alla sua realtà, ma ormai il ghiaccio stava ricoprendo l’asfalto ed Ivan, nella sua corsa cieca, scivolò ed andò a sbattere la schiena contro lo spigolo di un marciapiede, lesionandosi la colonna vertebrale.


    Quando rinvenne dalla caduta provò ad alzarsi, ma non sentì più le gambe, era paralizzato su quell’asfalto ghiacciato in quella tenebra nera.


    Mentre aspettava la morte Ivan si sentì toccare da un foglio di giornale spinto da un alito di vento, lo trattenne con l’unica mano ancora in funzione, ma non riuscì mai a leggere il contenuto del foglio.


    Poi morì aggrappato a quella pagina di giornale, ultimo scampolo di conoscenza e del suo mondo scomparso.


    “OGGI IL SOLE SI E’ SPENTO. PARE A CAUSA DI SCONVOLGIMENTI INTERNI INSPIEGABILI, NESSUNO SA COME POSSA ESSERE SUCCESSO, MA ORMAI NON INTERESSA PIÙ, DATO CHE LA VITA SULLA TERRA SPARIRÀ IN BREVE TEMPO.


    QUESTO È L’ ULTIMO ARTICOLO CHE SCRIVO. OGGI 24/12/3123”

  • 04 dicembre 2006
    Viaggio impossibile

    Come comincia: Ricordo ancora quando volai verso il Messico... fu un viaggio indimenticabile. Già in aereo avevo il sentore che qualcosa sarebbe accaduta, tutti erano silenziosi, vedevo le nuvole scorrere sotto le ali dell'aereoplano, la distesa infinita dell'oceano Atlantico e pensavo a quella terra lontana che mi aspettava ma.... Una hostess mi si avvicinò e con uno sguardo gelido mi chiese se volessi da bere, le risposi che avrei gradito una tequila secca (iniziavo a comportarmi da messicano), lei si eclissò per dieci minuti e poi tornò con un bicchiere del buon distillato di agave, lo sorseggiai e poi caddi in un letargo, sognando un mare sconfinato ed irraggiungibile. Al mio risveglio nell'aereo non c'era più alcuno, pensai ad uno scherzo, ma poi mi domandai come fosse possibile che tutti i passeggieri si fossero coalizzati per fare uno scherzo ad uno sconosciuto...strano....molto strano!
    Esplorai tutta la fusoliera, ma niente di niente era presente, bussai alla porta della cabina di pilotaggio, nessuna risposta, provai ad aprirla e...orrore non c'era alcuno che guidasse l'aereo, quindi con rabbia e disperazione sferrai una pedata sulla porta per richiuderla.
    Una sensazione di panico mi avvolse, non sapevo che stesse succedendo, era tutto innaturale, credevo di essere finito in una puntata dei "Confini della realtà", ma purtroppo quella era la mia realtà.
    Infine mi decisi a guardare dall'oblò e ciò che vidi era a dir poco assurdo, fuori non c'erano nuvole o mare ma c'era il nero, il vuoto, lo spazio profondo e senza stelle, ero forse impazzito?
    Rimasi una buona mezzora incantato a contemplare quella assoluta vacuità, cos'era successo?
    Essendo un appassionato lettore di fantascienza pensai di essere caduto in una faglia spazio temporale, ma non sapevo nemmeno io cosa fosse in realtà questa espressione così usata nelle puntate di "Star Trek", dunque ero prigioniero di un aereoplano deserto che viaggiava nel nulla, cominciai a gridare ed agitarmi, diedi un calcio alla porta della cabina di pilotaggio, finchè esausto decisi di mettermi a dormire, sperando che al mio risveglio tutto sarebbe scomparso.
    Riaprii gli occhi esortato da una voce femminile gentile che mi diceva che eravamo giunti a destinazione, era la hostess che mi aveva servito la tequila, adesso i suoi occhi erano caldi e sprizzavano simpatia, sorrisi, ero contento, avevo fatto un brutto sogno, prendo il mio bagaglio a mano e mi avvio all'uscita, quando ad un tratto mi giro verso la cabina di pilotaggio e vedo un'impronta di scarpa sulla porta...le mie scarpe avevano la stessa suola riportata su quella impronta...

