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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 03 dicembre 2009
    Il domatore di penne

    Come comincia: Ho sempre voluto fare il giornalista. Fin da quando vidi, da bambino, il film “Quarto potere”.
    Mi esaltai a vedere tutti i film di giornalismo, anno dopo anno. Intanto studiavo come una bestia, sempre ottimi voti. Il liceo, poi l’università, sempre fra i migliori.
    Dopo gli studi e la laurea, la vera gavetta, i veri insegnamenti della vera vita.
    Il primo impiego in un piccolo quotidiano di provincia, a scrivere di cicli della semina, allevamento di suini e festività religiose.
    Il giornalista scrive di tutto, sa scrivere di tutto, e in fondo è come se sapesse tutto.
    Ho fatto carriera. Con l’appoggio giusto al momento giusto si arriva in alto. Funziona così. È una di quelle verità che non insegnano a scuola, ma che tutti imparano molto presto nella vita.
    I giornali sono imprese commerciali e politiche, come ogni altra cosa umana. La cultura con la C maiuscola non appartiene al giornale, se non per dargli un minimo di spessore, nella pagina culturale appunto. Una farcitura. Un modo per dire “guardate che potremmo disquisire su Proust o Kant per giorni interi, non lo facciamo soltanto perché voi non siete all’altezza. E noi non siamo così spocchiosi”. Autorevolezza e simpatia in un unica soluzione.
    Sono diventato direttore, seguendo diligentemente la gavetta, i suggerimenti dei miei sponsor politici, e la rigorosa filosofia “cintura e bretelle”. Mai farsi trovare col sedere scoperto. Meglio una notizia in meno che una causa o un nemico in più. Punto.
    Sono passati sotto la “mia scuola” ormai centinaia di giovani aspiranti giornalisti. Li ho visti arrivare da me, come pulcini sotto le ali di mamma chioccia. Tutti pieni di compunzione e coscienza della nobile missione. Tutti traboccanti di arguzia e cultura e intelligenza. Tutti pieni di ideali e di desiderio di verità.
    Tutti con la penna affilata e temprata al sacro fuoco del mito.
    E a tutti ho spuntato la penna, come avevo dovuto fare io, e come migliaia di altri prima di me.
    Ad uno ad uno, questi giovani leoni sono stati addomesticati, le loro penne smussate, i loro artigli limati. Fino a renderli tutti docili e partecipi del comune interesse.
    Il giornalismo è mestiere. Non è arte. Non è studio. Non è guerra. Non è religione. Soprattutto non è rivoluzione.
    Il mondo lo cambiano altri, se ci riescono, il giornalista riporta soltanto la notizia che il mondo sta cambiando.
    Ho allevato generazioni di giornalisti, sotto le mie ali ingrigite e annoiate. Ho fatto scenate e fatto piangere fior di ragazzoni e legioni di ragazzotte. Per il loro bene, per insegnargli il mestiere.
    Ci vuole poco a bruciarsi in questo campo. Basta un articolo un poco sopra le righe, una frase un poco malevola verso qualche potente, o amico di potente, o amico di amico di amico....
    Chi avrebbe detto che dopo tanti anni avrei visto tutta la faccenda da questa nuova posizione, da questo nuovo punto di vista.
    A volte le vita sorprende. Raramente, ma a volte lo fa.
    Stavo “domando” la nuova ragazzina, 23 anni, fresca di laurea in storia moderna.
    Aveva preparato un pezzo di costume, sulla stagione balneare. Solo che l’aveva riempito di riferimenti ad abusi edilizi, inquinamenti fraudolenti, speculazioni, processi, nomi, luoghi, sembrava si fosse andata a studiare tutti i fattacci della riviera degli ultimi 50 anni.
    Gran bel pezzo, non c’è che dire, perfino divertente nella sua stesura ritmata, ironica e appassionata.
    Roba da far chiudere il giornale, o far saltare tutte le poltrone, da quella dell’amministratore delegato, alla mia, fino a quella dell’usciere invalido.
    Ho dovuto domare la ragazzina. Un ragnetto di 55 chili scarsi. Occhialuta e brufolosa.
    Ha cercato di tenermi testa. Ho dovuto, come spesso succede, alterarmi ad arte. Ormai so urlare meglio di un sergente maggiore anziano dei Marines.
    Al primo urlo è impallidita.
    Poi man mano che rincaravo la dose, ha ripreso colore, passando da un bel rosa carnicino, a un ramato rosso-arancione, fino a un rosso infuocato.
    Io intanto continuavo la mia missione formatrice, impartendo a lei e, per la forza dei miei polmoni, anche a tutti i colleghi, un’ennesima lezione sul giornalismo moderno.
    Mi aspettavo ormai di vederla scoppiare in lacrime e probabilmente scappare via come un povero animaletto braccato.
    Lei invece si è tolta gli occhiali. Ha preso la mia grossa e preziosa stilografica di marca dalla scrivania, l’ha scappucciata, e me l’ha infilzata nel petto. Me l’ha infilzata nel cuore!
    Adesso sono a terra, riverso malamente tra la scrivania e la poltrona girevole.
    Da questa posizione vedo la mia stanza completamente diversa.
    Chi avrebbe mai pensato che il piano della scrivania, sotto fosse così pulito, virgineo; niente macchie di inchiostro e caffè, molto più caffè che inchiostro a dire il vero.
    Invece la mia poltrona, sotto, è tutta una ragnatela, è tutta un grumo di polvere accumulata in anni di redazione coscienziosa e attenta.
    La stilografica doveva essere ben affilata, la sento dentro al petto, brucia. Sento colare il sangue e altro sangue sento salire su per la gola. Chi avrebbe mai pensato che una penna stilografica di marca potesse diventare un’arma bianca.
    E chi avrebbe mai pensato che quel ragnetto di ragazza, occhialuta e brufolosa, potesse avere tanta forza e tanta follia.
    Da questa posizione supina, sento la moquette sotto le dita, è ruvida e secca, come la mia lingua.
    Vedo tutti i miei redattori, dal basso in alto, che strana visione, li avevo sempre visti dall’alto al basso.

  • 03 dicembre 2009
    Leggero

    Come comincia: Mi sono accorto di perdere peso, alcuni mesi fa. Non che la cosa mi dispiacesse, non sono mai stato grasso, ma qualche centimetro di meno sulla pancia sarebbe stato un tocco di ringiovanimento.
    Normalmente mi aggiro intorno ai 75 chili, essendo alto soltanto 1 e 70 erano un po’ troppi.
    Stranamente, nonostante dopo 1 mese avessi perso quasi 5 chili, i pantaloni continuavano a starmi su come sempre, la cintura continuava a chiudersi al secondo buco.
    Parallelamente perdevo anche l’appetito. Ero meno attratto dal cibo. Non che mi facesse schifo o mi disturbasse, semplicemente sentivo il bisogno di mangiare meno.
    Qualcosa non tornava. Comunque mi sentivo bello leggero, camminavo più speditamente e senza quei fastidiosi crampetti ai polpacci, se facevo una corsa.
    Mi sentivo bene insomma.
    Dopo un altro mese, altri 5 chili. Iniziai a preoccuparmi un po’. Molte brutte malattie hanno questo primo indizio, un dimagrimento veloce e continuo.
    Però non stavo male. Andai dal dottore, feci un check-up completo, tutte le analisi possibili. Niente di niente, sano come un pesce.
    Il terzo mese ancora altri 5 chili. Ormai mi sentivo leggero come quando avevo 16 anni. Anche l’energia era la stessa. E anch’io però continuavo ad essere lo stesso, identico. Le mie braccia, le mie gambe, la pancetta, la faccia, tutto normale.
    Era molto strana questa faccenda. Un vero mistero.
    I mesi passarono e la bilancia, sulla quale mi pesavo ormai con frequenza ossessiva, continuava a registrare questo calo inarrestabile.
    Ormai mangiavo come un uccellino, due o tre crackers mi bastavano per tutto il giorno.
    Ero arrivato a pesare 35 chili. Neanche la più anoressica delle modelle è mai giunta a tanto, anzi a così poco.
    Eppure ero in perfetta forma, mai stato così bene.
    Andavo normalmente al lavoro, uscivo con la mia fidanzata, facevo lunghe scampagnate nei fine settimana. Tutto regolare.
    I problemi cominciarono quando, a causa del peso ridottissimo, pesavo ormai 20 chili, camminare divenne una pratica difficile. Ad ogni passetto un po’ più slanciato schizzavo come un razzo. Ad ogni saltello mi ritrovavo nell’aria, a 3-4 metri d’altezza, come un astronauta sulla luna. Dovetti fare molta attenzione. Così presi ad appesantire i miei abiti con delle zavorre.
    Un bel giorno la bilancia segnò zero.
    Io ero lì, così come adesso sono qui, c’ero tutto, testa, torso, braccia, gambe, tutto quanto. Però non pesavo più nulla.
    Andare in giro con pantaloni e giacca imbottiti di piombo era una soluzione temporanea, che avrei fatto quando fosse arrivata l’estate? Più di tanto un pantalone e una camicia non possono essere zavorrati.
    La situazione era imbarazzante e problematica.
    Un pomeriggio andai sul terrazzo, mi tolsi i pesi di dosso e subito, al primo spiffero di vento, mi alzai dal suolo, trasportato come un soffione. Ebbi paura lì per lì. Paura di precipitare nel vuoto, dall’ultimo piano del palazzo.
    Poi mi resi conto che non potevo precipitare. Non pesavo niente quindi non potevo cadere. La forza di gravità non aveva più effetto su di me. Sbracciando e dimenando le gambe riuscii a riconquistare il terrazzo.
    Sentivo il sole sulla faccia, che mi faceva bene, mi nutriva, mi dava energia, così mi spogliai e mi sdraiai a prendere il sole, rimuginando su tutta questa stranissima storia.
    Attesi la notte e ripetei l’esperimento.
    Mi lasciai trasportare dalla brezza primaverile. Era bello, rilassante, per niente pauroso.
    Direi di più, era esaltante galleggiare nell’aria a 50 metri d’altezza.
    Provai a muovere braccia e gambe come se nuotassi e incredibilmente navigavo nell’aria.
    Trasportato dal vento, feci un lungo giro sulla città, nelle luci della notte. Meraviglioso.
    La perdita totale di peso mi faceva sentire libero, svuotato da tutte le angosce.
    Ormai non mangiavo più nulla da giorni, mi limitavo a stare al sole e mi ricaricavo come una batteria. Fantastico, oltre che economico.
    La notte, non potendo ovviamente farlo di giorno, me ne andavo volando per i cieli, sempre più in alto e sempre più distante. Il mondo pareva un luogo diverso, più accogliente, il cielo era mio amico, era divenuto il mio ambiente, come un uccello.
    Anche la mia mente vagava libera per il pensiero, sognando, immaginando, fantasticando.
    La vita di ogni giorno perse interesse per me, non che fossi diventato misantropo o peggio, semplicemente camminare e fare la vita normale non era più necessario.
    Volavo, andavo dove volevo, e mi nutrivo d’aria e di sole.
    Rimanevo in aria, ad alta quota, per giorni interi.
    Ero diventato Leggero.

  • 17 novembre 2009
    El più xe fato!

    Come comincia: In cima non c’era nulla se non il mondo: una vista stupenda, idilliaca… ma i tempi in montagna scorrono rapidissimi, non si può indugiare oltre… è tutto calcolato per non farci sorprendere dal buio sulla via del ritorno…
    Quando è iniziata la discesa abbiamo capito che qualcosa stava cambiando… "allora", disse Enzo, l’alpinista più esperto,"camminè pian pian, la via che faremo per tornar indrìo xe piena de crepacci e il jazo no ne permeterà de distinguerli ‘ssai facilmente: bisogna ‘ndar ‘vanti con tanta prudenza… me raccomando… sopratuto, qua no xe un campo de basket…" io ero il terzo della fila, il terzo di un gruppo di cinque persone, ero di gran lunga il più giovane ed anche il più inesperto, con tanto entusiasmo, anche troppo diceva sempre Enzo…
    Non avevamo scelta: durante la salita dalla parete alle nostre spalle si era staccata una lastra di ghiaccio di circa 10 mq. che per fortuna non ci aveva colpito, ma aveva sommerso il già striminzito percorso che porta alla cima… quindi ritorno obbligato: la discesa impervia era lì ad attenderci con tutte le sue insidie…
    "Scolta mulo…"
    "Sì, diseme…"
    "No ‘sta far sti salti, qua no xe el canestro… camina normale, che no go voia de vignirte ingrumar col cuciarin lazò"
    Mi prese per mano e mi fece vedere lo strapiombo: ho rischiato grosso, il volo era di almeno 20 metri… mi tremarono le gambe e la gola si fece secca…
    Enzo mi offrì del the caldo dalla sua borraccia, un abbraccio di incoraggiamento… come ti calmava lui non lo faceva nessuno… il sole inizia a farsi rimboccare le coperte dalle vette più alte… ed il freddo si fa sentire… ci copriamo per bene, chiudendo i giacconi fino al collo… uno sguardo alla mappa ed alla bussola ed avanti… siamo in mezzo ad una distesa bianca… come ti giri vedi solo biancoooooo…
    voglio fare qualche foto, ma non c’è tempo …
    voglio qualcosa di caldo ma bisogna resistere…
    voglio andare a casa e devo farlo con le mie gambe…
    la montagna ti rispetta se tu impari a rispettare lei, non è un gioco, lo è solo se sai giocarci…
    iniziano a calare le prime ombre della sera, il sole è andato a dormire da un po’ , ma inizio a vedere le luci del paese: sorrido ai miei compagni… ed esplodo “el più xe fatooooo!”
    loro mi consigliano di stare comunque calmo… ma io non capisco… allora Enzo, molto pacato come di consueto, mi si avvicina, mi mette una mano sulla spalla e mi fa:
    “Te son ‘ncora picio… el più no xe fato… el più xe sempre quel che xe ‘ncora de far… ricordite… no sbassar mai la guardia… e no val solo in montagna”.
    ora che gli anni son passati e “no son più picio” capisco perché Enzo aveva perfettamente ragione!
    un maestro di montagna sicuramente, un maestro di vita ancor di più….
    ciao papà Enzo.

