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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: - Il suo sguardo è la conferma di un giudizio prevenuto o la conseguenza di una delusione istantanea, causata dall'impressione delle mie fattezze, del mio aspetto?
    - E’ solo il mio modo abituale di iniziare un contatto.
    - Ma nei suoi occhi non c’era il distacco di chi ama sentirsi padrone, quel distacco che ora vorrebbe simulare, da pessimo anfitrione. Il suo aspetto contrasta totalmente con l’immagine che me ne ero formata, anche se già da tempo nutrivo un presentimento opposto che, peraltro, non mi impediva di raffigurarla, ogni qual volta il suo nome scorreva nella mia mente, sgradevole, bassa, tarchiata, con un biancore fra le tempie, allegrotta, petulante, irreprensibile, una donna ancora giovane che non suscita però nessun desiderio fisico. Forse soltanto il nome mi ha ingannato.
    - Mi lusingano le conclusioni che ne traggo.
    - Non è certo per lusingarla che ho sprecato il mio fiato, non ne ha alcun bisogno poi. - - L’ho fatto perché sono ossessionato dalla mia stessa immagine, perché sono stanco di essere tradito dagli specchi bugiardi. Lo specchio s’intende sempre col desiderio che ci pone dinanzi ad esso, diviene lo schiavo di tale desiderio e con esso si accorda per beffare l’obiettività della ragione. Mi rendo conto che questo svelamento trancia di netto ogni opportunità minima di raggiungere il mio scopo, perché lei ora o, per simpatia, cercherà di non sviare da quel binario uniformemente dritto che le sta nascendo in mente o, per accresciuta antipatia, corromperà col disprezzo le sue affermazioni.
    - Ne deduco che non avrebbe ormai alcun senso proseguire nel nostro strano dialogo, o meglio monologo, nato solo da uno sguardo comune col quale non credevo di scatenare un’eruzione, come dire, di energia repressa. Se vuole un consiglio franco, si faccia curare! E’ necessario che riacquisti la fiducia negli specchi, anche se spesso mentono; è necessario che eviti questo marasma di contorsioni mentali per un nonnulla, se non vuole continuare a farneticare all'infinito, senza sosta.
    - All'infinito?
    - Certo! Non conta il tempo nella pazzia. Se non ne è convinto, mi trovi una sola differenza tra l’infinito e il nulla. E’ inutile che si sforzi, non la troverà mai! A meno ché non si accontenti di banalità a se stanti, di presunzioni stupide senza alcun fondamento, di pregiudizi pur giustificati dalla prassi, una prassi che non guarda, rifiuta di guardare un centimetro al di là dei suoi stessi limiti.
    - Lo sa che mi sorprende? Non solo credevo che lei fosse immersa totalmente in questa prassi, ma che fosse anche contenta e soddisfatta di se stessa e dell’intero mondo che la circonda. Lo sguardo iniziale era allora una resistenza, un tentativo per evitare di invischiarsi nella rete! E nella rete c’è caduta, ahimè! Non appena ha effettuato lo strappo più violento. Mi dispiace, non era nelle mie intenzioni. L’odio che mi porto dentro non si nutre di violenza, perché non ne trae giovamento. Non la inganni il mio aspetto cinico: è una maschera che vorrebbe parlare a chiunque la scruta per dirle quanto il male e il bene siano indifferenti a quel volto che essa nasconde. Forse è la maschera del mio volto più vero. Non mi segue più? So dove vaga la sua mente attraverso la fissità dei suoi occhi. Si svegli! Mi creda, non servirebbe a nulla. Cosa vale un minuto di parossismo nei confronti dell’eternità degli attimi che si susseguono un istante dopo? Un minuto: ecco tutto il tempo che potrei offrirle! Un minuto di pazzia.
    - Potrebbe essere sufficiente.
    - Dove?
    - Qui, tra questa mezza porta socchiusa.
    - C’è andata molto vicina. Preferisco l’ascensore. E’ all'antica e ci impiega esattamente un minuto dal quarto piano sino giù in garage.
    - Ok.

    Ti prego non perdiamoci ora in quelle banalità di maniera, anche se questa volta non mentirebbero. Mi disturbano. Sto male dopo. Mi eccitano, vorrei sfogarmi, ma è meglio reprimerle, credimi. Zitta. Lo so, lo so, sii forte, sarebbe come masturbarsi. Dormi. Pensa invece a quel minuto in ascensore, ascolta il tuo corpo che freme ancora. Lo sento attraverso il raso nero. Respira calmo, come il mare di una notte d’agosto, paralizzato dinanzi ai fili di luce stellare che svaniscono nel suo seno e attende placido il mattino, il risveglio della luce. Ecco brava dormi! Non pensare a me. Per me è lo stesso parlare di carogne miasmatiche che asfissiano una cella di due metri quadri, dove due bestie umane si divorano per un pugno di merda. Fai bene a sognare, dolce creatura, lo vedo. Sogna, sogna più che puoi, sogna tutta una vita se ci riesci. Tutto il resto è sporco che presto intaserà i canali della tua fantasia docile. La fantasia reagisce con la merda, si trasforma e diviene un cane infuriato, cocciuto e sterile. Sogna, resisti, non destarti. Me ne starei una vita intera accanto al tuo corpo che dorme, nella lunga e dolce attesa di raggiungerti. Lascia che ti sfiori le caviglie con un gettito d’orgasmo tattile, che sale dolce su, con il raso, sino al pube umido e rigonfio di peluria morbida, un cuscino di mille fili d’oro in armoniche catene, e su su a divergere i due margini di seta, su in un letto di ventre sino al seno turgido di vita, appena corrotto da due verdi affluenti sanguigni che si snodano simmetrici, sotto i capezzoli a riposo, in un corto ventaglio di rami.
    Di quanti baci coprirei la tua bocca socchiusa! Più di quanti ne ebbe Lesbia da Catullo nella più lunga notte. Ma le mie labbra sarebbero veleno se uccidessero il sonno, che non so più a chi appartiene.
    E tu sei come un cucciolo adorabile che respira col pancino e s’accuccia con il muso nel risvolto dei calzoni.
    Sei una fatina celeste consapevole di essere rimasta vittima dei tuoi stessi incantesimi, ora che al mio fianco nuda mi sorridi.
    Ah, se ogni sguardo crudele celasse sempre un’estasi così piena, così densa di nettare divino, in attesa d’invadere chi la liberi dalla sua cella di cera, inviolabile nella sua delicatezza, ma fragile, anche se dipinta d’ingannevole cornice metallica.
    Ti stai spegnendo luce divina. Pian piano calano i tuoi larghi raggi e alla tua ombra rinforna la monotonia di sempre, la nuda realtà deprimente di un tappeto lurido di polvere.

  • Ieri alle 13:23
    la bocca piena di niente

    Come comincia: Ero rientrato da qualche ora dopo un lungo viaggio in macchina, feci una doccia veloce, riposai qualche minuto ed appena la luce cominciò ad ingrigire dalle fessure della veneziana decisi che era il momento di andare. Misi il mio precision del '72 nella custodia rigida e la chiusi solo dopo essermi assicurato che non mancasse nulla, accordatore, cavo, tracolla, muta di emergenza rotosound, plettri dunlop tortex 0.73 con la tartaruga. Caricai tutto e mi avviai in macchina verso la sala del concerto, il soundset music room. Una sala ricavata sotto un negozio di dischi a pochi passi dal centro, non lontano dai binari della ferrovia e dai capannoni delle poste centrali. Il colore dominante era il nero, lo erano le pareti, il pavimento, il palco. Quando arrivai il fonico aveva già finito di montare tutto, luci comprese, quattro teste mobili tipo wash con pannello 18 led. Dalla backline mancava solo il mio ampli. Mi aiutarono due metallari beccati sulle scale a scendere cassa e testata. Soundceck fatto in men che non si dica. D'altronde eravamo sei band, dieci minuti a gruppo per fare suoni e volumi, così come i cambi palchi durante la serata.
    Non mi sentivo molto carico ma il preserata passò liscio e veloce tra sei o sette rum e la dubstep del dj grassoccio e occhialuto. Non male il tizio!
    Comincia la prima band hardcore, il cantante supertatuato si dimena, la gente balla, poga e fa a spallate. Cambio palco e via la seconda band hardcore, il cantante supertatuato si dimena, la gente balla, poga e fa a spallate. Insomma mi accorgo che le band cambiano sul palco solo grazie ai loghi video proiettati alle loro spalle, ma tutto sommato non mi dispiace questo indistinto ruminare fatto di doppia cassa, bassi che sembrano chitarre e cantanti che urlano come maiali sgozzati. Nessun messaggio, nessuna distrazione, avanti un altro. Poco male, di ruminare in ruminare arriva il nostro turno. Mi trascino malconcio e brillo verso il palco, mi ci arrampico a fatica, imbraccio il mio _P, l'ampli è già caldo, infilo il jack, attivo il muff e farfuglio due parole sul quanto fossi felice di stare li, che odiavo i giornalisti venduti e la lega... le persone giù urlano, applaudono, non avevano capito nulla ma erano d'accordo. Cominciammo a suonare, le note e le parole uscivano da sole, impetuose come un mare in tempesta. Sudo. Devo spogliarmi. Due secondi per riprendere fiato ed asciugarmi con la maglietta già fradicia, un sorso di rum e via a raffica altri due pezzi. Ancora due parole sulla guerra e i violenti attentati che in quel periodo insanguinavano le strade di mezzo mondo e giù l'ultimo pezzo. L'adrenalina e l'alcol avevano totalmente invaso in mio corpo, mi sentivo annebbiato e confuso, ma maledettamente carico. Lascio il _P macchiato dal sudore al mio chitarrista che lo ripone delicatamente nella sua custodia, scendo dal palco senza usare la scaletta, un'ultima occhiata al basso quando qualcuno mi sussurra qualcosa all'orecchio “quante possibilità ho di infilarti la lingua in bocca stasera?”. La sua voce fu il primo suono a vibrare nell'amorfo silenzio di quella sorda oscurità, la prima scintilla di coscienza in quell'universo addormentato (cit). Mi giro, era lei, Lilith, bella e pericolosa come la guerra, irraggiungibile come un miraggio in pieno deserto. I lineamenti ribelli del suo viso erano eccentrici e sinuosi allo stesso tempo, incorniciati da un caschetto nero, unica nota il suo naso, grosso e storto, ma portato con una tale fierezza da sembrare scolpito dal miglior Sammartino in piena estasi da cristo velato. Sempre mi ero sentito in difficoltà di fronte a lei, la sensazione che provavo era di disagio, sembrava scrutasse ogni mio pensiero come fossi sotto esame. Lei possedeva la qualità più sexy di tutte, la formula alchemica più arrapante che avessi mai sperimentato, l'intelligenza, lo era, e lo era sopra ogni media. Io lo percepivo a pelle. Balbettai qualcosa del tipo “non so, decidi tu”. Mi prese una mano e mi trascinò nei camerini dietro al palco, non ci vide nessuno, entrammo in uno dei cessi, mi baciò con foga, provai a sfiorare le sue minuscole tette, ma non ci riuscii, ero impacciato come mai prima, indossava un body infilato in jeans strettissimo e stivali tacco dodici forse. La mia cintura non oppose alcuna resistenza, si inginocchiò, mi tirò fuori il cazzo e lo agguantò tra le labbra. Non so esattamente quanto durò il tutto ma ebbi la sensazione che il tempo passasse velocissimo. Non capivo, lo desideravo ma non lo volevo. Era bellissimo ma lo detestavo.
    Finii per odiare definitivamente quell'incontro, così fugace, fatto di una effimera complicità e di un precario e finto interesse. L'unico lucido ricordo che ho di quel momento sono le parole con cui mi salutò “spero di non averti spompinato troppo bene, l'ultima volta il tizio a cui lo avevo fatto mi ha cercata per anni”.
    La chiamai nei giorni seguenti, volevo parlarle, non di quell'incontro, non di quel pompino, non mi interessava, volevo solo parlare con lei, ascoltarla, sentirne la voce, memorizzarla, amarla. Volevo perdermi sulle linee del suo volto, nella sua schiena e nelle sue parole. Si negò e da quel momento ogni volta che mi parlava la sua bocca si riempiva di niente.

