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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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elementi per pagina
  • Come comincia: Al primo strappò i muscoli del petto con tenaglie arroventate prima di stritolargli il cuore a mani nude. Mastectomia.
    Il secondo fu atrocemente ingoiato da fiamme incandescenti che sorgevano dal suo corpo, tra gli sguardi esterrefatti degli amici con cui era uscito a far baldoria. Forno.
    Una donna fu la terza. Si svegliò nel cuore della notte, legata al letto da catene nate dal nulla. Un’ombra le introdusse tra le gambe qualcosa di freddo e massiccio che lentamente cresceva all’interno della sua vagina fino al punto in cui il dolore non fu più sopportabile. Sentiva le sue intime carni dilaniarsi e il sangue caldo scorrerle sulle cosce. Quando lo stesso strumento le fu spinto con violenza anche nella gola, capì che non avrebbe visto l’alba. Pera.
    Lo avevano avvisato con una circolare: Oggetto: derattizzazione. Nel suo cimitero? Impossibile! Com’erano finiti i topi lì? In ogni caso gli ordini non si discutevano se voleva continuare a lavorare come becchino. Derattizzazione. Il mattino seguente avrebbe risolto personalmente il problema, non doveva far altro che mettere trappole un po’ qui e un po’ là e poi affogare i topi in un secchio d’acqua come aveva visto fare a suo nonno anni addietro. Si coricò nel proprio letto quando: "Squit!" - aprì gli occhi. "Squit!" - Si alzò dal letto. Squit! Fu una sentenza di morte. Lo aveva dentro... il topo. Lo sentiva dimenarsi all’interno del sedere. Si toccò e non trovò alcun orifizio: l’ano gli era stato cucito. Il dolore straziante ebbe fine solo quando l’animaletto, aprendosi un varco tra le viscere, trovò una diversa via d’uscita: la bocca. Topo.
    Bellezza stava completando la propria vendetta dopo un’attesa di ottocento anni. Stava uccidendo i discendenti dei suoi inquisitori, quegli “uomini di Dio” che le urlavano Strega! mentre bruciava sul rogo dopo aver subito indicibili torture.

     

    4° Posto Concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2007 - edizione VI

  • 19 dicembre 2007
    Raccolgo

    Come comincia: Le rane  le ho trovate tutte sul Po.
    Con nuovissimi usignoli che rimandavano il canto da un pioppo all'altro nella notte profonda.
    Di parole sconosciute, braccia lunghe come la sera che non finiva mai, sui greti ghiaiosi, della umida solitudine degli ultimi stralci di pianura.
    Antica come il paraocchi marcio dell'ultimo cavallo da tiro, tra la melma dell'ultimo casale diroccato, sulle balle di fieno secche e ancora gettate là per le bestie,  rotte di forconi arrugginiti.
    Raccolgo.
    Immagina le piogge invernali che non finiscono mai (ma quando smette) e  le rane sempre là a gracidare sui greti e da milioni d'anni a scambiarsi opinioni.
    Che chissà dove sarà morto quel cavallo enorme, sepolto tra i suoi crini lunghi e sudati e gli zoccoli consumati e il mio cuore consumato e pieno di brividi, che allungava ombre notturne anch’esso.
    Caldo.
    Umido di discorsi così nuovi e vecchi di storie inventate,occhi che indagano sui sentimenti che restano tra i passi lenti della gente di pianura, tra le storie torbide di amori controversi e violenti della gente che lavora troppo.
    Ancora le bestie che ruminano e che si sentono nelle stalle silenziose e sapide anch'esse di melma.
    Raccolgo.
    Gracidano tutte lì le rane che finiscono nei piatti di minestra, che finiscono nella mia  illusione che il tempo sia tornato indietro per un attimo io rida di nuovo spensierata.
    Raccolgo.
    Notte profonda con le spalle attente al canto del cigno, ai miei capelli che sprecano onde di carezze, sulle sponde del fiume lento e frusciante come la mia gonna. E il tintinnare di una cavigliera improbabile che gioca con le dita sulla caviglia sottile  stella luminosa per la  rotta dei naviganti, coperta di nuvole nella speranza che l'umidità diventi pioggia.
    Ancora pioggia.
    Dimentico le rane e gli usignoli.
    Spendo racconti che tacciono per risentire i gorgoglii della mia terra di pianura.
    E le rane e le biciclette silenziose tra le vie strette, che si perdono tra le masserie.
    Raccolgo.
    Molle di trattore e catene di cane.
    Raccolgo.
    E le rogge gelate invernali con le donne con lo scialle in testa, che all'alba s'alzano e vanno anch'esse alla stalla gelida, scaldata appena dai fumanti fiati della vacche da mungere.
    Raccolgo.
    Che non sai che sapore che ha col sugo del brasato che va, nelle cucine linde per ore, col figlio maschio che dorme pensando alla sorella, che chissà chi la corteggia, ci faccio vedere io.
    Gente di provincia gente di sangue, caldo, per tutto il freddo bestia che c'è otto mesi l'anno e gli altri un caldo umido insopportabile.
    E il Barbera caldo bevuto nelle tazze bianche di noi ragazzi di buona famiglia di città, che allegri non sapevamo niente di tutto il lavoro bastardo dietro alle stalle immense.
    Raccolgo.
    Alle mani pesanti, alle braccia che non ne puoi più, alle donne ruvide, ai figli che aumentano.
    Ed io torno ai miei sedici anni, che non ne sapevo niente della pianura padana, ma come un colpo al cuore ti entra come un coltello affilato e non te lo togli più.
    La nebbia davvero si respira tutta insieme, davvero e giocavo a  resistere senza tossire.
    Qualcuno ha avuto questo potere, magico gracidare di rane che piovendo dal cielo e riempiendo strade e chiese e spiagge e cieli neri dal greto del Po, volando come il solitario amore  fa di solito nei sogni di adolescente, planando e tornando indietro, gracida ancora tra le rane, tra i pioppi mossi dal vento di notte sulle sponde.
    "Vuoi prendere paura…?”
    Non presi paura, o forse sì, nel correre all'indietro come l'uomo che venne dal futuro sulla macchina del tempo. Lanciata nello spazio, proiettata come un missile dal circo della donna cannone.
    Messa sul sellino della scopa per volare nel cielo di notte.
    Proiettata all'indietro come nelle fiabe.
    Come il Colombre del racconto di Dino Buzzati vagavo di notte immensa e placida, come un Babau, come l'ultima innamorata, come l'ultima delle stelle che pian piano viene coperta dalle nuvole lattiginose, che 

     

    E tolga questo caldo.
    E faccia tacere almeno per un attimo tutte queste maledette rane.
    E speriamo che domani almeno piova.

  • 19 dicembre 2007
    Fuori dal tempo

    Come comincia: Ero in giro da più di un'ora. Mischiato alla gente godevo della mia solitudine, camminando a passo spedito come uno che sa dove andare. A volte mi fermavo, come attratto da qualche cosa di veramente importante, per poi riprendere quasi subito con maggior lena. Mi ritrovai così all'improvviso in una enorme largo, incredulo, come a Venezia in piazza San Marco uscendo da una stradina laterale. C'erano ampi spazi verdi e gente tutt'intorno che passeggiava con aria da pomeriggio domenicale. Dall'altro lato, celato in parte dagli alberi, un tempio senza età richiamò la mia attenzione. Decisi di avvicinarmi, attratto dall'insolita presenza. Presi così a fare un ampio giro, un po' per evitare la zona più affollata e un po' per osservare meglio la mia meta. Avevo quasi raggiunto il misterioso tempio quando incontrai me stesso. Ero seduto su una panchina, con la testa tra le mani, vestito come se fosse estate. Mi sedetti anch'io. - Non hai freddo ? - mi chiesi, premuroso. Ignorando la mia domanda mi dissi - Ascolta. Non senti... ? - Dal tempio una voce, come un canto, vinceva a tratti il rumore della piazza. Percepivo parole e brevi frasi, come frammenti d'un antico scritto scampati alle ingiurie del tempo. - Perché non entriamo ? - mi chiesi. - Non ora. Non è tempo. Non è più tempo. - mi risposi, scuotendo la testa. Pensai che per noi quel tempo non sarebbe mai venuto. Mi conoscevo fin troppo bene: sarei rimasto lì ancora per molto, sospeso tra un passato che non è più e un presente che non è ancora, preso da un mistero volutamente non svelato. - Vado via – dissi alzandomi – Ma tu resta pure se vuoi. Nessuno noterà la tua assenza, almeno fino a quando ci sarò io a fare la tua parte. - Me ne andai senza avere risposta. Neanche un cenno. Ripresi a camminare a passo spedito. Nella testa ancora quella voce, come un canto.

  • 19 dicembre 2007
    Balene

    Come comincia: Quei profondi raggi di schiuma attraversarono il mormorio stupefacente di quel suono terreo, maldestro planare  di un astronave gigante, vagabondare di  notturni, nel grido sottile e acutissimo, straziante sogno bluastro ed enorme, attraverso chilometri d'acqua ottenebrata.
    Volarono uccelli marini e gelatinosi incubi di  forme lattiginose, segno di spazi infiniti, laddove comete abissali ripetevano il segno del destino, continuando a indicare laddove il pensiero crea tutte le nostre  mistiche illusioni.
    Stratiformi orridi e bellissimi coralli, affondati nelle  gole, tra gli ostili pezzi di antiche civiltà, sorpresi a dialogare di quella nostra umanità affondata e dimenticata.
    Lontani dialetti e colpe.
    Lontani furono i discorsi e i pensieri.
    Lontani e inascoltati i ragionamenti.
    Lontani  gli amori e i coltelli. Superfici inutili, leggeri come l'olio che galleggia tra i ghiacci quando si stringono nel prossimo gelo, dove  venti polari atterreranno con gemme preziose di neve.
    Lontani i discorsi e le parole, che furono portate  nel  fondo immenso e doloroso degli abissi stupefacenti.
    Insieme alle vibrazioni dei suoni e delle musiche. E del pensiero.

     

    ----

    Ruotò la coda enorme e affondò lentamente. Sbatteva il suono profondo della massa solitaria sull'acqua immobile, lanciando messaggi desertici, poi puntò  il fondo stridendo ultrasuoni complessi  e lunghissimi.
    Spegneva  pian piano la luce di superfice, nel silenzio dell'aria, immersa nel canto articolato e millenario.
    Scendeva la penombra serale nell'occhio sapiente che vagliava  attento il percorso stellare, affondando quieto nella massa nera oceanica, illuminata di magica luce planctare.
    Come fa la notte in noi.
    Sorprende ora il lontano apparire confuso di una certezza, volando tra le acque nere, tra corpi leggeri in lontanza, sfocati come le logiche del pensiero, sospese nel tempo incenerito e disciolto, polvere liquida tra le pinne giganti.
    Ruotarono incantate attorno a me altre balene immense, cantando.

  • 17 dicembre 2007
    Sforzati di ricordare

    Come comincia:

    Sforzati.
    Di ricordare.
    Ricorda l’odore di polvere e morte, ricorda le rinunce pur di non chiedere il pane per strada. Ricorda le orecchie ritte a cercare il sibilo del prossimo attacco, il gemito lento dei morti in agonia.
    Le lettere a fiumi nella gelida attesa del non rivedersi, un futuro fatto di fiati e di fumi mai spersi. Ricorda. I suoi occhi celesti oltre l’ombra dei lampioni la sera, le sue mani sottili che accarezzano svelte il grembiule. Tegami pesanti che per sollevarli dal fuoco bisogna essere in due. Odore di burro e cipolla, ragnatele incollate sui muri come il tempo che resta addosso ai vestiti; i legumi che vanno nascosti per quando non ce ne saranno da mettere a tavola.
    Il sole ha raggi lunghi ma tiepidi ancora. Tu sei sotto il più grande cipresso del cimitero e aspetti sua madre oltre il grande cancello. Oggi sono due anni che lei se n’é andata. Qualcuno ha deciso che non era forte abbastanza per attraversare una guerra.
    Sua madre attraversa la strada brecciata arrancando sotto il peso del dolore ancora non smorto. “Dovresti sposarti, e dare a tua figlia il suo nome”, é la prima cosa che dice prima di guardarti nel volto. “Se non lei, nessun’altra” è quello che dici. I giorni sono passati senza onore né gloria, le stagioni hanno solcato il tuo viso senza chieder permesso; hai abbozzato un ritratto a memoria, con le mani ruvide e tozze, ma non contento di te lo hai gettato nel mare. Il resto è duro silenzio, angelica quiete, sulfurea tempesta che non ti fa dormire la notte.
    Ricorda. Il senso di lei farsi spazio nei giorni a venire. Le giornate passate a studiarsi nel mercato in di piazza, i saluti formali e il berretto per terra. Le presentazioni e gli sguardi, guance rosse per tanto pudore. “Hai sentito se?” “Conosco suo padre” “Non si potrebbe?” Le frasi a metà attraverso le persone sbagliate. Finalmente “un presente per lei signorina”, e un prosciutto atterra sulle scale di casa. Lei spia dalla tenda, i suoi sono fuori; tu cerchi il suo viso sperando di cogliere un segno.
    Il segno arriva insieme a Natale, quando il silenzio diventa parola e la mano viene concessa. Incontri al suono dei ferri, il bianco merletto riflette parole che ti vergogni a pensare, gli occhi si spingono dove nessun uomo ha mai provato ad osare. La promessa comune infine è un suggello, sigillo incantato ad un sogno d’amore, un ramo di vischio sotto l’arco del cuore. I segreti ora viaggiano in corsia preferenziale, tra un uomo e una donna non c’è più nulla di male: avete progetti e monete, fiducia e speranza; la madre già piange, il fervore è già grande.
    D’improvviso l’oscuro, il pugno si stringe: un richiamo serrato si fa strada al mattino. La guerra è alle porte, l’Italia non finge.
    Sforzati. Il dolore del fronte senza scelta né amore, l’impaziente passare di giorni e di ore. Ricorda te stesso cercarla nel pulviscolo di guerra e nella morte, pregare il dio della guerra di farti tornare. Progetti su carta, “ti aspetto paziente”, “ti penso e ti adoro”; un palpito immenso in attesa di baci. Tu sogni carezze, il suo seno piacente, quel modo pacato di starti a sentire; di notte ogni tanto rivedi nel buio il giardino e il suo cane, un dolce segreto si fa spazio nella tua mente. Abbandoni la testa sul legno del letto di guerra e guardi il soffitto creparsi d’invidia, per quell’amore battente che lasci e che perdi in un’amara follia.
    Dietro alla porta a te così nota però accade qualcosa che mai più ti consola: c’è un’ala bastarda che mentre tu sogni se la porta lontano; un’aria malsana che mentre le incendia i polmoni ti guarda, sogghigna e le tira una mano.
    La guerra è finita e lei è stesa sul letto, il corpo non caldo: la cera si scioglie e goccia per terra i tuoi giorni a venire. Hai lo sguardo fisso nel vuoto e non riesci a vedere; le orecchie piene di un grido, e non riesci a sentire.

    *

    La musica s’acquieta in questa sala di pietra, rallenta il suo corso e assottiglia la nenia. Le tue dita si avvolgono lievi sul ripiano di corde, gli occhi rapidi volano a picco sul desco imbandito, il tuo cuore individua quell’uomo che lo ha per un giorno rapito. Non è permesso avere passioni nel tempo di arpe e dragoni, non c’è spazio per amori e progetti in battaglie e clangori.
    I tuoi capelli hanno un velo di raso e un cappello leggero, il tuo abito è il panno cangiante di un grande veliero. Dal tuo canto accompagni col canto e con l’arpa  il desinare dei ricchi, mentre un cane lisciato ti scodinzola attorno cercando per caso qualche pasto avanzato.
    Tu canti leggera e l’estate non torna. Tu canti e lo guardi, e l’amore trionfa.
    E’ successo un bel giorno di gelo invernale, tu provavi altre note del tuo canto abissale. Eri voltata di spalle all’ingresso ormai vuoto; gorgheggiavi serena pensando a quell’uomo. D’improvviso le spalle afferrate e bloccate, la sua voce che squarcia le brame non confessate. Non è sesso ma amore quello che vi giace su un unico letto; è melodico incanto a sfiorarti leggero la pelle sul seno diletto.
    Tra le dita il padrone ti tiene come fossi di seta, tu tremi d’amore quando incroci  i suoi occhi. I sospiri si fanno a tratti più intensi e il suo corpo è un mantello che più non ti scordi.
    Eppur non c’è spazio nell’Evo di mezzo per sogni e pudori del cuore che soffre. L’amore è un lusso a cui chi suona le arpe non si può dedicare; tu resti nell’angolo a guardare il tuo uomo e a voler ricordare.
    Poi lei. Riconosce nel grembo il frutto rubato. Ti guarda negli occhi e comprende l’amore insidiato. Il sole è freddo e l’estate non torna, lei legge nei gesti qualcosa d’errato; il suo uomo è assorto in un magico assolo e lei non riesce a varcare la soglia di quegli occhi di giada. Tradito il suo patto ma soprattutto l’orgoglio, non accetta che l’erede arrivi dal caso ed escogita un piano per riavere l’amore. Oppure illusione.
    E’ notte e tu sogni il tuo palpito arcano; nel buio il ricordo è un bene assai raro, di cui ormai nutri la tua mente maldestra. Le tue mani lo cercano lungo il lenzuolo, gli occhi chiusi lo vogliono al buio; incosciente parli di lui anche se non sei desta.
    La porta si schiude e tu non la senti; il fruscio ai tuoi piedi non forza i tuoi sogni. Un vento leggero ti accarezza i capelli; ti giri di lato e l’inganno si compie. Rapida e sveglia la donna si sfila le perle dal seno e le cela malfide fra i tuoi tessuti vezzosi; richiude il cassetto con uno scatto felino e lesta e indolente si allontana nel buio. Tu non fai che socchiudere gli occhi, sospirare un istante e tornare a sognare.
    Poi quando il mattino ti sveglia sornione la luce riscalda il tuo talamo vuoto, e i passi ormai noti di serve e di cuoche ti dicono a che punto si è con la colazione. Questo sole ti accoglie con un sorriso radioso, tu ignara ti vesti e raggiungi il resto del mondo.
    Il sole compie il suo giro e la giornata va avanti, ma prima ancora che tocchi il terreno la tua pena ti è innanzi.
    Sforzati di ricordare. Il ghigno impietoso nel suo sguardo bugiardo. La mano nervosa fa bella mostra delle perle scomparse, il dito d’accusa sta indicando la tua fronte innocente. Ricorda il lampo di odio partire e trafiggere il tuo cuore nascosto, mentre con parole gustate lei ti chiama ladra e furfante, rapinatrice di gioie. Tu non credi ai tuoi occhi e capisci l’inganno. Il tuo signore è assente e non esiste clemenza; prima che il sole tramonti devi lasciare la stanza. Devi lasciare il tuo mondo.
    Un ultimo sguardo alla casa e la mente è confusa; il pensiero che non esiste stagione che vi vedrà insieme di nuovo; il pungolo sottile nel cuore che ti dice che mai più riavrai quegli occhi di giada. Neanche un saluto, uno sfiorarsi discreto. La certezza che mai più il suo odore impregnerà le tue vesti, né più il suo sguardo ti cercherà al di là dei suoi servi. Il pensiero di lui che tornerà nel castello senza te ad aspettarlo opprime il tuo cuore più di cento promesse non mantenute. Il terrore del ricordo sbagliato in cui lui amerà il tuo grembo ignaro è più vitreo e tragico di qualsiasi futuro.
    La mancanza dell’addio finale marchierà per sempre anche il giorno più duro.


