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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 marzo alle ore 7:10
    Il professore Aloi ed il pescecane

    Come comincia: Potrei scrivere di cose che in questo periodo mi hanno fatto pensare tanto ma oggi, come ho fatto spesso e come mi piace fare, voglio raccontarvi una storia anche e soprattutto per far notare l’incoscienza ed esuberanza che si ha da giovani quando si fanno le cose anche a sprezzo del pericolo. 
    Una di queste era, per esempio, che tutti gli amici partivamo la mattina prestissimo per nuotare in alto mare (e sto parlando di chilometri e chilometri), per vedere le tante navi, anche transatlantici, che solcavano le acque dirette nei mari dell’Estremo Oriente, dopo la riapertura del canale di Suez negli anni '70 .
    Eravamo giovani ed anche inconsapevoli dei pericoli che avremmo potuto attraversare immergendoci in acqua per tutta la giornata (ritornavamo il pomeriggio inoltrato), soprattutto quello dei pescecani che, attratti dai rifiuti delle navi, avrebbero potuto crearci veramente dei seri problemi.
    Tutti quanti smettemmo questo svago quando il signore, del quale mi appresto a dirvi il nome, ci raccontò di un suo “incontro ravvicinato” con un pescecane. 
    Era il professore di scuole elementari prof. Aloi, bravissimo insegnante ed anche uomo di capacità umane degne di rispetto. 
    Egli allora usava di mattina presto fare delle nuotate al largo per almeno 2 ore e lo faceva quasi tutti i giorni quando vi erano le belle giornate estive che allora incominciavano da marzo. 
    Un giorno che non andammo in acqua perché le nubi facevano presagire un temporale vedemmo che il professore ritornava a terra “a tutta birra” e ancora trafelato, dopo che lo stesso aveva preso respiro, ci raccontò con un modo che solo un insegnante poteva avere, e cioè facendo notare ogni piccolo particolare, quell”incontro”. 
    Ci disse che mentre si stava riposando un pò (era lontanissimo dalla riva) vide una ''cosa'' nera che, alla distanza di una trentina di metri, girava in modo lento intorno al pezzo di mare dove si trovava lui.
    Guardando meglio notò e…anzi, ne ebbe conferma: si trattava di una pinna di pescecane. 
    Cosa fare a quel punto? Ci disse che in quel momento gli venne in mente un vecchio documentario che aveva visto nella rubrica “L’amico del giaguaro”, in onda in tv negli anni '70 e molto seguito, e che parlava, appunto, di pescecani. 
    In quel servizio si consigliava, sebbene presi dalla paura, di cercare di mantenere i nervi saldi e possibilmente di restare immobili perché i movimenti del nuoto concitato, nel cercar di scappare, avrebbero sicuramente attirato il pescecane e che quindi avrebbe attaccato senza lasciare più scampo. 
    Così fece, ci raccontò, ma solo perché, effettivamente fu “bloccato” dalla paura e non perchè si ricordò di farlo. 
    Disse che il pescecane fece un paio di giri attorno e poi, non notando niente che lo potesse interessare per cibarsi, si allontano’ solcando l’acqua a zig zag. 
    Quando il professore calcolò che il pericolo era svanito ci disse, facendoci morire dal ridere, che incominciò a nuotare ad una velocità incredibile fino a riva.
    Tutti restammo a sentirlo con attenzione per tutto il racconto e, anche se alcuni furono scettici sulla vericidità dell’accaduto, non ci buttammo più in acqua se non per nuotare per qualche metro dalla riva e alcune volte neanche per quello.
    Io penso invece, ma non ne sono stato mai sicuro al 100%, che i nostri genitori, preoccupati sempre di quelle estenuanti e pericolose nuotate di noi ragazzi, approfittando dell’hobby del professore, si misero d’accordo con lui per raccontarci quella “balla”. 
    Mio padre, gli altri genitori ed il professore stesso, anche anni e anni dopo, non ci dissero mai la verità. 
    E’ rimasto sempre un mistero.

  • 30 marzo alle ore 17:13
    Sara e il mare

    Come comincia: Sara era sulla spiaggia, quel giorno in cui tutto sembrava non avere più senso; camminava scalza sulla sabbia ancora fredda, in fondo non sentiva nessuna sensazione che andava oltre quel suo pensiero fisso, intrappolato tra i reticoli della mente. Ascoltava, distratta, il fragore delle onde sulla riva e il loro rotolare, osservava i gabbiani librarsi in volo e disegnare libere figure.  Aveva atteso invano un gesto, una parola che potesse, realmente, farle sentire la sua appartenenza. Folle, era quello che provava, folle, era il suo reclamarla. Era usurato il freno che la teneva inchiodata a quel grigio manto di una strada senza uscita. Era doloroso stargli vicino, rischiando di cadere nella banalità di frasi fatte, o lontano incolpando la distanza che li separava e il vuoto che pesava più di un macigno. “ Aiutami a non amarti- continuava a ripetere a se stessa- cancella ogni parola che ti ho donato, uccidi il desiderio che si espande nel mio corpo, fa che il presente si tramuti nell’incantevole bellezza di un ricordo”. Aleatorio il suo pensiero si espandeva come fumo, impercettibili fili galleggianti nell’aria di quel piccolo spazio, dove viveva, rarefatto, dilatato in quel  tempo fermo. L’onda continuava a lambire la sua riva, Sara smarrita attendeva di esserne travolta.
    Forse non era quello il luogo, continuavo a ripetermi con forza.

  • 26 marzo alle ore 17:56
    Una sconfitta amara

    Come comincia: Messina-Campionato Interregionale Serie C-Anno 1977/78
    Klan Rugby Messina-Kent Rugby Melito

    Eravamo in trasferta e dovevamo giocare a Messina contro il Klan Messina, compagine che aveva militato l’anno precedente (ed anche anni prima) in Serie B e che era retrocessa più per gli infortuni che per altro.
    Ricordo che non era una bella giornata e penso che il traghetto con il quale attraversammo lo Stretto ci scombussolò a tal punto che poi in partita non rendemmo come avremmo dovuto.
    Anzi è stato così perché per il gioco espresso in campo avremmo dovuto vincere ma purtroppo la nostra “solita” grinta ci venne a mancare.
    Giocavamo di pomeriggio alle 15 e c'era un vento fastidioso (per il rugby lo è moltissimo dovendo giocare con una palla non tipicamente rotonda ma ovale).
    L’allenatore che conosceva già la squadra di Messina avendo giocato contro di loro per ben sei volte in Serie B, disse a me, mediano d’apertura e a mio fratello Pietro, mediano di mischia (cioè coloro che dirigevamo il gioco con gli schemi) di non “aprire” sempre il gioco poiché avendo loro delle “ali” velocissime (una giocava nella Nazionale Giovanile), se avessimo perso palla c’avrebbero sicuramente fatto la “meta”(goal, per il rugby) essendo scoperti.
    Così facemmo. Essendo loro più forti di noi (in verità non di molto) e con il vento a favore (a cui loro però erano abituati più di noi), questo non ci consentì di andare in “meta” per ben tre volte (e a loro per due volte) fino a quando, verso la metà del 2° tempo (i tempi nel rugby sono due di 45’ min.), non realizzarono con un bellissimo calcio piazzato (calcio di punizione) un fallo commesso da uno dei nostri a metà campo. 3-0.
    Il risultato si potrasse così fino a qualche minuto dalla fine.
    Allorquando, con un' astuzia di Mario Lampada, giocatore dotato anche di una grinta notevole oltre che generoso e appunto astuto, conquistò anch’egli un calcio piazzato proprio a circa 10 metri dai pali e centrale che per il rugby equivaleva, come per il calcio, ad un calcio di rigore.
    Essendo io incaricato di battere come al solito questi calci avendo precedentemente giocato anche a calcio a livello giovanile ed avendo quindi confidenza con il pallone (anche se ovale), mi preparai a calciare pensando che con quei 3 punti avremmo potuto almeno pareggiare una partita che meritavamo di vincere.
    Dopo aver controllato come sempre l’entita’ e la provenienza del vento con il tipico indice bagnato, sicuro che sarei riuscito ad “infilare” la palla tra i pali della porta avversaria, essendo così vicino calciai senza tanta forza.
    Non ci crederete...la palla roteò beffarda e andò a colpire il palo scivolando fuori campo.
    Sicuramente non potete sapere che delusione si ha nel rugby, anche se contenuta, quando qualcuno (in questo caso io) sbaglia un calcio che potrebbe darti la vittoria o almeno un pareggio.
    Facendo un eufemismo semplice semplice (e senza essere retorici perché potrebbe essere per altri sport la stessa cosa), è come quando il cavallo arriva secondo al traguardo ed il fantino, anche se deluso per la sconfitta, gli dà lo stesso lo zuccherino per ricompensa.
    Beh...nel rugby è lo stesso. 
    La squadra, tutta compatta lotta per arrivare al traguardo (la vittoria) o per lo meno a non perdere; se poi alla fine questo traguardo non si raggiunge per un’ errore (che ci può stare per carità) dettato da supponenza e poca umiltà, allora la delusione è grande.
    Comunque tutto finisce là. 
    Nel rugby tutto finisce al fischio finale dell’arbitro; ci si dà la mano e ci si saluta dopo aver bevuto qualcosa insieme, quasi sempre la birra.
    E’ così fu. Al ritorno a casa, sul traghetto, tutti i miei compagni fecero finta di buttarmi in acqua e finì con la mia promessa che mai e poi mai sarei stato così “sufficiente” nel calciare.
    In effetti continuai in seguito a calciare senza mai sbagliare, riconquistando la fiducia dei compagni, dell’allenatore ed anche del pubblico che allora non era numeroso ma partecipava abbastanza e calorosamente.

  • 24 marzo alle ore 11:44
    Demoni

    Come comincia: Si muore d'amore ? me lo sono sempre chiesto, mi sono sempre chiesto se è vero che tutta questa gente che è morta adducendo questo motivo poi alla fine sia morta davvero d'amore oppure è solo andata così e hanno usato una scusa carina e poetica per indorarsi la pillola o una giustificazione che non avrebbe permesso fastidiose e saccenti repliche.  
    Se il paradiso esiste di certo deve essere una grossa fatica mantenerlo all'altezza delle aspettative di quattro stronzi viziati che non sono mai la maggioranza ma ottengono sempre quello che vogliono.
    Cosi tra una teoria evolutiva e l'altra abbiamo vissuto, abbiamo colonizzato il mondo e poi lo abbiamo distrutto, distrutto tante volte prima di renderci conto che distruggendolo distruggevamo noi stessi, non c'èra modo di capirlo, e i predicatori predicavano, i messia scendevano e morivano in vari modi, tutti certificati dallo stato o chi per lui.
    Una volta dentro un locale, che era nascosto dietro un vecchio palazzo antico, c'era una ragazza con la chitarra prima di iniziare a suonare disse << io Credo nel paradiso, ci credo fermamente perché altrimenti molto semplicemente sarebbe davvero tutto inutile>>. c'era una folla di presenti che giocava ad essere cinica e sprezzante, c'era una folla di acculturati, scettici freddi che per apparire scandalizzati sudarono sette camice, ma alla fine i loro occhi erano quelli, erano facili da leggere, e tutti quanti dal più scandalizzato al più disinteressato sapevano che in fondo quella ragazza con le occhiaie profonde come il mare d'inverno e i capelli spettinati aveva ragione. Nessuno avrebbe accettato con leggerezza l'idea di spegnersi come una macchina, certo è bello da dire. certo una ragazza potrebbe guardarti con occhi innamorati e tu potresti sembrare coraggioso ma la verità era palese e quella ragazza prima di incominciare a suonare la sua canzone posizionò le dita sulla tastiera della chitarra, si schiarì la voce e si mordicchio il labbro inferiore, guardo il vuoto come si guarda qualcosa che ami con tutto se stesso, guardò un punto fisso nell'universo come si guarda la cosa più bella del mondo. Mentre la ragazza cantava la consapevolezza si faceva strada come se all'improvviso fossero esplose le lampadine  alcuni iniziarono a sorridere, altri a farsi delle domande, altri ancora a sperare, la ragazza continuava a suonare certa di aver ottenuto comunque un gran bel risultato.
    Abbandonai il locale a metà, quando ancora l'aria era dolce e nessuno si era messo a fare lo scettico, nessun architetto si era messo a progettare qualche società utopica e nessun Ingegnere saccente avrebbe asserito con estrema sicurezza che non si potesse realizzare nulla, nulla al di là della fredda matematica.
    Tornai in strada stretto dentro il mio cappotto grigio, In strada c'erano risate rauche e malriposti tentativi di sentirsi unici, c'era anche una folla in processione dietro la statua di una madonna, c'erano bambini con le pistole di plastica, le ginocchia e il collo sudici e gli occhi splendenti come l'ultima parte di una bella canzone, i bambini si rincorrevano e le madri pregavano seguendo la statua non gli importava dove, e in fondo non era poi così sbagliato, si fidavano di una statua è vero ma era la statua di una santa, in termini di feedback doveva pur significare qualcosa.
    Dentro la processione le occhiaie di una donna di mezza età sembravano inghiottire l'oscurità e riconvertivano tutto quel buio in una luce debole ma tenace, fioca ma allo stesso tempo devastante, non sarebbero bastate tutte le birre e tutte le pose fighe del mondo a rovinare quel momento, non sarebbe bastato un discorso inutile o un commento fuori luogo;  in strada c'era una sensazione di malinconia  e abbandono, simile a come era sempre da sempre, una sensazione immutabile che si concedeva pochissime sfumature.
    Dentro la pancia della città c'erano i demoni che bussavano alle porte delle case, erano color vomito e ingobbiti, alcuni aprivano altri no, i demoni erano invadenti ed ineducati, passandogli vicino sentivi la puzza e un certo senso di disagio, da quando avevano aperto la porta erano in mezzo a noi, mangiavano i bambini, alcuni animalisti erano contenti, altri non tanto, ma nessuno li ascoltava più gli animalisti.  
    Avevo litigato con alcuni di loro, alcuni graffi sul mio petto potevano testimoniarlo, si stavano quasi integrando bene c'era una setta che aveva deciso autonomamente per l'estinzione della razza umana e quindi li riforniva di cibo ogni giorno e ogni notte, c'erano donne che per lavoro sfornavano figli e li davano ai Demoni, c'erano madri regolarmente sposate e in grazia di Dio che facevano da distributore automatico.  
    Penso spesso alla ragazza dentro il locale e sono abbastanza sicuro che andrà in paradiso e sono contento per lei, salendo verso casa un demone con il cappello e un uomo al guinzaglio mi fece un cenno di saluto, mi mostrò il suo esemplare di uomo dicendomi che gli mancava solo la parola e che era meglio di molti demoni, sorrise aveva gli occhi neri e i denti aguzzi e infinitamente lunghi, puzzava di sporcizia sotto le unghie, puzzava di marcio, di cose dimenticate, di parole non pronunciate  e di vecchi rancori, di cose che una volta posate nella parte alta dell'armadio non è più consigliabile riportare giù.
    io vivevo a pochi passi dalla porta da cui erano usciti, vivevo dentro una vecchia chiesa sconsacrata, dicevano che il prete li dentro avesse scopato con tutte le fedeli, era un posto così lercio e sudicio da fare schifo persino all'inferno, però c'è una bella finestra decorata che fa filtrare la luce in un modo bellissimo, sotto la finestra c'è la vecchia poltrona del prete, una specie di trono di velluto verde, mi siedo li e a volte mi sento al sicuro e a volte no, a pensarci è strano e curioso il modo in cui le percezioni delle cose cambino di minuto in minuto.
    In questo periodo per esempio sto leggendo un libro, un libro in cui l'autore elenca tutte le piccole cose che lo rendono felice, ci sono giorni in cui leggerlo in qualche modo rappresenta una bella azione e giorni in cui è completamente inutile, spesso penso che anche a me piacerebbe fare un elenco delle cose che mi piacciono e poi dopo circa un secondo penso che nel migliore dei casi causerei la stessa reazione che questo libro causa a me e nel peggiore dei casi ovviamente scatenerei la più totale indifferenza però ad esempio a me piace ascoltare il suono che fa la stufa a legna quando è accesa.
    Alcuni giorni il cielo ha lo stesso colore dell'acciaio, alcuni giorni le nuvole sembrano voler venire giù e schiacciarci tutti,  nessuno sembra felice di chi è, di cosa immagina, nessuno sembra soddisfatto dei sogni che ha appena smesso di sognare. forse David Bowie era soddisfatto di chi era, forse David Bowie poteva ritenersi soddisfatto della sua vita e dei suoi sogni, ci sono giorni in cui tutto sembra una grande discoteca che sta per chiudere, tutto attorno vedi solo stanchezza e facce stravolte, e quelli che ripetono a tutti di non mollare e che loro non molleranno sono i primi ad aver mollato, solo che, non se ne sono resi conto.  
    I Demoni continuano ad insinuarsi dentro la città, ormai a nessuno importa più, c'è rassegnazione, silenzio, quel silenzio  vuoto, che non significa nulla più che niente, Loro, i Demoni, stanno li a riempirsi la vita di cibo, di rispetto, di immagini sacre dilaniate dalle loro unghie, ridono sguaiatamente mentre mangiano gli ultimi esseri umani rimasti in quella parte di città, non mi avranno mai, sarò l'ultimo ad arrendersi, o forse ai loro occhi sono così disgustoso da essere già salvo e non rendermene conto, quando ero più giovane ero l'ultimo a lasciare la festa, ero sempre l'ultimo ad andare a casa, non è servito a molto con il senno di poi però ha allenato la resistenza.
    Sto seduto sulla mia poltrona mentre fuori splende un sole pallido, i demoni ormai escono tutti i giorni, in pieno giorno, ormai è tutto loro, il nostro Odio sempre più totale e indiscriminato li ha resi forti e coraggiosi, coraggioso come è chi non ha mai avuto torto o si è sentito in difetto.  
    Stanotte sento ridere più del solito, stanotte sono molti di più, il crocefisso che sta sopra il portone della vecchia chiesa dove vivo ha la faccia di uno che non ne vuole sapere, ha declinato ogni tipo di responsabilità in fondo lo capisco, vorrei risolvere tutto tirandomi la coperta fin sopra la testa, ma la coperta è molto corta e rischio di farmi congelare i piedi, sono drammi insopportabili, bussano alla porta, mi sa che è arrivato il momento di aggiornare la collezione di graffi, mi sa che è arrivato il momento, mi alzo a fatica portandomi dietro la coperta controllo se ho le mutande adatte, non sia mai, sarebbe triste morire con le mutande sbagliate, Alla porta c'è una ragazza spaventata ha poco più di vent'anni, la faccia spaventata e una coperta marrone avvolta attorno al corpo, trema e mi guarda in faccia ha un'espressione glaciale, figlia della paura e della mancanza di fiato, avrà corso per mezza città, si sarà inoltrata in posti che non aveva nemmeno mai visto, poi dice che le hanno detto che in mezzo ai demoni ci abitava un essere umano, che se per caso fosse stata in difficoltà sarebbe dovuta andare da Lui, la faccio entrare e mi chiedo chi diavolo abbia messo in giro queste voci, la faccio entrare e chiudo bene la porta, sentivo già dei passi avvicinarsi, delle unghie graffiare i muri e delle risa perverse a malapena soffocate, sarebbe bello essere armato di cattive intenzioni, ma io non sono ne armato ne pieno di cattive intenzioni.
    Sono passati alcuni minuti la ragazza di vent'anni sorseggia un thé tiene la tazza con entrambe le mani, sembra piccolissima, la paura restringe i tessuti, rende il cuore piccolo piccolo e le vene talmente strette che non penseresti mai ci possa passare del sangue, mi guarda e accenna un sorriso, un sorriso timido e triste, un sorriso che stona con l'umore attuale. la vecchia chiesa è fredda forse è necessaria un'altra coperta per far si che il sorriso sia più sincero e disteso, ci starebbero bene anche dei biscotti, ma non credo di averne.  
    La ragazza di vent'anni non trema più, mi racconta della sua fuga, era braccata da una decina di demoni, alcuni umani la spingevano verso di loro, molti altri chiudevano a chiave le porte, alcuni tossici sotto i portici le avevano indicato la vecchia chiesa abbandonata e gli avevano detto che forse lo stronzo che ci abitava le avrebbe aperto la porta, lei aveva visto con i suoi occhi i Tossici che venivano smembrati, e aveva sentito le risate di quegli esseri immondi coprire le urla strazianti, ovattandole completamente, La ragazza aveva i piedi sanguinanti e le gambe stanche, intirizzite dal vento gelido e bluastre. I biscotti non avrebbero aiutato granché ed io ho finito le coperte, la ragazza adesso aveva iniziato a piangere come se qualcosa dentro il suo cuore si fosse sciolto, che la sensazione di essere più o meno al sicuro le avesse permesso di tornare ad essere coerente con la sua natura e che alla fine avesse considerato l'ipotesi che dopo una paura del genere piangere poteva solo farla stare meglio, aveva iniziato a piovere, se avessi avuto un qualche potere coercitivo sui musicisti avrei costretto un violinista a suonare su un tetto, perché ci sarebbe stato proprio bene.  
    A notte fonda esploravo nuove vette della mia profondità mentre la ragazza dormiva rannicchiata nel mio letto con ancora le guance bagnate, io stavo seduto su quello che era lo scranno del prete e pensavo, pensavo mentre contavo le gocce che bagnavano le vetrate decorate e più pensavo più mi sentivo osservato dal crocefisso, più mi sentivo osservato, più mi sentivo giudicato, più pensavo che il violinista sul tetto ci sarebbe stato veramente veramente bene.
    Avremmo aspettato un paio di giorni, ci saremmo accodati all'ennesima inutile processione e approfittando della folla avremmo lasciato la città, sperando che le altre città fossero in una situazione migliore, era questo il piano, ero sempre l'ultimo a lasciare la festa ma a questo punto non ero più da solo, avevo qualcuno da aiutare e se la ragazza con la chitarra aveva ragione io il paradiso me lo dovevo guadagnare in qualche modo, e forse così il crocefisso avrebbe smesso di giudicarmi male.
    La processione era di una vecchia statua di un santo indefinito e indefinibile, la ragazza aveva abbandonato la paura e i suoi vent'anni dentro le mie coperte, io avevo abbandonato l'idea di vivere tranquillo e in solitudine il resto dei miei giorni, in più avevo voglia di biscotti, il pomeriggio era calmo e sereno, l'aria era fredda quel tanto che bastava, la processione era preceduta da una litania, di vecchiette che si battevano il petto e bambine vestite da sposa che seguivano la statua senza perdere la concentrazione, tradendo in modo balordo la loro fanciullezza, contrite dentro spesso strati di dolore cattolico instillato come un vaccino dalle nonne dolcissime e ingobbite, la processione ci avrebbe portato fuori dalla pancia della città senza farci notare, ci avrebbe portato lontano dalla zona più densa si demoni, e ci avrebbe dato modo di rubare una macchina, La ragazza di vent'anni parlava poco e con una voce delicata, diceva parole lievi e mi guardava dritto negli occhi come se si aspettasse qualche parola di conforto che io comunque non conoscevo, avevo provato a sorridere ma i denti marci non mi aiutavano ad essere confortante, i passi erano lenti ma inesorabili, il santo troneggiava sembrava zoppicare sopra le spalle dei malandati fedeli che lo portavano in giro tra i vicoli mentre i demoni appoggiati ai muri sorridevano sgranocchiando femori e tibie.
    La ragazza teneva lo sguardo basso e io fingevo di zoppicare simulando più anni di quelli che avevo e che quegli anni finti mi pesassero come un macigno sulle spalle, sembrava funzionare, avrei potuto scagliarmi contro di loro, ma avrei fatto soltanto casino, avrei causato un danno immane in più i  più furbi tra loro avrebbero preso qualche bambina, non potevo, avevo la responsabilità di una ragazza di vent'anni che non aveva un nome e che non parlava moltissimo, non un buonissimo affare a mente fredda ma ormai eravamo li, stavamo scendendo lungo le vecchie strade umide,dritti verso una via di fuga.
    Un vecchio maggiolino arrugginito, molto cinematografico ma non avevamo altre opzioni, la ragazza sorrideva, io mi ero appropriato di nuovo della mia postura originale non il massimo a dire la verità ma migliore di quella precedente, aprire un vecchio maggiolino non è difficile, farlo apparire difficile è assolutamente necessario per fare la parte dell'eroe e a parte la voglia di biscotti che mi accomunava ad un dodicenne ormai ero entrato in parte, il motore borbottava, la benzina era sufficiente per andare via.
    La città era piena di luci e dal basso della collina sembrava bellissima, come una modella che da lontano sembra un capolavoro e mano mano che ti avvicini per guardarla meglio ti svela tutti i difetti più terribili, occhi spenti, denti marci, trucco crepato. Era la mia città ed era in mano ai demoni che vincevano senza che nessuno fosse veramente in grado di combatterli, e tutte quelle statue di santi che ondeggiavano instabili non avrebbero retto per molto tempo. I Demoni erano fatti d'odio e l'odio era troppo forte, più forte di tutti ed era quello il problema, c'era talmente tanto odio, ed era diventato così tanto che non eravamo stati più capaci di veicolarlo. Siamo stati noi a creare i Demoni, siamo stati noi con i nostri buoni pensieri di cattolici devoti, conservatori e xenofobi, siamo stati noi a non imparare niente dalla storia.  
    La ragazza era al posto di guida e mi stava aspettando, la strada era aperta davanti a noi, stava per tramontare il sole, un sole bellissimo, E io senza voltarmi tornai indietro alla mia vecchia chiesa nella pancia della città, la ragazza di vent'anni ingranò la marcia e andò via, giurerei di aver sentito un grazie, ma non ne sono sicurissimo, i demoni tra poco usciranno, e ricominceranno a cacciare, io resterò nella mia chiesa, seduto sul mio scranno ad esplorare nuovi abissi di profondità, e prima o poi conoscerò un violinista da convincere a suonare su un tetto mentre piove, e magari con calma riuscirò anche a cacciare via quegli esseri immondi, troverò il modo, altrimenti niente ma proprio niente, nessuna azione nessuna conseguenza, nessuna reazione, avrebbe senso.  
     

