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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 15 dicembre 2008
    Tu animale

    Come comincia: Sei stato un caro amico, un compagno, un fratello, testimoniando ogni giorno il tuo saper vivere insieme per aiutarci a vivere meglio come esseri viventi di solo passaggio;
    tu animale dai modi gentili e premurosi senza mai vederti fare uno sbaglio, un solo errore al di fuori del tuo istinto infallibile, quanto sopraffino e naturale;
    tu animale dall’andamento fiero e leale, assolutamente degno di appartenere alla famiglia che hai dovuto abbandonare;
    tu animale e presenza innocente di cui come fare a non innamorarsi per sempre e a cui affezionarsi come a noi stessi;
    tu animale senza parola ma dai mille significati latenti;
    tu fortunatamente animale e non umano, almeno tu;
    tu animale di compagnia per poter vivere un’amicizia speciale;
    tu animale sempre pronto a farci sentire un po’ migliori, un po’ meglio;
    tu animale dal cuore caldo e da una determinazione da cui si può solamente imparare;
    tu animale che non ci sei più a scaldare la nostra momentanea presenza, ora privata di un amico, di un compagno, di un fratello;
    tu animale a quattro zampe che corre nei boschi e sul prato a prendere e portarci un po’ di serenità con tutto il suo innocente entusiasmo;
    tu animale dal muso bello e buffo che mi piaceva così tanto, che mi piaceva così tanto accarezzare e stropicciare dalla gioia;
    tu animale vissuto degnamente e che ora ci manchi più di ogni altra cosa; tu animale che non ci sei stranamente più oggi, eppure pareva oramai di dover finire insieme le nostre vite legate;
    tu animale per altri, ma non certo per noi; tu animale non ti scorderemo mai;
    tu animale dallo sguardo spontaneo come se la stessa natura a cui apparteniamo ci volesse unire per regalarci ad entrambi giorni migliori;
    tu animale a cui abbiamo tenuto tanto come tu fossi speciale, e lo sei stato; tu semplicemente e solamente animale perché le cose più vere sono e saranno sempre le più semplici, e tu lo sei stato;
    tu animale che hai chiesto poco in fin dei conti per il molto che ci hai dato;
    tu animale tra uomini bestia che sei stato capace di essere fedele alla tua animalesca esistenza finita nei ricordi di persone che non ti dimenticheranno mai;
    tu animale che ci hai donato la tua bestialità di cui noi ne abbiamo usufruito volentieri a facoltà;
    tu animale fiero di esserlo fino in fondo; tu animale caro a tutti quanti noi con le tue abitudini che ora ci mancano di già;
    tu animale dalla leccata soave e leggera come se tu volessi ogni volta toccarci il cuore; tu animale e noi uomini, eppure….;
    tu animale preso quel giorno per sbaglio e un po’ per caso e un po’ per strana fortuna, mentre ora mi manchi già troppo;
    tu animale, e io ora piango perché non ci sei più;
    tu animale ti sei portato via con te la tenerezza che ci piaceva sentire in tua presenza;
    tu animale dalla corsa e dai movimenti che sprizzavano gioia e gratitudine incondizionata;
    tu animale, e noi più soli che mai;
    tu animale, e quanto sei stato felice di esserlo;
    tu animale piccolo grande animale;
    tu animale fra tanti esseri viventi tutti quanti un po’ speciali;
    tu animale che hai dato tanto per quel poco che hai vissuto;
    tu animale a quattro zampe e dai mille sentimenti che ci hai regalato;
    tu animale e nient’altro, perciò unico ed inimitabile;
    tu animale e noi vicini a te per provare ad esserne degni;
    tu animale dall’innato desiderio di volerci stare accanto;
    tu animale, eppure che premurosità avevi nei nostri confronti, incredibile; tu animale che sei stato trattato bene, ma come si potrebbe fare diversamente, quale bestia potrebbe farvi del male a voi animali;
    tu animale che non ci sei più, che ci hai abbandonato, che ci hai lasciato, che ci hai privato del sogno, ora di poter condividere i propri giorni con un animale speciale come lo sei stato tu per noi;
    tu animale e fedele fino alla morte;
    tu animale e noi sempre gli stessi;
    tu animale come grande essere vivente a cui mi inchino e mi prostro davanti al suo istinto infallibile e fiero;
    tu animale mi hai insegnato ad essere un uomo migliore, o per lo meno ha non essere peggio di quanto sono già;
    tu animale pronto a dare la tua vita per noi, mentre noi altri solamente pronti al limite a dare un pezzo di pane;
    tu animale, li pronto tra l’indifferenza generale;
    tu animale gradito e osservato con gioia e sollievo da uomini sempre di fretta, sospesi nell’abisso, ma lieti e grati della tua presenza;
    tu animale fantastico, e noi uomini per il nostro massimo al limite per bene;
    tu animale dipendente per far piacere a tuoi padroni, ma dai geni e dall’istinto selvaggio;
    tu animale, e noi solo uomini;
    tu animale deciso a tutto pur di esserlo;
    tu animale nei ricordi ora di uomini più soli e stanchi;
    tu animale e di tutti gli animali che fanno di questo pianeta un mondo meraviglioso;
    tu animale non ti sei reso conto forse di quanto ti abbiamo voluto bene;
    tu animale quante emozioni, quanta serenità, quante risate, quanto tempo vissuto insieme a te;
    tu animale presenza inconsueta, perciò interessante e per niente banale;
    tu animale saprai tu ciò che hai vissuto; tu animale dammi la zampa, dammi il cinque fratello;
    tu animale contento e scodinzolante di stare con noi e noi con te;
    tu animale preso dalla morte dopo aver riempito di vita il nostro tempo il quale se ne è andato via con te;
    tu animale ci hai fatto comprendere che c’è altro al mondo;
    tu animale per quanto ci hai dato e per quanto non siamo riusciti a capire in più sulla tua natura, tu semplicemente e solamente animale;
    tu animale di qualsiasi specie e di qualsiasi razza;
    tu animale di razza tra chissà quanti uomini bastardi;
    tu animale indifeso quanto dal valore inestimabile;
    tu animale solitario e schivo pronto ad attaccare il tuo simile per difenderci e noi altrettanto;
    tu animale non ci sei più e con te la tua immancabile presenza;
    tu animale, ma quanto sei stato vicino a noi, forse sorprendentemente fin troppo;
    tu animale dal pelo arruffato e ricciolo che mi piaceva così tanto accarezzare per sentire qualcosa di diverso che non fosse la solita inquietudine;
    tu animale, che vederti mangiare in un sol boccone un pezzo di pizza avanzato o leccare con gusto il cono gelato come gl’umani ci facevi ridere per due giorni di fila;
    tu animale dall’esistere ancora indefinito per noi uomini ignoranti;
    tu animale prezioso quanto ignorato;
    tu animale dove il tuo abbaiare, il tuo farsi sentire, il tuo permetterci a noi altri di poterti accudire come un compagno, un amico, un fratello che rimarrà per sempre fra di noi;
    tu animale dal colore nero e dall’aspetto sinistro, ma per chi ti ha conosciuto sei stato come un angelo caduto dal cielo.

  • 15 dicembre 2008
    Stress Post Mortem

    Come comincia: Soffro di stress post mortem. E' il disturbo mentale tipico delle persone che si svegliano morte e non sanno di esserlo. Non è facile avere a che fare con le proprie budella di fuori. E il disgusto. Cazzo, il disgusto! E il vomito. E la colla. Io ho vomitato sapore di colla. All’inizio ho cercato di ricordare. Cosa mi è successo la sera prima? E quella prima ancora? Cosa ho fatto in ogni sera della mia esistenza? Sono rimasta stesa sul letto, confusa e debordante fluidi. Ho macinato bestemmie leccandomi le unghie. Ero felice di averle ancora. Non so perché.
    L’ho capito barcollando verso il bagno. Quando ho abbracciato la tazza del cesso. Quando mi sono alzata. Quando ho pensato di provare a fare pipì. Forse cagando mi sarei sentita meglio. Ho pensato di volermi liberare. Da tutto. Non sapevo di esserlo già. Non credevo. Una seduta sulla tazza del cesso non immagina di essere morta e di aver perso piscio e merda percorrendo la via di casa, no? Avevo dolori terribili alla pancia. Terribili. Così ho pensato di avere il ciclo. Non ho mica creduto che. Non ho realizzato. Ho solo guardato.
    Non so perché.
    Cazzo!
    Che c’è?, ha chiesto la mia coinquilina.
    CAZZO!
    Ti sono venute?, ha chiesto ancora.
    La guardo. La vedo in piedi sulla soglia del bagno e lei allora capisce. In mezzo alle gambe ho un buco nero tumefatto tutto sangue. E la mia pancia è uno squarcio. Buco nero. Gola profonda. Si vede l’esofago. Lo stomaco. Tutto sporco. Tutto rotto. Tutto morto.
    Oh, ha detto la mia coinquilina. Solo ‘oh’. Non dimenticherò mai la forma che aveva la sua bocca in quel momento. Solo la forma della sua bocca. Non so perché.
    Il dottore dice che è normale. Concentrarsi sui dettagli. Probabilmente, ha aggiunto, non gradisco ricordare le urla della mia coinquilina - in quanto mia amica e confidente - in quanto rappresentante di un periodo sereno tragicamente sfuggito al mio controllo con l'improvviso e ancora inspiegabile decesso. Lo stress post mortem è molto comune fra quelli che tornano. Fra quelli che una mattina alzano lo sguardo dal ventre sfondato, guardano la propria migliore amica e le dicono di essere morte la sera prima. Fra quelli come me. Che ancora non sanno il perché.

  • Come comincia: Basta è ora di smetterla, non voglio più che mio padre parta per non tornare più. E poi per cosa? Per la gloria di avere un corpo metallico?
    Non voglio e oggi non me la sento di aprirmi, di svegliarmi alla comparsa del sole e di rimanere in attesa per tutto il giorno, ma non piove più in questo paese?
    Intanto tutti si preparano per un altro risveglio, uno sbadiglio veloce e subito pronti a lavorare, ti giri di qua e poi di là, una vita snervante senza sbocchi; solo per ambire ad un robusto corpo metallico. Io non ci riesco a non pensarci, sono giorni che spero in un temporale, in un’eclisse di sole magari, o solo la scomparsa del sole, già, sarebbe meglio, dormirei per tutta la mia vita.
    E poi quel frastuono, macchinari che impestano l’ambiente circostante, rumore. Voglio andarmene da qui e rifarmi una nuova vita, più tranquilla e senza pretese; io voglio essere libero e non comandato ogni giorno come un pecorone come fanno gli altri… se solo potessi volare, staccarmi in volo e magari continuare a lasciarmi trasportare dalla corrente dei venti!
    E poi planare in un torrente, fresco e limpido.
    Oppure volare in alto per planare su di un prato verde.
    O di volare sul tetto di una casa e riposare sulle tegole in attesa di un altro soffio di vento.
    Ma mio padre non tornerà più, mia madre è morta qualche giorno fa e lui vuole raggiungerla, essergli accanto nel suo corpo metallico, assieme ai suoi fratelli, genitori e parenti che sono stati strappati da questa misera vita.
    E gli altri rimangono in attesa, fremono per farsi belli e lavorano per farsi notare, una farsa dello spettacolo, senza spettatori, una continua ricerca della perfezione, e si crogiolano al sole, senza pensieri, senza speranze, ma con solo quel misero sogno di essere immersi nel loro corpo metallico.
    Chissà cosa si prova ad essere schiacciati, ad essere privati del proprio corpo, a morire goccia a goccia, per diventare oggetti liquidi nel metallo.
    Vorrei avere certezze e non sogni, vorrei potermi aprire e seguire il sole senza la paura di essere tritato, e vorrei avere la forza di strapparmi le radici per liberarmi in volo, eppure non mi muovo.
    La terra è stretta alle caviglie e il sole chiama, i petali si cristallizzano e rimangono rigidi dinanzi a lui, in adorazione, in perfetta armonia per una lenta agonia di un giovane girasole.
    “Cara sei qui?”
    “Ciao tesoro sono al piano di sotto sulla mensola con degli amici, tutti mischiati in maniera promiscua, ma non preoccuparti, ti amo!”
    “Anch’io amore, sono felice di averti trovata, sono milioni i posti dove potevano spedirci ma siamo vicini nel nostro corpo metallico.”
    “Già, vorrei abbracciarti come una volta sul campo…”
    “Anch’io, spero solo che ci acquistino insieme così potremo fare un’ultima nuotata insieme.”
    “Lo spero anch’io.”
    I genitori del piccolo girasole nella confezione di olio, il loro corpo metallico, stretti e vicini in un piccolo supermarket. A volte l’amore non ha mai fine.

  • Come comincia:

    ... ovvero malinconico monologo di rivalsa
    di Davide Imbrogno e Dario Greco

     

    Una camera d´albergo, lussuosa ma fredda. Odore di tristezza. Odore di andato, perso. Angoscia. Voler non dire nulla. Non ascoltare scale metriche. Gli editori, la pubblicazione. Una libertà contaminata, immune, di un suicida vivente. Di un tentato suicidio. Invidiosi, sconfortati, perplessi, malvagi. Lei, il suo odore. La sua gamba rotta, devastata. La mia promessa. I suoi occhi. Le sue labbra su di me. Il mio orgasmo. La sua finzione. La sua divina finzione. Nel nulla. Nel vuoto. Sentirsi nulla. Fumo di una sigaretta. La tv proietta immagine di un comico, ma l´ora è tarda. E poi immagini di una devastazione. Soldati persi in una tempesta di ghiaccio. E la nostra insensibilità brinda. I nostri cani nelle cucce. Noi nelle nostre cucce di conforto, malinconia.
    Al Festival delle Nazioni ha esordito il documentario del cineasta asiatico… (Eh chi se ne frega!)
    Noi illusionisti pornoromantici di questo malessere. Battone di noi stessi. E questo malessere. Questi scarafaggi. Eterno divenire: nulla! Questo timore. Affondando come capitani coraggiosi, su navi di plexiglas. Tonnellate di moralità. Lacrime sudice su di me. In quest’istante, in questa ricerca di qualcuno, qualcosa. In questa nube di santi e puttane. Angeli e agnelli. Misericordia. Ed io come un verso apostolico. Giuda e il suo peccato. Giuda di me stesso. Posacenere colmo. Immondizia da riciclare. Divinità da esprimere. L´urlo del domani. Dell’oggi. Del tempo andato. Del tempo restato, nel silenzio oscuro. Pronunciato. C´è bisogno di uno specchio. C´è bisogno di un cesso. Per sopravvivere bisogna essere prestigiatori, maghi, illusionisti. Proiettare sul muro di fronte a noi ogni nostra illusione, proiettare tutto ciò che vorremo vedere. Altrimenti resteremmo con un muro davanti, privo d´identità, di senso. La credenza è il vero pane quotidiano.
    Siamo convinti di vivere per cercare risposte? Siamo certi di voler trovare verità? Non credo! Ecco credo! Si crede per vivere, per vivere si crede, fin quando il credo diviene essenza… Sono le mezze misure a dare giusta risposta. Se prendiamo il bene estremo, e prendiamo il male estremo, notiamo che tutto è un cerchio, di punti estremi che si ricongiungono. Girate il vostro braccio destro finché potete, e poi girate quello sinistro, portandoli entrambi dietro la vostra schiena. Noterete, tranne se soffrite di artrosi, che le due mani, destra e sinistra si congiungono. Bene e Male. Un punto di unione, ci sarà? Oppure il bene e il male sono due rette parallele, che prolungandosi all´infinito non si uniscono mai! Il mai, l´impossibile, il nulla. Il sempre, il tutto, il possibile. L´essere qualcosa. La volontà di essere qualcosa, qualcuno. Nessuno, Ulisse disse di chiamarsi Nessuno! Quel Nessuno l´aiutò a sopravvivere e a fuggire. L´essere niente premia. Se oggi si è qualcosa, di diverso dall’essere uno Zombie, divieni un rifiuto da eliminare. Allora il mio è un invito al Niente. Un invito ad essere nulla. Dolce invito al niente. Sarà il nulla a premiare.
    Spettri in una notte di rivalsa
    Ci sono state persone, cari amici, genti diverse, individui, esseri magnifici: animati dal fuoco sacro dell’ardore d’ancestrale virtù. Sapienti alfieri, capo popolo, dotti e scriteriati Maestri. Ci sono state persone, fratelli cari, genti uguali, che sapevano riconoscere la mia verità; questo senso della scena… E ne ho incontrati molti, pronti ad elargire consigli utili, con grande sincerità e trasporto, volevano vincolarmi al silenzio, a rientrare nelle fila, perché nessuno, dicevano, mi aveva eletto a Tribuno Veemente, non c’era nessun rischio per il pluralismo e l’Idea si ergeva salda, anche senza di me. Tutto ciò che andava fatto o detto, esplorato e scoperto, non necessitava del mio discernimento. Giusto! Ci sono state persone, a me molto, troppo vicine, che non si sono mai sforzate di capire, ascoltare: ma io sono questo, sapete…
    Poeta di vacuità, bardo d’inconsistenza. Uno spettro rabbioso e un cane malato. Ogni cane ha il suo Momento. Non ho lottato, perduto né versato miele, per poi dover discutere se era giusto dire. Rivendico il diritto di esprimere, manifestare il dissenso, contro quest’epoca, oscuro medioevo cibernetico. Cantando canzoni scritte da altri. Su questo tavolo, io, pensiero libero, spettro in una notte di rivalsa, dichiaro che non permetterò a Nessuno di dirmi cosa fare, né dove sarà la chiave del mio mondo… Dall’alto del nulla, ma al pari di tutto, sostengo un pensiero di natura contemplativa, fra alberi e strada, nella mia terra, in questa notte di San Lorenzo, salirò sul podio a celebrare la gioventù, la voglia di vivere, necessità di sviscerare e stringere alleanze.
    Non è mai stato mio dovere rifare il mondo da capo né è mia intenzione suonare una carica di guerra. In questo momento d’oscurità, tenebra e desiderio, bisogno di speme. Bardo di vacuità, cane rabbioso o insetto notturno, rivendico dignità; qua non c’è nulla da difendere tranne il mio cuore, la mia necessità di offrire lacrime zuccherate & gocce d’idrogeno a scaldare su questo fornello, del tempo e del fiume. Di misantropia, dolore, stupore e altre aggrovigliate incertezze: viene a me adesso, Mia Signora, e donami pace!

