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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • sabato alle ore 16:39
    Il bar Serranò

    Come comincia: Uno dei più noti bar di Melito di  Porto Salvo che a partire dalla fine degli anni ’60 ha fatto tendenza soprattutto per i non melitesi, è (o meglio è stato) il bar Serranò. 
    Era e lo è ancora, situato sulla via Nazionale a ridosso del lungo e bel Viale delle Rimembranze che come il Corso Garibaldi, il Paese Vecchio, la piazza della stazione ferroviaria, la piazza di Porto Salvo, la piazza dell’Immacolata e tante altre zone è stato oggetto del piano dell’abbellimento estetico previsto per la città già da tanti anni. 
    Proprietari del bar, gelateria pizzeria e rosticceria, sono i fratelli Serranò Giovanni, Diego, Roberto, Massimo e Sandro, che, alla morte del loro papà Tito, ne hanno rilevato, logicamente, la gestione insieme alla madre. 
    Nel 1980, io vi lavorai nel periodo estivo da giugno a settembre e devo dire che allora, non essendo ancora così grande e con annessa la pizzeria e la rosticceria, il bar era affollatissimo soprattutto di sera e frequentato tantissimo da clienti affezionatissimi che venivano dall’entroterra ed anche da Reggio città e paesi limitrofi per gustare il rinomato gelato e le granite di “don Tito”. 
    Ricordo che io, lavorando dalle 14,00 alle 01,00 di notte, alla fine ero stanco ma la “sbirciatina” al “Petit Paradis" era d’obbligo e questo mi portava ad alzarmi non prima delle 12,00, andare al mare, rinfrescarmi, pranzare di corsa e ritornare al lavoro sempre stanco. 
    Proprio per questa mia stanchezza che non m’impediva lo stesso di essere efficiente sul lavoro una sera ne combinai una bella. 
    Dopo aver preparato il vassoio con vari gelati, granite e bicchieri d’acqua (almeno 15 pezzi) e aver preso lo scontrino alla cassa, stavo avviandomi verso il tavolo dei clienti, quando sentì una voce che mi chiamava, facendomi girare di scatto. 
    Malauguratamente dietro di me c’era la signora Mimma, moglie di “don Tito” che, avendo dimenticato io di prendere i fazzolettini, me li voleva dare per portarli al tavolo. 
    Quando mi girai presi in pieno la signora, che, essendo più bassa di me fu presa in pieno volto. Cadde all’ indietro con tutto il vassoio addosso pieno di gelato, granite e acqua facendo un rumore fragoroso che fece sobbalzare tutti i clienti seduti dentro e fuori del bar. 
    Fortunatamente la signora non si fece male e finì che ci mettemmo a ridere per sdrammatizzare la cosa. 
    Sicuramente se non fossi stato stanco, non sarebbe successo. 
    Comunque quell’ estate, lavorando lì ebbi il modo di conoscere molta gente e molte “prede estere locali”. 
    Il bar, negli anni a seguire, s’ingrandì e si rinnovò continuando a fare tendenza sempre con molti clienti provenienti da Reggio Calabria.
    Adesso con il Lungomare dei Mille e qualche bar in più che fa concorrenza anche apertosi vicino, il bar Serranò è meno frequentato ma è usato adesso anche per vari avvenimenti tipo compleanni, battesimi, comunioni e talvolta per convegni. 
    Da qualche anno è diventato nun albergo a 5 stelle; quell’ albergo che manca da sempre ad una città come Melito e che speriamo, gestito da questi giovani e bravi imprenditori, farà sì che almeno da questo punto di vista sia più apprezzata nel futuro che ci auguriamo sia, economicamente e turisticamente, più florido.

  • giovedì alle ore 19:18
    Il Verso dell'Universo

    Come comincia: " I Guai sono iniziati quando nelle prigioni hanno smesso di esserci i Boia e al loro posto Tre guardie ignare tiravano giù tre leve senza sapere chi di loro avesse innescato la scarica mortale."
    Sta sul muro della prigione, era scritto su un muro di cemento grigio e senza senso, un muro che sembra un giorno di nebbia, un muro che fa rimbalzare su di me una vista orribile, la vista di te stesso senza scampo.  
    Sono in una stanza molto piccola così piccola che è impossibile pensare, la solita stanza, un luogo comune; sono qui da tanto tempo, l'orologio ha fatto il giro un milione di volte, il pianoforte che ho lasciato a casa si sarà riempito di polvere. Mi piaceva suonare qualcosa per rendermi la giornata migliore, anche se poi andava male lo stesso sentivo che suonare qualcosa avrebbe in qualche modo cambiato le cose in positivo, sbagliavo, niente si può cambiare, io lo so bene che niente si può cambiare o meglio a volte ne hai la sensazione ma poi le cose tornano al loro corso naturale; se avessi potuto lo avrei fatto, non sarei qui a scrivere le mie memorie su un rotolo di carte igienica, non avrei provato ad influenzare l'andamento dell'universo, non è un algoritmo, il mondo non è un computer anche se molti si divertono a dire che la volontà è una forza cosmica e che se lo volessimo fortemente riusciremmo anche a volare, la verità è che in un'orchestra c'è un primo violino e ci siamo sempre affannati tutti a voler essere quello li, a voler essere il numero 10, l'attore protagonista, la stella più luminosa, ma per una stella luminosa ce ne sono altre mille che fanno da contorno, da semplicissimo contorno, se mi fossi limitato a fare il contorno forse sarei libero, libero di essere invisibile agli occhi del mondo, come mi meritavo e non come pensavo di meritarmi.
    Mia diceva sempre che le persone buone muoiono presto, Mia diceva un sacco di cose, ma quella che mi diceva di più era questa e mentre la diceva mi toglieva i capelli dalla fronte e me li spostava tutti da un lato, spesso il destro, altrettanto spesso mi guardava negli occhi e si mordeva il labbro, spesso indossava dei bellissimi vestitini leggeri come l'aria e trasparenti come gli occhi delle persone che hanno gli occhi belli, non avevo mai finto di essere felice, in genere non ero mai stato capace di fingere niente.
     Era un giorno di Ottobre, se ricordo bene era mercoledì ero dentro un teatro dove un tizio che aveva fatto fortuna con i fumetti ci raccontava una storia. La storia era semplice e di impatto immediato, mediante l'uso di "sigilli" si poteva cambiare l'andamento dell'Universo, cioè spiegato in pochissime parole: io potevo scrivere su un foglio che volevo essere miliardario e mediante una sorta di rito che prevedeva prima l'eliminazione delle vocali, secondariamente delle consonanti che si ripetevano e cosi via fino ad avere sul foglio una o al massimo tre lettere, da li si doveva creare il sigillo cioè un disegno astratto che avrebbe avuto il significato esatto e che quindi avrebbe influenzato l'universo affinché il mio desiderio diventasse realtà. Alcuni ridevano, Mia dormiva, altri ancora prendevano appunti, io ho sempre avuto una buonissima memoria, nessunissimo altro talento, ma una memoria prodigiosa, ricordavo tutto, ricordavo persino la prima volta che mi sono ricordato qualcosa, avevo tre anni, ero una palletta carina e paffuta, mi sono ricordato di essermi già visto in uno specchio, lo specchio era l'armadio di mia madre. mi sono ricordato la forma del mio naso. Il tipo beveva e parlava, beveva e parlava alcune volte beveva mentre parlava e allora tossiva, ma in linea di massima il suo messaggio arrivava chiaro e semplice. Si poteva cambiare l'universo con un foglio di carta opportunamente scarabocchiato, L'universo non era altro che un sistema operativo, noi non eravamo altro che input, chi giostrava le cose era l'universo stesso ed il tempo non era altro che un serpente circolare che sostanzialmente ci prendeva in giro, passando e ripassando mille volte sullo stesso punto creando dei segmenti, così facendo il tempo non passava in modo fluido e in avanti ma si strutturava in scatole, dentro altre scatole,impilate dentro un grande archivio in chissà quale pianeta nella stanza di un alieno smanettone che si faceva le seghe sul pornhub alieno. ve l'ho detto che ho una memoria prodigiosa ? Si sono sicuro di si.
    Ne ho viste di cose terribili, ma mai come quelli che dicono di essere umili mentre si sentono incompresi, ne ho viste di cose terribili ma mai come chi si dimentica i nomi delle persone.
    Mia appoggiava sempre i piedi sul tavolo e beveva tanta birra a voler ben dire un po' troppa per un esserino di un metro e qualcosa per pochissimi chili, ciondolava la testa all'indietro e parlava spesso di quello che gli sarebbe piaciuto mangiare un giorno o l'altro, alla fine però mangiava sempre le stesse cose, viveva di immaginazione e desideri violenti, sembrava programmata per deludersi, io stavo seduto a girarmi un coltellino poco affilato tra le dita, stavo li e immaginavo di togliere via quella delusione da lei in qualche modo ma l'unica cosa che pensavo di fare e che mi veniva discretamente bene era raccontarle la storiella dei due tizi inseguiti dall'orso, lei rideva sempre e dopo di che si regalava una generosissima sorsata di birra, e poi parlava e parlava ad un ritmo forsennato.
    Mi sarebbe piaciuto stare con lei per sempre, ma non avevo molte speranze, prima o poi se ne sarebbe andata, perché era cosi che faceva, spesso andava via mentre mi allontanavo per andare in bagno e poi la trovavo seduta davanti alla porta di casa perché scappando si dimenticava di chiedermi le chiavi, quelle notti la portavo dentro e la mettevo sotto le coperte la guardavo un po' dormire e anche quando dormiva sembrava sul punto di scappare, era costantemente fuori dal mio campo visivo anche quando ce l'avevo davanti.
    Una di quelle notti ero seduto alla scrivania, guardavo i palazzi fermi e grigi davanti alla finestra, era quel lasso di tempo in cui non è notte e non è ancora l'alba, un lasso di tempo che se vuole sa essere infinito. E quella notte voleva essere terribilmente infinito. presi un foglio e ci scrissi un desiderio, avrei voluto che Mia fosse più costante, e applicai il teorema del fumettista, creai un sigillo, e lo misi dentro un cassetto, dopodiché aspettai.
    Il Giorno dopo Mia iniziò ad ignorarmi, avevo raggiunto l'obiettivo, era diventata costante nei suoi sentimenti, ma costante nel modo che non mi aspettavo, nel modo sbagliato. Era indiscutibile che la cosa dei sigilli funzionava ma adesso Mia se n'era andata e salutandomi freddamente aveva sussurrato buona giornata, in quel saluto c'era tutta la freddezza del mondo, eravamo due estranei, improvvisamente, ero certo che non sarebbe più tornata, certo come ero certo di aver fatto una gigantesca stupidaggine creando quel sigillo.
    Il Gatto che avevamo in comune stava seduto sul tappeto a pulirsi e leccarsi non mi degnava di uno sguardo evidentemente anche lui preferiva Mia, da quando la conoscevo non avevo visto una sola persona che non avesse preferito Mia a me, figuriamoci il gatto.  
    I Giorni passavano e di Mia nessuna traccia, avevo influenzato l'universo in modo maldestro, come ogni gesto che avevo compiuto nella mia vita. come quella volta che avevo fatto il barman e avevo distrutto tutte le bottiglie cercando di fare il fenomeno.
    Buio, notti insonni, non mi ricordavo come fosse il giorno, non ero certo che esistesse il giorno, ero arrivato al punto di convincermi che il giovedì mattina fosse una specie di leggenda vichinga narrata ai bambini per mettergli paura, guardavo sempre quei due palazzi costruiti così vicini da sembrare attaccati, quasi appoggiati l'uno all'altro, due palazzi che oscuravano tutto.
    Mia alla fine l'avevo trovata, pochi mesi dopo, catatonica dentro una casa abbandonata, c'erano un mare di gatti attorno a lei, fuori dall'abitazione abbandonata un vecchio barbone di circa ottanta anni gironzolava bevendo vino in brick. Che Mia fosse li me lo aveva detto lui, giorni prima battevo quella parte di città cercandola, avevo pensato a scrivere un altro sigillo ma ho preferito lasciar perdere, questo vecchio barbone parlava poco e male, doveva avere qualcosa ai polmoni e più che parlare sibilava, ma aveva reagito ad una vecchia foto di Mia che gli avevo mostrato, era stata scattata quella stessa estate in una baia abbandonata chissà dove, Mia sorrideva, ma il barbone l'aveva riconosciuta comunque, mi aveva accompagnato a quella vecchia abitazione abbandonata, che una volta doveva essere dipinta di blu, ma che adesso era più che altro grigia, grigia come il cielo quando sta per piovere.
    Era seduta su una sedia di legno, con un tipo scheletrico e ingobbito che le girava attorno mentre si slacciava i jeans, le gambe di Mia erano piene di lividi e ferite all'altezza delle cosce da delle piaghe da decubito, c'era un fetore insopportabile e lei aveva uno sguardo fisso e vitreo, i gatti non si schiodavano da li, avevano capito che Mia poteva essere una buona fonte di cibo. Mentre il tizio scheletrico si aggirava come una Iena eccitata, chissà da quanto tempo cercava di decidersi, aveva deciso che avrebbe scopato un oggetto inerme, aveva deciso di scendere al livello più basso di diventare un insetto. Nel giro di pochi minuti sia i Gatti che il tipo Scheletrico ed ingobbito Avrebbero capito che quella volta avrebbero dovuto digiunare. Una testa che si apre in due dopo un colpo di spranga di ferro ha un suono preciso, l'ultimo respiro di un tipo ingobbito e scheletrico con il cazzo di fuori ha un ché di vagamente viscido.
    Presi Mia in braccio e attraversai mezza città, sperando che qualcuno mi potesse aiutare, che quella cazzata del Sigillo non fosse irreversibile, sperando e ad ogni passo speravo di più mentre il barbone e i gatti mi stavano dietro di qualche passo, sembravano scappati da uno di quei cartoni animati in cui animali e umani si alleano, solo che eravamo più tristi, molto più tristi.
    Mia stava seduta e guardava un punto fisso, L'universo non aveva tenuto conto che la costanza non somiglia all'apatia, o forse si, Forse in linea di massima siamo fatti di altalenanti stati d'animo, forse nel giro di un minuto siamo apatici e siamo entusiasti, forse amiamo disperatamente e odiamo, quasi contemporaneamente. L'universo non ha capito, il Sigillo è un comando basico, e questo non è un mondo basico, noi non siamo esseri basici, questo il fumettista che beveva e si strozzava con la birra e le sue stesse parole non lo aveva detto, non lo aveva detto che non siamo fatti di linguaggio binario. Adesso Mia è semplicemente spenta, costantemente spenta.
    E anche se fosse l'ultima cosa che farò, la riaccenderò.
    Internet è un brutto posto se sai cosa cercare, si parla di deep web nei documentari, ma nemmeno li ho trovato qualcuno capace di aiutarmi, guardo Mia che resta li fissa come una statua di cera, con gli occhi se ormai somigliano a due perle, belli,bianchissimi e tremendamente vuoti. Il tempo sta passando sempre più inesorabile, il tempo sa essere inesorabile quando le speranze si assottigliano e le possibilità diventano sempre di meno, Mia guarda un punto fisso in qualche universo, io trovo solo tizi che vendono armi e pedopornografi e con educazione rispondo che nessuno dei due articoli incontra i miei gusti.
    Ma poi cosa cerco ? e se il tipo dei fumetti si fosse inventato tutto come quei maghi in tv che sfruttano a loro favore le menti deboli e suggestionabili ? Ma non ha senso, non ha senso se sono io quello influenzato perché ho bloccato Mia ? che cazzo di discorso è questo ?.
    Ormai è passato più di un mese. sto considerando l'idea di soffocare Mia con un cuscino e farla finita, non c'è perdono per quello che ho fatto, non c'è sfumatura dell'egoismo che mi possa giustificare, non c'è Amore al quale io possa aggrapparmi, prenderò il cuscino e la chiuderò qui, pagherò per quello che ho fatto, giudice, giuria e boia, Mia mi guarda ma solo perché ho invaso il suo campo visivo, in un impeto di infantile invadenza.
    Poi, improvvisamente, come nei peggiori film da discount bussano alla porta. chiedo di sia con il cuscino in mano che in caso di effrazione è sicuramente l'arma più ridicola con la quale farsi trovare, apro e mi trovo davanti un uomo di mezza età stempiato e con gli occhi divergenti, le scarpe lucide e i pochi capelli rimasti incollati alla testa con mezzo chilo di gel, ha una camicia a fiori sotto un vestito grigio le mani nodose, così vecchie che sembra che le abbia rubate ad un novantenne, mi dice sussurrando ma molto decisamente di farlo entrare, obbedisco ma non so nemmeno perché, a questo punto ogni possibilità merita di essere considerata, a questo punto ogni appiglio è un possibile salvagente in questa tempesta di merda che ho scatenato.
    Il tizio si siede ma prima si alza un po' i pantaloni afferrandoli dalle ginocchia lasciando intravedere dei calzini immondi e orripilanti poi mi guarda e con un accento stranissimo mi chiede se ho una bacinella e se cortesemente potrei riempirla fino all'orlo di acqua, mi avvio a  riempire  un secchio che per comodità spaccerò per bacinella, il tipo nel frattempo ha tirato fuori dalla canottiera un rosario a cui è attaccata una croce gigantesca e mentre farfuglia qualcosa lo stringe fortissimo tra le mani poi si alza e si avvicina a Mia, la odora, la studia con tutti i sensi, la annusa profondamente, indugia in prossimità delle labbra, quasi a volerne percepire il respiro, le tocca le tempie e mentre lo fa socchiude gli occhi, poi le bacia le mani indugiando un po' come se la stesse assaggiando, infine la guarda, la guarda fisso con il suo sguardo che adesso non è più vuoto ma pieno di ogni tipo di demone che ha abitato l'inferno, il tipo tossisce e poi mi dice di strappare il sigillo, me lo urla quasi ringhiando,  mi indica con quel dito nodoso che sembra il ramo di un albero, io lo cerco nei cassetti, alla fino lo trovo e riesco a strapparlo mentre lo faccio lui prega, prega e si dondola sulla sedia mentre guarda Mia che a sua volta più per una questione di mira guarda lui.
    Attimi di infinito silenzio, in cui l'aria era densa e spessa, come se avesse un peso specifico maggiore a quello del metallo, attimi di infinito silenzio e di odori acri di sudore che sarebbe rimasto intrappolato in quella lega metallica che erano diventati l'ossigeno e l'anidride carbonica dentro la stanza, attimi infiniti, perversi e dannatamente relativi.
    Mia che apre gli occhi. e guarda il tipo che era stravolto dal suo rapporto diretto con il suo Dio, o chi per lui, poi guarda me e mi chiede cosa è successo. Io resto li con un secchio in mano riempito fino all'orlo, il tizio respirando e tossendo mi dice che l'acqua non serve, mi aveva mandato a fare qualcosa per evitare che rompessi il cazzo con un miliardo di domande. Risoluto il tipo, vestito di merda ma risoluto lo ammetto, poi con una cortesia che non gli sospettavo mi chiede se per favore posso fargli un Thé, rispondo di si, ma mi sento un totale idiota, l'aria si sta rasserenando adesso è solo pesante come un macigno.
    Dopo il Thé sembrava che in quel lasso di tempo non fosse successo niente,Mia sorrideva con i suoi denti storti, il tizio parlava e raccontava che pregare era più che altro una sorta di esercizio della respirazione, in realtà Dio in quella situazione non ci era affatto entrato, o per meglio dire non Dio nella sua forma più arcaica e letterale, il tizio era Inglese si chiamava Mick,e quando sorrideva gli si scuotevano le ossa, Mia ogni tanto senza farsi notare mi chiedeva chi fosse quel tipo, io gli rispondevo alzando le sopracciglia, in poche parole Mick sapeva come influenzare l'universo attraverso i sigilli ma non lo aveva più fatto dopo una serie di incomprensioni che si erano verificate, diceva che i sigilli sono fallibili, che l'Universo è si influenzabile ma mai come pensiamo di influenzarlo, in poche parole è una truffa, si ha la chiave per risolvere un enigma che non appena si vede attaccato cambia di colpo lasciandoti nella vastità della tua idiozia. Mia non capiva, Mia sorseggiava Thé e si chiedeva il perché di tutte quelle piaghe che stavano guarendo e cicatrici che si stavano rimarginando, dopo un paio di ore Mick studiò Mia per un paio di minuti poi sorrise rivelando una serie di denti di cui è meglio non parlare mai più, poi si accese una sigaretta e ci salutò.
    Io non so se voi sapete che rumore fa una testa di cazzo perversa spaccata in due, quello che nemmeno io sapevo che la testa di cazzo era una testa di cazzo importante e perciò dopo un paio di settimane mentre dormivo accanto a Mia, che da un pezzo ormai aveva ricominciato ad amarmi a modo suo, ma sorprendentemente dopo tutto quello che avevamo passato sembrava il modo migliore del mondo, e soprattutto Mia aveva riconquistato i suoi occhi che adesso non erano più vuoti.
    Una notte, buia e tranquilla la porta dell'ingresso si sgretolò letteralmente sotto i colpi delle forze speciali, che con una maleducazione leggendaria svegliarono me, Mia ed il gatto che però si limitò a guardarli e a girarsi dall'altra parte, lui aveva un alibi, lui era un gatto, io No.
    E quindi eccomi qui, questa è la mia storia, tra pochi minuti mi accompagneranno in una stanza sterile con un vetro trasparente, tra poco un prete mi benedirà, un secondino mi saluterà e qualcuno mi disinfetterà il braccio con un batuffolo di cotone imbevuto di disinfettante, Entrando dentro la stanza saluterò tutti, questo è il piano l'Universo ha deciso così, è buffo riflettere sul fatto che saprei come evitarlo, mi basterebbe un pezzo di carta e una penna.
    Un passo dietro l'altro, ho deciso di mostrare coraggio, che senso avrebbe implorare ? morirò tra poco tanto vale mostrare un coraggio belluino, tanto vale mostrare un campionario di palle infinito, qualcuno disse che se bluffi devi farlo fino in fondo, qualcuno aveva ragione, nella grande stanza bianca c'è un'aria leggera, dietro il vetro ci sono i genitori della testa di cazzo, alcuni giornalisti e seduti in fondo come al cinema ci sono Mick e Mia, mi fanno un gesto, mi salutano Mia non piange, Non sarebbe giusto, Il Gatto non è venuto, avrà avuto da fare, ah ma poi ve l'ho raccontata la storiella dell'Orso ? non ricordo dove l'ho sentita: Allora ci sono due tizi in un bosco, ad un certo punto arriva un Orso gigantesco ed incazzato, i due amici si guardano preoccupati dopo di ché uno dei due si abbassa per legarsi le scarpe l'altro gli dice ma come puoi sperare di correre più veloce di un Orso ? e l'altro risponde non dell'Orso, mi basta correre più veloce di te. 