    *

    E adesso, sforzati di ricordare.
    Nei rumori di voci e bicchieri e il locale che traspira di luci e sudori, cerca di ricordare. Lei ti accarezza la mano e ricambi con un bacio leggero sul braccio, le parole ti arrivano sepolte dai fumi di una sera speciale. Voi due con il tuo gruppo di amici, un sabato sera che sa come tanti di risa e di umori. Lei è leggiadra e sorride, tra pochi mesi tua moglie. E’ lucente, splendente; un fiore che cresce anche con un raggio di sole.
    Poco più in là il tuo amico più caro, suo fratello che un poco gli siede lontano, due altri tuoi amici e le loro ragazze, ognuno intento a parlarsi di glorie e disfatte.
    Lei ti resta accanto pacata e sincera, nell’armadio è già pronto il vestito di seta: è candido e rosa e ha dei boccioli di tulle; promesse del cuore che la dicono lunga sulle gioie passate. La vostra casa vi aspetta e così gli invitati; questo sabato sera è tra gli ultimi fiati di una vita comune con pochi pensieri.
    Se ti sforzassi ora un poco sarebbe tutto più chiaro. Lei ti sorride e ti tiene ancora la mano. Ascolta rapita le cose che dici, ride insieme a te e ai tuoi amici. E’ così raro che lei sia tranquilla e serena, e con il gruppo condivida la cena; tu la guardi negli occhi e ti appare come un’altra persona; la guardi e ti chiedi chi tu abbia conosciuto finora, se cambierà o se resterà sempre così uguale; quale sia il lato in mistero che non ti abbia ancora svelato.
    Eppure se guardi ti accorgi che dietro di lei non c’è ombra alcuna: quello che vedi è il fremente tuo amore che è saldo e sincero nel tempo presente. Ma se guardassi un po’ a lato vedresti che dietro il bancone una giovane donna si muove lesta e discreta, le mani sottili che accarezzano svelte il grembiule. I suoi occhi celesti che scorrono sopra le teste,  vassoi pesanti che per alzarli bisogna essere in due. La sua curva del collo dovrebbe bastare e invece non vedi che il tuo sogno lontano si potrebbe avverare. Tu non senti il tuo cuore battere al di là dei rumori, non ti accorgi che la pelle si fa più irta e spinosa quando lei vi porta le bevande richieste. La tua quasi moglie brinda con te e non sapete che intorno c’è chi c’era ancor prima; una vita tornata a riscattare il passato, un amore che unirebbe ciò che è stato spezzato. Un rimettere tutto in suprema discussione, decidendo se sciogliere o meno un dolore che l’anima si trascina dai tempi scordati.
    Ma tu non la guardi perché accanto hai il tuo angelo caro, o almeno così ora credi. Non capisci che hai il batticuore perché nell’aria c’è qualcosa di te che non sai decifrare; non pensi che quello sguardo un po’ opaco abbia ceduto alla guerra e non ti abbia aspettato; che quei gesti veloci e consueti nascondano carezze e contatti sepolti nella tua tomba; che solo stasera hai l’occasione di avere una giustizia al di là delle leggi del tempo e della ragione.
    Lei ti sfiora la mano di nuovo e beve la tua birra ridendo; tu distogli i pensieri da quello strano magone che sentivi salire pian piano lungo la gola per scendere in pianto.
    La ragazza torna dietro il bancone e tu non sai di avere per sempre rinunciato al sogno più grande che ti era stato infranto.

    *

    Sforzati, e forse ricorderai.
    Ricorda tra i rumori e le forti risate che l’odore che senti appartiene ad un’altra estate.
    Sforzati, amica mia cara, e mentre gli sfiori i capelli come fossero corde di un’arpa ascolta il sussurro che ti entra nel cuore. Il tuo quasi marito sorride con te mentre rubi la birra, la ragazza del bar ha appena lasciato un vassoio pesante. Qualche amico per bene e il sabato sera è già organizzato, stasera sei allegra e non ti va di farlo stare imbronciato. Decidi per questo di ignorare lo sguardo con la ragazza occhi-azzurri e non vedi l’apparente sussulto che lui ha avuto al suo comparire e a cui lei ha risposto abbassando lo sguardo. Perciò per adesso distogli anche tu i tuoi occhi di pietra e per caso ti incontri con quelli distratti di un uomo seduto all’angolo opposto del vostro nido d’amore. Nel vederti anche lui si è bloccato d’istinto e non finge di avere una particolare attenzione. Tu lo guardi un istante e hai smesso di respirare. I suoi occhi di giada ti colpiscono nel punto in cui ti fa più male. Neanche il tuo sposo ti ha dato mai prima una dolore così intenso. Non ti spieghi la strana sensazione che hai dentro, e continui a fissare quest’uomo di cui ti sembra persino di sapere l’odore. Il suo modo di fare ti ricorda una musica e nascosti sospiri; tra i tavoli in legno rivedere la legna sui muri e un camino già acceso non sembra poi un così grande miraggio; lui ha gesti sicuri che ti parlano di un tempo lontano da adesso, in cui il vetro non separava la pioggia dall’uomo e un drago non era invenzione. Chissà di dov’è quel tipo un po’ strano che veste in jeans e in maglione felpato, chissà se ti guarda perché lo guardi anche tu e se anche lui ha questi ricordi insolenti di un tempo passato. Magari se ci parlassi anche un poco scopriresti che ha molti lati in comune con te, e capirebbe forse certe cose più in fretta di come accade alle volte con chi sta da più tempo con te.
    Magari quell’uomo legge molte più cose tra i tuoi occhi e le mani come se fossi di seta. O almeno così pare guardandoti dritto senza muri o parvenze di creta.
    Un batticuore segreto, un pensiero che attraversa il cervello. Come sarebbe lasciare tutto quello che hai, per scoprire in lui che cosa è celato? Il suo sguardo ti dice che per te farebbe lo stesso: una condanna comune di qualcosa non detto.
    La ragazza occhi-azzurri è tornata al bancone, da lì è sparita dietro un grosso barile. Il tuo quasi marito ti guarda e sorride; tu torni al reale, e tutto il resto è infantile.

  • 17 dicembre 2007
    La candela spenta

    Come comincia:

    Il 19 aprile 1774, alle cinque e mezza del pomeriggio, il grandioso teatro dell’Opera di Parigi mandò in scena la prima di Ifigenia in Aulide di Christoph Willibald Gluck. Nel palco d’onore il conte e la contessa di Provenza, la duchessa di Chartres e di Borbone, Luigi Augusto e Maria Antonietta e accanto a lei la principessa di Lamballe, sua amica del cuore, tanto pia quanto buffa, col naso a patata sotto un’acconciatura a grattacielo.
    -  Angelo mio – la Delfina in apprensione le prese la mano - speriamo vada tutto bene… qui sono favorevoli all’opera italiana… Gluck si batte contro questa moda, utile solo ai virtuosismi dei cantanti…
    -  Non c’è motivo di temere… - la tranquillizzò la Lamballe -  dicono che si sia convertito a Gluck persino Jean Jacques Rousseau…
    - Mmmh, di filosofi e enciclopedisti non mi sono mai fidata…
    - Questa volta dovete farlo per sconfiggere Piccinni e la du Barry…
    - Silenzio! Comincia… tra cinque ore e mezzo sapremo – le zittì il Delfino, riferendosi alla durata dello spettacolo.

    Ma non ci fu bisogno di attendere. Sin dall’ouverture gli accenti tragici di Agamennone, padre e sovrano disperato, che implora Diana di risparmiargli il sacrificio della figlia,  sull’emozione di una melodia innovativa, toccarono il pubblico che cominciò ad applaudire seguito da Maria Antonietta le cui esclamazioni si udirono:

    - Wunderbar! Das ist prima…*

    E fortificati dal sigillo dell’autorità i battimani aumentarono prolungandosi fino a decretarne il successo.

    ***

    -  Non ci può essere competizione tra i compositori italiani e francesi e quel Gluck! – la settimana dopo madame du Barry ne parlava al duca d’Aiguillon in quei giorni ospite al Petit Trianon.
    - Sono d’accordo…  sarà presto dimenticato…
    - Sarei lieto se si cambiasse discorso – Luigi XV s’intromise irritato  - queste dispute mi sono venute a noia, sono cose che mi affaticano…  stasera andrò a dormire presto.

    Il Beneamato,  che aveva avuto la fortuna di compiere sessantaquattro anni in un periodo in cui la vita media era di ventotto, sentiva le forze mancargli di ora in ora. Il suo  viso, un tempo maestoso, si era afflosciato, la stanchezza lo tormentava. Le stanze semplici del piccolo Trianon, soffuse d’una luce parca, lontane dalla confusione di Versailles lo rilassavano, ma avrebbe desiderato più silenzio, per sempre, soprattutto su argomenti per i quali non era il caso di accalorarsi come quello dell’insegnante di musica di Maria Antonietta. Mentre veniva accompagnato a letto,  rifletté che Gluck a sessant’anni aveva affrontato un viaggio da Vienna a Parigi, chiedendosi se l’indomani avrebbe seguito il delfino in una battuta di caccia. “Lo accompagnerò in calesse” si disse, sbrigandosi a congedare il valletto che rimase a vegliarlo dietro la porta.

    Il giorno seguente  Luigi Augusto e suo nonno partirono dopo colazione in direzione di Marly. Sin dal risveglio il re aveva un fastidioso mal di testa ma, nella convinzione che l’aria fresca e  il profumo del bosco gli avrebbero fatto bene, salì sulla carrozzella avvolto nel mantello. “ Da quando non vado laggiù?” si domandò con nostalgia, mentre il calesse si avviava per viottoli tracciati dagli zoccoli delle bestie, coperti di erba fragrante della sua gioventù. Rammentava il primo soggiorno a Marly nel 1724, per sfuggire una epidemia di vaiolo da cui era scampato immune.  Pensò che Luigi XIV, quando vi risiedeva, imponeva la chiusura della reggia e lui aveva permesso invece di entrarci e di giocare fiumi di danaro. Ricordi commoventi mentre l’odore della foresta solleticava le narici! Però il cielo adesso girava, cresceva il dolore alle tempie. Di colpo ebbe l’impressione di trovarsi su una nave il cui ondeggiamento nauseava.  Un singulto squassò il suo diaframma e un fiotto risalì la gola. Si sporse a vomitare la cacciagione pesante consumata con suo nipote. Accanto a lui il duca di Aiguillon lanciò un grido di allarme ordinando al cocchiere di rientrare. Una frustata e i cavalli galopparono ma la carrozza, pur lanciata, sembrava non arrivare mai.  Al petit Trianon il sovrano andò a letto senza cena, ammaccato come dopo un pestaggio, ma ebbe ancora voglia di chiedere a madame du Barry:
    - Com’ è andata la caccia?
    -  Mi hanno detto che il Delfino ha mancato un cervo al ponte di La Villedieu ed è rientrato a Versailles.
    - Peccato!
    - Non pensate a questo ora… ho mandato a chiamare il dottor Le Monnier…

    Che venne il mattino dopo e riscontrando una febbre molto alta prescrisse il riposo assoluto. L’amante, scoprendo  che la temperatura non scemava, lo vegliò, inumidendogli a intervalli regolari con un contagocce le labbra riarse.
    Luigi XV non riusciva a parlare.

    - Ho pau… pau…
    - Non capisco…
    - Ho paura… sta con me…

    Il pomeriggio seguente, alle tre, La Martinière, l’eminente praticone che mai aveva tollerato la favorita accanto a sua maestà,  apparve sulla porta come un messo del signore.

    - Sire – sentenziò – è a Versailles che dovete farvi curare!

    “Non riusciranno a separarci” pensò madame du Barry, mettendogli mantello e bandoliera direttamente sulla biancheria per partire insieme.

    ***

    La camera del re a Versailles apparve immensa. Lei guardò i broccati in oro su fondo rosso come fosse la prima volta. Aiutò l’infermo a distendersi sull’alto giaciglio. Pregò ai bagliori del mortaio d’argento. Il valletto, con intento augurale, aveva sistemato in poltrona la tenuta delle grandi occasioni e la spada: sontuose uniformi senza vita mentre madame du Barry, gli occhi fissi sul re e la mente al cielo, invocava il miracolo.

    Il mattino dopo, Le Monnier e la Martinière, insieme ad altri dodici luminari, si consultarono e decisero “febbre umorale catarrosa” decretando un salasso. Il malato spalancò gli occhi. Quella pratica, dolorosa e sfiancante, diffusa nel XVIII secolo allo scopo di purificare l’organismo infetto, si otteneva con l’applicazione diretta sulla pelle di sanguisughe, sorta di lumache prive di guscio, che usando una mascella a ventosa incidevano la cute e ne succhiavano il sangue.

    Luigi XV si sottopose a un primo salasso, poi a un secondo. Ma il mal di testa si accaniva, così la febbre.

    - Se occorre ne faremo un terzo – disse la Martinière
    - E proprio il caso ? –  protestò il re con l’ultimo fiato.

    Un terzo significava infatti che era in punto di morte e che, più che di una terapia, aveva bisogno di un sacerdote. Poi lo fecero deporre su una branda da campo, ai piedi del letto a baldacchino, perché respirasse di più e sudasse di meno. A notte La Martinière, portandogli da bere, sentì l’agitazione e chiese al valletto di avvicinarsi con la candela: sul viso erano apparse vesciche gonfie di siero e aureolate di rosso. Sobbalzò. Chiamò i colleghi a raccolta. Gli scrutarono la lingua. Si guardarono.
    Le figlie di Luigi XV e la favorita seguirono la scena con angoscia.

    - Allora? – chiese madame du Barry

    Silenzio.

    - Parlate! – ordinò madame Adelaide.

    Gli archiatri si consultarono, vennero verso di loro e quando furono certi di non essere uditi pronunciarono il verdetto terrificante: vaiolo!

    ***

    “Non posso crederci”, rifletté la favorita mentre inutilmente cercava di addormentarsi, “ non aveva detto di essere immune?” Girandosi su un fianco ricordò che da bambina era stata terrorizzata da una suora guarita da una forma benigna: “E’ tutta spruzzata di caffè!” aveva gridato riferendosi al viso deturpato da cicatrici. Ma ora tutto era accettabile, pur che il re restasse in vita! Aveva sentito raccontare che la forma maligna copriva il corpo di pustole fino a decomporlo e la morte arrivava tra sofferenze atroci. Si rizzò a sedere, andò alla finestra, inspirò l’aria, sudava: si mise a pregare con forza rivolgendosi a Dio con il tu.
    Quando il giorno seguente i medici riunirono la famiglia per dare disposizioni non credette alle proprie orecchie:

    -  Maria Antonietta è stata vaccinata a Vienna? – chiese la Martinière sapendo che la malattia aveva falcidiato gli Asburgo.
    - Non so… - rispose madame Adelaide
    -  I Delfini non devono uscire dai loro appartamenti nella maniera più assoluta… comunque non fatene parola, sua maestà crede si tratti di febbre miliare…
    - Che altro possiamo fare? – implorò la du Barry
    - Sperare…. – La Martinière guardò il cielo

    Madame du Barry, angosciata e riconoscente,  non si allontanò e non si chiuse nelle sue stanze, a costo di ammalarsi, attese con le figlie del re e i dignitari più fidati.
    Una sera il duca di Aiguillon le sussurrò:

    - A Parigi l’Opera ha interrotto l’Ifigenia in Aulide… segno del destino.

    Lei lo guardò ma non sorrise, stava perdendo tutti i sogni e niente poteva essere importante.

    ***

    La camera di Luigi XV aveva altissime finestre, con tende che di giorno oscuravano la luce e di notte la curiosità esterna. Vicino a una vetrata, nascosto da un drappo di broccato, fu messo un tavolino con un candelabro sul quale poggiava una candela sempre accesa.

    - A che serve? – chiese la favorita al primo valletto
    - Madame, appena spirerà la spegneremo e il mondo saprà che il re è morto.

    “Non succederà, alla faccia di quelli che mi vogliono male!” pensò,  ma il petto le si strinse scorgendo nel sottostante cortile la contessa di Brionne, madre di mademoiselle di Lorraine, amante del duca di Choiseaul che il re aveva esiliato, felice di veder risorgere la propria fazione, guardare la fiamma in attesa. “Gli choiseaulisti, i devoti vogliono  dargli l’estrema unzione con l’augurio che tolga il disturbo…” rifletté.

    Quando giorni dopo il sovrano la chiamò per mostrarle le vesciche sulle braccia e sul viso, atterrito e certo che fosse vaiolo:

    - Non lo è – lo rassicurò – ne siete immune… E se devoti e choiseaulisti vogliono farvi prendere i sacramenti dategli soddisfazione solo per quietarli… vi raggiungerò di nuovo fra qualche giorno…

    Più tardi, pentitosi di averla lasciata partire, Luigi XV la richiamò a se, ma ormai la sua Jeanne era lontana.  Madame du Barry obbligata a partire da chi voleva fosse lavato il peccato di lussuria, quando fu sola scoppiò in singhiozzi.
    A sera le figlie di Luigi XV ne parlarono sommessamente cenando nei loro appartamenti.

    - Dov’era diretta? – chiese Sofia
    - A la Ruel,  dal duca di Aiguillon – sussurrò Adelaide
    -  Ha dimostrato devozione, non avrei creduto sfidasse la malattia – ammise Vittoria -  Ho contato quindici carrozze…  tutti suoi amici o ne hanno approfittano per darsela a gambe?

    Le tre mesdames rimasero accanto al padre, rassegnate anche al contagio, finché il suo volto si fece nero e terrificante, finché un puzzo tremendo di carne in decomposizione invase la camera e ne annunciò la fine. Appena arrivò La Roche Aymon, grande elemosiniere di Francia, tutti pensarono all’ora del trapasso: l’agitazione serpeggiò tra  servitori, ministri, principi di sangue e cortigiani. Si guardò alla candela come a una fumata di San Pietro. Il confessore di sua maestà ascoltò i peccati e stabilì che il re doveva fare pubblica ammenda  prima di ricevere la comunione, potere più grande di quello del sovrano, atteso per una vita intera. Così, il mattino seguente, il cardinale ebbe il suo grandioso quarto d’ora: salì, tra le guardie schierate lungo la sontuosa scala, sotto il baldacchino che reggeva il ciborio, accompagnando il Santo Sacramento nella stanza reale, seguito dalle mesdames di Francia e dai principi non ereditari.  Il  Delfino, i suoi due fratelli, Maria Antonietta e le loro mogli, non poterono oltrepassare la porta e  rimasero ad attendere in fondo alla gradinata con un cero in mano.