  • 21 marzo alle ore 17:07
    Un amore poco paterno

    Come comincia: Massimiliano era in una camera d’albergo a ore con una ‘signorina’ quando la cotale, peraltro non più giovanissima e dalle tette pendule gli fece una strana domanda: “Son di ‘bulegna’Il pompino lo vuoi liscio o rigato?” Preso alla sprovvista Max disse la prima cosa che gli venne in mente : “liscio.” Risposta inimmaginabile: “Allora mio tolgo la dentiera!” Lo so, la storiella fa un po’ schifo ma era tutto un sogno. Max  Rossi era felicemente sposato con Anna conosciuta all’Università la quale, innamoratissima del marito, riusciva anche a sorridere a certe sue battute non proprio felici, abitavano a Roma in via Appia Nuova 123.  Ambedue dipendenti dalla Camera di Commercio, sposati da tre anni, anche in assenza di prole erano contenti della loro vita coniugale. Naturalmente le colleghe femmine non si facevano i ‘fatti loro’ e spingevano Anna, che aveva saputo di non  poter diventare madre, a prendere un pargolo in adozione. ‘Gutta cavat lapidem’ e così un giorno Anna propose al marito di adottare una bambina (aveva predilezione per le femminucce) ma in Italia la situazione della burocrazia è indescrivibile e, dopo due anni di inutili tentativi,venne loro proposto di andare in Tunisia ma anche lì la situazione non era di facile soluzione: compromesso, dietro lauto compenso, due coniugi tunisini decisero che la sesta figlia era di troppo in famiglia e riuscirono con carte false a regolarizzare la situazione della piccola Fatima di dodici anni la quale fu subito entusiasta dell’idea di andare a vivere in Italia (di cui aveva tanto sentito parlare) tenuto conto dell’indigenza in cui viveva con i suoi. Il padre Mohamed piccolo impresario edile, aveva messo al mondo (o meglio sua moglie Karima) sei figli purtroppo tutte femmine e non il sospirato maschio a cui lasciare le redine dell’impresa. Casa a due piani pianterreno cucina e sala da pranzo, primo piano camera da letto genitori con bagno e piccola stanza per l’erede maschi, secondo piano camera da letto delle figlie con bagno, ovviamente letti a castello. Fatima era un’araba particolare: innanzi tutto l’altezza 1,70, longilinea, capelli lunghi e neri col solito fazzoletto in testa quando usciva (che lei non apprezzava, era una anticonformista), sguardo misterioso, naso piccolo e all’insù al contrario di molte donne arabe, bocca….invitante, insomma non passava inosservata ed era molto criticata dalla gente anche se la Tunisia è considerata nel mondo arabo una nazione progressista. Partenza all’aeroporto con la coda di tutta la famiglia commossa. A Fiumicino taxi e arrivo a casa dove la baby si sistemò nella camera addobbata appositamente per lei. Fatima non aveva pronunziato verso e quel poco in francese che i coniugi Rossi avevano studiato a scuola ma che capivano appena. Anna chiese ed ottenne quindici giorni di licenza per inquadrare la nuova posizione familiare. Max, dopo una giornata di lavoro, ritornava a casa il pomeriggio e veniva messo al corrente degli avvenimenti accaduti in sua assenza: Fatima pian piano cominciava ad imparare qualche parola d’italiano, Anna l’aveva condotta in un grande magazzino dove le aveva fatto acquistare abiti, biancheria intima e scarpe. ‘Je vous remercie, vous étés mes nouveaux parents.” Max l’aveva osservata a lungo, così vestita all’occidentale dimostrava più dei suoi dodici anni: curve generose, gambe perfette, sguardo misterioso, capelli neri e lunghi, talvolta a chignon, Max pensò che ben presto avrebbe dovuto allontanare qualche ‘pischello’ troppo invadente. Fatima era stata iscritta da Anna alla prima media  di una scuola di suore francesi non molto lontano da casa loro in via Appia. I primi giorni l’accompagnava Anna poi la baby, presasi di coraggio, raggiungeva l’istituto con tram azzurro. La scuola era riservata alle sole femminucce e questo aveva fatto piacere a Max (che fosse diventato geloso?) Fatima ben presto aveva imparato l’italiano, oltre che essere bella era anche intelligente. Talvolta quando ritornava dal lavoro Max trovava la casa ‘invasa’ dalle compagne di scuola di Fatima, femminucce delle sua età sicuramente non timide anzi…qualcuna aveva lo stile della ‘puttanella’.  Anna. “Non esagerare, sono ancora bambine, mi sembri una padre geloso e maligno! “ Ma forse aveva ragione lui. Un giorno Fatima le aveva confidato che le sue amiche lo ammiravano molto come uomo a dispetto dei suoi trent’anni. Un pomeriggio di fine settimana Max si trovò la casa invasa di maschietti e femminucce, i maschi erano fratelli delle ragazze ma la maggior parte aveva la faccia da ‘braciolettone’ (vi piace il termine?) e così, senza accorgersene si trovò a ballare con musica rock facendo la figura dell’orso in un circo equestre. S’accorse, come pure sua moglie, che un po’ tutte lo prendevano in giro non certo Fatima che anzi… Situazione imbarazzante… ma forse era solo una sua fantasia da vecchio zozzone che però col passare dei giorni, lo stava mettendo in crisi anche perchè Fatima si mostrava sempre più ‘affettuosa’ con lui, qualche carezza in viso, qualche complimento “Le mie amiche ti trovano ‘bono’”, Anna ci rideva su, Max un po’ meno anche perché in Fatima stava vedendo non una figlia adottiva ma una vera donna la qual cosa lo metteva in crisi con forti mal di pancia da parte sua. Si dice che l’intestino è il secondo cervello,  il secondo cervello, razionalmente, non accettava quello che Max stavo provando ogni giorno di più maledizione! ‘Amor che ratto s’apprende mi prese di colui così forte che come vedi ancora non m’abbandona’. Ci mancava pure Dante con Paolo e Francesca! Max si era riproposto di cercar di non rimanere mai solo con Fatima, ci riuscì per vario tempo sin quando Anna: “Mia madre sta male,  è vedova e sola, per un po’ mi stabilisco a casa sua poi ti chiamo, Fatima ha imparato a cucinare ci penserà lei.” Max cercava di stare il più possibile fuori casa ma ovviamente la sera dopo cena, dinanzi al televisore si trovavano a dover dividere il divano e la piccola una volta: “Ho freddo, mi sento un po’ sola, sdraiati e metti il tuo capo sulle mie gambe.” Ben presto Max si accorse di avere una gamba in più che si stava allungando sotto i pantaloni della vestaglia. “M’è venuto sonno, vado a letto, buonanotte.” Il sonno tardava ad impossessarsi  di povero Max che ad un certo punto vide un spiraglio di luce provenire dalla porta della camera  ed una figura femminile infilarsi sotto le coperte a contatto col suo corpo…si arrese dinanzi ad un abbraccio ed un bacio in bocca. Non era una ragazzina che lo  baciava ma una donna, una vera donna sessualmente eccitata  che gli sconvolse i sensi e non si oppose quando Fatima gli prese in bocca il suo ‘ciccio’  che ben presto riempì la bocca della baby la quale andò in bagno per poi ritornare e offrire il suo ‘fiorellino’ alle labbra del suo ‘patrigno’ con conseguenti orgasmi multipli da parte sua, evidentemente la baby non era nuova al sesso e si masturbava da tempo. Com’era venuta così Fatima disparve dalla camera di Max il qual finalmente fu preso da un sonno tanto profondo da non svegliarsi sino alle nove di mattina. Telefonata in ufficio per giustificare la sua assenza, barba, doccia e poi in cucina a preparare qualcosa per il pranzo, di Fatima nemmeno l’ombra, sicuramente era andata a scuola. Al suo rientro sguardo sorridente un ciao con la mano al paparino ed apprezzamento per aver trovato la tavola imbandita. “Al mio paese gli uomini non si mettono ai fornelli.” Era solo a baby a condurre la conversazione, Max pensò che qualsiasi cosa avrebbe detto non sarebbe stata quella giusta e così tenne per sé i pensieri che gli affollavano la mente. Passò il pomeriggio fuori casa al cinema Appio vicino a casa sua, un vecchio film ritornando a casa alle sette. Durante la cena  Fatima era allegrissima non faceva altro che raccontare episodi che accadevano nella sua scuola e trattava Max come se nulla fosse successo la notte precedente. Sistemata la cucina i due dinanzi al televisore distanti l’uno dall’altro sinché Fatima si avvicinò  e mise il suo capo sulle gambe del patrigno il quale cercò di resistere ma la natura fece il suo corso e ‘ciccio’ venne fuori dal pigiama per infilarsi nella calda bocca della baby col risultato prevedibile. Visita di lei in bagno a poi: “Papino ho un  desiderio, che ne dici di baciarmi il mio clitoride, sono eccitata…Finirono nel letto matrimoniale e Max si trovò in bocca un fiorellino vogliosissimo ed una natura vergine. Quando si erano conosciuti Anna aveva avuto già rapporti intimi con un suo compagno di scuola, questa era la sua prima esperienza con una vergine. Fatima aveva orgasmi a ripetizione, Max cominciò a preoccuparsi che si sentisse male ma quando mai, la baby era scatenata e si esibì in un pompino al padrigno che fu la fine del loro incontro che si ripeté la sera successiva. Per avere solo tredici anni Fatima dimostrò di essere ben preparata per quanto riguardava il sesso. “Papino da giorni prendo la pillola di tua moglie…più chiaro di così! Max cominciò a baciare le sensibili tettine per scendere sino al fiorellino già completamente bagnato e…”Non pensi sia troppo presto per te avere un rapporto intimo io mi contento…” “Io no.” fu la immediata risposta di Fatima che andò all’armadio e ritornò con un asciugamano, aveva previsto tutto, non voleva sporcare col sangue le lenzuola e forse il materasso perché aveva deciso di…”Guarda che il mio coso è molto grosso, me ne sono accorto quando facevo la doccia con i miei compagni di calcetto, ho paura…” “Son sicura che sarai delicato, lo desidero troppo, sono araba e come tale sarò la tua seconda moglie!” More solito Fatima prese in mano la situazione e fu lei stessa a dirigere ‘ciccio’ nel suo fiorellino. Dopo circa un quarto d’ora operazione compiuta con schizzo dello sperma sull’utero della baby che riuscì a godere in maniera superba, era diventata una donna per merito della persona che amava! Dopo una settimana Anna istintivamente capì che era l’ora di rientrare in famiglia, trovò una badante per la madre ed una mattina si fece trovare in casa dal marito e dalla figlia un po’ stupiti. Istintivamente capì che qualcosa era cambiato nel rapporto tra padre e figlia, dagli sguardi dei due, dal modo di parlare…Finito il pranzo si rinchiuse nel bagno e accese una sigaretta, non era una fumatrice, fumava solo quando era in crisi. Analizzò la situazione: non ci voleva molto a capire quello che era successo e pensò alle decisioni di prendere: prima denunziare tutto agli organi di polizia con la conseguenza dell’andata in carcere di Max, e affidamento ai servizi sociali di Fatima, lei sola in una casa vuota e motivo di chiacchiere da parte dei vicini e dei colleghi di ufficio, soluzione che sapeva più di vendetta che altro, allora…Accettare la situazione e mettere delle regole alla comune convivenza: Max di notte avrebbe sempre dormito nel letto matrimoniale, gli sarebbe stato concesso solo qualche pomeriggio a ‘dare ripetizioni’ alla figlia nella sua stanza con la speranza che la baby si trovasse presto un boy friend. Resi edotti i due delle sue decisioni beccandosi degli abbracci affettuosi ai quali non era preparata. Per una visita di controllo dal ginecologo Anna pensò bene di portare con sé Fatima ma al dr.Gatti, vecchio amico di famiglia disse che la figlia adottiva aveva diciassette anni e che aveva rapporti col suo fidanzatino. Il ginecologo trovò la vagina di Fatima un po’ arrossata (quel porco di mio marito di va giù pesante pensò Anna) ed il dottore proseguì prescrivendo a Fatima un ‘riposo ginecologico’ di quindici giorni e consigliandole una pillola anticoncezionale diversa da quella si sua madre, più adatta alla sua età. I giorni passavano senza che vi fossero delle novità in casa Rossi, ognuno rispettava le regole imposte da Anna. Fatima dopo il diploma del liceo classico, per la sua conoscenza delle lingue (aveva imparato anche l’inglese) trovò un impiego presso l’Ambasciata di Tunisia, nel frattempo aveva presentato in famiglia Alessio, un ragazzone biondo suo compagno di scuola, con gran dispiacere di Max ma generando una contenuta contentezza da parte di Anna che da quel momento cominciò benignamente a prenderlo in giro. “Ti è rimasta una sola moglie ma che ti permetterà qualche giochino al quale in passato mi hai chiesto di partecipare senza ottenere il mio consenso.” Si trattava di usare il buchino posteriore di Anna che nel frattempo di sarebbe masturbata con un vibratore, magra consolazione.. Dopo quattro anni Fatima si presentò in casa Rossi con una bambina in braccio, bellissima. Anna e Max erano diventati nonni!
     