  • 14 maggio alle ore 12:05
    PIN-UP E NORIMBERGA

    Come comincia: Entrarono in Alba con occhi di sonno.
    Uno si fece il segno della croce, l’altro niente.
    La gente in strada gli gettò uno sguardo discreto, poi più niente.
    L’aria condensava sui vetri delle finestre: tempo strano, a tratti soffocante, più spesso freddo.
    “Giustizia è stata fatta.”
    Tirò su col naso: “Norimberga. Non sono convinto.”
    Tacquero. Attraversarono le stradine stando attenti a calcinacci e finestre pericolanti.
    “All’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
    “Dove Hitler diede di matto: chi te l’ha raccontata questa balla?”
    “Nessuno in particolare. Si dice in giro, tra le fila dei nazionalsocialisti.”
    “Ce ne sono ancora, a volto scoperto?”
    Presero a ridere piano.

    Aveva l’aspetto di un’osteria, però mancava l’insegna e le finestre tutte rotte.
    Grida e odori di spezie.
    Entrarono, ma la porta non c’era e gli stipiti neanche.
    Dentro era tutto molto spartano: tavoli grandi e spaziosi apparecchiati, senza tovaglie.
    Trovarono un tavolo libero, si accomodarono senza che nessuno dedicasse loro uno sguardo.
    “Beppe, ce l’hai una?”
    [trans]
    Beppe era pelato, i pochi capelli rimastigli li aveva rasati a zero: il naso era lungo e affilato come il becco d’un corvo. Era di Asti. Tutti i suoi erano stati di Asti e lì erano morti per guerra o malattia. Poi era scoppiata la Seconda e Beppe aveva lasciato i campi dell’astigiano, aveva preso in spalla lo zaino e un vecchio fucile e si era unito ai Partigiani: in un gruppo aveva trovato Leucò, pallido, dall’aria malaticcia, ma aveva la forza di un bue e non era ottuso come l’animale.
    Beppe tirò fuori un pacchetto malandato di Camel americane e lo lasciò sul tavolo: Leucò ne tirò fuori una per sé e un’altra che lasciò sul tavolo e che Beppe subito raccolse fra le labbra. Beppe ritirò il pacchetto in tasca. Accesero con i cerini di Beppe. Respirarono il fumo, lo lasciarono cadere nei polmoni.
    “Buone.”
    “Meglio delle Nazionali.”
    “Quelle fanno schifo. Il Duce non le fumava.”
    “Che ne sai tu?”, buttò lì Beppe: “Mica lo sai che fumava.”
    “E invece lo so.”
    “Sì, sì.”
    Per un po’ Beppe fissò Leucò, con un sorriso di niente; poi Leuco si guardò attorno in cerca di una chellerina per ordinare zuppa calda, una forma di pane e del vino rosso.
    “Senti Leucò, tu che ne dici di Norimberga. E’ davvero finita?”
    Quello tirò su con il naso, poi sputò fumo dalle nari. Sbiancò un poco e alzò le spalle. “Non finisce mai”, si limitò a farfugliare, perché altro non sapeva.
    Beppe si grattò il cranio, spegnendo la cicca sulle assi del tavolaccio. Nell’intanto un donnone: tutt’e due soltanto uno sguardo. Dissero che volevano della zuppa ben calda e pane. E del vino.
    Il donnone appuntò qualcosa a matita su un foglio bisunto, dopodiché ciabattò via sbuffando.
    Leucò tirò fuori un fiato; ci ripensò e rimase in silenzio.
    ”Cosa c’è?”, domandò allora Beppe.
    “Le sigarette… quelle americane sono una cosa, non sono quelle nostre, sono buone.”
    “Già. Gli americani. Ma io non li vedo bene.”
    “Che intendi?”
    “Non sono venuti qui a farsi sbudellare per niente e per darci le Camel.”
    “Però sono venuti. Gli dovremmo essere grati.”
    Beppe sputò sul pavimento in segno di disprezzo: “Nessuno si fa sbudellare così, nemmeno se ci sono i fasci dietro.”
    “Il Duce le portava nel suo boudoir le ebree, le faceva mettere a novanta e dopo che si era sfogato chiamava perché qualcuno se ne sbarazzasse.”
    “Se ne dicono tante adesso che gli è stata fatta la festa al bastardo e a quella puttana della Claretta Petacci.”
    “Sì, tante.”
    Tennero il silenzio per poco.
    “Non arriva ancora la zuppa”, osservò Beppe.
    “La starà facendo quella che è venuta.”
    ”Non l’ho vista bene.”
    ”Non è come le americane. Io le ho viste.”
    “No, tu non le hai viste.”
    ”Ti dico di sì. Gli americani le chiamano pin-up.”
    “Quelle disegnate sugli aerei non sono donne.”
    “E che cosa sarebbero allora?”. E così dicendo tirò fuori da una tasca una figura bisunta: “Questa me l’ha data uno, ha detto che le femmine americane tutte così.”
    “Tu non parli americano”, gli fece notare Beppe. “Quello non può averti detto nulla.”
    “Ha parlato.”
    “Tu parli americano? Fammi sentire.”
    Leucò rimase in silenzio arrossendo, poi squittì: “Però quella lì è vera.”
    “Può darsi”, si limitò a osservare Beppe. E subito dopo aggiunse: “Non sono venuti per farsi sbudellare da tedeschi e italiani. Vogliono qualche cosa.”
    Leucò abbozzò un mezzo sorriso: “Le nostre donne forse!”
    Beppe si passò una mano sulla pelata lucida e ormai bagnata di sudore: “No. Le femmine sono dappertutto.”
    Leucò accusò il rimprovero.
    Beppe lo fissava con occhi a spillo, duri come diamanti.
    “Che pretenderebbero secondo te?”
    Beppe si fece scuro in volto, come se un’ombra gli si fosse incollata sulla faccia per non staccarsi mai più: “Solo il tempo ce lo dirà.”
    “Adesso stanno con noi.”
    “Tu lo capisci l’americano? Io sento solo che parlano, ma non capisco che dicono. Non mi fido.”
    “Che vuoi dire?”
    “La zuppa!”, gridò Beppe a nessuno in particolare.
    “Voglio dire che lo vedremo domani”, spiegò sempre più cupo, con voce spenta: “Si era travestito da militare tedesco. Il porco voleva fare la fuga assieme alla Claretta, verso la Valtellina. Ma a Dongo i nostri Partigiani lo beccano. Che figlio di puttana! Il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra finisce. Ma non finisce veramente. Niente finisce. Data e luogo da ricordare, Leucò.”
    “Lo so anch’io com’è andata.”
    “Se lo sapessi non mi chiederesti delle americane.”
    “Non ti chiedo di loro. Ti dico soltanto che le chiamano pin-up.”
    Mentre discutevano, gli arrivò la zuppa e un forma di pane nero, e una brocca di vino, rosso e denso come il sangue d’un porco appena sgozzato. Il donnone gli mise tutto sotto il naso, poi sbuffando si tirò via, senza prestare orecchio alle chiacchiere dei due.
    Presero a spezzare con le mani il pane, lo cacciarono nella zuppa bollente e quasi più nera del pane: non si capiva di cosa fosse fatta, però andava giù bene nello stomaco.
    Quando le scodelle furono ripulite, Beppe prese la sua fra le mani, con fare cerimonioso quasi fosse il Santo Graal: “La vedi questa? Adesso è pulita. E’ finita, devi capirla la differenza.”
    Leucò fece finta di non capire: “Non lo puoi sapere che non hanno sputato nella zuppa prima di servirtela.”
    Beppe allora sputò nella scodella vuota: “Anche se fosse, adesso il conto è pari.”
    “Hanno cominciato a ricostruire.”
    “Non qui. Alba è dei Partigiani italiani.”
    “Costruiranno.”
    “No, stanno tutti giù, sulle coste. O dalle parti di Salò. In Sardegna soprattutto, e in Sicilia. Quelli c’hanno qualcosa in testa, te lo dico io.”
    “Delle donne hanno preso nel letto alcuni americani.”
    ”Sono uomini pure loro: una donna ti fa dar di matto anche se non lo vuoi. Non si è mai liberi.”
    “Il Governo fascista ha ridato al popolo le essenziali libertà che erano compromesse o perdute; quella di lavorare, quella di possedere, quella di circolare, quella di onorare pubblicamente Dio, quella di esaltare la Vittoria e i sacrifici che ha imposto, quella di avere la coscienza di se stesso e del proprio destino, quella di sentirsi un popolo forte, non già un semplice satellite della cupidigia e della demagogia altrui” (* ), recitò in maniera meccanica Leucò: “Lo ha detto Mussolini da qualche parte.”
    ”E tu l’hai imparato a memoria.”
    ”Ero giovane e pensavo che avrei studiato, che sarei diventato qualcuno. Poi i miei vecchi sono morti e io ho girato in lungo e in largo.”
    ”E’ successo a molti. Non sei il solo.”
    “Non è bello: certe cose mi sono rimaste scolpite nella testa. C’è mancato un pelo, un fascio stava per farmi la pelle, ma io sono stato più veloce. Capisci?”
    “E’ successo a molti, non sentirti speciale per questo.”
    Nell’intanto era arrivato il conto. Beppe guardò con la coda dell’occhio la donna… le cacciò in mano delle monete.
    “Non bastano.”
    “E’ tutto quello che abbiamo. Abbiamo fatto la guerra.”
    La donna si limitò a dargli uno sguardo torbido, quasi fosse abituata a simili battute. Solo aggiunse: “Qui non si fa credito a nessuno.” E si portò via.
    Beppe e Leucò si portarono fuori, gettando nell’intorno fugaci sguardi fra le dense spire di fumo.

