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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 dicembre 2011 alle ore 15:45
    My Christmas Carol

    Come comincia: 24 dicembre 1995.
    Fa freddo. Le pozze d’acqua sul selciato si sono rapprese in strane figure, raggrinzite e spaccate dal passaggio delle auto, e il vento, prima di calare, ha spazzato via ogni traccia di nube lasciando un cielo cristallino che lentamente incupisce verso il crepuscolo. S’è fatto tardi, presa com’ero dal rito dei regali da infiocchettare, mi sono scordata dello stendibiancheria sul terrazzo, perciò mi getto sulle spalle una giacca di lana ed esco per ritirare i panni appesi, prima che si gelino del tutto anche loro.
    I colori cambiano in fretta nella sera che avanza; il salmastro sale dalla marina e si mischia al profumo di biscotti e torta di mele; le luminarie ondeggiano fra i lampioni solleticate dal camion della frutta e dalla piazzetta giunge l’eco fioca della risata del Babbo Natale meccanico e dei bimbi che si divertono a saltellargli davanti. Alzo gli occhi in cerca della stella della sera e sorrido pensando che un giorno mi piacerebbe vedere una slitta tintinnante stagliarsi in un cielo come questo, solo per godermi lo spettacolo dei loro faccini stupiti. I bimbi di oggi non credono più di tanto a Babbo Natale, ed è un vero peccato. 
    Nonostante i brividi e il fagotto dei panni, mi attardo ancora un attimo per sistemare le mie decorazione arruffate dal vento e le vedo arrivare. Prima la Maestra e poi la cognata, qualche passo più indietro.  Potrei rimetterci l’orologio con le loro abitudini.
    La Maestra cammina a piccoli passi, lenti ma decisi, tenendo la testa un po’ reclinata  a causa dell’artrosi. Ha i capelli tinti di un biondo rossiccio, mossi da un’onda trattenuta dietro le orecchie dalle pettinine d’osso. Giunta davanti all’ingresso, si ferma per passare il bastone nell’altra mano e si appoggia, sempre alla colonnina di destra, per scendere il gradino del nostro strambo cortile incavato. Sempre con lo stesso piede. Sempre alla stessa ora. Ogni giorno feriale che Iddio mette in terra, che piova, che tiri vento o che si muoia dal caldo sotto il sole d’agosto. La cognata la segue fermandosi ogni tanto, un po’ per riposare le ginocchia offese dalla malattia e un po’ per i suoi passi, assai più lunghi.
    Sono una strana coppia. La prima minuta, ordinata e compunta, la seconda alta più di un metro e ottanta, variopinta e un po’ “caciarona” nel suo pittoresco dialetto. Entrambe vedove da tempo immemore e senza figli, hanno optato per una convivenza animata e non esattamente pacifica. Non sempre, almeno. Hanno passato gli ottanta da un pezzo, anzi, una di loro viaggia spedita verso il traguardo del secolo e sono le mie vicine preferite. Sulle prime non scambiavamo che poche parole di circostanza, sembravano riservate e un po’ scostanti. Sarà l’età, pensavo, che talvolta rende diffidenti. Ma mi incuriosivano quelle due vecchiette che sentivo battibeccare attraverso le pareti, che vedevo scendere con le seggioline pieghevoli per andare in pineta d’estate e in spiaggia a primavera, e che mi precedevano sulla strada della chiesa  ogni domenica e ogni festa comandata. Tutte tranne Natale.
    Riservate e schive. Distanti, finché non le ho attirate nella mia vita con uno strattagemma: ho affidato loro mia figlia in un giorno di pioggia.
    Un temporale di quelli terribili, l’inderogabile appuntamento con l’uscita da scuola del secondogenito e una bimbetta di pochi mesi che non dormiva mai. Fra lasciarla da sola nel lettino e affidarla alla sorveglianza delle due ultra-ottuagenarie la scelta fu istintiva. E felice. Una ventata di allegria nella loro vita, una marea calda e preziosa nella nostra.
    Tranne a Natale, quando il loro appartamento si fa silenzioso e la porta non si apre, quasi che l’esuberanza di decori e musiche e risate della nostra casa e delle altre accanto suoni come un’offesa.
    Non si festeggia il Natale in casa della Maestra.
    E mi è sembrato così strano, così in contrasto con la sua abituale serena gentilezza,  finché la cognata, in vena di confidenze, ha sollevato il velo del mistero.
    Il marito della Maestra si chiamava Angelo. Il suo Angelo che la guarda dal Paradiso, come dice sempre. Un angelo che il Signore si è preso in un istante mentre stava scherzando e chiacchierando con la sua Maestrina. Mentre stava indossando il vestito nuovo, quello  della festa, per andare in chiesa la mattina di Natale.
    Sono passati cinquant’anni, abbastanza per far pace anche con Dio e la Maestra ci fa pace ogni domenica. Tranne a Natale.

    25 dicembre 1995.
    Mi affretto su per le scale tenendo stretta la mano di mia figlia. La funzione è durata più a lungo del solito, come i saluti, gli abbracci e gli auguri sul sagrato, ma ci sono le ultime cose da preparare per il pranzo della festa e gli invitati stanno per arrivare perciò devo affrettarmi. Non che sia una novità, ma sono in ritardo, così mi chino per prendere in  braccio la piccola e salire i gradini due alla volta. Lei invece mi sguscia via con gridolino eccitato, farfugliando qualcosa di incomprensibile anche per me, e si inerpica veloce aiutandosi con mani e ginocchia.  La porta è aperta e la Maestra è là. Ci stava aspettando e quell’enorme pacco colorato, coperto da una cascata di fiocchi scintillanti, la fa sembrare ancora più piccola e fragile. Dietro le sue spalle fa capolino la cognata, ridendo con la mano sulla bocca per non farsi sentire.
    Non so cosa darei per poter fissare quest’immagine in una foto o in un quadro da guardare e riguardare mille volte in futuro. La gioia di un’amicizia, tanto improbabile quanto sincera, fra una bimba di due anni e due donne che di anni ne hanno quasi novanta è già qualcosa di grandioso, ma quello che vedo oggi è davvero commovente. Perché gli ultimi rimasugli di riottosa resistenza sono scomparsi dal viso della donna, sono scivolati via, sciogliendosi come una maschera di cera, per lasciare il posto al sorriso più dolce e luminoso che mi sia capitato di vedere.
    Mentre guardo mia figlia che la tira per il vestito e ride e strilla e non riesce a farsi capire, so che questa sera nessun pacchetto resterà sotto l’albero ad aspettare solitario il giorno che viene, che dovremo prendere in prestito un paio di sedie e scompagnare i piatti e le posate, ma so per  certo che nessun pranzo di Natale sarà mai più bello di così.

  • 30 dicembre 2011 alle ore 11:30
    Ritratto di un folle - Dicembre grigio su tela

    Come comincia: Veste anni 80 ' con la giacca di jeans e il pantalone uguale.

    L'ho visto per caso sotto il  cappello, mentre lucky alza la zampa per irrorare di piscio l'alberello.

    Solo come altri randagi in strada, per compagnia un sigaro slim e il fumo , gli crea un'aura intorno.

    La gente si blocca a guardarlo , ma subito dopo va via di corsa . Scrolla le spalle dicendo senza parole

    " è solo un pazzo , andiamo via "

    I pazzi raccontano i loro segreti al vento

    Farfugliano qualcosa che somiglia

    al parlare nel sonno

    Quei discorsi incomprensibili

    Che al risveglio ci fanno ridere

    I pazzi parlano agli alberi

    scambiandoli per persone

    Un donchisciotte

    O un eroe di sogni

    Un pagliaccio ubriaco

    Cantano le loro canzoni

    in teatri vuoti

    Senza plauso

    s'accontentano di

    passeggiare

    sull'aria

  • 26 dicembre 2011 alle ore 14:13
    Si allontanava rapidamente

    Come comincia: Era bello quel giorno, il vento stava spazzando le nuvole e il suo umore cattivo che voleva pensare a lei, non riusciva, suo figlio un bimbo piccolo si trovava in ospedale, sua moglie lo aveva dato alla luce con tanta gioia, andando via, dopo poche ore dal parto. Il cuore non era riuscito a sopportare quel lungo travaglio, che poteva evitare, se il personale di turno si fosse precipitato tempestivamente nella sua stanza, dove il sole filtrava, illuminandole il viso, sconvolto dal dolore, che appesantiva la sua schiena, sorretta da lui, mentre il sudore gli gocciolava. In quel periodo il reparto si trovava a fronteggiare una situazione di emergenza molto estenuante, erano arrivate tante straniere, sbarcate con mezzi di fortuna, che avevano rischiato di affondare, lontano dalla riva, presa d’assalto, costringendo abitanti di un’isola americana a fare un passo indietro, accettando estreme condizioni per tutti, davvero disastrose. Marina era stata una donna sempre forte, amava la vita e quando conobbe Mauro ancora di più, tanto che si faceva portare in locali lussuosi, dove si baciavano, alla vista di molti, sotto riflettori, testimoni di un amore, sentito e conosciuto, quando tutto ormai per entrambi sembrava finito Erano cresciuti troppo in fretta, il tempo per essi non era stato proprio buono, i loro genitori avevano deciso di separarsi, lasciandoli soli, all’età di quattordici, sedici anni, in una piccola casa, scampata alla guerra, che non dimenticò facilmente, nei lunghi anni vissuti. Quegli anziani si amavano, prendendosi cura calorosamente dei nipoti, i quali li ricambiarono teneramente. La giornata di Mauro cambiò, egli tornando indietro  con la mente rivolta al passato giurò a se stesso di non legarsi mai a un’altra, anche se Gloria in alcuni momenti lo faceva sentire bene come rinato, non appena si poteva sfogare in ufficio, parlando a lei, dei suoi problemi, di essersi innamorato, di una donna malata, consapevole della sua malattia, che presto l’avrebbe uccisa. All’improvviso i suoi pensieri spostarono l’attenzione, al campanello, fuori sul pianerottolo di casa c’era Gloria, desiderosa di vedere lui, che potè guardarlo soltanto dalla finestra, mentre si allontanava, rapidamente

