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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 25 dicembre 2016 alle ore 16:40
    CLINICA SANTA GNACCHERA

    Come comincia: Forse il nome non è appropriato per una clinica in quanto santa Gnacchera sarebbe il trentasei agosto e il detto popolare recita: ‘ti sposerò il giorno si santa Gnacchera’, tradotto: mai. Siccome il suddetto luogo di cura esisteva a Messina lungo la circonvallazione da molto tempo, nessuno era in grado di sapere chi gli aveva affibbiato quell’insolito nome,  a parte ciò quel luogo di cura era molto quotato per la sua professionalità. Proprietaria una ditta di Bologna il cui direttore selezionava personalmente i suoi collaboratori. Le infermiere che  interessano il racconto: Giada bruna che più bruna non si può, ventitreenne nubile il cui nome si riferisce ad una pietra miracolosa e poi Aurora, pari età,  bionda tipo svedese che voleva significare luminosa, splendente, un toccasana per l’umore dei ricoverati. In ultima si era aggiunta una brasiliana bruna Malika, significato regina, che tale dava l’idea con il suo  aspetto.  Come era giunta a Messina ad esercitare quella professione? Con il matrimonio con un anziano medico della clinica ora in pensione, amico del proprietario. Un bel trio non c’è che dire, le signorine erano diventate molto amiche a dispetto di coloro che affermano la difficoltà delle donne di far amicizia fra di loro. Diciamo la  loro era un po’ particolare , particolare in quel senso, ma oggi nessuno se ne meraviglia più anzi è un sintomo di distinzione. Come era accaduto che Alberto M., maresciallo della Guardia di Finanza era entrato in contatto con le cotali? Molto semplice era: il capo di una pattuglia di finanzieri che era andato in clinica per effettuare una verifica fiscale. Anche l’Albertone non passava inosservato: altezza metri 1,80, fisico da atleta, viso sempre sorridente e, in aggiunta,una certa disponibilità finanziaria proveniente dalla famiglia di origine, insomma un bel partito. Ma anche lui aveva commesso un errore come l’ispettore Rock di Carosello, l’ispettore non aveva mai usato una certa brillantina con la conseguente perdita dei capelli, Alberto non aveva usato un preservativo con Anna con la conseguente nascita di Arianna, deliziosa bambina ora di sedici anni, bruna e furbacchiona come la madre. Alberto aveva acquistato un villino sul mare, a  S.Saba in cui raramente ‘metteva il naso’ la consorte conscia dell’uso che ne faceva il marito. Anche lei era una donna di ampie vedute con la conseguenza che si passava qualche capriccio sessuale con qualche collega d’ufficio del Genio Civile, insomma un a coppia moderna, aperta e ben affiatata. Talvolta si scambiavano notizie sulle rispettive conquiste con grandi risate e con la complicità della loro figlia ben più grande di mentalità rispetto alla sua età. “Papà mi fai conoscere la tua ultima conquista, come si chiama?” “Amore mio ci sto studiando, sono tre…” “Esagerato, ricordati i tuoi quarant’anni, non sei più un ragazzino!” Alberto aveva fondato con Giada e con Aurora una specie di sodalizio non nel termine iniziale di addetto al culto di divinità particolari, anzi di divinità non se ne parlava proprio per la idiosincrasia di Alberto per il divino per lui inventato di sana pianta dai vari portatori della parola di dio ma di amicizia profonda oltre che materiale per i loro rapporti sessuali a due ed anche a tre senza sciocche gelosie, un caso più unico che raro. Luogo di incontri: per la ‘pappatoria’ il ristorante di Nicola, capo cameriere Salvatore, locale sul lago di Ganzirri ben frequentato dalla élite messinese e per la parte sessuale la villetta di S.Saba ben arredata e confortevole, calda d’inverno e fresca d’estate. All’inizio rapporto a due e poi a tre  con la complicità di un fuori del comune senso dello humor che, con l’arrivo di Malika avrebbe portato una nota di novità, e che novità, nel terzetto! Primo incontro a quattro ovviamente al ristorante. Nicola:”Vedo amico mio che è aumentata la compagnia, posso avere il piacere…” “Malika questo signore è il padrone del locale, ci proverà con te come ha fatto con Giada e con Aurora con scarsi risultati, vero amico mio?” “Se tu mi fai una rèclame all’incontrario..vi lascio alle cure di Salvatore il quale non meno curioso:“ Se la gioventù vale qualcosa, io sono più giovane del padrone e più dotato…” “Salvo pensa al pesce e non  a quello tuo ma quello pescato a mare!” La battuta fece sorridere il terzetto. Quasi alla fine della cena Alberto si accorse che un piedino, fra l’altro non molto piccolo, stava ‘sfruculiando’ la sua patta con la conseguenza che ciccio…Alberto fece finta di nulla e l’interessata (Malika) si ritirò in buon ordine, appuntamento la mattina successiva, domenica, nella villetta di S.Saba. La Jaguar del padrone di casa giunse per prima poco dopo raggiunto nel parcheggio dalla 500 Fiat delle ragazze e poi tutti in spiaggia a godersi il sole, era luglio avanzato. Solita routine: bagno doccia, pranzo portato da casa dalle ragazze e poi  Aurora e Giada all’unisono: “Preferiamo lasciarvi soli, questa è la nostra sorpresa.” Appena soli Alberto prese l’iniziativa, bacio in bocca profondissimo, lungo , sensuale, piacevolissimo e poi le tette sensibilissime,la padrona parve raggiungere l’orgasmo e poi la cosa più importante il buchino anteriore…ma quale buchino , Marika era dotata di un bel cazzo, peraltro di dimensioni fuori del comune e già in posizione…Alberto fece un salto all’indietro, non era facile sorprenderlo ma in questo caso…Nessun commento per un bel po’ e poi: “Quelle due puttanelle potevano avvisarmi…” “Ti avevano promesso una sorpresa e questa è la mia sorpresa, io posso essere sia donna che uomo, sta a te scegliere” e mostrò ad Alberto un sedere favoloso da buona brasiliana. Il nostro  eroe,preso di coraggio, si insinuò con una certa fatica nel bel popò ricambiato da movimenti della padrona che fece provare all’Albertone una goderecciata sui generis mai provata. Della cosa, al rientro in famiglia la consorte Anna (ed anche la figlia Arianna che ascoltava dietro la porta della camera da letto) seppe del fatto, insomma tutta la famiglia fu messa  al corrente con una poderosa presa in giro da parte delle due femminucce che mise alle corde il povero Alberto al quale la consorte Anna chiese di fargli visitare il suo didietro: “Sei sicuro che…” “Andate a farvi fot…re madre e figlia!” Per il finale, non c’è bisogno di tanta fantasia, il ‘tombeur des femmes’ divenne anche tombeur di un ‘trans’ con grande soddisfazione da parte di tutta la combriccola aumentata di numero.
     

  • 22 dicembre 2016 alle ore 21:01
    I Natali

    Come comincia: Era arrivato l'ennesimo natale.
    Tutti i natali da sempre mi davano un senso di apatia, scaturito da cosa non lo capivo, ma ogni volta che si avvicinavano le festività mi incupivo, diventavo scostante e nervoso, sentivo un peso alla bocca dello stomaco che mi bloccava il respiro e mi creava uno strano senso d'ansia mista a tristezza e allora la voglia di scappare da tutto quello sfarzo fatto di luci musichette e vetrine addobbate prendeva il sopravvento.
    Negli ultimi anni tutto questo si era man mano accentuato, facendo diventare quei pochi giorni quelli più pesanti di tutto l'anno.
    Questo mio stato fisico e mentale mi innervosiva in maniera prepotente, perché non riuscivo  pur sforzandomi, a capire da cosa potesse scaturire quel mio malessere[...]

    Forse erano i preparativi, l'albero di natale, le luci, le vetrine addobbate a festa o la gente indaffarata a cercare i regali meno peggio per i loro parenti e per qualche amico. Forse era quel vai e vieni caotico, quel essere felici a tutti i costi, forse erano le persone che scendevano giù in Puglia per festeggiare con le proprie famiglie, sì forse era quello.
    I locali in quei giorni si riempivano di ragazzetti e ragazzette universitarie che scendevano dopo pochi mesi vissuti in città del nord parlando con accenti e cadenze dei luoghi dove da poco si erano trasferiti per  studiare. Forse era quello, forse era la loro finta esuberanza, la loro falsa felicità che mi innervosiva.
    Forse era il sentir continuamente gente appena tornata al paese, parlar continuamente di quando sarebbero scappati via, Quella falsa voglia di tornare al nord, ingrati.
    Forse era quello, forse però.
    Dico forse perché questo stato di apatia, malinconia, insofferenza, in realtà lo covavo dentro sin dall'età tardo adolescenziale, ma anche da prima direi[...]

    Allora per combattere questo mio stato, partivo, andavo in vacanza, staccavo la spina, resettavo mandandomi a cacare volontariamente altrove, lontano da quelle false felicità tutte uguali; ma poi ritornavo e tutto era uguale, immutato.
    Stato di apatia festiva.
    Ricordo un natale del '83, Fabbri, era ora di pranzo, continuava a giocare con l'aeroplanino dalle mille musiche e dai mille colori, regalo ricevuto la notte precedente, ricordo che ci chiamavano per mangiare e ricordo il piede di mio cugino schiacciare e distruggere l'aeroplanino sotto gli occhi esterrefatti di fabbri, così per pura cattiveria. Un colpo serio per un bambino, credo che quella immagine rimase impressa nella sua testa per anni.
    Ricordo la notte che dal novantanove ci avrebbe portato nel duemila, nel nuovo millennio, decisi che diversamente da chi sarebbe andato in qualche piazza io sarei rimasto a casa, solo, con una bottiglia di jack e un televisore dove avrei visto il nuovo millennio in tutti gli stati del mondo. E così feci.
    Ricordo tanti natali fuori di cervello, ricordo tanti natali e capodanni noiosi e interminabili[...]

    Ricordo altri natali tristi a lavoro mentre tutti gli altri si divertivano.
    ricordo il primo natale da single separato.
    Era arrivato l'ennesimo natale, tutti i natali da sempre mi davano un senso di apatia, non capivo il perché.
    Anche questo mi mandava in low battery[...]

  • 16 dicembre 2016 alle ore 20:58
    Natale con i tuoi

    Come comincia: Lia fermò l’auto davanti alla casa dei suoi genitori, ma non scese subito. Rimase per un po’ a guardare attraverso le finestre illuminate. Non era così sicura di voler suonare quel campanello. Non aveva idea di come sarebbe stata accolta e se sarebbe stata accolta, non si vedevano da otto anni. L’addio era stato violento, rabbioso, se n’era andata sbattendo la porta gridando che non l’avrebbero mai più vista, inseguita dalle urla di suo padre: te ne vai? bene, non tornare. Adesso se ne stava lì, a spiare un’intimità che non le apparteneva più. Si guardava attorno timorosa che qualcuno che la conosceva la notasse. Continuava a fissare lo specchietto retrovisore, ma la via era deserta. Menomale, pensò, era già molto difficile così, se poi qualche vicino l’avesse riconosciuta e interpellata, lei sentiva che sarebbe scappata. Il buio della sera le era complice. Il prato davanti casa era sempre uguale, in lontananza un paio di costruzioni nuove, i pini marittimi silenziose sentinelle, e nella sua mente il profumo acre della resina, il sapore dei pinoli che lei da piccola si mangiava golosa dopo aver rotto i gusci col martello. E quando era stanca di mangiarli li raccoglieva in una scodella e li portava a suo padre per il pesto alla genovese. Lia scacciò i pensieri dell’infanzia e tornò a fissare le finestre illuminate sorpresa di non notare alcun movimento di persone. Eppure era la vigilia di Natale e in casa, oltre ai suoi genitori, avrebbero dovuto esserci anche sua sorella e suo fratello. Che avessero cambiato le loro abitudini? Si sentiva inquieta. Non aveva più avuto né cercato di avere notizie. Una volta sola, qualche anno prima, aveva sentito sua sorella che le aveva riferito quanto il loro padre fosse ancora adirato. Nessuno in casa aveva più nominato Lia quando lui era presente, ma quando lui non c’era, la mamma esprimeva tutta la sua angoscia. Lia aveva pregato la sorella di tranquillizzare la mamma e poi non si erano sentite più neppure per telefono. Che silenzio, pensò Lia, cosa faccio? Ormai sono qui e devo trovare il coraggio. Cosa mi può capitare? Il peggio sarebbe di essere mandata via. Pazienza. Devo mettere in conto anche questo. Scese dall’auto e poi, esitante e col cuore in tumulto, premette il pulsante del campanello. Non rispose nessuno, e allora provò ancora, più a lungo.
    -Un momento! Che diamine, eccomi.
    La voce di sua madre: sempre uguale, sottile e spazientita. Lia sentì immediatamente la commozione invaderle il petto. Non voglio piangere, si disse, non devo piangere. Cercò di ingoiare le sue lacrime. Ebbe ancora l’impulso di fuggire, ma nel frattempo la porta si era aperta. Troppo tardi per scappare, sua madre era lì, impietrita, davanti a lei.
    -Mamma...
    Le due donne rimasero immobili, gli occhi negli occhi. Lia si accorse di quanto i capelli di sua madre fossero diventati più bianchi e il suo viso fosse solcato da rughe profonde, troppo profonde per la sua età. Nel suo sguardo non c’era nessun rimprovero, né ira, né rifiuto. Troppo emozionata per riuscire a parlare, allargò soltanto le braccia per accogliere la figlia, e fra le braccia della madre Lia sentì sciogliersi la pietra che le opprimeva il petto. Sollievo e benessere la consolarono mentre si godeva l’abbraccio così inconsapevolmente desiderato da tanto tempo, e lacrime che ormai poteva lasciare uscire senza imbarazzo le rigarono il viso.
    Sua madre la condusse in casa e si sedette sul divano accanto a lei.
    -Dimmi di te Lia, dimmi di questi anni.
    E intanto le accarezzava una spalla, togliendole premurosa invisibili fili di lana dal cardigan, per poi scendere con le mani ad avvolgere le sue e stringerle. Lia pensò che anche da piccola sua madre le sistemava sempre il golfino d’angora, lo spolverava da imperfezioni inesistenti, le metteva a posto il colletto della camicetta, poi le passava le mani sotto le gonnellina blu plissettata per tirare bene giù la camicetta. Tutte le domeniche la vestiva così per la S.Messa delle undici, la messa grande. Si raccomandava che non sporcasse le calze bianche e le scarpe alla bebè appena spalmate di lucido bianco. Poi le metteva in mano il velo e il libretto delle preghiere e la affidava alla Carla, la vicina di casa, la sartina ventenne che l’accompagnava in chiesa. La Carla le aveva confezionato il primo cappotto di cui Lia avesse memoria: un cappottino di lana bouclè blu che l’aveva fatta sentire una principessa. Lei la prendeva per mano e la teneva vicina a sé in uno dei banchi più vicini all’altare nella chiesa sempre affollatissima, odorosa di incenso, dove i canti dei fedeli riempivano di echi le navate. “Mira il tuo popolo” era l’inno che Lia preferiva. Anche da adulta, ogni tanto lo canticchiava per conto suo.
    Anche Lia strinse le mani di sua madre.
    -Mamma, non credo sia il caso che io incontri papà, non so cosa potrebbe succedere ma non voglio rovinare il Natale a tutti. Preferirei andare via, piuttosto.
    Sua madre di scatto le voltò le spalle e si avviò al lavandino della cucina. Lì si appoggiò con tutte e due le mani.
    -Non lo incontrerai Lia. Tuo padre non vive più qui già da tre anni. Mi ha lasciata, si è innamorato di un’altra e se n’è andato.
    -Mamma...
    -Non dire niente. Sto bene. E’ passata, ormai è passata. Sto bene.
    In quel momento la porta d’ingresso si aprì e le voci allegre di Angela ed Edoardo riempirono la casa. Lia si alzò e rimase ferma davanti al divano chiedendosi quale sarebbe stata la reazione di suo fratello e di sua sorella quando l’avessero vista. Angela corse ad abbracciarla senza un attimo di esitazione, era nel suo carattere, ma Edoardo si diresse verso la sua camera senza dire nulla. Lui non le aveva perdonato di essersene andata senza tenere conto di quanto lei fosse importante per lui: la sorella maggiore, la sua confidente e amica, il suo punto di riferimento. Edoardo aveva sofferto tanto. Lia non aspettò nemmeno un attimo e lo rincorse in camera per abbracciarlo a lungo con tutto quell’affetto che non aveva più potuto dimostrargli, e il fratello alla fine si abbandonò all’abbraccio, senza riserve. Vieni Edoardo, è pronta la cena, siediti vicino a me, mi sei mancato così tanto!
    L’albero di Natale, le ricette tradizionali di sua madre, le stesse da sempre. Anche quella una continuità che parlava di radici, di famiglia, tutto sapeva di buoni sentimenti. E quante cose da dirsi, dopo tutti quegli anni! Le voci si sovrapponevano nella fretta di raccontare, ogni tanto la commozione prendeva il sopravvento, e qualche frase rimaneva a metà spezzata da un imprevisto nodo alla gola che faceva mancare il fiato. La mezzanotte arrivò in un baleno e in mezzo al tavolo comparvero un panettone e un pandoro. Edoardo andò a prendere lo spumante in frigorifero e si accinse a stappare la bottiglia. I bicchieri di cristallo del servizio buono erano già pronti. Una scampanellata fece sì che tutti si guardassero interrogativamente. Vado io, disse Lia, ed andò ad aprire.
    Lia non incrociò subito lo sguardo di suo padre. Per un interminabile attimo guardò oltre il bavero rialzato del giaccone bagnato dell’uomo. Stava nevicando fittamente e il prato davanti casa era già tutto bianco. In breve tempo il paesaggio aveva cambiato aspetto e lei si ostinava a guardare lontano quasi a prendere tempo e coraggio prima di tornare con lo sguardo al viso di suo padre, ai suoi capelli brizzolati dove piccoli cristalli di neve luccicavano in modo intermittente alle luci appese accanto alla porta d’ingresso. Ebbe alla fine la forza di affrontare l’emozionante realtà e il suo sguardo scese per fermarsi attonito su un fagottino avvolto in una copertina bianca di lana che suo padre stringeva al petto.
    Allora guardò suo padre negli occhi.
    -E’ il mio bambino.
    Com’era tutto diverso da quel giorno tanti anni prima in cui suo padre era entrato in casa raggiante, avete un fratellino bambine, è nato Edoardo.
    Lia cercò di pensare, ma non le era possibile, e comunque non c’era nulla da pensare. Intanto tutti gli altri famigliari erano giunti lì, all’ingresso. Lia sentì che doveva agire subito e non ebbe esitazioni.
    -Mamma, c’è un uomo alla tua porta con un bambino in braccio, sta nevicando. Mamma, devi farlo entrare.
    -Non posso...non posso.
    -Mamma, devi farlo entrare.
    Così dicendo Lia prese il piccolo dalle braccia di suo padre e lo depose fra le braccia di sua madre.
    -Mamma, tu occupati di lui.
    Poi accompagnò suo padre in camera da letto. Hai bisogno di indumenti asciutti, papà, e hai la testa tutta bagnata. Gli asciugò amorevolmente i capelli con un asciugamani, gli diede abiti asciutti approfittando di quei movimenti necessari, per accarezzarlo e tenerlo un po’ stretto a sé. Cercava inutilmente dentro di sé rabbia, rancore, ma si sentiva traboccare soltanto di affetto e tenerezza.
    Molto più tardi nella notte Lia non dormiva. Pensava che a breve la luce del mattino avrebbe portato con sé il giorno di Natale, una giornata complicata di cui non riusciva a prevedere gli sviluppi. Una giornata in cui forse tante parole anche crudeli, anche cariche di risentimento sarebbero state pronunciate un po’ da tutti. Una giornata in cui tutti loro avrebbero avuto molto da accettare. Lei poteva contare soltanto sulla forza dell’amore che provava verso quelle persone, un amore che la lontananza aveva ingigantito e reso granitico. Pensava a suo padre ingannato da una chimera, e anche alla giovane donna probabilmente anch’essa ingannata da una chimera: l’infatuazione per un uomo maturo, che lei aveva scambiato per amore; qualcosa di cui non voleva neppure più il ricordo, al punto di rifiutare il bambino che aveva messo al mondo.
    Però in quella notte magica un padre e sua figlia si erano perdonati a vicenda, e una donna offesa, umiliata, scartata dall’uomo a cui aveva dedicato la vita, aveva preso fra le braccia il piccolo di lui e l’aveva accudito e cullato come se fosse stato il suo. Non era un miracolo?
    Lia si accomodò meglio sul divano e si mise un cuscino sotto la testa. Chiuse gli occhi.
    E’ già un buon inizio, pensò, prima di addormentarsi.

