username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 31 dicembre 2014 alle ore 13:03
    BUON ANNO

    Come comincia: Credo che non dovrebbe passare un solo giorno senza che un individuo ambisca alla propria Crescita Spirituale e alla propria Evoluzione Culturale. Ogni giorno passato sulla Terra l'uomo dovrebbe porsi la domanda su come essere migliore, come migliorarsi e su come rendere pulito, sicuro e abitabile il proprio Pianeta, anche per le generazioni future. Il 2014 è stato per molti, troppi, un anno rivolto quasi esclusivamente alla ricerca di una dignitosa sopravvivenza. Il mio Popolo è stato tediato da incompetenza politica, tasse, crisi economica, emergenze sanitarie e umanitarie, tutto ciò voluto e creato per distrarlo dalla sua ovvia e normale evoluzione. Non siete quello che vogliono farvi credere di essere, non siete i burattini di nessun governo e di nessuna casta, non siete un triste popolo di operai del sistema costretti a denudarvi dei vostri talenti e della vostra intelligenza per rispondere alle necessità economiche di uno Stato che non vi tutela. Siete un Popolo Fiero e degno di costruirvi e guidarvi senza i burattinai del potere. Il mio augurio per il 2015 è che l' Italia come il resto del Mondo in ogni suo individuo, persona o creatura si Risvegli ed esca da ogni schieramento politico, sociale, religioso o culturale. Disertate gli appuntamenti elettorali, diminuite l'ossessivo uso dei cellulari e della tecnologia, riducete l'utilizzo dei mezzi a motore e riscoprite la vostra Connessione con ogni elemento della natura. Il Denaro, il Potere, l' Ambizione, il Riconoscimento Sociale non vi faranno fare nemmeno un mezzo gradino in più sulla vostra scala evolutiva. Siate gentili e generosi, altruisti e rispettosi dell'ambiente che vi ospita e vi circonda, trattate con amore e affetto ogni più piccola creatura che con voi condivide l'esistenza terrena. Abbiate una sola e costante ambizione; deve essere un tarlo che non abbandona mai la vostra mente e che vi accompagna in ogni momento della vostra giornata. Questa ambizione, l'unica che vi concedo, è l'incorruttibile voglia di Crescere Spiritualmente fino a dominare la Consapevolezza Cosmica e Divina. Buon Anno.
     

  • 28 dicembre 2014 alle ore 12:37
    Tempo di bilanci

    Come comincia: 30 dicembre

    Angelo Maria Spertichetti sta scrivendo sul proprio diario. È il 30 dicembre: tempo di bilanci.
    Nel complesso è stato un anno buono. Meraviglioso come sostiene Facebook? Forse sì.
    Ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato e, sia chiaro, lo studio di architettura per cui lavora è un ambiente fantastico. Ci sono persone brillanti, in particolare una.
    Dopo mesi di sguardi, frecciatine, sfioramenti, Francesca Giubilei in ascensore l’ha invitato a cena fuori.
    «Se aspettavo che me lo chiedessi tu…»
    Francesca non ha mai chiesto di più. Angelo Maria è l’uomo che i suoi genitori avrebbero sempre voluto per lei.
    È alto, ha le spalle larghe. È simpatico, spigliato, e se la passava economicamente bene anche prima di firmare il contratto della vita. I suoi nonni paterni erano dei nobili o quasi; macchine di lusso, ville, le comodità tecnologiche. Angelo Maria ha avuto tutto, in ogni fase della sua ancora giovane esistenza.
    Mentre scrive sul diario gli viene in mente che, dovendo considerare però l’anno dal punto di vista sportivo, non può dirsi soddisfatto; la squadra di calcio in cui gioca ha fatto un pessimo campionato, e lui si è persino rotto un piede nell’ultima gara.
    Adesso è ingessato. Poco male, domani passerà il Capodanno in casa con Francesca e basta.

    31 dicembre

    Caro diario,
    quest’anno è stato uno schifo.
    Ieri sera mio papà ha avuto un infarto, ed è morto. Mia mamma me l’ha comunicato per telefono stanotte.
    Stamattina è venuta da me con delle lettere. Me le ha consegnate e se n’è andata, senza nemmeno un ciao, è scappata via.
    Se non fossi in stampelle l’avrei inseguita. Sarei riuscito, almeno credo, a limitare i danni.
    Ho appena finito di leggerle: sono email stampate su fogli A4. La mia fidanzata ringrazia mio papà per le stampelle: l’avevo mandata a prenderle domenica scorsa.
    Lo ringrazia e si complimenta anche per altro. Tra lei e mio papà è stato amore, subito.
    Negli ultimi giorni si sono incontrati ogni sera. Lo ha ucciso lei: il sesso con lei lo ha stroncato. Non subito, ma mentre lui si faceva una doccia post coito.
    Un’ora fa ho avuto la notizia che la mamma si è suicidata, poi mi è venuta a trovare Francesca. Non sapeva niente.
    «Mio padre è morto, dopo che ti ha cavalcato.»
    «Cavalcato?»
    «Mia madre si è ammazzata.»
    «Ma…»
    Le macchie che sporcano le tue pagine, caro diario, sono fatte di sangue di Francesca.
    Adesso sono in attesa dei questurini: dieci minuti fa li ho chiamati per confessare il mio delitto. Sarei andato io da loro, se non fossi in stampelle.
    Ecco, il citofono ha suonato; devo salutarti. Prima di lasciarci per un po’, ti chiedo un favore: ricordami di non stilare mai più in anticipo il bilancio di un anno.
     

  • 27 dicembre 2014 alle ore 18:15
    L'inquilino del piano di sotto (parte seconda)

    Come comincia: Chi poteva essere, sicuramente uno del palazzo ma chi, bastava andare a vedere e, sorpresa sorpresa una tremante signora Franca in vestaglia:
    “Le chiedo scusa ma ho una paura tremenda dei temporali, non riuscivo a restare sola e l’unico…”
    “Non si preoccupi, ero sveglio e non sapevo come passare il tempo, faremo un po’ di conversazione così le andrà via la paura.”
    Conversando conversando Alberto venne a sapere che madame Franca era l’allenatrice di una squadra femminile di palla al volo, più che altro per passare il tempo dato che non aveva figli, si dedicava alla lettura, non andava d’accordo con la suocera che non era stata favorevole al matrimonio con suo figlio, insomma una vita piuttosto monotona e priva di soddisfazioni.
    “Mi deve credere talvolta…”
    “Le credo, anch’io talvolta…”
    “Mi pare strano che lei… chissà quante femminucce, da parte mia, anche volendo, tutti lo noterebbero se portassi a casa mia qualche amico, mi capisca.”
    “La capisco ma se invece fosse un condomino la cosa non darebbe all’occhio soprattutto se fosse l’amministratore che avrebbe un valido motivo per… “
    Alberto non riuscì a finire la frase, un uragano gli piombò addosso, sbattuto sul letto e poi… e poi… e poi…come da canzone.
    “Alla fine, dopo un bel po’ di tempo:
    “Scusa ma quanto tempo è che…”
    “Tanto tempo e poi non è che Giovanni  sia un gran che, lui è quello del: vado, l’ammazzo e torno ed è piuttosto ‘pisellino’ al contrario di te che hai un mostro’ , io non ho avuto molte esperienze ma con te sarei una donna felice, forse il termine è eccessivo ma…” Franca aveva cominciato a piangere, le lacrime femminili spiazzavano sempre il bell’Alberto che non sapeva che atteggiamento assumere.
    Finalmente il fiume cessò e la meno addolorata Franca si ritirò nelle sue stanze, ad Alberto mancava la scopata lacrimevole, l’aveva provata.
    La visita ai signori Orlandi scioccò l’amministratore che, in tale qualità, aveva bussato alla loro porta.
    A venire da aprire era stata un simulacro di donna: capelli tinti a metà e totalmente scompigliati,  viso rugoso, occhi sfavillanti di incazzatura recente, vestaglia di dubbia pulizia e aperta a metà.
    “Per favore chiami la padrona di casa sono…”
    “So chi è lei ed io sono o meglio dovrei essere la padrona di casa: Emma Previti, mi presento col mio cognome perché quello di mio marito,Orlandi, mi fa completamente schifo, come presentazione non c’è male.”
    “Mi hanno insegnato sin da giovane di  ‘farmi gli affari miei’ e pertanto questa è la ricevuta, se non ha i soldi in contanti passerò un’altra volta.”
    “Quale altra volta, la situazione non cambierebbe, si vedrebbe sempre davanti una megera, vocabolo di mio marito.”
    “Signora noi siamo quello che vogliamo essere, un buon parrucchiere, una lavata della vestaglia, il passaggio in un centro estetico migliorerebbe di molto la situazione, non solo sarebbe presentabile ma anche appetibile, glielo dice uno che…”
    “Senta ‘conquistatore di donne a getto continuo’ lei dall’accento mi sembra romano e quindi conosce Trilussa, mi ha fatto un complimento ma sono io che non voglio cambiare, quella specie di uomo che ho sposato mi odia perché non sono riuscita a dargli un figlio e così gli impongo di sopportarmi in questo stato!”
    “Queste sue parole mi ricordano una barzelletta volgare in cui un cotale si tagliava … prima di tutto bisogna amare se stessi, gli altri vengono dopo, suo marito che fa nella vita?”
    “È tenente colonnello nell’Esercito ma è in amministrazione perché non è bravo nemmeno a fare l’ufficiale, io…”
    “Vada in viale S:Martino al n.82, c’è un istituto di bellezza, chieda di Asmara, è una mia cara amica, saprà rimetterla in sesto, good luck!”
    La pietà è un brutto sentimento soprattutto provato nei confronti di una signora, Alberto era contento di se stesso, forse era riuscito a cambiare la vita di madame Emma, gli avrebbe cambiato anche il nome che faceva tanto cameriera!”
    Le signore Campagna o meglio Antonella Campagna vedova e Speranza Campagna zitella abitavano al quarto piano a sinistra, Alberto, per istinto, si era fatto precedere da una telefonata che aveva sortito il suo effetto in quanto le due dame quel pomeriggio, alle ore 16 si erano fatte trovare tutte in ghingheri.
    “Signore in quanto voi proprietarie dell’immobile ovviamente non sono venuto a chiedervi il pagamento del condominio ma solo una visita di cortesia, volevo presentarmi dato che ho avuto modo, per motivi di servizio, di conoscere il vostro consulente tributario.”
    “Si il signor Balestra ce l’ha riferito, in caso di bisogno ci rivolgeremo a lei, spero tanto di no, la Finanza ci fa un po’ paura.”
    “Le sembro io un tipo da far paura?”
    “Non mi riferivo alla sua persona anzi la trovo estremamente piacevole…” Così aveva parlato Antonella, la vedova, che era arrossita visibilmente, evidentemente la dama aveva fatto un pensierino sul bell’Alberto, da tener presente.
    “Mia sorella ed io avevamo pensato di farle un piccolo regalo non facendole pagare il condominio, una cosa di niente giusto per…”
    “Nel ringraziarvi della vostra cortesia son costretto a rifiutare, non ve la prendete a male, è la mia direttiva di vita.”
    “Va bene ci sarà il modo…”
    Alberto capì in un secondo tempo il significato di quella frase monca, due giorni dopo trovò nella sua buca delle lettere un biglietto dal significato criptico:
     ‘Ditta Barbisio. Buono per l’acquisto di materiale di abbigliamento  senza limite di spesa.’
    E la madonna! Voleva dire che Alberto si poteva portar via tutto il negozio, Antonella l’aveva fatta grossa o meglio non aveva pensato bene a quello che aveva suggerito di scrivere al proprietario della ditta ma spinta da cosa? Risposta facile: si voleva scopare il bel maresciallo, ovvio no?
    Alberto non voleva recarsi in casa della signora Campagna anche per non incontrare sua sorella che forse non era al corrente della faccenda, così si appostò al pian terreno sin quando non incontrò la bella vedova all’uscita dall’ascensore.
     “Ti rendi conto quello che c’è scritto nel biglietto, potrei ridurti sul lastrico.”
    “Io sono molto ricca e poi… “
    “Vieni in macchina, ti prego vieni in macchina, parleremo meglio.”
    Ma quale parlare, Antonella era più muta di un pesce e allora Alberto prese la strada che portava ai monti Peloritani, solo allora la vedova si fece viva.
    “Dove stiamo andando, non conosco questa strada…”
    “Io si, ci si recano gli innamorati per dar sfogo alla loro voglia di tenerezza!”
    Antonella aveva chiuso gli occhi segno tangibile di resa e così, dopo tanto tempo, riprovò le gioie del sesso, del sesso vigoroso e godereccio come forse non aveva mai provato in vita sua.
    Gaetano Filippeschi, proprietario terriero, occupava l’appartamento a destra del quarto piano. In verità cercava di rimanervi il meno possibile per non stare in compagnia della moglie alta 1,80, legnosa, senza seno, che sputazzava quando parlava e soprattutto di una antipatia, di una antipatia insomma…antipatica.
    La sua passione per la caccia lo portava fuori di casa anche quando la caccia era chiusa, si rifugiava in una sua abitazione di campagna sopra Patti in compagnia di due cani da caccia sempre scodinzolanti ed affettuosi, almeno loro!
    “Signora sono Alberto Raffaelli amministratore del condominio, questa è la ricevuta di pagamento dei due ultimi mesi, prego.”
    “La porti a mio marito.”
    “Va bene se non ha soldi passerò un’altra volta.”
    “Io i soldi ce li ho ma non glieli dò, vada da mio marito è lui il padrone di casa.”
    “Che lui sia il padrone di casa ho i miei seri dubbi…”
    Alberto si accorse troppo tardi di aver toccato un tasto sbagliato, fu investito da una valanga di frasi volgari e senza senso, fece appena in tempo a scappare per le scale, così imparò a sue spese a restare lontano da quella porta.
    Il finale di questa storia, diciamo piacevole ed in parte imprevedibile perché…
    Un giorno ricevette una telefonata da casa Campagna:
    “Per favore faccia un salto a casa mia.” Ma non riconobbe di preciso chi delle due sorelle aveva fatto quella telefonata.
    Se ne accorse quando fu aperta la porta, non era Antonella .
    Speranza aveva messo in atto quel marchingegno che portava il suo nome, la speranza di poter avere un sano e piacevole rapporto sessuale col bell’Alberto che, stavolta, fece meno il duro e, in seguito, si recò nel negozio ‘Barbisio’ per rifornire, in toto,il suo guardaroba.
    Come giustificazione non richiesta (exscusatio non petita accusatio manifesta) era che  in fondo si era sacrificato ai bassi appetiti sessuali delle due sorelle, perchè poi bassi…
    E Ann. La svizzerotta rimase in gola al bell’Alberto:
    “Se deciderò di avere un rapporto sessuale con un uomo tu sei il preferito.”
    Tanto piacere al c…o, Alberto se ne fregava di essere il preferito, voleva scoparsi Ann il resto non gli interessava!
     