  • 20 marzo alle ore 23:48
    Ne abbiamo piene le tasche

    Come comincia: Viene voglia di chiuderli tutti gli osannati, odiati, amati media, anche se, a ragion veduta, oggi sono il mezzo di comunicazione per eccellenza, moderni strumenti dei quali non si può più fare a meno. Chiudere anche la casa, le finestre sbarrate e le porte chiuse a chiave, poi chiudere “bottega” e spedire a chi di dovere una bella raccomandata con le nostre “dimissioni”.
    Partire verso luoghi lontani, incontaminati, privi di antenne e paraboliche e di torri altissime supporto ai ripetitori.
    Luoghi dove la mano dell’uomo non è arrivata a modificare e molto spesso a distruggere.
    Luoghi regno del silenzio, dove i suoni della terra e le voci degli animali si mescolano creando una musica naturale… un paradiso dove tornare a vivere ci spinge ad abbandonare i luoghi dove siamo cresciuti, dove conosciamo tutti e tutti ci conoscono?
    Fuggiamo il clamore che s’alza arrogante dalle tribune, dagli studi televisivi, dai circoli culturali, dai salotti-bene della società, dalle case, dalle strade… e comunque dovunque si ritrovino delle persone a parlare. L’etere è colmo del frastuono dell’uomo, nelle teste alberga un ronzio fastidioso come di api impazzite. 
    Ogni convivio discute intorno a un tema, fine corretto che potrebbe essere funzionale alla ricerrca della verità e alla soluzione dei problemi e depone circa la bontà del metodo di lavoro in equipe.
    Quando più menti discutono insieme, è noto, il discorso si amplia e si arricchisce del contributo di ognuno… assioma che oggi credo, però, sia un’utopia.
    Il desiderio principe dell’uomo moderno di primeggiare, di apparire più di ogni altro diventa il suo sogno narcisistico che lo impastoia nella cura esagerata del corpo e nella parossistica ricerca della gioventù eterna… per la felicità dei chirurghi plastici.
    Ed ecco questi salotti pubblici dove si discutono temi delicati e importanti condotti da personaggi in crisi di astinenza per l’altilenante flessione dei dati auditel, trasformarsi in arene dove opinionisti dell’ultima ora e esperti del settore lottano come fiere per conquistare uno spazio dove ripetere fino alla nausea concetti già espressi, alzando la propria voce per coprire quella di altri che spesso stanno dicendo la stessa cosa.
    L’etere si riempie delle urla di uomini trasformati in lupi che si riempiono la bocca di frasi infarinate di demagogismo e fritte nell’olio stantio di un populismo a buon mercato che strappano applausi a scena aperta… cresce l’audience.
    Registi, produttori e presentatori gongolano.
    Tutti a ripetere giustamente:
    ─ I bambini non si toccano!
    E ancora:
    ─ Le donne non si toccano!
    Ma l’uomo, quello mite, quello che difende i deboli si può toccare? Ci saranno degli esemplari in giro… o si nascondono tutti perché non sono trendy e non fanno audience. E si può toccare il delinquente, l'assassino contro i quali si scagliano i presentatori, il pubblico, dalle case, dalle strade:
    ─ Chiudeteli nelle patrie galere e buttate la chiave!
    Stiamo tornando indietro! Tute le conquiste della società moderna cancellate! L'uomo torna troglodita, rispolvera le leggi arcaiche del fai da te "occhio per occhio..."
    Stiamo dimenticando che siamo tutti fallibili e che anche Cristo perdona il peccatore pentito. Non irrigidiamoci su posizioni estreme sclerotizzate, controproducenti che distorcono la realtà piegandola ai nostri fini. Al contrario diventiamo più elastici cercando di capire, andando incontro all'altro, senza ghettizzare e senza pregiudizio.
    Per gli uomini onesti come per i peccatori, per le donne, per i bambini, per gli anziani, per i disabili ma anche per chi è sano, per i giovani… per tutti senza distinzione di sorta dovremmo gridare:
    ─ L’essere umano è sacro, non si tocca! Non se ne può più di urla che non si alzano per nessun'altro che per il nostro io egocentrico malato di protagonismo... una violenza da aborrire perchè ci macchierebbe dello stesso peccato che condanniamo negli altri.
    Mettiamoci di buona lena e impariamo a rispettare TUTTI senza clamori inutili.
    Impariamo a comportarci da “Uomini”.
    Di violenza ne abbiamo piene le tasche.
     
     

  • 14 marzo alle ore 19:35
    Il clochard "un cuore vagabondo"

    Come comincia: A volte, temo che mi spezzino … che mi sciupino, che mi sporchino con la loro cattiveria, con la loro indifferenza, con la loro miseria d’animo.
    La gente, sì quella Gente senza Cuore.
    Oh! Che sciocchezze! Poi guardo la mia vita, ed è libera.
    I miei fianchi non hanno lacci d’argento o d’oro ma proverò a farli brillare. Brilleranno di libertà, d’aria pura, di limpido cielo.
    Sono sempre fuori… e fuori di testa, ma non come pensano loro… sono fuori dal mondo infame, che ti distrugge solo perché hai bisogno di un pezzo di pane.
    Sono lontano dai ruba sogni e preferisco giocare con i topi delle fogne cui appartiene quella sottile e calda sensibilità, e per questo mi fanno compagnia.
    Non morirò stasera e nessun amico se muoio sotto il pianto della luna, penserà che sono stato forte ma, dirà che è stata solo questione di fortuna.
    Respiro però … respiro ancora, e questo basta! Non è arrivata la mia ora…
    E ho trovato questa vecchia biro per la strada per scrivere, una cartolina a Dio… chissà se arriverà… in Paradiso, e se Pietro avrà un occhio di riguardo per me.
    Queste poche righe… questa sgangherata cartolina, la porrò nel mio vecchio berretto… la lascerò al caldo, la coprirò come faccio con il mio cuore freddo e solo.
    Perché io sono incolore. Io sono un vecchio clochard che non dimentica nulla.
    Che se ne va in giro con la sua borsa lacera, piena di giorni ormai andati, di oggetti inutili, di sorrisi da riascoltare per continuare a vivere.
    E da solo, qui con il mio cane, pensavo all’uomo che crede, di essere speciale nei confronti delle altre creature… ma davanti a Natura l’uomo è solo uomo e basta!
    E volevo pure ricordargli che, SOLO se è stato buono, avrà l’onore di morire da farfalla… io forse morirò da Aquila perché ho alzato troppo le ali… e sì perché ho amato troppo, sono stato generoso con tutti… e purtroppo ho perso tutto… e questo destino tocca a chi ha una grande anima… a chi ha un cuore che non teme gelo e graffi.
    Sono caduto. Non mi sono fatto male. E insieme con me, è caduto frangendosi un pezzo di cielo.
    Ma il cielo non si rompe mai… e quando cadono i buoni, si copre di nuvole nere;
    Eppur tuttavia se si possiede un pezzo cielo e un pezzo di terra la vita non teme, e non si teme neanche la morte ai colpi dell’improvvisa sentenza … ai colpi forti della dannata ipocrisia, ai colpi sordi dell’elegante ignoranza.
    Quando il cielo si sarà sfogato bene, arriverà la sua quiete a riportare un po’ di sole sulla terra e tra le spine dell’essenza, forse, nascerà un altro Uomo. Di nuova specie.
    Ora sono qui, mio caro mondo, come un aquilone, in attesa di volare.
    Seduto, io non parto. Aspetto Qualcuno, anche solo un essere umano che mi Ama, e mi cinge la vita, con fili d’avorio… mi farebbe diventare lucente e mi basterebbe anche solo un suo gesto, anche solo che… che non dimenticassi l’ebano dei miei occhi, quella luce febbrile per custodire in me le carezze della sua anima, l’unica cosa che in me stilla calore.
    Mi basterebbe un sorriso per continuare a vivere… un sorriso regalato, un sorriso donato.
    Che silenzio, in questa sera!
    Rimane solo questo foglio, dove brucia il mio dolore perché sono un uomo giusto e sulla strada della vita ho combattuto per aver Donato Amore senza chiedere nulla in cambio.
    Teresa Averta

  • 12 marzo alle ore 1:28
    L'arpia

    Come comincia: L' altra sera, dopo l' incontro con un vecchio amico e compagno di scuola e ricordando quei bei vecchi tempi, mi va di raccontarvi una storia che, per il suo finale sorprendente, ha lasciato (oltre che me) anche quelli che hanno saputo di quest' evento a dir poco stupefatti, non altro per il fatto che la solidarietà in ambito scolastico a quei tempi ancora forse non si era mai vista.
    Questa storia verrà da me esposta anche essendo passata da anni la discussione sul bullismo all' interno della famosa e scriteriata riforma dell' incompetente ministro del governo Berlusconi Gelmini di tanti anni fa che , tra l' altro, ammise poi con non poca riluttanza di aver sbagliato a proporla.
    Essendo convinto che il bullismo odierno si deve combattere senza tregua e senza aver paura di eventuali vendette di chi subisce la sanzione scolastica, vi racconterò di un fatto successomi al V ginnasio, quando per la prima volta capì, almeno in quel contesto, il significato della parola solidarietà.
    Non si tratta di un caso vero e proprio di bullismo ma per poco non lo diventava, se ci fosse stato un delinquente al posto mio.
    Prima di tutto vi vorrei raccontare del personaggio principale di questa storia che segnò, e non solo la mia, una parte della mia vita scolastica. 
    Parlo della professoressa di lettere, la signora D’ascola (ora deceduta da tanti anni) che fu l’artefice dell' unico anno perso dei miei studi.
    I miei coetanei e compagni di liceo se la ricorderanno sicuramente perché, oltre che essere brava e preparata, allo stesso modo era severa ed inflessibile nella pretesa dello studio delle sue materie. 
    Per quest’ultima descrizione veniva soprannominata da tutti “arpìa”, soprannome “ad hoc” anche perché era di una bruttezza che richiamava veramente l’animale appena menzionato. 
    Nel suo lungo insegnamento al liceo di Melito di Porto Salvo, proprio per questa sua severità fece stragi di studenti che come me non dico che per tanti anni la maledirono, (io mai, perché avevo avuto torto e parlo solo per me, perché non è mia abitudine farlo) ma sicuramente non pensavano di lei delle belle cose quando l’incontravano al liceo o in città. 
    Prima di raccontare la storia di questa mia bocciatura al v ginnasio (era il 1971), vorrei ricordare che si era dopo gli anni cosiddetti “di piombo” e che quindi tutti i giovani, o quasi tutti , risentivamo di quel periodo di contestazione giovanile e quindi non eravamo certo come si suol dire degli “stinchi di santo”. 
    Per quanto riguarda la mia bocciatura, questa scaturì non tanto per lo studio delle materie letterarie ma per la condotta che non era per niente buona prima ma che, dopo il fatto, ne provocò senza appello il motivo.
    Si era nel periodo di Carnevale e i più diciamo “discoli” della classe, tra cui naturalmente vi ero io, decidemmo di fare un scherzo, guarda caso proprio a lei , l’odiata “arpìa”, la quale veva fatto capire che a parecchi ci avrebbe “rimandati” a settembre. 
    Mai l’avesse detto. Vendetta!!!
    Per giorni e giorni ci scervellammo come avremmo potuto vendicarci di quel “sopruso” che si stava consumando sulle nostre vite. 
    Decidemmo allora che uno di noi, dopo la conta per vedere a chi toccasse, avrebbe “sparato” una filanda sulle spalle della prof.ssa appena entrata in classe e avviatasi alla cattedra. 
    La filanda fuoriusciva facendo un botto assordante dal basso di una bottiglietta tirando un filo dall’alto della stessa finendo poi ad attaccarsi sul vestito.
    Capitò a me (non ci furono “brogli” perché feci proprio io la conta essendo il piu grande di qualche mese) che, anche essendo seduto vicino alla porta, ero la persona ideale per portare a termine la vendetta. 
    Quel giorno arrivò... e arrivò anche per me il significato della parola “solidarietà”, almeno in quel contesto. 
    Beh... per farla breve, quando la filanda uscì dalla bottiglietta con un rumore fragoroso, conficcandosi nelle spalle della prof.ssa, lei spaventatissima e paonazza in viso, si girò subito, e anche senza vedermi ma per logica (per la posizione del banco), mi accusò dicendomi che l’avrebbe detto a mio padre e che me l’avrebbe fatta pagare cara. 
    Io naturalmente negai e mentre lei continuava ad insistere sulla mia colpa, all’improvviso una mia compagna, Mimma Alati, per prima si alzò dicendo: -Prof.ssa, sono stata io!-
    Avete presente quella pubblicità di qualche anno fa in cui si consigliava l’uso del profilattico, dove a un’accusa del professore tutti si alzano dicendo, appunto:-Sono stato io!-
    Non ci crederete ma è successo proprio così. Tutti i miei compagni, indistintamente, si alzarono pronunciando quelle parole. 
    Io, come l’”arpìa”, restai sorpreso ma allo stesso tempo contento. 
    Comunque... la prof.ssa restò convinta della sua ipotesi e andando contro gli altri colleghi al consiglio, che proponevano quattro materie a settembre, mi fece bocciare pretendendo di aggiungere alle materie anche la condotta.
    Alla fine devo dire che quella bocciatura fu “positiva” per tanti aspetti, primo perché ebbi modo di avere un’insegnante negli anni a seguire, la prof.ssa Catalano di Reggio Calabria (ch' era proprio l’opposto in tutti i sensi dell’”arpia” ) che stimai tantissimo (e non solo io per la verità) e cioè bella, preparata, fine e delicata e molto autoironica che anche nel suo lavoro, e non solo, non guasta mai.
    Secondo, capìi che per una” marachella” e non per lo studio persi un anno e che non sarebbe mai più successo, come infatti poi fu.
    Naturalmente ringrazierò sempre di cuore i miei compagni (coi quali nel 2005 ho festeggiato il 30° anno del diploma) per il gesto di solidarietà ch'è raro riscontrare in un contesto scolastico dei tempi d’oggi.

  • 09 marzo alle ore 15:39
    Persone squisite e non

    Come comincia: Sono le 14:00. Esco di corsa dall’azienda e m’infilo in auto: destinazione Napoli. Devo sostenere il primo esame del corso di specializzazione che sto seguendo all’università. Mentre l’auto già corre, accendo il telefonino e do un’occhiata allo schermo. “No! No, no, no!”, impreco ripetutamente. Ha chiamato mia madre.
    Beh, cosa c’è di sconvolgente in una telefonata dalla mamma? Fosse stato un qualsiasi altro giorno non mi sarei preoccupata. Mia madre chiamava spesso per dirmi: “Laura, ho fatto il gâteau di patate. Ho fatto la parmigiana di melenzane. Passi stasera a prenderne un pezzo?”. Ma quel giorno era diverso. Quella sera mio marito Pino ed io dovevamo andare alla festa per il 25° anniversario di matrimonio di mia zia Liliana, sorella di mio padre, e mia madre aveva un solo motivo per chiamarmi: mio padre doveva essersi sentito male
     
    Erano diversi giorni che mio padre non stava bene. Dieci giorni prima il medico curante aveva consigliato il ricovero. Ma al pronto soccorso dell’ospedale locale non erano stati d’accordo. Tutto questo lo avevo saputo in un secondo momento e quindi mi ero recata dal medico curante per chiedere: “Cosa ha mio padre?”. Uscii dallo studio con le lacrime agli occhi: Carlo (il medico) era esploso contro gli operatori del pronto soccorso che secondo lui avrebbero dovuto essere denunciati per omicidio. Carlo mi aveva fatto capire che sospettava qualcosa di serio a carico della colecisti. Dopo un altro infruttuoso tentativo al pronto soccorso mio padre aveva deciso di rivolgersi ad una struttura privata locale. Qui il primario di chirurgia dice che non c’è bisogno del ricovero, basta una cura che seguirà lui stesso. A dire il vero, non avevo molta stima di quel primario. Per un mio caso personale mi ero convinta che fosse uno ‘scarparo’ (con tutto il rispetto parlando per i calzolai veri). Quando mia madre m’informa di questi sviluppi, chiesi cosa avesse detto Carlo. Dalla sua risposta intesi che il medico curante aveva, bene o male, approvato. Solo in seguito seppi che Carlo si era stretto nelle spalle con aria dubbiosa. La situazione era a questo punto e, dato il suo stato precario di salute, mio padre aveva rinunciato ad andare alla festa della sorella e Pino ed io dovevamo recarvici in sua rappresentanza.
     
    Accosto e provo a richiamare a casa dei miei genitori. Non risponde nessuno. Chiamo Pino e gli chiedo di cercare sull’elenco telefonico il numero di alcuni vicini dei miei genitori e tentare d’informarsi.
    Cosa fare? Andare a Battaglia, residenza dei miei genitori, o proseguire per Napoli? Un po’ la speranza che il mio sia solo allarmismo, o forse un po’ di egoismo, decido di imboccare l’autostrada per Napoli. Mi fermo più volte. Pino mi chiama per dire che i vicini non sanno niente. Hanno bussato, ma non risponde nessuno. Proseguo e mi fermo alla successiva telefonata. Pino conferma i miei timori: mio padre si è sentito male e stavolta al pronto soccorso non si sono opposti al ricovero. Mia madre è tornata a casa. “Senti Laura”, mi dice Pino, “il fatto che tua madre sia tornata a casa significa che la situazione è sotto controllo. Vai pure a fare l’esame.” E faccio così.
    Quando rientro e constato la situazione, decido di confermare il programma: per scaramanzia e per dimostrare ai parenti che sono convinta che tutto si risolverà nel migliore dei modi, vado ugualmente alla festa di anniversario della zia.
    Il giorno dopo, venerdì, non mi assento dal lavoro: quella mattina è in programma per la prima volta da quando ne ho assunto la responsabilità l'ispezione di un documento. Sono coinvolti colleghi tedeschi, croati, greci e non posso dare buca. Finita l’ispezione, passo il pomeriggio a sistemare le cose in vista della mia assenza lunedì prossimo e si fa tardi. Arrivo in ospedale quasi alla fine dell’orario di visita. “Fino a quando non mi dicono di uscire, io non me ne vado”, penso. Finisce l’orario di visita e nessuno mi dice niente. Alle 21:00 vengono a prendere mio padre per una TAC. “Che efficienza,”, penso, “fanno le TAC anche a quest’ora!”. Solo in seguito capirò che il primario aveva ordinato una TAC d’urgenza e nessuno mi mandava via perché la situazione poteva precipitare in qualsiasi momento.
    Il giorno prima ci avevano detto che mio padre era anemico. Anemico? A vedere mio padre tutto avresti pensato tranne che fosse anemico. Da dove veniva questa anemia? I medici non avevano risposto.
    Domenica c’informano che la TAC aveva rilevato un tumore al sigma.
    Il mondo si ferma. No, il mondo continua a girare. E' la mia testa ad essersi svuotata. 
    Al sigma? E che significa? Al colon spiegano.
    Informano anche di un’altra cosa: il sangue di mio padre è così fluido che uno starnuto avrebbe potuto ucciderlo.
    Bisogna che la situazione si stabilizzi prima d’intervenire.
    Passiamo il pomeriggio della domenica intorno al letto di mio padre col timore di ogni risata, di ogni movimento brusco.
     