  • 17 novembre 2009
    Il professore

    Come comincia: Il professor Mauro Rossi insegnava lettere e filosofia in un liceo classico intitolato a Carlo Goldoni. Viveva da solo in un umido monolocale alla periferia est della città, non si era mai sposato e con ogni probabilità non aveva mai nemmeno fatto sesso in vita sua, né era mai stato con una ragazza. Era una brava persona, di una umanità straordinaria, solo che della vita reale non sapeva niente. Tutto quello che conosceva lo aveva appreso dai libri. La sua vita sembrava dedita esclusivamente allo studio. Il professore era un tipo bassino, magro, con lineamenti severi ma belli; portava un paio di occhiali spessi e si era ingobbito a furia di star piegato su qualche antico testo di letteratura. Usciva di rado, in genere per fare delle piacevoli passeggiate nella villa comunale, dove scambiava quattro chiacchiere con alcuni conoscenti (pensionati che si ritrovavano puntualmente ad ogni giorno di sole in villa per fumare una sigaretta e parlare dei bei vecchi tempi) e respirava un po’ d’aria fresca. Il suo unico vizio era il fumo. A scuola erano in molti a ridere di lui, non solo tra gli alunni, ma anche tra i suoi stessi colleghi. La sua vita risultava noiosa e banale agli occhi degli altri, ma sembrava che a lui andasse più che bene. Era felice, o almeno così tutti credevano, ma dietro quella maschera nascondeva paesaggi di una solitudine sconfinata.
    Di lì a qualche anno sarebbe andato in pensione e avrebbe così concluso una brillante carriera in cui aveva fatto ogni sforzo per trasmettere un po’ di cultura ad una massa di adolescenti irrequieti e indisciplinati. Era un pomeriggio soleggiato quando ripensò per la prima volta seriamente alla sua vita. Aveva sempre evitato tali pensieri, ma era arrivato il momento di fare un resoconto, un sunto della sua esistenza, di trovarne un senso, di convincersi. Non aveva una donna, non aveva amici con cui confidarsi, non aveva mai fatto esperienze che gli avessero serbato un ricordo piacevole, mai fatto quello che tutti i suoi coetanei avevano fatto quando avevano vent’anni, e cioè ubriacarsi, portarsi a letto donne dai facili costumi, partecipare alle proteste giovanili (il professore era giovane ai tempi della contestazione). Inesorabilmente si avviava verso la vecchiaia e non conosceva una sola persona che avrebbe pianto sulla sua tomba. Voleva lasciare un segno, voleva che qualcuno si ricordasse di lui. All’improvviso gli parve che la vita non avesse senso. Quel pomeriggio Mauro, assalito da un inatteso senso di vuoto e smarrimento, sentendosi solo come non mai, decise che era arrivato il momento di fare amicizia con qualcuno, di avvicinarsi ai suoi simili, di dare una svolta alla sua vita, di iniziare a tessere le tele per avere dei rapporti sociali… Era arrivato il momento di fare qualche esperienza di vita reale.
    Si recò in un bar e ordinò un caffè. Al banco c’era una donna solitaria che sorseggiava un liquore. Era alta, anch’ella sulla sessantina, con un portamento altezzoso e nobile. Sorseggiava tranquillamente il suo liquore e leggeva un quotidiano. Il professore cercava di trovare le parole adatte per intavolare una conversazione, ma era assalito da una morbosa sensazione di paura che gli impediva di iniziare qualsiasi discorso. Gli sembrava di avere la lingua incollata alla gola. Osservava impotente quella donna, rosso in volto come un peperone, incapace di rivolgerle la parola. La donna però si accorse che un paio di occhi erano posati su di lei e si girò a guardare l’uomo. Mauro si trovò faccia a faccia con la signora e, non sapendo cosa fare, disse improvvisamente, meravigliandosi di se stesso: - Posso offrirle qualcosa da bere?
    - Oh, sì. Prendo un altro brandy, grazie. Prendine uno anche tu. Vedrai, ti farà bene.
    - No, grazie. Non bevo.
    - Oh, che sarà mai un goccio! Su, brindiamo insieme!
    - E va bene. Se proprio insiste...
    - Dammi del tu. Io sono Adriana. E tu, come ti chiami?
    - Mauro. Mauro Rossi.
    Il professore si sentiva la faccia ribollire. Era come travolto dalla scioltezza di quella donna.
    - Ok, Mauro. E… cosa fai di bello nella vita?
    - Insegno lettere e filosofia in un liceo classico.
    - Ah, bene. Ti piace leggere? - chiese Adriana.
    - Certo.
    - Anche a me. Quali sono i tuoi autori preferiti?
    - Oh, tanti, tanti.
    Il cameriere servì i due brandy. Adriana levò il bicchiere in alto.
    - Alla salute! - disse. Mauro la imitò e gettò giù quel liquido che gli pareva avesse il sapore del fuoco. Arrossì ancora.
    - Su, prendiamone un altro! - propose Adriana.
    - No, grazie. Mi gira leggermente la testa.
    - Su, fai il bravo. Devi scioglierti. Hai l’aria di sprecato. Sei molto solo, non è vero?
    Il professore evitò di rispondere a quell’ultima domanda. Si sentiva come psicoanalizzato. Si limitò solamente a dire: - Beviamo un altro brandy.
    Brindarono di nuovo. Il professore si sentiva sbronzo. Ok. Pensò. Questa è già una prima esperienza. Non mi sono mai ubriacato in vita mia. Ora l’ho fatto, ma questo stato confusionale non mi piace. Ma è pur sempre un’esperienza, e io ho bisogno di esperienze, esperienze reali. Adriana sembrava divertita da quell’uomo, dalla sua palese timidezza, dalla sua goffaggine, dalla sua aria spaurita. Lo invitò a casa per cena. Mauro accettò l’invito solamente perché era stravolto dall’alcool. Da sobrio non avrebbe mai acconsentito ad andare a casa di un’estranea.
    L’appartamento di Adriana era carino e ben arredato. La mobilia era in perfetto stile moderno e in salotto c’erano diversi bei quadri che attirarono subito l’attenzione del professore.
    - Ti piacciono i quadri? - chiese Adriana.
    - Sì, molto. Anche se non capisco niente di pittura.
    - Anch’io.
    - Mettiti comodo. - Il professore si accomodò su un divano. - Cosa preferisci per cena? Spaghetti al pesto?
    - Sì… Grazie.
    - Ti piacciono?
    - Sì, per me va bene qualsiasi cosa.
    - Ma ti piacciono gli spaghetti al pesto? Sei sicuro? - insistette Adriana.
    - Sì… Sì, parecchio.
    Adriana si dileguò in cucina, dove mise a bollire l’acqua. Tornata in salotto, aprì una bottiglia di brandy e lo versò in due bicchieri. Mauro bevve tutto d’un fiato, sentendosi bruciare la gola. All’improvviso Adriana lo baciò sulla bocca, per pochi secondi, ma con una passione e un ardore che il professore difficilmente avrebbe dimenticato. Era stato il primo bacio della sua vita. Era bello baciarsi.
    Quando la pasta fu pronta mangiarono entrambi con un certo appetito. Adriana stappò una bottiglia di buon vino rosso. Quando si alzarono da tavola, la mente di Mauro era annebbiata e confusa. Si accomodarono sul divano e iniziarono a parlare.
    - Devi essere un uomo molto solo. L’ho capito subito. - esordì Adriana carezzandogli una guancia.
    - Sì, non sai quanto...
    - Sei sbronzo?
    - Sì… Sai, io non so niente della vita. So solo quanto ho letto nei libri, ma di reale… non so niente. Sono confuso.
    - Lo so. Hai bevuto troppo. Sei sposato?
    - No. - Mauro esitò per alcuni istanti prima di rispondere. Poi chiese: - Tu?
    - Sì… ma mio marito non c’è. È fuori per motivi di lavoro. Torna tra un paio di giorni e… Ti confesso una cosa: io odio quell’uomo. È così… patetico, schiavo delle apparenze, della società, del denaro…
    - E perché lo hai sposato?
    - Perché? - Adriana rise. - Per i soldi. Si capisce!
    - Ma lui ti ama?
    - Non ne ho idea, e non mi interessa nemmeno. Ma di certo io non lo amo. Non l’ho mai amato, nemmeno quando eravamo fidanzati da appena due giorni. Ho solo fiutato l’affare. - Guardò fisso Mauro in volto, tirò fuori un biglietto da cinquanta euro e glielo lasciò cadere addosso. - Sono questi che fanno girare il mondo! Senti, ti andrebbe di scopare con me?
    Mauro quasi balzò in piedi dal divano. Aveva paura.
    - Cosa? - chiese. - Ma tu… sei sposata… E poi…
    - Poi cosa? - lo interruppe Adriana ridendo e passandogli un dito sulle labbra.
    - Io… Beh, vedi, io… Non ho mai… Io sono un uomo molto solo, te ne sei accorta anche tu… Beh, io… Non ho mai fatto sesso in vita mia… Oh Dio! Non dovrei nemmeno dirtele queste cose… Ma sono ubriaco, o credo… Sai… i Latini… In vino veritas.
    Le sue erano frasi sconnesse.
    Adriana incollò le sue labbra a quelle del professore, poi disse: - Non preoccuparti. Ti insegno io. Preparati alla più grande esperienza della tua vita, professore!
    Mauro rimase muto.
    - Io vado un attimo in bagno. Tu intanto spogliati. - gli ordinò Adriana.
    Tornata in salotto, Adriana trovò il professore che dormiva come un sasso. Non che avesse bevuto chissà quanto, ma non essendo abituato era crollato subito addormentato. Adriana lo fissò e notò i suoi lineamenti. Erano belli, le piacevano. Non era un uomo brutto, e non doveva essere nemmeno cattivo. Cercò una spiegazione alla sua vita, alla sua solitudine, e ricordò un suo compagno di liceo, timido, sempre chiuso in se stesso, che non sapeva giocare a calcio e non ci sapeva fare con le donne. Quel ragazzo in breve divenne lo zimbello della scuola, il bersaglio preferito di chi si credeva un duro e dei bulletti. Così lui si isolò ancora di più. Si chiuse in casa, nessuno lo vedeva mai in giro, e iniziò a leggere, leggere e leggere. Si laureò in lettere classiche a pieni voti e divenne uno scrittore di saggi. Forse la storia di Mauro era simile. Si chinò lentamente su di lui, lo baciò sulla fronte e gli sistemò addosso una coperta. Poi andò nella sua stanza da letto e si addormentò.
    Alle sei del mattino Mauro si svegliò. Aveva la testa pesante da sbronza. Sulle prime non capiva dove si trovasse, ma poi ricordò tutto. Sì, era in casa di quella donna.
    Oh, Dio! Cosa ho fatto! pensò. Io, il professor Mauro Rossi, che entra in casa di un’estranea e le racconta di non aver mai fatto sesso! Chissà cos’altro le ho raccontato della mia vita e non me ne ricordo. Del resto ero parecchio ubriaco... Si alzò dal divano per cercare Adriana. L’appartamento era piccolo, ma sembrava che Mauro non riuscisse ad orientarsi. Quando trovò la sua camera e si accorse che dormiva provò un infinito senso di sollievo, e cercando di fare il meno rumore possibile, filò via.
    Arrivato a casa, si barricò nel bagno e vomitò. La nausea lo stordiva, il mal di testa sembrava stesse per ammazzarlo. Decise che forse era saggio dormirci su. Forse si sarebbe svegliato meglio, senza nausea, senza quel mal di testa. Si infilò sotto le coperte. Ci volle un po’ perché si addormentasse, ma alla fine ci riuscì. Si svegliò che era quasi l’una. Stava meglio, il mal di testa era quasi svanito, la nausea pure. Aveva però qualcosa nello stomaco che non riusciva a definire con esattezza, era come una sensazione di vuoto. Si affacciò alla finestra. La giornata era luminosissima. Guardò di sotto…
    C’era il mondo lì sotto, il mondo che non aveva mai colto, il mondo che gli era passato davanti lasciandolo inesorabilmente indietro, il mondo che non aveva mai conosciuto, che non aveva mai voluto conoscere, dal quale era sempre fuggito, che gli era sempre stato estraneo. Di sotto le strade erano impregnate del sudore di tutte quelle esperienze che non aveva mai fatto; c’erano uomini e donne che si affannavano, che lavoravano, che viaggiavano, che si concedevano svaghi, che piangevano e ridevano e soffrivano e provavano emozioni. Lui aveva di rado provato emozioni. L’ultima volta che aveva versato lacrime era stato per sua madre, il giorno in cui le diede l’ultimo addio in chiesa.
    Mauro aveva fatto un salto nell’altro mondo, ne aveva assaporato un pezzetto. Era stato con una donna, aveva bevuto, aveva visto con che facilità si tradiva un marito, come l’umanità fosse avida di denaro. Ora però era tardi, troppo tardi. Il suo mondo erano i libri, tutto il resto non faceva per lui. Forse ne aveva paura. Tornò in salotto, si sedette alla scrivania e continuò la lettura di un vecchio manoscritto del milleduecento. In quel momento alcune lacrime sgorgarono dai suoi occhi.

     

    Tratto dalla raccolta di racconti “Polvere di diamanti” edita da Statale11 editrice. Tutti i diritti riservati.

  • 17 novembre 2009
    Onan il burbero

    Come comincia: Onan il burbero, pur essendo uomo di polso, è l’antieroe “par excellence”.
    La sua ruvidità di carattere è dovuta più all’esasperazione, per i continui fallimenti amorosi, che non a una congenita maldisposizione nei confronti del prossimo.
    Fin dalla pubertà, Onan ha dato il suo giornaliero contributo alla più popolare delle ossessioni umane, il sesso.
    Ha adempiuto con costanza e solennità al rituale quotidiano della manipolazione dell’alter-ego che tutti portiamo fra le gambe. Ma che, ormai sospetta da tempo, sia invece il vero io incarnato e tutto il resto soltanto una complessa macchina della menzogna, costruita dalla natura per portare il vermiciattolo rosa al compimento della sua missione procreatrice.
    Gli anni di intenso allenamento hanno portato Onan, come tutti i maschi del pianeta, a un certo vigore. Il suo pupazzetto di elastica libidine si erge fra le sue cosce come un piccolo Duce, aggressivo e assetato d’azione.
    L’ardimentoso nano, con il suo elmetto turgido e spavaldo, è il condottiero che indica la direzione da seguire, la meta da raggiungere, la terra da conquistare.
    Sfortunatamente il resto della gioiosa macchina da guerra non è all’altezza delle aspirazioni e delle qualità del capo. Onan è infatti un ometto piccolo, stempiato, di poca favella e perennemente afflitto da numerosi problemi di salute.
    Gli approcci del nostro burbero antieroe sono molteplici, sviluppati nel corso di anni e anni di studi empirci e la lettura di qualche manuale del playboy.
    In discoteca.
    Onan si avvicina con fare anguilloso alla femmina designata. La scruta da dietro, valutando il potenziale erotico. La aggira come una mangusta fa con il cobra, cercando l’incontro degli occhi, per ipnotizzare la preda con il suo magnetismo animale. Saltella, come uno stambecco in calore, intorno all’avvenente esemplare femminile. Ella compie ugualmente i gesti rituali, fingendo di ignorarlo e gettando occhiate indispettite alle sue simili.
    Il piccolo generale preme nei pantaloni, per esortare la truppa a maggior ardimento. À la guerre comme à la guerre!
    Onan passa all’attacco, apre il suo vero io alla potenziale compagna, offrendo da bere con gesti plateali, nel surreale scenario pirotecnico, per superare il bombardamento musicale.
    La femmina, mossa dalle sue imperscrutabili strategie, accetta l’offerta, bagnerà le sue labbra con la libagione del focoso maschio. Un primo simbolico atto di accettazione.
    L’imperatore rosa, sorride dal suo palazzo di cotone e dirige il suo robot di carne, il suo goldrake ormonale, il suo gigantesco schiavo dal cervello binario, verso il bar.
    Tornando in pista, tenendo due cocktails in equilibrio sui suoi maldestri desideri, Onan si sente già un conquistatore.
    La scena si ripete varie volte nell’arco della serata. La femmina si riempie di alcol e le tasche di Onan si svuotano velocemente. Ella ormai barcolla e caracolla, più che danzare. Il pretendente alle sue grazie, alla regina del palazzo di seta, sente che è arrivato il momento dell’assalto alle mura della felicità, ai bastioni del piacere, alla torre cava dell’estasi.
    La danza si fa frenetica, i corpi si dibattono ormai posseduti dalla trance ormonale. Il re e la regina si scrutano dai loro castelli.
    L’aggraziato corpo della femmina manda segnali favorevoli, lo sguardo è acquoso e trasparente, la bocca dischiusa; la testa ciondola di qua e di là, le mani compiono gesti sinuosi, comunicando voluttuosi inviti.
    Onan si prepara all’assalto finale, la breccia nelle mura è ormai aperta per lui, la chiave della torre è stata gettata ai suoi piedi.
    Balza con vigore predatorio verso la regina del palazzo di seta, ma mentre lui si avvicina, ella come in una moviola, indietreggiando, rimane alla medesima distanza. I reni di Onan spingono atleticamente, l’imperatore esige il tributo alla sua maestà. Si protende ancora di più, ma il viso di lei tramonta dal suo orizzonte, come una Luna frettolosa. Il cavaliere frena il suo destriero, appena in tempo per non calpestare la principessa addormentata, che giace ormai riversa sulla pista da ballo.
    Il resto è storia ordinaria di ambulanza e lavanda gastrica. La magia della conquista è svanita. L’epica dell’accoppiamento è sfumata in una vaporosa fiatata alcolica.
    Il Re piange nel suo palazzo di cotone.