     
     
     

  • 27 dicembre 2014 alle ore 18:11
    L'inquilino del piano di sotto (prima parte)

    Come comincia:  “Questa è la triste istoria” così cominciava una canzone che i menestrelli di strada cantavano a Roma negli anni 50 accompagnandosi con una pianola e chiedendo qualche spicciolo ai signori affacciati alle finestre di via Taranto dove abitavo io, Alberto Raffaelli; allora non c’era ancora la televisione e ci si accontentava di poco.
    Quel triste ritornello era ritornato alle orecchie di Alberto ai funerali di sua moglie Maria Quattrone, lui era al primo banco della chiesta di Grotte a Messina, frastornato dalla  forte musica di un organo.Tutto gli sembrava paradossale: il posto che non frequentava (era ateo), la compagnia di gente che in maggior parte non conosceva e veniva ad abbracciarlo e baciarlo, l’invito a recarsi in sacrestia per sottoscrivere un ‘fiore che non marcisce’ (tanto per cambiare soldi per la chiesa), la bara dove probabilmente , anzi sicuramente,  giaceva la sua Memi (vezzeggiativo che gli aveva dato lui), fine della funzione, sciamare della gente fuori dalla chiesa, invito a sedersi su una macchina che seguiva quella del feretro, arrivo nella cappella di famiglia, operazioni di muratura dentro il loculo, rientro a casa in via Consolare Pompea 488 tutto come circondato da una nuvola di irrealtà.
    “Se hai bisogno di qualsiai cosa, siamo a disposizione.”“Puoi venire a casa nostra, ti prepariamo qualcosa.”“Ti facciamo compagnia per non farti restare solo a casa tua.”
    “Ecco: voglio restare solo e che nessuno mi rompa più i coglioni” pensiero non espresso ma messo in atto, finalmente!
    Il divano, panorama della Calabria a fargli compagnia in perfetta solitudine e silenzio, un silenzio lenitivo di tanto dolore.Il funerale era stato il riepilogo finale di una bella storia:colonia marina della Guardia di Finanza di Mortelle;Alberto Raffaelli maresciallo trentenne del Corpo, Maria  figlia diciottenne dell’appuntato Quattrone;conoscenza dei due;innamoramento intenso, tenace, smisurato soprattutto da parte della baby;contrarietà da parte dei genitori di lei (dodici anni di differenza, sei troppo giovane) cedimento infine e matrimonio con rinfresco a Villa S.Andrea, albergo sul mare di Taormina.
    Cosa aveva attratto il bell’Alberto, ‘conoscitore’ di donne, dall’innamorarsi della deliziosa Maria?  Dare una spiegazione di cosa ci attrae di un’altra persona non è cosa facile, ci hanno provato in tanti: poeti, psicologi, scrittori, filosofi. Memi  non era una bellezza nel senso classico: alta 1,65, poco seno, gambe muscolose, corpo da ballerina classica; peculiarità: un sorriso accattivante ed un carattere disponibile che riusciva a compensare quello talvolta ombroso del bell’Alberto: 1,80, viso da guerriero atzeco (come mai sarà un viso atzeco io non lo so …), fisico da atleta e soprattutto collazionatore di femminucce disponibili (scartate quelle troppe serie che non davano risultati), mai un rapporto duraturo, si era meravigliato lui stesso della decisione del passo fatale.
    Rientro dal viaggio di nozze nelle isole Eolie che conosceva bene per aver comandato i vari reparti di Salina, Panarea e Stromboli.Un'abitazione di centoventi metri quadrati in via Consolare Pompea proprietà della consorte che l’aveva avuta in dono da sua nonna unitamente ad una casa sul mare a Torre Faro.
    Prima del matrimonio il maresciallo Raffaelli dimorava in caserma, vitto e alloggio. L’unica sua proprietà una Jaguar X type che aveva acquistato con un lascito di uno zio australiano, si australiano,  non sempre gli zii sono americani, questo era australiano parente di un nonno emigrato in cerca di fortuna nel nuovo continente. Ovviamente aveva dovuto dimostrare la provenienza di quel denaro per non essere incolpato di diciamo ‘scorrettezza’ in servizio.Altra peculiarità di Memi era il suo comportamento ‘a letto’. Giunta vergine al matrimonio, presto era diventata brava a seguire le indicazioni sessuali del marito ed anche a sopravansarlo, insomma era una scopatrice nata! La ferale notizia di un tumore all’utero era giunta dopo sei mesi dal matrimonio.
    “Non ti preoccupare, sei giovane, con le cure ce la farai!” Non ce l’aveva fatta e dopo due mesi era nel mondo dei più, questa la triste realtà che aveva prostrato Alberto sino alla depressione.Classica di questa malattia era la mancanza di interesse per le cose della vita, nemmeno la fotografia (era capo laboratorio in caserma) riusciva ad attrarlo.Il Colonnello Comandante: “Raffaelli si prenda una vacanza, magari in montagna, il freddo potrà funzionare contro la depressione, e soprattutto si cerci una buona compagnia!” Destinazione prescelta Madonna di Campiglio. L’hotel Splendid era situato vicino alle piste e ad un laghetto, il centro benessere era ben attrezzato, buono il ristorante e la camera riscaldata giorno e notte, tutto perfetto. Aveva preso in affitto l’attrezzatura, la mattina con l’ovovia si recava in alto a duemila cinquecento metri, il pomeriggio riposo sino all’ora del te, cena, passeggiata digestiva, rientro e rifugio in camera, non aveva voglia di fare amicizia con nessuno ma…“Signore posso sedermi al suo tavolo, sul mio arriva un raggio di sole che mi dà fastidio.” In altri tempi si sarebbe alzato, finto baciamani all’interessata bionda, occhi verdi, corporatura da modella in somma un pezzo di f… ma ora:“Si accomodi.” Niente più e soprattutto niente conversazione. La cotale, forse abituata ad altro comportamento da parte dei maschietti:“Signore se le do fastidio posso anche andarmene”, il tono era piuttosto risentito.
    “Le chiedo scusa ma non mi sento molto bene ed ho problemi personali, mi scusi di nuovo.”La signora si dimostrò ottimista: “I problemi si risolvono, cameriere ci porti dello spumante. Io sono nazionalista, niente champagne.”“Che ne dice di una passeggiata al fresco della notte, rinvigorisce e rende più ottimisti.”
    “Non è facile, mia moglie è venuta a mancare quindici giorni fa.” Come cavolo gli era venuto in testa di usare il termine nenuta a mancare al posto di’è morta’, bah.“Inutile dire che mi dispiace, se non le fastidio se la prendo sotto braccio” e alla parole aveva fatto seguito l’azione, Insomma un assalto vero e proprio, più di così, in altri tempi… già in altri tempi…“Io sto allo Splendid, lei…”Con un file di voce Alberto: “Anch’io”“La  mia stanza è la 114, la sua?“115”“Ma guarda che combinazione, facciamo così, andiamo nella mia, c’è un bel panorama.”
    “Uffa che caldo, tengono i termosifoni troppo alti, mi devio spogliare, ma anche lei non faccia complimenti.”
    Alberto senza accorgersene si trovò in slip, la signora ancora meno, aveva in dosso solo una vestaglia molto trasparente e molto invitante.
    “Che sbadata non le ho chiesto il suo nome, io sono Marianne, parigina,e lei?” “Alberto romano.”“Nome da guerriero anche se adesso è un guerriero un po’ abbattuto, posso aiutarla?” e mise in atto l’aiuto sfilando gli slip ad Alberto.“Ah ah siamo un po’ moscietti, vediamo se…” nel frattempo aveva preso un bocca l’augello di Alberto decisamente poco collaborativo.
    Dopo circa dieci minuti:Madame:“Mi arrendo, non è il caso di seguitare.”Come un automa il bel maresciallo si vestì a metà e prese la via dell’uscita, una figura di c…o, non gli era mai accaduto.I giorni seguenti Alberto cercò di evitare la compagnia di Marianna che si era presto consolata con un bel maschione.
    Al rientro a Messina ed in caserma Alberto cercò un collega e amico del cuore, Franco.“Vieni qua un abbraccio, raccontami quello che ti è successo a Madonna di Campiglio.”
    “Sono andato in bianco.”“Nel senso che…”“Che una bella parigina ma l’ha sbattuta in faccia e ‘L’INQUILINO DEL PIANO DI SOTTO’ non si alzato si un millimetro."
    “L’inquilino…” “Ciccio.”“Ho capito nella vita può capitare…”“A me mai, è stata la prima volta.”“Non ne fare una tragedia, è comprensibile quello che ti è successo, ti invito a pranzo, telefono ad Arianna.” “Sto venendo con Alberto, preparaci cose buone.”
    Dopo cena:“Alberto inutile dire che siano come fratelli e quindi mi permetto di farmi i fatti tuoi: penso che tu possa uscire dalla tua situazione con l’aiuto di uno psichiatra, insomma con uno strizza cervelli come si dice in gergo, poi fai tu.”
    Il maresciallo Raffaelli nel caseggiato, dopo la morte della moglie, si era presa la briga di fare l’amministratore, otto famiglie:primo piano a sinistra : Giovanni Passalacqua impiegato comunale, moglie Giuditta Spinella sfornatrice di pargoli a getto continuo;primo piano a destra: Ann Fischer, svizzera, impiegata presso una ditta import – export, bionda, capelli corti, 1,78, in fatto di sesso: gusti particolari; secondo piano a sinistra: Franco Giliberto e Catena Bonfiglio, pensionati, sempre  disponibili;secondo piano a destra: Susanna Meloni pediatra e Giovanni Settineri psicoterapeuta;terzo piano a sinistra: Franca Lisitano e Giovanni Giunta:casalinga lei, imbarcato su navi mercantili lui;terzo piano a destra: Emma Previti e Ermanno Orlandi: impiegata in una ditta privata lei, colonnello dell’Esercito lui;quarto piano a sinistra: Antonella e Speranza Campagna: vedova la prima, zitella la seconda, ricche , proprietarie di appartamenti compreso quello dove abitavano, non particolarmente avvenenti;quarto piano a destra: Gaetano Filippeschi e Domenica Maugeri, proprietario terriero lui, handicappata lei (ictus cerebrale). Piano attico: Alberto Raffaelli.
     Alberto focalizzò la sua attenzione sulla professione del signore del secondo piano: psicoterapeuta, gli venne in mente quanto suggeritogli dall’amico Franco, forse quella era la soluzione, il colloquio con una strizzacervelli.
    Un sabato mattina, fattosi coraggio, Alberto suonò alla porta del dr.Settineri. Venne ad aprire la moglie in accappatoio.
    “Signor amministratore, si accomodi, scusi  il mio abbigliamento, sto uscendo dalla doccia.”
    “Ho sbagliato momento, vengo un’altra volta.”
    “Giammai, è un piacere vederla, sono una fanatica delle Fiamme Gialle che fanno pagare le imposte a tanti evasori, io, essendo lavoratrice dipendente, non posso evadere, va bene non parliamo di tasse, Giovanni c’è l’amministratore.”
    “Dottore ho già chiesto scusa a sua moglie, sono inopportuno.” “No assolutamente, sono a sua disposizione.” “Si tratta di cosa delicata come direbbe un testimone al commissario Montalbano, la mia situazione personale, lei sa che recentemente è morta mia moglie…ho molti problemi psicologici, in particolare uno…” nel frattempo era giunta la signora Susanna.
    “Signor Raffaelli, la presenza di mia moglie non le deve dare problemi, siano ambedue anticonformisti e una coppia aperta come si dice in gergo, parli pure.”
    “Dottore dopo la morte di Maria ho provato una volta ad avere un contatto sessuale con una signora, niente da fare, sono bloccato ed anche depresso…”
    “I blocchi psicologici sono i più difficili da rimuovere, potremmo fare varie sedute e le potrei prescrivere medicinali tipo Valdoxan come ho provato con altri pazienti ma con scarsi risultati, se lei è anticonformista  e  disponibile potremmo provare una terapia portata avanti da uno psicoterapeuta svedese, tale Gustav Holmberg, terapia decisamente anticonvenzionale che il cotale ha affermato di aver provato insieme alla sua infermiera con risultati soddisfacenti ma, come le dicevo, è molto anticonformista.”
    “Dottore dirle che prima del…insomma in passato ero decisamente molto prestante in campo sessuale, immagini la mia attuale situazione, dormo male, ho spesso dolori addominali, mi richiudo in me stesso, qualsiasi tepapia pur di…” “Bene si tratta di avere rapporti sessuali fra lei e due persone di sesso diverso, in parole povere lei con una donna e con un uomo.”
    “Lei ha un’infermiera?”
    “Si ma ha quasi sessantanni!”
    “E allora?”
    “Susanna penso si presterebbe volentieri, in passato mi ha detto che non le sarebbe dispiaciuto conoscerla meglio ma il problema è il rapporto omo, non è facile da digerire, io sono bisex ma lei?”
    “Dottore ci penserò, quando sarò convinto busserò alla sua porta, grazie di tutto e…a presto.!”
    “Punto della situazione, Giovanni è bisex e quindi per lui un rapporto omo non gli pone problemi, Susanna…Susanna mi si ‘facerebbe’ volentieri ma io che dovrei fare con Giovanni, prenderglielo in mano, in bocca, farmi inchiappettare o infilargliela a lui, sempre che ci riesca… che casino!”
    Al telefono: “Dottore sono Alberto, cominciamo a darci del tu e poi vorrei che scrivesti su un foglio di carta come dovrebbe avvenire l’incontro così mi preparo psicologicamente, metti, per favore, il biglietto nella cassetta della posta, grazie.”
    Con trepidazione apertura del biglietto:‘Io e Susanna nudi sul letto, lei a sinistra, io al centro tu ovviamente a destra cominci a prendermelo in mano, anche i testicoli, baciarli entrambi, mettertelo in bocca e , quando è duro, girati, metterò della vasellina per infilartelo nell’ano, a quel punto anche a te dovrebbe diventare duro e potrai infilarlo a Susanna"
    Alberto rilesse il biglietto varie volte sino ad impararlo a memoria ma…metterlo in atto soprattutto sentirsi un coso duro di dietro, mah, come si dice, chi vivrà vedrà!
    Al telefono:“Domani è sabato, se non avete impegni dopo mangiato verrò a farvi visita…” “D’accordo, alle quindici a casa mia, ciaooooo.”
    Che voleva dire quel ciao allungato, Alberto non ti porre tanti problemi, il dado è tratto!
    La camera da letto aveva le serrande abbassate, la luce proveniva da due abat jour con sopra del velo trasparente rosa, sottofondo musica da piano bar, tutto a puntino. Alberto si fece coraggio, prese in mano il coso di Giovanni che, pian piano, aumentava di volume, cominciò con una sega poi, ricordando quanto scritto nel foglietto, con la fellatio, che strana sensazione, cominciò a leccargli i testicoli poi di nuovo lo prese in bocca,  il pene di Giovanni sempre più duro e grosso mentre Il suo ciccio ancora non dava segni di vita, pensò che la teoria dello svedese fosse inefficace o che Giovanni avesse fatto il furbo per avere un rapporto con lui. 
    Si trovò girato di spalle, con del morbido nel buco del suo sedere, la vasellina, e poi pian piano qualcosa penetrò nel suo deretano, quel qualcosa  prese a muoversi avanti ed indietro, insomma Giovanni se lo stava bellamente inculando sin quando, meraviglia, il suo ciccio prese a  diventare duro, sempre più duro,  passò allora al piano b) e fu accolto da una calda ed accogliente gatta la cui proprietaria mostrava di gradire molto quell’intrusione.
    'Risiedette’ dentro  piuttosto a lungo, la signora stava dando con gioia ospitalità ad un ‘ciccio’ decisamente più duro, mostrando sempre più segni di un godimento prolungato. Alla fine Alberto se ne fregò altamente e inondò la ’chatte’ della dama di un caldo e inarrestabile fiume di sperma.
    Rientro a casa, tutto gli sembrava più allegro, il panorama, i mobili, i quadri, i lampadari, prese a ballare, finito l’incubo, si poteva dare alla pazza gioia, almeno lo sperava dopo quella prestazione.
    In caserma i colleghi si accorsero del suo mutamento, qualche battuta, una pacca sulle spalle, erano tutti amici.
    Franco: “Ho capito tutto, auguri.”Alberto si prese una settimana di ferie, fece qualche telefonata a Susanna ringraziandola di cuore, in fondo anche lei ci aveva guadagnato da quello che ricordava.Si mise al lavoro per il condominio: per primo si recò a casa di Giuditta Spinella in Passalacqua, forse non era il giorno migliore, la trovò in lacrime.“Signora verrò un’altra volta, vedo che non è il momento giusto.”
    “A casa mia non è mai il momento giusto, lo sa che ho due coppie di gemelli ebbene. sono di nuovo incinta, maledizione a mio marito, alla sua famiglia, a tutti i parenti, sono cattolici del cazzo, non devo usare il preservativo perchè  è peccato ed io di nuovo…li ammazzerei tutti con la loro religione.Siccome con lo stipendio di mio marito non  si va avanti, loro ci ‘foraggiano’ così dicono in gergo ma pretendono che seguiamo i dettagli della chiesa ed ora potrei sfornare altri due gemelli, una squadra di calcio!”
    “Signora per i soldi non si preoccupi, le lascio la ricevuta, ripasserò.”
    “Stavolta mi voglio togliere una soddisfazione alla faccia loro, la prego venga in camera da letto, una volta ero una bella signora, ora…”“Ma anche adesso …”“Fra dieci minuti vedrà un’altra donna, una donna piacevole, mi aspetti vado in bagno.”
    Alberto pensò a quando, figlio della lupa, doveva fare una buona azione quotidiana, qui si trattava di far felice una povera … che invece apparve in altra veste: non era più la stessa, capelli tirati su, occhi e bocca truccati, vestaglia trasparente che lasciava intravedere seni e pube niente affatto male.
    “Non me ne voglia se approfitto di lei, è una reazione a tanto squallore della mia vita.”
    Alberto non si pentì di quell’avventura, anche a letto la signora dimostrò di saperci fare sessualmente, cacchio doveva essere a stecchetto da tanto tempo, una goderecciata dopo l’altra, alla fine:“Non mi dimenticherò mai di lei, oltre ad essere un gentiluomo è…insomma ci sa fare pure a letto, come si chiama, a un mio figlio metterò il suo nome.
    ”“Alberto.”
    “E Alberto sia.”
    In caserma Franco fu informato sin nei dettagli dell’avventura dall’amico, non finiva mai di ridire: “Stavolta da bere lo paghi tu, ragazzi tutti al bar.”
    Il successivo condomino o meglio la successiva fu Ann Fischer:”Gentile signora sono Alberto Raffaelli il nuovo amministrazione del condominio, son qua per ritirare…”
    “Ma quale ritirare, tu mi ti vorresti fare, guardami in faccia!”
    Alberto fu spiazzato  da quell’irruente bionda svizzerotta, chi l’avrebbe detto.“Vuoi giocare duro, ci sto ma…”
    “Niente ma, preciso che amo i fiorellini e non i cosoni e quindi con me vai in bianco ma, siccome mi sembri simpatico, avremo dei buoni rapporti, ti va?”
    “Certo che mi va anche se…cambiando discorso, io ho prestato servizio a Piaggio Valmara sul lago Maggiore, alcune volte andavo a ballare a Locarno dove ho conosciuto una bella svizzerotta come te, anzi guardandoti bene gli assomigli, si chiamava o spero si chiami ancora Nelly Dickemann…”
    Alberto non aveva finito la frase che un’immensa risata risuonò in tutto l’isolato, Ann non la finiva mai di ridere, Alberto era perplesso.Quando la dama riuscì a controllarsi:
    “Era mia nonna!”e giù altre risate.
    Quando la calma regnò di nuovo nella stanza:
    “Dovevo fare 1,500 chilometri per conoscere lo scopatore di mia nonna, da piccola me ne aveva accennato, il suo primo amore ma guarda…”Alberto senza motivo apparente abbracciò Ann che lasciò fare, in fondo potevano considerarsi parenti…
    “Sediamoci sul divano, raccontami tutto, mia nonna era troppo timida e riservata per entrare nei particolari della prima volta.”
    “Tua nonna era vergine ma a ventidue anni voleva provare finalmente le gioie del sesso ma ne era impaurita: ‘Sii delicato, non è che mi fai male, mettiamo sotto un asciugamano non vorrei sporcare il letto di mamma (i genitori erano assenti per due giorni), non è che resto incinta…’”
    “Nelly me lo stai facendo ammosciare, ho i preservativi, prima di bacio il fiore e poi… Tutto andò bene ma poi io fui trasferito a Domodossola, dapprima ci tenevamo in contatto epistolare  poi, dopo circa un anno, Nelly mi comunicò di essersi fidanzata, fine della storia nonnesca.”
    “Io sono sempre sincera, più ti guardo e più mi piaci sempre relativamente per i motivi che tu sai e poi sono fidanzata con Rebecca, non voglio farle le corna.”
    “Proposta indecente da parte mia, passiamo un fine settimana a Torre Fare, ho una casetta in riva al mare o meglio proprio sulla spiaggia, un luogo romantico, sono un discreto cuoco, sarai tu a dirmi se ti avrò conquistata sia come persona che con l’arte culinaria.”
    “Ci tenti in tutti i modi ma mi incuriosisci, accetto, sarò io a decidere.”Alberto contattò Edoardo suo fornitore di carni particolari non  apprezzate dai Messinesi che si limitavano a pesce stocco, baccalà ed involtini, uno squallore culinario...
    “Edoardo devo fare una bella figura con una gentile donzella, procurami un’anatra, due piccioni e una coscia di tacchino.”“Agli ordini maresciallo, mi precipito.”
    I due giorni precedenti al fatidico venerdì Alberto sparì dalla caserma, "sono ammalato", ammalato si ma di una febbre particolare.Prima il disossamento della coscia di tacchino col conseguente ripieno di prosciutto crudo di Parma, salvia, rosmarino e successiva cucitura con l’ago e filo, due piccioni ripieni di carne di maiale e di aromi, papera (anatra) al sugo da usare sia come secondo che come condimento delle pappardelle, Alberto avrebbe superato anche un cuoco professionista.
    Alle nove del venerdì Ann, con precisione svizzera era dinanzi alla porta di Alberto.“Sei mai stata su una Jaguar, questa ha i seguenti optional…bla bla, bla…”
    “Ho capito, iniziata manovra avvicinamento, vai avanti …”
    “Va bene ma non mi devi smontare, se fai così!”“Mi sa che piuttosto che smontarti vedo qualcosa aumentare di volume, uh uh uh!”
    “Si parli ancora ti violento!”
    “Mal te ne incoglierebbe, sono cintura nera di judo!”
    “E che c…o pure una cintura nera mio doveva capitare, mi sa che alla fine sarai tu ad inchiappettarmi.”
    “Immagine immaginifica, alla fine del week end mi sa che ti chiederò di sposarmi.”
    “A me basterebbe entrare delicatamente in due buchini, scusa l’ardore.”
    “Così vorresti anche…”
    “Si anche ma siccome certamente andrò in bianco mi piace  sognare un po’.”Alberto ce la stava mettendo tutta, se non ci riusciva non era colpa sua.Cena romantica al chiar di luna sulla spiaggia condita con musiche di Diana Krall,di Joss Stone e di Nora Jones.“Scelte indovinate, sei un maledetto ma prima di cedere…”
    “Si dorme in camere separate o mi sbaglio.”“Non ti sbagli, buon notte.”
    Alle dieci un raggio di sole sul viso di Alberto ne decise l’allontanamento dal mondo di Morfeo, Ann se la sguazzava beatamente in acqua e lo salutò festosamente.
    “Mi stai bagnando tutto, hai fatto colazione?”
    "Si hai indovinato i miei gusti, bravo un punto in più a tuo favore. Andiamo a fare una passeggiata lungo la battigia, ti va?”
    “Albertone fa rima con pigrone ma se vuoi…”“Voglio.”
    “Mi manca solo un collare!”“Bau bau.”
    Al rientro pentola sul fuoco e via alle libagioni.
    “Il pomeriggio sono abituato ad un riposino con sfregata di mani.”
    “Non conosco il significato di sfregata di mani ma pure io vado a riposarmi  in camera mia, e sottolineo in camera mia, compreso ilmessaggio?"
    ”La storia andò avanti sino al pomeriggio della domenica.
    “Alberto ritorniamo a casa, busserò io alla tua porta quando…
    Questo il risultato provvisorio del colloquio con i primi tre condomini, i quarti:
    “Signori Giliberto sono…”
    “Si accomodi, l’abbiamo visti in divisa, io son un ex carabiniere, siamo cugini.”
    “Che mi dice di questo condominio?”
    “Vede da vecchi si diventa come invisibili, nessuno che ti guarda, che ti da confidenza, una tristezza, nostro figlio è lontano e non viene mai a trovarci. Con la mia pensione non abbiano una grande disponibilità finanziaria; dopo aver pagato bollette e speso soldi per il cibo ci resta poca disponibilità finanziaria, solo talvolta al cinema e una vecchia Cinquecento, la nostra vita è tutta qui, beato lei che è giovane!”
    Terzo piano a sinistra:“Signora Giunta sono…”
    “Entri, so chi è lei, la vedo sempre uscire in divisa sulla sua Jaguar, un’auto che ho sempre ammirato per il suo stile che anche a lei non manca.”
    Che sia stato un approccio? Madame Franca, Lisitano da nubile, era come si dice in gergo decisamente giunonica  e, per la legge del contrappasso, suo marito era piuttosto mingherlino, imbarcato otto mesi all’anno su navi mercantili con uno stipendio apprezzabile, unico lato negativo la lontananza che pesava molto sulla povera Franca che invece aveva bisogno di…
    Una notte un temporale tipo fine del mondo, lampi, tuoni da far tremare il caseggiato, Alberto si rigirò nel letto, un cuscino sopra la testa ma il temporale non dava segni di voler finire poi un bussare forte alla sua porta.