    Finito l’orario di visita stiamo per andare via, anche per non preoccupare mio padre, quando incontriamo il medico che ci ha informato e che esprime la sua meraviglia nel vederci andare via.
    Il giorno dopo mio fratello Rinaldo dice che non ha dormito tutta la notte.
    Seguono giorni pieni d’apprensione.
    Oramai è Pasqua. Pino ed io portiamo a mio padre un regalino, in segno di festa, e, sempre per dare un tono di normalità, organizzo il pranzo di Pasqua a casa mia invitando mia madre, mio fratello Rinaldo, mio fratello Orlando, la sua compagna, il bambino e la madre della sua compagna.
    Pochi giorni dopo la diagnosi è confermata da un altro esame ed è programmato l’intervento. In laparoscopia, precisa il primario. Intanto Carlo, il medico curante, ci ha rassicurati: in quel momento al reparto di chirurgia di Battaglia c’è come primario un professore di livello universitario. Mi dice anche che la situazione è migliore di quello che aveva pensato: come avevo capito, lui temeva un tumore alla colecisti. "E il tumore alla colecisti è un tumore molto aggressivo. Ti uccide in tre giorni.".
    L’intervento è eseguito. Il chirurgo dice che quell’altro problema, e si riferisce alla colecisti, non dovrebbe più dare fastidio. Mio padre si riprende rapidamente ed arriva il giorno delle dimissioni dall’ospedale, lunedì. Qui interviene Orlando, che lavora a Roma, e mi dice: “Tu vai al lavoro. Accompagno io papà a casa. Tu dovrai prendere giorni di permesso nei giorni a venire.” E così fu. Poi Orlando mi telefona: “All’ospedale hanno detto che tra una settimana devi chiamare tu e ti diranno quando papà deve iniziare la terapia”. Già, la terapia. Mio padre sta a casa e sta bene. Guardo con timore alla terapia: la mia più cara cugina è morta sei anni prima durante l’ennesima seduta di chemioterapia. Comunque seguo le indicazioni di Orlando e, passato il tempo opportuno, telefono all’ospedale per farmi dire quando mio padre deve iniziare la terapia. Dall’ospedale precisano che avrebbero chiamato loro per comunicare la data. Telefono a mio fratello Orlando per informarlo. “Nooooooooo”, ulula lui, “devi chiamare tuuuuuuu”. E giù improperi sulla mia incapacità.
    Sono perplessa, ma richiamo in ospedale da dove si mostrano seccati e ribadiscono che avrebbero chiamato loro.
    Un sabato Orlando scende da Roma e, di fronte a mio padre, sbraita e mi attacca dandomi della deficiente incapace. L’attacco è feroce e la verità mi colpisce come una mazzata: mio fratello non mi vuole bene. Se mi volesse bene non mi avrebbe aggredita con tale ferocia, anche se stessi sbagliando una cosa come quella.
    Poco dopo dall’ospedale telefonano per comunicare la data d’inizio della terapia.
    E qui si inserisce zio Furio. Avrebbe accompagnato lui il fratello a fare le terapie. Io non mi fidavo di quell’essere che consideravo viscido e dico a mamma e papà che ci avrei pensato io. Tra lavoro e corso di specializzazione per me sarebbe stata dura, ma preferivo non permettere l’intrusione di zio Furio. Ma mamma e papà non capiscono perché mi opponessi ed accettano l’aiuto di zio Furio. Pino non può perché da due settimane la madre è bloccata a letto dall’artrite. E forse anch'io cedo troppo facilmente: per accompagnare mio padre avrei dovuto probabilmente rinunciare al corso di specializzazione.
    Intanto per me l'attacco di mio fratello è stato troppo duro. Due settimane dopo Orlando scende nuovamente da Roma, questa volta con tutta la famiglia. Non voglio vederlo. E' stato il compleanno del bambino. Lascio il regalo per lui con un bel biglietto d'auguri (allora avevo ancora sentimenti e sapevo scrivere bei biglietti d'auguri a chi volevo bene), ma io non ci sono. La compagna di Orlando, che s'impone di essere una persona squisita, mi telefona per chiedere spiegazioni con discrezione. Riferisco quello che è successo. Replica: "Lo sai che animale è. Non capisce che in un momento delicato come questo, una persona può essere più sensibile del solito". E m'invita a passare sopra l'episodio. Replico: "Orlando sa dove abito." Intendo che Orlando può venire a scusarsi, ma mia cognata sembra non gradire questa mia risposta: attraverso il telefono, mi sembra risentita.
    Intanto mio padre inizia la terapia e poco tempo dopo ricomincia a stare male. Parlo preoccupata con la caposala e l’infermiera. La caposala dice: “Capisco che per voi è destabilizzante: vostro padre è tornato a casa che stava bene ed adesso lo vedete di nuovo stare male. Poi con i vostri precedenti in famiglia… Ma è la normalità dovete avere fiducia.” Qualche giorno dopo l’infermiera commenta: “Ma non sono questi i problemi che porta la terapia …”. Mio padre cerca più volte il dialogo con chi l'aveva operato, ma questi gli dice che è l'effetto della terapia e deve sopportare. Lo tratta quasi come un bambino capriccioso.
    Vedere mio padre soffrire in quel modo mi rende sgomenta per la mia impotenza. Per la prima volta comincio a capire chi parla di eutanasia. Fui vigliacca e spesso non andavo a casa a trovarlo perché non ce la facevo a vederlo soffrire in quel modo.
    In quel periodo arrivarono da Roma mio fratello Orlando con tutta la famiglia, cognata e suocera comprese, per sistemare il piano più basso della casa dei nostri genitori a Paestum per sistemarvici definitivamente, così come la compagna di Orlando a Natale aveva chiesto di fare. Sembrava la calata degli Unni su Roma. Solo che questa volta erano i Romani a calare su Paestum. Mio padre, come faceva quasi sempre, era seduto a soffrire sulla sua poltrona. Io gli sedevo accanto sul divano. Passarono la compagna e la suocera di Orlando. Mio padre fece cenno di avvicinarmi e mi disse sottovoce: "Ti devo intestare la casa di via Villani". "Papà", lo rimproverai, "non è il momento!".
    E così un mese dopo una sera arrivò una telefonata da mia madre. Stava tornando da Napoli. Avevo assistito all'ultima lezione di quell'anno per il corso di specializzazione e stava pregustando le due prossime serate: il direttore del coro di cui avevo fatto parte 5 anni prima mi aveva chiamato per invitarmi a due serate di festa e rappresentazioni in occasione dei 10 anni di attività del coro.
    "Laura", mi disse mia madre, "papà ha vomitato nero". "Deve andare in ospedale" pensai. Ma non lo dissi. Mio padre era stato due giorni prima in ospedale per farsi ricevere dal chirurgo e questi, pare, gli aveva sbadigliato in faccia. Avrei dovuto recarmi a casa loro. Ma non lo feci. Assistere impotente alle sofferenze di mio padre mi faceva stare male.
    Il mattino dopo mia madre mi richiama e vado. Appena vedo papà dico: "Deve andare in ospedale". La madre dice che ha chiamato il medico curante. Aspetta, aspetta, poi lo richiamo. "Sto arrivando", fa. Quando arriva, lo visita e dice: "Ingegnere dovete andare in ospedale". "Metto anche un foglietto dove preciso che è già seguito dal reparto di chirurgia, così stavolta al pronto soccorso non sbagliano". Se ne va e mia madre ed io aiutiamo mio padre ad alzarsi dal letto. Crolla subito. Corro a chiamare il 118. Intanto arriva anche mio fratello Rinaldo che dormiva nell’altra stanza. Quando arriva il medico del pronto intervento chiede: "Perché non avete chiamato prima? Lo so, voi non volete disturbare...Ma io vi conosco..." poi fa rivolto a mio padre. Poi dà rapide istruzioni per il trasporto. Carico mia madre e mio fratello sulla mia auto e corro all'ospedale. Per tutto il tragitto recito una sfilza di AveMaria. Appena entro, mi viene incontro il medico del 118 che mi tranquillizza: "E chi lo abbatte!". Mio padre è in una saletta del pronto soccorso. E' già intubato. Telefono al mio capo per informarlo che mio padre è stato ricoverato d'urgenza e per qualche giorno non sarei andata al lavoro. E' la prima volta da quando tutta la storia è iniziata che informo al lavoro che un mio familiare sta male. Il tempo passa. Vedo Rinaldo provato. Come al solito attribuisco ad altri pensieri che sono solo miei e penso che si senta in colpa per dissapori avuti col padre ultimamente. Solo un familiare per volta può stare col paziente. Dopo un'ora chiedo a Rinaldo se vuole entrare lui. Non l'avessi mai fatto! Dopo un altro bel po' di tempo, qualcuno viene a dire che al reparto non c' è posto e pensano di trasferire papà ad Ebranto. Come non c'è posto? Dico che voglio parlare con la caposala. Compongono il numero e mi passano la cornetta. Non risponde nessuno. Passo davanti le porte del reparto e sono tentata di sfondarle. Poi penso una cosa stupida. Ma solo in seguito realizzerò che è un pensiero stupido. Penso che lì ritengano che per papà non ci sia più niente da fare, forse è meglio andare ad Ebranto. Quando arriviamo, il reparto (siamo al reparto di medicina interna) è vuoto, letti con i materassi arrotolati. A pensarci bene tutto era pulito, ma a noi dette un'impressione di desolazione. "Abbiamo sbagliato a venire qui!", fa mamma. Poi arrivano di corsa due giovani medici e le cose sembrano cominciare ad andare per il verso giusto. Poi, non ricordo come, vengo a sapere da mamma e Rinaldo che al pronto soccorso di Battaglia avevano chiamato il reparto di Medicina Interna invece quello di Chirurgia. Reprimo la collera che mi monta alla testa. Mentalmente li scosto con un braccio e penso: "Levatevi di torno. Ora il capofamiglia sono io." Il pomeriggio parlo col primario. Mi dice che mio padre è una persona squisita. “È l’unica persona squisita della famiglia”, devo ammettere io. Serve la cartella clinica dell'ospedale di Battaglia. Il giorno dopo vado all'ospedale per chiederla. Spiego la situazione all'addetto che va a prenderla. Torna con la cartella e dice che posso ritirare la copia tra 3 ... 7... 15 giorni, non ricordo. Traggo un profondo sospiro, lo guardo negli occhi e dico: "No. Adesso." Quello si stringe nelle spalle, dice: "Va bene" e va a fare le fotocopie. Dalla sua espressione mi sembra soddisfatto. È come se mi avesse messo alla prova ed io l'avessi superata. Poi faccio quello che avrei dovuto fare il giorno prima: vado dalla caposala di chirurgia. Ho la conferma che dal pronto soccorso non li avevano avvisati. Mi diće: "Troviamo il posto per tanti altri, perché non avremmo dovuto trovarlo per suo padre?". Vado all'ospedale di Ebranto. Papà mi accoglie con un: "Sai dove sono stato oggi? All'ospedale di Battaglia. Qui la TAC non funziona e mi hanno portato lì". Poi parlo con il primario. Mi dice: "I chirurghi hanno valutato la situazione. Il tumore si è esteso allo stomaco. Intendono levare il duodeno e fare un by-pass, ma si deve rendere conto che è una soluzione palliativa". Il mondo mi crolla addosso. Non so cosa fare. Più tardi riferisco a Pino: "Devi parlare con chi ha già operato tuo padre", mi fa. Oramai è tardi. Il pomeriggio telefono ai fratelli di mio padre per informarli che la situazione è critica. Sentendomi sconvolta all'idea di perdere mio padre, lo zio Giulio tenta di rimettermi nei giusti binari "Ormai siete grandi...", mi dice. Lo zio Furio e la moglie Susanna il pomeriggio si recano all'ospedale a far visita a mio padre.
    Il giorno dopo, venerdì, mi reco di nuovo all'ospedale di Battaglia. Chiedo alla caposala di parlare con il primario. Verrà all'una, m'informa. Alla notizia che mio padre era stato lì il giorno prima, dice: "E poteva rimanere!". Pino rimane con me, nonostante la madre sia bloccata a letto. Quando arriva il primario, ci riceve subito. Senza nemmeno farci parlare dice: "Secondo me è un calcolo. Cosa vogliono fare lì, levare lo stomaco? È una cosa che non si fa da nessuna parte. Portatemelo qui." Decido: papà deve essere rioperato a Battaglia. Il mattino dopo, mi pare o quella mattina stessa avevo telefonato anche a Carlo che mi dice: "Laura non c'è tempo. La scelta è tra Battaglia o Ebranto. Non c'è tempo di andare a Roma o a S.Giovanni Rotondo!".
    Oramai è tardi quando arrivo ad Ebranto il primario non c'è. Raccomando a papà di non firmare niente, e nella mia mente intendo nessun consenso all'intervento. Il mattino dopo, sabato, mi convocano per telefono all'ospedale di Ebranto: il primario vuole parlarmi. Ci vado con Pino e mia madre. La sera prima era arrivato Orlando andando direttamente a Paestum. Facendo aspettare il primario, alla fine anche Orlando arriva in ospedale. Arriva l'infermiera dicendo che il primario voleva parlare con la famiglia. Vedendoci muovere tutti e quattro, l'infermiera sbotta: "Solo due!". Orlando ci lancia un'occhiata, quasi interrogativa o di scusa, riassume il ruolo di capo in quanto primogenito e si avvia con mamma. Con un attimo di ritardo mi riscuoto e dico: "Siamo noi che sappiamo come stanno le cose!" e comincio a bussare alla porta. L'infermiera viene ad aprire: "Il primario vuole tutta la famiglia". Il primario spiega la situazione. Ci sono anche i chirurghi. Vedo tutti intorno a me, mamma, Orlando, abbattuti e rassegnati. Sono sbigottita. "Ma che siamo tutti impazziti? Stiamo parlando di MIO PADRE.", penso. Il primario ci accompagna da papà per comunicargli la necessità dell'intervento e la possibilità di farsi trasferire a Battaglia. Per il primario, altra persona squisita, sarebbe meglio andare a Battaglia. Papà sostiene con forza che vuole rimanere lì. Il primario si arrende e sta per uscire per organizzare il trasferimento al reparto di chirurgia. "No!" urlo. Il primario mi afferra e mi porta in una stanzetta. Gli dico: "I miei familiari non capiscono: se succede qualcosa a mio padre mi sentirò responsabile che non sia stato indirizzato al reparto di chirurgia a Battaglia!". Il primario mi confida che i chirurghi di Ebranto hanno paura di operare mio padre e fa un gesto come per dire: "Lasci fare a me". Torna da papà e gli dice: "Ingegnere, se vi decidete ad essere trasferito a Battaglia, non dovete nemmeno chiamare un'ambulanza privata. Vi metto io a disposizione un'ambulanza dell'ospedale".
    Papà fa, più rassegnato: "Va bene. Andiamo a Battaglia". Orlando si volta verso di me e dice: "Se papà muore è colpa tua". Un'altra mazzata. Ma in quel momento non posso pensarci e mi occupo del trasferimento di papà a Battaglia. Eppure, secondo il successivo resoconto di Pino, era stato Orlando a risolvere la situazione. Quando il primario mi trascinò nella saletta, papà, mi riferì Pino, manifestò la sua insofferenza verso il mio atteggiamento ed Orlando gli disse: "Papà, Laura sta solo cercando di capire cosa è meglio fare". Così papà si calmò e disse: "Va bene, se è meglio allora andiamo a Battaglia". Il pomeriggio dopo, domenica, trovo Orlando abbattuto sul divano del soggiorno e dalle sue parole capisco che sta progettando di tornare a Roma in ufficio l'indomani mattina e poi tornare per i funerali. Tento di mantenere la calma e dico qualcosa per indurlo a rimanere. Orlando comincia ad urlarmi contro ed io dovetti indietreggiare di fronte all’assalto, fino a quando mi dette uno spintone ed io caddi all'indietro sul divano.
    Mi alzo, esco di casa e mi reco a piedi in ospedale. Mentre vado vengo superata dall’auto guidata da Orlando dove sono anche mamma e Rinaldo. Quando arrivo non salgo. Devo ancora calmarmi. Mi raggiunge mamma alla quale dico: “Mamma mi hanno detto che solo chi non fa niente non sbaglia. Orlando può stare tranquillo: non ha sbagliato.” Mentre siamo lì arriva anche zio Giulio. Ci vede affrante ma, discreto, non si ferma e sale in reparto a fare visita al fratello. Pino è in reparto, arrivato direttamente dalla casa della madre e m'informerà in seguito che zio Giulio, vedendo Orlando ancora esagitato, lo rimprovera: "Tu sei il maggiore: devi dare l'esempio!".
    Il giorno dopo, lunedì, è in programma l’intervento (in laparoscopia).
    La mattina arriva anche lo zio Furio. Ognuno manifesta i suoi sentimenti a modo suo, ma a me più che preoccupato sembra eccitato. In quel momento credo di capire il suo interesse: lo aveva incaricato la moglie ad essere presente in quel periodo per avere notizie di prima mano, non per affetto, ma per pettegolezzo ed anche per creare uno stato di soggezione per quando avrebbe calcato la mano.
    La sera il chirurgo, che si dimostra altra persona squisita, ci convoca, noi tre figli, e mostra un grosso calcolo che ha levato a papà e conclude il suo discorso con un: "E lasciate in pace questa povera signorina!".
     
    Giovedì la caposala m'informa che non si può dire che l'intervento abbia avuto buon esito perché non si era ancora verificato un episodio che avrebbe confermato il buon esito. Intanto Rinaldo, lì nella stanza di ospedale, mi dice quello che aveva in testa in quei giorni che lo vedevo così pensieroso: installare un sistema di produzione elettrica sul tetto della casa di Paestum. Tiro un altro respiro e con calma gli spiego che l'emergenza non è ancora superata. Rinaldo sembra comprendere. Come già faccio da due giorni il giorno dopo vado in ufficio. Sono di turno al call center. A metà mattina comincio a smaniare: devo andare in ospedale a sapere come stanno le cose prima che la caposala vada via. I miei colleghi del call center sono tedeschi e croati. Il capo del call center, tedesco, è assente. Il mio capo è assente. Spiego ad una collega la situazione e dico che devo andare via, magari torno nel pomeriggio. "Macché!", fa lei, "non tornare! Chi vuoi che chiami il venerdì pomeriggio?" Arrivo in ospedale, papà dorme, si avvicina la caposala che mi tranquillizza: era stato verificato il buon esito dell'intervento. Dopo dieci giorni, riprendo a respirare.
     
    Ad agosto siamo tutti a Paestum. Mio padre sta bene ed il fratello Giulio esclama: "E' un miracolo!".

    Sei anni dopo.
    Siamo a pranzo a casa dei miei genitori il giorno di S.Stefano.

    Mio fratello Orlando un anno dopo mi ha duramente contrastato nel decidere il giusto percorso terapeutico per un altro familiare. Ho ancora negli orecchi quel "Se papà muore è colpa tua" e, come indispettita (o esasperata?), lo lascio fare come pensando: "Va bene, vediamo cosa sei capace di fare!". Ma mi ero rincretinita? L'oggetto del contendere era la vita di una persona! Mica la risoluzione di un problema di matematica! 

    Mio zio Furio. mio vicino di casa, ha capeggiato gli altri tre vicini di casa in una campagna di diffamazione ed angherie contro me e mio marito, fatto anche di false accuse in tribunale per evitare di pagare pochi spiccioli.
    A considerare bene, si tratta di stupidaggini, ma "è il modo che ancor mi offende" e mi esaspero. Ed esasperata rinfaccio la loro complicità ad Orlando e compagna che continuano ad intavolare cordiali frequentazioni con i miei vicini senza alcun parola di riprovazione. Per loro, ma non per noi.

    Mi sono operata. In laparoscopia. Nella più totale indifferenza di Orlando e compagna che non ritiene opportuno nè di venire a trovarmi nè di chiedermi: "Come stai'?".
    Nessuno si è interessato per capire cosa stesse succedendo e nessuno ha manifestato angoscia che io dovessi sottopormi ad un intervento.
    L'intervento ha dimostrato che la diagnosi era sbagliata. Un mese dopo, un'ecografia rileva che due lesioni alla colecisti. Intanto dimagrisco e sono senza energie.
    La depressione, il trauma dell'intervento, il sentirmi senza energie, il trauma che avevo subito con mio padre mi mandano in ipocondria.
    La madre di mia cognata constata con soddisfazione il mio stato di malattia.
    Avrei avuto bisogno di sentire l'affetto dei miei parenti.
    Avrei avuto bisogno che zio Furio venisse a scusarsi ed assicurarmi che avrebbe ritirato quelle stupide cause. Impossibile, il suo odio e 50 centesimi sono più importanti della vita di una persona. Avrei avuto bisogno che i miei cugini venissero a parlarmi, a convincermi che non tenevo niente, invece di ridere soddisfatti del mio stato. Avrei avuto bisogno che Andreina, moglie di mio cugino e mia vicina di casa, venisse a farmi uscire di casa e con pazienza farmi uscire dal corto circuito dei miei pensieri.

    E così, sei anni dopo, siamo a pranzo dei miei genitori il giorno di S.Stefano.
    Mia cognata, grande amica dei miei cugini, parla di una coppia di loro amici: "Due persone squisite.", sottolinea.
     

