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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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elementi per pagina
  • Come comincia: Comincia spesso intorno alle due del mattino. Una canzone così lirica come qualsiasi angelo, scivola fuori dagli alberi quasi casualmente, come se il cantante non avesse idea di come è magico. È un canto di pura gioia, i suoi lillies e trilli sono come la risata attraverso l'oscurità. Spesso scivolo dalla biancheria fresca di aria condizionata e vado alla finestra della terrazza  per ascoltare, per stupirmi, per applaudire. Non ho idea di che tipo di uccello sia, o anche se qualcuno altro possa sentirlo. Forse canta solo per me, una creatura spettrale che visita una che sa è sveglia e ascolta.
    E naturalmente sono sveglia.
    Sto leggendo.
    Notti estive, quando l'aria è ancora come uno sguardo fisso e si siede pesante sul tetto della casa, spesso mi trovo a leggere. La pila di nuovi libri sul mio letto è una torre di tentazione che mi è impossibile resistere. Ci sono nuovi libri e alcuni vecchi che mi sono persa.Sto facendo la mia strada attraverso la pila come se fosse una scatola di cioccolatini preferiti, ognuno più delizioso dell'ultimo.
    In questi momenti difficili trovo che sto raggiungendo sia comfort che fuga. Forse 

  • mercoledì alle ore 12:09
    DOPPIO INCIDENTE

    Come comincia: Attraversò la strada in tutta fretta e fu preso sotto da un’auto. Non aveva gettato una sola occhiata al semaforo.
    Rimase a terra per qualche secondo, poi si tirò su in piedi grugnendo.
    Un uomo, grande e grosso, uscì dalla sua Audi A4. Imbufalito si fece subito dappresso al tizio che aveva investito.
    I due vennero alle mani.
    Un capannello di curiosi rimase a godersi lo spettacolo, non capitava difatti tutti i giorni che due energumeni se le suonassero di santa ragione. I bambini erano i più divertiti: c’era chi tifava per l’uno e chi per l’altro.
    I pugni volavano veloci e precisi, quasi sempre al volto.
    I due contendenti pareva fossero uguali per forza e carattere.
    L’incidente aveva inciso poco o niente sul loro spirito battagliero.
    Con il volto tumefatto, nessuno dei due intendeva gettare la spugna. Grugnivano e la gente si divertiva proprio come a un incontro di boxe.
    Un pugno raggiunge alla tempia uno dei due, che cadde a terra senza un lamento.
    Immobile.
    Era chiaro che era morto sul colpo.
    Lo spettacolo era finito. Alla fine qualcuno aveva chiamato il 113.
    Quello che era stato preso sotto dall’Audi A4 scosse il capo mentre gli venivano messe le manette ai polsi.

  • martedì alle ore 13:53
    GLI AMORI DEL GIOVANE ALBERTO

    Come comincia: L’amorale, chi è l’amorale? Non andiamo a scomodare il vocabolario o il Boccaccio, ognuno di noi può avere un’opinione al riguardo ma con certi limiti come quelli del buon gusto, della non violenza e del non creare problemi agli altri anzi cercando di aiutare quelli che soffrono e gli indigenti, un utopista ed anche uno zozzone come direbbero i ben pensanti. io sono fra questi ultimi non i ben pensanti ma fra gli zozzoni, la assoluta libertà delle proprie azioni parlo principalmente nel campo del sesso. Inorridisco quando vengo a conoscenza di certe punizioni nei paesi mussulmani a cui vengono sottoposti gli omosessuali che, a dire di alcuni dei loro medici possono essere curati ma di quale malattia? Quella di avere un corpo diverso dalla natura del proprio cervello? Dove voglio arrivare, forse lo avete capito al sesso, lo amo profondamente, mi dà e mi ha sempre dato sensazioni meravigliose. Ne ero venuto a contatto sin da bambino, parlo di un ragazzino di dodici anni che era a contatto con una realtà esterna diversa da quella di casa mia  dove il puritanesimo era imperante. La seconda guerra mondiale scatenata da pazzi sanguinari mi avevano portato ad essere trasferito, in qualità di sfollato da Jesi, cittadina vicina ad Ancona, dove dimoravo con i miei genitori, a S.Anastasia frazione del Comune di Cingoli in provincia di Macerata. Abitavo nella grande  casa dello zio Fefè (ricco proprietario terriero) che aveva sposato zia Lilli, sorella di mio padre io e vari zii ed i nonni paterni. Vicini a noi in altro grande edificio di proprietà dello zio Camillo: (parente dello zio Fefè) magrissimo, altezza 1,90 un solo dente visibile si erano ‘accampati’ varie famiglie di anconetani fuggiti dai bombardamenti da parte degli allora non ancora alleati. Il loro problema era quello di sopravvivere finanziariamente, i maschietti erano tutti pescatori ed a S.Anastasia di pesce ce n’era ben poco anzi proprio niente e quindi chi portava a casa il ‘mangime’ quotidiano? Bella domanda le loro femminucce tutte piuttosto giovani e se non  proprio dee della bellezza erano sicuramente apprezzate dai locali villici le cui mogli, anche per le molte gravidanze, non erano propriamente appetibili. I cotali pagavano le loro prestazioni sessuali in contanti (raramente) o con prodotti della terra sempre apprezzati dalle famiglie delle signore. Io ( a proposito mi chiamo Alberto) ero diventato amico di Alda una mia compagna di scuola di due anni più grande  che abitava con i genitori nel casermone degli anconetani. La cotale chissà per quale recondita ragione diceva di saper cucinare e mi portava nel sottosuolo del loro casermone dove c’era un frantoio e una cucina in disuso da anni. Io, innamoratissimo della bionda ed alta Alda mi prestavo malvolentieri ad far l’assaggiatore delle sue schifezze finché un giorno glielo dissi apertamente ed Alda, con una grande risata: “Ti farò divertire in altro modo.” E prese a spogliarsi nuda, mutandine comprese mostrando un buchino circondato da tanti peli… Quella visione per me assolutamente nuova mi fece un effetto strano ossia il coso con cui normalmente facevo la pipì divenne ben duro e Alda lo prese prima in mano e poi in bocca… evidentemente era già un’esperta nel campo del sesso. Cielo toccato con un dito, i pomeriggi, sistemata la questione dei compiti (svolgevo anche quelli di Alda), ci davano al sesso non più da bambini, insomma ero diventato maschietto a tutti gli effetti. Il problema sorse quando mi accorsi che Alda era in intima amicizia con ragazzi di età più avanzata della mia, circa 18 o 20 anni che non tolleravano la mia invasione sessuale in quello che consideravano il loro campo e così, mio malgrado, dovevo accontentarmi dei..rimasugli cosa da me non gradita e così presi guardarmi intorno  ebbi la gradita sorpresa di incontrare Fulvia figlia di un contadino di zio Fefè che spesso lavorava nell’orto dello zio. Alta, bionda, occhi verdi, formosa, sempre sorridente non sembrava proprio il prodotto di genitori bassi e neri di capelli e di carnagione scura (troppo sole) ma forse qualche svedese di passaggio…Mi domandai come conoscerla più da vicino e idea idea pensai di immedesimarmi fotografo avendo notato che lo zio Fefè era proprietario di una Kodak con la quale riprendeva i paesaggi ma soprattutto le contadine sue dipendenti in pose come dire discinte e le interessate ‘ci stavano’, si trattava sempre del loro padrone ed allora erano tempi ben duri per i coltivatori della terra non proprietari della stessa. Lo zio Fefè, vecchio mignottaro, aderì alla mia richiesta sorridendo con fare di complicità, d’altronde in giro si diceva che due figlie di contadini gli assomigliassero un po’ troppo…D’altronde lo zio aveva per moglie una insegnante elementare una puritana ingenua in fatto di sesso non ne mangiava proprio. Più in là vi racconterò una disavventura della zia Lilli per la quale risero a lungo un po’ tutti gli abitanti di S.Anastasia. Ritornando a me con la Kodak un pomeriggio mi presentai da Fulvia chiedendo di mettersi in posa per delle foto. La cotale in principio rimase senza parole ma poi aderì alla richiesta (ero pur sempre il nipote del padrone). Fulvia per quei tempi era una anticonformista, d’estate aveva l’abitudine di non mettere il reggiseno che la faceva sudare, indossava solo una leggero vestito, fra l’altro corto. Mi tremavano un po’ le mani quando Fulvia sfoderò un seno e più tardi si girò di spalle e mise in mostra un bel popò. Come Dio volle (ma non penso che Dio in quei momenti si interessasse a me, non che per me fosse importante dato che ero ateo come mio padre) finii di scattare venti fotogrammi. Il successivo giorno mi recai a Cingoli e portai il rullino ad un fotografo. “Ragazzo passa fra due ore.” Girai per la città fra turisti vocianti, la maggior parte romani, e dopo due ore mi ripresentai al fotografo. “Giovane non sono foto che posso darti, sono pornografiche!” Lampo di genio da parte mia: “Sono di mio zio Fefè U, non ne so niente.” Il nome di mio zio fece ‘impressione’ al fotografo che, preso il compenso, mi consegnò le foto senza ulteriori commenti. Il pomeriggio successivo condussi Fulvia nello sgabuzzino degli attrezzi e le mostrai le ventiquattro foto, un successo. “Sembro una diva del cinema, grazie tante quanto ti devo?” “Puoi ricompensarmi in natura.” La baby non capì il mio asserto, pretendevo troppo da una illetterata (allora le femminucce contadine non andavano a scuola.) Mi espressi più chiaramente abbracciandola e mettendole in mano ‘ciccio’ ben duro paventando una sua risposta negativa che non solo non venne ma la cotale lo prese in mano  facendo su e giù con ovvio finale. “Le farò vedere al mio fidanzato, abita a Troviggiano e fa il sarto.” “Ora farà anche il cornuto” pensò Alberto e da quel giorno il loro appuntamento fu quasi quotidiano. Lo zio Fefè si accorse della situazione e: ”Giovanotto stai esagerando, sei troppo dimagrito, non più di due volte alla settimana, comprendi?” Compresi e seguii le sue direttive sino alla fine della guerra quando rientrai a Jesi con grandi pianti della ormai innamorata Fulvia. Vi avevo promesso un episodio della ingenua zia Lilli: Come precedentemen- te detto le ragazze non sapevano leggere al contrario dei maschietti che frequentavano la scuola sino alla quinta elementare e quindi quando dal fronte di guerra scrivevano alle loro fidanzate le lettere venivano loro lette dalla maestra Lilli . Durante la festa della trebbiatura Spera, una figlia del contadino vicino casa loro chiese a zia Lilli di leggere la lettera del suo ragazzo presenti tutti i contadini della zona. La zia come precedentemente detto era ingenua da morire lesse: “Ti ho rotto la cocchia ma ti sposo.” Anche se non siete cingolani avrete capito cos’è la cocchia ma non la zia che rimase basita nel vedere il risultato delle sue parole. A Concetta il vino uscì dal naso, Peppe, suo marito si stava soffocando con un boccone, Giovanna scappò via per essersi fatta la pipì addosso, insomma un caos generale che rimase a lungo nella mente dei contadini. Ritornati a casa Lilli al marito: “Imbecille mi potevi avvertire cosa voleva dire quella parola!” Fine della guerra, ritornato a Jesi fui iscritto alla prima media nel collegio dei Francescani così rimanevo fuori di casa sino alla sera (i miei genitori lavoravano, papà in  banca mi madre aveva un negozio di coloniali) ma le cose fin dall’inizio non andarono nel verso giusto nel senso che io contestavo la religione cattolica forte dei libri letti sull’argomento. Il direttore aveva l’abitudine il sabato di ‘metter su  un processo ai vari personaggi della Bibbia. Quando fu la volta di Giuda come pubblico ministero si propose il secchione della classe ed io mi autonominai difensore d’ufficio. Quello del Pubblico Ministero fu un ovvio sproloquio infarcito di paroloni e luoghi comuni quando venne il mio turno dissi solo poche parole: “Chiedo l’assoluzione di Guida in quanto non poteva sfuggire ad un destino già a lui assegnato dalla divinità.” Dopo vari processi a personaggio famosi in cui era sempre l’avvocato difensore, il preside si ruppe le palle e chiese a mio padre di ritirarmi dal collegio: “Suo figlio non  solo è ateo ma mi sobilla tutta la classe, lo scriva ad un istituto pubblico.” E così fu. Il mio profitto scolastico era buono, mi piaceva fare bella figura in classe. Ero compagno di banco di una certa Laura ingenua ragazza di un paese vicino alla quale propinavo gli scherzi più cattivi dopo aver capito che con lei non c’era niente fa fare in fatto di sesso. Laura da buona  credente cristiana ogni mattina, prima di entrare in classe, si recava in chiesa per pregare. Io malignamente riferii la cosa al prof. Gatti, insegnate di materie letterarie, ateo e mangiapreti come si diceva allora con la conseguenza che Laura veniva interrogata con domande astruse alle quali non sapeva rispondere e tornava a posto piangendo. “Signorina invece di andare in chiesa studi di più!” era il verdetto del prof. Gatti. Non le feci più scherzi, mi sentivo un po’ verme anzi presi a passarle dei compiti in classe, in fondo sono un buono! In seguito sono venuto a sapere che Laura si era sposata con un altro cattolico praticante, in tre anni aveva messo al mondo quattro figli (due coppie di gemelli) ed era rimasta vedova.
    Come me la passavo col sesso? Niente male. Nello stesso pianerottolo della mia abitazione abitava una coppia senza figli, lei  alta bruna, seno quanto basta, occhi bellissimi, vita stretta, gambe chilometriche in somma un gran pezzo di…Per caso venni a sapere che mio padre, da sempre dedito al sesso extra, aveva provato a farla capitolare con risultati negativi per suo grande scorno che si considerava un gran tombeur de femmes. Mia madre, filosofa per natura, preferiva far finta di nulla per non rovinare il matrimonio. Un pomeriggio madame Letizia, questo il suo nome, bussò alla porta del mio appartamento: “Ti chiedo scusa (mi dava del tu data la differenza di età, aveva quaranta anni) mi occorrono altre due pentole, stasera ho degli invitati, ti dispiacerebbe prestarmele, posso telefonare a tua madre.” “ Non è il caso, venga pure e se le scelga potrà sempre ricompensarmi in natura…” Letizia rimase senza parole, mi guardò a lungo e rientrò nel suo appartamento senza profferir parola. Dopo qualche giorno rincontrandola nel pianerottolo le ricordai il suo debito. “Giovanotto potrei essere tua madre…” “Ma non lo è e…”. “Di solito è difficile che qualcuno mi metta in difficoltà tu ci sei riuscito.” Capii che la signora stava capitolando, doveva avermi inquadrato bene,  ormai ero diventato un bel giovanotto ben messo fisicamente. “Signora so che lei fuma anche se suo marito non è d’accordo, son riuscito a trovare un pacchetto delle introvabili ‘Roy d’Egypte’ (le avevo sottratte a mio padre) e così potremo fumare il kalumet della pace.” Senza profferire parola Letizia mi fece entrare a casa sua, mi portò in camera da letto, si spogliò completamente e: “Vieni sotto la doccia.” Un finale al fulmicotone, la signora dimostrò grande maestria nell’ars amatoria. Dopo circa un’ora “Non giudicarmi male, io amo il sesso, mio marito è quello di ‘vado, l’ammazzo e torno.’ Tradotto soffriva di ejaculatio praecox e la signora non ne era soddisfatta, tutto lì, l’Albertone dovette provvedere alle mancanze del consorte con sua grande gioia sinché un giorno papà Armando: “Caro figlio, ormai sei grande,  come ben sai non sono un moralista ma la tua storia con Letizia deve finire per vari motivi: stai dimagrendo in modo preoccupante ed inoltre il marito Oddo, lo so è stronzo anche nel nome è gelosissimo e non vorrei che uscisse di testa. D’accordo con tua madre andrai a studiare a Roma e abiterai presso tua zia Armida e la nonna Maria, Partenza domattina.” Era un vero e proprio ordine,  non mi restò che ubbidire. La zia Armida era sorella di mia madre e vedova dello zio Alberto fratello di mio padre ed aveva un’adorazione per me che gli ricordavo suo marito. Fui iscritto all’Istituto Scientifico Cavour, vicino al Colosseo e ci arrivavo prendendo l’autobus 85. Il biglietto del mezzo di trasporto ammontava a 20 lire ossia l’ammontare di due sigarette Sport (allora per sentirmi grande fumavo) e così mi scarpinavo tre chilometri all’andata e altrettanti al ritorno consumando in modo notevole le scarpe. La zia Armida non riusciva a capacitarsi della cosa e  la confidò alla signora Denise, francese, 40enne  moglie di un proprietario terriero marchigiano che passava la maggior parte del tempo nelle sue terre lontano da casa. La cotale abitava nel nostro stesso pianerottolo,  era una accanita fumatrice e pensai di sfruttare la situazione di povero studente senza una lira (la zia e la nonna non mollavano soldi) e così:  zia lontana ad insegnare in un paese vicino e  nonna in chiesa a cercare di guadagnarsi il Paradiso mi recavo a far visita a madame Denise, bionda tinta, un po’ pesante di figura ma ancora abbordabile poi con la fame di sesso che avevo…Madame con un sorriso di complicità assecondava il mio (e suo) vizio foraggiandomi con sigarette ben più costose delle mie Sport. Io girando molto alla larga, cercavo di farle capire che, anche se giovane di età rispetto a lei, avrei gradito…Rien a faire, ce la mettevo tutta, avevo imparato a memoria poesie romantiche di De Musset e di De Vigny ma Denise non mollava proprio, con grandi sorrisi mi prendeva bellamente per il sedere. La svolta fu quando al rientro a casa del marito sentii un litigio fra di loro piuttosto prolungato, il marito il giorno dopo si levò dalle balle e così bussai alla porta di madame e la trovai in lacrime. “Una bella signora come lei merita ben altra sorte.”  La baciai in bocca e la sciagurata rispose, non essendo la monaca di Monza non  ebbe conseguenze se non quella  di prendere l’abitudine di scopazzarmi bellamente e spesso. La storia durò circa un mese sin quando la portiera ‘fece la spia’ e così la zia Armida le fece una scenataccia bollandola come puttana che si era messa con uno molto più giovane di lei. Conclusione porta sbarrata e non solo la porta di Denise per me sconsolatissimo che non sapevo dove portare il mio nobile a divertirsi ma il destino…A casa nostra veniva a far pulizie Maria figlia ventenne  di Mimma (quella che aveva fatto la spia) e del portiere Nando un ex contadino inurbato con l’aiuto di un politico locale perché stanco di lavorare la terra con poco riscontro economico. Dopo i soliti discorsi
    “Sei fidanzata?” “No mio padre dice che sono troppo giovane” cominciai a farle dei complimenti la gratificai di qualche regalino con i soldi che mettevo da parte non andando al cinema la domenica. Un giorno finalmente Maria si mollò a prese a baciarmi con conseguenze ben prevedibili da parte mia ma spaventando la baby quando vide il mio ‘ciccio’ “È enorme, no non voglio, io sono vergine!” La scalata fu lunga, ci vollero bacini sul collo, carezze sul viso, abbracci appassionati e finalmente un cunnilingus che mandò fuori di testa la bella mora. Un giorno, fuori di casa zia e nonna, avvenne il matrimonio. “Ti prego piano piano, ho molto paura di farmi male, prima baciami molto lì.” Maria si era portato appresso un asciugamano (le donne sono più previdenti dei maschietti) e così quel sangue che uscì non finì sul lenzuolo del mio letto. Da quel momento, aperta la via, la situazione migliorò, Maria di era scoperto sessualmente molto calda, per me era piacevole toccare quelle tette e  cosce dure dovute al lavoro campestre (pensai che avrebbe rotto una noce di cocco!). Ormai un giorno dopo l’altro…papà Armando, sentita la zia Armida, decise di far finire il mio ostracismo a Roma ed io mi ‘imbarcai’ sul treno Roma – Ancona, fermata Jesi. L’addio con Maria erra stato straziante, la baby si era follemente innamorata e mi pianse addosso tutte le sue lacrime e, come ricordo, mi permise con grande goduria di ‘ciccio’ di usare il suo buchino posteriore che era stato sempre off limits! Vi sono sembrato un po’ cinico, forse si ma a quell’età l’ormone comanda più dei sentimenti. All’arrivo a casa grande commozione soprattutto da parte di mia madre ingrassata sino all’inverosimile ma quello che più mi colpì furono le notizie dei miei amici: Giovanni (orfano di padre e di madre) si era suicidato con la pistola dello zio cui era affidato, la moglie di Augusto si era impiccata forse perché depressa, Roberto mio coetaneo, da sempre omosessuale, era stata cacciato dalla scuola insieme al professore di francese sorpresi dal bidello mentre lo gratificava di un pom….o; ma i guai nella famiglia di Roberto non erano finiti: suo fratellastro famoso scopatore (che strano il destino) era morto per infarto mentre si intratteneva con la moglie  di un impiegato del Comune, sua sorella Stefania era deceduta per tetano, Marco aveva messo incinta una minorenne, Quinto detto ‘cascappezzi’, commesso del negozio di mia madre, era in ospedale con un tumore al pancreas. A questo punto ripensai con nostalgia al mio soggiorno romano ed alle grazie della mia georgica amica Maria che in  fondo mi era rimasta nel cuore, la vita che tristezza!
     