    Fuori non era meglio: l’aria era pesante, indefinita, pareva d’essere dentro un limbo dove non si è né vivi né morti. La condensa sui vetri era così spessa che lo sguardo non riusciva a spiare alcun segno di vita al di là.
    In Alba le strade erano dissestate, per terra vermi e sangue ancora fresco. Le campane suonavano di un suono tetro, più o meno volgare. I due camminavano tirando un passo lento di stanchezza, l’uno accanto all’altro.
    “Io dico che quella ha sputato nella zuppa.”
    Beppe diede un sorriso a metà sotto il naso aquilino: “Anche se fosse, oramai l’hai buttata giù. E poi non hai reclamato prima, perché dovresti farlo adesso, non so.”
    Leucò sorrise pure lui: “Sì, mi sa che hai ragione. Però all’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
    ”Tanto tu non la bevi lì “
    “Già.”
    Più passavano avanti più l’aria si faceva pesante, di nebbia.
    “Non è buono questo tempo: si respira male.”
    “E’ il tempo. E’ il tempo.”
    Beppe tirò fuori le Camel, se ne cacciò una in bocca e una la offrì al compagno.
    “Americane.”
    “Americane”, gli fece eco Beppe. “Quelli non sono venuti qui per farsi sbudellare… per questo fumo. Te lo dico io, quelli hanno qualche cosa che gli frulla in testa.”
    “Tu lo sai?”
    ”No. Lo so e basta che è così. Chi vivrà vedrà.”
    Leucò cambiò argomento, di botto: “Hai mai pensato che potresti metter su famiglia?”
    ”No, no. Un uomo nasce libero.”
    ”Perché una donna lo mette al mondo.”
    Beppe non trovò argomenti con cui controbattere, inghiottì un bolo di rabbia e aspirò ben forte il fumo della Camel fino a farsi fumare il cervello. Perse per mezzo secondo il passo, niente di più.
    “Andiamo.”
    ”Stiamo già andando. Siamo al tramonto. E’ bello rosso, anche se c’è la nebbia.”
    ”Non lo so se quello è il tramonto. Potrebbe essere il fuoco di una guerra. O il colore dell’alba.”
    “Non ci avevo pensato.”
    Camminarono in silenzio fendendo la nebbia, andando incontro al tramonto o a qualunque cosa fosse, mentre Leucò confessava a Beppe, in un fil di voce, che lui una famiglia l’avrebbe voluta.
    Finirono i loro passi in Alba con occhi di sonno.

    * (Parole rivolte ai rappresentanti dei Sindacati agricoli in Roma, il 30 Luglio 1925). - V, 124.

  • 07 maggio alle ore 19:57
    UN NUOVO UNIVERSO

    Come comincia: Una mattina mi sveglio e il mondo è dentro di me. Non ci sono tormenti, non ci sono palpitazioni, nessun respiro profondo per poter continuare a vivere. Sono calma, il mio battito è regolare, il mio respiro è fluido. Sono in armonia, il mondo è dentro di me. Non fa paura, non è buio, ma solo luce immensa. Posso contenerlo, perché so finalmente chi sono. Sono in pace, sono viva, sono piena, sorrido alla vita e lei sorride a me. Bastava poco… due occhi profondi dei colori della terra, capelli bagnati dalla notte, labbra come nuvole e mani di acqua e di fuoco. Un corpo si adagia sul mio, un incastro perfetto, pelle su pelle. Due anime che si baciano e si fondono. Non c’è più nulla di mio. Due sogni che si incontrano. Non c’è più nulla di suo. Due sessi che si sfiorano e annegano nel piacere. Un nuovo universo si crea. Il suo mondo è dentro di me. Il mio mondo è dentro di lei. Noi siamo il nostro mondo.  Un mondo incantato e reale come il nostro amore.

  • 28 maggio 2016 alle ore 16:37
    Il più sfigato

    Come comincia: La nostra vita è un lungo srotolarsi di eventi, i più vari… senza che ce ne sia uno che si sia svolto in modo preciso, uguale a come l’abbiamo pensato o programmato. Eventi positivi che ci hanno regalato attimi sereni o felici ma anche eventi negativi con il loro corollario di sofferenze e dolori. E, il più delle volte, noi lì a guardare, spettatori inermi mentre intorno il mondo girava a velocità astrali e uomini belli, forti e imbattibili vivevano una vita da star nel luminoso palcoscenico dei vip.
    Uomini super o supereroi. Personaggi che di solito vivono nella fantasia degli scrittori,  animano intere pagine di fumetti più o meno famosi e sono ammirati per le loro gesta al di sopra delle umane forze... gesta da superman, appunto.
    Nella vita reale difficile incontrarne uno. Eroi che vantano salvataggi di intere flotte di naufraghi, di città che bruciano sotto incendi dolosi. L’eroe che possiamo incontrare noi comuni mortali al massimo ha evitato uno scippo o si è tuffato vestito in un fiume per trarre in salvo un uomo che voleva annegare.
    I grandi eroi a noi non è dato conoscere o almeno se non in molto ma molto sporadico. Per questo credo che non siano così amati come forse meriterebbero. La distanza che li divide da noi, esseri umili e per nulla potenti, è tale che difficilmente permette di approfondirne la conoscenza, di entrare in un empatia emotiva con loro che li renda amabili o inneschi la gestazione che dia vita all’amicizia o altro nobile sentimento. Tutt’al più vengono idealizzati, identificati con una divinità che rimane comunque lontana dal mondo materiale.
    Quindi la nostra simpatia più facilmente nasce per chi come noi, lotta quotidianamente con gli eventi del mondo, che cerca di superare le difficoltà con i deboli mezzi che ogni uomo ha a disposizione.
    E più è sfigato e più tutto gli va male, più ci sentiamo vicini a lui e ci sembra che le corde della simpatia e della condivisione vibrino decisamente. I nostri sensi di contro, o forse è solo una distorsione generata dal nostro schierarsi a sfavore,  ci rimandano un’immagine arrogante, superba e distaccata del superman di turno. Ci sembra privo di sensibilità e emozioni umane, mentre troviamo che la sua persona esondi narcisistiche pose da copertina di riviste patinate.
    A chi veste lo scomodo abito dell’antieroe attribuiamo bontà e umiltà e per lui nutriamo trasporto e simpatia... e, a guardarlo bene, troviamo nei suoi occhi lo sguardo umido e dolcissimo del bastardino che a volte ci segue e non chiede altro che un pezzo di pane che ripagherà mille volte con il suo affetto.
     

  • 28 maggio 2016 alle ore 11:45
    " Serial love"

    Come comincia: Ascoltava il mare e rivedeva il suo sorriso,
    quando le diceva" ecco, questo sono io".
    E lei gli aveva creduto semplicemente.
    Oggi a distanza di anni, quel ricordo tornava.
    La semplicità di quei momenti,
    quando tutto in loro sembrava così naturale.
    Avrebbe scoperto nel tempo,
    che era stato un piano premeditato da lui.
    Aveva studiato attentamente , il suo essere donna,
    le sue fragilità, i suoi sogni, i suoi desideri.
    Aveva fatto di lei un boccone, per lui era stato così facile.
    Un serial love,uno di quelli che non hanno nessuno scrupolo,
    che hanno un tasso di cinismo così elevato, quanto il loro ego.
    Un uomo così comune, da non far pensare mai ciò che veramente era.
    Era stata un giocattolo nelle sue mani,
    era riuscito a denudarle l'anima,
    lei che era sempre stata una persona responsabile,
    si era persa in lui naturalmente, come acqua che scorre.
    Così si perdeva in quei ricordi intensi e dolorosi.
    Già,ma tutto ha una fine,ed ora era lì con quei ricordi nelle sue mani.
    Li prese accarezzandoli, li guardò per l'ultima volta e li fece volare nel cielo.
    Come piccole ali di farfalle variopinte, volaro via.
    E lei sorrise di ciò che era stato, o, non era stato.
    @quil@blu59

     

  • 26 maggio 2016 alle ore 11:11
    Lettera ad un sogno prezioso

    Come comincia: Caro sogno prezioso, 
    vorrei portarti con me su ogni strada per lasciarti un po' sporcare con la polvere di tutta quella vita respirata dall'asfalto, dai prati, dai palazzi e da tutta quella gente che percorre un cammino nell'assordante imbrunire delle stagioni che passano... 
    Vorrei vederti crescere con quella giusta dose di sacrificio, rinascita e coraggio che servono per tramutarti in realtà. Vorrei vederti accogliere i miei sorrisi e nutrirti con la stessa essenza materna che concede, al mondo intero, la possibilità e la forza di credere ancora in una miriade di altri sogni.