  • 15 dicembre 2016 alle ore 20:54
    Quel pomeriggio di un giorno da caccia

    Come comincia: Un pomeriggio di inizio Dicembre, sara' stato il '01.
    Decido di andarmene a fare un giro per gli affari miei, ho proprio voglia di vedere le bancarelle, di gustare le luci, i profumi, l' atmosfera, di starmene per conto mio ma in mezzo alla gente, a guardare e osservare tutto con la curiosità e l' ingenuità di un bambino e respirare quell' aria tipica di Dicembre.
    La vita sta ricominciando, le cose iniziano a girare, penso anche che i tempi siano ormai maturi per una nuova relazione, mi sto guardando intorno senza preconcetti.
    Così senza fretta arrivo sul molo, ho smania di rivedere il mare dopo settimane di tempo pessimo.
    E' una di quelle giornate invernali abbastanza miti, non si può dire che ci sia il sole ma neppure delle vere nuvole, il cielo è coperto ma c'è comunque una certa luminosità diffusa.
    Il mare liscio ha un colore un po' plumbeo e dove riflette la luce del cielo sembra quasi sia coperto di cellophane.
    Ed eccomi lì, bello rilassato, tranquillo, anche felice, quando mi sembra di vedere una ragazza che conosco, intenta a studiare.
    Ma potrebbe anche non essere lei.
    Mi fermo, guardo e non riesco a capire se sia lei o no, mi secca passare per orso ma anche fare figure oscene, così esito.
    Dopo qualche minuto lei si alza e si allontana con tutta l' aria di andarsene.
    Beh, adesso che è in piedi dal culo non sembra lei, ma le assomigliava parecchio.
    Poi, dopo una dozzina di metri, fa dietro-front, mi squadra e viene verso di me.
    Vorrà da accendere? O chiedermi cos'avevo da guardarla?
    Mi guarda negli occhi e mi dice:
    "Io ti conosco. Tu vieni spesso qui a suonare, sono stata spesso ad ascoltarti...è da tanto che vorrei conoscerti! Sei geniale, hai una gran passione quando suoni!".
    Credeteci o no, (io stesso non ci sto credendo: da dove è uscita questa nuova fan?) queste sono le parole esatte con cui la studentessa sconosciuta si è presentata.
    E adesso? Diretta la bambina, e anche piuttosto carina.
     Il trucco dov'è?
    Le spiego la verità, per quanto poco credibile: l'ho scambiata per un' amica che viene spesso lì ma di non averla fermata per non fare brutte figure.
    Ok, ghiaccio rotto.
    Parliamo per una decina di minuti, sembra una a posto.
    È piuttosto carina,  e questo l'abbiamo capito, ed è abbastanza il mio tipo, dei bei capelli scuri fin poco sopra le spalle, occhi nocciola abbastanza birichini, aria molto sciolta e simpatica, mi sembra di conoscerla da chissà quanto.
    Del resto mi ha messo subito a mio agio, tutto fila liscio e naturale.
    Poi all'improvviso l' impennata: "Mi dai il tuo numero?".
    Wow! Cotto e mangiato, babe! E senza neppure tanti complimenti!
    Non ha il cellulare con sé, così le chiedo carta e penna (ha dietro gli appunti sui quali stava studiando poco fa, l'ho vista!).
    Credeteci o no, l'intrigante moretta si alza la manica della felpa, mi porge il braccio e mi dice:
    "Scrivi qui".
    A questo punto ho in testa un coro di diavoletti glam che ululano Babe's on fire. Sia come sia le incido praticamente il mio numero sull'avambraccio, lo guarda come un trofeo e con un ghigno di sfida mi notifica:
    "Non ti libererai facilmente di me...".
     E chi ha detto il contrario??
    Ci salutiamo e poi, scalza com' era arrivata, lentamente, sinuosamente, se ne va ancheggiando leggermente con gli appunti fra le braccia, un po' studentessa e un po' ninfetta.
    Il coro di angeli glam ormai è diventato Bach vestito da Elvis con una permanente da metallaro anni '80 che salta in piedi sull'organo suonando il solo di Jump.
    Ed eccomi lì incredulo a osservare quel bel culetto allontanarsi ritmicamente mentre mi sto ancora chiedendo che diavolo sia successo.
    Semplice, ragazzo mio: sei stato rimorchiato, proprio come di solito fanno i marpioni piu' sfacciati con le ragazze sul molo nelle sere d' estate.
    E io che non avevo neppure scritto la letterina a San Niccolo'!

     

  • 11 dicembre 2016 alle ore 21:08
    Io, il mare e i sette anni nuovi

    Come comincia: Come si inizia: Si arriva fino alla cima dopo dolorose e faticose scalate. Dopo esser caduti e feriti, dopo aver calmato il sangue che sgorga dalle ferite, e della benda insanguinata se n’è fatto il proprio vessillo, ti fermi a guardare la bellezza dal piccolo spazio sulla cima, e vivi la meraviglia. Inizi l’istante che si dilata e che contiene ogni pensiero fermo, immagini senza suono sfilano, e abbracciato dal senso di pace, guardi il silenzio nel silenzio.

    Ogni momento di vita è davanti ai tuoi occhi e si lascia guardare, scrutare, capire.

    E tu, buon osservatore guardi, guardi te stesso nella luce della cima e ti capisci. Capisci te e la tua vita. Ma dove inizia il tremore del luogo dove sei poggiata?

    Capitolo I

    Io, il mare e i sette anni nuovi

    A. D. 2007

    Cancellavo con i passi l’asfalto che correva dietro me. Turista, mi ero persa, nella periferia della città dell’Arte, nel silenzio di un mezzogiorno di domenica. Palazzi chiari di sole, strade larghe come uno stretto abbraccio; mi fermai stupita del mio stupore e mi sentii leggera, aria dell’aria che respiravo e che mi avvolse. Guardai quel paradiso di quotidiano nascosto alla memoria. Si aprì ai miei occhi curiosi il frontespizio di una chiesa in tutto il suo splendore, lontana dall’eleganza rinascimentale, liscia e chiara, semplice, dai muri color paglia che sembravano pennellate di luce. Entrai.

    Sentii il bisogno di far parte del silenzio sacro di quel luogo, di quelle fiammelle di candele che come mani di un pittore giocoso disegnavano sagome ballerine nella morbida penombra così piacevole e contrastante con la strada accecata dal sole dietro la grande porta. Mi sentii fusa nei colori bruni della chiesa e nel profumo di incenso appena percepibile, mentre da lontano mi raggiungeva un canto che pareva innalzarsi fino a superare il cielo.

    Io, mi sentii in quel canto e come se volassi negli stessi cieli, mi vidi scendere e posarmi sugli scuri pavimenti di San Miniato. L’istante era lo stesso.

     Capitolo II

    Gradini

    2007

    Avevo salito tutti quei gradini arrivando col fiatone al portone, il sole accecante lambiva la scalinata facendola sembrare una gialla collina sbiadita dalla luce, e assonnata scivolava sulla città, l’interno per contro era fresco e piacevolmente ombroso, lo stesso profumo di incenso, lo stesso canto lontano, la stessa luce tremula e fioca di candele votive. La stessa aria disegnata dai giochi di luce. Era Firenze, era il mio viaggio alla ricerca del bello attraverso cui poi, poter vedere me stessa.

    Con un sorriso mesto pensai all’Ara Coeli, ai suoi tantissimi gradini a picco che avevano fatto urlare i muscoli delle mie gambe per poi ripagarmi con l’incanto che fa vivere ogni meraviglia che ci concede di farne parte. Tanti gradini antichi da salire, a Firenze come a Roma, come nella vita.

    Salire i propri gradini antichi e poi dall’alto, guardare.

    Mi abbandonai al presente. Circondata dal bello creato nel tempo grazie alla capricciosa intuizione di grandi artisti in luoghi diversi, mi spinsi nel mercato di San Lorenzo lasciando rotolare il mio corpo sballottato da altri corpi distratti, ubriacata da voci dai suoni ridenti e ondulate in lingue sconosciute.

    Che strano, cercarsi tra la folla, nelle grandi città dove a ogni sguardo, un’opera d’arte si impone altera fra gente che frettolosa zampetta urtandosi. Suoni di clacson rabbiosi, visi deformati dalla tensione, bocche in continuo movimento, spalancate, tristi, ridenti. Voci, voci concitate, voci e rumori di città. Cercarsi tra la folla… forse che i rumori sono tanto forti da non concedere alla mente di formulare un qualsiasi pensiero, forse che il caos esterno ghiacci il proprio e restringendosi conceda spazio all’anima. È così che il vagare per la città tra frotte di turisti, sentendosi un giapponese fra giapponesi col naso all’insù a rimirare e fotografare ogni angolo partorito dall’Arte, può essere illuminante: il frastuono resta sospeso attorno al capo mentre tutto l’essere viene inondato dalla bellezza, il bello dilaga, come acqua pura, come restare immersi in un lago di montagna, come lasciarsi abbracciare dalle colline toscane. E abbracciarle. E si annulla ogni moto dell’anima confusa.

    Ritorno nel rifugio della chiesa e guardo il silenzio che cade sulla città insonnolita della domenica mattina, in silenzio; e mi guardo dentro, nel mio silenzio, poi mi segue sulla strada allagata di sole e mi rende l’eco ovattata dei miei passi solitari in una delicata sinfonia.

     ....

     

     

     

  • 10 dicembre 2016 alle ore 17:20
    UNA PASSIONE TRISTE

    Come comincia: Quale avvenimento aveva portato Alberto M. a spostarsi dalla città di Messina alla dotta Bologna? Un matrimonio che avrebbe avuto un forte impatto sulla sua esistenza: un matrimonio, non il suo che doveva ancora avvenire ma a quello di sua cugina Pina. Pinuccia di cinque anni più giovane di lui era la unica figlia dello zio Antonio e di zia Jolanda sorella  di suo padre. Lo zio Antonio pugliese del nord e precisamente di S.Severo (ci sono pure i pugliesi del sud) era il procuratore capo delle imposte dirette di una città dell’Emilia (preferisco per ovvi motivi non nominarla) e, causa una legge che concedeva a quella carica ampi poteri discrezionali in fatto di contenzioso con i contribuenti, lo zio Antonio aveva ‘fatto i soldi’ come si dice volgarmente e non certo in maniera onesta. Questo gli aveva permesso di prenotare una chiesa addobbata in maniera sfarzosa ed il pranzo in un locale molto alla moda e molto costoso. I presenti non erano certi degli straccioni: le signore avvolte in eleganti abiti, i signori la maggior parte in smoking tranne il buon Alberto che sfoggiava un normale abito scuro. Tra le dame il buon Alberto, vecchio putt...re aveva notato la presenza di una signora che, avvolta in un tubino nero, spiccava per la bellezza fra le altre dame. Sedeva in un tavolo con un signore, non più, giovanissimo, che cercava di attaccar bottone con scarsi risultati. L’Albertone, un forza del suo metro e ottanta e dal fascino ‘a getto continuo’ (cito Petrolini) appena seduto al tavolo ebbe la meglio ed il cotale ‘vecchietto’ non poté far di meglio che ritirarsi in buon ordine. “Di solito apprezzo la faccia tosta delle persone ma oggi non sono di buon umore, mi scusi.” La signora liquidò con queste parole Alberto che, mogio mogio (era stato colpito il suo orgoglio), con un inchino abbandonò anch’egli la postazione. La cerimonia andò avanti sino alle 19, Alberto si accomiatò dagli sposi e con un tassì giunse alla stazione ferroviaria per prendere il, treno che lo avrebbe condotto a Roma per poi imbarcarsi su quello che lo avrebbe portato a Messina. Nel vagone di prima classe cercò un compartimento vuoto ma nell’andare avanti notò che la dama vista al matrimonio occupava da sola un posto in uno scompartimento. Entrò, sistemò la valigia. La tale non gli aveva rivolto lo sguardo ma quando Alberto, per provocarla, accese la pipa: “Spiacente questo non è il vagone dei fumatori e non mostri la faccia del meravigliato, mi ha perfettamente riconosciuta, solo che io non mi sento di conversare.” ‘Cazzo (pensiero di Alberto) una tosta!’ Il silenzio regnò nello scompartimento sino a Firenze. “Gentile signora vorrei aprire il finestrino per ordinare una bibita, non le chiedo se ne desidera una anche lei… “ ‘Cazzo (sempre pensiero di Alberto) che ha da piangere una donna piacevole, alta, capelli biondo-rossi, occhi verde oltremare (non so che significhi ma l’ho letto in qualche parte), nasino delizioso, bocca da…, collo alla Modigliani, tette non troppo pronunziate, altezza superiore alla media, età presumibile quaranta, solo uno stronzo poteva averla fatta soffrire o forse c’era dell’altro.’ “Mi permetta di essere sincero, se la mia presenza la infastidisce cambierò scompartimento…” “Lei non c’entra nulla, sono andata a Bologna al matrimonio di Pina per svagarmi, ho…” altre lacrime cominciarono a scorrere copiose sul viso della dama mettendo in crisi l’Albertone che, con mossa audace la prese fra le braccia e, con sua grande meraviglia fu ricambiato nell’abbraccio, poi ognuno al loro posto sino a Roma. Alla stazione Termini divisero i servigi di uno stesso facchino sino al posteggio dei taxi. “Non ci siano presentati: sono Eloisa L.” “Io Alberto M. e son cugino di Pina.” I taxi erano rari, al loro turno si guardarono in faccia e salirono sulla stessa auto. “Io vado in via Magna Grecia a S.Giovanni, lei?” “Dopo una pausa: “Io avrei dovuto proseguire per Messina…” Gran risata di Eloisa. “Che ci fa qui con me o meglio…credo nel destino, lo invito a casa mia ma non capisca male!”
    Una reggia di almeno duecento metri quadri arredata con gusto, si vedeva la mano di una donna dalla spiccata personalità. “Vada in quella camera, c’è un bagno, si sistemi e poi andremo a mettere qualcosa sotto i denti nel ristorante qui sotto.” Quello che meravigliò Alberto che era entrato in una camera matrimoniale, di solito quella degli ospiti aveva uno o due letti singoli…” “Nando ti presento Alberto mio ospite per stasera, fai del tuo meglio, solo secondi, veniamo da un banchetto di nozze.” “Non sono solita invitare degli sconosciuti, me ne sono meravigliata io stessa ma lei mi dà fiducia cosa per me è assolutamente insolita. Vedo nei suoi occhi tanti interrogativi, provvedo a dirimerli: ho quaranta anni, sposata da venti con Mario professore universitario conosciuto allorché frequentavo la sua facoltà, lui ha dieci anni più di me ma la nostra storia è finita quando l’ho trovato nel nostro letto con una sua allieva, da quel momento non ho più dormito nel talamo matrimoniale dove l’ho sistemata, fine della triste istoria e lei?” “Brigadiere della Guardia di Finanza di stanza a Messina, fidanzato con una insegnante conosciuta nella isole Eolie dove ero al comando di alcuni distaccamenti, ho ventisette anni, il resto lo vede qua.” “Può restare a Roma finché vuole.” “Telefonerò alla mia ragazza, ho una zia che abita a Roma in via Cavour, zia Rosilde vedova un po’ toccata di testa ma è l’unica scusa valida che posso accampare.” “Zia sono a Roma per un congresso, sono in albergo con i miei colleghi, dormirò in albergo ma non voglio farlo sapere alla mia fidanzata, tu stacca il telefono…” “Brutto porcellone sei in compagnia, va bene ti asseconderò!” “È ora di farci coccolare da Morfeo, buona notte.” Alberto stanco prese subito sonno, una doccia aveva contribuito a farlo rilassare. Forse stava sognando nel sentire sopra di sé il corpo di una femminuccia odorosa di un profumo di classe, ma quale sogno, Eloisa se lo stava bellamente abbracciando con la conseguenza che ‘ciccio’ prese ad inalberarsi per poi sprofondare in un tunnel deliziosamente accogliente e vogliosissimo. La storiella durò a lungo sin quando la padrona decise di ritirarsi in buon ordine con un: “Basta!” seguito da un gran sospiro, ne aveva avuto abbastanza! “Non ti preoccupare, non posso avere figli!” Un  noioso raggio di sole prese a colpire il viso di Alberto che fu costretto ad aprire gli occhi per poi richiuderli per rendersi conto di quella strana realtà poi. “Colazione per il signore, penso che debba riacquistare le forze…non dire nulla, ogni parola sarebbe inutile, è successo per mio volere, forse un modo per riappacificarmi con la vita, resta a casa mia finché vuoi, non interferirò nella tuo privato.” Bella proposta  con l’inconveniente di dover cercare una scusa valida per Silvana a Messina, ci avrebbe pensato, per ora sentiva dal profondo di voler approfondire il legame con Eli. “Ti senti di raccontarti, solo se lo vuoi.” “La mia è una storia come tante altre, forse un po’ particolare: ero in un collegio condotto da monache con tua cugina Pina, una stanza con due letti., Una notte fummo ‘visitate’ dalla superiora, giovane svedese molto bella che se ne fregava delle regole monastiche , capelli biondi lunghi, niente cilicio, corpo da mannequin, viso che esprimeva tanta sensualità. Il suo noto comportamento omo veniva tollerato dai suoi superiori, apparteneva ad una nota facoltosa famiglia imparentata con i reali. Una notte ce la siamo trovata nella nostra camera, senza tanti complimenti ha preso a baciarci a turno facendoci provare delle sensazioni meravigliose mai provate, io e Pina eravamo come imbambolate sotto i suoi baci, la storia è durata quasi tutta la notte e ci ha lasciato lo strascico, anche io e Pina in seguito abbiamo cominciato a provato le delizie del lesbico e per questo la mia presenza al suo matrimonio ma amo sempre i maschietti soprattutto te, mi stai entrando nell’anima, ho paura…” La permanenza di Alberto a Roma finì dopo dieci giorni, con un semplice  bacio il distacco e l’imbarco sul treno. A Messina Silvana capì che era cambiato qualcosa fra di loro, da donna intelligente non fece domande e così i due ripresero il solito tran tran. Il pomeriggio di un giovedì: “Sarò a Messina sabato mattina, vieni alla stazione.” La Legione della Guardia di Messina aveva una circoscrizione vasta oltre a quella del capoluogo aveva giurisdizione anche sulle province orientali dell’isola e così per l’Albertone non fu difficile trovare una scusa di servizio fuori sede nella sua qualità di fotografo. Arrivo a Messina di Eli il pomeriggio del  venerdì, un forte abbraccio e presentazione all’albergo Jolly dove un portiere, ficcanaso, si mise a confrontare i documenti dei due per poi guardarli in faccia per far rilevare la differenza di età...fu tacitato da Alberto con una lauta mancia che lo rese sorridente e disponibile: “Stanza con vista sul porto, il ristorante sarà ancora aperto per voi.” Cena frugale, pensieri erotici  volteggiavano sue due amanti che toccarono appena il cibo per rifugiarsi sotto la doccia e poi, e poi…”Voglio darti qualcosa che non ho concesso a nessuno!” Alberto ebbe qualche difficoltà a penetrare nel popò di Eli ma grande fu il godimento, il doppio gusto quasi fece svenire l’interessata che seguitò sino allo sfinimento, sapeva che quella era forse l’unica volta che si sarebbero rivisti. “Non ho nessuna voglia di dormire, facciamo un giro a Messina by night.” La proposta fu accettata con entusiasmo da Alberto, in fondo gli non gli capitava di visitare la città di notte. Da via Garibaldi sino al salotto buono di Messina, piazza Cairoli, e poi in viale S.Martino dove trovarono un locale illuminato, erano le tre di notte. Entrarono, era una cioccolateria non conosciuta da Alberto, ci passava dinanzi senza mai fermarsi. “Buona notte, sono Settimio il proprietario, non vi domando cosa fate in giro a quest’ora di notte, vi si legge in faccia, in fondo ho imparato ad essere un po’ psicologo, accomodatevi.” “Madame non ho solo cioccolato ma spezie di ogni genere, dolci  oltre che bevande, a vostra disposizione." E poi “Il signore mi pare di averlo incontrato, adesso si che mi ricordo, era in divisa, un brigadiere della Guardia di Finanza! Io in quanto scontrini sono a posto, quasi…lo Stato è troppo esoso, talvolta…” “Settimio non sono in servizio dimmi piuttosto che ci fai a Messina, non mi sembri siciliano. “ “Sono di Jesi città in provincia di Ancona, la patria del Verdicchio, ero venuto in questa città in villeggiatura, ho conosciuto Rosaria ragazza deliziosa ma…insomma una minchiata nel senso che la baby è rimasta incinta e col padre c’era poco da scherzare, adesso in casa ho tre donne, due gemelle che hanno scambiato la notte per il giorno, quando piange l’una sveglia pure l’altra e così preferisco aprire il locale anche di notte per farmi fare compagnia da qualche nottambulo. Siete una coppia stupenda ma mi sembrate un po’ irregolari, scusatemi l’ invadenza…” “Settimio sei un simpaticone, io sono Eloisa, romana ed il qui presente Alberto è mio paesano. Siamo al Jolly la prossima notte saremo di nuovo qui da te e poi…” Eli al pensiero della partenza si era rabbuiata, forse una lacrima, istintivamente Settimio l’abbracciò…”Alberto scusami se approfitto dell’occasione ma devo farti presente una cosa spiacevole: un tuo collega una volta mi ha pizzicato senza l’emissione di uno scontrino, non mi ha sanzionato ma  da allora si presenta ogni mattina per far colazione gratis, è un individuo che ha fatto del carboidrato una ragione di vita, in altre parole è un grassone della malora!” Alberto localizzò subito il personaggio: “Settimio ti sistemerò la questione, intanto fammi il conto.” “Stai scherzando, siamo diventati amici, la mia è un offerta con tutto il cuore, penso che in futuro ti rivedrò in quanto ad Eloisa…” “Domani notte sarà l’ultima volta, ti lascerò il numero del mio telefonino, se dovessi capitare a Roma…” Era mezzogiorno, timidamente una signora addetta alle pulizia fece timidamente capolino nella stanza dove alloggiavano Alberto ed Eloisa: “Chiedo scusa…” “Ci dia una mezz’ora poi…che ora è… vediamo…tra poco andremo a mangiare e le lasceremo la stanza libera.” Nel pomeriggio i due amanti  andarono a visitare il lago di Ganzirri con la speranza di non  incontrare qualche conoscente. “Che luogo incantevole, sediamoci su una panchina, voglio imprimermi in mente il paesaggio, me lo ricorderò per sempre.”Di notte nuova visita al locale di Settimio che non sapeva che fare per i due ospiti i quali seduti restarono a lungo ad ammirare il passeggio dei rari nottambuli messinesi poi un rapido abbraccio da parte di Eli. La mattina seguente arrivo del treno alla stazione di Messina, Alberto si imbarcò anch’egli per accompagnare la baby sul traghetto sino a Villa S.Giovanni e poi solo un rapido abbraccio… Nell’intimità della sua stanza in caserma il brigadiere M. sdraiato sul letto, mani incrociate dietro il collo, occhi chiusi cercò di fare il punto sulla sua situazione sentimentale: fidanzato come tanti altri senza particolari slanci ma solo certezze di un futuro come dire normale, forse con figli e rispetto reciproco ma senza sussulti come quelli che aveva provato ultimamente. Sulla parte della stanza gli apparve il viso piangente di Eloisa, un pianto inarrestabile segno di un dolore profondo. Cosa aveva impedito di farsi una vita con lei: la differenza di età, il sospetto che le passioni finiscono e lasciano l’amaro in bocca, il fatto di non poter diventare padre…un dolore addominale improvviso, violento lo fece sussultare, un sentimento violento, uno di quelli che non aveva mai provato, forse un po’ di vigliaccheria da parte sua, maledizione! ‘Questa è la triste istoria’ contavano gli antichi aedi, quella sarebbe stata in futuro  la sua triste istoria.