    All’esterno la voce cardinalizia arrivò prima indistinta e sommessa ma, dopo avere dato al sovrano la comunione, La Roche Aymon si avvicinò al vestibolo e pronunciò ieratico e altisonante: Signori il re mi incarica di dirvi che chiede perdono a Dio per averlo offeso e per lo scandalo procurato al suo popolo…

    ***

    Un cielo pulito si stendeva sulla reggia in attesa. L’agonia durava da quasi due settimane: stillicidio doloroso che ormai, anche i più affezionati, desideravano finisse. I cortigiani si stavano abituando all’idea che Luigi Augusto salisse al trono, non lo consideravano all’altezza del re Sole però erano intenzionati a ingraziarsene il favore e a sfruttarne malleabilità e debolezze. Versailles e Parigi avevano risposto con indifferenza alla malattia del Beneamato:  le campane delle chiese piansero a lungo ma nessuno entrò a pregare. In quella calma apparente e surreale, madame Campan, lettrice e prima cameriere della Delfina, il 10 maggio 1774 attraversava la Corte dei marmi per raggiungere il suocero nell’anticamera del re, ricevere notizie e dare  disposizioni sulla partenza per Choisy.

    Luigi Augusto e Maria Antonietta, zie, fratelli e sorelle del Delfino con mogli e governanti, avevano infatti deciso, prima possibile, di fuggire a otto chilometri dalla capitale per scampare qualsiasi pericolo di contagio.  Tre e un quarto alle lancette dorate dell’orologio incastonato tra Ercole e Marte. “Il fresco di Choisy ci salverà” , pensava la lettrice alla quale pareva di sentire il tanfo orribile di Luigi XV. Dicevano fosse in coma, quanto sarebbe andato avanti? Che responsabilità per i Delfini! “Che Dio li protegga, sono troppo giovani per governare!” sospirò affrettando il passo. Salendo le scale ritrasse la mano dalla balaustra: si favoleggiava di cinquanta morti tra coloro che avevano percorso la Galleria degli specchi ed era terrorizzata. Entrata nell’occhio di bue, tra la siepe silenziosa dei presenti, sentì una leggera nausea e cercò suo suocero. La folla era tale che il salone, vasto e abitualmente luminoso grazie alle altissime specchiere e all’oro degli stucchi, appariva soffocante.  I cortigiani aspettando tessevano trame, facevano pronostici, cercavano di guadagnarsi meriti sfidando la malattia.

    - Avete visto il signor Campan? – chiese a un valletto
    - Era qui poco fa…

    Voleva tornare quanto prima, se solo lo avesse trovato!  In quel momento sulla soglia dell’anticamera apparve il gran ciambellano, il duca di Bouillon che, battuto un colpo per richiamare l’attenzione, annunciò con voce solenne:

    - Signori, il re è morto! Viva il re!

    La candela era spenta.
    Risposero all’unisono:

    - Viva il re!

    Madam Campan ebbe un tuffo al cuore. Grandioso! Pensò solo a correre in direzione dei Delfini, insieme a un fiume di gente che schizzò fuori dall’Occhio di bue come champagne da una bottiglia. Veloci, si urtarono, lanciando esclamazioni, diffondendo la notizia aumentarono via via, sollevando con i tacchi per corridoi e gallerie un fracasso che parve rombo di tuono o di cannone.

    Luigi e Maria Antonetta, seduti nella loro sala,  balzarono in piedi:

    - Che succede ?!

    Non ebbero tempo di realizzare, la folla fece irruzione.

    - Il re è morto! Viva il re!

    Per prima avanzò madame de Noailles, si inchinò profondamente:

    - I miei omaggi al re e alla regina.

    - Maestà… - la imitarono un duca e una duchessa.

    Dignitari porsero le congratulazioni, rullarono i tamburi, ufficiali levarono la spada, squillarono le trombe e centinaia di labbra inneggiarono.

    Luigi e Maria Antonietta attendevano da giorni quel momento: non li colse impreparati ma la confusione li frastornò.  Guardarono i presenti, si guardarono, giunsero le mani mettendosi in ginocchio. Il Delfino sentì apaticamente la faticosa responsabilità. Potrò fare come voglio? Si  chiese Maria Antonietta. Ora muovevano le labbra senza farsi udire.

    - Che dicono? –  una contessa si rivolse a madame Campan
    - Pregano Dio che li protegga perché sono troppo giovani…
    - Ah… - assentì la contessa.

    Quella frase rimbalzò di bocca in bocca con molte variazioni.

    In realtà nessuno aveva capito cosa stessero dicendo e nel grande subbuglio ognuno immaginava ciò che voleva, ma di sicuro si avvertiva ovunque che un’epoca era finita. Per le strade di Versailles e di Parigi il popolo si era già riversato ad acclamare il nuovo sovrano e la sua graziosa consorte. Faceva festa, bevendo, cantando e ballando, come se insieme al vecchio re si fosse estinta la miseria, come se stesse per sorgere finalmente l’alba grandiosa di un mondo nuovo.

    *Meraviglioso! Di prima qualità!

  • 17 dicembre 2007
    Gocce di Follia

    Come comincia: Il pianista stanco, in un angolo del salone male illuminato raccoglieva da chissà dove grappoli di semiminime, suonando un tempo volgare in quattro quarti, silenzioso e lascivo, cangiante, come lo sguardo sfuggente delle zingare che ieratiche attraversano i viottoli dirette ai ponti silenziosi e bui, statue in movimento nella notte, per fissare le stelle e leggere in esse passato e futuro, danzando sui propri passi, col ritmo e il frusciare della notte.
    Sulle dita dello stesso colore dei tasti pesavano i suoi cinquant'anni, tutti spesi alla ricerca di accordi imbalsamati e scomodi.
    La polvere dei palchi dei teatri di mezzo continente si impastava, quella notte,  col suo sudore e con i suoi affanni, col pensiero di tirare avanti, ancora, per un’ altra notte e per un altro giorno; ogni ruga che solcava il suo volto, ogni goccia di sudore che imperlava la sua fronte portava con se un bagaglio di emozioni e sensazioni, egli portava scritta in faccia la tradizione della sua gente: artisti, pittori, danzatori, poeti, musicisti, una razza a parte la loro, con un linguaggio segreto e sensuale, conosciuto solo da chi dell'Arte fa la propria ragione di vita.
    In un cono di luce, il violino suonato da un uomo alto ed emaciato, ricamava frasi che puzzavano forte di bassifondi,  di topi affamati alla ricerca di cibo, di sogni inquieti e passioni d’amanti, di sgualdrine sorprese agli incroci dai gendarmi della guardia, mentre cercano di smerciare le loro quattro ossa senza rimetterci.

     

    La luna brillava sui volti scandalizzati delle signore in strass, con il volto reso bianco dal belletto e la sua luce si rifletteva su un paesaggio desolato di uomini e conigli, di piume e balocchi, felice solo di specchiarsi talvolta nelle lacrime incredule di qualche cuore affaticato capitato lì, senza sapere come.
     
    Una taverna fumosa e raffinata, densa di aromi, di ricchi uomini di affari, viaggiatori, filosofi e nobili scapestrati, di prostitute sorridenti travestite da signore e di giovani donne perbene con adoranti accompagnatori.
    Vi aleggiava un perenne brusio. Qualcuno sul proscenio cominciava  ad azzardare uno stentato passo a due, poco statico, diverso da ciò che alle corti si vedeva, più malinconico forse, più incisivo e madrigale.
    La musica prendeva quota ed anche i figuranti, muovendosi giù dal palco, come marionette sino ai tavoli di scura noce, recitavano ormai da attori consumati.

    Una figura minuta e diafana, poggiava il proprio corpo al pianoforte in molle posa, cantando così della vita e dell'amore, della morte e della fortuna che rubiconda e grassa come una musa danza, sfiorando gli esseri, cambiando le loro vite d'un tratto.
    I capelli chiari, sui quali danzava la luce del fuoco inondandoli di bagliori rossastri, erano raccolti sobriamente sul capo, le guance parevano pallide e le labbra schiuse nel canto, rosse come succose fragole, intonavano note prepotenti che si facevano strada sino alle orecchie degli astanti; ella muoveva  le mani, dinanzi a sé, come se disegnasse, accompagnando con le dita quelle note che distillate dagli strumenti fluivano come liquore che riscalda i cuori.
    D'improvviso poi si sentivano giungere nuovi suoni, sembrava che l'orchestra volesse invertire la rotta e la musica ricordasse una bassa danza, morbida e sensuale, libera e provocatoria nei movimenti.
    Le anime accartocciate dei musicisti si allontanavano definitivamente dalla palude dei luoghi comuni, delle assorte corti dei regni, dalla routine della vita, per infilarsi temerarie in quell’intricata foresta di note selvagge e invitanti.

    Delirante la donna con gli occhi socchiusi si scostava dal piano, dopo averne accarezzato i tasti, come un amante grata, sfiorando appena le mani del pianista, che con le sue tante rughe, avrebbe potuto interpretare suo padre nella scena della vita.
    Attendeva il silenzio, lisciando con le mani esili, rami fragili pronti a spezzarsi,  l'ampia gonna di velluto, poi alzando il capo fissava gli uomini, i loro volti madidi e contratti nel seguire il piacere sublime della musica e cantava, fino a che la voce pareva confondersi in un tutt’uno con le note.

    E le donne... Oh le donne! Erano rose dall'invidia per i lascivi sguardi che i loro compagni rivolgevano verso quella Musa, Calliope che inneggiava la solitudine degli esseri, solitudine che erompeva tragica dal fondo di quella melodia senza speranza, invitandoli alla morte.
    Intemperanza quella delle donna, che non permetteva a nessuno di nascere, né morire, un canto nel ricordo, un canto nel dolore, un canto di rabbia e sussurri.
    Uno scroscio di applausi sulle note finali poi il silenzio piombava nella sua mente spegnendo ogni nota ed ogni pensiero e lasciando in ella solo il vuoto. Come una visione che si confonde fra i sogni e la realtà, inchinandosi al pianista e ai ballerini dai sorrisi seducenti, si apprestava a uscire di scena per ritirarsi come ogni notte, nelle sue stanze, poco lontane dal ricco locale dove uomini e donne, desiderosi di lusso e buon cibo, solevano ritrovarsi per innalzare le loro anime fra i fumi dell’alcool e delle erbe costose.

    Camminava tenendo fra le mani i fiori bianchi ed odorosi lanciati dagli ammiratori. Gigli, orchidee, rose che finivano sempre ad addobbare le sue stanze, perpetuando un rito privato della notte, in cui i profumi aleggiavano nell’aria, umidi e molli, pungenti se sfiorati con l'anima in profondi respiri.
    Un sorriso malinconico, dipinto suo volto bianco, al pensiero dell’uomo che nella dimora l’attendeva...  Non avrebbe dormito da sola, dunque, quella notte.
    Non più da sola, da quando era cresciuta e gli uomini erano entrati a fare parte della sua vita.

    Suo padre era girovago, un artista, egli trascinava con sé la figlia, fatina evanescente, dalla voce d’angelo, bambina dalle aggraziate movenze e dai sorrisi magnetici.
    Portava in giro per il mondo, Andrej, la bimba e la viola, dalla cassa sempre lucida e dall’archetto perfetto, viola a cui sfiorava le corde notte dopo notte, come se godesse nel farla vibrare, come se quel suono l'appagasse più del calore di una donna.
    Trasportate, come se entrambe fossero parte di un bagaglio troppo prezioso per essere lasciato in un posto fisso, in un luogo incustodito troppo a lungo.
     Vissuti distanti, lontano dalle occhiate troppo insistenti dei curiosi, di chi chiedeva da dove quella bambina minuta e fragile, dalla bellezza acerba e dagli atteggiamenti da donna fosse spuntata, di chi domandava l’alchimia di come Andrej, uomo apparentemente insignificante da quella vecchia viola potesse trarre note così sublimi da far piangere le donne e irrigidire gli uomini.

    Eppure la storia era semplice, a grossi caratteri era stata vergata ed esposta in pubblica piazza con un inchiostro indelebile, priva di pieghe, calda e avvolgente come il velluto.

    Sua madre era bella, sottile come un giunco, superba e ricercata cortigiana nei palazzi dello zar Pietro I, la sua mente era evanescente, amava le belle cose, il lusso, gli intrighi , gli uomini ed i cavalli, che usava nello stesso modo, con essi correva, ed era tutto un gioco, un passatempo. Erano bastate poche moine, qualche sorriso in un frusciare di stoffe per l’affascinante e  silenzioso musicista di viola giunto a corte e Andrej irretito si scopriva, pochi mesi dopo, padre.
    Troppo tardi per affidarsi alle erbe che prese in giusta dose, avrebbero fatto tornare  l’ammaliatrice come una vergine, troppo tardi per uccidere il piccolo frutto che lentamente cresceva nel suo grembo. 
    Varyena è il nome di quella notte di passione senza amore. Ella pianse all’alba di una fredda giornata invernale venendo al mondo così fra le urla di maledizione della giovane madre.
    La mente di Annabelle si sconvolse, ella che faceva della bellezza il suo sostentamento e la sua ragione di vita, non poté reggere la presenza di una ninfa, di una rosa che delicatamente si schiude alla vita, di una figlia che con la semplicità e l’ingenuità di bambina le aveva distrutto l’esistenza nello stesso momento in cui era stata concepita, su quel letto dalle lenzuola di seta dai mille corpi e dai mille nomi.
     Corse, scappò via, fra le braccia di un amante per un ultima volta, verso quel fiume che sotto la sua finestra scorreva, così avvolgente, forte ed impetuoso, Annabelle in esso si gettò e nella follia del suo essere in un danzare di stoffe annegò, lasciando la figlia del suo dolore alla porta del musicista.

    Porcellana bianca Varyena con Andrej per padre e la viola dalle dolci note come irreale madre e compagna di gioco e vita.
    Nessun altro al mondo  tranne loro due ed una sorella, scoperta per caso in una notte di pianto.
    Kilena il suo nome, altera, superba, caotica, ma sempre sorridente, dolciastra e falsa come un liquore contenete veleno. Rise Kilena nella mente della piccola Varyena, quella notte, facendole raggelare il sangue, rendendola ancora più piccola ed inerme, ma dandole nello stesso tempo la forza, di non essere più sola, come un tarlo che scava nel legno, così giorno dopo giorno la sua voce si faceva strada nella mente della giovane, consigliandola, invitandola, ammonendola, cullandola nella sua pazzia.

    Volano gli anni quando si è intenti a conoscere così tanti posti e nomi che a stento la mente li contiene, le lingue dei regni si mescolarono con i colori delle città e i volti della gente di ogni razza e la musica solcava nella vita di Varyena e di suo padre, un percorso invisibile.
    Artisti li chiamano alcuni, pazzi, molti altri. Sottile è il confine, tra l'arte e la pazzia. L’importante è per loro piacere e dar piacere, poco importa se tutto si mescola in un calderone di sensazioni.
    Non importava se la voce di Varyena, unico dono datole dalla madre, affogata da anni nel fiume, veniva usata per irretire gli animi degli spettatori, catturandoli ignari rendendoli prede, prese alla sprovvista dai ladri, spogliate da ogni avere e da ogni pensiero.
    Non contava se quella voce invitava gli uomini nel talamo solitario, donando loro attimi di pura gioia, estasi che raggiungeva il culmine in note troppo grevi e vibranti per essere ascoltate senza aggrottare la fronte e spalancare la bocca in un grido di piacere; era la sua vita, era la sua espressione d’Arte e lei di questo era certa.

    Disperazione, incarnata come amica comprensiva prima, come amante funesta poi,  aveva da anni preso con sé Andrej, fra le sue braccia rinsecchite lo aveva accolto,  aveva gettato la sua mente nello sconforto, rendendo l’uomo che un tempo era mite e affascinante nel suo silenzio, uno zingaro violento, un ladro di cuori, di denari e di donne.
    Disperazione colpita dalla gelosia, aveva distrutto le note che dalla viola di Andrej scaturivano, incessanti come acqua di cascata, le aveva trasformate in cacofonia, in stridule urla di donna, in lamenti funebri ammantati di buio, fino a distruggere corde ed archetto e rendere il legno traslucido e profumato di cedro, in legna da ardere nel fuoco invernale.

    A tutto questo ed a molto altro Varyena pensava, percorrendo il viottolo che conduceva dalla taverna sino alla propria casa, camminando senza timore nella foschia notturna e gelida, distorta dalle luci calde che dalle case si riversavano in strada.
    Era stata una donna senza cuore né pietà quando aveva lasciato il relitto di uomo in cui suo padre si era trasformato col passare anni, poco prima del suo ventiquattresimo compleanno.
    Era andata via, lo aveva lasciato alla matrigna Disperazione, sbattendo la porta senza voltarsi indietro. Sentiva il bisogno di star sola seppur sola realmente non lo era mai, parte integrante di lei era ormai Kilena, gemella all’unisono, senza un volto e senza un corpo, viveva annidandosi fra i suoi pensieri, suggendo dalle sue emozioni e suggerendole quando occorreva emozioni e parole. Così anche quella notte, Kilena manovrava come fili di burattini i suoi pensieri e  le parole crudeli sfuggivano dalle labbra scucite, urlate ridendo al suo vecchio, la frasi danzavano solleticandole il palato, mentre le braccia si allargavano ampie in un gesto che diceva tutto e nulla,  non un invito ad un abbraccio, non un segno di addio; freddo e distaccato poi un ultimo bacio, dato con sdegno ad Andrej che con occhi lacrimosi la supplicava di non infierire ancora sulla sua condizione, di non gettare sale sulle ferite del cuore, di non andar via. Cancellato tutto, un colpo di spugna su una macchia di sporco e suo padre non esisteva più.

    Alla fine della strada Varyena giungeva alla sua casa volutamente silenziosa, priva di suoni e note che nell’aria si diffondevano, ricca di profumi intensi e colori sgargianti che stordivano i sensi inebriandoli ed invadevano lo sguardo in ogni stanza, colmandolo nella loro interezza. Chiudeva i battenti di ferro del portone, due giri di chiave, monotonia dei gesti, rabbrividiva per il contatto col freddo metallo poi lentamente  la lasciava scivolare nella piccola borsetta. Perpetuando le azioni, si avvicinava al basso tavolino di vetro poco dopo l’ingresso e su di esso riponeva la borsa, i fiori odorosi, che prima o poi avrebbero trovato collocazione in un vaso, poi poco curandosi di dove le vesti potessero andare a finire, con gesti lascivi e deliberatamente lenti, ad occhi socchiusi, si liberava dalle stoffe che le coprivano il corpo, spirito libero, fantasma della propria solitudine, conduceva se stessa in uno spettacolo privato, fatto per soddisfare la propria superbia. Varyena mormorava durante quei gesti simili ad una danza, lievi parole come battiti di ciglia, ali di farfalla delicate e allegre, spazzando via dalla sua mente ogni pensiero cupo, cullando Kilena nel suo sonno notturno, attendendo di essere semplicemente se stessa, dirigendo infine i suoi passi in camera dove il suo uomo, l’amante del momento, l’aspettava dormiente come ogni notte da mesi ormai, pronto a soddisfare dopo un bacio o una carezza, in un gioco lungo e complicato, i desideri di entrambi.