  • 18 maggio 2016 alle ore 10:14
    UNA FIGONA COSI'

    Come comincia: Uffa che noia, che noia, che noia…così recitava una attrice i tv ed era quello che provava Alberto al mare. In pieno agosto, spiaggia affollatissima, gran casino  intorno a lui. Solita lettura del quotidiano , solite notizie spiacevoli: maschietti che per motivi più eterogenei fanno fuori mogli e conviventi, litigiosità di partiti che non interessa più nessun lettore ed altre notizie che facevano in modo che l’Albertone nella spiaggia di Lido di Camaiore antistante l’albergo dove alloggiava con moglie e cognata nubile. Messo da parte il giornale stava per farsi accarezzare dalle onde quando una visione celestiale…si non c’era altro aggettivo dinanzi alla visione di una  fi..na che più fi..na non si può: giudicate voi: castana con  mèches bionde, altezza circa 1,75, fronte intelligente, occhi verdissimi, naso all’insù (Alberto non  amava nelle donne i nasi lunghi, sembravano dei travestiti)  labbra carnose non a canotto , seni  forza tre-quattro, vita strettissima tipo quelle americane che si fanno togliere due costole, (si così aveva letto sul New York Time) gambe chilometriche e piedi lunghi e stretti, bellissimi (Alberto un po’ feticista lo era). La visione aveva fatto cadere dalle mani del succitato il chinotto Neri, quel famoso chinotto che non è chinotto se non c’è l’8. Una risata argentina dell’interessata seguita da quella delle due sorelle poco distanti, su di lui con  i segni della colata della bevanda. Dopo quella figura da Emilio Fede (si proprio quella) al povero quarantenne 1,80 gran bella figura maschile (in quel momento figura di c…zo) non restò altro che buttarsi fra le onde …Prima o poi dovette riprendere terra e avviarsi dentro la fida Jaguar in attesa di moglie e cognata.
    Sdraiato sul sedile posteriore, aria condizionata in funzione attese pazientemente i rinforzi per ritornare in albergo. Nessun commento, i due coniugi si capivano bene anche senza parlare, Anna era abituato alle scappatelle del consorte, ormai le conosceva bene, le tollerava, la fine delle stesse era un regalo di pregio in gioielleria (il consorte era molto agiato di famiglia).  Anna non aveva voluto lasciare il lavoro in uno studio di avvocato, voleva soldi suoi.
    Ritorno sulla spiaggia per ora non se parlava proprio e allora come passare il tempo? Alberto vide un cartellone che reclamizzava un circolo del golf; detto fatto, iscrizione allo stesso ed acquisto del materiale interessato. Grandi ossequi da parte del direttore, consegna di una auto elettrica e via nel green. Un caddy a lui assegnato lo consigliava con aria di sufficienza ed Albertone lo cambiò con altro, di colore, meno spocchioso. Aveva trovato il modo di passare la mattinata, pomeriggio pisolino d’uopo e poi andata al circolo del Golf  da spettatore ai giocatori del bridge (gioco da lui mai amato) con cui aveva stretto amicizia,tra ricconi ci si intende subito! Dopo cena passeggiata con gelato e poi tra le lenzuola e, piuttosto spesso, code sessuali nelle quali era piuttosto bravo con moderata gioia della consorte. Quest’ultima lo mise al corrente delle cose personali della fi…na. Padre siciliano, madre svedese, classico nome, Ingrid, due figlie gemelle sedicenni,  nessun amante ufficiale.
    Finalmente ritorno sulla spiaggia un po’ imbarazzato lui, allegra e sorridente la siculo-svedese che nel frattempo aveva fatto amicizia con consorte e cognata la quale non dimostrava molta gioia di quella villeggiatura il perché lo aveva confessato a sua sorella: era diventata l’amante della sua compagna di stanza al college e se ne era innamorata (una lesbica in famiglia!) Parlando, parlando Ingrid aveva confidato ad Anna di avere come amante il toy-boy ventitreenne suo istruttore di palestra, ragazzo fine ed educato a detta dell’amica. Anna aveva i suoi dubbi quando Ingrid propose di passare una serata in cinque, toy boy compreso, non ebbe il coraggio di rifiutare e comunicò la cosa ad Alberto il quale non rispose ne si ne no, non gliene importava gran che dell’amante di Ingrid.
    L’incontro avvenne una sera al momento della cena: Alberto, sempre grandioso in tutto, aveva convinto lo chef di preparargli oltre ai soliti antipasti e contorni una ‘cofana’ di brodetto di pesce su un letto di pane abbrustolito consistente in: seppie, crostacei, pesciolini dislicati cucinati con erbe aromatiche e con peperoncini calabresi aperti ma non tagliati per non dare troppo di piccante al piatto. Un ovazione: “Ma tu hai un mestiere in mano, sei fantasioso” Ingrid era entusiasta. Alberto, dietro lauta mancia, aveva chiesto al direttore di sala di preparare un tavolo in fondo alla piscina lontano da tutti, duecento euro erano bastati e così il quintetto poteva far la caciara che voleva senza disturbare i vicini. Di particolare l’incontro tra Anna e Adamo l’amante di Ingrid. Il cotale non era il grezzo che Anna credeva anzi: biondo, occhi azzurri (gli svedesi avevano lasciato i segni in Sicilia) sorriso accattivante, stretta di mano robusta, altezza superava di un palmo Anna. Dietro richiesta della moglie di Alberto aveva messo al corrente i presenti di essere di S.Giuseppe Jato paesino in provincia di Palermo, di essere di famiglia modesta ma che con sacrifici era riuscita a farlo inscrivere alla facoltà di ingegneria a Palermo. Inoltre aveva raccontato delle cose proprie del suo paese: due famiglie mafiose che, intelligentemente, alla guerra avevano preferito un armistizio coronato dalla scambio delle relative femminucce di cui una sedicenne che non aveva apprezzato il marito di vent’anni più anziano e subito, il mese dopo era rimasta incinta con grandi festeggiamenti oscurati dal fatto che invece l’altra ancora aspettava di far contenti i parenti ansiosi di diventare padre, zii e nonni.. Per un mafioso le donne sono solo un mezzo per proseguire la specie, tranne rari casi in cui, maschietti in galera, le consorti avevano preso il loro posto. L’eloquio brillante e trascinatore aveva molto colpito Anna; mai aveva provato delle sensazioni per altri uomini oltre che per Alberto, era un po’ frastornata, non se ne rendeva conto che il bell’Adamo la stava conquistando. A metà serata sua sorella Elvira si era ritirata in camera sua, Alberto diceva che era stata punta dalla mosca tse tse portatrice di sonno. Il direttore di sala, vista la ‘compattezza’ della compagnia, da vecchio sun of de bitch, portò un gira-dischi per allietare i quattro. Ingrid senza chiedere nessuna ‘posso?’ si appropriò di Alberto mentre più educatamente Adamo chiese il lasciapassare ad Anna che di buon grado, anche se sorpresa di se stessa, disse di si con entusiasmo. Ingrid ed Alberto si erano allontanati, Adamo prese a fissare in viso Anna per vedere le sue reazioni, quando la vide ad occhi chiusi capì che la cotale era pronta alla ‘pugna’. Iniziò col baciarle il collo facendole provare un immenso piacere in quella regione del collo chiamata 'nucleo acumbens' che lei non sapeva di avere ed anche questa volta Anna si abbracciò a lui e si ritrovò baciata anche  in bocca a lungo. La storia durò sino al ritorno di Ingrid e di Alberto che decisero che era troppo tardi e quindi di restar in quell’albergo.
    “La nostra stanza ha un letto matrimoniale ed un lettino, qualcuno starà un po’ stretto” sentenziò Alberto riuscendo a capire troppo tardi di aver sfornato una fesseria, nel loro caso…
    L’iniziativa, more solito, fu presa da Ingrid: “Anna ti dispiace se…” non finì la frase che si era accaparrata per mano Alberto trascinandolo nel lettino e buttandosi sopra di lui.
    “La tua amica è stata generosa a lasciarci il matrimoniale, che ne dici di un riposino…” Il riposino cominciò per Anna con un bacio sul collo, poi sulle labbra e dopo un rapido passaggio sulle tettine sul fiorellino che era subito entrato in carburazione come mai le era successo, era turbata e nello stesso tempo…ma quello che più la meravigliò fu il coso di Adamo che non assomigliava affatto a quello del legittimo consorte: era di calibro inferiore ma molto più lungo, mostruosamente più lungo. Non finiva mai di entrare sin quando sentì la punta contattare il collo del suo utero, una sensazione sconvolgente soprattutto quando il ‘lungo’ decise si schizzarle dentro tutto il suo potenziale sperma con getto violento…tutto il suo corpo cominciò a vibrare a lungo fino alla spossatezza. Rimase francabollata sul suo amante fin quando due risate argentine. “Questa sta volta ci resta!” Ingrid faceva la spiritosa ma qualcosa di vero c’era. “No, mi sono addormentata’ cercò di rimediare Anna ma nessuno le credette infatti i giorni seguenti…Anna prese a frequentare la palestra in cui Adamo era istruttore, Alberto cominciò a preoccuparsi, lui di scappatelle se ne intendeva ma qui le cose avevano preso una piega di serietà: Adamo non scopava più con Ingrid ma in compenso… Consiglio di guerra fra Alberto e Ingrid: “Dobbiamo fare in modo che Anna ritorni su questa terra, Ingrid capiva cosa provava  l’amica ma non intendeva comunicarlo ad Alberto e così decisero una misura drastica: dovevano far vedere Adamo spassarsela a lungo con Ingrid, anche Adamo era d’accordo e così un pomeriggio in camera: “Esibizione mia con Adamo, voi spettatori darete un voto: cominciamo col sessantanove, certo solo la punta altrimenti mi fa una gastroscopia.” ”Ora un lecca lecca dai piedi alla fronte…adesso il più affascinante spettacolo: due maschietti ed una sola donna io, Alberto sotto in fica ed Adamo sopra nel culino, maschietti all’opera!” Anna non resistette a quello spettacolo, scappò dalla stanza, era quello che i tre avevano voluto e previsto.
     Due giorni dopo fine della villeggiatura per Alberto, per Elvira e per Anna…difficile mettere in parole quello che quest’ultima aveva provato ed i sentimenti del momento, era in crisi ma con l’aiuto dell’affettuoso marito…col tempo…
    Amici lettori, vi sarete domandati cosa sia il 'nucleo acumbens'? Andatevelo a cercare, certo a cultura non siete messi bene!

  • 15 maggio 2016 alle ore 12:33
    Io dormo coi piedi di fuori

    Come comincia: Tutto cominciò alla fine della terza media. Fui rimandata in matematica e l'insegnante si interessò a me e volle sapere quali scuole avrei frequentato dopo. Io le dissi che avrei frequentato il conservatorio. A settembre mi promosse. Il professore di pianoforte mi aveva illusa di poter entrare direttamente al terzo anno, dopo aver sostenuto un esame,ed io ci avevo creduto. Mi affidò ad un'altra insegnante la quale come mi vide posare le mani sul piano, inorridì. Qui bisogna cominciare tutto daccapo, sentenziò, dalla posizione delle mani. Seguì un'estate da incubo che mi fece passare ogni voglia di entrare in conservatorio. Non che io avessi tanta volontà, ma quella poca sparì a forza di rimproveri e correzioni. Abbandonai il progetto e mi iscrissi a ragioneria tanto per accontentare la famiglia che desiderava vedermi almeno diplomata. Una bestialità, iscrivermi a ragioneria, me lo disse chiaramente la professoressa di matematica delle medie che incontrai un giorno per strada. E aggiunse anche che ero un'incosciente, che lei mi aveva promossa solo perché sapeva avrei studiato il pianoforte, altrimenti mi avrebbe bocciata. Mi presi l'ennesima lavata di testa e passai oltre. Diventando adulta decisi che avevo bisogno di educare la mia volontà. Sarei stata inflessibile e così, visto che le lingue straniere mi stavano proprio sullo stomaco, decisi di frequentare un corso di inglese in una scuola di Torino molto rinomata e altrettanto costosa. Durante la pausa pranzo me ne andavo dall'ufficio e frequentavo il corso. Non ricordo, ma forse ci andai cinque volte, dopodiché continuai a pagare, ma non frequentai più. Pensai che dopotutto, un tentativo l'avevo fatto, ed era già un buon risultato. Passarono altri anni e mi riacchiappò la crisi: dovevo educare la mia volontà. Così, rapidamente feci un elenco delle attività che non potevo proprio sopportare, e una più di tutte era quella davvero educativa. Dovevo imparare a cucire, niente era più incompatibile con me del cucito, e quindi l'autoeducazione sarebbe stata ancora più meritoria. Mi iscrissi ad un corso di taglio e cucito, mi comperai tutto l'occorrente, e cominciai a frequentare, decisa ad arrivare fino alla fine. La fine arrivò presto, non del corso, ma della mia frequenza. Non andava neppure tanto male, avevo imparato a tagliare anche se non sapevo cosa stessi tagliando perciò quando l'insegnante mi mostrava come unire il davanti o il dietro degli indumenti, rimanevo sempre sorpresa nel constatare che io avrei fatto tutto diversamente. Amavo solo i punti molli. Che meraviglia i punti molli! Così lunghi, morbidi, mi piaceva il fruscio del filo spesso da imbastire quando attraversava il tessuto. Io li lasciavo ancora più molli, ricami rotondi che si adagiavano languidamente sulla stoffa, e restavo incantata a guardarli. Li trovavo bellissimi e odiavo il momento in cui poi venivano tagliati, e alla fine eliminati. Ma venne il momento della macchina per cucire. Un dramma. In pochi minuti riuscii a troncare diversi aghi. Capii in fretta che per me conciliare il movimento dei piedi con quello delle mani, accompagnare il tessuto sotto quella specie di mostricciattolo che faceva tutto per conto suo e poi si rompeva pure, era un'impresa impossibile. Più l' insegnante si spazientiva, più io sudavo e perdevo il controllo dei movimenti che diventavano una specie di ballo di San Vito. La macchina non ebbe problemi ad avere la meglio su di me. Quando si dice "vincere facile"! Quel giorno decisi che il mio corso finiva lì, e uscendo dalla scuola, mi sentii come quando da bambina uscivo dalla chiesa dopo essermi confessata. Libera e leggera. Naturalmente il corso me lo dovetti pagare tutto ugualmente. Passarono altri anni e decisi di seguire un corso di assistente sanitaria, questa volta non per autoeducarmi, ma perché mi interessava. Lo frequentai fino alla fine e diedi pure l'esame per poter accedere al diplomino. Gli esami per me sono sempre stati angoscianti: sudore, dita tremanti, amnesia, blocco della parola con balbettio, in alcuni casi addirittura singhiozzo. Quando entrai nella stanza, due insegnanti erano seduti dietro la scrivania, ed io mi resi subito conto che l'età non aveva affatto risolto i miei problemi con gli esami. Forse per mettermi a mio agio uno dei due mi sorrise e disse: intanto ci dica qualcosa di lei.Panico assoluto: in un attimo mi passarono per la mente tutti i fallimenti: pianoforte, inglese, cucito, studi superiori interrotti, e altre amenità.
    I due mi guardavano, in attesa. Cominciai a sentire il sudore sulla fronte, il calore sul viso, segno di un rossore ormai violaceo che certamente mi colorava la faccia fino alla radice dei capelli. Dovevo dire qualcosa, assolutamente dire qualcosa, e dissi qualcosa.
    -Io dormo coi piedi di fuori.