  • 08 marzo alle ore 20:04
    Il chiosco "Il Checco"

    Come comincia: Uno dei luoghi che a Melito di Porto Salvo, dall’ inizio della primavera all’inizio d’autunno, dagli anni ‘’60/’70 fino all’inizio degli anni ’90, era in assoluto il più frequentato, era la spiaggia denominata “il Checco”. 
    Dico dall’inizio della primavera per due motivi. 
    Primo perché allora in quel periodo faceva molto ma molto più caldo d’adesso e secondo perché i primi bagni incominciavamo a farli in coincidenza del giorno della festa di Maria S.S. di Porto Salvo, festa patronale più importante in tutta la zona del melitese, appunto all’inizio della primavera, fine marzo, inizio aprile . 
    Dico inizio autunno perché si continuava, per il caldo, a tuffarsi in acqua ancora fino a quando non si ritornava a scuola che allora riapriva ai primi d’ottobre. 
    In quegli anni Melito non era fornita come adesso, per quanto riguarda le attuali strutture balneari ma era disseminata di chioschi lungo il litorale che partiva dalla frazione Pilati e arrivava fino all’altro capo del territorio melitese, frazione Annà. 
    Uno di questi chioschi, appunto, era quello di cui parliamo, “il Checco”, che prendeva il nome dal diminuitivo di quello del proprietario che si chiamava all’anagrafe Francesco.
    Il chiosco era situato a ridosso della stazione ferroviaria, vicino all’ospedale, e, per arrivarci, bisognava passare sotto un ponte della ferrovia. 
    Logicamente essendo molto vicino alla stazione, dove, naturalmente vi era anche la fermata degli autobus, faceva sì che la spiaggia fosse di gran lunga la più frequentata da tantissimi bagnanti e turisti cosiddetti “locali” provenienti dall’entroterra.
    ”Turisti locali” che ogni anno invadevano Melito e soprattutto “il Checco” arrivando tutti “bianchi” e forniti di ogni sorta di creme e oli, per gareggiare in abbronzatura con noi del luogo che già, "assolati" da marzo, eravamo “neri” come il carbone.
    Rispetto al “Lido Rosa dei venti” che si trovava ad un tiro di schioppo, “il Checco” era meno fornito dal punto di vista balneare tipo ombrelloni, sedie a sdraio o servizio di salvataggio (anche perché, proprio lui (!), il “Checco”, non sapeva nuotare), ma, come ogni chiosco che si rispetti ed in modo molto professionale, questo bisogna dirlo, faceva servizio di bar, ristorante, per un periodo anche pizzeria, servizio bar e gelateria ambulante in spiaggia. 
    Si vendevano anche dei prodotti tipo schampoo e bagno-schiuma a buon prezzo (che ci sono costati a parecchi i capelli, essendo proprio di scarsa qualità). 
    Poi juke-box e possibilita’ di passare il tempo, prima di fare il bagno, facendo una partitella a carte, e, il pomeriggio, talvolta fino a notte inoltrata, a giocare a “patruni e sutta”, gioco di società, o meglio di compagnia, ancora in voga tra vecchi amici di quel tempo, con la finalità di non far bere qualcuno o alcuni e gli altri ad ubriacarsi, logicamente. 
    Ricordo “turisti locali” che furono portati al pronto soccorso, lì vicino, per delle lavande gastriche che furono necessarie (non essendo abituati ai trucchi, soprattutto, del gioco) per rimetterli in sesto prima di farli ritornare dalle mogli e dai figli in condizioni veramente pietose.
    Io che l’ho frequentato per 35 anni, devo fare presente che non ricordo mai che la doccia non funzionasse o che ci fosse stata qualche rissa, se non qualche scaramuccia, come in altri luoghi che ho già raccontato, dovute a “problemi di cuore” o per risentimenti per non aver bevuto nel “patruni e sutta”(forse perché lì vicino vi era, anzi c’è, la caserma della Finanza).
    Devo anche onestamente dire che a quei tempi, essendo parecchi di noi disoccupati, il “Checco” e i suoi, la moglie e i figli (quattro, due maschi e due femmine), non hanno i mai negato il credito; avevano il cosiddetto “libro nero” e quindi veniva tutto registrato.
    A tal proposito vi racconterò un’aneddoto, per farvi capire l’ importanza di questo “libro nero”.
    Quando ritornai dopo 5 anni senza tornare mai a Melito, il mio primo pensiero fu quello di andare a saldare il mio debito, che ammontava, ricordavo, più o meno a 10.000 Lire, che, partendo all’improvviso, non avevo potuto liquidare.
    Verso le ore 09,00, dopo i convenevoli saluti con tutti gli amici presenti, mi avviai al banco dove c’èra la moglie del “Checco”, s.ra Maria, che alla mia domanda:-Signora, mi dovete scusare per il debito che non ho potuto 5 anni fa saldare; di quanto si trattava- rispose, senza neanche salutarmi o domandarmi dove fossi stato in tutto quel periodo:-Sono 10.000 Lire tonde tonde, Lillo-.Veramente incredibile, ragazzi!!!
    Dopo 5 anni il “libro nero” era ancora lì che aspettava la risoluzione di qualche debito.
    Scoppiammo tutti a ridere a crepapelle con me che pagai da bere a quei pochi amici che a quell’ora erano presenti.

  • 03 marzo alle ore 0:12
    Il rugby a Melito di Porto Salvo

    Come comincia: La storia della nascita della squadra di rugby nella mia città, Melito di Porto Salvo, è facile da raccontare per uno come me che ancora ricorda fervidamente quei bellissimi anni trascorsi praticando uno sport che per noi giovani allora era del tutto o quasi sconosciuto.

    Tutto nacque soprattutto perché a quei tempi il rugby era assurto a livello nazionale con la squadra del rugby di Reggio Calabria che, dopo un’ascesa incredibile dalle serie minori, si faceva onore nel massimo campionato di Serie A avendo anche alcuni giocatori che facevano parte della Nazionale.

    L’idea di creare una squadra di rugby a Melito venne ad un signore, Gino Coco, che, essendo originario della città ed avendo aperto un negozio di abbigliamento col nome “Kent” ed avendone uno anche a Reggio Calabria, seguendo il suo entusiasmo per questo sport, decise, insieme ad alcuni amici che si era creato durante la gestione del negozio, di avviare la ricerca dei giocatori per far parte di questo progetto.

    La cosa non fu difficile.

    Si era nell’ estate del 1976 e ricordo che mentre io e degli amici facevamo la solita partitella a pallone sulla famosa spiaggia del “Checco”, si avvicinò un altro amico, Ninetto Coco, parente del summenzionato Gino, che ci disse che costui, che conoscevamo solo come proprietario del negozio, desiderava parlare a molti di noi dopo che Ninetto stesso ci aveva menzionato come probabili futuri giocatori, avendo le caratteristiche adatte per il rugby, compreso lui stesso.

    L’appuntamento fu per quella sera stessa e insieme a me si presentarono:
    -Pietro Sergi, mio fratello
    -Ninetto Coco
    -Mario Lampada
    -Giancarlo Liberati
    -Marcello Saitta
    -Franco Saitta
    -Mimmo Sgrò
    -Roberto Minicuci
    -Gennaro Ambrosio
    -Mario Andrianò
    -Francesco Schimizzi
    -Fortunato Benedetto
    -Paolo Nucera

    Questi fummo i primi che ci presentammo ai quali si aggiunsero, nelle settimane e mesi seguenti, degli altri tra i quali:

    -Masino Laganà
    -Peppe Martino
    -Peppe Minniti
    -Pino Sarica
    -Dino Sgrò
    -Giovanni Cuzzucoli
    -Roberto Attinà
    -Carmelo Gulino
    -Santo Cuzzocrea

    A tutti questi poi agli inizi del campionato e di Serie C e di Under 23 si aggiunsero 3, 4 giocatori di esperienza di Reggio Calabria e dintorni tra cui un ragazzo che chiamavamo “Canguro” ma del quale, purtroppo, non ricordo né nome e né cognome.

    Quella sera si stabilirono i giorni d’allenamento e i metodi e ci furono inculcati, teoricamente, i primi rudimenti di quello sconosciuto sport che a tutti appariva violento, almeno dalle sporadiche immagini televisive che allora noi vedevamo, non essendo proprio interessati.

    Nacque così il “Kent Rugby Melito” che fu “bagnato” da fiumi di birra (bevanda scelta dai rugbysti fin dagli albori per festeggiare) offerta dal neo-presidente Gino Coco.

    Il presidente fu coadiuvato principalmente da Santo Dattola e Antonino Minicuci.

    Devo dire in onestà che tutti coloro che fummo scelti per far parte della squadra, non eravamo stati molto bravi a giocare a calcio e quindi per noi, oltre che essere volonterosi e curiosi a praticare quello sport, dall’altra parte ci consentiva di capire se fossimo stati in grado di eccellere almeno in un altro sport, seppur duro come quello.

    Cosa che, nel nostro piccolo, ci riuscì in quei bellissimi 3 anni, nei quali facemmo, sia in casa che fuori, delle partite avvincenti... bellissime (vincendole ed anche perdendole) che lasciarono, nel pubblico che soprattutto in casa ci seguiva numeroso, dei ricordi indelebili.

    Peccato che poi la squadra fu estromessa dal campionato per pesanti sanzioni disciplinari dovuti alla baraonda che seguì alla fine della partita contro il Cus Pellaro (molti giocatori di quella squadra finirono all' ospedale davvero malridotti) per vendicarsi dell’aggressione subito nella partita d’ andata a Pellaro da parte dei giocatori del Cus Pellaro, supportati dal pubblico.

    Stupidamente si attuò la vendetta ed allora il rugby a Melito finì prematuramente anche perché il presidente Coco in seguito chiuse il negozio, perché alcuni giocatori (come me) partirono per altri lidi per lavorare, perché alcuni anche si sposarono e quindi abbandonarono.

    Ci fu un debole tentativo per riprendere organizzando una partita contro la Nazionale Militare nel 1986, persa 32-0, (alla quale partecipai per un tempo anch’ io, rientrato nel frattempo dopo 5 anni fuori Melito) ma tutto finì lì anche perché non vi era più la stessa volontà e determinazione che avemmo noi “pioneri” ed anche perché, e voglio dirlo senza paura che sia smentito da alcuno, che noi eravamo veramente dei duri.

  • Come comincia: Il locale “Il Vascello” della famiglia Dattola che all’ inizio degli anni ’70 fece tendenza a Melito di Porto Salvo e provincia di Reggio, era un locale unito praticamente al cinema di proprietà anch’esso della famiglia; era adibito a tutte le funzioni che sono di un locale soprattutto estivo ed essendo praticamente situato all’inizio del corso e quindi al centro del paese o quasi, faceva sì che fosse facilmente raggiungibile.

    Faccio presente che allora furono mattatori del locale personaggi di primo piano o che lo diventarono da lì a poco.

    Ricordo soprattutto Mike Bongiorno e la sua valletta Sabina Ciuffini, Lucio Dalla, il jazzista Romano Mussolini, la procace e sex Tamara Baroni, Gli Alunni del Sole, Il Giardino dei Semplici e tanti altri.

    Tutti portarono a quei tempi molta gente a Melito ed il locale fece anche da apripista per altri locali di quel genere a Melito e nel basso Jonio.

    Poi, purtroppo, alla morte del “Conte Dattola”, il locale e lo stesso cinema, per motivi penso io di gestibilità ed anche  per l’ avvento delle televisioni private, che ancor’oggi tolgono pubblico al cinema, dovettero chiudere ed in seguito scomparire del tutto per la vendita del suolo ad altri.

    Vorrei ricordare con un aneddoto il “Conte Dattola”, che riguarda soprattutto la sua spontaneità e franchezza.

    Lucio Dalla, che doveva esibirsi la sera alle 21, aveva fatto il bagno nella nostra spiaggia e verso le 13 era passato dal locale per bere qualcosa prima che mangiasse e facesse una pennichella (così disse a noi ragazzi e non che eravamo tutti lì incuriositi dalla star).

    Malauguratamente per lui, non conoscendo naturalmente il “Conte” per il suo rigido rispetto del galateo soprattutto, appoggiò entrambi i piedi, anche un pò insabbiati per la verità, sul tavolo, davanti a tutti i presenti richiedendo un bibita fresca gridandolo al cameriere.

    Apriti cielo ! Il ”Conte”, sentito ciò, arrivò di corsa e vedendo addirittura il cantante con i piedi sul tavolo, sbraitò imponente (data la stazza):-Scimmione (ricordo che il cantante è conosciuto per essere molto peloso) che non sei altro, prima di tutto togli i piedi dal tavolo e poi non gridare che non sei a casa tua!

    II cantante stupefatto fece notare che lui era Lucio Dalla ed il “Conte”: -Puoi essere chiunque ma qua dentro devi stare con due piedi in una scarpa!

    A quel punto, vista la magra figura, il cantante se ne andò contrariato.

    Naturalmente il “Conte” non l’aveva conosciuto perché era il filglio Santo che provvedeva a tutto, però io penso che il “Conte” , conoscendolo tutti com’era, avrebbe trattato il Dalla nello stesso modo.

    Questo era il “Conte” che ancora ricordo con molta simpatia e… non solo io.

  • 01 marzo alle ore 17:27
    Tutti insieme appassionatamente

    Come comincia: Il collegio di ‘S. Maria  Nuova’ era situato in analoga località in provincia di Ancona e condotto dai “Frati Misericordiosi”. Era frequentato da ragazzi do sesso maschile con scuole sino alle superiori. Correva l’anno 1946 (allora si diceva correva anche se ora sembra un po’ ridicolo) quando inizia questa storia un po’ particolare. Frequentatori erano sia giovani di buona famiglia, in parole povere coloro i cui genitori si potevano permettere di sborsare la onerosa retta sia i figli di N.N., come era scritto malignamente allora anche sui loro documenti di identità, e la cui retta veniva generosamente sborsata ai signori frati dai loro generosi benefattori.  Roberto Diotallevi faceva parte di quest’ultima categoria, compagno di stanza  un certo Massimo conte Colocci il quale, al contrario di qualche suo amico nobile, non aveva come si diceva la puzza sotto il naso ed era diventato amico di Roberto, bruno e robusto quest’ultimo biondo ed etereo il primo.
    A scuola si aiutavano a vicenda, Roberto bravo nelle materie letterarie Massimo in quelle scientifiche e fin qui nulla di particolare ma qualcosa di imprevedibile avvenne al termine dell’anno scolastico: Massimo rientrò nella tenuta dei suoi genitori a Villa Strada di Cingoli, Roberto rimase in collegio costretto per pagarsi la retta con lavori vari nel giardino, in cucina, nella stalla dove viveva un cavallo adibito ad uso esclusivo dei più ricchi frequentatori del collegio. Una notte particolarmente calda Roberto preferì uscire in giardino a godersi un po’ di frescura e lì incontrò il direttore, tale Armando Fava in quale, ventinovenne, aveva superato in graduatoria i suoi colleghi con raccomandazioni dall’alto. Biondo, minuto, media statura, niente barba aveva qualcosa dell’efebo ; fra i più grandi frequentatori del collegio vi erano state ‘chiacchiere’ sul suo conto. “Che fai da queste parti, sto andando nella stalla a vedere come sta ‘Asso’, fammi compagnia.”
    Lo stalliere Peppe Del Frate’ (anche lui marchiato come figlio di N.N.) stava riposando su un giaciglio e all’arrivo dei due si alzò con deferenza nei confronti del suo direttore. ‘Asso’ per motivi suoi aveva in quel momento sfoggiato un ‘coso’ lungo e duro cosa che mise di buon umore  frate Armando il quale: “Non pensare che anche gli uomini… “ e fece un cenno a Peppe il quale, sicuramente come da precedente esperienza, si abbassò pantaloni e mutante e mise in mostra un ‘mostro’ che, dietro sua sollecitazione, divenne sempre più lungo e duro sin quando iniziò a spargere in giro un bel po’ di ‘latte’ come pensò Roberto il quale rimase basito, non avrebbe mai pensato…In verità in passato  con Massimo si era dilettato a qualche giochetto erotico tipo toccarsi il pisello, baciarsi sul collo,  sulla pancia e sul buchino del sedere senza mai arrivare a tal punto! Accortosi del suo stato d’animo il direttore : “non ti meravigliare troppo, nei frati abbiamo rinunziato alle femminucce ma non…mi capisci?” No, Roberto non aveva capito un bel niente, buttatosi sul letto vi rimase sin quando un inserviente lo venne a chiamare, era l’ora del pranzo. Passò il pomeriggio a giocare a pallone, fare merenda , giocare a carte sin dopo cena quando lo raggiunse Peppe: “Ti vuole il direttore.” Nello studio del ‘capo’ ebbe una lezione sulla sua qualità di ospite non pagante e sulla possibilità di essere cacciato qualora…e così assistette per la prima volta ad un rapporto omo fra lo stalliere ed il ‘capo’consistente in baci appassionati fra i due uomini, un pompino iniziale da parte di Armando con ‘immissione penis’ previa  impomatata nel suo didietro e relativi urletti di lunga goduria poi …ognuno per i fatti propri. Come si può immaginare la parola sconcerto era il minimo che Roberto provò, girò al largo dal direttore il più possibile sinché una sera dopo cena: “Ti aspetto nel mio studio.” “Non pensare che tutto accada come hai visto, quello è il finale, io sono innamorato di te, anche gli omo si innamorano, chiedimi qualsiasi cosa, intanto vieni fra le mie braccia, non aver paura.” Pian piano Roberto fu costretto ad accettare baci in bocca, sul collo e in tutto il corpo, pompini, leccate varie insomma tutto l’armamentario degli omo . Questa storia durò sin quanto Roberto non conseguì il diploma di  liceo classico ed il direttore, in compenso dei ‘servigi’ ottenuti, gli trovò un posto di commesso in un negozio di pasticceria a Roma nel rione S.Giovanni. Il destino: Massimo un giorno entrò nella pasticceria, fece una gran festa a Roberto e volle ad ogni costo che alloggiasse a casa sua ai Parioli, (rione di lusso di Roma) e si iscrivesse all’università con lui  nella facoltà di giurisprudenza, tutto ovviamente a sue spese. Qualcosa era mutato nella famiglia di Roberto, il padre era deceduto per un tumore ma questo non aveva mutato lo stato pecuniario dei conti Colocci, solo che la consorte del conte,Rossella, era rimasta vedova a quaratanni…e questa era divenuto un problema in quanto la signora, per sfogare la sua vedovanza, ritornava spesso a casa piena di acquisti che tuttavia non lenivano le sue ambasce di ben altro genere. Fra l’altro aveva l’abitudine di non indossare il reggiseno con conseguenze immaginabili per i movimenti che avvenivano sotto la sua camicetta anche se suo figlio ci scherzava sopra. Massimo era stato fortunato anche nella scelta della fidanzata: Eva, sua compagnia di università, padre italiano madre svedese conosciuta in vacanza a Rimini, era un sogno: !,75, bionda, viso sempre sorridente, occhi verdi, seno forza tre, vita stretta, gambe chilometriche, caviglie sottili: una dea! Appena le fu presentata Roberto doveva aver fatto la faccia dell’imbecille perché i due fidanzati si misero a ridere all’unisono: “Te le troveremo una uguale!” Ma il destino, che da buon pagano considero al di sopra degli dei, aveva disposto in maniera diversa la vita di Roberto che a ventidue anni…immaginate voi un ‘pischello’ sempre arrapato con sempre dinanzi due seni sballonzolanti ed un odore pungente di sesso inappagato, spesso si rifugiava in bagno per dare aiuto a ciccio’ ma che un giorno in cui Massimo era assente si trovò steso sul letto con una erinni allupata alla massima potenza… dopo un paio di ore era distrutto non solo fisicamente, come giustificarsi e poi? Si può essere figli quanto mai anticonvenzionali ma quando si tratta della propria madre, maledizione, tutto, gli stava crollando addosso! La stessa scena cominciò a ripetersi quasi ogni giorno e Roberto cominciò ad averne abbastanza ad essere usato come un giocattolo: usciva di casa quando restava solo con la signora, non riusciva più a studiare, dimagriva in maniera evidente. Massimo non era uno sprovveduto e si accorse della situazione senza avercela col suo amico. Già in passato la madama, anche quando era regolarmente sposata, ogni tanto, diciamo spesso si prendeva delle libertà sessuali  non rilevate dal legittimo consorte ma a conoscenza del figlio. Primo provvedimento da parte di  Massimo: portare a casa sua la fidanzata come ‘impiccio’ per la signora la quale non gradì affatto la situazione e poi una trovata geniale: cercare un amante fisso per la materna genitrice ma non uno qualsiasi, uno bello, giovane mandrillo cosa non facile ma la fortuna questa volta venne a dargli una mano: proveniente da Milano era giunto trasferito in facoltà un quarantenne siciliano con tutte le caratteristiche dei maschi della sua terra con in più un’altezza superiore alla media:1,80. Massimo convinse la madre a dare una gran festa per il suo quarantacinquesimo compleanno ed a frequentare un istituto di bellezza per una intera settimana per usufruire di massaggi, infiltrazioni di botulino e di  acido ialuronico,  insomma di tutte quelle danarose diavolerie che rendevano molto più giovane una signora di mezza età. Provvide anche ad accompagnarla in una sartoria alla moda dove la cotale fu convinta a scegliere un vestito da sera corpetto rosa con ampia gonna azzurra,un sciccheria che non faceva passare certo inosservata la indossatrice. Uno dei primi ad essere invitato fu naturalmente il  siciliano professor  Salvo Russo che, dietro consiglio di Massimo, si ‘mise’ in smoking. Sempre sotto la regia di Massimo, madame Rossella si presentò per ultima in sala scendendo ad una scalinata come da copione di Wanda Osiris, un coup di foudre che colpì tutti in particolare il professor Russo il quale sgranò gli occhi e fu subito presentato alla padrona di casa la quale, come sua inveterata abitudine, aveva dimenticato di indossare il reggiseno con ovvie conseguenze. Ad un certo punto, su regia di Massimo, gli invitati lasciarono soli al centro del salone sua madre ed il professore che si ritrovarono a ballare da soli come da scena del ‘Gattopardo’, con convinti applausi da parte dei presenti molto graditi da due interessati i quali…
    Da quel momento Salvo e Rossella fecero coppia fissa sia in villa che nei vari locali di Roma oltre che in viaggi con ampio respiro sia di Massimo ma soprattutto di Roberto che ebbe la fortuna di trovare una deliziosa rossa compagna di università. Signori miei non vi sentite un po’ più sollevati, penso che siamo stati tutti dalla parte del ‘povero’ Roberto il quale ebbe dalla vita una parte di fortuna che in verità meritava, vi risparmio e ‘vissero…’