    - Palpiti di cuore, desideri di piacere puro e senza vergogne.-

    Il sorriso stampato sul viso di ella che faceva capolino nella camera da letto, veniva accolto da uno sguardo furioso, un marinaio in calzoni a petto nudo, con una bottiglia di vetro contenente un liquido ambrato fra le mani e cocci di vetro sparsi per la stanza, bottiglie e specchi fracassati in uno scempio per gli occhi.
    Lampi di rabbia vividi, dal volto paonazzo e dalle scure iridi dell’uomo che digrignava i denti farfugliando, la spaventavano ed un urlo muto e silenzioso, un appello mentale scaturiva sino alla sorella, a Kilena, affinché le desse in soccorso.
    Irriconoscibile l'amante che, dinanzi alla Varyena nuda e pronta per egli, gesticolava urlando con voce impastata, annebbiato dal liquore bevuto in abbondanza e dal vino e da solo Dio sa cos'altro. Dolore sordo alle tempie, giungeva insieme ad uno schiaffo in pieno sul suo volto impietrito. In bocca solo il sapore del sangue, coscia di dolore, ed ebbra di follia, mentre le parole di Kilena sovrastavano i suoi pensieri turbinando, trasformandola in cagna rabbiosa. Un gesto, un insulto, un invito al massacro, Varyena sputava sul volto del suo uomo, saliva e sangue tentando di arretrare per cercare una via di fuga.
    - Derelitta puttana a  quale demone ti sei donata? -
    Livido di rabbia l'uomo afferrandola per i capelli nel suo fuggire,  senza scampo, la trascinava fra le lenzuola attirandola a sé, premendo il fragile corpo di donna contro il suo, contro il suo rozzo torace, torcendole le braccia fino a farla urlare.
    - Guardami!- urlava strattonandola con più forza – Cupidigia degli uomini! Bastarda di una cortigiana - 
    Le sue orecchie venivano ferite con parole crudeli, mentre il collo dolendole, minacciava di spezzarsi sotto il peso delle mani di quel barbaro ubriaco, che con forza le stringeva la gola togliendole il respiro.
    - Perché non canti più? Non vuoi cantare? Bella! Fremente! Luccicante  come un pugnale! Rosso sangue sulle labbra! Non mi hai amato, mai! MAI! -
    Ubriaco fino al midollo, infieriva su di ella in ogni modo tappandole la bocca per non farla urlare nella ferocia della violenza, trasformando così il rito sensuale ripetuto ogni notte in qualcosa di disgustoso e ripugnante, soddisfacente per Egli.
    - Addio, addio!- Vaneggiava - Mia bella, mia cagna, mia puttana, questa sarà la nostra ultima notte d'amore-
    Le parole venivano biascicate nell’estasi del rapporto, alitate rancide sul suo volto. Varyena boccheggiava in preda all’asfissia alla ricerca d'aria accasciandosi poi semisvenuta, sotto il petto di egli, ansante ed appagato, pronto ad abbandonarsi al sonno, ristoratore ed amico.
    Lunghissima la notte nella quale la tortura della vicinanza di egli pareva non aver mai fine, le ore trascorrevano fino a quando il sole tornava a baciarle le palpebre bussando con delicatezza ad una finestra schiusa.
    Dolorante riprendeva i sensi, compiva movimenti lenti per non svegliarlo, le labbra serrate per evitare di vomitare su di egli tutto il suo odio.
    Nuda e minuta, ascoltava l’idea sinuosa di Kilena farsi strada nella sua mente, con il sangue nelle vene che scorreva avvelenato di rabbia, con un requiem di morte nella testa, sovrastato senza controllo, dalla risata della sorella,
    - Ha detto che è stata la nostra ultima notte Varyena, fate qualcosa.-

    “Qualcosa”

    Pochi secondi per pensare, ancora meno per agire, le sue tempie battevano come le  campane a morto della cattedrale, mentre affondava il coltello sul corpo inerme del suo amante marinaio, avvolto nel sonno. Una volta e poi un’altra, nuovamente senza pietà, infierendo e colpendo un corpo che sentiva come se fosse suo, un corpo che nei mesi aveva imparato ad amare e venerare dimenticando la solitudine, un brivido, un sussulto, poi la macchia rossa iniziava ad allargarsi sulle lenzuola.
     Rideva mentre il volto dell'uomo si contorceva in un ultima smorfia di dolore, ed egli spalancava gli occhi, come se non se l’aspettasse quel gesto dal suo angelo dai capelli rossi,  dalla sua Varyena che seduta su di un angolo del letto lo guardava morire sorridendo, mentre le lenzuola divenivano porpora.
    - La nostra ultima notte... -
    Attimi che parevano ore, nel silenzio alzandosi, per l'ultima volta sfiorava il corpo di egli ormai freddo e distante, devastato dalle lame. Tutti presto avrebbero saputo, ma poco importava.
    Ella non ci sarebbe stata più. Fuggiva, correva via lontano.
    Non più dalle sue labbra le note struggenti, non più la sua voce cristallina nel canto sarebbe risuonata, morta Varyena nella sua gola, con i singhiozzi repressi del suo conturbante pentimento quando Kilena tornava a scivolare nel sonno.
    Tutto il passato serrato nella sua mente, richiamato alla vita a volte, da quella  sorella amica e priva di sentimenti. Avvolta in scure vesti, come vestita in perenne lutto, evita di mostrare il suo volto, la sua tristezza o il sorriso che affiora sulle labbra piene al ricordo di quella notte, lo sguardo ammaliante e disincantato di chi rimane comunque un'assassina.

    Nuova adesso è la città, Venezia, lussuosa ed umida. Perfetta, dice Kilena, per confondersi fra le nobili e le sgualdrine, fra le lavoratrici oneste e le ladre, per vivere nutrendosi delle storie degli altri, farle proprie e recitarle in lei.
    Così Varyena  acquista mille volti e mille nomi, di tutti quelli che conosce e sfiora, apparendo così come un artista di strada, come una nobildonna, incomprensibile e strana, come una donna senza passato, come una amante, una madre, una sorella e una figlia che chi ha dinanzi ha sempre desiderato, ma non ha mai avuto.
    Si mostra così dunque:

    - Sola, nuovamente per Vivere.-

  • 17 dicembre 2007
    Lettera da un romantico

    Come comincia: Erano le quattro del mattino. Un’esplosione riecheggiava lontana, ai bordi della città in festa. I fuochi e i petardi ronzavano nelle orecchie stanche e leggermente brille del commissario Lugarini, mentre si chinava ad osservare quel corpo inerte.
     Una chiamata improvvisa lo aveva sottratto ai festeggiamenti per quel nuovo anno appena nato e già insanguinato. La piccola cittadina - che poi tanto piccola ormai non era più, ma si sa, la gente ama convivere con le idee del passato - era avvolta nella baldoria. Il tempo era stato clemente, nonostante i nuvoloni del pomeriggio, e la temperatura abbastanza mite di quell’inverno, aveva fatto si che migliaia di cittadini, stranieri e turisti si fossero riversati nelle vie della città.
     Il commissario Lugarini beveva a grandi sorsi il caffè bollente che si era fatto portare dal giovane agente di pattuglia. Lontano anni luce dalla festa e dai fuochi notturni, teneva in mano un foglio di carta e se lo passava di continuo sotto gli occhi, storcendo la bocca e scuotendo la testa, incredulo.
     Salvo, il giovane agente, lo osservava in silenzio; rispettava quell’uomo dall’aspetto sempre così altero e scorbutico. Guardava la sua enorme mole oscillare nella penombra, il fumo del caffè che si alzava lento dalla tazzina e quel foglio scritto a macchina. Voleva sapere; gettava occhiate furtive, ma non riusciva a carpire che qualche parola in qua e là. Il commissario se ne accorse e lo scrutò con curiosità.
     -Quanti anni hai giovanotto?-
     -Ventisette, quasi ventotto ormai.-
     -Quando li devi fare?-
     -A marzo, il tre, commissario.-
    Lugarini sorrise e gli mostrò il foglio.
     -Beh, avevate la stessa età… Lo conoscevi?-
     -Di vista, commissario. Frequentavamo la stessa scuola, ai tempi del liceo, ma non abbiamo mai avuto niente a che fare.- Guardò il cadavere steso sul pavimento e poi di nuovo il commissario.
     -Era un tipo particolare…- disse poi quasi con vergogna.
    Il commissario socchiuse gli occhi. Si passò una mano nella folta barba grigia e pensò a quante volte nella sua lunga carriera – venticinque anni di onorato servizio – avesse sentito pronunciare quella frase. –Cosa significa, un tipo particolare?-
    Salvo sembrò contento della domanda; tutta quella attenzione nei suoi confronti da parte del commissario lo lusingava. Prima il caffè, poi quella richiesta sull’età, ora questa nuova domanda. Gli altri agenti stavano setacciando il bilocale, in cerca di qualche indizio o qualche altro reperto che potesse essere utile alle indagini.
     -Ehi, giovanotto- riprese il commissario –allora, cosa significa che era un tipo particolare? Si drogava, era un alcolizzato, un violento, un depresso?-
     -No, commissario. Non so spiegarle bene.- rispose Salvo un po’ intimorito dal tono proditorio del capo.
     -Beh, provaci ragazzo, non voglio passare tutta la notte in questo tugurio.-
     -Come dirle, era un tipo per i fatti suoi. Anche a scuola, se ne stava spesso in disparte, in un angolo, oppure a giro per i corridoi, senza parlare con nessuno.-
     -Non aveva amici, vuoi dire?-
    Salvo si grattò il mento glabro, il tic del commissario pareva contagioso.
     -Non esattamente, commissario. Ne aveva certo alcuni, ma per la maggior parte del tempo, sembrava volersi isolare dal mondo. Di certo, mi è sempre sembrato molto solo, almeno nell’aria. Un solitario ecco- disse dopo una pausa con un risolino sommesso, contento di aver trovato le giuste parole. -Un ragazzo magro, timido almeno in apparenza, e molto solitario. Una specie di romantico sognatore dall’aria sempre malinconica. Forse non triste, commissario, ma certamente pieno di malinconia. Le poche volte in cui abbiamo scambiato due parole, sembrava di avere a che fare con un vecchio film americano, in cui gli attori parlano piano e sembrano ricercare ogni parola. Un tipo originale, di certo.-
    Il commissario Lugarini si piegò sulle ginocchia per osservare meglio il corpo senza vita del giovane. Un colpo di pistola ne aveva asportato la parte sinistra del cranio, una pallottola di un calibro notevole a vedere il risultato.
     -Beh, di tipi solitari o originali, ne esistono molti.- disse al giovane agente, passandogli il foglio di carta. -Leggi e dimmi che ne pensi.-
     Il foglio era in realtà una lettera. Una lunga lettera d’amore, il grido di un uomo folle di sentimento. Salvo lesse con attenzione le parole del ragazzo, gettando di tanto in tanto un’occhiata ora al commissario, ora al defunto steso sul pavimento. Quand’ebbe finito, il cellulare del capo squillò. Lugarini uscì dalla stanza e si allontanò. Tornò dopo pochi minuti e guardò con soddisfazione il giovane agente. Doveva ammetterlo: aveva un debole per quel ragazzetto imberbe e spigliato. Gli ricordava se stesso, la sua giovinezza e l’entusiasmo che metteva nelle prime indagini, prima che tutto divenisse semplice routine. La malinconia che lo prendeva a volte, non aveva nulla a che fare con i morti, i tormenti, le malefatte con cui doveva quotidianamente convivere: era dovuta proprio all’abitudine, al fatto che un morto ormai non lo scandalizzasse più di tanto. Era atroce, era forse insensibile? No, non pensava questo di sé. Ma notava con estremo rammarico che le sue reazioni davanti a certi drammi, non erano più così istintive e violente. Era calmo, ma calmo con tormento.
    Così, osservava Salvo e se lo sentiva vicino; perlomeno col suo entusiasmo riempiva di senso quelle sue emozioni così vuote.
     -C’è una novità.- disse poi, scrollandosi di dosso la malinconia. –Conosci Dalia Vargas?-
     -Certo!- esclamò sorpreso Salvo -la conosco anche piuttosto bene.-
    Aveva avuto con lei una storia di qualche mese, ai tempi del liceo. Dalia era bella, di origini messicane; una donna piena di vita e di entusiasmo. -Ma cosa c’entra lei?- chiese al commissario, preoccupato.
     -Hanno finito adesso di interrogarla. Sembra essere lei la destinataria della lettera.-
     -Di questa lettera?- chiese Salvo sbalordito. Gli pareva impossibile che una come lei, avesse potuto avere a che fare con uno come Gianni Lobina. Guardava il corpo del cadavere e si chiedeva cosa diavolo potesse entrarci la sua bella ex.
     -Questa lettera, si.- riprese il commissario strappandolo ai suoi pensieri.
     Il commissario Lugarini riassunse in breve il succo dell’interrogatorio. Gianni era scomparso da una festa verso le una e mezza, festa in cui appunto si trovava Dalia con alcuni suoi amici. Ed era lì che lui le aveva dato la lettera di cui evidentemente conservava una copia a casa. Dalia, insospettita dalla fuga improvvisa, aveva chiamato Silvio, un amico di Gianni e lo aveva pregato di cercarlo ovunque. Ma il cellulare di Gianni era spento, a giro per le strade non si trovava e neanche nel pub preferito lo avevano visto entrare. Così erano corsi a casa sua, ma erano giunti troppo tardi: il corpo insanguinato giaceva ormai sul pavimento da un’ora abbondante.
     Salvo gettò un’occhiata alla lettera e scosse forte la testa. Uccidersi per amore, uccidersi per qualcuno, uccidersi… a ventisette anni. Guardava il corpo di Gianni e se lo sentiva vicino. Ma non capiva, non poteva capire come la vita potesse avere così poco valore per un giovane uomo che poteva tutto, che aveva un infinito davanti agli occhi. Forse Dalia… forse il commissario sapeva tutto.
     E infatti, come se avesse sentito e letto nella sua mente, Lugarini si volse verso il giovane agente e lo pregò di leggere ancora una volta la lettera. -A voce alta, però.-
     E Salvo lesse, a voce alta e con un groppo alla gola.
     Come guardarti e non impazzire? Come non perdere la testa per quello che un tuo solo gesto riesce a trasmettermi? Fino al patetico, al morboso, all’ubriachezza totale dei sensi, io ti guardo e mi sento svanire. Mi siedo e non riesco a respirare. Ti parlo, ti guardo, ti osservo al bar, al cinema, per la strada fra la gente e non riesco a smettere di sorridere. Sorrido e rido felice come un bambino, ancora entusiasta dell’incanto, dell’amore. Sorrido e rido come se mai niente mi avesse ferito, come se il passato fosse stato una grossa ciambella zuccherata, dolce, tenero, familiare e caldo. Sorrido e rido come se tu ci fossi sempre stata nel passato, nel futuro e in questo presente. Sempre presente anche nel vuoto più occludente. Sorrido e rido e mi scopro in lacrime. Come in quei vecchi film francesi in cui tutto sembra essere immobile, anche l’atto più violento e passionale. Questo è il mio sguardo: puntato dritto nei tuoi occhi, in ascolto, sempre. Adesso il mondo non esiste più. Chi lo vuole, chi lo cerca, chi ne ha bisogno? Tutto mi ferisce. Eppure so che tutto neanche mi tange adesso. Il filtro che sia voce, sguardo, sorriso, sospiro, abbraccio, silenzio, rimprovero, il filtro che dipingi attorno a me mi assicura dai mali. E non ho paura di abbandonarmi a te. Potrai ferirmi – ne hai il potere – potrai dilaniarmi, ma la certezza di averti avuto nella mia vita sarà indelebile. Ti guardo e tremo perché nei tuoi occhi riconosco i miei. Quelli di un ragazzetto quattordicenne che si innamorava di tutto e tutti, che si fidava, che si ammalava di sentimento anche là dove c’era solo il nulla. Conosco quello sguardo pieno di malinconia, che non si regala mai, mai si svende o si affitta, mai si disarma sotto prezzo, mai scade nella facezia lurida di un clown d’amore. So che dietro l’amore che mi doni vive tutto un universo: la malinconia che appare, la tristezza, la paura, la fragilità, il bisogno di carezza. Eccoti piegata in ginocchio, curva nella strada, in mezzo ai passanti indifferenti, macchine, moto, gingilli, e tu lì che piano piano ti colori, sempre più viva e fragile, ferma nel bel mezzo del fiume di fango. Nessuno ti nota, nessuno fa caso a quel corpo nudo che si acquatta e osserva sé, il mondo, la terra, il cielo, col suo occhio – mille occhi. Affili il sorriso per prendere respiro, perché il mondo ti ammorba. Ti ripieghi nel mezzo della strada e afferri qualcosa, che è il nulla per il mondo ma la vita per te. Io ti osservo incapace di muovere un dito, fermo, bloccato nell’angolo più buio e nascosto… nudo, debole e timoroso. Sei la bestia che scatena l’uragano. E ti temo. Mi attrai, ma ti temo. È un segreto che mi sfugge dalle mani. Tu lo senti, ma fai finta di niente. Accarezzi la terra piegata sulle ginocchia. Mi senti scorrerti dentro e non ti dai pena. Non gridi, non fuggi, non compatisci: attendi. E io mi chiedo se sei vera o sei miraggio. Così non riesco più a dormire, l’anima è sveglia e selvaggia e ti vuole. Esplodo e ti desidero, e tu sei lì ferma sulla strada. E sei selvaggia, sesso e magma. Niente ti è sconosciuto, nessuna anima o corpo. Sei la porta e la chiave, qualsiasi paradosso sfugga alle mani dell’uomo sconfitto. La rivincita del poeta, la chimera del sognatore. L’anima dell’arte. Mi rattrista l’arte. Fuga e desolazione. Nascondiglio per l’orgoglio sconfitto o vigliacco. Rifugio di una pena troppo pesante per la vita. Dov’è l’anima nell’arte? Dov’è la vita? Non esista vita che valga la pena di essere scoperta nell’arte. Esiste e agonizza solo un senso di sconfitta che ottunde la ragione. La vita vera che è arte, che è anima, è nella donna che cerca accovacciata nella strada, è solo in te. Senza tempo, senza limiti di sorta, senza nostalgie. Tu. Odio guardarmi attraverso i tuoi occhi, eppure mi è necessario. Solo tramite loro posso ripulirmi, esfoliarmi. Non sarei nulla senza l’emozione che mi dai e, cosa infinitamente peggiore, quel ragazzetto quattordicenne avrebbe continuato a dormire in eterno. A volte mi chiedo se senti lo squarcio che provochi dentro me, se senti quel cigolìo che non è dolore né tristezza, ma il nucleo profondo del mio sentimento. Mi dono senza armi e mi spavento, ma non ho più quella guaina di ovatta che smussa ogni sentire. Ho provato ad ucciderti, ma per cosa? Stavo cadendo a pezzi, mentre sentivo il tuo sguardo – così giovane e forte – avvicinarsi a me. Provavo a lottare: che beffa, lottare la vita per la morte. E per di più la morte lenta e arida del cuore. Ho tentato di scacciarti dalla mente, ma l’anima è stata più forte, ha vinto ogni barriera e resistenza, ha annientato i démoni che spuntavano ovunque senza riposo. Sono un uomo? Sono una bestia? Sono un ragazzo, un bimbo, una persona, un artista, uno scrittore, un poeta, un musicista, uno studente, un cassiere, una maschera, un benzinaio? Posso essere ciò che voglio e vivere mille vite, adesso non importa: è solo un contorno. Non mi annullo più come facevo prima, non azzero il mio essere per un amore o una persona. Adesso vivo anima e corpo… E sento. E tutto questo lo devo a te, che mi hai compreso anche quando avresti potuto odiarmi o ripudiarmi, che mi hai fatto sentire vivo anche quando io facevo di tutto per ucciderti. Ti ho fatto male e ho assassinato me stesso. Ma la linfa che ho trovato da quando ci siamo incrociati, vale qualsiasi crocifissione abbia mai vissuto nella vita. Tutto mi ha portato a te, a qui, a adesso. Ti chiedo tanto, perché nei tuoi occhi vedo quello che ho sempre sognato. Perché sento il calore e il bisogno d’amore che hai rifuggito e nascosto per anni. Perché annuso il sesso che traspare dai tuoi gesti. Perché amo la bambina, la donna, la puttana e la madre che custodisci gelosa.
    Invecchierò e perderò fascino e senso, ma mai lo sguardo che mi salda ai tuoi occhi.
    Ferma tutto e amami come l’uomo che hai sempre portato dentro…
    Gianni