  • 15 dicembre 2008
    Risoluzione / Preludio

    Come comincia: Solo quando il tonfo delle lacrime, cadute sui dorsi delle mani poggiate sul tavolo, arrivarono alle mie orecchie, mi resi conto.
    Come piombo fuso, caduto in una piccola bacinella di acqua ghiacciata, le ferite profonde, cicatrizzandosi formavano nuovi dolori e la memoria sanguinava facendo fluire getti di pensieri che non avevo più come cose mie, ma per questo ancora più lancinanti.
    Stavo abbandonando il luogo della fumosa infanzia e quello della sofferta adolescenza; non avrei permesso agli anni a venire di confrontarsi con cose e situazioni per me ora così lontane.
    Non era stata la decisione istintiva a farmi ragionare, ma un piccolo castello di nebbie, formatosi negli anni di pura apatia e rabbiosa solitudine, una struttura che dopo avermi accolto ignaro mi obbligava ad un lungo esilio, il più lungo possibile.
    Davanti agli occhi si stendeva fragile la pianura, soffocata dalle piccole gocce di brina che come una volta mi permettevano solo una vista parziale. Così attesi, e così iniziai il primo cammino, prima che tutto sparisse.
    Nondimeno i miei pensieri erano nebbiosi. Come avrei iniziato la ricerca, da dove sarei partito…sì, soprattutto come avrei fatto a trovare ciò che mi era più caro.
    La ricerca spasmodica della verità, questo avevo appreso in tutti quegli anni? Era forse vero che anch’io, illuminato novizio mi ero fatto travolgere dall’aridità di vane illusioni?
    Il ritorno alla mia vecchia dimora non aveva sicuramente facilitato il compito.
    Tutto era già di per sé grottesco, perché allora mi ero spinto fino alla terra che forse odiavo più dei miei stessi nemici.
    Un luogo che mi aveva privato di ogni umore, di ogni forza e che mi aveva tolto la mia unica fonte di luce.
    Possa allora il tempo guarire dalle richieste malate che gli avevo fatto.
    Questo era finalmente chiaro, le uniche risposte potevano sgorgare dall’infinito ruscello di sapere che il Signore del Tempo conosceva.
    L’insieme di pietre, che robuste si alternavano sotto i miei piedi, mi comunicavano incertezza.
    Alcune avevano la forma di continenti, altre di pezzi di pane, ormai secco, senza vita.
    Non c’era nessuna speranza che diventassi così fermo, inamovibile. Tutto quello che posso dire, è che cercavo di andare in una direzione, senza percorrerne una.
    Iniziai a concentrare il pensiero su ciò che avevo intorno, trattenni il respiro per il massimo che mi era concesso, forse sarebbe servito…
    Un’ esistenza mi sfiorò, e solo in quel momento mi accorsi che le cose erano diventate chiare, manifeste.
    Di fronte a me, a diverse ore di cammino si poteva distinguere una costruzione di robusta fattura e di forma quadrata o così era l’impressione immediata che avevo avuto. Un cubo di colore ocra.
    Ricorda che ogni cosa che si mostrerà ai tuoi occhi è soltanto quello che la volontà vorrà.
    Intorno a me solo delle distese di roccia o sabbia, era come camminare sopra la schiena di un enorme mostro. Distinguevo i muscoli di quel terreno, le sue giunture e ogni suo nervo, ma tutto sapeva di morto, di qualcosa che una volta aveva avuto un gran vigore ma che forse ora, si stava riposando da tempi ancora più lunghi di ZOC.
    Mi soffermai per raccogliere un qualcosa che si era scontrato con la mia caviglia.
    Era un foglio di stoffa molto fine, come quelli usati per scrivere anni fa o forse così mi ricordavo.
    Mentre lo raccolsi, il vento che lo aveva fatto arrivare ai miei piedi si placò di colpo.
    Gettai il mio sguardo verso la costruzione. Era scomparsa. Mi girai su me stesso, forse non era la giusta direzione, ma ora che il vento era cessato e la sabbia si era posata, non avrei avuto problemi a ritrovarlo.
    Da ogni parte il cielo aveva assunto una tiepida tonalità di grigio, ma del cubo nessuna traccia. Dissolto.
    Osservai con attenzione quella stoffa. Niente.
    Il vento improvvisamente riprese a soffiare e i detriti del terreno si alzarono in cielo come sciami d’insetti, in formazione di mulinelli.
    Ora potevo leggere alcune cose sulla stoffa: la direzione è quella del pensiero
    Una volta è sempre la prima
    Due frasi che non mi erano sconosciute ma che apparivano lontane, ormai dimenticate.
    Il colore del cielo era di nuovo cambiato. Rosso sangue. Pensai di essere dentro un’enorme arteria, qualcosa di familiare.
    Mi girai di scatto come impaurito. Quello che vidi aumentò i miei timori.
    A pochi centimetri da me il cubo, non più ocra, ma rosa e bianco.
    Forse quella era la dimora del signore del tempo.
    Dimenticandomi di me stesso…
    Camici bianchi
    Un bambino che gioca con le costruzioni.
    Ecco cosa vidi entrando.

  • 15 dicembre 2008
    Lettera a mio figlio

    Come comincia: Figlio mio,
    ti scrivo questa lettera prima che tu venga alla luce. Può sembrarti ridicolo, ma ho sognato che somigli a tuo padre, occhi verdi e capelli neri neri.
    Voglio che un giorno tu prenda tra le mani queste semplici righe, sapendo che ti abbiamo sempre amato.
    Ti parlo da madre premurosa, ma anche da buona amica.
    Non avere mai paura di confidarmi le tue angosce, grandi o piccole che siano, in qualche modo ti aiuterò ad affrontare i problemi.
    Non dimenticare che sei il frutto di un amore forte, nato quasi per incanto, difeso e protetto con coraggio.
    Sappi che la vita che ti aspetta non è facile, il mondo cercherà di illuderti molto spesso, ingannandoti. Vedrai terre meravigliose, cieli dai colori più strani, conoscerai schiere di uomini, scoprirai l'amicizia e l'amore, sorriderai e piangerai del bene e del male.
    A volte dovrai rialzarti nel dolore, camminando con le tue sole forze, allora cercherai l' aiuto di un'entità suprema, imparerai a pregarla e la invocherai nella sofferenza più estrema.
    Avrai un Dio che ti ascolta, che ti guarda, che ti parla ogni volta che ne sentirai il bisogno.
    Nessuno saprà mai meglio di Lui chi sei e come sei. Fidati e non temere se sbagli, verrai perdonato se ammetterai le tue colpe.
    Qualcuno potrà offenderti per quella fede che porti nel cuore, fino ad umiliarti, ma non cadere nella rete della vergogna, difendi la tua innocenza e rispetta coloro che si burlano di te.
    Cerca di tendere comunque una mano a chi non sa vedere oltre se stesso, proteggi le persone che ti hanno aiutato a crescere.
    Ti ricordo che sei una creatura speciale e che la tua unicità è un dono del Signore.
    La tua famiglia ti lascerà piena libertà, dovrai decidere le strade che percorrerai con tutto il buon senso che possiedi.
    Rifletti sempre prima di fare una scelta e non lasciare che predomini l'istinto.
    Non so se bastano questi piccoli aneddoti per fare di te un uomo, una madre vuole sempre il meglio per i suoi figli.
    Quando nascerai ti racconterò le storie che ho vissuto, l'infanzia, la giovinezza, la maturità, sono sicura che mi ascolterai fissandomi attento con i tuoi occhioni grandi.
    Tuo padre ti stringerà tra le sue braccia dolcemente e sentirai il calore del suo corpo, simile al tuo.
    Anche lui ha molte cose da dirti, forse più di me.
    E'cresciuto quasi da solo, senza padre, ha lottato ogni giorno per proteggere sua madre ed i suoi fratelli. Non sai quante volte mi ha confidato il bisogno di una carezza, di un abbraccio, da bambino. Sempre che lo sia stato, perché è diventato grande in fretta, senza nemmeno volerlo.
    Non ho idea di cosa voglia dire essere orfani di padre, io ho avuto la fortuna di avere entrambi i genitori e non è poco.
    Purtroppo mi è mancata la salute per molto tempo, sono nata con delle complicazioni polmonari, che mi hanno portata ad un passo dalla morte.
    Ho passato gran parte dell'infanzia in ospedale, ho dei vaghi ricordi di quei momenti, forse perché il tempo mi ha fatto in parte dimenticare.
    Mia madre e mio padre sono stati forti e non si sono rassegnati a perdermi, hanno fatto l'impossibile perché io crescessi bene.
    Quanti sacrifici, piccolo mio!
    E'stato importante anche l'aiuto dei nonni, che nonostante la distanza, hanno sempre sostenuto la mia famiglia.
    Ero molto legata a loro, gran parte delle estati le ho passate in montagna, nella loro casa.
    Quante volte ho corso nei prati appena falciati e per le strade polverose del bosco!
    Un giorno sarai tu a camminare in quei luoghi, vedrai la vecchia stalla ed il fienile, il pozzo dell'acqua, il sentiero dove pascolavano le mucche.
    Spero che conserverai questa lettera con cura e che porterai le mie parole sempre con te.

     

     


    Con affetto, tua madre.

  • Come comincia:

    Un antenna con la spina staccata, era alla vita ingrata, del mondo nulla poteva vedere e per questo si mise a tacere. Ma un giorno sereno e giocondo qualcuno attaccò quella spina al mondo, e l’antenna che prima era infelice, della vita divenne prima attrice. E dall’alto del suo tetto al mondo gridò questo detto: Quando la vita coce tu abbracciane la croce, non tutti i mali vengono per nuocere.

    Un sassolino fu raccolto dalla mano di un bambino, e lanciato in un lago vicino. Quel sassolino che nel prato non era ascoltato, nel lago gettato ebbe invece fiato. L’impatto creò uno strano fatto, e da quel tuffetto nacque più di un cerchietto. E da quel giorno il sassetto fece proprio il seguente detto: Quando la vita coce tu abbracciane la croce, non tutti i mali vengono per nuocere.

    Un ochetta chiacchierina che dell’ocaio era la più piccina, e le oche non eran poi tanto poche, poiché assai inquieta fu presto chiusa in una stanzetta segreta. Il suo ocheggiare prese ovunque ad eccheggiare, da muro a muro e poi da mare a mare e nessuno la seppe più fermare. E fu quello il giorno in cui l’ochetta che dell’ocaio era la piccoletta, venne liberata dalla buia stanzetta. E nell’uscir senza fretta disse: Quando la vita coce tu abbracciane la croce, non tutti i mali vengono per nuocere.

    Ci sono degli eventi che appaion tormenti, ma nel cor accendon fermenti, l’ antenna ammalata fu infine alla vita grata quando la spina le venne attaccata, il sasso piccino che del prato era l’ultimo arrivato, nel lago invece venne ascoltato, ed infine l’ochetta che nell’ocaio era la più piccoletta dalla sua buia stanzetta riuscì dal mondo a ricever la stretta.

    Quando la vita coce tu abbracciane la croce,
    non tutti i mali vengono per nuocere.

  • 15 dicembre 2008
    Due Occhi

    Come comincia:

    Due Occhi impauriti si schiusero al buio, dicendo:
    Dove sono?
    Sei nata!
    Rispose una voce da una croce.
    Che brutto posto, è l’inferno?
    Non è l’inferno.
    Ma e tutto buio, non vedo niente, posso tornare da dove provengo?
    E tu ricordi da dove provieni, e se fosse un posto ancora più brutto?
    Più brutto del buio? Non credo esista!
    Invece ti sbagli esiste qualcosa di più brutto del buio, il non esistere. Vedi il buio di certo potrà farti paura ma lo spavento è la prova tangibile che tu sia viva.
    Non esistere? Esistere…ma io non ricordo d’aver chiesto di esistere!
    Sei figlia della vita, mica l’albero chiede il permesso alle foglie prima di generarle?
    Vero, mica l’albero chiede il permesso alle foglie?
    Ripeté Due Occhi quasi in stato di trans, e poi aggiunse:
    L’albero non chiede, però dovrebbe, sarebbe giusto chiedere alle foglie: Scusa tu vuoi esistere? Cosicché loro possano poi scegliere se venire o meno alla vita. Mi sembra proprio il minimo. Mi spiego meglio e ti faccio un esempio se a me avessero chiesto: Scusa tu due occhi vuoi esistere?
    Io avrei detto no, tenetemi fuori da questa cosa, grazie.
    Due Occhi ma il chiedere presuppone che tu esista, ma se non esisti come te lo si fa a chiedere.
    Scusa voce sulla croce ora mi stai confondendo la mente. Comunque avrei detto non me lo fate questo regalo.
    La voce prese a ridere, due occhi era proprio una simpaticona.
    Comunque visto che ora sono qui, chiedimelo e facciamola finita!
    Due occhi non posso essere io a farti questa domanda, puoi e devi portela da sola, “Vuoi esistere?”.
    Ok me la sono fatta? Ho anche risposto. NOOOOOOOOOOOOOO ora cosa faccio.
    Semplice resta lì ferma e aspetta che venga il tuo momento.
    Che momento? Il momento di non esistere. Ma non posso assicurarti che giunga rapidamente, potresti aspettare anni e anni, ma scusa nel frattempo perché non usi questo tempo per fare qualcosa, tipo avanzare nel buio, è importante per chi verrà dopo di te.
    Davvero? Questa è un’altra novità, e perché sarebbe importante?
    Perché le nuove esistenze inizieranno il cammino da dove tu sarai giunta. Esempio se ti fermi lì, chi verrà dopo di te inizierà proprio da quel preciso punto.
    Ma questo posto è bruttissimo!!! Non è giusto sii benevolo quelli che verranno dopo di me falli nascere qualche passo più avanti.
    Se potessi Due Occhi, farei molto di più!!!
    Disse la voce tristemente.
    Ma io non posso mentre tu invece puoi? Su provaci tanto pure devi aspettare che venga il non esistere, tanto vale che occupi bene il tuo tempo.
    Ma voce e se poi sbaglio? Qui non si vede niente potrei fare dei passi falsi.
    Ma i passi falsi fanno parte del cammino, è normale quando non si vede dove andare, non ti preoccupare avanza.
    Voce ma io ho paura? Ho paura di sbagliare.
    Due Occhi ascoltami, hai paura a mangiare una mela?
    No, non ho paura di mangiare una mela!
    E perché non hai paura?
    Perché l’ho già saggiata!
    E allora perché non saggi la vita, prima di cedere alla paura?
    Ma è diverso voce, la mela è appetitosa, succosa, saporita, la vita è amara.
    Tu dici? Posso offrirti una mela?
    Disse la voce.
    Certo sono ghiotta.
    Dinnanzi a Due Occhi apparvero due mele, la prima marcia, quasi decomposta, la seconda piccolissima ed immatura.
    Due Occhi che fai ti ho offerto due mele, ma tu non ti sei servita, perché?
    Voce ma te piace scherzare non vedi che sono immangiabili, la prima è marcia, la seconda è acerba, si vede che ti mancano gli occhi per vedere, mentre io sono tutta occhi.
    Ed era appunto quello che volevo dimostrarti con questo piccolissimo tranello, non è la vita ad essere amara, sono le scelte sbagliate che la rendono tale, voi nel nascere non aprite solo gli occhi materiali, ma aprite anche quelli del cuore, la vita è un frutto dolcissimo e succoso solo se la sapremo vivere attraverso lo sguardo del cuore.
    Voce ma è come per le mele? I frutti più dolci sono sempre in cima all’albero?
    Si è la stessa identica cosa, che fai ora provi ad avanzare di qualche passo?
    Sono indecisa!
    Aspetta c’è una persona che ti vuole dire un cosa.
    Ed una vocina piccolissima, proveniente da molto lontano disse:
    Mamma… arrivo!
    Due Occhi prese a piangere commossa e poi disse alla voce:
    Certo che i trucchetti li conosci tutti, sei proprio furbo!
    Questa non è furbizia ti ho solo fatto conoscere l’erede del tuo cammino. Allora cosa hai deciso di fare?
    La voce non udì riposta Due occhi era già lontana e correva come una gazzella.

  • Come comincia: Lasciata la strada vecchia per la nuova ricordo di non aver pagato il casellante. Assurdo, io che dimentico una cosa simile?! Cinque chilometri di retro in autostrada sulla corsia di emergenza per saldare il debito. L’omino è stato cordiale, ha chiamato anche la polizia perché pensava che io fuggissi senza pagare. Ma tutto bene quel che finisce bene. Prendo la strada sterrata tra un sasso e l’altro mi capita di bucare. Mi rilassa il fatto di avere con me durante i lunghi viaggi un ago e del pluriball da far scoppiettare.


    Inserisco una vecchia cassetta di Frank Sinatra ed attiro a bordo strada delle nutrie canterine. Mi fermo, facciamo un assolo di My way insieme, ed dopo aver insistito per un bis, riprendo la mia corsa. Non che avessi fretta, ma chi va piano va sano e va lontano, io dovevo arrivare al paese vicino e non mi andava di finire chissà dove.

    Dopo aver trascorso tre ore e ventisette minuti di viaggio mi accorgo di aver lasciato a casa la macchina fotografica. Devo tornare indietro ma come faccio a piedi a ritornare poi qui per l’ora prestabilita con l’albergo? Me la faccio spedire dal vicino tramite un telegramma, dovrebbe arrivare in giornata.

    Ho una gran voglia di fare un bagno al mare, è da due anni che non lo vedo, ora dopo l’operazione alla vista me lo posso gustare in tutta la sua maestosità.

    L’albergo è carino, posto su diversi piani. Al primo ho il letto, al secondo un lavabo e al terzo un cesso. Se volevo la chiave per la doccia al quarto piano, bastava pagare 10 euro in più, ma chissenefrega, tanto c’è il mare, mi lavo lì. Svuoto la valigia e mi accorgo di non avere un armadio.

    Infuriato scendo dal proprietario e gli espongo il problema. Sul volantino effettivamente non c’era scritto nulla a riguardo, ma l’idea di condividere un armadio al pianterreno con gli altri 40 clienti non mi andava.

    Lascio tutto nella valigia e mi metto il costume.

    La sabbia è calda e fine. Mi avvicino sempre più ma del mare nessuna traccia. Il bagnino stupito si avvicinò a me e mi disse: “quest’anno c’è ne poco di mare, se va al largo trova qualcosa, ma non è detto, è stata una stagione con poca acqua.”

    Mi avvio per quel deserto, quando all’orizzonte arriva il mare, una pozza simile ad un laghetto e poche flebili onde, ma ormai è notte e sono stanco. Torno in albergo.

    Fortunatamente ho portato con me del taleggio e dei wurstel da mangiare per tutto il mese di permanenza. Il problema è che i topi attirati dal profumo del formaggio si diedero appuntamento nella mia stanza e sgranocchiando pane e taleggio con me, abbiamo passato tutta la notte a parlare di statistica e marketing aziendale. Non ho dormito per nulla.

    Alle 8 e un minuto suona una sirena antincendio. Mi precipito fuori dalla stanza e mi accorgo che è solo la chiamata per la colazione. Tutti riuniti in garage per la colazione, stile mensa aziendale. Uno schifo. Eppure l’albergo aveva quattro stelle.