  • Come comincia: L'uomo, oggi in special modo, "gioca a fare Dio".
    Non è detto che ogni uomo creda in una divinità superiore che lo abbia creato, come si potrebbe fare un giorno con un robot di carne.
    Guardando "nel fondo del cielo" un team internazionale di astronomi ebbe modo di immortalare nella costellazione del Leone (la mia come segno zodiacale), un "gamma-ray burst from a star" ossia la luce rossa che irradiava  una stella morente, accaduta  quando l'universo aveva "solo" 630 milioni anni di età. Quella luce di colore arancione era esplosa a circa 13,03 miliardi di anni luce rispetto all'attuale posizione della Terra, ossia 30 miliardi di anni luce da adesso. Un baratro nel passato, rispetto alla vita del presuntuoso essere umano.
    Siamo così piccoli che, dai tempi dei tempi, ci siamo inventati un'anima. Oppure la speranza di una sopravvivenza quanto più possibile vicina all'eternità.
    Come giornalista, ma forse anche come poeta, mi sono sempre posta molte domande ed ho anche fatto riflessioni (a titolo speculativo) sui più svariati fronti dell'esistenza.
    L'essere umano, nel tempo, ha forse appreso a rispettare di più l'infanzia; ma, allora: perché tanti bambini subiscono abusi in famiglia o da persone che la frequentano?
    Oggi vengono al mondo piccoli miracoli dovuti alla scienza, sia per le difficoltà concrete che sono superate con mezzi nuovi che per l'età delle mamme, più adatte a fare da nonne che da mammine al primo figlio.
    Bene o male?
    La clonazione non riguarda più "la pecora Dolly".
    Qualcuno, nascostamente, clonerebbe un nuovo Hitler?
    Qualcuno ha clonato o vorrebbe clonare, il figlio perduto?
    Cosa abbiamo il diritto di fare, in nome della scienza, cosa non dovremmo?
    Dobbiamo guardare alle stelle, mentre distruggiamo il pianeta su cui viviamo?
    Abbiamo davvero il potere di farlo, o più semplicemente è il nostro habitat che stiamo rendendo sempre meno abitabile?
    Dal Vangelo di Luca mi è restata impressa questa sequenza:
    -" E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
    Abbiamo, forse noi uomini un habitat, o non lo abbiamo piuttosto sottratto alle belve della foresta, agli orsi, ai lupi?
    L'habitat dell'uomo è stato da lui adattato, se non creato del tutto.
    La terra è stata spesso travolta e stravolta dall'essere umano, anche se in realtà noi rappresentiamo soltanto una presuntuosa specie che molto facilmente dovrà un giorno estinguersi nel tempo, come i dinosauri.
    Guardando al passato, anche senza essere degli scienziati, ci si rende conto che abbiamo in comune con le altre specie viventi l' "evoluzione"
    Siamo abituati a vedere questa parola come sinonimo di "miglioramento" e portati a credere che sia "unilineare", per cui siamo forniti del desiderio (specialmente noi europei), di "insegnare a vivere" agli altri esseri umani che ci assomigliano, un po' come facevano i romani con la latinizzazione.
    Purtroppo non sempre questo desiderio, anche a carattere religioso/sociale, assume ruoli positivi e costruttivi e lo stiamo apprendendo a nostre spese, più apertamente, dall'attentato delle torri gemelle, abbattute a Manhattan l’11 di settembre, sotto la direttiva (questa la tesi ufficiale), del leader di Al-Quaeda, Osama bin Laden.
    Possiamo parlare di acculturazione, integrazione ed assimilazione delle popolazioni vinte o del tentativo di operarlo.
    Guardando al presente o ad un passato più o meno recente (non ci allontaniamo di troppo), in nome della cultura e della religione sono stati commessi e si stanno commettendo oggi, le più grandi violenze.
    Non soltanto dagli europei.
    Ci diamo un gran da fare noi esseri umani, come se la nostra specie fosse in diritto di ritenersi al di fuori delle possibilità di estinzione o, nella migliore delle ipotesi, di evoluzione. Non ne siamo estranei, invece, e neanche è detto che l'evoluzione cui potremmo essere soggetti ci possa piacere.
    Siamo destinati ad una lunga sopravvivenza di specie? La più lunga, in quanto animali intelligenti?
    Non lo sappiamo.
    I dinosauri si sono estinti, ma non del tutto, poiché alcuni di loro ci svolazzano leggeri sul capo.
    Abbiamo orrore degli scarafaggi (le blatte), però queste creature hanno lasciato il segno della loro (già) presenza nei fossili di blattoidei del Carbonifero, tra 354 e 295 milioni di anni fa. Sono, tuttavia, meno "forti" di quello che crediamo, difatti sarebbero i primi a morire dopo una guerra nucleare non sopportando più di 20 000 rad[1] di esposizione radioattiva. Un pensiero noioso in meno.
    Gli squali sono tra le specie più longeve, perché esistono da alcune centinaia di milioni di anni, nondimeno li sta portando a rischio di estinzione il riscaldamento delle acque degli oceani e il loro aumentato livello di acidificazione.
    Siamo proprio bravi a fare guai.
    Noi esseri umani appariamo piuttosto resistenti, giacché contiamo, come specie, circa 200.000 anni. I Neandertal comparvero in Europa 700.000 anni fa e meno di 40.000 anni fa si sono eclissati. Potremmo dire, misteriosamente. Una spiegazione però c'é: Siamo arrivati, dall'Africa, noi Homo sapiens e non sappiamo a quanto tempo abbiamo diritto. Confesso di aver creduto per anni che tra i Sapiens e i Neanderthal non ci fosse stato molto in comune per questioni legate all'impossibilità di procreare di un eventuale prole nata dal connubio.  Senza offendere i primi che, anche se brutti, dal nostro punto di vista, erano stati capaci, con le loro enormi narici e la fronte bassa e scivolosa, di sopravvivere nella glaciazione, il Sapiens e il Neanderthal. convissero e, anche, si accoppiarono, malgrado le differenze fisiche eclatanti. Questo spiega il perché del fatto che oggi più del 5% del nostro Dna, porti tracce degli incroci che avvennero tra i due ominidi, compreso il cugino asiatico dei secondi : il Denisovan. Le prove sono venute dal sequenziamento massiccio del Dna di oltre 380 reperti archeologici resi pubblici sull’ American Journal of Medical Genetics. In pratica ai Neanderthal dobbiamo un grazie, poiché da queste specie di ominidi abbiamo ereditato alcuni dei geni fondamentali del nostro attuale sistema immunitario. Quelli che ci rendono capace di resistere alle infezioni da funghi, batteri e parassiti e in negativo, quelli responsabili della nostra tendenza a sviluppare allergie. Ci spieghiamo così anche la scomparsa, quasi fulminea, del Neanderthal: eliminato dal Sapiens che, oltre ad essere più intelligente era, forse, anche più cattivo.
    Domande, dicevo. Pensieri, dicevo. Quelli che colpiscono una scrittrice si tramutano, molto spesso, in romanzi, studi, saggi, racconti, poesie.
    Ecco la spiegazione anche per i miei romanzi "di fantascienza", che mi hanno "costretta" a rispondere alle mie domande, trovandone, per strada,anche altre.
    -"Se il sole muore", scrisse Oriana Fallaci, nel 1965. Il sole di cui lei parlava non è quello che illumina e riscalda il nostro pianeta.
    Quello che ci interessa lo hanno studiato (tra gli altri), alcuni ricercatori dell'Università del Sussex (Gran Bretagna) e pubblicato su Astrophysics. Stiamo parlando di un tempo che non riguarderà certamente noi e neanche i nostri lontanissimi discendenti. Non riguarderà, forse, neanche la razza umana, che sta facendo di tutto per "implodere" coi propri mezzi.
    Certamente, però, tra cinque miliardi di anni il nostro Sole (che è una stella, per cui in totale ha una "speranza di vita"di circa 13 miliardi di anni) inizierà a "morire". Nel nucleo non vi sarà più idrogeno, la cui fusione oggi produce energia e crescerà, divenendo centinaia di volte più grande di oggi. Soltanto se la Terra riuscirà ad agganciarsi alla forza di gravità di un gruppo di asteroidi (dicono gli scienziati del Sussex), potrà sfuggirli e sopravvivere, differentemente verrà fagocitata nell'ultima agonia solare. 
     
    -"Vedremo soltanto una sfera di fuoco, 
    più grande del sole, più vasta del mondo; 
    nemmeno un grido risuonerà e solo il silenzio come un sudario si stenderà 
    fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno, 
    ma noi non ci saremo, noi non ci saremo. "
     
    Diceva Francesco Guccini.
     

    [1] Il rad rappresenta la quantità di radiazione che deposita 100 erg di energia in un grammo di materia.

     

  • 11 maggio 2016 alle ore 20:54
    Io so

    Come comincia: Io so, l’ho sentito il gelido peso di blocchi neri cadermi sul corpo. Ne ha assorbito tutta la potenza alienante. Si è sbriciolato come cartapesta bruciata. Io so, quanto è capace di soffocare la tenaglia della malevolenza. È una maglia di ferro spinato che sorridendo avanza a braccia tese, con la bocca emette suoni gradevoli all’udito, pure cade come stalattiti d’acciaio nell’anima. Perfora tutto quanto incontra; trivella ogni organo interno, il sangue par schizzare da infinitesimi fori, allaga il cuore e ne scombina i battiti, sfreccia nel cervello e ne ferma le immagini che si confondono, perdono lucentezza, si annebbiano in fumi vacui, dilaniano il pensiero nel mentre tenta un approccio con la logica, con l’emozione, con il discernimento. Io so come sa uccidere la malevolenza. Costruisce cerchi di muri mobili di cemento attorno, e si stringono si stringono, avanzano lentamente e si stringono attorno. Soffocano. E non esiste parola voce pensiero, a sgretolare il cemento. E non esistono luci chiare e illuminanti, a sbiancare il cemento. E non ci sono fauci a ingoiare la maglia di ferro spinato e nemmeno cieli a frenare i blocchi neri cadenti. Non c’è riparo alla malevolenza. Ché l’uomo è il nemico imbattibile dell’uomo.

  • 10 maggio 2016 alle ore 14:29
    Della Piattaforma

    Come comincia: Buongiorno/pomeriggio/sera/notte/tutto. A ogni incontro ci si augura un "Buon", quel "buon" è il barlume di coscienza della vita che ci spinge a esprimere la percezione che, aldilà delle difficoltà del quotidiano (protratte fino alla nostra fine), la base dell'esistenza è una piattaforma di luce. Ognuno ha il suo percorso, il suo carattere, che stimola a guardare con più attenzione il malessere/dolore che si accatasta sulla piattaforma; o a sviluppare l'occhio dell'anima e la trivella della mente, per forare la catasta dei malesseri/dolori e consentire al barlume di luce di splendere, per poco possa fare, a dimostrare che la piattaforma c'è, è lì con noi dal Sempre. Infine, alcuni di noi lavorano incessantemente a rimuovere gli scarti prodotti dai malesseri/dolori per tenere lustra la piattaforma di luce; arrivano alla certezza che ogni malessere/dolore è la liscivia per rendere la propria vita splendente e felice. Perché siamo sulla terra per questo: per imparare a essere felici, per scoprirlo prima di morire. Ché non è nel dna umano soffrire a tutti i costi, questa è memoria millenaria, ma non è la memoria della Vita. Non è un preambolo augurare "buono" giorno nuovo o pomeriggio o sera o tutto, in ogni circostanza: con il cielo plumbeo o ridente, c'è un fiore o un sorriso che illumina l'istante presente, a dimostrazione, per l'appunto, dell'esistenza della "piattaforma di luce". E' il nostro "sguardo di dentro" a consentire di vederla o di affondarla sotto il peso di continue scorie/malessere/dolori.

  • Come comincia: Una nera, cristo. Una nera non l'ho mai avuta. Sono agitato da morire, sento il battito del cuore che rimbomba, una donna nera non l'ho mai avuta. Cammino avanti ed indietro per la stanza come un coglione, aspettando che quel telefonino senza vita ne prenda una e cominci a trillare.
    Hanno detto così, hanno detto che mi avrebbe chiamato dieci minuti prima dell'appuntamento, per confermare. Io da solo ho già confermato dieci volte, ma quel telefonino non suona. Quanto vorrei avere una dipendenza. E’ in momenti come questi che penso a cosa mi sia saltato in mente ogni volta che ho scelto di non diventare un drogato. Quello che fa sorridere è come ho conosciuto questa nera, dove l'ho vista, a come immediatamente si è presentata nuda ed aggressiva in un colpo solo ed io mi sono sentito duro, durissimo. Durissimo che quasi piangevo. Invece mi sono masturbato ed ho immaginato di averla sul letto.
    Mi sono detto -Ti darò ogni risparmio-. Mi sono detto -Ti darò tutta la mia vita, se di vita si può ancora parlare. Basta che tu mi stringa come mi hanno raccontato. Come un cobra, un boa, un drago che porta via-.Ho sentito che è successo già ad altri, sul serio. Almeno a 5 che conosco. Hanno chiamato un' agenzia di escort e nel momento esatto in cui lo facevano si sono sentiti talmente squallidi da essersi perdutamente innamorati.E' una storia da cantautori, voglio provare anche io, voglio raschiare il fondo del barile. Anche se per me è diverso. La mia è una storia interrotta da continuare.

    Il primo rumore, Egade lo sentì mentre ancora era nel suo appartamento e stava indossando le scarpe buone.
    Un boato, verso est. Talmente distante da sembrare un miraggio. Ogni ragazza lo sa, è una regola insita nel processo di preparazione. Se quello che succede attorno non distoglie l'attenzione dalle dosi di profumo da spargere sui polsi, se non distoglie l'attenzione dai colori della sera da abbinare al rossetto, allora non è una cosa importante. Così lei, tutto quello che fece dopo il boato, fu mettersi la scarpa sinistra.
     