     

     Salvo alzò lo sguardo e scrutò il commissario che lo osservava con un sorrisetto malizioso sulle labbra. -Non riesco a capire, commissario.- disse poi dopo un attimo di silenzio. -Cosa vuol dire questa lettera?-
    Il commissario Lugarini si grattò delicatamente la barba cinerea e prese il foglio tra le mani.
     -Immagina, Salvo: immagina un ragazzo, ma non un ragazzo qualsiasi. Un romantico, un sognatore, un giovane uomo che vive nella mente i sogni più fantastici. Mille vite, l’amore eterno, l’amore che squarcia ogni resistenza, che valica ogni limite. Mi segui?...Bene. Immagina ancora questo ragazzo costruirsi un essere divino, nella mente, solo lì, crearsi un sogno e dipingerlo, adornarlo, curarlo. E questo sogno, di colpo, non è più solo un sogno: è qualcosa di reale, un’essenza che puoi toccare. Immagina, allora, un mondo perfetto, creato nell’assoluto, unico, compiuto, tirannico. Attento ragazzo, tirannico… Bene Salvo… Guarda ora questo mondo e guarda quella porta. Al di fuori, oltre quella, non esiste più niente che possa migliorare questo sogno. Esiste il mondo, esiste la realtà. Quello che noi vediamo e sentiamo, quello che percepiamo come vero. Ed è un coltello questo reale, Salvo. Squarcia… Guarda Gianni  e guarda la pistola che stringe in pugno: quello è forse l’unico contatto che aveva col mondo, di certo il più tangibile. La sua mente creava fantasie e illusioni. Creava e disfaceva a piacimento, giorno dopo giorno. Pensa solo questo: storie su storie, fantasie e surrealtà. Intrecci senza senso o direzione, subordinati al caso, al caos, alla follia. Non una mente: una fabbrica di allucinazioni! Tiranna, come ho detto prima; perché non lasciava spazio ad altro, perché non concepiva nient’altro che se stessa e il suo punto di vista. Crudele, no?! E una mente come la sua, fragile e lucida come la sua, allo scontro con la realtà, non può creare un uomo: no, può solo annientarlo, solo devastarlo.-
     Salvo scosse la testa e sospirò. – Un rifiuto, commissario. Dalia lo ha rifiutato?-
     Il commissario Lugarini sorrise. Ne aveva viste tante nella vita, ma quella ancora gli mancava.
     Gettò il foglio sulla scrivania e mise una mano sulla spalla del giovane.
    - No, Salvo… Lei gli aveva detto di sì. -

    Fine

     

    Siena, 4 settembre 2007

  • 17 dicembre 2007
    La lotta

    Come comincia: Leggera, astratta, impalpabile la morte accarezza ogni giorno l'ego. Rapina i pensieri, frantuma i desideri, azzera futuro e cancella lo ieri. Le tenebre che con sé porta accecano speranze ed accendono una nera rassegnazione che fa precipitare in un pozzo in cui si spera arrivi quanto prima il fondo. Quivi arrivati il tempo è fermo e ci si chiede in quanti brandelli agonizzanti lasci il tuo io prima di stapparti l'ultimo lembo di vita in te rimasto, prima di spezzare l'ultimo filo legato a questa vita terrena. Non si vede altra soluzione  che aggrapparsi a lei ma l'ultimo esile, compromesso istinto alla sopravvivenza, fa sperare che non sia scelta propria ma fatal destino. Nero è la somma di tutti i colori della vita che, passando così velocemente sotto gli occhi, assumono lo stesso colore delle tenebre e da esse non si distinguono più; l'unica gamma cromatica visibile agli occhi confusi che non delimitano più i contorni della vita stessa. Così facendo pian piano... ti spegni!
    Reagisci con forza, forza che non hai. Ti rendi conto che sei esausto. Insisti in qualcosa che non comprendi ma comprendi che a volte non capire ma agire comunque è l'unica cosa da fare e continui a costruire non sai neanche tu cosa nella speranza che nella miriade di inutilità qualcosa torni utile.Vorresti fare grandi cose e sei convinto che se solo trovassi il modo le faresti ma non ci riesci. Cerchi disperatamente d'aprire la mente, la forzi all'inverosimile per capire qualcosa che probabilmente non è da capire. Combatti un nemico nascosto che non vedi costruendoti una corazza che diventa impenetrabile a tutto ma non a lei: la morte. Essa penetra le tue difese aprendo in loro uno squarcio che lascia passare anche le problematiche che pensavi sconfitte. Il pensiero a lei avanza inesorabilmente e pure quando credi non ti tocchi non puoi negare che sta comunque, imperterrita, avanzando nella tua direzione, nella direzione di tutti. Totalmente insoddisfatto cerchi  inutilmente qualcosa da fare che ti dia un orgasmo mentale a colmare tale affranto ma desisti subito. Allora cominciano i rimpianti di non aver saputo fare, dire, allocare le giuste cose nei giusti tempi, nei giusti luoghi. All'improvviso ciò che hai costruito si rivela ai tuoi occhi inutile e privo di senso: perché costruire tanto per poi dover lasciare tutto a lei? Rabbia e impotenza sfociano in te devastando sensi e togliendo scopo di vita. Ti dimeni dentro, ti agiti come non mai e pian piano... ti smorzi! Sforzi sovraumani ti danno ancora movimenti ormai riflessi e un attimo prima di dover oramai inevitabilmente abbandonare t'accorgi che questa lotta primordiale di sopravvivenza era ed è l'unica vera ragione di vita... purtroppo adesso è tardi!

     

  • 17 dicembre 2007
    Morpheus

    Come comincia: Un insopportabile trillo rimbalza sulle pareti della camera da letto. Trillo trillo fa rima con armadillo ma non risultano esserci animali simili nell’appartamento, forse sotto il letto, portato da quel maledetto tipo strano che lavora come corriere e che ha la pessima abitudine di entrare in casa come fosse la sua e che cr…

     

    Trillo, trillo, doppio trillo, come " sveglia che è ora di alzarsi " ed egli si sveglia, sbarra gli occhi e vede la stanza da letto quasi come gli sembrava di averla lasciata la sera prima a parte lui stesso nel letto con il pigiama odoroso e lo sguardo afoso , la moquette chiazzata di misteriosi liquidi maleodoranti dove immancabilmente ci piazza giusto in mezzo un assonnato piede assieme ad un’imprecazione impastata da una lingua che urla il bisogno di mentolo.

    Il lavoro. L’immagine del posto di lavoro ghigliottina la materia cerebrale squarciando i pensieri permeati dal torpore, l’ansia dell’orario da rispettare scuote la larva facendole chiedere a se stessa quanti minuti è stata lì a pensare al trillo, all’armadillo e al tipo che lo ha portato. E’ solo un minuto reale che diventano venti se dilatati dal sonno e dal debito che esso perennemente contrae con l’essere umano in oggetto il quale, cercando di lavarsi il piede che fallace cadde nella chiazza misteriosa sulla moquette, perde l’equilibrio fra water e bidet rovinando in maniera assai scomposta fra i due mostri bianchi dalle zanne argentate che ripetutamente lo attaccano e lo mordono senza alcuna misericordia.

    Poi il cesso come una giostra, smette di girare. Visto da terra esso regala nuovi odori e prospettive. Gli occhi si socchiudono bramando concentrazione. Occorre capire quali dolori siano da sgranchimento e quali da azzannamento per fugare le preoccupazioni riguardo a gravi danni fisici e quindi compromettenti la tabella di avvicinamento al posto di lavoro.

    Fortunatamente le belve sono state clementi ed ultimamente risparmiano le loro vittime (salvo colpirle quando meno se lo aspettano con improvvisi getti d’acqua bollente su parti corporee poco propense a marcate escursioni termiche).

    Ora egli è diventato un tricheco che guarda il suo riflesso nello specchio illuminato da un alone simile ad un aureola appannata tipo icona russa che gli cinge tutto il capo. Egli strizza gli occhi e l’aureola lampeggia fra nitidezza umana e opacità tricheca. Ora il pinnipede cerca di afferrare lo spazzolino mentre nel riflesso dello specchio il tricheco aureolato, che ora sta al di qua cercando di acchiappare il bruschino da denti, si è trasformato in un umano dall’aspetto orribile il quale brandisce una brusca setolosa o qualcosa di simile. Urge un intervento programmatico il quale stabilisca le priorità necessarie per raggiungere al più presto la lucidità di pensiero e l’abbandono quanto meno temporaneo della nebbia sonnolenta che avvolge l’interno del cranio. Le zanne del tricheco e la loro pulizia sono fra le ultime cose utili per raggiungere tale scopo e quindi lo spazzolino viene abbandonato in favore dell’orinata scaccia ansia.

    L’animale-uomo spesso crogiolatosi nelle sue virtù, dimentica che l’esperienza è la base e la chiave per non commettere errori già commessi in passato soprattutto in condizioni di estrema sonnolenza. Egli cala il pantalone pregustando il rilassamento psico-fisico che consegue l’orinata mattutina ma la pelle prepuziale traditrice, raggrinzitasi diabolicamente attorno al membro ed alla sua punta più estrema, devia drasticamente il caldo getto in spruzzi irregolari ed asimmetrici i quali irrorano i dintorni, e nulla può il rapido tentativo di porvi rimedio se non quello di peggiorare la situazione generale, del pigiama, e degli stessi dintorni.
    Ora, il primo pensiero è il pentimento quasi religioso nella sua profondità e convinzione. Il pentimento al quale segue la promessa sincera ed il giuramento di fedeltà in favore delle ore grandi a discapito delle ore piccole. Domani però. Sempre domani.

    La barbonesca condizione di un essere umano con le braghe calate di fronte ad una tazza del water, lordo della sua stessa orina, genera il pentimento ed il desiderio dell’autopurificazione dal sonno cronico, l’espiazione dei propri sonnolenti peccati, il pagamento dei propri debiti nei confronti del materasso e di tutte le sue molle.

    - "Prometto. Domani, anzi stasera, dopo cena. Sicuro. Appena finito di cenare, a letto presto. Certe umiliazioni non dovranno più ripetersi, ne va della propria dignità ".

    A questo punto cambiano ancora le priorità, la doccia sembra essere l’unico mezzo idoneo per raggiungere la normalità. Pestando in una pozzangheretta di orina con il piede sano, quello che si era salvato dalla precedente chiazza misteriosa sulla moquette, l’anfibio raggiunge il lavabo con lo specchio dove poco prima un tricheco dignitoso cercava di lavarsi le zanne, prima ancora che ad uno stupido essere umano venisse in mente di sovvertire l’ordine naturale degli eventi e la cronologia delle priorità.
    L’orologio da polso giace lì ai piedi dello specchio, ed è proprio lì che le pinne del mammifero guidano il suo corpo per cercare di scoprire il minutaggio occorso ad una persona per perdere la propria autostima. Rapidi calcoli mentali per quanto possibile nella loro vaga precisione, consegnano al display virtuale della sua calcolatrice cerebrale, un limitato tempo entro il quale fare la doccia oppure rinunciarvi, a patto che non vi siano intoppi ed imprevisti superiori al minuto o due, e che le procedure siano svolte con meccanica celerità e precisione. La decisione va presa nel giro di pochi secondi ed è in questi momenti che emerge l’uomo di carattere, l’uomo che sa affrontare i problemi della vita o che sa prendere le decisioni difficili anche a scapito di altri ma comunque sia, le decisioni giuste.

    Quando nella vita si è di fronte ad un bivio ed una scelta deve essere fatta, l’uomo vero emerge senza cadere nel panico come invece il nostro puzzone fa, pensando a quanti preziosi secondi sta perdendo per prendere una decisione che il suo capo ufficio avrebbe già preso da chissà quanti secondi e non per niente è il suo capo ufficio. Dopo un dilatato ed interminabile lasso di tempo scandito da passi e passetti fra doccia-lavabo-bidet in una specie di tango scomposto, il generale Custer con pinne da foca ma andatura da tricheco, opta per la rapida doccia e deciso vi si avvia. Ed è proprio dopo il primissimo getto d’acqua accuratamente studiato con sforzo sovrumano affinché esca ad una temperatura il più vicino possibile a quella corporea, che la suoneria del cellulare, scaricata con avidità dalla rete e ostentata con superbia alle più disparate persone, eccheggia di là, nella camera da letto trasformandosi improvvisamente in un odioso suono polifonico costato esageratamente caro, orpello adolescenziale da sostituire appena possibile con qualche monofonico squillo da uomo medio.

    Le priorità per l’ennesima volta si rimescolano, trascinate dall’odiosa allegra melodia che perfora l’occipitale del bipede bagnato nella doccia. Il cellulare ed il suo richiamo è sempre, in ogni caso ed in ogni situazione della vita, la priorità massima, l’icona da venerare, l’oggetto che comanda, l’apparecchio che può generare cambiamenti vitali nell’ordine interno, esterno e globale delle persone. Il cellulare è il destino stesso che però giunge anticipatamente e senza pietà a svelare i propri misteri. Quindi, al suono del telefonino, ogni cosa, qualsiasi cosa va abbandonata in favore di esso e delle sue incontestabili verità.

    Ora quindi, abbiamo un essere barcollante nella nebbia che avvolge il suo mondo ogni mattina, bagnato in quanto anfibio, il quale cerca di uscire indenne da un cesso piastrellato e disseminato di trappole di ogni genere, pozze di orina , mostri bianchi con denti aguzzi e polifemici occhi che lo fissano insistentemente. Il tappeto della stanza da letto diventa l’oasi ed il cellulare il pozzo d’acqua dove il viandante assetato cerca sollievo in un deserto di infide e umide piastrelle. Il telefono è lì, dove l’ha sempre lasciato, ammesso che lo abbia lasciato sempre nello stesso posto, infatti non è così, e questa cortina di sonnolenza che genera improvvise vampate d’ansia fa temere che dopo agitatissime ricerche del telefono seguendone faticosamente il richiamo, si arrivi lì ad afferrarlo e lui smetta in quello stesso momento di suonare. E più lo pensa più si agita, e più si agita e più pensa che non dovrebbe pensarci altrimenti va a finire che perde tempo prezioso e poi magari capita davvero. Quando finalmente trova il proprio padrone elettronico che vibra e lampeggia abbandonato su una sedia, come previsto smette di squillare pochi attimi prima che lui, cetaceo nudo ed umido possa rispondere.

    Il risentimento, già alimentato dal desiderio di sostituire l’odiosa suoneria, è rinvigorito dallo scherno che il fato riserva ai miserabili assonnati. Esso genera sentimento di rivolta, l’odio represso del suddito contro il tiranno di silicio. Il cellulare potrebbe esplodere in mille pezzi gettato contro un muro con un folle gesto di violenza non soffocata. Ma il despota ed i suoi fedeli transistors sanno come ammansire ed annichilire i propri dubbiosi adepti offrendo loro infinite possibilità ed opzioni come il ‘ registro delle ultime chiamate ‘.

    Ecco quindi come in un paesaggio di pianura di un ordinaria giornata invernale, la coltre nebbiosa si va lentamente diradando sospinta dalle leggere brezze degli imprevisti e dagli sforzi per leggere il display. La percezione spazio-tempo si concretizza e si stabilizza su valori terrestri e non più plutonici. I luoghi, gli oggetti, i tasti del Dio Comunicatore appaiono un po’ più grandi di prima. Come una pericolosa e soffocante mattinata padana si trasforma in un bel pomeriggio di sole, così il tricheco vede sciogliersi il pack sotto le pinne e si trasforma seppur a gradi in un essere umano sveglio e presente il quale della fitta nebbia sonnecchiante ha un vivo ed orgoglioso ricordo di averla allontanata, ameno fino alla prossima volta.

    Questo favoloso sogno però viene interrotto dal terribile destino che la tirannia del cellulare dispensa con candida regolarità. L’umano viene riportato improvvisamente nella realtà come un ubriaco dopo un incidente d’auto il quale riacquista una sgomenta lucidità; le cifre sul display, quelle relative alla giornata corrente, si dipanano e spiattellano la loro cruda ed incontestabile verità: DOM 23 LUGLIO.

    DOM, DOM…DOM…come le funeree campane del sonno. DOM, DOM, DOM….come DOMine cellulare. DOM, DOM, DOM….come DOMenica gli uffici sono chiusi. DOM, DOM,DOM…come DOMani, sempre DOMani.