  • 07 dicembre 2016 alle ore 10:35
    La guerra

    Come comincia: Che cosa è la guerra, noi non potremo mai capire cosa è davvero la guerra e questo l'ho capito dopo aver parlato con persone che l'hanno calpestata, respirata, pianta la guerra, persone che l'hanno guardata negli occhi per troppo tempo.
    Noi non potremo mai capire, troppo impegnati nelle nostre tranquille e ovattate vite di provincia, con i giorni tutti uguali, scanditi, rilassati e comodi in una finta pace.
    D'altronde a molti basta questo, una vita tranquilla affacciata sulle tragedie grazie ad uno schermo.
    Poi ascolti le storie di questi uomini, di queste donne, salve ma annientate nello spirito e ti rendi conto che al loro posto ti urineresti addosso trovandosi nel bel mezzo di una guerra.
    -Che cosa è la guerra Mohammed?-
    -la guerra, come te la spiego la guerra, non è difficile, è complesso, prova a chiudere gli occhi e ascoltarmi. Dovresti vederla.-
    La guerra puzza, sì puzza. Sei tranquillo in un bar e poi tutto d'un tratto ti ritrovi tra le macerie e tutto intorno è detriti, un fischio sordo e polvere, e silenzio.
    La guerra puzza, mentre cammini ogni tanto dal grigio compaiono chiazze rosse, e lì la puzza aumenta, tu cammini e intorno è puzza di morte, è quell'odore che non va via, ti resta dentro come quella polvere grigia addosso, questa è la guerra.
    Questa è, polvere grigia, macchie rosse e puzza, tanta puzza mescolata al silenzio di quel fischio sordo.
    Cosa più, può essere anche rumore la guerra, un rumore secco, deciso, come il proiettile che entra nel cranio del tuo migliore amico, così da un momento all'altro.
    Questa è, il rumore di un proiettile che si conficca nella testa di un tuo fratello in piedi al tuo fianco, a pochi centimetri da te. Non lo dimentichi quel rumore, non lo potrai mai dimenticare.
    Può essere anche vigliacca la guerra, non come quella a cui siete abituati voi grazie ai film, e cioè allarme aereo, bombe, bunker, salvi. O ancora quelle un'armata contro l'altra, in trincea a spararsi l'un l'altro. No.
    Può essere subdola, ad esempio può essere come un giorno che sei seduto con la tua famiglia a sorseggiare the e la finestra è aperta, e allora un cecchino appostato nel palazzo di fronte prende la mira e Tac. Buio.
    È finita. Così subdolamente, senza preavviso, un click di un cecchino mentre si beve un the, questo può essere la guerra.
    Può essere il tempo di una telefonata, un attimo prima hai una famiglia poi ti arriva una telefonata, tu sei in Italia, e ti comunicano che l'intera palazzina dei tuoi parenti, tutti, tutta la tua famiglia non c'è più. Sei solo, nel frattempo di una telefonata, tutto giù grazie ad un raid, la palazzina e le vite di tutti i tuoi cari, questa è la guerra, restare soli.
    È crudele la guerra, non risparmia neanche i bambini, innocenti e felici nelle loro scuole, all'interno dei loro asili colorati a saltare e giocare, a sorridere e imparare.
    E poi il fuoco, le bombe, i colpi di mitra e tutto torna polvere, macerie, grigio e macchie rosse ogni tanto, e bambini stesi per sempre. Questa è la guerra, e tu continui a camminare con la puzza di morte intorno e quella polvere addosso, e il silenzio di un fischio sordo, ogni tanto qualche lamento.
    -Come posso spiegarti la guerra se non la calpesti, non la senti, non la respiri e non la guardi negli occhi.
    Prova a pensarci- disse Mohammed
    È terrore, è fuga.
    Questa è la guerra per chi l'ha vista con i suoi occhi.
    Ma noi possiamo solo immaginarla, troppo impegnati nelle nostre tranquille e ovattate vite di provincia, con i giorni tutti uguali, scanditi, rilassati e comodi in una finta pace.
    La guerra
     

  • 06 dicembre 2016 alle ore 14:03
    Il più coraggioso dei vigliacchi

    Come comincia: Mi chiamo Marco, ho quasi quarant’anni e questa è la mia storia: sono il più coraggioso dei vigliacchi.
    Molti ci chiamano “vigliacchi”, molti altri “ingabbiati salariali”, io la penso diversamente! Siamo piccoli eroi sconosciuti, vittime sacrificali del profitto cieco e cattivo.
    Il primo giorno in fabbrica lo ricordo ancora come fosse oggi. La sveglia alle cinque, il primo bus direzione zona industriale, l’arrivo in portineria.
    Il primo caffè operaio non lo scorderò mai!
    Marcando il mio tesserino nuovo di zecca entrai in stabilimento. Ero dentro, ed era strano per me perché lo avevo sempre visto solo da fuori lo stabilimento, di passaggio in superstrada; quelle gru gialle, quelle ciminiere, quei fumi maleodoranti, quel color rosso tutto intorno.
    Ora ero dentro.
    Ricordo il disorientamento. Pensavo fosse molto più facile invece non lo era, l’entrare in fabbrica era solo l’inizio.
    Sembrava una vera città con tanto di fermate dei bus. Ognuno con destinazioni diverse, quelli che andavano in zona altiforni, quelli giù al porto, quelli alle cokerie e così via: non potevo permettermi di sbagliare! Mi sarei perso il primo giorno in quella città d’acciaio.
    E secondo voi cosa feci?
    Sbagliai autobus. Ecco cosa.
    Mi ritrovai sotto a un reparto che non era il mio, e spaesato come un italiano il primo giorno ad Amsterdam iniziai a vagare alla ricerca del mio reparto.
    Lo trovai due ore dopo.
    Mi presentai in ufficio e da lì mi accompagnarono in uno spogliatoio fatiscente. Mi cambiai con calma, lo spogliatoio distava solo un paio di decine di metri dal mio reparto.
    Quando fui sotto la scala che portava sul reparto mi fermai a riflettere. Mi guardavo intorno pensando solo a quante volte nella mia vita avrei usato quelle scale per salire e scendere dal reparto.
    Respirai forte e iniziai a salire. Quando fui sopra percorsi un piccolo corridoio con muri di cemento armato e alla fine mi affacciai su Marte, ragazzi!
     Sì, il paesaggio era spettrale, spaventoso, inquietante. Ricordo tanto fumo e due fiumiciattoli in cui scorreva un magma rosso abbagliante: Era ghisa. Ero sul campo di colata di uno dei cinque altiforni dello stabilimento siderurgico più grande e inquinante d’Europa.
    Restai impietrito. Venivo da una vita sregolata, fatta d’alcool e divertimento, di locali e bevute, di poesie, scritture e libri, ed ora invece stavo su di un altoforno spaventoso.
    Avrei lavorato lì? E per quanto tempo?
    Avrei resistito a quel tipo di vita totalmente nuovo?
    Mi risposi di no e respirai profondamente quell’aria malsana continuando a ripetere a me stesso che non avrei resistito più di qualche mese lì dentro. Non di più! Assolutamente non di più.
    Mentre rientravo in ufficio per farmi spiegare dal capo reparto cosa avrei dovuto fare, passai  di fianco ad un gruppetto di operai che mi guardavano mentre ridevano di gusto, e nel mezzo di quel rumore assordante riuscii a captare solo una frase che mi rimase impressa nella testa
     «Ah opera’, benvenuto all’inferno!»
    Quella frase mi fece gelare il sangue nelle vene. Pensai che la mia assunzione sarebbe stata anche la mia ossessione. Il mio incubo. La mia condanna.
    Erano invece passati dieci anni da quel giorno.
    Ero ancora lì. Ero un operaio ormai anziano. Molto era cambiato in quel tempo, tanto altro invece no. Dieci anni di stabilimento, forse due o tre morti all’anno, per non parlare della gente che si ammalava di cancro o di quanti parenti di miei colleghi erano morti di tumore in tutto quel tempo. Mi ero assuefatto a tutto ormai!
    Mi ero sposato, avevo una figlia, uscivo raramente: La metamorfosi era completa! Mi ero trasformato completamente. Avevo per un lungo periodo abbandonato anche la scrittura, i sogni, le speranze: la mia vita.
    Avevo sigillato quel cassetto pieno di sogni, per far spazio ad una vita senza più stimoli, fino ad una notte ben precisa. Fino alla notte del otto gennaio del duemiladieci , la notte più drammatica e assurda della mia vita operaia.
    Fu la notte in cui tutto mutò completamente. Fu la notte in cui si suicidò un mio caro collega. Fu la notte in cui presi la decisione di riprendermi la mia vita, la mia dignità, la mia penna, il mio futuro. Fu la notte in cui decisi di diventare il più coraggioso dei vigliacchi.
    Avrei usato la mia penna affinché tutti sapessero cosa succedeva lì dentro, come si lavorava lì, in che condizioni e come si moriva in quella fabbrica e in quella città.
    Salvo si era lanciato dal quarto piano del reparto, era atterrato fisicamente sull’asfalto scuro e la sua anima invece si era levata in cielo per sempre.
    Il suo gesto estremo mi sconvolse e mi spinse a rivedere totalmente la mia vita.
    Non si poteva morire cosi, non ci si poteva annientare per il vile profitto. Eravamo infetti dentro! Dovevamo tutti cambiare lo stato delle cose. Non potevamo più rimanere fermi, inermi, a guardarci morire l’un l’altro senza che nessuno potesse invertire quella rotta avvelenata.
    La decisione era presa, da quel giorno la mia vita sarebbe cambiata: per me, per mia figlia, per Salvo e per tutti i colleghi volati via troppo presto.
     
    Quella sera, lo ricordo ancora, ero steso sul divano ad ascoltare musica e a non far nulla. Erano da poco passate le feste natalizie e il paese aveva ripreso tutto d'un tratto la sua solita routine invernale; poca gente in giro e noia mortale.
    Continuavo a chiedermi se andare o no a lavoro di notte. Ero in ferie, ma non avendo nulla da fare e sapendo di averne ben poche di ferie, l'idea di poter risparmiare anche un solo giorno del mio diritto a riposare, o di qualche spicciolo in più in un eventuale liquidazione, beh, di certo mi allettava parecchio. Inoltre sapevo di essere in esubero lì dentro. Ero un o dei tanti. Una formica tra migliaia di formiche. Non altro che un numero. Un niente!
    Sì, mi attraeva davvero quel pensiero, ma sentivo uno strano sapore in bocca, quel sapore che non riesci a decifrare.
    Mi sentivo strano, apatico.
    Comunque decisi di andare a lavoro. Mi vestii in fretta e presi il bus al volo.
    Il solito tragitto, la solita musica negli auricolari, la solita portineria e il solito spogliatoio freddo d'inverno e caldo d'estate. E  Lì dentro le solite grida di colleghi patiti del calcio, altri che cantavano chissà cosa, chi parlava ancora di quanto avesse mangiato durante le feste, e io seduto, lentamente mi cambiavo.
    «Cazzo ci facevo lì?» pensai.
    Sarei potuto restare sul divano a non far nulla, invece mi ritrovavo lì, annoiato e ancora con quella strana sensazione amara in bocca e nell'anima.
    Comunque ero in cabina, dopo il classico caffè moka operaia, dato che ero in più, decisi di fare un giro di controllo con un paio di colleghi.
    Quella notte era fredda, buia, ricordo che nel cielo non si vedeva una stella, e i fumi e i vapori dello stabilimento rendevano il cielo a strisce nere e macchie rosse.
    Lo spettacolo non era dei migliori, ma d'altronde, quando mai lì dentro lo era? Quando mai lì dentro ci poteva essere qualcosa di veramente bello?
    Mai!
    Eravamo in una cabina elettrica a riscaldarci un pochino e a fumare una sigaretta in relax, quando ad un tratto l'interfono sul muro iniziò a chiamare noi, in modo assillante.
    Il collega che rispose, subito dopo qualche istante di conversazione sbiancò in viso. Diventò grigio fumo. Il suo volto si tramutò e la sua voce diventò sempre più fioca e balbettante.
    Riagganciò, e senza proferir parola si sedette su una tanica di olio.  Noi lo guardavamo, lui era muto, pallido; alzò lo sguardo lentamente e con un filo di voce ci consigliò di sederci.
    Lo facemmo.
    «Salvo è morto» disse.
    Diventammo pallidi come il volto di un morto.
    Non sapevamo che dire. Non ci sta mai niente da dire in certe situazioni. Si può solamente restare immobili, sentendo denso fumo nella testa, e un tremendo senso di torpore che paralizza le gambe.
    «Salvo è morto» riprese, fissandoci come se stesse guardando il volto della morte  «Dicono che non si sa come. Si dice sia caduto. Dicono si sia lanciato nel vuoto. Non si capisce! Non si capisce. Dio, non si capisce!
    Nessuno parlava. Non poteva essere. Era un errore, pensai. Forse era un incubo. Sì, forse non avevo neanche mai messo piede in quel posto.
    Ma ero proprio io a trovarmi lì!
    E Salvo?
    Non poteva essere che un errore di persona. Assolutamente! Lui non era di turno, cazzo! Non era lui. Non poteva essere lui.
    Poi razionalizzai. Feci mente locale; mi sbagliavo! Lui era di turno, ero io che sarei dovuto restare a casa. Ero io che avevo il giorno di ferie, non lui.
    Mi alzai di scatto e mettendo l'elmetto al volo in testa, con gli occhi pieni di pianto mi catapultai in pochissimo tempo in cabina comando.
    Fu una corsa veloce, di quelle che ti tolgono il respiro, di quelle che quando ti fermi devi chinarti, poggiare le mani sulle gambe e respirare profondamente per qualche minuto.
    La cabina era piena di gente, ma era come vuota, muta. Nessuno riusciva a parlare. Vedevo solo abbracci fraterni e lacrime rosse color minerale. Vedevo solo la tragedia sui nostri volti. Vedevo solamente tragedia!
    Salvo era morto, ci aveva lasciato sul suo odiato posto di lavoro.
    Aveva chiesto d'esser spostato. Non riusciva a digerire quella mansione. Ma niente di niente capace di dargli una speranza! Una sola speranza di lasciare quella gabbia, quell’inferno: quel suo inferno.
    Non aveva ricevuto che risposte negative e i soliti “poi si vedrà”.
    Ed adesso, cosa?
    Adesso niente! Non avremmo mai più rivisto Salvo. Non avremmo mai più rivisto quell'omone grande e grosso. Quell'omone sempre felice e sorridente aveva deciso di togliere il disturbo. Aveva deciso di non sorridere più.
    Forse non riusciva proprio più a sorridere!
    Salvo, che anche nei peggiori momenti sapeva con una battuta strapparti un sorriso, si era davvero tolto la vita.
    Salvo era venuto a lavoro, normalmente, come tutte le sere, però a differenza delle altre volte era strano, silenzioso. Nel bus che dallo spogliatoio ci portava ai vari reparti non aveva parlato, se non per rispondere con educazione a qualche saluto. Poi era andato alla sua postazione, aveva svuotato accuratamente il suo armadietto, aveva scritto minuziosamente le consegne.
    Era preciso, Salvo aveva chiamato il collega smontante per farlo rientrare e aveva avvisato sul reparto di chiamare l'ambulanza perché non si sentiva bene, ed invece uscendo dalla sua postazione solitaria fece quattro rampe di scale e sotto gli occhi di alcuni colleghi prese la rincorsa e...
    …e il buio fu su di lui, su di noi, Salvo ci aveva lasciato, era volato in cielo schiacciato dalla pesantezza di una fabbrica frantuma-sogni, distruttrice di realtà, di vite, di famiglie.
    Il mostro aveva fatto l'ennesima vittima. Salvo era l'ennesima vittima!
    Non era forse infortunio sul lavoro? Non era una morte bianca?
    Sì, per me lo era. Per me non cambiava poi molto: c'è chi muore per impianti mal funzionanti e c'è chi muore per gestioni del personale senza cuore, senza un minimo segno di umanità e di rispetto reciproco.
    In quella fabbrica c'era chi comandava e chi doveva essere comandato. La gente moriva, e la gente continuava a morire così, per un posto di lavoro amato e odiato.
    Salvo in quella notte di acciaio e sangue ci aveva lasciato, ma in realtà ci aveva spronato, avvisato, messi in guardia. Perché lui era così: buono e premuroso.
    In quella notte d'acciaio e sangue il mio modo di vedere le cose mutò radicalmente. Continuavamo a perdere colleghi e amici. Lì dentro si era come fratelli dopo qualche anno, e sentire una mancanza così non era normale. Era come perdere un fratello. Come se mi avessero amputato una parte del corpo.
    E quale parte del mio corpo era Salvo? Forse il cuore?
    «Basta, basta! Basta!» esclamai. Incazzato. Sofferente. Distrutto. Annientato.
    Come non si poteva odiare gente che non si rattristava, non si fermava neanche vedendo un telo bianco con sotto un nostro fratello?
    Maledetto fatturato! Maledetti soldi color del sangue. Maledette le nostre matricole! La nostra sola identità in quel dannato inferno di metallo.
    Poi tornai a casa, almeno credo: una parte di me era rimasta lì. Una parte di me era morta assieme a Salvo.
    Sì, ero tornato a casa, ero a letto e piangevo. Dopo una notte di pianti continuavo a piangere per il mio amico e collega e per tutti gli altri morti lì dentro; per i malati lì fuori, per quelli che sarebbero ancora morti e per coloro che si sarebbero ammalati per colpa di quella fabbrica assassina. Quella dannata fabbrica che ci stava succhiando via la vita, e solamente in cambio di briciole di pane che ci permettevano di sopravvivere.
    A chi sarebbe toccato ora? Chi sarebbe stato il prossimo?
    Salvo aveva sì chiesto aiuto: il loro aiuto! E quelli non lo avevano ascoltato. Quelli non avevano voluto ascoltarlo! Quelli non lo vedevano neanche a Salvo, come non vedevano me. No, erano colpevoli. Sì, erano solo dei boia legalizzati, questo erano, sono e saranno sempre.
    Ma io avevo deciso! Ci avrei messo la faccia, mi sarei esposto a favore della città, degli operai e della gente che continuava ad ammalarsi e morire. A favore degli operai che entravano in fabbrica per lavorare e che non ne uscivano più.
    Lo avrei fatto con l’unica arma a mia disposizione, la penna. Il mio cuore, la mia anima, la mia vita.
    Mi addormentai, credo.
    Dopo Salvo, erano morti tanti altri giovani dentro e fuori quella fabbrica che io definivo “Mostro”.
    Erano passati altri sei anni da quella notte e avevo visto tanta altra gente morire. Molti ci chiamavano “ingabbiati salariali” o ancora “vigliacchi”, io invece mi sentivo il più coraggioso dei vigliacchi e mai nessuno avrebbe fermato la mia personalissima lotta contro il mostro; solamente la morte lo avrebbe potuto fare. Solo la morte!
    Continuai a girare l’Italia e l’Europa cercando di far capire cosa subivano gli operai di quella fabbrica e i cittadini della città affacciata su di essa.
    Morte, malattie, infortuni, inquinamento e zero diritti, zero dignità.
    Eravamo presi a schiaffi ogni giorno tutti, e questo non andava bene, no, non andava affatto bene!
    Era il momento in cui i vigliacchi avrebbero dovuto far sentire ancor più forte la loro voce, il loro grido di dolore. Il momento in cui i condannati a morte sarebbero usciti finalmente fuori da quel dannato cumulo di macerie.