  • 17 novembre 2009
    Fiocco di neve

    Come comincia: Un fiocco di neve abbandonava felice la sua nuvola, sapendo però come il suo viaggio fosse pericoloso e pieno di imprevisti… Sapeva che alla fine non sarebbe più stato lo stesso, si sarebbe trasformato, la sua vita sarebbe cambiata per sempre… Ma nessuno era mai tornato per raccontare a cosa si andasse incontro… Il vento lo spingeva senza una meta, facendogli fare capriole e piroette e sollevandolo da tutti i pensieri circa il suo destino… Viveva quei brevi istanti, riusciva ad assaporare la freschezza dell'aria e la dolcezza delle nuvole che lo circondavano, si godeva il paesaggio sterminato che si presentava sotto di lui, quella terra ancora lontana gli infondeva sicurezza, quelle piante verdi e rigogliose lo chiamavano a sé facendogli capire che avevano bisogno di lui e che un giorno, non molto lontano, lo avrebbero fatto tornare alla sua nuvola, impregnato di nuove esperienze e caricato di nuove vite… Il fiocco di neve non aveva la libertà di decidere la sua meta, era il vento a scegliere per lui, ma questo non gli importava, volare era il suo sogno e sorridere ai suoi compagni di viaggio lo faceva sentire invincibile… Ad un tratto, quando ancora i suoi pensieri erano rivolti al presente, al vivere ogni istante, si accorse che il suo viaggio era finito… tutto era cambiato… Sentiva il suo corpo sciogliersi, sapeva che ogni minima parte di lui se ne stava andando per intraprendere un nuovo viaggio, nuove avventure, per fare del bene, per far crescere alberi rigogliosi, per far sbocciare fiori, per dare la vita a nuove creature, per dissetare animali e uomini… Sentiva che ciò che era il suo corpo stava viaggiando nella Terra, i sapori delle radici si facevano sempre più forti, quell'odore di terra bagnata lo tranquillizzava… non se ne stava andando, stava solo cambiando, la sua vita era mutata per crearne di nuova, la Morte non era un problema perché non esiste, esiste solo il cambiamento… Il fiocco di neve ora era parte di un sistema più complesso e negli ultimi istanti capì che prima della sua esistenza, era già passato da quelle radici, che era già stato bevuto, trasformato, che aveva già viaggiato per migliaia di chilometri nei fiumi, che ancora prima era una goccia del mare, che ancora prima era una lacrima di un ragazzo innamorato, che prima ancora era una goccia di profumo sulla pelle di una bellissima ragazza, che secoli addietro era una goccia d'acqua che dissetava un glorioso combattente… e sapeva che prima o poi avrebbe rincontrato la sua amata nuvola, magari senza ricordare quanto l'avesse amata, ma sicuro che, una volta rincontrata, l'avrebbe amata ancora più intensamente...

  • 17 novembre 2009
    Holly’s Caffè

    Come comincia: La pioggia era arrivata prima del previsto quell’autunno, se mai qualcuno a Molde avesse avuto la voglia di mettere il naso fuori dalla porta sicuramente ci avrebbe ripensato. Holly puliva il bancone del suo bar con lo sguardo spento dopo una giornata di affari magri e tempo grigio. Il termostato del condizionatore con uno scatto sordo avvertiva che anche la temperatura stava scendendo sotto la media di quei giorni e il flusso di aria calda cominciò ad avvolgere le spalle e pian piano tutto il corpo di Holly. Ebbe un brivido e alzò lo sguardo verso la finestra che dava direttamente sulla piazza. Tirò su le maniche della camicia e continuò a tirare avanti e indietro quello straccio logoro e scuro.
    “Tempo da cani” pensò, mentre un’altra tazza, la seconda quella sera cadeva sulle assi del pavimento.
    Non era stata proprio una bella giornata, e forse neanche il giorno dopo sarebbe stato buono. Ma a Molde andava così, in estate potevi lavorare con i turisti che affollavano le vie del porto e le bancarelle sui moli, poi dovevi aspettare il Natale per rivedere un po’ di vita in giro.
    Tirò lo straccio sopra la macchina del caffè, che avrebbe tanto avuto bisogno di una bella pulita, ma forse ancora non era arrivato il suo momento, c’era il pavimento da lavare, i bicchieri del giorno da asciugare e i frigoriferi da riempire.
    In quel momento tutto il locale era deserto, non c’era un unico rumore da ascoltare, fatta eccezione per quel dannato condizionatore.
    Continuò a riordinare il suo locale con movimenti  che ripeteva da anni ormai e che con il passare del tempo erano diventati automatici, ma in fondo amava quel momento, poteva pensare a tutto quello che non aveva avuto, a tutti gli errori commessi, e alla volta in cui aveva perso la verginità proprio dietro a quel bancone.
    Sentì aprire la porta mentre puliva la macchina per l’espresso, l’unica cosa che gli mancava da fare.
    “Come va amico, asciugati le scarpe”
    Lo disse cercando un sorriso al di là di quegli occhi che lo fissavano. Holly non ebbe paura, primo perché conosceva quel volto, secondo perché pesava cento chili e difficilmente qualcuno in paese gli faceva il muso duro.
    “Caffè?”
    L’uomo non rispose, e continuava a guardarlo da dietro quegli occhi vuoti e rabbiosi.
    Holly conosceva bene chi gli stava di fronte, lo conosceva da sempre, ma quello che non conosceva era quello sguardo carico di odio e rabbia. Continuò a guardarlo per capire cosa stesse accadendo a quel corpo che cominciava a cambiare.
    Ma di colpo la curiosità divenne tensione e la tensione divenne paura, vide i vestiti strapparsi, vide quel viso tirarsi e perdere ogni lineamento umano, vide la pelle cambiare colore e diventare prima grigia poi nera, vide gli occhi accendersi di sangue e lo senti urlare.
    Holly avrebbe cercato di togliersi di mezzo, se le gambe avessero risposto, ma rimaneva immobile di fronte a quella bestia. Cerco di spostarsi di lato andando a sbattere sullo scaffale dei liquori che cominciò ad ondeggiare pesantemente. In  un momento di lucida pazzia cerco di non far cadere le bottiglie, ne prese addirittura due al volo ma poi non ebbe il tempo di metterle al sicuro. La bestia saltò sul bancone e ruggì, sbuffò vapore dalle narici come un toro che si prepara alla carica.
    Holly si mise in ginocchio recitando, o per lo meno cercò di recitare, un’ave Maria, ma il mostro non udiva più le preghiere, il mostro aveva fame e si saziò del corpo e della paura di Holly.
    Nel locale tornò il silenzio, e oltre al condizionatore l’unico rumore adesso era la porta spostata dal vento che batteva sul telaio.
    Il giorno dopo a Molde, chi ebbe la sfortuna di entrare nel Caffè, trovo i miseri resti di Holly in una pozza di sangue. Un assassino? Un animale impazzito? In tanti anni nessuno aveva mai assistito ad una cosa del genere. Chi era arrivato a Molde? Chi uccideva in questo modo?
    Gli abitanti, Lo sceriffo, perfino i bambini si domandarono che cosa si nascondeva nel loro paese, ma nessuno era arrivato dal mare negli ultimi giorni, nessun viso nuovo aveva attirato l’attenzione di qualcuno.
    Forse il Male a Molde era sempre esistito e forse adesso aveva deciso di mostrare la sua esistenza.

  • 16 novembre 2009
    Irene nella notte

    Come comincia: Le emozioni di quella semiacustica, volgarmente chiamate corde, avevano appena finito di avvolgere il caldo, vintage-giovane corpo di Irene, ballando su un ritmo ricamato di note basse e marroni, avvolgenti ed estasianti per quella pelle così chiara da riuscire a riflettersi nella profondità di una notte di metropoli.
    "Ecco il conto."
    Si alzò mentre il giovane ragazzo vestito di nero ritirava la mancia dal piatto e urlava un "Grazie" soffocato dal Sax; Raccolse il suo giaccone pesante e si diresse verso l'uscita del locale. Fuori faceva freddo. Seppur aveva smesso di piovere, sui suoi capelli sembrava sentisse il ticchettio della pioggia; L'accolse subito quell'aria classica delle città di Venerdì sera, quell'aria che trasporta dentro la gioia di una settimana finita, e l'angoscia della malinconia per il tempo andato. E quando senti del Jazz, l'avverti subito. Si coprì il collo con la sciarpa che teneva agganciata alla cintura e iniziò a camminare sul marciapiede lucido di pioggia. Non sapeva perché fosse uscita con quella serata cosi violentata dalla natura. Forse per scandagliare tra i suoi pensieri e trovarne uno che più la consolasse, proprio come aveva fatto quella chitarra. Non lo sapeva, ma amava ugualmente uscire da quella casa costruita a mo' di palafitta su una collina sopra la città, da quaggiù poteva vivere in mezzo a quel che da lassù ammirava ogni notte: un turbinio di luci in movimento risaltate dalla notte. Un clacson distolse la sua attenzione dai suoi pensieri, era ormai arrivata nella piazza centrale; Non c'erano ragazzi difronte alla pizzeria, troppo freddo pensò... Squillò il telefono:
    "Ire! Finalmente hai risposto, ero terrorizzato, ho chiamato ai tuoi, alla tua vicina, nessuno sapeva dov'eri. Cosa ti è preso?"
    Era il suo amico.
    "Ciao, nulla ero semplicemente uscita a fare due passi" - rispose.
    "Dove sei ora? Ti vengo a prendere, mi hanno detto cos'è successo..."
    Quelle parole rimbombarono nella testa della ragazza, come faceva la grancassa al caldo di quel locale notturno. Un lungo silenzio accompagnato dall'acqua spostata dalle ruote del traffico di città.
    "Sono in Piazza Università" riattaccò dopo un: "sto venendo a prenderti", non era il tipo di amico dalle domande facili, lo apprezzava per quello...
    Arrivò giusto quando iniziò a scomparire la luna dietro ad una nuvola color malinconia.
    "Sali..."
    In macchina seguì un grande silenzio. Iniziò a piangere in silenzio raggomitolata sulla sua borsa, coperta dai suoi capelli castani.
    "Vieni qua e dimmi tutto" -biascicò
    "Sono sola, di nuovo sola, non c'è la faccio più."
    "No non sei sola tu, nessuno è mai solo, mai"
    Arrivarono alla casa solitaria in cima ad un mondo, posteggiò la macchina dietro al garage e salirono le scale lentamente, come avessero davanti un "banco" di piume in cui penetrare. Girò la chiave ed accese l'abatjour e si sedette sul bordo del divano. Le lacrime erano svanite, si erano dileguate insieme alle parole di lui dette in quel tragitto di pochi minuti, avevano parlato dell'ennesimo tradimento, dell'ennesima lite finita violentemente, e lei aveva sputato tutto quello che aveva accumulato in se, mentre lui guidava e le accarezzava i capelli. La fece parlare, ogni volta che aveva bisogno di sfogarsi, iniziava ad accarezzarla e a farla parlare, a farle buttare fuori tutto il veleno che aveva. E ci riusciva.
    "Pensavo a quella frase che mi hai detto in macchina: Nessuno è mai solo" Iniziò lei. "La ripeti a me, ogni volta che ho bisogno di parlare me la ripeti. Mi aiuti, mi vuoi bene e mi ami con quell'amore estraneo a se stesso. Ma tu?"
    "Io? Vedi, in tutti questi anni solitari che ho passato, ho capito tantissime cose, alcune qualità si apprezzano soltanto se ci si vive in mezzo. La solitudine è una di queste, non è un rammarico non avere amici, non andare in discoteca, "perdere" tempo leggendo qualche libro; No, non è triste, assolutamente. E poi non si è mai completamente soli, tutto nel mondo ha una vita, un'anima, un qualcosa che noi riusciamo a percepire e che spesso cataloghiamo come paura o eccitazione di fronte a quella "cosa". E come una specie di sesto senso... E' difficile spiegarlo a parole, forse impossibile, o forse no. Ma sarebbe troppo facile dirlo con una semplice parola."
    "Quale parola?" Lo interuppe.
    "La parola Io, la parola Tu, la parola Uomo o Cosa. Vedi sono soltanto parole. Per te una pietra può significare il nulla, per me la somma di tutta una vita. Per te la parola "Tu" può significare amore o amicizia, per me solitudine. Siamo noi a dare un senso alle parole, che gia ne hanno uno di per sé. Sta a noi dare un senso alla parola "Io", solo a noi... Già... Ma se "Noi" non esistesse?"
    Fecero l'amore ognuno con la propria solitudine, distesi sul letto bagnato da mille e mille pensieri. e nelle orecchie con le emozioni di quella semiacustica, volgarmente chiamate corde, che avevano appena iniziato ad avvolgere il caldo, pallido corpo di un Noi.