  • 11 dicembre 2007
    Nina

    Come comincia: Mi sembra ieri quando ci siamo incontrati in Prato della Valle. Eravamo in bicicletta in una domenica qualunque di una giornata qualunque di fine agosto.
    Io me ne venivo a far un giro e tu invece godevi di una breve pausa di lavoro.
    Avevo accostato il velocipede vicino ad una colonna per mangiarmi un gelato e in quel mentre ci incontrammo.
    Mi trovavo davanti a te. La coda era esigua ma davanti a noi c’era un bambino che faceva i capricci e non si decideva a scegliere i gusti per il gelato.
    Sbuffavo.
    Fu in quel momento che sentii una voce femminile forte sorridere.
    «C’è chi di tempo ne ha troppo e chi come noi se lo ritaglia con il contagocce».
    Mi voltai e sorrise compiacente.
    Avevi colto nel segno ed eri riuscita a stabilire un legame da subito.
    «Dai, fatti avanti che adesso ti puoi prendere il gelato».
    E così ci mangiammo il gelato. Una pallina, pochi centesimi, ma tanta soddisfazione. A casa mia circolavano pochi soldi ma le regalai il gelato. Il sole ci accompagnava in un piacevole pomeriggio; ci spostammo in centro e dopo aver attraversato il ponticello e sfiorato una statua in marmo che sembrava scrutarci benevola, allungammo il passo per giungere infine in una panchina di gelido marmo.
    Il dialogo prese il sopravvento. Mi raccontasti che lavoravi come donna di servizio presso una famiglia altolocata che viveva vicino alla chiesa dei cappuccini, dove c’era quel frate piccolo e umile che confessava molto bene.
    I genitori ti erano venuti a mancare in un’età molto precoce e tuo fratello ti aveva allevato e mantenuto sino all’età di sedici anni. Tu già scalpitavi e avevi cominciato a lavorare in un bar e poi presso dei siori.
    Familiarizzammo anche perché io ero appena tornata dalla Puglia dove mi ero recata in villeggiatura con una contessa.
    La signora viveva a Camposampiero, io stiravo a casa sua e sovente d’estate l’accompagnavo in villeggiatura. L’aiutavo anche, in compenso godevo di qualche giorno libero e mi rilassavo.
    Il mare era la sua meta preferita e al mare andavo per prendere il sole e godere dell’aria salubre.
    Già allora soffrivo di cervicale ed il medico condotto mi aveva consigliato di recarmi al mare e fare le sabbiature. Purtroppo non potevo e allora ne approfittavo quando lavoravo dalla contessa.
    Univo l’utile al dilettevole.
    Ci salutammo e la invitai a casa mia a bere del clinton e mangiare qualche fetta di soppressa. I miei lavoravano i campi, avevano diverse vigne e allevavano almeno un paio di maiali per mangiarseli.
    La invitai nella cascina dei miei, una casa dalla struttura colonica, immersa nel verde e in una zona della provincia molto umida.
    Mi raggiunse una domenica di primo pomeriggio con una bici molto bella che era di suo fratello.
    Eri estroversa, esuberante.
    Mangiò molto e avidamente. Le presentai mio padre, allora era un cinquantenne determinato che aveva appena comprato altri due campi.
    Infine prima di congedarci la invitai al mare per la domenica successiva.
    Un sole settembrino energico e malizioso ci lasciava sognare.
    Partimmo con una corriera sgangherata, fu un’autentica fuga poiché la vendemmia non era ancora terminata. La corriera soffriva pure lei l’ultimo caldo. Ci sedemmo in fondo per poter chiacchierare liberamente e così arrivammo al mare.
    Era una splendida giornata, ci spingemmo sino al bagnasciuga lasciandoci accarezzare dal vento soffice e leggero della mattina.
    Mentre i nostri piedi si bagnavano mi raccontavi i tuoi sogni.
    Pensavi di sposarti con un artigiano del legno che fabbricava dei bellissimi mobili e invece ti capitò un vedovo cinquantenne che morì dopo cinque anni; dicevi che la fortuna ti avrebbe baciato con almeno un paio di figli e invece eri sterile, pensavi di girare il mondo una volta
    ricca e invece vivesti confinata sino a ottantasei anni nella piccola casetta che ti aveva lasciato in usufrutto il vedovo.
    Ti hanno dato l’estremo saluto in un pomeriggio caldo e afoso. Mi dicevano che il prete ti ha rivolto l’arrivederci.
    Io non me la sono sentita di venire, solo ieri ho raggiunto il cimitero e ti ho salutata con un’accorata preghiera.
    Il tempo corre anche per me, a presto, arrivederci Nina, figlia di questo nostro mondo che come dice De André in una sua canzone, vivesti in direzione ostinata e contraria.

  • 11 dicembre 2007
    Donna

    Come comincia: Chissà se Dante Alighieri avrebbe trovato un posto specifico per gli stupratori. Chissà se li avrebbe accettati nel suo inferno o avrebbe preferito renderli polvere, sostanza in essere liquida, impalpabile, inutile, come la loro esistenza. Forse il girone dei vigliacchi, degli sciocchi per scelta, degli impotenti per vocazione. Chissà Dante cosa ne avrebbe fatto di loro…
    Io mai potrò perdonare chi del male ha compiuto sulla donna che amo, che sempre amerò e sempre custodirò nella mia celeste stanza sognante, contornata da nuvole soffici al pari della sua pelle, bianca e soave come la sua natura: Donna.
    Mi pento tutti i giorni di essere andato via proprio quel giorno, di averla lasciata, abbandonata al suo destino, alla sua morte spirituale, mi pento ma non basta, mi frusto ma non serve, potrei anche uccidermi ma ciò non remunererebbe la mia coscienza. Non merito perdono, non merito comprensione, non merito il “diritto” di essere amato. Perché essere amati non è un diritto, ma un dovere… bisogna sapersi far amare e non tutti ne sono capaci. Quella mattina ricordo il litigio, i piatti volare, la rabbia scorrere come un fiume in piena fra le nostre parole velenose. Volevo di più dal nostro rapporto, volevo la sua piena accondiscendenza, volevo una vita come io l’avevo immaginata. Nel mio essere uomo stolto ed alle prese con lo strano conflitto Cervello/pene/cuore, non riuscivo a comprendere l’incredibile fortuna scivolata addosso al mio fisico marmoreo. Ho sempre celiato con la mia virilità, ostentando sicurezza e parafrasando la vita coniugale, plasmandola su sciocchi telefilm drogati dal surreale. Non potevo però prevedere l’epilogo di quella giornata ombrata dal Diavolo.
    Bisticciammo per ore in pigiama, sputandoci addosso tutte le nostre repressioni, soprattutto io, che mi mascheravo di perfezione nella società e con viltà sfogavo la mia incompiutezza sulla donna con la quale condividevo il letto. Perché questo era divenuto il nostro rapporto. Un letto condiviso, odiato e scomodo, corroborato da spine, gonfio di superbia e mezzo di unita separazione. Se solo avessi compreso prima l’idea di donna che il nostro Signore ci ha donato. Se solo potessi tornare indietro, amare solo per il gusto di essere abbracciato, per una carezza quando piove dal cielo acqua sporca, un bacio privo della contraffazione sessuale. Se solo fossi stato uomo. Fuggii sbattendo la porta ed augurandole male, dolore e patimenti per come scioccamente pensavo mi stesse trattando. Per il resto della giornata non volli sentirla, non volli parlarle e neanche volli pensarla. Vagai, nel moto festivo di quella domenica, per le strade di una città dai colori sbiaditi, dal grigio sfocato e dal bianco macchiato dall’insoddisfazione coniugale. Mi chiusi nel bar colmo di volti amici, di chi come me aveva incendiato con la guerra fredda l’inizio di quel dì. Di chi come me aveva mandato segnali evidenti di odio verso la propria compagna e cercava conforto rifugiandosi in altre storie come la sua. Riparo di stronzate compiute e mai ammesse. Di chi come me non aveva il coraggio di fare un passo indietro e strapparsi via l’orgoglio maschile fautore di mille gesti ragionati sempre troppo poco. Tornai a casa fumante, perché i dialoghi in quel bar avevano accesso ancor di più le mie motivazioni, spingendomi a due mani verso un baratro dal fondale celato. Tutta quella giornata avevo pensato di poter vivere senza di lei, avevo rinnegato l’amore, la famiglia, la dolcezza, l’affetto, il rispetto, la comprensione. Ero nero di rabbia e deciso a fare le valigie.
    Trovai i carabinieri davanti al portone di casa. La volante con sirena lampeggiante e due tizi in divisa vestiti che mi stavano aspettando. Non appena mi videro uno dei due mi venne incontro con passo svelto, scuro in volto e attento ad ogni gesto.
    “Signor Paletti ?”
    “Sì… cosa è successo?”
    “Sua moglie… è stata aggredita”

     

    Stuprata, malmenata per ore, legata ed ancora seviziata nel peggiore dei modi. Un balordo mi dissero, un ragazzo di circa ventisette anni, poi arrestato e rinchiuso in carcere. Vomitai ogni giorno per un anno. Vomitai il senso di ribrezzo che provavo per la mia esistenza. Vomitai legato al senso di dolore che poteva aver provato Maria, la mia compagna. Umiliata ed insultata, picchiata prima a parole da me e poi nei fatti da quell’essere limaccioso, inutile, volgare anche nel respiro, sciocco nel cervello e viscido nella pelle unta di immorale sussistenza. Se solo fossi rimasto in casa e non mi fossi inalberato per un caffé mancato lei sarebbe ancora in possesso della sua anima.
    In un mondo da raziocinio creato, per un gesto di tal vigliaccheria, si adopererebbe la castrazione chimica. Spesso ho sentito persone immedesimarsi nei parenti della vittima, pronunciare frasi del tipo “Se fosse capitato a noi tu che pena avresti chiesto”, apparire in dibattiti anche pubblici con la bocca starnazzante di immondi consigli, proposte di legge per gli stupratori, o pedofili e tutti coloro che fanno della loro forza fisica un vanto solo al cospetto di inferiorità strutturale. Poi alla fine dopo qualche anno tutti sono fuori di galera. A che serve? mi domando io che convivo con una donna alla quale è stata sradicata la dignità dal petto e che mai prima di questa disgrazia avevo trattato con giusto rispetto. Mi faccio schifo al pari degli stupratori. Amando una donna si può capire il senso della vita.

  • 11 dicembre 2007
    Il peso dei soldi

    Come comincia: Ognuno ha le sue piccole, recondite perversioni che solo uno psicologo potrebbe chiarirci. Io ad esempio detesto, sin da giovane, ricevere soldi in mano come compenso di una mia prestazione professionale. Forse ero nato medico della mutua già nella configurazione del DNA. - “C’è lo stipendio in banca” - è stato per anni l’avvertimento del collega amico. Poi, oggi, con internet, basta un clic. Il denaro guadagnato non lo vedi. Ciò non toglie che non mi sia capitato di ricevere l’onorario dalle mani di un malato o di un suo famigliare.
    L’imbarazzo è stato sempre il medesimo, non si è attenuato con gli anni. Forse perché ritengo la mia professione non strettamente legata alla ricompensa economica, anche se vivere pur si deve. Una sopravvalutazione senz’altro dell’atto medico. Troppi libri di Cronin da ragazzo. Non saprei spiegarlo. Ma quando arriva quella frase tremenda: - “Quant’è, dottore?” - provo un disagio psico-fisico. Mi è stato molto più facile negli anni lasciare stupito il paziente con un: “Lasci perdere” - che pronunciare ad alta voce un numero particolare di monete. Se l’ho fatto, quegli istanti mi sono sempre pesati. Scorgere sul volto del paziente l’equità di una ricompensa non è semplice.
    La ricerca della moneta in casa. Il tempo si dilata. Tu stai quasi fermo con la mano moralmente aperta, come un poveraccio. La famiglia che si sperde per le stanze, voci sottomesse ed arrivano i soldi. Solo in alcune famiglie vengono introdotti in una busta, il più delle volte ti vengono dati in mano. Se sei di educazione antica, pronunci :”-Grazie!”- Ma con questo suono, rovesci la situazione. Mentre deve essere il malato a ringraziarti per la salute che cerchi di dargli, ora sei tu che “ringrazi” perché ti hanno pagato la tua prestazione. Sei pari al malato ora…sei sulla stessa scala di valori. Lui ti ha comprato una tua prestazione. Anche le puttane della Domiziana vivono questo momento, mi dico.
    Metterli nella prima tasca che ti ritrovi addosso, appallottolati, incontati. Poi l’oblio del momento copre tutto, torna il sorriso, i convenevoli, i saluti e via giù dalle scale.
    Ma non dimentichiamo l’ambiente che mi ospita, Rione Sanità che comprende il ricco camorrista e il povero vero. E a quest’ultimo se sei un essere umano, non puoi chiedere nulla. Ma non tutti siamo uguali. Anni fa un collega si creò una guardia medica personale in collegamento con amici del 113. Per cui rispondeva alla chiamata telefonica: “Vengo, ma cominciate a mettere sul comodino cinquantamilalire”.- (anni fa). Gli bruciarono la Mercedes. Ricordo che una notte portò via ad un mio paziente due bombole di gas domestico, al mancato reperimento di soldi.
    Sono giunto a queste considerazioni rivivendo oggi uno di questi momenti.
    Mi sono venuti a chiamare in ambulatorio.
    - “C’è un ragazzo che sta male, ha la febbre altissima, è una visita privata” Questo aggettivo viene aggiunto per una scarsa stima verso la classe medica. Sembrerebbe che a questa sonorità il medico risponda con una maggiore lena. La visita era nel palazzo affianco, all’ultimo piano. L’arredo modesto, anzi modestissimo, quasi annegato nella grandezza delle camere di un vecchio palazzo. La moglie con un bimbo piangente in braccio mi ha condotto verso una branda dove sotto vari strati di coperte c’era il marito, un ragazzo sulla ventina. La febbre e i dolori coprivano una banalissima influenza. Poche azioni da parte mia. La ricetta redatta in piedi, in quanto sedie nelle vicinanze non ne scorgevo. Il momento della ricompensa è arrivato anche questa volta... Mi guardo intorno: la tappezzeria che si stacca a pezzi. “Che faccio? lo chiedo l’onorario a questi poveracci?” - Butto una cifra irrisoria, da denuncia da parte dell’Ordine. La moglie si aggira per la casa, apre cassetti e li chiude in fretta. Attendo un tempo infinito.
    “Angela! Li hai trovati?” – urla il marito dal letto. I soldi arrivano in fine ed esco. Mentre sto scendendo i primi gradini, la porta si riapre e appare il volto serio della ragazza, il bambino urla sempre.
    “Dottore, ma Gigino con quella febbre che tiene, è in condizioni di portarci domani a Eurodisney a Parigi? Ditecelo voi, per piacere… che non è cosa.”

  • 11 dicembre 2007
    Le vie del silenzio

    Come comincia: In una giornata di sole nulla potrebbe andare storto.
    Lo dico tra me, ma è solo un attimo, poi i miei occhi si posano sul Volto del Cavallo.
     
    Strano come i turisti visitando Ferrara, forse già col ventre rigonfio di cappellacci di zucca, non s’accorgano che le due colonne del volto sono diverse fra loro.
    Quella che ha l’onore di sorreggere il duca Borso d’Este è più larga. E’ fatta di strati di marmo e mattoni che non provengono da nessuna cava: sono lapidi funerarie levate ai cimiteri ebraici.
     
    La cosa risultò palese nel 1961 quando, volendo restaurare la colonna, ci si ritrovò di fronte ad iscrizioni smozzicate e tronche preghiere di benedizione.
    Le lapidi vennero fotografate e la colonna le fagocitò di nuovo.
    A nulla valsero le suppliche della Comunità Ebraica.
     
    E’ questo che accade in un giorno di sole.
    Mentre tu rimani affascinato da queste finestre... quante sono? Tantissime.
     
    Stai percorrendo Via Mazzini. Tutte quelle finestre a raccontarti quante persone erano costrette a vivere in un solo edificio.
    Cinque cancelli cingevano le strade del ghetto, non vedi i cardini?
    In Via Vignatagliata rivedo la scuola ebraica, dopo il 1938, quando l’Italia ci bollò come razza ebraica, potevamo studiare soltanto qui. Avevamo i migliori insegnanti della città, quelli costretti a seguirci in questa scuola, ebrei anche loro.
     
    Ferrara è una città strana, la diresti dormiente. Ma non lo è affatto, credimi.
     
    Gli Este accolsero qui la mia gente, gente che scappava, ma quando Ferrara entrò a far parte dello Stato Pontificio, il Papa non ne volle sapere di noi.
    Solo l’unità d’Italia ci fece integrare in quella che abbiamo sempre considerato patria.
    Combattemmo e morimmo, da uomini, non solo da ebrei.
    Stranieri? Beh, non lo eravamo, non fino al 1938.
     
    E qui comincia la storia che voglio raccontarti.
     
    Il primo podestà della mia città fu un avvocato ebreo. Brava persona, ma ebreo.
    Credo sia stato Italo Balbo ad avvertirlo del vento che cambiava.
    Quando si dimise, mia nonna, donna saggia, temette il peggio.
     
    In casa nostra, antica famiglia borghese, non mancavano gli oggetti di valore.
    Mia nonna volle salvare un antico Yad ad ogni costo.
    Lo Yad è una piccola mano indicatrice usata per tenere il segno durante la lettura del Sefer Torah.
    Nessuna mano umana, infatti, può toccare le Sacre Scritture.
    Lo Yad che mia nonna conservava così gelosamente, era stato portato a Ferrara dai nostri antenati cacciati dalla cattolica Spagna.
     
    Ferrara è città di brava gente, gente onesta. In quegli anni, quando insulti e povertà entrarono nelle nostre vite, furono in molti a darci una mano.
    Ma furono tanti anche quelli che si premurarono di riempire dettagliati fascicoli. Ci schedarono e ci portarono via tutto.
     
    Lo zelo di alcuni fa rabbrividire. L’Archivio di Stato conserva ancora tre elenchi, frutto dell’interesse personale di qualche funzionario. Documenti mai richiesti dalla Prefettura, ma che qualcuno compilò con meticolosità. Vennero buoni, quei tomi, nel ’43, quando si mandò la gente a morire.
     
    Ma quell’antico simbolo ebraico, mia nonna lo volle salvare.
     
    Erano i primi mesi del 1939. Dopo aver avvolto il prezioso Yad ed averlo nascosto in una valigia assieme a vecchi abiti, mio fratello maggiore partì per la Svizzera.
    Era un’impresa disperata, lo sapevamo bene. L’avrebbero braccato, pensammo... e così avvenne.
    Arrivò alla stazione di Bologna e sparì nel nulla, con la valigia.
     
    Sono passati anni, troppi a contarli.
    Non so dove sia finito lo Yad, o almeno quello celato nella valigia.
    Quella copia da due soldi che mia nonna consegnò a mio fratello.
     
    Lo seppi quando decisi di restaurare il mio vecchio appartamento in Via Mazzini, di fronte alla Sinagoga.
    In quella che fu la stanza da letto dei miei nonni, sotto il pavimento, trovai una nicchia.
     
    Lo Yad dei miei avi era là.
     
    Mia nonna, con saggezza, deve aver pensato che nessuno avrebbe cercato a casa nostra ciò che già ci era stato rubato.
     
    Si sentono molte storie di gente mandata a morire inutilmente, ma un fratello morto per una patacca da rigattiere può forse darti l'idea di quanto triste sia la nebbia del tempo che avvolge la mia Ferrara.

  • 11 dicembre 2007
    Un faro nel vuoto

    Come comincia: Quando mi dissero che dovevo installare un mareografo nel Delta non immaginavo sarei finito in un posto simile.

     

    Mi aveva inviato la Provincia, con altri tre tecnici. Cartina alla mano perché se ti perdi da queste parti ti ritrovano dopo mesi... come sull’ Everest!
    Finché si è trattato di percorrere la statale e immettersi sulla provinciale, tutto bene. Poi ho capito cosa significa un posto isolato.

    Mi perdo un paio di volte prima d’arrivare al ponte di barche che devo percorrere. Pago il pedaggio, irrisorio a dir la verità, e chiedo se sono sulla strada giusta per l’Isola dell’Amore.
    Ci credereste? Il nome la fa sembrare una meta da viaggio di nozze, invece è soltanto un lembo di terra che i locali chiamano lo "Scanno".
    Il vecchietto che sembra Cerbero al limitare dell’inferno mi dice di seguire la strada.

    Sulla riva veneta del fiume c’è il traghetto che ci aspetta. Ho scoperto che qui le cose funzionano solo da aprile ad ottobre, il resto dell’anno sono tutti in letargo.
    La Provincia ha scovato il conducente del traghetto che, di malavoglia e abbandonando una partita a carte, ha accettato di portarci sullo "Scanno".