  • 26 dicembre 2014 alle ore 14:21
    La Stella di Natale

    Come comincia: C’era una volta, tanto tempo fa, un re.

    Il suo regno era sotto l’influenza di un terribile sortilegio: tutti avevano dimenticato cosa fosse il Natale e festeggiavano il 25 Dicembre come un giorno qualsiasi, un giorno nel quale si lavorava e si stava lontani dalla famiglia.

    Una sera d’inverno il re, mentre osservava il cielo, notò una stella, più vicina e più luminosa delle altre. Chiamò a sé tutti i saggi del suo regno che annunciarono al re che quella stella avrebbe raggiunto la sua luminosità molto presto, proprio il 25 Dicembre.

    Tra il popolo si sparse la voce che quella stella, presto o tardi, sarebbe caduta e avrebbe distrutto tutto e tutti. Spaventati, allora, cominciarono a prepararsi alla fine imminente.

    Da lontano, dal suo castello di cristallo, una perfida strega osservava tutta la scena e se la rideva a crepapelle. Solo lei conosceva la dolce verità: quella stella, ogni anno, puntualmente appariva in cielo, ma nessuno la notava perché era troppo indaffarata a fare altro.

    Il re non poteva lasciare che il suo popolo soffrisse e fosse spaventato: era un re giusto, buono e generoso. Decise di convocare a sé tutto il popolo:

    -Popolo mio, non temere! – disse il re.

    -Mio Signore, cosa dobbiamo fare? – disse una popolana.

    -I saggi mi hanno rivelato che la stella brillerà di più tra due giorni. Propongo a voi una bellissima cosa: Venite nel mio palazzo e mettete il vestito più bello. Smettiamo di lavorare il 25 Dicembre e, come una sola famiglia, festeggiamo questo giorno come il “Giorno della Stella”- proseguì il re.

    Il popolo acconsentì alla richiesta del re e tutti lo applaudirono.

    All’improvviso apparve una terribile nube verde dalla quale uscì fuori proprio la perfida strega.

    -Pensavo di avervi sistemato una volta per tutte! A quanto pare, proprio tu, hai la testa più dura del marmo! – disse la strega al re.

    -Sì, proprio tu! Maledetto! Non ti lascerò riportare la Festa qui. Dovete restare sotto il mio incantesimo!

    Il re osservò la strega e, d’improvviso, ricordò di averla già incontrata.

    -Io ti conosco – disse il re alla strega.

    -Tu c’hai fatto qualcosa! Perché? – disse ancora.

    -Voi non meritavate di festeggiare questa festa. Io voglio la vostra rovina e non permetterò che Lui venga di nuovo in questo mondo, nei vostri cuori. Eravate troppo felici – proseguì la strega.

    Il popolo gridò a gran voce: “Lui chi?”

    -Non lo saprete mai!!! Tra due giorni tornerò e oscurerò di nuovo il vostro cuore con un altro potente incantesimo- disse la strega e, con una terribile risata, scomparve nel nulla.

    Il re e il suo amato popolo non potevano permettere che quella strega l’avesse vinta.

    Così, riuniti i suoi consiglieri, il re cercò di trovare il modo per fermare la strega. Non poteva permettere che quella strega cancellasse, ancora una volta, questa festa dal loro cuore.

    All’alba del giorno dopo, si presentò al palazzo, una fanciulla dolce e graziosa. Chiese di parlare col re perché aveva qualcosa d’importante da dirgli. Il re l’accolse volentieri.

    La fanciulla esordì:

    “Carissimo re, tu sei l’unica persona che può distruggere quella strega! Tempo fa l’hai sconfitta, ma lei, con un trucco, riuscì ad ingannarti e a lanciare il suo potente maleficio”.

    Il re guardò, meravigliato, la fanciulla.

    “Ragazza, come fai a ricordare questo?” – disse il re.

    “Io non sono di questo regno. Vengo da un posto che oggi per voi è molto lontano. Sono qui proprio per aiutarti a sconfiggere quella strega” – disse la fanciulla.

    “Domani, giorno più luminoso della stella, riunisci il tuo popolo. Chiedi a tutti di stringere la mano della persona che gli sta accanto in modo da formare una grande catena. Anche i bambini devono partecipare a questo gesto, anzi soprattutto loro perché le loro mani sono le più innocenti e più limpide di tutte. Poi verrà il tuo momento…”- proseguì la fanciulla.

    Il re accolse, entusiasta, il consiglio della ragazza e fece preparare tutto il suo popolo a questo grande evento.

    “Posso sapere il tuo nome” – chiese il re alla fanciulla.

    “Abbi fede, mio re. Domani ti rivelerò il mio nome!”

    Il giorno seguente, la strega apparve di nuovo in mezzo al popolo e oscurò il cielo in modo che nessuno potesse vedere la stella brillare.

    Il popolo, però, non temette il gesto della strega e tutti cominciarono a stringersi la mano. La strega, dalla sua scopa, vide cosa stava facendo il popolo e continuò a ridersela a crepapelle.

    “L’ultimo gesto disperato!” – esultò trionfante.

    Poi, improvvisamente, il re gridò:

    “Oh Luce, brezza che accarezza l’anima leggermente

    riscalda il nostro cuore, col tuo Fuoco d’Amore, infinitamente.”

    Tutti cominciarono a brillare formando così una grande luce che dissolse le nubi create dalla strega. La stella, in cielo, brillava ancora più intensamente e con la sua potente luce, unita a quella di tutto il regno, creò un bagliore così grande che la strega si disciolse all’istante.

    Il re, così, ricordò: la stella era il segno di una festa speciale, che loro chiamavano “Natale”. In quel dì, tutti si fermavano per celebrare la nascita di un Bambino che avrebbe salvato il mondo e l’avrebbe condotto verso un mondo di pace. Anche il popolo cominciò a ricordarsi di tutto. Per molti anni non avevano festeggiato il Natale e non avevano più creduto in quel Bambino. Tutti esultarono di gioia, cominciarono a danzare, cantare.

    Il re sorrise:

    -Forza, popolo mio! Dobbiamo festeggiare! Dio viene qui tra noi per salvarci- esclamò a gran voce.

    La dolce fanciulla, intanto, si presentò nuovamente al re e disse:

    “Eccomi, mio re. Ora finalmente posso tornare da dove vengo!” – esclamò al ragazza.

    “Dolce fanciulla, da dove vieni e chi sei?” – continuò il re.

    “Io sono la Speranza e sono nell’angolo più luminoso del vostro cuore. Col sortilegio della strega, vi eravate dimenticati di me e il vostro cuore era diventato sempre più buio. Il Buon Dio ha voluto mettere fine alle angherie di quella strega, che diventava ogni giorno sempre più forte, grazie alla vostra indifferenza, al vostro egoismo, alla vostra brama di potere. Per tanti anni quella stella era lì, che aspettava di essere guardata da almeno uno di voi”.

    “Quella sera avevo una strana fitta al cuore. Ogni anno, lo stesso giorno, mi succedeva ma non davo molta importanza a questa cosa. Decisi allora di prendere un po’ d’aria, osservando il cielo, sapevo che tutto sarebbe passato” – proseguì il re.

    -Adesso tutto tornerà come prima. Ma ricordate: Non perdete mai la speranza, abbiate sempre fede nel buon Dio che vi ama e non vi lascerà mai da soli!” – gridò la Speranza, per poi sparire in un grande bagliore di luce.

    Tutto il regno, allora, fece festa e da quel giorno, ogni 25 Dicembre, allestirono una piccola scenetta in cui ricordavano la nascita di quel Bambino che, col suo dolce sorriso, ancora oggi viene nel cuore di ognuno di noi per farci il dono più grande: l’Amore.

     

  • 22 dicembre 2014 alle ore 10:04
    Buon Natale

    Come comincia: Ho trovato in un negozio un regalo di Natale che costa pochissimo, era impolverato, quasi dimenticato tra gli scaffali delle modernità. L'ho dovuto tirare fuori tra mille cose inutili, ripulire, renderlo lucido e presentabile. È un regalo semplice di quelli che si comprano con due spiccioli. Ci ho allegato un biglietto che recitava cosi : " Ricordati di non giudicare perchè chiunque è in grado di trovare difetti ed errori; non lamentarti, se pensi e leggi sei gia più fortunato di tanti tuoi fratelli; non dividerti, non c'è colore o credo che valga una separazione; non piegarti, nessuno vanta diritti su di te; non prevaricare, non sei meglio di nessun altro; non odiare, l'odio non costruisce, distrugge; dimentica il passato, ma cerca di ricordare da dove provieni; sorridi e se non vuoi farlo per te, fallo per chi ti guarda. Ho scritto questo biglietto sopra il regalo che voglio farti, ti tendo la mano per augurarti Buon Natale...Attento a non sporcarti, di solito non mi scrivo sulle mani.