    Mi infilo il costume e mi dirigo in spiaggia. Guardando bene la targhetta con il nome dell’albergo mi accorgo che non erano stelle ma quattro scarafaggi ancora vivi attaccati con il bostick sulla plastica. Rientro e infuriato pretendo delle spiegazioni.

    Alla fine me ne andai al secondo giorno, mi feci restituire i soldi del periodo prestabilito, e mi portai via con me i sei topolini che ormai erano miei grandi amici. Mi rilassai continuando la mia vacanza con loro per tutto il mese nell’autogrill tra Genova e Savona. Ogni tanto mi trovo ancora con quei piccoli topini a parlare fino a notte tarda di psicologia e filosofia.

  • 15 dicembre 2008
    Arlecchino

    Come comincia: Era quasi buio, quando sulla piccola bara bianca , venne gettata la prima manciata di terra. don Ignazio con il breviario stretto al petto diede l'ultimo saluto al piccolo Leonida, mentre il papà e la mamma dell’ innocente figliolo, si stringevano in un penoso abbraccio, con lo sguardo perso di chi ha terminato l'ultima stilla di pianto. Il becchino Giannello Torriani, curvo sulla pala, malediceva il suo lavoro, che mai come quel giorno aveva maledetto, per la seconda volta, in tre mesi si apprestava a seppellire un bambino di fronte ai medesimi genitori. Ancora loro! Quel padre che teneva dentro tutto il suo dolore, e quella madre che urlava tutta la sua rabbia. Erano ancora vive nella testa del disperato becchino, le urla d'imprecazione della madre, una in particolare, di formidabile  tormento" Povero Orazio, povero figlio mio, nemmeno uno spettacolo di marionette hai visto, nemmeno uno, neppure una marionetta". Ed ecco la madre fissare il prete e lanciarsi con un tono di pesante rimprovero " Tu, tu che dici essere servo del Signore, tu che ti vesti di nero, ma non conosci il lutto? Cosa ne sai, Tu? Dici che i miei figlioli sono volati in cielo e che ora giocano con gli angeli, come fai a dirlo? Li hai visti? I miei figli sono sotto terra con i vermi, ecco dove sono, poveri figlioli miei nemmeno una marionetta avete visto, nemmeno una". Il becchino allora gettò via la vanga e mise mano alla tasca interna del consumato giaccone facendo comparire una marionetta  alta poco più di una mano, vestita con triangolini di stoffa colorata, cuciti dall'alto verso il basso, una mascherina nera copriva per intero il volto, eccetto che per due piccolissimi fori all'altezza degli occhi. La donna alla vista del piccolo Arlecchino, ricacciò la rabbia, e cambiò tono di voce "Oh piccolo Arlecchino, che bel vestitino! Ah! se i miei figlioli potessero vederti, di certo il mio cuore sanguinerebbe meno, piccolo Arlecchino che bello se potessero vederti!". Il marito profondamente commosso, non poté che prendere atto di ciò che era appena successo. E cosa era successo?  Una semplice marionetta, incerta nelle fatture era riuscita dove prediche condite d'incenso avevano miseramente fallito. Una marionetta con quattro viti, aveva placato le ire furibonde di una madre votata all'odio. Una marionetta, solo con il suo apparire aveva ridato speranza, a chi quella speranza l'aveva sepolta, assieme ai figli. Un cuore frantumato dalla sofferenza si era ricomposto di fronte a dei triangolini di stoffa colorata. Un animo che affrontava con disprezzo i servi del Signore si era inchinato al cospetto di un fantoccio. Un cuore chiuso, sordo al conforto era stato raggiunto da una provvidenziale freccia di sollievo, quale formidabile arciere aveva scagliato il miracoloso dardo? Un Arlecchino. Una madre senza più fede, distrutta e disperata, tornava a credere alla vita, chi aveva compiuto tale prodigio? Una marionetta. Il marito strinse la moglie a se dicendo" Moglie mia, da oggi, ogni bambino avrà la sua marionetta, ma molto prima che finisca sottoterra" Ed è così che il cittadino Andrea divenne il marionettista più talentuoso della regia città di Vicenza.

  • 15 dicembre 2008
    Topsy Turvy

    Come comincia: Si guarda allo specchio. Mi guardo allo specchio. Si lava il viso. Mi lavo il viso. Si accende la sigaretta. Mi accendo la sigaretta. Va in camera. Vado in camera. Si strofina gli occhi. Mi strofino gli occhi. Si guarda la pancia. Mi guardo la pancia. Sputa per terra. Sputo per terra. Ora ricorda.
    Ora ricordo.
    La mia festa, i miei diciotto anni, li ho festeggiati una sera, con gli amici più stretti e con persone che non ho mai più rivisto.
    In quei giorni ero pervaso dalla lussuria ingorda del protagonismo. Vagavo tra supermercati facendo incetta di carichi pesanti targati alcol, in trepidazione e in attesa di godere della mia gloria. Nella mia testa tutto era già molto chiaro: sarei stato sommerso da regali, auguri invidiosi, occhiate libidinose da parte di tutte le puledre in calore. Nel delirio della fantasia vanitosa della mia mente, il vortice degli invitati gridava a gran voce: “Gloria a te grande Luca”.
    Avevo programmato tutto: cosa indossare, cosa bere, come ubriacarmi, quando vomitare e perfino la ragazza che mi sarei portato a letto.
    Naturalmente, come tutti i programmi che si rispettano, qualcosa andò storto e la mattina del mio “giorno” feci una scoperta terribile. Perso nei meandri del mio ego, non mi accorsi che la maglia, la mia fantastica maglia, la maglia che avrei dovuto indossare durante la serata, era irrimediabilmente macchiata ad una manica.
    Macchia d’olio, era la diagnosi. La ricordo ancora, in tutta la sua forma.
    Ero perduto, ma non c’era tempo da perdere.
    Allarme rosso.
    La cattiveria assopita in me si svegliò e cominciò a sogghignare, come una suocera che assiste alla separazione del figlio, con la nuora tanto odiata.
    Godevo.
    Povera macchia d’olio, aveva le ore contate.
    Lavanderia!
    La lavanderia si trovava lungo una via trafficata, dove uomini d’ufficio e gente di ogni tipo affollavano bar e ristoranti.
    Ore 15,30. Chiusa. Aspettai l’apertura.
    La proprietaria arrivò dopo qualche minuto.
    Lei aprì e io entrai.
    L’odore forte delle misture utilizzate per resuscitare i vestiti, mi travolse. Per un attimo la testa girò, ma solo per un attimo, poi mi guardai intorno.
    Pareti azzurrine evocavano la sensazione del pulito. Il bancone occupava tre quarti della stanza. Il quarto rimanente, alla sinistra della porta d’entrata, faceva spazio alla “macchinarulloappendiabiti”, mentre una tendina di stoffa copriva il retro.
    Chiesi subito se era possibile, entro qualche ora, lavare la mia importantissima maglia e con un viso da ebete, mi rivolsi alla donna.
    “Festeggio i miei 18 anni e vorrei indossarla.”
    La donna scrutò la macchia e disse:
    “Non è possibile.”
    “Cosa?” Risposi con voce quasi disperata, senza nascondere una sfumatura di rabbia.
    La donna accennò un sorriso, abbassò lo sguardo e allungò le mani verso il bancone, avvicinandole al registratore di cassa che si trovava alla sua sinistra. Sembrava che cercasse qualcosa poi sussurrò tra sé e sé: “Trovate!”.
    Da una piccola scatola rossa, tirò fuori un pacchetto di sigarette. 
    In modo frettoloso e nervoso ne avvicinò una alla bocca. Seguì la ricerca di un accendino e dopo averlo trovato, accese la sigaretta.
    Mi fissò e con un sorriso canzonatorio disse:
    “Mi dispiace mio piccolo Lord, ma non posso, ho troppo lavoro per oggi, la prossima settimana.”
    Tentai di convincerla ma la donna restò ferma sulla sua decisione.
    Non potevo crederci. Io il grande Luca, atteso e conteso, il desiderato, il quasi maggiorenne, il ragazzo che non deve chiedere mai, se non ai genitori la paga settimanale, si trovava alle ore 15.45 di un venerdì pomeriggio dentro una lavanderia, sconvolto e attanagliato dal dubbio logorante: “E adesso…cosa indosserò?”
    Mentre una grossa fetta del mio cervello brontolava per la risposta della donna, regalandole aggettivi terribili, sentii un impulso sconosciuto invadere i miei nervi.
    Cominciai a sentirmi nauseato.
    Le gambe tremavano e uno strano calore partiva dal centro dello stomaco. Il respiro diventò faticoso.
    I miei occhi, come guidati da uno spirito maledetto, furono costretti a fissare la donna.
    La analizzai.
    Non era più una ragazzina: 40 anni circa.
    Una vecchia, pensai.
    Il viso era segnato, rughe intorno agli occhi, intorno alla bocca, sul collo.
    Era alta, con qualche chilo di troppo. Il seno era prorompente e dai pantaloni larghi, non certo femminili, si intravedevano le cosce ben tornite.
    I capelli corti, tinti di rosso, contrastavano con la sua carnagione olivastra e gli occhi neri e profondi, completavano una figura umana non certo entusiasmante.
    Una visione scadente dell’essere donna.
    Mi sentivo angosciato dalla presenza di lei.
    Volevo lasciare quel posto.
    Ripresi la maglia, e senza salutare mi diressi verso un’altra oasi del pulito.
    Girai l’angolo, ma all’improvviso cominciai a sentirmi debole.
    Mi accasciai e il mio stomaco tremò.
    E vomitai, vomitai, vomitai.
    Disorientato dall’inaspettato malore mi rialzai, mi feci forza e andai a casa di Mario, il mio migliore amico.
    Gli chiesi una maglia in prestito.
    Una volta a casa preparai a fatica tutto per i festeggiamenti.
    Ogni cosa andò secondo i miei piani.
    La domenica successiva, il vero giorno del mio compleanno, mi svegliai molto tardi, sudato ed eccitato.
    Passai la giornata a gozzovigliare, subendo le coccole sfrenate di tutta la mia famiglia.
    La sera, distrutto e annoiato, andai a dormire molto presto.
    E quella notte il cugino malefico dei sogni rigurgitò su di me.
    Quella notte feci un incubo.
    Mi trovavo in una stanza illuminata da un filo di luce. Ero davanti ad uno specchio. Nudo. Non avvertivo né freddo e né caldo. L’ immagine riflessa esaltava la mia carnagione scura. I miei occhi verdi splendevano di una strana luce. I capelli non erano del mio colore castano scuro, ma biondi. Incominciai a vestirmi. Dapprima una camicia bianca con bottoni dorati e a seguire una giacca rossa a doppio petto, un pantalone dello stesso colore e un cappello a cilindro. Infine delle lunghe scarpe bianche che superavano di molto la misura del mio piede.
    Da lontano strani rumori. All’improvviso mi ritrovai in un grande spazio aperto, circondato dal deserto.
    Ero sopra ad un palco.
    Afa.
    Dietro di me un sipario chiuso. Meccanicamente mi voltai verso una folla smisurata e cominciai a gridare come solo sa fare il più grande banditore di tutti i tempi.
    “Venite, venite signori e signore, questo è il giorno più fortunato della vostra vita. State per assistere ad un vero fenomeno della natura, qualcosa che la vostra memoria non può ricordare di aver visto perché non l’avrebbe mai più dimenticato. I più impressionabili si allontanino, non potranno reggere alla vista di tale mostruosità. Alcuni di voi sverranno, mentre altri scapperanno, chiedendosi come la natura possa creare specie di questo genere sulla terra. Altri ancora non riusciranno a chiedere aiuto, perché rimarranno impietriti e senza parole. Allora signori e gentili signore siete pronti?”
    Un boato fragoroso si levò e tutti risposero: “Sì!”
    La mia voce si gonfiò e come inebriato urlai a squarcia gola:“Ecco esaudito il vostro desiderio. Raccomando a tutti di non intenerirsi, un essere così non può avere un cuore e neanche sentimenti.”
    Mi avvicinai al sipario con passo solenne. Mi sentivo un nobile all’incontro con un reale. Afferrai la corda che avrebbe aperto il sipario e la strinsi forte. Sudavo, il mio corpo si faceva sempre più caldo. Avevo paura e ritardavo l’apertura.
    Ma la folla impaziente gridava.
    Voci assordanti ordinavano di dare inizio allo spettacolo.
    E io aprii e vidi la cosa.
    Rimasi immobile, sorpreso, interdetto, confuso.
    Davanti a me c’era il fenomeno, l’orrore, il fallimento della natura, lo sbaglio degli sbagli.
    Strizzai gli occhi, li sfregai e vidi la donna della lavanderia!
    A stento si spostò nel mezzo del palco.
    Mi guardava.
    Il suo corpo deformato dal tempo disgustava e allo stesso tempo nutriva la vista avida del pubblico, che esplose in risa impietose.
    Lei si girò verso di me.
    I suoi occhi neri erano sbarrati, si leggeva il terrore dentro.
    Sembrava chiedermi: “Ora cosa mi accadrà? Non ho fatto nulla, perché ridono di me? Perché tu lasci che accada tutto questo? Aiutami, ti prego.”
    Dentro di me si scatenò una tempesta di emozioni, una battaglia di nervi contro nervi che trovò sfogo in un’unica, sottile e salata lacrima bianca.
    Un uomo gridò senza pietà: “Sei un mostro!”
    Poi tirò una buccia di banana e tutti seguirono il suo gesto, lanciando ogni sorta di oggetto.
    E io corsi.
    Corsi verso la donna.
    Corsi senza pensare, per diventare il suo scudo.
    Ma sobbalzai all’urlo di terrore di lei.
    Un uomo aveva un coltello in mano ed era pronto a scagliarlo.
    Gridai.
    Vomitai.
    Svenni.
    Poi mi svegliai.
    Ero salvo.
    Stanco, anzi distrutto, tenni gli occhi aperti per qualche minuto e mi riaddormentai.
    Speravo di tornare nel mio incubo, l’idea di lasciarla sola mi tormentava.
    Ma il mio desiderio non si avverò.
    La mattina dopo mi preparai istintivamente, per andare a scuola.
    Durante il tragitto pensai molto all’ultima notte.
    I dubbi mi attanagliavano e mi rendevano molto nervoso. “Cosa mi succede? Perché ho sognato quella donna?” pensai.
    Dovevo capire.
    Cambiai strada e mi diressi verso la lavanderia.
    Ore 8.30. Aspettai l’apertura, lei arrivò.
    Aveva il viso molto stanco, non doveva aver passato un bel fine settimana.
    Mi sedetti all’interno del bar, dall’altra parte della strada, e la osservai.
    Rimasi lì per tutta la mattina.
    Feci lo stesso la mattina dopo.
    Il mercoledì fui persino in anticipo.
    Così per tutta la settimana.
    Qualche giorno più tardi cominciai a spiarla di pomeriggio, per non creare sospetti a scuola.
    Per un mese, ogni giorno, andavo in quella via lunga e trafficata per spiare una donna.
    Non conoscevo il nome, non sapevo nulla di lei.
    Avevo solo bisogno di vederla.
    Un giorno non andai, mi ammalai.
    Quel giorno mi mancò.
    La sigaretta si è spenta.
    Non vuole più ricordare. Non voglio più ricordare.
    Elsa, Elsa.
    Mesi dopo mi trovavo dentro il solito bar.
    Qualche ora prima avevo comprato due pacchetti di sigarette.
    Li posizionai sul tavolo del bar.
    L’avevo osservata.
    Fumava molto.
    Avevo letto in qualche libro che le donne sono sensibili ai regali.
    “Lei fuma e io le regalo le sigarette” avevo pensato.
    E aspettai il momento giusto per donargliele.
    Ma il momento giusto sembrava non arrivare mai.
    Ero consapevole, come poteva esserlo un ragazzo di 18 anni, che mi ero innamorato di una donna più vecchia di me.
    Avevo scoperto che Elsa, così si chiamava, ne aveva 38.
    Elsa era brutta. Eppure ogni notte, prima di addormentarmi, il mio ultimo pensiero era per lei.
    Per una donna brutta e più vecchia di me.
    Per una donna bella e matura.
    Gli appostamenti seguirono giorno dopo giorno.
    Intanto conservavo le sigarette in casa.
    Ma un pomeriggio decisi e come un soldato mi preparai al grande evento. Era tempo di venire allo scoperto, di regalare la mia esistenza ad Elsa.
    Mi lavai, mi feci la barba, mi vestii.
    Presi lo zaino e vi buttai dentro i due pacchetti di sigarette.
    Cercavo di immaginare il viso di lei quando, con quel regalo, le avrei dichiarato tutto il mio sentimento.
    Avrebbe pianto, poi mi avrebbe abbracciato, ne ero sicuro.
    Scesi da casa e con passo deciso andai verso il motorino per percorrere di gran fretta, la solita via lunga e trafficata.
    Arrivai.
    Parcheggiai e una volta sceso, presi le sigarette dallo zaino.
    Un respiro profondo,un passo incerto, un altro respiro.
    Pronti, puntare, fuoco!
    Corsi, corsi e poi corsi ancora.
    La porta principale della lavanderia si faceva vicina, sempre di più, vicinissima.
    Ma.
    Un grido stridulo: “Fermatiiii!”
    Un gatto sbuca fuori con un grande salto dalla porta principale della lavanderia.
    Uno scatto, pochi secondi, la strada.
    Una macchina arriva veloce.
    Il gatto guarda la macchina.
    La macchina guarda il gatto.
    Boom!
    Il gatto muore.
    La mia lei esce dalla porta del retro, va verso il felino, si inginocchia, si dispera, piange.
    Io sono fermo, impietrito, con due pacchetti di sigarette in mano.
    Le sigarette scivolano dalle mie mani, lei continua a piangere, un pianto inconsolabile.
    Il mio cuore.
    La mia mente.
    Buio.
    Cinque ore più tardi l’Italia avrebbe vinto i mondiali di Spagna, sei più tardi un anziano signore, non ben identificato, si sarebbe avvicinato ad una battigia di una spiaggia sconosciuta e avrebbe accompagnato con il suo violino l’umore del mare.
    Sette dopo, mentre Elsa piangeva nel letto, perché rimasta sola senza il suo gatto, io avrei restituito, dopo mesi, la maglia a Mario.
    Accende un’altra sigaretta. Accendo un’altra sigaretta.
    Il tempo passa e un altro gatto è morto.