  • 01 marzo alle ore 16:57
    L'anticonforme al nulla

    Come comincia: - Dio! Mi sembra tutto così inutile! Di ricordi ne ho tanti ormai, ma appaiono così lontani, quasi inafferrabili nel  loro punto culminante, così sfuocati. No, nessuna gioia provo nel ripescarli, solo rimpianto. Fossero almeno recenti, quelli che hanno un senso! In tal caso riuscirei a riviverli davvero.
    - Ti sbagli. Il passato è passato. L’insoddisfazione sarebbe medesima. Un mese è già lontano come un anno o dieci, se si è incapaci di rifare oggi gli stessi passi.
    - Rifare oggi gli stessi passi? Ma oltre alla capacità mi mancherebbe la passione, la spensieratezza, il coraggio del tuffo.
    - Ma dai, che vuoi che sia? E’ fissazione la tua. Vedi come si esaltano quei ragazzetti imberbi.
    - Di certo non è loro che invidio. A volte disprezzo quella presunzione. Se avessi la grinta di un tempo, il loro posto sarebbe quello di ronzare intorno ai miei piedi. Invece sono io a subire i loro sguardi beffardi.
    - Ma che sguardi? Adesso sogni! Se è vero che la realtà che conta per la vita pratica dipende essenzialmente dalla nostra volontà, tu, amico mio, rischi di incapsularti in una fogna. E’ strano. Tu vedi in quegli sguardi la beffa? Sono solo degli sguardi innocenti che per caso si posano su di te, per distaccarsene dopo un attimo. Quelle menti vagano altrove. Dovresti anzi ritenerti fortunato. Vuol dire che esisti, che sei lì, presente, attore nel loro mondo, nel mondo vero,e non solo in quello fittizio costruito dal tuo egocentrismo esasperato.
    - Parole sante! Ma vedi, è proprio la volontà che viene meno al suo compito. La ragione non conta, tanto meno la logica. E’ troppo forte l’inerzia. Così, non mi resta che guardare quando posso il mondo che ruota veloce senza mai interrompere il suo corso, giudicarlo e criticarlo, perché stanco di giudicare me stesso. Intanto la noia mi culla e mi narra della morte, che rimedia agli artigli dell’angoscia. La noia è come una madre piena di cure, che t’asfissia e da cui vorresti scappar via. Una madre così dolce nel ricordo che muore e rinasce tante volte, senza mai invecchiare. La noia esorcizza il suicidio. Ormai sono fuori dal mondo e non so se rallegrarmene o dannarmi per non aver reagito. Se mi illudo di essere ancora vivo – quante volte! – entro alla cieca nel vortice quando scorgo che rallenta un pochino. Mi metto in corsa toccandomi continuamente per rafforzare l’illusione che pian piano s’affievolisce. Ma al primo scatto brusco mi rifugio in un fossato e me ne resto immobile, aspettando il buio che tarda sempre, per correre come il vento verso il mio guscio caldo che attende fiducioso e comprensivo il mio ritorno.
    - Si, ma prima dello scatto brusco?
    - Magari durasse più a lungo quel limite! Qual è la verità? In quegli attimi gli sguardi sono diversi, così pieni di una dolcezza complice che grida la sua sfrenata voglia di vivere. Sento urlare la gioia in un ciuffo di capelli che mi vola accanto, in un’esile mano venosa che s’accarezza i fianchi, in un sorriso bambino che rincorre la strana cadenza del tempo, nella vanità della bellezza che spunta dovunque, quasi dipinta dal pennello nervoso di un impressionista. A quell’orgia partecipo anch’io. In quell’effimero abbraccio mi sento vivo, finché non spunta l’offerta di un caffè amaro. E’ lo stesso caffè che beviamo tutti, ma il mio è amaro, imbevibile, disgustoso, anche se vien fuori dallo stesso bricco. Eppure gli altri lo bevono tranquillamente, lo apprezzano, ridono, parlano d’altro, e le proteste s’annegano in gola mentre guardo quelle facce normali. Penso a una congiura. Qualcuno se ne versa un’altra tazza. Cristo. Reprimo le smorfie e ingoio quel liquame. Mi dico che le gioie si pagano, ma ciò non è sufficiente. La presunta congiura mi tormenta, mi perseguita, condiziona i miei passi. Inizia allora l’affannosa ricerca di un fossato.
    - Vorresti sapere, dunque, se quel caffè è davvero amaro? E’ questo il dubbio che ti rode?
    - Più o meno è questo.
    - Ma che vuol dire amaro, amico mio? Te lo sei mai chiesto? Dolce che vuol dire? Bello e brutto che altro sono se non degli aggettivi che non hanno senso, non esistono in modo autonomo, indipendente? Sono i palati differenti. Non perché il tuo è più o meno sensibile, in valore assoluto,  rispetto a quello degli altri. Lo è forse in quel momento, perché disabituato al sapore di quel liquido nero e zuccherato, al sapore di una dolcezza qualunque. Forse perché hai lavato più volte i denti, impaurito d’infastidire col tuo alito, o per le caramelle mandate giù continuamente, o per le sigarette, accese una dietro l’altra. Li noto i tuoi vizi.
    - Insisti con la logica. La logica convince, ma non cura. La logica è indispensabile per la scienza e stona laddove la scienza non può immettere i suoi tentacoli. La scienza è rinchiusa in un enorme stanzone, il cui volume si moltiplica progressivamente, ma resta sempre chiuso. Dunque, la logica costringe la scienza ad affermare che tutto ciò che esiste è in quello stanzone. Al di fuori c’è il nulla, l’inconoscibile, che pian piano viene setacciato dalle mura porose della scienza – man mano che tali mura s’allargano – e conosciuto con la logica. Ma se un muro crolla la scienza muore, affoga nel nulla.
    - E chi dovrebbe far crollare quelle mura così spesse?
    - La stessa scienza. Vedi, prima era il nulla. Poi, inspiegabilmente, dal nulla comparve quello stanzone. Allora era solo un microbo invisibile che appena nato già iniziava a crescere e ciò che conteneva era infinitamente più piccolo e cresceva anche lui allo stesso ritmo. Passarono millenni e un bel giorno si verificò un’inversione di tendenza. Come dirti? Mentre in principio sia lei che lo stanzone crescevano entrambi in progressione aritmetica, mantenendo in proporzione le differenze che garantivano la vivibilità nello stanzone, dopo quel fatidico giorno lei, e solo lei, iniziò a crescere in progressione geometrica. Adesso la sua forza non è più proporzionata alla potenza delle mura. Per quanto tempo resisteranno quelle mura che, pur così infinitamente grandi e possenti, sono anche così fragili rispetto alla turbolenza di quei tentacoli?
    - Capisco. Dunque è inevitabile la fine? Quel processo è irreversibile?
    - No, no, no! Anche la logica a questo punto ti abbandona. Potrebbe verificarsi nuovamente l’inversione.
    - E se non si verificasse?
    - Per il momento la scienza ha allentato la tensione, cosciente forse che in gioco è la sua stessa vita. Ma continua a crescere inarrestabilmente. Sa che la logica ormai non serve, ma non vuole ammetterlo e continua ad usarla per trovare soluzioni inesistenti. A volte scherzando, per sfogare le sue forze represse, ha il coraggio di ammettere che l’unica salvezza sta nell’indurire i muscoli e disintegrare quell’enorme gabbia limitante. Arriva a dire che la morte, fuori dallo stanzone, è solo un pregiudizio: può essere che là fuori ci sia la vera vita. È solo uno sfogo, per fortuna. Bisogna temere soltanto il suo volume floscio che preme.
    - Quindi basterebbe un crampo, un improvviso prurito incontenibile per scatenare la fine?
    - Esatto.
    - E tu ti accontenti di stare ad oziare qui, in questa tana umida e remota, per evitare il più piccolo contatto con l’esterno?
    - Che altro potrei fare? Cosa potrei offrire a questo mondo saturo aprendo le mie porte?
    - Potresti intanto cogliere quei fiori di cui hai narrato lo splendore. Probabilmente il limite si allargherebbe.
    - I fiori non si colgono, non si violentano con uno strappo e lontani dalla terra appassiscono. La bellezza loro la si gode con lo sguardo, chinandocisi accanto, sfiorando i petali con le dita, inebriandosi del loro profumo.
    - Qualcuno potrebbe accusarti di vojerismo!
    - Qualcuno? Godo quando scorgo un fiore con lo stelo nella terra, ancorato alle radici, non certo nel vederlo cogliere da una mano orfana. In fondo siamo tutti un po’ vojer! Guai però ad allargare il buco della serratura. Deve restare stretto, in quel posto scomodo e pericoloso.
    - Non riesco a seguirti.
    - Eppure è così semplice, se ci pensi un pochino. In guerra quasi tutti riescono a uccidere, a passeggiare normalmente fra una folla d’uomini squarciati, a calpestare teste di morti con gli occhi di terrore ancora aperti. Vorremmo seppellire la morale in nome della libertà, sfatare i pregiudizi di tradizioni ataviche. In nome della libertà. E diventiamo tutti degli schiavi abulici. L’anarchia non esiste, perché non ha il tempo di divenire storia. I nostri istinti urlano al tangersi con essa. L’anarchia è morte. Il tempo, l’ultimo padrone, il più potente, lo si abbatte solo con la morte.
    - Allora, in fondo in fondo, anche tu sei un conformista che fa il gioco del potere. Aborri e detesti un mondo che tu stesso giustifichi come ineluttabile, e questo per non ammettere l’incapacità d’infilarci dentro le mani. La consideri una tua mancanza e dinanzi a quel fetido mondo t’immagini zoppo.
    - La ragione è tutta dalla tua. Verrai a trovarmi di nuovo?
    - Certo! Quando avrò voglia di piangere!

  • 01 marzo alle ore 16:15
    Mr Pennington la Rockstar

    Come comincia: Se hai venticinque anni quante volte il tuo cuore ha già battuto? Non rispondi? resti li seduto come un coglione e non dici niente?
    Respiro profondamente, tiro su con il naso delicatamente come per respirare meglio, con quella roba bianca ho smesso da tempo, mi induriva i muscoli del collo.
    Fondotinta, rossetto, eyeliner, mi chiedo sempre come ho fatto a scopare così tanto, praticamente ho più trucco in faccia delle ragazze con cui sono stato, alcune avrebbero potuto essere figlie mie, magari qualcuna lo era anche, erano anni furiosi, bastava pizzicare una chitarra nel modo giusto, dire una frase giusta nel momento giusto e in quattro minuti e pochi secondi diventi l'idolo assoluto di uno sproposito di gente diventi qualcuno a cui non farebbero mai del male mentre fanno del male a loro stessi senza nemmeno rifletterci; alcune ragazze erano davvero bellissime, con le loro collane di perle e le pellicce sintetiche, era tanto tempo fa, adesso hanno le stesse pellicce e le stesse collane ma sono meno autentiche, forse però sono io a non essere più autentico, L'autocritica è essenziale amico mio. vuoi qualcosa da bere ? il frigo è pieno di quello che vuoi.
    Io invece da una vita in ogni camerino e quasi in ogni circostanza ho davanti una tazza di The nero senza zucchero e un bicchiere di vodka pieno fino all'orlo ovviamente senza ghiaccio, non mi ricordo nemmeno quando cazzo ho messo in giro questa voce, mi ricordo però che la settimana dopo mezzo mondo beveva una razione enorme di vodka in un bicchiere colmo e senza ghiaccio, farebbe vomitare chiunque. Ma lo facevo io, lo faceva la Star. io si e no lo avrò fatto una volta in vita mia e poi ho raccontato questa bugia al giornalista che mi intervistava; Lui ci ha creduto, il suo caporedattore ci ha creduto, il mondo intero ci ha creduto, eccomi qua, da circa quarant'anni nel mio camerino qualche assistente di qualcuno mi fa trovare un The nero senza zucchero e questa dannata Vodka, ma qualcuno disse che se bluffi devi farlo fino in fondo e io non sono certo tipo da tirarsi indietro, Quindi la vodka va dritta nel cesso e il mito è salvo per un altro paio d'ore e il The nero me lo bevo con calma mentre finisco di truccarmi, magari fischietto anche, non importa cosa, non ha mai importanza, se ti viene in mente la risposta su quante volte ha battuto il tuo cuore dilla pure non essere timido.  
    Nel camerino a fianco c'è la mia Band, sono due, due brave persone che hanno subito per tutta la vita la luce riflessa, c'è Tom alla batteria che si veste come un impiegato di banca e Mel al basso, stanno li da tutta una vita, non abbiamo litigato, certo negli ultimi anni è diventato difficile litigare nemmeno ci parliamo più. Tra pochi minuti arriverà il mio manager molto basso, molto cattivo e molto Greco che con la calma di un cane inferocito gli dirà che stasera non suoneranno con me, perché io ho deciso che sarà un concerto Unplugged, che sarò io con la chitarra e lo sgabello e l'ho deciso all'ultimo minuto perché sono una Star. Sono rimasti tutta la vita sotto il riflettore più luminoso che essere umano ricordi, nessuno li ha mai visti, per nasconderti è necessario stare proprio sotto la luce, loro adesso lo hanno capito, incasseranno l'assegno e sbatteranno la porta, andranno via senza salutare, lo hanno appena fatto, Gli anni, i minuti, la dannata relatività del tempo, andavamo nella stessa scuola, abbiamo suonato insieme, ma abbiamo avuto delle vite così diverse che tutto è sempre sembrato una casualità, nascosti sotto la luce abbagliante, che era tutta per me e abbagliava solo me, soffio sul The. sto finendo di truccarmi, sto fischiettando tra una decina di minuti busseranno alla porta e diranno Signor Pennington mancano cinque minuti, con gentilezza, senza farmi incazzare, senza mettermi ansia. Io sono la Star, io posso mollarli senza una spiegazione e sono sicuro che tutti mi amerebbero lo stesso, sicuro che non vuoi proprio niente da bere ? sei li seduto in silenzio, piuttosto sei pronto per essere truccato ?  
    Ho detto al tecnico delle luci che voglio stare in penombra, tanto tutti mi conoscono, per stasera voglio che nessuno mi veda, che allenino i ricordi questi stronzi nostalgici con i loro figli nostalgici, ha sorriso, sorriso tanto, mi ha detto Ok e poi mi ha chiesto una foto ed ha aggiunto che per lui è un onore che anche suo padre e suo nonno avevano i miei dischi. Ecco perché ha sorriso, ho fatto una gaffe che vuoi che sia, lui ci farà lo splendido a cena con gli amici che ovviamente non gli crederanno.
    Mancano dieci minuti, la penombra c'è. il tecnico del suono lo sa, ho dovuto dargli un sacco di soldi, forse lui non era mio Fan, o forse era solo un grandissimo Stronzo, non importa, il The è finito, andiamo seguimi.  
    Mancano pochi minuti, salgo sul palco al buio, mi godo il brusio, davanti ho circa quattrocentomila persone che non mi vedono e che non mi vedranno, ancora non lo sanno, L'Eyeliner mi fa lacrimare gli occhi, una volta erano più belli, adesso non lo so, mi guardo troppo allo specchio per notare i cambiamenti, sistemo lo sgabello e ci metto sopra un manichino, un bel manichino vestito come me, truccato come me, con i miei capelli, proprio i miei, io non ho i capelli da quando ho diciannove anni, nessuno se n'è mai accorto, nessuno se n'è mai voluto accorgere, gli metto i miei capelli e lo sistemo, gli do le mie sembianze perfetto e devo dire che non è così difficile ripeto: L'autocritica è Essenziale, sono totalmente al buio, nessuno mi nota, Anche il buio è un ottimo nascondiglio o il buio totale o la luce accecante, non si smette mai di imparare a nascondersi, Pensare che la condizione più comune è la penombra, quanto spreco di tempo la penombra, non ti valorizza, non ti nasconde, ti fa apparire come sei, esattamente, brutalmente come sei e tutti credono erroneamente che nella penombra ci si possa in qualche modo nascondere.
    Adesso tocca a te amico mio, fai il manichino come non hai mai fatto prima d'ora, sei stato abbastanza tempo con me, ti ricordi le mie mosse ? non ha importanza tanto non dovrai muoverti, si lo so che non puoi, l'importante è che tu non voglia, ricordatelo io sono la Star.  
    Il brusio aumenta, e quando si accorgono che non mi vedranno aumenta ancora di più come se stesse per tuonare, io penso a mia nonna che mi diceva che i tuoi erano causati da Dio che strappava i fogli degli appunti, il Tecnico schiaccia play e parte la registrazione, ho inciso tutto giorni fa, ringrazio tutti e faccio una pausa per gli applausi, poi ricomincio a parlare e spiego perché stasera sarò in penombra, spiego perché non ci sarà la band,spiego che sarà l'ultimo concerto e che voglio condividere con loro le mie canzoni  in maniera più intima sospiro, pausa, applausi scroscianti, le pause perfette, centomila concerti vuoi che non abbia imparato quando fermarmi quando la gente applaude ? si sono compiaciuto.
    Iniziano le canzoni, sembrano tutti assorti, io passo in mezzo a loro e nessuno mi riconosce, sono un signore anziano vestito di nero, ho la fronte alta, altissima, anzi sono decisamente calvo, ho i capelli solo sui lati della testa, sono cortissimi e bianchi, ci sono nonni, padri, figli, figlie, donne di mezza età, ex groupies in disfacimento fisico e molto probabilmente psichico, ricchi, poveri, post punk, figli di papà, gente in blazer, gente che non conosce nemmeno una canzone, è decisamente una bella registrazione, è un bel concerto, Faccio un cenno al tipo della security che mi dice  << ma come vai via Nonno ? è un cazzo di evento storico, quel tipo sul palco ha fatto la storia e tu te ne vai ?>>, sorrido e rispondo di si con la testa, e poi aggiungo che ormai le Rockstar hanno fatto il loro tempo che tutti li dentro dovrebbero accorgersi che il tipo che suona ha Novantacinque anni.  Lui accusa il colpo e mi apre la porta con disprezzo, siamo già alla seconda canzone, applausi scroscianti, si ero bravo, ero dannatamente, disperatamente bravo ed a fare le pause per gli applausi durante le registrazioni ero ancora più bravo.
    La luce di quasi mattina è stupenda, ho già fatto un sacco di chilometri, la radio dice che è stato il concerto del secolo, che tutti hanno pianto, che non farsi vedere è stato l'ennesimo colpo di genio della Star. che restando in ombra ha dato la possibilità a tutti di godersi solo la musica. Un concerto che finirà nei libri di storia dicono e io che l'ho fatto neanche c'ero.
    Non c'è niente da fare non c'è possibilità di scampo, mentre la strada mi si apre davanti come se fosse la cosa giusta da fare, spengo lo stereo, non è tardi per ricominciare una vita nuova, ho novantacinque anni ed ho fatto la storia, posso fare quello che voglio. Le nuvole, quanto cazzo sono belle le nuvole.
    Se hai venticinque anni quante volte il tuo cuore ha già battuto? La risposta è un Triliardo di volte, fate i vostri conti.