  • 18 dicembre 2014 alle ore 9:19
    La prima volta con un' accompagnatrice

    Come comincia: Racconto gentilmente inviato da un cliente:

    Sempre a correre, in piena carriera lavorativa, orari massacranti, ultimamente non mi capita più di uscire con una donna nuova, pochissime occasioni di conoscenza. Single da tempo, mai sposato, ho proprio voglia di passare una bella serata con una compagnia piacevole. Girando in rete mi sono imbattuto nell'annuncio di un'agenzia che offre accompagnatrici non obbligate a far sesso. Mai passato per la mente di obbligare qualcuna a far sesso, trovo che debba essere un piacere assolutamente reciproco. Certo è sempre la migliore conclusione di una serata ma se ci sono le giuste condizioni. Così eccomi in una piazza ad attendere la mia sorpresa, ho visto le sue foto, ma dal vivo è sempre un'altra cosa e poi come si sarebbe comportata? come si sarebbe vestita? E il profumo? Cerco di immaginarla mentre attendo con una certa ansia, mi preparo al peggio, per non rimanere deluso, penso:  “sarà un po' più brutta rispetto alle foto, magari invecchiata”.
    Ecco che squilla il cellulare, lo porto all'orecchio e subito lei mi si avvicina, chiamandomi per nome, niente male, la prima impressione è positiva, per niente deluso. Dopo averle dato la busta con i contanti, passeggiamo un po' mentre le parlo un po' di me, lei mi ascolta con attenzione. Le chiedo di lei, di quel suo particolare lavoro, lei risponde senza problemi, trovo che ci sia già una grande intesa tra noi.
    Eccoci giunti in quel ristorante così intimo per la cena, pare tutto perfetto, ordiniamo cose diverse ma poi ci scambiamo gli assaggi, un po' di vino che la rende ancora più allegra e disinvolta, la conversazione è piacevole e scorrevole, ad un tratto le prendo la mano e mi complimento per la mano ed il resto, lei ritira piano la mano lusingata. Le chiedo delle sue esperienze sessuali, mi racconta di quello che non arrivava mai e lei era distrutta, un vero fenomeno, mi racconta anche di alcuni che, non abituati ad una donna così bella ed alla nuova situazione, sono colti da ansia da prestazione e non c'è verso di eccitarli, ma poi toccano, baciano, leccano e alla fine sono contenti lo stesso. Essendo entrati in argomento caldo le faccio chiaramente capire che mi piacerebbe possederla, lei mi risponde che per quella sera non se ne parla anche perché abbiamo poco tempo ed a lei piace fare le cose con calma (anche a me). Per la prossima volta non lo esclude, dice di trovarmi interessante, ci organizzeremo meglio. Usciti dal ristorante passeggiamo e discorriamo piacevolmente, ora siamo a braccetto, il tempo è volato, la accompagno alla macchina, la saluto con un abbraccio ed un furtivo bacio sulle labbra troppo attraenti, non ho resistito, lei non si scompone, entra in macchina e mi strizza un occhio chiudendo la portiera.

    Sono proprio contento, piacevolissima serata, e la prossima sarà forse ancora meglio. Del resto si sa, l'attesa di un evento è forse meglio dell'evento stesso, e per ora attendo. Noto che lei non ha mai toccato il cellulare durante la serata, cosa rarissima. Ma del resto è una professionista.

    A

     

  • 17 dicembre 2014 alle ore 15:55
    I dubbi dello scribacchino

    Come comincia: Una scossa elettrica, un boato nel cervello, l'universo intero che spezza la monotona catena delle cose, in un andirivieni di pensieri. La mente incapace di sostenere tutte quelle informazioni, immagini sovrapposte di figure incomprensibili, eppure la voglia di capire e conoscere il perché di tutto ciò che è. La logica delle cose, il ragionamento razionale e la ricerca della verità o presunta tale, tutto ciò che ruota attorno alla tua mente, al tuo essere, ma in realtà è l'essenza di ciò che esiste. Credere nel proprio Dio, nella morte e nella vita, sicuri di esistere in eterno anche quando la testa dubita e chiedersi il perché, perché la mente si affligge con simili pensieri quando la realtà ci dà delle risposte. L'illusione di un qualcosa che non c'è e che qualcuno vorrebbe, o che mai verrà rivelato, chi lo saprà mai? L'inutile rincorsa alla perfezione, nella ricerca impossibile di ciò che non è e mai sarà. Un sorriso sincero o le lacrime di chi soffre, l'amico vero o colui che ci affossa. Non esiste un  perché, non si divide il mondo in bianco o nero, la natura ci ha donato infinite sfumature e tu, che chiedi originalità e scalpore, non devi confrontarti con la realtà quotidiana? Hai forse il dono della chiaroveggenza? Puoi, dall'alto delle tue considerazioni, dividere il mondo tra buoni e cattivi? Oppure esprimi dei giudizi senza capire ciò di cui stai parlando? A volte un bagno di umiltà farebbe bene anche ai più grandi e dotti fra noi, ma non sempre a chi sale sul pulpito piace mischiarsi con la plebe. Sei quindi così pieno di te, non dubiti mai, neanche per un istante, delle tue considerazioni? Beato te, deciso e sicuro, insensibile della sorte altrui, capace di criticare ferocemente chi, con umile diletto, si confronta con il mondo delle lettere e delle parole, cercando di dare vita ai propri pensieri, senza pretesa alcuna. Ma in fondo hai ragione tu, chi c'è lo fa fare? Chi ci obbliga ad imbrattare taccuini in brutta, cercando poi di riportare dei pensieri coerenti  su delle tavole bianche con il rischio di fare la figura, non me ne vogliano, degli imbianchini? Loro almeno cercano di rimettere a nuovo delle pareti grezze, o sporche e scolorite e se sono abili di pennello riescono a dare decoro anche a ciò che sembra impresentabile. Ma chi scrive o scarabocchia, sa di dover superar la feroce critica dei lettori: loro non si limitano ad osservare la parete cercando di individuare dei difetti nel lavoro, no. Vivisezionano il tuo pensiero, smontando le tue ragioni e i tuoi perché, chiedendo spiegazioni quando non c'è ne sono e se non stai attento, distruggono le tue convinzioni rimandandoti nell'oblio e nella confusione. E allora, piccolo scribacchino, tornerai mesto al tuo perché, alle tue faccende quotidiane e abbandonerai quel mondo irreale in cui ti piace trovare rifugio e sicurezza, il mondo della fantasia. La paura del confronto è più forte della libertà di pensiero, il terrore di essere giudicato ti opprime e rinchiude la tua mente non lasciandole uno sfogo naturale. Forse è giusto così, è normale essere normali nella normalità, o forse no?

  • 16 dicembre 2014 alle ore 2:53
    Il sogno di Paolino

    Come comincia: ― Buongiorno, bei ragazzi! Adamo ed Adamo?
    ― Naa, Mister Serpente. Siamo Paolino e Riccardo!
    ― Benissimo! Ma dimmi, perché siete gay?
    ― Bella domanda, ma prima dimmi tu perché sei biscia...
    ― Boh, non lo so, ma che colpa ne ho se la natura mi ha fatto così?
    ― Saggia risposta, anche se a mo' di domanda...hehehe! Ciao, creatura strisciante!
    ― Ciao? Ma aspetta un po', caro mio, e la tua risposta alla mia domanda?
    ― No c'è bisogno, visto che te la hai già data tu da solo!
    ― Ma grazie, Paolino, sei troppo carino! Da come ti fai vedere in giro con questo biondino stupidino che non apre la bocca nemmeno a pagarlo, capisco che sei un fanciullo.
    ― Prego, rettile velenoso, un gran Vaffanculo a te ed alla tua cretina domanda!

    Nota: Riccardo non ha detto nulla, ma ha riso a più non posso. Capisce l'italiano, ma non lo parla affatto. E' buono e "bono" in quasi tutto che fa, ma quando si tratta di lingue straniere, è proprio un disastro...hehehe!
     

  • 12 dicembre 2014 alle ore 18:55
    Seduta Numero Quattro: Scelta

    Come comincia: Alle volte bisogna scegliere, Mr Pech.
    Non si può restare per troppo tempo in bilico senza cercare di capire o allearsi con una delle due parti che separa il nostro corpo.
    Ben sappiamo quanto la mente ed il cuore possono essere alleati e nemici struggenti sia in bene che in male.
    Ma l'attimo della scelta è essa stessa difficile da comprendere o da accettare e quindi viviamo in balia di stati d'indecisione così stupidamente pesanti.

    Questo accade perchè le verità spaventano così profondamente che, trovandoci ai ferri corti, una scelta può fare la differenza; ma come? e, sopratutto, quale?
    Se fossimo stati indovini sarebbe stato tutto più facile ma, per l'appunto, non lo siamo e se speriamo che qualcuno ci indichi la via nei casi più bonari o che qualcuno la prendesse al nostro posto a discapito della verità stessa presente o negata, è meglio che ci uccidiamo.
    Siamo nati come esseri pensanti e non dovremmo pretendere o lasciare che altri decidano per noi; sbagliata o giusta che sia, una decisione va presa e quindi, come ogni causa ha una sua conseguenza, prenderci quello che ne viene senza la presunzione di poter dire "se non avessi fatto nulla era meglio".
    Dobbiamo comunque essere preparati all'ignoto, qualsiasi radice abbia.
    Giusto, Mr Pech? 

  • 11 dicembre 2014 alle ore 12:08
    L'età delle favole.

    Come comincia: L’età delle favole.

    Nata il giorno di S. Bruno, il 6 di ottobre a lei, terzogenita di  dieci anni più piccola della prima sorella, misero nome Bruna Valeria. Come per magia mamma Michela si ritrovò giovanissima, per correre dietro a quella piccina che aveva appunto bisogno di una giovanissima mamma. E fu un incanto: crescerla, vederla vivere, balbettare, ciangottare, sorridere, conquistare lo spazio intorno a se, non dormire, piangere (raramente). Un regalo della natura quella ultimogenita venuta dal nulla, o, per dir meglio, nata da ore d’amore. Bruna le regalò giorni di sole e scoperte e lei le insegnò il gioco e il canto come agli altri due amatissimi figli. Passeggiò con lei, cantò con lei, giocò con lei, divenne piccina con lei, divenne anche fantasiosa e credula. Tornò in casa Babbo Natale, rientrò dai tetti la Befana. Papà scrisse e lesse con la sua bambina letterine a entrambi. Papà scrisse e lesse con lei le loro impossibili risposte. Poi Bruna crebbe un po' di più e assieme a lei cominciò a crescere la capacità di distinguere il vero dal falso, il certo dall’incerto e, purtroppo, ineluttabilmente, il sogno dalla realtà la favola dalla vita quotidiana. Ma Bruna, che intanto scriveva poesie, disegnava, amava la musica, cantava e andava a cavallo, pur se puntigliosamente metteva alla prova ogni loro capacità di nascondimento dei doni acquistati e preparati per il 24 dicembre per “Babbo Natale” e il 5 gennaio per l’Epifania, in fondo in fondo anche razionalmente non credendo era ostinatamente desiderosa di credere. Cercava per tutta la casa i giocattoli nascosti, ma in realtà non desiderava trovarli. Inseguiva i genitori senza perderli di vista un momento per tema che le sfuggissero e comprassero i dolci per la calza della Befana, ma voleva sentirsi dire che la cara vecchina esisteva davvero. E gioiva nel trovare quei doni, lasciava bigliettini con strane richieste ed elenchi di domande sempre più complesse alla povera Befana, pretendendo foto segnaletiche e impronte di mani. A Babbo Natale chiedeva ciocche di capelli bianchi, giocattoli sempre più misteriosi di cui gelosamente nascondeva agli adulti la tipologia, pretendendo che il povero “Babbo” le leggesse nel pensiero o che l’ascoltasse la Befana mentre, chiusa in una stanza, li elencava a bassa voce o scriveva lettere che si affrettava a imbucare ella stessa dopo aver chiesto l’indirizzo ai genitori: “Via degli Abeti Bianchi”... e il numero civico nessuno lo ricordava più. Ogni anno il lavoro di mamma e papà, esecutori degli gnomi e dei folletti, diveniva più complesso e faticoso; trovavano tuttavia il modo di capire a quale giocattolo fosse indirizzato il desidero della bimba e lo compravano compiendo salti mortali e missioni alla 007. Tutto perché quella piccola che ingenua non era, in realtà chiedeva con i suoi occhi dolci e un po' melanconici, che la si imbrogliasse per bene, per permetterle di credere ancora.
    Quando compì dieci anni tuttavia si profilò all’orizzonte “l’ultima Epifania”. Mai come era accaduto in passato i genitori si videro inseguiti, controllati nelle tasche e nei pacchetti con cui tornavano a casa quelle rare volte che era loro concesso di restare soli. Bruna insomma sembrò intestardirsi a non volere essere più presa in giro. Esasperò il padre, perseguitò la mamma con le domande, chiese insomma pretendendo la verità, tutto ciò che si potesse sapere sulla Befana:-” Dove vive? E’ brutta? E’ vecchia? E’ sposata? Chi è? Dove compra i regali? Chi le da i soldi? Esiste davvero?”- La mamma, più positivista, trovava anomalo mentirle ancora, e allora provava a farla ragionare:-” Pensa un po', Bruna, questo Babbo Natale che vede tanti bimbi affamati e non fa nulla... Pensa un po' anche alla Befana, possibile che si interessi dei tuoi regali, sapendo che hai mamma e papà che ti amano, e non doni nulla a tanti bimbi senza casa, che vivono magari una vita di stenti in mezzo alle guerre?”- Lei non la lasciava neanche terminare:- ”Non esistono! Non esistono, è proprio davvero impossibile!” Per poi aggiungere subito:-” Mamma! Dimmi una bugia: esistono?”- Al che la mamma le diceva la bugia:- ”ma si, esistono...”- E lei ricominciava:- ” A scuola gli amici mi prendono in giro! Dicono che sono scema! Mamma, dimmi la verità, esistono?”_- No, non esistono!”- Diceva la mamma. E lei si allontanava intristita:- ”Non esistono!”. Sussurrava tra se, per poi ricominciare a credere sperando di sentirsi dire il contrario. Un bel problema insomma. Quell’anno comunque non fu possibile nasconderle l’acquisto dei dolciumi per la calza: li scoprì nelle buste, benchè fossero stati ben nascosti, come fosse una detective. Li vide e pianse:- ”Non esiste la Befana...Perché non me lo avete detto prima?”- I genitori persero lo smalto e la pazienza:-” Basta! Non ce la facciamo più! Vuoi credere che non esista? Va bene: non esiste!”- Erano a corto di argomenti, stressati, pressati, inseguiti e anche indecisi sulla positività di quella favola che doveva pur un giorno trovare un termine. la bimba, malinconica, quel 5 di gennaio si coricò digiuna, ma prima sospirò tra se:-” Allora i vestitini di Barbie non arriveranno affatto!”. E la mamma  comprese quale fosse il desiderio nascosto fino a quel momento dalla bambina. Così decise velocemente di correre a comprarli, permettendo alla figlioletta quell’ultima santa Befana. Uscì come una ladra malgrado l’ora tarda e fortunatamente li trovò. Ritornò su nascondendoli sotto il cappotto agli occhi di Bruna che già era saltata dal letto al rumore dell’uscio che si apriva. Li celò poi fuori la finestra del bagno...per prenderli più tardi. Stava quasi per tirare un sospiro di sollievo la povera mamma, ma all’improvviso la bambina, poco prima di crollare addormentata esclamò:- ”Oltre ai vestitini c’è un’altra prova che ho chiesto alla Befana e crederò in lei soltanto se domattina la troverò nella calza!”- A questo punto mamma e papà si guardarono in volto senza più parole: cosa avrebbe mai potuto essere quella ultima cosa? Un altro giocattolo? Una foto? Una lettera? Il problema era irrisolvibile e senza dirselo, entrambi giunsero alla conclusione che per la loro piccina fosse proprio giunto il momento di farla finita con le favole. Bruna era davvero oramai una signorinella e doveva abbandonare per sempre il mondo magico e favoloso dell’infanzia per affrontare la realtà in tutte le sue sfaccettature. Verso le due del mattino mamma Michela silenziosamente aggiunse comunque alla calza coi dolciumi, che Bruna stessa aveva preparato con occhi tristi, i vestitini di Barbie e andò a dormire. L’indomani, come a ogni Epifania vennero però destati dalle grida di gioia della bambina:-” Mamma! Papà! E’ venuta davvero questa notte la Befana! Mi ha portato anche la prova che le avevo chiesto!”- Avevano sonno i genitori di Bruna, mentre il fratello e la sorella più grande dormivano il sonno degli adulti che non attendono più calze magiche. Tuttavia Michela si alzò, trascinando un po' le pantofole rosse, per vedere con i propri occhi cosa avesse trovato la piccina sotto l’albero, quale fosse insomma la famosa “prova” richiesta questa volta alla Befana. Trovò la figlioletta come frastornata, intenta a stringere tra le manine affusolate e lunghe un qualcosa che a una prima occhiata le parve fieno. Poi osservò meglio e si rese conto che si trattava di rami secchi. Ma no! era saggina. Un pugno di saggina, di quella usata un tempo nelle campagne per fabbricare le scope. E intanto Bruna le diceva:-” Guarda, mamma! Le avevo chiesto di lasciare per me un po' della scopa che usa per volare!”- Si avvicinò la mamma per toccare quel materiale dall’aspetto usato e vecchio e constatò che sembrava proprio tirato via dalla scopa della Befana. Chi mai avrebbe
    potuto indovinare ed esaudire quell’ennesimo buffo desiderio di ragazzina fantasiosa? Tornò allora nel letto matrimoniale la mamma, per interrogare con frasi brevi il papà che sembrava disinteressato ai loro dialoghi e ancora addormentato. Lo scosse un po', ripetendogli nelle orecchie le domande, ma lui appena accennò a un movimento in quella meritata giornata festiva. -”Sei stato tu?, Dimmi, sei stato tu a trovare la saggina della scopa e metterla sotto l’albero? Quando? Come?” - ”Che cosa ho messo sotto l’albero?”- Chiese alla fine lui ancora intontito dal sonno interrotto.- ”Dai! Svegliati! Hai messo tu il pezzo di scopa...?”- “Quale scopa?”- “Insomma! Non tentare di imbrogliare anche me! Come hai fatto a capire quale prova aveva chiesto Bruna alla Befana?”- Il papà dopo uno sbadiglio che gli riempì la faccia, finalmente parve svegliarsi. Fissò i suoi occhi piuttosto annebbiati in quelli intensi della moglie e sorrise: come sembrava giovane sua moglie a quasi 45 anni, mamma di una terzogenita tanto impertinente! Sorrise dunque, poi tornò ad abbracciare il cuscino girandole le spalle e brontolò:-” Non so nulla di scope, di fascine, di saggine e di richieste! Nulla! Lasciami dormire, per favore... naturalmente l’avrà lasciata cadere davvero la Befana quel suo benedetto pezzo di scopa vecchia!”- E detto questo si riaddormentò.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