  • 01 dicembre 2006
    L'Altro da me

    Come comincia: Come si sta con una donna?

     

    Bastano quelle mani fredde alla sua vista e quel modo strano di volersi più bene perché ci si accorge di voler bene ad un altro?

    Come si sta con una donna?

    Quell’inatteso stupore così assopito dal buio di nuvole di cemento fra me e l’orizzonte d’Infinito, mi destò un giorno che ero già sveglio.

    Come tasselli di un puzzle da trenta pezzi, tutto combaciava con disarmante facilità: un ritratto di Picasso, un sigma tau, un incastro di sensi e quel “Sì ci sto!” a chiudere come un gancio lo straripante desiderio di tutti gli uomini del mondo.

    Come si sta con una donna?

    Gli sguardi lieti di un’intesa che cresce come un padre ed una madre di fronte ad un figlio.

    Ci si prende.

    Si ride.

    Si balla.

    Si cammina.

    Ci si ferma

    Si riparte.

    Si fa colazione insieme.

    Ci si sente.

    Ci si vede (anche da una cornetta del telefono).

    Ci si tocca (ma con rispetto).

    Si diventa spettacolo per gli altri, quando il presentimento del vero, durasse un attimo, disegna di luce gli occhi e la gente dice – state bene insieme -. Ma come si sta insieme?

    Il complice di una rapina in banca fino al momento fatidico si è mosso in perfetta sintonia con il suo partner, agiva un istante prima che l’altro pensasse cosa doveva fare. Tutto è andato alla perfezione, fino al momento fatidico, fuori di lì un gesto imprevisto, uno sparo, una fuga, una falsa testimonianza e perfino la più indissolubile unità si scioglie di fronte ad un tradimento.

    Ciò che hai sempre creduto che fosse, non é. – Avresti dovuto – Io avrei fatto così al tuo posto – Non dovresti frequentare tanto quel tuo amico – Dov’eri quando avevo bisogno di te – sei il solito mammone – Siamo due rette parallele che non s’incontreranno mai – Una portiera sbattuta – le urla ovattate dai vetri appannati di un’automobile.

    L’amore non è bello se non è litigarello…’fanculo i luoghi comuni!

    Sono frustate al cuore le recriminazioni, le analisi e gli scaricabarili. Tutto finisce per consumarsi, quel poco che si è costruito si arrotonda come angoli spigolosi di sabbia dura di fronte al riverbero di un’onda, fino a diventare suolo conforme.

    29 Gennaio 1999 – Il dado lanciato da il diritto a prendere l’ennesima carta, ma il suo seme è spietato –fermo un giro, riparti dal punto di partenza!.

    Come si sta con una donna?

    Si dovrebbe capire da subito quanto si è diversi e se al tuo compleanno ti regala un maglione che tu trovi orrendo, ma che lei ha adocchiato innamorandosene tra milioni di maglioni, si tratta in fondo soltanto di una questione di gusto, ma svela anche un verità: Tu non sei lei – Lei non è te!

    E quando per motivi di lavoro sei costretto ad andar via prima da casa di amici, lei dovrebbe capire e non ribattere: “Non preoccuparti, mi faccio accompagnare da Giulio!” – “Chi cazzo è Giulio!”

    Come si sta con una donna?

    Il punto è che spesso si vuol bene agli altri per non voler bene a sé stessi.

    Ma come?! Riponi un fiasco di vino smezzato?! Vuoi che diventi aceto?! Colmalo con quel paio di bottiglie avanzate! Ma sono di un vino diverso!

    Cosa vuoi che importi!

    Più si ha stima di sé stessi, più si è capaci di amare gli altri. Avere stima di sé non significa credersi perfetti, ma concepirsi esseri unici ed irripetibili.

    Dati e voluti perché vivi e tutto ciò che c’è intorno non può che essere vissuto con la certezza di questo.

    Riuscissi ad amare la realtà non con il rispetto ed il timore che si ha di fronte ad un nemico, avrei saputo amare anche lei e quel suo insopportabile modo di essere, come quei primi giorni, quando la semplicità di cuore dettava i nostri incontri .

    Solo adesso mi rendo conto che l’Altro da me è un’occasione per essere più veri. Come si sta con una donna? Senza paura.