  • 01 marzo alle ore 0:51
    Sergi Salvatore... sarto

    Come comincia: Questa che sto per raccontare è la storia di una persona, un melitese doc, che, per motivi di lavoro, fu costretto a lasciare Melito e ritornarci, la prima volta, dopo 37 anni e la seconda volta dopo 31 anni. La racconto perché oggi mi ha telefonato da Savona ricordandomi l'impegno di pubblicarla in modo che possano leggerla suo figlio, sua nuora, sua nipote e tutti quelli che si chiamano Sergi, nome di cui va orgoglioso.
    L' avevo conosciuto, in spiaggia, quando, mentre pescavo con le mie canne da posta, si avvicinò per chiedermi delle informazioni. E da lì, incuriosito dallo stesso cognome mio (diceva di chiamarsi "cugino" con mio padre, senza essere parenti stretti), in un paio di giorni, questo è tutto quello che ho saputo di lui e della sua famiglia:
    Si chiamava Sergi Salvatore, sarto, nato a Melito di Porto Salvo il 12-01-1921.
    Lasciò Melito, per lavoro, nel 1936, in pieno regime fascista, e si recò ad Aosta.
    Partì militare il 03-01-1941 per Bari, arruolato nel 48°Fanteria e dopo poco tempo fu promosso sergente.
    Si congedò nel marzo del 1947 con il grado di sergente-maggiore e fu mandato, per sua scelta, a Milano.
    In quell'anno, conosciuta una certa Suzanne Huber, che lo colpì per la sua intraprendenza, si recò, su suo consiglio, a Berna, Svizzera, dove vi rimase per 3 anni, vivendo con questa bella ragazza che, tra l'altro, tramite un parente stretto, gli rinnovava ogni volta il permesso di soggiorno; insomma, l'utile e il dilettevole.
    Rientrato in Italia, nel 1950 conosce, s'innamora perdutamente e sposa nel 1952, quella che fu poi sua moglie, per ben 56 anni, Maria Irma Zunino, deceduta quest'anno il 30 maggio, dopo lunga malattia.
    Nel 1953, da questa felice e duratura quanto rara unione, nasce l'unico erede, Leonardo, ingegnere del genio pioniere militare, adesso in pensione, e dèdito adesso ai sistemi di stoccaggio, avviando una proficua collaborazione soprattutto con il Giappone. Bravo militare che, per 2 anni consecutivi, s'impose 1°assoluto all'Accademia Militare di Modena, congedandosi poi con il grado di tenente.
    Il Sergi Salvatore si trasferì, nel 1954, naturalmente con la moglie tanto amata, a Parigi, dove vi restarono per ben 19 anni, fino al 1973. Qui lavorò per un ebreo come sarto a domicilio, e pagato così bene che dopo un anno e mezzo potette mettersi in proprio e comprarsi un appartamento più grande. Praticamente, fattasi una buona clientela, si aprì una sartoria con, a sua volta, tre sarti in carico, quasi tutti, negli anni, provenienti da Melito di Porto Salvo.
    Rientrato ancora una volta in Italia, nel 1973, per non restare inattivi e in attesa della pensione, presero in gestione per 2 anni un campeggio di montagna a Sassello, capitale degli amaretti. Qui, però, il Sergi, a suo dire, si annoiava a morte tanto che convinse la moglie a prendere in gestione un negozio di sartoria in pelle, a Savona, fino al 1993, anno della definitiva decisione di smettere di dopo ben 50 anni di effettivo lavoro.
    A Savona, dove si stabilì definitivamente, incominciò a godersi la vita che era stata così varia quanto tranquilla e serena. In questi 15 anni, fino alla morte della moglie Maria Irma, decise anche di trascorrere spesso le vacanze a Melito, dove non ci veniva dal lontano 1936, cioè 37 anni ed in giro, anche per il mondo. E lo fece, insieme a lei fino alla morte della madre, avvenuta nel 1977.
    Ha una nipote, amatissima, Camilla, di 20 anni, che frequenta l'Università a Genova.
    Ha deciso dopo ben 31 anni, dopo la morte della cara Maria Irma, di venire a trovare la sorella Mimma la quale vedeva tutti gli anni andando anche lei a trovarlo a Savona.
    Il padre, Leonardo, era deceduto nel 1968. E' andato a trovare, al Paese Vecchio, dove vive attualmente, la nipote Caterina, figlia del fratello Antonio, deceduto e del quale ha visitato la tomba al cimitero nuovo.
    Il figlio gli ha consigliato, essendo adesso da solo, di vivere il resto della sua vita con lui alle Bahamas, dove ha una villa ed anche il lavoro, che può svolgere anche lì.
    Credente, quando veniva a Melito, viaggiando dalla parte adriatica, spesso si fermò a visitare la tomba di Padre Pio che aveva visitato anche da vivo.
    Di saldi principi che gli hanno consentito di vivere tranquillamente e con pochi problemi: amore e responsabilità della famiglia alla moglie, laboriosità, serietà, impegno e rispetto verso il prossimo, soprattutto.
    E' rimasto colpito del progresso che Melito ha avuto in questi ultimi 30 anni ed ha notato che gente, amici anche, che ai suoi tempi se la passava male e che adesso vive nel benessere, che per un paese meridionale, non è male, detto senza alcun livore, anzi con orgoglio.
    Altra cosa che l' aveva sbalordito, a suo dire, è il senso della solidarietà e della coscienza civile che aveva riscontrato parlando con tanti melitesi in quei 15 giorni di "rimpatriata".
    Ci siamo lasciati, con qualche lacrimuccia da parte sua, dovendo partire il martedì, 23 settembre, con la speranza, forse di ritornare, essendosi trovato bene e con l'augurio a tutti i melitesi per un continuo benessere e progresso, soprattutto turistico.

    Ciao, Salvatore, a presto e.....goditi la vita.Te la meriti.

  • 31 marzo 2016 alle ore 10:36
    Diktat

    Come comincia: Come ogni sera dopo cena, lavati quei tre piatti... tre, mi  siedo in sala da pranzo davanti al mio portatile.
    ─ Perché mai, ho comprato un portatile se lo lascio sempre nello stesso posto? ─ mi chiedo puntualmente, poi alzo le spalle, sospiro e dimentico di trovare una risposta.
    Questo già la dice lunga su di me e di come vadano le cose a  casa mia... e come tutte le sere, in questa stessa stanza, mia madre sta seduta davanti al televisore, nella poltroncina spostata qui dalla mia camera da letto, proprio per lei che è venuta a stare con noi dopo la morte di mio padre. Noi? Chi siamo noi? Io e mio marito.
    Tra noi il dialogo stenta a dispiegarsi nei modi e nei tempi stabiliti dalle regole della comunicazione. In sostanza ci limitiamo ad annuire o a scuotere la testa in segno di diniego, più spesso utilizziamo un "Sì" o un "No" e a volte anche un "Forse". Lo so è un po' poco ma è per quieto vivere ... se rispondo con dovizia di particolari, se la prendo un po' alla larga, insomma se mi lascio trasportare dalla mia loquacità e non vado subito al sodo ecco che alza la voce.
    ─ Su dimmi, non iniziare da Adamo ed Eva ─ ripete sempre per indurmi a comunicare l’essenziale, cioè solo ciò che gli interessa.
    Eh, sì! A casa mia bisogna essere veloci: rispondere in fretta, trovare un oggetto o fare una qualunque altra cosa, qualsiasi cosa, bisogna che io lo faccia in fretta, nel minor tempo possibile. Ed è vero che il tempo è denaro ma io vorrei avere la possibilità di spenderne un po’ di più.
    Penso spesso di vivere in uno di quei giochi moderni dove vince chi è più veloce. Invece no, non è un gioco è per evitare di questionare su ogni "che" evito... e, se necessario, evito anche di respirare.
    Dov'è ora mio marito? Naturalmente a letto e sono le 21:30 ma si è infilato tra le lenzuola appena ha finito di cenare... così, non ci diamo neanche la buonanotte.
    Per una come me che non ama la televisione il dopo cena è una gran noia!
    Per fortuna che mi piace scrivere o navigare online ... ma ogni tanto mi stacco da questo ipnotizzatore che è il pc, e vado a bere. o mangiare un pezzetto di pane... tanto per ammazzare il tempo.
    ─ A mangiare... o a bere? ─ mi raggiunge la voce di mia madre con una nota di disapprovazione perché non condivide tale comportamento.
    ─ Che noia! ─ rispondo al suo velato rimprovero, sbadigliando e cercando un motivo plausibile di giustificazione.
    Proprio cinque minuti fa, sbuffando e stiracchiando le membra intorpidite dalla immobilità, mi sono alzata e mi sono diretta in cucina.
    Appena aperta la porta...il finimondo!
    Immediatamente ho creduto che la nube di ceneri del vulcano Eyjafjallajokull dall’Islanda fosse arrivata in massa in Italia  e fosse penetrata nelle case.  Pensai anche che si fosse aperta una bocca lavica proprio nel terreno in corrispondenza della mia cucina!  La vista si è offuscata e contemporaneamente un bruciore insopportabile agli occhi mi ha costretto a lacrimare! Un odore acre di bruciato mi chiudeva la gola e un denso fumo nero che, non più costretto in quello spazio limitato, a onde  si riversava fuori in tutte le direzioni, mi travolgeva e mi soffocava...
    Chiuse con due dita le narici, serrate le labbra e proteggendomi gli occhi con l’altra mano, mi sono diretta velocemente alla finestra e l’ho  spalancata. Poi sono fuggita da quell’inferno e ne ho richiuso la porta per non rischiare un’intossicazione.
    Stavo urlando... ma né mio marito, beatamente già tra le braccia di Morfeo, né mia madre che è un po’ sorda, sono accorsi in mio aiuto. Che fare? Vedevo già bruciare la mia casa e poi il palazzo intero! Panico! Dovevo scuotermi.
    Dopo pochi secondi, perciò, facendo appello a tutte le mie forze, ho aperto nuovamente quella porta e sono rientrata all’inferno! Non avevo alternative, non potevo aspettare che mio marito si svegliasse o che mia madre mi venisse in soccorso, eventualità rare.
    Dovevo assolutamente spegnere il forno, che continuava a eruttare fumo come lava da un vulcano, e aprirne lo sportello…
    L’azione, però, che mi spaventava più di tutto, era prendere in qualche modo la teglia e buttarla con tutto il suo contenuto carbonizzato sul balcone.
    Il contenuto? Pane raffermo che, come mia abitudine, quando se ne accumula una quantità consistente, metto a tostare per la colazione del mattino.
    Avevo dimenticato di aver acceso nel forno,  oltre alle due resistenze superiore e inferiore, anche il grill che di solito si aziona a fine cottura per dorare i cibi…  tutto per ottemperare al categorico diktat  “essere veloce”.
     

  • 25 marzo 2016 alle ore 15:43
    Mescolarsi e comunicare nelle diversità

    Come comincia: La professoressa aveva assegnato alla classe una ricerca un po' particolare dal titolo: "Mescolarsi e comunicare nelle diversità". Carlo, mentre la madre era in cucina ai fornelli, era davanti al portatile in cerca di una idea per trovare il giusto approccio così da poter svolgere il compito. Fece una ricerca di fatti inerenti alla comunicazione. Non soddisfatto rilesse il titolo e non aveva ancora capito come sviluppare il tema del "mescolarsi". Così si concentrò sul verbo iniziale e si soffermò sulla madre intenta a cucinare. Solo allora capì che "mescolarsi" poteva essere collegato al mondo culinario. Decise di svolgere il tema sotto forma di racconto fantastico, raffigurando i personaggi con gli ingredienti di paesi diversi così da poter "comunicare nelle diversità".
    Prese una matita e iniziò a scrivere. Pensò subito al cioccolato come simbolo africano perché è il continente con la maggior produzione mondiale di semi di cacao.
    Fece una ricerca su internet e scoprì che le spezie dello Sri Lanka potevano essere collegate al continente asiatico.
    Il continente africano ed asiatico erano ben rappresentati, ma mancavano gli altri continenti e scoprì che la suddivisione in continenti non era semplice. Si andava da un modello con un massimo di sette a un minimo di quattro denominazioni. Prese per buono quello da cinque perché ricollegabile al cerchio delle Olimpiadi: l'Africa è il cerchio nero, l'America il rosso, l'Asia il giallo, l'Europa il verde, l'Oceania l'azzurro. Adesso aveva bisogno di altri “personaggi”. Per l’America scelse immediatamente il cheeseburger, per l’Europa non voleva scegliere la pizza perché era troppo ovvio. Per l’Oceania non sapeva nulla, ma gli venne in aiuto una ricerca con la parola chiave: “Australia”. Scelse un pinot nero essendo il Continente Nuovissimo uno dei più grandi esportatori di vino.
    Si decise a iniziare a scrivere avendo quattro personaggi su cinque.
    Ogni racconto - si disse - inizia con “c’era una volta” e così iniziò anche lui.
    “C’era una volta,
    un paese magico dove tutte le cose avevano il dono della parola. In una piccola cucina era in corso un dibattito su chi fosse l’elemento più importante.
    “Io vengo da una terra lontana” – prese la parola il Cacao – “sono prodotto da paesi africani: Ghana, Camerun, Nigeria, Costa d'Avorio e Madagascar e la mia qualità è molto pregiata!”
    “Allora io cosa dovrei dire? Sono la più nota spezia del mio Paese” – disse il barattolo di vetro color terra.
    “Cara la mia Cannella, tu non sei altro che la corteccia di vari alberi della famiglia del Cinnamomo, che viene estratta, essiccata, rotolata e compressa.”
    “Sì però vengo impiegata in tantissimi modi: dall’utilizzo come aroma nelle pietanze salate e in dolci tradizionali deliziosi, fino all’impiego nella medicina ayurvedica!”
    “Lo so, ma tu sai chi sono io?” – continuò il barattolo di vetro color verde scuro – “Sono la terza spezia più cara al mondo e mi presento come una capsula contenete tanti piccoli semi; in genere vengo venduta con tutta l’involucro dato che una volta aperta perdo velocemente il mio aroma. Io sono preziosa”.
    “Sì, ma le tue origini sono da ricercare nel sottobosco, appartieni alla famiglia dello Zenzero! Caro il mio Cardamomo” – rispose seccata la Cannella.
    “Va bene, allora che cosa dite di me? – intervenì un barattolo con tanti piccoli chiodi scuri al suo interno.
    “Tu? Ma tu sei solo fiori secchi, non sbocciati, di una pianta sempreverde appartenente alla famiglia dei Guaiva, cari i miei Fiori Di Garofano. – disse Cardamomo.
    “Si però siamo utilizzati anche in moltissimi piatti!” – risposero tutti in coro.
    “Chi è che parla qui? – si intromise un barattolo con delle piccole noci – Io sono il seme del frutto dell’albero di noce moscata”. Non riuscì a concludere il discorso che venne interrotto da un altro barattolo stretto e lungo con all’interno dei baccelli.
    “Sono io la spezia più cara di tutte! Vengo ricavata dal baccello di un’orchidea rampicante, che cresce nel sottobosco delle foreste tropicali dato che è una pianta che ha bisogno di poca luce. Vengo utilizzata in differenti settori che vanno dalla produzione di cosmetici ed essenze, fino all’impiego nella preparazione di molti dolci”.
    Alle parole di Vaniglia tutte le altre spezie dello Sri Lanka si zittirono.
    “Scusate se intervengo, ma forse non sapete che io sono molto pregiata”.
    Il barattolo stretto e lungo guardò in basso e si accorse di una bottiglia di Pinot.
    “E tu chi sei? Non sei di queste parti!” “Assolutamente no, io vengo dall’ Australia”.
    – in quel momento Carlo ebbe l’idea per il personaggio europeo, e proseguì a scrivere.
    “Tutta questa discussione non credo sia rilevante, se vi parlate addosso tra di voi dello stesso paese. Nel mondo c’è molto di più”.
    “Come te per esempio?” – chiesero adirate in coro Cannella, Cardamomo, Fiori di Garofano, Noci moscata e Vaniglia.
    “Esatto!” – disse Pinot quasi ridendo.
    In quel momento si sentì un rumore e il frigorifero si aprì. Si fece avanti un cheeseburger e disse: “E scusate l’America dove la mettete? Guardate me, sono un semplice panino ai semi di sesamo che contiene sostanzialmente uno o più hamburger con aggiunta di formaggio.
    Io e i miei simili siamo diventati popolari tra gli anni venti e gli anni trenta del secolo scorso negli Stati Uniti e ci sono diverse rivendicazioni su chi sia stato il primo uomo a creare un Cheeseburger. Oggi veniamo consumati in tutto il mondo”.
    “Grazie per la lezione, ma tu sei e rimani un cibo spazzatura.” – disse Pinot.
    Dal tavolo della cucina si sentì uno sbadiglio. “Mi state annoiando con tutti i vostri discorsi!” – disse Croissant – “ma voi non avete nulla di storico! Io invece sono nato tra il 1838 e il 1839 a Parigi. Fui battezzato Croissant a causa della mia forma a mezzaluna”. – Carlo aveva scelto il cornetto per l’Europa per sottolineare la sua vicinanza al popolo francese dopo i fatti del 13 novembre 2015 a Parigi. Continuò a scrivere, era quasi arrivato alla conclusione.
    “Quanto mi fate divertire, cari i miei giovani amici – disse la saggia Credenza. – Al di sopra di me venivano sistemati in bella vista tutti i cibi nei loro piatti di portata durante i pranzi offerti dalle famiglie nobili ai loro convitati di particolare rango e importanza. – tutti rimasero in silenzio. Quando l’anziana saggia Credenza parlava nessuno trovava il coraggio di interromperla.
    “Assomigliate agli uomini che non capiscono che per avere un futuro migliore bisogna mescolarsi e comunicare tra le diverse realtà. Non bisogna chiudersi e soffocare le diversità. Occorre aprire, sorridere, salutare, rispondere e dialogare tra varie comunità. Esisteranno sempre differenze di natura, di arte, di culture, di popoli. Una varietà che rende ricchezza e interesse ma anche complessità e in certi casi problematicità. Si devono convincere ancora di più che la diversità, se accettata e amata è ricchezza e stimolo reciproco, fonte di scambio e di collaborazione. La differenza deve essere vissuta nel rispetto della vita, altrimenti genera estraneità, isolamento, insofferenza o odio. Come voi ingredienti per fare una ricetta avete bisogno di mischiarvi, perdendo sì un po’ la vostra identità, ma riacquistando nuove realtà, così anche gli uomini per avere un'armonia devono mescolarsi”.
    Carlo si sentiva soddisfatto di quello che aveva scritto, ma non del tutto. Nello stesso momento la mamma alzò il volume della radio da cui proveniva la canzone "Penso Positivo” di Jovanotti, che diede a Carlo l’idea di scrivere:
    “Gli uomini dovrebbero pensare più positivo, vero cara mia amica Radio?”
    E Radio rispose: “Certo!” mentre il brano proseguiva: “Quest'onda che viene e che va/Io credo che a questo mondo/esista solo una grande chiesa/che passa da Che Guevara/e arriva fino a Madre Teresa/passando da Malcolm X attraverso/Gandhi e San Patrignano/arriva da un prete in periferia/che va avanti nonostante il Vaticano/Io penso positivo perché son vivo”.
    A questo punto Carlo capì di poter ripassare a penna il tema.