  • lunedì alle ore 20:17
    LETTERA A ISOTTA

    Come comincia: Lettera a Isotta.
    Cara mia seconda mamma, era destino che dovessi avere a settant'anni un'altra mamma, e sei tu. Tu non mi allatti, non mi nutri, posso farlo benissimo da sola, ma senza di te, cosa farei? Osservo il lungo cordone ombelicale, cinque metri di cannula che mi separano da te e allo stesso tempo mi uniscono intimamente a te, cinque metri legati morbidamente intorno al mio collo che mi tengono stretta a te, ma nemmeno troppo. Cara Isotta, tu non avresti potuto fare più di quello che fai: sei
    stata disponibile, quieta, mansueta fin da subito, e io non capivo che di più non potevi fare. Ero nervosa, mi impigliavo continuamente nel cordone, movimenti incoerenti mi lasciavano avvolta come un salame, e così mi arrabbiavo, ti maledivo. Ma poi ho capito, ho imparato ad essere gentile, ho imparato a volerti bene, e di sera, quando ti porto in camera con me perchè possiamo insieme affrontare la notte, ti sento parte di me, ti sento un cuore che pulsa e il tuo rassicurante brontolio  mi ripete: sono qui, non ti abbandono. Sai Isotta, sono nata per la seconda volta quando ho cominciato a respirare l'ossigeno che tu mi doni incondizionatamente. Ho potuto nuovamente usare la mia mente, la mia preziosissima mente che non riuscivo più a usare perché certi dolori fisici erano troppo ingombranti perché mi fosse permesso ancora pensare.
    Tu mi hai ridato la libertà, la lucidità, ed io ti sono tanto tanto riconoscente, al punto che ormai riesco perfino a scherzare. Quando mi "carico" la piccola bombola da passeggio, "La Totta", come l'ho battezzata io, ed esco, incontro i miei conoscenti, amici, o anche soltanto curiosi che si fermano a guardare i piccoli "nutrienti" che mi entrano nel naso e sì, scherzo. Ragazzi, dico, respiriamo lo stesso ossigeno, soltanto che il vostro non si vede, il mio sì.
    Di una cosa sono certa: io e te faremo ancora tanta strada insieme, e so che  dovrò soltanto a te il piacere di scrivere cose che senza questa esperienza, non sarei mai
    riuscita a scrivere. Il meglio deve ancora arrivare e ce lo vivremo insieme.

  • Come comincia: I bambini sono l’altra parte di noi stessi, una parte che purtroppo tendiamo a dimenticare, come succede ai grandi. Perché l’innocenza di un bambino, la sua ingenuità, il suo lieve respirare accanto al frenetico mondo degli adulti, il suo zampettare continuo a contatto con le vicende della vita quotidiana di familiari e parenti, giungono direttamente al cuore meglio di mille parole: un bambino è indifeso, solo, senza secondi fini, si consegna a noi senza ombre, senza riserve ma proprio per questo è fragile e prezioso.
    Ciò che ferisce un bambino ci colpisce profondamente, le lacrime di un bambino scavano solchi dentro di noi. Perché tutti noi siamo stati bambini una volta e sappiamo come stanno le cose.
    Eppure perché, perché proprio i bambini vengono abbandonati in un angolo come straccetti buttati via, perché sono i primi a essere dimenticati, resi muti e silenziosi dall'ira dell'uomo, perché sono i primi a cui viene rubato il giorno, a cui si acceca la luce, a cui si strappa la voce?
    Eppure ricordiamo bene la nostra fragilità di bimbi, le ferite dell'infanzia sono marchiate a fuoco sulla pelle, indelebili, vivide, a tratti grossi di pennarello.
    Eppure... sorridiamo e cantileniamo davanti ad un bimbo paffuto e roseo nel suo passeggino, lo vezzeggiamo e tubiamo come tortore al suo primo vagito, tenero fagottino caldo. Un fagottino di vita, poche gocce di storia, frammenti di sogni friabili come pergamena antica, ancora imbevuti di rugiada come le prime ali di farfalla. Scricchiola solo un poco sotto le scarpe, mentre avanza l'uomo lungo il sentiero degli incanti. E non si volge indietro.
     

  • 01 giugno alle ore 20:53
    2017

    Come comincia: Il tempo scorre velocemente. Per alcune coppie invecchiare insieme è diventata un'utopia ormai. Li osservo e penso: "Si amano da una vita". Lei tiene stretta la mano di lui. Lui la abbraccia circondandola con un braccio, la stringe a se come se avesse paura di perderla. Passeggiano, parlano, sorridono, guardano avanti al futuro al calar del sole. Questo per me è il vero amore!

  • 01 giugno alle ore 14:12
    <3

    Come comincia: Mio padre è stato un grande uomo. 
    La prima cosa che mi ha insegnato è stata l'umiltà la seconda l'educazione e il rispetto verso le cose e le persone. Oggi più che mai lo ringrazio in modo particolare, perché in questo mondo di bastardi incivili, mi sento speciale e correttamente in pace con me stessa. Ai vili che si credono furbi glielo lascio credere, tanto io non sono fessa e prima o poi la vita gli presenterà un conto molto salato. L'educazione, il rispetto e la correttezza sono abiti che non vanno indossati se non si hanno le giuste misure e soprattutto se ad indossarli sono i demoni a cui neanche i santi riusciranno a salvali. Più in la io riderò tantissimo.

  • 31 maggio alle ore 20:50
    Mary solo per un giorno

    Come comincia: Mary camminava su e giù per la stanza. 
    Era sua consuetudine ogni qualvolta si sentiva agitata.
    E ci stava stretta in quella stanza!
    Troppo piccola per viverci in tre.
    Sua madre Vivien era uscita insieme alle altre sorelle e sarebbero rientrate tardi.
    Uscivano spesso la sera. A fare il mestiere più antico del mondo. A lei, la più piccola di tutte, sua madre aveva assegnato il compito più duro. 
    Intrattenere lupi affamati, dentro quella stanza puzzolente di sesso. L’aveva iniziata a quell'arte, sin da piccola. Quando, lei se lo ricordava bene. A soli otto anni le aveva aperto le porte  di quella miserabile vita. Una maniglia che si apriva, un uomo basso che si avvicinava a lei. 
    Le sue mani dappertutto. Fino ad entrarle dentro. Fino alle sue mutandine bagnate.
    Così era iniziata e, per anni, aveva continuato a respirare il puzzo di maschi divorati dal germe della depravazione.
    Adesso aspettava l’ennesimo cliente.
    Aveva 16 anni e gli ultimi otto le avevano cambiato  il cuore.
    Odiava profondamente sua madre, le sue sorelle e quella vita di fango che conduceva a stento. Ma non poteva fare nulla per ribellarsi. Non ne era capace. Non ne aveva la forza.
    Vide la maniglia muoversi e cercò di prepararsi mentalmente a quell’incontro, con l’orco di turno. 
    Quando entrò si trovò davanti un uomo sulla cinquantina, grasso e malvestito. Le sembrò di intravedere un rivolo di pervertito piacere scivolare da un lato della sua bocca. Iniziò a spogliarsi davanti a lui. Con il tempo era diventata molto brava e, abile, aveva imparato a fare in fretta. Ogni volta faceva in modo che durasse sempre meno.
    Appena giunto al culmine, l'uomo si alzò e si rivestì. 
    Le lasciò i soldi sul comodino e chiuse la porta dietro di sé.
    Mary si sdraiò sul letto appena fatta la doccia.
    Come sua abitudine.
    Adesso non aveva più bisogno di sciogliere la sua paura. Non aveva più bisogno di camminare su e giù per quella stanza. Voleva solo chiudere gli occhi e non pensare più fino al giorno dopo.
    Si addormentò. 
    Alle prime luci dell'alba si alzò.
    Ma quella sarebbe stata un'alba diversa da tutte le altre. Un'alba muta come il suo dolore.
    Con sé prese solo un marsupio e un paio di occhiali scuri. 
    Chiuse la porta e si diresse verso il parco, come ogni mattina. 
    E fu proprio lì che tutto ebbe inizio e fine.
    Le aveva lasciate così. 
    Sparse lungo il marciapiede a ridosso del parco.
    Gettate per terra come non fossero mai appartenute a nessuno.
    Come se chi le aveva indossate non fosse mai stato niente. Immondizia e null'altro.
    Tre paia di scarpe colorate e un altro spaiato. Nessuno l'aveva vista mentre, furtiva, le spingeva per terra. 
    L'estate non era ancora arrivata ma lei sentiva un fuoco attraversarle il corpo.
    Quello scorcio di tempo appena trascorso le martellava nella testa. E, per quanto camminasse veloce, i suoi pensieri lo erano di più.  
    In quel parco, tra i raggi di sole appena accennati, una molla le era scattata dentro.  
    Senza darle più tregua. 
    Era stato un gioco facile attirare sua madre e le  tre sorelle nel parco.
    Loro rappresentavano per lei l'unica famiglia.
    Una famiglia disperata che non le aveva risparmiato nessuna sofferenza della vita.
    Più pensava più la rabbia diventava accecante. E, quello che voleva essere solo un gioco, pian piano si trasformava in un chiodo fisso.
    "La mia famiglia" pensò! Proprio quella che le aveva distrutto la vita. I progetti. I sogni nel cassetto. 
    E non aveva trovato alcun modo di liberarsene, fino a quel giorno. 
    Fino a quel pensiero. Aveva dato appuntamento ad ognuna di loro, in una panchina diversa. Lontane una dall'altra. 
    Ad ogni panchina, un sorriso.
    Ironico beffardo e poi sempre più macabro.
    L'ultimo sorriso più sordo degli altri finiva con un pugnale, conficcato nella schiena di tutte. 
    Con sua madre era stato più difficile.
    Era riuscita a fuggire dopo il colpo infertole e nella corsa aveva perso una scarpa.
    Mary l’aveva raggiunta con un balzo per finirla subito dopo con il pugnale nel cuore. 
    Il posto in cui le aveva fatto più male.   
    La scarpa non era stata più in grado di ritrovarla.
    Ma tante erano le cose che Mary non ritrovava più di sè. 
    Perse per sempre negli anni di quell'adolescenza rubata, che mai più sarebbe ritornata.
    Adesso, le scarpe erano tutte lì. 
    Ai margini di quel marciapiede, dove camminano le vite di ognuno. 
    Tra tutte le foglie, dove muoiono gli alberi. 
    Dove muoiono le vite di nessuno.
    Così come oggi, moriva la sua.