    Ecco il trillo. Finalmente. Ho aspettato dei mesi quel suo cazzo di squillo. Chiede di scegliere un bar della zona e incontrarci lì, ed io questa zona l'ho imparata a memoria in tre giorni, girandola anche di notte, per capire quali punti sarebbero stati i più miseri. Forse sembravo un cane rabbioso, perfino i matti si dimenticavano di essere matti per concentrarsi a guardarmi. E' così che funziona no? Dal letame nascono i fiori. E allora io me lo vado proprio a cercare, il sudiciume.
    Il locale che ho trovato ha come sedie dei sedili di macchina reclinabili, isolati da un separè di lamiera. Era una bella idea, una bellissima idea. Ma presto le cose hanno cominciato ad andare come ci si sarebbe dovuto aspettare, e tra camerieri privi di endorfine, chiazze di sperma e macchinette rumorose, l'atmosfera è perennemente quella di un immenso vano posteriore di una macchina al drive in.
    La aspetto camminando avanti ed indietro, valutando la luce, valutando la forza che ci metterò, che ci metterà.
     
    Ascoltò molto bene i passi che fece scendendo le scale, come se il rumore troppo forte di uno dei tacchi sul marmo fosse l'avviso di un boccolo messo male, una debolezza della spilla appuntata al vestito. L'avesse sentito altri giorni, si sarebbe fermata a sistemarsi, ma si era resa talmente impeccabile per quell'appuntamento, che tutti i suoi ideali manuali sui segnali di sventura furono invalidati, e quando il richiamo della vicina di casa sbucata sul pianerottolo quasi la fece cadere, lei ringraziò con un sorriso.
    -Che buon profumo ha signorina Egade.-
     
    Tutti quanti sono andati a prostitute. Non mentitemi, non mentitemi. State fingendo. Tutti quanti. Ne sono la prova i parchi dove sbocciano i profilattici. Cristo. Io almeno faccio le cose al chiuso. Non ci faccio giocare i bambini con i loro stadi primordiali morti nel lattice. Quello che avete fatto, quello che sto facendo anche io giusto adesso, cinque minuti prima che lei arrivi, è sforzarmi di non avere alcun ricordo romantico.
    Per l'amore sono nuovo. Per il sesso sono navigato come una bagnarola.
    Ho esattamente le sembianze di chi spera di arrivare al cuore di una donna penetrandola più forte. Seduto sul mio bel sedile cigolante, guardo fisso davanti a me.
    Non voglio vederla arrivare. Voglio vedermela sopra, intorno, dietro, davanti. Che mi lasci stremato su un letto di fronde secche come la vittima di un sacrificio. Che mi lasci sudato di colore nero. Il punto è che voglio che mi lasci.
    Che lasci anche me.
     
    Egade. Il suo profumo lo confeziona da sola. Non che lo faccia da sempre, ha iniziato quando l'ha conosciuto in ottobre. Il suo primo sguardo le è rimasto marmorizzato negli occhi e voleva in qualche modo riuscire a marmorizzare tutto quanto, anche il profumo dell'autunno di quel preciso momento. La prima cosa che ha detto dopo averlo incontrato è stata -Stavolta mi innamoro-, e cominciò davvero ad innamorarsi di tutto.
     
    Me l'avevano detto, il rumore dei passi sarà fortissimo, rimbomberanno anche all'aperto, sembrerà l'arrivo di una catastrofe.
    E' esattamente così che succede adesso. Sento tutto amplificato. La terra romba, trema, la gente urla, i lampioni saltano. Sembra che il cameriere abbia ripreso vita e mi dica di scappare.
    Si salvi!- mi dice.
    -Coraggio, scappi!-.
    Lo guardo  mentre mi dà del lei. E lo immagino già filare via.
    Mentre la aspetto, mi viene un'erezione potentissima.
     
    Il primo appuntamento con quell'uomo così particolare doveva essere speciale. Egade doveva far sembrare che già il secondo in cui gli sarebbe apparsa davanti agli occhi, fosse la più bella conversazione che lui avesse mai avuto.
    Una volta uscita dal suo palazzo, in strada, iniziò a provare un tipo di camminata più sensuale del solito. Si allenava. Si trattava di mettere un piede esattamente davanti all'altro, in modo da sembrare quasi in equilibrio sopra un filo sottilissimo. Sembrava poco, ma faceva la differenza. Se si allenava già da adesso, all'arrivo al punto d'incontro tutto le sarebbe riuscito perfettamente naturale. Aveva 200 metri di esperienza da fare.
     
    Lo sapevo che era violenta, me l'avevano detto, ma non credevo così tanto.
    Ero convinto di poter essere martoriato senza soffrire. E invece poi, appena ha rotto i vetri, appena mi ha toccato, in un attimo ho voluto sentire tutto il male possibile, abbassando la soglia del dolore sotto le scarpe.
    Tutti i mobili sono stati buttati in aria. Mi ha preso ad occhi chiusi. Il suo bacio sulla guancia con le sue enormi labbra da nera si è trasformato anche in bacio sul collo, sulle spalle, sui fianchi, sui polpacci. Tutto assieme, tutto con la rincorsa, finisco contro un muro.
     
    Per la prima decina di metri sembrava volare sul vento di quel viottolo deserto. Dopo trenta poteva anche permettersi un'andatura più veloce. Dopo cinquanta quella che cadeva sembrava pioggia. Egade si rifugiò sotto il porticato per non bagnarsi il vestito. Quando a cinquantacinque metri la pioggia si era già trasformata in ondata, la sua andatura si trasformò in un peso alle caviglie.
    Dopo sessanta metri era cento, trecento metri, quattro chilometri più distante dal luogo in cui si sarebbe dovuta fermare e lui la vide passare. Dal suo balcone, la vide passare. Vide passare i suoi capelli, preceduti da una processione supersonica di cose sventrate da terra che nuotano affannosamente insieme a lei. La riconobbe anche se la incrociò una volta sola.
     
    L'ondata non si lasciò scappare nemmeno un millimetro di pelle, di vestiti, di aria intorno. Le cose più leggere divennero impregnate, i vestiti macigni incollati, i giri di perle un cappio.
    Se vogliamo essere romantici, era un abbraccio che stringeva i fianchi. Se vogliamo essere disfattisti, era una tragedia.
    Egade lo vide. Mentre stava con gli occhi aperti verso il cielo, senza riuscire a risalire, Egade lo vide essere in salvo sul balcone, riconoscerla e iniziare a piangere.
    Fu il loro secondo sguardo.
    Egade per chiamarlo aprì la bocca e ingoiò più acqua, fingendo che fossero lacrime d'amore. Più acqua beveva, più lui aveva pianto.
    Annegò con il cuore spezzato prima che poteva.
     
     
    Le mani sudate non si lasciano scappare nemmeno un millimetro di pelle, di vestiti, di aria intorno. Le cose più leggere diventano impregnate, macigni, incollati. Se vogliamo essere romantici, è una scopata. Se vogliamo essere disfattisti, è un tentativo forzato di resurrezione.
    Quella puttana nera ha portato con sé pezzi di fango e rametti. Li ha portati per i suoi giochetti selvaggi. Apro la bocca e mi lascio trasformare in uno stupido vaso.
    Apro la bocca principalmente per chiamare la donna che ho amato.
    Persa mesi prima. Persa mesi prima per colpa la stessa dannata puttana bagnata.
    -La prostituta è andata a donne!-, ho continuato a ripetermi. In attesa che quella disgrazia distruggesse gli argini dei marciapiedi da qualche altra parte, che venisse preannunciata.
    Non sono un idiota sapete. Sono più furbo di tutti voi messi assieme.
    Io l'ho persa mesi fa, e da quel giorno ho letto tantissime cose.
     
    La mia casa sembra quella di un pazzo. Ho tappezzato ogni superficie riflettente con articoli, ricerche, statistiche, annunci riguardo prostitute di tutti i reami. Capitemi. Capitemi, cazzo. Dovevo trovarne la migliore. La più devastante, dalle curve pericolose, nera di malasorte con il ritmo nel sangue. E' stato come inseguire una divinità, corteggiare un tumulto del cielo per vendetta.
    Nonostante sia un lago di eccitazione, nonostante stia affogando nel sudore, nonostante il suo disastro, il suo infilarmi dita negli occhi, riesco a dominarla. La prendo per quella massa unta di capelli ricci nero verdognoli che sembrano alghe e le spingo la faccia contro la terra. La lotta si fa scivolosa e profonda. Forse comincia adesso il vero sesso. Di sicuro comincia ad esserci un po' d'ordine nella distruzione che mi sono andato a cercare.
    Comincio a darle dei colpi talmente forti da finirle nell'utero. Immerso fino alla testa nella sua placenta fangosa.
     Quando sei dentro una puttana, sei parte della puttana. Quando sei nell' acqua, sei parte dell'acqua. Quando sei passata davanti a me morendo, sono diventato la parte di te ancora vivente.
    Da allora si è trattato solo di completarti, Egade.
     
    “Approfondendo ulteriormente il discorso, possiamo dire che l’acqua, infine, rigenera. Se l’acqua è un po’ il simbolo della materia prima, ecco che allora la vita nell’acqua nasce e nell’acqua ritorna, ma nell’acqua anche rinasce. La distruzione stessa che l’acqua opera è la condizione per la rinascita: purché vi sia un ordine, una Parola, un Logos. Altrimenti siamo di fronte all’acqua come drago: forza bruta e caos.

    Come nelle celebrazioni misteriche, l’iniziato deve morire simbolicamente per poter rivivere in possesso delle autentiche qualità umane, così tutta l’umanità deve passare attraverso la morte per rigenerarsi. E’ significativo il fatto che l’acqua sia considerata la fonte della vita da tutte le tradizioni arcaiche; la vita, dunque, si congiunge con la morte per dare origine ad una nuova vita. L’eletto che si salva galleggia a lungo sulle acque; è il simbolo dell’uomo rigenerato che, dall’acqua portatrice di morte per gli altri, assume le facoltà per una vita totalmente nuova.”

  • 05 maggio 2016 alle ore 21:30
    La borsetta di mia mamma

    Come comincia: Ogni donna ha la sua borsetta preferita, dentro la quale c'è tutto un mondo di vita. Da bambina, mi ricordo bene il profumo della borsetta di mia mamma: ad ogni intoppo, ad ogni contrattempo, lei cercava lì dentro e come per magia aveva la soluzione per tutto.
    Nelle attese di lei, mi sedevo composta accanto alla sua borsetta: ero al sicuro, sarebbe tornata. Ricordo che lisciavo la fragrante pelle scamosciata, come un velluto sulle mie mani, mi immaginavo grande, anch'io con la mia borsettina, ne ero orgogliosa.
    I manici erano splendenti, ci giocavo come con una collana, e il profumo mi incantava, mi ricordava lei. Se la scuotevo appena appena, emetteva un suono canterino, un tintinnio di monete, chiavi, scatoline della cipria, borsellino a clip...
    Raccontavo le mie storie bisbigliando, sbirciando all'interno dalla cerniera un poco socchiusa, come pensando di trovarci qualcuno di così piccino da passare inosservato, e che aiutava la mamma in ogni difficoltà.
    Nei momenti tristi del dolore, la vedevo afferrare la sua borsetta con artigli forsennati, stringendosela al petto come fosse viva, ascoltava e chinava il capo alla messa delle Dieci e la sua borsetta era lì, appoggiata allo schienale del banco. Era il mio prezioso scudo contro il mondo, era il mio essere bimba amata, accanto ad una borsetta antica.
     

  • 03 maggio 2016 alle ore 21:22
    Non Solo Guerra (Una storia vera)

    Come comincia: Il 6 luglio 1944 Dalmine fu bombardata, più di mille fra morti e feriti, lo stabilimento semi distrutto. Ma non è una storia di guerra che voglio raccontare.
    Molti furono gli sfollati, ed anche una famiglia di sette persone, marito moglie e cinque bambini, di cui i più grandi avevano tredici e dodici anni. Questa famiglia trovò ospitalità nella palestra di una scuola a Madone, una frazione lontana qualche chilometro, dove visse per diverso tempo........
    La vita scorreva fra mille difficoltà. Il capofamiglia lavorava alla Dalmine, si recava al lavoro a piedi e attraversava il fiume Brembo ogni volta per andare e tornare.
    La moglie accudiva i loro cinque figli cercando di procurare quanto più poteva in tempi così terribili. 
    Un giorno una donna del luogo le disse che il suo piccolo stava morendo a causa della polmonite, e in casa si erano rassegnati a perderlo, limitandosi a pregare, perchè " se Dio glielo aveva dato questo bimbo, Dio poteva riprenderselo." Ma la donna non sapeva di stare parlando con una madre di cinque figli che la pensava molto diversamente da lei. Questa madre chiese alla donna di poter cercare di fare qualcosa per il piccolo, e quindi si recò nella loro casa, e non lo abbandonò più.
    Lo curò nel modo che conosceva, cercando di fare il meglio per lui, con amore, con testardaggine, e con tutto il grande cuore che possedeva. Giorno e notte lo vegliò e accompagnò attraverso la peggiore crisi causata dalla polmonite. E alla fine fu gratificata perché Il bimbo superò la crisi e guarì.
    Passarono molti anni, e la guerra diventò un ricordo. I cinque bambini erano ormai cresciuti d'età, e anche di numero perché quando nessuno più se l'aspettava era arrivato anche il sesto figlio: una bambina. La famiglia viveva in una grande casa e la palestra era stata ormai dimenticata assieme a tutti i disagi e le privazioni della guerra.
    Un giorno a casa loro suonò il campanello ed una delle due figlie, una bella ragazza dai capelli rossi, andò ad aprire la porta. Si trovò davanti un giovanotto che non conosceva, timido e un po' impacciato nello spiegare perché fosse andato lì.
    -Non vorrei disturbare. Io sono il bambino che venne salvato da tua mamma, sono venuto a ringraziarla e a salutarla perché sto partendo per il servizio militare. Vorrei poterla incontrare di persona, se è possibile.
    La ragazza lo fece entrare in casa e lo condusse dalla madre. Ci fu un lungo abbraccio fra il ragazzo e la sua salvatrice. La commozione di entrambi non lasciava spazio a parole o discorsi, solo un silenzio denso di emozione, e il ricordo nella donna di quelle notti insonni al capezzale di un bimbo morente che ora era davanti a lei in tutto il suo splendore di giovane uomo.
    Io non so come si chiamasse, o si chiami, se ancora è vivo, quel ragazzo. Ma so chi è la ragazza dai capelli rossi che aprì la porta: mia sorella. E so chi era la meravigliosa madre di cinque figli, anzi sei, che ebbi la fortuna di frequentare per i primi tredici anni della mia vita: lei era mia mamma...ed io la numero sei. 