    Leaves - Storie quasi tutte figlie di nessun Padre- Ed. "Il Filo"

  • 01 dicembre 2006
    La commessa

    Come comincia: La regola è sorridere, sempre, con nonchalance, come se stessi parlando con un’amica, come se avessi già visto quella cliente chissà quante volte. Anche quando è una di quelle che ti fa prendere tutta la roba e poi te la critica pezzo a pezzo, anche se poi si innervosisce perché non c’è la taglia che le sta bene, non esiste l’abbinamento che ha in mente o quel capo visto in tv. L’importante è sorridere anche quando le gambe ti fanno male perché non ti puoi sedere nemmeno un attimo, nemmeno con l’orario lungo che piace tanto alle amministrazioni ma poco perfino ai clienti. Sorridere anche quando le tue cose vanno male e vorresti piangere ma non puoi perché lì non sei una persona umana e hai meno diritti di un manichino: lui può restare un po’ nudo a guardarti schiattare di caldo in una divisa di cameriera un po’ più elegante.
    Erano questi i pensieri che mi avvolgevano quel martedì mattina, giorno inutile, dove non si vede un cliente nemmeno a pagarlo, dopo la scorpacciata degli ultimi sabati di saldi. Non mi vedevo con il mio ragazzo da quasi un mese ed il fatto che non se ne lamentasse mi convinceva sempre di più che avesse un’altra. Non ci volevo pensare per cui tentavo nel mio specchio falsi sorrisi quando l’ascensore si mise in funzione.
    Quando sei in un negozio che ha solo un piano interrato l’ascensore dovrebbe essere solo proforma, giusto per far vedere che te lo puoi permettere. Ed invece è un incubo. Quando senti il bip di attivazione cominci a presagire guai. Il caso migliore è quello in cui qualche peste scappata alla mamma l’ha preso per fare un giro. Quando ti avvicini facendo finta che li vuoi acchiappare premono subito l’altro pulsante e spariscono per sempre dai tuoi problemi.
    Ma questo capita di rado. Invece generalmente le porticine si aprono a fatica e, tremendamente stipate in quell’uovo di metallo, ci sono signore enormi, di quelle a cui nemmeno le taglie forti sanno opporre resistenza, oppure anziane che si muovono a stento, portate sottobraccio da badanti con colori diversi: loro non sanno che lei veniva qui, da giovane, tanti tanti anni indietro, quando il negozio portava il nome del proprietario e non quello di una multinazionale di casa nostra con i capitali in qualche paradiso fiscale. Difficilmente si riesce a vendere qualcosa: le persone grasse cercano di trovare qualcosa, si misurano abiti succinti sperando nei miracoli dell’elasticizzato, abiti molli pieni di veli che pure si incurvano sotto le loro abbondanti forme. Le persone anziane invece non cambiano quasi mai il loro vestito ma lo arricchiscono con un foulard, un cappellino, un qualcosa che come dia la sensazione di cambiamento senza la pretesa di riuscirci.
    Così guardai sott’occhi l’ascensore per vedere a quale delle tre categorie appartenesse lo spettacolo rivelato dal sipario delle porticine. Apparve una ragazza alta dai lunghi capelli neri che incorniciavano un viso scuro, abbronzato, su cui campeggiavano come enormi fari due occhi scuri, appena sottolineati dal trucco. Mi chiedevo cosa ci facesse questo portento della natura nell’ascensore quando le braccia, avvolte nell’aggancio delle stampelle, accolsero il suo corpo. Pensando ad un incidente di sci, calcio o moto cercai nel lungo gesso della gamba la solita coreografia di disegni e firme. Ma non trovai né gesso né gamba: un moncherino mi rivelò ben più duratura tragedia.
    Mi vergognai dei miei pensieri e le chiesi cosa potessi offrirle. Dei jeans mi disse, con taglio e cucitura della gamba mancante. Posai subito sul tavolo il lungo vestito da sera che stavo sistemando e mi precipitai, con tutte e due le gambe, verso lo scaffale con i jeans. Lei non mi guardò nemmeno ma saggiò con le mani la seta dell’abito da sera, lo appoggiò sul suo petto valutando la taglia e poi, timorosa e tenera, mi chiese se poteva provarlo. Più incantata che sorpresa, le risposi che poteva, offrendomi di darle una mano. Ma lei era già nel camerino, già sentivo le stampelle che erano poggiate e riprese velocemente dalle pareti.
    Riapparì come una dea. Il lungo scollo metteva in evidenza un petto robusto, sicuro, che continuava nel collo la morbidezza della pelle. Arrivò al centro della sala, davanti ad uno specchio a tutta altezza che rimandava ai suoi occhi la bellezza del corpo. Ora ruotava, gonfiando leggermente lo spacco, e chiudeva gli occhi quando, girando, il moncherino si sostituiva alla gamba sana. Lo facevo anche io perdendomi nella grazia di quel corpo soave.
    Le dissi che le stava benissimo e mai fui più sincera con un complimento. Lei mi guardò con gratitudine, sorridendo alla assurdità della mia frase. Poi prese il jeans e si richiuse dentro il camerino.
    Quando emerse si avvicinò al tavolo restituendomi l’abito da sera e la misura della cucitura del jeans da preparare.
    Riprese l’ascensore regalandomi un ultimo sorriso.
    Forse anche per lei il sorriso era la regola. Un sorriso di difesa, un sorriso di disperazione che sostituiva il dolore e la rabbia verso una vita che le aveva dato tanto e poi se l’era ripreso, con gli interessi.