  • 16 novembre 2009
    Una scala per il Paradiso

    Come comincia: I giorni vuoti, i giorni bui, i giorni senza senso e senza cielo, senza nuvole, senza sole, senza stelle… ma carichi di sogni e di speranze. Gli angeli non arrivavano, gli angeli se l’erano data a gambe. E da Dio nessuna notizia. Dio sembrava morto, forse lo era… O semplicemente non era mai esistito. E panchine di ghiaccio sulle quali spesso passava la notte, e alberi spogli, silenziosi e tristi, dai quali sembrava non fiorire nulla, solo sabbia. E poi il suo amico Daniele, quel suo caro amico…
    L’amico immaginario di Angela si chiamava Daniele. Angela non sapeva bene perché avesse scelto proprio quel nome; sia come sia, Daniele era un grande amico, un amico sincero, leale, devoto. Era il suo angelo custode e lei spesso lo chiamava Angelo. Era grazie a lui che Angela aveva trovato la forza per scappare via di casa e inseguire il proprio sogno, ed era sempre grazie a lui che Angela trovava il coraggio di andare avanti e affrontare notti gelide e desolate, rannicchiata in qualche angolo di marciapiede.
    Quella mattina Angela si svegliò sulla panchina di un parco. La sera precedente era talmente stanca e sfinita che era cascata subito addormentata, non facendo caso a quanto fosse duro e scomodo il letto che aveva scelto per la notte. Sbadigliò, poi si guardò intorno e si accorse che la giornata era splendida. Il sole si ergeva alto dalle montagne ancora innevate a est della città ed era luminosissimo, carico di una speciale aura benevola che sembrava avvolgere Angela in caldi scialli invernali. Angela era una ragazza bellissima. Aveva capelli biondi che al sole risplendevano come una cascata di oro e un paio di occhioni azzurri pieni di sogni e malinconia a un tempo. C’era qualcosa di infantile nel suo volto; forse era per via del suo sguardo ingenuo e credulone o per via dei suoi occhi che osservavano il mondo con la stessa curiosità di un bambino appena nato.
    Angela raccolse il suo zaino, la chitarra acustica e si avviò lentamente e con fare pensieroso verso un bar. Prima di entrare, però, si frugò nelle tasche. Ne tirò fuori alcune monetine e le contò: erano sufficienti per fare colazione. Entrò sorridendo, ordinò una cioccolata bollente e un cornetto ripieno di marmellata.
    Uscita dal bar iniziò a vagare per i labirinti della città, perdendosi in strade a lei sconosciute e ignara della direzione che stava prendendo. Mentre vagava, sognava. Sognava grandi teatri dove avrebbe cantato le sue poesie, sognava di finire un concerto e uscire in mezzo a una folla in preda all’esaltazione più totale che avrebbe dato un braccio pur di stringerle soltanto per un attimo la mano; sognava scorte e ville con piscina e prato fiorito, cuochi tutti per lei, quadri di valore, collezioni di monete antichissime… Ma per ora non era nient’altro che una barbona. Cantava e suonava le sue poesie per strada, non aveva un posto dove dormire, viveva alla giornata, affidandosi al destino e al caso. Così mentre suonava per strada, sperava nell’incontro fatale, l’incontro che le avrebbe cambiato la vita. Era convinta che un giorno le sarebbe passato accanto un importante produttore discografico, il quale l’avrebbe ascoltata e l’avrebbe portata a firmare un contratto da capogiro. Quando abitava ancora con i genitori, in un remoto paese di campagna dalla mentalità chiusa e arretrata, Angela andava raccontando frottole a destra e a sinistra. Affermava di aver vinto concorsi, premi, che le avessero offerto un contratto discografico. Qualche giorno prima di scappare via col suo carico di sogni e speranze, aveva detto in giro che andava via per incidere il suo album d’esordio, per il quale le avevano già anticipato una grossa somma di denaro. E in ciò che diceva credeva con cieca passione, confondeva quasi la realtà con la fantasia. Non erano menzogne le sue. No, erano piuttosto delle speranze.
    Adesso erano passati due anni e mezzo da quando era andata via di casa, ma al suo paese natale nessuno aveva mai sentito niente riguardo a quel disco di cui aveva parlato. Angela ancora sognava di ritornare in paese con la scorta, entrare nel bar di Mauro e lasciare cinquanta euro di mancia per un caffè a quel Mauro che l’aveva sempre odiata e derisa, guardata dall’alto in basso, consigliandole con ghigno malvagio in viso di trovarsi un lavoro e smetterla di sognare ad occhi aperti.
    Ormai erano le undici. Il sole era caldo, rovente, sembrava quasi il solleone d’agosto. Le strade del centro pullulavano di gente e Angela decise che era arrivato il momento giusto per suonare le sue poesie e racimolare un po’ di soldi. Aprì la custodia della chitarra e la posò in terra, poi iniziò a cantare con amore e dedizione. Passate due ore e mezzo raccolse le monete che i passanti le avevano offerto, ripose la chitarra acustica nella sua custodia e si avviò verso una salumeria, dove la conoscevano molto bene. Il salumiere era un sant’uomo, sempre generoso verso il prossimo e i più deboli, e così le chiedeva sempre meno del dovuto (circa la metà) e a volte perfino non le faceva pagare niente.
    - Ciao, Carlo. Come va? - chiese Angela entrando nella bottega.
    - Oh, bene grazie. E tu?
    - Non mi lamento. Me lo fai un panino col salame milanese e la mozzarella di bufala?
    - Certo. E da bere cosa vuoi?
    - Un’aranciata, grazie.
    - I soldi ce li hai?
    - Sì.
    - Allora due euro sono sufficienti.
    - Grazie.
    Uscita dalla salumeria, Angela si avviò nel solito giardino pubblico dove pranzava quasi ogni giorno. Le piaceva quel giardino. Era un’oasi verde in una città piena di smog e cemento. Le sembrava di respirare un’aria diversa lì dentro, limpida, pura, quasi incontaminata. Si sedette su una panca pensando che forse avrebbe passato lì la notte. Mangiò il panino lentamente, con lo sguardo assorto in pensieri tutti suoi. Stava partorendo le parole adatte per una nuova poesia, una poesia sbalorditiva, la cui bellezza un giorno avrebbe rapito i cuori delle nuove generazioni alla ricerca disperata della felicità. Finito di mangiare, prese dallo zaino quaderno e penna e si mise al lavoro. Riuscì anche a finirla, quindi la rilesse. Era perfetta, un capolavoro d’arte contemporanea, un’opera di una delicatezza e una bellezza indescrivibili, piena di romanticismo e di atmosfere eteree e sognanti, intrisa di una sottile malinconia, quella stessa malinconia che si poteva leggere nei suoi grandi occhi azzurri.
    Non appena ebbe finito di rileggere la poesia, iniziò il dialogo quotidiano con Daniele, il suo angelo.
    - Ciao Angelo, come va?
    - Bene. A te?
    - Potrebbe andar meglio.
    - Potrebbe, ma non va. E lo sai perché?
    - Non lo so. Sarà il destino o la sfortuna che si è accanita contro di me.
    - Certo! La sfortuna!
    C’era qualcosa di strano nel tono di Daniele. Sembrava che si stesse prendendo gioco di lei.
    - Sai, ho appena finito di scrivere una poesia. Stasera le do gli ultimi ritocchi e cerco di musicarla. Vuoi che te la legga?
    - Ma cosa credi, che non l’abbia già letta?
    Adesso il tono di voce dell’angelo era duro. Angela si sentì confusa, non riusciva a capire il perché. Daniele non si era mai comportato a quel modo.
    - Sei arrabbiato con me? - gli chiese.
    - Sì Angela. È da tempo che volevo dirtelo, è giunto il momento che tu sappia la verità. Il tuo talento è di dubbia qualità, le tue poesie non hanno senso né significato, sono apatiche, monotone, senza sentimento. E la tua musica anche. Fai pena, Angela. Vali meno che zero! Stai prendendo in giro solo te stessa. Guardati! - tuonò Daniele, spaventandola. - Guarda come ti sei ridotta. Sei una barbona, Angela! Non hai speranze, rinuncia ai tuoi sogni, abbandonali! I tuoi sogni non potranno mai vedere la luce del sole!
    - Ma io… - disse Angela, sentendosi mancare il respiro. Le sembrava che il mondo le stesse cadendo addosso schiacciandola con tutto il suo peso.
    - Ma tu cosa? Ammettilo. Avanti, ammettilo! Dì che in realtà non vuoi altro che i soldi, che il tuo obiettivo finale sono i soldi. Tu non sei un’artista, non crei per il piacere di creare, non crei per te stessa e per raggiungere la pace interiore, crei per diventare ricca! Sei falsa, Angela! E hai messo in scena questa farsa di dormire sotto i ponti per creare il tuo mito, il mito della giovane e bella ragazza di campagna che scappa di casa per inseguire il suo sogno. Non è vero? Non è vero che vuoi fare solo i soldi? Non è vero che da sempre sogni interviste in cui ti vanti della fame nera che hai patito per diventare una stella?
    Angela deglutì a fatica, poi si fece coraggio e disse con gli occhi lucidi: - Sì, forse è vero, ma ho visto quadri da centomila euro e li ho ammirati con occhi scintillanti dalla gioia, ho visto pellicce di visone nelle vetrine dei negozi e le ho ammirate come un critico d’arte ammira un’opera di Van Gogh. E poi ville le cui piscine avevano un’acqua di smeraldo… E tutte queste cose le possiedo nei miei sogni. È vero, hai ragione. Io penso ai soldi, amo i soldi, li desidero. Ma guarda i proprietari di quelle ville. Quanti di loro si sono arricchiti onestamente? Forse nessuno. Sono tutti direttori di banca, magistrati, docenti universitari, industriali… E non c’è bisogno che ti spieghi di che imbrogli sono capaci pur di arrivare al successo. Lo sai benissimo. Io invece li guadagnerò onestamente i soldi, con la mia musica e le mie poesie regalerò emozioni, sorrisi e nuove speranze al mondo. La scala per il paradiso me la sto costruendo da sola, con le mie uniche forze!
    - Balle, Angela! La tua musica fa schifo. E le tue poesie anche. Trovati un lavoro, dà una svolta alla tua vita, altrimenti sarai destinata a marcire per strada, a morire sola e abbandonata da tutti. Torna a casa, i tuoi genitori non hanno mai smesso di amarti. Ti accoglieranno di nuovo. Torna indietro, la strada che hai imboccato non ti porterà da nessuna parte, solo alla rovina e alla solitudine, a pianti disperati e alla pazzia!
    Angela si sentì girare la testa. Terribili pensieri sembravano la stessero consumando. Ad un tratto s’immaginò vecchia e piena di rughe, ricurva sotto il peso dei suoi anni, camminando a fatica appoggiata ad un bastone, costretta a passare le giornate rovistando tra i bidoni della spazzatura in cerca di qualcosa da mangiare. Deglutì di nuovo e disse pallida in volto:
    - Angelo, io sono qui per un motivo ben preciso. Perché questi momenti, il lato brutto della vita, diventeranno altrettante poesie che un giorno suonerò nei più grandi teatri del mondo![1]
    - E lascia perdere quel maledetto libro, ti ha dato alla testa! E poi Bandini il talento lo aveva per davvero. Tu non sei niente, e rimarrai niente, e se continuerai su questa strada finirai come quella vecchietta che hai appena visto. Sì, impazzirai Angela. E frugherai disperata tra i bidoni della spazzatura, non avrai speranze, sarai sola, malata, brutta, farneticherai tutto il giorno, sbaverai e dopo morta non avrai nemmeno una tomba con dei fiori sopra.
    Angela rimase come pietrificata. La sua bocca non riuscì a proferire parola. Si sentiva tradita. Era stata tradita addirittura da Daniele, il suo angelo, il suo unico amico. Non riusciva a crederci, le sembrava di vivere in un incubo senza fine, un incubo dal quale non si esce più, nel quale si rimane intrappolati per l’eternità. Le pareva di non avere scampo, si sentiva come attanagliata, braccata, in trappola. Forse l’angelo aveva ragione, forse aveva visto giusto. Era quello il destino che l’attendeva: sarebbe morta come una barbona tra cumuli di spazzatura e magari cani randagi rabbiosi ne avrebbero assaggiato anche la carne prima che qualcuno si accorgesse del suo cadavere. Iniziò a piangere, un pianto dirotto, violento, interminabile. Infine scappò via correndo a perdifiato e le sue lacrime sembravano infuocare l’asfalto. Arrivò in un quartiere malfamato, pieno di tossici, spacciatori e prostitute. Incontrò una sua conoscente che di tanto in tanto spacciava un po’ di droga per tirare avanti e potersi fare tranquillamente.
    - Ciao, Marta. Ho bisogno di farmi. Ti prego, non ho soldi, ma li rimedierò. Ti prego, ho bisogno di una dose! - la implorò piangendo.
    - Oh, piccola. Ma tu stai piangendo, sembri sconvolta. Hai bisogno proprio di una bella dose. Non preoccuparti, poi me li renderai i soldi.
    - Grazie.
    Angela, impaurita e smarrita, si punse e decise che non avrebbe mai più rivolto la parola al suo angelo.

     

    Tratto dalla raccolta di racconti “Polvere di diamanti” edita da Statale11 editrice. Tutti i diritti riservati.

    [1] Riferimento a una frase di John Fante (alter ego Arturo Bandini) contenuta nel romanzo Chiedi alla polvere

  • 16 novembre 2009
    Il signore della montagna

    Come comincia: “Mi basta fissare una montagna, con il riflesso del sole che la colora come fosse un pittore con il suo pennello… e mi rilasso…”
    Per arrivare al Dreischusterhutte abbiamo azzeccato una splendida giornata: sole splendido e cielo terso; la stradina che porta al rifugio ti permette di attraversare panorami che sembrano usciti da una favola: abbiamo camminato e ci siamo anche fermati lungo il sentiero ad ammirare il paesaggio.
    I bambini non perdevano occasione per cantare e sorridere e a turno suonavano (a modo loro…) l’armonica che porto sempre con me: poi la verde distesa che affianca il rifugio in mezzo ad un girotondo di vette che toccano il cielo e lì in mezzo una folla sparsa sul prato: non capivamo…. poi, avvicinandoci, una lieta sorpresa: la Santa Messa che veniva celebrata in quest’atmosfera insolita e caratteristica, con la cima Tre Scarperi che vigilava sui fedeli.
    Ci siamo fermati anche noi in preghiera e, ad un certo punto, mio figlio ha esclamato: “Guardate! Il signore delle montagne!”… e in quel mentre ho visto nei pressi del rifugio, seduto su una panchina, un anziano signore con la barba lunghissima che sorrideva ai miei bambini… A questo punto, è bastato chiudere gli occhi ed immaginare una favola… che naturalmente riporto così come l’ho raccontata ai miei figli…
    “Il vecchietto era diventato a sua insaputa il signore delle montagne: occhi scuri e sguardo rassicurante, un po’ folletto e un po’ leggenda, porta sempre sul capo un cappello rosso con una piuma verde: egli vigila su tutta la montagna, i ruscelli, le cascate, gli alberi e le rocce, e durante la notte, controlla che il paesaggio sia tutto in ordine per l‘indomani decidendo come sarà il tempo (altro che previsioni meteo…); vive in alta quota e ogni tanto scende a valle a parlare con i bambini per spiegare loro il rispetto per la natura, per la montagna e per il prossimo: a volte vorrebbe custodire anche le città, ma finché la tranquillità non prenderà il posto della frenesia metropolitana degli uomini di oggi ha deciso di rimanere lassù sulle vette più alte della Val Pusteria con gli animali del bosco che gli fanno compagnia e con la speranza che i bambini di oggi riescano a farlo scendere nelle città quando loro saranno diventati uomini…”
    Apro gli occhi e scopro che il signore della montagna (quello seduto realmente sulla panchina che sorrideva ai miei figli) non c’era più e in lontananza scorgo un uomo simile ad un folletto del bosco, con la barba lunga, che sta salendo in cima ad un monte… forse il signore della montagna esiste davvero… il dubbio mi è sorto osservando meglio l’uomo che stava salendo sul monte: portava sul capo un cappello rosso con la piuma gialla…