  • 31 maggio alle ore 18:08
    Camera d'ospedale numero 17

    Come comincia: Il nonnetto viene dimesso. E’ guarito.
    E’ arzillo, felice di tornare a casa.
    La nonna se lo coccola come fosse un bambino.
    Il letto accanto è vuoto da qualche minuto. Il paziente che l’occupava ha reso l’anima a Dio da pochi minuti. La moglie raccatta le cose del marito defunto, il rasoio elettrico, il cellulare, la radiolina a pile e poche altre cose. Non si cura affatto del poco vestiario del defunto: magliette, calzini, calzoni li lascia dove sono, sul letto. Sospira mentre si deterge la fronte. In ospedale fa un caldo infernale, i termo sono tenuti molto alti.

    Con gli occhi lucidi, la nonna accarezza la pelata del marito. Questa volta il nonnetto Beppe l’ha scampata per il rotto della cuffia: una broncopolmonite a ottanta e passa anni è un gran brutto affare. Ma nonno Beppe se l’è cavata, ha rimandato la Nera Falce a tenere compagnia a chi non crede in Dio. Il nonnetto è un uomo di fede, lo è sempre stato, ciò però non toglie che sia un gran rompicoglioni e una testa di mulo. La sua caparbietà e la sua fede hanno forse operato il miracolo. Un altro, al suo posto, poco ma sicuro, avrebbe tirato le cuoia.

    La nonna si fa vicina alla vedova. “Le mie condoglianze, Signora…”, farfuglia con un nodo in gola.
    La donna sgrana gli occhi. Poi, subito, schiude la bocca: “Non ce n’è bisogno!”
    “Mi spiace…”
    “A me no”, replica secca lei, con tono minaccioso.
    La nonna rimane impietrita.
    “Ho avuto un uomo accanto per quaranta anni. Adesso ne ho sessanta. Non sono ancora da buttar via. Ho una vita davanti. E’ risaputo che le donne vivono più a lungo dei maschi.”
    La nonna tace e fa dietrofront. Prende la mano del suo compagno d’una vita e la stringe con forza. Insieme escono dalla camera d’ospedale numero 17.

  • 25 maggio alle ore 14:41
    Caro professore

    Come comincia: Mi chiedo spesso cos'è che mi fa dire quello che sto dicendo o chi sto dicendo - quale uomo ha penetrato la mia umanità direbbe L. Febvre. Non sono questo gli uomini per gli altri uomini: un branco di virus che contaminano? Le nostre idee sono vulnerabile carne cruda ed io vivo in un'epoca di profughi che cercano rifugio nelle idee degli altri, fossero anche le idee degli antichi. Siamo un popolo di rifugiati, noi studenti con vestiti profumati che prepariamo esami. La data è vicina ed io mi chiedo cosa vorrebbe sentirsi dire, professore. Se sono stata attenta? Pendevo dalle sue labbra. Ma vede, è il dialogo che manca. I rapporti umani. Non me ne faccio niente dei rapporti umani, mi manca il dialogo. Ho bisogno che Lei smonti tutto quello che dico. Non è la libertà che deve insegnarmi, ma costruirmi forti prigioni, non me ne faccio niente della libertà se non può essere vissuta. Glielo ha insegnato la storia che lo storico è annegato dal passato che racconta, lo scienziato dalla scienza, lo scrittore dalla storia. Raccontiamo il paesaggio che ci racconta, mettiamo nella storia ciò che è sempre stato nella storia e tuttavia è proprio il mettere che urge. Mi insegni ad imprigionarmi nella paura di perdere il pericolo. Mi liberi dalla ricerca della stabilità. Non le voglio le sue fondamenta, mi smonti tutta, fin dalla minima certezza, faccia ballare tutta la terra sotto i miei piedi e appena riesco a mettere radici, mi insegni a sradicarle ancora e ancora. Mi insegni la rivoluzione. La data è vicina. Cosa vuole sentirsi dire, professore? Come vuole che io passi l'esame?

  • 25 maggio alle ore 12:01
    2012

    Come comincia:  Ci sono momenti in cui cominci a pensare a ciò che è andato storto, a ciò che è volato via, a ciò che hai perso, alle cose che non avrai mai, ai progetti andati in fumo, a gli addii… Alle promesse mai mantenute… Avverti un senso di solitudine, ma sei li, capace di vivere ogni singolo istante della tua vita con un sorriso… Non essere triste, non avere rimpianti, ricorda che la felicità è fatta di piccole emozioni e va goduta in punta di piedi.

  • 25 maggio alle ore 11:57
    2011

    Come comincia:  Percorri il tuo cammino e fa in modo che sia all’altezza dei tuoi sogni. Non puntare troppo in altro, accontentati delle cose semplici, perchè quelle sono le più belle, non è detto che tutto ciò che luccica, brilli sempre, a volte anche un puntino di luce illumina molto. A volte le piccole cose ti riempiono di sicurezza e ti danno la giusta carica per placare il dolore e l’amarezza. Quando un sogno cade, impara a costruirne altri da quelli che hai già realizzato, ricomincia sempre. Custodisci e non sciupare, quello che hai realizzato e concretizzato con fatica in passato.

  • 25 maggio alle ore 11:56
    2011

    Come comincia: Fiera di essere come sono, con i miei pregi e difetti, con le mie lacune, con le mie carenze. Sono fiera lo stesso, con tutte le paure che mi porto dentro, con la mia forza e la mia sensibilità, con la mia imprevedibilità. Fiera della mia vita e di come l’ho vissuta, con tutti i miei sbagli, con le lezioni che ho appreso,con le salite fatte di corsa, con le discese, con gli addii e i ritorni. Certezze e sicurezze poche, dubbi tanti, ma sempre viva.

  • 25 maggio alle ore 11:55
    2011

    Come comincia:  Voglio augurarti tutte le cose belle che la vita ti donerà. Ti auguro di diventare una persona semplice, sensibile per guardare la bellezza delle cose e per provare grandi gioie, soprattutto nelle piccole cose di ogni giorno. Ti auguro di diventare coraggioso/a, per avere la forza di lottare contro le immancabili difficoltà. Ti auguro di ritrovare la pace interiore, per accettare il perdono. Ti auguro la speranza, per vivere ogni giorno la vita pensando positivamente. Ti auguro di diventare spontaneo/a, per essere in grado di dare agli altri senza pretendere e di non aspettarti nulla in cambio. Ti auguro la felicità.

  • 20 maggio alle ore 16:39
    Il bar Serranò

    Come comincia: Uno dei più noti bar di Melito di  Porto Salvo che a partire dalla fine degli anni ’60 ha fatto tendenza soprattutto per i non melitesi, è (o meglio è stato) il bar Serranò. 
    Era e lo è ancora, situato sulla via Nazionale a ridosso del lungo e bel Viale delle Rimembranze che come il Corso Garibaldi, il Paese Vecchio, la piazza della stazione ferroviaria, la piazza di Porto Salvo, la piazza dell’Immacolata e tante altre zone è stato oggetto del piano dell’abbellimento estetico previsto per la città già da tanti anni. 
    Proprietari del bar, gelateria pizzeria e rosticceria, sono i fratelli Serranò Giovanni, Diego, Roberto, Massimo e Sandro, che, alla morte del loro papà Tito, ne hanno rilevato, logicamente, la gestione insieme alla madre. 
    Nel 1980, io vi lavorai nel periodo estivo da giugno a settembre e devo dire che allora, non essendo ancora così grande e con annessa la pizzeria e la rosticceria, il bar era affollatissimo soprattutto di sera e frequentato tantissimo da clienti affezionatissimi che venivano dall’entroterra ed anche da Reggio città e paesi limitrofi per gustare il rinomato gelato e le granite di “don Tito”. 
    Ricordo che io, lavorando dalle 14,00 alle 01,00 di notte, alla fine ero stanco ma la “sbirciatina” al “Petit Paradis" era d’obbligo e questo mi portava ad alzarmi non prima delle 12,00, andare al mare, rinfrescarmi, pranzare di corsa e ritornare al lavoro sempre stanco. 
    Proprio per questa mia stanchezza che non m’impediva lo stesso di essere efficiente sul lavoro una sera ne combinai una bella. 
    Dopo aver preparato il vassoio con vari gelati, granite e bicchieri d’acqua (almeno 15 pezzi) e aver preso lo scontrino alla cassa, stavo avviandomi verso il tavolo dei clienti, quando sentì una voce che mi chiamava, facendomi girare di scatto. 
    Malauguratamente dietro di me c’era la signora Mimma, moglie di “don Tito” che, avendo dimenticato io di prendere i fazzolettini, me li voleva dare per portarli al tavolo. 
    Quando mi girai presi in pieno la signora, che, essendo più bassa di me fu presa in pieno volto. Cadde all’ indietro con tutto il vassoio addosso pieno di gelato, granite e acqua facendo un rumore fragoroso che fece sobbalzare tutti i clienti seduti dentro e fuori del bar. 
    Fortunatamente la signora non si fece male e finì che ci mettemmo a ridere per sdrammatizzare la cosa. 
    Sicuramente se non fossi stato stanco, non sarebbe successo. 
    Comunque quell’ estate, lavorando lì ebbi il modo di conoscere molta gente e molte “prede estere locali”. 
    Il bar, negli anni a seguire, s’ingrandì e si rinnovò continuando a fare tendenza sempre con molti clienti provenienti da Reggio Calabria.
    Adesso con il Lungomare dei Mille e qualche bar in più che fa concorrenza anche apertosi vicino, il bar Serranò è meno frequentato ma è usato adesso anche per vari avvenimenti tipo compleanni, battesimi, comunioni e talvolta per convegni. 
    Da qualche anno è diventato nun albergo a 5 stelle; quell’ albergo che manca da sempre ad una città come Melito e che speriamo, gestito da questi giovani e bravi imprenditori, farà sì che almeno da questo punto di vista sia più apprezzata nel futuro che ci auguriamo sia, economicamente e turisticamente, più florido.