  • 27 novembre 2006
    Attesi - Parole in Libertà

    Come comincia: Così arrivai a te su questa terra. Fra le foglie giallo oro di un lontanissimo autunno. Subito chiesi di te, vampiro dolce, e mi dissero che ti nascondevi nella notte. Attesi. Più decisa che mai a sfidare il tuo volo silenzioso. A riconoscere di te sospiri e gemiti che impreziosiscono paurosi pensieri. Calzai ali brune intrise di tramonti, maschere pallide baciate dalla luna... Attesi. Nei boschi ritagliati dei perdoni, nelle retrovie più impervie, negli anfratti misteriosi. Attesi. Il tuo bacio delicato che rende eterni. Il tuo abbraccio che confonde ogni pensiero. Attesi i tuoi occhi cielo e mare, lo sguardo glaciale di rugiada... E poi, d'improvviso, ti vidi: fratello maledetto e tanto amato! Avevi il sorriso lunare di chi sa amare anche nel dolore, la ragnatela degli sguardi tagliente e coinvolgente, la mano gelida di chi sa accarezzare il vento... E ti ho amato per prima. Offrendoti il mio collo e la mia serena angoscia... Ora, pur se ti perdo, saprei riconoscerti fra mille... assetato anche tu del mio chiarore metallico... Al volo, insieme, inseguiamo la notte. Ed approdiamo, sempre, nel cuore palpitante dell'esistere!

     


    Tvb sandra

  • 27 novembre 2006
    Angela e i Mondiali

    Come comincia:

    9 Luglio 2006. Angela è al Circo Massimo. Il maxi-schermo lontanissimo e dei campioni italiani si intravedono solo ombre azzurre. Angela è attenta, ma niente da fare, la palla non si vede. Ogni tanto un boato, una bordata di fischi e tante emozioni: i mondiali fino a quella sera per lei erano stati solo questo.
    Angela aveva 24 anni, in quell'arena romana era bella come nessun'altra. Si era da poco laureata in Economia a La Sapienza e, nonostante l'emozione azzurra, era infelice; non sorrideva, non saltava come chiunque altro. Una laurea che non avrebbe mai e poi mai voluto prendere, una vita che non era la sua. Angela era diversa, non aveva addosso quell'aria pariolina che la famiglia voleva a tutti i costi trasmetterle. A lei dei soldi non fregava nulla. Lei era per le manifestazioni studentesche, lei era per le occupazioni della città universitaria, lei era per la libertà. Il padre non riusciva proprio a capire da chi avesse preso. Figlia di notai, figlia della Roma bene, figlia dei salotti romani più in vista, Angela era stata sempre per la semplicità. Lei andava in giro per Roma in Autobus (il padre l'aveva affidata ad uno dei suoi autisti), lei indossava sempre la stessa maglietta e le scarpe con i lacci perennemente sciolti (il padre le aveva riempito l'armadio tanto da farlo sembrare un magazzino della Rinascente). Com'era diversa, com'era migliore. Elizondo fischia la fine del primo tempo e... l'inizio della felicità. Angela ha sete; decide di abbandonare per qualche istante gli amici per raggiungere una fontana.
    Francesco era lì, vicino quella fontana, che fissava lo schermo, con lo sguardo assente. A 25 anni non riusciva a prendere una strada, a concludere qualcosa, ad investire se stesso in una laurea, un lavoro, un amore che gli regalasse futuro. "Se solo avessi la grinta di Gattuso!", pensava.
    Ma quella grinta, quel coraggio, quel "non mollare mai" Francesco credeva di non averli. Angela era arrivata. Dopo innumerevoli spinte si era fatta largo e stava per bere a quella fontana, quando qualcosa ruppe gli equilibri. Si guardano, niente di più. Il tempo di riempirsi le guance d'acqua e l'Italia è di nuovo in campo. La folla non permette ad Angela di tornare indietro. Francesco non guarda più il match e ad Angela di intravedere la palla non interessa più così tanto. Erano ormai spalla a spalla. 45 minuti per tentare un approccio, niente. Francesco non aveva il coraggio di rivolgerle la parola. Angela si sentiva strana, sentiva gli occhi addosso di quel ragazzo. Come era timido, pensava. Non voleva essere lei la prima a parlare. Finiscono i tempi regolamentari, niente. Italia-Francia 1-1, Angela-Francesco 0-0. Ci parlo, non ci parlo, iniziano i supplementari, mezz'ora di indecisione, si sentono morire. I rigori. Dai Francesco è l'ultima occasione, si continua a ripetere, diventando sempre più teso, proprio come quel Lippi, quel Gilardino, quell'Inzaghi, scalpitanti su una panchina tedesca. "Bella partita, vero?", esordio agghiacciante di Francesco nel mondo di Angela. Come era tenero e ingenuo, pensava lei. Pirlo... Goal! Esultano entrambi, le loro spalle si sfiorano, lei gli chiede scusa (di cosa?!). Materazzi... Goal! Si guardano e sorridono, lui arrossisce. De Rossi... Goal! Rotto il ghiaccio, esultando si abbracciano, "mi chiamo Francesco", "io... Angela". Del Piero... Goal! Sono ancora abbracciati, da prima. La tensione era alle stelle, Grosso posiziona la palla sul dischetto, guarda il portiere, ogni telecamera è sul suo volto, parte la rincorsa, calcia... GOOOOOAL!!!! Il cielo è azzurro sopra Berlino, dice qualcuno in TV.
    La folla è in delirio, si salta, si grida, si sventolano bandiere. Si baciano, come avrebbero voluto fare da svariati minuti: Francesco si sente morire, come Angela. Quella sera Cupido aveva il sorriso di Grosso. Per la prima volta Francesco si sentiva coraggioso, felice, spontaneo, si sentiva vivo. Angela non era più tra i comuni mortali, baciava un Francesco di cui non sapeva nulla ed era felice, incurante del futuro che la sua famiglia avrebbe voluto costruirle intorno. Quella notte fu indimenticabile. Passeggiarono per ore, si raccontarono, si amarono, beati, verso un futuro tutto da scoprire.
    Luglio, 2030. "Mamma, ma mi spieghi perché papà ti guarda con quegli occhi ogni volta che l'Italia segna?"

  • 22 novembre 2006
    All'orto botanico

    Come comincia: La settimana scorsa siamo andati in gita con la scuola in visita all’orto botanico con tutta la classe. Un’esperienza davvero bella, che se non avessi fatto sicuramente avrei rimpianto, e di cui raccoglierò i semi e i frutti.

     


    Già nel pullman eravamo tutti euforici e verdeggianti.


    Scesi dal pullman Carletto si è precipitato correndo verso il cancello dell’orto per guadagnare terreno, e noi tutti dietro di lui.


    All’ingresso ai due lati del cancello c’erano due piantoni che facevano da guardie e controllavano chi entrava e chi usciva dal giardino. Abbiamo visto di tutto e di molto interessante. Gli alberi erano divisi, ci diceva l’insegnante: da un lato quelli provenienti dall’oriente, dall’altro quelli provenienti dai paesi tropicali………e così via, perché sono razzisti e potevano diramarsi questioni.