  • Come comincia: Entro nella sala, riservata nel pomeriggio al ristorante ***, non il più lussuoso e costoso della città, ma comunque di buon livello.
    I miei “allievi” sono già tutti presenti, o forse no. Se ne stanno sparpagliati per la sala a chiacchierare e sorseggiare l’aperitivo.
    Sono giovani, fra i venti e i trent’anni, di varia estrazione sociale, ma tutti benestanti. Vengono ai miei seminari di convivialità per imparare a stare a tavola. Non nel senso di apprendere il bon ton, anche se quello che insegno si potrebbe anche definire tale.
    Io non insegno quali posate e quali bicchieri usare, a seconda dei piatti e delle bevande.
    Elargisco invece perle di saggezza riguardo a come si sta insieme agli altri intorno a un tavolo, imbandito o meno.
    Avete presente quelle tavolate, soprattutto se numerose, dove l’atmosfera dovrebbe essere di allegra convivialità, di rilassato piacere, di gioiosa interrelazione?
    E avete presente quando, nella improvvisata e insufficiente realtà, ci si trova invece seduti, circondati da persone che non “combinano” fra loro?
    È una questione di educazione, di entusiasmo, e di tecnica. Io insegno questa tecnica.
    Prima regola: se ci sono delle coppie, devono separarsi, non devono stare gomito a gomito, sennò finiscono per abbracciarsi e tubare fra loro, escludendo il resto della compagnia, provocando una scissione, una barriera che interrompe il fluire della convivialità.
    E nemmeno devono sedersi uno di fronte all’altra (o altro, non siamo certo omofobi), altrimenti si perdono occhi negli occhi, magari sotto il tavolo piedi fra i piedi, ed è come stendere la rete in un campo da tennis; si creano due versanti, due campi separati, se siedono in mezzo, oppure si crea come un fondo, una direzione morta a un estremo della tavola.
    Seconda regola: maschi e femmine non devono formare gruppi compatti. Non siamo in una chiesa del secolo scorso, siamo qui per interagire e favorire l’interazione fra le persone.
    Terza regola: ognuno deve scambiare parole, gesti e sorrisi con tutti i presenti. Non sono ammesse antipatie manifeste o preferenze esclusive.
    Sono solo tre regole semplicissime. Due di pura strategia dispositiva, l’altra di semplice cortesia, ma che applicate cambiano volto alla dimensione conviviale.
    I giovani qui presenti dovrebbero essere 22 più il sottoscritto, mi vedono arrivare e si zittiscono un attimo. Io li saluto con un generoso sorriso e li invito a sedersi, rispettando la prima e la seconda regola.
    Per qualche secondo c’è un certo trambusto, com’è usuale quando molte persone, per quanto educate, spostano sedie e prendono posto. Fra risatine, battute e qualche moina si dispongono attorno al desco.
    Bene, fra maschi e femmine c’è un discreto equilibrio numerico. Già a vederli, così ben miscelati, si capisce che ci saranno più occasioni di contatto che non se si fossero seduti secondo le abitudini e le attitudini convenzionali.
    Per stare bene a tavola, con altre persone, bisogna averne voglia innanzitutto. Inutile andare a una festa se si ha intenzione di tenere il broncio. Inutile accompagnarsi a molte persone se si vuole stare soltanto con il proprio partner o isolarsi in profonde riflessioni solipsistiche.
    Il cameriere viene a prendere le ordinazioni, ci vuole parecchio tempo. Dopodiché, si prosegue a sorseggiare l’aperitivo e a gustare stuzzichini.
    La mia funzione non è di pormi come un docente, o un giudice. Io sono qua alla pari degli altri, uno fra tanti. Semplicemente, osservo lo svolgersi della cena e vi partecipo. Faccio qualche commento, qualche appunto, a volte prendo anche qualche nota scritta, per sottoporla a fine serata agli allievi.
    Le mie doti dialettiche, la mia naturale socievolezza, l’arguzia che mi contraddistingue fin da giovanissimo, nonché la mia esorbitante cultura, mi permettono di partecipare a qualunque simposio o convivio senza problemi, anzi con la certezza di dare un contributo significativo.
    Uno degli allievi ha iniziato a tenere un comizio su una questione di attualità. Scrivo un bigliettino e glielo faccio avere, passando di mano in mano. La regola è che solo il destinatario deve leggerlo. Gli giunge la missiva, la legge sottecchi e calmiera il suo furore oratorio. Non è bello catalizzare l’attenzione di tutti sulle proprie convinzioni, non siamo qui per fare competizioni oratorie o proselitismo.
    A tavola tutti i discorsi sono, anzi devono essere, ben accetti. Escludendo le sconcerie eccessive e sgradevoli.
    Un altro giovane ha appena raccontato una barzelletta, evidentemente buona, perché metà della tavolata e scoppiata in una fragorosa risata. L’altra metà non ha sentito e non ha potuto godere del momento ludico. Invito tutti a fare un attimo di silenzio e il ragazzo a ripetere la storiella a beneficio di tutta la brigata. Il momento ludico si raddoppia.
    Una coppia di ragazze, evidentemente molto amiche, sta cercando di comunicare, da un capo all’altro della tavolata, gridando e facendo gesti ampi ed agitati. Le rivolgo un’occhiata perplessa, subito pongono fine all’assurda conversazione a distanza e prestano attenzione ai vicini.
    Squilla un cellulare, uno dei più adulti della combriccola, controlla chi sta chiamando, chiede scusa e si alza, allontanandosi verso l’ingresso per non disturbare. Molto bene, apprezzabile educazione spontanea, doppiamente encomiabile in questi tempi di volgare cicaleccio tecnologico, impudente e menefreghista.
    La cena prosegue, di portata in portata. Le vivande sono di ottima qualità e contribuiscono a generare buon umore. Il chiacchierio ha i suoi periodi, i suoi alti e bassi, i momenti di intensità e quelli prossimi al silenzio. Una tavolata ben vissuta non rimane mai in completo silenzio e non eccede mai nel fracasso e nel chiasso corale.
    Suona un altro cellulare, una ragazza controlla e spegne l’apparecchio. Bene, brava, così si fa. Se non è importante, quando si è con altre persone si deve rimandare il contatto.
    Arrivati al dessert, gli sguardi sono già più intorpiditi per le libagioni abbondanti e lo spirito si fa dolcemente eccitato. Arrivati a questo punto, il fervore conviviale ha fatalmente una flessione, è fisiologico. I discorsi si fanno più pacati, anche privati. Ognuno tende a rinchiudersi in una comunicazione privata con il vicino, magari confidenziale. È normale. Provvedo quindi ad evocare un brindisi, per chiudere in bellezza la cena. Un ultimo artificioso slancio comunitario, per non far decadere il convivio nell’apatia. Il caffè e gli amari suggellano l’esperienza gastronomica e sociale.
    È il momento del conto. Si è stabilito prima che si paga “alla romana” ognuno per sé. Questo non vuol dire che ognuno tira la somma di ciò che ha consumato, magari con la calcolatrice. Si fa la media, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato. Niente sarebbe più triste che finire una cena con conti e riporti, resti e competenze.
    Bene. È andata bene. Ci alziamo e prima di uscire, invito i ragazzi a rimanere un attimo, in piedi, intorno alla tavola ed esprimere le loro impressioni. Chi più chi meno si dicono sorpresi piacevolmente. Effettivamente la cena ha avuto un decorso più agile, è stata più proficua e piacevole per tutti. Nessuno è rimasto escluso, nessuno ha fatto il capo banda. La lezione era proprio questa, mostrare come, con pochi accorgimenti e un po’ di buon senso ed educazione, anche una semplice cena riesce a dare il meglio di sé.
    Missione compiuta. Usciamo e ci salutiamo. Qualcuno mi domanda se è possibile fare un’altra riunione conviviale, avrebbe delle persone a cui mostrare l’efficacia dei miei precetti. Do ovviamente la mia disponibilità.
    Torno a casa in taxi, dopo una cena abbondante, con altrettanto abbondanti bevute, non c’è niente di più piacevole che farsi scarrozzare, intorpiditi e rilassati, da un autista professionista.
    Passando davanti a un ristorante, noto un folto gruppo di persone che ha appena finito di cenare. Si salutano di malavoglia, alcuni sbadigliano, altri fanno la faccia disturbata. È chiaro che questo gruppo avrebbe bisogno di una lezione del professor Edgardo Palombi, Maestro di tavola.

  • 16 novembre 2009
    Il vecchio violinista

    Come comincia: I suoi passi, stanchi, lo portavano incontro al vento freddo che avvolgeva la montagna, ma, nonostante ciò, il suo ardente desiderio lo spingeva a provare ancora una volta quella momentanea sensazione di benessere che aveva provato molti anni addietro, quando le sue dita ancora inesperte si muovevano incerte sulle corde del suo amato violino… Questa volta era lì da solo, per suonare alla montagna che lo aveva visto bambino ed ora lo ritrova scavato dal tempo… Lei era lì, imponente come sempre, incredibilmente uguale a quei lontani giorni d'inverno, pronta ad accogliere la volontà del vecchio musicista… Il profumo dei fiori di montagna lo circondavano di ricordi, di volti che il tempo aveva portato via, di emozioni che la vita aveva dato e tolto a suo piacimento, senza spiegargli il perché… Ed i suoi occhi, colmi di lacrime, lasciavano trasparire che quel momento stava sussurrando al suo cuore, al cuore di un vecchio che per l'ultima volta voleva suonare alla sua montagna…
    Si fece coraggio e le andò incontro, con il suo strumento d'arte tra le mani infreddolite… Bach ora risuonava nel tempo, trasportato dal freddo vento montano, poiché il vecchio ricordava a meraviglia quella sublime composizione… I brividi causati dalle infinite emozioni si facevano spazio tra quelli nati dal grande freddo e si mescolavano tra loro ricordando all'uomo, quasi cinicamente, che molti inverni erano passati sulla sua pelle… Era riuscito nel suo intento, ma sapeva bene che quella era l'ultima volta che la Montagna gli avrebbe permesso di suonare per lei, qualcuno lassù aveva già deciso che non si sarebbero più incontrati…

  • 16 novembre 2009
    Ultimo

    Come comincia:

    “Nell'acqua il detersivo sommerge il petrolio
    Tutto sussulta nella scia
    Della grande nave del progresso
    L'equipaggio non riesce a trovare il freno
    I clacson strombazzano
    L'ammiraglio grugnisce ordini
    I sottomarini bollono negli oceani
    Mentre gli eserciti combattono con gli astri.”
    Joe Strummer – Ghetto defendant.

     

    Lunedì.
    Erano già le nove e un quarto. Saltai fuori dal letto imprecando contro me stesso. Diedi un’occhiataccia alla radiosveglia sul comodino. Non aveva suonato. Sta stronza.  Lampeggiava segnando “0:00”, ricontrollai il mio orologio da polso, le nove e un quarto.  - Il temporale. Sussurrai mentre accendevo il cellulare. Composi il numero dell’ufficio per avvisare Cristina del mio ritardo, mi misi davanti alla finestra della camera da letto e guardai fuori. Era una bella giornata di Ottobre, il cielo era limpido e nel giardino di casa i passeri cinguettavano felici. Il cellulare non riusciva a chiamare. Non c’era campo.
    - Ma se hai sempre preso qui in camera, razza di uno stronzetto cinese! Gridai guardando il mio telefonino ultima generazione.
    Scesi le scale che portavano al soggiorno, mi sedetti su divano per chiamare l’ufficio dal telefono di casa. Squillava a vuoto, Cristina non rispose. Provai altre due volte. Niente. Cercai di nuovo di chiamarla, stavolta sul suo cellulare, ma niente, quel dannato telefonino non prendeva. Cercai di capire come mai i ragazzi non erano già in ufficio, mi precipitai verso il televisore cercando un notiziario.
    - Ma cosa cazzo succede? Dissi ad alta voce guardando lo schermo nero del mio tv al plasma. In tele non c’era niente. Girai tutti i canali.  Il nulla. Sulla Rai c’era una pubblicità di un detersivo per lavatrici che si ripeteva all’infinito. Provai a malmenare il televisore, ma non ci fu nessun cambiamento, anzi, l’immagine della donna che strappava una camicia si oscurò improvvisamente, come era successo con tutti gli altri canali. Mi grattai la testa in preda allo sconforto, poi mi diressi verso il PC portatile nuovo di zecca poggiato sul tavolo in cucina. La luce del sole entrava prepotente in casa mia facendo risplendere il piano di granito rosa della mia cucina. Accesi il PC. Connessione fallita. Riprovai. Connessione al computer remoto fallita. Gettai il computer a terra imbestialito. Si ruppe in due. Mi sedetti in poltrona guardando fuori, confuso. Riprovai a chiamare in ufficio. Ma nessuno rispose. Mi alzai e tornai in camera da letto. Misi la tuta della Nike che mi regalò Katia al mio compleanno, indossai le scarpe da footing e scesi di nuovo. Uscii fuori di casa guardandomi intorno, alla ricerca di un vicino o la signora Cadetti, la classica vicina che non si fa mai i cazzi suoi, ma non vidi nessuno. Mi incamminai lungo il viottolo tra i cespugli potati a forma di coniglietti e le edere rampicanti. Arrivai di fronte a casa di Michela. La mia bella vicina di casa, capelli rossi e occhi verdi, una bomba sexy. Si era appena trasferita da Milano, ma avevamo già avuto modo di conoscerci molto intimamente. Una sera andai da lei perché avevo finito il sale, ma quello che ricevetti fu molto di più.  Mi aprì la porta in accappatoio, aveva appena finito di farsi la doccia. Neanche il tempo di presentarmi che ero già sdraiato sul divano con lei seduta sulla mia faccia. Quella era il tipo di donna che faceva per me.
    Suonai il campanello per un minuto. Ma non venne nessuno ad aprirmi. Feci lo stesso con il campanello dei Moetti, dei Giannini e dei Calendri. Nessuno di loro era in casa. Tornai indietro e uscii dal cancello che delimitava il residence. La strada, solitamente trafficata specialmente alle dieci di lunedì mattina, era deserta. I negozi dall’altra parte della strada erano tutti chiusi. Mi misi al centro della strada e guardai in giro.
    - C’è qualcuno? Gridai. Gridai. E ancora gridai.
    Nessuno. Ero solo. Solo nel mio quartiere, ma avevo l’impressione di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un pesce fuor d’acqua. Attraversai la strada e mi diressi verso il bar dove facevo colazione. La porta era aperta, da dentro proveniva il ronzio di una radio priva di segnale. Chiamai il proprietario del locale.
    - Luciano. Chiamai.
    Il bar era deserto. Le luci accese, la macchina del caffè era calda.
    Ci fu una scossa di terremoto, alcune tazzine caddero a terra e la luce andò via per una frazione di secondo.
    Bestemmiai.
    Mi diressi verso il bagno del locale, non vi era nessuno, poi mi voltai verso la porta che portava alla cantina, sentii un rumore soffocato, quasi un rantolo, decisi di andare a vedere. Accesi la luce, ma le scale che portavano nello scantinato erano comunque poco illuminate, più scendevo e più il rumore si faceva nitido. Era un rantolo. Cercai di guardare tra gli scatoloni, tutto era in disordine, alcuni sacchi di caffè erano a terra rotti, sembrava che qualcuno avesse lottato. Spostai alcune scatole per passare e appena lo feci vidi Luciano con la faccia a terra, in una pozza di sangue. Era lui che rantolava agonizzante. Mi chinai su di lui. - Luciano, sono Sergio. Cosa è successo? Gli chiesi cercando di rigirarlo verso di me. Lui sbiascicò qualcosa di incomprensibile.
    - A…n…i..e..ni… Sussurrò. Io gli girai il viso verso di me per capire cosa stesse dicendo, ma vomitai appena vidi che l’altra metà del suo volto gli era stata strappata, riuscivo a vedere il suo teschio nitidamente. Era solo leggermente sporco di sangue ma era una scena da film del terrore. Non capivo come qualcuno avesse potuto recidere così nettamente la sua carne per poi asportarla con tale precisione. Vomitai di nuovo.
    -Vado a cercare aiuto. Dissi asciugandomi la bocca con la manica della tuta. Lui rantolò di tutta risposta. Mi girai verso le scale e fu allora che capii.
    Rimasi paralizzato dalla paura, dallo stupore. Erano alti due metri. La pelle verdastra, la testa ovale, come quelle degli alieni di Roswell. Solo più lunghe e acuminate. Erano alieni. Cazzo.
    - Stai fermo. Mi disse, ma la sua voce non uscì dalla bocca. Uscì direttamente dal suo cervello per entrare nel mio. Poi si girò verso il suo simile e gli fece un cenno. Poi si rivolse di nuovo a me. - Questo pianeta è nostro- Mi comunicò- e tu se l’ultimo rimasto. Disse.
    Si stava avvicinando. Non camminava, fluttuava a dieci centimetri da terra. Il suo odore era acre e forte.  Si fermò davanti a me.
    - Voi non avete cura di questo paradiso. Disse aprendo il palmo della grossa mano verdastra. Notai un piccolo foro proprio al centro, pulsava. Io mi inginocchiai, piangendo, ma l’unica cosa che riuscii a dire fu: - Scusateci.
    Dal palmo uscì un piccolo fascio di luce che mi colpì dritto al petto, sentii la mia carne bruciare e poi il mio cuore smise di battere. Con me si estinse la razza umana.
    Senza troppo rancore.
    Senza ipocrisia.
    Senza gloria. Io non li biasimo.