  • 18 maggio alle ore 19:18
    Il Verso dell'Universo

    Come comincia: " I Guai sono iniziati quando nelle prigioni hanno smesso di esserci i Boia e al loro posto Tre guardie ignare tiravano giù tre leve senza sapere chi di loro avesse innescato la scarica mortale."
    Sta sul muro della prigione, era scritto su un muro di cemento grigio e senza senso, un muro che sembra un giorno di nebbia, un muro che fa rimbalzare su di me una vista orribile, la vista di te stesso senza scampo.  
    Sono in una stanza molto piccola così piccola che è impossibile pensare, la solita stanza, un luogo comune; sono qui da tanto tempo, l'orologio ha fatto il giro un milione di volte, il pianoforte che ho lasciato a casa si sarà riempito di polvere. Mi piaceva suonare qualcosa per rendermi la giornata migliore, anche se poi andava male lo stesso sentivo che suonare qualcosa avrebbe in qualche modo cambiato le cose in positivo, sbagliavo, niente si può cambiare, io lo so bene che niente si può cambiare o meglio a volte ne hai la sensazione ma poi le cose tornano al loro corso naturale; se avessi potuto lo avrei fatto, non sarei qui a scrivere le mie memorie su un rotolo di carte igienica, non avrei provato ad influenzare l'andamento dell'universo, non è un algoritmo, il mondo non è un computer anche se molti si divertono a dire che la volontà è una forza cosmica e che se lo volessimo fortemente riusciremmo anche a volare, la verità è che in un'orchestra c'è un primo violino e ci siamo sempre affannati tutti a voler essere quello li, a voler essere il numero 10, l'attore protagonista, la stella più luminosa, ma per una stella luminosa ce ne sono altre mille che fanno da contorno, da semplicissimo contorno, se mi fossi limitato a fare il contorno forse sarei libero, libero di essere invisibile agli occhi del mondo, come mi meritavo e non come pensavo di meritarmi.
    Mia diceva sempre che le persone buone muoiono presto, Mia diceva un sacco di cose, ma quella che mi diceva di più era questa e mentre la diceva mi toglieva i capelli dalla fronte e me li spostava tutti da un lato, spesso il destro, altrettanto spesso mi guardava negli occhi e si mordeva il labbro, spesso indossava dei bellissimi vestitini leggeri come l'aria e trasparenti come gli occhi delle persone che hanno gli occhi belli, non avevo mai finto di essere felice, in genere non ero mai stato capace di fingere niente.
     Era un giorno di Ottobre, se ricordo bene era mercoledì ero dentro un teatro dove un tizio che aveva fatto fortuna con i fumetti ci raccontava una storia. La storia era semplice e di impatto immediato, mediante l'uso di "sigilli" si poteva cambiare l'andamento dell'Universo, cioè spiegato in pochissime parole: io potevo scrivere su un foglio che volevo essere miliardario e mediante una sorta di rito che prevedeva prima l'eliminazione delle vocali, secondariamente delle consonanti che si ripetevano e cosi via fino ad avere sul foglio una o al massimo tre lettere, da li si doveva creare il sigillo cioè un disegno astratto che avrebbe avuto il significato esatto e che quindi avrebbe influenzato l'universo affinché il mio desiderio diventasse realtà. Alcuni ridevano, Mia dormiva, altri ancora prendevano appunti, io ho sempre avuto una buonissima memoria, nessunissimo altro talento, ma una memoria prodigiosa, ricordavo tutto, ricordavo persino la prima volta che mi sono ricordato qualcosa, avevo tre anni, ero una palletta carina e paffuta, mi sono ricordato di essermi già visto in uno specchio, lo specchio era l'armadio di mia madre. mi sono ricordato la forma del mio naso. Il tipo beveva e parlava, beveva e parlava alcune volte beveva mentre parlava e allora tossiva, ma in linea di massima il suo messaggio arrivava chiaro e semplice. Si poteva cambiare l'universo con un foglio di carta opportunamente scarabocchiato, L'universo non era altro che un sistema operativo, noi non eravamo altro che input, chi giostrava le cose era l'universo stesso ed il tempo non era altro che un serpente circolare che sostanzialmente ci prendeva in giro, passando e ripassando mille volte sullo stesso punto creando dei segmenti, così facendo il tempo non passava in modo fluido e in avanti ma si strutturava in scatole, dentro altre scatole,impilate dentro un grande archivio in chissà quale pianeta nella stanza di un alieno smanettone che si faceva le seghe sul pornhub alieno. ve l'ho detto che ho una memoria prodigiosa ? Si sono sicuro di si.
    Ne ho viste di cose terribili, ma mai come quelli che dicono di essere umili mentre si sentono incompresi, ne ho viste di cose terribili ma mai come chi si dimentica i nomi delle persone.
    Mia appoggiava sempre i piedi sul tavolo e beveva tanta birra a voler ben dire un po' troppa per un esserino di un metro e qualcosa per pochissimi chili, ciondolava la testa all'indietro e parlava spesso di quello che gli sarebbe piaciuto mangiare un giorno o l'altro, alla fine però mangiava sempre le stesse cose, viveva di immaginazione e desideri violenti, sembrava programmata per deludersi, io stavo seduto a girarmi un coltellino poco affilato tra le dita, stavo li e immaginavo di togliere via quella delusione da lei in qualche modo ma l'unica cosa che pensavo di fare e che mi veniva discretamente bene era raccontarle la storiella dei due tizi inseguiti dall'orso, lei rideva sempre e dopo di che si regalava una generosissima sorsata di birra, e poi parlava e parlava ad un ritmo forsennato.
    Mi sarebbe piaciuto stare con lei per sempre, ma non avevo molte speranze, prima o poi se ne sarebbe andata, perché era cosi che faceva, spesso andava via mentre mi allontanavo per andare in bagno e poi la trovavo seduta davanti alla porta di casa perché scappando si dimenticava di chiedermi le chiavi, quelle notti la portavo dentro e la mettevo sotto le coperte la guardavo un po' dormire e anche quando dormiva sembrava sul punto di scappare, era costantemente fuori dal mio campo visivo anche quando ce l'avevo davanti.
    Una di quelle notti ero seduto alla scrivania, guardavo i palazzi fermi e grigi davanti alla finestra, era quel lasso di tempo in cui non è notte e non è ancora l'alba, un lasso di tempo che se vuole sa essere infinito. E quella notte voleva essere terribilmente infinito. presi un foglio e ci scrissi un desiderio, avrei voluto che Mia fosse più costante, e applicai il teorema del fumettista, creai un sigillo, e lo misi dentro un cassetto, dopodiché aspettai.
    Il Giorno dopo Mia iniziò ad ignorarmi, avevo raggiunto l'obiettivo, era diventata costante nei suoi sentimenti, ma costante nel modo che non mi aspettavo, nel modo sbagliato. Era indiscutibile che la cosa dei sigilli funzionava ma adesso Mia se n'era andata e salutandomi freddamente aveva sussurrato buona giornata, in quel saluto c'era tutta la freddezza del mondo, eravamo due estranei, improvvisamente, ero certo che non sarebbe più tornata, certo come ero certo di aver fatto una gigantesca stupidaggine creando quel sigillo.
    Il Gatto che avevamo in comune stava seduto sul tappeto a pulirsi e leccarsi non mi degnava di uno sguardo evidentemente anche lui preferiva Mia, da quando la conoscevo non avevo visto una sola persona che non avesse preferito Mia a me, figuriamoci il gatto.  
    I Giorni passavano e di Mia nessuna traccia, avevo influenzato l'universo in modo maldestro, come ogni gesto che avevo compiuto nella mia vita. come quella volta che avevo fatto il barman e avevo distrutto tutte le bottiglie cercando di fare il fenomeno.
    Buio, notti insonni, non mi ricordavo come fosse il giorno, non ero certo che esistesse il giorno, ero arrivato al punto di convincermi che il giovedì mattina fosse una specie di leggenda vichinga narrata ai bambini per mettergli paura, guardavo sempre quei due palazzi costruiti così vicini da sembrare attaccati, quasi appoggiati l'uno all'altro, due palazzi che oscuravano tutto.
    Mia alla fine l'avevo trovata, pochi mesi dopo, catatonica dentro una casa abbandonata, c'erano un mare di gatti attorno a lei, fuori dall'abitazione abbandonata un vecchio barbone di circa ottanta anni gironzolava bevendo vino in brick. Che Mia fosse li me lo aveva detto lui, giorni prima battevo quella parte di città cercandola, avevo pensato a scrivere un altro sigillo ma ho preferito lasciar perdere, questo vecchio barbone parlava poco e male, doveva avere qualcosa ai polmoni e più che parlare sibilava, ma aveva reagito ad una vecchia foto di Mia che gli avevo mostrato, era stata scattata quella stessa estate in una baia abbandonata chissà dove, Mia sorrideva, ma il barbone l'aveva riconosciuta comunque, mi aveva accompagnato a quella vecchia abitazione abbandonata, che una volta doveva essere dipinta di blu, ma che adesso era più che altro grigia, grigia come il cielo quando sta per piovere.
    Era seduta su una sedia di legno, con un tipo scheletrico e ingobbito che le girava attorno mentre si slacciava i jeans, le gambe di Mia erano piene di lividi e ferite all'altezza delle cosce da delle piaghe da decubito, c'era un fetore insopportabile e lei aveva uno sguardo fisso e vitreo, i gatti non si schiodavano da li, avevano capito che Mia poteva essere una buona fonte di cibo. Mentre il tizio scheletrico si aggirava come una Iena eccitata, chissà da quanto tempo cercava di decidersi, aveva deciso che avrebbe scopato un oggetto inerme, aveva deciso di scendere al livello più basso di diventare un insetto. Nel giro di pochi minuti sia i Gatti che il tipo Scheletrico ed ingobbito Avrebbero capito che quella volta avrebbero dovuto digiunare. Una testa che si apre in due dopo un colpo di spranga di ferro ha un suono preciso, l'ultimo respiro di un tipo ingobbito e scheletrico con il cazzo di fuori ha un ché di vagamente viscido.
    Presi Mia in braccio e attraversai mezza città, sperando che qualcuno mi potesse aiutare, che quella cazzata del Sigillo non fosse irreversibile, sperando e ad ogni passo speravo di più mentre il barbone e i gatti mi stavano dietro di qualche passo, sembravano scappati da uno di quei cartoni animati in cui animali e umani si alleano, solo che eravamo più tristi, molto più tristi.
    Mia stava seduta e guardava un punto fisso, L'universo non aveva tenuto conto che la costanza non somiglia all'apatia, o forse si, Forse in linea di massima siamo fatti di altalenanti stati d'animo, forse nel giro di un minuto siamo apatici e siamo entusiasti, forse amiamo disperatamente e odiamo, quasi contemporaneamente. L'universo non ha capito, il Sigillo è un comando basico, e questo non è un mondo basico, noi non siamo esseri basici, questo il fumettista che beveva e si strozzava con la birra e le sue stesse parole non lo aveva detto, non lo aveva detto che non siamo fatti di linguaggio binario. Adesso Mia è semplicemente spenta, costantemente spenta.
    E anche se fosse l'ultima cosa che farò, la riaccenderò.
    Internet è un brutto posto se sai cosa cercare, si parla di deep web nei documentari, ma nemmeno li ho trovato qualcuno capace di aiutarmi, guardo Mia che resta li fissa come una statua di cera, con gli occhi se ormai somigliano a due perle, belli,bianchissimi e tremendamente vuoti. Il tempo sta passando sempre più inesorabile, il tempo sa essere inesorabile quando le speranze si assottigliano e le possibilità diventano sempre di meno, Mia guarda un punto fisso in qualche universo, io trovo solo tizi che vendono armi e pedopornografi e con educazione rispondo che nessuno dei due articoli incontra i miei gusti.
    Ma poi cosa cerco ? e se il tipo dei fumetti si fosse inventato tutto come quei maghi in tv che sfruttano a loro favore le menti deboli e suggestionabili ? Ma non ha senso, non ha senso se sono io quello influenzato perché ho bloccato Mia ? che cazzo di discorso è questo ?.
    Ormai è passato più di un mese. sto considerando l'idea di soffocare Mia con un cuscino e farla finita, non c'è perdono per quello che ho fatto, non c'è sfumatura dell'egoismo che mi possa giustificare, non c'è Amore al quale io possa aggrapparmi, prenderò il cuscino e la chiuderò qui, pagherò per quello che ho fatto, giudice, giuria e boia, Mia mi guarda ma solo perché ho invaso il suo campo visivo, in un impeto di infantile invadenza.
    Poi, improvvisamente, come nei peggiori film da discount bussano alla porta. chiedo di sia con il cuscino in mano che in caso di effrazione è sicuramente l'arma più ridicola con la quale farsi trovare, apro e mi trovo davanti un uomo di mezza età stempiato e con gli occhi divergenti, le scarpe lucide e i pochi capelli rimasti incollati alla testa con mezzo chilo di gel, ha una camicia a fiori sotto un vestito grigio le mani nodose, così vecchie che sembra che le abbia rubate ad un novantenne, mi dice sussurrando ma molto decisamente di farlo entrare, obbedisco ma non so nemmeno perché, a questo punto ogni possibilità merita di essere considerata, a questo punto ogni appiglio è un possibile salvagente in questa tempesta di merda che ho scatenato.
    Il tizio si siede ma prima si alza un po' i pantaloni afferrandoli dalle ginocchia lasciando intravedere dei calzini immondi e orripilanti poi mi guarda e con un accento stranissimo mi chiede se ho una bacinella e se cortesemente potrei riempirla fino all'orlo di acqua, mi avvio a  riempire  un secchio che per comodità spaccerò per bacinella, il tipo nel frattempo ha tirato fuori dalla canottiera un rosario a cui è attaccata una croce gigantesca e mentre farfuglia qualcosa lo stringe fortissimo tra le mani poi si alza e si avvicina a Mia, la odora, la studia con tutti i sensi, la annusa profondamente, indugia in prossimità delle labbra, quasi a volerne percepire il respiro, le tocca le tempie e mentre lo fa socchiude gli occhi, poi le bacia le mani indugiando un po' come se la stesse assaggiando, infine la guarda, la guarda fisso con il suo sguardo che adesso non è più vuoto ma pieno di ogni tipo di demone che ha abitato l'inferno, il tipo tossisce e poi mi dice di strappare il sigillo, me lo urla quasi ringhiando,  mi indica con quel dito nodoso che sembra il ramo di un albero, io lo cerco nei cassetti, alla fino lo trovo e riesco a strapparlo mentre lo faccio lui prega, prega e si dondola sulla sedia mentre guarda Mia che a sua volta più per una questione di mira guarda lui.
    Attimi di infinito silenzio, in cui l'aria era densa e spessa, come se avesse un peso specifico maggiore a quello del metallo, attimi di infinito silenzio e di odori acri di sudore che sarebbe rimasto intrappolato in quella lega metallica che erano diventati l'ossigeno e l'anidride carbonica dentro la stanza, attimi infiniti, perversi e dannatamente relativi.
    Mia che apre gli occhi. e guarda il tipo che era stravolto dal suo rapporto diretto con il suo Dio, o chi per lui, poi guarda me e mi chiede cosa è successo. Io resto li con un secchio in mano riempito fino all'orlo, il tizio respirando e tossendo mi dice che l'acqua non serve, mi aveva mandato a fare qualcosa per evitare che rompessi il cazzo con un miliardo di domande. Risoluto il tipo, vestito di merda ma risoluto lo ammetto, poi con una cortesia che non gli sospettavo mi chiede se per favore posso fargli un Thé, rispondo di si, ma mi sento un totale idiota, l'aria si sta rasserenando adesso è solo pesante come un macigno.
    Dopo il Thé sembrava che in quel lasso di tempo non fosse successo niente,Mia sorrideva con i suoi denti storti, il tizio parlava e raccontava che pregare era più che altro una sorta di esercizio della respirazione, in realtà Dio in quella situazione non ci era affatto entrato, o per meglio dire non Dio nella sua forma più arcaica e letterale, il tizio era Inglese si chiamava Mick,e quando sorrideva gli si scuotevano le ossa, Mia ogni tanto senza farsi notare mi chiedeva chi fosse quel tipo, io gli rispondevo alzando le sopracciglia, in poche parole Mick sapeva come influenzare l'universo attraverso i sigilli ma non lo aveva più fatto dopo una serie di incomprensioni che si erano verificate, diceva che i sigilli sono fallibili, che l'Universo è si influenzabile ma mai come pensiamo di influenzarlo, in poche parole è una truffa, si ha la chiave per risolvere un enigma che non appena si vede attaccato cambia di colpo lasciandoti nella vastità della tua idiozia. Mia non capiva, Mia sorseggiava Thé e si chiedeva il perché di tutte quelle piaghe che stavano guarendo e cicatrici che si stavano rimarginando, dopo un paio di ore Mick studiò Mia per un paio di minuti poi sorrise rivelando una serie di denti di cui è meglio non parlare mai più, poi si accese una sigaretta e ci salutò.
    Io non so se voi sapete che rumore fa una testa di cazzo perversa spaccata in due, quello che nemmeno io sapevo che la testa di cazzo era una testa di cazzo importante e perciò dopo un paio di settimane mentre dormivo accanto a Mia, che da un pezzo ormai aveva ricominciato ad amarmi a modo suo, ma sorprendentemente dopo tutto quello che avevamo passato sembrava il modo migliore del mondo, e soprattutto Mia aveva riconquistato i suoi occhi che adesso non erano più vuoti.
    Una notte, buia e tranquilla la porta dell'ingresso si sgretolò letteralmente sotto i colpi delle forze speciali, che con una maleducazione leggendaria svegliarono me, Mia ed il gatto che però si limitò a guardarli e a girarsi dall'altra parte, lui aveva un alibi, lui era un gatto, io No.
    E quindi eccomi qui, questa è la mia storia, tra pochi minuti mi accompagneranno in una stanza sterile con un vetro trasparente, tra poco un prete mi benedirà, un secondino mi saluterà e qualcuno mi disinfetterà il braccio con un batuffolo di cotone imbevuto di disinfettante, Entrando dentro la stanza saluterò tutti, questo è il piano l'Universo ha deciso così, è buffo riflettere sul fatto che saprei come evitarlo, mi basterebbe un pezzo di carta e una penna.
    Un passo dietro l'altro, ho deciso di mostrare coraggio, che senso avrebbe implorare ? morirò tra poco tanto vale mostrare un coraggio belluino, tanto vale mostrare un campionario di palle infinito, qualcuno disse che se bluffi devi farlo fino in fondo, qualcuno aveva ragione, nella grande stanza bianca c'è un'aria leggera, dietro il vetro ci sono i genitori della testa di cazzo, alcuni giornalisti e seduti in fondo come al cinema ci sono Mick e Mia, mi fanno un gesto, mi salutano Mia non piange, Non sarebbe giusto, Il Gatto non è venuto, avrà avuto da fare, ah ma poi ve l'ho raccontata la storiella dell'Orso ? non ricordo dove l'ho sentita: Allora ci sono due tizi in un bosco, ad un certo punto arriva un Orso gigantesco ed incazzato, i due amici si guardano preoccupati dopo di ché uno dei due si abbassa per legarsi le scarpe l'altro gli dice ma come puoi sperare di correre più veloce di un Orso ? e l'altro risponde non dell'Orso, mi basta correre più veloce di te. 

  • 14 maggio alle ore 12:05
    Pin-Up e Norimberga

    Come comincia: Entrarono in Alba con occhi di sonno.
    Uno si fece il segno della croce, l’altro niente.
    La gente in strada gli gettò uno sguardo discreto, poi più niente.
    L’aria condensava sui vetri delle finestre: tempo strano, a tratti soffocante, più spesso freddo.
    “Giustizia è stata fatta.”
    Tirò su col naso: “Norimberga. Non sono convinto.”
    Tacquero. Attraversarono le stradine stando attenti a calcinacci e finestre pericolanti.
    “All’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
    “Dove Hitler diede di matto: chi te l’ha raccontata questa balla?”
    “Nessuno in particolare. Si dice in giro, tra le fila dei nazionalsocialisti.”
    “Ce ne sono ancora, a volto scoperto?”
    Presero a ridere piano.