  • 09 dicembre 2008
    In viaggio con Francesco

    Come comincia: – Oh… ma che fate voi qui con questo tempo?… venite dentro non rimanete davanti alla porta, prego accomodatevi… venite, venite di là che c’è il fuoco acceso e potrete riscaldarvi un po’… stavo giusto preparando una bella zuppa di fagioli.… ah! Non c’è niente di meglio di una buona zuppa di fagioli per riscaldarsi un po’ e ringraziando il Cielo, sempre sia lodato, oggi non ci manca nulla in convento… oh beh… a dire la verità oggi sono solo qui, gli altri frati si sono recati giù in paese e non torneranno per questa sera, e neanche per la prossima, sono fuori per la questua, così io sono qui solo… e la zuppa basta per me solo,… oh… ma che dico… adesso siamo in due… siamo io e voi… ma certo… che stupido… oh… ma io sono ben contento di dividerla con voi, sapete?… è triste mangiare soli… il Buon Padre ci ha resi animali sociali perché possiamo sempre condividere quello che abbiamo con i nostri fratelli, e per noi è una gioia poterlo fare… non credete?… ecco perché mangiare da solo ci rattrista, mentre la buona compagnia ci rallegra… non credete pure voi?… e il Cielo vi ha portati qui per questo… o no?… oh che sciocco… io parlo troppo ecco tutto… beh in realtà sono i vostri piedi che vi hanno portato qui… ed è vostra la volontà per cui avete intrapreso questo viaggio… dunque dite… come mai siete giunto fin qui con questo tempo che a dire la verità è molto strano e che indubbiamente induceva più a rimanere chiusi in casa?
    – … Francesco… capisco… ma voi allora dovete venire da lontano… dato che non sapete che Francesco non è più qui… nei paesi qui attorno lo sanno tutti… la novella si è sparsa presto… è sulle bocche di tutti… è da diversi mesi ormai!
    – No scusate… non mi sono spiegato… intendevo dire che non è più tra noi… tra noi tutti intendo… cioè… il Buon Padre l’ha voluto accanto a sé… nella sua Gloria… oh ma non dovete rattristarvi… no no… per niente!… lui sorrideva quando si è addormentato… io lo ricordo bene quando è successo… era felice di congiungersi con Sora Morte… E io… sì… è vero io ho pianto… avevo perso un fratello… e ho pianto come un bambino… ma avevo torto… lui è qui ancora con noi… lo sentiamo tutti… è come se potessimo sentire il suo profumo di viole nell’aria…
    – Ma ora sedetevi… non avete fatto questo viaggio invano credetemi… potrete pregare nella sua celletta se credete… chiunque entri lì ne esce cambiato… sì… è così… abbiate fede.
    – Ma per adesso sedetevi qui e godete di questo fuoco… il fratello buono che ci riscalda… eh già… non è tempo questo di andare in giro… eppure è strano… non c’è mai stato così freddo in un giorno di primavera, quantunque sia appena entrata… –
    Una raffica di vento soffiò vigorosa sopra il tetto dell’eremo emettendo un forte ululato nel filtrare fra le fessure delle finestre e delle porte tanto da far zittire il buon frate dalla parlantina decisamente sciolta. Al calare d’intensità, si udirono chiaramente le fronde dei faggi e delle betulle stormire sui pendii del monte Subasio che declinavano decisi dall’eremo fino alle porte di Assisi.
    Sarebbe dovuta essere una calma e serena sera di primavera, ma il tempo non sembrava essere d’accordo ed un freddo pungente riportava ai ricordi dello scorso autunno: si sarebbe detto essere il periodo perfetto per i lupi solitari dei boschi umbri. E mentre il silenzio tornava su quel paesaggio e nella cucina dell’eremo, si poteva persino udire in lontananza, mescolandosi con l’atmosfera tersa e limpida, il ci-ci-ciak delle coturnici che si cercavano saltellando sulle pietre del pendio, mentre il chiù dell’assiolo ad intervalli regolari segnava come un orologio che era passata l’ora del tramonto.
    – Oh… ma che stupido sono… dopo tanto parlare mi sono ricordato solo ora di non essermi presentato… oh… non dovete scambiarmi per una persona poco educata per carità… no no… non è nel mio stile credetemi. Frate Leone, ecco, questo è il mio nome… o per lo meno tutti mi chiamano così… per servirla, mio simpatico amico!… –
    E il vento ululò nuovamente.
    – No… decisamente non è il momento migliore per mettersi in marcia… eh… lo so bene io che di strada ne ho fatta tanta con Fratello Francesco… e lui sì che era un buon camminatore… e Dio solo sa dove trovava la forza…
    – Ricordo come se fosse ieri quella volta che… io ero qui a preparare la zuppa di fagioli… sì, come oggi… e fuori nevicava… era inverno ricordo e non solo nevicava… c’era la bufera ricordo… e nessuno di buon senno avrebbe mai pensato di lasciare il calduccio del focolare ed uscire di qui per andare fuori ed intraprendere un viaggio per chissà quale strano motivo… no… nessuno sano di mente…
    – Ed ecco che spunta lui tutto trafelato e con il sorriso in bocca… come un bambino a cui avevano regalato una mela candita… riuscite ad immaginare?… era pieno di euforia, si sarebbe detto che fosse uscito di senno… e difatti non si smentì… prese a dire:
    "Andiamo Frate Leone, che aspettate? Ora mi è tutto più chiaro, presto! Dobbiamo andare, dovete venire con me!"
    "Andare dove Francesco?… con questo tempo?… non possiamo uscire!… c’è la bufera fuori… oh ma voi volete andare a pregare qui fuori nella vostra grotta?… c’è troppo freddo per farlo, credetemi, sarebbe una pazzia!"
    "No, Frate Leone!… non alla grotta… ma a Santa Maria degli Angeli andremo… prendete con voi un bastone e copritevi bene, c’è molto freddo fuori sapete?… e nevica!"
    "Cosa?… lo vedo da me che nevica! E ve lo ripeto: nevica!… ma che vi prende? Perché tanta euforia?… dove avete lasciato il senno fratello?"
    – Ma egli era già uscito e da fuori mi chiamava e mi esortava a seguirlo… era una pazzia mi ripetevo… ma il buon Frate Leone cos’è se non un umile servitore del più grande Frate Francesco… se egli comanda Fra’ Leone ubbidisce… anche se non sa i motivi… perché è stupido e non capisce… Fra’ Leone ubbidisce sempre… perché ha fiducia nel suo più caro fratello… e non lo lascerebbe mai solo nelle sue follie, mai!
    – Lui correva avanti, ed io sempre indietro… lui correva ed io arrancavo… io brontolavo e lui sorrideva… io rallentavo spinto dal vento contrario e lui mi esortava… poi si fermò, aspettò che lo raggiungessi e con un sorriso largo largo mi disse:
    "Frate Leone, ascoltate quello che ho da dirvi, e ricordate… prendete nota se potete: se anche un giorno accadesse che i frati Minori in ogni terra diano grande esempio di santità e di bontà estrema, se accadrà un giorno nientedimeno, scrivi e annota diligentemente che non è questa la perfetta letizia"
    – E andando più oltre, mi lasciò inebetito e senza parole come di ghiaccio sulla neve… io non mi mossi cercando di scorgere del senno in quelle parole… non ve ne erano… e rimasi fermo!
    – Ma Francesco, mi chiamò la seconda volta:
    "Oh frate Leone, che fate ancora lì?… presto dobbiamo andare!… Non capite? Benché il frate Minore possa un giorno, con il volere di Dio Padre Onnipotente, illuminare i ciechi, distendere gli arti agli storpi, scacciare i demoni, rendere l’udito ai sordi e l’andare agli zoppi, il parlare ai muti e… ch’è cosa assai più grande… risuscitare i morti di quattro girni… scrivi, fratello mio, che non è in ciò perfetta letizia"
    – Ma Fra’ Leone non capiva… non poteva capire la sua saggezza… e rimane fermo… triste per l’udire quelle parole che sembravano non avere alcun senso… Credetemi: non sapevo se piangere perché assistevo alla perdita del senno da parte del mio più caro fratello… o piuttosto perché mi si palesava d’un tratto la mia stupidità…
    – Ma lui, che è grande e saggio, vedendomi triste mi si avvicina e mi sussurra:
    "O Frate Leone, pecorella del Signore, ascoltatemi bene e prendete nota: se il frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, così che possa un giorno profetare e rivelare, non solamente le cose future, ma anche e soprattutto i segreti delle coscienze umane… ecco Fra’ Leone, scrivi: non è in ciò che consiste la perfetta letizia"
    – Allora non mi trattenni più oltre: piansi come un bambino indispettito.
    "Oh, no… Fra’ Leone, non piangete, ma ora ascoltate quanto ho da dirvi, annotatelo anche se non capite subito… capirete quando sarete pronto.
    "Quando noi saremo giunti a Santa Maria degli Angeli, così bagnati per la neve e agghiacciati per il freddo, così infangati e afflitti di fame, e picchieremo alla porta della chiesa, e il portinaio verrà adirato e dirà: “Chi siete voi?” e noi diremo: “Noi siamo due dei vostri frati” e lui dirà: “Voi non dite il vero, anzi siete due ribaldi che andate ingannando il mondo e rubando le elemosine dei poveri! Andate via!” e non ci aprirà, e ci farà stare fuori alla neve e al freddo e con la fame tutta la notte… allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà sosterremo pazientemente senza turbarcene e senza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quel portinaio che non ci ha riconosciuti in realtà altro non fa che il suo giusto lavoro da buon portinaio… ecco Frate Leone, scrivi! perché e qui che sta la perfetta letizia.
    "E se anzi perseverassimo bussando, ed egli uscisse fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con bastonate e vergate dicendo: “Andate via di qui, ladri meschini! Andate che qui non mangerete voi, né albergherete!” gettandoci a terra sul fango e sulla neve e coprendoci di sputi ed insulti… se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buon amore pensando a quanto di più cruento e vile ha dovuto soffrire nostro Signore per mano nostra e per nostro amore… o Frate Leone, non pensate anche voi che sia questa la perfetta letizia che per anni ho cercato disperatamente nel silenzio di questi boschi?
    "O agnello di Dio, pensa alle pene di Cristo benedetto… lui le ha patite per noi… e se noi fossimo in grado di sostenerle per Lui… per amor Suo… con gioia e non con tristezza… oh Frate Leone, non trovate anche voi che è qui e in questo la perfetta letizia?
    "Ricordi? Erano queste le parole dell’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non della croce del nostro Signore Gesù Cristo”."
    – Ma Frate Leone non era pronto… sapevo che lui aveva ragione e parlava con senno… ora mi era chiaro… avevo fede in lui… ma non capivo ancora… e continuavo a piangere… Ma lui mi sorrise amorevolmente, come solo lui sa fare, e mi svelò:
    "Oh… Frate Leone, che il Signore ti benedica e ti custodisca… sorridete perché un giorno, questo posso dirlo con certezza… un giorno Egli mostrerà a te il Suo volto misericordioso… Rivolgerà il suo volto verso di te e ti darà la pace che tu oggi cerchi".
    Ed oggi non piango più!

  • 06 novembre 2008
    L'anima del carnefice

    Come comincia: Nelle avenidas i cingoli dei carri armati avevano lasciato le stesse cicatrici che avevano i martiri sulla pelle. Segni profondi, palpabili, pronti alla vendetta.
    Incontrare i boia per strada non era cosa rara, anzi, incontrare chi aveva ucciso il tuo futuro era cosa comune.
    Nel dehor di un cafè, quell'uomo dagli occhi azzurri come il mare, racchiusi in piccole fessure sopra un viso bonario, quasi gentile, le mani lunghe e affusolate come quelle di un pianista o di un chirurgo, dai gesti misurati e precisi, mi aspettava. Quelle mani che prendevano un bicchiere di Cabernet Sauvignon cileno e lo portavano alle labbra con solenne lentezza, con la consapevolezza di quello che sarebbe stato il gusto al palato, il sentirne gli aromi e le fragranze.
    Un uomo così, che sapeva dare un valore alle cose terrene, che sapeva apprezzare a fondo le cose buone della vita, si apprestava a raccontarmi quello che era stato il suo “impiego” negli anni passati, con la tranquillità di chi racconta le sue vacanze estive a Vigna del Mar.
    Otto ore di lavoro sulla carne di persone per lui senza nome, senza età, senza sesso, senza volto, senza storia. Pezzi di carne da fare urlare, da sfinire, da rendere morbida, da piegare.
    Si godeva il sole mentre raccontava senza enfasi e accanimento la sua storia. Guardavo la sua bocca e ad ogni parola sembrava uscissero pezzi di carne, sangue, urla.
    E gli sovvenne il nome di uno degli ospiti del garage, così chiamava il suo posto di lavoro, perché lo aveva “incontrato” il giorno del compleanno di uno dei suoi bambini. Ne aveva tre, e così quel giorno, prima di prendere servizio gli aveva comprato uno di quei giochi di costruzioni a mattoncini colorati e mi disse che lui non voleva che i suoi figli giocassero con le solite armi giocattolo perché erano diseducative, insegnavano la violenza.
    Il racconto si dipanava in modo fluido, senza interruzioni, con dovizia di particolari e senza mai crogiolarsi nel compiacimento.
    Gli domandai perché mai raccontasse queste cose a me e perché si fidasse di me.
    Sorrise con quei suoi denti disordinati ma bianchissimi e si avvicino così vicino al mio viso che potei sentire il suo alito che sapeva di vino e mi disse : “Non lo so. Certe cose si fanno e basta.”
    Poi si rimise rilassato sulla sedia e aggiunse che forse aveva scelto me perché ero straniero o forse perché i poeti hanno sublimato la morte nelle poesia e lì trovano le loro risposte alla vita. Un carnefice invece è condannato a cercare le sue risposte dentro agli altri.
    Aveva una teoria secondo la quale un boia cerca nella vittima predestinata il senso della vita e che solo guardando in faccia la disperazione di chi muore si riesca a capire quale sia l’essenza di un uomo. Rimasi immobile ad ascoltare quello che mi sembrava un delirio di onnipotenza. Poi dalla tasca tirò fuori un malloppo di carte tenute insieme da un grosso elastico e me lo consegno in mano.
    Mi disse che era il suo testamento e che avrei potuto leggerlo appena si fosse alzato da quella sedia.
    Impercettibilmente il suo viso si fece più rilassato, quasi sereno. Mando giù l’ultimo sorso del suo cabernet, lasciò una banconota sotto il bicchiere, mi fece un sorriso e senza dire nulla se ne andò. Mi alzai anche io, con quel malloppo di carte in mano e con un senso di dolore e nausea profondi. Presi la sua stessa direzione, mescolato tra la folla del mezzogiorno nell’Avenida Central, e non potei fare a meno di seguirlo per un po’ di tempo ancora. Non ricordo per quanto tempo, ma ad un certo punto, prima di infilarsi in un vicolo laterale, si fermò e voltandosi, da lontano mi sorrise:. Poi sparì dietro l’angolo.
    Il suo “testamento” non lasciava nulla a nessuno, non confessava nessun delitto, non raccontava nessuna storia, non chiedeva nessun perdono. Era solo la raccolta manoscritta di centinaia di poesie; poesie di straordinaria bellezza, scritte da un’anima eletta e pura. Poesie d’amore e di vita.
    Passai ore a leggerle dimenticando quale mano avesse mai scritto quei pezzi di carta, e quale anima li avesse concepiti.
    Nell’ultima pagina di quel “testamento” trovai scritta la frase: “La ricerca è finita. La morte ha liberato il poeta. Ora il poeta libererà la morte”.
    Pensai alle due anime che avevano vissuto in quell’uomo specularmente, in un inspiegabile simbiosi, in un tragico e armonico conflitto interiore.
    L’orrore scese dentro al mio cuore.
    Il fuoco fece giustizia di tanta inutile bellezza, di tanta terribile purezza.
    Tutte quelle straordinarie poesie portavano la data a piè di pagina e tutte erano state scritte negli ultimi due anni prima della sua morte in quel vicolo, con un colpo di pistola alla nuca.

  • 06 novembre 2008
    L'uomo dei boschi

    Come comincia: Era magico il momento in cui mi lasciavo la pianura alle spalle per raggiungere la montagna, dov'era nata mia madre e avevo trascorso gli anni più belli d'infanzia.
    Quella terra, da bambina, mi ricordava tanto i posti incantati che leggevo nei libri di scuola.
    Adoravo le strade deserte e infinite, la casa dei nonni, che profumava di legna e antico, il bosco dai mille pini.
    La nonna stava sempre seduta sulla stessa sedia alle spalle della credenza, indossava il suo grembiule da cucina colorato e aspettava, aspettava che il giorno finisse in solitudine.
    La domenica preparava il risotto di funghi, quelli che raccoglieva nonno nei sentieri, ed io non aspettavo altro che il piatto venisse servito per gustarmi con calma tutto il sapore.
    Mi guardava con aria da cuoca soddisfatta, quando le chiedevo di riempirmi il piatto ancora una volta.
    Nonno restava ben poco dentro le mura di casa.
    Lui era l'uomo dei boschi, lo chiamavo così, perché si era costruito un capanno vicino ai pascoli delle mucche e passava il tempo a falciare il fieno e a camminare senza sosta.
    Mi faceva ridere spesso con la sua aria buffa, assomigliava a Stanlio, la mimica facciale era pressoché identica.
    A volte andavo con lui a raccogliere l'erba per i conigli e la verdura negli orti.
    Mi piaceva curiosare tra le piante, però avevo una paura tremenda delle serpi.
    Ce n'erano di molti tipi ed io non le sapevo distinguere bene, al contrario di nonno, che le conosceva a menadito.
    Una volta ne prese una tra le mani ed io avrei voluto urlare con tutto il fiato che avevo nei polmoni.
    Per me lui era una persona coraggiosa e lo ammiravo tanto per la sua forza.
    Gli uscivano le vene dalle braccia quando alzava i sacchi con i quintali di fieno!
    Certe sere, uscivo in cortile a fissare le vallate illuminate. Mi immaginavo la gente che correva di fretta per rientrare in famiglia e la montagna muta ad osservare ogni istante di vita.
    Anche il nonno veniva ad osservare la macchia di luci accanto a me.
    Accendeva una sigaretta e mi guardava contare le nuvole sotto il cielo scuro.
    Lui capiva ogni mio sguardo e sapeva quanto lo amavo.
    Spesso mi dava qualche soldo dal suo portafoglio che poi rimaneva vuoto.
    Avrebbe dato anche l'anima pur di sapermi felice.
    Con le sue cinquemila lire io scendevo in paese a comprare le caramelle o qualche gioco da maschiaccio. Mi sentivo in colpa sapendo che lui rinunciava a qualcosa per se stesso per accontentarmi.
    Non giocavo con le bambole come tutte le bambine del mondo, no.
    Io preferivo i modellini delle auto, i trattori, le ruspe.
    Nonno sapeva che sarei tornata ogni volta con qualche cosa di strano.
    Non mi rimproverava mai se spendevo i soldi in giocattoli, anzi si fermava a guardare come costruivo le strade con la sabbia e la terra umida.
    Ero cresciuta così, coccolata ed in piena libertà nella natura, con la figura di un uomo che mi insegnava ad ascoltare le voci degli alberi, della polvere, degli animali.
    Fianco a fianco con le rocce ed il silenzio.