  • 02 maggio 2016 alle ore 10:49
    UNA ESPLOSIONE DI AMORI.

    Come comincia: Inverno anno 1955, Dogana di Ponte Chiasso. Fra i funzionari addetti alla Dogana due personaggi molto diversi fra di loro: Massimo M. romano, compagnone, vita un po’ sregolata in quanto a pasti e femminucce, Piero M. siciliano, sempre elegante,con sempre un triangolo rosa nel taschino della giacca, distaccato munito di auto Giulietta, in affitto una casa al centro città, costoso, un alto tenore di vita dovuto ai contributi paterni, Massimo stanza in affitto come molti suo colleghi, due personaggi molto diversi che abitualmente non si frequentavano fin quando un giorno: “Mi conosci, sono Piero M.  che ne diresti di assaggiare un Chivas Regal 30 anni di invecchiamento?” “Cacchio pensò Massimo, di quel whisky ne conosceva l’invecchiamento sin o a 20 anni, sapeva quanto costava.” Una proposta inaspettata,  strana tenuto conto della riservatezza di Piero che lo incuriosì. “Se vuoi sabato puoi venire a casa mia in via Roma 23, potremo anche cenare insieme.” Una mangiata non si rifiuta mai”, Massimo accettò. La casa di Piero era ben arredata con la particolarità di avere un camino in ogni stanza mentre nelle altre abitazioni ve n’era uno in quella principale, le altre… al freddo. Piero lo accolse in pigiama con sopra una costosa vestaglia. “Vieni caro, ti faccio vedere casa in attesa dell’ora di cena, ho ordinato al ristorante all’angolo, spero sarà di tuo gradimento.” “Basta che se magna” pensò Massimo un po’ volgarmente, talvolta la romanità prendeva il sopravvento in lui. Menù: pappardelle all’anatra selvaggia, composé di fritti vari, uccellagione molto ricercata dagli appassionati di quel genere, contorni vari e poi un piatto particolare: “Sai il ristoratore è un burlone, mi ha fatto questo scherzo.” Un mezzo ad una torta spiccava un wurstel grande  a forma di membro eretto molto somigliante alla realtà. “Ma questo è un cazzo!” “Chiamiamolo membro meno volgarmente.” “Ma sempre cazzo è” pensò Massimo, io non lo mangio.” “Va bene è cosa mia” Piero prima lo leccò a poi lo mise in bocca. Massimo sconcertato fece finta di nulla, poi comparve il famoso Chivas Regal 30 years old ancora con la fascetta intatta. Effettivamente il sapore superava tutti gli altri whisky che Massimo aveva assaggiato, fece il bis, il ter, il,quater, cominciò a vedere il mondo in modo diverso, più piacevole, lui era stato sempre un edonista. Un televisore 30 pollici nel soggiorno trasmetteva un programma musicale con qualche ballerina meno vestita del dovuto. Anche in questa stanza un caminetto acceso mandava un calore molto forte, eccessivo , Massimo cominciò a sudare non capì la strategia di Piero. “Sono tutto sudato, mi tolgo la camicia, anche la maglietta, non ti dispiace?” Ma che dispiacere, Piero aspettava questo momento per proporre: “Senti non puoi uscire così, siamo in pieno inverno,  potresti prenderti un malanno, sai che ti dico, facciamoci una doccia.” “Cacchio la casa era dotata di mobili molto eleganti e funzionali, una doccia molto grande nel bagno. “Che ne dici se ti faccio compagnia,ci stiamo tutti e due.” Il Chivas Regal aveva spazzato via molte inibizioni di Massimo che con una risata accettò. Stettero a lungo a godersi il calore dell’acqua che veniva giù dall’altro da vari augelli, ognuno il proprio augello nel senso che…”Massimo ti rendo conto cos’hai far le gambe, mai visto un uccellone di tale portata, beato te, come vedi io ho due grossi testicoli ma un pene piccolo, da adolescente e questa è fonte di dispiacere a da parte mia.” Massimo cercò di minimizzare: “Unicuique suum” talvolta mi è capitato al casino che una signorina non ha voluto avere rapporti con me per paura di farsi male.” “Sono molto incuriosito, ti sarei grato se me lo facessi toccare un po’.” “Si ma poi ciccio si ‘incazza’ e diventa un albero.”“Correrò questo rischio…” La mani di Piero iniziarono dai testicoli, massaggiandoli a lungo il che portò a quanto predetto da Massimo, Ciccio si incazzò di brutto facendo uscire dalla gola di Piero un:ohhhhh. Abbandonati i testicoli l’attenzione del padrone di casa si rivolse all’uccellone ma Massimo uscì da sotto la doccia , si avvolse in un caldo accappatoio molto chic e andò a sedersi su una poltrona del soggiorno dinanzi alla tv. Piero lo raggiunse piazzandosi nella poltrona vicino a lui.“Vedo un grosso bozzo nel tuo accappatoio, che sia…” “È evidente che ciccio chiamato in causa risponda sempre.” Era diventato così duro che Massimo non sapeva che fare, metterlo sotto l’acqua fredda non era una buona soluzione e quindi…” Ci pensò Piero: “Vedi restare arrapati per lungo tempo fa male alla prostata, da vecchio ti potrebbe dare molti problemi, meglio farlo ritornare  nella sua casina con un bel massaggio e senza chiedere il permesso si diede alla bisogna. Ormai il ghiaccio era rotto e Massimo capì che stava entrando nel mondo gay mai da lui esplorato, Le mani sapienti di Piero, vecchio esperto del settore, fecero provare sensazioni piacevoli al padrone del membro arrapato oltre ogni dire soprattutto quando Piero lo prese in bocca e con la lingua sapiente cominciò a tintillare la punta del pisellone, un piacere mai provato con le femminucce. Anche i testicoli ebbero la loro parte e cominciarono a girarsi nello scroto, sensazione piacevole.”Qui siamo scomodi, di là ci aspetta un bel lettone, stanza riscaldata ed anche il letto con borse di acqua calda. Ormai Massimo si era lasciato andare, in fondo cosa poteva succedere un incontro omo unico a poi solo il ricordo. Non finì di  pensare che fu abbracciato con forza da Piero. “Da quando sei giunto a Ponte Chiasso ti ho adocchiato ma eri sfuggente,  ora sei qui, per me un piacere immenso, abbandonati, ti prego  e acconsenti  ai miei desideri sessuali.” Sempre abbracciato sopra Massimo, Piero iniziò a baciare il collo,il viso. poi le ascelle ed i i capezzoli per poi scendere sul pancino senza fermarsi nel gran bozzo ma finendo sulle gambe e poi sui piedi dove rimase a lungo fin quando di scatto  e cominciò  prima dai testicoli e, gran finale in bocca l’uccellone che non ne voleva di ritirarsi in buon ordine, troppo sollecitato, mandò in tripudio Piero che tenne in bocca il suo sperma poi andò in bagno sciacquarsi la bocca con un colluttorio,  segno che era solo all’inizio del gioco erotico.  Infatti volle coinvolgere il buon Massimo che era in dubbio se andare avanti sin quando: “Ho  i testicoli grossi ma il pisello lascia a desiderare, è rimasto quello di un adolescente ma, anche se piccolo funziona perfettamente, dammi una mano, fai su e giù mi piace, mi faresti felice se lo prendessi in bocca. Massimo ormai era in preda a un’eccitazione e acconsentì al desiderio di Piero, cominciò dai testicoli dell’amico per poi mettersi in bocca l’uccellino piccolo ma duro. Ebbe in quel momento un ricordo di quando quindicenne, nel collegio dei preti, si era fatto un amico pugliese e spesso studiavano insieme. Un giorno durante la ricreazione si allontanarono dagli altri studenti nel bosco per fumare una sigaretta, cosa assolutamente proibita. L’amico Carmine : “Durate la doccia ho sbirciato il tuo uccello, è molto più grosso del mio, me lo fai vedere. Vedere e toccare, anche Massimo prese in mano il pisello di Carmine e ognuno face una sega all’altro. Quindi in fondo c’era un precedente. Massimo imitò Piero nel lavorarsi il pisellino,  lo succhiava, con la lingua e lo ‘accarezzava’ tutto, Piero era innestasi. Il giochetto durò a lungo. “ Non mi godere in bocca”, fu accontentato, Piero godè dentro una salviettina e poi si recò in bagno. Al ritorno altra richiesta: “Fammi entrare nel tuo buchino, sarà piacevole e non ti farò male.” Piero prese le gambe dell’amante supino,le piegò, le tirò su e si fece penetrare facilmente, in questa posizione aveva a disposizione il viso di Massimo il quale seguitò ad entrare ed uscire nel buchino di Piero col vantaggio che, stando faccia a faccia Piero poteva baciarlo in bocca, Ci riuscì dopo vari tentativi di resistenza da parte di Massimo ed anche qui fu una  sensazione nuova, Piero usava la lingua in bocca dell’amante facendogli provare  delizie mai provate poi godette dentro il sedere di Piero. Si mise a ridere perché gli venne in mente l’episodio della contessa Scotti. Ormai tutto era compiuto pensò Massimo ma si sbagliava . Piero dopo il solito bidet si mise supino  abbracciandogli le gambe .Come aveva fatto prima con sé, finale col botto, Piero voleva essere penetrato nel suo buchino dall’uccellone anche se aveva un pò di paura. Ho messo tanta vasellina ma vai piano. Millimetro per millimetro Massimo penetrava il sedere di Piero, ci volle tempo ma arrivò in fondo. “Ora muoviti ma dolcemente.” Piero si era fatto il culo di qualche signorina in casino ma non bene come  con Piero il quale si muoveva facendo girare  tutto il bacino. Massimo durò anche stavolta a lungo con gran goduria del padrone dell’ormai bucone. E poi l’eplosione, fine della pugna. Ambedue furono presi da Morfeo. Alle sei del mattino. “Massimo grazie di tutto, devi andare via senza farti vedere, ho la sensazione che non ci rivedremo.” Ultimo bacio in bocca. Mi farò vivo senza  la mia presenza.” Frase sibillina che Massimo capì dopo vario tempo. Fuori incontrò Nando, un paesano che lavorava come elettricista in Svizzera: “Dottò bella nottata!” “Non mi posso lamentare,ciao.”Ora il problema era di Massimo, gran tombeur de  femmes al quale  restava il dubbio che l’avventura omo poteva aver lasciato il segno. La cosa più pratica: andare con una femminuccia. Il sabato successivo si recò in un casino a Chiasso dalla parte svizzera per non farsi vedere da qualche conoscente in caso di defaillance, ma tutto andò bene, anzi la signorina di turno si lamentò per la fuori misura del pene di Massimo, tutto era tornato alla normalità. I due amanti si evitavano, Piero tramite le amicizie al Ministero si fece trasferire alla Dogana di Domodossola. La tresca ebbe un seguito piacevole: un pomeriggio un fattorino gli consegnò un pacco.”È per me” domanda inutile c’era il suo nome. “Lei è il signor Massimo M.?” “Son io.” “Allora firmi qui.” All’interno un grosso astuccio con la scritta “Gioielleria Grasso” Cercando di rimanere freddo pian piano aprì il pacco come un giocatore di poker…meraviglie delle meraviglie: un orologio Omega, una catenina, un braccialetto ed infine un anello con incise le sue iniziali MM  tutto in oro 18 k, un patrimonio. Un biglietto ‘In ricordo della meravigliosa avventura.’ Poteva esser stato scritto anche da un appartenente al gentile sesso, conservò  il cartoncino. Ora il problema era sfoggiare quel po’ po’ di ben di Zeus (Massimo era ateo). Ai colleghi invidiosi riferì che era il giusto prezzo pagato da una signora non più giovane e la cosa finì lì. A proposito della contessa Scotti: la gentil nobile madama una mattina di domenica  era andata a confessarsi ed aveva riferito al prete di esser stata penetrata ‘contro natura’ . Il confessore l’aveva caricata di preghiere e l’aveva invitata a sedersi nel banco in prima fila in compagnia di donnette un po’ scalcinate cosa che la contessa contestò: “Io non vado in mezzo a tante donnucole di basso rango! “ “Gentile contessa Scotti, Scotti o non Scotti quello è il banco dei culi rotti.!” Massimo volle che quell’avventura particolare finisse con un po’ di autoironia il che non guasta mai.  Nei giorni seguenti cercò in tutti i modi distrarsi al cinema, andando la domenica a vedere partite di calcio di serie A), andando con i colleghi al ristorante, sostituendoli talvolta nei turni di servizio, frequentando il locale casino dove conobbe una siciliana intelligente e con lei si intrattenne più del dovuto affezionandosi un po’ troppo, tagliò corto. Infine scoperse il ballo, il locale ‘Galletti era aperto il sabato e la domenica. Non avendo mai imparato a ballare andò in un locale dove insegnavano tale disciplina ma il padrone, dopo due lezioni gli restituì la caparra: “ Egregio signore perdiamo tempo, lei non è nato per ballare”. Andò lo stesso al ‘Galletti’ restando sempre seduto ad ammirare le bellezze indigene, una in particolare lo colpì, oltre che essere una ragazza piacevole si muoveva con disinvoltura, sorridendo pacatamente alle battute del ballerino di turno. Ballo o non ballo la invitò con la premessa: “Signorina sono una frana nel ballare”. Sguardo interrogativo della baby: “Che vieni a fare?” “Signorina non c’è altro modo per conoscerla.” “Se ci tiene tanto restiamo seduti e parliamo.” Massimo gli raccontò un po’ della sua vita della nascita a Roma sino alla vincita del concorso di dipendente della Dogana di Ponte Chiasso. La ragazza rise, “Io ogni mattina passo per il valico, lavoro in una fabbrica di orologi a Chiasso ma non l’ho mai vista.” “Evidentemente I nostri orari non coincidono, cosa che avverrà il prossimo futuro.” Dopo un lungo silenzio:”Perchè ci tiene tanto a conoscermi?” “Non sono un tipo da complimenti, mi piace.” Flora era un tipo delizioso, viso piacevole e sempre sorridente, gli occhi che esprimevano la voglia di vivere, seno forza tre, vita  stretta e due gambe chilometriche che reggevano un corpo da 1,75. “Abbiamo quasi la stessa altezza, io sono alto un metro e ottanta”. Si era fatta quasi mezzanotte, era l’ultimo dell’anno, “Egregio signore sa della consuetudine di questo locale all’apertura del nuovo anno?” “In verità no”. “Ebbene allo scoccare della mezzanotte i due ballerini si baciano.” “Ottima consuetudine!” “Non pensa di correre troppo?” “Lo sa che da mondo e mondo sono le femminucce che prendono la decisione dipende da lei.” “Non so per qual motivo ci sto…” Massimo sapeva bene il motivo, il suo metro e ottanta  era corredato da un fisico robusto ma non grasso, bel viso maschio, sempre elegante e dalla parlantina romana condita da qualche battuta quasi sempre accettata dai presenti, elegante, ‘aitante e distinto’ c’era scritto nelle sue note caratteristiche. Si abbracciarono. “Facciamo una cosa, faccio io il maschio e lei mi segue.” Tutto andò bene sino: “Signore e signori, mancano tre minuti alla mezzanotte, era il segno di mettere in atto la consuetudine locale. “Flora vuol rimanere in pista o ci sediamo?” Dopo un po’ di riflessione… restiamo in pista:” “Era fatta” pensò Massimo, era al settimo cielo, voleva a tutti i costi conoscere a fondo la ragazza. “Meno dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due uno “Auguri per il nuovo anno auspicò lo spiker. Fu Flora a prendere l’iniziativa, prima dolcemente sulle labbra poi, pian piano sino ad aprire la bocca con la conseguente passaggio dall’altra parte delle due lingue, Durò a lungo, a Flora il,bacio era piaciuto. “Durante il bacio ho notato qualcosa aumentare di volume nei suoi pantaloni.” Massimo diventò rosso come un ragazzino, effettivamente ciccio aveva prese parte, a modo suo, al bacio. “Non so che dirle, mi scuso.” “Non dica niente, è normale.” Massimo da quel momento si presentò in dogana agli orari di partenza e di arrivo in Dogana della baby. L’agevolava nel farle passare delle sigarette e del cioccolato, lei non fumava, era per i parenti e per gli amici. Col passar dei giorni il loro legame divenne sempre più stretto, si innamorarono follemente. Un giorno Flora: “Ti invito a casa mia, mia madre, vedova, e la mia sorella minore vanno a trovare dei parenti a Milano, la casa è tutta nostra,.” Un invito specifico ad andare a fondo fisicamente fra di loro. Infatti prima di cena. “Preferisco il letto di mia madre è a due piazze, una cosa importante, sono vergine!” La cosa stupì non poco Massimo, una ragazza vergine a ventidue anni! “Non a quella faccia, ho avuto modo di vedere il tuo coso, mi fa un po’ paura devi essere molto ma molto delicato!” Hai voglia ad essere delicato. “Flora si spalmò per benino, più volte il fiorellino e lei stessa prese in mano la situazione nel senso che piano piano, e ci volle molto tempo e qualche gridolino, ad arrivare sino in fondo spossati.  Erano diventati marito e moglie. La cena preparata da Flora era ottima, la ragazza era pure una ottima cuoca. La felicità dei due innamorati fu interrotta dal trasferimento di Massimo a Messina, eccesso di personale a Ponte Chiasso, mancanza di personale nella città dello stretto. Massimo cercò di contattare Piero a Domodossola ma non  ci riuscì. Gli dei invidiosi dell’amore di Flora e di Massimo avevano compiuto la loro vendetta, Giunone e Mercurio furono invano supplicati da Massimo che in una grigia giornata raggiunse Messina dove invece lo accolse un clima mite e tanto sole. La lontananza… tanto si è scritto su di essa ma la triste conclusione che Massimo e Flora pian piano si sentirono sempre meno finchè Flora: “Caro ho trovato un ragazzo meraviglioso, mi sposo. Faccio tanti auguri anche te.” Anche Massimo trovò un nuovo amore ma sempre nel cuore il ricordo di una ragazza speciale lombarda.