    Tra le tante piante abbiamo visto le piante grasse, che rubavano i panini agli ospiti dell’orto: non riuscivano a muoversi e ogni giorno dovevano fare mezz’ora di cyclette.


    C’era poi l’albero genealogico: alzando la testa ho visto appeso il nonno, il bisnonno e poi più in alto dei puntini che non sono riuscito a riconoscere: saranno stati gli avi…..Ave Cesare, e dall’altro lato le ave….Ave Maria.


    I cactus quando passavamo cominciavano a prenderci in giro ed a fare delle battute pungenti su di noi: hanno preso molto in giro Mirino. Ci hanno talmente preso per il culo che i nostri culi erano pieni di spine e tutti bucati.


    L’insegnante ci ha fatto notare “ la poltrona della suocera”, una pianta con le spine, non a caso il nome. E non era un pesce né un filo della corrente.


    “Le Ammazza mosche” che non si facevano passare la mosca per il naso ed avevano i rami finenti con palette bucherellate.


    C’era un albero con tante finestre ed un cartello appeso con tre stelle: era un albergo!


    Il custode era un uomo arzillo nonostante anziano, che aveva trascorso la intera vita li dentro, prendendo il posto del padre quando era morto, praticamente ci aveva messo le radici.


    Mirella stanca di camminare ha pianto per un bel po’, ma poi la maestra le ha detto: ”Piantala!” e ci ha fatto prendere una pausa: ci siamo fermati al bar dell’orto e ha ordinato per tutti una Millefoglie…..


    Mentre camminavo sono finito con i piedi in una pozzanghera situata al fianco di un salice piangente che era lì tutto solo. Era stato abbandonato dalle altre specie di alberi perché ne avevano le palle piene: si era creato attorno terra bruciata che non prendeva più! Era stato piantato in tronco anche dalla sua fidanzata Rosalina, una delle piante grasse che andava in bicicletta.


    Ma c’era anche un albero bello, attorniato sempre da tante piante e da una cerchia di suoi fedeli che si facevano chiamare i Trulli. Poi c’era un albero davvero gagliardo, un albero tosto “con le palle” che si faceva rispettare dagli altri, ma in fondo buono, tanto che portavano sempre regali ai suoi piedi: era l’albero di Natale.


    C’era un albero che stava sempre appiccicato agli altri, non voleva mai stare solo e sentiva il bisogno di legarsi…..era l’albero della colla.


    Le ragazze avevano voglia di qualcosa di buono, come dolci e caramelle e andarono verso l’albero della cuccagna.


    Giungemmo all’albero della carta con appesi ai rami i fogli A4 e l’insegnante ci fece fare un tema. Poi raccogliemmo un po’ di carte e facemmo una partita a ramino.


    Più avanti un Pino che ci indicò dov’era l’uscita, ma seguendo le sue indicazioni ci perdemmo. Doveva essersi sbagliato o ci aveva detto una bugia. Fummo distratti a un certo punto da due alberi, uno grande e uno piccolo a fianco: il grande lo rimproverava perché aveva fatto sega a scuola. Degli alberoni che discutevano sulla scena tra madre e figlio che scrivevano e parlavano di filosofia. Casinisti erano anche le o i piantagrane che creavano casini e litigavano e facevano litigare gli altri.


    All’improvviso venimmo assaliti da una puzza ed erano le piante dei piedi.


    Visto che l’orto era grande e ci perdevamo e non trovavamo l’uscita perché Pinocchio ci aveva preso per i fondelli, il custode ha dato ad ognuno di noi una piantina, con la raccomandazione di annaffiarla spesso.


    Mentre cercavamo l’uscita una foglia morta si posò sul sedere di Ada.


    Din don dan di Campanule e Campanelli…..Din Don Dan! C’era una chiesa con delle piante che dovevano sposarsi e attendevano i futuri mariti, “i pianti”che di lì a poco arrivarono emozionati e con gli occhi lucidi. Le coppie andavano a vivere in una casetta lì vicino. Entrammo a pian terreno, un piano pieno di sabbia. Nella casa erano alcune piante che a tavola impugnavano forchetta e coltelli e mangiavano la carne; altre piante un po’ più maliziose preferivano il pesce.