  • 06 novembre 2008
    Incubo

    Come comincia: L’anta della finestra si chiude con un colpo secco cui fa eco, come una schioppettata nel silenzio della notte, la porta che avevi lasciato semiaperta per sentire i suoi passi, quando fosse rientrato.
    Guardi istintivamente la radiosveglia: le quattro e quaranta. Tuo marito dorme, russando ritmicamente, come sempre. Ormai non ci fai più caso; riesci a prendere sonno, anche se lui russa. L’importante è non svegliarsi nel pieno della notte: allora è davvero difficile riaddormentarsi. Quel suono ritmico, cavernoso, sempre uguale, irritante scandisce i minuti e tu guardi il quadrante dell’orologio fissando il puntino lampeggiante dei secondi, e ne conti sessanta, uno dopo l’altro, e poi ancora sessanta e sessanta ancora, finché la spossatezza vince l’irritazione.
    Ti alzi senza far rumore, cercando di non far cigolare il letto. E’ la solita ronda notturna, quella di controllo. Come un automa ti avvii alla porta, la apri (l’aveva richiusa il vento), guardi alla camera dei ragazzi: la televisione è ancora accesa; Daniele  non è tornato.
    Entri in punta di piedi e la spegni, ma il pulsante scatta sotto le tue dita e Luca si sveglia.
    Con la voce impastata dal sonno ti rimprovera :
    – Mamma! Perché l’ hai spenta? Riaccendi! – Tu lo rassicuri, gli dai un bacio, bisbigliandogli che è quasi giorno, i programmi sono terminati, esci dalla stanza già con lo stomaco stretto dall’ansia.
    Dov’è il cellulare? Ti ricordi di averlo messo a ricaricare. Con gli occhi semichiusi vai a prenderlo. E’ un bel cellulare: dopo tanto hai deciso di cambiarlo, finalmente anche tu ne hai uno piccolo, ultimo modello,  con la fotocamera, già hai riempito il tuo album con decine di foto dei tuoi figli . Che saresti senza di loro?
    In cucina tutto è in ordine e c’è silenzio. Col cellulare stretto in mano ti siedi sul divano vicino al camino. Ti guardi intorno per trovare la calma necessaria, prima di chiamare. Il criceto gira  veloce sulla sua ruota. Le zampette perdono qualche colpo, di tanto in tanto, ma lui continua la sua corsa, instancabile, come se dovesse raggiungere una meta nel più breve tempo possibile. Sarà poi giusto tenerlo lì, chiuso nella gabbia? Paco continua a correre e tu pensi che è ora di formulare il numero: 333…, squilla. Guardi l’orologio: le quattro e cinquantadue.
    Non cambierà mai. Aveva promesso di rientrare presto, subito dopo il concerto. Aveva persino chiamato per rassicurarti, dopo mezzanotte.
    -Tutto a posto, ma’. E’ appena finito e stiamo ripartendo. Si è fatto tardi perché ha suonato anche un altro gruppo, poi ti racconto. Sì, non ti preoccupare per la macchina: velocità da crociera. Quando arrivo, però, non la riporto subito in garage; resto un po’ con Sara e poi torno: stai tranquilla.
    Tranquillità: che parola è questa? Che significa?
    Adesso dal cellulare viene il segnale di occupato. Quante volte ha squillato, mentre tu ripensavi alle sue parole rassicuranti?
    Richiami e lasci squillare fino alla fine. Chiami ancora: nessuna risposta.
    Le cinque. Ti alzi dal divano, mentre già non ti senti più tranquilla e cominci a pensare e non vorresti. Ecco la ridda delle ipotesi, come uno sciame impazzito di api, che cercano di guadagnare l’arnia del tuo cervello. Non c’è da preoccuparsi: è semplicemente un piccolo delinquente incosciente, che finge di non sentire gli squilli insistenti del cellulare, per rimanere un po’ di più al pub, dopo il concerto, con la ragazza, con gli amici.
    Non vorresti, ma accendi la prima sigaretta e la consumi in fretta, ingoiando il fumo, un tiro dopo l’altro, mentre lo stomaco si stringe e si svuota come una sacca .
    Ti batte il cuore, ma digiti nuovamente il suo numero, mentre cammini a piedi nudi intorno al tavolo, ti siedi sul divano, ti rialzi. Adesso le gambe sono diventate più pesanti, è come se si stessero riempiendo d’acqua.
    Ti ricordi di altre notti, di altre telefonate senza risposta: -Il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile; la preghiamo di riprovare più tardi. -  Adesso hai bisogno di stenderti un po’ sul divano. Chiudi gli occhi, ma subito li riapri terrorizzata: non ce la faresti a sopportare di nuovo tutto. Accendi un’altra sigaretta. Tuo marito non ti vede e non ti parlerà del cancro ai polmoni, del tuo egoismo di fronte al rischio di morte, con un marito e due figli.
    Ti alzi e in punta di piedi vai a controllare se dorme. Lo senti russare leggermente; va bene così: deve dormire ancora un po’, il tempo che lui torni e si metta a letto. Non potresti sopportare i suoi sermoni moralistici: che ti direbbe? Che la causa di tutto sei tu, che se fosse dipeso da lui tanta confidenza non gliel’ avrebbe data a tuo figlio, e la macchina, i soldi, il permesso di fare il suo porco comodo ecc. ecc. Almeno studiasse! Che bel modo di prepararsi ai test di ammissione per l’università…
    Ti porti istintivamente le mani alle orecchie, per non sentire le sue parole e ti accorgi che invece lui non sta parlando, lui dorme, e lo invidi.
    Chiami ancora una volta, due, tre volte. Richiudi il cellulare e guardi l’orologio. Le cinque e un quarto. Ora l’ansia comincia  a trasformarsi in paura: l’ ipotesi che lui non voglia rispondere di proposito ti appare assurda. Perché non rispondere, se sente il tuo squillo insistente e ripetuto? Forse dorme da Sara e non sente il cellulare, forse l’ ha  lasciato in macchina: no, è una soluzione troppo bella per essere vera, troppo comoda, troppo rassicurante alle cinque e venti del mattino.
    Mentre i pensieri si accavallano nella tua mente e si mescolano e si dissolvono, per riformarsi più potenti e gonfi, come onde in un mare che si agita sotto un vento sordo che nasce da chissà dove, richiami e aspetti, sperando di sentire la sua voce, che ti rassicura. Così potresti gridargli che ti sta uccidendo, che ti ha fatto invecchiare prima del tempo e quelle occhiaie che ti stancano il viso sono là per colpa sua e per il troppo amore che gli porti.
    Il segnale di occupato al termine della lunga serie di squilli ti riporta alla realtà.
    Devi farti una camomilla, adesso. Ma servirà? Le gambe non rispondono più. Le trascini fino all’angolo cucina, inciampi nel tappeto. - Maledetto straccio vecchio! Devo gettarti via, prima o poi.
    Mentre l’acqua si scalda, prendi la tazza, la bustina di camomilla, lo zucchero e guardi fuori dal balcone. E’ quasi l’alba.
    C’è tanto silenzio e tu vorresti urlare, ma non ce la fai neppure a respirare con regolarità. Adesso senti un peso , come una morsa che ti stringe il petto, all’altezza del cuore e hai paura, una paura così grande che perdi forza nelle mani e la tazza quasi ti scivola via. Devi bere, a piccoli sorsi, il tepore ti farà bene, allenterà la morsa, ti lascerà respirare e potrai pensare con calma al da farsi.
    Provi a chiamare di nuovo. Adesso la paura si sta trasformando in terrore. Ti torna in mente una notte lunghissima e bianca come questa, che però non riguarda te, ma un’altra madre, chissà quante altre madri. Le ore passavano l’una dopo l’altra e il cellulare era spento. E alle sei quella madre si mise in macchina, con suo marito, e vide l’utilitaria  del figlio davanti alla caserma dei carabinieri. Ma quella era una storia di marijuana e non ti riguarda.
    Per te è diverso; il cellulare di tuo figlio è acceso e lui non risponde. Devi pensare ad altro, ma non vuoi.
    Bisogna che tu vada in bagno a lavarti il viso, a truccarti, per tenerti pronta. Pronta a cosa? Forse dovresti svegliare tuo marito e consigliarti con lui.
    Le gambe tremano, adesso, e la testa si sta svuotando. Non puoi certo sentirti male, devi tenerti pronta a tutto.
    Fai il caffè e lo bevi con un po’ di nausea; bisogna bere qualcosa di caldo, dentro senti un gelo che ti ghiaccia il sudore sulla pelle.
    -Dio! Dio! DIO!- ripeti a bassa voce, con rabbia questa parola e pensi che in fondo non ha senso. Dov’è Dio? Esiste Dio? E allora perché tuo figlio non è nel suo letto e tu nel tuo? Perché non stai dormendo come tante altre madri fortunate, che hanno il figlio nel letto, mentre tu non sai nemmeno più se ce l’ hai, un figlio.
    D’improvviso ti si fa chiara agli occhi della fantasia allucinata tutta la verità: lui stava tornando, non correva, l’aveva promesso. Poi è successo qualcosa, una distrazione, una macchina impazzita che gli è piombata addosso senza che lui potesse fare nulla per evitarla. Ti pare di individuare con precisione il tratto di strada dove si è verificato l’incidente.
    Ti passi una mano sulla fronte , ti copri gli occhi per non vedere la scena. E’ ancora buio, nessuno si è accorto di nulla, le macchine passano veloci sulla strada e non si accorgono dell’auto capovolta sotto il cavalcavia. Nessuno può aiutare tuo figlio perché nessuno sa che è là a morire, forse è già morto e neanche tu lo sai.
    Scuoti forte la testa per scacciare quelle immagini, ma non riesci a pensare ad altro. E’ successo certamente qualcosa di terribile, altrimenti non potresti sentire quest’angoscia così profonda, questo dolore insopportabile.
    Forse ha perso il controllo per telefonare a te, per tranquillizzarti (perché gli chiedi sempre di avvisarti? Perché non ti fidi, così lui non deve pensare a tranquillizzarti e può guidare tranquillo?)
    Dov’è adesso? Forse sente lo squillo del cellulare, ma è incastrato tra le lamiere della macchina, sotto una scarpata, un cavalcavia, dove nessuno vede la macchina capottata, e  lui cerca di raggiungerlo con la mano, ma non ce la fa.
    – Non posso rispondere, mamma, non riesco a muovermi . E’ inutile che continui a chiamarmi, non vedi che non riesco a muovermi, non ci vedo e sento tanto dolore: perché non mi aiuti, mamma e non smetti di telefonare? -
    Vorresti piangere, ma i singhiozzi sono asciutti e restano in gola: non bisogna far rumore. Non hai gridato nemmeno quando l’ hai partorito eppure il dolore pareva ucciderti, eri certa di non riuscire a sopravvivere tanto era forte il dolore, eppure ce l’hai fatta e lui è nato, bello, sano, l’hai generato proprio tu, tuo figlio.
    Digiti il numero meccanicamente, senza guardare la tastiera. -Ti prego, rispondi, ti prego, ti prego, ti prego.
    Guardi l’orologio: le cinque e quarantacinque. Ormai fuori è giorno. Una luce spettrale rischiara un mondo che non ti appartiene. Che farai se gli è successo quello che continui ad immaginare? Non bisogna nemmeno pensarla quella cosa terribile, hai paura persino di pensarla, perché sai che potresti morire anche solo pensandoci sul serio. E invece ci pensi, pensi persino a quello che dovresti dire a tua madre e a tuo padre e li vedi morire mentre parli.
    E tu, riusciresti a sopravvivere? Dovresti farlo, anche se sarebbe molto meglio morire, insieme a lui. Ma non c’è solo lui, anche se pare ingoiare ogni attimo della tua vita, come una sanguisuga che si nutre del tuo sangue e del tuo amore.
    Hai un altro figlio, cerca di ricordarlo, è ancora così piccolo, pensa a lui, che dorme tranquillo e non sa la tua angoscia. Anche a questo dovresti stare accanto, per aiutarlo a crescere, a non sbagliare, per fargli capire il bene e il male e tenerlo lontano dalle cattive compagnie, per non doverlo aspettare fuori dalla caserma e percorrere con lui la strada tortuosa che riporta a casa.
    Le cinque e cinquantacinque.
    Ormai ti aggiri come folle da una stanza all’altra, passi da una finestra all’altra, e continui ad invocare quel Dio in cui non credi più e che però è l’unico a cui puoi parlare e che deve ascoltarti, perché è colpa sua se adesso tu stai impazzendo di dolore. Vorresti maledirlo, ma hai paura: bisogna pregare, invece, e allora lo preghi. Gli chiedi di riportarlo a casa, solo questo importa, nient’altro conta, tutto il resto non significa più nulla.
    Richiami ancora, poi metti via il cellulare e decidi di non farlo squillare più: se si scarica il suo, non sarà più possibile intercettarne la posizione, se necessario.
    Ma cosa vai pensando? Allora sei davvero impazzita? Lo stomaco si contrae e senti una fitta così dolorosa che devi stringere forte i denti per non urlare.
    Le sei. Qualcuno nel palazzo accanto apre una tapparella: sta cominciando un nuovo giorno e tu hai paura della vita.
    Accendi la terza sigaretta, bevi dell’altro caffè, non sai più che pensare e intanto ti scoppia la testa e quella paura orribile ti invade le viscere, diventa così simile ad una certezza che devi spalancare il balcone e respirare l’aria fredda dell’alba per non soffocare. Le sei e dieci.
    – Oh Dio, Dio, Dio. Aiutami Signore, aiutami, ti prego, aiutami…
    Lo squillo del cellulare ti trafigge il cervello come una scarica elettrica. Lo afferri e non guardi nemmeno il numero , pensi solo a gridare -Pronto!?-
    - Ma’, sono io. Scusami, ci siamo addormentati e avevo lasciato il cellulare in macchina. Tutto a posto. Sto tornando a casa.
    Poggi il tuo cellulare sul tavolo, ti inginocchi per non cadere e finalmente piangi.

  • 06 novembre 2008
    Speranza

    Come comincia: Come ero nervosa l’altra mattina, mi ero svegliata con una pietra sull’anima, non mi piaceva niente; il cane l’ha capito e si ritirato in buon ordine, neanche il fiore appena sbocciato del cactus, per il quale aspettavo un anno intero, mi dava piacere; il caffè sapeva di terra e i biscotti erano troppo dolci.
    Anche il tempo era un po’ si e un po’ no, mi sono vestita a casaccio con l’unico desiderio di evadere da quello stallo.
    Il sole era anche piacevolmente caldo per essere un’anonima giornata di ottobre. Mentre camminavo cercavo di fare un po’ d’ordine nei miei pensieri, anche se era inutile. Non c’era niente da riordinare, stavo male e basta.
    Continuavo a pensare che poteva succedere a tutti di perdere il lavoro, con un mutuo sulle spalle… anche alla tranquilla signora con la borsa della spesa davanti a me poteva capitare che la sua migliore amica non si sentisse più tale, forse anche di scoprirsi non più tanto innamorata, ma… accidenti, tutto insieme e soltanto a me, francamente mi stritolava.
    Respira, ragiona, il ritornello nella mente non serviva, il lungo viale era terminato, ho deciso di prendere l’autobus per andare al mercato vecchio. “Oggi, se non ricordo male, c’è una mostra di qualcosa”.
    Che fastidio la calca sul mezzo, realizzavo che l’umanità nel suo insieme è brutta e maleodorante, la mia faccia si rifletteva sul finestrino: “Anche io sono loro”, ho pensato, e mi sono sentita anche peggio.
    La piazza del mercato era affollata come al solito e ho pensato a quanto in quel momento mi sentissi sola, triste e confusa.
    Apparentemente tutto il resto del mondo era spensierato e nessuno mi avrebbe teso una mano.
    Ho realizzato infine di che mostra si trattasse: antiquariato e ciarpame vario, ma ero lì, tanto valeva guardare.
    Ho curiosato tra i libri, pezzi d’arredo e biancheria, ma non m’interessava nulla. Più avanti c’erano cataste di quadri, per dovere ho guardato anche quelli… “Che noia”, ho pensato. Rigirandomi per andare via, quasi come in un film, ho visto una tela che mi ha strappato un sorriso e fatto battere il cuore.
    L’ho comprata subito, neanche guardandola meglio, poi però volevo andarmene a casa, perché di solito i miei acquisti d’istinto mi gratificano alquanto e forse per un poco non avrei pensato.
    Il ritorno in autobus è stato complicato, per via dell’ingombro, e con i nervi a fior di pelle mi stavo pentendo dell’acquisto e della spesa, nella prospettiva di un fine mese con denaro contato.
    Speranza, la mia cagnetta, mi ha accolta titubante, annusando il mio umore e la carta di giornale che avvolgeva la tela.
    Ho appoggiato il quadro sul davanzale della finestra e mi sono seduta sul divano di fronte. Avevo fatto benissimo a comprarlo, quel dipinto mi faceva stare bene, sorridevo di nuovo.
    Ho capito perché mi aveva colpito così tanto, mi sono ricordata di quelle poche lezioni di meditazione fatte quasi a forza per accontentare Anna, che sull’onda della moda New Age, mi aveva trascinata in un centro specifico.
    Superato il mio eterno scetticismo, in verità ero rimasta affascinata, ma poi ho smesso, penso per pigrizia…
    Il Maestro ci aveva consigliato, per entrare in sintonia con il nostro Io, di visualizzare un luogo piacevole, farlo nostro e ritornarvi sempre: un giardino per l’anima.
    Mi è sempre piaciuta la montagna, facilmente immaginai il mio posto fra abeti, rocce muscose e un gorgogliante torrente che scendeva tortuoso da un monte maestoso imbiancato perennemente.
    Il mio “giardino” adesso era là, sul davanzale della finestra e sinceramente non sapevo cosa pensare.
    Ho riflettuto sulle incredibili coincidenze della vita, ma poi …ho respirato profondamente, incredula, quando ho visto la bella pietra di fiume incastrata in un’ansa dove, nel mio luogo immaginario, mi sedevo a toccare l’acqua spumeggiante.
    Mi sono lasciata andare sullo schienale del divano e per la prima volta nella mia vita non mi sono posta domande, era tutto così assurdamente piacevole, mi sono sentita come Alice nello specchio, e come Alice sono “entrata” nella tela.
    L’odore della resina di pini era penetrante, il vento fresco piacevole sul viso e l’erba umida mi bagnava le gambe, mi sono seduta al mio posto e la terra e il cielo sono confluiti in me.
    Il Maestro diceva che bisognava perdersi per ritrovarsi rinnovati. Ne ho capito solo in quel momento il senso.
    Ho capito anche perché non ho voluto più frequentare le lezioni, in quel posto ero davvero, terribilmente sola, sola con me stessa. Stavolta ero riuscita, dove altre volte, per vigliaccheria, avevo abbandonato. Mi vedevo piccola e indifesa, vedevo una bambina che mi guardava con attenzione negli occhi e che cercava spiegazioni.
    Come spiegarle perché i suoi sogni e le sue ambizioni fossero svaniti in una vita egoista e pragmatica.. come dirle che la vita, comunque, mi aveva sottoposto a tanti sacrifici che mi avevano fatto abbandonare per strada cose più importanti...
    Come confessarle il perché dei miei fallimenti, ma anche che in ogni caso avevo provato a fare del mio meglio… ma percependo l’intatto candore del suo cuore, ho capito che molto poco era stato il meglio dei miei sforzi.
    Cercavo il suo perdono, ma io “da grande” avevo mai davvero perdonato? Quante volte con la mia migliore amica, non ero stata sincera tenendo per me opinioni discordi, annuendo per quieto vivere, e con il mio compagno mi comportavo allo stesso modo… usando l’amore in un senso soltanto, offrendo il minimo, pretendendo il massimo, possedendo l’oggetto del mio amore, senza rispetto.
    Senza rispetto anche sul posto di lavoro. Di fatto, non ho mai considerato il mio capo e i miei colleghi come persone diverse da quelle che assolutamente non ricambiano mai. Tutto quello che io facevo per l’azienda!
    Io sempre vittima, il mio prossimo carnefice ad oltranza.
    Le lacrime scendevano copiose, ma sorridevo, perché la bambina che ero stata mi perdonava, regalandomi l’occasione di provare adesso, emozioni positive, in pace con me stessa. Avrei guardato il mio prossimo con altro spirito.
    Speranza mi ha leccato timidamente la mano, riportandomi alla realtà; adesso stavo bene.
    Ho cercato il guinzaglio per uscire e, guardandomi nello specchio all’ingresso con la mia cagnetta festante, sono scoppiata a ridere: due animali, certamente uno più sociale dell’altro, ma ambedue bisognosi dei propri simili nel bene e nel male per realizzarsi a pieno.
    Il giorno era agli sgoccioli, il tramonto era rosso e celeste, bello davvero. La gente rientrava a casa dal lavoro e io uscivo, ma ci stavamo incrociando sotto lo stesso cielo.