  • 06 dicembre 2016 alle ore 13:59
    Io sono Tamer

    Come comincia: Il buio che ci circonda è quasi meno spaventoso del freddo.
      Questo freddo è insopportabile, e con la maglia e i pantaloni bagnati da acqua e gasolio lo è ancora di più. Ti entra nelle ossa, lo senti addosso come senti addosso tutto il peso di un lungo e brutto viaggio.
      Il barcone è affollato ma il silenzio che mi spaventa mi fa sentire solo. Sono solo in questa notte interminabile, in un barcone pieno di gente.
      Io sono Tamer Nasser e ho vent’anni. Sono siriano palestinese sì, ho solo vent’anni e sono in viaggio verso la salvezza.
      Credo, così mi hanno riferito in Libia, che sbarcheremo a Lampedusa.
    Sono seduto su una trave di legno che funge da sedile, più o meno a metà dell’imbarcazione.
      Riavvolgo nella mente tutta la mia giovane vita, mentre il rumore del motore è lì a ricordarmi che sono ancora vivo.
    Sono nato a Betlemme, in Palestina, sono il secondo di quattro figli. Mio padre si chiama Ibrahim ed è un falegname. Mia madre Maryam è la regina della casa, poi ci sono mio fratello più grande Khaled e i miei fratelli più piccoli, Saled e Zahra.
    No, loro non sono con me su questo barcone freddo che puzza di gasolio e crea terrore. Loro non ci sono, sono solo, loro non ci sono più, loro non ci sono più già da parecchio. Sono solo, e da solo cerco di portare in salvo l’ultimo Nasser di Betlemme in vita.
      Mentre il silenzio aumenta e la notte è ancor più buia, io riavvolgo il mio passato e lo lascio cadere in acqua come fosse un testamento.
    Ricordo quando abitavo a Betlemme. Ero piccolo, piccolissimo, però rammento bene quel periodo, in particolare quando io e Khaled giocavamo seduti subito fuori la falegnameria di papà. Ricordo che la mamma era in attesa di Saled. Ricordo che era bello giocare lì seduti guardando papà lavorare il legno, trasformarlo. Facevamo finta di essere i suoi assistenti, ogni tanto lo eravamo davvero. Lui ci chiamava e, tenendo la sua mano sulla nostra, ci faceva tagliare il legno con la sega, uno alla volta. Poi ci abbracciava e ci diceva – Bravi, vedete è facile, ma dovete fare attenzione, la lama è pericolosa e in un niente si rischia di perdere una mano.
    E poi sorrideva, di un sorriso bello, bellissimo. Lo ricordo bene, ero piccolo ma ho ancora bene impresso nella memoria il sorriso di mio padre Ibrahim, come se mi sorridesse ora.
      Mi giro come a cercarlo ma non c’è. Non c’è lui né Khaled. Sono solo io, il mare e la notte.
      Rammento però che quel periodo felice non durò poi molto. Ricordo le sirene cha annunciavano un raid aereo, mio padre che urlava di entrare. Ricordo le bombe.
     Un giorno papà con le lacrime agli occhi ci disse che da lì a poco saremmo dovuti andar via da Betlemme. Ci saremmo trasferiti a Damasco, in Siria. Lì sarebbe stato tutto più facile, meno pericoloso per noi.
     
    Mi addormentai.
      Quando mi svegliai il silenzio era stato sostituito da un vociare forte, ed in mezzo a tutto quello schiamazzo si distinguevano due lamenti.  Uno era il pianto di un neonato, si riconosceva bene, l’altro era quello di una donna, presumibilmente la madre.
      Non riuscivo a vedere, c’era troppa gente tra me e il punto da cui provenivano i lamenti. Cercai d’alzarmi, il mio cono visivo era oscurato dalla ressa, ma le mie gambe erano addormentate e ricascai come un sacco sulla trave di legno. Mentre mi tiravo pugni sugli arti inferiori cominciai a sentire il formicolio del sangue e dopo qualche minuto riprovai a mettermi in piedi. Facendomi largo tra la folla riuscii ad avvicinarmi e vidi quel fagotto tra le braccia della madre.
      Era nato un bambino, era nato nel mediterraneo, su di una lurida barca piena di disperati, era nato tra le onde di un mare buio, senza stelle né luna, era nato al freddo e tutti si abbracciavano e piangevano di felicità. Rimasi colpito da quella immagine e iniziai a pensare a quando vidi nascere Zahra a Damasco. La mia sorellina, la principessa di casa Nasser.
      Piansi anche io.
    Tornai al mio posto, lo scafista ci urlava di stare seduti, di non muoverci, che ci avrebbe buttato in acqua e lasciati affogare lì se non ci fossimo seduti immediatamente. Saremmo diventati mangime per pesci, diceva.
    Me ne stavo seduto e continuavo a pensare a Zahra e a Saled, i miei fratelli, all’ultima volta che li vidi, che li salutai, inconsapevole che non li avrei mai più rivisti.
    Zahra era più piccola di Saled di undici mesi: dopo il parto mia madre Maryam rimase quasi subito incinta. I miei genitori si amavano tanto. In quell’orrore fatto di bombe e attentati il loro amore non aveva perso di intensità, anzi, si era rafforzato ancor di più.
    Quel giorno mia madre rattoppava la giacca a Zahra. Mio fratello più piccolo mi si avvicinò salutandomi come facevamo sempre: mi porse il suo pugno chiuso e io feci altrettanto.
    -  A dopo fratello! - esclamammo all’unisono, pugno contro pugno.
    Poi baciai la principessa e subito dopo mia madre annunciò risoluta – Vai a chiamare subito Khaled e correte a scuola. Ci vediamo dopo per il pranzo.
    Mentre mi incamminavo verso la camera di mio fratello disse ancora – Tamer vi voglio bene. Accompagno i bambini a scuola e, se ce la faccio, vado a comprare gli aquiloni per tutti e quattro.
    Sorrisi, lei sorrise, e andò via chiudendosi la porta di casa dietro le spalle.
    Non li rividi più.
    Qualche ora dopo ero in classe, raccontavo al mio compagno di banco che mia madre avrebbe comprato quattro aquiloni e che nel pomeriggio, se avesse voluto, sarebbe potuto venire a farli volare con noi. Ci avrebbe trovati nella via non asfaltata alle spalle della falegnameria. Mentre parlavo mi sentii chiamare. Era il bidello.
    -  Tamer , Tamer! Tamer seguimi per favore – esclamò.
    - perché?- gli domandai.
    - Tamer, seguimi. C’è tuo padre, ha già preso tuo fratello Khaled, dovete andare a casa.
    - Ma perché? Perché devo andare via da scuola, sono appena arrivato – lamentai. Mi piaceva andare a scuola.
    -Tamer , seguimi - ribadì il bidello con le lacrime agli occhi.
    Quando arrivai nel corridoio vidi mio padre Ibrahim abbracciato a Khaled. Piangevano entrambi. Corsi da loro, mio padre si piegò sulle ginocchia, aprì le braccia e mi accolse al suo petto.
    Non capivo.
    - Tamer - disse, - Tamer sei grande ormai, devi essere forte.
    - Che succede? - domandai.
    - Tamer,  figlio mio, Tamer… la mamma, la mamma…
    - Cosa ha la mamma papà? Cosa?
    - La mamma non c’è più, e neanche Zahra e Saled.
      Restai impietrito, ogni muscolo del mio corpo si irrigidì. Restai fermo, immobile. Avevo capito, non era poi così difficile capire. Eravamo abituati alla morte noi siriano palestinesi, ma mai, fino a quel momento, mi aveva toccato così da vicino.
      Ci abbracciammo forte, io papà e Kaled. Non so per quanto, tanto, troppo tempo. Ricordo solo che iniziai a riconnettermi con l’esterno dopo parecchie ore, nel silenzio della mia camera, seduto su una sedia a guardare il muro celeste che si vedeva oltre la mia finestra.
      Mia madre, mia sorella e mio fratello erano morti sul cancello della scuola. Erano appena arrivati, mi dissero in seguito. Mi raccontarono anche che c’era stato un raid aereo, e che insieme a loro erano morte altre centoventuno persone tra bambini, genitori e insegnanti. La scuola era andata distrutta.
    Quel giorno per me fu come un terremoto, un terremoto emotivo, che cambiò irrimediabilmente il mio modo di vedere la vita, di affrontarla.
    Il giorno del funerale di mamma, di Saled e Zahra, comprammo tre aquiloni e li lasciammo volare nel cielo limpido di una Damasco ferita a morte.
     
    Ero su quel barcone già da due giorni e due notti; alcuni non erano riusciti a resistere al freddo e alla fame ed erano morti. Anche io ero allo stremo delle forze ma volevo resistere. Avevo solo vent’anni, pensavo, dovevo arrivare in Italia, dovevo farlo per i miei parenti, per la mia terra. Il mio sogno di diventare pediatra, studiare medicina, far nascere il futuro in Siria doveva avverarsi.
      In quei due giorni e due notti avevo visto nascere e morire un bambino. Gli scafisti avevano buttato in acqua madre e figlio. Avrebbero creato problemi, dicevano, e la stessa sorte era toccata ai più deboli.
      In quei due giorni avevo assistito, come se non lo avessi già fatto negli anni precedenti, a tutta la malvagità e la cattiveria che si può celare nell’animo umano.
      Ero arrivato su quel barcone dopo un lungo viaggio a piedi che mi aveva portato da Aleppo fino in Libia, da dove ero partito subito dopo la morte di mio padre e di Khaled. Non avevo retto all’ennesimo lutto. Non potevo restare più in Siria, dovevo riuscire a salvare l’ultimo della famiglia Nasser, diventare medico e tornare nella mia terra liberata.
    Mio fratello Khaled era cresciuto e la sua fidanzata doveva partorire, sarebbe dovuto nascere un altro Nasser, il mio primo nipote. Mio padre accompagnò Khaled e la compagna nell’ultimo ospedale ancora in piedi in Siria, ad Aleppo. Ma lì quel giorno il destino aveva deciso altro: non sarebbe nato nessun altro Nasser. Un raid aereo mise fine alla vita di mio padre, mio fratello, mia cognata e mio nipote, ed insieme a loro l’ultimo pediatra d’Aleppo e altre trecento persone.
      Lo venni a sapere dai Tg. Nemmeno una chiamata, nulla, niente. Lo seppi dal telegiornale delle tredici mentre preparavo il pranzo in attesa della telefonata che mi avrebbe annunciato la nascita del primo nipote.
      Dopo i funerali fuggii. Scappai via dalla Siria a piedi, veloce, piangendo i miei cari, senza sentire fatica. La fatica era nulla rispetto alla tragedia che mi lasciavo alle spalle.
    Mi asciugai le lacrime con la maglia bagnata. La notte su quella barca si era fatta ancora più fredda ed io ormai ero allo stremo delle forze. Mi alzai, e appoggiato al bordo della barca iniziai a guardare lontano. Vidi delle luci piccole piccole.
    – Terra, terraaaa – gridai, e tutti cominciarono ad alzarsi in piedi.
    - L’Italia, l’Italiaaa, Lampedusaaa – urlavano in coro.
     La barca però, sospinta dalle onde perché il carburante era finito, diventò sempre più instabile e, a causa del peso della gente e del movimento del mare mosso, cominciò a ondeggiare sempre più.
    - Fermi, sedutii- berciavano gli scafisti – fermiii!
     Poi ci fu appena il tempo di capire che ci stavamo capovolgendo, che fummo tutti in acqua, al buio, al freddo, stremati. Le luci erano troppo lontane per essere raggiunte. Troppo, troppo lontane.
    Solo il rumore e la luce degli elicotteri che volavano da qualche minuto sopra di noi riuscirono a non farmi cedere. Mi mantenevo a stento ad un remo, sperando e aspettando che qualcuno ci tirasse fuori.
      Ma ero debole, le forze iniziavano ad abbandonarmi. Non sentivo più le gambe e le braccia, erano come tronchi.
    - State calmi, state calmi, arriva la marina - gridava l’altoparlante – State calmi, state calmi, arriva la marina.
    Lo capivo perché avevo imparato l’italiano per poter studiare, un giorno, medicina in Italia e far nascere bambini in Siria.
    - Sarò il dottor Nasser- pensavo mentre ero in acqua – sarò il dottor Nasser.
      Ma le forze di colpo mi abbandonarono E il remo si allontanò da me. Provai a riprenderlo ma nulla, era ormai troppo lontano.
    - Sto morendo, sto morendooo - gridai forte
    - Sto morendo, sto morendo - pensai piangendo.
      Poi mi calmai. Stranamente ero sereno, e con gli occhi che entravano e uscivano dall’acqua vedevo le luci sempre più lontane, sempre più piccole, e il rumore dell’elicottero sempre più debole, sempre più basso.
      Andavo alla deriva e intorno a me vinceva il buio.
    - Lampedusa, Lampedusa – mormorai, e iniziai a scendere giù in un mare nero petrolio.
     Ero sereno mentre annegavo. Pensavo che finalmente avrei rivisto mio padre, mia madre, i miei tre fratelli e mia cognata, che mi avrebbe fatto conoscere il mio primo nipote, il più piccolo dei Nasser.
      Ero felice mentre affogavo in quel mediterraneo buio e freddo, a poca distanza da Lampedusa.
    Gli aquiloni, pensai mentre scendevo sempre più giù, li avremmo fatti volare insieme. Tutti insieme.
    Nella via non asfaltata dietro la falegnameria, a Damasco. Tutti insieme, liberi, liberi e felici! D’un tratto, li vidi venirmi incontro. Mia madre, mio padre e i miei fratelli!
    - Gli aquiloni, gli aquiloni – esclamai. E diventai mare.
    Sono Tamer Nasser, ho vent’anni e sono morto nel mediterraneo.

  • 02 dicembre 2016 alle ore 14:59
    L'ULTIMO NATALE (Seconda parte)

    Come comincia: Laura, appena in autostrada, si fermò per telefonare a sua madre.
    "Ciao mamma. Sto andando alla casa di riposo dalla zia. Trascorrerò il pomeriggio con lei e poi rientrerò. Non vado più in montagna."
    Sua madre le disse che loro sarebbero tornati in tempo per pranzare tutti insieme a capodanno.
    Riprese il viaggio e si mise a pensare quanto fosse stata bene insieme a Gloria. Si rese conto che sentiva desiderio di famiglia. E se fosse tornata a vivere insieme ai genitori? La casa era abbastanza grande per tutti, e lei non aveva più quella frenesia di libertà e indipendenza per cui era andata a vivere da sola. Non era neppure più fidanzata, e comunque doveva ammettere che si sentiva sola quando rientrava alla sera. Magari avrebbe tenuto il suo appartamento, e, quando avesse sentito necessità di solitudine, avrebbe potuto rifugiarsi lì.
    Nei giorni che seguirono Laura rimase sotto l'effetto benefico del Natale appena trascorso. Era calma, allegra, ben disposta verso tutti e anche verso se stessa. Decise di impiegare il tempo libero anche per comperarsi un abito elegante che da tempo aveva notato esposto in una vetrina, anche se non sapeva ancora come avrebbe trascorso la notte di fine anno. Pensava molto a Gloria: non avrebbe lasciato trascorrere troppo tempo prima di tornare a trovarla.
    Fu la mattina del 31 dicembre che il suo telefono cellulare suonò: erano le dieci.
    "Buongiorno, la signora Laura?"
    "Sì, sono io. Lei chi è?"
    "Sono Annamaria, l'amica di Gloria. Stavo mettendo in ordine e ho visto il suo numero. Gloria non aveva contatti con nessuno, perciò mi è sembrato strano e ho pensato di chiamare."
    "Aveva?" Laura sentì che il cuore le pulsava in gola.
    "Sono tornata la mattina del 27. Gloria era ancora a letto. Ho cercato di svegliarla. Sembrava che dormisse."
    "Vengo lì, vengo lì subito."
    Partì immediatamente. Non riusciva a credere che Gloria non ci fosse più. Quanti avvenimenti in pochi giorni! Il dolore le toglieva il respiro. Ripensava ai momenti che avevano diviso, momenti bellissimi, sereni, in cui lei aveva assorbito tutto ciò che solo una persona molto speciale è in grado di trasmettere. Pensava anche che avrebbero dovuto essere insieme, e invece era partita, e Gloria era morta da sola. Non si perdonava nulla, ma in realtà non aveva alcuna colpa.
    Quando finalmente arrivò pregò Annamaria che la accompagnasse al cimitero  prima ancora di entrare in casa. Lei si prestò subito, con molta gentilezza e cercando di raccontare come erano andate le cose, ma Laura non riusciva ad ascoltarla.
    "Venga a casa signorina, ha viaggiato, deve riposarsi un po'."
    "Sì, se non le spiace, mi fermo volentieri un paio d'ore."
    Annamaria la accompagnò a casa.
    "Ci vediamo più tardi, devo ancora sbrigare delle formalità."
    Laura si sedette in poltrona nel salotto fissando il vuoto. Come era tutto diverso senza Gloria. Come avrebbe voluto vederla seduta di fronte a lei come la notte di Natale quando le luci intermittenti dell'albero illuminavano a tratti il suo viso. Più ci pensava, e più si convinceva che il luccichio che aveva visto negli occhi di lei erano lacrime. Si guardò attorno cercando di memorizzare il più possibile un ambiente che non avrebbe rivisto mai più. L'orologio a parete continuava a diffondere il suo tic tac ignaro di scandire un tempo che per Gloria ormai era finito. In un angolo del salotto c'era uno scrittoio. Laura notò che era aperto e col piano abbassato. Si avvicinò e vide un quaderno spesso con la copertina di pelle, lo prese in mano e il quaderno subito si aprì all'ultima pagina scritta. La penna era ancora appoggiata lì, fra un foglio e l'altro. Era una pagina di diario e Gloria l'aveva scritta il giorno di Santo Stefano, dopo la partenza di Laura.
    "Finalmente la vita mi ha regalato un vero Natale. Non l'avrei mai immaginato. Ho trascorso il Natale con mia nipote Laura e ho potuto fare gli auguri, anche se solo per telefono, a mia figlia. Almeno ho risentito la sua voce. Sono piena di felicità. In questi giorni con Laura ci sono stati momenti di grande intimità in cui mi è stato difficile resistere alla tentazione di rivelarle chi sono io per lei, ma il buon Dio mi ha tenuto la mano sulla testa ed anche questa volta sono riuscita a far prevalere il buon senso. Spero che avrò sempre la forza di tacere. La cosa più importante è sempre stata la loro serenità e lo sarà sempre."
    Subito Laura non capì, ebbe solo la consapevolezza che quella pagina le stava svelando una verità sconvolgente. Rilesse soffermandosi su ogni parola. Gloria era la madre di sua madre? Quindi lei aveva trascorso il Natale con sua nonna? Lasciò che il quaderno le cadesse in grembo e cercò di dominare il tremore delle mani, ma era impossibile. Provò a pensare. Sua madre non aveva mai nascosto a nessuno di essere stata adottata, anzi da ragazza aveva anche tentato di sapere qualcosa  della sua vera mamma, ma non era riuscita a scoprire nulla e si era rassegnata. Se Gloria era abituata a scrivere il diario sicuramente ce n'erano  altri. Laura si alzò, andò a cercare nella libreria e li vide: quattro quaderni identici a quello che aveva in mano, spessi e con la copertina di pelle scura. Allora capì che la vita di Gloria era tutta lì, in quelle pagine scritte con una calligrafia piccola e minuziosa, quasi impersonale, tanto in contrasto con le incredibili vicende che descriveva.
    Così Laura lesse di una giovanissima Gloria innamorata di un ragazzo che si chiamava Edoardo, morto all'improvviso. Lesse dell'emozione di Gloria nell'accorgersi di essere in attesa di un bambino, ma anche della vergogna dei genitori di lei che l'avevano obbligata a vivere la gravidanza in solitudine, lontano da casa e dal paese, e poi a rinunciare alla piccola che era nata. Lesse anche che  tempo dopo, quando Gloria era diventata più adulta e si era finalmente sottratta al giogo della madre, era andata a cercare la sua bambina scoprendo che era già stata adottata. Gloria si era disperata e tramite conoscenze era riuscita a sapere dove viveva e chi l'aveva adottata. Quando finalmente l'aveva vista, felice con i suoi genitori che l'amavano, lei aveva deciso di rimanere nell'ombra per non rovinare la serenità di quella famiglia. Si era dedicata all'insegnamento trasformando il suo enorme dolore in un grande amore che esprimeva facendo di ogni bambino che le veniva affidato, il suo bambino. Non si era più sposata nè innamorata.
    Laura divorava le parole di quei diari. Tutte le tappe più importanti della sua vita, della vita di sua madre, erano ricordate e descritte in quelle pagine. C'era anche una fotografia di Gloria ed Edoardo: il viso di lui appoggiato a quello di lei, e dietro la fotografia una dedica: "Per sempre. Edoardo e Gloria". C'era una fotografia dei suoi genitori e una di sua madre piccola, e poi una sua, scattata durante una recita scolastica.
    Laura non riusciva a controllare i suoi sentimenti. Non sapeva se essere arrabbiata oppure commossa. Ma perchè Gloria non aveva parlato! Ormai lei era una ragazza e sua madre una donna più che adulta. Non avrebbe sconvolto nessuna di loro due sapere la verità. O forse sì? E quando era stata la sua maestra? Tutte le volte in quei cinque anni di elementari che aveva incontrato sua madre senza poterle dire "Tu sei mia figlia"? Quanto sacrificio e quanta sofferenza da sopportare in solitudine. Doversi ridurre a spiare, quasi, la loro vita, tenendo tutto dentro di sè. Sentì che le lacrime le scendevano lungo il viso, le salavano le labbra per poi andare a posarsi su quelle pagine di diario. Cominciò a chiedersi se tutti i fatti degli ultimi giorni non fossero stati parte di un disegno a lei incomprensibile: l'errore in autostrada e poi l'idea improvvisa di quella visita dopo vent'anni, e il desiderio così impellente di fermarsi in quella casa a Natale, e poi purtroppo tutto il resto.
    Quando Annamaria rientrò Laura le chiese se poteva portare con sè i diari di Gloria. Presero il tè insieme.
    "Non resterò qui da sola in questa grande casa. Andrò a vivere accanto ai miei figli."
    Laura ascoltò lo sfogo di Annamaria rendendosi conto che anche lei stava soffrendo e non aveva ricevuto attenzione. Cercò di consolarla, e quando fu il momento di partire, si promisero di tenersi in contatto.
    Durante il viaggio di ritorno si rese conto quasi all'improvviso che non aveva ancora pensato a sua madre. Avrebbe dovuto raccontarle la verità tenendo conto della grande emozione che avrebbe suscitato in lei. Pensava quale potesse essere il modo migliore. Ma c'era un modo migliore? 
    Era l'ultimo giorno dell'anno e la segreteria del suo telefono cellulare aveva registrato diversi messaggi da parte delle amiche per trascorrere insieme la notte di San Silvestro. Non rispose a nessuno. Quando arrivò si chiuse in casa e continuò a leggere i diari di Gloria. Trascorse la notte così, leggendo e riflettendo, lasciandosi libera di dare sfogo ad ogni sua emozione, piangendo ai passaggi più drammatici, e ridendo degli aneddoti riguardanti la vita scolastica. Pensò che Gloria era arguta e simpatica, dotata di un grande senso dell'umorismo e di una capacità di scrittura incisiva e affascinante. Rimpianse di non avere potuto condividere la vita con una persona così speciale, e si sentì pronta a parlare con sua madre.
    Racchiuse i diari in un foglio di carta colorata e sopra  applicò un fiocco rosso: quello sarebbe stato il regalo per lei.
    Quando arrivò a casa dei genitori per il pranzo di capodanno, sua madre era già sulla soglia ad attenderla.
    Fu come se Laura la vedesse per la prima volta: i capelli raccolti dietro la nuca, ma alti e ondulati sulla fronte. Gli occhi scuri penetranti. La somiglianza con Gloria era straordinaria.  Si fermò un attimo e si appoggiò all'auto perchè le mancava il respiro e le tremavano le gambe. Poi vide le pantofole che indossava, di panno marrone, e sorrise.
    "Allora? Cosa fai lì ferma sulla strada?"
    "Vengo subito, devo prendere un pacco nel portabagagli."
    Sua madre aveva tante cose da raccontarle. Durante il pranzo le descrisse tutto il viaggio appena concluso, mentre suo padre taceva sapendo che quando la moglie si metteva a parlare era inutile cercare di interromperla. Laura ascoltava distrattamente, attenta com'era a guardarla e constatare quanto fosse simile a Gloria anche nei modi di muoversi e di sorridere.
    "Non guardarmi così! Sembra che tu non mi abbia mai vista prima!"
    Aveva ragione: non l'aveva mai vista prima.
    Appena pranzato, suo padre se ne andò in camera per il sonnellino pomeridiano. Era un'abitudine a cui era difficile farlo rinunciare. Ma a lei non dispiacque. Preferiva  parlare prima con sua madre da sola.
    "Mamma, non pensiamo ai piatti adesso. Siediti qui sul divano vicino a me. Ti ho portato qualcosa. Guarda"
    Così dicendo  depose il pacco regalo sul tavolino del salotto.
    La madre l'abbracciò e fece per aprirlo, ma Laura posò una mano sopra le sue e le parlò con dolcezza.
    "Non adesso, mamma. Aspetta. Prima devo raccontarti una storia."
    "Una storia?"
    "Sì, una storia di grande amore, una storia vera che sembra una favola."
    Poi raccolse tutto il fiato che potè perchè l'emozione le strozzava le parole in gola:
    "La storia di tua madre...e di mia nonna."
    E allora vide negli occhi di sua madre lo stesso luccichio che la notte di Natale aveva visto negli occhi di Gloria, e seppe che sì, erano lacrime.