    Ci siamo sdraiati nell’erba e poi una volta alzati eravamo un po’ confusi e felici come quando ci consolava Carmen, una delle nostre insegnanti più buone. Passò poi una donna in bicicletta con dei fiori in mano che pedalava spedita come una cartolina.


    Le mie compagne Rosa e Margherita erano molto affascinate dai fiori del bosco.


    Il bar non aveva niente di vegetariano e Cecilia rimase male perché il professor Marameo le aveva detto che l’insalata era nell’orto. E sfiga quel giorno si era anche ammalato l’ortolano che girava tutti i giorni nel giardino.


    Ci passò dinanzi una pianta un po’ vanitosa, La Bella di notte, che essendo mezzogiorno era un cesso.


    Stanchi ma contenti in quei giardini di marzo e un uomo gridava gelati; ma stando tutto il tempo lì al verde i nostri soldi erano già finiti e ce ne dovemmo andare.


    Uscimmo dal parco rinvigoriti e rinverditi e tornammo a casa felici come dei tronchetti della felicità ed allegri come dei girasoli.

  • Come comincia:

    I
    Cammino spesso in mezzo alla gente pensandomi altrove.
    I sogni ad occhi aperti sono inventori di realtà sopra la coscienza e molto più audaci di quelli fatti nel sonno perché non cercano riparo nella gola profonda della notte ma reagiscono alla luce.
    Ho costruito un infinito tutto mio, tanto ridotto da tenerlo chiuso in palmo di mano.
    E quando lo scruto mi disegno costellazione, mappa di stelle in un’eternità d’ombra, piccola donna in mezzo al suo cielo.

    II
    Ad un tratto avverto il peso di sentirmi estranea e mi sorrido come si sorride ad uno sconosciuto di passaggio.

    III
    La notte. Preferisco la notte. All’ombra di tutte le cose, vedo meglio tutte le cose.
    Le case, i vecchi alberi della pineta, il gatto accoccolato sul davanzale di fronte, la ragazza che passeggia per strada, i volti. Tutto mi appare più chiaro. Persino i miei stessi pensieri hanno diversa consistenza nell’oscurità. Riesco a dargli una forma e uno spazio che il giorno abolisce.
    Fisso il soffitto ed ecco nuvole, uno sguardo alle pareti e sono mare. Questo per me è l’evidente. Vedere laddove non si sarebbe mai guardato.
    Immagino la mia vita un naufragio continuo nella solitudine delle stelle se solo il sole non le nascondesse ad ogni alba sotto il suo talamo d’oro.
    Ah, la notte. Come preferisco la notte!

    IV
    Oggi ascolto la pioggia. Ne imparo il linguaggio. Ogni goccia che invoca di cadere al suolo è un po’ di cielo che si stacca per non morire solo.

    V
    Sull’amore. Quante pagine sprecate per amore! Non ne parlerò come altri prima di me. L’amore è solo amore. Non dovrei giudicarne natura e fatti.
    Soltanto il dolore è da condannare perché il più noto giustiziere di tutti gli amanti.

    VI
    In un angolo del mio ufficio mi sono inventata a misura di quegli impalpabili movimenti di sogni che si agitano sulla soglia dell’essere. E sono stata altro.
    E ho permesso a tutti gli estranei miei coinquilini di vita di divenire altro.
    Mi sono sdoppiata per vedermi come non voglio essere e andare libera dove volevo abbandonandomi laggiù per qualche istante.
    Ho creato mondi durante la mia assenza che in questa presenza fatta di carne e di vuoto non raggiungerò mai.
    Ma in ognuno di loro mi sono guadagnata un posto d’abitare quando fingo di non essere io.

    VII
    Se non soffrissi di malinconia come di un comune mal di testa non potrei scrivere molte delle cose che scrivo. Ho cura di tutto ciò che è stato come di un amore che minaccia di restare solo e continuo a farmi ritratti di parole su fogli rubati distrattamente, dove capito.
    Non si comincia mai qualcosa partendo dal passato. Per questo ho comprato un diario che non aprirò né oggi né domani.

    VIII
    Stasera la luna ha partorito un nuovo sognatore che, come tutti i sognatori, la sospirerà sempre per non conoscerla mai.