  • 06 novembre 2008
    Lo spogliarello dell'anima

    Come comincia: Spesso sento un impulso irrefrenabile a scrivere, un’impellenza a svuotarmi dei pensieri che si rincorrono alla rinfusa nella testa. A volte, però, quando accendo il computer eccitata da un’idea, all’improvviso rallento e, di fronte al monitor bianco che mi fissa, mi blocco.
    Succede quando mi sforzo di ornare le idee, quando tento di vestirle con parole nuove, di impacchettarle in frasi originali, non consumate. In realtà vorrei semplicemente che i pensieri sgorgassero lì, sul foglio virtuale, che si traducessero senza bisogno di grammatica, struttura e stile, senza inciampare sui tasti e cadere nella convenzione. Vorrei sapermi abbandonare, improvvisare come un musicista jazz impazzito dal ritmo, che cavalca le note senza sapere dove andrà a naufragare. O come un pittore, ipnotizzato dalle tinte surreali che schizzano fuori dal pennello, e che fanno palpitare la tela ad ogni tocco. Ogni volta che comincio a scrivere vorrei liberare un linguaggio carico ma al tempo stesso leggero da far volare. Un orgasmo di parole. Quando scatta la scintilla, all’improvviso decollo, esco dalla palude del foglio bianco e parto. Tutto sta nel cominciare l’avventura senza una meta precisa, cercando di tenere il ritmo dei pensieri, senza pudore e senza timore.
    In questo momento, per esempio, mi vengono in mente due cose a proposito dello scrivere e del perché si scrive. La prima è una convinzione e un consiglio di un mio caro Amico, e cioè “se proprio vuoi scrivere cerca di infilare qualche cosa di davvero sorprendente almeno ogni due o tre pagine, qualcosa che spiazzi chi legge, che sconcerti o fulmini, che inviti a riflettere o che diverta pazzescamente! Un aforisma, una frase che basti a se stessa e viva per sempre!” Certo, è uno scherzo per lui che è un maestro di fantasia e immaginazione ma in realtà non è così immediato, almeno per me, e nemmeno così frequente se penso alla quantità enorme di romanzi che spulcio nelle librerie, con la vana speranza di trovarci un arcobaleno al posto del solito bianco e nero.
    La seconda cosa che mi balena alla mente me la suggerisce Anais Nin, scrittrice uterina, come le piaceva definirsi. Una volta disse: “Sono i sensi la fonte più ricca della scrittura, e gli strumenti dello scrittore non sono l’inchiostro e la carta ma il suo corpo, la sensibilità dei suoi occhi, delle sue orecchie e del suo cuore. Se sono atrofizzati, non deve più scrivere.” Sono innamorata di questo pensiero. Vorrei saper stringere un nodo tra le sensazioni e le parole e invitare chi legge a ballare con me, a sentire il profumo della pioggia sulla pelle, regalare le carezze delle onde sui piedi, il solletico del sale sulle labbra e vorrei mostrare di quanti rossi diversi può essere fatto un tramonto. Ecco, vorrei essere capace di far viaggiare a cavallo dei miei sensi. Non semplicemente fornire una cronaca di viaggio ma trasmettere energia, esperienza. E per esperienza non intendo i fatti ma le sensazioni innanzitutto. Se poi un giorno riuscissi anche a infilare nei miei racconti peregrini quella “frase geniale” che spiazza e stupisce, bèh allora farei le capriole dalla gioia e diventerei la prima fan di me stessa, se non altro perché una volta tanto sarei io a sorprendere il mio caro Amico filosofo, e non lui me!
    Senza pretendere tanto nel frattempo scrivo, perché mi fa bene, sperando non faccia troppo male al lettore di passaggio. Questo mi fa venire in mente come sia più facile scrivere pensando di non essere letti da altri. E’ più facile togliersi la maschera. E’ rassicurante, un invito a spogliarsi di tutto senza imbarazzo e a gustare in silenzio la piacevolezza di restare completamente nudi. Diventa un’esperienza liberatoria, addirittura terapeutica. E’ come “creare un mondo tutto mio, un’atmosfera in cui poter respirare, regnare e ricrearmi”, come diceva Anais, parlando dei suoi diari. Ecco, il Diario è il luogo ideale, l’atmosfera in cui all’anima è concesso di spogliarsi e di guardarsi senza veli allo specchio.
    L’esuberanza emotiva dei tredici anni mi aveva spinta a riempire pagine e pagine di diari, convinta fossero uno sfogo naturale dei pensieri e un prezioso ricordo per quando sarei invecchiata. Negli anni mi hanno fatto compagnia Freud e Fromm, Sartre e Camus, Hesse e Kafka. E anche loro sono in qualche modo entrati nei miei diari, contagiando i miei pensieri, perché così come il nostro corpo è fatto di quel che mangiamo, allo stesso modo la nostra mente assimila tutto ciò che leggiamo, anche se prima o poi ci sembra di dimenticare. E purtroppo in parte è così, dimentichiamo, ma resta un’impronta indelebile che scolpisce i nostri pensieri, così come le proteine accrescono i muscoli. Ricordo che più leggevo, più scrivevo e viceversa, senza il rischio di impantanarmi. Quello che rimpiango di allora è la spontaneità, l’onestà della scrittura, come risposta a un istinto primordiale piuttosto che ad una necessità estetica. Non oso pensare a quel che avrei scritto in quegli anni se sotto al banco, al posto di Fromm o Camus, avessi nascosto il Marchese De Sade o Henry Miller!
    Ho continuato a raccontare le mie esperienze e i miei panorami emotivi per anni e ora voglio ricominciare a raccogliere i ricordi e condirli dei sapori che col tempo ho imparato ad apprezzare, nutriti da una consapevolezza e una sicurezza in me stessa che non ho mai posseduto prima. Non voglio farmi sfuggire niente, voglio assorbire la realtà con tutto quello che può darmi e trascenderla, andare oltre il ricordo, oltre il presente, impastare le immagini della mia mente con le vibrazioni del mio cuore prima che i miei sensi si atrofizzino e io inaridisca senza avere niente più da dire. E mi riprometto di farlo con la stessa purezza di linguaggio che usavo da giovane, convinta che la semplice spontaneità sia un buon antidoto contro la monotonia e la noia. E semmai mi sentissi smarrita davanti al foglio bianco che mi interroga, cercherò di sorridere e mi prenderò un po’ in giro, ricorrendo all’ironia, filosofia necessaria, come Qualcuno mi ha insegnato, a consolarmi di ciò che non sono e soprattutto di Quello che non ho né mai avrò.
    Forse è vero che l’indole non si cambia ma credo possa essere educata. Perciò spero di regalare alla me stessa vecchia un lungo, lunghissimo Diario che comincio da ora. Pagine ricche di passione, di stimoli e di energia che la possano incantare ed emozionare fino all’ultimo sorso, stemperate qua e là da uno spruzzo di buon senso e saggezza che la facciano riflettere su quanto è bella la vita e convincerla che sarebbe stato un delitto rinunciare a raccontarla.
    Naturalmente spero possa divertirsi a leggerlo il più tardi possibile!

  • Come comincia: Questa lettera è stata scritta per essere pubblicata sul sito scrivi.com, che da molti anni mi ospita.
    Ritengo però che possa essere anche pubblicata nel “ mio” nuovo sito che mi ospita. E questo perché se ci dovessero essere utenti che soffrono del mio stesso disagio, possono contattarmi al mio indirizzo email:
    danilomar@infinito.it
    Grazie*.

     

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    Non nutro particolare simpatia per gli Inglesi! Popolo coraggioso e determinato, nazionalista e convinto d’essere una spanna sopra gli altri. Forse è vero, ma ciò non cambia il mio giudizio. Se poi penso che l’Inghilterra è stata l’artefice dell’unità d’Italia con quella carnevalata che va sotto il nome di “Spedizione dei Mille”, beh, allora dire che mi sono antipatici è un eufemismo.

    Vivono nella nebbia eppure dicono che è l’Europa ad essere isolata! Vivono nel mito del loro motto per eccellenza: chi controlla il Tamigi controlla Londra, chi controlla Londra controlla l’Inghilterra e chi controlla l’Inghilterra controlla il mondo.
    Ed hanno fatto la storia del mondo colonizzando, schiavizzando e saccheggiando terre e popoli. Tutto per la grandezza dell’Inghilterra. Tuttavia vado a Londra almeno una volta l’anno. Londra: una città che amo. Che mi piace molto e dove ho anche tanti amici – che conoscono il mio pensiero generale e mi sopportano - coi quali discuto di storia e di calcio; di letteratura e musica; di filosofia e moda. E ringrazio l’Inghilterra di averci regalato Mary Quant! Secondo me più importante dei Beatles o dei Rolling Stones.
    Ma ci hanno anche dato Mister Parkinson che ha scoperto il morbo che porta il suo nome! E quando una malattia porta il nome del suo scopritore è quasi sempre deleteria. Fateci caso.
    Sono anni che Mr. Parkinson ed io abbiamo ingaggiato una guerra senza esclusione di colpi. E sono anni che ognuno di noi dice che vincerà! Tempo fa gli scrissi una lettera ma è giunto il momento che gliene canti ancora quatto! Soprattutto ora che ha provato – senza riuscirci – a chiudere la partita.

    Caro Mister Parkinson,
    vedo che le provi tutte per cercare di vincere contro di me!
    Te lo avevo detto che sarei stato un osso duro! Ma tu – testardo – non mi hai creduto. Eppure bastava che ti informassi presso i miei nemici! Si, quelli che in questi 57 anni si sono intromessi sul percorso della mia vita cercando di non farmi fare quello che io volevo fare: potevi chiedere e non lo hai fatto, certo come eri che mi sbolognavi nel volgere di poco tempo.
    So quello che pensavi: “entriamo in questo, tanto lo hanno già malmenato, è già tutto rotto e storto e sarà uno spasso liquidarlo”. Io ti avevo avvisato che, a dispetto del mio fisico malandato, con me sbattevi duro! Ma tu, inglese arrogante, pensavi che io bluffassi e così la nostra solitaria guerra l’abbiamo tirata avanti per anni. Ti dirò che quasi non mi accorgevo più che ti eri allocato in me!
    Hai provato in tutti i modi ma sempre te lo mettevo nel culo! Mi hai investito con tutta la tua devastate forza cercando di sconfiggermi col dolore. Dolori alle ossa che avrebbero fiaccato gli altri, ma non me! Ed allora hai cercato di annullare la mia volontà dispensandomi dei vuoti di memoria, ma sei cascato male: come vedi sono lucidissimo. Ti sei divertito agendo sulle mie corde vocali cercando di togliermi quello che per me è un bene preziosissimo: la parola! Ma io ho continuato ad esercitarmi per ore ed ore parlando ai muri della mia casa ed ho mantenuto la mia capacità oratoria. Certo, non è più brillante come un tempo, ma me la cavo ancora.
    E poi, bastardone mio, hai provato a colpirmi – con un colpo basso – proprio le parti basse! Volevi togliermi la virilità! Che stronzo che sei! A me! Ma ti è andata buca! Prova a chiedere! Dai chiedi in giro! Non ho più 20 anni ma ancora faccio la mia porca figura a letto.
    Ed allora hai alzato i toni dalla nostra guerra e stai provando a prendere anche la mia parte destra. Figlio di puttana! E per un momento sembrava ce la facessi ma il fuoco di sbarramento dei miei fucilieri (Professor Siciliano, Professor Orlandi e Professor Ceravolo, coordinati dal Chiarissimo Professor Murri) ti hanno fatto capire che non c’è trippa per gatti!
    Ma certo, so benissimo che tu non ti arrendi e che la mia contro di te sarà una guerra di trincea. Ma non ci sarà la mia Caporetto. E lo hai capito anche tu. Mi hai fatto passare giorni terribili, ti confesso che una volta ho anche pensato di farla finita. Ma è stato solo un attimo poi, pensando alle cose belle che ci sono nel mondo e recitando a me stesso Hikmet, ho ripreso la mia lotta. Confessalo: quel 20 luglio pensavi d’aver vinto. Si che lo pensavi! Non mi muovevo più, respiravo a fatica perché le ossa della gabbia toracica mi facevano impazzire dal dolore, non riuscivo a stare in piedi, non riuscivo a fare le cose più elementari…ma in corpo avevo tanta rabbia che s’è trasformata in energia positiva. E tu – essere immondo – mi hai visto in difficoltà e hai aggredito con forza i miei muscoli facciali: i miei occhi si sono gonfiati e non riuscivo ad aprirli. Poi a fatica ce l’ho fatta e ti garantisco non ero bello a vedersi. Oddio! Bello non lo sono mai stato! Ma in compenso ho avuto donne bellissime! Lo sapevi bastardone, che mia moglie è stata finalista nel concorso Miss Italia 1975? Ricordo ancora quel che mi diceva il mo amico Ezio: lascia perdere Dani, non è per te! Lasciar perdere? Mai! E sono 30 anni che è mia moglie!
    Per giorni hai martoriato le mie ossa, pensavi di aver vinto ed invece hai trovato chi ti renderà pan per focaccia. Trema figlio di puttana: mi sono rimesso a studiare! Farmacologia! Farò delle ricerche su di te! Hai capito bene: ti farò una guerra spietata! Ci sono molti valenti ricercatori
    che stanno lottando contro di te. Ma io sono convinto che solo chi il male ce l’ha dentro può avere quel guizzo in più per fotterti. E vivrò di prepotenza fino a laurearmi e sconfiggerti. Non ci metterò molto, non scappare, ti ricaccerò io nell’inferno da dove sei venuto. Perché se è vero che l’aspettativa di vita dell’uomo è di 80 anni, io quelli voglio campare! Un giorno in più si, uno in meno no! Capito!
    La ricerca medica di oggi sa come rallentare la tua invasiva presenza e questo è già molto. Un tempo tu vincevi nel volgere di pochissimo tempo. Oggi quelli che tu colpisci - grazie alle nuove scoperte - conducono una vita “normale”. Anche se normale non è ingerire un tot di pillole al giorno. Anche se normale non è sentire le articolazioni irrigidirsi. Anche se normale non è convivere col dolore. Ma chi stabilisce la normalità. Per me e quelli come me la normalità è anche questa. Ma sono certo che si può e si deve fare di più. Tutti noi possiamo fare di più. Mi frulla in testa una certa idea e ne parlerò col Professor Murri. È solo un’idea, forse folle. Ma poiché l’ho pensata vuol dire che si può realizzare. Tutto quello che sogniamo è realizzabile. Quello che non si sogna non si realizza. Ecco perché è importante avere dei sogni! Ecco perché è bello sognare! Ti ricordi – Mr. Parkinson – il sogno di Martin Luther King? “Ho un sogno: vedere bianchi e neri nella stessa scuola…” ! Quel sogno s’è realizzato tanto che oggi abbiamo un afroamericano candidato alla Presidenza degli USA.
    Anche io Mr. Parkinson ho un sogno: quello di non vederti più in nessuna persona sulla faccia della terra! E che parlando si possa dire “il Parkinson? Non è più un problema” E stanne certo, ti scatenerò contro un guerra che maledirai il giorno che mi hai aggredito
    Ti attendono, mio caro, giorni difficili e anche tu capirai cosa vuol dire avere un nemico che gioca con le tue stesse carte. T’incalzerò. Non ti darò tregua. Scoprirò le tue debolezze e ti schiaccerò come una serpe. L’inferno ti inghiottirà ancora, ma da quelle fiamme non uscirai più: creperai del tuo stesso male.

    Con profonda disistima,
    Danilo Mar.

     

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    * Scusate se vi parlo delle mie beghe, ma è un modo per dirvi della mia assenza dal sito. Assenza della quale alla stragrande maggioranza poco ne cale, ma che ho sentito il dovere di spiegare a quelle persone che mi vogliono bene e cui sono legato da profonda amicizia e stima e a quelli che mi leggono.

    Ringrazio tutti quelli che mi hanno scritto - sono tantissimi - e questo post è una sorta di risposta collettiva. Solo in questi ultimi giorni ho acceso il PC ed ho letto. Ringrazio chi mi ha mandato SMS di incoraggiamento e tutti quelli che mi hanno telefonato trovando il mio cellulare spento! Ma non riuscivo a parlare e non rispondere mi sembrava ineducato, da qui la decisione di tenere il cellulare spento.