  • 24 dicembre 2011 alle ore 10:54
    Scrivere con le visceri e con la testa

    Come comincia: Molti, molti anni fa, giornalista corrispondente del “Mattino”, con “alle spalle” un solo libro pubblicato ed un romanzo dal titolo “Terra al sole” che mi preparavo a stampare, in una calda estate cercavo materiale per un “pezzo” di interesse culturale per il mio giornale, quando appresi che era “ospite” di Ascea, (cittadina del Cilento che conserva il patrimonio Greco-Romano della Elea di Parmenide), lo scrittore Giorgio Bassani, giunto a presiedere un concorso internazionale di letteratura. Chiesi telefonicamente un appuntamento per intervistarlo e lui me lo concesse, a patto che scrivessi ciò che registravo e registrassi ciò che mi concedeva di stampare.  Provavo per questo scrittore il rispetto che un giovane scrittore può sentire per un “mostro sacro”. Raggiunsi l’Autore ad un tavolino dell’albergo, posto sotto gli alberi di ulivo ed egli si alzò in piedi venendomi incontro, smettendo per questo di accarezzare un felino asceota che tuttavia continuò a strofinarsi contro le sue gambe. Bassani era un uomo sulla sessantina, dai capelli bianchissimi e gli occhi di un azzurro incredibile, ma mi parve anche molto umano, coi pantaloncini corti e la sua età non più giovane. Parlava con tono perentorio ed al di sotto di ogni gesto si intuiva in lui una grande forza di volontà. Il primo approccio fu un tantino duro, visto che egli mi impose categoricamente dove sedermi e precisò una volta in più che avrebbe voluto rileggere l’intervista, ma poi firmammo un definitivo armistizio ed io lo valutai per un uomo solo, che doveva avere molto sofferto e molto vissuto. Prima d’ogni altra cosa gli chiesi, per mio interesse personale, quale fosse per lui il suggerimento essenziale da offrire a qualcuno che intendesse divenire scrittore. Mi osservò in silenzio pochi secondi e quindi rispose coi gesti e con le parole:-” Occorre scrivere prima con le visceri e poi con la testa...”- E nel dir questo si premette le mani sull’addome e poi le passò alla fronte.  Tacque e riprese poi spiegandomi più dettagliatamente che un vero artista deve parlare di cose che ha vissuto e sofferto sulla propria pelle, per cui nei suoi scritti si dovrà sentire una realtà visceralmente sentita, ma poi deve anche essere capace di rivisitarla razionalmente, di equilibrarla, limarla, renderla comprensibile agli altri e quindi di usare per questo il cervello. Parlando dei suoi scritti mi precisò che lui non scriveva “romanzi”, ma che l’intera opera letteraria doveva essere considerata come una sola da chiamarsi appunto “il romanzo di Ferrara”. Al momento non l’intesi chiaramente, ma mesi dopo, in viaggio, acquistai di Bassani “Gli occhiali d’oro” e “L’Airone” e li lessi nelle soste in albergo, durante uno dei miei viaggi, collegandoli anche a quel già letto “Giardino dei Finzi-Contini” e mi parve davvero di comprenderlo di più.  Tornando al giorno dell’intervista, affascinata e nel contempo sottilmente mantenuta a distanza da quell’uomo che non voleva dire o dare troppo di se, mi sembra giusto riportarla almeno in parte, fermo restando l’esattezza delle domande e delle risposte così come egli la firmò, poiché ha lasciato un segno indelebile nei miei ricordi:-
      D)- “ A suo parere che possibilità di inserimento nell’ambito letterario, e più specificatamente in quello editoriale, possono sperare di ottenere le “nuove leve” della letteratura? Parlo naturalmente di coloro che non vantano amici o parenti “illustri”...
    R):-” Ho sempre considerato la letteratura un fatto spirituale e non a carattere industriale, di conseguenza i libri di qualità saranno sempre pochi. Ciononostante sono convinto che un buon scrittore, un poeta vero, troverà sempre la sua strada. Il mondo letterario non è direttamente collegato a quello della editoria che si deve considerare come una industria, ma benché l’editoria, in quanto industria, sia spinta verso la produzione in serie, i veri artisti troveranno sempre un mezzo per venire alla luce e trovare pubblicazione. L’editoria qual è adesso va considerata come una risposta volenterosa alla civiltà industriale ed è conseguente il rischio che ciò che essa produce sia legato alla “moda” del momento”-
    D):-” Sostiene quindi che un vero scrittore-artista troverà un suo spazio vitale come è accaduto per Tommasi di Lampedusa, il cui romanzo “Il Gattopardo” ha trovato in lei un valido paladino?”-
    R):- “All’epoca feci stampare “Il Gattopardo” contro la volontà di tutti ed ebbe successo. Accadrà anche per altri validi artisti, in ogni epoca, poiché parliamo di fatti spirituali e io credo nella realtà dello spirito. La civiltà industriale invece non ci crede o ci crede poco, ma è logico che sia così. La si deve considerare come “un male necessario” perché ha riscattato tanta povera gente che viveva al margine della società ed oggi è considerata uguale agli altri. L’eguaglianza è importante purché si salvi anche la libertà. Lo sforzo che deve compiere la civiltà industriale e con essa noi che ci viviamo dentro è quello di creare una società di uguali e di liberi. Sono convinto che la civiltà industriale debba crearsi una “religione”, facendo qualcosa che contrasti con la legge matematica del puro profitto.”- D):-” E’ da questi presupposti che è nata “Italia nostra”?”-
    R):-”Direi di si. Mi occupo di “Italia Nostra” da oltre 40 anni, per più di 15 ne sono stato il Presidente Nazionale e adesso occupo la carica di Presidente Nazionale Onorario”-
    D):-” Dal suo modo di vivere e di scrivere appare chiaro il suo amore per l’intelligenza e la cultura e di conseguenza per la “personalità” che nasce da questo binomio. Lei non pensa che una tale personalità possa uscire sconfitta dalle necessità contingenti dell’editoria?”-
    R):-” Amo gli artisti veri. Sono necessario io, che sostengo il diritto di un Tommasi di Lampedusa a pubblicare, ed è necessaria quella società industriale che consente a lui e ad altri come lui di vedere l’opera letteraria stampata e diffusa tra le cosiddette “masse”.”-
    D);-” Come spiega il fatto che la società attraversi (oggi lentamente non è cambiato molto da allora N.d.A.) un “minimo storico”, per quanto riguarda la lettura di opere illustri, in contrasto con una editoria che offre testi svariati e vesti editoriali esteticamente inappuntabili?”-
    R):-” Nel passato si leggeva poco, forse meno di oggi. Quando io ero un ragazzo leggevano soltanto le persone colte, appartenenti alla “buona borghesia” ed alla aristocrazia. I “bei libri” di quell’epoca “tiravano” 1000, 2000 copie...”-
      Ricordo che l’intervista proseguì valutando le “mutazioni” a cui andavano soggetti i romanzi per divenire sceneggiature di film, ed in particolare proprio in relazione a quel suo “Il giardino dei Finzi-Contini”, che anni prima era divenuto film di successo. Bassani sostenne che, per raggiungere appunto il successo di pubblico, un romanzo doveva necessariamente subire dei grossi mutamenti, in base alle capacità del regista che lo faceva “suo”. Partito che fu, gli scrissi più volte, ma non rispose, con mio disappunto. Lo rividi però anni dopo, a seguito sempre di un appuntamento, a Roma, nella sede di Italia Nostra e mi ricevette più calorosamente,  lasciandomi perfino con un bacio sulle guance.  Non l’ho più rivisto, ma neanche dimenticato e continuo ad adorarlo come scrittore, benché neanche in seguito a quell’incontro ritenne mai di rispondere alle mie lettere. Conservo di lui la registrazione dell’intervista  che mi rilasciò e quella di una sua poesia  dedicata alla “Porta Rosa” di Elea - Velia. Nella lirica egli descrive sensazioni ed emozioni provate durante una passeggiata effettuata a Velia assieme all’archeologo Mario Napoli, (a cui si deve appunto la scoperta della porta, prezioso tassello collegato alla poetica di Parmenide), ed inoltre alla ammirata e intelligente descrizione fisica della turista straniera alta, bionda e possente, così diversa dallo stereotipo di greco- eleate che il suo animo di artista gli permetteva di immaginare  presente sulla irta strada che conduce ancora oggi alla “Porta arcaica”, che lo aveva appunto accompagnato  nella passeggiata sulla strada di Parmenide e Zenone; ascolto di tanto in tanto la voce di Bassani che risuona, nitida, vibrante di toni e semitoni nella declamazione lenta e cosciente della sua creazione ed ancora mi regala emozioni...

  • 23 dicembre 2011 alle ore 20:34
    discussione di fine estate

    Come comincia: Una sera d'estate, al tramonto di una discussione su cio' che era giusto o sbagliato andare fatto;all anziano saggio,un giovane uomo chiese dell Amore..
    Lui: anziano saggio,parlaci dell'Amore,come ci si può fidare di esso?fa' come gli pare,va' e viene ,viene e va' e poi ti fa star male;e' giusto seguirlo?

    Anziano signore:Dovete amare l'Amore..completamente amare. Amare le amare vicende che l'Amore puo'portare,perché anche loro sono parte di esso!
    -Quell individuo,che aveva accolto con benevolenza ogni risposta di quel misterioso anziano ,rimase alquanto stupito da quest'ultima..cosi perplesso,non chiamandolo piu' saggio e alzando la voce gli chiese..
    Lui:scusate anziano signore ma quello che dite non ha senso,questa e' pazzia!
    Passarono alcuni secondi,prima che si udi' la risposta dell anziano,quasi a voler smorzare la tensione che si percepiva nell' aria ..Così quella voce calma e profonda ricomincio' a parlare,scandendo i toni per qualcosa che riteneva moto importante.

    Anziano signore:pazzia? perche' l'amore cos'e? Non ha un filo logico,si puo intravedere l inizio ma non la fine, si fanno le piu strane pazzie per esso.. No caro ragazzo,non e' la pazzia che dici tu,questo e' avere coraggio di vivere pienamente e follemente l'Amore.. L unica virtù rimastaci,l unica speranza per salvarci..

    Così ,il sole ormai stanco ando' a riposare dietro quegli antichi monti e quella grande discussione tramonto'con esso ,seguita solo da un assoluto silenzio..

    (Valerio Bruno Finocchiaro)

  • 21 dicembre 2011 alle ore 13:15
    Partendo da Bahia

    Come comincia: Dovunque tu sia, il partire, il lasciare, il perdere ti mette sgomento. Forse il distacco dal tuo, sia pur momentaneo, rifugio, a cui devi la sopravvivenza biologica del momento. Forse il timore del tempo ignoto che ti sta davanti e ti cela un sicuro ritorno. "C´é una porta che non riapriró...uno specchio in cui non mi vedró.." mi tornano questi versi di Borges che condivido nel loro tragico annuncio. Cosa lascio tra poche ore, rientrando in Italia? Un cielo azzurro contornato da nuvole sorprendentemente candide alfine di un rovescio improvviso, fatto di rivoli incerti, di odori salmastri di fogne. Suoni di percussioni africane che sbucano da vicoli colorati dall´arcobaleno. Uno sciamare distratto e sbracato di turisti ansiosi di vedere e di non capire. Lascio il volto di Davide, bambino di strada, magrissimo sino alle ossa, un cespuglio di capelli crespi, impastati di sporco e di acqua ossigenata; occhi adulti, profondi, dolenti. Il suo non chiedere soldi, portandoti a comprare un pacco di biscotti per i suoi. Il suo modo di lasciarti, con un disattento saluto, quando gli hai dato quel che voleva. Il suo futuro, la sua etá a rischio. Lascio il mosaico di colori vivi di queste case disfatte dal tempo, i viola, i rosa, il turchino, il verde bandiera. Assurdi altrove, ma intonati qui. Lascio le onde immense e fragorose dell´oceano, domate da ragazzi impavidi su tavole di legno. Lascio un caffé appena iniziato sotto un´ombrellone ,ad Itapuá, mentre all´orizzonte si profila l´imbuto nero del tornado. Lascio il mio posto vuoto sulla sedia della scultura raffigurante Vinicius De Moraes seduto ad un tavolino, in tua attesa. Lascio volti bellissimi di uomini, donne e bambini. Lascio volti bruttissimi di uomini, donne e bambini. Lascio il suono del canto brasiliano a sera tra le note di una chitarra, mentre i sorsi di capirina ti bruciano dentro. Lascio costumi fantasiosi e opulenti di bahiane che si danno al tuo obiettivo. Lascio sapori di erbe e aromi sconosciuti su braci di carne e di pesce. Lascio una notte che non si spegne nei suoni, nelle luci e nel mio ricordo. Partendo da Salvador 18 agosto 07 . h 14,45 .

  • 20 dicembre 2011 alle ore 14:48
    Corto #4 - è sempre tardi, non è mai tardi

    Come comincia: Per quanto non ci sia niente di irreparabile, le fratture delle cose belle saranno sempre visibili. D'ora in poi romperò solo cose brutte.

  • 20 dicembre 2011 alle ore 2:14
    Mestizia dell'anima.

    Come comincia: E' inverno,casualmente ho reincontrato un vecchio ex-compagno di scuola; ci eravamo persi di vista da 35 anni...ora stiamo recuperando confidenze,solidarietà e cameratismi di quel passato lontano. E' una consolazione,in tempi di inquietudini,angosce e paure del futuro...

  • Come comincia:

    Londra, 17 maggio 2010

    Mamma, sono diventato egoista. La mia continua insoddisfazione mi ha trasformato. Mi ha fatto iniziare a viaggiare lontano, sempre più lontano. Prima Perugia, poi Londra e ora penso già all’America. Sto bene con me stesso mamma, tanto! Mi volto indietro, e mi accorgo che in questi ultimi dodici mesi sono stato solo. Era ovvio che non avreste potuto aiutarmi a realizzare i miei sogni, ma sono arrabbiato perché me lo avete proibito.

    Mamma, ti voglio bene, ma la vita mi ha insegnato molto più di quanto tu abbia potuto fare. Mi hai trasmesso valori autentici, importanti, ma non sufficienti per vivere. La speranza non è nel futuro, son cresciuto ripetendomi: «Un giorno sarò felice», ma il tempo passava e il dunque non arrivava.

    L’umiltà a poco serve se rinunci all’ambizione, ti rende un fallito. E il male mamma? Il male va affrontato, non allontanato. Non possiamo tenere le persone che amiamo lontano dal male, ma possiamo aiutarle ad affrontarlo, stando loro vicino. Nella vita gli errori vanno commessi, per poter dire: «Ci ho provato», per poter capire se quella che stavo percorrendo era la strada giusta da seguire. Dietro a uno sbaglio si possono aprire altre porte. Siamo tutti alla ricerca di noi stessi, siamo tutti diversi, unici, speciali.

    La mia più grande colpa è stata quella di non osare, la mia paura di essere solo. Me lo
    Quando a trent’anni decisi di smettere di sopravvivere, tu eri la mia confidente mamma, ma eri così amorevolmente preoccupata del tuo figlio lontano che non mi hai mai dato una parola di conforto, ritenendo i miei desideri folli. Non volendo, mi hai sempre ostacolato e io sono dovuto partire per mete sempre più lontane, pur di non ascoltarti.ricordavi sempre e ciò mi faceva sentire impotente, sbagliato. Nessuno avrebbe potuto rimediare ai miei guai, prendersi cura di me, ma così facendo sono divenuto schiavo della vita, del lavoro, dell’amore  per paura! Questa non è vita.

    Non possiamo sempre adeguarci mamma, questo non è vivere. Tu e papà mi volevate architetto, mentre io volevo diventare illustratore. Non mi hai mai incoraggiato. Le tue parole erano: «Siamo poveri, quella è una strada che possono percorrere solo le persone che hanno i soldi, e poi ci sarà sempre qualcuno più bravo di te pronto a fregarti il posto.»

    Lo ricordo quel discorso, avevo diciott’anni ed eravamo nella tua camera da letto. Nemmeno un mese dopo sono andato a studiare lontano da casa e mi sono sentito finalmente libero. Mi hai educato all’amore come prova di sacrificio e dedizione alla persona che ti sta accanto. Ho provato questo sentimento. Questo è un sentimento puro mamma, bellissimo, ma ti sei scordata di insegnarmi che l’amore e il rispetto per sé stessi rimangono i valori più importanti. E io mi ero perso. Non trovando quello che cercavo son partito ancora una volta, verso l’Inghilterra. Qui, alla soglia dei miei trent’anni, mi sto educando a osservare la vita, ma la cosa più difficile è imparare a perdonarmi.

    È difficile mamma, tu ti sei mai perdonata?

    Non ho nulla da rimproverarti, perché per me sei speciale, ma ti sei sempre dimenticata di volerti bene e questo mi ha sempre fatto tanta rabbia, mi ha reso un figlio infelice. Forse è questo che non ti ho mai perdonato, forse è questo il motivo dei miei sbalzi d’umore con te. Tante volte ti ho fatto capire che per essere felici bisogna fare delle scelte, affrontare la vita e non adeguarsi agli eventi e alle circostanze. La vita nasconde a volte tanta magia, non è solo sacrificio.

    Siamo simili mamma, tanto simili da farmi paura. Io non voglio essere come te, voglio sbagliare, voglio sognare. Detesto il pensiero che la mia felicità sia determinata da un’altra persona. Se non amo me stesso chi potrebbe amarmi?

    Chissà che figlio volevi mamma. Tu e papà eravate così felici quando sono nato, me lo raccontavi sempre per farmi sentire amato. Papà, quando seppe che ero un maschietto, andò al bar del quartiere e offrì da bere a tutti. Mi volevate così tanto bene che vi siete dimenticati di prendervi cura di me, tanto che sono cresciuto per strada, perché la strada era meno pericolosa dei parenti di papà.

    Voglio fare cazzate, voglio ridere, voglio amare, voglio avere tanti amici e sognare, mamma, sognare tanto. Tu non hai mai visto il mondo e non hai idea di quanta bella gente si incontri viaggiando. Fino a oggi non sono riuscito a prendermi cura di me e del mio sogno perché troppo sottomesso alla paura di non esserne capace, dall’ansia di star perdendo tempo. O forse, perché il bambino dentro me voleva che fossi tu a prenderti cura di lui, a dargli il permesso di sognare.

    Sentirmi autorizzato a essere felice. È orribile.