  • 02 dicembre 2016 alle ore 14:56
    L'ULTIMO NATALE (Prima parte)

    Come comincia: Dopo avere sistemato la valigia nel portabagagli dell'auto Laura si sedette al volante e passò mentalmente in rassegna tutto ciò che stava portando con sè. Dimenticava qualcosa? Può darsi, si dimentica sempre qualcosa quando si parte. Pensò che in fin dei conti non stava andando nel deserto: se aveva dimenticato qualcosa avrebbe potuto acquistarlo al suo arrivo. Diede un'ultima occhiata alla casa, mise in moto e partì. Quello era il primo anno che non avrebbe trascorso il Natale in famiglia. I suoi genitori erano in viaggio, il suo fidanzamento era finito. Un lungo fidanzamento che aveva fortemente condizionato la sua libertà, al punto che lei, per assecondare un uomo possessivo e molto geloso, aveva finito per perdere tutte le amicizie, rimanendo isolata. Ora finalmente aveva recuperato libertà e allegria e così, per festeggiare se stessa, aveva deciso di andare qualche giorno in montagna. Era eccitata ed entusiasta, e la sua mente non si stancava di elaborare progetti per il futuro. Era padrona di decidere ogni cosa, di andare dove voleva, di sbagliare, anche, senza sentirsi dare della cretina; inoltre non aveva fretta perchè nessuno l'aspettava, nessuno le avrebbe mostrato adirato l'orologio se fosse stata in ritardo, nessuno le avrebbe detto che era inaffidabile, superficiale, confusionaria.
    Pensava tutte queste cose mentre viaggiava in autostrada e si ripeteva che doveva smettere di pensare al passato. Il passato era sepolto e lontano, adesso era il momento del riscatto. Laura era distratta dai suoi pensieri al punto che superò lo svincolo per la località di destinazione. Uffa, pensò, adesso chissà dove andrò  a finire prima di poter tornare indietro! Sembrava che l'uscita successiva non dovesse arrivare mai, ma finalmente, dopo quasi cinquanta km, ecco lo svincolo. Quale località? Quando lesse il nome del paese si ricordò che lì vent'anni prima abitava la sua maestra. Chissà se abitava ancora lì. Velocemente fece i conti e concluse che adesso doveva avere circa settantacinque anni. Laura aveva un bel ricordo di lei, le aveva voluto bene. Nonostante fosse stata una maestra molto severa, aveva  dimostrato sempre un sincero interesse per il futuro di ognuno dei suoi alunni cercando di costruire degli individui con dei princìpi saldi e grandi aspirazioni; si comportava con i bambini come se fossero figli suoi, e i ragazzi tutto questo lo sentivano e accettavano senza protestare anche le sgridate, consapevoli di essersele meritate.  A decidere di andarla a trovare, Laura ci mise solo un attimo. Non conosceva l'indirizzo ma il paese non era grande, infatti la prima persona che interpellò seppe indicarle dove andare.
    "Ah sì, la maestra. Vada sempre diritta fino al secondo semaforo, lì giri a sinistra nel viale alberato, la terza casa a destra è la sua."
    Posteggiò l'auto di fronte ad una bella casa a due piani, elegante e solida; recintata da un muro oltre il quale si intravedevano i rami spogli delle piante da frutta. Di fianco al cancello d'entrata c'era il citofono. Quando premette il pulsante si rese conto di essere emozionata e per un attimo pensò anche che forse non era buona educazione presentarsi a casa di qualcuno senza avvisare, ma ormai era lì.
    "Chi è?"
    "Buongiorno, sono Laura, Laura Gavelli. Lei è la maestra? Sono stata sua alunna."
    "Ti apro."
    Il cancello si aprì e Laura si sentì rassicurata dal fatto che la maestra le aveva subito dato del tu. Attraversò il giardino: un grande bel giardino che sicuramente era stato, in passato, molto curato. Lei era già sulla soglia e le sorrideva. Non era cambiata tanto, e portava ancora la stessa pettinatura dei tempi della scuola: i capelli raccolti dietro la nuca, ma alti e ondulati sulla fronte. Solo che adesso erano bianchi. Il fisico asciutto come allora, e, come allora, una camicetta beige sotto un pullover marrone scuro scollato a vu, una gonna lunga marrone e le immancabili pantofole di panno. Laura sentì  forte il desiderio di abbracciarla e lo fece. La maestra le rivolse uno sguardo divertito e penetrante. I suoi occhi scuri brillavano dietro agli occhiali:
    "Non crederai davvero che mi ricordi di te!"
    Laura si mise a ridere.
    "No infatti, però posso dirle che faccio parte dell'ultima classe di bambini che lei portò fino in quinta elementare. So, perchè mi fu raccontato, che avrebbe dovuto andare in pensione quando noi eravamo in quarta, ma rimandò di un anno perchè potessimo completare i cinque anni senza dover cambiare insegnante. E' vero?"
    "Sì cara, è vero, non ho mai lasciato nulla a metà, e comunque il tuo visetto non è cambiato molto da allora. Vieni, entra. Sono contenta che tu sia venuta a trovarmi, è bello essere ricordati."
    Laura si sentiva completamente a suo agio. La vecchia maestra la guidò in un salotto molto accogliente e entrambe si sedettero in poltrona di fronte al caminetto acceso.
    "Come sta maestra?"
    "Prima di tutto non siamo più a scuola. Mi chiamo Gloria, chiamami per nome, e se mi dai del tu sono ancora più contenta."
    "Proverò, ma sa non è facile, per me lei è sempre la maestra."
    "Bene, io a quest'ora di solito mi faccio il tè. Lo beviamo insieme?"
    Laura la seguì in cucina con naturalezza, come se avesse sempre abitato lì, e si sedette mentre Gloria preparava il tè.
    "Allora Laura, dove stai andando di bello?"
    "Veramente non ho una meta precisa. Volevo solo evadere un po' dalla routine. Ma qui sto bene. E lei, anzi tu, Gloria, vivi qui da sola?"
    "No, vive con me la mia amica Annamaria, ma è andata a trascorrere il Natale con i suoi figli. Voleva che andassi con lei, ma io sto bene in casa mia. Mi sono impigrita un po' con l'età, e poi, cosa c'è di meglio della mia casa!"
    Laura si sentiva talmente a suo agio da pensare che le sarebbe piaciuto rimanere lì per Natale. Così osò:
    "E' bella questa casa, così intima e accogliente. Viene voglia di restare."
    "Puoi restare se vuoi. Io non ho nessun programma speciale per Natale, ma abbiamo ancora un po' di tempo per organizzarci.".
    "Sarà il più bel Natale degli ultimi cinquant'anni" scherzò Laura "Davvero non ti disturbo se rimango qui con te?"
    "Non mi disturbi, anzi mi rendi felice."
    Bevvero il tè in cucina chiaccherando fittamente dei tempi della scuola. Laura ricordava ancora quando Gloria la sgridava dopo l'intervallo di mezza mattina per quanto si era scalmanata, e poi la portava nel bagno, le lavava il viso e la pettinava. "Fammi vedere i denti" le diceva "Te li lavi sempre? Mi raccomando, che se no rimani senza e poi come fai a mangiare?" In classe la maestra camminava fra i banchi, ogni tanto si fermava dietro a un bambino, gli appoggiava una mano sulla spalla e gli accarezzava la testa. Era sempre molto dolce, ma anche tanto esigente. "La buona educazione, l'ordine e la bella calligrafia saranno il vostro biglietto da visita. E poi, con la buona volontà si impara tutto il resto."  E quando vedeva compiti scritti male e trasandati perdeva la pazienza "Queste sono zampe di gallina!". Ma quello che Laura ricordava, anche con un po' di rabbia, era l' annotazione che la maestra scriveva sempre sotto i suoi componimenti d'italiano: "Non è farina del tuo sacco".
    "Perchè Gloria lo scrivevi? Io non ho mai copiato neppure una riga."
    "Lo so, lo so, eri bravina, ma io volevo molto di più perchè avevi le potenzialità, e siccome eri un po' lazzarona, ti tenevo sulla corda. Ma adesso pensiamo al Natale."
    Un'oretta più tardi le due donne a braccetto passeggiavano per le vie del paese guardando le vetrine illuminate, sotto le ghirlande luminose appese per aria da un lato all'altro delle vie. La gente era allegra e frettolosa, intenta agli ultimi acquisti natalizi. I bar e le pasticcerie erano stipati di persone che acquistavano dolci o bevevano l'aperitivo. Famiglie intere che si godevano l'antivigilia di Natale dedicandosi a tante piccole gioiose attività tipiche del periodo. Laura non si sentiva così appagata da anni. Si sentiva bene, libera, e partecipe dell'entusiasmo generale. Non ricordava neppure più quando fosse stata l'ultima volta che aveva passeggiato con sua madre per le strade della città, scherzando e acquistando regali per il Natale. Stava riscoprendo antiche emozioni che le erano state sottratte da quel fidanzamento così esclusivo che l'aveva intrappolata per troppo tempo.
    Strinse più forte il braccio di Gloria fin quasi ad appoggiarle la testa sulla spalla.
    "Io suggerirei un bel bollito per la vigilia. Come si faceva un tempo. Sono giovane ma certe cose le so. Cosa ne dici Gloria? La messa di mezzanotte e al ritorno la classica scodella di brodo."
    "Perchè no! E' da molti anni ormai che non assisto alla messa di mezzanotte. Ci vado volentieri con te. C'è anche il presepe vivente, se vuoi possiamo andare a vederlo."
    Quando rientrarono con le borse della spesa, le posarono sul tavolo della cucina.
    "Che bel calduccio!" Esclamò Laura! Proprio come da bambina.
    D'inverno, quando entrava in classe, Laura diceva così alla maestra. Gloria si soffermò a guardarla mentre si toglieva il giaccone pesante. Era vero, quel visetto sotto il berretto di lana era sempre lo stesso di allora, e anche l'entusiasmo e l'eccitazione per quel Natale imprevisto, erano gli stessi di quando era bambina. Gloria non potè fare a meno di prenderle un attimo il viso fra le mani con tenerezza.
    "Vieni, ti mostro la tua camera."
    Partecipare alla messa di mezzanotte per Laura fu come ritornare indietro di vent'anni. Da molto tempo lei non frequentava chiese, giusto da quando era bambina. Trovarsi in chiesa insieme alla sua maestra poi, rendeva il tutto ancora più irreale. C'era tantissima gente e la cerimonia era molto suggestiva. Quando alla fine della messa il coro e tutti i fedeli intonarono "Tu scendi dalle stelle" lei si commosse e non potè trattenere le lacrime. 
    Tornando a casa a piedi fu tutto un susseguirsi di strette di mano e scambi di auguri. In tanti si rivolgevano a Gloria dandole del tu e facendole notare quanto fosse eccezionale vederla alla messa di mezzanotte. Lei sorrideva  ed aveva una parola gentile per tutti. Laura pensò che la vecchia maestra doveva essere molto amata dai suoi compaesani, e si sentì privilegiata ad essere in sua compagnia.
    A casa, ranicchiata in poltrona davanti al caminetto, sorseggiò insieme a Gloria la scodella di brodo bollente.
    "Abbiamo fatto davvero un bell'alberello, non ti pare?"
    "Sì, è proprio carino."
    Le luci intermittenti illuminavano a momenti il viso di Gloria e il luccichio dei suoi occhi, e Laura si chiese se a luccicare fossero lacrime. Non disse nulla e lasciò che il silenzio di quei momenti riempisse la stanza. Posò la scodella e appoggiò la testa allo schienale della poltrona. Chiuse gli occhi. Mai il silenzio le era sembrato così bello. L'unico rumore era il tic tac dell'orologio a parete. Era completamente serena, in pace con se stessa e col mondo, perfino con quel piccolo individuo del suo ex fidanzato. Si accorse di sorridere di sollievo al ricordo di lui che ormai faceva parte del passato.  La voce di Gloria la distolse dai suoi pensieri.
    "Buon Natale Laura"
    "Buon Natale maestra"
    La mattina di Natale, quando aprì la finestra della sua camera, Laura pensò che quel giardino, innevato sarebbe stato molto romantico. Ma a oriente il cielo era rosa e non si vedevano nuvole, perciò si preannunciava una bella giornata soleggiata, anche se fredda.
    Gloria le aveva preparato la colazione: tè con una fetta di torta che aveva cucinato lei.
    "Speriamo che sia buona, non facevo una torta da anni."
    "Santo cielo, ma a che ora ti sei alzata?"
    "Presto cara, ma mi alzo sempre presto."
    "E' fantastica questa torta."
    Lavorarono insieme in cucina: Laura preparò il sugo e Gloria l'arrosto.
    A mezzogiorno tutto era pronto per il pranzo di Natale, e Laura aveva raccontato a Gloria gli ultimi suoi vent'anni di vita.
    "L'amore deve dare gioia, se fa soffrire qualcosa non va."
    A Laura sarebbe piaciuto sapere qualcosa della vita di Gloria, ma era così evidente e palpabile la riservatezza di lei, che non ebbe il coraggio di chiederle nulla. Invece lei era riuscita a confidarle con estrema naturalezza cose che non aveva mai detto neppure a sua madre. Per tutto il giorno le parlò dei suoi progetti. Non voleva legarsi ad un altro uomo per parecchio tempo e quando avesse deciso di vivere un'altra storia sarebbe stata bene attenta a chi avesse scelto. Non voleva più sbagliare, anche se non voleva neppure rimanere sola tutta la vita.
    "Non siamo fatti per stare soli. Io ho scelto di non legarmi a nessuno però vivo con un'amica. Condividiamo gusti e stile di vita, perciò è una buona convivenza. Ci facciamo reciprocamente compagnia e ci assistiamo quando ci ammaliamo. Ma sola no, non mi piacerebbe vivere sola. Daltronde nella vita non si sa mai: tutto può succedere, ma spero che Annamaria viva a lungo, più di me sarebbe l'ideale. Cosa mi dici dei tuoi genitori? Vogliamo chiamarli e fare loro gli auguri?"
    Laura si sentì immediatamente in colpa, avrebbe dovuto pensarci lei, ma Gloria sembrò intuire il suo stato d'animo.
    "Ho pensato che tu non osassi chiedermi di usare il telefono."
    "No, sinceramente non ci avevo ancora pensato, oggi sono un po' distratta. Comunque ho il telefono cellulare: non ho scuse."
    "Certo, non pensavo più che esistono i telefoni cellulari. Ma chiamiamo dal mio."
    Laura era emozionata.
    "Mamma? Ciao mamma, auguri, buon Natale. Non immagineresti mai dove sono. Sono a casa della mia maestra. Quando torno ti racconto! Passami papà"
    Dopo Laura volle che Gloria parlasse con i genitori.
    "No signora, Laura non mi ha disturbata. Sono contenta che sia qui, anzi spero che tornerà ancora a trovarmi."
    Ma il viso di Laura si era un po' adombrato mentre ascoltava la madre, e poco più tardi informò Gloria che sarebbe dovuta partire l'indomani mattina.
    "Vorrei rimanere di più. Si sta così bene qui, ma mia madre mi ha ricordato una promessa che devo mantenere. Veramente la promessa l'ha fatta lei, ma devo mantenerla io."
    "Le mamme vanno sempre accontentate. Oggi è già una bellissima giornata, e spero che tornerai a trovarmi."
    Dopo quella telefonata sembrò che il tempo si fosse messo a correre. In un attimo fu sera e in altrettanto breve tempo fu l'indomani mattina, e il momento di partire. 
    Laura scrisse il suo numero di telefono su un foglio e con una piccola calamita lo appese alla porta del frigorifero: "Così ogni volta che aprirai il frigo penserai a me, e magari qualche volta mi chiamerai."
    Poi Gloria la accompagnò all'auto. Si abbracciarono e lei rimase a guardare  finche l'auto non scomparve dietro una curva.