    Ora sto decisamente meglio e tempo due o tre settimane ritroverò lo smalto dei giorni migliori. Confesso: stavolta l’ho vista davvero brutta! Per un attimo ho pensato se non era il caso d’ammainare bandiera e chiedere l’onore delle armi in una onorevole resa. Poi è venuto a trovarmi - sono un orso: quando sono in ospedale non voglio vedere nessuno, manco i miei familiari – il mio vecchio maestro elementare. Che ben conosce il mio pensiero . E lui - a 89 anni - s’è sobbarcato centinaia di chilometri pur sapendo…non me la sono sentita… e ancora una volta ha saputo trovare le giuste parole per ridarmi voglia di lottare. Grazie Maestro.

    È bella la vita! E non permetterò a nessuno – e men che meno a Mr. Parkinson – di portarmela via! E faccio miei i versi di Hikmet: i nostri giorni più belli li dobbiamo ancora vivere. Sono un vero inno alla vita!

    Ben ritrovati a tutti i vecchi iscritti e ben trovati ai nuovi iscritti.
    Mi dovrete sopportare ancora!

  • 06 novembre 2008
    Fottuto fottuto

    Come comincia: Continuo a pensare se ieri fosse andato in maniera diversa, se quel colpo di pistola avesse colpito la mia carne anziché l’insegna di quel posto, come starei oggi?
    Oggi sanguino, forse mi spareranno domani, ma non avrebbe senso, è già capitato ieri.
    Quel proiettile è rimasto sospeso tre giorni nell’aria e io in qualche modo oggi, domani o ieri sarei passato di là, era per me, ed il buco sulla mia pelle lo dimostra con chiarezza.
    Penso a quello che capiterà tra qualche minuto, sono sulla traiettoria, anche se questo è già capitato.
    Il sangue sgorga e il colpo non è ancora partito, assume l’aspetto di una lancetta, una spada di Damocle che pende, e si spezzerà il filo; non oggi ti prego.
    E così fu, il buco brucia, ma tra qualche giorno sparirà, succederà tra qualche secondo, ho sentito il boato dello scoppio. Ma oggi non sento dolore, oggi no, capiterà domani, o tra una decina di giorni, sento il grilletto che si muove, scatta. La mia faccia guarda, sente e urla, ma domani succederà, non oggi, è solo uno specchio, un attimo di futuro, o solo ricordi di quello che è già passato?
    Uno squarcio penetra nei giorni, ieri mi sentivo forte, oggi di una vitalità impressionante, e domani forse morirò dissanguato, ma non oggi, non sono io il bersaglio.
    Esplode, intensità di scoppio muto ma rapido e macina carne in rotazione, caldo, bollente, sono solo secondi, e mi trovo per terra e guardo la pozza di sangue raggrumato dei giorni scorsi, o forse è ora che sono stato colpito, o solo una visione di quello che accadrà?
    Grido, sento il dolore, è ora, è presente,  è nebbia, urla, e una caduta disastrosa.
    E’ stato un istante, e il tempo in certi casi rimane infedele al normale scorrere, e ti trovi confuso, è ora che devo urlare? E’ adesso che arriva il proiettile? E’ per me quel fottuto colpo che si sprigiona dalla canna della pistola? Non si ha il tempo per pensare, ma il tempo si dilata all’infinito in una forma perversa per godersi lo spettacolo. Nei giorni, nei secondi.
    E lei è qui con me, lurida troia, lei e gli altri, non pensavo finisse così, si era fatto tardi, le quattro di notte e avevo gli occhi impastati dall’alcool e dal fumo di questo locale fetido dalla musica assordante. Non amo molto il jazz, anzi mi sta in culo, lo ascolto un poco, assaporo il whisky, un bicchiere, due, sei, otto, ordino una bottiglia. E poi diventa monotono, mi rompe il cazzo. Mi annienta proprio la minchia. E lei non si è vista, eppure, doveva venire alle 3, così mi ha detto. Che puntualità cristo, non resisto un minuto di più mi alzo, pago, e lei entra, di fretta, con la voce rauca e da alcolizzata di merda.
    Mi sussurra qualcosa, ha fretta, ora la troia ha fretta, quella frenesia nevrotica che porta solo guai e le sue parole non erano delle più tranquille, solo una frase sottovoce; non capisco un cazzo, usciamo e parliamone, così gli dissi al momento e la trascinai violentemente.
    Fuori la situazione era più tragica del previsto, ci aspettavano in sei tutti ben piazzati, con giacche nere borchiate e catene legate alle mani. E’ molto probabile che siano armati, sputafuoco di ogni genere. Merda, la troia mi ha fottuto, naturale, è da lei, solita storia, sul più bello mi incula per raddoppiare la sua quota.
    Devo prendere tempo, so che alle quattro e mezza arrivano i miei soci e sarà tutto finito, poi giuro, non mi faccio più convincere da una femmina ciucciacazzi.
    L’orologio del campanile segna i quattro rintocchi e uno più pacato, è l’ora, tra poco si scatenerà il finimondo, ma almeno sarà finita. Almeno per oggi.
    Arriva una macchina poi un’altra. Scendono i miei soci, pistole in vista le puntano verso i miei aggressori e forse ora è finita. Gli abbaglianti mi accecano, gli occhi diventano ancora più infastiditi e doloranti. Li chiudo giusto il tempo degli spari.
    Il tempo per ripensare a quanto è successo e la rovinosa caduta cancella tutto.
    Mi hanno fregato, per l’ultima volta, mi hanno fottuto tutti.

     

  • 03 novembre 2008
    La beffa di Cardona

    Come comincia: - Ancora un po’ di vino? - chiese Cardona, e senza aspettare la risposta versò nel calice di Rossana tre dita di Nero d’Avola.
    - A cosa brindiamo, stavolta? Alla libertà? - chiese con malcelata ironia la donna, splendida nel corto tubino nero che salendo sulle gambe accavallate offriva allo sguardo del commissario e degli altri invidiosi avventori della Cantina d’Orlando, uno dei più esclusivi ristoranti di Mondello, una visione di cosce ben tornite e abbronzate.
    - Perché no? - acconsentì lui, riempiendo il suo calice e alzandolo, facendo tintinnare i cristalli.
    Rossana si sporse verso di lui, avvolgendolo in una nuvola di profumo intenso, un cocktail perfetto di Moschino e fragranza di giovane donna. Nel farlo la già generosa scollatura si allentò, regalando al Commissario lo scorcio di un seno, contenuto nelle dimensioni, ma nella forma e nella consistenza degno dello scalpello di Fidia.
    - Siamo ancora in tempo, Leonardo.- gli sussurrò lei, così vicino che Cardona avvertì il calore del fiato sulla gota.
    - In tempo per cosa? - chiese, tornando a bagnare le labbra nel vino rosso, color del sangue.
    - Per salire su in camera mia. Al volo mancano ancora due ore, da qui all’aeroporto ne basterà mezza… -
    - C’è il check -in da fare, dovresti saperlo. Di viaggi in aereo credo che tu ne abbia fatti parecchi tra Palermo, Roma, Milano, Dublino, Lussemburgo, New York, Grand Cayman… Sembra che tu sia atterrata dovunque ci sia una Borsa importante o un paradiso fiscale, Rossana.-
    - Mi piace viaggiare, cosa c’è di male?
    - Niente, se non fosse che ogni volta, nel tuo bagaglio, tu non avessi portato avanti e indietro banconote, titoli, eroina, diamanti…
    - Non sono la sola a farlo. Perché tutto questo accanimento nei miei confronti?-
    - ... E anche una pistola, visto che hai ammazzato ben quattro membri della famiglia Cantalamessa, gli ultimi appartenenti alla cosca perdente che avevano cercato rifugio all’estero.
    - Erano solo delinquenti incalliti, Leonardo, assassini feroci, capaci di sciogliere nell’acido persino la propria madre, se il business l’avesse consigliato. Ho fatto un po’ di pulizia, tutto qui: non dirmi che ti dispiace - gli soffiò addosso lei, protendendo stavolta la lingua, fino a sfiorargli l’angolo delle labbra.
    - C’è gente che ci guarda, Rossana: non sta bene fare così.- l’avvertì Cardona, scostandosi un poco, solo però dopo avere assaporato abbastanza a lungo il contatto. Poi con la mano fece ciao a una bambina di non più di quattro anni, che aveva sospeso i suoi giochi con la bambola al tavolo vicino, dove stava cenando coi genitori, e adesso li fissava intensamente, evidentemente interessata a quali fossero le regole di quel misterioso ed eccitante gioco da grandi.
    - Saliamo su - insistette lei.
    - Mezzora di viaggio, un’ora per il check-in e l’imbarco…
    Consultò l’orologio di Cartier, bracciale intarsiato di pietre preziose e quadrante di oro bianco e oro giallo.
    - Restano ventisette minuti per noi - aggiunse allusiva, cercando con lo sguardo quello di Cardona.
    - Saliremo, sì, ma tra un quarto d’ora, quando avremo dato fondo a ciò che resta nella bottiglia - annuì il commissario, pescando un chicco d’uva dal sontuoso vassoio della frutta che troneggiava a centro tavola.
    - Così ci rimarrà giusto il tempo di raccogliere la tua valigia e andarcene.
    Rossana trasalì, come se avesse appena ricevuto uno schiaffo.
    Una di quelle sberle che poco prima di cena lui le aveva somministrato senza risparmio su nel corridoio del terzo piano dell’Hotel, per impedirle di reagire all’arresto e darsi alla fuga.
    - Rassegnati. Non dovevi ammazzare Matteuzzi. Hai commesso un grave errore: lui è di Piacenza, sai? Abbiamo lavorato sette anni insieme, prima che lo trasferissero alla Digos.
    - “Eravamo diventati amici” - stava per aggiungere, prima che gli venisse in mente che un leone solitario e scorbutico come lui di amici non ne ha, e non ne potrà mai avere.
    - E una volta che m’ero cacciato in una brutta situazione mi salvò la pelle.- aveva invece concluso, mentre le piegava crudelmente dietro la schiena il braccio che ancora brandiva il piccolo revolver da borsetta col quale aveva appena cercato di sparargli.
    Cinque minuti più tardi, mentre lei era lì a rinfrescarsi le gote in fiamme con l’acqua fresca del lavandino, era riuscito a spiazzarla ancora una volta.
    - Ti porto con me - le aveva annunciato - in galera a Piacenza.
    - Ma prima mangiamo insieme qualcosa giù al ristorante: è da una vita che sogno di portare a cena fuori una pupa come te.
    Nel presente la mano di Rossana planò morbida ma decisa sulla coscia di Cardona. Le dita si trasformarono nelle zampe di un grosso insetto lascivo che camminando sul lino sottile dei pantaloni cercava di arrampicarsi verso l’inguine del commissario.
    - Sei proprio incorreggibile, bambina. Ti ho detto che c’è gente che ci guarda - la rimproverò ancora il commissario, mentre qualcosa di gelido metallo si intrufolava tra le ginocchia nude della donna.
    Con la canna della pistola tra le gambe, lungo la schiena di Rossana scivolarono giù un paio di brividi, non soltanto di paura.
    - Non adopererò questa, stai tranquilla, ma se non smetti di fare la puttana giuro che ti porto su subito, ma solo per spaccarti la faccia - precisò in modo pedante ma assolutamente convincente Cardona, volgendo intorno uno sguardo distratto.
    Poi regalò una boccaccia e una smorfia minacciosa alla bambina di prima, che stava ancora lì a fissarli, come ipnotizzatala. Quella si scosse, raccolse la bambola dal pavimento e se la strinse al petto, avvicinandosi al papà per farsi prendere in braccio.
    Rossana guardò con un certo sollievo l’arma ritrarsi da sé, ma subito dopo, come se fosse un gioco di prestigio, un clic!, e si ritrovò col polso destro assicurato da una manetta al sinistro di Cardona.
    - Sei un grandissimo bastardo - imprecò, scrollando il braccio, col solo risultato di segnarsi dolorosamente la carne.
    Da lontano i primi contrappunti di uno stridulo concerto di sirene.
    - Sembra che dovremo andarcene davvero in anticipo, dopotutto- mormorò Cardona, che sembrava sinceramente dispiaciuto di dovere dare un taglio a quella bella serata in compagnia. Estrasse il telefonino dal taschino della giacca.
    - Gargiulo, dove sei? Davanti all’ingresso? Bene, accendi il motore, ce ne stiamo andando.
    Poi rimise a posto il cellulare e al suo posto estrasse una Mont Blanc nera.
    Scrisse qualcosa sul tovagliolo candido, poi con la mano fece un cenno imperioso a un cameriere di passaggio.
    - Complimenti al cuoco- gli disse, mettendogli in mano tre banconote da cinquanta.
    - Queste sono per la cena, la mancia e… il tovagliolo- aggiunse, senza curarsi del broncio sempre più cupo della commensale e dello sbigottimento del cameriere che intanto aveva notato quanto fossero particolari i braccialetti che collegavano i suoi due clienti.
    - Un’ultima cortesia - fece poi, alzandosi, e costringendo così Rossana a fare suo malgrado altrettanto.
    - Comandi - rispose l’altro, disponibilissimo alla più assoluta obbedienza nei confronti di quel tipaccio dall’espressione minacciosa e (soprattutto!) col calcio di una grossa pistola che gli spuntava dalla cintura dei pantaloni.
    - Verranno degli uomini in divisa tra poco - spiegò Cardona, accennando con un movimento del capo al miagolio sempre più prossimo delle sirene.
    - Dia questo da parte mia a colui che li comanda. Un tipo alto e col cranio rasato - disse poi consegnandogli il tovagliolo.
    - Da parte del commissario Cardona.- concluse, voltandosi e trascinandosi dietro verso l’uscita del ristorante Rossana, con uno strattone che per poco non le strappava un braccio.
    - Animale che sei - inveì lei, ma non fece più resistenza e lo seguì fuori.
    L’Alfa grigio-metallizzato aspettava con la portiera posteriore già aperta.
    - Hai avvisato i colleghi?
    - E come no, commissà! Ci aspettano con le pale delle eliche che già stanno girando - confermò Gargiulo, una specie d’armadio alto quasi uno e novanta per più di un quintale di peso, tanti muscoli e niente grasso.
    - Mai quanto gireranno le palle a una persona di mia conoscenza - commentò Cardona, spingendo dentro Rossana, senza preoccuparsi, stavolta, di nascondere un sogghigno.
    - Allegra, ragazza, che ci risparmiamo il anche il check-in: abbiamo un volo diretto offerto dalla Polizia di Stato!- annunciò allegramente, accomodandosi a sua volta sul sedile e richiudendo lo sportello.
    La manona di Gargiulo spostò gentilmente in avanti la leva del cambio e l’Alfa si avviò, lentamente, mentre solo a due curve di distanza già ruggivano i motori delle “pantere” in arrivo.
    - Se n’è andata pochi minuti fa, commissario... - disse il cameriere, guardando la foto di quel bel pezzo di figliola che il poliziotto in borghese gli aveva sbattuto sgarbatamente sotto al naso.
    - Puttana miseria - fu il commento che accolse l’informazione, seguito da una perplessa grattata sulla pelle lucida del cranio, su cui si riflettevano i lampadari del locale.
    - … In compagnia di un signore che mi ha incaricato di consegnarle questo.- aggiunse il ragazzo in giacca bianca porgendo il tovagliolo. Un incarico che avrebbe volentieri lasciato ad altri, considerato che gli sbirri sembravano incazzati come tori.
    Il poliziotto afferrò il tovagliolo, lo aprì e lesse.
    - Cornuto di merda!- imprecò, sbattendolo in terra.
    - Picciotti amuninni!- ordinò secco ai suoi, pallido di rabbia.
    In pochi secondi il locale si vuotò di poliziotti, di mitra spianati senza sicura, di sudore da caserma, e i tavoli furono restituiti ai clienti incravattati e alla clienti ingioiellate.
    Il cameriere si chinò e raccolse il tovagliolo appallottolato.
    Lo spiegò.
    Lesse anche lui.

     


    Alla cortese attenzione del commissario Montalbano:


    Salvo,
    la signorina Rossana Zaccardo sarà disponibile presso il carcere di Piacenza per eventuali interrogatori a partire da domani pomeriggio (la mattina me la lavorerò io).
    Magari la prossima volta arriverai prima tu, anche se ne dubito molto...

    Cari saluti dal Leone!

  • 03 novembre 2008
    30 anni

    Come comincia: Avvertire come necessario scrivere solamente perché alla soglia dei trenta anni, con profondi sospiri di sollievo da parte di parenti ed amici, si ha finalmente conseguito l'obiettivo della laurea non è un'idea certamente originale: quindi vi consiglio di terminare ora questa lettura.
    A vostro rischio e pericolo avete proseguito, ora però non createvi grandi aspettative. Anche perché sto scrivendo queste vacue parole prima che il sonno mi avvolga nel suo caldo abbraccio e annebbi ogni mio senso.
    Ho ventotto anni, ma tutti mi ripetono che sono una trentenne disoccupata e non sposata. Il modo in cui gli altri mi vedono è negativo e diverge totalmente da come l'occhio miope della mia mente percepisce tutto il mio io. Innanzitutto non dovete immaginarvi una zitellaccia sola che passa le ore cercando nuovi incontri on-line. Assolutamente no, un fidanzato ce l'ho anche io e da ben nove anni, così come ho una compagnia con cui uscire il mercoledì e il venerdì sera. Il problema principale ora è la ricerca del lavoro... già, la nota dolente di questi tempi. Certo la cosa mi spaventa però ho voglia di iniziare, mi piacerebbe altresì fare qualcosa che anche solo vagamente provochi in me quel piccolo barlume di interesse; e invece, come il 90% dei disoccupati neolaureati della mia età, ho due genitori, un fratello e perfino una cognata (fortunatamente mia nipote ha solo un mese di vita) che vorrebbero vedermi lavorare in banca. Il mitico posto sicuro, il mitico stipendio che ti permette di crearti una tua famiglia. Lo fanno perché tre di loro lavorano in banca? Lo fanno perché pensano che sia un bene per il mio futuro? Lo fanno solamente per rompermi le scatole e crearmi angosce evitabili? Quanti interrogativi a cui non so rispondere. Ho parlato con alcune persone che lavorano in banca e tutti mi hanno riferito che è un impiego che ingrigisce le persone, rattrista gli animi, spegne le passioni, però si hanno un sacco di ferie. Ma se sei triste a cosa servono le ferie? Mah, insomma ho visto l'infelicità nei loro occhi e se posso evitarlo mi piacerebbe farlo e riuscirci.
     Io continuo a fare volantinaggio dei miei curricula per tutta la provincia, i dipendenti dell'ufficio postale dietro casa ormai sorridendo mi salutano intonando un noto verso di Lucio Battisti “Ancora tu...” e io abbozzo con un malinconico sorriso. Probabilmente quelli che stanno continuando a leggere tra uno sbadiglio e un altro si potranno chiedere come impiego il mio tempo. Guardo un sacco di film. Banale, è vero, ma mi piacciono da impazzire. Non vivrei senza, sono il mio ossigeno. Per quanto riguarda i generi sono onnivora: dagli horror indipendenti ai film d'essai alle commedie anni'50 al melò orientale, senza dimenticare i lungometraggi d'animazione, Miyazaky rules, come direbbero alcuni estimatori del genere. Credo possa definirsi una vera passione per me, se passione può definirsi una cosa di cui non puoi e non vuoi fare a meno, che è solo tua, anche se devo ammettere che al cinema ci vado solo se accompagnata. Però quanto è bello guardarsi un film da soli di notte, wow, da pelle d'oca. Ed è proprio quello che tra poco farò. La scelta di stasera è caduta su un cult straordinario che avrò visto almeno quindici volte: Carlito's way.
    Si sta avvicinando la fine dell'anno è tutti solitamente fanno bilanci, io non li ho mai fatti ma se volete sapere il bilancio del mio 2008 eccolo qua: ho smesso di fumare, mi sono laureata e la mia prospettiva lavorativa più concreta è la commessa part-time al “regali pazzi”, che non so se esiste in tutta Italia, ma qui vende tette antistress, slip maschili con scritte inquietanti, pasta dalla forma fallica e volgarissimi biglietti di auguri per qualsiasi occasione, anche per la tua prima esperienza sessuale. Come non sentirsi appagati da un lavoro così! Ma come dicono i saggi (leggi: coloro che hanno un posto fisso, una casa e un auto di proprietà) non bisogna abbattersi ma avere pazienza.
    Pazienza... quante volte ho sentito pronunciare questa parola; pazienza è un valore ma quando stai cercando un lavoro, quando vivi in un luogo in cui a stento tollerano la tua presenza la pazienza è vitale, nel senso pieno del termine: senza non sopravvivi; o perlomeno, soprattutto per non buttarla sulla tragedia, vivi ancora peggio. Quindi avrò pazienza e continuerò a cercare altrimenti se avete bisogno di un regalo inutile e assurdo da fare a Natale sapete a chi rivolgervi! Ma per ora cercherò di addormentarmi sognando Carlito Brigante e la sua storia.