    Aveva l’aspetto di un’osteria, però mancava l’insegna e le finestre tutte rotte.
    Grida e odori di spezie.
    Entrarono, ma la porta non c’era e gli stipiti neanche.
    Dentro era tutto molto spartano: tavoli grandi e spaziosi apparecchiati, senza tovaglie.
    Trovarono un tavolo libero, si accomodarono senza che nessuno dedicasse loro uno sguardo.
    “Beppe, ce l’hai una?”
    [trans]
    Beppe era pelato, i pochi capelli rimastigli li aveva rasati a zero: il naso era lungo e affilato come il becco d’un corvo. Era di Asti. Tutti i suoi erano stati di Asti e lì erano morti per guerra o malattia. Poi era scoppiata la Seconda e Beppe aveva lasciato i campi dell’astigiano, aveva preso in spalla lo zaino e un vecchio fucile e si era unito ai Partigiani: in un gruppo aveva trovato Leucò, pallido, dall’aria malaticcia, ma aveva la forza di un bue e non era ottuso come l’animale.
    Beppe tirò fuori un pacchetto malandato di Camel americane e lo lasciò sul tavolo: Leucò ne tirò fuori una per sé e un’altra che lasciò sul tavolo e che Beppe subito raccolse fra le labbra. Beppe ritirò il pacchetto in tasca. Accesero con i cerini di Beppe. Respirarono il fumo, lo lasciarono cadere nei polmoni.
    “Buone.”
    “Meglio delle Nazionali.”
    “Quelle fanno schifo. Il Duce non le fumava.”
    “Che ne sai tu?”, buttò lì Beppe: “Mica lo sai che fumava.”
    “E invece lo so.”
    “Sì, sì.”
    Per un po’ Beppe fissò Leucò, con un sorriso di niente; poi Leuco si guardò attorno in cerca di una chellerina per ordinare zuppa calda, una forma di pane e del vino rosso.
    “Senti Leucò, tu che ne dici di Norimberga. E’ davvero finita?”
    Quello tirò su con il naso, poi sputò fumo dalle nari. Sbiancò un poco e alzò le spalle. “Non finisce mai”, si limitò a farfugliare, perché altro non sapeva.
    Beppe si grattò il cranio, spegnendo la cicca sulle assi del tavolaccio. Nell’intanto un donnone: tutt’e due soltanto uno sguardo. Dissero che volevano della zuppa ben calda e pane. E del vino.
    Il donnone appuntò qualcosa a matita su un foglio bisunto, dopodiché ciabattò via sbuffando.
    Leucò tirò fuori un fiato; ci ripensò e rimase in silenzio.
    ”Cosa c’è?”, domandò allora Beppe.
    “Le sigarette… quelle americane sono una cosa, non sono quelle nostre, sono buone.”
    “Già. Gli americani. Ma io non li vedo bene.”
    “Che intendi?”
    “Non sono venuti qui a farsi sbudellare per niente e per darci le Camel.”
    “Però sono venuti. Gli dovremmo essere grati.”
    Beppe sputò sul pavimento in segno di disprezzo: “Nessuno si fa sbudellare così, nemmeno se ci sono i fasci dietro.”
    “Il Duce le portava nel suo boudoir le ebree, le faceva mettere a novanta e dopo che si era sfogato chiamava perché qualcuno se ne sbarazzasse.”
    “Se ne dicono tante adesso che gli è stata fatta la festa al bastardo e a quella puttana della Claretta Petacci.”
    “Sì, tante.”
    Tennero il silenzio per poco.
    “Non arriva ancora la zuppa”, osservò Beppe.
    “La starà facendo quella che è venuta.”
    ”Non l’ho vista bene.”
    ”Non è come le americane. Io le ho viste.”
    “No, tu non le hai viste.”
    ”Ti dico di sì. Gli americani le chiamano pin-up.”
    “Quelle disegnate sugli aerei non sono donne.”
    “E che cosa sarebbero allora?”. E così dicendo tirò fuori da una tasca una figura bisunta: “Questa me l’ha data uno, ha detto che le femmine americane tutte così.”
    “Tu non parli americano”, gli fece notare Beppe. “Quello non può averti detto nulla.”
    “Ha parlato.”
    “Tu parli americano? Fammi sentire.”
    Leucò rimase in silenzio arrossendo, poi squittì: “Però quella lì è vera.”
    “Può darsi”, si limitò a osservare Beppe. E subito dopo aggiunse: “Non sono venuti per farsi sbudellare da tedeschi e italiani. Vogliono qualche cosa.”
    Leucò abbozzò un mezzo sorriso: “Le nostre donne forse!”
    Beppe si passò una mano sulla pelata lucida e ormai bagnata di sudore: “No. Le femmine sono dappertutto.”
    Leucò accusò il rimprovero.
    Beppe lo fissava con occhi a spillo, duri come diamanti.
    “Che pretenderebbero secondo te?”
    Beppe si fece scuro in volto, come se un’ombra gli si fosse incollata sulla faccia per non staccarsi mai più: “Solo il tempo ce lo dirà.”
    “Adesso stanno con noi.”
    “Tu lo capisci l’americano? Io sento solo che parlano, ma non capisco che dicono. Non mi fido.”
    “Che vuoi dire?”
    “La zuppa!”, gridò Beppe a nessuno in particolare.
    “Voglio dire che lo vedremo domani”, spiegò sempre più cupo, con voce spenta: “Si era travestito da militare tedesco. Il porco voleva fare la fuga assieme alla Claretta, verso la Valtellina. Ma a Dongo i nostri Partigiani lo beccano. Che figlio di puttana! Il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra finisce. Ma non finisce veramente. Niente finisce. Data e luogo da ricordare, Leucò.”
    “Lo so anch’io com’è andata.”
    “Se lo sapessi non mi chiederesti delle americane.”
    “Non ti chiedo di loro. Ti dico soltanto che le chiamano pin-up.”
    Mentre discutevano, gli arrivò la zuppa e un forma di pane nero, e una brocca di vino, rosso e denso come il sangue d’un porco appena sgozzato. Il donnone gli mise tutto sotto il naso, poi sbuffando si tirò via, senza prestare orecchio alle chiacchiere dei due.
    Presero a spezzare con le mani il pane, lo cacciarono nella zuppa bollente e quasi più nera del pane: non si capiva di cosa fosse fatta, però andava giù bene nello stomaco.
    Quando le scodelle furono ripulite, Beppe prese la sua fra le mani, con fare cerimonioso quasi fosse il Santo Graal: “La vedi questa? Adesso è pulita. E’ finita, devi capirla la differenza.”
    Leucò fece finta di non capire: “Non lo puoi sapere che non hanno sputato nella zuppa prima di servirtela.”
    Beppe allora sputò nella scodella vuota: “Anche se fosse, adesso il conto è pari.”
    “Hanno cominciato a ricostruire.”
    “Non qui. Alba è dei Partigiani italiani.”
    “Costruiranno.”
    “No, stanno tutti giù, sulle coste. O dalle parti di Salò. In Sardegna soprattutto, e in Sicilia. Quelli c’hanno qualcosa in testa, te lo dico io.”
    “Delle donne hanno preso nel letto alcuni americani.”
    ”Sono uomini pure loro: una donna ti fa dar di matto anche se non lo vuoi. Non si è mai liberi.”
    “Il Governo fascista ha ridato al popolo le essenziali libertà che erano compromesse o perdute; quella di lavorare, quella di possedere, quella di circolare, quella di onorare pubblicamente Dio, quella di esaltare la Vittoria e i sacrifici che ha imposto, quella di avere la coscienza di se stesso e del proprio destino, quella di sentirsi un popolo forte, non già un semplice satellite della cupidigia e della demagogia altrui” (* ), recitò in maniera meccanica Leucò: “Lo ha detto Mussolini da qualche parte.”
    ”E tu l’hai imparato a memoria.”
    ”Ero giovane e pensavo che avrei studiato, che sarei diventato qualcuno. Poi i miei vecchi sono morti e io ho girato in lungo e in largo.”
    ”E’ successo a molti. Non sei il solo.”
    “Non è bello: certe cose mi sono rimaste scolpite nella testa. C’è mancato un pelo, un fascio stava per farmi la pelle, ma io sono stato più veloce. Capisci?”
    “E’ successo a molti, non sentirti speciale per questo.”
    Nell’intanto era arrivato il conto. Beppe guardò con la coda dell’occhio la donna… le cacciò in mano delle monete.
    “Non bastano.”
    “E’ tutto quello che abbiamo. Abbiamo fatto la guerra.”
    La donna si limitò a dargli uno sguardo torbido, quasi fosse abituata a simili battute. Solo aggiunse: “Qui non si fa credito a nessuno.” E si portò via.
    Beppe e Leucò si portarono fuori, gettando nell’intorno fugaci sguardi fra le dense spire di fumo.

    Fuori non era meglio: l’aria era pesante, indefinita, pareva d’essere dentro un limbo dove non si è né vivi né morti. La condensa sui vetri era così spessa che lo sguardo non riusciva a spiare alcun segno di vita al di là.
    In Alba le strade erano dissestate, per terra vermi e sangue ancora fresco. Le campane suonavano di un suono tetro, più o meno volgare. I due camminavano tirando un passo lento di stanchezza, l’uno accanto all’altro.
    “Io dico che quella ha sputato nella zuppa.”
    Beppe diede un sorriso a metà sotto il naso aquilino: “Anche se fosse, oramai l’hai buttata giù. E poi non hai reclamato prima, perché dovresti farlo adesso, non so.”
    Leucò sorrise pure lui: “Sì, mi sa che hai ragione. Però all’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
    ”Tanto tu non la bevi lì “
    “Già.”
    Più passavano avanti più l’aria si faceva pesante, di nebbia.
    “Non è buono questo tempo: si respira male.”
    “E’ il tempo. E’ il tempo.”
    Beppe tirò fuori le Camel, se ne cacciò una in bocca e una la offrì al compagno.
    “Americane.”
    “Americane”, gli fece eco Beppe. “Quelli non sono venuti qui per farsi sbudellare… per questo fumo. Te lo dico io, quelli hanno qualche cosa che gli frulla in testa.”
    “Tu lo sai?”
    ”No. Lo so e basta che è così. Chi vivrà vedrà.”
    Leucò cambiò argomento, di botto: “Hai mai pensato che potresti metter su famiglia?”
    ”No, no. Un uomo nasce libero.”
    ”Perché una donna lo mette al mondo.”
    Beppe non trovò argomenti con cui controbattere, inghiottì un bolo di rabbia e aspirò ben forte il fumo della Camel fino a farsi fumare il cervello. Perse per mezzo secondo il passo, niente di più.
    “Andiamo.”
    ”Stiamo già andando. Siamo al tramonto. E’ bello rosso, anche se c’è la nebbia.”
    ”Non lo so se quello è il tramonto. Potrebbe essere il fuoco di una guerra. O il colore dell’alba.”
    “Non ci avevo pensato.”
    Camminarono in silenzio fendendo la nebbia, andando incontro al tramonto o a qualunque cosa fosse, mentre Leucò confessava a Beppe, in un fil di voce, che lui una famiglia l’avrebbe voluta.
    Finirono i loro passi in Alba con occhi di sonno.

    * (Parole rivolte ai rappresentanti dei Sindacati agricoli in Roma, il 30 Luglio 1925). - V, 124.

  • 07 maggio alle ore 19:57
    Un nuovo universo

    Come comincia: Una mattina mi sveglio e il mondo è dentro di me. Non ci sono tormenti, non ci sono palpitazioni, nessun respiro profondo per poter continuare a vivere. Sono calma, il mio battito è regolare, il mio respiro è fluido. Sono in armonia, il mondo è dentro di me. Non fa paura, non è buio, ma solo luce immensa. Posso contenerlo, perché so finalmente chi sono. Sono in pace, sono viva, sono piena, sorrido alla vita e lei sorride a me. Bastava poco… due occhi profondi dei colori della terra, capelli bagnati dalla notte, labbra come nuvole e mani di acqua e di fuoco. Un corpo si adagia sul mio, un incastro perfetto, pelle su pelle. Due anime che si baciano e si fondono. Non c’è più nulla di mio. Due sogni che si incontrano. Non c’è più nulla di suo. Due sessi che si sfiorano e annegano nel piacere. Un nuovo universo si crea. Il suo mondo è dentro di me. Il mio mondo è dentro di lei. Noi siamo il nostro mondo.  Un mondo incantato e reale come il nostro amore.

  • 28 aprile alle ore 19:10
    Il chiosco "da Turi"

    Come comincia: Sui luoghi di mare che venivano frequentati negli anni '70 a Melito di Porto Salvo e che comprendevano varie zone a partire dalla frazione Pilati per finire ad Annà, menzionerò un chiosco che fin dalla fine degli anni ’60, è stato frequentato da parecchia gente della città ma soprattutto dei quartieri Porto Salvo, Sbarre, S. Leonardo e si chiamava, prima, “da Pennestrì” e poi, alla morte del proprietario, il signor Nino, ”da Turi”, il figlio anch’egli adesso deceduto.
    Questo, rispetto ad altri bar e chioschi che menzionerò fungeva solamente da bar, mentre dal lato opposto, vi era tutte le estati, un capanno dove si vendevano le angurie che la famiglia vendeva anche sulla via Nazionale, nei pressi del bar Serranò (bar nel quale io vi ho lavorato e di cui vi parlerò in seguito, raccontando anche qualche aneddoto) e che ormai non esiste più, sostituito da un albergo sempre gestito dalla famiglia Serranò.
    Una particolarità che aveva questo chiosco rispetto agli altri, era che gli abituali frequentatori ed anche avventori giocavano spesso al “patruni e sutta”, gioco di società o meglio, di compagnia, (anche questo menzionerò parlando del “Checco”), dove lo scopo principale del gioco è quello di bere, magari ubriacandosi, lasciando gli avversari o qualcuno “all’urmu” (all’asciutto); e questo dopo vari trucchi di parole e giochi di squardi e movimenti di bicchieri e bottiglie.
    Il gioco si poteva svolgere sia con la conta che con le carte e con tutti i tipi di bevande.
    Il chiosco era stato fatto tutto nuovo e in legno ed era frequentatissimo anche perché dov'era situato vi era la piazza di Porto Salvo, anch’ essa fatta nuova, di fronte al Lungomare dei Mille e quindi di passaggio continuo di auto e vari mezzi come bici, motorette e moto.        
    Adesso, da qualche anno è stato rimosso completamente dai proprietari. 