  • 16 novembre 2009
    Vi presento Harvey

    Come comincia: Prima di farlo ci ho riflettuto a lungo e con molti ripensamenti. Intendo dire che non è stato facile decidere di rivelare ad altri l’esistenza di Harvey nella mia vita o, più precisamente, nei miei dormiveglia. La prima volta che l’ho visto è stato un mese fa, all’una di notte, improvvisamente, nella mia stanza da letto. Premetto che, per addormentarmi, ci metto sempre un sacco di tempo. Innanzitutto non vado mai a letto prima di mezzanotte poi, spenta la luce, passo una buona mezzora a dimenarmi tra pensamenti vari che vanno dalle sciocchezze più evanescenti ai grandi interrogativi sull’esistenza umana e dintorni. Lentamente, dopo un po’ di questo inutile peregrinare della mente, scivolo sempre in uno stato di rassicurante dormiveglia, finalmente libero da ogni obbligo di razionalità, con il subconscio che comincia a prevalere e a trascinarmi in spazi e dimensioni senza senso ma così piacevoli e strambi da far sembrare la realtà una noiosa incombenza. In compenso, una volta addormentato, dormirei per dodici ore consecutive; ne sa qualcosa la mia sveglia costretta a squillare, ogni mattina, così a lungo, da richiedere un ricambio della batteria almeno una volta al mese.
    Dunque, veniamo al fatto. In una notte dello scorso mese (mi pare fosse un giovedì), ero da poco sprofondato nel tepore del mio rituale dormiveglia quando un tossicchiare indiscreto mi richiamò improvvisamente allo stato cosciente e razionale. Aprii gli occhi e intravidi, con l’aiuto delle tenui luci provenienti dalla finestra, la sagoma di qualcuno seduto sulla poltrona posta ai piedi del mio letto.
    “Chi è là?” esclamai con voce roca, malamente controllata, sobbalzando dal letto.
    “Ssshh… sono un amico.” mi rispose una voce calda e tranquillizzante.
    “Un amico? Che amico? Come hai fatto ad entrare?”
    “Ehi…ehi, piano con le domande. …Ti ripeto, sono un amico. Se fossi un malintenzionato venuto per farti del male l’avrei già fatto, no?”
    La conclusione non faceva una grinza ma non spiegava affatto come il titolare della voce avesse potuto entrare in casa mia superando allarme e chiavistelli. Mi girai quindi di scatto, accesi la lampada sul tavolino e lo vidi. Seduto sulla sedia, vestito con una lunga tunica grigia chiusa fino al collo, capelli folti e bianchi come la neve, un uomo di settanta, forse ottant’anni, mi guardava con aria sorniona e un sorriso incredibilmente fanciullesco che illuminava un viso pieno di rughe profonde ed espressive.
    “ Insomma, chi sei - riuscii a chiedere ricambiando istintivamente il suo confidenziale “tu” – e come sei riuscito a entrare a casa mia?”
    “Precisiamo: in non sono ‘entrato’. Semplicemente sono apparso. Ecco tutto.”
    “Sei un fantasma?” chiesi con tono turbato.
    “Ma come ti permetti? I fantasmi sono anime in pena. E io ti sembro in pena?”
    “No, no… tutt’altro. Sei, per caso, un Angelo?... Un Angelo custode?” chiesi speranzoso.
    “Per carità. Un lavoro che non farei mai.”
    “Un lavoro?… Che lavoro?” chiesi perplesso.
    “Quello del custode. Ma ti rendi conto? 24 ore su 24 appiccicato a un tizio qualunque cercando di proteggerlo senza che lui possa vederti e sentirti! Per carità, roba da sfinimento! Passi se ti capitassero tipi divertenti e brillanti come Groucho Marx o Bernard Show. Magari libertini e sporcaccioni come Casanova e Henry Miller, ma se ti capita uno pedante, noioso e magari pure …longevo! No, non è roba per me!”
    “Ma scusa, allora chi diavolo sei? Che ci fai qui da me?”
    “Non l’hai ancora capito? Sono un tutor di formazione. Per la precisione, un tutor di seconda classe.”
    “Un tut…? Ma che cavolo significa?”
    “Significa che il tuo Angelo custode – quello vero - ha segnalato a chi di dovere, lassù, che sei un tipo che ha alcune qualità degne di nota ma allo stesso tempo assolutamente incapace di svilupparle …di esprimerle…”
    “E se sono così incapace perché mandarmi un tutor di seconda classe? Non era meglio uno di prima?” obiettai di getto, pentendomi subito dopo per paura di averlo indispettito.
    Con sollievo lo vidi sorridere: “Guarda che la seconda classe non è un titolo di demerito. È solo una questione di anzianità.”
    “Di anzianità? Avete pure un sindacato?”
    “No, ma un regolamento sì. Noi tutori siamo esseri umani passati a miglior vita che, per capacità, esperienza e saggezza dimostrata durante la vita terrena siamo stati chiamati ad aiutare gli angeli in particolari casi come il tuo.”
    “Dunque tu sei alle prime armi?”
    “Ma nemmeno per sogno. Devi sapere che quando si viene chiamati a questo compito si comincia in terza classe. Dopo venticinque anni e cinquantamila ore di tutoraggio si passa in seconda e dopo cinquant’anni e centomila ore, in prima. Se tutto va bene con te, sarò elevato a tutor di prima classe proprio alla fine di quest’anno.”
    “Caspita, mi sento onorato. Ma a me, tutto questo sembra solo un sogno bislacco!” esclamai scuotendo il capo e dandomi un pizzicotto sulle guance.
    “Guarda che non stai affatto dormendo. Ti assicuro che è tutto vero e devo anche dirti che se continui nel tuo scetticismo renderai il mio compito molto più difficile.”
    “No… no, aspetta…fammi capire meglio” dissi trafelato per paura che sparisse.
    “Va bene, cos’è che vuoi sapere?”
    “Beh, intanto, il tuo nome visto che il mio lo conosci di certo.”
    “Mi chiamo Harvey.”
    “Harvey? Che buffo nome! Era il tuo da vivo?”
    “No, è il nome di un coniglio.”
    “Di un coniglio? Te l’hanno imposto …. Lassù?”
    “No, l’ho scelto io.”
    “E perché dici che è il nome di un coniglio?”
    Lo sentii sbuffare prima di rispondermi.
    “Perché era il nome del grosso coniglio che appariva a James Stewart in un film che si intitolava appunto Harvey. Era il 1951 ed è stato l’ultimo film che ho visto poco prima di morire.”
    “Dunque, lassù ognuno può scegliersi il nome che vuole?”
    “Sì, purché non sia contrario alle tre Regole Divine.”
    “E quali sono?”
    Harvey assunse un’espressione niente affatto benevola.
    “Insomma, adesso basta con le domande. Se lo meriterai, te le svelerò un giorno.”
    “Un giorno? Significa che d’ora in poi starai sempre con me?”
    “Scherzi? Non ci penso neppure. Questo è il compito del tuo Angelo custode. No, io verrò a trovarti di tanto in tanto, diciamo una… due volte al mese. Sai, un tutor deve occuparsi contemporaneamente di un numero considerevole di allievi. Ora, ad esempio, ne ho sedici te compreso.”
    “Tutti con gli stessi problemi?”
    “Oh no, tutti diversi l’uno dall’altro.”
    “Per esempio?”
    “Mi spiace ma non posso parlare degli altri. Posso però dirti di te e dei motivi che hanno portato il tuo Angelo custode a richiedere l’intervento di un tutor.”
    “Ecco, appunto, il mio Angelo! L’hai incontrato?”
    “Certo che l’ho incontrato. Si fa sempre in questi casi.”
    “Ah, sì? Allora dimmi: secondo lui… o lei… a proposito, di che sesso sono gli angeli custodi?” mi scappò di chiedergli all’improvviso.
    Harvey mi guardò con aria di rimprovero:
    “Ecco, basterebbe questa domanda per spiegare il perché Andry ha richiesto che intervenissi.”
    “Andry? E chi è Andry?”
    “Il tuo Angelo custode.”
    ‘Mi ha fregato’, pensai, rinunciando a chiedere se, in questo caso, Andry fosse un nome maschile o femminile.
    “Okay, ho capito, ma qual è stato il vero motivo che ha portato il mio Angelo a chiedere per me un intervento tutoriale.”
    “La tua indolenza.”
    “Indolente io? Ma se di giorno lavoro, e di notte sono una fucina di riflessioni e fantasie.”
    “Ecco, appunto! È proprio delle tue riflessioni e fantasie che dobbiamo parlare. Andry dice che esse partono sempre con buoni propositi ma poi ineluttabilmente si disperdono e diventano evanescenti. Insomma, che mancano di spessore e finalità e siano un inutile divagare della mente privo di ogni valore…”
    “Valore? Che genere di valore o finalità possono avere le mie fantasie?”
    “Ma non capisci? Andry dice che tu hai un certo talento, ma che il modo con cui gestisci le tue fantasie è indegno di te e delle tue potenzialità. In altre parole che devi impegnarti di più per poter finalmente dare il tuo infinitesimale contributo al MUME…”
    “Ehi, non cominciamo con le sigle. Cos’è ‘sto MUME?” chiesi incuriosito.
    “È il Museo Universale della Memoria Eterna. Lassù si vuole che tutti partecipino per quel che possono alla costruzione di questo Museo. Per un Angelo custode è difficile accettare che un proprio protetto, con grandi potenzialità come te, non riesca ad aggiungere nulla, nemmeno un piccolo codicillo. Capito?”
    “No, ma secondo te cosa dovrei fare?”
    “Semplice: dovresti dare maggior valore alle tue lepide fantasie, approfondendole e arricchendole al massimo delle tue possibilità…”
    “Va bene, ma come?” incalzai nervosamente.
    “Mettiamola così: io so che a te piace la leggerezza, l’ironia, il gioco verbale, il paradosso, vero?”
    “Sì, giusto, e dunque?” chiesi soddisfatto della descrizione.
    “Dunque, togli le tue divertite divagazioni dal materasso della pigrizia e falle fruttare nella banca dell’impegno, cerca di inquadrarle in un minimo di ordine estetico e prova a elaborarle e a scriverle. Scrivi, ad esempio un romanzo, dei racconti, un diario. Aggiungi le tue parole a quelle degli uomini illustri senza timori o riverenza…”
    A questo punto Harvey fece una piccola pausa, forse per riprendere fiato, ed io ne approfittai per obiettare: “Sì, io amo mescolare il sacro col profano, il riso e il pianto, lo sberleffo e l’elegia… mi piace l’ossimoro letterario ed emotivo in ogni occasione ma, in questo modo, faccio dei continui guazzabugli di nessun interesse…”
    “Al contrario, mescola pure Peter Pan con Julien Sorel, Woody Allen con Dostoevskij, idee personali con le idee di Platone, le tue confessioni con quelle di Sant’Agostino ma, poi, cerca di finalizzare il tutto a qualcosa che abbia un senso anche per gli altri. È l’interesse delle persone migliori che devi sollecitare; è quello il trampolino di lancio che porta i pensieri verso gli scaffali del MUME!”
    “Senti Harvey – dissi a quel punto - non so quanto io meriti la vostra attenzione ma ti assicuro che ho molti dubbi sulle mie capacità di aggiungere qualcosa a ciò che voi chiamate MUME. Anzi il mio timore è che se il Museo accettasse un mio pensiero rischierebbe di screditarsi.”
    “Lo vedi? – mi replicò il mio tutor sorridendo - lo vedi come ti rifugi subito in angolo? Questo è sbagliato, è da perdenti. Devi sempre ricordarti che ci sono quattro qualità di cui ha bisogno un pensiero per dirsi degno di essere comunicato e conservato nella memoria universale: immaginazione, cultura, significato e sincerità. Di queste tu ne hai solo una: la prima. Se riuscirai a completarla almeno con altre due qualità vedrai che quelli che chiami i tuoi guazzabugli mentali saranno mille volte più ricchi e pieni di significati e cattureranno certamente l’attenzione degli Angeli...”
    “Addirittura! Gli Angeli!” esclamai, tanto per scaricare la tensione.
    “Certo! – ribatté Harvey – tu che hai fantasia sai bene che gli Angeli credono in noi molto più di quanto noi crediamo in loro!”
    Lo guardai perplesso. Non riuscivo ad afferrare il significato profondo di quest’ultima frase. Due erano le cose: o era una verità tanto profonda da essere fuori dalla mia portata o era una cretinata assoluta detta dal mio tutor per mettere alla prova la mia intelligenza. Stavo per chiederglielo, quando Harvey mi anticipò.
    “E con questo, caro allievo, ti saluto. Come avrai capito questo era solo un incontro introduttivo. Ci rivedremo presto e la prossima volta cominceremo a lavorare sul serio. Buonanotte!”
    “Buonan…” Non riuscii nemmeno a ricambiare il saluto che Harvey era sparito nel nulla, così come forse era arrivato. Ma una cosa è certa: quella notte, ci misi molto più tempo ad addormentarmi.
    Ecco, questa è stata la prima volta che ho parlato con Harvey. Ieri notte è stata la seconda. Ma di quello che ci siamo detti in quest’ultima occasione scriverò un’altra volta…