     
     
     
     
     
     

  • 10 dicembre 2014 alle ore 21:36
    Viaggio della rinuncia

    Come comincia:        
    Ho quasi paura, fa lui sottovoce proseguendo a guidare. L'altro finge di non averlo sentito. La donna, al fianco del posto di guida, dice che secondo lei devono in ogni caso spingersi in avanti. Fuori dall'abitacolo la notte appare impenetrabile, i fari della macchina rischiarano di fronte a loro una porzione ridicola di asfalto. Perché accade tutto in questo momento, riprende a chiedersi la donna a voce alta; perché mai proprio in questo momento. Nessuno risponde, tanto appare retorica quella domanda.
    Alla fine di questo viaggio sicuramente molte cose saranno diverse, dice l'altro. Lui prosegue a guidare, ma dopo pochi minuti dice che forse sarebbe meglio se si fermassero, almeno per qualche minuto. L'altro non perde neppure tempo a chiedere il motivo della sosta, si limita a sbuffare e lascia che poco dopo la loro auto si immetta nella piazzola di un distributore di benzina ormai chiuso. Accanto all’area, sottolineato da un’insegna luminosa, c'è un piccolo autogrill ancora in funzione; la donna fa cenno che potrebbero andare lì e prendersi almeno qualcosa da bere.
    Scendono in silenzio, entrano ordinatamente nel piccolo locale e si siedono ad un tavolo. Bene, dice l'altro con ironia, non ci resta che fare una bella chiacchierata come dei buoni amici. Lui non risponde, si limita a guardare da qualche parte con l'aria di chi vorrebbe essere altrove. La donna ordina al cameriere del caffè per tutti, poi spiega che secondo lei non c’è motivo per farsi prendere dai nervi. L’uomo del bar porta quanto ordinato, osserva tutti con aria quasi di sospetto, ma serve le tazze ed il resto senza dire niente. Lui gli chiede quanta strada ci sia ancora prima di giungere in città, e l’uomo dice semplicemente: non molto, senza aggiungere altro.
    Quando tornano a salire sull’auto lo fanno un po’ svogliatamente, quasi provando sofferenza. L’altro dice senza mezzi termini che non ha più molta voglia di spingersi ancora in avanti, ma l’autista riprende a guidare quasi non avesse sentito niente. La donna si sistema sopra al sedile come meglio può, e dopo poco chiude gli occhi, proprio mentre una fila di lampioni a bordo strada mostra le facciate delle case di una piccola frazione.
    Proseguono ancora in silenzio per circa mezz’ora o poco meno, infine delle forti illuminazioni mostrano già da lontano che stanno per giungere nella città. La donna si scuote, tira fuori dalla borsa alcune cose insieme ad un piccolo foglio con su scritto l’indirizzo dove devono recarsi; l’altro, sui sedili posteriori, appoggia le braccia agli schienali davanti a sé, quasi per essere maggiormente partecipe di quella fase.
    Lui rallenta la guida, le strade cittadine si aprono agli inizi nell’interno di una periferia sostanzialmente anonima, ma poi alcuni viali sfociano invece in larghe piazze, alcune anche alberate. Alla fine la strada che cercano si staglia improvvisamente di fronte a loro, quasi in modo magico, così la macchina rallenta, si accosta, e poi va a fermarsi in un parcheggio libero.
    Sono arrivati, adesso devono soltanto scendere, suonare il campanello come pattuito, salire le scale e riunirsi con gli altri che probabilmente sono già tutti arrivati: ma un brivido di fatto sembra attraversarli. Il motore e i fari spenti mostrano un vuoto terribile, il silenzio che si forma sembra quasi parlare per loro. Che facciamo, chiede la donna. L’altro la guarda restando in silenzio. Lui alla fine dice soltanto: andiamocene via, riavviando il motore.
     

     

  • 10 dicembre 2014 alle ore 17:53
    Seduta Numero Tre: Accettazione

    Come comincia: L'uomo è un essere fondato sull'egoismo, Mr Pech.
    A modo nostro, lo siamo tutti e lei lo sa meglio di me per il mestiere che pratica (se mestiere si possa poi definire, senza offesa ovviamente).
    Non capisco, allora, per quale ragione ci ostiniamo di continuo a dare colpe lì dove l'egoismo prevale; che sia in un rapporto amichevole, che sia la famiglia, che sia occuparsi di un animale, di una donna.
    E come se, cresciuti con dei certi e improbabili "sani principi", le persone, poi, perdessero di vista proprio il senso dell'esistenza stessa.

    Ricordo l'egoismo dei bambini, quello dei giovani adolescenti e ho potuto ben sentire su pelle, le crude e reali parole egoistiche degli anziani.
    Non crede, Mr Pech, che a modo nostro siamo tutti egoisti?
    Allora perchè continuare ad incolparci di atti, fatti, resoconti e scontri?
    Ah, caro amico, se nella vita tutto ciò non esistesse, in molti non avrebbero mestieri e se il lavoro diventa precario, di cosa si ciberà la gente? Quali sogni rincorreranno? 
    Mr Pech, posso ben dirle, si! Di egoismo ne ho veduto parecchio e lì dove ho peccato anch'io, guarda caso, il dito puntato è stato posto sempre e solo contro di me.
    Non può esserci tranquillità in una vita che non è fatta che di egoismo o dove vige semplicemente, come diceva Darwin, la legge del più forte, o sbaglio?
    Lei crede realmente ad un ipotetico stato sociale in cui esistono buoni e cattivi? Non prendiamoci in giro, dottore; siamo tutti buoni e siamo tutti cattivi e quando una delle due prevale, è lì che esce poi fuori la scelta della parte in cui vogliamo stare.

    Le anime pie sono rare.
    Chi è totalmente pia è martire e vittima di se stesso;
    chi accoglie dentro di se solo malesseri e violenza è il cosiddetto carnefice, se proprio vogliamo ben dire.
    Ma a noi umani piace scambiarci di ruolo quando subentrano altre cose dentro a muovere i nostri passi.
    Siamo così volubili e incoerenti che l'esistenza stessa di Dio fa quasi ridere se la paragoniamo alla nostra.
    Dico bene, Mr Pech?
    A volte anche facendo il fin troppo bene è comunque dannoso e non esistono modi o metodi da mettere in atto per vivere meglio; c'è solo misera e caritatevole esistenza dell'accettazione.
    Frivola e cruda accettazione della vita che, parliamoci chiaro, non è altro che questa.

  • 10 dicembre 2014 alle ore 16:15
    Seduta Numero Due: Omissione

    Come comincia: Nella notte mi capita spesso di alzare lo sguardo al cielo e mi piace pensare che, in quel nero infinito, ci possa essere una stella da qualche parte che brilli, che bruci e pulsi per me, Mr Pech.
    Non desiderebbe anche lei una lucina in alto, raccolta in un cantuccio di cielo, che la rassicuri dalle anime nere che annebbiano il suo cuore? 
    Penso; poi ripenso su quello che ho pensato giusto due attimi prima. Mi pongo troppi perché con poche (se non nessuna) risposte.

    Sa cosa le dico dopo tutto questo farfugliare di parole, opere o missione, Mr Pech?
    Che passiamo troppo tempo a morire dentro che godere del privilegio di vivere.

    E così mi immergo nuovamente nell'omissione del pensiero stesso, fingendo per istanti dopo, che nulla è stato se non una fugace alzata di capo da quella sottile linea d'orizzonte che separa acqua dall'aria.
    Ho ben spiegato? Spero.

  • 10 dicembre 2014 alle ore 16:14
    Seduta Numero Uno: Cinismo

    Come comincia: Mr Pech, ha mai provato la sensazione di stare fermo in un posto con il mondo fuori che gira, rigira, senza mai sentire dentro quel movimento? 
    Avere gl'occhi aperti, vivere respirando senza però avere un idea di quello che stai guardando?

    Sa cosa penso, Mr Pech?
    Che il vero non è più vero, che alba può essere tramonto senza che te ne accorga nemmeno; che la pioggia non cade più dal cielo, ma spruzzo di pozzanghere profonde; che non si parla più per emozione ma per induzionee che iddio mi sia testimone se il 'portafede' non sia il diavolo.
    Ho goduto di vili inganni, ahimè! Per il tempo troppo fù e, nonostante cieco, la felicità zampillava sfarzosa sulle guance. 
    Ma ora Cinismo è il mio Dio e forse, a mio malgrado, meglio crudel inganno che misera accettazione.

  • Come comincia: Quest'anno avevo tanti buoni propositi Natalizi; mi piaceva l'idea di godermi un Natale fresco nelle sue temperature e caldo nella sua familiarità. Purtroppo però ho avuto la malaugurata idea di frequentare in questi giorni il Centro della mia città, non per i famosi regali, ma per la semplice necessità di uscire a raccogliere le idee. Mentre passeggiavo evitando la folla che gia si accalcava nei negozi riflettevo sul metodo applicato dal " sistema " per renderci " donatori " del denaro duramente guadagnato e risparmiato. Gli addobbi vengono sistematicamente messi prima per invogliarci a spendere, l'atmosfera natalizia è creata a tavolino perchè sia un vero e proprio incentivo al consumo e le file di persone sono pressate nei negozi a conteggiare i pochi spiccioli per la doverosa obbligatorietà di ricambiare o fare un regalo. Mentre passeggiavo non mi sembravano affatto felici compratori di necessità, ma malinconici contribuenti che versano nel nulla le loro risorse. E' triste vedere che un popolo così fiero si sia ridotto ad un numero di fronte ad una cassa. Dove è finito lo spirito del Natale, quella festa tanto religiosa e tanto sentita che dovrebbe insegnare ai bambini la generosità , l'altruismo, la collaborazione familiare e il rispetto delle tradizioni. Festeggiamo la nascita di Gesù facendo tutto il contrario di ciò che , probabilmente, avrebbe desiderato? Che significato ha, ricordare un compleanno tradendo i principi del festeggiato? Da una parte è anche vero che, oramai, il Natale è tutto forchè una festa religiosa, ma anche eliminando l'elemento " divino " , ove si volesse ricordare semplicemente la nascita di una persona speciale come Gesù, di sicuro non stiamo onorando i suoi principi. Yehoshua desiderava che ci staccassimo maggiormente dalla materialità per dare più voce e spazio alla parte spirituale, per dialogare con la nostra anima incuranti delle necessità del corpo e degli aspetti sociali della vita terrena, mentre noi, ci prepariamo al Natale con la frenesia degli acquisti, l'ansia per i regali e per il pranzo e lo sfarzo del nostro miglior vestito. Anche la Chiesa è entrata in questo virtuoso gioco di apparenze, del resto vige la regola dove più sfarzo hai, più seguaci ottieni... A chi, dunque, rimane il compito di tramandare il vero spirito natalizio? Chi è il portavoce del messaggio cristiano? Anche nel momento in cui si vedono atti di sincera generosità vengono riportati come fenomeni rari e notizie sensazionali rivolte ad esempi da seguire sperando che suscitino un maggior desiderio alla spesa e al consumo. Siamo numeri che abitiamo una realtà creata per aumentare la nostra produzione, ovini da mungere e agnelli sacrificali di un potere nascosto che manipola e sfrutta tutti i nostri sentimenti e, l'assurdo è che lo fa convincendoci di essere liberi nelle scelte e nello stile di vita. Sembra un luogo comune, una leggenda metropolitana o una teoria complottista, ma Natale non è più Natale e forse non lo è gia da molti secoli. Personalmente credo di prepararmi a questo evento così : luciderò come abito il mio più bel sorriso, non quello di tutti i giorni, ne voglio uno che racconti un buon esempio; scalderò le mie mani perchè se ne stringo una, non ci sia quella spiacevole sensazione di freddo; preparerò dei pacchetti con dentro una busta e una scritta che ricordi alle persone a me care che gli voglio bene e guarderò più spesso le Stelle per omaggiare Gesù con un pensiero. Io affronterò così il mio Natale, non perchè sia giusto o sbagliato, non perchè sia bello o brutto o perchè debba giudicare chi lo farà diversamente da me, ma semplicemente perchè questa gioia nel cuore che dovrebbe prenderci durante le feste, mi piace pensare di averla dentro di me ogni giorno.

  • 09 dicembre 2014 alle ore 15:25
    Sogno D'Inverno

    Come comincia: Si era presa un bacio come se le mie labbra in quel momento fossero state labbra qualsiasi, di poco conto, solo per il gusto di baciare o provocare.

    Rubare un bacio è raro per una prostituta; loro hanno delle regole rigide, un sistema chiuso e comune a tutte e sentire le sue labbra sulle mie mi provocò al quanto sgomento.

    Le sue folte e lunghe ciglia sembravano ali di pellicano che le contornavano gl'occhi in modo candido ed austero.

    La conoscevo bene; forse solo quello che lei voleva mostrare, eppure, tra tante amiche a girarle intorno senza tregua (come scalmanate in cerca di qualcosa da fare) mi strappò un bacio colto alla sprovvista.

    Eh si, sapevo che fosse stata legata a qualcuno che conoscevo in passato, ma lei sembrava non dar peso ai ricordi tanto meno a chi fossi io; e così nel suo bacio, la mia lingua sgattaiolò furtivamente senza ritegno nella sua, prendendola per i suoi lunghi e scuri capelli, chiudendo gl'occhi e poi allontanandola da me in un lampo.

    Oh, bella prostituta nell'animo, cosa ti avrei fatto se il mio stupido intelletto non mi avesse fermato; seppur vissi tutto questo tra le membra di un sogno (coccolato dalle mie lenzuola calde e sporche di liquidi precedentemente espulsi da colui che fu suo compagno) ho avuto la lucidità di gettarti via e tu, benchè bella ma senza ritegno, mi hai parlato come nulla fosse accaduto, come se quella tua lieve memoria che porti non ti avesse toccata nemmeno per un secondo.

    L'angelo corvino dei sogni mattutini mi spezza in due il cuore; guardo chi con lei osò progettare una vita gettata, poi, per un suo capriccio di donna. Ma come fare a dimenticare quel bacio strappato, nonostante sia avvenuto nei sogni miei di arrapato cialtrone?