    Adesso voglio imparare a fare tante cose, come ora, a fare il nodo alla cravatta, da un papà virtuale e presente trovato su Youtube. Voglio anche sedermi alla scrivania e iniziare a disegnare, piano piano. Tratto dopo tratto. Senza che nessuno mi picchi o molesti i miei desideri. Ho un dono mamma, un dono che non avete mai compreso. Tuo figlio non era diverso bensì speciale, e questo ancora non l’hai capito.

    Ho perdonato la vita, perché mi ha reso quello che sono oggi. Mi piace il modo in cui sto diventando uomo. Perché le brutture del passato mi hanno reso una persona sensibile, capace di vedere e percepire cose che inizio ad apprezzare. Sono diventato uno scrittore, ma tu non te ne sei mai accorta e a volte sembra che te ne vergogni. Essere scrittore non è un lavoro, è Essere. Chissà, magari ho iniziato a scrivere proprio perché avevo bisogno di essere ascoltato.

    Avevo bisogno di scrivere, di sfogarmi un po’, di riflettere. Chissà che starai facendo ora? È una settimana che non ti sento. A Londra sono le ventuno, in Italia le ventidue e tu starai finendo di lavare i piatti prima di andare a letto e ringraziare Dio che anche questa giornata sia finita. Avrò riversato tutti i miei sentimenti in modo confuso su questo foglio, pieno di errori, come sempre. Li accumulo perché mi portino a riflettere. Ed ecco che, scrivendo, ho compreso che ho una cosa importante da fare, da imparare, affidarmi alla vita facendone parte.

    Non è facile, ma sarà il mio nuovo obiettivo, per costruire un me stesso lontano dai tuoi insegnamenti, dalle costrizioni della società. Un qualcosa che va al di là di tutto. È difficile ascoltarsi mamma, a me fa paura. Ma voglio farlo perché merito tanto. Perché voglio iniziare a prendermi cura di me stesso.

    Ho ricevuto una grande lezione di vita, ho compreso che quello che siamo dipende sempre dalle scelte che facciamo. E io, abbandonando il demone della paura chiamato fallimento sento d’aver fatto la scelta giusta. Se non proviamo, se non osiamo come possiamo dare occasione alla vita di renderci felici?

    Tuo figlio Alessandro

  • Come comincia: Dal tuo scritto colgo che anche tu hai negato alcuni aspetti della tua vita. In passato, vedendoti sempre così solare e sorridente nonostante le difficoltà, ho confuso la tua spietata voglia di andare avanti con un modo facile che sapeva di superficialità. La tua filosofia di vita contrastava troppo la mia visione stagnante del risolvere i problemi del passato e poi poter vivere. La cosa ti faceva sempre incazzare, mi ripetevi che io più di te avevo dei genitori che si erano presi cura di me, soldi e quindi la possibilità di realizzare ogni minimo sogno con facilità. Universitari fuori sede con un futuro da costruire, sogni da realizzare con entusiasmo, cosa importavano le sofferenze del passato?
    Conoscendo la tua storia, ti chiedo ora scusa.
    A quanto pare, se in Italia vuoi vivere serenamente in società, devi rinunciare a te stesso, conformarti alle regole e diventare un bamboccio senza autonomia di pensiero e valutazione.
    Se davvero riuscissimo in questo, ad adeguarci all’imposizione dei luoghi comuni e a divenire creature omo-logate come gli altri ci desiderano, saremmo realmente felici? O vagheremmo storditi, come sulle rive dell’Acheronte, anime senza meta per il resto della nostra esistenza?
    Io non voglio fare finta, io voglio essere e sentirmi vivo, è un desiderio cosi semplice! Cos’è la felicità se non il vivere in armonia con se stessi e con il mondo circostante, senza dover essere costretti a rinchiudersi nella propria solitudine o in mondi interiori per sopravvivere? E ai visionari come noi do-mando ancora: “siamo nati nell’epoca giusta?”, oppure la no-stra follia, le nostre anime, i sentimenti, il sapere sono così avanti con i tempi che spetta proprio a noi cambiare il destino triste delle persone, e dare loro una speranza in più, essere testimoni della purezza dei nostri amori, del nostro essere?
    Far capire che essere diversi, per noi, non vuol dire nulla, non sperimentiamo il senso di colpa. Perché la diversità è uno stato d’animo, non esiste.
    Se fosse davvero possibile esserne testimoni, le sofferenze patite avrebbero un senso e in fin dei conti capirei… godendo del presente, che i miei dolori, gli squarci dell’anima non sono stati inutili. Procrastinando l’elusiva attesa del cambiamento ci osserviamo e sosteniamo a vicenda, sopravviviamo dando alle nostre inquiete anime cibo di filosofie, sogni di speranze.
    Come Icaro, personaggio della mitologia greca di cui porto il nome, diveniamo l’allegoria personificata di chi, per staccarsi dalla realtà ostile, perde le sue ali di cera e precipita a terra. A ogni tentativo vano, nonostante le ferite, ne costruiamo di nuove per tentare ancora. La fiamma delle candele consumate scandisce il tempo della nostra ostinazione, consapevoli che un giorno riusciremo finalmente a volare.
    Orsù dimmi: quale amore negato di libertà, indipendente-mente da razza, sesso, cultura o epoca non farebbe questi di-scorsi? Rifletto, mi struggo, non trovo ragione e i miei pensieri si confondono e contraddicono cercando una spiegazione logica a qualcosa che logico non è. Ehi... io sono qui, sono Icaro! Non sono un personaggio mitologico ma una creatura in carne e ossa. Vivo, perché fate finta che non esista?
    Tacendo l’ardore del sentimento e l’estro di questo mio pseudo-carme, metto via lo spartito di questo monologo e scendo dal palco di questo teatro di sordi. A te, mia speranza, porgo una rosa bianca e ti reco ragione mio caro. Amare, do-nare e ritrovarsi sono sentimenti comuni che tutti inseguono e che qualcuno, alla fine, in qualche modo raggiunge.
    Tocca a noi dare un contributo per cambiare il mondo, con-siderando che i diritti sono prima di tutto una vittoria sociale poi politica. Nessuno può costringerci a cercare una felicità di-versa dalla certezza del tepore familiare.
    Anch’io desidero esser partecipe della Dolce Vita italiana, viverla di latina passione passeggiando mano nella mano con il mio ragazzo per le strette vie acciottolate e illuminate da antichi lampioni; godere di un bacio al Colosseo; aspettare abbracciati il tiepido tramonto su una panchina lungo il Tevere, mentre la nostra canzone viene suonata da lontano. Affittare una macchina e passare le domeniche viaggiando tra i verdi paesini dell'Umbria, o andare ad assaggiare i vini della soleggiata Toscana. Il giorno di San Valentino poi, recarsi a Mantova e scimmiottare la nostra storia d’amore quasi impossibile: Romeo e Giulietta del ventunesimo secolo.
    Noi giovani Montecchi e Capuleti, generazione d’ipotetici falliti sognatori che non hanno vissuto la cultura del delitto d’onore  e la vittoria del femminismo. Noi, chiamati all’amore, vittime di stati vitali dove dignità e rispetto familiare era-no/sono alla base della società. Noi educati da figli di una cultura che non ci appartiene.
    È assurdo, rivoltante pensare che alle soglie del duemila due giovani ragazzi come noi debbano nascondersi per potersi amare e sostenere discorsi sul mancato riconoscimento della società. Mio dio Toshi, mi sembrano parole dure fuoriuscite dalle bocche di personaggi storici della Rivoluzione Francese o della Carboneria, di briganti moderni alla ricerca di riscatto sociale.
    Nelle lettere che Oscar Wilde scriveva dal carcere al suo amato, il grazioso ragazzo dal cuore degno di un Cristo, sugge-riva di partire alla volta dell’Italia per continuare a scrivere quelle poesie che sapeva comporre con grazia così strana. A distanza di un secolo, la speranza ha abbandonato il Tevere fluendo sul Tamigi. Sono sicuro che anche noi un giorno, ri-leggendo queste lettere, rideremo e ci faremo beffa di quest’epoca che rinchiude le nostre anime in campi di concen-tramento dell’esistenza relegandoci all’isolamento sociale.  Una Shoah fredda, moderna e noi repulsi testimoni, deportati sopravvissuti a questo inspiegabile e antiquato massacro di libertà d’espressione.
    Dovremmo smettere di vivere nascosti, di aver paura di essere noi stessi e di amare. È la vergogna di quel che si è che esaspera gli insensati pregiudizi, il nostro scopo d’ora in poi sarà quello di decidere che dobbiamo educare la gente al suo concetto di diversità. Spiegando che la declinazione più pura di normalità è essere se stessi, con le proprie virtù e anomalie. D’altronde…
    “io desidero quello che possiedo; il mio cuore, come il mare, non ha limiti e il mio amore è profondo quanto il mare: più a te ne concedo più ne possiedo, perché l'uno e l'altro sono infiniti .”
    In tutto questo caos di miei bizzarri richiami a pure storie d’amore vissute una cosa è certa, non siamo stati noi a scegliere le nostre famiglie. Anche se nutriamo rancore, siamo figli di altri figli, vittime di altre storie e sbagli commessi prima delle nostre nascite. Sappiamo questo, è ovvio, eppure non ne comprendiamo ragione.
    Come tu non sapevi della mia adozione, io non sapevo che fossi figlio della Quarta Mafia.  Non sapevo che rinunciando a seguire le orme del tuo clan, hai subito violenze e sofferenze gratuite da parte di chi ti ha cresciuto, perché non era capace di comprenderti. Rifiutavano di informarsi su un mondo che non li riguardava. Picchiato, scacciato, privato del basilare affetto per colpa di quello che saresti diventato un giorno. Un bambino, cosa sa del sesso?
    La tua felicità, in confronto alla perdita di virilità e autorità del proprio cognome, non valeva nulla. Il tuo handicap era un peso insopportabile per la famiglia Martini preoccupata dell’andamento dei propri affari illeciti.
    Crescere e portare allo stato cosciente quello che sei, ti ha fatto sentire per molto tempo inadatto. Incompreso e discri-minato dalla società perché figlio di mafiosi, dalla Chiesa per-ché omosessuale, dalla tua famiglia perché non divenuto un essere omologato. Il tutto contestualizzato in una città dell’Italia meridionale che fa a cazzotti tra stagnanti e arcaiche tradizioni locali, vivendo il riflesso delle glorie dei propri avi, e la giovane voglia di rinnovamento e sogni delle nuove generazioni. Uno spaccato sociale antropologicamente interessante, in cui tutti combattevano contro di noi. Figli di una stirpe di disillusi, cresciuti essendo derisi e insultati da gente fallita, che a sua volta vedeva il riflesso della sua frustrazione. Additati come generazione senza valori e sogni, mentre noi vivi camminavamo tra i morti viventi.
    Educati al pudore di Dio, indotti al rogo esistenziale a causa del nostro destino ribelle, abbiamo dovuto cercare la verità dentro di noi. Amarsi e accettare la propria unicità sono stati passaggi dolorosi per noi, che da bambini portavamo orgogliosi il Sangue di Cristo all’altare.
    Incompresi, mostri o esseri umani? So cosa siamo, semplici anime vittime di un malsano sistema culturale.
    Come sai, nessuno può trattenere per sempre quello che è realmente e, stanchi di sopravvivere, alcuni fuggono lontano smettendo di essere figli. Divenendo instancabili nomadi alla ricerca d’affetto, questi gli stati d’animo che ci hanno fatto in-contrare nella città umbra tra Roma e Firenze. Questo senso di libertà, di gioiosa speranza in un futuro migliore ma anche di non appartenenza e di rigetto sociale ci ha uniti. Ci ha reso consapevoli di essere fantastiche persone alla ricerca di un posto nel mondo, impavidi ribelli fiduciosi delle proprie ostinazioni positive. Turbolenza solo per urlare gioiosi al cielo che esisteva davvero quel qualcosa in più oltre il naso dei nostri educatori! Quel qualcosa che ci aveva reso spiriti inquieti.
    Trepidazione, furia, impazienza, lacrime che si trasforma-vano in un futuro di speranza, la tanta agognata e sospirata innocente fuga da casa. Andare a studiare in una città lontana. Esiste un termine che possa mai comprendere le passate emozioni vivendo l’attesa dei diciotto anni per rendersi liberi?
    Tanta enfasi e gloria in questi pensieri, riflessioni e conti-nua retorica che richiama le mie ali di cera al sole, tanto da permettere che un sorriso di rassegnazione ne spenga l’entusiasmo. Che confusione che c’è in me, o forse è la società che è confusa? I miei pensieri a volte sono vicini al corto cir-cuito e sfiorano la follia. Troppi demoni albergano il mio ani-mo e trattengono la mia libertà di essere. Paure che sbagliando ancora una volta la gente possa entrare nel mio mondo interiore per distruggerlo. Chi non ne sarebbe terrorizzato?
    Quasi contraddicendomi mi ripeto in quest’oceano di parole, a me non importa quello che la società pensa, ma ne sono automaticamente sottomesso perché voglio farne parte. Toshi, stiamo crescendo! Non voglio più fare passi falsi. L’unica cosa che posso fare in questo momento, è mettere la giacca sopra al pigiama e recarmi al West Pier, il molo abbandonato in mezzo al mare. Sedermi sulla sabbia a osservarlo, accendermi una sigaretta, prendere un teschio in mano e lasciarmi andare a un retorico dramma.
    “Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è so-luzione da accogliere a mani giunte.
    Morire, dormire, sognare forse: ma qui è l'ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trat-tiene: è la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.
    Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell'uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il me-rito paziente riceve dai mediocri, quando di mano pro-pria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugna-le? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d'altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l'incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell'azione perdono anche il nome... ”
    In questo scenario di buffa e voluta atmosfera di solitudine, sono sicuro che Shakespeare sarebbe fiero di avermi come assistente drammaturgo.

  • 19 dicembre 2011 alle ore 15:52
    Ricordi..