  • Come comincia: Certo è che si viveva da bambini senza tanti stress come adesso.
    Ultimamente, però, e penso che sarà l’età, mi accade spesso di mettermi a letto la sera e di non addormentarmi subito e mi capita di pensare ai fatti miei e della mia famiglia e ai miei morti.
    Certe volte , anzi parecchie volte, vado indietro nel tempo a quando ero bambino, proprio ai primi anni della mia vita.
    L’altra sera mi è venuto in mente, parlando di un caro amico venuto a mancare ancora giovane, di come si viveva semplicemente e genuinamente a Melito, ma, soprattutto, al Paese Vecchio, quartiere a me caro, essendovi nato e avendovi vissuto l'adolescenza.
    Ai miei tempi di bambino, il Paese Vecchio penso fosse abitato da più o meno un migliaio di persone e le case (allora di meno) sembravano, messe tutte in fila, quasi tutte uguali. Ricordo che a mezzogiorno in giro non c’era nessuno perchè eravamo tutti a casa intorno alla tavola.
    Nella mia famiglia eravamo in nove e ogni giorno sembrava di essere in un asilo, tanto eravamo piccoli dato la differenza d’età minima.
    Dal mio prozio Costantino, lo zio di mio padre che aveva anche la stalla, d’inverno eravamo tutti dentro a sgranocchiare granturco, a giocare a carte, a riscaldarsi, perché allora faceva più freddo, oltre che con il braciere anche con il respiro del vitello e della capra che mio zio ogni anno pasceva per venderli alla fiera di Porto Salvo, allora la più grande del circondario melitese.
    Mio padre mi raccontava che tanti anni prima si era ricchi se si avevano due buoi e un cavallo, un carretto ed un carro per il trasporto dell’uva e del fieno che si vedevano ancora allora.
    Dalle parti di mio zio, i cortili erano quasi tutti uguali e noi bambini scorazzavamo in mezzo alle galline e talvolta anche ai conigli.
    Ricordo, con grande nostalgia, quando mio zio e mio padre e le sue sorelle preparavano il vino con l’uva della vigna che mio zio aveva in società con sua cognata, la zia Cata, come la chiamavamo, colona di una famiglia di Reggio della quale adesso non mi sovviene il nome.
    C’era allora tanta allegria ma anche un gran movimento e si lavorava duro; anche noi bambini, tantissimi tra io e i miei fratelli, i cugini del Belgio, di Gallarate e di Milano che scherzando e cantando, insieme ai grandi ballavamo sui grappoli, scalzi, nelle tinozze nel largo davanti alla casa colonica fino a notte inoltrata, mezzanotte, più o meno.
    E poi a lavarci le gambe con l’acqua calda a toglierci le bucce che ci rimanevano attaccate alle dita dei piedi, facendo un enorme baccano, di quanto ci divertavamo.
    La zia Cata, nel pezzo di terra che aveva in dotazione, seminava anche il grano, i fagioli, piselli, pomodori, patate: un po’ di tutto insomma.
    E non parliamo degli alberi di frutti di tutti i tipi che aveva e che per noi ragazzi erano la manna del cielo, certe volte attaccati agli alberi come le scimmie.
    La cosa che mi piaceva di più, a quei tempi, era che ci conoscevamo tutti, essendo in un rione e noi giovanissimi davamo del “voi” agli anziani con più rispetto di adesso, e se c’era una ricorrenza o un decesso di qualcuno, eravamo tutti presenti, “randi, riddhi e picciriddhi”, come si soleva dire allora con più frequenza.
    Era veramente un’altra cosa (rispetto ad ora che purtroppo non è più di moda) il fatto che ci conoscevamo tutti, ci davamo una mano l’un l’altro; ci si voleva bene, insomma.
    E che tranquillità, che pace e che cordialità, cose che un pò adesso vanno scomparendo ad una velocità impressionante.
    Ora, com’è sotto gli occhi di tutti, ci sono tutte le comodità. Ci si è arricchiti: cellulari, televisioni con parabole grandissime, computers, auto di lusso, eleganti ville.
    Anch’io quasi mi annovero tra questi, a parte l’elegante villetta ed un’auto sportiva invece che di lusso. 
    Ci sono più case, poche vigne, il vino c’è sempre, quattro banche, tantissimi negozi.
    Dove c’erano le stalle, lassù al Paese Vecchio, ora ci sono case nuove ed anche dei garage, da come ho notato ultimamente ed in più è stato, diciamo "abbellito", come il resto della città.
    Il benessere, se così vogliamo chiamarlo, rispetto ad allora, ha cambiato la fisionomia del paese e, soprattutto, della gente.
    Ho abitato in seguito al centro di Melito ed avevo notato che non eravamo più vicini come allora, neanche adesso per la verità e ognuno si faceva (e si fa) gli affari suoi.
    Stabilire s’è meglio adesso o allora? Mah! Non saprei.
    Io sono per il progresso, non esagerato tecnologicamente parlando, come ho detto, però ogni tanto ripensare ai miei e a tanta gente che tanto ha tribolato e lavorato mi fa salire un groppo alla gola e mi stringe tanto forte il cuore.

  • Ieri alle 12:42
    la sigaretta di mezzanotte

    Come comincia: dal mio letto si odono voci, rumori e schiamazzi a qualsiasi ora del giorno e della notte, ma quando alzo la tendina, accendo quell'ultima sigaretta, dal cuscino guardo il cielo stellato, tutto sparisce in una coltre di fumo e la mia roulotte sembra non avere più pareti

  • lunedì alle ore 12:13
    Memphis

    Come comincia: è sabato, è una bella serata, dalla finestra della mia stanza il semaforo lampeggiante illumina a pause alterne la strada umida, non fa freddo, qualche auto passa con a bordo le sue storie, io aspetto una persona speciale. Incurante della zanzara che mi passa davanti sfilo una cartina e fabbrico una sigaretta di tilbury rosso, l'accendo, faccio un tiro, poi un altro, a breve partirò per una nuova meravigliosa avventura, lascerò Memphis per andare alla volta di Memphis, forse tornerò, forse no, senza dubbio porterò con me, nel mio cuore, molte persone.
    Memphis è il posto dove sei ora e That's How I Got To Memphis parla di come ci sei arrivato.

  • domenica alle ore 18:00
    IL PRETE GIOVANE

    Come comincia: La conobbi che era ormai tardi: non avrei potuto far più nulla per aiutarla. Lei era stanca della vita. La strada, il lampione, l’incertezza: non reggeva più il peso delle notti e del darsi via a tutti, a uomini e donne, per danaro. Erano anni che faceva quella vita.
    Ed era ancora una bella donna, appetibile. Però gli occhi tradivano stanchezza infinita, e i clienti rimanevano schifati: non volevano avere a che fare con una che la dava via così, senza un minimo di finta partecipazione.
     
    Io ero un prete, giovane: nutrivo degli ideali, pensavo che la misericordia di Dio fosse infinita e che il mio scopo in terra fosse di aiutare le anime perse, anche quelle prostituite.
    Avevo finito di celebrare messa, quando la vidi. Compresi subito. Feci per avvicinarla, ma lei scomparì subito. Uscii lasciandomi la chiesa alle spalle, ma in strada della donna non c’era già più alcuna traccia. Rientrai. Avevo sentito parlare delle donnine allegre, ma ne sapevo niente in realtà. La vita l’avevo regalata a Gesù e alla castità: e la mia missione era quella di aiutare le anime a ritrovare la persa via. Tuttavia, in quel preciso momento, nonostante animato da una gran voglia di fare, devo ammettere che la strada la stavo perdendo io: ero eccitato, frenesia religiosa, apostolica, e un desiderio impuro che mi premeva fra le gambe portando angoscia al petto. L’avevo vista per una frazione di pochi secondi: era una donna bella, matura, bionda, alta, una madonna viziosa dagli occhi stanchi, profondi come un cielo di nuvole.
     
    Non lo terrò nascosto. Non la tirerò troppo per le lunghe. Subito, ecco, la confessione: lei è tornata, una due tre quattro cinque sei volte, e alla settima siamo andati a confessarci insieme, a letto. Non avevo mai ascoltato i peccati, così, con tanta determinazione nella carne. Il settimo giorno Dio si riposò, io no. Non mi ha rubato nella cassetta delle elemosine: voleva solo un povero cristo come me che l’ascoltasse e che facesse finta di asciugarle le lacrime con un fazzoletto nero. Amava che l’amassi gridando “Sodoma!”: le piaceva prenderlo lì, dabbasso. La figa non la smollava facilmente. Non le piaceva: troppo intimo, così si scusava. “Amami per quello che voglio io!”: così diceva, non si stancava mai di ripetermelo. A ogni occasione, fosse giusta o sbagliata. Era stanca come un cimitero. Affascinante come un cadavere seppellito da poche ore e subito riesumato per un capriccio di… Se di Dio o degli uomini, non è importante.
     
    Ora capite anche voi che non avrei potuto davvero far di meglio per lei. Marlene era bella. Era la fede. Un buco. Una solitudine. Una scopata. Era l’amore di Dio, e degli uomini, di quelli stanchi e sconfitti. Come prete non potevo chiedere altro. Perché allora mi sentivo in colpa? No, non era colpa quella che nutrivo in seno. Io non ero peggiore di quelli che se l’erano fatta prima di me pagandola e pestandola. Ero migliore: asciugavo le sue lacrime se non altro, le benedicevo e le bevevo.
     
    Non fu una relazione difficile come qualcuno potrebbe pensare: si era negli anni Sessanta e la società era troppo impegnata per preoccuparsi di me. Gli anarchici cadevano dalle finestre: c’era in giro troppa confusione perché qualcuno si occupasse d’un pretino e d’una puttana sulla quarantina che non poteva esser detta neanche ‘bocca di rosa’.
     
    “Quanti anni hai?”
    Lei, senza imbarazzo: “Ormai quaranta.”
    “Li porti bene.”
    “Me li sono fatti, bene o male. E’ diverso.”
    “Dove li trovi i tacchi alti?”
    “Non è difficile. Il diavolo, oggigiorno, fa pentole e coperchi. Si è adeguato.”
    “L’avevi fatto con un altro prete, prima di me?”
    “No. Tu sei il primo vergine che mi sbatto.”
    “Capisco. Perché proprio io e non un altro?”
    ”Avevi una faccia da coglione. Più degli altri.”
    “Avevo! Ed ora?”
    “Non sei troppo diverso dagli altri uomini.”
    “Però non ti pesto.”
    “Ho conosciuto uomini che mi hanno pestata a sangue e che mi hanno amata bene.”
    “Allora vorresti che anche io…”.
    ”Non sto dicendo questo. Poi, tu già sferri pesanti colpi di cilicio alla mia anima. Credi che non me ne sia accorta? Mi scopi, sì. Ma pensi sempre che sono una puttana.”
    “E’ quello che sei.”
    Cambiò discorso, su due piedi. “Mi dovrei depilare le gambe. Ce l’hai un rasoio pulito?”
    “Aspetta.”
    Le passai un rasoio di quelli usa e getta. Lo prese. “Leccami le gambe!”
    Obbedii. Leccai le sue gambe, fino alla sacra sacrestia. Più e più volte, fino a non avere più un solo goccio di saliva in bocca. In compenso avevo i coglioni pieni di sborra. Credo d’esser venuto almeno una volta mentre leccavo la sua pelle. Lei però non si fece scopare. Lasciò che la guardassi mentre tagliava via i biondi peli dalle sue lunghe gambe. Mi lasciò così. Non voleva il picciuolo del peccato né in culo né nella figa.
    “Ho goduto abbastanza mentre mi preparavi per la depilazione!”
     
    Messa la dicevo come sempre: i fedeli, pochi. I rossi, poi, quelli in chiesa non ci venivano manco morti. Non è che avessi molto da fare: ufficiavo, pulivo la sagrestia, raccoglievo qualche sdentata confessione, e il resto del tempo lo passavo con Marlene. Nessuno si era accorto di nulla: sarà stato perché lei era stanca e veniva ma senza vera partecipazione.
    “Quanto durerà?”
    “Il tempo necessario.”
    Non mi era piaciuta come risposta, troppo indeterminata: forse per poco ancora, o per sempre. C’era speranza. O misericordia.
     
    I giorni trascorrevano. Agli occhi dello specchio il mio viso appariva, giorno dopo giorno, più normale, lontano da quella castità che mi avevano insegnato in seminario. Ero una puttana, come tutti.
     
    “Credo che tu ne abbia avuto abbastanza di me.”
    “Perché mai?”
    “Ormai sei normale.”
    “Intendi forse dire che non ti eccito più?”
    “No. E’ che sono stanca. Lo ero già quando sono venuta qui.”
    “Questo lo so.”
    “Allora non c’è più ragione perché resti.”
    Ero triste, deluso. Perché se ne doveva (voleva) andare?
     
    Fu dopo che se ne andò e che non seppi più nulla di lei: presi a depilarmi le gambe, ogni settimana.
    “Amami per quello che voglio io!”: era diventato il mio motto. Lo ripetevo in ogni sermone. Ce lo mettevo dentro a forza, anche se era fuori contesto; e solitamente era sempre fuori. Non seppi aiutare né lei né me stesso. Ero diventato stanco, come lei, prima che me ne rendessi conto, veramente. Prima che accettassi la verità d’essere una puttana ma stanca. La stanchezza, questa la sfumatura sul mio viso che non avevo saputo cogliere allo specchio.
    Sono stato io, io a prostituirmi a lei.