    Oh, si, beh! Son sogni ed ora son desto, fumo sigari e prendo caffè.

    Lasciamo ai sogni quello che videro; il resto lo tengo per me.

  • 09 dicembre 2014 alle ore 15:22
    Inconcludente

    Come comincia: Guardarsi allo specchio e vedere in un’unica figura racchiuso tutto il suo senso fino a quel giorno.

    Cosa siamo? Cosa potremmo essere e cosa siamo stati?

    Florence era un cumulo di pensieri e parole che non riusciva a mandar giù, eppure era tutto lì, in quella esile figura di donna che a volte detestava ed amava con tutta se stessa.

    Ermès era un punto debole che andava domato e benchè sapesse quanto tumultuoso potesse essere il suo animo di fronte a lui, riusciva poco nel suo ingenuo intento.

    Ermès era geloso ma poco lo dava a vedere e quando Florence dava alito ai suoi piaceri verso altri senza il benchè minimo accenno di negazione da parte del suo essere, Ermès impazziva.

    Sapevano entrambi che una qualsiasi tipo di relazione amorosa era al quanto improbabile e impossibile per i due caratteri troppo simili e diversi al tempo stesso, ma nonostante tutto, le menti delineavano sentimenti ed emozioni così fine a se stessi che cadevano, poi, nel ridicolo.

    Poteva mai Ermès porre fine alla sua vita passata e gettarsi a capofitto senza pensieri alcuni tra le braccia di Florence?

    E Florence poteva mai fare altrettanto nei confronti del suo dolce ed irrequieto amante?

    Non credo, non adesso almeno; ma non avverrà mai.

    Troppe donne e troppi uomini avevano goduto dei loro corpi ed entrambi avevano assistito a gran parte di tale effusioni.

    Si erano tenuti presenti per entrambi nei loro corrispettivi piaceri per dormire, poi, l'uno accanto all'altro assaporando infinite sere di godimenti reciproco, soli, rinchiusi fra quattro mura.

    Ermès racchiudeva in se parole come “Poteva ma non si può” “Vorrei ma a cosa servirebbe” mentre Florence camminava con “Se si potesse ma non vorrei” “Sarebbe carino ma meglio di no”.

  • 09 dicembre 2014 alle ore 13:11
    senza fondamenta

    Come comincia: Avrei voluto non capire l'italiano, ma, con il tempo, le parole si assorbivano da sole ed io non ci potevo fare niente. Questa nuova cultura si insinuava nella pelle e nel mio essere, perché ero stata deragliata e sradicata dal mio percorso, da quella che credevo fosse una terra mia, mia senza ombra di dubbio, luminosa e trasparente, così naturale e radicata nei gesti, nei silenzi, nelle nostalgie. Ma la lingua italiana sembrava essere più forte, si insinuava da sola ed io la pregavo: ''Vattene!'' come un bambino prega il mostro notturno nell'armadio. Ma ero piccola e i bambini si omologano all'ambiente in cui vivono. Imparai presto questa lingua antica che ancora non sapevo fosse colma di tanta poesia. Fingevo di non capire le cattiverie dei miei compagni, ero una bambina e quando i bambini si feriscono le ginocchia, hanno troppa paura della medicina per dirlo alla mamma. Ma loro continuavano ed io lasciavo che l’infezione peggiorasse e si espandesse fino a diventare una parte sopportabile di me stessa, che non faceva, infine, un male esagerato.
    Non tutte le parole avevano quest’influenza su di me, le storie assurde di Rodari mi facevano bene, così come mi faceva bene inventare storie tutte mie che erano un po’ ammalate, perché mancavano di qualche doppia e di qualche accento qui e là.
    Avevo una parte un po’ adulta che perdonava tutto e questa era una cosa bella, ma il brutto era che così non potevo consumare la mia parte bambina e non si può saltare da un posto all'altro senza percorrere tutte le vie necessarie per arrivarci. I bambini devono essere bambini per poi fare gli adolescenti e fare i capricci, sbattere la testa nei guai, farsi male fino a quando saranno pronti a diventare adulti. E’ come voler edificare una casa senza fondamenta: una casa senza le fondamenta deve imparare a volare o, almeno, deve convincersi di poterlo fare. Chi abiterebbe mai in una casa così? Solo le persone capaci di staccare i piedi da terra, solo i pazzi, i poeti e tutti gli artisti. Io sono una casa convinta di saper volare, non ho le fondamenta, non mi si può raggiungere camminando per terra. Per arrivare a me, bisognerebbe imparare a volare.

  • 09 dicembre 2014 alle ore 13:08
    Ospite che non vuole andare via

    Come comincia: Non so parlare la mia lingua, come uno stolto. Conosco la lingua dello straniero: l'italiano. Sono un ospite permanente che non vuole andare via, non troppo ingombrante, come l'erba selvatica nei giardini poco curati. Mi affeziono, come i cani randagi al nuovo padrone, lo difendo, ma so solo abbaiare, non mordo, non ancora, sono un cucciolo. Non so più coniugare i verbi nella mia lingua e non c'è una lingua abbastanza mia che possa permettermi di omologare le parole alla mia carne. La mia carne è tutto e questo non le permette di essere qualcuno. Mi so adeguare al linguaggio delle persone, al loro stile di vita, tanto da poter essere invisibile, un ospite leggero, con il sorriso sulle labbra. Il mondo è nei miei occhi un libro aperto, prevedibile, apro la porta, preparo gli indumenti per l'occasione che mi si presenterà domani e poi, a fine giornata, li ripiego ordinati nell'armadio, per ogni evenienza. Nella mia stanza c'è un libro per fare esempi ad ogni occasione, conosco la vita dei grandi, sono biblioteca polverosa di esempi da seguire, da ammirare, da invidiare, da compatire e disprezzare. E' leggibile, su di me, la penna di altri. Non sono io stessa creatore con radici solide, ma opera di miscugli, schizzo su cui ci hanno messo mani due artisti troppo diversi, pianta spiantata e ripiantata, colori dell'est e lingua straniera, impeccabile esperimento di una geografia pazza, più bizzarra di certi scienziati.
    E' come essere tutto, soffrendo di non essere nessuno, fingendo di essere qualcuno.

  • 05 dicembre 2014 alle ore 15:50
    Felice, Sokoto!