  • 25 marzo 2016 alle ore 13:20
    Quella Parola

    Come comincia: Alcuni tempi dell'anima, sono recettivi solo al silenzio: i suoni delle parole sono troppo forti e vibrano in cacofonie; i suoni dei pensieri, hanno il volume di barattoli rotolanti sul selciato; perfino il pulsare del cuore pare far rumore. E così si E'; si è presenti, si vede e si ascolta, ci si lascia penetrare dalle emozioni, le si assaporano, le si vivono. Pure c'è un silenzio che ripara dai suoni forti.
    Siamo al Venerdì Santo, per chi crede, un ciclico messaggio a morire a se stessi e a se stessi rinascere; a conoscere i bui delle profondità, percorrerli, superarli. Decidere di lasciarli ed elevarsi, ascendere alla Luce.
    Ogni Maestro di ogni Credo, indistintamente, ci inizia allo stesso percorso: conoscere il Sé e le sue Ombre, consciamente riconoscerle e dissolverle, perdonarsi per l'ignoranza della Vita e Voler imparare a Vivere. Essere sicuri di intravedere la propria Luce e volerla espandere ed ampliare.
    Perdonarsi e perdonare. Illuminarsi e illuminare. Amarsi e amare.
    Sia ogni occasione, motivo di Passaggio dall'Ombra alla Luce.

  • 21 marzo 2016 alle ore 20:34
    Pauline

    Come comincia: “Forse, se ti avessi accanto, tutto quello che ho fatto non farei,
    se decidessi di tornare ad essere un uno invece che un io o tu,
    il mondo sarebbe terribilmente più onesto ma non sarebbe realtà;
    se per grazia divina degl’astri dovessimo spingerci nuovamente uno nel cuore dell’altro,
    saprebbe di amaro il resto che ci circonda;
    se il mio dito fosse legato al tuo in eterno,
    non vi sarebbero più vite da mettere al mondo;
    se tornassi ad amarti come quando, increduli e curiosi di tanta bellezza eravamo stati un tempo,
    io non sarei io e tu non saresti tu.
    Saremmo un essere perfetto, quasi vicino al divino e insieme saremmo disposti ad annullarci come il bianco nel bianco e il nero nel nero.
    Potrebbero le mie mani desiderarti ancora,
    come le labbra che bruciano se rimembrano il fuoco della saetta della tua lingua,
    e s’annoda il grembo e s’inonda il petto per quel così delizioso peccato da cui nasce il nostro amore;
    amore, amore mio.
    Forse, se ti avessi accanto non sarebbe più tutto questo
    ma semplici granelli di un intera sabbia desertica in cui non v’è più acqua né vita.”
     
    Così mi lasciò Pauline; una lettera, tot righe, in cui diceva di amarmi non amandomi più.
    Credere nel non più esistente darebbe un senso più profondo al perché certe cose finiscono e io l’avevo capita quando, guardandola negl’occhi vitrei di un mare in piena, aveva smesso di amarmi.
    Ricordo perfettamente con quanta delicatezza le coloravo con la pittura i capezzoli duri, posti all’angolo della stanza nelle lunghe sere d’estate.
    Dopotutto, nessuno ci aveva mai visto insieme, nessuno ci aveva sentito chiamarci amorevolmente nelle vie della strada o ai tavolini di un bar; nessuno aveva visto il nostro amore.
    Arrivai ad un punto che, forse, nemmeno io l’avevo veramente visto; come fosse stato tutto frutto di un immaginazione furtiva che amava prendersi beffe del mio cervello in pezzi.
    Pauline aveva amato qualcosa che non ero io ed io avevo amato Pauline perché era Pauline; senza domande, ne risposte, ne desideri di sapere ne senza il senno di capire.
    I nostri incontri erano solo tra quattro mura bianche e spoglie, come quelle lenzuola o come le mie tele ancora da imbrattare; ed il suo corpo bruno era una meraviglia quando veniva percorso dal colore del mio pennello.
    A disegno finito, le scattavo delle foto; giusto per conservare quei pochi quadri che riuscivo a fare ed era meraviglioso poter ammirare le mie opere più grandi su d’uno sfondo tanto bianco quanto l’essenza del colore stesso inciso su Pauline.
    Era la mia tela e come ogni opera andava accantonata, come ogni tela v’è il momento che essa abbandoni il suo pittore riposta, poi, in chissà quale stanza bianca aspettando il prossimo che poteva ammirarla.
    Avevo perso la mia opera migliore senza farmi troppe domande; ma se avevo creato potevo anche distruggere e nel momento in cui decisi di farlo, Pauline mi lasciò così; una lettera, tot righe, in cui diceva di amarmi non amandomi più.

  • 18 marzo 2016 alle ore 19:46
    Il professore di italiano

    Come comincia: Ho percorso per l’ultima volta il lungo corridoio al primo piano della scuola, sono scesa lungo lo scalone e mi sono fermata nell’atrio. Mi sto chiedendo se ho salutato tutti oppure magari dimenticato qualcuno. Non vorrei dimenticare nessuno. Sono stati belli i mesi che ho trascorso qui e mi è dispiaciuto molto dovermi ritirare, ma non riesco più a conciliare la mia gravidanza con la frequenza scolastica. Vorrei incontrare il professore di italiano, e mi guardo attorno nella speranza di vederlo. Lui è un anziano insegnante, molto alto di statura, robusto, e sempre vestito di grigio antracite. Quando lo vidi entrare in classe il primo giorno rimasi molto colpita. Pochi denti in bocca, capelli arruffati senza un taglio preciso, la camicia stropicciata indossata senza troppa preoccupazione di renderla presentabile, e un bottone mancante dalla giacca. Aveva una borsa sotto il braccio e la fronte aggrottata, ma sotto le folte sopracciglia brillavano due occhi scuri pungenti, quasi febbricitanti, due occhi che non avevano nulla in comune con tutto il resto, due occhi senza età. Nella scuola si vocifera che avesse perso la testa per una donna più giovane di lui che lo aveva fatto molto soffrire e lasciato sul lastrico. Quando entrava in classe io osservavo tutta la sua trasandatezza, e immaginando il suo dolore, sentivo un sincero affetto verso di lui. Ma poi, quando si immergeva nei poeti e ci spiegava il loro mondo, le loro opere, diventava gigantesco, emanava tutto il fascino delle sue emozioni, ed io mi lasciavo trascinare, lo ascoltavo, e sentivo tutta la sua passione, che è la mia passione: entrambi siamo divorati dalla passione e questo ci univa in una complicità che aleggiava al di sopra di tutto, in quel limbo in cui ci fondevamo, pur sapendo che le nostre passioni vanno in direzioni diverse. Io sono tornata sui banchi di scuola che avevo abbandonato da adolescente, e adesso, a ventitré anni mi porto dietro un vissuto già pesante, una storia d’amore difficile, complicata, fatta di estasi e sofferenza che si combattono, si alternano, ma riescono anche a convivere. Gocce di audacia distillate da fiumi di ansia e incertezza. Nessuno con cui condividere il mio tormento, solo il professore di italiano, in una muta condivisione, nel nutrirmi delle sue lezioni quasi fossero sempre e solo rivolte a me. Mi guardava spesso mentre parlava, quando spiegava la grandezza di ciò che i poeti volevano trasmettere, il suo viso si trasfigurava tanto da sembrare perfino bello e tanto da far dimenticare la sua bocca semi sdentata. Ma era anche capace di ire improvvise, come quel mattino in cui aveva chiesto ad una studentessa che gli parlasse di Pirandello. Lei aveva subito intonato la tiritera a memoria: nacque il....nacque a... Il pugno del professore si era abbattuto violento sulla cattedra. Era furioso: non così, non così! Pirandello è una cosa grossa! Non così signorina! Certo, io avevo capito, ma lei poverina aveva quindici anni, forse sedici, ed era rimasta malissimo. Lui voleva sentire l’essenza, il pensiero, e io lo sapevo. Era il tormento dei sentimenti che ci univa così tanto? Lo pensavo, a casa da solo, in mezzo ai suoi libri, mi perseguitava l’idea di quel bottone mancante alla giacca, possibile che non ci fosse nessuno che glielo cucisse? Avrei voluto farlo io, però come potevo permettermi!
    Ma è stato mercoledì scorso che si è svelato. Si è rivolto a me: vorrei che mi commentasse una poesia “Alla stazione in una mattina d’autunno” Santo Cielo, professore! Come fai a saperlo, come fai a sapere che da anni la stazione è la mia casa, che il mostro d’acciaio mi raccoglie al mattino e mi porta lontano dal mio amore, come fai a sapere che l’autunno e l’addio sono fatti l’uno per l’altro, a tal punto che per un addio, l’autunno si presta anche alle altre stagioni. Mi guardi negli occhi professore! Possibile che io mi sia rivelata così tanto?
    Non ho aperto neppure il libro. Ho cominciato a parlare, parlare, parlare. I compagni sono diventati fantasmi sbiaditi. Solo noi due, professore, solo noi due.
    Non so per quanto tempo ho parlato. Quando ho finito, per una manciata di secondi tutta la classe è rimasta in silenzio, e poi tu hai posato un attimo la mano sulla mia spalla.
    -Lei ha superato se stessa.
    Avrei voluto poterti rispondere che lo so, professore, lo so che ho superato me stessa, ho superato me stessa al punto che non ricordo niente di tutto ciò che ho detto, l’unica consapevolezza sono state le lacrime lente che non sono riuscita a trattenere.
    L’atrio della scuola si è quasi completamente svuotato, e finalmente ecco il professore di italiano. Gli vado incontro per salutarlo. Ci stringiamo la mano.
    -E’ un peccato che lei interrompa gli studi, signora.
    -Lo so, dispiace anche a me, magari più avanti....
    -Tanti auguri, anche per il lieto evento.
    -Anche a Lei professore. Buona fortuna.
    Ma le mani non si lasciano, stanno dicendo: mi mancherai.

  • 18 marzo 2016 alle ore 18:01
    L'incanto

    Come comincia: Ma quanta bellezza c'è nella vita? La testa vuota e gli occhi pieni di magia: il sole e l'azzurro ad avvolgere, il verde sotto il passo e accanto; treni e auto non hanno più la potenza dei rumori propri, vagano in suoni ovattati, filtrati dal pensiero muto che galleggia nella mente e recinge ogni disturbo. E fra le volute dei suoni ovattati, l'eco dissolta di voci di bimbi, dell'abbaiare di un cane. Lontano, tutto lontano. Nel qui e ora più forti sono i colori e i profumi: legna che arde, il suo odore vellutato portato dalle ali dei passeri armoniosamente chiassosi. Foglie d'alloro, foglie verdi, foglie secche nel fruscio che palesa il passo e la distanza. Farfalle giocano, fra un germoglio e sputi di rami morti. Suoni sotto i passi, colori nell'iride. Sono nel qui e nell'ora, e mi par di essere nell'ieri e nel domani, nel Sempre. Guardo la me che viaggia nella vita, leggera, eterea, la riconosco, l'accompagno. Bimba incantata.

  • 14 marzo 2016 alle ore 14:32
    Perdersi per poi ritrovarsi

    Come comincia: Non riesco a fare pace con me stesso. Non riesco a sorridere ai capelli bianchi che spuntano come funghi nella chioma di china. Non riesco a rinunciare alle panchine d’inverno, al silenzio del cielo stellato che mi consuma la vista. Poi scivolano lacrime di pioggia da questi neri di seppia e solcano il bordo delle narici, attraversano la barba fitta, il fumo della sigaretta e muoiono nel sapore di ruggine tra le labbra, dove riciclo i silenzi in parole. Mi misuro con il cambiamento, con questi confini che sembrano non appartenermi e non so neppure chi sono io, se mi conviene il tempo. Mi sono perso nel mondo, sul risciò che trasporta le vite diverse dal comune. Mi sono perso nei profumi della gente, nella tua voce, in tutti i colori caldi che caratterizzano lo spettro delle emozioni. Non riesco ad immaginarmi senza maschera, senza quella corazza che mi fa sorridere, arrabbiare e arrossire all’occorrenza. Sono nomade, come ogni anima in fondo è. Sono altrove, come tutte le volte che mi avreste voluto qui. Sono la dialettica da bar, quel senso di orrido e volgare che asciuga la voglia di sapori dolci. Sono il ricordo di ieri e la voglia d’amare di domani. E si sa come questo gioco di lembi contrapposti che s’allontanano reciprocamente si riassuma ad una trama che li tesse insieme, inseparabili. Come nel gioco dell’amore in cui a volte calpestiamo e a volte veniamo calpestati. Come nel gioco della vita, in cui amiamo perderci per poi ritrovarci.

  • 14 marzo 2016 alle ore 11:05
    Ludovica

    Come comincia: Ancora incredula, accanto al letto, fisso il mio corpo esanime abbandonato fra le lenzuola. Seduto sul letto ci sei anche tu, la faccia tra le mani che tremano, tu, piccolo insignificante uomo, stupido assassino, povero misero essere mediocre, insicuro e criminale. Sì, sono ancora incredula: oggi è stata una giornata stupenda, una giornata di passione come sempre, come tutte, ore trascorse troppo veloci, mai sazie, mai abbastanza vissute. E poi come sempre l’addio, un arrivederci, ma da noi due sempre vissuto come un addio. La porta di casa mia chiusa dietro di te, e quel senso di vuoto che non ho mai voglia di riempire, che niente può riempire, tranne il restare a letto, al buio, a ripensare a tutto, ad aspettare il prossimo incontro. Ma in quel buio, stasera, è successo qualcosa. La chiave ha girato nella serratura, tu sei rientrato agitato, un’espressione del tuo viso a me sconosciuta, lo sguardo cattivo, allucinato. Non ho avuto nemmeno il tempo di alzarmi. In un attimo mi sei stato sopra e mi hai messo le mani intorno al collo. Non sono riuscita neppure a parlare, il cuore mi batteva nel petto, in gola, nelle tempie. Non hai acceso la luce,e, in un silenzio innaturale, in una penombra che da complice è diventata terrificante, mi hai guardata, senza affetto, con antipatia, rabbia. I miei occhi hanno chiesto pietà e tu mi hai detto solo che mentre andavi a piedi verso l’auto, ti sei imbattuto in due uomini che parlavano fra loro, e uno ha detto: ecco adesso puoi andare. Da me, tu hai creduto che l’uomo volesse venire da me. Tutto il mio essere ha gridato no, non è vero, stai sbagliando. Tu hai aggiunto, farneticando, che se il campanello di casa avesse suonato, mi avresti strozzata. Non potevo crederci. I secondi si sono inesorabilmente allungati, le tue mani non hanno lasciato la presa e la morsa non si è allentata.
    Il campanello di casa continua a suonare, insistentemente, poi ininterrottamente fino a smettere. Adesso qualcuno prende a pugni la porta e la voce di mia sorella grida stridula: Ludovica, Ludovica, perché non apri, apri la porta. Certo, lei sa che sono in casa, ha visto l’auto posteggiata. Io continuo a guardare il mio corpo fra le lenzuola, e tu, adesso alzi la faccia sorpreso, annichilito, la nebbia sta lasciando il tuo cervello. Io vorrei soltanto una cosa: che mia sorella non sapesse mai che se non fosse venuta stasera da me, sarei ancora viva. E tu, piccolo assassino mediocre e stupido continui a ripetere: cosa faccio, adesso cosa faccio.
    Adesso cosa fai? Apri quella cazzo di porta.

  • 11 marzo 2016 alle ore 19:22
    La vetrinetta di zio Enrico

    Come comincia: Dovremmo rispettare di più lo sguardo dei bambini. Quando un bambino guarda, sta guardando il mondo, per la prima volta. E' un intimo contatto con un fenomeno magico, incompreso interamente dai grandi: è la creazione del suo universo, che gli si propone per la prima volta. Oggetti, fisionomie, colori, suoni, travalicano il suo stupore, per annidarsi, per sempre, nel suo animo. Quante volte, da bambino, mi si diceva “non è per te, non puoi capire”, facendo in modo che io capissi in anticipo ciò che poteva andar ignorato, ancora per qualche tempo. Quella assurda nascita dei bimbi, tra le foglie di un cavolo, di chi sarà mai stata? Quella immonda favoletta ha tappato la bocca ad un'intera generazione. Altro non si poteva chiedere, se non attendendo alla pietosa cameriera di casa, a volte troppo cruda. Sono consapevole della capacità percettiva e di giudizio di un bimbo di cinque, sei anni: i miei giudizi, dati allora, sulla cerchia dei miei parenti, sono rimasti incorrotti per una vita. Zio Enrico, nella mia famiglia di impiegati, laureati, gente bene, era guardato male. Era il fratello di mia nonna paterna, Olga, famiglia romana. Zio è l'unica persona che si è salvata nella mia mente, avvolta da un mantello fantasioso, lasciando gli altri in una tenue nuvola di banalità. Aveva navigato una vita sui “vapori” dell'epoca, facendo il cameriere di prima classe. Conosceva e parlava dei porti più impensati del mondo. Ma il suo pezzo forte era il racconto del siluramento, durante la prima guerra mondiale, del suo bastimento. Era un film, che mi facevo replicare, ogni volta che lo si invitava a casa, per qualche lavoretto, di cui lui era maestro. Di quel racconto, due quadri, li ho ancora vivi: le ascelle piagate di chi si buttava a mare, per salvarsi, dall'alto del ponte, a braccia aperte; il casuale incontro, tra i flutti, col comandante, in procinto di annegare e il suo salvataggio. Gli conferirono una medaglia di bronzo, di cui era fiero. Andavamo raramente a trovarlo, il percorso in tram era lungo, Pegli, periferia di Genova. Ci veniva ad aprire in canottiera, coperto di truccioli di legno, scusandosi di aver dimenticato il preavviso della nostra visita. Aveva un laboratorio di falegnameria in casa. Mi aveva costruito i primi giocattoli. Ci attendeva un polveroso divano, tra gatti miagolanti e arruffati. Scompariva per poco, per rientrare con il suo capolavoro, zia Elvira. Un pathè di ciccia indolente, avvolta in una vestaglia cinese dai mille draghi. Un'aura di profumi accompagnava una voce languida, sonnacchiosa. Capelli bianchi, dimenticati sparsi sulla schiena. Nonna Olga faceva strane smorfie, quando si riferiva a lei, in famiglia: “presa chissà, in quale porto, losco lavoro, problemi all'utero....” Era meglio non addentrarsi troppo. “Frou-frou” e rosolio ambrato ci attendevano, offerti da una mano ingioiellata, le cui dita affusolate terminavano in unghie lunghissime e luccicanti di smalto. Io raggiungevo subito il mio posto preferito, la vetrinetta. Ancora adesso, dopo una vita, vedo quel vetro, che mi separava da un mondo di favola. Quegli oggetti da “guardare e non toccare” furono le tracce dei miei primi viaggi, sia pur di fantasia. Venivano da mondi lontani: bamboline, dai strani vestiti, uova esotiche, piume variopinte, maschere, strumenti musicali, quadrucci dai colori sgargianti, rifiniti con ali di farfalle, armi, ed altri piccoli utensili, di cui non chiedevo l'uso. Restavo così, per tutto il tempo della visita, in un incanto di sensi, rubando i profumi, che sembravano voler uscire dalle fessure della vetrinetta. Le parole degli altri erano eco lontane. Ho avuto sempre il dubbio che il mio perenne bisogno di viaggiare fosse derivato non tanto dal desiderio di conoscere il mondo, ma dal ricrearmi la vetrinetta di Zio Enrico. Come in realtà è avvenuto.