  • 29 ottobre 2008
    Quel che è

    Come comincia: Un povero mendicante camminava per la strada guardando mesto le vetrine a festa, di lì a pochi giorni sarebbe arrivato il Natale, occasione di festa e gaudio per tutti, ma per lui uomo solo e stanco, era il periodo più triste dell’anno, quello in cui la solitudine diventava una punta affilata pronta a trafiggergli il cuore.
    Non desiderava ormai più niente dalla vita, se non il tanto che gli permettesse di sopravvivere, un tozzo di pane gli era più che sufficiente, e mentre cercava l’elemosina come tutti i santi giorni per poter soddisfare la sua fame, un uomo dai lineamenti perfetti, elegante nel porsi e curatissimo nel vestiario lo avvicinò dicendo: “Vieni con me vorrei mostrarti qualcosa”.
    Il mendicante aveva a malapena la forza di sollevarsi da quell’angolo di strada, ma era talmente affamato che sarebbe andato ovunque, anche in capo al mondo, pur di mettere qualcosa sotto ai denti.
    Seguì lentamente quell’uomo ben vestito, sino ad una enorme carrozza, dove fu invitato a salire, e non appena il bel signore si fu accomodato al suo fianco la carrozza partì.
    Il mendicante sentiva i morsi della fame confondergli la mente, e con occhi annebbiati osservava l’uomo artefice di quella strana proposta.
    E fu allora che gli disse: “Gentiluomo non chiedo niente di più che un tozzo di pane, per calmare i crampi che mi percuotono lo stomaco”.
    Ma l’uomo l’osservava senza proferir parola.
    E il mendicante continuò: “Dove mi conduce codesta lussuosa carrozza?”
    Non ebbe neppure finito di parlare che la carrozza frenò bruscamente, i cavalli nitrirono all’unisono, colpa delle briglie che erano state tirate con molta forza, l’uomo elegante scese per primo e nel mantenere lo sportello aperto, fece segno al mendicante di scendere.
    L’uomo scese a fatica da quel veicolo e quando ebbe messo entrambi i piedi in terra, vide che non si era spostato di un passo dal luogo in cui era stato raccolto. Confuso più che mai, guardò il gentiluomo dicendo: “Non capisco, è lo stesso posto da dove siamo partiti eppure ho sentito nitidamente la carrozza partire, i cavalli correre e fermarsi, eppure siamo di nuovo qui, nello stesso identico luogo”.
    “No buon uomo” - rispose il bel signore – “non siamo nello stesso identico luogo, siamo nel presente, e tu eri fermo nel passato. Vedi la vita è quel cammino fatto tra “quel che è stato” e “quel che sarà”, ma troppo spesso ci dimentichiamo di guardare a “quel che è”.
    Questo luogo è “quel che è”.
    Restare legato a quel che eri ti ha reso insopportabile vivere il tuo presente, non immagini invece quanto tu sia prossimo al tuo divenire di luce”.
    Il povero mendicate… guardava l’uomo con comprensione, era elegante, intelligente, colto, danaroso, forse voleva solo provare un emozione diversa, quella di prendere in giro un poveraccio. Ebbene se quello era stato il suo intento gli era riuscito pienamente, e pieno di sconforto disse: “Buon uomo, chiedevo solo un pezzo di pane… non un sermone filosofico, vi ringrazio comunque, complimenti per la carrozza, la vostra eleganza e l’evidente ricchezza”.
    Detto ciò fece per andare via.
    “Mendicante, io sono te!” - disse il bel signore. Il mendicante si fermò di scatto a quelle parole, e girandosi indietro prese ad osservare meglio il volto dell’uomo, e come se la vista gli fosse ritornata improvvisamente nitida, vi scorse i suoi lineamenti..
    “Come può essere!”- disse pieno di meraviglia – “che tu sia me, guardami come sono ridotto, mi manca tutto, anche il necessario, mentre tu sei…”
    “Non ti manca il necessario, ma ti è mancato, oggi non sei quel che eri… sono venuto a prenderti per portarti nel tuo presente, il passato era la tua prigione”.
    Il mendicante era stranito, tornò al suo angolo di strada, dove era solito chiedere la carità, le persone erano intente negli ultimi acquisti di Natale, ma nonostante la frenesia del momento tutti nel passare lo ossequiavano in segno di grande rispetto.
    Il mendicante, fece per guardarsi riflesso in una delle tante vetrine e si vide vestito in modo impeccabile, con bombetta, guanti bianchi e bastone in vernice nera.
    Una voce lo chiamò: “Signore la carrozza è pronta”.
    E l’uomo con passo spedito si diresse sino alla sua carrozza.
    “Partiamo?” -disse il cocchiere.
    E l’uomo che ormai viveva il suo presente disse sorridente: “Sì, avanti, destinazione paradiso, ops… futuro”.
    La vita è quel cammino fatto tra “quel che è stato” e “quel che sarà”, ma troppo spesso ci dimentichiamo di guardare a “quel che è”.

  • 29 ottobre 2008
    Sogno

    Come comincia: All’inizio è sempre il vento. Tutto è buio di una densità imbarazzante, non si sente nulla né intorno, né all’interno. E’ il vuoto, che impregna della sua non essenza le invisibili macchie della nostra solitudine.
    La quiete è sorprendente; poi un brivido, ed ecco il vento, ringraziando l’infinito, apre le sue ali di seta e si solleva. Alto, maestoso oltre le nuvole; una goccia lenta cade, immobile e irreale, veloce penetra, s’incrosta di terra e scompare amalgamata in essa; incessante il soffio, si porta trascinando la sua collera e i momenti di quiete.
    Come stridendo tra i rami si insidia nel nulla e lo fa suo, domina l’oscurità e pervade i sensi.
    Lei è li. Non aspetta niente. Seduta su di un freddo masso guarda le onde infrangersi sugli scogli. Vernice poi schiuma, poi ancora vernice, davanti al suo specchio l’acqua gioca con il sole, lo cela e poi lo porta all’altare.
    La luce sacrifica il dolore per dar vita all’estasi dei colori. Questa sera ha colto troppe parole dal suo giardino, le guance sono ancore vive dall’affanno e si preparano a ricevere la dolce carezza del vento.
    Vacilla dolcemente e seguendo l’omelia del mare socchiude gli occhi in cerca di pace, il tramonto ha comprato il suo cuore, moneta calda che scalda la vita e lo innalza a fantasia. Il mare incessante si insidia tra i suoi capelli, volti al volere del vento e delle gocce che ricadono a terra asciutte senza vita.
    Visibile è la luna, nella sua non pienezza la rende simile a lei, non uguale a ciò che è normalità, né identica a ciò che si ritiene realtà.
    Un profumo taglia la scena con una densità che non è propria della sua natura. Un senso di freschezza, armonia, luce. Un senso di vita. Un senso di morte. Come un liquido caldo avvolge il suo corpo, lentamente immobilizza le sue gambe, nello stomaco un brivido, le sue mani tremano, la sua anima urla. L’invisibile prende forma.
    Il silenzio diviene melodia. Sagoma presente in sogno compare all’imbrunirsi del cielo, scostata ma reale, sussurri e lamenti del vento s’interrompono dal suono di una sola parola. E fu il silenzio di un istante, piccola gioia o morte, come angosce saldate ai bordi.
    E nulla turba il vento, e tutto trasporta le emozioni, l’essenza si nutre di visione eterea. E nulla riferito, solo l’eco di quel tutto devasta e innalza quella parola, calore freddo e bollente s’insidia nel profumo della sera. Si mischia al vento, si scioglie all’acqua, si fonde in un sentimento e lei osserva mentre la parola aleggia sola.
    E ora lascia al tempo solo lo spazio di un minuscolo sogno, il resto è vita e la vita potrebbe figurare in sogno, solo che esso non potrà essere reale come lo vorresti, quindi rimane solo un sogno a metà, sospeso in quel lieve soffio di vento.
    E il vento ritorna sulle impronte dei giorni e vi disegna ulteriori solchi per lasciarne il segno del suo passaggio, leggero si posa come incantevole essenza nella mia anima… sola, persa e vuota.

  • 29 ottobre 2008
    Il Giudizio

    Come comincia: La campana emetteva il suo rintocco da quasi un minuto buono quando XX aprì gli occhi e guardò la strada spazzata dal vento. Il sole di metà pomeriggio illuminava i tetti delle case e sembrava rendere colorata l'aria che si muoveva veloce.
    Dovevano essere quasi le 4 pensò stropicciandosi gli occhi ancora socchiusi. La bevuta fatta a pranzo per festeggiare l'arrivo in città del nuovo governatore si era protratta per più di due ore e aveva lasciato il segno su molti dei presenti; la maggior parte si era placidamente abbandonata a dormire per terra, in mezzo all'erba del grande giardino, mentre i camerieri e la servitù si affrettavano a togliere gli avanzi e a risistemare il disordine venutosi a creare.
    Cercò di pensare al discorso del neo-governatore, ma il solo risultato fu quello di accorgersi del terribile mal di testa che lo opprimeva. Si ricordava i particolari del pranzo, il cibo servito su piatti che pretendevano di essere puliti, l'elegante svolazzo di abiti di seta femminili e lo sguardo preoccupato della servitù. Ma erano immagini senza suoni, che sembravano appartenere ad un sogno.
    Il vento soffiava ora più forte e già si intravedevano le nuvole, nere e compatte, aldilà della montagna. Lo sbattere delle persiane e il latrato dei cani avvertivano che presto sarebbe
    cominciato a piovere. In tal caso sarebbe rimasto a dormire, non prima di aver preso due analgesici, per lenire quel maledetto dolore alla testa.
    - "Porta novità questo temporale"- disse la donna entrando nella stanza, -"Le carte..." - cominciò. -"Vai al diavolo tu e le tue maledette carte"- rispose lui con un lieve sogghigno, -"ti ho già detto che non voglio queste diavolerie da strega in casa mia!"- Lei abbassò gli occhi e mormorò qualcosa in quella lingua che lui mai aveva imparato a decifrare. -"E comunque nessuno ti ha chiesto di venire. Semmai ne avessi avuto voglia ti avrei fatta chiamare"- riprese lui. Lei guardò fuori dalla finestra e disse ancora qualcosa a bassa voce che poi fece verso di tradurre: - "E' tutto così chiaro"- e rimase a guardare fuori.
    Lui aveva già chiuso gli occhi per cercare di scacciare dalla sua mente quell'immagine fastidiosa ma come per incanto gli si presentò nella mente un nuovo pensiero. Aveva capelli ondulati, scuri con occhi color madreperla. Il corpo nascosto in quel vestito nero che lasciava intravedere le caviglie nude e le mani piccole e scure. Quell'immagine gli fece male; non riusciva ad associarla ad un momento particolare del pranzo, ma sicuramente avrebbe dovuto rivederla in giornata. Avrebbe voluto darle un nome, ma in realtà non l'aveva mai saputo né forse l'aveva mai chiesto. Pensò che non avrebbe più potuto vivere senza di lei e che in fondo andare a quel pranzo era stata volontà di Dio. Si alzo d'improvviso dal letto e si mise l'abito della festa di lino chiaro, il cappello bianco e le scarpe di tela. -"Dove vai?"- gli chiese. -"Al diavolo"- rispose lui, -"o da un angelo"- proseguì bisbigliando.
    Le foglie e il polverone della strada lo accolsero appena messo piede fuori dalla porta. Il barbiere sostava fuori dall'uscio della sua bottega, col tabacco in bocca e guardava il cielo che si andava riempiendo di nuvole. Si salutarono con un cenno del capo e un piccolo movimento delle mani. Pensò di dirigersi verso il palazzo del governatore, forse lei era ancora la e quando l'avrebbe vista le avrebbe detto che la sua vita, da quel momento in avanti, sarebbe dipesa da lei. Niente di più. Camminava sempre più veloce col rumore del temporale alle sue spalle pensando che dopotutto se non l'avesse trovata al palazzo qualcuno gli avrebbe dato delle informazioni su di lei. Incrociò due guardie che trascinavano un uomo sulla mezza età; un ladro forse, uno dei tanti colti sul fatto. Il nuovo governatore aveva emesso un bando contro di loro per cui se il furto era reiterato il colpevole era passibile di morte. Era l'unica soluzione per fermare quella piaga sociale ed era stata accolta perlopiù con soddisfazione dalla gente. Dove per gente si intendeva tutti coloro non appartenenti alla plebaglia.
    Scomparvero dietro un angolo della strada principale e fu allora che si accorse di essere arrivato alla meta. Il portone era socchiuso; si guardò attorno e si decise a bussare. Nessuna risposta. Ma dopo pochi attimi sentì distintamente i passi lenti del custode che da li a poco apparve sulla soglia, sigaretta in bocca. Disse il motivo della sua visita pensando: "La conoscerà o la ricorderà di sicuro". -"Ma lei è il difensore?"- gli rispose il custode. Rimase sorpreso: -"Difensore di cosa?"-. - "Beh, in tal caso è tardi"- riprese il vecchio -"la signorina è già stata consegnata al giudice. Immagini un po': 3 tentativi in due mesi. Ma questa volta 2 palle nella schiena non gliele leva nessuno. Amico compreso"-. Rimase attonito mentre quello continuava: - "Pensi: venire a rubare in casa del governatore-" disse ridendo mentre gettava la sigaretta davanti ai suoi piedi - "poi uno dice che non se le cercano!"
    E dopotutto pensò che le carte avevano avuto ragione.

  • 29 ottobre 2008
    Fiabe moderne

    Come comincia: Chiudere gli occhi: viaggiare con la mente e le emozioni e perdersi dentro un turbine di pace e di sazietà in luoghi lontani, meravigliosi, dei quali poter sentire quasi gli odori. A volte anche gli adulti hanno bisogno di sognare, fantasticare viaggi per terra e/o per mare alla scoperta di tesori nascosti e perduti oppure alla ricerca di castelli, di fate e dame che possano trasformare le speranze in realtà. Questo lo sapeva anche Viorel, scribacchino di Bucarest e professore quarantenne di lingua e storia rumena senza un soldo ed, ahimè, senza più nemmeno una classe. La sua ultima lezione l’aveva tenuta ben un anno prima ad un gruppetto piuttosto colorito di 20 ragazzi che aveva imparato a conoscere ed a apprezzare con gentilezza e rispetto reciproci ma che ormai gli sembravano solo un elenco di nomi sbiaditi e di immagini informi. “Chissà…” così pensava emettendo l’ennesimo sospiro guardando fuori dal finestrino. Finita l’intensa esperienza da docente (durata in realtà solo cinque anni) con il mancato rinnovo del contratto per gli insegnanti in “esubero” -così ufficialmente attestava la lettera di licenziamento che gli aveva restituito la libertà- egli era tornato al suo paese natale, Băneasa, da sua madre, per starle accanto negli ultimi anni che le rimanevano. Anche sua madre però bene presto lo aveva reso libero e tra il grigiore dell’asfalto malmesso ed il rumore sordo degli atterraggi degli aerei, infine decise. Già, era ora di cambiare e di lasciare quello strano paese della gioia per lidi sufficientemente vaghi per non affezionarsi né sentirsi troppo straniero. “Herr, Fahrkarte bitte!” Viorel ebbe un sussulto ridestandosi dai propri pensieri. Il capotreno gli era innanzi con sguardo indagatore e con blocchetto e penna nella mano alquanto impaziente. La realtà cominciava a rivendicare un posto nella sua vita. “Herr, kann ich Ihre Fahrkarte sehen?” “Ja, ja…. Entschuldigung”. Velocemente tirò fuori dalla tasca il biglietto del treno e lo porse all’inquisitore con la carta d’identità. Il capotreno li prese e dette un’occhiata veloce alla foto. “Lei è rumeno, quindi?” Gli formulò la domanda nella sua lingua madre ma con un tono che a lui sembrò quasi denigratorio benché fosse in verità sorpreso che il romeno fosse già divenuto una lingua abbastanza conosciuta. “Si, sono di Bucarest.” Il nervosismo aumentava. “Si sente, per via dell’accento... Spero che si troverà bene nella nostra patria, così come noi con lei….” Lo interruppe senza pensare di poter risultare affatto maleducato. “Veramente, non credo che mi fermerò in Germania, vorrei proseguire e stabilirmi presso alcuni amici a Parigi, almeno per i primi tempi….”. Chiuso il discorso, basta domande perché sono fatti miei. Questo gli avrebbe detto se avesse continuato ad incalzarlo. Il capotreno stizzito decise quindi di mollare la preda e proseguì il suo giro di ricognizione non senza emettere un farfugliare sommesso alle sue spalle. Così è la vita e bisogna accettare il bello ed il brutto... E continuare a sperare... un po'. In fondo non è ancora finito questo viaggio. Ma la voglia di scendere e di passeggiare per le strade multicolori di Manet e di Verlaine quella sì... era proprio la sua prossima tappa verso la felicità.