  • domenica alle ore 9:26
    Sogni divisori

    Come comincia: “Dei miei sogni tu non lecchi nemmeno le cornici” vorrei gridarle in faccia quando inarca quel suo sguardo di sufficienza. Sostiene di avermi sposato per pietà, lei, e lo pensa davvero. Ma confonde i termini. Si, anche quelli più comuni. Alcuni li confonde, di altri se ne forma un concetto tutto suo, completamente deviante. Non per spirito demiurgico, né per esasperato anticonformismo, ma perché è così che assorbe la sua mente. Non crediate sia una stupida, al contrario.
    Vent’anni fa apprezzavo questa sua caratteristica, la consideravo un vezzo originale, e le ore insieme passavano liete e veloci.
    A volte afferma di aver pietà persino di Dio. E lo dice seria, quasi con disprezzo. Chi è Dio per lei? Forse un insetto alato che ci segue ovunque e non muore mai, non annega in litri di insetticida pestifero, che ci turba il sonno di notte e ci infastidisce la quiete nell’olio lucente sotto il sole d’Agosto? “E’ lui che ha creato il mondo?” le chiedo “Perché no?” è la sua risposta. Poi sorride, beve un sorso dal mio whisky e corre via dalle mie ginocchia, va a tuffarsi in piscina.
    Quando ho smesso di compiacerla, ho tentato invano di scoprire la sua logica. “Dovrà pur seguire una dannata logica, per quanto bizzarra” dicevo a me stesso studiando le sue frasi assurde, quegli accoppiamenti isterici, assaporando la gioia di averla in pugno, una volta scoperta la chiave. Ma, o logica non ha, oppure è mia la colpa e dunque, continuerà a volare libera con quel suo battito per me incomprensibile e per giunta fastidioso.
    Non posso fare a meno di riferirvi le nuove di stamane. Ha definito il rumore del martello pneumatico come “soave armonia di ricotta che ingolfa”. La mia pelle al tatto le sembra “acqua che non muore e scorre maculata in un cantico ancestrale”. I colori “forme danzanti che serpeggiano in estasi disgiunte”. L’odore di cipolla nel sugo “fumo gaudente sugli zigomi lunari”. Bo! Sarà l’incarnazione di un simbolismo rozzo, di un ermetismo estremizzato a tangere i confini della follia, o del nonsense, fine dunque a se stesso, barriera impenetrabile per mantener celato il vuoto, che fa male e sarebbe distruttivo se lasciato libero di attrarre occhi estranei. Ma questa è un’interpretazione fin troppo personalistica, tipica di un certo moralismo critico, puntuale nella sua logica associativa, analitico nel filtrare persino l’incomprensibile dal comune denominatore del proprio metodo. E ciò è senz’altro un limite allo sforzo di capire il diverso da se, anche se a volte è bastevole a sostenere un placido armistizio autoipocrita, che dirige senza attrito alla noia, veicolo a sua volta di autocritica. No, il diverso da se non è per niente chiuso. Inutile la ricerca di una chiave nel groviglio tintinnante. Diversità vuol dire vita. La chiave che cerco serve per aprire i cancelli del mio carcere, che ho eretto io stesso, credendo che le sbarre fossero della stessa mia pelle. Comunque sia, quella maledetta chiave non la trovo. Mi chiedo: “Perché persistere nella ricerca, quando potrei saltarlo quel cancello, o farlo scomparire con la bacchetta di Morgana?” Ma è troppo alto e il cielo con me non è mai stato prodigo. E a questo punto del discorso, tutto stringe verso un passo inevitabile: il suicidio.
     
    Qualunque Nostradaminus l’avrebbe previsto. Non poteva durare fino alla fine la nostra pur strana relazione. Gli ideali erano puri, ma il marcio era già trapunto nelle ossa, anche se invisibile vent’anni fa. Bella idea fu isolarsi dal mondo in questa reggia! Prima di incontrare lei ero rassegnato ad accettare la solitudine imposta dal mondo alla mia diversità. Forse ero io a condannarmi diverso – ma le condanne che contano sono quelle a cui crediamo – a vedere il mondo come una putrida marea. Gli altri non erano individui, ma gli addendi di una massa uniforme.
    I suoi discorsi mi folgorarono. Usava i miei stessi concetti, le mie parole. Era come guardarsi in uno specchio: due gocce d’olio in un oceano. Lei poi intercalava qualche suo vezzo, per non concedermi la fine di Narciso.
    La sposai subito, quella sera stessa. Similia similibus curantur. Eravamo troppo simili nell’intimo, quindi, per non morire di noia, ci imponemmo una diversità forzata. Quel compito lei lo ha assolto con troppo zelo e probabilmente non ci incontreremo più.
    Avremmo dovuto considerarla un’illusione leggera, di passaggio, darle un morso energico che ci guarisse entrambi, senza ingozzarci sino al vomito, senza scoprire il marcio di proposito e ostentare al palato la freschezza.
    Neanch’io ho retto e ora la odio. Vorrei che scomparisse. Ma è sempre presente in ogni attimo di vita. Dove ci conduce l’amore, l’odio, la sopportazione, verso qualcuno che crediamo pazzo?
    Attento!
    Il carro di mimose trasmuta blandizie nell’uragano fetido. Durante un lungo sguardo di porpora, la linfa ci esclude dai pori lavosi e scende in un golfo di panna, che inchioda la gola di un rettile.
    Onde di melma dorata trascinano trucioli ardenti nel sacro e sfondano il battito assurdo di ghiande policrome, forate dall’ozio solenne di un’unghia di pollice. Basta un’ipotesi e tutto s’incrina ed assume il fetore dell’asma. Ma è solo un forzato capriccio, un inutile sfogo di piaghe, che gli occhi trapiantano in mare.
    Sul cuore di note solari il vento non osa trascendere avanzi di china, non sputa diritto sul tempio che incaglia le ali assassine.
    Un patibolo è appeso alle pale di un pino, legato coi ricci sfibrati di cagne. Le pale rimuovono l’afa e una danza uniforme di spighe accerchia ribelle quest’oasi di pianto lubrico. I cirri soltanto son fermi nel vuoto. Ancora un deserto di frasche, e il candido volo di puerpere esauste si sfrena nel tasto estroverso.
    Un galleggio di bitte erompe sul quadro fregiato da strenne pendenti.
    Il sonno allontana la morte, ma quella riemerge dall’ora più fresca. La luce! La luce si accende, la luce sul volto che brucia, avanza la luce e, come una voce superba, tuona la fine…
     

  • domenica alle ore 8:17
    Colori d'Autunno

    Come comincia: Fin dai primi nostri viaggi in Valle d'Aosta Mario mi aveva fatto notare come il paesaggio cambi repentinamente a Quincinetto dove si entra in galleria in un panorama di pianura, e all'uscita dalla galleria improvvisamente si apre la valle con le sue montagne che gettano la loro ombra fin sull'autostrada. Molto più vicine e selvagge a sinistra, più lontane a destra dove i paesi si susseguono numerosi lungo la strada statale che conduce ad Aosta. Anche quel mattino d'autunno del 1984 percorrevamo in auto l'autostrada e sapevamo quale sarebbe stato lo spettacolo all'uscita dalla galleria. E lo spettacolo della natura era veramente sconvolgente, mai come quel mattino avevo guardato i colori venirci incontro, i colori delle foglie degli alberi e di tutta una vegetazione selvaggia e incombente che ci offriva tutte le tonalità del giallo, del verde, del marrone, del rosso. La natura ci avvolgeva nella sua meraviglia e ci lasciava silenziosi e ammaliati. Ma quella mattina c'era qualcosa d'altro che percepivo nell'abitacolo, qualcosa che assomigliava al dolore, all'angoscia. Il silenzio di Mario era diverso dal solito, era un silenzio che mi obbligò a spostare lo sguardo verso di lui. E lui aveva gli occhi, quei suoi occhi così particolari, pieni di lacrime.
    Cosa c'è, Mario cosa c'è. Non mi rispose subito, ma poi...Sto pensando che non vedrò più tutto questo. Non potevo aiutarlo, non c'era niente che potessi dire perché anch'io sapevo che era vero. Ormai gli attacchi di angina erano quasi giornalieri e ho ancora nelle orecchie il rumore delle pastiglie di trinitrina che teneva sempre in tasca. Non c'era davvero niente che potessi dire, e così mi limitai ad accarezzargli un braccio, arrabbiata per la mia inutilità, la mia impotenza.
    La nostra auto continuò il suo viaggio lungo l'autostrada, accarezzata dal tiepido sole autunnale, e, a tratti, dall'ombra delle montagne. Montagne all'improvviso tristi, colori all'improvviso sbiaditi.
    Per Mario non ci fu un altro autunno.

  • venerdì alle ore 7:32
    Odio il color celeste

    Come comincia: “Che ne dici di questo celeste?” E' la voce della mia compagna che mi scatena un'angoscia profonda, un'eco che ha degli anni, una ferita infantile. I bimbi, che noi, spesso sottovalutiamo nella loro immensa intelligenza, sono esseri che nel loro cervello possiedono già tutto, intuizione, senso estetico, giudizio. Avevo cinque anni e convivendo con una moltitudine di parenti in una grande villa, a Serravalle Scrivia, sfollati per i bombardamenti di Genova, i miei giudizi su ognuno di loro, restarono intatti per tutta la vita. Li avevo capiti, conosciuti profondamente a cinque anni! Torniamo al color celeste: un' angoscia. Ho un quadro sfumato, mancano volti, ma sento voci attorno a me. C'è luce. Deve esserci in programma una festa importante, se siamo venuti in paese dalla sarta Cipollina (quanto mi piacque questo nome da favola), una ragazza svelta, allegra, che si aggira nella luce di una stanza, tra stoffe e spilli. Sino allora era stata nonna Amina a cucirmi i vestiti, con ritagli di stoffe in disuso. Lo faceva per tutta la famiglia. Non ricordo, vi dicevo, l'importanza della festività che ci attendeva. Ma penso che con me ci fossero tutte le donne giovani di casa, mamma e sua sorella Maria, a giustificarne la singolarità. Anche loro avevano prove da fare. -“Ora, la camicetta di Lucio!”- La vedo ancora, dopo sett'anni! Ne ricordo il colore, quel celeste sbiadito, da manico di spazzolino da denti, il tatto rugoso, quella plasticità cartacea, che si poteva modellare. -“E' organza, organza, che lusso, Lucio!”- Sono già in dubbio atroce. Mi viene fatta indossare con cura da Cipollina. -“Guardatelo come è carino!”- Sento di defilarmi da quel complotto. Le maniche, corte, a sbuffo, mi impediscono di stringere le braccia al torace. Mi sento goffo. C'è uno specchio a riflettermi a mo' di paggetto da favola. -“Così, tienle un po larghe le braccia, altrimenti, si rovinano gli sbuffi”. Quanto è carino Lucio!”. - Provo un senso di odio generico per quella costrizione.

    Ad un'analisi del mio disagio, che ancora provo, mi affascina il senso estetico e soprattutto l'appartenenza ad una mascolinità, che non è poco, per un bimbo di cinque anni.

    l.p.r.

  • Come comincia: Nei primi giorni di novembre e soprattutto l’11 novembre in tutte le cantine enologiche si aprono le botti e si festeggia il cosidetto ‘’vino novello’’.
    Io, essendo divenuto cliente, fui invitato il 9 novembre 2008 dalla premiata ‘‘Azienda Vinicola Malaspina’’ e ci andai più per curiosità che per altro.
    Certo è che non basterebbero solo tre parole per descrivere l’ avvenimento come quello di quella sera che anche quest'anno, ed anche l’anno scorso (ancora invitato ma essendo convalescente a causa dell’incidente occorsomi declinai l’invito), sono stati senza dubbio un incontro misto di cultura popolare e di gusto che se dovessi sintetizzare direi : uomini, incontro, bellezza di ogni tipo.
    Quella sera (era la domenica 9 novembre) presente per la prima volta in quella prestigiosa (si può benissimo menzionare così) cantina dell' azienda, situata in contrada Pallica di Melito di Porto Salvo, andò in scena l’apertura delle botti per il "Novello 2008".
    Ricordo che il programma alla fine fu ricco di angoli golosi, momenti di riflessione e tavoli di veri e buoni prodotti gastronomici e fu davvero un incrocio di pensieri e, senza dubbio, emozioni.
    Non fu secondo me una semplice vetrina del vino e prodotti buoni e genuini e non solo piacere per il palato ma una passerella per uomini e donne che hanno elevato sicuramente il gusto di partecipare alla serata.
    Quella sera ad ogni tavolo (sui quali vi erano esposti i formaggi, i salumi, le zeppole, le olive di tutti i tipi) a cui mi avvicinavo per assaggiarli mi capitò d'incontrare i volti di persone conosciute da sempre di cui conosco la loro storia personale (e che a loro volta conoscono la mia) e di molti la fatica del proprio lavoro.
    Devo dire veramente che per me fu un viaggio oltre che per aver rinforzato vecchie conoscenze e aver fatto qualche nuova amicizia anche di un momento che si è riempito di significati che vanno oltre la semplice offerta della specialità enologica.
    Belli quegli incontri e con le storie di alcuni, quelle strette di mano e abbracci tra i visitatori e fra il produttore don Consolato e i visitatori sotto gli occhi soddisfatti della moglie e dei figli.
    Tra quei semplici tavoli dentro la cantina respirai veramente l’aria pulita del dialogo e la narrazione (mai pomposa) delle tradizioni che lì (come dappertutto in Calabria) diventano sapori e soprattutto delle nostre origini che si tramutano quasi sempre in vere lezioni per il presente.
    Mi divertìi a chiacchierare in mezzo a quei tavoli e penso che non solo per me ma per tutti quell’incontro fu curiosità tramutatosi in allegria e naturalmente giovialità.
    E’ stato proprio cibo per l’intelletto e per il cuore quello che ci regalò il patron della manifestazione, Consolato Malaspina, organizzando con capacità quella serata coll' intento (da quello che capìi,)di esaltare la tavola come momento della partecipazione e dell’unione tra gli uomini, salvaguardando, con competenza, il piacere per il buon vino e i nostri prodotti gastronomici.
    Quindi presentazione e pubblicità del vino ma anche incontro di uomini, famiglie, storie, eseguite con bravura da un uomo sempre proteso all’accoglienza, all’ospitalità, alla ricerca continua del rapporto umano in una società melitese (a mio modo di vedere) dove è sempre più difficile incontrare uomini che ascoltano e che si aprono al rapporto.
    Il signor Consolato quella sera mi dimostrò che non è solo un ottimo produttore di vino ma (per quanto io poco lo conoscessi) un uomo pieno di qualità umane e se oggi da Pallica e dalla sua azienda (il primo sono io) transitano e si fermano tantissime persone, il merito è dovuto soprattutto a lui e a questa sua capacità.