  • 09 novembre 2009
    Naturalmente me stesso

    Come comincia: Fermo, immobile, con le gocce di pioggia che cadono di rimando dagli ordinati aghi di un pino che tenta di proteggermi... Aspettando un cenno, per interminabili minuti... mi soffermo a guardare ciò che la natura mi ha riservato, piccoli eserciti di insetti operosi che si affrettano a trovare ingegnose soluzioni per proteggere il loro giaciglio, noncuranti della mia presenza, si avvicinano mostrandomi tutta la loro naturale bellezza, bellezza pura, inviolata, lungi dall'essere artificiale... si muovono repentini per evitare le gocce di pioggia mentre con il loro peso fanno vacillare le foglie umide... foglie che emanano un profumo intenso, selvaggio, che copre l'odore del mio corpo sudato... L'albero, che mi guarda dall'alto della sua folta chioma, appesantito dall'acqua, si fa vincere e lascia cadere i suoi semi che daranno vita ad altre naturali bellezze... il freddo vento notturno si dà da fare per creare incantevoli danze di foglie che compiono piroette incredibilmente ordinate... comincio a sentirmi partecipe di questo bosco... mi muovo, di qualche metro, quando mi rendo conto che il mio corpo è completamente bagnato ed intriso dai profumi delle foglie morte... sono tutt'uno con la vegetazione, soffro come soffrono le fronde alla pressione del vento e nonostante ciò mi sento a mio agio... E la luna sta sorgendo davanti a me, permettendomi di vedere meglio ciò che mi circonda, la terra bagnata cambia la sua forma e il fiume, che aveva sete, ora comincia ad ingrandirsi e a cantare la sua melodia con l'intento di vincere il rumore della pioggia... ma le due sinfonie si intrecciano in un'Opera celestiale quanto selvaggia, conferendomi la sensazione di essere invisibile al cospetto di tanta bellezza... le mie mani, ghiacciate, mi aiutano a rimettermi in piedi, i rami ammorbiditi accarezzano il mio corpo mentre avanzo nella notte, riconosco le piante dal profumo e sento i passi di un cinghiale infreddolito che incurante del mio passaggio cerca tra la terra umida un pasto prima che sorga il sole...
    Il bosco non è mai lo stesso, i giorni passano e gli alberi cambiano forma, le foglie, che prima erano bagnate, ora si staccano secche dai rami e ricoprono il terreno di uno scricchiolante strato multicolore... gli insetti che prima correvano affannosi ora si muovono guardinghi portando con sé piccoli rametti rossi e qualche seme aperto dal tempo... del cinghiale rimane solo una traccia, un lungo solco che tradisce la sua notturna presenza... i profumi sono più gentili, meno riconoscibili, il venticello diurno riscalda le membra ed asseta il fiume che corre instancabile verso la libertà... la sua voce ora è un sussurro volto a ricordarmi che loro ci saranno sempre in un modo o nell'altro... che io vinca o che io perda...

  • 09 novembre 2009
    Bagliori nel buio

    Come comincia: Sapevo di essere lontano da tutto ciò che avevo vissuto, da tutto ciò che conoscevo, da tutto ciò che ritenevo sicuro e protettivo... Sapevo che lì nessuno mi avrebbe mai aiutato, lontano migliaia di miglia da qualsiasi centro abitato e immerso nella completa oscurità... Ma il cielo era colmo di stelle lucenti, che gareggiavano tra loro per eleggere la più bella, la Nube di Magellano strizzava l'occhio alla Luna che, spiazzata, si allontanava tuffandosi nel mare, la notte non era più sua... Il profumo del mare che si apriva davanti alla poppa mi riempiva la narici ed il cuore conferendomi una sensazione di benessere fuori dal comune e le onde frangevano gentili cullando la barca ed il suo equipaggio... Mi ero portato a prua dove gli schizzi d'acqua arrivavano ad accarezzare il mio viso stanco, e stringevo lo strallo umido tra le mie mani, intento ad ascoltare, ad occhi chiusi, quell'immenso universo d'emozioni che mi circondava e mi cingeva a sé... Capivo ora come mai gli antichi uomini, guardando questi stessi paesaggi, avessero spiegato tutto con le divinità... Ci si sente impotenti, piccoli ed inermi di fronte a tale perfezione, si capisce che tutti i nostri problemi nonché i nostri sentimenti più belli non sono niente di fronte all'infinita grandezza dell'Universo... L'aria era calda nonostante la tarda ora della notte e udivo in lontananza i potenti respiri di un branco di delfini che giocavano a creare incantevoli scie di luce disturbando la passiva noctiluca, io ero lì, ammaliato dai disegni tanto luminosi da sembrare che si fondessero in un tutt'uno con il cielo, davanti a me tanti sentieri verso il firmamento solcati da bellissimi cetacei che, seppur lontani, mi guardavano con sguardo complice e rassicurante. Tanto rassicurante che la voglia di tuffarmi in mezzo a loro mi portò a lasciare la presa ed affacciarmi, noncurante del pericolo, verso il profondo blu... Ma il goffo rumore di un pesce volante approdato sul ponte mi dissuase... Andai a prenderlo e lo feci scivolare nell'acqua mentre il sole preannunciava la sua presenza riempiendo il cielo con incredibili raggi verdi tanto belli quanto inusuali... Fu in quel momento che capii che quell'esperienza mi stava formando più di quanto potesse fare chiunque altro... Ero parte del Mondo...

  • 09 novembre 2009
    Bitch

    Come comincia: “Devi succhiare capito? Suc-chia-re! E muovi quella cazzo di lingua!”
    “Ho capito!”
    Luca ce la stava mettendo tutta ma le cose non erano così semplici come se le era immaginate. L’uomo che gli stava accanto quasi non lo guardava negli occhi e lui era solo alla prese con un pezzo di carne estraneo. Aveva bevuto molti alcolici durante la serata, per trovare il coraggio di mostrare tutta quella indifferenza, quella finta consumata abitualità con qualcosa che invece si era sempre solo figurato nella mente e su cui aveva fantasticato a più non posso. Ora finalmente ci era dentro, con tutta una parata di odori e suoni che non aveva preventivato nelle sue fantasie. E che adesso lo lasciavano sbigottito.
    Sapeva che avrebbe dovuto chiedere i soldi prima di salire in macchina, che di sicuro il primo cliente della sua vita aveva capito di avere a che fare con un non professionista inesperto di cui sicuramente avrebbe approfittato. Intanto ciò che stava accadendo non gli piaceva affatto. Insomma era questo? Tutta quella ansia per un su e giù con la testa su qualcosa di viscido ed alieno? In un romanzo divorato più volte quando era piccolo aveva letto che fare un pompino era come mangiare un bel dessert nel pieno della giornata. Ricorda ora come aveva trovato assai divertente quella frase.
    Nel frattempo intorno all’automobile, nel luogo dove l’uomo aveva parcheggiato, si andava addensando un’oscurità nebbiosa che lanciava scampoli di luce evaporati pian piano. Voleva tornare alla sua esistenza e lasciarsi alle spalle le fabbriche fumanti che lo circondavano. Questo ottenere qualcosa e poi scapparne sarebbe stato il marchio perenne del suo agire. Presto stanco della sua stessa sete di vita.
    “Ok andiamo” aveva detto finalmente l’uomo, mettendo subito dopo in moto la macchina con fare annoiato. Viaggiarono in silenzio, Luca con lo sguardo al di là del finestrino, fisso sull’architettura industriale che gli sfrecciava sotto gli occhi, grigia e lunare. Il tipo che gli stava accanto semplicemente guardando avanti. In pochi minuti arrivarono davanti alla stazione e l’uomo fermò l’auto esattamente nello stesso punto dove si erano incontrati un’ora prima. Non spense nemmeno il motore ma attese solo che Luca scendesse.
    “I soldi?”
    L’uomo non rispose. Dalla sua espressione sembrava si fosse scordato del “patto mercenario” che era incorso tra loro due. Addirittura pareva infastidito dal dovere avere a che fare con quel genere di discorsi. Poi, per la prima volta dopo che erano ripartiti, lo guardò.
    “Te ne do 30, cinquanta non ne vali”.
    “Avevamo detto 50”.
    “Mi spiace posso dartene solo 30”.
    Lo sapeva che sarebbe andata a finire così. Era arrabbiato ma non sapeva che fare. Non capiva se doveva insistere, magari diventando anche più aggressivo, più sicuro di se e costringerlo ad assolvere al suo debito, o cedere, accelerando il processo di ritorno alla sua vita consueta e lasciandosi alle spalle quello che era successo. Alla fine prese i soldi che l’uomo gli tendeva dalla mano e scese dall’auto sbattendo la porta. Non aveva più voglia di pensare a lui, al suo accento fastidioso, al suo odore estraneo e triste. Restò con la consapevolezza che la sua prima e forse unica prestazione “professionale” della sua vita aveva deluso il cliente. Insomma la sua bocca non valeva neanche 50 euro.
    Improvvisamente la cosa lo divertì parecchio e, allontanandosi, un largo sorriso comparve sul suo viso mentre tastava nei pantaloni, la leggera consistenza del primo “onorario” da puttana della sua vita.

  • 09 novembre 2009
    Meteore indimenticabili

    Come comincia: Ci sono persone che passano nella nostra vita come meteore, ma lasciano una scia incancellabile di ricordi.
    Ad una di loro voglio dedicare queste righe, con tutto l'amore di cui sono capace.
    Parlo di una donna, una donna che fisicamente non ricordo praticamente per niente, ma che ha segnato profondamente la mia vita: mia nonna paterna.
    Come dicevo ricordo poco di lei: ricordo le smorfie di dolore, dovute al trigemino che le stravolgevano il volto, per altro bellissimo.
    Si era bella, di una bellezza d'altri tempi, estremamente elegante, magra, alta!!
    Ricordo due occhi perennemente velati, a volte malinconici, a causa della malattia si, ma anche e soprattutto per le troppe sofferenze sopportate, ma li ricordo anche incredibilmente vivi.
    Un sorriso appena accennato, ma che scaldava il cuore!!
    Di lei, soprattutto, ricordo l'amore.
    Ho dato a mia figlia il suo nome, perché volevo che ne ereditasse il coraggio, l'integrità, l'onestà.
    Sto parlando di una donna che ha perso due bambine in tenerissima età e la terza a 12 anni a causa di un'appendicite divenuta peritonite, ma che ne è venuta fuori, pur con il cuore segnato per sempre.
    La stessa donna che ha messo la sua vita nelle mani di una sentinella, all'Ambasciata Tedesca, quando scuotendola ed urlandogli contro domandava di poter parlare con i responsabili per avere notizie del figlio maggiore.
    Urlava nonna e quel ragazzo, che aveva capito la situazione, ha provato a calmarla..... "mamma, ti prego, stai buona, vai a casa..... mamma vai a casa!!!" le ripeteva in un italiano stentato, ma comprensibile.
    Una donna che dopo la strage delle Fosse Ardeatine ha preso per mano il figlio minore, mio padre, ed insieme a lui è andata a cercare l'altro figlio, tra i cadaveri. Si, perché zio era stato arrestato, era a Via Tasso, esattamente nel braccio da cui furono poi prelevati e portati alle Fosse Ardeatine gli altri. Nessuno si era preoccupato di informarla che il figlio era stato deportato in Germania solo poche ore prima.
    Quell'episodio, mi raccontava mio zio, ha cambiato mio padre, lo ha reso diverso per sempre, gli ha tolto la voglia di ridere.
    Quella donna, quando nacqui, era capace di togliere la mia magliettina dalle mani di mia madre, mentre mi faceva il bagnetto, di mettersela sul seno solo per scaldarla..... "non facciamo prendere freddo a questa bambolina" erano le sue parole alla richiesta di spiegazioni di mia madre.
    Dicono che, fisicamente, la ricordo, ma guardando una sua vecchia foto, al matrimonio dei miei genitori, vedo un'unica somiglianza tra me e lei: gli occhi, quelli si, in quelli mi ritrovo.
    Non mi dispiacerebbe somigliarle, non per la bellezza, non mi interessa, ma per l'eleganza, per il fascino che emanava... per la sua bontà e la sua generosità.
    Vorrei avere il suo coraggio e la sua forza!
    E' mancata che io avevo dieci anni ed inevitabilmente molte delle cose che ho scritto mi sono state raccontate, ma il suo amore l'ho toccato con mano, nonostante stesse male... nonostante non fosse più lei a causa della malattia che la stava distruggendo...
    Chiudo con un mio ricordo, questo non mi è stato raccontato, questo lo ricordo io.
    L'ultimo periodo stava sempre peggio, dimenticava tutto, mettendo in pericolo anche me e mia sorella che le stavamo sempre vicine. Una notte l'ho sentita piangere... e quando papà le chiese che cosa fosse successo lei ha risposto: "Gino, voglio morire, non posso più vivere in questa maniera... lo capisci, potrei far del male alle mie nipotine ed io non potrei mai perdonarmelo..."
    Ce le ho impresse con il fuoco nella mente quelle parole... non le dimenticherò mai... non ti dimenticherò mai nonna!