    Hanno fatto aprire per noi, caso raro, l’unico ristorante su quella sperduta lingua di terra.
    Si trova nel faro che, costruito nel ’50, non ha visto per anni anima viva. Qualche tempo fa un pazzo visionario l’ha preso in gestione ricavandone qualcosa che assomiglia ad un rifugio.

    Dietro di me il furgone trasporta il mareografo che servirà a determinare la quota del mare alla foce del Po. Alcuni pescatori, ridendo, mi hanno detto che non gli serve.
    Quando i tavoli e le sedie del ristorante del faro galleggiano... significa che non c’è da stare tranquilli!

    La filosofia locale mi fa rammentare un documentario di Discovery Channel, se mi guardo in giro, in mezzo alla nebbia, forse scorgo anche un totem.

    Il lavoro in sé non richiede molto tempo, se non fosse che per arrivare fin qui da Ferrara ho impiegato quasi due ore ed ora mi ritrovo a vagare su queste dune di sabbia...

    A lavoro concluso possiamo godere dell’ospitalità dell’unico ristoratore in questa valle di lacrime.
    Inutile dire che il pesce qui non ha lo stesso sapore che ha in città.

    Sembra che la nostra presenza sullo “Scanno” attiri diversi visitatori, la cosa non mi stupisce; il primo cinema è a trenta chilometri, la noia da queste parti è palpabile.

    Noi siamo in quattro, tutti cittadini e a bocca aperta di fronte allo spettacolo dei canneti.
    Sembra d’essere tra i pochi sopravvissuti ad un disastro atomico.

    Neanche a dirlo il ristorantino comincia a riempirsi di gente.

    Chissà quanto è seccato il conducente del traghetto! Macché, questi sono venuti per conto proprio, in barca. Hanno saputo che il ristorante del faro era aperto e volevano vedere in faccia i "foresti", gli stranieri che avevano fatto il miracolo.

    Il vino abbonda sul tavolo, poi qualcuno tira fuori un mazzo di carte.

    Conosco poco il dialetto ferrarese e quello di queste parti non ci assomiglia nemmeno tanto.
    Un ometto di buona volontà ci fa da interprete quando anche la fantasia non viene a capo del senso del discorso.

    Si raccontano molte storie in un pomeriggio di nebbia, con la pancia piena e il vino che toglie lucidità.
    Chiedo al gestore come gli sia venuto in mente di aprire un’attività qui, fuori dal mondo.
    Mi dice che è venuto da queste parti sul finire del ’51, come inviato di un famoso giornale.
    Ha immortalato la grande alluvione e, affascinato dal Delta, non è più riuscito ad andarsene.
    Diversi anni prima ha perso il figlio maggiore , annegato in Po una domenica d’agosto.
    "Il fiume è traditore" mi dice.
    Si versa nel bicchiere un ultimo goccio di vino e lo beve tutto d'un fiato.

    "Ho perso mio figlio ma non hanno mai ritrovato il suo corpo, così ora me ne sto qui, in compagnia di questo faro. La sua luce la si vede fino a dieci miglia in mare, sa? Forse farà ritrovare al mio ragazzo la strada di casa."

    Sono un po’ brillo ma non abbastanza per continuare la conversazione.

    Ho tirato un sospiro quando, finalmente, il traghetto mi ha riportato alla mia auto. Durante quella breve traversata non ho fatto altro che scrutare l’acqua buia.

    I morti non tornano, mi sono detto, ma ne sono pienamente convinto solo quando imbocco la statale in direzione Ferrara.

  • 11 dicembre 2007
    La morte ti fa bella

    Come comincia: Decisamente la morte per assideramento è quella che più si confà alle more. Le labbra violacee ed il pallore cereo fanno da contrappunto ai loro capelli corvini.
    Lo stesso, invece, non si può dire per le bionde.
    Il grigio cenere del viso mal si accompagna con la massa dorata delle crini.
    La morte che maggiormente dona alle bionde, a mio parere, è quella per strangolamento. I segni rossoviolacei sul collo fanno da ultimo foulard alla loro bellezza.
    Quei segni, così netti e precisi, contrastano mirabilmente col loro viso fragile e virgineo.

    Sì, decisamente l’estetica segue chiare regole, anche nella morte.
    Così pensava il dottor Exhume alla fine del turno.

    Fare il patologo non è un lavoro divertente.
    Bisogna trovare un modo per non impazzire in quel laboratorio d’acciaio, seghe e provette.
    Già il nome del luogo appare sinistro e cupo: obitorio.

    Mentalmente pregustava, quasi con ingordigia, il suo rientro a casa.
    Avrebbe aperto la porta chiamando a gran voce sua moglie, la sua adorata brunetta.
    Avrebbe aperto il freezer e l’avrebbe baciata sulle gelide labbra.

  • 11 dicembre 2007
    Mille e mille volte

    Come comincia: Mille e mille volte riflessa.
    Uno specchio rimanda un’immagine che forse è la tua, la rimanda molte volte, mosaico di chi non sa riconoscersi.

    Un accendino d’argento, costoso, sul bordo di una panchina.
    La zigrinatura di lusso, tirata a lucido, riflette sorniona.

    Un pacchetto di sigarette, aperto, ne lascia intravvedere le terga.
    Lo sapeva che stavi cercando di smettere.

    L’accendino d’argento rimanda alla tua mente il sorriso cinico di lei. Sarcasmo. Quante volte sono che giuri e spergiuri di smettere?
    Mille e mille volte.
    L’accendino ha riflesso in quelle occasioni la tua faccia afflitta che mentiva a se stessa... solo un tiro... sarà l’ultima sigaretta.
    Ecco smarrito in una boccata di fumo un buon proposito.

    Lei sapeva e ci provava gusto a tormentarti.
    Un pacchetto di sigarette e un accendino su quella panchina.
    Distogli lo sguardo e lo punti su di lei.
    La tua retina e l’accendino ne riflettono le orbite vuote.

    Un solo fendente allo stomaco.
    Il punteruolo lo hai sempre avuto in borsa. Pensavi di difenderti dalla cattiveria del mondo. Lei era cattiva, non credi?
    Come definire altrimenti chi ci allontana da un piccolo traguardo?

    Però ora lo devi confessare a qualcuno...
    Devi dirlo al medico che quel cerotto ti rende nervosa.
    Nervosa, certo.
    Lei lo sapeva. Se nemmeno la tua amica più cara lo capisce...

    Un pacchetto di sigarette aperto su quella panchina.
    L’accendino ti rimanda mille  e mille volte riflessa un’immagine che pare essere la tua.
    Soltanto un tiro, che sarà mai?

    Lo specchio zigrinato e sadico ti riflette in una nuvola di fumo.
    Che buon sapore ha una sigaretta dopo aver ucciso qualcuno.

  • 11 dicembre 2007
    Breve e fulminante

    Come comincia: Esco ora dal mio editore.
    "Niente da fare", mi dice, "hai perso il tocco magico".
    Beh, gli avrei risposto tra i denti, se una cosa la fai per campare, se la fai  sette giorni su sette, magari diventa un lavoro vero e non è più quello splendido hobby che mi ha portato fin qui.

    Il mio editore è uno stronzo, non lo sono forse tutti? Mi mette una mano sulla spalla e mi fa "breve e fulminante"... certo, come l’infarto che gli auguro ogni volta che scarta un mio pezzo! Ok,  breve  e fulminante... e cosa gli porto la settimana prossima?

    L’unica cosa breve a cui penso è il mio matrimonio!
    Fulminante? Certo, come gli alimenti che sono costretta a pagare a quella mezza calza di marito. Lo diceva la mia mamma:  "Mai sposarsi con un bagnino!"
    Eh, com'è dura la vita quando si chiudono gli ombrelloni e il sole si fa tiepido!

    Ok. Allora, com’era? Breve e fulminante.
    Fermo un taxi, a quest’ora la metro è piena di ragazzi che tornano da scuola e al momento sentire marmocchi che urlano, anche se in maniera breve e fulminante, va oltre la mia sopportazione.

    Apro la portiera e mi infilo nel taxi, quando sono nervosa non mi muovo, sguscio.
    Do le indicazioni in maniera breve e chiara (fulminante? non saprei, è solo l’indirizzo di dove abito).

    Ma si sa, i tassisti sono bestie strane, a metà tra il venditore di pentole in TV e il tuo padre confessore.
    Così mi tocca subire le indicazioni turistiche.
    "Piazza Savonarola", "Ecco il Duomo, è del 1100 o giù di lì, sa?"
    Evito di guardare fuori dal finestrino, la mia città la conosco e tra un po' tiro un urlo per non sentire le castronerie pseudo-storiche che mi propina!

    Poi passa a parlare del tempo.
    "Caldo, eh? Ah, beh, ma mai come da noi, sa? Io vengo dal Texas e il caldo che fa da noi..."
    E blatera.

    Allora penso tra me, se lo metto in difficoltà con una domanda a trabocchetto, una domanda breve e fulminante, vuoi vedere che chiude il becco?
    "Senta, mi scusi, sa, sto facendo un sondaggio: mi racconta una storia breve e fulminante?" e già me la sghignazzo tra me e me. pensando "Vedrai che l’omino del west non sa che pesci pigliare!"
    Beh, un consiglio, mai sottovalutare un tassista.

    Mi guarda dallo specchietto, si schiarisce la voce.
    "Buffo che lei me lo chieda. Faccio il tassista da vent'anni, dieci dei quali passati vivendo su questo taxi".
    "In che senso vivendo? Fa forse turni da 24 ore?"

    Altra occhiata furba.
    "Possiamo anche dire così. E' che, vede, io non scendo mai dal mio taxi. Se ho fame passo al McDonald e mi consegnano tutto dal finestrino. Se mi va d’andare al cinema, vado in un drive-in... e se devo fare la doccia, vado all’autolavaggio e apro le portiere!"

    Perplessa gli chiedo se ha forse paura che glielo rubino il taxi o se lo spaventa pagare un affitto.
    "Come le dicevo, io sono texano. Facevo il tassista anche dalle mie parti, ma quello era traffico, mica il vostro! E quello era caldo! E il caldo, quando la terra non lo sopporta oltre, scatena temporali. Beh, avevo appena finito l’ultima corsa della giornata. Esco dall’auto per bermi un buon caffè forte, ah! mica come il vostro caffè che non sa di niente! Esco, mi guardo in giro e BAM! Un fulmine mi colpisce dritto al petto!"
    "Madonna! Ma lei è fortunato a poterlo ancora raccontare!"
    "Eh, vede, se invece di scendere dal taxi poggiando la mano sulla lamiera, io ci fossi rimasto dentro, non sarebbe successo" e se la ride, " Lo dice anche Discovery Channel che l’auto è il posto più sicuro per difendersi dai fulmini!"

    Rimango a pensarci su.
    "Breve e fulminante" lo è...
    ma non è pubblicabile.

  • 11 dicembre 2007
    La cara zia Bettina

    Come comincia: Mia zia Bettina passa il tempo sferruzzando.
    Ci vede ormai pochissimo e le sue mani sono afflitte dall’artrite, ma cos’altro mai potrebbe fare per passare il tempo?
    Mia zia Bettina esce poco, non parla coi vicini, quasi non li conosce.
    La cara zia porta il lutto da più di sessant'anni.
    E’ rimasta vedova giovanissima, dopo soli undici mesi di matrimonio: lo zio Carlo è morto in guerra.

    Mio zio Carlo era negli alpini, addetto alle salmerie.
    Proprio la sua asina preferita, la Tota, gli sferrò in volto il calcio che l’uccise.

    Mia zia Bettina percepisce la pensione di vedova di guerra.
    La zia Bettina vive in fondo ad un vicolo, la cui imboccatura è di fronte alla chiesa, sull’altro lato della piazza.
    Così, quando zia Bettina sente i "rintocchi a  morto"

    Donnnnn... Donnnnnn... Donnnnnnnn...

    prende lo scialle ed esce.

    Percorre il vicolo con la velocità che i suoi ottantaquattro anni le consentono. Non guarda i vicini che stanno sulla soglia, non risponde ai saluti.
    Zia Bettina si porta in prima fila, osserva il feretro portato a braccia e annuisce.
    Si fa il segno della croce la mia adorata zia, per un po' segue con lo sguardo il corteo funebre; poi rientra a casa.
    Riprende il lavoro a maglia e parla tra sé:

    "Un altro morto, un’altra vedova... ma quella mica la prende la pensione di guerra!"

    Sorride la zia, rinfrancata.

    Sono le piccole soddisfazioni a rendere sopportabile la quotidianità.

  • 10 dicembre 2007
    Notte di Natale

    Come comincia: Da troppo tempo ormai, Giacomo, era tormentato dai ricordi di quell'estate di due anni fa, quando, per un banale incidente stradale, sua moglie e suo figlio persero la vita.
    I ma ed i forse, che in tutti quei mesi tormentavano continuamente la sua esistenza; erano divenuti gli unici pernsieri di una mente, la sua, che non poteva più continuare, e, che di lì a poco sarebbe collassata.
    Alto e slanciato, un uomo alla soglia dei quaranta, Giacomo Sarni, aveva tutta l'apparenza di chi aveva speso la propria giovinezza, all'insegna dello sport, e della sobrietà. Laureato in Ingegneria dei sistemi con un punteggio di tutto rispetto, apparteneva a quella schiera di individui, i quali pensano di essere fautori del proprio destino. Tutto sommato, aveva condotto una vita, all'insegna della sicurezza e della tranquillità. Tipo prudente e metodico, non lasciava mai niente al caso. Niente... tranne forse, quello che il "caso" non concede. In piedi, vicino alla finestra con le tapparelle perennemente abbassate, Giacomo congetturava sempre su queste cose, quella che una volta era la casa di una famiglia felice, era ora poco più di un appartamento semi abbandonato. Sporco, disordinato, sempre in costante penombra. Giacomo, quando andava bene, passava le giornate alzandosi a giorno inoltrato; mangiava quando capitava, e molto raramente usciva di casa per fare la spesa. Quando lo faceva, preferiva orari in cui la gente è poca, per non correre il rischio di incrociare una donna, o peggio, una famiglia che potesse fargli tornare alla mente la sua.
    Tanto infatti, bastava perché ripiombasse in uno specie di trance, finendo per restare fermo in piedi, nel bel mezzo magari, del reparto surgelati, immobile, con lo sguardo assente e la bocca semichiusa, a fissare un punto indefinito nel vuoto. Mentre intorno a lui la gente indifferente gli passava accanto.
    Non era l'impressione che lo preoccupava, "un uomo che trascura la sua persona nell'igiene e nel vestire", diceva una volta, "non ha rispetto per sé e per la società in cui vive". Era vero, ma soprattutto a Giacomo.. non gliene fregava proprio niente ne di se stesso, né di quella società che tanto amava, e nella quale aveva vissuto così agiatamente... fino ad allora.
    La depressione toccò il punto peggiore la notte di Natale, quando - è inutile dirlo - nella folla natalizia riversatasi nelle strade, intrisa di ipocrita benevolenza, intenta agli auguri di rito ed ai consumistici acquisti di rito; ed alle promesse bene augurali. In mezzo a questo mare di folla festante e rumorosa, Giacomo nel silenzio della sua solitudine, camminava come uno spettro invisibile per strada, nella moderna indifferenza generale. I suoi ricordi, come lettere mai ricevute, gli ritornavano indietro: "certo" - pensava - "il mittente non c'era più".
    Quella sera, non avrebbe fatto festa con Marta e Dario come due anni fa, non avrebbe giocato a rincorrere suo figlio sotto l'albero di natale, o aspettato l'alba, magari facendo l'amore, con lei. No, questa notte l'avrebbe passata a tormentarsi, a crogiolarsi in dei ricordi che, come aghi nel cuore, lo trafiggevano ogni volta che gli tornavano in mente.
    Sarebbe stata l'ennesima notte di sofferenza, oppure... oppure... Da un pò di tempo un pensiero, come un tarlo, gli si faceva avanti nella testa, all'inizio scacciava questo pensiero in un misto di vergogna e di orgoglio, ma ora che non gli erano rimasti neppure quelli, la fioca lucina era diventata un'idea, un bagliore, la luce che risolveva la sua vita inutile... Oppure.. pensò.. questa notte, il 24 Dicembre, natale, Giacomo si sarebbe fatto l'unico regalo che ormai poteva premettersi… avrebbe raggiunto la sua famiglia.

  • Come comincia: Qualche tempo fa, pubblicai una poesia che, una volta scrissi per il mio amico Ciccio. In seguito ad un incidente con il suo amatissimo trattore è morto il primo di dicembre dopo un lungo gioco di tiro alla fune tra la morte e la vita. Forse quest'ultima,rendendosi conto che vincendo sarebbe stata meno della metà di quello che già era, ha deciso di allentare la presa e farla finita. Non so.
    Ciccio era un uomo semplice, dalla salute un pochino cagionevole, poco istruito, certe volte irascibile, ma di buon cuore e generosissimo. Curava la dozzina di giardini delle villette di "professionisti" in un piccolo centro dove si trascorre il periodo estivo. Anche il mio. Al contrario, però,lui mi aveva visto crescere e con me, l'unico, tra i "professionisti" a cui poteva dare del TU, si apriva completamente. Forse in considerazione del fatto che mi ricordava da piccolo e anche per la mia semplicità nel pormi con lui. Sostanzialmente riuscivo a metterlo a suo agio. E lui parlava e parlava tra una sigaretta e l'altra, sorseggiando un Bacardi breezer, di cui, prima che glielo facessi assaggiare, non sapeva nemmeno l'esistenza.
    Non si è mai sposato. Le uniche donne che conobbe nella sua vita erano delle signore che danno piacere, non illudono nessuno e non promettono nient'altro che va al di là di quello per cui sono pagate.
    Quando si rese conto di questo, grazie anche alle mie discussioni, non andò mai più a cercarne una. Per rispetto verso sé e verso quelle donne che fino a poco tempo prima aveva guardato con occhi diversi. "Sono vecchio ormai per queste cose, Antonello. I soldi meglio metterli di lato per il matrimonio di mia nipote. Mia sorella non se la passa tanto bene... lo sai. Voialtri giovani dovete farlo l'amore". Cosi diceva.
    Al suo funerale, di quelli i cui giardini Ciccio teneva alla perfezione, c'ero soltanto io e mia mamma che ha sinceramente sofferto per la sua scomparsa.
    Eppure lui, i frutti, le verdure, i funghi di campagna li portava a tutti quanti e ne era contento di farlo per la grande voglia di essere voluto e di voler bene.
    Purtroppo Ciccio, non si rendeva conto, nella sua ingenua ignoranza che non era un uomo di spicco come un politico, un professionista, un "nome", in definitiva, per cui valesse la pena farsi vedere costernati in pubblico, agli occhi dei miei "vicini" estivi... per me invece era di più.
    Se avesse potuto vedere dietro l'auto funebre avrebbe sofferto parecchio e da solo, come era nelle sue abitudini. L’unica cosa che avrebbe potuto consolarlo: il privilegio di aver avuto un amico, di essere riuscito a voler bene ma anche il parziale fallimento di non essere corrisposto come desiderava.