    Come comincia: Le sto seduto accanto,c'è da tradurre insieme una dispensa di materie scientifiche. Lei è a dir poco stupenda; è come quegli orizzonti luminosi,colorati e tersi che,talvolta,si possono godere dalle navi-crociera:con tutto ciò,lei è praticamente irraggiungibile,e,una volta di più,avverto la vertigine corrosiva del doloroso e inconsolabile senso di inadeguatezza. La giornata è soleggiata,ma è quella luce invernale che favorisce le elucubrazioni rassegnate...

    by Alessandro Pagella

  • 18 dicembre 2011 alle ore 20:41
    Ultime pagine stinte (07)

    Come comincia: Eppoi ci sono tutte queste canzoni che avrei voluto farti ascoltare.. ci sono tutte queste frasi, frasi del tipo:

    " e non fa per noi, questa tranquillità.."

    e davanti lo stereo, distesi sul letto, con la tua testa sulla mia pancia... avrei dovuto dirti 

    "capisci adesso cosa c'è?..."

    ... o forse vorrei dirtelo adesso, o solamente mi piace pensare potrebbero essere diverse, le canzoni intendo... Come una volta in macchina, diretti verso verona, ad ascoltare non so chi  e ti ho preso la mano per baciarla... chissà quand'è stato, ei magari lo dico solo per dimenticarci i nostri  normali, normalissimi discorsi...

    "ehi... cosa sta succedendo?"

    "niente sono solo stanca lo sai... o intendevi altro?"

    ".. no no niente.. come non detto, lasciamo stare..."

    Ci sono tutte queste parole, che dovrebbero esserti dette, o scritte.. perchè tu sappia che sono tue...

    Ci sono tutte quelle parole... ci sono, son lì scritte e cantate, si bastano e lo sanno....

    Come lo sanno e si bastano questi silenzi : Silenzi annidati fra le fughe delle piastrelle del corridoio..

    silenzi che si bastano tra i libri ammassati...

    che si bastano cuciti alle federe verdi stinte, alle tende della cucina, quelle rosse che odiavi...

    ci sono questi silenzi che si bastano... e lo sanno. Adesso io non parlo più con molte persone, e qui non viene più nessuno... sai tipo in quella poesia di Ungaretti che ti leggevo... ma no.. non ha più importanza.

    Te le ricordi quelle tazze nere che c'ha portato mio fratello dalla grecia?! Una volta c' abbiamo bevuto  il the a colazione credo... Erano tazze un po' grosse, verniciate con uno smalto ruvido, color antracite, col fondo grezzo: sembrava di accarezzare un vaso in terracotta,  tipo quello dei gerani dicevi...

    Ti piacevano davvero quelle tazze...

    Eppoi avevi gli occhi mezzi chiusi quel giorno, i capelli disfatt, si... ed eri agitata, di fretta. C'eranoi tutte le cose da rimettere nella borsa...

    Si era proprio una mattina ed eri venuta da me a dormire... a mezzogiorno però riattacavi. Credo potrebbe essere stato un inizio primavera... mi ricordo delle felpe o dei maglioni.. cavolo non riesco figurarmelo meglio ora... è passato tanto tempo...

    Beh alla fine non penso fosse un giorno speciale, era solamente una mattina come tante che sono passate..un martedì? no aspetta, forse mercoledì...comunque sia, non importa più molto... dovevo solo dirti succede ancora sorrida ogni tanto, facendo colazione...

    ed è curioso siano piccole cose alla fine quelle che restano... 

  • 18 dicembre 2011 alle ore 20:37
    Ultime pagine stinte (08)

    Come comincia: :- No, non è essere tragiche… è una questione di realismo.. tutto qui. Perché, davvero, quante volte pensi ancora ci vederemo? Dieci.. Toh quindici magari… Cioè dai, se ci pensi, è plausibile. Si, adesso è normale ricordarsi un compleanno, gli auguri a natale, capodanno ma arriverà, prima o poi…. Cioè una di noi sarà la prima a saltarli o ecco, a ricordarsene un giorno dopo, una settimana dopo.. sono cose ovvie. Eppoi fra un po’ magari cambierà il numero di cellulare e magari non verrà così automatico avvertire o chissà che altro… Non che sia niente di trascendentale dietro, ma tocca essere realiste almeno di tanto in tanto. Al momento è ovvio, ci sono persone, intendo sulle cose pratiche tipo sul cosa o dove si va, chi o cosa si ascolta, quando e perché.. mmmm, Ecco è una questione di presente: la memoria non può che giocare, sul campo del passato, partite già finite, come le repliche di Italia-Germania. Le riguardi con piacere ti possono anche emozionare al limite, ma è difficile che per l’entusiasmo ti ritrovi esultante per strada… Nel concreto, contano di più gli innumerevoli pareggi del Ravenna… Sotto la pioggia con gli striscioni equivoci per Dario, a provocare i ragazzetti sugli spalti… il lunedì, prima della lezione, al bar dell’oratorio… la nostra squadra del fantacalcio e…. si, insomma, come dicevo… nessuna tragedia, alla fine.. -:

  • 18 dicembre 2011 alle ore 20:35
    Ultime pagine stinte (09)

    Come comincia: Tanto non l’hanno capito lo sai. Non l’hanno capito quello che invece per noi è solamente normale. Magari se avessero visto le foto di Bercy a novembre, quella mattina, coi treni in partenza, ora gli sarebbe più chiaro… se solo avessero visto il diretto per Le Havre, col capotreno fuori dalla porta a bestemmiare in francese “S’il vous plaît madame, monsieur…sommes en retard..” e guardarci imbarazzato, in quell’abbraccio che non finiva più..“merde…italienne..”

    Mi chiedo, quanto è durato il nostro ultimo viaggio insieme?! Venti ore più o meno direi, di cui tredici passate in silenzio fra Milano e Parigi, in quelle due cuccette lontane…quanto eri scemo: “Trentacinque euro cavolo.. è un’offertona.. tanto comunque dormiremmo…non ci accorgeremo nemmeno di non essere vicini..”. Certe cose non le hai mai capite. “maddai.. se non ci abbiamo mai pensato…boh… cioè che vuoi ormai.. eppoi anche il dottore c’ ha detto che non ci sono problemi.. certo hai visto che faccia?! valli a capire sti medici…” pare una vita fa… o no?!

    Sai oltre le foto penso dovremmo portargli anche le registrazioni d’ambiente di quella giornata. Dovremmo fargli sentire quei suonatori all’angolo “Ehi ma questo non è quel pezzo dei Beirut… tan-tandan-iso le siii e noo esss taradan…. è identico !!”,dovrebbero sentire quel furgoncino che ha strisciato sul cordolo del marciapiede davanti la vetrata del Mac (avessi visto la tua faccia mentre ti sputavi contro il caffè)… ah e ancora la voce di quel tipo che vendeva non so che libri e che forse era un mormone, col suo cappello nero o ancora quello che c’ha fermato mentre andavamo al binario…

    Ecco avessero ascoltato tutti i suoni di quella mattinata, avessero sentito quel brusio interminabile a sorreggere ogni nostro sorriso, lasciandolo convinto d’essere voluto, come ogni sguardo..“massì cosa serve parlare.. cioè è normale.. tanto non sentiremmo niente lo stesso..”

    Le avessero viste, li avessero sentiti non faticherebbero a capire perchè allora, davanti alla porta aperta della carrozza 7 stessi già piangendo, perchè ti abbia stretto a me quasi cadendo sbilanciata dal peso di quegli zaini enormi e goffi da ragazzini alla prima vacanza, che si attacavano dappertutto, e urtavano i passanti…Dio e non riuscivo a prenderti tutto fra le braccia, non riuscivo a metterti le mani dietro la schiena che i guanti mi si sfilavano e le mani grattavano, nude, tra le cinghie.. . Le avessero viste, li avessero sentiti, sarebbe stato chiaro perchè piangevi anche tu, perchè senza sapere niente, sapevi già…

    E’ stata tutta una questione di suoni, come il suono di un nome, la forma di un viso, che non ci eravamo mai preoccupati di pensare e se ne è uscito all’improvviso nel mezzo della Francia…un terzo incomodo scordato, tra la nebbiolina insolita di una tarda mattinata, leggermente soleggiata.. “Ah Elisa…..”

    Eppoi sei salito.

  • 18 dicembre 2011 alle ore 20:30
    Ultime pagine stinte (11)

    Come comincia: L’interno dove siamo andati a stare è inspiegabilmente al IV° piano di una palazzina dall’intonaco caffellatte scrostato con un basamento bianco in pietre di fiume. L’idea è stata di Guido. E’ un po’ più lontano dalla facoltà, ma però costa niente: gonfiando un po’ le spese, da casa, ci si riesce a far mandare 50, 100 euro in più al mese; a pensarci a noi serviva solo un tetto, per squallido che sia va bene uguale.. ci mancano ancora due posti letto da riempire, mi stavo occupando dell’annuncio:

    CASA / CERCASI GENTE

    Io pensavo di non mettere il numero di telefono ma solo un orario e l’indirizzo… Beh Guido dice sempre che non son in grado di far certe cose…. Elisa ovviamente gli da spago: ci fosse Stefania approverebbe…

    E alla fine visto?! è tornata pure Elisa alla fine. A Milano non resisteva più ha detto.“Cavolo mia madre era sclerata del tutto, no ma davvero a livelli… Non mi ha neache detto che ha chiamato Thomas, coiè ma ti rendi conto?! Non so dove vive quella donna…figurati se potevo restare là.. poi qui almeno ho trovato da fare lo stage…”

    Porella non fatico a crederci.. eppoi credo che sotto sotto stia ancora sperando nell’arrivo di Thomas sul suo bianco destriero. Non è male scoprire ogni tanto di non essere l’unica scema che vive qua dentro…Comunque sia, dopo due settimane ci siamo dovuti ricredere un po’ su quel prezzo così vantaggioso. I termosifoni perdono acqua nerastra dalla guarnizioni, dagli scarichi sale persistente un odore di fogna a orari alterni, poi sono arrivati anche gli scarafaggi, all’alba ti salutano dal piatto della vasca…

    L’altro giorno l’ho incrociata, Stefania, che usciva dalla biblioteca. Neanche mi sono avvicinata che quasi ho cominciato a vedere sgranato, le voci intorno andavano a scemare… Eppoi lei non sa ancora che sono tornata, ed è un mese ormai. Non che sia scema, sapevo benissimo che l’avrei rincontrata ma… quell’incontro era tutto nella mia testa e non doveva essere lì, così alla cazzo.. no! c’erano delle cose che erano giuste, e allora ho pensato ” No, non è lei, è come se non fosse lei”. Stava anche telefonando, probabilmente alla madre..

    "Si, beh…non è che posso andare lì e dirgli ‘Ehi quanto tempo’ no?! cioè… Eppoi.. che cavolo…non ha mai usato il cellulare in vita sua, si, si è sua madre senz’altro altro, credo… e se non è.. No! Non voglio pensarci e non devo pensarci!! Ohh brava Alice.. così.. perché d’altronde che diritti ne avrei… cioè sono stata io ad andarmene e.. beh non è momento di nostalgie adesso, e fa caldo, fa caldo da morire e sono sudata, Dio perchè deve fare sempre così caldo.. e io guardami.. sfatta. Cazzo Alice.. come ci siamo ridotte?!? Non deve proprio vedermi adesso, no… non così, ora…perché devo dirle questo e quello.. oh cavolo è lei che deve.. beh non s’è mai fatta viva e ora chiama.. chi cazzo chiama?! Dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema… dio… via, via…Alice.. vai via!”

    Ferrara è insopportabile d’estate; un fiume lento e fangoso la coccola d’ozio, tutto è come frastornato,inebetito da una coltre dolciastra che imbroglia gli spigoli delle cose… dei ricordi.

    Ho una vecchia foto dell’estate scorsa appesa al muro difronte al letto: Io e Ste abbracciate al Parc Guel, sulla terrazza, quella sopra le colonne, con tutte le panchine sinuose. Qualche curva dietro di noi, sfuocati, Elisa e Thomas che si baciavano ridendo. Ora non ricordo chi ce l’ha scattata, credo un passante. Quando vivevamo assieme, io e Ste’, se ne stava in soggiorno sopra il divano e in realtà, era una sua creazione. Ci aveva lavorato per giorni col computer, per poi stamparla in un bianco e nero leggermente virato verso il freddo e incorniciata con un bel passpartout avorio e una cornice in legno scurissimo e grezzo… d’altronde ha sempre avuto gusto per queste cose… l’unica cosa che abbia mai rubato in vita mia…

    “Alice, SELENIO!!! Si dice virato Selenio!!! Non te ne frega un cazzo di quello che faccio eh…”

    E’ stata una bella vacanza quella. L’appartamento con le pareti rosse, le voltine catalane… oddio la paura che avevamo di usare un micronde. Thomas era terrorizzato dalla caparra lasciata al signor Armado e ci controllava di continuo:“Ma cè scritto di non usare le cose in metallo… sicure che si possono usare le vaschette in alluminio?”… davvero, mi manca anche lui.

    Io non so se c’ho mai creduto alla felicità, non in quella assoluta,totalizzante, almeno: faccio fatica a credere che un po’ di tempo passato in allegria possano chiamarsi felicità… magari momenti felici ecco..

    ”Seee addirittura un ‘magari momenti felici’, oddioooo non ti starai sprecando troppo… guarda cheppoi mi faccio illusioni…”

    Momenti felici, di quei giorni adesso, di quel cielo infinito sopra la terra rossastra della Catalogna, della sua voce... momenti rimasti

    “Occhio Lei, la solita leopardiana del cazzo deve essere… ma va va….scema vien qua…”

    “Eh si guada, ‘na gioia ahahahah. No, ehi, che fai, no no ferma..maa insommaaa…Ste’…ahah che cretina!!”

    Comunque basta, basta davvero! Non è sempre il passato, perchè adesso le cose non vanno male, no di certo.Erano solo tempi diversi, altri noi, altre cose… diverse anche loro.

    A Elisa ogni tanto ancora lo chiedo…

    “Eli, vorrei tanto sapere che fine abbiamo fatto.. noi dico.. Eli, che fine abbiamo fatto?!?”

    “Siamo qua… è Settembre, un Mercoledì, sono quasi le otto, abbiamo appuntamento fra mezz’ora e tu ancora devi farti una cavolo di doccia, ecco che fine abbiamo fatto!! Guarda cheppoi esco per i cazzi miei eh.. a piedi ci arrivi in centro, a piedi!!!”