  • 28 aprile alle ore 8:50
    I magnifici quattro

    Come comincia: Nulla a che fare col far west, i magnifici quattro erano due femminucce e due maschietti residenti in un condominio  nel lungomare di Milazzo: Giovanni pilota di aerei dell’Alitalia, Tindara (nome di un santuario famoso) moglie insegnante  alle elementari, Guido impiegato presso il locale Comune, Lilla farmacista, tutti vicino alla trentina. Pur dimorando nella stessa scala si salutavano solo di sfuggita, nessuna confidenza anche a causa della diversità degli orari di lavoro. La loro conoscenza si approfondì un estate quando si ritrovarono vicini spaparazzati al sole sulla spiaggia di Tono un angolo appartato detto anche n’gonia (angolo) suggestivo e solitario. I quattro non potevano essere più differenti: Giovanni di madre svedese era alto, biondo, occhi azzurri, 1,85, fisico atletico, un po’ chiuso di carattere, godeva fama di essere ricco di famiglia, Tindara sua moglie era insegnante di educazione fisica, alta,  un po’ mascolina, capelli nerissimi corti, poche tette ma dal bel deretano, Guido classico mediterraneo 1,70, bruno longilineo, sempre sorridente ed allegro, Lilla bionda un po’ più alta del marito occhi azzurri, sguardo da furbacchiona., minuta di fisico ma piena nei punti strategici, molto sensuale. Le due coppie per motivi differenti non erano titolari di pargoli, i primi due per scelta i secondi lo desideravano molto ma senza risultati malgrado i numerosi tentativi, insomma scopavano quasi tutti i giorni. Giovanni aveva dimenticato di portare l’ombrellone (il solito Mammalucco frase di Tindara) e così per non arrostire al sole con molte scuse chiese ospitalità a Guido e a Lilla i quali furono ben contenti di far loro fruire della gradita ombra, certo stavano un po’ troppo vicini… le signore si posizionarono al centro. In acqua quel mattacchione di Guido cercò di abbassare il reggiseno della gentil consorte la quale non se la prese più di tanto, conosceva le qualità  o meglio le propensioni di suo marito per le altrui femminucce e capì che quello era un suo modo per potersi avvicinare alla bella Tindara, non era gelosa altrimenti già da un bel po’ avrebbe lasciato il suo uomo ma ne era troppo innamorata ed accettava qualche ‘svicolata’ del consorte. Giovanni si mostrò indifferente mentre Tindara si fece una bella risata (bel porcaccione tuo marito!).
    Nel lasciarsi sul pianerottolo (i due appartamenti erano sullo stesso piano) i quattro si diedero appuntamento la sera al Lido Azzurro locale sugli scogli molto frequentato con tanta musica in sottofondo e poche luci che invitavano all’intimità. Preferirono usare una sola auto, quella di Guido, una Giulietta, si sedettero in un tavolo appartato lontano dalla musica un po’ troppo rumorosa. Giovanni di ballo non me mangiava proprio e così Guido fu costretto a sobbarcarsi il ruolo di danseur per ambedue le signore con grande suo piacere, privilegiando i lenti… Quando ballava con Tindara strofinandosi un po’ troppo sentiva qualcosa nei pantaloni che aumentava di volume, sbirciava in continuazione Giovanni per vedere le sue reazioni. “Ci scommetto che ci stai facendo un pensierino, non ci riuscirai, Tindara mi sembra tutta d’un pezzo e poi Giovanni potrebbe non essere d’accordo e passare a vie di fatto!” (Parole di Lilla). Fatto sta che Guido arrapato più di un riccio arrapato, appena giunto a casa ‘punì’ la gentile consorte tanto da far dire alla stessa: ”E che cazzo, mi stai distruggendo!” L’estate sta finendo come diceva una celebre canzone e così Giovanni riprese a volare lasciando il tetto familiare per lunghi periodi, Tindara talvolta nel suo appartamento la sera aveva la compagnia di Lilla e di Guido ma quest’ultimo capì che in quella condizione non avrebbe raggiunto il suo scopo e si sentiva a disagio mentre le signore parlavano fra di loro, smise di frequentare l’abitazione dei vicini al contrario della consorte che tutte le sere vi si recava ritirandosi tardi.  Una notte Guido si svegliò sia per il profumo che emanava il corpo della consorte sia perché la stessa sembrava aver pianto, Lilla si era girata di spalle, non chiese spiegazioni non era il momento adatto. Un velo sembrava aver avvolto il volto di Lilla finché un pomeriggio: “Voglio metterti al corrente di quello che è avvenuto: quella sera io e Tindara eravamo affacciate al balcone quando lei  mi ha abbracciato ed ha cominciato a baciarmi in bocca per poi trascinarmi sul  divano dove ha seguitato con le tette e poi sul fiorellino. Io ero completamente istupidita anche perché sinceramente provavo un piacere intenso, mi ha spruzzato addosso un profumo giapponese mi pare fosse il Mi Tsu Quo, così mi ha detto e poi mi ha offerto dello cherry brandy, liquore a base di ciliegie che mi ha mandato su di giri. Ha ripreso a masturbarmi stavolta con un vibratore e nello stesso tempo baciandomi il clitoride. Non so quante volte ho goduto, ho anche pianto, quando sono rientrata a casa ero sfinita. Tindara mi ha confessato di essere bisessuale per un’esperienza di collegio con una sua collega, suo marito ne è al corrente. Da allora non ci siamo più incontrate, è stata un’esperienza travolgente che però mi ha lasciato dei segni, non ne ero preparata, tutto qua, spero mi perdonerai.” Guido era tutto un punto interrogativo, quale perdonare in fatto di sesso aveva una mentalità molto aperta: “Sei e sarai sempre il mio grande amore, abbracciami, ti starò sempre vicino.” Intanto lo zozzone…pensò bene di far volgere a situazione a suo favore, ti pareva, ma come fare? Un pomeriggio prese il telefono e rivolto alla consorte: “Vorrei chiamare Tindara…” Lilla malgrado quell’avvenimento non aveva perso il senso dello humor e abbracciando il marito: “Lo sapevo dove volevi arrivare amore mio preferisci anche la mia presenza o…” Stavolta fu Guido ad essere preso di contropiede, sapeva della mentalità aperta della consorte nei suoi confronti ma non sino a quel punto. “Vedi…veramente…io…” “Ho capito vai da solo, darò io un appuntamento a Tindara per conto tuo per dopo cena, che ne dici?” Che cacchio doveva dire , si trovò un’avventura sfiziosa in un piatto d’argento, certo sua moglie doveva amarlo alla follia per aver accettato di dividere suo marito con un’altra, un bacio profondo di ringraziamento. Cena leggera senza alcolici, in pigiama a sopra una vestaglia, Tindara era stata avvisata ed aveva accettato, forse voleva provare qualcosa di diverso con un altro uomo, forse suo marito da quel lato…La dama aprì la porta e in silenzio condusse il futuro amante direttamente in camera da letto, nello stereo musica di Mozart, la baby aveva gusti sofisticati. La pugna un classico: baci in bocca, sulle tette, e poi alla vista di ‘ciccio’ un ohhh…evidentemente suo marito ce l’aveva più piccolo. La immissio penis fu un successo, la baby era un lago, ‘ciccio’ era arrivato sino al collo dell’utero e col suo schizzo aveva portato Tindara alle stelle. Madame pensò bene di mettere in mostra il suo repertorio col vibratore nel popò, doppia goderecciata, Guido non aveva mai trovato una siffatta furia erotica. Ritornò a casa mezzo intontito sotto lo sguardo irriverente della consorte, era sabato poteva dormire sino al mezzogiorno successivo. Vi pareva che la storia potesse finire così? Ma quando mai, Guido: “Che ne dici di invitare a cena un sabato Tindara, in arte culinaria sei molto brava , ti farai onore!” “Mi sa che vorresti fare onore pure tu ma in un’altra arte o sbaglio? “ Nessuna risposta. Un  menù favoloso: cozze in brodetto con prezzemolo e aglio, gamberi sgusciati arrosto, frittura di alici, avvoltini di pesce spada, insalatona mista, vino Verdicchio dei Castelli di Jesi molto apprezzato dalle due signore che ne avevano fatto un po’ abuso e con la conseguenza che Guido si trovò in mezzo al letto matrimoniale assediato da due furie che a turno lo accarezzavano, lo baciavano in bocca e su ‘ciccio’ infilata a turno in tutti e due i buchini delle signore sino a quando Tindara lasciò il campo e Morfeo ritenne opportuno prendere sotto la sua ala protettrice i due coniugi. La situazione ormai si ripeteva ogni sabato sino al rientro in famiglia di Giovanni situazione che ovviamente cambiò le carte in tavola. Il cotale era così anticonformista da accettare la situazione? Tindara gliene avrebbe parlato boh… Un avvenimento imprevisto: Giovanni proprietario di una Jeep fuori strada propose di domenica una gita sull’Etna imbiancata dalla neve, un diversivo al mare che era stato ben accettato dagli altri tre componenti la combriccola, Tindara non si era sbottonata su eventuali confidenze al marito. Dopo pranzo al rifugio ‘Sapienza’ i due maschietti presero a fumare: Guido la pipa e Giovanni le sigarette sottratte alla provviste di bordo dell’aereo. Tindara allora confessò a Lilla di aver reso edotto il marito dei suoi passati avvenimenti erotici con una inaspettata reazione da parte del compagno: voleva andare a letto con Lilla, beccati questa, il pilota era stato furbo, gli avvenimenti passati non potevano essere cambiati in compenso poteva rivolgerli a suo favore. A casa Lilla mise al corrente il marito della proposta che aveva ricevuto, fu un colpo per Guido, mai si sarebbe aspettato di dover diventare cornuto consenziente, una possibilità mai presa in considerazione, entrò in profonda crisi immaginando quello che avrebbe fatto sua moglie, gli venne un forte mal di pancia, dicono che l’intestino è il secondo cervello, quanto mai vero, era diventato geloso lui da sempre dichiarato anticonformista! Un avvenimento fece cambiare idea a Guido, Lilla si presentò con un assegno di €.30.000 firmato da Giovanni. “Finalmente potrò comprare una Mini Countryman Cooper e fare anche un viaggio in un paese esotico, io sono d’accordo.” “Le cosine sono tue …”fu la sorprendente risposta di Guido, ormai si era reso conto dell’ineluttabilità dell’avvenimento, d’altronde si trattava di pareggiare con le relative consorti. Nel condominio del palazzo lungomare di Milazzo ormai il sabato era diventato un giorno di grandi avvenimenti e così Lilla si recò a casa di Giovanni mentre Tindara prese a fare compagnia ad un Guido scuro in viso e niente affatto erotico tanto che…andò in bianco. Dopo un paio di ore Lilla ritornò nella sua magione distesa e sorridente, Tindara prese la via del ritorno nella sua e Guido si guardò bene dal chiedere i particolari dell’incontro erotico a sua moglie. Ma il  Fatum, dio romano del destino, doveva ancora presentare il conto al buon Guido. Un giorno Lilla si presentò con un assegno in bianco consegnatole da Giovanni. “Mi ha detto che puoi metterci una cifra a tuo piacimento, vorrebbe incontrarti…” Guido era rimasto senza parole, situazione assolutamente da lui non prevista e non accettabile, ci teneva alla sue natiche ed a quelle mirava il buon Giovanni, se lo poteva scordare! Ad buon fine scrisse sull’assegno la cifra di 100.000  €. con una gran risata sicuro che l’interessato non l’avrebbe firmato. E invece Lilla di ritorno a casa: “Giovanni ha strappato quell’assegno…” “Lo sapevo, stronzo!” “Ma me ne ha lasciato un altro firmato per la somma, vedi tu.” 500.000 €. una pazzia, quello era fuori di testa con quella cifra poteva comprarsi mister muscolo! Lilla prendendolo in giro: “il coso è tuo!” scimmiottando la precedente frase di Guido. ‘Pecunia non olet’ (Guido aveva frequentato il classico) ma per guadagnarsela doveva sacrificarsi e non riusciva ad immaginarsi…I giorni passavano e Lilla disse al marito che Giovanni doveva ritornare a bordo del suo aereo e quindi doveva prendere una decisione. Con un colpo di testa Guido decise per il si, in fondo sin trattava di mettere dei paletti a quell’incontro che poteva essere un’esperienza irripetibile e forse, dico forse, piacevole. Giovanni aprì la porta, sotto la vestaglia niente solo il suo fisico muscoloso ed un coso non molto grande ma in erezione, bell’inizio. In sottofondo notturni di Chopin, la musica classica era di gusto comune in quella casa. Un brindisi con lo champagne, uno spinello novità per Guido che giudicò piacevole e poi i paletti: “La mia bocca off limits, d’accordo?” “Bien”. Giovanni alla vista di ‘ciccio’ moscio di Guido rimase un po’ deluso ma quando lo prese in bocca ben presto si accorse della sua enormità ed espresse il suo pensiero con mugolii di contentezza. (Sicuramente gli stewart di bordo ce l’avevano più piccolo!) I due finirono sul lettone matrimoniale, Guido per la prima volta in vita sua prese in mano due testicoli ed un membro non suoi, non grosso come il suo ma molto duro, il signore era arrapatissimo e ben presto ebbe un orgasmo riversando lo sperma su un tovagliolino poi si girò di spalle e dopo aver ben lubrificato il suo buchino posteriore prese in mano il membro  di Guido e con molta fatica e qualche gridolino riuscì a farsi penetrare. In fondo era un buco come quello delle femminucce, così si consolò Guido e prese a muovesi sin quando godette alla grande ma siccome ‘ciccio’ era ancora ‘ben dur’ (più tardi vi spiego questo termine) seguitò ad agitarsi all’interno del sedere di Giovanni che pareva arrivato al settimo cielo e prima che Guido godesse prese il membro in bocca ed ingoiò tutto lo sperma. Talvolta la curiosità ma soprattutto la pecunia ci portano a voler provare sensazioni nuove non fisicamente definibili. Giovanni girò il corpo di Guido mettendolo di lato, lubrificò il suo buchino posteriore e lentamente ma inesorabilmente lo penetrò. Guido per la prima volta provò quell’araba fenice sempre  teoricamente conosciuta  ma mai provata che era il doppio gusto: mentre lo penetrava Giovanni prese pure a masturbarlo e così Guido provò quella sensazione della goderecciata che dovette ammettere era decisamente piacevole. Poi fu di nuovo la volta del popò di Giovanni che dopo l’ennesimo orgasmo  alzò bandiera bianca e rimandò a casa uno spompato Guido che trovò le due signore che bellamente stavano baciandosi; si rifugiò in camera da letto per un giusto riposo. Quell’amicizia particolare durò nel tempo: Guido si comprò una Ferrari di seconda mano e giustificò in ufficio quell’acquisto con il lasciato di uno zio d’America, Lilla sfoggiava vestiti di lusso con gran invidia da parte delle colleghe. Vi rendo edotti del ‘ben dur’. L’espressione é tratta dal poema erotico di Stecchetti ‘Ifigonia’ in cui un cortigiano si chiama ‘Allah ben dur’ per le sue qualità del suo pene!

  • 27 aprile alle ore 19:25
    Poeti e non

    Come comincia: Leggo Pavese una volta al mese, Pirandello se non vola l'uccello, Calvino quando riposo nel mio giardino, cerco rifugio in Alfonso Gatto quando mi dicono che sono matto e provo a immaginarmi un'altra vita sognando tra le positive note dei Negrita. Non esiste orario nelle giornate di un visionario, mi appassiona Sepulveda perché mi fa sperare che tu ancora ci creda, Saramago lo leggo nei periodi di stato brado, Nice quando finisce la centrifuga della lavatrice, Sossio Giametta quando non ho fretta, Eckhart Tolle se mi sento molle, i poeti minori quando resto chiuso dentro con il mondo fuori, Amelia Rosselli quando penso ai tuoi capelli, Catalano quando tutto l'universo sta racchiuso in una mano, Montale quando sto veramente male, Leopardi quando fatico a incrociare sguardi, di Quasimodo, Cardarelli, Ungaretti, ho ricordi vaghi, pensieri ristretti. Beppe Salvia mi fa compagnia mentre si essicca la malva, Pasolini lo leggo quando rivedo il film Uccellacci, uccellini, Bufalino quando indosso il parrucchino, Betocchi lo leggo se mi si chiudono gli occhi, Fortini se non devo cambiare pannolini, Pascoli se mi fermo ad Ascoli, Sanguineti quando spruzzano fertilizzanti nei frutteti, Corazzini e la Merini quando piangono i bambini, Zanzotto quando indosso il cappotto, Cappello quando mi dicono che sono bello, Impastato se mi fermo a pensare in che condizioni è ridotto questo Stato, Malaspina se sono carente di serotonina. Ascolto De Andrè mentre pedalo sul pavè e se invece cammino su dei prati, tra fontane e ruscelli, leggo Bruno, Telesio e Machiavelli, perché ritengo sia sempre meglio prendere la vita con filosofia, me lo hanno insegnato Lino Banfi, Totò e tu quando te ne sei andata via.

  • 26 aprile alle ore 20:34
    Marilyn Monroe al collasso

    Come comincia: Saluto. Salutavo la folla che moriva ai miei piedi.
    Il giorno splendeva, per finta. Era il sole alto in cielo e stava esplodendo. Atomico.
     
    Ricordo però com’era bello andare a scuola e perdersi fra le grida felici delle ragazze. Erano così belle. Erano così giovani. Non potevano proprio rendersi conto che era tutto finto, che presto ogni spensieratezza sarebbe morta ai miei piedi.
     