    Come comincia: La sua pelle emanava un profumo delicato, Felice stava contemplando Aurora completamente nuda in posizione fetale. La desiderava ancora, ma avevano un appuntamento e non voleva rischiare di arrivare in ritardo e perdere il contatto, quindi baciò delicatamente la schiena della sua donna e lei, dopo essersi  stropicciata gli occhi, fece un gran sorriso "Dobbiamo prepararci, non voglio fare tardi all'appuntamento" La invitò lui. Lei lo fissò ammaliandolo ma lui oppose resistenza a quella tentazione "Amore, starei qui tutto il giorno con te, ma abbiamo un impegno e dobbiamo rispettarlo" Aurora si avvicinò, lo baciò in bocca e poi schizzò rapida verso il bagno "Hai ragione, niente sesso, siamo in missione" Lui non poté fare a meno di sorridere, lei riusciva sempre a stemperare la tensione. In effetti erano in anticipo e dopo aver fatto un'abbondante colazione decisero di recarsi a piedi al luogo dell'incontro. Nonostante fosse presto faceva già molto caldo e l'idea di dover tornare a piedi, più tardi, aveva smorzato il loro entusiasmo.
    "Dovevamo per forza camminare?" Chiese lei cercando di non polemizzare.
    "No, ma così riesco a pensare meglio e poi due passi a piedi fanno bene alla salute" Lei non disse nulla, lui non avrebbe ammesso l'errore, inutile insistere.
    "Un giorno ero al supermercato" Felice parlava mentre con le mani giocherellava con un legnetto raccolto per strada "In fila alla cassa c'era un'anziana signora che non la smetteva di parlare degli affari suoi e continuava a perdere tempo" Aurora lo guardò invitandolo a continuare "Dopo alcuni istanti ho sbottato e l'ho mandata a quel paese, senza mezze misure. Le altre persone in fila hanno dato ad intendere che erano d'accordo con me; insomma, hai fatto la spesa, c'è la fila e a nessuno frega niente delle tue storie, datti una mossa" Aurora capì che non era sereno e con lo sguardo lo sollecitò a sputare il rospo "Doveva fare i biscotti ai nipoti, una nonna premurosa che nella fretta e nel casino faticava a sistemare le sue cose e io, da perfetto cafone, l'ho anche insultata. Perché non abbiamo più rispetto per gli altri? Perché siamo schiavi del tempo?" Erano domande senza delle risposte chiare che stimolavano riflessioni ma creavano anche sconforto, Aurora lo invitò a fermarsi un attimo e lo fissò teneramente "Forse perché siamo egoisti" La sua era una considerazione, non una domanda; Felice si limitò a socchiudere gli occhi, doveva riordinare le idee. Ripresero a camminare e dopo alcuni minuti giunsero sul luogo dell'appuntamento dove la ragazza, che il giorno prima li aveva accolti con freddezza, questa volta fu piena di premure nei loro confronti.
    "Io sono Nabilah. Prego, accomodatevi, il maestro vi sta aspettando" Entrarono in quel luogo dalle atmosfere misteriose quasi in punta di piedi, la ragazza li accompagnò in una grande stanza dove una splendida donna era seduta su una poltrona di vimini. Alle pareti erano appese raffigurazioni coloratissime poco definite, ma osservandole meglio si intuiva la rappresentazione dell'evoluzione umana vista sia in modo scientifico che religioso. La bella donna si alzò in piedi e si fece loro incontro "Benvenuti, io sono Bocassa Frend" E con un ampio gesto delle braccia li invitò ad accomodarsi su un divanetto di vimini posto di fronte alla sua poltrona. Quando si furono seduti Bocassa li imitò e chiese alla ragazza di preparare del tè per gli ospiti, la giovane fece un cenno con il capo e si congedò in silenzio. Felice e Aurora sembravano spaesati, quindi fu la donna a rompere il ghiaccio.
    "Avete avuto problemi qui a Sokoto?" Chiese la donna "Nessun problema" Rispose Felice restando sul vago "Mi fa piacere, questo è un posto meraviglioso, ma a volte può trasformarsi nell'inferno" Il ghiaccio non si era ancora rotto e quel silenzio sembrava far vibrare le pareti della stanza, mentre Bocassa era lì, con un'espressione che trasmetteva serenità. Aurora calcolò che potesse avere non più di 40 anni, era alta, dai lineamenti non troppo marcati, un corpo tornito e ben proporzionato. I lunghi capelli scuri erano raccolti in una treccia curata nei minimi dettagli ed era vestita in modo sobrio ma elegante. Mentre faceva queste considerazioni arrivò Nabilah con il tè e, dopo averlo servito sul tavolino posto tra la poltrona e il divanetto, con lo sguardo chiese il permesso di ritirarsi a Bocassa che acconsentì. Gustarono la bevanda calda con calma, liberando la mente e quando furono pronti Felice chiese "Tu chi sei? Perché siamo qui? Cosa sai degli scuri? Chi.." Aurora lo afferrò per un braccio per mettere un freno a quel fiume di parole e lui si fermò lasciando a mezzaria le domande che aveva in mente di porre. Bocassa finì l'ultimo sorso di tè, appoggiò la tazza sul vassoio e prese a parlare con calma "Io sono Bocassa, erede del clan dei Frend e custode da ormai 50 anni dei segreti di Sokoto" Aurora strabuzzò gli occhi, aveva capito bene? 50 anni? "Scusa Bocassa chiese immediatamente "Quanti anni hai?" La donna sorrise "Il mio corpo ha quasi 70 anni, 68 per la precisione, ma il mio fulcro è molto più giovane" Felice e Aurora si guardarono stupiti e lei sentenziò "Li porti maledettamente bene, sei una donna stupenda" I tre sorrisero, adesso il ghiaccio era rotto. Bocassa precisò "E' la pace interiore che rende bello il corpo, lo predicano tutte le culture di questa terra. Ma voi siete qui per altro e io non voglio farvi perdere tempo, Felice, tu sei uno dei prescelti, uno dei pochi che ha superato le prove e io sono a tua completa disposizione, il mio compito è quello di istruirti alla conoscenza di ciò che è stato. Questo ti servirà a comprendere ciò che è, ma non sarà compito mio fartelo vedere. La tua compagna potrà stare qui con te, ma non avrà accesso alle prove, dovrà invece essere paziente e dimostrare la sua forza; nel suo cuore vedo amore e questa sarà la sua prova, aspettare con fiducia. Adesso tornate al vostro alloggio e prendete tutte le vostre cose, a partire da oggi sarete miei ospiti e dopo pranzo cominceremo il percorso della conoscenza" Nel frattempo era comparsa d'incanto Nabilah che li invitò a seguirla senza lasciar loro il tempo di replicare.
    "Tu sai quello che stiamo facendo, vero?" Chiese Aurora. I due stavano percorrendo la strada verso il loro albergo e Felice aveva la testa piena di interrogativi e contraddizioni, ma nessuna risposta e quella domanda, posta in quel momento di confusione, lo fece reagire in malo modo "Cosa vuoi che ne sappia io, pensi che mi diverta? Credi che questo sia un gioco a cui abbia voglia di partecipare? Mi hanno strappato dalla mia vita, se mai ne ho avuta una, mi hanno programmato per assolvere dei compiti e tu mi chiedi se so cosa stiamo facendo? Ti avevo avvertita, se vuoi stare con me queste sono le regole" Aveva alzato la voce scaricando tutta la sua rabbia e la sua frustrazione su di lei che invece le era stata accanto pazientemente. Lui capì di avere esagerato, ma non ebbe la forza di fare un passo indietro, chiedere immediatamente scusa e spiegare il suo sfogo chiudendosi invece nel silenzio. Lei, presa dallo sconforto, reclinò il capo ma restò vicino a lui, senza dir nulla. Giunsero così all'albergo con il chiaro presentimento di aver rotto l'incantesimo, lui incapace di chiarire il suo errore, lei arroccata nel suo orgoglio ferito. Prepararono i bagagli in silenzio, quasi infastiditi l'uno della presenza dell'altra, lui sempre più nervoso e lei con le lacrime agli occhi. Non c'era bisogno di parole, la situazione era chiara, era finita. Quando lui fu pronto si limitò a dire freddamente "Io vado" Dando per scontato che lei non l'avrebbe seguito e fu proprio questo atteggiamento a ferire ulteriormente Aurora; lui non le aveva lasciato speranze. Non disse nulla e si limitò a guardarlo uscire dalla stanza, per l'ultima volta.
    Nonostante i bagagli ingombranti aveva preferito percorrere nuovamente il tratto di strada verso l'abitazione di Bocassa a piedi, per scaricare tutta l'adrenalina in corpo, non riusciva infatti a ragionare razionalmente, la sua mente era come sconvolta. Arrivò a destinazione e Nabilah fu lieta di accoglierlo, un ragazzo prese in carico i suoi bagagli e la giovane lo condusse da Bocassa.
    "Lei non è venuta" Disse Felice mestamente ora che aveva capito la situazione.
    "Tu sei un prescelto, seguirai il percorso senza distrazioni mentre lei seguirà il suo destino. Ma adesso accomodati, il pranzo è pronto e abbiamo parecchie cose da dirci" Felice obbedì senza obiettare.
    A bordo di un taxi stava percorrendo la strada in direzione sud, verso l'aeroporto. Con gli occhi gonfi di lacrime guardava fuori dal vetro senza distinguere nulla di ciò che vedeva, la sua mente era altrove. Dopo che lui era uscito dalla stanza senza voltarsi indietro, era scoppiata in un pianto irrefrenabile e aveva dovuto raccogliere tutte le sue energie per riuscire a prepararsi e convincersi di dover lasciare quel posto maledetto. Avrebbe preso il primo aereo in partenza per l'Europa, qualunque destinazione pur di partire, poi avrebbe riorganizzato la sua vita lontano da quell'uomo che l'aveva umiliata, ne era convinta, ma il suo cuore non la pensava allo stesso modo. Giunse a destinazione stravolta nello spirito e nel corpo.
    Stava chiedendo informazioni ad un addetto dell'aeroporto che le stava facendo perdere un sacco di tempo, i suoi documenti erano perfettamente in regola, ma quell'impiegato era lento quanto zelante. Capì che ci sarebbe stato da aspettare parecchio e dopo un rapido scambio di occhiatacce diede ad intendere all'uomo che avrebbe aspettato comodamente su una delle sedie poste contro un muro. Con la testa tra le mani e a occhi chiusi stava ripensando agli ultimi avvenimenti della sua vita e Felice era la parte preponderante di quei pensieri. Riprese a piangere in silenzio, voleva a tutti i costi dimenticarlo, allontanarlo per sempre dalla sua vita, se solo fosse riuscita ad odiarlo e invece no, lo amava ancora e già ne sentiva la mancanza. Straziata da quei pensieri non si avvide di una presenza vicino a lei e quando fu toccata delicatamente su una spalla, trasalì.
    "Qualcosa non va?" Chiese in perfetto italiano una splendida donna che aveva un aspetto familiare "Cose da donna" Rispose Aurora meravigliata di quella confidenza concessa ad una sconosciuta "Un uomo?" "Sì" Confermò Aurora "Tieni, asciugati le lacrime. Che ne dici se ci beviamo qualcosa e facciamo due chiacchiere tra donne?" Propose delicatamente mentre porgeva ad Aurora dei fazzoletti di carta. Lei fu colpita dal fascino e dal carisma di quella donna accettando senza remore l'invito e dopo aver ripreso possesso dei suoi documenti si avviò con lei verso un bar.
    Dopo aver pranzato, Bocassa cominciò il suo programma e si rivolse a Felice con autorità "Sei convinto di ciò che stai per affrontare? Sei sicuro di capire la complessità del tuo ruolo in questa faccenda? Credi che tutto quello che sta accadendo sia un sogno, frutto di allucinazioni o sei certo faccia parte di una realtà fuori dalla tua portata? Vuoi seguire i miei insegnamenti e la via della conoscenza senza ombra di dubbio? Se vuoi tutto questo spoglia la tua mente da dubbi e pregiudizi. Felice, vuoi tutto questo? Sei pronto?" Lui era affascinato da quella donna, il suo carisma e la capacità di trasmettere sicurezza la rendevano irresistibile. Speso aveva riflettuto sulla sua situazione: sogni, realtà distorte, alieni e strani personaggi e adesso anche una matrona pronta ad aprirgli le vie della conoscenza; era pronto?
    "No!" Gli uscì forte dalla bocca mentre un senso di appagamento lo pervase distendendogli i nervi. L'aveva detto, no, non era pronto, non voleva e non poteva affrontare quell'avventura, non senza di lei. Adesso ne era certo, amava Aurora e per lei avrebbe rinunciato a tutte quelle storie di prescelti, alieni e stramberie varie. Doveva ritrovarla, chiederle scusa, sperare di ottenere il suo perdono e costruire una vita con lei, una vita normale.
    Bocassa non aveva proferito parola. Lo stava osservando e dalle sue espressioni capì le contraddizioni che aveva superato fino ad arrivare a quella risposta; aveva fatto la sua scelta.
    "Bene Felice, hai fatto la tua scelta. Hai scelto l'amore per un'altra persona e questo è uno dei sentimenti più forti che si possano provare. L'amore per lei ti darà la forza per superare tutte le tue paure e le tue indecisioni, verrà il giorno in cui tornerai da me per conoscere ciò che era e io sarò qui ad aspettare quel momento. L'amore ti aiuterà in questo difficile percorso, non puoi evitare il tuo destino, sei uno dei prescelti" Non c'erano rabbia o risentimento nelle sue parole, era calma e rilassata, convinta di ciò che aveva detto. Felice pensò di risponderle a tono, voleva dirle che non l'avrebbe più rivisto perché lui adesso sarebbe tornato a casa e avrebbe cancellato dai suoi ricordi tutti quegli avvenimenti. Fissò la donna con fermezza poi si alzò dalla sedia e si diresse verso l'uscita, mentre Nabilah era sulla soglia ad attendere istruzioni dalla sua signora "Nabilah, consegna i bagagli al nostro ospite e accompagnalo all'uscita" Felice si fermò accanto alla ragazza e si girò verso la donna "Addio Bocassa, trovatevi qualcun'altro per le vostre storie misteriose, io me ne vado" "Arrivederci a presto Felice, ti aspetterò pazientemente" Lui si girò di scatto e si diresse verso l'uscita, mentre alle sue spalle risuonò la voce di Bocassa che lo avvertiva "Franco, lui è qui, a Sokoto" Felice sentì quelle parole, ma la sua mente era proiettata verso Aurora e accantonò quella frase in un angolo del suo cervello.
    La bevanda gasata le aveva provocato uno starnuto che la fece sobbalzare dalla sedia "Va tutto bene Aurora?" Chiese premurosamente la donna "Si, è il gas. Mi ha solleticato il naso, tutto ok" Si ricompose immediatamente e riprese il discorso con la donna "Quindi mi stai dicendo che Felice ha dei seri problemi comportamentali e tu sei qui a sorvegliarlo per conto di una misteriosa organizzazione di cui non puoi rivelarmi l'identità; un po' balzana come storia" La donna sapeva che avrebbe incontrato delle difficoltà, aveva studiato il profilo della ragazza: era una giovane intelligente sopra la media, aperta al confronto, preparata e con un buon senso dell'umorismo. Forte di spirito e con una spiccata propensione all'altruismo sapeva essere dura all'occorrenza ma anche dolcissima quando lo riteneva opportuno. La natura le aveva donato un corpo mozzafiato, anche se lei cercava di non ostentarlo preferendo spesso un abbigliamento comodo e sportivo. Sarebbe stata dura.
    "Ok, ricominciamo con le presentazioni; io sono Beatrice e sono una psicologa, e tu?" "Io sono Aurora e sono una turista" Beatrice si sforzò di sorridere "D'accordo, allora ascoltami. Seguo Felice da quando è tornato dal suo viaggio in sud America dove ha perso il suo amico Franco. Non so cosa ti abbia raccontato di preciso, ma posso immaginarlo, storie di sequestri alieni e mondi paralleli, è così?" "Più o meno" Rispose sbuffando Aurora che adesso si era ripresa dallo sconforto e dopo l'iniziale condizionamento subito dalla donna ora ragionava razionalmente. E' tosta la ragazza, pensò la psicologa, doveva inventarsi qualcosa. "Vedi Aurora" Adesso stava cercando di sfondare le sue difese "La perdita di un amico in un contesto fuori dal proprio può provocare delle reazioni a volte incomprensibili. Dopo aver ascoltato Felice ho creato un profilo della sua mente e mi sono convinta che lui, dopo quel viaggio, abbia perso alcune delle sue facoltà mentali" Aurora la fissò dritta negli occhi, uno sguardo che avrebbe ucciso se fosse stato possibile. Il suo cuore batteva ancora per lui e sentirsi dire da quella donna che probabilmente era impazzito la fece diventare più dura nei suoi confronti "Non ho mai avuto la sensazione che lui fosse pazzo, ha sempre parlato e ragionato in modo logico e razionale" Era una mezza verità, ma l'importante era far capire a Beatrice la sua posizione, doveva portarla a dire ciò che voleva lei e la dottoressa, presa dalla foga, ci cascò in pieno "Impossibile! Non puoi considerare sano di mente un uomo che ti ha parlato di alieni, portali, forze del bene e forze oscure" Si era data la zappa sui piedi e nel rendersene conto guardò Aurora che adesso aveva l'aria soddisfatta del gatto che ha mangiato il topo.
    Aurora se ne era già andata, confermò l'inserviente dell'albergo a Felice, riferendo poi di averle chiamato un taxi che l'avrebbe condotta all'aeroporto. Felice confidava sulle lentezze burocratiche di quel paese e si affidò alla sorte, forse lei non era ancora partita, l'avrebbe riabbracciata e implorata di perdonarlo. Mentre faceva quei pensieri stava esortando il taxista a fare più alla svelta e quando fu sicuro che lui ebbe capito, si accasciò sul sedile stravolto. Amava Aurora e l'avrebbe riconquistata, ma ora la sua mente spostò il tiro e le parole di Bocassa riaffiorarono prepotentemente <Franco è qui, a Sokoto> Poteva essere una menzogna, un sotterfugio per trattenerlo in città, forse Franco era davvero morto e tutte le sue visioni, le sue esperienze, erano davvero solo un sogno. Aurora invece era reale, con lei poteva costruirsi una vita vera; basta sogni, basta visioni e basta a tutte le varie stronzate. Nel frattempo era giunto a destinazione, pagò la corsa, prese i bagagli e con qualche difficoltà si avviò di corsa all'interno del piccolo aeroporto.
    "A quanto pare sai un sacco di cose, Beatrice. E' questo il tuo nome o è falso come la storia che ti sei inventa?" Adesso la psicologa era in svantaggio, doveva recuperare posizioni o avrebbe perso il contatto, giocò allora la carta della verità omettendo alcuni particolari "Non è falso, mi chiamo davvero Beatrice e sono una psicologa. Ti basti sapere che lavoro per un'agenzia di servizi segreti tra le più potenti al mondo. Questa, in collaborazione con altre organizzazioni, sta monitorando delle persone con delle facoltà particolari, sembra che in alcuni di essi addirittura sia custodito il segreto dell'origine della razza umana così come la conosciamo oggi e questi soggetti sarebbero in grado di entrare in contatto con entità extraterrestri. Dobbiamo sorvegliarli per evitare che corrano rischi o che compiano gesti inconsulti, mi capisci?" Aurora l'aveva ascoltata bene, ma proprio mentre stava per risponderle a tono il suo viso si illuminò come un faro; dietro Beatrice, sudato e trafelato, era apparso Felice che immediatamente riconobbe la psicologa, che, grazie al suo addestramento reagì prontamente approfittando della sorpresa dei due sfuggendo al loro controllo per poi sparire all'improvviso dalla loro vista. Felice fece per chiedere cosa stesse accadendo ma Aurora si gettò tra le sue braccia e i due si baciarono con passione. Dopo alcuni istanti in apnea, Felice si smarcò delicatamente da quella presa "Ho fatto le corse, così mi uccidi!" Disse sorridendo "Sarebbe ciò che meriti!" Rispose duramente lei ma il suo viso trasmetteva tutt'altra emozione "Credevo di averti persa" Disse lui "E invece ti ho ritrovata. Scusa Aurora. Scusa per questa situazione, scusa per il mio carattere, scusa per" "Shhtt! Taci un momento. Sarà ancora libera la nostra stanza d'albergo?" "Penso di si, possiamo provare a vedere, è quasi sera ma non mi sembrava ci fosse il tutto esaurito"
    Fecero l'amore tutta la notte, con sentimento e passione. Qualcosa li legava profondamente e i loro dissapori in quella situazione fuori dal comune, avevano l'effetto di cementare ancor di più la loro relazione. All'alba, stremati ma sereni, si addormentarono abbracciati e dormirono senza essere disturbati da strani sogni. A tarda mattina uno degli inservienti bussò alla loro porta; era salito per fare le pulizie ma sapeva che gli ospiti erano ancora nella stanza. Aurora si presentò alla porta visibilmente assonnata e in qualche maniera riuscì a far capire al ragazzo di aver pazienza per alcuni minuti e avrebbero tolto il disturbo, il ragazzo sorrise dando ad intendere che a lui non interessava aspettare, non aveva fretta.
    "E' il ragazzo delle faccende, gli ho chiesto di pazientare qualche minuto, il tempo di prepararci" Felice la stava ascoltando con l'espressione di chi ha raggiunto la pace dei sensi. Quella notte, oltre al sesso, avevano capito che il loro amore aveva qualcosa di radicato e profondo, qualcosa che ancora sfuggiva alla loro comprensione ma che ardeva come un fuoco perenne "Sì, prepariamoci e togliamo il disturbo"
    Trovarono un piccolo locale dove poter pranzare tranquilli, il posto non era dei più raffinati, ma a loro bastava mettere qualcosa nello stomaco ed essere di nuovo insieme. Adesso avevano capito, avrebbero agito all'unisono nelle situazioni a venire.
    "Quella donna, è la mia psicologa. Sospettavo che mi nascondesse qualcosa e la sua presenza qui, in questo particolare momento, me ne ha dato conferma. Cosa voleva da te?" Aurora raccontò ciò che si erano dette e dopo aver espresso il suo parere aspettò di sentire cosa ne pensava lui "Si, hai ragione, deve essere un agente speciale ben addestrato e il fatto che me la abbiano appiccicata addosso significa che la faccenda è tremendamente seria. Ascolta Aurora" Adesso Felice guardava la sua donna dritta negli occhi "Adesso che ho te vicino sono sicuro di poter superare qualsiasi prova, anche la più dura. Quando ero a casa e mi chiedevo perché io non riuscissi ad avere un rapporto duraturo con nessuna donna, le ho pensate tutte, anche le più assurde. Ora ho capito perché, non ti avevo ancora trovata" Lei prese tra le sue mani quelle del compagno e trasmise il suo amore incondizionato "Quando sono andato da Bocassa" Proseguì lui "Ero completamente fuori di me, convinto di averti persa per sempre e intenzionato a seguire tutte le indicazioni di quella donna, ma una volta al suo cospetto, in quell'ambiente, ho capito che prima di ogni cosa ci sei tu" Lei ritrasse le mani e si strofinò delicatamente gli occhi, stava pensando e infatti dopo alcuni istanti disse "Sono contenta che tu sia tornato, ti amo anche io, ma per favore non trattarmi più così, mi hai ferito e sono stata davvero male" Lui le rispose con lo sguardo, aveva capito  e lei domandò "Se non vuoi più vedere quella donna e qui non abbiamo più nessun impegno, che si fa? Basta alieni e servizi segreti? Si va in sud America? Si torna a casa?" Felice si alzò e la prese per le mani attirandola a sé esclamando "Sokoto!" Lei lo guardò con aria divertita "Cosa?" "Si resta a Sokoto, lui è qui me l'ha detto Bocassa" Aurora aveva capito ma chiese "Lui, lui?" "Si amore, lui, Franco. Dobbiamo andare da Bocassa e raccogliere informazioni per trovarlo" "E Beatrice? Lei non ci mollerà" "Hai ragione, troveremo il modo di sganciarci da lei, ma adesso corriamo da Bocassa, subito"
    Nabilah li accolse come se non fosse accaduto nulla e con calma li accompagnò dalla sua signora.
    "Benvenuti! Vi stavamo aspettando" Disse la donna con fare teatrale. Il sangue si gelò nelle vene di Felice ed Aurora, mentre Beatrice si stava ricomponendo dopo la sua accoglienza trionfale. Bocassa era seduta sulla sua poltrona e faticava a sostenere i loro sguardi, sorvegliata da due energumeni armati che le erano ai fianchi. Beatrice non lasciò loro il tempo di riprendersi e li invitò ad accomodarsi sul divanetto "Su, venite, qui siete di casa ormai, la nostra ospite sarà contenta di intrattenervi. Abbiamo un sacco di cose da dirci e tutto il tempo che vogliamo" Concluse la psicologa mentre un ghigno sinistro le aveva distorto il volto.

  • 30 novembre 2014 alle ore 17:24
    La scoperta.

    Come comincia: All'inizio fu qualcosa di improvviso, di indefinibile, una sensazione vaga che sembrava salire da arcane profondità, sconvolgente e irrefrenabile.
    Era il Niente e il Tutto insieme; era il Tempo e l'Eternità, la Vita e la Morte confusi.
    Continuava a salire, a salire, a salire.
    Guizzi di luce e subito il buio, suoni lontani e di nuovo il silenzio.
    Misteri difesi da invalicabili barriere per un attimo furono squarciati da fulminei bagliori, e l'apparizione della Verità fu lancinante come milioni di ferite inferte d'un colpo.
    Di nuovo fu il Niente e il Tutto, il Tempo e l'Eternità, la Vita e la Morte.
    Freddi furori ne gelavano l'Essere, invisibili lingue di fuoco gli fluivano silenziose d'attorno.
    Si sentiva dibattere e contorcere, ma era qualcosa che giungeva da lontano perchè sapeva d'essere immobile, rigido nella Sua cieca contemplazione, staccato da tutto.
    Poi, a poco a poco, piano piano, con una lentezza che sembrava venuta dall'eternità, le cose cominciarono a sfumare, qualche remoto contorno ad apparire.
    Molto tempo passò prima che la luce si stendesse su tutto.
    Ed il Tutto era il Niente!
    Si sentì immerso nella profondità incomprensibile di quel Niente e farne parte.
    Era Egli stesso il Niente ed Egli solo poteva farlo Tutto!
    Passò ancora molto tempo, molto, molto, molto..........
    Poi sentì la Morte e capiì d'essere Lui la Morte.
    Diede vita alla Morte e sentì l'immensità della Vita.
    Una stanchezza infinita cominciava a bruciarlo; e tuttavia c'era qualcosa in quella stanchezza che lo alimentava senza posa: era il mistero della Sua esistenza.
    Nebbie continue fluivano intorno: era il tempo che passava.
    E molto altro tempo passò ancora, molto, molto.......
    Quando apparve quel lampo terribile quasi fu scosso dalla Sua immobilità, ma subito si ricompose e guardò fisso nelle tenebre squarciate.
    Tutto bruciava dinanzi a Lui.
    In quella luce sfolgorante vide la Verità.
    Altro tempo passò.
    Improvvisamente scoppiò a ridere, a ridere, a ridere.
    Poichè aveva scoperto d'essere DIO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  • 30 novembre 2014 alle ore 16:58
    Un momento di dubbio.