    “Ok ok… ricevuto eh…”

    D’altronde a pensarci… è Mercoledì un po’ per tutti.. “ un dettaglioooo che ci rende uguali….”

    A me è sempre piaciuto cantare sotto la doccia.

  • 18 dicembre 2011 alle ore 20:29
    Corto #3 - Possible is something

    Come comincia: Dammi una paletta, un secchiello e un forziere, e tutte le spiagge del mondo, per renderti introvabile.

  • 17 dicembre 2011 alle ore 20:30
    Ein vorurteil o il pregiudizio

    Come comincia: Albert Einstein è seduto su di uno scoglio. E’ un masso calcareo, bianco, levigato dal mare. La posizione di Einstein è insicura, con la mano destra trattiene il peso del corpo. Indossa calzoncini corti a mezza coscia, scuri. Gambe magre, agili, piccoli piedi in gentili sandali bianchi. Una polo chiara, lo scollo è ampio, slabbrato dall’uso. Una raggiera di capelli bianchi mossi dal vento che gli giunge alle spalle. Ne intuisco la direzione dalla superficie del mare dietro di lui con piccole onde nervose, frequenti. Il volto è serio, ma c’è un accenno di sorriso tra i baffi scuri.
    Una baia, forse un lago. Solo due piccole barche all’ancora. Non si scorgono persone, neanche sulla sponda opposta. Una posa per una foto di famiglia o, dato il posto, una fuga d’amore, gli anni non contano. Comunque l’operatore deve essere femmina: Einstein sembra qui voler dare il meglio di sé!
    A grossi caratteri verdi su uno sfondo azzurro una sua frase: ‘Es ist schwierriger ein vorurteil als ein atom zu zeratoren’. (E’ più difficile infrangere un pregiudizio piuttosto che un atomo). Sul retro della cartolina la calligrafia di mia nipote Sara: “Se passi da Vienna per il congresso, telefonami.”
    In una fredda sera d’aprile, in una Vienna avvolta da una bufera di neve, attendo Sara  alla Clinica della Birra. Tavoli di legno, spazi angusti contesi da mucchi di cappotti appesi, ragazzi, ragazze, voci, risate, luci, odori. Sara entra con i suoi ventiquattro anni, punteggiata di neve. Mi individua subito. Sono l’unico avventore solitario. Devo avere un aspetto frastornato.
    “Coraggio zio, arrivano i rinforzi!”
    Stento a vederla come donna, come un cervellone di fisica che vive tra cervelloni alla corte di un aspirante al Nobel. Prevale la sua immagine di bambina che gioca con altri bambini, i miei figli, su di una assolata spiaggia di Calabria.
    Un’immensa milanese, la cotoletta viennese, si intreccia a parole e a birra opaca e ghiacciata
    -“Il VORURTEIL: il pregiudizo, qui come và? È veramente così dura come asserisce il tuo vate?”- le chiedo mentre saluta un biondo collega al tavolo vicino.
    “Zio, ricordi cosa dicevi a noi ragazzi? Per cambiare un pregiudizio si dovrebbe intervenire con maschera e fiamma ossidrica, come se si trattasse di ingranaggi di ferro!”
    “ Ma dimmi, qual è la  posizione politica degli studenti, sono di sinistra?”, le chiedo mentre un canto duro e scandito prende il sopravvento.
    “Appartengono quasi tutti ad associazioni di destra, anche se poi manifestano in piazza quasi ogni giorno.”, mi risponde.
    “Ma non ti sembra un’incongruenza?”- urlo, per superare il canto fattosi sempre più intenso
    “Sì, certo. Ma non circolano tra di noi pensieri chiari. Si ha la sensazione che si voglia celare qualcosa”; oramai urliamo entrambi per farci sentire.
    “Il VORURTEIL!”, le rammento. Lei mi sorride e tace.
    All’uscita Sara mi precede sul marciapiede di fronte. Continua a nevicare.
    “Stai fermo sulla porta che ti immortalo.”
    Un autobus di linea si è fermato alla mia destra. Il conducente ci guarda con volto serio. Attende che si scatti la foto per ripartire! Mi sento arrossire. I passeggeri dell’autobus ci osservano impassibili.  I secondi si allungano. Il flash mi viene in soccorso e il moto riprende

  • 16 dicembre 2011 alle ore 22:24
    Un albero vicino a cui piangere.

    Come comincia:  
    Presto, sali, aveva detto Rino alla ragazza nello stesso momento in cui le aveva aperto lo sportello della sua auto, senza neppure che fosse particolarmente chiaro il motivo di tutta la fretta. Lei aveva eseguito, si era seduta e lo aveva osservato per un attimo come cercando nel profilo del viso una spiegazione sul luogo dove stessero andando. Lui, con gesti precisi, aveva fatto riprendere velocità all’automobile, poi aveva svoltato ad alcuni incroci, e con il suo modo di comportarsi, aveva dimostrato subito, con grande evidenza, di sapere perfettamente dove stesse recandosi.
    Erano rimasti in silenzio per alcuni minuti, Rino pareva concentrato nella sua guida, la ragazza guardava la strada davanti alla macchina, come cercando di decifrare ciò che passava davanti ai suoi occhi. Il pomeriggio di quella giornata continuava ad essere uggioso nella stessa maniera come lo era stata tutta la mattina, e il tergicristallo esibiva con metodo un piccolo rumore a ogni giro, quasi un lamento. Credo di non essere mai stata da queste parti, aveva detto lei come tra sé, e lui aveva annuito conservando l’espressione del viso quasi imbronciato. Infine aveva risposto qualcosa che non significava un bel niente: andiamo da un amico, aveva spiegato, prendendo per una strada ormai fuori città, costeggiando un canale e una fila di alberi vecchi e mezzi rinsecchiti.
    La ragazza aveva iniziato a provare un certo disagio, forse dato dalla paura che qualcosa le stesse sfuggendo di mano, e in fondo non aveva alcuna volontà di fare cose particolari, neppure di conoscere quell’amico di Rino. Già, Rino: se ci pensava un po’ meglio, le veniva a mente che non era neanche troppo tempo che lo frequentava; le era sembrato da subito un ragazzo come gli altri, per questo aveva accettato varie volte di uscire con lui, anche se in fondo, della sua personalità, che ne sapeva? Avevano anche parlato poco tra loro da quando avevano iniziato a vedersi, e non c’era ancora stato il tempo necessario per chiarire perfettamente i loro punti di vista, di questo era certa.
    A lei adesso sembrava addirittura di non avergli detto niente di sé, di non avergli spiegato per nulla cosa pensava davvero, il limite oltre il quale non avrebbe voluto mai andare, per esempio, e altre cose del genere. Forse lui aveva addirittura travisato qualche discorso che lei si era lasciata sfuggire, soltanto per sentirsi più grande, per darsi maggiore importanza. Adesso però le pareva il momento: avrebbe voluto dirgli qualcosa, interrompere quella corsa in auto assolutamente insensata, avrebbe desiderato con tutta se stessa che Rino voltasse la macchina, che la riportasse indietro, nel suo quartiere, dove poteva magari recarsi al solito bar, in un posto dove lei provava il senso di sicurezza, in mezzo alla gente che conosceva, dove nessuna preoccupazione le avrebbe mai sfiorato la mente, ma adesso si sentiva quasi paralizzata, non riusciva più neppure a parlare.
    Rino infine aveva accostato la macchina al bordo stradale, dopo avere rallentato gradualmente l’andatura, e si era andato a fermare proprio in prossimità di una vasta piazzola in terra battuta, accanto ad un campo scuro probabilmente arato da poco. Aveva spento il motore, si era voltato lentamente verso la ragazza, ma soltanto per dire : ecco, ti presento il mio amico, il più grosso albero di quercia che io abbia mai conosciuto. La ragazza allora aveva osservato con occhi increduli la pianta enorme vicino alla strada, ne aveva osservato il tronco larghissimo e la miriade di rami e di foglie che ne formavano la chioma, poi era tornata a volgere il suo sguardo su Rino, e le era venuto da piangere, anche se ormai non sapeva neppure spiegarsi il perché.

    Bruno Magnolfi

  • 15 dicembre 2011 alle ore 17:17
    Sorriso di neve

    Come comincia: Sorriso di neve

    Erano labbra di donna dipinte sul viso, erano occhi di cristallo che brillavano, tra sorrisi e lacrime, ricordi e passioni mai dimenticate, erano desideri profondi, sulla pelle morbida di un guanto di seta, sensuale movenza ottocentesca tra le ombre della sera, gelide, polari,

    era un inverno infinito quello che alloggiava nel suo cuore paralizzando i battiti emotivi in una monotona sintassi priva di sussulti, di brividi, stimoli, percezioni...

    Il vento spingeva le carte abbandonate in un gioco di spiragli tra le finestre chiuse, i vetri frantumati, riflessi di un mondo degradato che non poteva più reggere i fasti di un impero tramontato, decaduto, terre contaminate da radiazioni incontrollate ora lasciavano spazio al disadorno vivere di chi non rinunciava al magico potere di guardare le nuvole, contare le rondini, sedersi nel prato...

    Foglie, come scheletri vegetali accartocciati dal tempo, accumulate negli angoli, alla base di ogni radice e lungo i marciapiedi, strade deserte che portano al deserto, anime deserte, in attesa di pioggia benefica, purificante dono per la terra assetata, malata, sporca...

    Ceneri di un antico monumento alla gloria mortale, polveri di un amianto modulato tra intercapedini, pareti, strutture... pietre, mattoni, calcinacci, schegge di vetro, riflessi ovunque, come microspecchi di un sole estinto, testimoni taglienti dell’ultima era prima della Grande Distruzione...

    Toccava, accarezzava l’asfalto ferito, le fondamenta piegate, le torri sgretolate... non c’erano auto e neppure negozi, non c’era spazio purtroppo neppure per un respiro, uno sguardo, una presenza... camminava, sfiorava, baciava le impronte di un passero assetato, nel fumo pungente c’era, doveva avere, esserci, esistere, sopravvivere, camminava per avere una direzione, cercando un destino che nessuno poteva più scrivere, perché non c’erano pagine, non c’erano storie, racconti, poesie, caratteri, pensieri... e neppure parole...

    Restava quello spazio vuoto...

    vuoto...

    vuoto...

    In cui il silenzio rimbalzava nelle stanze della città, nelle vie del tormento, nei vicoli della solitudine, nelle piazze dello smarrimento, nei viali alberati di lampioni fossili e macerie ardenti, mura sgretolate, fogne prosciugate, tegole sbriciolate, tubazioni, pareti, vetrate, poster e pensiline carbonizzate, aria di plastica fusa, disciolta, fumo grigio, fumo nero, eterna notte priva di stelle, senza luna né comete, eterna sensazione di un inizio che non avrà fine, non ci saranno epiloghi, non ci sarà un seguito perché tutto quello che doveva essere, ormai, era già stato...

    Vivere senza la speranza di un arcobaleno, proseguire la marcia in un mondo spento, né luce né colori, onde piatte di un mare pietrificato, pozzanghere di olio melmoso e alberi bruciati, rivestiti di catrame nero e cenere, ceneri ovunque, residuo di una combustione distruttiva che ha massacrato l’ultima terra, la piccola spiaggia che noi chiamiamo “speranza”.

    A cos’è servito correre per tanto tempo, inseguirsi, rincorrersi, sovrastarsi, combattere, prevaricarsi, giudicare, condannare, reprimere, osannare, predicare, adorare, idolatrare, discutere, cercare, creare, edificare, bonificare, insegnare, tramandare...? A lasciare questo strato di bolle radioattive su cui non è più possibile seminare un filo di erba non sintetica?

    Forse il progetto era proprio questo: disperdere le tracce di una umanità priva dei requisiti fondamentali per stare al mondo: la logica, il buon senso non le appartenevano e ora... era tutto da rifare da zero, ricominciare sì... ma da cosa, da dove?

    Lei era il primo step, il primo gradino, futuristica Eva di un progetto postatomico del giorno dopo... immune a tutto, al caldo, al gelo, ai raggi e alle radiazioni: aveva completezza nella sua purezza e saggezza nella sua verginità spirituale. Non c’erano dei, non c’erano poteri, potenti, non c’era nessuno... Il cimitero mondiale era il nuovo giardino su cui ricrescere germogliando nuovi frutti, nuove spore di amore perché la vita torni a partorire e risvegliare le anime sepolte...

    Anni, secoli, millenni... la foresta tanto ferita e sfruttata nelle ere precedenti ha ripreso il proprio posto ricoprendo le aree disboscate, gli abusi e i complessi urbani edificati sulle sue ceneri ora sono polvere di cemento, sommersa sotto strati di fertile terreno carico di energia...

    gli iceberg governano le grandi correnti gelide del nord e le calotte polari hanno ricostruito la propria morfologia, sono tornate le nevi laddove stavano i ghiacciai perenni e le acque decantate ora riflettono un sole raggiante specchiando il cielo nei medesimi colori: azzurro di giorno, arcobaleno al crepuscolo, argento la notte.

    Terre, terre vive e fertili di vita ora rivestono province, regioni, stati... e l’unica bandiera è il sole che splende tra le stelle... il vento collega i continenti e la pioggia benevola disseta fiori tropicali e farfalle di montagna, frutti esotici e funghi del sottobosco, c’è spazio, sì, spazio per tutti e per tutto ora che l’uomo è stato ricollocato nel suo ruolo secondario di essenza primitiva alla ricerca di un perché...

    Mentre le lucciole si rincorrono intermittenti nel calore della notte, le tribù umane stanno ancora cercando la prima scintilla con cui accendere la prima fiamma della nuova storia... un giorno troveranno i loro stessi fossili e cominceranno a fantasticare, esporli nei musei, raccontare favole di mammuth e dinosauri, li trasformeranno in pupazzi animati e torneranno a speculare per possedere più pietrine, più polverine, più dischetti di metallo a cui torneranno a dare il significato primario di un dio chiamato denaro che servirà solamente a riportarli nello stesso tour di contaminazione e tutto ricomincerà...

    Ma forse Lei, Lei è diversa... non ci sono serpenti avvelenati, paradisi da difendere, eden da conquistare: non ci sono promesse né vere né false... soprattutto non ci sono divieti, minacce, ricatti di origine, sì... era questo l’inganno che impediva la nascita della vera coscienza, questo!