  • 07 dicembre 2007
    Lo sfasciacarrozze

    Come comincia:

    Lo sfasciacarrozze si trova in una strada senza uscita.


    In lontananza, latrati di cane e rumori di macchine su strade trafficate: lì intorno quell'odore chimico di pere cotte e detriti ai margini della via.


    Difficile sentire il rumore dei passi perché la strada èin terra battuta. Qui comunque non viene nessuno per scelta: cosa potrebbe cercare? meglio, cosa potrebbe trovare? L'altrove che il mondo di oggi disegna significa sempre altro da vivere l'oggi in pienezza.


    Mario vedi che c'è perché la luce del gabbiotto è il riferimento dell'ortaglia e del disordine vicino.


    Guardando attentamente riesci a intravvedere il calendario che il parroco gli ha detto più volte di togliere: povere ragazze con quel freddo! ma lui sorride e ha sempre in mano qualche pezzo di macchina ancora buono. Lo tiene fra le mani come un neonato da fare addormentare: adesso che è inutile gli fa capire che in ogni momento è la scelta ciò che fa la differenza.


    Mi ha sempre stupito Mario, perché in ogni momento lui cerca di utilizzare cose che sembrano inutili. Che strano che un volante di una macchinona sportiva, guidata chissà da chi, venga riutilizzato per la costruzione di un trattore. Il volante è ancora lo stesso ma cambia il suo significato: adesso diventa utile, riprende senso.


    E come il volante, valvole, filtri, radiatori, fanali, marmitte.


    Mario non si sente solo. Probabilmente all'inizio anche il padre eterno chiamava le cose con un sorriso simile.

  • 07 dicembre 2007
    Scatole di cartone

    Come comincia:

    Il lavoro di Giovanni é costruire scatole di cartone.


    Sempre la stessa forma, in fondo cosa può essere una scatola! ma di tantissime dimensioni diverse.


    Proprio ieri gli hanno chiesto di preparare una scatola piccola, più piccola che poteva.


    A quel punto Giovanni si è fermato.


    Avrebbe voluto liberarsi di tutti i suoi pensieri, per fare posto a quell'incredibile richiesta. Si è fermato per ringraziare le sue mani, i suoi occhi, la sua intelligenza, che lo avevano aiutato fino a quel momento: e da ultimo ha ringraziato anche il buon Dio che gli aveva dato tanti doni.


    Ci fermiamo così poco per ringraziare: di quello che siamo ora.


    Adesso stava parlando alle sue mani, per convincerle a realizzare bene anche quella richiesta: i suoi pensieri non dovevano pensare a fra un'ora, all'estate o a fra un mese, perché era maledettamente importante adesso e ora: e convincere i propri pensieri è forse la cosa più difficile.


    Pian piano ha capito che la difficoltà era lui, veniva da lui.


    Che bello quando cammini in un prato e sei contento e non sai perché.


    O quando senti una musica che ti prende, entrare in sintonia non perché hai preso una decisione, o ci ragioni sopra, ma così, a un tratto, senza che tu ci metti niente, sei contento e amen.


    Adesso Giovanni sarebbe andato a casa, contento perché costruire scatole gli permetteva di realizzare sé stesso.

  • 07 dicembre 2007
    Carta colorata

    Come comincia:

    Mario esce quasi sempre di casa verso le quattro del pomeriggio, con le tasche del cappotto piene di minuscoli pezzetti di carta colorata.


    Fatti pochi passi, ne lancia una manciata nell'aria.


    Alcuni gli rimangono sul cappotto, altri cadono per terra e sembrano petali di fiori.


    L'altro giorno gli occhi di un cane si sono incrociati con quelli di Mario mentre stava lanciando i suoi pezzetti di carta.


    Né il cane ha abbaiato, né mario ha lanciato i suoi pezzetti di carta colorta.


    E' stato come un miracolo, quasi si fosse fermata ogni cosa in quel semplice gesto.

  • 04 dicembre 2007
    Tutti mi dicono nichilista

    Come comincia: Il Pacifico non amava la loquacità. Che avesse ucciso la moglie, però, lo si sapeva. Un bel giorno, aveva abbrancato con una mano lei, e con l’altra il coltello. Il sangue non lo impressionava. Agì di conseguenza: quindici fendenti, un gran brutto macello. Era un teorico, lui: assassino, ma a movente filosofico. Diceva: “Voi mi dite nichilista”. E in quel suo voi stava racchiuso qualcosa di immenso, l'intero consorzio umano.
    E poi, diceva anche: “Il mondo è tutto un dare e avere, ecco che è. Tutti lo sanno, ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Io l'ho detto, ho ammazzato: ci ho creduto. Ed è per questo che voi mi dite nichilista. Ma se io sono nichilista, voi che cosa siete?”  Però nessuno lo stava a sentire. Era un incompreso, il Pacifico. E credo che la gente avesse semplicemente paura di ascoltarlo. Aveva paura, certo. Era questo, in fondo, il suo più grande cruccio.
    Io a volte ci provavo. Stavo lì con lui. Sapevo cosa rispondergli, e sapevo come farlo parlare. All'inizio era come uno scherzo, per me.
    Lui mi diceva: “Deh, Buonaventura, ma l'hai pagato il biglietto sull'autobus?”
    Buonaventura è il mio nome. E io: “Ma sì, certo che l'ho pagato”.
    “E perché?”, mi chiedeva lui.
    “Perché è giusto così”.
    “Allora non hai capito proprio un cazzo della vita”.
    Questa era la fase numero uno. La fase numero due veniva dopo. Era: iniziare a ragionare come lui. Nessuno ne era capace, ma io sì. Col tempo avevo imparato. E gli dicevo: “Ho pagato per non prendere la multa”.
    Era questa la risposta giusta. Quando dicevo così, il Pacifico sorrideva, mi tirava una pacchetta sul braccio e sorrideva: “Bravo, deh, bravo”.
    “Deh, Buonaventura, ma perché non ammazzi il tuo capo?”
    “Eh già, e poi chi me lo paga lo stipendio?”
    “Bravo, deh”.
    Ovviamente, non c'era né capo, né biglietto, né autobus, né stipendio. Era una specie di prova, per lui. Diciamo così.
    Diceva: “Deh, Buonaventura, ma perché facciamo quello che facciamo?”
    Ed è qui che stava il tutto. Lui lo sapeva: anzi, di più. Perché tra il sapere e l'agire la distanza è enorme. Abissale. Nessuno ha il coraggio di percorrerla. Il Pacifico lo fece, perciò era grande.
    Il che, ovviamente, ci porta dritti dritti alla sua storia. Dunque: un bel giorno prese su, venne da me, si sedette, e mi raccontò tutto. Mi disse di come uccise la moglie, e di come, per filosofia, non se ne pentì. Non fu una narrazione precisa. I particolari non gli interessavano, e non interessano neppure a me. Non fateci caso. La forma non conta un cazzo, il resto è molto semplice. Quindi, niente domande idiote.
    Ora, il Pacifico era sposato, si capisce. Viveva in una casa normale, insieme con la sua dolce metà. Non avevano figli: erano proprio soli, loro due. Nulla di speciale: a lui però andava bene così. Pensava molto, il Pacifico: come tutti, del resto. O forse più degli altri. Ma, come tutti, si era sempre e solo limitato a questo. Poi, un bel giorno gli bussarono alla porta. Lei insomma andò ad aprire, e si presentarono tre tipi. Erano tipi graziosi: tre assassini. Avevano appena massacrato la famiglia di sopra. Dissero: “Salve, abbiamo fatto a pezzi quegli stronzi dell'interno 42, ora toccherebbe a voi”. Procedevano con grande meticolosità: un numero dopo l'altro. Il Pacifico viveva al 43.
    Lei domandò: “Ma perché?” Il Pacifico sulle prime pensò di svignarsela. Innanzitutto, non amava le domande idiote, e sua moglie ne aveva appena fatta una. Già si era capito tutto, e chi se ne fregava dei particolari? Di nuovo, forma e sostanza: giusto? Ad ogni modo, quelli non si fecero ingabolare. Videro il Pacifico che scivolava verso la finestra, lo chiamarono, e poi con molta eleganza estrassero una pistola. Gliela puntarono proprio lì, dritto in mezzo alla fronte. Un argomento abbastanza convincente. Il Pacifico non era un idiota e sorridendo si ricompose.
    Quindi, senza scomporsi, i tre si rassegnarono a soddisfare tutte le curiosità dell'affranta signora. Dissero cioè quali erano le loro ragioni. Perché ne avevano, eccome. Generalmente, ciascuno ne ha sempre parecchie. Loro non ebbero scrupoli, e raccontarono tutto: che era per questo e per quest'altro, e che insomma non c'era nessun motivo personale, ma che proprio dovevano farlo. Non c'era scampo.
    Ma il Pacifico, lui, già aveva capito tutto.
    Non credeva in dio. Era un logico, come vi ho detto. Credeva nella vita e nella morte, e tutto ciò gli appariva molto, molto ragionevole. Osservava il mondo, intorno a sé. Se avesse creduto in dio, avrebbe iniziato a donare i suoi vestiti ai poveri, a farsi crocifiggere, lapidare, a porgere l'altra guancia, e cose del genere. Sarebbe stato il comportamento più razionale: qualche annetto di sofferenza, in cambio di un'intera eternità. Se gli fosse andata bene, sarebbe persino morto giovane: che c'è di meglio? Sui trentatré anni, diciamo. E poi, di lì in avanti, il paradiso, miele e latte che scorrono in mezzo ai prati, settantasette vergini tutte per lui, e via così. Grandi pacchie.
    Aveva idee molto chiare, a riguardo. Un giorno mi illustrò pure quelle. Diceva: “Deh, se credessi in dio, sai che farei? Vedrei il mondo come un grande reparto di riabilitazione. Che fai quando ti spacchi una gamba? Fai di tutto pur di guarire. Anzi, di più: ti fai un culo enorme. Sai, tutte quelle robe: ginnastica, flessioni. E non è che devi spassartela. Sei dentro un ospedale: devi soffrire, e lo sai. Anzi: più soffri, e più sarai a posto, una volta fuori. Non vedi l'ora di uscire. E' una doppia gara, contro il tempo e contro te stesso. Ora, sostituisci l'ospedale con la vita. La gamba rotta, che so, col peccato, e con tutte quelle baggianate lì. La guarigione, invece, è il paradiso. Viene fuori un'equazione precisa. Ma vale per l'ospedale: non certo per la vita. La verità è che nessuno ha fretta di morire, né io né te. Ripensa un po' a quell'ospedale, e prova ad applicarlo alla vita. Vedi? Non regge. Ora immagina te stesso, tutto pieno di fratture, sdraiato in un letto. Che fai? Ti strappi via il gesso a morsi e sbatti la testa contro il muro. Te ne fotti, non te ne vuoi andare, non vuoi guarire per un cazzo. Stai bene qui, col pappagallo sotto il letto e il vicino accanto a te, un vecchiaccio con l'osso sacro sfondato, che scoreggia all'aria per tutta la notte. A te piace un mondo, è una figata. A questo punto, è chiaro che l'equazione non regge: c'è qualcosa che non va”.
    Questa cosa lo angosciava proprio: tutti a parlare di dio, tutti quanti. Ma non uno che agisse di conseguenza. Dunque, ecco le sue conclusioni: “Nessuno crede in dio”. Tolto dio, cadeva anche la moralità. Cadeva tutto, e restava solo un valore: quello della sopravvivenza.
    Diceva: “Mi comporto così, con logica, per sopravvivere. E comunque lo faccio per me stesso, solo per me stesso. Perché faccio la carità a un barbone? Mica è per lui. Lo faccio perché mi far sentir bene, lo faccio per farmi vedere. Per mostrare agli altri quanto sono bravo. Facci caso: tutti fanno così”.
    E poi diceva: “Deh, Buonaventura, dimmi altri esempi”.
    Era questo il suo passatempo preferito. Di esempi ce n'erano tanti. Infiniti. Alcuni difficili, altri meno. Io cercavo l'esempio disarmante. Lo cercavo con foga, con preoccupazione. Ma mai, proprio mai, sono riuscito a trovarlo.
    “E l'eroe che si sacrifica per gli altri? Diciamo, quello che muore in guerra, o cose del genere”.
    “Difficile, molto difficile. Ci credo poco. Lo fa chi vuol essere ricordato: accendere una scintilla nel buio dell'eternità. Pensi al tuo nome che brilla nei secoli, o robe così: risibile, comunque. L'eternità non ci riguarda”.
    “Il missionario in Africa, che imbocca in negretti?”
    “Bé, lì c'è di mezzo la vita eterna. Nulla di più egoistico”.
    “E l'amore? Anche l'amore è egoismo?”
    “L'amore non esiste. Esiste la convenienza: paura di restar soli, tutto qui”.
    Così ragionava il Pacifico. E così provò a fare anche quel giorno: pure di fronte agli assassini.
    Per prima cosa andò da loro, e si fece ripetere daccapo tutta la storiella. Quelli avevano ancora negli occhi la scenetta di poco prima, con la finestra, la pistola e tutto il resto. Sulle prime mostrarono una certa diffidenza. Non volevano più parlare, non con lui. Avevano fretta di concludere. Ma il Pacifico seppe essere convincente. Riascoltò tutto daccapo, e si convinse di una cosa: un omicidio, in un modo o nell'altro, doveva scapparci per forza. Non mi disse mai il perché. Loro, è chiaro, glielo spiegarono: già lo avevano spiegato a sua moglie. Fatto sta che così era, e così doveva essere.
    Poi, così, d'un tratto, il Pacifico ebbe l'illuminazione. Con un gesto un po' brusco ma debitamente calcolato, spinse di lato la donna, si piantò a gambe aperte di fronte alla porta, e suggerì: “Deh, e se passassi dalla vostra?”
    “Dalla nostra?”, chiesero gli assassini.
    “Certo, dalla vostra. Che c'è di strano?”
    La cosa suonava piuttosto barbara. I tre tipi sentirono puzza di fregatura, e visti i precedenti iniziarono un poco anche ad incazzarsi. Ma come? Questo prima cerca di svignarsela, e poi prende pure per il culo? Che brutta robaccia, che schifo.
    “Tu ci prendi per il culo”, iniziò a urlare il più sensibile della compagnia. E senza remore riprese a sventolare il grosso pistolone avanti e indietro, nel vano d'ingresso.
    Ma il Pacifico non li prendeva per il culo. Assolutamente. Glielo disse. E poi sapeva un'altra cosa: al mondo, nessuno ti dà nulla per nulla. Ma se tu hai qualcosa da offrire in cambio, tutto sommato forse si può fare. E lui la contropartita ce l'aveva lì di fronte: bionda, bruttina, coi fianchi grassocci e un sacco di lacrime che scorrevano giù sulle guance. Sua moglie. Tanto, era chiaro: morire doveva morire.
    “Pensateci bene. Se vi prendono, avrete due ergastoli in meno. Vi conviene abbastanza, direi”.
    “Due in meno?”
    “Io vengo con voi, ma prima vi faccio fuori lei. Uno e uno due: due in meno per voi. Sapete contare?”
    I tre annuirono. Anzi, annuì uno solo, che poi era il più intelligente. Gli altri due continuarono a non capire.
    “Faresti una cosa del genere? Ma non ti vergogni?”, domandò nuovamente il più sensibile della compagnia, che era di gran lunga anche il più agitato. Evidentemente aveva dell'omicidio un'accezione piuttosto particolare: bene se lo faccio io, male se lo fanno gli altri. Tipico. Anche questa era ipocrisia. Il Pacifico lo sapeva, ma si guardò bene dal farglielo notare.
    Invece, sforzandosi, gli rispose sorridendo. Era un gran diplomatico, lui: “Deh, certo che lo farei. Subito, lo faccio”.
    “Ma cazzo, questa mica è tua moglie?”
    “Sì, è ovvio, si capisce. E' proprio mia moglie, e con questo?”
    Gli assassini apparvero scossi. Ne avevano visti di matti: gente che si lanciava giù per le scale, che iniziava a pregare, a urlare, appellandosi a chissà quali autorità: del nostro e di quell'altro mondo. Ma roba del genere mai. Forse è per questo che iniziarono a incuriosirsi.
    “Non so”, fece uno. “Forse è il caso di pensarsi, la situazione è ingarbugliata. Possiamo chiudere la porta?”
    “Certo, certo, fate pure. Cara, spostati un attimo: stai proprio nel mezzo”.
    Obbediente, la donna fece qualche passo verso l'interno. Sembrava intontita. Magari il Pacifico avrebbe dovuto dirle qualcosa. Una frase del tipo: “Scusa amore, perdonami”. Ma sarebbe stato come chieder venia alla bistecca sul piatto. Il Pacifico stabilì: bando alla contrizione.
    “E' meglio che uso un coltello”, suggerì.
    Gli altri annuirono e lo guardarono come si guarda un sanguinario. Con un certo spavento, cioè, e con un briciolo di ammirazione. Ormai era deciso: non ebbero il coraggio di dire più nulla.
    “Se usassi la pistola, risalirebbero a voi”, continuò il Pacifico, perché ormai si era ben lanciato: “Così diranno: che so? Raptus omicida nel palazzo delle stragi. Qualcosa del genere. Il male che si propaga attraverso i tubi dell'acqua. Una cosa carina. Magari qualcuno ci scriverà un romanzetto”.
    Un gran affabulatore: ecco cosa era, il Pacifico. Citò persino un po' di letteratura, ma quelli probabilmente non ci capirono molto. Lui allora non insistette: era meglio non esagerare. La letteratura è una cosa curiosa: a volte ti viene in aiuto, ma non sempre chi hai di fronte è in grado di apprezzarla.
    Chiudiamola qui. Il Pacifico prese un coltello dalla credenza, andò dalla moglie e le tirò quindici fendenti. Lei crollò sul colpo. Poi si alzò in piedi, andò in bagno e si lavò per benino. Perché in fondo era una persona pulita, e uscire per strada tutto macchiato di sangue non gli sembrava esattamente la miglior cosa da fare.
    Scapparono insieme, lui e gli assassini. Vagarono per un po', fecero perdere le loro tracce. E, a quanto ne so io, nessuno dei quattro fu mai arrestato. Fu un gran colpo di fortuna, ma ben calcolato: male che fosse andata, ci sarebbe stato l'ergastolo. Significava comunque sopravvivenza. La morte della moglie fu la vita del Pacifico. Così andò, ed è così che va raccontata.
    Quanto a me, il Pacifico non l'ho più rivisto. Oggi sto in questo posto. E' una specie di ospedale, dicono. Un ospedale per la testa: dicono così. Mi trattano bene, e io sono contento, perché ho molto tempo per me stesso. Qualcuno dice nichilista anche a me, ogni tanto. Ma chi se ne frega. Io so tutto, e tanto mi basta. A volte ripenso a tutta questa storia. Al discorso della riabilitazione, per esempio, del gesso, della gamba rotta, eccetera. E allora scoppio a ridere: mi piace ridere.
    Non ho nessuna voglia di uscire, e forse in fondo è giusto così. Sarò pazzo, ma non sono mica scemo.