    Come comincia: Si guardò in giro: niente, assolutamente niente.
    Quanto tempo passò prima che se ne rendesse conto? Non avrebbe saputo dirlo: forse un minuto, forse un'ora, forse una vita intera.
    Il tempo, d'incanto, sembrava sparito.
    Si sentiva leggero, leggero; si chiese, addirittura, se per caso esisteva ancora. Il pensiero gli fece apparire il sorriso sulle labbra; quella piccola reazione istintiva di colpo lo riportò a se stesso. Sì, esisteva, e il tempo non era sparito.
    Tuttavia, quella strana sensazione di leggerezza permaneva, anche se meno accentuata.
    Che cos'era successo? Per qualche secondo tamburellò nervosamente sul tavolino: un'altra reazione istintiva che gli spalancò dinanzi un altro pezzo di realtà. Il contatto col freddo della materia fulmineamente gli fece percepire la luce dell'ambiente e, per un attimo, se ne sentì feriti gli occhi.
    Sbattè le palpebre e fissò attentamente dinanzi a sè: si trovava in un caffè, piuttosto piccolo, ma molto intimo.
    Si disse che non valeva la pena pensare a come ci era arrivato: questo avrebbe presupposto ricordare tutto quello che aveva fatto prima e non sembrava che ciò avesse grande importanza.
    Non doveva essere successo niente di notevole perchè, altrimenti, se ne sarebbe ricordato subito.
    L'importante era il presente, e il presente non era nient'altro che trovarsi seduto in quel caffè, dinanzi a quel tavolino dove era poggiato un bicchiere vuoto.
    Ora percepiva anche i suoni: un rumore di bicchieri che il cameriere, dall'altra parte del bancone, stava lavando, l'acqua che scorreva dal rubinetto aperto ed altri ancora.
    Guardò con attenzione davanti a sè e prese coscienza completamente dell'ambiente. Poi distolse lo sguardo e si concentrò sul bicchiere. Non lo interessava particolarmente, ma era un buon sistema per scaricare la tensione.
    Che cos'era successo? Gli parve di cominciare a ricordare.
    Era successo che, improvvisamente, si era reso conto di non conoscersi.
    Strana idea pensò, ma era così.
    Certo, sapeva perfettamente qual'era il suo nome, che lavoro faceva e così via, ma non si conosceva. E qui stava il nocciolo della questione.
    Strano, pensò di nuovo, non mi conosco, non conosco me stesso.
    Chi sono in realtà?
    Fu preso nuovamente da quella assurda sensazione di leggerezza.
    Il fatto era che non ci aveva mai pensato.
    Pezzi della sua vita si affollarono alla mente. Poteva servire, ma erano ricordi sconnessi e gli dicevano ben poco.
    Chi sono? Chi sono?
    La cosa cominciava a infastidirlo, eppure non poteva liberarsene.
    Quella domanda gli ronzava maledettamente nel cervello.
    Che significava la sua vita, la vita che aveva vissuto fino allora, i momenti in cui aveva riso, i giorni in cui si era sentito stanco, tutte le esperienze, tutte le sensazioni? Che significava tutto questo? Doveva pur esserci da qualche parte la chiave che gli avrebbe permesso di scoprirsi, di dire a se stesso: questo sono io. Ma dov'era questa chiave? Forse nel ricordo di una donna, forse in un luogo in cui era stato, forse nella sensazione di un attimo o forse ancora in una parola che aveva detto o che gli era stata detta? Forse in un libro che aveva letto, in una poesia studiata sui banchi di scuola, forse in un giorno di dolore o in un altro di felicità?
    Provò a pensare, ma non trovava niente.
    La gente gli passava dinanzi e non lo vedeva. Sarebbe stato bello fermare qualcuno e chiedergli: "Dimmi, sai chi sono io?", ma quello, nella migliore delle ipotesi, lo avrebbe respinto annoiato.
    No, nessuno poteva dirgli chi fosse. Doveva pensarci da solo e tuttavia non sapeva venirne a capo.
    Si chiese se, in fondo, tutto quello che aveva fatto, tutto quello che aveva provato, non era stato nient'altro che una pura reazione, a persone, a cose, a circostanze.
    Ma, se era così, poteva allora dire di esistere di esistere di per se stesso, di esistere veramente, o non era piuttosto un prodotto degli altri?
    In realtà, dunque, non esisto veramente, non sono che una pura illusione, un sogno e niente più, pensò.
    Però il discorso valeva per chiunque, per tutti complessivamente. E allora non esisteva nessuno? Tutti erano un sogno? Sono morto o sono vivo? Siamo morti o siamo vivi? Ma che cos'era la morte e che cos'era la vita? Qual'era il sogno e quale la realtà?
    Era stanco ormai e capiva che non esisteva rimedio.
    Pagò il conto e uscì.
    La serata era veramente bella, sorrise contento: la vita, in fondo, era quella.
    Attraversando la strada, un'auto lo investì.
    Mentre moriva si chiese: "Che vuol dire?"; poi, una smorfia ironica gli irrigidì la faccia.
     

  • 29 novembre 2014 alle ore 19:56
    Un giorno, all'improvviso.

    Come comincia: La macchina correva lungo il litorale, in quel tratto dove la costa era deserta. Il paesaggio era stupendo, selvaggio.
    L'uomo nella macchina quel giorno si sentiva stanco, maledettamente stanco.
    Apparentemente non c'era nulla che non andasse. Era uscito di casa come al solito, aveva baciato sua moglie ed era partito con la sua auto. Quel che era successo dopo non sapeva spiegarselo.
    Ad un semaforo, mentre attendeva che scattasse il verde, improvvisamente si era sentito invadere da quella incredibile sensazione.
    Non avrebbe saputo definirla: era qualcosa mai provato prima.
    Come una stanchezza profonda, un senso di insoddisfazione misto a una sottile inquietudine.
    Mentre cercava di analizzarla, fu assordato dallo strepito dei clacson delle auto che gli stavano dietro. Si rese conto che il semaforo segnava via libera e allora ripartì.
    Mentre procedeva, si accorse che quella sensazione gli era penetrata fin nel profondo dell'anima. Non riusciva a liberarsene.
    Quasi automaticamente svoltò in una vietta laterale. Non sapeva bene perchè lo facesse: la strada per il suo studio era dall'altra parte. Capì che non aveva nessuna voglia di andarvi.
    Ripercorse tutto il tratto fino a casa e passò oltre. Desiderava ritrovarsi al più presto fuori dall'abitato.
    Ora percorreva la strada lungo la costa.
    Guardò l'orologio: le 9,30. Allo studio avrebbero cominciato a meravigliarsi di non vederlo ancora arrivare, lui così attaccato alla puntualità.
    Quella mattina gli sembrava che niente avesse più molta importanza.
    La sensazione di insoddisfazione e di inquietudine che lo aveva assalito a tradimento gli faceva respingere annoiato tutto quello che fino allora aveva costituito la sua esistenza.
    Nulla gli sembrava avere un significato vero.
    Eppure era un uomo abbastanza contento di sè, di quel che era, di quel che aveva.
    Ma, allora, perchè quella mattina si stava comportando così bizzarramente? Come se una voce gli avesse insinuato che qualcosa gli mancava?
    Riflettè chiedendosi se ciò era vero. Gli pareva proprio di no: aveva tutto ciò che desiderava.
    Ma la strana sensazione persisteva, profonda, tormentosa, soffocante.
    Abbassò l'aletta parasole per ripararsi gli occhi dalla luce prepotente e accese una sigaretta. Aspirò a lungo: il tabacco forte gli grattò in gola.
    Guardava ammirato il paesaggio che gli si stendeva dinanzi. Si sentiva inebriato dal mare e dalla vegetazione folta e rigogliosa.
    Abbassò completamente il finestrino; l'aria fresca e viva gli penetrò nei polmoni. Respirò soddisfatto e gettò via la sigaretta.
    Pensò di fermarsi da qualche parte; voleva scendere e camminare tra gli alberi.
    Sentiva dentro di sè una tensione lancinante.
    Poco più avanti vide una radura con un sentiero che scendeva alla spiaggia. Fermò la macchina, spense il motore, poi uscì fuori.
    Fu quasi stupito di quel silenzio odoroso di verde e di salmastro.
    Avvertì un senso di libertà infinita, una pagana gioia di vivere che gli metteva nel sangue un'eccitante voglia di correre a perdifiato. Si accorse di stare accelerando il passo, poi, d'improvviso, cominciò a correre, ebbro d'aria e di felicità.
    Parecchi minuti durò quella corsa sfrenata, fino a quando il cuore si fece pesante e fu costretto a rallentare.
    Il suo cervello era leggero, eppure, a tratti, si sentiva stringere da un'angoscia indicibile, assai simile a quell'assurda sensazione che lo aveva spinto a mutare il corso di quella che avrebbe dovuto essere una giornata normale. Non sapeva il perchè di quell'angoscia, ma capiva che qualcosa, in fondo alla sua anima, obbediva a lontani, ignoti richiami.
    Quella sua vita così tranquilla, così apparentemente solida, gli era diventata incomprensibile.
    Scese alla spiaggia, incespicando tra i sassi che rotolavano suonando pesantemente.
    Rimase a lungo in piedi, con gli occhi fissi sull'orizzonte, immobile. 
    Una pace infinita si stendeva all'intorno.
    Si sentiva bruciare nell'anima qualcosa di indefinibile, come un disperato bisogno di uscire da se stesso, di lasciare finalmente alle spalle tutta la sua vita precedente.
    Risalì lentamente su per il viottolo.
    Adesso camminava come trasognato, senza riuscire a vedere chiaramente il cammino davanti a sè.
     

     
     

  • 27 novembre 2014 alle ore 23:09
    E tutto intorno era vita

    Come comincia: Il fontanile dove quella notte aveva deciso di pescare, distante chilometri dalla sua cascina della bassa, versava ormai in uno stato d’abbandono; le tinozze in legno che cingevano le polle erano mezze marce e l’acqua, soffocata dalle erbacce, a fatica trovava una via d’uscita.
    Subito dopo la testa del fontanile, alcuni metri sotto il piano campagna, si snodava il gelido corso della roggia; i rami degli arbusti piantati sui bordi delle rive inclinate s’incrociavano al centro, disegnando una volta.
    Camminando nell’acqua si aveva l’impressione di stare in un tunnel; nelle giornate estive, di calure insopportabili e raggi di sole come morsi di luce, quel cono d’ombra metteva in mostra tutta la sua istintiva vitalità, la sua vergine e spregiudicata bellezza, regalando ai visitatori umori positivi, orgasmi di freschezza.
    Ben altre sensazioni, dopo il tramonto, avvolgevano le persone che lì osavano avventurarsi; nel buio della notte ogni fruscio lungo le rive, nell’acqua o tra le fronde degli alberi liberava paure e disegnava mostri.
    Berto quella sera si era allontanato dai fontanili a lui ben noti perché in quelle sorgive, di pesci, a parte qualche ghiozzo o scazzone, non c’era più traccia.
    Colpa di un suo compaesano che aveva deciso di lavorare senza fare fatica; sì perché pescare di notte con la fiocina in una mano e la lampada al carburo nell’altra, stare per ore nell’acqua e camminarci fino a non sentire più le gambe era proprio un lavoro, e di quelli pesanti.
    Molto più semplice buttarci una bomba e poi raccogliere i pesci che storditi venivano a galla.
    Era andata avanti un bel po’ quella storia, ufficialmente in paese nessuno sapeva chi fosse la persona responsabile del misfatto; ufficialmente, perché per dire la verità un più che sospettato c’era: il padre del Giuanì.
    Giovanni, detto Giuanì, con un corpo sano e la testa deformata, era l’ultimo dei figli di quell’uomo; tra tutti l’unico nato in ospedale e staccato dal ventre di sua madre con le pinze.
    I genitori avevano deciso di non mandarlo al Cottolengo e se l’erano cresciuto armandosi di tanta pazienza.
    Giuanì aveva un legame particolare con il padre; da quando poi il genitore era andato in pensione, il ragazzo stava perennemente attaccato a lui.
    Insieme al circolo, a messa, nell’orto, in casa, di giorno e anche di notte: quando lasciava il suo letto e andava in mezzo a quello dei genitori.
    In paese Giuanì era più stimato del sindaco; di tutti ricordava nome e sopranome, e a tutti regalava saluti, abbracci, buon umore, senza fare promesse e chiedere voti: né per soldi né per altro, solo per istintivo amore del prossimo.
    Negli ultimi mesi però il ragazzo era cambiato e si comportava in un modo strano.
    Per esempio quando passava davanti all’emporio del paese, uno stambugio in cui si poteva trovare di tutto, foriero di novità commerciali, e che proprio in quel periodo aveva esposto un’ampolla con alcuni pesciolini rossi, lui fissava l’acquario artigianale e subito dopo ripeteva sempre la stessa frase:
    -I pesci, i pesci pimm!
    Non ci volle molto in paese a fare due più due, ma nessuno ebbe il coraggio di andare dai carabinieri a raccontare l’evidente verità.
    C’erano ben altri problemi a cui pensare e non era il caso di mettere in scena una guerra tra morti di fame; e poi il padre del Giuanì era stato un eroe della Resistenza, anche se non la diceva giusta quando sosteneva di aver riconsegnato gli strumenti di guerra.
    Del resto dopo il 25 aprile il proclama non era stato chiaro: diceva di riconsegnare le armi, mica le bombe.
    Rimase un segreto corale, ma nel frattempo qualcuno del partito fece capire a quell’uomo che la doveva smettere di andare in giro a lanciare bombe, mettendo a rischio la vita sua e soprattutto quella del Giuanì, che già non era delle migliori.
    Il danno però era ormai irreversibile: a contarli c’erano più pesci nell’acquario dell’emporio che nei fontanili del circondario.
     
    Berto era stufo di quella vita, per diversi mesi dell’anno era più il tempo che passava in acqua che fuori, e per di più sempre di notte: quando non era nei fontanili era in campagna, ad aprire e chiudere le paratie dei vari canali di irrigazione dei campi.
    La lampada al carburo continuava a spegnersi, l’acqua era gelida e l’erba, che credendosi riso vi cresceva rigogliosa, rallentava il passo e rendeva incerta e barcollante l’andatura.
    A un certo punto, nel vano tentativo di recuperare stabilità, mise il piede sul legno del tino che circondava la polla, ma quello si ruppe e lui cadde malamente all’interno della pozza profonda e invasa dalle alghe.
    Gli sembrò di morire, cattivi pensieri passarono nella sua testa in quei secondi, ma l’istinto di sopravvivenza e una buona dose di fortuna lo salvarono.
    Uscì di corsa dall’acqua e raggiunto il piano campagna prese una decisione che avrebbe cambiato lo scorrere della sua vita.
    Un mese dopo, con famiglia al seguito, lasciò la cascina, la folgorante carriera di bracciante e andò ad abitare in una zona di collina, dove prese in gestione un frutteto; mise così fine a quell’esistenza d’acqua.
    Ma il giorno che cambiò frontiera non se la sentì di abbandonare la fiocina e la lampada al carburo.
    Per il lavoro che l’aspettava quei due arnesi non servivano più, ma avrebbe sempre potuto mostrarli con orgoglio ai figli, agli amici, raccontare della bellezza dei fontanili, dove l’acqua come per magia sgorgava limpida e fresca e tutto intorno era vita.
    Narrare,magari moltiplicando un po’, delle tante pesche miracolose e di piatti succulenti da far venire l’acquolina in bocca: zuppa di rane, tinche ripiene al forno con polenta, luccio lessato e insaporito con salsa, anguille alla graticola.
    Raccontare di quella maledetta sera in cui rischiò di annegare.
    E poi ancora del Giuanì e di pesci che volavano in aria per colpa di un pescatore bombarolo, che tutti in paese conoscevano.
    Tutti … tranne il maresciallo.