  • 02 dicembre 2016 alle ore 10:15
    Con il buonsenso si prende tutto

    Come comincia: Due amici in un laghetto:

    A: "Hei il tuo smartphone perchè l'hai spento?"
    B: "Non fa niente"
    A: "il mio ha quattro tacchette prende a meraviglia"
    B: "Beh.. vedi la mia canna da pesca? non ha nessuna tacchetta ma ha preso 4 pesci"

  • 01 dicembre 2016 alle ore 16:29
    La presunzione di Livia

    Come comincia: Le riunioni scolastiche possono diventare un'arena. Ne sapeva qualcosa Livia che quel giorno si permise di obiettare ad un'osservazione posta da un genitore ad un professore: scoppiò il finimondo. La tensione e lo scontro verbale coinvolsero tutti i presenti fino a farli apparire lupi famelici pronti a sbranare la preda di turno; Livia era la preside e come tale aveva l'obbligo e l'autorità per porre fine a quel pandemonio che la disgustava e quando capì che la situazione stava degenerando, con un urlo acuto e deciso riuscì a calmare gli animi dei presenti  "Silenzio! Signore, signori, cerchiamo di mantenere un contegno e riportiamo la discussione entro i termini di un civile scambio di opinioni" Tutti tacquero, nemmeno lei credeva alle parole che aveva pronunciato; troppa ignoranza in quella stanza, troppa arroganza, ma la sua diplomazia stemperò per un momento gli animi illudendola di poter concludere l'incontro positivamente. Purtroppo però, tra mille polemiche e litigi, la riunione si protrasse per le lunghe e, nonostante tutta la buona volontà, fu costretta a sospendere la seduta prima di aver preso in  esame tutti i punti all'ordine del giorno; avrebbero concluso il dibattito l'indomani, dopo l'orario delle lezioni.
    Livia uscì di scuola che era ormai buio pesto ma per fortuna la fermata della metrò era a pochi passi, non le piaceva restare da sola per strada a quell'ora. Raggiunse la stazione in un attimo e dopo alcuni minuti di attesa snervante salì sul convoglio e si accomodò seduta nell'unico posto libero. Venti minuti la separavano dalla sua fermata ed era talmente stanca che quel sedile le sembrò un trono. Alla fermata successiva scesero alcuni passeggeri e ne salirono altri in numero tale da non lasciare posti a sedere per tutti e tra i tanti Livia notò una coppia di anziani che con lo sguardò cercava vanamente un seggiolino libero, oltre che ad essere anziani parevano anche claudicanti, colpiti forse da qualche problema dovuto all'età avanzata. A quella vista il vicino di Livia, un bel giovane dall'aspetto atletico, si alzò immediatamente per cedere il posto ad uno degli anziani invitandola con lo sguardo a fare altrettanto, lei invece girò il capo dall'altra parte e sbuffò sonoramente, non aveva la minima intenzione di cedere il posto a nessuno, era troppo stanca. A quel punto il giovane aiutò la signora ad accomodarsi e nel contempo imprecò nei confronti di Livia, ma fu l'anziana a stemperare la tensione rivolgendo al giovane delle semplici parole per tranquillizzarlo "Su, stia calmo. E' stato gentile a donarmi il posto. La signora al mio fianco sarà sicuramente stanca e non è obbligata a cedere il suo posto a nessuno, mio marito è forte, vedrà che andrà tutto bene" Nel frattempo il convogliò si fermò e Giuseppe, così si chiamava il ragazzo, scese dal treno rispondendo con un sorriso ai cenni di saluto dei due anziani, mentre Livia lo squadrò dall'alto in basso con aria distaccata.
    Da lì Giuseppe, in dieci minuti a passo sostenuto, raggiunse casa sua dove c'erano ad attenderlo i suoi genitori con il fratello. "Hai fatto tardi anche questa sera" Lo accolse la madre con voce melanconica "E allora?" Rispose lui in cagnesco "Nulla, era solo una considerazione" ribadì sospirando la donna "Non sono affari tuoi" Infierì Giuseppe alzando il tono di voce anche per sovrastare il volume della televisione che nel frattempo qualcuno in sala aveva aumentato considerevolmente "Hai sentito? Tuo padre preferisce il frastuono di quell'aggeggio infernale piuttosto di prender parte al discorso" "Lui dov'è?" Chiese invece Giuseppe che non l'aveva ascoltata "In cameretta, sta riposando" Rispose la mamma con un nodo alla gola, non le piaceva il tono del figlio e quando Giuseppe si girò verso di lei, qualcosa nel suo sguardo le fece gelare il sangue nelle vene. Poi lui si affacciò in sala dove suo padre era sdraiato sul divano, intento a guardare la tv completamente immerso nel suo mondo e senza aggiungere altro scansò la madre con un braccio e si diresse verso la cameretta. Spalancò la porta ed accese la luce, incurante di disturbare il riposo del fratello che, imbottito di farmaci e avvolto nelle coperte, non si accorse di nulla. Richiuse dietro di se la porta e girò la chiave a doppia mandata costringendo sua madre ad aspettare fuori, pietrificata dal terrore. Giuseppe scoprì il fratello e restò immobile ad osservarlo in tutta la sua vulnerabilità; la rara malattia che aveva colpito il povero ragazzo, oltre ad averlo reso storpio, ne aveva cambiato completamente i lineamenti e anche il suo cervello si stava riducendo ad un ammasso di gelatina senza funzioni; ormai suo fratello era paragonabile ad una pianta malata. Giuseppe trasse un lungo respiro e poi fece la sua mossa. Allertati dalla madre preoccupata, i carabinieri arrivarono nel volgere di pochi minuti e furono costretti a scassinare la porta della cameretta, quando entrarono ebbero la conferma dei timori della donna; Giuseppe era appeso ad una corda legata al lampadario, mentre sul letto era steso il fratello con il viso rilassato come se stesse dormendo beatamente. Nel frattempo erano arrivati anche i volontari del pronto soccorso che presero subito in consegna Giuseppe; infatti grazie al tempestivo intervento dei carabinieri e al suo eccezionale fisico pur se in gravi condizioni era ancora vivo. A quel punto suo padre si abbandonò ad un pianto sfrenato tra le braccia incredule della moglie.
    Giuseppe fu portato in ospedale e, nonostante le sue condizioni, messo sotto sorveglianza armata, l'indomani il giudice avrebbe preso i provvedimenti del caso. L'infermiera che fu incaricata di tenerlo sotto controllo quella notte era una neo laureata, di bell'aspetto e con un'ottima preparazione, non era per nulla spaventata dell'incarico; le avevano detto cosa avesse appena combinato quel ragazzo, ma la sua determinazione le fece assumere subito il controllo della situazione. Giuseppe era in coma farmacologico, ma lei credeva nella teoria che un cervello non è mai spento e quindi anche in quelle condizioni assimilasse comunque tutto ciò che gli accadeva intorno e quando, dopo alcune ore, restò sola con il paziente, prese a parlare "Bene, ti chiami Giuseppe, e a quel che vedo sei un bel ragazzo. Ho saputo che hai appena ammazzato tuo fratello, qualcuno dice per un atto di misericordia, qualcuno no. Non ti conosco personalmente, ma so un sacco di cose di te e penso che tu abbia voluto toglierti di torno un peso; si, mi hai capito bene, un peso, un fastidio. Quel fratello malato e impresentabile di cui tanto ti vergognavi, tu che sognavi di sfondare nel mondo della televisione e dello spettacolo, tu che hai dedicato ogni istante della tua crescita per diventare simile ad uno di quei personaggi che tanto ammiravi. Come faccio a sapere tutte queste cose? Ascolta: durante i miei studi ho frequentato vari ambienti per l'apprendistato e per un certo periodo sono stata inserita in un centro per assistenza di pazienti affetti da gravi patologie. Lì mi hanno affidato il caso di un ragazzo che, sano come un pesce, aveva cominciato ad avere dapprima piccoli problemi motori, poi man mano che la malattia progrediva il suo corpo ha preso a deformarsi e anche la sua mente ha cominciato a cedere fino a ridurlo a ciò che era fino ad oggi, io conoscevo bene tuo fratello. Era lui che mi raccontava dei tuo sogni, delle tue ambizioni, ed era lui che piangeva per te consapevole che la sua malattia avrebbe precluso ogni tuo sforzo, perché  i tuoi genitori stavano spremendo tutte le proprie risorse per lui nel vano tentativo di guarirlo. Finché ha potuto farsi capire tuo fratello ha sempre tenuto la tua parte, si sarebbe ammazzato pur di vederti felice. Ti voleva bene, per te invece era solo un ostacolo da eliminare; ora che l'hai ammazzato, come ti senti? Sei un verme Giuseppe, ed è giusto che provi quello che ha passato tuo fratello" Detto ciò Anna, così si chiamava l'infermiera, preparò un cocktail di medicinali che sapeva essere micidiale, lo diluì nella flebo che doveva sostituire quella quasi esaurita e la fissò al suo posto con le mani tremanti; Giuseppe sarebbe morto nel sonno. Anna fini il suo turno, sostituì la flebo e senza batter ciglio si avviò verso casa, sarebbe toccato agli altri scoprire la morte del ragazzo.
    Livia aveva ancora il mal di testa, nonostante avesse ingerito una dose massiccia di sonnifero non era riuscita a chiudere occhio, suo marito era all'estero per lavoro e da quando i figli si erano accasati altrove, stare da sola le creava sempre una certa angoscia. Si preparò una colazione abbondante innaffiata da caffè nero e forte e dopo essersi fatta una doccia rigenerante si apprestò ad affrontare una nuova giornata di fatica tra colleghi e collaboratori che non sopportava più. Quando salì sulla carrozza della metrò, piena come sempre, notò con la coda dell'occhio un posto a sedere libero e fece per raggiungerlo quando un istante prima di lei lo occupò una giovane ragazza dalla folta e riccioluta capigliatura rossastra. Livia la squadrò dall'alto esortandola con lo sguardo a cederle il posto, in fin dei conti quella giovinetta poteva essere sua figlia. La ragazza dal canto suo si limitò a sorriderle con aria sprezzante, non le avrebbe ceduto il posto neppure a pagamento. Livia imprecò tra se e se ma all'istante le apparve nella mente la scena della sera prima, quando fu lei a non cedere il posto all'anziano signore e ricordò anche il sorriso dei due anziani che, per nulla contrariati dal suo gesto restarono tranquilli ai loro posti. Livia sospirò profondamente e un sorriso si fece largo sul suo bel viso; aveva dei lineamenti ben marcati, ma la sua femminilità era tale da far invidia a parecchie donne facendola sentire superiore alle altre. La ragazza dai capelli rossi la osservò con aria stanca, aveva lavorato quella notte e il comodo sedile, l'ambiente riscaldato e i tipici rumori di fondo di un vagone affollato, le stavano conciliando il sonno al punto che, reclinato il capo su una spalla, si addormentò senza accorgersi di aver fatto scivolare a terra la sua borsetta da cui ne  usci il suo cellulare. Livia istintivamente si chinò a raccogliere tutto e quando ebbe tra le mani il cellulare non poté non notare un'immagine che inavvertitamente aveva aperto sullo schermo; ritraeva un ragazzo sdraiato su un letto di ospedale con tanto di flebo al braccio. Il particolare che la colpì però non fu quello, osservando attentamente sullo schermo si rese conto di aver già visto quel ragazzo, era colui che la sera prima aveva ceduto il posto alla signora anziana sulla metrò e a quel punto decise di svegliare la ragazza per avere notizie su quel tale. La giovane, ancora intontita dal sonno, ci mise un attimo a realizzare cosa fosse successo, Livia infatti le stava spiegando di come, senza volerlo, avesse visto l'immagine sul suo cellulare convinta di aver riconosciuto quel ragazzo, ma la giovane le rispose con tono aggressivo "E lei chi è? Cosa vuole da me?" "Nulla di importante" replicò Livia con calma "Ieri sera ho incrociato quel ragazzo sulla metrò" e così raccontò alla ragazza ciò che era accaduto "Io ero stanca dopo quella riunione" concluse Livia "E mi sono comportata da stronza, non ho attenuanti, ed infatti oggi ho ricevuto lo stesso trattamento. Ma quel ragazzo, così gentile, così a modo. Che gli è successo?" La ragazza aveva ascoltato attentamente quel racconto, e un dubbio atroce la assalì, come poteva un ragazzo dai modi così gentili aver commesso un atto così terribile? Livia si accorse dello sgomento della ragazza e, convinta di essere lei la causa di quello stato d'animo, le poggiò una mano sulla spalla e le disse "Mi scusi, forse sono stata indiscreta, non volevo arrecarle nessun disturbo" Per tutta risposta la ragazza si alzò di scattò e abbracciò Livia con tanta foga da farle mancare il respiro, la preside strabuzzò gli occhi, incredula e con un filo di voce le disse "Piacere, io sono Livia" La ragazza si stacco da lei e con un sorriso smagliante rispose "E io sono Anna e lei mi ha aperto gli occhi" Alla prima fermata la ragazza scese dal convoglio e immediatamente salì sul treno che andava in senso contrario, aveva sbagliato e doveva correre all'ospedale per porre rimedio al suo tragico errore. Livia dal canto suo prese il posto della ragazza, aveva ancora alcuna fermate prima di giungere a destinazione, ma quell'episodio la convinse ancor di più di come le persone avessero ancora molto da poter dare, bastava un po' meno indifferenza, forse.
    Anna raggiunse l'ospedale e si recò immediatamente verso la camera di Giuseppe e quando fu a pochi metri dalla stanza incontrò uno dei medici che ne stava uscendo scuotendo la testa. Anna interpretò quel gesto nel peggiore dei modi e quasi si scontrò con l'altro nella foga di sapere cosa fosse accaduto "Bene!" Esclamò l'uomo "Che ci fai qua?" "La flebo" biascicò terrorizzata Anna "Già, la flebo" Sei talmente distratta che non ti sei accorta che la flebo era staccata dalla sua sede. Devi aver combinato uno dei tuoi soliti casini e io ho trovato tutto il liquido in terra, per fortuna sono venuto a controllare e l'ho sostituita con una nuova, in più mi è toccato asciugare tutto" "Quindi il paziente non ha ricevuto neanche una goccia di quella flebo" Affermò Anna speranzosa "No, ma la situazione è sotto controllo. Dovrei fare rapporto a te e a quell'inetto del tuo collega. Da quando hai smontato di turno e ha preso il tuo posto non si è ancora degnato di venire a controllare il paziente" Anna sentì salire le lacrime agli occhi "Su, su Anna, non ti preoccupare, il fatto che tu sia tornata immediatamente qua dimostra il tuo attaccamento per il lavoro, sospettavi di aver commesso un errore e sei corsa per porvi rimedio, ok?" Rimedio all'errore, pensò Anna. Quanto era vero, ma quanto si sbagliava il dottore "Si dottore, la ringrazio per aver rimediato alla mia distrazione" L'uomo sorrise benevolmente e poi si lasciò Anna alle spalle "Se vuole, ragazza, entri pure a far visita al suo paziente" Anna non se lo lasciò ripetere ed immediatamente si fiondò al capezzale del ragazzo.
    Livia era seduta nel suo ufficio, fuori dalla finestra scorgeva il via vai di veicoli che affollavano la città tutte le mattine, la gente era impazzita, o era sempre stata così'? Mentre sorseggiava il cappuccio ormai tiepido, tornò con la mente ai fatti successi nelle ultime ore, qualcosa l'aveva toccata nel profondo dell'animo. Da sempre si riteneva una donna tutta di un pezzo, infaticabile nel lavoro, precisa e attenta nella vita di tutti i giorni, innamorata di suo marito, madre presente ed attenta alle esigenze dei figli, ben voluta da amici e colleghi e rispettata dai propri alunni; era orgogliosa di tutto ciò. Eppure, in quel momento, sentiva che non era pienamente soddisfatta della sua vita. Per lei il lavoro era diventato un'ossessione, tutti dovevano rispettare le sue regole e tutti dovevano essere all'altezza delle sue richieste; i professori, gli alunni i collaboratori scolastici, tutti, senza eccezione. Amava suo marito, ma anche a lui aveva imposto il suo ritmo di vita incurante delle sue esigenze, l'uomo però era troppo buono per manifestare delle rimostranze e forse, in questo modo, il loro rapporto si stava lentamente deteriorando. Finì di bere il cappuccio ormai freddo e si mise davanti al monitor del computer intenzionata a riprendere il controllo, aveva un sacco di cose da fare, ma ormai la sua testa era altrove; nel profondo del suo cuore si era spalancata una voragine da dove fuoriuscivano a getto continuo emozioni e sentimenti repressi da anni. Consapevole di non riuscire a concentrarsi sul lavoro Livia si alzò e si mise a guardar fuori dalla finestra, il traffico si era leggermente attenuato e il cielo, che di prima mattina era coperto da fitte nubi, ora lasciva passare qualche raggio di luce solare e a quella vista sorrise tra se, le sembrava di essere in una scena tratta da un film di serie b; la protagonista che, presa dai suoi rimorsi, interpreta i segni del cielo come una via di uscita dal suo limbo interiore. La sua scorza si stava sciogliendo ed ora le era chiara una cosa, non aveva mai dedicato seriamente e gratuitamente un solo istante della sua vita al prossimo tanta era la sua presunzione e la sua convinzione di essere migliore degli altri, a quel punto le fu chiaro di non essere benvoluta, tutt'altro, era temuta. Quel pensiero la fece esitare per un attimo, ma poi il suo carattere forte la aiutò a riprendere il controllo della situazione e in un attimo decise di dare una svolta alla sua vita; sorrise nuovamente, anche perché nel frattempo il cielo si era nuovamente rannuvolato e le prime gocce di pioggia punteggiavano la strada, interpretò quel segno pensando che ognuno è padrone del proprio destino.
    Anna stava fissando Giuseppe da qualche minuto e senza rendersene conto riprese il discorso da dove l'aveva lasciato prima di smontare dal turno "Sai Giuseppe, non ti ho detto tutta la verità. Tuo fratello, che ti adorava, aveva espresso più volte il desiderio di morire per lasciarti libero di realizzare i tuoi sogni e i tuoi desideri, mi ha sempre parlato di te come di un ragazzo buono e gentile. Poco fa ho incontrato sulla metrò una donna che mi ha raccontato un fatto accaduto ieri sera e ti ha dipinto come un ragazzo sensibile e sorridente, io non voglio credere che tu abbia commesso quello di cui sei accusato, non puo essere. E poi c'è un'altra cosa che ti ho nascosto: ero talmente entrata in sintonia con tuo fratello che tutto quello che lui provava per te lo sentivo anche io. Mi mostrava le tue foto, mi parlava dei tuoi modi e, lo confesso, mi sono innamorata di te" Anna si fermò un attimo ad ascoltare, aveva captato un rumore provenire dall'esterno della stanza e per precauzione uscì a controllare; era solo il militare che era venuto a dare il cambio al suo collega "Tutto bene signorina?" Chiese l'uomo "Si, tutto bene" Rispose gentilmente lei senza aggiungere altro  e poi richiuse la porta dietro di se e riprese a parlare "Io ti amo Giuseppe, lo so che è strano, non ci siamo mai visti prima, ma è così e ieri sera, quando ti hanno portato da me in fin di vita e ho saputo cosa era successo, mi è crollato il mondo addosso" Anna si avvicinò al letto e prese tra le sue mani una mano di Giuseppe "Ti prego, riprenditi. Sono sicura che tutto si risolverà per il meglio" In quel momento la ragazza senti la mano del ragazzo stringere le sue, pensò ad un movimento dovuto a uno spasmo ma poi udì uscire dalle labbra del ragazzo un'unica parola dolcemente sussurrata "Grazie" e il volto di Giuseppe si riempì di lacrime.
    Livia aveva trascorso la mattinata lavorando come al solito ma, pervasa da una nuova carica, sentiva di voler urlare al mondo che sarebbe cambiata e che si sarebbe aperta al prossimo. A breve avrebbe avuto la prima prova per verificare la bontà del suo intento, doveva concludere l'incontro interrotto il giorno prima.
    Anna, che nel frattempo si era appisolata seduta al fianco di Giuseppe, fu svegliata dal rumore di passi che si stava avvicinando alla stanza e dopo pochi istanti la camera fu invasa da cinque persone: con il dottore che poco prima le aveva fatto la ramanzina c'erano l'infermiere di turno, poi un militare chiaramente di grande importanza ed un signore ed una signora che immediatamente identificò come i genitori di Giuseppe e Carlo, suo fratello deceduto. Fece per spostarsi immediatamente ma il dottore le chiese di stare tranquilla; era tutto sotto controllo. La signora si avvicino al figlio immobile sul letto e con le labbra ne sfiorò la fronte, mentre le lacrime inumidirono il viso del ragazzo. "Non piangere mamma, sto bene" La donna si ritrasse quasi spaventata all'udire quelle parole e contemporaneamente cercò con lo sguardo il dottore che a sua volta aveva stampata in viso un'espressione incredula ma immediatamente prese in mano la situazione. Ordinò a tutti di lasciare la stanza, trattenendo con se solo l'infermiere e ordinando ad Anna di correre subito in reparto ad avvisare i suoi colleghi di raggiungerlo immediatamente. Nel volgere di pochi minuti la stanza di Giuseppe si riempi di un nugolo di dottori ed infermieri e agli altri non restò che allontanarsi. Si trovarono così a bere un caffè nella zona dei distributori automatici dove, in forma confidenziale, il comandante dei carabinieri stava informando i genitori dei ragazzi di avere raccolto sufficienti prove per ritenere che Carlo fosse morto alcuni istanti prima dell'arrivo di suo fratello e quindi, con tutta probabilità, sarebbero cadute velocemente le accuse di omicidio lasciando però  il dubbio sulle reali intenzioni che avevano spinto Giuseppe a barricarsi in camera e poi a tentare il suicidio. Anna era riuscita, senza dare nell'occhio, ad avvicinarsi ed ad ascoltare quella conversazione privata e nell'udire quelle novità il suo cuore sobbalzò dalla gioia; Giuseppe non era un assassino. Nel frattempo uno dei dottori uscì dalla stanza in cui era allettato il ragazzo e con aria trionfale informò i presenti che il paziente era miracolosamente fuori pericolo.
    Livia accolse nella sala riunioni i professori e i genitori, o comunque chi aveva la responsabilità dei suoi ragazzi al di fuori della scuola, con un sorriso e con parole distensive, non voleva che si ripetesse di nuovo la bagarre del giorno prima. Esortò tutti i presenti ad avviare una discussione civile e concisa, era decisa a risolvere la questione in poco tempo così da evitare ulteriori tensioni ed infatti si risolse tutto nel migliore dei modi lasciando soddisfatti tutti i presenti e Livia riuscì quindi a congedarli con il sorriso sulle labbra. Dopo aver lasciato la scuola si diresse verso la metrò e appena raggiunta la fermata incontrò lo sguardo di Anna che le corse incontro e la abbracciò e Livia, nonostante la sorpresa di quel gesto, la accolse tra le sue braccia e sentì un calore sprigionarsi dal cuore della ragazza. "Dimmi Anna, tutto bene?" le chiese mentre salivano in carrozza.  La ragazza iniziò a raccontarle gli ultimi avvenimenti nei minimi dettagli, sentiva di potersi fidare di quella donna e anzi, voleva condividere con lei la sua gioia; le due donne erano talmente prese che non si accorsero del tempo che scorrevae solo quando giunsero al capolinea si resero conto di essere rimaste sole sul vagone. Sorprese da quell'inconveniente ma per nulla demoralizzate, presero a ridere fino alle lacrime e a quel punto Livia propose "Visto che siamo qua potremmo trovare un locale e fermarci a mangiare qualcosa, che ne dici?" "Ok Livia, oggi è un giorno speciale, festeggiamo" Mentre scendevano dalla carrozza Livia afferrò una mano di Anna e parlò con voce calma e serena, come non faceva da tanto tempo "In realtà tutti i giorni sono speciali, ogni giorno ci regala qualcosa, le persone che ci circondano hanno la loro storia e tutti, dal primo all'ultimo essere umano, hanno il diritto di viverla poterla raccontare. A noi il compito e la forza di saperli ascoltare e capire" Livia sorrise, Anna la stava fissando con aria interrogativa "Con il tempo, cara la mia Anna, capirai come il fatto stesso di vivere sia stupendo e tutti hanno questo diritto, di vivere e gioire, di poter sbagliare e rimediare, di perdonare ed essere perdonati. Io l'ho capito solo ora, ma ti assicuro che è una sensazione meravigliosa" Anna strinse la mano di Livia, forse aveva capito, o magari aveva frainteso, ma alla donna bastò quel gesto per farla sentire bene "Ecco un bar tavola calda!" Esclamò la ragazza mentre con delicatezza si era staccata dalla mano di Livia. Le due donne si accomodarono ad un tavolino e dopo aver ordinato qualcosa da mangiare e bere si misero a parlare come due vecchie amiche, la serenità che spigionava Livia aveva ormai contagiato anche Anna;. La serata scivolò via rapida e tranquilla e quando fu il momento di lasciarsi Livia capì che per anni aveva giudicato le persone senza mai conoscere la loro storia fino in fondo. Quei pensieri la accompagnarono fino ad un istante prima di addormentarsi e la mattina seguente, quando si svegliò di buon'ora, esclamò a gran voce "Eccomi mondo, sono pronta!"