    Tricky Dick Nixon stirava la sua vistosa stempiatura con la brillantina. Sorrideva sempre, vendeva il Paese agli Americani: gli vendeva la sua Bugia e la faceva diventare la Loro. Niente di più semplice, niente di più complicato. Ma Tricky Dick era un comunicatore nato. Ed intanto le ragazze mi guardavano e mi trovavano intelligente, quasi carino. Sorridevano al sole e alla pazzia atomica che era nel suo grembo.
    I Bee Gees suonavano sul piatto: il disco era bello, melanconico, “New York Mining Disaster 1941”.
    In piazza si gridava Dio è morto.  E si gridava che sarebbe risorto nel mondo che faremo. Io giravo con le tette al vento e lasciavo che tutti i maniaci toccassero con la loro nuda mano quant’erano sode. C’era quel disco, quella melodia che s’incastrava nel cervello: i Bee Gees. Ed io già allora sapevo che presto sarebbe stato tutto un gran casino.
    Una matricola m’ha offerto un po’ di peyote. Ho rifiutato di lasciarmi allucinare. Ho invece accettato l’invito d’una bella bambina vergine che con me voleva fare all’amore. Sono stato nel suo letto devastato da un terremoto di peluche, e ne sono uscito dopo dieci anni di matrimonio e un milione di piatti spaccati sulla testa. Mi sono guardato allo specchio: non ero invecchiato, non esteriormente; l’anima però non si riflette mai, l’anima è un vampiro, e succhia, succhia il sangue senza che uno abbia tempo d’accorgersene, non a occhio nudo comunque.
    In Vietnam si moriva: lo sapevo, ascoltavo sempre tutte le ultime notizie. E sapevo che in America non si stava meglio. Ed ero cosciente del fatto che il mio appartamento era tappezzato di pulci. Sapevo che ogni mia parola era ascoltata e valutata. J.F.K. era già morto e sepolto da una lunga pezza: era così bello in televisione quando salutava la folla che l’acclamava, pareva un Apollo sceso in Terra. Non so dire se fosse il Salvatore, però insieme a Miller amò pure lui la morte, la tragicità di Marilyn Monroe. E Charles Manson lo sapeva che sia Kennedy che Miller avevano amato sotto la gonna di Marilyn.
    La mia bibita è piena di caffeina, di bollicine: è una Coca, in bottiglietta. Il tappo l’ho conservato insieme a mille altri: ho una collezione di tappi, però le bottiglie le ho sempre buttate nella spazzatura.
     
    Adesso sul piatto suona “Stayin’ Alive”, sempre i Bee Gees. Poi “Night Fever”. Ho la Febbre del Sabato Sera e non so davvero chi potrebbe curarmi da questa malattia. Non reggo il Sabato e la Febbre: mi curo con “Suzanne” di Leonard Cohen, e mi lascio fare la barba dalla sua voce di rasoio. Quando morirò - molto presto, lo so - voglio che mi trovino bello, così lascio da parte i Bee Gees per Cohen. LORO ascoltano tutti i miei dischi: ho l’appartamento pieno di pulci e lo sanno come la penso, e non mi perdoneranno mai perché ho avuto il coraggio di dirmi Libero in un paese di Schiavi. Peccato non abbia la forza di volontà di Spartacus. Però ho la pistola di William S. Burroughs: reggo il suo peso fra le mie mani. In Tv danno un film con Marilyn Monroe: la sua gonna è al vento, il suo sorriso è profondamente rosso e aperto in una ferita. Non ho alcuna possibilità di farcela: raccolgo la mia collezione di tappi e la faccio fuori, la getto dal balcone, e i tappi prendono il volo, diventano farfalle dai mille colori. Col pensiero dico addio a tutto ciò che ho profondamente amato e odiato. Dico addio. Ho la pistola di W.S. Burroughs e un matrimonio che m’ha lasciato solo e dolorante. Ho la voce di Leonard Cohen che mi conforta un poco.
     
    Il sole non splende più: è al collasso. Si sa. Non inganna più nessuno. O quasi.
    E’ Atomico ed esploderà presto, molto presto: un proiettile in canna.
    Salutavo. Saluto la folla ai miei piedi. Saluto mentre riposo comodamente dentro a una cassa da morto. E’ bella, è di mogano. Ai miei è costata un occhio della testa. Adesso, non lo possono negare che sono al Centro dell’Attenzione. Non lo possono più negare che sono il migliore, che sono libero. La folla di ragazze muore ai miei piedi: non c’è donna che non si strappi i capelli fra le lacrime. Sono una Star, una Stella del Firmamento al Collasso. Sono Marilyn Monroe e il Vento della Sua Gonna.
    Saluto. Saluto con la mano pallida e fredda.  
     
    Adesso non lo possono più negare. Ogni giorno uno nuovo; ma domani non è detto.
    Il sole è esploso quando ho premuto il grilletto e ho lasciato libera la pallottola d’invadere questo universo che ho sognato per Voi.
     
    Saluto. Saluto. Saluto tutta la folla. E’ un sogno. E’ un film. Saluto sempre…
     
    [pellicola strappata]

  • 25 aprile alle ore 18:12
    Bock

    Come comincia: Niente fissa una cosa così intensamente nella memoria

    come il desiderio di dimenticare.
    (Michel de Montaigne) 

    È uno spettacolo da fermare per sempre in un dipinto, pensò Pietro, guardando con lo stupore di un bambino la linea perfetta dei suoi monti. Il tramonto, quella sera, sembrava voler sfidare la maestria di un pittore, con quelle sfumature di colori che solo la mano della Natura sa creare.

    Lo osservava dalla radura dinanzi al piccolo chalet in legno che ormai da sette anni era la sua abitazione e dalla quale gli sembrava di poter abbracciare cielo e terra, al sicuro, felice del solo fatto di essere vivo. Scodinzolando, gli si avvicinò, con l’ andatura resa lenta e misurata dall’ età, il vecchio   Bock e andò a leccargli il dorso della mano rugosa,  poggiata sul bracciolo della robusta sedia a dondolo.

    Ci unisce molto più che un’ affezione naturale, amico mio! disse Pietro a voce alta, accennando un sorriso. Il fedele compagno gli rispose agitando più velocemente la coda e regalandogli un’ altra generosa leccata alla mano.

    Calava la sera. Il bestiame era già nelle stalle e tutt’ intorno non si sentiva altro che qualche tardivo fruscio di uccelli tra i rami. Fiorrancini, cappellacce e calandri, qualche fanello, in cerca del loro nido; e ancora coturnici tra i cespugli e le rocce che contornavano, un po’ più in basso rispetto alla radura, il terreno di proprietà.

    In lontananza, attutito dalla distanza, ma tuttavia rassicurante, il suono della campana del paesino a valle, tornato alla vita anch’ esso, dopo quella terribile notte di terrore e di morte.

    Ricordava, come fosse avvenuta in quel momento, ogni cosa. Anche il più insignificante particolare di quella notte, del giorno precedente e del successivo gli si era stampato nella mente indelebilmente. Avrebbe preferito dimenticare, ma si sa, niente fissa una cosa così intensamente nella memoria come il desiderio di dimenticare.

    All’ epoca in cui si verificarono gli accadimenti di cui diremo, Pietro faceva l’ allevatore alle falde dei Monti della Laga, poco fuori dal confine del Parco Nazionale. I pascoli là sono magnifici, per la presenza di innumerevolisorgenti perenni, distribuite sin quasi sulle vette, che alimentano la circolazione superficiale delle acque. Il territorio, a differenza delle altre montagne dell'Appennino centrale, è verdeggiante e ricco d'acqua durante tutto l'anno.

    Per tutte queste ragioni, da almeno tre generazioni, la sua famiglia viveva lassù curando una piccola azienda di allevamento: solo otto mucche e una ventina di pecore da latte, e Bock, un magnifico tornjak di tre anni, a guardia del bestiame e della casa.

    Chiamarla “ casa” sarebbe sembrato quasi ridicolo a chi giù in paese possedeva un’ abitazione con più di un piano, più di due stanze, con un vero bagno, attrezzato come si deve, con quei piccoli, indispensabili confort che ti rendono la vita facile. Ma a Pietro bastava: una costruzione in pietra grezza, col tetto in tegole rosse (il suo orgoglio!), due vani, di cui uno piuttosto grande, in cui trovavano posto insieme la cucina, con il tavolo in legno massiccio e tre sedie, una minuscola libreria con pochi libri, tutti già letti più volte,  e il suo letto, da sempre accanto all’ ampio e robusto camino, sulla cui mensola, ricavata da una massiccia trave di castagno, erano allineate alcune foto di lui bambino con suo padre e sua madre, là, sulla collina, dove sorgeva da generazioni la loro piccola azienda. Sulla cappa, ingrigita dal fumo, troneggiava un antico pendolo a muro, coi suoi rintocchi regolari a scandire giorno e notte con straordinaria precisione il quarto, la mezza, i tre quarti, l’ ora. Un compagno affettuoso, inarrestabile e severo. Non si spreca il tempo, amava ripetergli spesso suo padre, il tempo è lavoro, ma anche guadagno, è fatica, cui segue un giusto riposo, è vita che scorre, vita sudata, ma è pur sempre vita. L’ altra stanza, quella dei suoi genitori, era occupata soltanto dal letto matrimoniale, due comodini, una sedia a dondolo (dove sua madre riposava per l’ intero giorno, gli ultimi tempi, prima che la morte si portasse via anche lei). Su una delle pareti si apriva, di fianco alla finestra che dava sul retro, una stretta porticina, che immetteva nel bagno, uno stanzino minuscolo, arredato con i servizi igienici essenziali.

    Dopo la morte dei genitori, Pietro era rimasto là, a curare il bestiame, scendendo in paese per le spese necessarie, per una bevuta al bar con gli amici, per passare una volta al mese da Gianni, il barbiere. Non si era sposato, perché non era riuscito ad amare nessun’ altra donna, dopo Laura, e lei si era trasferita a Ferentino coi suoi, quando ancora erano poco più che due ragazzi. I loro destini avevano preso strade diverse, divergenti per necessità. Tuttavia non soffriva della sua solitudine, perché in effetti non era mai solo: c’ erano i suoi animali e Bock e gli amici in paese e la Natura: aveva tutto, insomma.

    Il giorno prima che tutto accadesse, così come il precedente, le sue otto mucche avevano prodotto meno latte del solito, con gran disappunto di Michele, il casaro, che veniva a ritirarlo quotidianamente, risalendo volentieri col furgoncino dal paese fin lassù (il latte di Pietro era speciale per le ricotte e il pecorino, che andavano a ruba). Le pecore, dal canto loro, gli avevano reso complicatissima la mungitura, spostandosi in continuazione sulle zampe. Adelmo, il ragazzo che lo aiutava ogni giorno in questa operazione, non si capacitava di quell’ agitazione delle bestie e un paio di volte ebbe a dire, rivolto al padrone: “ Se fanno così anche domani, sor Pie’, io qua non ci vengo più ad aiutarti”.

    Le mucche mostravano un’ insolita irrequietezza. Si aggiravano nell’ ampio pascolo quasi a vuoto, ruminando lentamente pochi ciuffi d’ erba, levando di tanto in tanto sordi muggiti. Anche le pecore avevano uno strano comportamento: sollevavano spesso il capo, rimanendo come in ascolto, girando gli occhi tutt’ intorno, per poi tornare a brucare distrattamente l’ erba. Bock le teneva raccolte, come per impedire loro di allontanarsi dal centro del prato verso la staccionata, abbaiando inaspettatamente senza una valida ragione e intervallando l’ abbaiare con guaiti lunghi e inquieti.

    La sera Pietro aveva avuto un bel da fare per riportare nelle stalle gli animali, soprattutto perché Bock sembrava non volerne sapere di aiutarlo in quell’ operazione, che pure era così abituale per lui e in cui era un vero maestro. Invece di spingerle verso i ricoveri, sembrava far di tutto per tenerle fuori, e aveva abbaiato rabbiosamente quando le porte della stalla e dell’ ovile erano state chiuse dal suo padrone.

    In casa, poi, dopo cena, quando ormai era scesa la notte ed era giunto il momento di addormentarsi per entrambi, Bock non riusciva a stare fermo. Ad intervalli irregolari, si sollevava sulle zampe anteriori e aguzzava le orecchie, come ad ascoltare rumori che solo lui poteva sentire. Pietro, infastidito dalla difficoltà di addormentarsi e già col pensiero all’ alba, che sarebbe arrivata ben presto col suo carico di fatica, gli ordinava con tono di rimprovero di accucciarsi una buona volta; e la povera bestia, intimorita, tornava a stendersi sulla sua rozza stuoia, ma per risollevarsi nervosamente subito dopo, magari solo per guaire sommessamente. La storia andò avanti per gran parte della notte.

    Il pendolo aveva già suonato le due. A Pietro restavano poche ore per riposare, poi avrebbe dovuto affrontare una nuova giornata gravida di lavoro. Ma quella notte, forse a causa del caldo insolito, forse a causa dell’ insonnia, gli pareva davvero diversa da tutte le altre.   Dalla stalla, poco distante dall’ abitazione, gli arrivavano a tratti strani rumori; come un tramestio di zoccoli sul pavimento in terra battuta o l’ urtare contro le sbarre in legno che sovrastavano le mangiatoie. Dall’ ovile, di tanto in tanto, qualche belato.

    Non era mai successo, inoltre, che il suo cane si comportasse in un modo così strano, pensò Pietro, avvertendo dentro di sé una sorta di sconosciuto disagio, una sensazione fastidiosa di paura del buio e della notte, che mai, in tanti anni, aveva avvertito, neppure immediatamente dopo la morte improvvisa del padre e quella, inattesa e troppo ravvicinata, della madre.

    Il suo letto era proprio di fianco al camino, spento in quell’ agosto caldo e un po’ afoso, persino lassù in montagna. Un’ aria insolitamente tiepida e umida scendeva giù dalla canna fumaria, diffondendosi tutt’ intorno nella stanza e Pietro, sveglio e agitato dall’ insonnia, l’ avvertì con grande fastidio. Sentì chiaramente il pendolo che scandiva il primo quarto dopo le tre e poi la mezza.  Il sonno non arriverà più per me stanotte, pensò, al colmo dell’ irritazione. Calcolò tre o quattro minuti, basandosi sul ticchettio particolarmente sonoro della lunga barra di ottone che oscillava nell’ oscurità. Poi si volse a guardare l’ ora, risalendo con gli occhi dal grande medaglione al quadrante: le tre e trentacinque.

    Fu allora che Bock si alzò di scatto sulle zampe, drizzò le orecchie, guaì con le mascelle serrate, poi cominciò a ringhiare sordamente e infine abbaiò così forte, che Pietro balzò giù dal letto, terrorizzato. Gli urlò più volte di smettere, poi, esasperato, gli assestò una pedata, che lo mandò a sbattere di peso sulla piccola libreria lì accanto. Alcuni libri si rovesciarono sul pavimento, aprendosi a ventaglio.   Bestemmiò anche, Pietro, assestando un pugno sulla mensola del camino. Due foto di famiglia caddero a terra e il vetro delle cornici si sparse dappertutto, ridotto in mille pezzi. Ma Bock continuava ad abbaiare, correndo all’ impazzata dal letto alla porta e dalla porta al letto, nello sconcerto del padrone, ammutolito e immobile al centro della stanza. Finché gli si avventò addosso, azzannandogli  il braccio fino a farlo sanguinare e lo trascinò a forza verso l’ uscio. Al colmo dell’ ira, Pietro lo spalancò, per far uscire all’ aperto quella bestia rabbiosa, che non riconosceva più.

    Era ancora immobile sulla soglia, quando ebbe la strana impressione che la lastra di pietra si stesse sollevando sotto i suoi piedi, mentre  un sordo boato, come di tuono,   proveniente dal ventre profondo della terra, invadeva il silenzio oscuro della notte.

    Per un centinaio di secondi, lunghi come ore, la radura, le stalle, la casa sembrarono perdere ogni legame col terreno, che continuava ad oscillare come fosse un enorme tappeto scosso da mani gigantesche.

    Cadde a pancia in giù sul prato antistante la casa, mentre tutt’ intorno si mescolavano i rumori più diversi: il fragore assordante delle mura in pietra che si sbriciolavano alle sue spalle; lo scricchiolare delle assi del tetto, che si spezzavano e crollavano l’ una sull’ altra, quasi fossero bastoncini di un gigantesco shanghai, portandosi dietro le tegole spaccate, il comignolo con la banderuola di ferro, i vetri delle finestre. E in quel frastuono spaventoso, il muggito alto delle mucche e i belati disperati delle pecore nelle stalle, ripiegatesi su se stesse, come castelli di carte che crollano sul piano di un tavolo urtato sbadatamente.