  • 14 aprile alle ore 17:12
    NON È MAI TROPPO TARDI!

    Come comincia: ‘Addrumate torce e lumere cà se cannuce ù sticchio ma muière.’ Detta da un siciliano nel suo dialetto fa una certa impressione anche perché non mi risulta che i ‘trinacri’ abbiano una mentalità propriamente ‘svedese!’ ma tant’è! Questa frase, non comune, era venuta in mente ad Alberto M., maritato con Anna,una mattina appena alzato dal letto, forse era ancora un po’ assonnato, fatto sta che la cosa non piacque all’interessato il quale, dall’alto dei suoi 81 anni,  talvolta si domandava se il suo cervello semplicemente andasse a sprazzi o se il temuto Alzheimer avesse fatto passi da gigante nella sua materia cerebrale come era accaduto ad un suo amico peraltro più giovane di età. Una storia simile gli era accaduta anche la mattina seguente  mentre si recava in bagno per una necessità impellente propria della sua età: due vocaboli nella sua mente: ‘carbossile e ossidrile’ si ‘carbossile e ossidrile’ che, se non ricordava male, erano due composti chimici e quindi una reminiscenza scolastica che non avevano nulla a che fare con la realtà bah…preoccupante anche se il suo medico di famiglia,  la medichessa Concetta F., peraltro bravissima e sempre presente lo aveva rassicurato: “non sei ancora nella via del rinc..to.” Ma anche se, in altra maniera, le ‘reminiscenze’ seguitavano a perseguitarlo con il ricordo di sprazzi della sua vita giovanile e meno come , per esempio, il suo primo approccio con l’altro sesso: agosto 1944, in piena guerra, a Cingoli (Macerata) fraz.S.Anastasia dove era sfollato in casa di uno zio acquisito insieme ad alcuni suoi familiari. La sua famiglia, peraltro benestante, non era la sola della categoria degli sfollati: nel vicino casermone  di quattro piani di proprietà  dello zio Camillo (che abitava in una villa a Cingoli città) avevano preso alloggio stabilmente varie nuclei di anconetani i cui capi famiglia erano tutti pescatori ma in quel maceratese, non potendo esercitare la loro professione, bighellonavano da mattina a sera in assenza delle legittime consorti in giro nella varie frazioni a guadagnarsi il pane (e il companatico) con il mestiere più antico del mondo. La piccola Alda, 12 anni, non potendo seguire, per ovvi motivi, le orme della madre, giocava spesso con Alberto. Un giorno gli chiese di vedere il suo ‘uccello’ in cambio della veduta della sua’gatta’. Imbarazzatissimo il piccolo Alberto aderì alla per lui inconsueta richiesta contraccambiato da Alda. Alla visione di quel buchino circondato da peli il ‘pisello’ di Alberto diventò molto duro con sorpresa dell’interessato che non seppe spiegarsi il fenomeno (erano altri tempi). Parlando con Follì, il figlio del contadino Peppe, Alberto ebbe svelato il segreto…qualcosa del genere lo aveva immaginato ma solo,in linea teorica. Un giorno pensò bene di mettere in pratica quanto appreso, si recò al quarto piano dove alloggiava la famiglia di Alda che ritenendo che la baby fosse sola ma invece, aprendo la porta della camera da letto ebbe la visione di due maschietti nudi col coso molto più grande del suo che a turno lo infilavano nella gatta di Alda con grandi risate da parte di quest’ultima. La sua intrusione non fu gradita dai due maschietti  che lo cacciarono in malo modo. A pranzo Alberto accusò un ipotetico malore e, a stomaco vuoto, si rifugiò nella sua stanza da letto. Nei giorni seguenti, dopo aver frequentato la scuola elementare, la solitudine fu la sua sola triste compagna sinché un pomeriggio, affacciandosi alla finestra…una visione: una ragazza alta, di circa diciotto anni stava zappando l’orticello dello zio Fefè (il padrone di casa). Scese le scale di corsa, si presentò e venne a sapere che la cotale si chiamava Spera ed era figlia del contadino che conduceva il terreno di suo zio. Certo all’inizio era perplesso. Spera non aveva nulla in comune con la ragazze del luogo: alta, bionda, occhi azzurri in contrasto con la caratteristiche fisiche delle sue pari età basse, grasse, e more ma in fondo la preferiva così. Fece amicizia nel senso che la guardava mentre lei lavorava ed un giorno le propose di farle delle foto, una sua passione, aveva scovato una vecchia ‘Kodak’ quadrata, la pellicola se la fece comprare dalla zio Fefè a Cingoli ed un giorno si presentò baldanzoso dinanzi a Spera che fu ben felice di farsi fotografare in pose varie anche con la gambe in parte scoperte. Non volendo far conoscere quel suo segreto ad altri, una mattina , col permesso della zia Lilli sorella di suo padre e moglie di Fefè si recò a Cingoli con Concetta, la madre di Spera, che doveva effettuare delle spese. Al fotografo perplesso per la sua giovane età mostrò il denaro necessario per lo sviluppo e la stampa delle foto. “Vieni fra due ore.” Ripresentatosi puntuale in negozio: “Chi è questa bella ragazza?” chiosò il curiosone, “mia cugina…”. La mattina seguente pigiò la scuola e si presentò all’interessata con le foto. Spera al principio rimase basita, mai era stata fotografata e poi abbracciò e baciò Alberto con molto slancio tanto che il suo pisello… “Non so come ringraziarti, dimmi quanto hai speso, il mio fidanzato sarà felice nel vederle, si chiama Oreste e lavora a Troviggiano.” Il mondo cadde addosso al povero Albertone che decise di chiudere col sesso, era troppo sfortunato! Da quel momento (misteri del cervello umano) le reminiscenze mattutine presero a ripresentarsi ogni giorno al risveglio, voglio parteciparvele, in fondo sono divertenti, se non avete nulla da fare! La mattina seguente nella mente gli ronzava una frase: “Scotti e non Scotti…” Si mise a ridere fragorosamente ricordando a che si riferivano quelle parole. In breve: domenica mattina chiesa delle Grazie a Jesi (Ancona) al gabbiotto (non so il nome esatto) si presentò una signora elegantissima che chiese al vecchio parroco di confessarsi: “Don Paolino mi vergogno a dirle un peccato…” “Dio è grande e misericordioso, dimmi pure.” “Ho avuto rapporti contro natura col figlio del mio contadino, un bel ragazzo…” “Ah c’è pure la corruzione di minorenne…per questa volta la assolvo ma reciterà 10 Ave Maria, 10 Pater nostro e 10 Credo,  si vada a sedere su quella panchina vicino all’altare.” Sistematosi il velo nero, la signora si appropinquò alla panchina ma notò con disprezzò che mi erano donnette tutte in male arnese e non tanto profumate, sicuramente contadine. Ritornò indietro dal parroco: “La prego mi indichi un’altra panchina, dove mi ha indicato lei ci sono delle donnette, io sono la contessa Scotti.!” Don Paolino: “Contessa Scotti o non Scotti quello è il banco dei culi rotti!” Non v’è piaciuta? A me si, forse quelli passati erano altri tempi e si rideva con più semplicità. Alberto  la mattina si svegliava ripetendo una frase, un nome o rivivendo situazioni pregresse, talvolta piacevoli altre volte decisamente meno. L’ultima: ‘bacia nicchio’. Penso sia inutile spiegarvi, anche se non siete siciliani, cosa voglia alludere quella parola: per gli omo nulla di interessante ma per etero…Ebbene  l’epiteto era stato affibbiato all’Albertone, allora brigadiere della Guardia di Finanza a Lipari dal maresciallo comandante della locale Tenenza, il motivo? Una forte invidia per il suo successo in campo femminile ma, in senso traslato, voleva dire: imbecille! Altra mattina, nuovo numero come si diceva al circo equestre ai tempi che furono. Bambino ancora nella pancia della genitrice: “Mammina  stanotte  mi si è avvicinato un coso brutto che prima  mi ha spinto e poi mi ha pure sputato in faccia! Chi era?” E chi era? Vallo a spiegare ad uno che ancora deve nascere. “Non ti preoccupare , era mammina che faceva pulizie dentro la vagina.” (Pulizie un cazzo, si era proprio il coso di papà.) Tutto sommato erano pensieri fantasiosi che esprimevano la mentalità non  certo puritana del padrone dei sogni.  ‘Nuovo giro, nuovo numero’ avrebbero chiosato un presentatore al circo. Il nuovo numero notturno era stata una frase piuttosto seria e impegnativa: “Vedi quella, è la tua ombra, non fidarmi mai di nessuno, nemmeno di lei” Chi l’aveva pronunziata era stato nonno Alfredo vecchio Commissario di P.S. ai tempi del fascismo ora in pensione, a domanda, data le sua non  condividenza degli ‘ideali’ fascisti e dei gesti dei gerarchi che, anche senza particolari motivi, alzavano il braccio destro facendo seguire il gesto con: Viva il Duce!” Decisamente patetici ma guai a contraddirli, erano proprio guai! Il nonno Alfredo era ‘un arbiter elegantiarum’, altezza 1,80, capelli neri,  bombetta, cappotto di castorino con collo di astrakan, fra l’altro un ‘tombeur de femmes’.  Nonno Alfredo aveva messo in guardia il nipote Alberto prossimo ad arruolarsi nella Guardia di Finanza. L’applicazione di quel principio nella vita militare era stata per il nipote motivo per scansare un bel po’ di guai per guardarsi da colleghi disonesti i quali spesso riuscivano a salvarsi dalle proprie malefatte addossando la colpa a più ingenui compagni di pattuglia. Ultimo  episodio, stavolta vero e vissuto nell’attualità: nuova vicina di casa una parrucchiera col marito meccanico, i due erano stati presentati ad Alberto da Mimmo il padrone del vicino appartamento suo amico abitaante a Roma. “Alberto questi sono Rossana e Giacomo nuovi tuoi vicini di casa, provvederanno loro a ritirare la mia posta, dà loro una mano qualora abbiano bisogno di contattare l’Amministratore.” Alberto era stato folgorato (forse il verbo è eccessivo ma era proprio quello che gli era accaduto.) Rossana era una signora circa trentenne, bionda, capelli a caschetto, naso all’insù,bocca invitante ma quello che colpirono il suo vicino di casa erano gli occhi, mai visti di così belli: grigio verdi, luminosi, sempre sorridenti decisamente sensuali. Un sabato mattina che la consorte di Alberto era in giro per spese e Giacomo in officina, il non più giovin signore bussò alla porta della vicina e fattosi riconoscere, fu invitato ad entrare. “Ah giusto lei, Mimmo mi ha detto che era un maresciallo della Guardia di Finanza, io e mio marito abbiamo un consulente tributario che ci ha  creato un sacco di problemi con l’Agenzia delle Entrate, che ne dice di controllare la nostra contabilità, le sarei tanto grata!” “D’accordo mi porti la contabilità a casa mia.” “No resti qui, le mostro i libri contabili.” Avevo tralasciato di dire che madama era in vestaglia, senza reggiseno e senza trucco appariva ancor più bella per non parlare della vestaglia che si era aperta mostrando due gambe favolose. ‘Ciccio’ si era risvegliato di colpo dimenticandosi dei suoi ottantun anni. Alberto era confuso altro che controllare i libri contabili, guardò Rossana negli occhi con faccia ‘chiedente comprensione' e la tale d’impulso prese in mano poi in bocca ‘ciccio’ che dopo poco …Ritiratosi a casa Alberto si rifugiò nel divano piuttosto stravolto: non era più giovane, ormai la vecchia beltade era andata a quel paese, cosa aveva spinto una giovane e bella signora a…Ritornata a casa Anna: “Ti vedo strano.” “Mi son ripresi i dolori alla schiena, prendo una pillola.”      La mattina al risveglio Alberto non ricordava più situazioni o frasi strane, unico suo pensiero la bellissima e deliziosa Rossana che…Cosa poteva aver lei trovato in un vecchio rudere? “Stronzo non ti porre tante domande e divertiti finché…dura!”
     

  • 13 aprile alle ore 13:27
    Quattro amici burloni

    Come comincia: Furio, ragioniere, settantenne ex-bancario in pensione.
    Gina, sessantenne, insegnante in pensione.
    Poldo, cinquantenne, dirigente amministrativo (sarebbe l’ex-segretario scolastico, ma Poldo ci tiene a precisare che lui è dirigente, una persona di tutto rispetto).
    Ferruccio, quarantacinquenne, ingegnere, ricercatore universitario.
     