  • Come comincia: Franco è confuso da quando Eros è diventato un trans e Felice per via di tutto ciò è disperato, di conseguenza Allegra non sorride più. Urbano fa ancora il vigile di professione, il suo fidanzamento con Luna illumina i gossip nel paese, nonostante la precedente passione per Stella abbia smesso di brillare. Emilia si sta riprendendo, ancora trema ogni tanto, ma la cinica Italia non fa una piega, quasi fosse una questione di stato. Regina pulisce i bagni di un supermercato, Salvo è colui che è emigrato da questo paese, tutti lo ricordano per questo, perfino Natale, sebbene lo si veda una volta l'anno e io, non so perché, rimango sempre pervaso da un senso di tristezza quando arriva. Fortunata si è fidanzata con Gastone, le regalerà un Diamante ha promesso, per via di questo fatto Fausto è caduto in depressione e Abbondanza si è ammalata di anoressia. Casto ha sposato Immacolata e tutto, tra loro, è finito quel giorno, così che Beata è divorata dai sensi di colpa e Innocenza non è più lei, fino a prova contraria. Modesto soffre di solitudine, gli manca l'amico Egeo ricoverato per eccesso di inquinamento, Iride era una falsa invalida e Angelo per risarcire i truffati si è venduto le ali. Mansueto è intrattabile poiché Maddalena non si pente più di nulla ma Concetto, un tipo dall'aspetto inspiegabile, ripete lui che tutto finirà in Gloria. Massimo è ai minimi storici da quando Onesta lo ha abbandonato e ripete che Giusto non è uguale con tutti, ora pare sia diventato vegetariano e viva con una certa Eva, persona ambigua che sta sempre sulla bocca di tutti. Tiffany non riesce più a fare colazione perché Carolina produce un latte acido, di questo incolpa Germano, reo di inquinare l'erba da pascolare con i propri escrementi. Donato lo scartano a priori, lui è innamorato del profumo di Flora, ad ogni stagione ci prova ma con poca fortuna. Sauro, senza Dino, dice di aver perso la parte migliore di sé, insieme sarebbe tutta un'altra vita ripete all'amica Messalina, l'unica che in questo paese abbia un lavoro sicuro. Già, perché Assunta è stata licenziata, Libero rimane prigioniero delle proprie paure e Speranza si sta lasciando morire a poco a poco.

  • 27 dicembre 2015 alle ore 13:51
    la bolla

    Come comincia: c'era una volta una bolla che stava per scoppiare, allora chiese di essere manipolata. Sognava di diventare una enorme bolla illuminata da un led, contenere altre bolle e del fumo. La bella, che aveva il potere di parlare alle bolle, udì il suo richiamo e decise di fare la magia. Esaudì così l'ultimo desiderio della bolla, facendola diventare la più bella bolla che l'umanità avesse mai visto... Rimase impressa per decenni nelle menti dei bambini accorsi ad ammirarla che tramandarono di padre in figlio questa storia. La storia di una bolla che incontrò la bella e diventò una leggenda.

  • 25 dicembre 2015 alle ore 4:50
    Aquila blu

    Come comincia: ....ricordo...ero presa dai miei pensieri...
    non mi ero resa conto...di volare a bassa quota...^__*
    mentre volavo...sentii..un ululato...era notte inoltrata...
    intensificai.... la mia vista d'aquila...e....
    lo vidi...era un lupo...meraviglioso e fiero...
    senza riflettere...planai...verso di lui...
    incurante del pericolo che avrei corso...
    mi sentivo fortemente....attratta da lui...
    fu così...che rimasi...fulminata....^__*
    i suoi occhi...emanavano...una luce...immensa...
    occhi meravigliosi...lui mi guardo...e da quel momento...
    fui sua!
    Si avvicinò a me...fu un attimo...ma sembrò...un eternità!
    Relegato nel più profondo del mio cuore...
    avevo sempre desiderato...incontrare un lupo...
    e finalmente...l'universo...aveva esaudito...il mio desiderio...
    lui disse...: " Stay with me "!!!
    La notte passò....e alle prime luci dell'alba...
    ripresi...il mio volo...ma quella notte...volai così in alto....
    che fu come inciampare....in una stella....e
    da quella notte...io divenni un aquila blu. ^__*
    @quil@blu59

  • 23 dicembre 2015 alle ore 20:52
    Ascolto emozioni

    Come comincia: Mi piace il periodo delle feste invernali. Mi piace ascoltare, vedere, odorare, pensare, sentire. Ascolto emozioni dei miei simili: tristi rabbiose tenere amorose. Ascolto voci tintinnanti roche ridenti; vedo I miei simili: ansiosi litigiosi sfiduciati eleganti straccioni ricchi ricchissimi poveri poverissimi. Ascolto I miei simili. Vedo I miei simili fuggire: a se stessi, agli altri, all'amore, alla gioia, alla speranza, all'ottimismo, al perdono, alla vita; li vedo cadere nella ruota della tortura dell' Apparenza. Vedo I miei simili e mi rattristo per loro. Usmo gli odori di tubi di scappamento, di eau de toilette soffocanti fragranti pungenti avvolgenti, di caldarroste per le strade, di legna bruciata che sfugge ai camini; usmo l'odore di persone insieme. Odoro I miei simili e "coloro" il mio olfatto. Penso: ai pensieri dentro aicorpi dei miei simili, rumori roboanti che sconquassano, tracce di urla compresse o note scappate da bocche di bimbi, pensieri ansiosi del domani che deve venire, pensieri ansiosi della coda dell'oggi arenata in una tristezza, in un dolore bloccato nella bolla del cuore che non si riesce a far scoppiare. Penso I pensieri dei miei simili e bevo le loro lacrime e respiro l'aria delle loro gioie. Sento la vibrazione dell' anima che si spande dal corpo del mio simile, migliaia di colori che avvolgono gli spazi attorno ad ognuno, e tutti diventano aria colorata e profumata: ogni pensiero è colore che scivola sul corpo e si riversa sul terreno, e il terreno diventa luce, luci che adornano case e strade e piazze e monumenti, luci di Natale, luci che accoglieranno l'anno nuovo affinché trovi la giusta via e non si perda in meandri astrusi. Sento il mio simile.E' in questo periodo che ogni mio simile è simile ad ognuno realmente: qualunque sia la sua condizione emotiva, sociale, personale, ognuno eleva se stesso in pensieri comuni che durante l'anno non formula perché distratto dalla vita. Saranno anche lamentele per i disagi, ma pur sempre ognuno realizza che Esiste ed esiste Domani e che domani non è detto sia il replay di questo oggi vissuto, esiste domani e domani si presenta con un giro di volta, ci consegna non un giorno ma un anno da plasmare, e siamo bambini con lo stupore del nuovo da scoprire, da gestire, da inventare. Abbiamo nelle mani una Creatura che rispetteremo ed ameremo, avvolgeremo di calore perché è la nostra creatura, ed essa crescerà in queste nostre piccole mani. E diventerà Grande.

  • 22 dicembre 2015 alle ore 21:40
    Il dono

    Come comincia: Quando Viola aprì la porta della cantina si sentì persa. Davanti a lei si presentò una montagna di cose accatastate, disordinatamente e senza un senso logico. Niente che potesse far capire cosa contenessero scatoloni, sacchi neri, e qualunque altro contenitore. Davvero una caccia al tesoro, anche perchè lei non si ricordava più, negli anni, cosa avesse portato lì. L'importante era sempre stato togliersi di torno in casa quello che pensava non le sarebbe servito più. Ma mettere ordine in cantina era qualcosa che era stato sempre rimandato ad altri momenti. Bene, adesso era arrivata l'ora della resa dei conti, perchè il trasloco imponeva di provvedere subito a svuotare. Solo pronunciare la parola "trasloco" la faceva rabbrividire. Non aveva immaginato di dover affrontare un altro trasloco nella sua vita. Le era sembrato tutto così definitivo fino a poco tempo prima, e invece, all'improvviso, il cambiamento. Bisognava traslocare. Sospirò, chiedendosi da che parte incominciare. Spostò qualche scatola e raggiunse il vecchio baule verde con le borchie cromate. Vide che c'era un po' di ruggine intorno alle serrature a scatto. Chissà se sarebbe riuscita ad aprirlo. Ci si sedette sopra e pensò: ecco, adesso sono nel bel mezzo del caos. Che differenza di sensazione: avere il caos di fronte appena aperta la porta le aveva procurato angoscia. Ora, seduta sul baule, si sentiva parte del tutto, e a suo agio. Cominciò a incuriosirsi, come se lì dovesse esserci qualcosa di sconosciuto, di sorprendente, di inaspettato. Non ricordava neppure cosa contenesse il baule. Si alzò e cercò di distaccarlo un po' dalla parete perchè il coperchio rimanesse verticale nel caso fosse riuscita ad aprirlo. Era davvero pesantissimo. Non fu facile, ma, insistendo, le serrature scattarono e il coperchio si alzò. Oh, ma certo! "La Settimana Enigmistica". Quante ce ne potevano stare in un baule? Decine, centinaia? Mah, comunque era pieno fino all'orlo. Viola abbassò il coperchio e si sedette di nuovo. L'emozione era forte. Il passato l'aveva schiaffeggiata all'improvviso. Nelle orecchie la voce di Gianni:
    "Non le buttiamo, mi raccomando, perchè se un giorno dovessi ammalarmi e rimanere a lungo in un letto, potrò completare tutti i cruciverba che adesso non ho tempo di risolvere. E anche tutti gli altri giochi."
    Viola aveva riso.
    "Che assurdità. E secondo te, dove dovrei tenere tutti questi giornaletti?"
    "Mah, non so. C'è un baule in casa, mettili lì dentro."
    "Parli seriamente? Davvero devo conservarli? Credevo scherzassi."
    Ma non stava scherzando, e Viola aveva cominciato a gettare nel baule tutte le "Settimana Enigmistica"
    Il destino grazie a Dio non aveva costretto in un letto Gianni per una lunga malattia, ma se l'era portato via anche troppo presto. Era morto di infarto in pochi minuti, inaspettatamente.
    Viola, la faccia appoggiata alle mani, lasciò che le lacrime scendessero liberamente, e quando le lacrime diventarono singhiozzi, non fece nulla per ricacciarli indietro. Per qualche minuto la disperazione si impadronì di lei, lasciandola stordita e svuotata di emozioni. Gianni, Gianni, il suo Gianni, l'amore della sua vita, il compagno di ogni giorno per così tanti anni. Le parve di sentire il calore delle mani di lui sul viso. Col respiro intermittente, quasi soffocante, ascoltò il dolore che le attraversava il petto, mai diminuito, mai accettato, finchè il dolore uscì dalle sue labbra sotto forma di urlo soffocato.Allora, passandosi le mani fra i capelli, si ricompose: pensò che doveva reagire con forza. Adesso doveva affrontare il trasloco, l'abbandono della casa che tanto amava, un futuro incerto, sconosciuto, che le faceva paura. Inoltre il Natale si avvicinava, come sarebbe stato triste quest' anno! Lei aveva pregato l'incaricato della banca affinchè fosse rimandato il tutto all'anno nuovo, soltanto a gennaio, non più tardi. Non aveva ottenuto nulla. Le sarebbe piaciuto trascorrere ancora un Natale nella casa, soprattutto per sua figlia. Dopo che erano rimaste sole la loro vita era diventata difficile, in discesa verticale. Non solo Gianni non c'era più, ma con lui era svanita ogni sicurezza finanziaria, ad un certo punto Viola era stata costretta ad indebitarsi e trascurare le rate del mutuo, fino a perdere la casa. Non era rimasto tantissimo da dare alla banca, tanto era stato già versato. Era assurdo perdere la casa così, ma non era riuscita ad ottenere nessun tipo di prestito.
    Seduta sul baule Viola pensò a sua madre. Era stata da lei pochi giorni prima.
    -Mamma, non puoi aiutarmi?
    La madre aveva preso al volo l'occasione per rinfacciarle l'incapacità di gestirsi che aveva dimostrato negli ultimi anni.
    -Non posso aiutarti, ma anche se potessi non lo farei. Non lo meriti. Non hai saputo gestire te stessa e neppure tua figlia. L'avevo sempre detto che non vali nulla, e appena tuo marito se n'è andato con Dio, hai dimostrato esattamente quello che mi aspettavo.
    Viola non aveva neppure tentato di spiegare a sua madre che era tutto molto più complicato di come lo vedesse lei. Aveva alzato le spalle in silenzio, non aveva neppure voluto darle la soddisfazione di discutere con lei. Se n'era andata. Mentre sbatteva la porta di casa di sua madre si era chiesta fino a che punto le volesse bene, e fino a che punto la odiasse, evitando però di darsi una risposta. Quanti progetti, quanti sogni svaniti nel nulla!
    Con la testa fra le mani Viola pensò che era ora di mettersi al lavoro, la cantina andava svuotata, inutile stare lì a crogiolarsi nelle malinconie e nei rimpianti.
    -Mamma!
    La voce di sua figlia la raggiunse all'improvviso.
    -Sono qui, in cantina, vieni giù.
    La sentì scendere per le scale di corsa e pensò a quanto fosse piena di vitalità e di allegria sempre, nonostante tutto.-Mamma, cosa fai qui in cantina?
    -Chissà cosa! Non ti ricordi che dobbiamo traslocare? La cantina va svuotata.
    Intanto Viola mostrava alla figlia il baule pieno di "settimana enigmistica".
    -Pensi che possiamo gettarlo così, pieno di giornaletti?
    -Figurati mamma! Non è neppure possibile sollevarlo, così, ma non preoccuparti,  ci penso io a svuotarlo, anzi lo faccio subito, dammi solo qualche sacco di plastica, parecchi, perché non posso appesantirli troppo.

    Viola racattò tutti i sacchetti di plastica presenti in casa e li diede alla figlia, poi si sedette sulla vecchia poltrona in cucina, il primo pezzo di arredamento che lei e Gianni avevano comprato insieme. Non avevano neppure ancora la casa, ma quella poltrona li aveva affascinati subito. Lui nel negozio si era seduto per "provarla" e aveva trascinato lei sopra di sè. Avevano riso come bambini ed anche il negoziante era stato indulgente di fronte alla loro felicità. E poi erano riusciti a ottenere il mutuo e acquistare la casa. Il giorno che avevano presso possesso della casa avevano affittato un furgoncino e portato la poltrona nella nuova casa. Non c'era nulla, solo quella poltrona e il letto matrimoniale. Per terra valige aperte, masserizie appoggiate dappertutto sui pavimenti, e loro due, con tutta la tenerezza e l'amore che provavano reciprocamente, divertiti dall'allegro caos che li circondava, pronti a sfidare il futuro con il loro entusiasmo e la gioia di vivere.
    Viola pensò che non fosse il momento di commuoversi, c'era sua figlia, e non voleva in alcun modo turbarla. Le aveva raccontato quanto l'amore verso suo padre fosse stato grande e ricambiato, ma ormai la realtà aveva preso il sopravvento, lui non c'era più, e loro dovevano fare i conti con un futuro che certamente non avevano immaginato.
    Decise di andare in cantina ad aiutare la figlia, ma proprio in quel momento...
    -Mamma!  Vieni giù, vieni giù subito.
    Viola corse giù per le scale allarmata dal tono agitato della figlia.
    -Mamma, qui in mezzo ai giornali ci sono dei cilindri di cartone, pesanti.
    Col cuore in gola Viola ne prese uno in mano e lo aprì: sterline d'oro.
    Con la voce tremante chiese alla figlia quanti cilindri ci fossero: ce ne sono dieci, mamma.
    Dieci! e in ognuno venti sterline!
    Viola in un attimo capì che i suoi problemi non esistevano più, e cominciò a singhiozzare senza potersi trattenere, e cominciò a pensare, a ricordare. Perché, perché non lo sapeva?
    La sua mente tornò a quel giorno, il giorno terribile della morte del marito. Era rientrato a casa prima, e lei stava uscendo per andare a fare la spesa.
    -No, non uscire adesso. Adesso ho bisogno di parlarti, è molto importante. Devo darti una bella notizia, ma ci vuole una bottiglia speciale. Vado in cantina a prenderla, aspettami!
    Gianni era sceso in cantina, lei era andata in sala a preparare i bicchieri, incuriosita e contenta, ma lui dalla cantina non era più tornato. Ad un tratto un tonfo per le scale, un fracasso di vetri rotti, e lei col cuore in gola che correva, in tempo per vederlo riverso sulle scale, ormai senza vita.
    Il dolore aveva soffocato tutto il resto, lei non si era mai più chiesta cosa dovesse comunicarle Gianni quel giorno. Ormai, quale importanza poteva avere, qualunque cosa fosse!
    La figlia adesso la guardava interrogativamente, ma Viola non aveva risposte, poteva soltanto raccontarle ciò che ricordava, e immaginare che Gianni quel giorno non aveva solo preso una bottiglia speciale, ma  era riuscito finalmente a tramutare in risparmi il sudore della sua fronte, e il baule aveva raccolto e conservato il segreto che lui non aveva fatto in tempo a condividere con la moglie.
    Arrivò Natale, nella casa tutta illuminata. L'albero splendeva al centro della sala, profumo di arance e vaniglia si spandeva e catturava l'olfatto. Quando suonò il campanello di casa, Viola e sua figlia si scambiarono uno sguardo di rassegnazione prima di aprire la porta.
    -Sarò curiosa di sapere come te la sei cavata questa volta!
    Ma Viola, forse per la prima volta nella sua vita, aveva deciso che non si sarebbe confidata con sua madre. Si amavano? Si odiavano? Pensò che non aveva nessuna importanza, comunque era sua madre. La strinse in un abbraccio sincero.
    -Buon Natale, mamma.

  • 19 dicembre 2015 alle ore 14:54
    Teodenanda e la santa della sorgente.