    All’origine di tutto non c’era il peccato, ma l’inganno!

    E intere generazioni per millenni hanno edificato culture e templi per tramandare un inganno che li ha portati ogni volta alla fossilizzazione spirituale, al conflitto, allo sconforto, al tormento, alla guerra, all’odio e alla vendetta... era questo l’errore su cui erano stati costruiti i precedenti valori ma ora è diverso, Lei è la purezza e le sue mani possono donare il calore del sole a chiunque desidera amore... finalmente nasce, ora, una nuova razza, una stirpe umana che non ha le radici nel peccato originale ma nell’amore originale e solo questo potrà essere, rapporto e interazione con le forme di vita, uomo e farfalle, bambini e delfini, ragazzi e gazzelle, donne e orchidee... una fusione interiore ed esteriore affinché tutte le forme di vita siano partecipi e autori della vita stessa... non ci sarà più l’ecologia come scienza, ma un sistema ecologicamente perfetto basato sull’amore, era così semplice! eppure ci sono volute decine di generazioni umane per capire che tutto era già scritto ovunque, ovunque!

    Lo dicevano le nuvole che portavano acqua e cristalli di neve. Lo diceva il sole che colorava il cielo di amore al principio e alla fine di ogni giorno e lo diceva la luna argentando l’anima di chi sapeva sognare oltre la propria sfera cinetelevisiva. Ora nascono programmi, musiche vere, il canto dei gabbiani che volano sul mare, il fruscio del vento che trasporta la coscienza dei semi e dei germogli...

    Lei alza lo sguardo al cielo e intorno a sé corrono felici bambini sulla spiaggia dorata: le onde accarezzano la pelle senza tempo e dalle stelle scendono i primi fiocchi di neve.

    E’ un nuovo inverno, una nuova stagione, Eva sorride e le sue labbra restano dischiuse come in un lungo bacio universale... la neve scivola sulle sue guance e si scioglie sul suo sorriso...

    :-)

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  • 15 dicembre 2011 alle ore 10:48
    Prestigiosa sobrietà ...

    Come comincia: La mattina del 12 dicembre, di quest’anno 2011,  mi sono svegliata alla solita ora anche se avrei voluto essere in piedi un po’ prima  per presentarmi al meglio all’evento che avevo atteso con ansia e per il quale nutrivo molte aspettative.
    Però non è proprio esatto dire che non mi sono svegliata perché non dormivo dalle cinque, quando, ancora buio pesto, è venuta giù una bufera con tuoni e fulmini a ripetizione: sembrava fosse iniziata la terza guerra mondiale, una bufera che si è abbattuta su Roma con una violenza inaudita.
    Quindi dal primo tuono sono rimasta in un dormiveglia che mi ha spossato tanto che mi sono alzata più stanca del solito.
    Mio marito, tornato dopo aver onorato uno dei suoi impegni mattutini, andare a comprare il pane fresco, mi ha scodellato subito la prima battuta spiritosa della giornata …
    “Hai sentito? In tuo onore, il cielo si è prodigato in fuochi d’artificio!”
    Si riferiva al fatto che quella mattina dovevo presentarmi in un sito prestigioso, il tempio di Adriano, dove dovevo ritirare una menzione speciale per la poesia che avevo iscritto ad un premio, anch’esso prestigioso, il Premio Laurentum  Online.

    Per l’importanza dell’evento avrei voluto restaurarmi per quel po’ che potevo: ombretto, eye-liner , un’ombra di rossetto e un po’ di cipria. Certo non potevo rimettermi i due denti spezzati che ho davanti …  questo andava fatto per tempo ma io tendo a rimandare  ogni appuntamento medico o similare.
    Sono uscita di casa con la faccia acqua e sapone, senza nemmeno un filo di rossetto perché non l’ho ritrovato. Ho raggiunto la mia amica Stefania che era già al cancello che mi aspettava per condividere con me quella mattinata diversa.
    Abbiamo raggiunto la prestigiosa meta senza particolari problemi, scegliendo il trasporto pubblico per evitare qualsiasi impedimento sia nel traffico che nel parcheggio.
    La sala era affollata ma non piena, io ero invitata e non ho avuto difficoltà ad entrare, tutto è filato liscio come l’olio; non mi hanno chiesto nemmeno un documento come al palazzo della regione Lazio alla premiazione di “Cara Italia”, concorso epistolare dell’associazione Pragmata, al quale ho rischiato di non poter entrare proprio perché  non avevo il documento. Questa volta ce l’avevo!
    Una giuria di nomi conosciuti e competenti, la stessa che ha premiato Baudo, ha attribuito a “Er motivo”, mia poesia in romanesco, una  menzione speciale.
    Mi ha fatto piacere ricevere un simile riconoscimento ma quando mi hanno consegnato il  diploma, sinceramente … ci son rimasta male.
    I vincitori, sia quelli che hanno ricevuto più voti “on line”, da cui prende il nome la sezione del concorso a cui partecipavo , che quelli scelti dalla giuria, hanno ricevuto un’opera d’arte e un altro premio  incartato e infiocchettato di molto d’effetto!
    Premi eccellenti, concetto più volte sottolineato durante la premiazione,  che danno ancora più lustro all’evento supportato da una lunga lista di sponsor.
    A me e a tutti gli altri menzionati, non molti, è stato consegnato  un diploma in cartoncino della grandezza di un foglio A4, molto semplice.
    Per carità, a me piace  la sobrietà e sapevo che avrei ricevuto solo quel riconoscimento  ma me l’aspettavo un po’ più  importante … “più prestigioso”, su una pergamena, caratteri d’oro … mi piace la sobrietà!
    Insomma, voglio dire, che forse  dopo  aver visto i premi precedenti … c’è stata una brusca sterzata,
    So che per i menzionati non è previsto un vero premio, la menzione potrebbe essere letta senza rilascio di “alcunché” …
    Mi è mancata, però, un po’ di cura, piccoli accorgimenti come un nastrino per avvolgere il diploma e portarlo più agevolmente  con meno pericolo di danneggiarlo  tornando  a casa con la metro … la cura che è segno di considerazione anche per le cose più umili.
    Sarebbe andata  bene anche una cartellina semplice di carta.
    Anche se menzionata non mi sono sentita apprezzata da un premio particolarmente “prestigioso”  in un ambiente prestigioso dove tutto era altisonante.
    Quel diploma mi è sembrato “di poco conto” come sicuramente sono  io … e questo  mio scritto forse pecca di immodestia:le poesie menzionate erano veramente “ di poco conto”…!
    In questo caso si poteva fare a meno di menzionale.
    Propongo l'abolizione delle menzioni.

  • 13 dicembre 2011 alle ore 22:39
    La bottega dell'artigiano Baroso

    Come comincia: Josè Saramago disse, durante la premiazione che lo elevava tra le leggende della letteratura mondiale, che l’uomo più saggio che abbia mai conosciuto non sapeva né leggere né scrivere: si riferiva a suo nonno. Per me vale lo stesso. Credo di non aver mai stimato un uomo più di quanto abbia ammirato mio nonno, e anche lui non sapeva né leggere né scrivere.
    Per questo motivo all’età di vent’anni, mi recai a Venezia con l’obbiettivo di imparare l’arte della lavorazione del vetro. Desideravo diventare artigiano vetraio come mio nonno.
    Per imparare il mestiere andai alla bottega dell’artigiano Giovanni Baroso, l’ultimo rimasto di una lunga generazione familiare  che per più di 200 anni ha sfornato abilissimi artigiani del vetro.
    “Hai qualche idea di come si lavori il vetro?” mi chiese, quando mi ci presentai, chiedendogli di assumermi come suo apprendista.
    “No” risposi.
    “Sai quali oggetti si possono fare col vetro?”
    “No, o meglio, ne ho un’idea vaga”.
    “Perché allora sei venuto da me?”
    Io lo guardai con un sorriso spaventato: “vorrei  somigliare un po’ più a mio nonno. Lui lavorava il vetro.”
    Credevo mi avrebbe buttato fuori all’istante, invece sembro comprendere la mia ragione.
    Uscì dalla stanza e tornò dopo qualche minuto in compagnia di un uomo basso, sudicio, vestito con una tuta blu e con addosso una mascherina per proteggere gli occhi.
    “Lui è Pierpaolo. Ti insegnerà tutto ciò che c’è da imparare prima che chiudiamo i battenti”.
    Poi l’artigiano Giovanni Baroso salì nel piano di sopra e lo rividi solo dopo due giorni.
    Fu Pierpaolo a spiegarmi il significato delle ultime parole, “prima che chiudiamo i battenti”, che l’artigiano disse al momento di congedarsi. Mi raccontò che la bottega avrebbe chiuso tra sei mesi circa. Già c’era chi era pronto ad acquistare quel magazzino, per farci chissà che cosa, non sapeva. Nessuno commissionava più lavori all’artigiano Baroso. “ È colpa di Giovanni se la bottega chiuderà” disse Pierpaolo. “Il padre prima di morire gli ordinò di comprare alcune attrezzature di ultima tecnologia, così da poter passare ad una produzione più simile a quella di massa delle grandi fabbriche. Giovanni non ascoltò il padre e continuò a lavorare il vetro a modo suo. Gli piace sentirsi artista! Purtroppo, adesso, i prezzi della concorrenza sono così bassi, che nessuno vuole  spendere una somma più alta della media per delle semplici opere in vetro”.
    L’artigiano Baroso aveva ereditato la ditta del padre a 27 anni. Così, assumendone il comando, decise di continuare a praticare l’arte del vetro  come suo padre gliel’aveva insegnata, e a sua volta, così come suo nonno l’aveva insegnata a suo padre. Quasi tutte le botteghe e piccole fabbriche concorrenti, pian piano, aumentarono di molto la produzione- con l’utilizzo di macchinari di nuova tecnologia – abbassando i prezzi e di conseguenza spingendo le vendite. L’artigiano Baroso era rimasto uno dei pochi a continuare la lavorazione del vetro senza l’utilizzo di macchine che facessero tutto il lavoro. Ma come contrastare una concorrenza così spietata?... Pensava , l’artigiano Baroso, che si sarebbe fatto avanti con il punto forte dei prodotti di qualità.
    All’inizio le cose sembravano non andare troppo male. Ivi, però,  la bottega  si  ritrovò in pochi mesi senza più clienti. Pierpaolo era l’ultimo lavoratore rimasto tra i cinque che lavoravano nella bottega prima che Giovanni Baroso ne assumesse il comando.
    Con un sorriso Pierpaolo mi disse :” probabilmente io e Giovanni andremo a lavorare in una di quelle fabbriche del veronese che ci hanno costretto a chiudere i battenti. Se non desideri fare la nostra stessa fine, considera la lavorazione del vetro solo un hobby”.

  • 13 dicembre 2011 alle ore 14:06
    Arcobaleni

    Come comincia: una lenza lanciata nel vuoto, il corpo  tutto teso a guardare se il lancio è stato buono: troppo lontano?
    no:  in zona propizia per una speranza: riempire quella cesta che chiede solo di  contenere qualcosa  che non siano i barattoli con le esche: la faccia si rilassa  e il  corpo ormai anziano del pescatore in riva al mare si siede su una  panchina: anzi sulla sua panchina, che ogni giorno lo attende per quel paio d’ore di compagnia che si fanno reciprocamente, per ingannare il tempo che li separa dall’evento tanto atteso del pesce che abbocca proprio a quell’amo, che logicamente non è l’unico.
    anche questa è trieste, una città che non lascia spazio ai giovani, e al tempo stesso fa vivere molti vecchi,  ma soprattutto fa meditare indipendentemente dall’età.
    basta volerlo e questa cittadina mitteleuropea ti abbraccia e ti costringe a pensare: e così non è difficile trovare le persone assorte, con la mente impegnata in chissà quale viaggio fantastico o ragionamento articolato; è una caratteristica che spesso fa sembrare i triestini cupi e schivi, ma chi li conosce bene sa che non è sempre così.
    il triestino si riconosce dagli occhi: spesso sono tristi, ma riescono a rallegrarsi per molto poco proprio per questa propensione all’immaginazione: anche un volo di gabbiani serve a far tornare il buon umore e quì a trieste di gabbiani fortunatamente ce ne sono molti.....
    già i gabbiani : quando volano sembrano macchie bianche come le nuvole del cielo, che si specchiano nell’azzurro del mare, poi quando è in arrivo il brutto tempo vengono a terra; c’è poi una particolarità  tutta triestina:i nidi dei gabbiani sui tetti delle case, anche se sono molte le città che rivendicano questa originale caratteristica.
    dal costone carsico, al lungomare barcolano, da muggia a duino: i colori di trieste cambiano, si rincorrono, segnano le stagioni, assumono tinte forti con il brutto tempo, si coloriscono con la nebbia e si lasciano modificare da ognuno di
    noi come fossero su di una tela: basta cogliere il mo[1]mento opportuno per accarezzare il paesaggio con il pennello che sta nella nostra mente.
    passeggiate romantiche, un amore perduto o il figlio ritrovato, le foglie che cadono in autunno, ma anche il mandorlo in fiore a primavera, le barche a vela che affollano il golfo d’estate e la neve che spolvera il carso quasi ogni inverno, sono emozioni che ben si identificano con i colori e con l’arcobaleno che vivo e vedo ogni giorno nella mia città.
    l’autunno è la stagione migliore per creare l’arcobaleno: gli alberelli di sommaco risaltano su buona parte della periferia e naturalmente dell’altopiano: nelle giornate limpide e soleggiate i contorni ben delineati dei paesaggi sono incorniciati dalle foglie rosse di questi alberelli che danno un tocco di originalità alle distese verdeggianti.
    le foglie cadono dagli alberi, iniziano le scuole, i bimbi corrono a scuola ed i genitori li rincorrono..... le caldarroste segnano la stagione e ne sono il simbolo più evidente .
    certo che la val rosandra ed in particolare le sue cascatelle, sono un’attrazione sconosciuta ai più, soprattutto nella stagione invernale: non c’è molta strada da percorrere per raggiungerle, ma il consiglio è di aspettare la prima gelata, il primo freddo: lo spettacolo è assicurato anche perchè, tutto attorno, il silenzio della valle incanta e colora l’ambiente: il ghiaccio trasparente delle cascate abbaglia e crea sensazioni emozionanti, specie la prima volta.
    il pennello della nostra mente colora il ghiaccio ma non riesce a fermarsi tale e tanta è la bellezza di tutto il paesaggio e così dobbiamo distoglierlo noi, con la scusa, non tanto sbagliata, che tra poco sarà buio e la strada del ritorno ci attende, con mille sorprese invernali ancora da scoprire: sono fredde e rigide e aspettano solo di essere colorate: il vecchio acquedotto, i ghiaioni, la chiesetta, gli alberi, ormai spogli, che lasciano solo intravedere il torrente rosandra gonfio d’acqua per le ultime pioggie, i sentieri sconnessi e l’ultimo ponticello che segna la fine anche di questo arcobaleno.
    svegliatevi è primavera: alberi fioriti che abbelliscono i giardini, guardaroba che si riempiono di capi d’abbigliamento colorati e con tanti fiori disegnati, ma anche allegria scomposta tra la gente, che regala sorrisi ovunque: io questa stagione la concepisco così, spensierata, come dovrebbe essere la vita...e tutte le altre stagioni, non solo da bambini, ma soprattutto da grandi quando la velocità, l’impazienza e l’ansia trascina i triestini ...(e non solo loro, purtroppo) nel vortice della frenesia di arrivare (dove ancora non è dato sapere....).
    un vortice pericoloso, che cancella qualsivoglia tipo di arcobaleno mentale, che allontana qualunque pennello della nostra fantasia e naturalmente riporta tutto il mondo e tutta trieste, in un tristissimo bianco e nero televisivo, stile anni ‘70.
    e allora come fare?
    imitare il pescatore sarebbe un’idea: lui  non ha problemi, e neanche fretta, a lui basta poco per gioire: la vita è un dono e lui ha accettato questo dono senza commenti, ha disperso nel mare i suoi sogni di gloria, tenendo ben stretti i piccoli momenti di libertà e godendo appieno di tutto questo......lui forse il pennello ha imparato ad usarlo già da giovane e si è colorato degli spazi da favola, facendo vivere in lui un non so che di fanciullesco.
    ....”che caldo, che umido, non si respira, meglio l’inverno”, dice la signora mariuccia alla dirimpettaia: questa è la sintesi dell’estate, di quella stagione che non ha orari, non ha serate brevi, di quella stagione che ti fa vivere anche di notte e che fa intasare le autostrade e chiudere le fabbriche, un rito che si ripete ogni anno, monotono e senza varianti: l’unico scopo è arrivare sulle spiaggie per potersi sistemare nel proprio metro quadro di sabbia e attendere che squilli il cellulare, per poter rispondere di fronte a tanta gente magari bagnandosi nel mare e involontariamente far cadere il telefono in acqua tra le risate generali.
    tutto questo è costume, colore, folklore e  fa parte della nostra cultura , ma non è un arcobaleno : l’arcobaleno è umile, non si materializza tra la gente, ma solo nei pensieri, ti rilassa e soprattutto ognuno ha una capacità diversa di creare arcobaleni con la mente....poi, in fondo all’arcobaleno, ai piedi della collina, i più bravi riescono anche a trovare la pentola con le monete d’oro........