    Cosa hanno in comune queste persone, oltre che essere persone probe, pilastri della società? Sono vicini di casa, in una palazzina di cinque appartamenti.
    La circostanza li ha portati alla reciproca frequentazione ed a diventare amici.
    In più i quattro amiconi sono dei buontemponi ed amano organizzare scherzi, soprattutto alle spalle del quinto vicino, ultimo arrivato e mai integrato realmente. Inoltre Liliana, la moglie del quinto vicino e proprietaria dell’appartamento, è antipatica e dimostra di avere poco senso dell’umorismo. Quindi è un piacere organizzare scherzi alle sue spalle.
    Liliana è l’unica che lavora per un’azienda privata, sta fuori tutto il giorno, ed è l’unica, al contrario loro, pensionati e dipendenti statali, a rischiare ogni giorno il licenziamento per dismissione delle attività o riduzione del personale.
     
    L’occasione per un divertentissimo scherzo è un’assemblea di condominio. A sorpresa nè Pino, marito di Liliana, nè Liliana si presentano. Furio all’inizio ne è un po’ risentito. Come condomino anziano si ritiene il papà/padrone del condominio e quell’assenza gli sembra un affronto ed un palese disconoscimento della sua autorità. Ma non tutti i mali vengono per nuocere. In quell’assemblea devono deliberare su dei lavori al terrazzo asfaltato. Furio ha portato una proposta di preventivo della sua ditta preferita, Massimo Oro, mentre quell’importuno di Pino, pur assente, ha fatto pervenire un preventivo di una certa ditta Amato che nessuno conosce. Gli amici risolvono di aprire le buste. Accidenti! L’offerta della ditta Amato è di poco inferiore a quella della ditta preferita da Furio. Ma Furio non si perde d’animo. L’assenza di Pino capita a fagiolo! Strizza l’occhio ai suoi amici e presenta la soluzione: sulla linguetta della busta della ditta Massimo Oro scrive: se accettata, la ditta effettuerà uno sconto del 10% sull’offerta. Ed il gioco è fatto. Ora l’offerta della ditta Massimo Oro è inferiore di circa 100 euro a quella della ditta Amato. E Furio con i suoi amici è contento. Hanno fatto proprio un bello scherzo!
    Ma Furio decide di perfezionarlo. Non è necessario informare la ditta Massimo Oro. Convince l’amica che abita sotto il terrazzo che è sufficiente passare una mano di catrame dove l’asfalto è lesionato. Chiunque può farlo. Costo del materiale e della mano d’opera: 200 euro circa.
    Qualche settimana dopo, Liliana torna a casa la sera e suo marito la informa che è passata la signora Gina a portare il verbale dell’ultima assemblea. Liliana, pedante persona ligia alle regole, sale dalla vicina per portarle la ricevuta e per chiedere un attestato di consegna con la data. Sarà che la signora Gina dimentica che è tutto uno scherzo, forse ha paura di qualcosa, fatto sta che si innervosisce ed afferra Liliana per un braccio, la strattona e la spinge verso le scale gridando:<<Io non firmo niente! Mi ridia il verbale!>>.
    Liliana è scioccata. Pino vorrebbe farle presentare denuncia. Ma Liliana preferisce non dare seguito alla cosa.
    Ci pensano i quattro amiconi a dare seguito allo scherzo. Furio detta all’amica Gina una relazione in cui attesta di essere stata presente quando la ditta Massimo Oro ha operato l’intervento, dichiara che Liliana avrebbe voluto farle firmare una dichiarazione che attestava che lei avesse consegnato il verbale in ritardo, che Liliana l’avrebbe aggredita e che Liliana non aveva pagato la sua quota di 240 euro per i lavori al terrazzo. E quando gliel’aveva chiesta?
    Dopo di che i quattro amiconi si riuniscono nuovamente in assemblea. Approvano la relazione di Gina. Approvano e presentano per la prima volta il riparto spese dei lavori già effettuati. In più Furio ha una magnifica idea, che poi è una vecchia idea: dall’ultimo bilancio di condominio approvato da tutti i condomini, nessuno assente, risulta che Liliana è in credito di 140 euro, mentre Gina è in debito di 60 e Furio di 80. Furio fa dichiarare agli amici di considerare “sospeso” il bilancio già approvato in attesa di esaminare la documentazione. Dopo di che impacchettano il tutto in un bel verbale di assemblea e lo fanno pervenire a Liliana.
    Liliana non capisce cosa vuol dire quel “sospeso” e, proprio non ci sa stare agli scherzi, chiede di vedere la fattura dei lavori.
    Niente paura. Furio sa come trattare questi pivelli.
    Liliana riceve un decreto ingiuntivo di 240 euro. I documenti che giustificano tale decreto sono:
    Bollettino di ricevuta compilato da Gina;
    Il verbale di assemblea successivo ai presunti lavori con tanto di riparto spese;
    Riparto spese compilato da Pino 2 anni prima per lavori eseguiti a quell’epoca, incoerente con il riparto degli ultimi lavori.Liliana conclude o il giudice che ha emesso quel decreto è amico loro o era distratto.
    Poi Liliana riceve un altro verbale: gli amiconi hanno approvato un nuovo bilancio condominiale in cui il suo credito di 140 euro è sparito così come è sparito il debito di 60 e di 80 di Gina e Furio.
    Liliana non ci sa stare proprio agli scherzi.
    Presenta ricorso.
    Sono passati 8 mesi dai famosi lavori al terrazzo. Dopo 15 giorni Gina le spedisce copia della fattura dei lavori. La fattura puzza di falso lontano un miglio. È la fattura n.01 del 13-09-2007. L’IVA indicata è del 20% mentre a quell’epoca per quella tipologia di lavori l’IVA era al 10%. Manca la ritenuta d’acconto. Liliana avrebbe ampi motivi per recarsi alla guardia di finanza. Ma, inspiegabilmente, non lo fa. In realtà quello che Liliana vuole è essere lasciata in pace ed in fondo è un cuore buono.
    Ma gli amiconi hanno preso gusto ad organizzare scherzi alle spalle di Pino e Liliana.
    Furio orchestra una lettera in cui insinua che Pino abbia frodato il condominio mentre era l’amministratore di turno e la spedisce ai parenti di Pino ed ai propri.
    I quattro amiconi si ritrovano tutti riuniti davanti al portone della palazzina, divertiti ed attenti ad ascoltare la relazione di Furio sulla reazione dei suoceri di Pino quando avevano ricevuto la lettera.
    Ma gli scherzi non finiscono qui. C’è un momento d’empasse quando Gina si stanca e non vuole più fungere da amministratore del condominio. Ma niente paura, gli scherzi possono continuare. Poldo chiama un amministratore professionista amico suo.
    Ed organizziamo un altro bello scherzo. Occorre di nuovo fare dei lavori al terrazzo. Ma questa volta lo scherzo organizziamolo bene. Decidiamo che in attesa di fare i lavori ogni condomino deve versare 200 euro al mese in un fondo cassa. Liliana tra quota condominiale mensile e fondo cassa dovrà versare 250 euro al mese, il fondo cassa durerà a lungo, lo gestiamo noi ed in attesa di fare i lavori Liliana verserà mensilmente da sola la quota che serve per la gestione ordinaria del condominio. Non è uno bello scherzo?
    Ma Liliana fa resistenza e dice che i soldi per il terrazzo li darà in un’unica soluzione quando l’amministratore informerà di cosa deve essere fatto e quando.  Con certe persone non si può proprio scherzare!
    Ma il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Ed il capo dei buontemponi continua a tessere le sue tele ed ideare scherzi.

  • 11 aprile alle ore 22:55
    Di sogni si vive

    Come comincia: Vi è nel cuore di ognuno di noi un mondo piccino, fatto di giorni di sole e vento tra  i capelli, corse lungo i prati e ghirlande di fiori, un mondo di sogni d’infanzia e palloncini colorati, bibite fresche e corse in bicicletta. Un sogno di notti magiche e stelle lucenti, neve bianca dietro i vetri e stupore di sguardi oltre la staccionata.
    Come in un variopinto gioco del mondo, sulle dita si contano i giorni in attesa di una notte Unica, dove il sogno diventa magia, il desiderio diventa gioia, il mistero diventa fiaba.
    Una notte da assaporare con il naso all’insù, come cercando un velo bianco oltre la luna, gli occhi a scrutare il bosco appena dietro il paese, tintinnii di campanelle e fruscii d’argento a cullare il sonno dei più piccini.
    Laggiù, oltre la curva scura del prato, oltre il portone chiuso sulla via, ci attende una fata buona, che con  i suoi sussurri leggeri e birichini racconta storie ai bambini e a tutti coloro che sanno ancora sognare. Se ci fermiamo un attimo, seduti sulle panchine o passeggiando lungo i sentieri, si possono ascoltare le mille voci del bosco, ritrovare le pagine di racconti di un tempo, i suoni di un mondo quasi perduto e dimenticato, ma ancora vivo appena dietro le foglie.
    In questo vorticare del tempo noi non siamo soli, la magia di un’Unica Notte ci accoglie mentre seguiamo la nostra vita frettolosa e stanca: è una goccia di Luce, un istante di felicità che ci fa compagnia, allieta i giorni lunghi e freddi, riscalda le sere quando gli uomini risalgono al monte dopo una giornata di lavoro, accarezza gli sguardi dei bambini che vanno a scuola, accompagna giovani e studenti: è credere ancora nel lungo abbraccio dell’Infanzia, che con la sua innocenza ci dice che la Vita è un sogno, e di sogni si vive.
     
     

  • 07 aprile alle ore 17:30
    L'ANTICONFORMISTA

    Come comincia: Conformista ci si nasce o si diventa? Sembra la storiellina dell’uovo e della gallina, Antonio M. (Toni per tutti) c’era sicuramente nato, il suo era un anticonformismo creativo. Sin da piccolo riusciva a venir fuori dai rigidi schemi in un paese governato da un dittatore (l’Italia); col fascismo non di scherzava, nemmeno i giovanissimi potevano prendere in giro il partito e i suoi aderenti per non parlare della finta moralità. In questo campo aveva dato un  esempio a sei anni quando lungo il corso della città marchigiana in cui abitava con i genitori, seri professionisti, lasciando di colpo la mano della mamma era andato ad infilarla fra le gonne di una signora nota per la sua moralità. Conclusione: disperazione soprattutto da parte del padre che si era profuso in profonde scuse. Anni addietro per uno sgarbo simile era possibile essere sfidati a duello, forse in questo caso, data l’età del giovan impertinente…Non era stata la sola volta: davanti alla scritta su un muro ‘W LA GUERRA’ l’aveva interpretata a modo suo a voce alta con ‘ABBASSO LA GUERRA’ offesa al regime subito rilevata da un facinoroso fascista di passaggio che pretese le scuse del nonno Alfredo ex commissario di P.S. e fervente antifascista.Toni era un lettore nato e nella biblioteca paterna aveva trovato una pubblicazione riguardante l’ascesa al potere in Russia del Comunismo che lesse avidamente per poi riversare le idee apprese in un tema in classe in cui si chiedeva invece di tessere le lodi del fascismo, regime amico del popolo. Altre scuse formali di papà Armando che s’era rotto le scatole a dover rimediare alla gaffes del figliolo e così gli impose più rigide regole di comportamento ma come fermare il vento? Volete sapere l’ultima, la più salace:Il paese dove abitava la famiglia era ‘dotato’ di un ‘casino’ o ‘casa di tolleranza’ che dir si voglia alla quale facevano capo non solo gli scapoli ma anche membri sposati di famiglie morigerate naturalmente in assoluto incognito e con la complicità di Lalla, maitresse della casa proveniente da Forlì, da tutti ben conosciuta. Ebbene un dopocena la famiglia M. al completo era seduta all’esterno del miglior bar del paese a godersi le delizie di un buon gelato ben gradito per temperare il calore di un agosto particolarmente caldo. Ad un certo punto, scesero da due carrozze a cavalli, entrarono nel bar sei ragazze scortate dalla famigerata Lalla, ragazze che si infilarono dentro i locali del bar. Toni aveva sentito i grandi parlare della ‘quindicina’ del ‘Villino Azzurro’ (il casino) ossia il tempo in cui quelle signorine esercitavano la loro professione per poi trasferirsi in altra casa. Che ti fa Toni, si presenta dinanzi al gruppetto seduto ai tavoli e con notevole faccia tosta : “Benvenute signore puttane!” Un silenzio di tomba, Toni preso per un orecchio fu portato precipitosamente a casa e oggetto di una punizione corporale. Papà Armando alla consorte Mecuccia (diminutivo di Domenica): “Non si può andare avanti così, non vorrei essere chiamato dal segretario del partito con conseguenze inimmaginabili, ho deciso Toni andrà a studiare a Roma dalla zia Armida  (era la vedova del fratello Alberto capitano di Artiglieria morto di tifo). Col primo treno del mattino mamma e figlio si imbarcarono sul treno Ancona – Roma per approdare dopo sei ore a Roma in via Taranto 8, dimora di sua zia Armida Sciarra e della madre Maria Raffaelli ricca proprietaria terriera vedova di Sinesio, famoso mignottaro, proveniente da Grotte di Castro in provincia di Viterbo. Toni fece presto ad ambientarsi; fu iscritto alla quarta ginnasiale di un istituto in via Cavour, classe mista in cui ebbe la ventura di essere compagno di banco di certa Maria Dottori di famiglia rigorosamente cattolica, bruna, capelli a treccia, viso tondo, decisamente ingenua perché sino alla terza media aveva frequentato un collegio di monache. Naturalmente sin dall’inizio delle lezioni fu il bersaglio preferito di Toni. La baby tutte le mattine, prima di recarsi in classe, si andava ad inginocchiarsi in chiesa come era abituata dalle monache. Non l’avesse mai fatto! Toni riferì la cosa al professor Gatti, anarchico ateo di lungo corso (sempre in lite col professore di religione) che dopo un burbero “Vai a posto” la interrogava a ‘levapelo’. la Dottori la quale anche per l’eccessiva timidezza rispondeva a monosillabi, si  beccava un bel quattro. “La prossima volta invece di andare in chiesa studia di più!” la redarguiva il professore. Finiva qui? No a Toni un giorno saltò l’uzzolo di scrivere una barzelletta ‘zozza’ e di posizionarla nel diario della poveretta che fu sorpresa dal professore Gatti mentre la leggeva, ve la trascrivo: “Tre sorelle mentre viaggiavano in auto ebbero un incidente stradale con conseguenza morte delle tre. Presentatesi a San Pietro furono da questi interrogate: “Tu che hai fatto nella vita?” “L’ho data ai militari.” “Bene in Paradiso per amore di Patria e tu?” “Ho l’ho data ai preti.” “Bene in Paradiso per amor di Dio e tu?” “Io sono vergine.” “Vergine? Che hai preso il Paradiso per un pisciatoio, all’Inferno!” Il professor Gatti:“Ah ti dai pure alle barzellette zozze, dal Preside con tre giorni di sospensione.” Stavolta Toni capì la carognata e si recò dal professore per scusare la povera Maria che non c’entrava nulla, ebbe solo un rimprovero orale. Al piano superiore di Toni abitava una famiglia  composta da tre persone: padre Anselmo, non più giovanissimo, proprietario terriero in quel di Pesaro quasi sempre lontano da casa, dalla consorte tedesca Ingrid quarantacinquenne, ancora piacente  e disponibile e dal figlio Alfonso laureato  impiegato in una farmacia in via Nazionale. Toni prese a frequentare il piano superiore anche perché la dama, accanita fumatrice, le offriva volentieri una sigaretta ‘Sport’, la sua preferita. Toni nipote di nonni mandrilli non era da meno in fatto di sesso ma non avendo compiuto il diciottesimo anno di età per frequentare un’casino’ si limitava a ‘zaganelle’ che ovviamente non lo soddisfacevano completamente ed allora… guardava con insistenza la ancor bella Ingrid che, da vecchia volpona, capì la situazione e ogni giorno di più si faceva trovare  sempre più discinta sin quando un pomeriggio aprì la vestaglia e sotto la vestaglia niente o meglio tante belle cose. Toni, impietrito sul divano,  notò il suo ‘ciccio’ aumentare notevolmente di volume e fu ‘investito’ dalla risata divertita di madame. “Vieni da mammina tua, non ti vergognare” e prese ad aprire la patta da cui uscì un cosone. “Cavolo ce l’hai grossissimo per la tua età”e prese a baciarlo ma poco dopo si trovò la bocca ripiena di un liquido caldo che ingoiò senza problemi (evidentemente amava le vitamine). Ciccio restò in armi e frau Ingrid pensò bene di infilarselo nella sua  cosina vogliosa, calda e bagnata, insomma una prima volta da sogno. A quell’età farsi una signora era stato per Toni come toccare il cielo con un dito e la situazione incominciò a ripetersi abbastanza spesso in occasione dell’assenza da casa del marito e del figlio di Ingrid ma…Toni cominciò a dimagrire visibilmente e la zia Armida lo condusse dal medico di famiglia che, dopo una visita accurata, pregò la zia di lasciarlo solo col ragazzo. “Giovanotto ti dai troppo da fare, diminuisci le ‘prestazioni ‘ altrimenti puoi diventare tubercoloso!” Anche frau Ingrid fu portata a conoscenza della situazione e così decise di regalare alla famiglia Sciarra parte della buona carne che il marito portava dalle sue terre, la salute di Toni migliorò notevolmente anche senza rinunziare alle gioie del sesso. Che fine aveva fatto la signorina Dottori? Maritata ad un cattolico integralista in sei anni ‘aveva sfornato’ quattro figli, (due coppie di gemelli) per poi rimanere vedova, non era nata sotto una buona stella!
     