    IX
    Ho sempre creduto che le farfalle fossero pensieri. Pensieri mandati da qualcuno in cerca di qualcun altro. Così, quando una di loro oggi mi ha seguita per tutto il cammino, perfino la solitudine che mi accompagna ora dopo ora si è fatta donna in carne ed ossa capace di prendermi per mano.

    X
    Non resterò qui a lungo.
    Amo cambiare città come il tempo l’umore, le stagioni l’abito. Essere troppo presente in uno stesso posto mi fa sentire unica, mentre io mi riconosco multipla.
    Ho tante di quelle persone dentro di me che spesso mi scopro “folla”. Un gran chiasso di gente dalle tante identità desiderosa di farsi conoscere. Non potrei né per decenza né per educazione evitare di lasciare i luoghi o le persone che incontro.
    C’è qualcosa che mi parla d’autunno alla finestra. Forse un colore, uno scherzo del vento tra i rami, una foglia che danza nell’aria, la notte che precede più rapida il giorno, un bambino che ha smesso di giocare.
    No, non resterò qui a lungo. Mi cambio identità come la terra la pelle.
    E tra questi fogli rubati distrattamente, dove sono capitata, lascio le ultime tracce di me e della sconosciuta che sono.

  • 21 novembre 2006
    Tumtumm

    Come comincia: Tumtumm……………… Tumtumm………………Tumtumm………………..

     


    1000 profumi, 1000 volti, 1000 nazioni, 1000 emozioni… tutto racchiuso in una strana scatola in movimento.


    Quante storie, quante gioie e quanti dolori, quanti pezzi di vita che mi fluttuano accanto. Un ragazzo con l’orecchino in giacca e cravatta, un vecchietto in pantaloncini e calzettoni, un bambino con i libri di scuola ed uno con lo skate, una donna che sembra un uomo ed un uomo che sembra una donna, o magari lo è, un ragazzo di colore, una signora asiatica… Insomma: la vita nella sua stranezza e nella sua molteplicità, la vita che viaggia con me nella metro delle 8 meno 10!


    Entra una ragazza con il burka: avrà più o meno la mia età. La guardo. Mi guarda. In un attimo immagino la sua storia così lontana dalla mia e in un attimo mi accorgo che almeno per quel momento, almeno tra quei sedili, almeno in quel piccolo mondo che viaggia sulle rotaie roventi alle 8 meno 10 del 14 giugno 2006 io e lei stiamo vivendo esattamente lo stesso pezzo di vita.


    Strani pensieri. Idee bizzarre. Vedo una mamma che abbraccia il suo bambino. Penso alla mia. Lontana. Penso ai suoi occhi azzurri che mi fissano dolci, rassicuranti. Penso che mi manca. Mi manca averla accanto quando il mondo mi schiaffeggia. Mi manca averla accanto quando la gente è troppo crudele con me e mi butta a terra, e mi calpesta…


    Tumtumm……………… Tumtumm…………… Tumtumm………………..


    La metro continua a viaggiare incurante dei miei pensieri. Gli sguardi si incrociano, le teste si abbassano, la gente si scruta. SILENZIO.


    Una vecchietta fa difficoltà a d entrare. Si siede, stanca. Assomiglia a mia nonna che ormai non c’è più. Penso alla gente lontana, a quelli che ormai sono in un mondo parallelo, più grande e più incomprensibile del nostro. UN BRIVIDO. Momenti lontani mi tornano alla memoria, riesco a sentire profumi che se ne erano andati con lei…emozioni forti, ma BASTA!


    La porta scorrevole si apre. La gente esce ammassandosi l’un l’altra. La mamma corre via tenendo per mano il piccolino, probabilmente in ritardo per qualche appuntamento. La ragazza con il burka sparisce tra la folla e la nonnina si ferma per il timore di essere scaraventata a terra dalla calca impazzita. Il piccolo mondo della metro delle 8 meno 10 scompare… così… in un attimo, come in un attimo si era creato. E sopra… lassù… in cima a quella scalinata mi aspetta il Mondo Vero, quello che a volte sembra troppo grande, quello che spesso spaventa, quello che sa essere tanto meraviglioso, quanto crudele. Al di sopra delle rotaie c’è la Vita che ogni giorno mi riempie di emozioni indescrivibili. La vita che scorre veloce ed intensa come la metro delle 8 meno 10!

    Tumtumm……………… Tumtumm…………… Tumtumm………………..