  • 13 dicembre 2011 alle ore 11:22
    Il Mendicante

    Come comincia: Arrostiti su una lamina tagliente restano, carbonizzati, pietrificati, i pensieri di un lontano mendicante che tutto osserva con l’occhio spento del proprio cuore.

    Osserva uomini arricchiti dal proprio egoismo, che volteggiano come pavoni nel grande circo della carriera individuale... hanno i gomiti consumati a furia di spingere e se gli offri una stella da guardare ti chiedono:

    “Cos’è?”

    Uomini di cultura che hanno dedicato il proprio circuito temporale a saturare le proprie fibre cerebrali caricandole di dati e nozioni, quando gli porgi un fiore non sentono il profumo né colgono il colore, sanno solamente indicarne la specie e la classificazione botanica.

    Uomini di scienza che dividono il mondo tra ciò che si dimostra e ciò che non si dimostra... quando gli parli di amore non sanno bene cosa rispondere...

    Uomini di teatro che hanno dedicato la propria chance esistenziale ad indossare maschere senza rendersi conto che la vera parodia era imitare il mondo che li circonda in cui tutti recitano e pochi, pochissimi “sono”.

    Uomini di politica, ingrassati dalla propria sete di potere, viscidi ippopotami imbalsamati preoccupati solamente di ormeggiare la propria barca accanto ad una più piccola, a guardare il mondo dall’alto, annegati nella propria presunzione e nella voragine di ipocrisia in cui propagano falsi valori per guadagnare privilegi... se gli porgi un dono si chiedono:
    “Cosa ci sarà sotto?”
    Non sanno donare e non sanno ricevere, vivono nel dubbio, nel timore dell’inganno perché solo questo conoscono!

    Donne dal grande portamento, eleganti e sensuali si massacrano la muscolatura pur di indossare trampoli affilati che ne slancino la silouhette: hanno dedicato la vita a tirarsi la pelle, abbronzarla, idratarla, rassodarla, depilarla e truccarla ma se le porti in un prato non sanno camminare a piedi nudi sull’erba...

    Il mendicante, ricco di cuore, profondo di amore, osserva, osserva solamente...

    Loro lo chiamano:

    “Pezzente”

    “Barbone”

    “Straccione”

    Si sentono benevoli quando allungano una misera monetina, credono di fargli del bene ma è lui che concede a loro la possibilità di un gesto, minimo, di amore...

    La carità è un gesto di amore.

    Quando gli porgi una moneta i suoi occhi ti rimandano sincera gratitudine e il suo cuore osserva la tua capacità di amare...

    Ringrazialo...

  • 13 dicembre 2011 alle ore 10:12
    Nelle finite sfumature del grigio

    Come comincia: Ogni volta che suonavamo, lei c’era, confusa tra la gente, a guardare verso il palco. Dai locali fumosi di periferia ai torridi concerti delle sere d’estate, ogni volta, riuscivo a vedere il viola dei suoi occhi brillare nel vortice indistinto del pubblico. Le cose stavano andando bene, dopo la recensione che aveva definito il nostro EP di debutto “il disco che farebbe Springsteen se avesse trent’anni oggi e nessun futuro all’orizzonte”. Nessuno aveva capito cosa significasse, neanche noi, ma aveva funzionato. Non eravamo famosi, non facevamo soldi, ma le date andavano esaurite e suonare per tutte quelle persone era nuovo ed eccitante. Una sera, dopo il concerto, l’avevo raggiunta al bar e mi ero presentato. Eravamo usciti a bere, seduti sul marciapiede davanti al locale, mentre il pubblico, lentamente, tornava a casa. Visti da vicino, i suoi occhi avevano il colore viola dei tramonti d’inverno. Avevamo vagato tutta la notte, perdendoci nelle strade buie della città, parlando, fumando, lasciandoci liberi. L’aria dell’autunno era curiosa e pungente, si infilava sotto i vestiti e graffiava la pelle. Noi la sfidavamo con il coraggio e l’incoscienza di chi sta per cominciare un viaggio. Le avevo raccontato del mio lavoro alla fabbrica di vernici, della speranza di vivere di sola musica, di cosa voglia dire crescere orfano nella periferia di una città, di come si possa trovare una famiglia in tre ragazzi di strada, del garage in cui avevamo trovato il nostro suono, un mondo anche per noi. Lei mi aveva portato nella sua vita, mi aveva parlato della sua famiglia numerosa ma distante, del fallimento del negozio di suo padre, delle notti passate a studiare dopo interminabili giornate di lavoro, delle supplenze in attesa di un posto da insegnante di letteratura, del manoscritto carico di desideri riposto nel cassetto. Guardandomi negli occhi mi aveva chiesto: cosa faresti se non avessi paura? Senza aspettare la mia risposta, si era avvicinata al mio orecchio, le mani chiuse intorno alla bocca. Qualunque cosa sia, aveva sussurrato, falla.
    Alle prime luci dell’alba ero innamorato di lei di un amore che credevo esistesse solo nelle canzoni, nei libri, nei sogni.
    Pochi mesi dopo, con i cuori gettati nell’anno nuovo, eravamo già una coppia, stavamo insieme. Mi piaceva tutto di lei. Il modo in cui viveva, il modo in cui viveva me, come mi faceva vivere. Amavo ogni sua grandezza e impazzivo per quelle piccole cose che la rendevano unica. Il modo vezzoso di fingersi offesa, chiudendo gli occhi e alzando le sopracciglia. La cicatrice che vedevo solo io. Come stringeva i pugni, quando era felice.
    E felici lo eravamo veramente. Era bello stare bene.
    A metà giugno l’etichetta discografica ci aveva convocati per darci un importante annuncio. Ci avevano fatto sedere su un divano e ci avevano spiegato che, grazie ad un accordo con una major e uno sponsor generoso, avrebbero organizzato un tour promozionale in alcune città in giro per il mondo e che volevano ne facessimo parte. Le nostre espressioni dovevano essere abbastanza eloquenti perché non avevano neanche aspettato la risposta e ci avevano posato penna e contratto davanti. Per correttezza, come se per noi cambiasse qualcosa, ci avevano informato che l’ultimo posto disponibile era stato inizialmente proposto ad un rapper, che però la settimana prima era stato arrestato per aggressione. Avevano pensato a noi per sostituirlo e non per affinità artistica, evidentemente. Non ci importava, eravamo solo grati, all’etichetta, alla major, al rapper, alla fortuna che ci regalava un’opportunità simile. Avremmo fatto cinque date, alla fine dell’estate, aprendo i concerti con una manciata di canzoni. Saremmo stati via poco più di una settimana, volando da una città all’altra, su e giù da furgoni e palchi, fuori e dentro camere d’albergo e sale d’attesa. Avevamo passato i mesi successivi ad aspettare, trepidanti, ansiosi, spaventati ed eccitati. Non conoscevamo neanche l’itinerario e le città in cui avremmo suonato. Ci bastava partire. La sorte era dalla nostra, ne avevamo avuto conferma quando ci avevano avvertito che potevamo portare con noi le nostre compagne, se volevamo. Una cosa così non si era mai vista nella storia della musica. Neanche i più grandi avevano avuto un’occasione simile. Avevamo paura fosse tutto uno scherzo e che all’ultimo non se ne sarebbe fatto niente. Invece all’inizio di settembre eravamo saliti sul primo aereo e decollati nel sogno che si avverava. E lei era con noi, seduta di fianco a me, a guardare le nuvole dall’alto, con i suoi occhi viola.
    Forse le rockstar, ad un certo punto della loro carriera, finivano per non sopportare quella vita, ma noi non chiedevamo altro. Volavamo nel sole della mattina, dall’aeroporto un furgone ci portava direttamente al soundcheck, dopo le prove avevamo qualche ora per assaporare le città, suonavamo per primi e vivevamo la notte, dopo il concerto, fino all’ultima scintilla di energia. Prima dell’ultima data ci avevano detto che avremmo avuto una giornata intera a disposizione. Non volevamo perderne neanche un secondo.
    Quella mattina avevo aperto gli occhi presto, lei mi dormiva addosso, sentivo il suo respiro sul collo e, prima di svegliarla, ero rimasto ad ascoltarla dormire.
    Gli altri ci aspettavano in strada. Avevamo camminato verso sud. Era una giornata meravigliosa, era martedì, il cielo era limpido e pieno di sole. Eravamo arrivati alla punta estrema, dove si vedeva il mare. Tutti quanti volevano salire a guardare la città dall’alto, ma io avevo deciso di non seguirli. C’era qualcosa che sognavo di vedere fin da bambino e volevo gustarmelo fino in fondo. Li avevo guardati andare via e poi mi ero appoggiato al parapetto. Avevo acceso una sigaretta e gettato il fumo nell’aria del mattino.
    In quel momento avevo ringraziato il destino.
    Per essere lì, con loro, con lei.
    Per quella giornata. Per quella città.
    Era l’11 settembre del 2001. Era New York.

    Quando alle 8:46 il primo aereo aveva colpito la torre nord del World Trade Center, stavo guardando la Statua della Libertà dal Battery Park. L’istinto mi aveva fatto gettare a terra, ma un attimo dopo guardavo verso l’alto, fiamme e fumo uscivano dal vetro brillante di sole. Avevo cominciato a correre, prima piano, con la testa al grattacielo, poi sempre più veloce, con il cuore fermo, la paura nel sangue, il terrore. Perché lei era lì, tutti quanti loro erano diretti lassù. Le strade, prima assalite dal traffico caotico della mattina, parevano congelate, immobili. La gente guardava verso l’alto, con le mani sulla bocca, le borse del lavoro gettate a terra. Io correvo, senza sapere dove andare. C’erano persone che scappavano, altre che mi sembravano andare verso le torri. Cercavo di seguirle. Le sirene gridavano sempre più vicine. Il rumore della città spariva nel dolore dei suoni spaventosi che venivano dal grattacielo colpito. L’odore della paura riempiva l’aria. Un taxi mi aveva quasi investito, salendo sul marciapiede. Avevo svoltato un angolo e le torri erano davanti a me. Il fuoco era di un colore che non avevo mai visto. Fogli di carta volavano ovunque. Gli specchi del grattacielo sembravano sciogliersi. Ovunque c’era caos e silenzio. Urla e fiato sospeso. Movimento e immobilità. Sembrava di poter sentire ogni cuore battere il ritmo della paura e dello stupore, il lento incedere della consapevolezza della tragedia. Io non riuscivo neanche a vedere cosa avevo intorno, l’unica cosa che volevo vedere era lei, vicino a me, in salvo. Avevo preso il telefono e lo avevo acceso. Le dita erano come di pietra. Non sapevo neanche se avrebbe funzionato, ma avevo composto il suo numero, poi quello degli altri. Nessun segnale, nessuna risposta. Niente. Il display del telefono segnava le 9:03.
    Prima del rumore dell’aereo erano arrivate le grida assordanti di chi lo aveva visto avvicinarsi. Poi il rombo acuto di motori fuori rotta, il fischio allarmante dell’aria tagliata, come un lamento. Il tempo di alzare la testa, di scatto, per vedere l’enorme Boeing della United Airlines schiantarsi contro la torre sud ed esplodere in un inferno di fuoco e detriti, di morte e fumo nero come la notte. Intorno a me tutti scappavano, solo io restavo bloccato. Inerme. Fino a quel momento non avevo capito cosa stesse succedendo, credevo si trattasse di un incidente, volevo solo ritrovarla e tenerla tra le braccia, portarla al sicuro. Poi avevo visto la cattiveria assoluta, la malvagità, l’odio, nell’impietosa virata di quell’aereo lanciato a morte contro il mondo. E con il corpo, mi si era bloccato anche il cuore.
    Ero rimasto così, fermo, immobile, con tutti i colori del male a balenarmi negli occhi, per non so quanto tempo, fino a quando un poliziotto mi aveva gridato in faccia di muovermi, spingendomi via. Avevo cominciato a correre, veloce e stavo ancora scappando quando la torre sud era crollata su se stessa con il suo carico di vite perdute, per sempre. Una donna anziana guardava in cielo, inginocchiata a terra, lungo la strada. Pregava, un rosario sgranato tra le mani. L’avevo alzata di forza e portata via. Pregare non le avrebbe aperto una strada nella polvere grigia che avanzava, come tempesta, a oscurare il sole e il futuro. Le sirene della polizia e dei vigili del fuoco erano assordanti, i cani abbaiavano, la città intera gridava. Non vedevo niente, correvo e basta. Tutto era grigio. Non mi ero più fermato. Una corsa angosciata, la mia, alimentata da un anelito aggrappato alla disperazione ed alla speranza. Ci saremmo ritrovati in albergo, mi dicevo, come quando, semplicemente, ci si perde. Era quello il mio pensiero, quella la verità di cui volevo ostinatamente convincermi.
    Avevo aspettato, in quelle prime ore, nella hall di ingresso, attonito di fronte alle immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo. Sarebbe arrivata, da un momento all’altro, seguita dai miei amici. Non desideravo altro. Avevo fissato la porta della stanza per ore, per giorni interi. Un’interminabile, atroce, sequenza di secondi sospesi nell’attesa. In silenzio, da solo, con la polvere negli occhi come un triste presagio, avevo aspettato, ma lei non era tornata. Mai più nessuno era tornato.