     
     
     

  • 06 aprile alle ore 19:53
    Terremoto... brutta bestia

    Come comincia: Il terremoto, per chi non lo sappia ancora, è la cosa, per quanto riguarda soprattutto la paura, che mi ha fatto più impressione di qualsiasi altra cosa io possa aver assistito, fin’adesso. 
    Su quest’ evento mio padre mi raccontò di suo padre che, quando successe il terribile e catastrofico terremoto (e anche maremoto, non dimentichiamolo) del 1908, aveva 23 anni.
    Nella sua giovanile esuberanza, mio nonno era scettico sulla pericolosità del terremoto perché, secondo lui, bastava mettersi sotto un pilastro che non ti succedeva niente. 
    Evidentemente non era così.
    Mio nonno, quando sentì la prima scossa, tranquillizzò tutti perché aveva visto che la lampadina si muoveva poco ma quando sopraggiunse la seconda e vide la sedia dove appoggiava i vestiti a terra con ancora i vestiti lì e la tendina della finestra a terra, incominciò a gridare come un dannato:" Presto! Presto! Tutti fuori”.
    Quando mia nonna lo vide fuori nella piazza scalzo e quasi nudo, gli disse:” E allora? Non ti sei riparato sotto il pilastro? ”Mio nonno rispose ancora impaurito: ”Min…a, ch’era forte!!!
    Così il suo scetticismo sulla non pericolosità del terremoto finì lì.
    Ho voluto raccontare questa vicenda che mi ha trasmesso mio padre, dove si capisce, senza mezzi termini, che quest’evento che non si riesce a prevenire ancora del tutto, fa molto paura e non solo per la pericolosità ma per la visione della terra e delle cose che si muovono con un ritmo e un boato da far rizzare i capelli solo al pensarci.
    Come successe a me nel 1977, dentro al cinema “Mio Sogno” di Melito e che difficilmente sparirà dalla mia mente.

  • 04 aprile alle ore 16:28
    DA L'NDRANDETA ALLE DELIZIE DEL SESSO

    Come comincia: Alessandro M. brigadiere della Guardia di Finanza si considerava (ed era) un uomo fortunato: 1,80 di altezza, fisico muscoloso, sorriso accattivante (che aiutava molto con le femminucce) si era arruolato nella Guardia di Finanza a 19 anni frequentando il corso di allievo finanziere e poi quello di allevo sottufficiale, purtroppo non era riuscito ad entrare in Accademia come suo fratello ma la sua passione per le Fiamme Gialle lo avevano portato a quel compromesso. Era stato fortunato: suo padre funzionario di una banca internazionale d’estate lo aveva iscritto presso collegi in Spagna ed in Inghilterra per cui si era trovato padrone di queste due lingue che parlava correttamente. Questa sua peculiarità lo aveva fatto scegliere dai superiori comandi della Guardia di Finanza di assegnarlo ad una unità dei servizi segreti del Corpo ed inviato in centro America dove era riuscito ad infiltrarsi in una banda di Narcos. La vita fra le foreste tutto sommato era di suo gradimento anche perché ‘ciccio’ ogni tanto veniva sollazzato da qualche gentile indigena affascinata dal suo fisico. Gli avvenimenti che vengo a descrivervi partono da una mattina del mese di luglio quando Alessandrone, come lo chiamavano gli amici,  era stato chiamato quale teste a carico di un alto esponente dell’Andrangheda calabrese nella cittadina di L. L’aula del Tribunale oltre all’imputato era stipata sia da appartenenti alle forze dell’ordine che da cittadini amici dell’imputato i quali per tutto il tempo del processo avevano  guardato in maniera ‘significativa’ Alessandro. Il boss fu condannato all’ergastolo con l’applicazione del 42 bis con ululati da parte dei suoi amici. Ale scortato dai colleghi sin dentro la caserma, (era un comando di Compagnia), ebbe assegnata una camera con tutti i servizi di solito messa a disposizione di testimoni di procedimenti penali.. La notte era stato svegliato dalle sirene dei Vigili del Fuoco per un incendio proprio sotto la caserma, ad andare arrosto era stato la sua povera Cinquecento che evidentemente i piromani avevano localizzato al suo arrivo in paese. Una scritta significativa sul muro della caserma ‘Farrai la stessa fine’. A parte l’errore ortografico la situazione era apparsa subito molto chiara, Alessandro doveva sparire quanto prima possibile da quella località. Rimase basito dietro i vetri della finestra sin quando un collega gli consigliò di trasferirsi all’interno della caserma. La notte successiva venne prelevato da una pattuglia venuta da Roma con una Alfa Romeo 156 per essere  trasferito nella capitale in un piccolo alloggio in un isolato dove abitavano suoi colleghi con le loro famiglie. L’autista della 156: “Una Mercedes nera ci segue da qualche chilometro, chiamate il Nucleo mobile più vicino che vengano a sirene spiegate.” L’apparizione della auto targata G. di F.  fece il suo effetto, la Mercedes sparì dalla loro vista. Alessandro venne  promosso al grado di maresciallo per meriti speciali (aveva contribuito al sequestro di una tonnellata di eroina) ed andò a ritirare il nuovo vestiario presso il magazzino legionale. Ultimo avvenimento: cambio del nome e cognome con le stesse iniziali: Alberto M. e trasferimento alla Legione di Ancona e precisamente alla Tenenza di Jesi dove fu ben accolto da tutti i colleghi tranne che dal Tenente comandante del reparto (un ex maresciallo) racchio e diciamola tutta in po’ stronzo e invidioso ma la cosa era del tutto indifferente ad Alessandro (pardon ad Alberto) che anzi per motivi di servizio  conobbe e fece comunella, come suo carattere, con vari abitanti: professionisti, commercianti impiegati incontrati in sede di verifica fiscale.
    Gli era stato riconosciuto anche un indennizzo per la 500 bruciata e così aveva potuto avverare il sogno di acquistare a rate una Giulietta Alfa Romeo. Inoltre si era fornito di una guardaroba di classe pagando tutto sempre a rate  con regolare ricevuta anche per non finire sotto gli strali disciplinari del comandante della Tenenza che non aspettava altro per ‘metterselo sotto’.Ma la persona che gli avrebbe cambiato un po’ la vita era stato il barone Ermanno Colucci, ricco proprietario terriero e di fabbricati titolare di una lussuosa villa nella frazione Moie con una dependance ben attrezzata in cui aveva aperto un circolo privato dal nome significativo: “Beata voluttà” molto conosciuto in paese ma off limits per i comuni mortali di non gradimento del barone il quale si era ‘dotato’ di moglie, Margherita, incantevole, affascinante, simpatica lui cinquantenne, consorte inferiore di vent’anni di età,  niente prole. Alberto, entrato nelle simpatie del barone, fu iscritto al circolo e messo al corrente dal proprietario dell’andazzo: frequentatori tutte persone altolocate e dalla disponibilità finanziaria superiore alla media, di sicuro affidamento in quanto a serietà, riservatezza, stile ed eleganza, insomma la crema della società di Jesi e dintorni ma una società anticonformista in cui tutto era possibile nei limiti del buon gusto, un vero paradiso terrestre! Alberto era l’unico ‘scompagnato’ e così il barone gli concesse la compagnia di Desirée, nome che rispecchiava la titolare del nome: 1,75, longilinea, venticinquenne, viso un po’ triste e dai lineamenti di fini, una donna di classe, svedese. La sua era una storia particolare: in villeggiatura a Rimini, ospite del Grand Hotel con i suoi genitori e due zii (due fratelli avevano sposato due sorelle) avevano fatto amicizia col barone il quale era stato anche loro ospite in Svezia. Una disgrazia aveva colpito la famiglia di Desirée: in un incidente stradale erano deceduti i suoi genitori e lei era stata adottata dagli zii. Il barone le propose di essere sua ospite nella sua villa come dama di compagnia  e  ragazza alla pari e così era diventata un po’ la figlia dei Colucci. La sua presentazione fu un colpo di fulmine per Alberto non altrettanto per Desirèe che aveva ancora in animo la tragedia dei genitori. La baby conosceva poco l’italiano ma con l’inglese si intesero subito. Alla ovvia domanda della ragazza ad Alberto sul suo lavoro, alla sua risposta“Sono un caino” che nella lingua di Albione doveva risultare ancor più incomprensibile spiegò che era la sua professione a catalogarlo fra i ‘caini’ ossia traditori dei fratelli per quanto riguardava il suo servizio. La spiegazione portò ad una risata talmente forte da parte di Desirée da far girare la maggior parte dei presenti. Il padrone di casa: vedo che vi state divertendo, non mi dispiacerebbe diventare zio…” Frase detta in italiano che fu tradotta da Alberto alla baby la quale divenne rossa come un papavero e benignamente divenne il bersaglio dei lazzi dei presenti, Alberto capì che per raggiungere quella ‘patatina’ avrebbe dovuto faticare un bel po’, gli era capitata una puritana, magari vergine, una svedese vergine a quell’età non era, a suo parere,  nel novero delle qualità di quella cittadinanza! Il barone per meglio gestire i suoi affari decise che per quell’estate sarebbe rimasto a Jesi ma propose ad Alberto ed a Desirée di passare le vacanze estive a Cingoli località collinare in provincia di Macerata molto affollata d’estate da turisti e prenotò loro una stanza all’albergo Belvedere. Avuti concessi quindici giorni di ferie, Alberto caricò di bagagli suoi e della compagna sulla sua Giulietta e raggiunse l’albergo dove trovò una sorpresa: per loro era disponibile una stanza con letto matrimoniale, altra soluzione impossibile causa l’eccessivo affollamento di turisti e quindi… Alberto pensò ovviamente subito ad un escamotage del barone per far avvicinare i due ma la cosa non era stata di gradimento della baby la quale però apprezzava le gite nei dintorni di Cingoli fra boschi, ruscelli e natura incontaminata ma meno la vita in camera da letto. Si spogliava e si rivestiva in bagno e girava nel lettone le spalle  al suo compagno  il quale cominciò ad avere problemi…personali! I trent’anni si facevano sentire e per ora non v’era soluzione. Per sua fortuna pian piano Desirèe cominciò ad avvicinarsi oltre che a migliorare molto il suo italiano ma era un approccio molto lento: una carezza sul viso, un bacio sulla guancia, un abbraccio… situazione che faceva aumentare la pressione sanguigna ad Albertone e non solo quella. Desirée non era una sciocca, finalmente capì la situazione ed una sera nel rientrare nella stanza dalla toilette si presentò con un negligèe molto trasparente guardando in faccia il suo sbalordito compagno di stanza: bacini bacioni sul viso, sulle tette e scendendo sino al fiorellino il quale reagì in modo inaspettato con un orgasmo prolungato…Il sospetto  che la ragazza fosse vergine fu constatato da Alberto al quale non rimase altro che prenderle una mano per circondare il suo ‘ciccio’ in erezione col finale di una goderecciata su un cuscino. La situazione aveva lasciato i due amanti  un po’ storditi ma il buon Morfeo prese in mano la situazione con un sonno profondo. La mattina Alberto prese da parte la cameriera del piano mettendole in mano venti euro e la federa incriminata. Desirée era cambiata, tutto il giorno di un’allegria irrefrenabile per lei inusitata, atmosfera che si prolungò la sera anche in camera. Stavolta la signorina uscì dalla toilette completamente nuda, un segno inequivocabile. “Ti prego sii molto gentile.” Fece tutto da sola. Prese in mano il pisellone, lo gratificò con un bacio e pian piano lo strofinò nel fiorellino, ci volle del tempo e qualche gridolino prima di giungere al risultato finale: Desirée era diventata donna solo che Alberto, preso dalla foga, aveva dimenticato ogni precauzione, maledizione ci mancava solo che…ma, pensò, che in fondo sarebbe stato un avvenimento da tutti gradito compresi i signori baroni che figli non ne avevano, questo pensiero lo consolò e riprese il normale tran tran. Al rientro dalle vacanze l’allegria dei due amanti fece diventare ad Ermanno ed a Margherita certezza dei loro sospetti. Alla fine del mese, a tavola, Desirée a fine pranzo portò in visione ai signori baroni un attestato di un ginecologo, esito positivo! Grandi abbracci e poi il barone:
    “Vorrei metterci qualcosa di mio che ne direste dei nomi se maschio Gioacchino (mio padre) e se femmina Astrid in onore della patria di origine della mamma?” Approvato all’unanimità! Una famiglia felice. Com’erano lontani i tempi della vita nella giungla amazzonica, le piogge incessanti, le fastidiose zanzare portatrici di malattie, il dormire sulla nuda terra, i trasferimenti a piedi da un villaggio all'altro, i bombardamenti degli aerei governativi, i contatti pericolosi con i capi dei Narcos; una volta stava per essere scoperto, una paura della madonna, lo avrebbero fatto a pezzi con un macete e poi il processo a quel boss calabrese...ora una vita serena con una donna meravigliosa accanto, un pupo in arrivo, la vita tranquilla tanto agognata!