    Come comincia: Tanto, tanto tempo fa, nella città di Amalfi, viveva una fanciulla di nome Teodenanda: aveva appena sposato un bel ragazzo, Mauro, che le voleva molto bene.
    Un giorno, però, Teodenanda si ammalò: fu costretta a rimanere a letto, e cominciò a non mangiare più. Suo marito le faceva preparare tutto quello che le piaceva, ma lei non toccava niente, e dimagriva sempre più.
    Mauro non si rassegnava a veder morire la moglie che tanto amava: portava da lei tutti i medici più bravi che potesse trovare, ma le loro cure non facevano che peggiorare la sua malattia. Persino l’archiatra Gerolamo di Salerno, famoso in tutto il mondo, con tutti i suoi libroni di medicina, non riuscì a venire a capo della misteriosa malattia di Teodenanda. Mauro era disperato: non poteva succedere che questa donna così bella e dolce, l’amore della sua vita, gli venisse portata via senza che lui potesse far niente, doveva fare qualcosa per salvarla o sarebbe morto insieme a lei!
    Un giorno sentì parlare di una donna vecchia e saggia che viveva nella chiesa di Santa Trofimena, nella vicina città di Minori, una monaca di nome Agata: senza perdere un solo istante, Mauro si precipitò da lei per chiederle consiglio. Si gettò ai suoi piedi e, abbracciandole le ginocchia la implorava: - Vi prego, aiutatemi! Mia moglie sta morendo, e non c’è niente che possa guarirla!
    La monaca guardò Mauro, poi gli sorrise.
    - Non disperare, figliolo. C’è una speranza per la tua amata, ma dovrai essere molto coraggioso.
    - Farò qualunque cosa, - rispose Mauro senza esitazione.
    - Allora mettiti in cammino, e va’ alla sorgente del fiume Reginna sul monte Cerreto. Potrai andarci solo a piedi, e senza le scarpe: se riuscirai a raggiungere la sorgente senza fermarti mai, lì troverai qualcuno che ti dirà come puoi salvare Teodenanda, ma se fallirai lei morirà.
    Agata non aveva ancora finito di pronunciare quelle parole che Mauro si era già tolto le scarpe e correva a piedi nudi in direzione del fiume Reginna.
    Il fiume si snodava in un burrone tra montagne irte di rocce, e ben presto i piedi gli si coprirono di tagli dolorosi, ma il giovane non se ne curava: pensava solo a seguire a ritroso il corso del fiume verso la sorgente.
    Per tre giorni e tre notti si arrampicò sul monte Cerreto, fuori dal sentiero, tra massi e rocce con il rischio di cadere giù da un momento all’altro, sotto il sole cocente che arroventava le pietre e con il vento freddo della notte. Mauro, però, sembrava non sentire né il caldo né il freddo, né la fame né la stanchezza.
    Alla fine, una notte, il corso del fiume cominciò a restringersi sempre più, fino ad insinuarsi in una radura: Mauro vi s’infilò e fu lì che trovò la sorgente. Era un luogo solitario, ma l’acqua cristallina che sgorgava dalla terra faceva uno strano rumore, come di una voce di donna che cantava. Pian piano il canto si fece sempre più forte, mentre il getto d’acqua cresceva in altezza, cambiava forma, fino a prendere i contorni di un essere umano.
    Mauro non credeva ai suoi occhi, si chiese se non stesse sognando: davanti a lui era comparsa una fanciulla bellissima, forse della stessa età di Teodenanda, vestita con una tunica d’argento e dagli occhi azzurri e trasparenti come l’acqua della sorgente. E rideva, con un piccolo suono tintinnante.
    - Ce l’hai fatta, Mauro, - gli disse sorridendo. - Io sono Trofimena, che voi chiamate santa. Conosco Teodenanda da sempre, e un giorno lei, quando era piccola, espresse il desiderio di sposare un giovane bello e che le volesse bene veramente: con questo ho voluto metterti alla prova per vedere se davvero l’amassi come merita. E ora il tuo amore e il tuo coraggio saranno premiati.
    Mauro cadde in ginocchio.
    - Io chiedo solo una cosa - rispose con le lacrime agli occhi. - Che la mia Teodenanda possa stare di nuovo bene.
    - E così sarà, - disse Trofimena avvicinandosi a lui e prendendolo per mano. - Guarda ai tuoi piedi, e troverai la medicina per lei.
    Il giovane abbassò lo sguardo, e, invece dell’erba tenera della radura, si ritrovò a fissare le pietre del pavimento della chiesa di Minori: da quelle pietre veniva fuori un olio che aveva un meraviglioso profumo di rosa, e ne veniva fuori tanto che se ne sarebbe potuta riempire una giara!
    Pieno di gioia, Mauro si gettò a terra, prese tutto l’olio che potesse portare tra le mani, si precipitò ad Amalfi, a casa, dalla sua amata moglie, e la strofinò con quell’olio da capo a piedi. 
    Finalmente, Teodenanda aprì gli occhi, più bella di quanto non fosse mai stata. Guardò Mauro, magro e stracciato, e gli si gettò al collo piangendo di gioia.
    - Ho visto in sogno tutto quello che hai fatto per me, - sussurrò guardandolo negli occhi. - Ti amerò per tutto il tempo che mi resta da vivere.
    Mauro organizzò una grande festa perché tutti vedessero che Teodenanda era finalmente guarita: tutta Amalfi rimase meravigliata perché la fanciulla era anche più bella di prima e perché nessuno aveva mai visto due sposi così innamorati come lei e Mauro.
    - Che possa essere così per altri cent’anni! - dissero tutti.
    E il loro augurio si avverò.

  • 19 dicembre 2015 alle ore 8:59
    L'euforia del Natale

    Come comincia: Tra qualche giorno è Natale... ero sul punto di dimenticarlo. Non avrei potuto; c’è sempre qualcosa o qualcuno che te lo rammenta: l’abete infiocchettato da vezzosità luminose o lo sguardo estatico di un bimbo davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli.
     
    Dimenticavo... e la corsa ai regali, la sacrosanta tradizione del dono ad ogni costo, dove la mettiamo? Non si può certo abolire... che Natale sarebbe? Per non parlare dei “trofei” acquistati all’ultimo minuto, mentre la bancarella sta rimettendo le sue cianfrusaglie nel furgoncino.
    Il vanto di essersene impossessati, la gloria inneggiata da chi ha fatto compere ordinarie ed ora è galvanizzato dall’abilità altrui, non avrebbero ragion d’essere, se non ci fosse la Festa delle feste.
     
    Nelle chiese si notano donne ancora giovani, lontane dal fiore della gioventù, impegnate a creare presepi straordinari, impiegando tutto il loro tempo libero; un tempo che avrebbero potuto trascorrere, pensando alla propria solitudine che tentano vanamente di riciclare.
     
    Le solitudini del Natale... Già... esistono anch’esse. Sono nascoste da quelle che ti spingono ad esibirti come un giocoliere improvvisato nel Circo di Babbo Natale.
     
    La povertà di una mangiatoia; la semplicità di un bue e di un asinello, l’innocenza di un bambino; e la gioia dei suoi genitori sono scivolati nell’indifferenza, abbagliati dalle luminarie, assordati dal frastuono degli uomini.
     
    Ida è cieca: non può essere distratta dall’euforia del Natale, non ha tempo per attendere la visita di qualcuno che non verrà. La cercheranno soltanto quando il rito si sarà consumato, quando le lacrime non serviranno più a simulare laghetti di montagna nel contesto d’un presepe.
    L’euforia del Natale, allora, farà in modo che i panni laceri del povero vestano lo spaventapasseri, mentre il gioco più interessante e costoso spiccherà tra le mani del bimbo malato.
     
    Il Natale è anche questo: sognare un mondo migliore... Non è ancora vietato.
     

     

  • 18 dicembre 2015 alle ore 18:11
    Compleanno

    Come comincia: Un compleanno, a una certa età, la mia, è una sinfonia di sensazioni. Poche, le piacevoli, troppe, quelle sgradevoli, o, per lo meno, non pertinenti allo spirito di una festa. Tra le piacevoli, l’innesco di una cascata di ricordi, di volti sorridenti, di giornate di luce, di colori, che vivono in ogni icona del nostro cervello. L’aprirsi di una porta e il volto dei genitori, giovani, che t’inonda di suoni cari. I baci, gli abbracci, parole che attendi. Regali parchi, dato il periodo di dopoguerra. Un libro, un indumento necessario, ma non bello. Il poter smettere il cappotto rivoltato di Zia Maria, con un taglio di stoffa nuovo, da portare alla Cipollina, la sarta di casa. . “Auguri Papà”, bigliettini con piccoli disegni infantili, mi creano il volto dei miei due figlioli. Sono gradini della loro crescita, che riportano l’arricchirsi del contenuto lessicale con il trascorrere degli anni. Le loro voci e il balzo nel lettone a raggiungermi di prima mattina. Eravamo consci del valore irripetibile di quei momenti? Non ne sono sicuro. I miei diari trattengono nel tempo solo questi grafiti d’affetto. Iniziai a scrivere il mio primo diario, una sera d’inverno, uscendo dal radiologo con mio padre. Quell’ombra, al polmone, mi comunicò, quella sera, che mio padre non era immortale, come, sino allora, avevo creduto. Ora, la manovella del vecchio proiettore ha preso la corsa, gli anni sono trascorsi lasciando luci e cicatrici indelebili. Le sensazioni spiacevoli, avevamo detto? L’essere della schiera dei superstiti, ti dovrebbe dare egoistiche forze vitali, invece, ti arricchisce il dubbio, che ti porti dietro, da anni, di non aver capito nulla, su ciò che si chiama vita. Un sorteggio di spirito, al riparo del nulla, che chiamano morte. Volti sorridenti di amici, svaniti, seguendo turni accurati, meditati da chi? Perché loro e non io? Ora il tempo non ti concede illusioni. “ C’è una porta che non riaprirò” dice il poeta. E se, una sera, prima della partenza, guardi le luci di Place Vendome, a Parigi, ti poni la stessa domanda. “ La rivedrò?” Lo sguardo degli altri, quelli che tu valuti estranei, ti ferisce, quando intravedi la loro sorpresa nello scorgerti ancora vivo. .” Dottore …lei ! Come sta?” Alcuni incontri hanno dell’addio tragico: “ Dottore, fatevi baciare” . E quelli sono i momenti più pericolosi per il mio fisico, in quanto, improvviso una rappresentazione di un benessere e di una gioventù, che non ho, salendo le scale in fretta o attraversando la strada, in uno slalom imprudente, tra macchine, da baldo ragazzaccio.

  • 15 dicembre 2015 alle ore 22:05
    Caro fratello mio

    Come comincia: Ormai è mattina e non c’è silenzio. Il silenzio c’era stanotte, quando ti agitavi nel letto, insofferente, insonne, quando mi guardavi, seduta accanto a te, la tua mano nella mia, e imploravi con lo sguardo e con le poche parole: cosa faccio, non ce la faccio più, cosa faccio! Ora sei troppo stanco per stare seduto nel letto, ma troppo ammalato per stare sdraiato: sdraiato non riesci a respirare, seduto non hai la forza di rimanere che per pochi secondi. Ti tengo abbracciato a me, fratello mio, ti accarezzo le ossa sporgenti della schiena, il collo esile e i capelli radi e scompigliati, ti tengo abbracciato a me per sostenerti, per consentirti di stare un po’ di più seduto, ma non ti stringo a me. Non ti stringo perché sei così fragile, e non voglio che nel mio abbraccio tu respiri l’addio che non riuscirei a nascondere, non a te, intelligente, sensibile, consapevole. Tu appoggi la tua testa al mio petto e combatti, io sento che combatti. C’è una grossa pietra nell’orto di fianco alla nostra casa. Io ho nove anni e tu diciannove. Io mi siedo sulla grossa pietra a leggere i libri per ragazzi, tanti, tutti quelli in circolazione. Appoggio il libro sulla pietra e ti guardo: tu sei un atleta, ti alleni nel prato di fronte a casa. Mi chiami. Vieni qui, che ti faccio lanciare il disco. Io corro. La guerra è passata sopra la tua prima infanzia come una schiacciasassi, ma adesso sei un bel ragazzo. Mi insegni a lanciare il disco, mi insegni a girare su me stessa. Sono sicura che se provassi ne sarei ancora capace. Brava, l’hai lanciato a nove metri, bravissima! Ma io e te condividiamo anche la passione per la lirica: ascoltiamo l’opera alla radio di sera in cucina e quando c’è qualche opera a teatro a Bergamo prendi la moto e insieme andiamo a vederla. Ricordi quella sera che dovevano dare La Cavalleria Rusticana e I Pagliacci? Avevamo affrontato una vera bufera di neve, in moto, e quando arrivammo a teatro, l’avevano rinviata
    .Smetti di sussurrarmi “grazie, grazie di tutto”, smettila! Tocca a me dire grazie di tutto, tocca a me che non dimentico tutto ciò che ho avuto. Non dimentico “La Cavallina Storna”, quando mi aspettavi col Geloso per registrare: tu il narrante, io la madre: O cavallina, cavallina storna, tu che portavi colui che non ritorna.....” Non dimentico la moto “dai salta su che ti porto a fare un giro” Non dimentico tutto il tempo che tu mi hai dedicato, perciò smetti di ringraziarmi. Rimaniamo qui, così, diamoci tutto ciò che è ancora possibile, ce lo dobbiamo, perché più di così non esiste. Fingiamo che non stia accadendo nulla, fingiamo che non sia, oggi, l’ultimo giorno della tua vita.

     

  • 15 dicembre 2015 alle ore 18:59
    Come pioggia sulle labbra

    Come comincia: Ed eccomi per le strade del mio paese nell’attesa di un momento. Aspetto in silenzio che piova, mentre la gente che mi passa accanto, osservandomi, si chiede cosa stia facendo così fermo col viso rivolto al cielo. Mi importa poco del loro giudizio perché in fondo in un mondo sacro e disinvolto davanti alla comprensione della così tanto cercata essenza delle piccole cose, ci sarà sempre qualcuno solo interessato all’aspetto esteriore.
    Ho letto milioni di frasi sul mondo e sul suo possibile miglioramento, ma le parole sembrano restare ferme sulla carta ed è così che mi son cercato un amico: il vino.
    Vedo tanti sguardi persi, così tristi e malcontenti che mi portano a trovare in quel fragile calice di vino rosso del pranzo di ogni giorno, un modo diverso di vedere il mio tempo.
    In quella corposità così intensa e nello stesso istante raffinata sento il bisogno di cercare delle sostanziali risposte, dei motivi per restare bene.
    Attendo ogni giorno di bere da quel calice per assaporare quel vino così vivo da sentirmi talmente preso da pensare di poter far tutto.  È un sorso onesto, senza falsi compromessi, che mi porta una sensazione di piacere e serenità. È  il movimento della mia mano che pian piano avvicina quel calice di vetro alle mie labbra racchiudendo, in pochi gesti, i miei ultimi momenti della mattinata. Sento quel sorso di vino come una delle più sentite preghiere della sera e in quell’attimo ringrazio il mio buon Dio di avermi donato tutto ciò che ho. Ed è il ricordo di quel sorso quotidiano che mi fa star bene anche adesso, mentre cade la prima goccia di pioggia sulle mie labbra.
    La gente non mi osserva più e corre… corre a ripararsi dalla pioggia che cade più forte sulla strada.

  • 11 dicembre 2015 alle ore 16:42
    Tutto è imprevedibile

    Come comincia:

  • 05 dicembre 2015 alle ore 18:44
    Christmas dinner

    Come comincia: Era acquattato sulla poltrona in finta pelle nera con la faccia rivolta allo schermo del computer situato al centro di una scrivania in noce antico.
    Gli occhi gli dolevano per la fluorescenza emanata dall’apparecchio che rendeva la cute delle mani colore azzurrognolo biancastro.
    Eppure sembrava accorgersi di nulla, nel tempo speso a comporre parole per risposta ai commenti lasciati dagli amici e lettori all’ultimo racconto edito sul “Blog”.
    Frasi di circostanza. Tipo: «Grazie per la visita. Sì! Una visione onirica infarcita di ossessioni».
    La moglie lo chiamò dalla cucina: «Carlo, mi daresti aiuto?», domandò dolcemente, «Sono in ritardo col preparare la tavola», precisò per non innervosirlo.
    Erano quasi le sette di sera e c’erano tante cose daffare prima che arrivassero gli invitati.
    «Un attimo soltanto! Finisco di ringraziare gli amici. Sai: l'ultimo lavoro... ». Rispose Carlo.
    “Era mai possibile?” Si domandò Maria. Sempre impegnato con quella passione: scrivere racconti dell’orrore! Sbuffò:
    «Sì amore. Il tuo raccontino è andato assai bene. Lo so! Me lo hai detto!». Disse a mo di cantilena, dondolando la testa da un lato all’altro delle spalle.
    Poi si corresse.
    Del resto quell’uomo aveva bisogno di qualche svago e non c’era nulla di male che perdesse del tempo. “Solo che alla vigilia!”
    «Meglio questo che giocare a carte o alle “macchinette” del bar», disse alla fine, tornando a riassettare la doppia tovaglia e distribuito sopra di essa il vasellame.
    Carlo rilesse quanto finito di scrivere a “Eleanor”, un grazioso sostantivo in grado di nascondere di tutto. Da una bella principessa, a uno qualsiasi dei sette nani.
    Per quanto conosceva di Eleanor, questa poteva essere il lupo di cattivo in cerca di cappuccetto rosso o della nonna; oppure l’orco cattivo di Pollicino, o la dolce fatina di Pinocchio.
    Per certo però, era un lettore!
    Aveva lasciato un commento e giusto sarebbe stato rispondere. - Da spocchiosi il contrario!
    «Sono davvero contento che tu abbia gradito, Eleanor» impilò rapidamente i caratteri sulla tastiera, finché il sistema li fece apparire sulla riga di sotto il racconto, «spero di scrivere ancora parole così belle come mi è capitato di fare oggi».
    Quindi continuò:
    «Mi siete tutti vicini, grazie!».
    La frase pareva andare.
    Pigiò il tasto d’invio e passare a leggere il commento dell’amico Adalberto.
    Di lui ricordava che fosse a Milano; no, anzi: a Torino, sì. Proprio così! Aveva scambiato con lui dei messaggi parlandone il mese precedente.
    «Mi spiace che tu non abbia compreso la storia, o... », scrisse, «per meglio dire: il titolo!».
    In fondo si trattava di un semplice thriller:
    «L’orrore corre sul filo del telefono non mi era sembrato male e l’ho titolato in questo modo, non per via della bolletta. Siamo in crisi nera, è vero, ma ci gioviamo d’abbonamento alla linea telefonica a tariffe speciali, grazie al cielo!».
    Indubbiamente era sulla buona strada, un poco di sarcasmo nel rispondere non avrebbe guastato i rapporti, anzi sarebbe apparso - di settore.
    Farsi vedere privi, al contrario, sarebbe stato interpretato come segno di debolezza! «Fai bene a precisare che in realtà non si tratta di un filo come riportato nel testo, ma di un doppino! ». Scrisse con una discreta rabbia e continuò:
    «È vero, così come il fatto che tu fai l’elettricista alla Telecom. Non negare! Lo so e comprendo quanto sia duro e noioso il tuo lavoro. A ogni modo è un’intestazione. Nulla di grave! Mi aspetto di risentirti presto. Ciao. Ciao. Carlo».
    Lo sollecitò nuovamente la moglie, una donna buona e bella, un poco grassottella e sempre più indaffarata: «Amore?» Supplicò quasi dal corridoio.
    «Arrivo!» Rispose lui.
    Già sapeva cosa intendeva domandargli e aveva promesso di darle una mano con le cose. Ora però che era giunto il momento, non aveva voglia e intendeva restarsene in pace.
    «Sono in ritardo: Aiutami!». Disse stizzita Maria, tornata in cucina e uscendo di nuovo con un cumulo di posate da portare in tavola.
    «Sì! Spengo il computer e vengo da te!». Ripeté meccanicamente, quando mancavano poche righe per terminare anche l’ultimo commento.
    Del resto sarebbe stato brutto e sconveniente per “Lucifero”: un visitatore mai conosciuto prima, peccare nella risposta. Un gesto “snob”che non era da lui. Decise di dare risposta in maniera veloce:
    «No, Lucifero», scrisse, «non c’è pericolo che il virus omicida finisca nella vita reale diffondendosi da internet». Mamma mia quanto doveva essere menagramo quel tipo, solo a pensare possibile una cosa del genere.
    «Oggi utilizziamo il wireless. Per questo motivo, ciò sarebbe potuto capitare solo e unicamente anni addietro! Ciao. Stai bene!».
    Si girò per scollegare la corrente, e aveva le dita sul pulsante quando si accorse con la coda dell’occhio di un’ombra alle spalle.
    Ebbe unicamente modo di sollevare a mezz’aria la risma di carta per la stampa, smazzata ore prima e lasciata di fianco.
    La lama d’acciaio del lungo coltello seghettato pensato per tagliare il pane, s’infranse su di essa lacerando diversi fogli del pacco.
    «Diamine!». Imprecò rivolto alla moglie:
    «Mi vuoi ammazzare?».
    «Scusami amore!». Rispose la donna, apparsa subito costernata per l’accaduto e dolorante al polso per il violento rinculo della lama sul cumulo di fogli.
    «Non so proprio cosa mi ha preso!» Disse, ed era schietta così s’interpretava dagli occhi dolci, seppure vacui e lattiginosi che aveva.
    Carlo si premurò subito di raccogliere il coltello e sistemarlo da parte, al sicuro.
    Doveva essere accaduto qualcosa di grave, perché Maria non era mai stata una persona violenta o rancorosa.
    Gli venne in mente che la causa dovesse essere esterna. Perciò domandò:
    «Dimmi amore con cosa stavi lavorando di là in cucina?».
    Era certo di venire a conoscere la ragione dell’assurdo atteggiamento.
    «Ho acceso la grattugia elettrica!» Ricordò la donna candidamente, prima di tornare a osservare il vuoto.
    «Non fa nulla, amore! Ho compreso!». Esclamò Carlo, aggrottando le ciglia con soddisfazione.
    «Mi perdoni allora?» Domandò incerta la moglie. “Era davvero grave il fatto di aver sferrato una coltellata al marito!”
    «Certo!» Rispose l’uomo, «è per colpa mia che è accaduto! Continuavi a chiamarmi ed io a ripeterti di darti una mano, senza farlo concretamente. È normale!».
    Carlo schiarì la voce, un paio di volte, lasciando intendere di non volerci pensare più.
    «Amore mi spiace davvero!».
    In definitiva, il marito era proprio tenero. Aveva capito il momento di disagio e ammesso il proprio errore.
    In quel momento bussarono alla porta della loro casa.
    Fra pochi istanti la tranquilla abitazione immersa nel silenzioso ed elegante comprensorio di città, si sarebbe riempita d’amici e parenti e chissà quanti bambini, venuti con loro a festeggiare la notte di Natale.
    Gli schiamazzi e le risate di festa si avvertivano già oltre l’anta imbottita.
    «Andiamo di là amore. Ti darò l’aiuto cercato... ». Disse Carlo, avvicinandosi all’entrata con il lungo coltello celato dietro le spalle.
    Trascorsa la mezzanotte avrebbe cambiato il titolo al racconto horror pubblicato nel pomeriggio, in: “Il terrore corre sulla linea elettrica di casa”. -Sì, gli pareva indubbiamente appropriato.
    Smorzate le luci in salone lasciò che il chiarore intermittente dell'albero di natale attirasse gli invitati nella stanza, prima di accostare lentamente l’uscio e richiuderlo a chiave.
    Stranamente, seppure ben oliati, quei cardini stridettero a lungo e sinistramente quella notte...