    Non accadde subito. Prima ci furono le chiamate ai parenti a casa, il ritrovamento e poi il riconoscimento dei corpi, il ritorno a casa, i funerali, gli abbracci di persone sconosciute, le canzoni di addio, le lacrime che non finivano mai, fino a quando non finirono anche quelle e non rimase che l’assenza. La scomparsa di ogni abitudine, della vita per come l’avevo conosciuta. Il vuoto assoluto, fuori e dentro. I giorni di sollievo, per essere ancora vivo. Le notti di colpa, per lo stesso motivo.
    Poi, una mattina, mi svegliai presto. Mi faceva male la testa, avevo freddo. Uscii dal buio della stanza, aprii gli occhi e la mia vita crollò ancora una volta.
    Ogni colore era sparito. Tutto quello che vedevo era in bianco e nero. Ogni cosa aveva perso la sua tinta. Il rosso laccato del frigorifero, il verde della mele sul tavolo, l’azzurro del pacchetto di sigarette, il blu della mia maglia. Tutto era in bianco e nero.
    Mi spaventai. Mi tremavano le gambe, era assurdo. Guardai fuori dalla finestra. Nessun colore. Le strade, i palazzi, le auto, il cielo. Niente.
    Ero terrorizzato. Pensai di avere un’allucinazione, forse stavo sognando, un incubo reale come la paura più vera. Provai a chiudere gli occhi e a riaprirli. A tenerli chiusi sempre più a lungo, ma non serviva. Tornai a letto, forse dovevo dormire, dimenticare, svegliarmi di nuovo e rendermi conto che era tutto troppo insensato per essere possibile. Rimasi immobile, al buio, con gli occhi spalancati. Non c’era verso di dormire, il panico mi scorreva velenoso nelle vene. Tornai alla luce, trovai il telefono, chiamai il medico. Lo aspettai a casa, per ore, seduto in un angolo, una sola prospettiva a disposizione del mio sguardo, per cacciare via la paranoia, il fantasma della follia. Il medico mi fece sdraiare sul letto, prima ancora di lasciarmi parlare e mi diede qualcosa per calmarmi. Dovevo averlo spaventato. Dopo avermi ascoltato e osservato decise di portarmi in ospedale per fare esami più approfonditi. Dal modo in cui mi parlava, dal suo sguardo velato di ombre grigie, preoccupato e allo stesso tempo mestamente rassegnato, capii che in qualche modo aveva già fatto la sua diagnosi. Pazzia.
    Un’ambulanza mi portò in ospedale dove, nel corso delle settimane successive, venni visitato da ogni tipo di dottore: oculisti, neurologi, psicologi. Fecero esami, domande, analisi, confronti, mandarono gli esiti a colleghi e luminari, studiarono il caso a fondo. Non potevano escludere che dicessi la verità, ma i risultati degli esami non confermavano nulla. Esiste una sindrome chiamata acromatopsia che indica l’incapacità totale di percepire qualunque colore e che si manifesta in diversi modi e forme. Io non presentavo nessuno dei sintomi, se non la mia completa incapacità di vedere i colori. Nessun medico poté diagnosticarmi l’acromatopsia né qualsiasi altra malattia. Così, un giorno, il primario mi comunicò che sarei stato dimesso. Non avevo niente, sarebbe passato. Il suo problema, mi disse: stress post traumatico.
    Raccolsi le mie cose e tornai alla mia vita, a quei brandelli scoloriti che ne erano rimasti, sopravvissuti come reduci di guerra, abbandonati, incapaci di stare al mondo. E se forse conservavo ancora qualche flebile speranza di recuperarla, dovetti presto rinunciare anche a quella. Il lavoro alla fabbrica di vernici era ormai un beffardo scherzo del destino. Lo lasciai. Il solo pensiero di suonare, il mio sogno, la mia unica ragione di vita, mi uccideva. La musica era come un cancro che mi divorava da dentro, nutrendosi di ricordi, lasciando vuoti enormi, buchi neri voraci e incolmabili. L’assenza di colore era una marea che trascinava via ogni cosa. Il cibo non aveva più gusto, i profumi sparirono. Il giorno, la notte, lo scorrere del tempo erano solo un cambiamento di luce, una diversa percezione della stessa, desolante, tonalità. Vivevo in uno scadente film del passato, in una graffiata pellicola in bianco e nero rovinata dagli anni. Il mondo in cui mi trascinavo era solo una fotocopia sbiadita dell’originale. Un deserto acromatico, un labirinto pallido. Imprigionato, tra il nero che tutto racchiude e il bianco che tutto cancella. Ero perso, smarrito, nelle finite sfumature del grigio.
    Ovunque, dalla strada alla televisione, non facevano che parlare della tragedia dell’11 settembre, di come il mondo fosse cambiato, stravolto, per sempre. Parlavano. Parole. Io non potevo ascoltare. Non potevo ascoltare neanche il respiro tra una parola e l’altra. Non riuscivo. Rimasi chiuso in casa. Lontano da tutto, isolato. Mi mancava lei. Mi mancavano tutti. L’assenza era la mia unica compagna. L’unica compagnia nella solitudine e l’unico feroce pensiero.
    Lentamente, faticosamente, i giorni diventarono settimane e poi mesi, fino a quando non decisi di uscire. Viaggiavo in macchina, di notte, con il braccio fuori dal finestrino per accarezzare la strada, in silenzio, senza meta. Più chilometri percorrevo, più asfalto mi lasciavo scorrere sotto e più forte si faceva strada in me un’idea semplice e potente: farla finita. Senza giri di parole, uccidermi, liberarmi di una vita privata con forza e cattiveria di tutto quello per cui valeva la pena viverla. L’amore, l’amicizia, i sogni. Il colore.
    La domanda era: cosa faresti se non avessi paura? La mia risposta era sempre e solo una.
    Armato di tali pensieri, una mattina, alle prime luci dell’alba, arrivai sul mare. Avevo guidato tutta la notte. Mi incamminai sul molo, verso sud. Il mare era in tempesta, all’orizzonte il grigio del cielo era scuro. Guardai la violenza delle onde con brama, le alte scogliere che si estendevano a occidente, il lungo salto nel vuoto che offrivano, con desiderio. Chiusi gli occhi per trovare la forza che mi serviva. Sentii delle voci, alle spalle, una risata di bambina. Una famiglia si avvicinava. Tornai a guardare il mare. La bambina arrivò di corsa, si arrampicò sulla base di un lampione, puntando il dito verso il largo. Il vento le agitava i capelli, sembrava bionda. Era felice, si voltò a sorridermi.
    La guardai, la vidi.
    E i suoi occhi, i suoi occhi erano viola.
    Le andai incontro. Viola. Mi inginocchiai di fronte a lei. Viola. Le presi le spalle, la tenni vicino, la strinsi forte. Viola. Viola. Viola. I genitori arrivarono di corsa a portarla via, il padre mi spinse a terra. Si allontanarono velocemente. La bambina mi guardò ancora una volta. Viola.
    Presi una camera in albergo, di fronte al mare. Quella notte piansi tutte le lacrime che non ero stato capace di piangere da quel dannato giorno di settembre. Il colore viola di quello sguardo mi bruciava negli occhi. Piansi fino a sfinirmi, fino a cadere in un sonno profondo.
    Quando mi svegliai il cuscino era imbrattato di nero e grigio, colato sulla federa, fino alle lenzuola. Mi alzai nel buio, le gambe tremavano, aprii la finestra con l’ansia di un bambino al primo sguardo sul mondo. Guardai fuori e vidi il mare. Il mare blu.

    Da quel giorno, i colori sono tornati nella mia vita, adagio, come una continua scoperta, una dura riconquista quotidiana di territori che credevo perduti per sempre. Come un timido pittore aggiungevo tinte alla mia tavolozza dipingendo l’esistenza, un pezzo alla volta. Se toccavo una foglia si colorava di verde, la birra bevuta diventava gialla, il sole all’alba si sfumava di rosso, il grigio lasciava spazio al rosa, all’arancione, al marrone, all’azzurro. Ci sono voluti anni interi per ritrovarli tutti, per riappropriarmi di ogni gradazione possibile, di ogni frammento dello spettro visibile.
    Oggi ogni colore è tornato al suo posto, ma non completamente. A volte vedo ancora delle cose in bianco e nero. Capita di rado e in occasioni particolari.
    Una volta un camion senza colori mi è passato di fronte a un incrocio, due semafori dopo aveva provocato un terribile incidente. Un vicino di casa è stato ucciso in una rapina, da giorni lo vedevo in bianco e nero. Il ponte sul fiume che, anche dopo essere stato ridipinto, ai miei occhi restava grigio spento, ieri è crollato. E come queste, molte altre volte in cui, dove non c’era colore, trovavo morte, dolore, sconfitta, tragedia.
    Ora credo di avere capito. Io percepisco il male, prima che si manifesti.
    Lo vedo, nelle finite sfumature del grigio.
    E non so ancora se sia un dono da sfruttare o una maledizione da cui fuggire. Lo scoprirò. In ogni caso, questa è la mia storia. Il mio destino.
    Penso sempre a lei, mi manca. Adesso vorrei che fosse qui e che, guardandomi negli occhi, mi domandasse: cosa faresti se non avessi paura?
    Vivere, sarebbe la mia risposta.

  • 10 dicembre 2011 alle ore 18:35
    Battaglia materna

    Come comincia: Tuono nella tempesta,sopraggiunge un rumore di terremoto.
    No,sono calzature.
    D'acciaio.
    E percorrono tutta la valle sguarnita di alberi, solo qualche capanna bruciata qua e là, e l'amaro sapore di carne bruciata.
    La spada si alza sola ,ed il sangue cala copioso dal manico: del nemico..e suo.
    L'unica figura rimasta in piedi davanti a quella distruzione,e sovrasta un uomo steso a terra,,che rantola la sua parola in un fiato -perché?
    E il suo cuore smette finalmente di battere,
    Il respiro del soldato si fa regolare, può riposare.
    La sua spada ha reclamato e bevuto la linfa vitale del nemico.
    Un ombra passa sul suo volto , un pensiero si insinua nella sua mente.
    -chi era?avevi anche lui dei cari?aveva anche lui una mamma ?
    Certo che l'aveva ,come ogni altro presente su quella stramaledetta vallata.
    Uno stridio acuto gli penetra nella testa,egli alza lo sguardo e i suoi occhi tremolano dalla rabbia: una testa attaccata ad una picca dona la propria carne in pasto agli avvoltoi.
    Lo sguardo si abbassa lentamente fino a vedere un muro,di acciaio e carne.
    L'intero esercito nemico.
    Si guarda intorno. Non c'è  nessuno dalla sua parte.
    Una lacrima solitaria scende dal suo viso.
    Un pensiero si insinua nella testa e percorre tutte le sinapsi fino a fare del suo corpo tutt'uno con l'angoscia.
    Morirò.
    E non lo rivedrò più.
    Una freccia sibila,la spalla viene trafitta e il suo osso viene spezzato.
    Il dolore pare risvegliare tutti i suoi sensi , e i suoi pensieri mutano.
    E vanno all'unica donna della sua vita che l'abbia mai amata.
    Sua madre.
    A tutti i sacrifici che aveva fatto.
    E i pensieri mutano ancora,presi dalle correnti della memoria.
    Pensa a quel cane di suo padre.
    A come gli aveva abbandonati per un altra donna,e penso a quanto lo aveva odiato.
    Poi ,come un raggio di luce nell'oscurità più totale, penso al suo bambino,a cui stava dando la vita.
    Chissà se penserà a quel soldato sperduto nel campo di battaglia.. chissà se penserà a lei,a sua madre.
    Si alza,sola, donna contro quel muro di uomini fatti di acciaio e carne.
    Altre lacrime scendo giù dal suo viso,quasi a darle forza.
    E in quella landa desolata , solo tre parole furono udite e furono udite con la stessa forza del rombo del tuono -per mio figlio!

    Poi il tuono,e si sveglia.
    Ancora il sole  non è sorto, e piove ancora.
    Il respiro del suo bambino sulla barella è regolare.
    Lo stringe forte, accarezza il suo cranio rasato per la terapia contro la laucemia  .
    Piange in silenzio,distrutta.
    Ma le era stata accanto, ed avevano vinto. Insieme.