     

  • 30 aprile 2016 alle ore 0:43

    Come comincia: Finirà l'urlo di battaglia di puniche genti, cesserà la sofferenza di Pericle, cadranno i cieli pesanti sull'empireo, si arrotoleranno i mari tornando pace nel tridente. Troverà respiro Eolo e Giove cancellerà ogni dissenso, sol quando il trasparente nucleo del macroscopico Io, allineera' suo fascio di luce, al Sé. E sarà riconoscimento, consapevolezza e accoglimento. Sarà benevolenza di sé e d'ogni altro accanto. Sarà pace e bellezza. Sarà verità e giustizia, e amore.

  • 29 aprile 2016 alle ore 9:05
    Andare al lavoro

    Come comincia: Traffico. Come sempre alla solita ora solito semaforo forse anche le solite persone che attraversano. Sembra incredibile tutte queste macchine e non c'è mai nessuno in giro se esci. Abbasso gli occhi per guardare la radio che trasmette questa canzone come minimo dieci volte al girono. Forse dovevo veramente cambiare le casse...guardo il sedile e la borsa è lì come al solito: l'ho gettata come di consueto in fretta e furia perchè il mercoledì devo mangiare veloce visto che tengo il corso alle 14.00; mezz'ora di strada sì, se non avessimo tutti deciso di metterci al volante alla stessa ora. Certo che Avicii ha solamente qualche anno più di me e tanti meno sbattimenti... facessi io la sua vita. Menziona sempre questa California anche se è svedese,ma dico io, compratela sta maledetta casa in California e smettila di cantare l'amore e balle simili che da quando ti sei dato al country ogni tuo singolo è uguale al precedente. E' verde e parto ovviamente in seconda tanto la frizione di Carolina, la mia bimba una Fiat Punto celeste del 2006, è già in dirittura di arrivo. Guardo sulla sinistra e noto con piacere che il Famila non si è spostato di un millimetro. Adoro i Supermercati: al loro interno sembra tutto in ordine caldo e perfetto proprio come piace a me. Ho la mania di sistemare gli oggetti perchè la mia vita è un disastro, cerco l'ordine che per me è diventato essenziale per avere tutto sottocontrollo e vedo che nei supermercati anche la musica è al volume giusto, ne troppo alta ne troppo bassa e mai come nella mia macchina in cui le interferenze della radio sembrano storpiare ogni canzone anche orecchiabile. Sorrido. Vedo il bar dove lavora Martina ma non rido perchè ci lavora lei, troppo schizzignosa troppo magra e poi si crede così bella che nemmeno un filo di fondo tinta si mette in viso, forse crede di essere Penelope Cruz dei poveri... Cerco se per caso c'è parcheggiata la tua macchina. Sono le 13.20 e tu lavori solamente mezza giornata e non arrivi mai a casa senza "cicche e ape"...ogni volta spero di trovare la tua auto solo per vederti uscire dal bar e non salutarti, tirare dritto per la mia strada come se la tua presenza mi scivolasse addosso...Ahah, pazzesco come io possa cedere a tali piccolezze. Studio giurisprudenza, faccio l'istruttrice per arrodondare i conti eppure nonostante tutte le mie letture iperintelligenti complicati affascinanti faccio sempre queste cadute di stile. Già...infondo sono del "Paese" anche io.

  • 28 aprile 2016 alle ore 23:25
    The Japanese monkey

    Come comincia: The Japanese monkey
    (fuscata macaco)

    *
    Nella cucina la colazione era pronta.

    «Sandro! Sandro!» udì chiamare a gran voce.

    La piccola scimmia osservò l’uomo dal basso. Preoccupata, tentò di avvinghiarlo alla gamba. 

    L’uomo, in pigiama a strisce, si alzò dalla sedia.

    Cogliendone l’inquietudine piegò il busto per abbracciarla.

    Diede un ultimo fugace sguardo al tavolo bianco che lo separava dalla luce; scorgendo nella cornice di legno scuro alla parete il verde del prato.

    Oltre la finestra, alcuni conigli selvatici giocavano a rincorrersi.

    « Sandro! Sandro! » Tornò a udire e le grida giungevano da fuori.

    «Li avrebbe abbandonati?» si domandò la scimmia.

    Cogliendo il pensiero l’anello robotizzato avanzò spaventato in direzione della camera da letto andando a nascondersi nello zainetto lasciato in terra accanto allo stipite.

    Il giocattolo preferito dall’uomo, un trenino elettrico, si collocò tremante sotto il giaciglio.

    I cerchi metallici presenti nel corridoio, ruzzolarono velocemente, finendo a trovare rifugio sotto il tappeto del salone.

    «Sandro! Sandro!». Tornò a reclamare la voce.

    Di là della soglia, ora spalancata, i suoi occhi incontrarono quelli grandi e grigi di una donna in lacrime.

    «Sandro, Sandro!». Continuava a esclamare la voce.

    Guardandole il volto che gli parve ingigantito e distorto si ricordò di lei.
    Era Stefania; sua moglie!

     Disperata la donna incalzava, quasi non restasse tempo: “Sandro, Sandro, rispondimi.”

     Poi il volto si impietosì e parlò dolcemente: « Amore mio… che cosa accade?»

    L’uomo sorrise per un istante al volto di colei aveva amato, mentre in camice bianco i dottori le cingevano delicatamente le spalle allontanandola dalla stanza con le pareti foderate in cui si trovava rinchiuso.

    La porta imbottita si serrò dietro a loro, emettendo un suono metallico.

    Tornò il silenzio.

    La lampada al soffitto continuò a illuminare l’interno di luce fredda.

    - Avevo le braccia legate al letto… quel mondo non mi apparteneva! Tornai in fretta dalla piccola scimmia che mi attendeva assieme agli anelli e al trenino elettrico. Non li avrei più abbandonati pensai, poi venne la nebbia e mi acquetai. :)
     

  • Come comincia:  
    Riflettere" verbo transitivo, significa: rimandare/ specchiare/ manifestare; intransitivo: rivolgere la mente/ considerare con attenzione/ meditare/ pensare/ ragionare. Per chi non ama sfogliare il vocabolario, ne trova ampie espressioni in internet; lì ho trovato questa: "rimandare indietro, da parte di una superficie riflettente, un flusso di energia". Antica e amante della mia lingua come sono, e anomala come sono, sento pulsare l'unione delle due fonti in un unico e solo significato: riflettere l'onda che confluisce e unisce il pensiero all'intimo/cosmico sentire, e come fosse uno specchio che riflette l'Animo, lo amalgama al Pensiero. Quindi: da una parte il Sentire, Percepire, Intuire; dall'altra Constatare, Pensare, Ragionare; e dedurre.
    I giorni di Silenzio spadellano Riflessioni, inconfutabili verità nate dal discernimento scevro da ogni umano convulso pensiero; spadellano realtà senza desiderio di ghirigori, altrimenti detti pettegolezzi o leziosi gracchiare da stagno mentale. I giorni di Silenzio sono l'"Occhio di bue" sulla scena: evidenziano anche il più piccolo dettaglio.
    Così guardo, assimilo, discerno. E sono pronta a dirlo, a me stessa.
    Sempre in Silenzio seguo il mondo che mi circonda, fuori e dentro web. E discerno, come foss'io il chirurgo che osserva sul tavolo di laboratorio, ogni forma a cui dare un nome.
    E' l'Epoca del cambiamento: ogni Elemento ha debordato dal vaso di Pandora, il Tutto vaga nell'Etere, ogni bene e ogni male, i giusti sapranno recuperare ciò che è bene e i malvagi s'inebrieranno d'ogni male. E ne siamo coscienti, lo constatiamo sbalordendoci di quanto accade su tutto il globo terrestre, ma lo riteniamo "sempre" un male altrui, un bene altrui, noi non ci sporchiamo le mani, il Mostro o l'Angelo, è aldilà dalla nostra porta. Certo siamo compassionevoli: ci addoloriamo o gioiamo. Ma non siamo colui che è il Male e colui che è il Bene. Goliardici novelli cavalieri, brandiamo spade a difesa o a giudizio di costui o colui, inconsapevoli e malamente armati, senza volerlo, alimentiamo le brutture, ci aiutiamo ad essere falsi, a indossare armature. E ci perdiamo nel vortice. Non abbiamo alcuna consapevolezza se non quella che "dobbiamo lottare" ma, ahimè, abbiamo perso il Fine. E' forse iniziare ad estirpare dal Proprio giardino la gramigna, la saggia soluzione? Penso di sì. Iniziamo per favore. Iniziamo a smetterla, nel reale e nel web, di aver timore di appartenere a questa o quella fazione: si è se stessi proprio quando non si è di quello o di quell'altro; non nascondiamoci a Tale perché non vuole essere uguale a tal'Altro perché vuol essere Superiore, più Popolare, non è quanto sta distruggendo in verità, il Nostro Mondo? Vero che siamo Noi i primi complici dello scoperchiamento del vaso di Pandora? Siamo noi quel che fugge dal vaso. Qui, nel web, è lo specchio della Realtà, quella che aborriamo a parola, pure siamo i primi fautori, i protagonisti indiscussi, ché la realtà è questa: maschere colorate di parole, di lance pronte, di spade sguainate, di giochi di Potere. La realtà siamo Noi, qui, in casa, in piazza, nelle stragi (di parole e di azioni), nelle insoddisfazioni che si fingono saggezze: nel perpetrare l'Ego contro l'Io. Non so chi avrà voglia di riflettere, conosco i chiaroscuri della Realtà: popolare è colui che meglio è in grado di fare marketing, alla politichese per intenderci. Riflettere è roba silenziosa, roba per l'interiore, le piazze seguono le voci più popolari, più altisonanti. Il silenzio non fa rumore, parla all'anima e con essa si misura.
     