    Un dolore acuto al capo gli incollò al suolo la faccia. L’ ultima immagine che gli rimase impressa negli occhi, spalancati dal terrore, fu quella delle cime dei monti, danzanti nella luce irreale della luna. Infine, su di lui e su tutta la radura caddero il buio e il silenzio.

    Si risvegliò che ormai l’ alba imbiancava il paesaggio. Sentiva la lingua umida di Bock che gli raschiava le guance e quel dolore acuto alla testa. Portò a fatica una mano nel punto di maggiore dolenzia e la ritrasse macchiata di sangue, già un po’ raggrumato. Gli ci vollero pochi secondi per mettere a fuoco l’ accaduto, mentre il ricordo di ciò che era avvenuto poche ore prima si stagliò chiaro e particolareggiato nella sua mente. Ebbe paura di voltarsi indietro a guardare, perché già immaginava cosa avrebbero dovuto vedere i suoi occhi. E infatti, non appena ebbe trovato la forza di guardare dietro le sue spalle, gli si parò dinanzi, ridotto in un ammasso informe di detriti, tutto ciò che aveva rappresentato per lui la vita: la casa in macerie e tra di esse, pressoché intatto, quasi una beffa del destino, il robusto camino con il pendolo bloccato sulle tre e trentasei; le stalle con la copertura crollata, e tuttavia ancora vive in quei muggiti che si levavano nell’ aria rarefatta dell’ alba. Bock gli stava accanto, gli leccava le mani, guaiva e abbaiava, rivolto alle stalle, come a dirgli che bisognava alzarsi da terra, farsi forza, soccorrere gli animali, liberarli dalle travi e dai detriti, rassicurarli coi gesti e con la voce, perché, dopotutto, erano vivi, come lo era lui, il loro padrone.

    E Pietro si fece forza, si rialzò da terra, disperato e dolorante, piangendo come un bambino, terrorizzato al pensiero del domani e del suo futuro, insicuro ormai su ogni cosa, solo con i suoi animali  in mezzo a tutta quella devastazione.

    Non aveva mai pregato né riuscì a farlo in quel momento. Ma nel frastuono assordante dei pensieri che gli invadevano il cuore e la mente, sentì, come se appartenesse ad un altro, la sua voce che ringraziava Dio per avergli lasciato il bene più prezioso, la vita.

    La distruzione che lo spaventoso sisma di  quella notte aveva provocato giù in paese e nei dintorni, le innumerevoli vittime, il dolore dei sopravvissuti, gli interventi della Protezione civile,  delle Unità cinofile e dei volontari, impegnati nei soccorsi, le operazioni di sgombero delle macerie e i piani di ricostruzione riempirono per mesi le cronache dei quotidiani, i notiziari, i dibattiti politici dell’ Italia e del mondo. Poi era iniziata la ricostruzione e con essa il reale ritorno alla vita, alla speranza di un futuro fatto di tranquilla quotidianità, di maggiore sicurezza, di tentativi più o meno riusciti di voltare pagina e iniziare un nuovo capitolo della propria esistenza.

    Da tanto dolore, forse, siamo usciti addirittura arricchiti dentro, pensò Pietro, accarezzando la testa pelosa di Bock.

    Forse, chissà, siamo diventati un po’ più umili, più consapevoli dei nostri limiti, più riconoscenti verso Dio.

    Forse   riusciremo, dopo questo immane disastro,   ad avere maggiore rispetto per l’ ambiante che ci circonda, per questa terra in cui viviamo, ma che non ci appartiene, che ci è data in usufrutto e che abbiamo il dovere di conservare per le generazioni che verranno.

    Forse riusciremo a dimostrare una maggiore umanità e una sincera compassione per il nostro prossimo, per chi è meno ricco e fortunato di noi, per gli animali, anche, che ci amano incondizionatamente, e che noi spesso non esitiamo a maltrattare e ad abbandonare.

    Tu, per esempio, non mi hai mai abbandonato, amico mio -   disse rivolto a Bock, che pareva starlo ad ascoltare - Tu mi hai salvato. 

    Il vecchio tornjak agitò più velocemente la coda, preso da una sua qualche istintiva felicità, e gli leccò ancora una volta il dorso della mano rugosa,  poggiata sul bracciolo della robusta sedia a dondolo.

     

  • 25 aprile alle ore 14:14
    Il mio caro angelo

    Come comincia: Le guardo il culetto.
    E lei mi appioppa uno schiaffo.
    Perché?
    Non lo so, non di preciso.
    So solo che adesso mi guarda male. Si è messa di fronte a me con occhi di brace. Un bel ceffone, non c’è che dire. Non me lo sarei mai aspettato, non da una bella ragazza. Così giovane poi.
    Sono allibito. Forse è disgustata da me, da un uomo di quaranta anni che ha osato ammirare il suo lato B.
    Provo un po’ di vergogna.
    Non dico una parola.
    Le cinque dita mi bruciano la guancia.

    Dentro di me so d’essermela meritata la figura di merda.
    Abbasso lo sguardo, di brutto, contrito.
    Lei resta di fronte a me a testa alta. Il suo sguardo inquisitorio posso sentirlo penetrarmi l’anima.
    “Sai solo guardare? Parla!”, ordina lei.
    Non so che dire.
    Ho paura che mi molli un altro ceffone. O peggio, un calcio dritto sui gioielli di famiglia.
    Rimango muto.
    Faccio per sgommare via, ma lei mi stoppa subito ficcandomi la lingua in bocca.
    Mi bacia per un minuto buono.
    Non sono mai stato baciato con così tanto ardore. Fossi morto in quel momento sarei stato felice. Io baciato da un vero angelo.
    Raccoglie la mia mano nella sua gentile: “Andiamo”.
    Non ribatto.

    Come una coppia di innamorati camminiamo lungo via Roma. Poche parole.
    Si ferma davanti a un portone, quello di casa sua: “Sali!”
    Fa tutto lei. Mi spoglia. E poi si spoglia anche lei, in velocità. Niente inutili spogliarelli. E mi monta a dovere lasciandosi accarezzare il bellissimo sedere, perfetto. Una pesca di carne. Di amore. Di lussuria.
    Lo facciamo fra le lenzuola bianche, ansimando. Una unione carnale più che spirituale. Ma anche d’amore.
    Ci sbattiamo nell’amore perché lei ne ha voglia. Perché in strada io ho ammirato il suo culetto con desiderio non nascosto. Perché sia io che lei siamo soli, bisognosi d’incontrarci, di medicare la nostra solitudine.
    Con dolcezza baci, carezze e sesso.

    Solo dopo averlo fatto a lungo e ripetutamente prendiamo a parlare un po’ di noi. Lei ha lasciato il suo ragazzo, che l’ha tradita con un’altra. Io invece un cane randagio in cerca d’un po’ d’affetto.
    Ci raccontiamo le nostre storie centellinando un caffè caldo che lei, Sarah, ha preparato con la moka. Mangiamo fette biscottate spalmate di marmellata di fragole.
    Alla fine gli e lo chiedo: “Perché quello schiaffo?”
    Sarah arrossisce. Si è fatta bellissima, più di qualsiasi angelo delle mie fantasie.
    Un po’ imbarazzata risponde: “Ero incazzata, non con te. Non schiaffeggio gli uomini perché mi piace. Non sono quel tipo di donna lì… Ma ero incavolata e tu mi avevi guardato il fondoschiena”.
    “Mi spiace”.
    “Non c’è bisogno di dirlo. E’ naturale che un uomo guardi certe cose in una ragazza, purché non si spinga oltre se lei non ci sta”.
    Bella e intelligente. Diavolaccio, mi sto innamorando, proprio io che non ho mai creduto all’amore a prima vista.
    Devo osare: “Perché siamo qui?”
    Sarah si fa seria seria: “Perché sei un sognatore. Te l’ho letto dentro. E uno come te è sempre un uomo solo”.
    Rimango senza parole, accennando un sì con il capo. Nutro una paura terribile. La paura di perderla, perché adesso sì… Gli e lo confesso al brucio: “Ti amo”.
    Non mi aspetto niente. Ma non posso tacere. Le cose belle capitano una sola volta nella vita, se sei molto molto fortunato.
    Sono pronto a beccarmi uno schiaffone o una sfuriata tutta al femminile, con lacrime e strali di genuina repulsione.
    Sarah si avvicina a me, lasciando scivolare a terra la leggera vestaglia: “Ti piaccio?”
    “Sì”.
    “Perché?”
    Non ho bisogno di pensarci su, la risposta è nella mia anima che aspetta solo di essere liberata: “Perché nessun’altra mai ha capito così tanto di me”. Mi sfugge un colpo di tosse: “E perché ho capito tutto di te, con tutti gli errori che un uomo fa quando crede d’aver compreso l’anima d’una donna”.
    Gli occhi di Sarah si fanno dolci. Dolcissimi.
    … ho trovato Dio grazie a uno schiaffo.

  • 25 aprile alle ore 11:28
    Lo sguardo crudele

    Come comincia: - Il suo sguardo è la conferma di un giudizio prevenuto o la conseguenza di una delusione istantanea, causata dall'impressione delle mie fattezze, del mio aspetto?
    - E’ solo il mio modo abituale di iniziare un contatto.
    - Ma nei suoi occhi non c’era il distacco di chi ama sentirsi padrone, quel distacco che ora vorrebbe simulare, da pessimo anfitrione. Il suo aspetto contrasta totalmente con l’immagine che me ne ero formata, anche se già da tempo nutrivo un presentimento opposto che, peraltro, non mi impediva di raffigurarla, ogni qual volta il suo nome scorreva nella mia mente, sgradevole, bassa, tarchiata, con un biancore fra le tempie, allegrotta, petulante, irreprensibile, una donna ancora giovane che non suscita però nessun desiderio fisico. Forse soltanto il nome mi ha ingannato.
    - Mi lusingano le conclusioni che ne traggo.
    - Non è certo per lusingarla che ho sprecato il mio fiato, non ne ha alcun bisogno poi. - - L’ho fatto perché sono ossessionato dalla mia stessa immagine, perché sono stanco di essere tradito dagli specchi bugiardi. Lo specchio s’intende sempre col desiderio che ci pone dinanzi ad esso, diviene lo schiavo di tale desiderio e con esso si accorda per beffare l’obiettività della ragione. Mi rendo conto che questo svelamento trancia di netto ogni opportunità minima di raggiungere il mio scopo, perché lei ora o, per simpatia, cercherà di non sviare da quel binario uniformemente dritto che le sta nascendo in mente o, per accresciuta antipatia, corromperà col disprezzo le sue affermazioni.
    - Ne deduco che non avrebbe ormai alcun senso proseguire nel nostro strano dialogo, o meglio monologo, nato solo da uno sguardo comune col quale non credevo di scatenare un’eruzione, come dire, di energia repressa. Se vuole un consiglio franco, si faccia curare! E’ necessario che riacquisti la fiducia negli specchi, anche se spesso mentono; è necessario che eviti questo marasma di contorsioni mentali per un nonnulla, se non vuole continuare a farneticare all'infinito, senza sosta.
    - All'infinito?
    - Certo! Non conta il tempo nella pazzia. Se non ne è convinto, mi trovi una sola differenza tra l’infinito e il nulla. E’ inutile che si sforzi, non la troverà mai! A meno ché non si accontenti di banalità a se stanti, di presunzioni stupide senza alcun fondamento, di pregiudizi pur giustificati dalla prassi, una prassi che non guarda, rifiuta di guardare un centimetro al di là dei suoi stessi limiti.
    - Lo sa che mi sorprende? Non solo credevo che lei fosse immersa totalmente in questa prassi, ma che fosse anche contenta e soddisfatta di se stessa e dell’intero mondo che la circonda. Lo sguardo iniziale era allora una resistenza, un tentativo per evitare di invischiarsi nella rete! E nella rete c’è caduta, ahimè! Non appena ha effettuato lo strappo più violento. Mi dispiace, non era nelle mie intenzioni. L’odio che mi porto dentro non si nutre di violenza, perché non ne trae giovamento. Non la inganni il mio aspetto cinico: è una maschera che vorrebbe parlare a chiunque la scruta per dirle quanto il male e il bene siano indifferenti a quel volto che essa nasconde. Forse è la maschera del mio volto più vero. Non mi segue più? So dove vaga la sua mente attraverso la fissità dei suoi occhi. Si svegli! Mi creda, non servirebbe a nulla. Cosa vale un minuto di parossismo nei confronti dell’eternità degli attimi che si susseguono un istante dopo? Un minuto: ecco tutto il tempo che potrei offrirle! Un minuto di pazzia.
    - Potrebbe essere sufficiente.
    - Dove?
    - Qui, tra questa mezza porta socchiusa.
    - C’è andata molto vicina. Preferisco l’ascensore. E’ all'antica e ci impiega esattamente un minuto dal quarto piano sino giù in garage.
    - Ok.

    Ti prego non perdiamoci ora in quelle banalità di maniera, anche se questa volta non mentirebbero. Mi disturbano. Sto male dopo. Mi eccitano, vorrei sfogarmi, ma è meglio reprimerle, credimi. Zitta. Lo so, lo so, sii forte, sarebbe come masturbarsi. Dormi. Pensa invece a quel minuto in ascensore, ascolta il tuo corpo che freme ancora. Lo sento attraverso il raso nero. Respira calmo, come il mare di una notte d’agosto, paralizzato dinanzi ai fili di luce stellare che svaniscono nel suo seno e attende placido il mattino, il risveglio della luce. Ecco brava dormi! Non pensare a me. Per me è lo stesso parlare di carogne miasmatiche che asfissiano una cella di due metri quadri, dove due bestie umane si divorano per un pugno di merda. Fai bene a sognare, dolce creatura, lo vedo. Sogna, sogna più che puoi, sogna tutta una vita se ci riesci. Tutto il resto è sporco che presto intaserà i canali della tua fantasia docile. La fantasia reagisce con la merda, si trasforma e diviene un cane infuriato, cocciuto e sterile. Sogna, resisti, non destarti. Me ne starei una vita intera accanto al tuo corpo che dorme, nella lunga e dolce attesa di raggiungerti. Lascia che ti sfiori le caviglie con un gettito d’orgasmo tattile, che sale dolce su, con il raso, sino al pube umido e rigonfio di peluria morbida, un cuscino di mille fili d’oro in armoniche catene, e su su a divergere i due margini di seta, su in un letto di ventre sino al seno turgido di vita, appena corrotto da due verdi affluenti sanguigni che si snodano simmetrici, sotto i capezzoli a riposo, in un corto ventaglio di rami.
    Di quanti baci coprirei la tua bocca socchiusa! Più di quanti ne ebbe Lesbia da Catullo nella più lunga notte. Ma le mie labbra sarebbero veleno se uccidessero il sonno, che non so più a chi appartiene.
    E tu sei come un cucciolo adorabile che respira col pancino e s’accuccia con il muso nel risvolto dei calzoni.
    Sei una fatina celeste consapevole di essere rimasta vittima dei tuoi stessi incantesimi, ora che al mio fianco nuda mi sorridi.
    Ah, se ogni sguardo crudele celasse sempre un’estasi così piena, così densa di nettare divino, in attesa d’invadere chi la liberi dalla sua cella di cera, inviolabile nella sua delicatezza, ma fragile, anche se dipinta d’ingannevole cornice metallica.
    Ti stai spegnendo luce divina. Pian piano calano i tuoi larghi raggi e alla tua ombra rinforna la monotonia di sempre, la nuda realtà deprimente di un tappeto lurido di polvere.