  • 09 novembre 2009
    gli amanti

    Come comincia: Caro, caro dolce amore...
    non so nemmeno quanto abbia senso scrivere, ma forse lo trovo nel momento in cui che tu legga mai o no questa lettera, io sono qui che la scrivo e lascio che quello che sento, prenda una sua forma.
    Questo scritto non ha il senso di un rimprovero, né tanto meno quello di un giudizio..., rappresenta piuttosto una di quelle sfere di vetro in cui di solito scende la neve su una piccola Chiesina e sui monti, solo che invece di esserci dentro un paesaggio c'è immerso ogni mio più piccolo sentimento, emozione, disappunto, rabbia, vergogna, insicurezza, forza... amore, quello che non ti ho ancora dato e che forse non ti potrò dare mai. Il tutto si mescola in quel liquido ed ogni volta che lo agiti, l'intero si interseca con un latro intero e poi un altro e poi un altro ancora. Non esiste più niente di nitido, solo sfumature, ma ben delineate sempre, e in qualsiasi momento.
    E' il bisogno di dirlo a qualcuno, è il bisogno di tirare fuori questa esplosione di colori e non colori. Esistono anche qui dentro toni vivaci, ma anche più scuri. Niente impedisce di amare entrambi. Le palpebre si chiudono e tutto ha inizio un venerdì sera qualunque, in un posto monotono e qualunque. Il posto dove meno ti saresti aspettato, perché fino a quel momento ogni sacro santo venerdì non aveva dato nessun colpo di scena. Ci sono poche persone o forse no. Ma dal momento che quegli occhi si sono infilati prepotentemente nei miei, di cosa sia successo intorno non ricordo più nulla. Una linea nera li contorna perfettamente, ma così perfettamente che è inevitabile chiedersi se siano finti, oppure rappresentino qualcosa di raro, magnetico e prezioso. Non mi ero accorta di altro, fin quando il tuo sorriso mi ha lasciata per un attimo senza fiato. Era piacevole parlare con te, anche se malizioso, dubbio, fastidioso, malefico... tremendamente affascinante.
    Ogni tua parola è diventata un'inebriante corda leggermente pizzicata, che, con grande destrezza, lasciava uscire dalla tua bocca ben fatta, suoni solleticanti e suadenti per tutte le particelle che ricoprono l'epidermide. Ed io pensavo:" Suona...suona ancora". Mi sono sentita così... uno strumento maneggiato da un musicista attento e accorto. Ho fatto l'amore con te nella mia mente, in quel momento, in quegli sguardi, in quelle provocazioni verbali a cui mi sottoponevi, in quell'atmosfera, in quelle posizioni, uno di fronte all'altra... semplicemente... uno di fronte all'altra... Quando ti sei alzato, quando sono entrata per andare verso il bagno, e appena uscita ti ho trovato, perché sei venuto a cercarmi, gli occhi hanno continuato a godere della nostra immagine insieme. Ogni vibrazione... un'emozione nuova. Ogni abbassamento di palpebre...uno stato di nuova rassegnazione... ogni battito di palpebre, un secondo in più rubato alla tua visione.
    Non abbiamo niente in mano. No abbiamo niente. Vogliamo stringerci dentro qualcosa che non possiamo avere a metà. Dobbiamo rimanere a mani vuote, solo per proteggere tutto quello che ho vaneggiato fino a d ora. Non voglio condividerlo con nessuno questo. Voglio che sia solo mio. Solo tuo.
    Se devo rinunciare a riempirmi le mani e a girare la clessidra, allora preferisco rimanere a mani vuote. Voglio solo immaginare quello che "avrei" potuto stringere. Almeno così nessuno potrà strapparmelo. Nemmeno tu, amore mio. Vedere che il tempo passa non fa bene a nessuno dei due, ma la clessidra al contrario di quel che si pensa non ha solo due mosse... posso sempre bloccarla a metà... ruotandola di mezzo giro soltanto, lasciando quel tempo in bilico, per sistemare quello che più mi preme. Spremo ogni fatica che fai, e quelle che faccio, ed ogni volta riesco a pensare che ne è valsa la pena. Mi sono spinta oltre limiti al di là dei quali non credevo avrei mai potuto... Provo cose che fino a ieri non sapevo che esistessero. Sono in balìa di una situazione che non so prendere in mano, che mi annebbia la mente e i terminali nervosi, mi lascia in uno stato confusionale e di leggerezza d'animo che mi impedisce di trovare dentro di me delle risposte certe alle mie domande. Questo mi fa credere di amare in un modo nuovo, a me sconosciuto... qualcosa che finora non avevo mai toccato, e nemmeno sfiorato.
    Ho sempre amato. Ho amato qualcuno per la sua bontà, qualcun altro perché avevo sedici anni e dovevo dimostrare a mio padre che le persone possono cambiare. Ma questa volta non è così. Amo perché amo.  Amo tutte queste cose e non le so spiegare. Amo il sacrificio per averti. Amo i tuoi difetti, le tue insicurezze, la tua presunzione, la tua stupida gelosia, la tua leggerezza nel non dare importanza a certe cose, perché so che in fondo quell'importanza la dai a d altre. Il tuo modo di non affrontare le cose per paura di far male, anche se rasenta la vigliaccheria. Trovo risposte e giustificazioni ad ogni tuo comportamento, perché io ti capisco, anche se non ti condivido, perché "ti conosco" anche se non ti conosco... Non c'è storia più romantica di quella degli amanti... fatta di amore e di addii... perché sai che ogni volta non è mai l'ultimo...
    Addio amore...

  • 09 novembre 2009
    Per sempre

    Come comincia: Adesso a raccontarla è facile.
    Ma allora, non ci credevo; credevo che sarebbe durata per sempre, mai finita, si dice così, vero, a diciotto anni?
    Dovevano essere le 7 appena suonate, sette di mattina in un giorno di primavera.
    Sai com'è la primavera in città: ti scoppia in anima, ti brucia gli occhi e non ti si stacca più di dosso.
    Così con questa primavera in testa me ne andavo in fabbrica senza sbadigliare e restavo affacciato al finestrino aperto del tram.
    L'ho vista allora, camminava sul marciapiede, e l'ho guardata bene.
    Non perché avesse qualcosa di particolare, non era neanche tanto bella: vestiva come tutte le altre ragazze, portava i capelli lunghi come tutte le altre ragazze, ma aveva qualcosa in più.
    Che le altre non avevano.
    Due occhi puliti, una faccetta chiara ed un'aria di serenità che mi faceva invidia.
    Ho incrociato i suoi occhi: libertà ho visto e mi sono lasciato avvolgere dalla meravigliosa sensazione.
    Forse perché era primavera, forse perché avevo diciotto anni e lei era piccola e giovane, ho sorriso, mi ha sorriso di rimando, un sorriso aperto, libero e mi ha salutato con la mano.
    Dove andava, cosa faceva, non so.
    Sono sceso di corsa dal tram e le sono andato dietro, lei mi aspettava:
    - Mi chiamo Luigi, e tu? - le ho detto.
    - Mi chiamo Silvana.
    Così ho incontrato Silvana, io credevo fosse per sempre, quando si è giovani è facile dire grandi parole.
    Adesso che ci penso bene, ricordo le nostre giornate insieme, per quelle strade d'asfalto senza verde e per quei prati molli dolci caldi come le labbra di Silvana ed il suo sorriso, la sua voce.
    Parlava di grandi cose, io dicevo grandi parole: meccanico in fabbrica, lei dattilografa in agenzia.
    Grandi sogni, a diciotto anni.
    Per sempre.
    Non mi ha tradito Silvana, né io l'ho tradita.
    Ma la speranza, ci è mancata: speranza per andare avanti, per continuare a camminare nelle nostre strade di gente, speranza per accettare di avere problemi e difficoltà come tutte le altre persone.
    Ci è mancata la speranza di volerci bene per sempre, anche dopo la prima volta, anche dopo la prima stanchezza e le incertezze e le incomprensioni.
    Perché è facile dire "ti amo" ad una ragazza coi capelli lisci e lunghi che ti si sdraia calda addosso.
    Ma è difficile pensare "ti voglio bene" quando la novità è finita, quando il quotidiano ti assilla, quando l'abitudine serpeggia, insieme ai problemi banali: non ho i soldi per l'affitto,  non mi capisci,  i tuoi problemi non mi toccano...
    E' difficile voler bene.
    Ci è mancata la speranza di volerci bene, a me e Silvana.
    Questo, ormai, è un ricordo vecchio.
    Ma ancora mi gira in anima, non si lascia inquadrare, non si lascia catalogare, come farò, mi chiedo.
    Nel tempo che è passato, ho fatto carriera, guadagno bene, ho famiglia, due figli.
    La gente che mi conosce dice di me che sono un uomo "arrivato".
    Ma dove?
    Ho mancato il colpo dei miei vent’anni e sono condannato a portarmi in anima questo ricordo ribelle ed il rimorso di non aver saputo voler bene.
    E questo rimorso, adesso ne sono sicuro, è per sempre.

  • 09 novembre 2009
    Fantasmi nella notte

    Come comincia: Ascolta..... ragazza sperduta in quest'infinito.
    E' notte, ogni cosa intorno è spenta e tace.
    Nel silenzio, dolcissimo, altre sensazioni di un mondo totalmente sconosciuto ma intrinseco con i nostri giovani spiriti, vivono con suoni e colori in dimensioni parallele e niente è ciò che sembra. Attimo fugace, come un fiore che sbocciando muore, in questa notte t'amo per non amarti più.
    Noi due siamo come fantasmi nella notte, anime vaganti in cerca d'amore, muovendoci insieme, in trasparenza, candidamente invisibili, ci avviciniamo piano per non aver paura nell'oscurità.
    Noi due fantasmi nella notte, solitari astri dispersi nel grande firmamento lassù, senza tempo e senza storia, rapiti dall'oblio, misteriosamente avvolti dalle tenebre, angeli di questa giovinezza. Magicamente lontani dal flusso impetuoso della multanime esistenza, noi due non avvertiamo più il battito sconfinato dell'infinito come orrenda solitudine e mistero interminabile. La realtà ci appare come un susseguirsi di fantasmi vuoti e meccanici ed ogni residuo di tristezza si smarrisce del tutto o vibra remoto in un placamento soave.
    Ragazza sconosciuta! sei bella tra le ombre, sei più bianca della luna, il tuo viso brilla come una candela...
    Lascia questa mia mano che hai stretto così fugacemente questa notte.
    Alle prime luci dell'alba le nostre strade si divideranno per non ritrovarsi mai più.
    Abbiamo acceso un fuoco in noi che il vento della vita che fugge spegnerà presto.
    Non dimenticarmi ovunque sarai, io non ti dimenticherò ovunque sarò anche se resteremo per sempre fantasmi nella notte.

  • 09 novembre 2009
    Il vuoto di un pagliaccio

    Come comincia: Ti aspettiamo e ora che entri in scena, indossa la tua maschera, con quel grosso sorriso stampato sul viso ed il trucco che ormai fa parte di te. Nella voce e nei gesti, un po' mimo e un po' attore, sai far tacere il tuo cuore, t'illudi di tornare bambino, dimentichi in quegl'istanti la tua tristezza. Cadi, rialzati, ubriacati, balla, grida, scherza e noi saremo lì, a guardarti, a ridere, ad applaudirti: sei un attore e come tale devi essere trattato. Nessuno di noi in platea si domanderà chi sei, proprio nessuno si preoccuperà delle tue sofferenze, per noi sei solo un pagliaccio, una maschera e nulla più! Ci interessi per come appari, non per quello che sei. Quando le luci del palco si spegneranno, tu ti troverai solo con te stesso, come sempre del resto. E l’immagine tua vera riflessa, non potrà più far ridere. Non sarai in grado di mentire, e quel grosso sorriso si trasformerà in lacrima, una lacrima amara che scenderà sul tuo viso fino a scioglierne il trucco. Ti auguro, caro pagliaccio, che la tua vita sia come la scena, felice e divertente, e che tolta quella maschera, non ci sia più il vuoto.

  • 09 novembre 2009
    Marionette

    Come comincia: Cantavo il mio romantico sogno nella notte davanti al palcoscenico buio di un teatro dove piccole marionette allibite mi guardavano. Tutto intorno il vuoto più assoluto, non percepivo umana presenza all’infuori di quei ridicoli pupazzi colorati: “Solo noi possiamo comprenderti, sappiamo ascoltarti, abbandona gli umani e salta qui sul palco da noi” mi dissero in coro. Così feci e diventai burattino tra i burattini, rinunciai alla solitudine d’essere uomo, scelsi i colori, il teatro, le marionette, diventai uno di loro. Su quel palcoscenico recuperai la mia vera dimensione, mi ritrovai folle e disperato ma libero e felice.

  • 09 novembre 2009
    Storia d'un vecchio eremita

    Come comincia:

    Vivo quassù tra le montagne, rifugiandomi nel mio nido silenzioso, in un lungo e solitario esilio. Ho abbandonato il mondo con il suo grigiore per osservare felice i colori dell'arcobaleno ed ogni volta scoppio a piangere di gioia mentre la mia anima si purifica nella luce del sole.
    Non ho incubi che mi svegliano di soprassalto, non vedo più quei mille volti della gente pronti a sommergermi, è lo sguardo magico della natura che m'incanta e mi protegge nel buio come una madre schiude le ali sul suo piccolo.
    La scala dei miei giorni, di gradino in gradino, sta salendo sin lassù, per questo veglio paziente ogni alba che nasce, così giorno dopo giorno m'avvicino al cielo e non ho paura di volare via nell'ora del tramonto, so che rinascerò in primavera per non essere mai più solo.
    La morte mi aprirà le porte alla vita eterna e gli occhi della natura, che sono stati la luce della mia terrena esistenza, diverranno gli occhi di Dio lassù. Attendo la pace della sera per addormentarmi in un lungo sonno, stelle d'argento e cori di uccelli, porteranno lontano oltre le montagne l'eco della mia solitudine ed i miei sogni fragili saranno foglie verdi d'un albero solitario che la collera del vento non potrà mai spazzare.
    Un freddo e misterioso inverno, busserai alla mia porta frustata solo dal vento, e addentrandoti nel mio nido, troverai quel panno che mi asciugava il sudore, il bastone che aggrappava la mia fatica, una candela che non si consuma. E quando sarai al sicuro, rivivrai i ricordi di quello che sono stato, ammirerai la statua di quello che sono adesso.
    In un angolo buio, impolverato da tele, scoprirai il mio diario segreto, frammenti d'una vita mai vissuta, povera fuori, ricca dentro: Non bruciarlo ma fanne tesoro. E' la memoria che infrange i secoli e vince il silenzio dell'universo, il buio della morte.

  • 06 novembre 2009
    La settima vittima

    Come comincia: La prima vittima, un’anziana donna, la prese con l’inganno.
    - Vuole per caso un aiuto per portare la spesa? - le chiese gentilmente. Lei accettò, stupita e ammaliata da tanta gentilezza. Arrivati a casa di lei, la violentò ripetutamente nel buio, poi la uccise e le mangiò il cuore.
    Per seconda, una bellissima ragazza dai capelli rossi, scelta a caso sulla banchina della metropolitana, tra la folla. Una semplice spintarella sui binari e via, carne rosa divenuta poltiglia.
    La terza, ancora un gioco da bambini: bionda autostoppista, in cerca di avventura. E avventura trovò… Fu vivisezionata e torturata. Oramai è solo più cibo per cani.
    Venne la quarta, verdi occhioni adolescenti che soffrivano di solitudine e cercavano conforto. La conobbe tramite una chat-line. La invitò a casa e, dopo averla posseduta più e più volte, l’uccise a morsi, strappandole i sogni con i denti.
    Poi quinta e sesta vittima, alunna e maestra elementare, insieme. Fu sesso rubato, violento, sadico, seguito da un tuffo in fondo al fiume.
    Per ogni morte, fremendo di piacere, ascoltava il suono della vita evaporare. Godeva di quei momenti unici, irripetibili. Lo facevano sentire potente, invincibile, padrone della vita.
    Infine giunse lei, bella, misteriosa, provocante; la incontrò di notte, in discoteca. Ne fu subito ammaliato e la volle come amante.
    Ma quando, dopo l’amplesso, lui alzò la lama per colpirla, fu un istante troppo lento: i canini assetati di lei si conficcarono nel suo collo e lo consumarono nel vento.