  • 25 aprile 2016 alle ore 18:09
    Veloci treni

    Come comincia: II Mi mancano quei lunghi viaggi in treno. Distanze che squarciavano tempi e culture. Tempi lenti che concedevano gli spazi per vivere, viaggiando. Cose e movimenti delle cose, istanti protratti. Sorrisi, oh santi sorrisi, chi li dona è angelo. I viaggi ora sono corti, troppo corti, il mondo si è rimpicciolito, e pure il tempo. Non mi concede di ammirare e lasciarmi rapire: perdermi nella vita. E allora guardo finestrini e volti riflessi, li fotografo. Tempi che scorrono con violenza, volti schiaffeggiati dalla corsa. Poco tempo. Troppo poco tempo per camminare insieme alle proprie vite, ci si cammina accanto, discretamente accanto, mai insieme. Mai. Eh sì, mi mancano i lunghi viaggi. Vorrei ancora perdermi sui tavolini di un treno e avere  momenti per svolgermi come bobina di un vecchio film, nel vagone che mi ospita. Disperdere ogni mio intimo sentire sulle pareti e poi in esse ritrovarmi. Riprendere i frantumi ed essere sempre io, io nei frammenti degli altri. Io nel viaggio di tanti, un uno-tanti in perfetta assonanza: stesso viaggio differenti destinazioni. Pure stesso viaggio di stesso valore. Ma oggi, i treni viaggiano veloci, non lasciano il tempo di scandagliare ogni momento, di suggere l’emozione dal tempo che passando lascia onda profonda, di quelle che restano addosso anche quando sei giunta alla tua stazione. Peccato viaggiare così velocemente, si perdono intere esistenze, restano incastrate in un nodo, mentre urlano di essere sciolte da lunghi binari. È buono viaggiare velocemente: i confini sono squarciati, annullati; ma quanti nodi sono rimasti abbracciati ai finestrini, quanti racconti nel vapore sui vetri, e quante anime bloccate fra i sedili che non hanno potuto parlare, sussurrare, dire di sé quanto avrebbero lasciato fluire in un durevole viaggio. Mi piace il treno che mi porta presto alla mia destinazione, pure mi ha tolto i momenti lunghi che di me facevano l’essere vivente, di prepotente vita, assieme ai miei compagni di viaggio.

  • 23 aprile 2016 alle ore 17:43
    Delle chiacchiere sulla realtà dell'egoismo

    Come comincia: La prodigalità della gente semplice è purtroppo, limitata a strati sociali di piccoli gruppi cittadini. Fino all'avvento della "grande modernità" attorno agli anni 70, e ancor di più, 80, era uso comune darsi disponibile all'altro, era un "dovere morale" inculcatoci dai nostri genitori, ci era naturale, faceva parte del nostro tessuto, scorreva nel nostro sangue. Avevamo quel bisogno bellissimo di aprire le braccia all'altro che vedevamo come fratello. Poi appunto, "la grande modernità" ci ha riproposto una nuova educazione attraverso la mondanità televisiva, ci ha insegnato che "l'accanto" è pericoloso, l'altro è pericoloso, e abbiamo iniziato ad aver paura del fratello, a chiudere le braccia e tenerle conserte, perfino la voce si è abbassata e il saluto è divenuto sussurro, fino a sparire. Lo sguardo, anch'esso, da diretto è divenuto a mezza palpebra: non vediamo nemmeno più chi abbiamo davanti. Il progresso ha camminato a passo da gigante e noi intanto stavamo chiudendo il cancello del cuore, per paura, per insicurezza; ci ha trovati impreparati e ancor più spaventati dal "buio" che avanzava, abbiamo serrato tutti i battenti. E ci siamo chiusi dentro. Dentro noi stessi, ma per paura, inizialmente solo per paura. Cosicché, l'umano spaventato ha imparato a cancellare la paura crogiolandosi nel suo piccolo orto; poi ha visto che il suo orto, senza condividerne il prodotto con gli altri, rendeva maggiori conserve, e si è convinto che doveva costruire una fortezza in cui conservare tanto ben di Dio. La fortezza l'ha costruita attorno al suo orto con sé dentro all'orto. L'egoismo. L'uomo si è educato alla solitudine, ha cancellato la sua memoria atavica di cittadino del mondo perdendo l'abitudine a "incontrare" un suo simile, quindi il suo cuore pompa a ritmo lento, niente capriole o strizze per emozioni: non ne vive più! E ora non sa più nemmeno cosa sia una emozione, una condivisione, una parola; le sue braccia sono ormai anchilosate attorno al suo petto, e non può, proprio non può più aprirle... E' un brutto panorama, pure ci sono tanti tantissimi orti senza recinzione, ci sono tante persone e popoli con le braccia pronte, il cuore che batte forte, gli occhi che sanno vedere e orecchie pronte all'ascolto. C'è vita oltre braccia conserte.
     

  • Come comincia: Per una ragazza come Sara, poco più che ventenne e precaria, essere nominata scrutatore in un seggio elettorale è l'occasione per un piccolo guadagno in più.
    Domenica si mette in viaggio per raggiungere La Nuova Fiera di Roma sede ove è stato istituito il seggio degli italiani all'estero votanti per corrispondenza.
    Abita un po' lontano quindi deve prendere un trenino e 2 mezzi e poi mettersi in cammino sotto un cocente sole d'aprile.
    L'enorme struttura sembra vicina ma c'è ancora molto da camminare. Non è sola, man mano che si avvicina alla meta aumentano coloro - tanti, la maggior parte giovani come lei - che vanno nella stessa direzione fino a diventare un mare di corpi addossati ai piedi di una scalinata.
    Sara dovrà attendere là il suo turno per ore sotto il sole.....E dovrà aspettare ancor più degli altri perchè è uno scrutatore supplente.Arriverà in ritardo alla sezione dove, prima di lei si è presentato un altro scrutatore sostituto.
    Le sezioni in quel padiglione sconfinato sono circa 1800; sono suddivise in file interminabili di tavoli che si fa fatica a ritrovare se ci si allontana solo per andare alla toilette...
    La sezione di Sara è così completa: il Presidente, un Segretario e ben quattro scrutatori mentre la maggior parte delle altre non è stata ancora raggiunta neanche da un solo scrutatore! (E così sarà per molte ore ancora.....alcuni scrutatori non si presenteranno affatto...)
    E' allora che Sara si chiede come mai il personale comunale incaricato non interviene per rendere il servizio più funzionale?!?!!!
    Al conteggio delle schede Sara è sorpresa perchè delle migliaia di elettori scritti in elenco solamente qualche centinaio ha espresso il voto..... Pensa che essendo italiani all'estero forse sono poco sensibili al tema del referendum.......
    Apprende però che anche nelle restanti sezioni di tutta Italia l'affluenza è minima.....E' allora che la sua mente si illumina perchè ha capito di avere la risposta : "....Ho capito perchè l'affluenza è così bassa: GLI ITALIANI SONO UN POPOLO DAVVERO UBBIDIENTE! HANNO DATO RETTA AI POLITICI MA SOPRATTUTTO AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CHE PIU' VOLTE IN TELEVISIONE LI HA INVITATI A NON RECARSI A VOTARE PER QUESTO REFERENDUM..... Sono stata molto attenta....Egli NON ha detto di andare a votare per esprimere un "NO" piuttosto che un "SI"....... HA INVITATO PROPRIO A NON RECARSI ALLE URNE.........!"
    Sara è stata una studentessa molto brava e ricorda che a scuola le hanno insegnato che l'espressione di voto è un DIRITTO / DOVERE per ogni cittadino.......ma questo stride con le parole udite in televisione.......
    Le hanno insegnato anche l'aritmetica e Sara ha realizzato che i costi di questo referendum si aggireranno attorno ai 300 milioni di euro!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    COME SPIEGARE ALLA GIOVANE SARA I PERCHE' DI QUESTA VERGOGNA ITALIANA???????????

  • 16 aprile 2016 alle ore 17:59
    Lettera della Vita alla Morte

    Come comincia: Lettera della Vita alla Morte
    Dimmi solo perché non dovrei odiarti? Tu arrivi ed io svanisco. Porti via i sogni più belli, le speranze i desideri e lasci intorno a te tanto dolore e tristezza.  Non hai rispetto per nessuno, arrivi implacabile e distruggi tutto ciò che io ho creato e che stavo creando. Dimmi a cosa ti serve interrompermi nell’essenza di un bambino o fermarmi sull’asfalto di una strada nel fiore della mia bellezza? A cosa ti serve annunciarti con giorni e giorni di estenuante malattia o spezzarmi per mano indegna? Come mai fai tanto male agli esseri umani e alle creature di questo Pianeta?  A volte ti presenti addirittura durante il mio primo respiro o compari in lontananza con privazioni e dolori che nessuno mai dovrebbe provare.  Non distruggi soltanto l’anima che colpisci, ma devasti l’esistenza di chi la circonda, degli amori e degli affetti che la sostenevano e che da quel momento in poi cessano di vedermi come un dono e un sorriso. Hai portato il dolore in tante case, l’inferno in tante storie.  Ti sei resa complice di mani infami e di menti perverse e non hai risparmiato al Mondo la tua brutalità. Ti sei nascosta dietro scuse, emblemi, caste, partiti, religioni o disgrazie senza mai prenderti la tua reale colpa. Ha fatto alleanze con la Natura, con il Fuoco, con l’Acqua e di tanto in tanto hai armato le mani dell’innocenza. Sei vile, vigliacca, perfida e nefasta. Vorrei maledirti con tutta me stessa e farti sentire tutto l’odio che provo per te. Tu sei un male talmente grande che non trovo cosa peggiore di te da augurarti. Io non ti comprendo, ti disprezzo e basta.

    La risposta della Morte

    Tu mi odi perché non vuoi comprendermi. Io ti libero dalla schiavitù della materia, esalto la tua energia e apro la tua Conoscenza. A me hanno dato le colpe del dolore, i disagi dell’umanità, ma non sono altro che la vittima degli errori umani. Per ignobili interessi mi hanno fatto giudice di esistenze e punizione di colpe giudicate da altri. Tu sprechi il tuo tempo e faciliti il mio arrivo, non sei educata al mantenimento della tua esistenza, ma propizi i presupposti del mio dominio convinta, invece, di allontanarmi. Tu sei la mia complice inconsapevole e, senza la tua scellerata condotta, sarei sicuramente meno presente. Per questa strana razza umana hai sempre meno valore. Ti scambiano per denaro, ti cedono per potere, ti distruggono per orgoglio, ti avvelenano, t’illudono, ti debilitano per propinarti rimedi impagabili e ti costringono ad un giogo infinito perché tu desideri ciò che non hai e paghi ciò che è già tuo. I Demoni incarnati ti nascondono la mia reale natura, ti vietano di comprendermi, di accettarmi e di tollerarmi. Sono io che arrivo in modo inaspettato o sei tu a chiamarmi perché dia valore al tuo lavoro? Mi prendo cura della tua essenza e ti preparo ad una nuova esperienza sperando che tu abbia compreso la prima. Accudisco il trauma del tuo abbandono dandoti il tempo che ti occorre per capirlo e guidandoti verso una nuova luce. Se solo la tua stirpe dedicasse qualche attimo in più al mio Mondo, alla mia Dimensione, nulla apparirebbe così insuperabile. Non sono altro che il tuo gemello in un diverso spazio, non sono altro che te stessa con un’altra veste. Mi scorgi come un nemico perché non guardi lontano, mi maledici perché non sai chi sono; io arrivo solo a coronare il tuo operato. I Culti mi usano, ma non sanno, alcuni mi bramano a tuo danno, altri mi trovano con l’inganno. Tu servi chi mi ha reso l’Orco delle Fiabe, tu alimenti chi ti costringe a desiderarmi come liberazione dal tuo calvario. Hai creduto alle maschere che mi hanno dipinto perché tu mi temessi, hai ceduto alle caste il tuo innato rapporto con me e, con ciò, hai cessato di parlarmi. Io sono solo la porta di un’altra stanza; sono il naturale scorrere degli eventi. Se tu ti guardassi dentro, scopriresti che non esisto, non sono altro che la tinta che cambia colore al tuo vestito. Quando arrivo tu, non scompari, ma scendi solo dal tuo mezzo per cavalcarne uno nuovo. Chi rimane non ha voluto imparare a guidare il tuo nuovo mezzo, non vede il colore del tuo rinnovato vestito, ti cerca tra le colpe del passato e cede alle lusinghe di chi t’imbriglia nelle file dei cancelli o nel fuoco delle tuo turbamento. Tu non mi comprendi perché non sai chi sei, né da dove vieni. Se vuoi disprezzami, ma ricordati che abbiamo nomi diversi, solo per indicare due punti di una corda che non si spezza mai.

  • 11 aprile 2016 alle ore 12:24
    Momenti di dentro

    Come comincia: Scorrono momenti, dentro, che sono intere vite alla moviola. Non si collegano con il pragmatico passare dei minuti, non sono "evidenti". Sono variazioni di colore nel volteggiare di immagini sbiadite, l'essenza è al di sopra e simultaneamente nel centro, nello sterno e nell'aria. La parola tenta di perimetrare e nel farlo si perde e disperde l'Essenza. Sono fluidi del Silenzio, i momenti dentro, amorevoli, rigeneranti. Compagna di Giasone, argonauta del "me di Cosmo" viaggio nella Vita.