  • 01 maggio 2016 alle ore 19:51
    Del discorrere sulla Saggezza

    Come comincia: Siamo ricettacoli di saggezza, noi esseri umani. Siamo forse intrisi di polvere di eterno, e magari arriviamo da altre stelle. O siamo cloni oppure angeli in possesso di un corpo. Non abbiamo l'abitudine di meravigliarci davanti a egregie risposte che, pur senza la preparazione specifica, riusciamo a darci. Dovremmo.                      
    on sappiamo da dove ci arriva quell'intuizione geniale, non sappiamo nemmeno il perché riusciamo a rovistare nei pozzi bui di (nostri) giorni angosciosi, e ritrovarci un sorriso. Non andiamo a scuole specifiche dell'Intuizione, della Visionarietà, dell'Empatia, dell'Umiltà, dell'Amore. Nessuna Scuola, eppure in noi, cellule organicamente composte, ci indicano risposte giuste che toccano la mente dopo aver risieduto nel ventre, risalito ogni organo, albergato nel timo. E' un grande e saggio contenitore il nostro corpo, tesoriere di ben più sconosciuta composizione che non una perfetta macchina che viaggia per la durata del suo ciclo vitale. Vi è una saggezza in ogni essere umano, comparabile alla memoria del Cosmo. E' visibile a tutti da bambini, poi ci educano ed "educhiamo" ad addensare la cornea per escludere le "macchie sfuggenti e luminose" che prima ci mostravano luoghi e momenti; ad irrigidire i padiglioni ed eliminare i suoni più sottili, che prima ci ampliavano le percezioni. Tutto il nostro corpo è stato modificato a non "vedere", "sentire", ma nonostante tutto, continua ad essere ricettacolo di saggezza, ché l'intelligenza non potrà mai sconfiggere la larga conoscenza insita nel luogo del non "corpo". Quando sarà l'Intelligenza consapevole della Conoscenza del Non Corpo, il corpo sarà sostanza equilibrata e in perfetta assonanza con il Tutto, le giuste risposte, soluzioni, umori, sono naturale appartenza a se stessi; non siamo "geni" isolati, siamo saggi per naturale trasmigazione dell'Uno e del Tutto.

  • 29 maggio 2015 alle ore 21:03
    28-05-2015

    Come comincia: Senza commettere errori non avremmo mai imparato a dare il meglio di noi. Sbagliare è un'opportunità per migliorare: alcune persone della nostra vita che ritenevamo fossero perfette e giuste, degne di starci accanto, col tempo, si sono rivelate per quello che sono realmente e, ormai, fanno parte del passato. Ma questo ci è servito e, a nostre spese, abbiamo capito l'importanza di certi sbagli di cui facciamo tesoro nel presente, se vogliamo che un rapporto funzioni.E' importante, dunque, passare attraverso situazioni "sbagliate" della vita, per raggiungere quelle giuste, quelle più belle che meritiamo.

  • 26 maggio 2015 alle ore 8:28
    L'ESTATE DEI MORTI

    Come comincia: Solo il cielo prelude all’inverno, neanche il vento agita le foglie morte; c’è il dolce tepore di un clima da blusa e scarpe da tennis.
    E’ la temperatura ideale per aggredire il foglio bianco, o forse, per tentare di farlo. Si è sempre troppo pieni di cose da fare e ogni cosa da fare pare sia li, puntualmente li, a ricordarci di essere fatta, conclusa, archiviata. Come in una vita che ingrana per tappe, per piccoli e grandi doveri, quasi a consolidare un metodo per scavalcarli tutti, tutti quanti periodicamente riproposti ogni volta.
    Oggi no, non è così, o meglio, è pur sempre così, ma oggi sono fermo sotto questo tiepido cielo di piombo ad assaporare i minuti, senza orari e tutte le piccole e grandi cose da fare possono e devono attendere, lontane da me quanto basta perché possa tornare, dopo la pausa, a cavalcarle come uno ski-lift che risale la china bianca appena discesa.
    Sono in clinica, appoggiato alle bianche pareti di una clinica, metà privata e metà sovvenzionata dalla A.U.S.L. locale; e io vi albergo metà perché vorrei conoscere lo stato del mio testicolo destro un po’ ballerino e metà perché desidero provare il rischio d’annoiarmi pensando, posto che pensare, seppur oziando, non è mai un esercizio improduttivo.
    Ero li intento a snocciolare i minuti e gustare i pensieri quando bussa alla porta della mia camera bianca una signora dall’età indefinibile, certo non più giovane, vestita e acconciata con estremo decoro. Entra e mi dice di essere della “Missione”, poi, resasi conto del mio gentile silenzio ma anche della mia curiosità rimasta totalmente inappagata, inizia un discorso in un italiano poco probabile non privo di inflessioni dialettali del sud.
    Le parole e soprattutto una domanda sortivano l’effetto da lei sperato:
    - Tu bestemmi? –
    Io, punto nella coscienza e un po’ imbarazzato:
    - Si, purtroppo qualche volta mi è successo –
    E lei, perso l’imbarazzo iniziale, ritrovava dopo la mia confessione una certa loquacità ora più argomentata:
    -  Non devi bestemmiare! Padre Pio mi ha ridato la vista e io ora vado in giro a carpire voti per il Signore, per il bene, perché oggi il mondo è del male, del diavolo! Non si deve bestemmiare! Ogni bestemmia è uno schiaffo al Signore! –
    Bene, pensavo, ogni rispetto per questa signora è dovuto, tanto più che conduce “porta a porta” una campagna elettorale per il bene, per il Signore, e, forse lei lo ignora, proprio mentre il mondo intero è in spasmodica attesa di sapere se George W. Bush, il texano dal bicchiere facile, vedrà riconfermato il dovere di guidare la più grande potenza mondiale verso la conquista di nuovi paesi, da ricondurre, a suon di bombe, entro gli argine della democrazia. Paesi tutti rigorosamente arabi e grandi produttori di petrolio nonché, proprio per questo e chissà mai per quale alchimia ancora allo studio del Pentagono, luoghi di ricovero e nascondigli per i più grandi dittatori e terroristi internazionali.
    Per Diana! La vecchina arzilla, linda e tirata a lucido, era piombata nella mia stanza bianca della clinica bianca semi privata per pagare un debito al Signore, assicurando un voto al Signore! Il concetto era questo e quando faccio per offrirle almeno un caffè, memore di quanto certe “invasioni” nei letti di degenza siano mosse più da raccolte di denaro che da nobili propositi, lei candidamente fa per congedarsi dicendo che non ha davvero bisogno di nulla. Poi, con una certa energia, mi fa promettere di non bestemmiare più dinanzi all’immancabile foto del Santo di Pietrelcina.
    In effetti, pensandoci sopra, si bestemmia, almeno per quanto ho avuto modo di vedere e di sentire, per una sorta di abitudine maldestra che nasconde una grave impotenza. Troppo spesso e in ambienti privi di cultura, la bestemmia compone la frase, ne fa parte, è il fulcro della stessa, a volte non è neanche più un rafforzativo. Costituisce una specie di slang, diviene così foneticamente indispensabile per la costruzione di un periodo da esporre, per rappresentare una forte emozione, ma mai un concetto. Credo ciò nasconda un’intima avversione contro tutto e contro tutti, una protesta invereconda ed ignobile adusa ad una certa parte del popolo (ammesso che la parola “popolo” significhi ancora qualcosa). La bestemmia è come un percing da esposizione orale per i più abbietti di spirito. Essa, oltre ad offendere, sempre più senza motivo, Dio, il nostro o qualunque fosse, non è neanche più l’estrema ricerca di Dio, non rappresenta più neppure l’umana ira per un torto, per una sofferenza, per un peso piombatoci addosso che non sentiamo di meritare. Un po’ come se a certi rozzi d’animo avessero dato, oltre al “Grande Fratello”, la licenza di bestemmia libera e senza confini, tanto per far si che continuino a parlarsi tra loro, senza dirsi una parola, uno sull’altro, come cani che abbaiano, senza possibilità ne’ voglia alcuna d’uscita.
    La vecchina pulita e ordinata ha un suo credo che compie con un vocabolario limitato e austerità di concetti, ma non senza purezza d’animo e granitica riconoscenza verso il Santo che le ha ridato la vista. Lei continua a parlarmi ed io ogni tanto annuisco, riemergendo dai miei pensieri. Lei non sa quanti idioti pascolano il mondo e forse non immagina quanto più pericolosi e più vicini alla sua idea di “diavolo” e di “male” siano proprio quelli che con mezzi mediatici ipertecnologici oggi si ergono a condottieri di guerre contro gli “eserciti del male”. Sono poveri cretini dalla genetica improvvisata, quasi sempre disadattati sociali reintegrati per il rotto della cuffia grazie a laute iniezioni di perbenismo curiale e a valanghe di dollari. Senza ombra di dubbio incapaci di abbozzare qualsiasi ipotesi di ragionamento o pianificazione di un problema, poveri, anzi  totalmente privi di idee quando non di sinapsi cerebrali, se non per le strette necessità biologico-meccaniche. Essi sono portati al guinzaglio dalle immense lobby dell’economia energetica e continuano a traghettare il globo da una guerra all’altra, affiancati da mezze calzette di europei con i tacchi nelle scarpe e con in testa null’altro che bandane da tossicodipendenti ipotricotipi celanti bulbi miliardari e lifting di bronzo.
    La vecchina ordinata e compita mi augura una pronta guarigione, io ringrazio mentre lei socchiude la porta; poi penso (forse a voce alta):
    -  Viva Dio! Ma per quale motivo il mondo è governato e trascinato da grandi pezzi di idioti!?!?
    I capelli bianco-azzurrognoli della vecchina adesso un po’ meno compita si riaffacciano attraverso l’uscio semiaperto e introducono il suo sguardo allibito e incredulo…
    - Viva Dio! Signora cara, W Dio! Siamo o no in campagna elettorale?!?!

    02/11/2004

    Stefano Diotallevi
     

  • 26 maggio 2015 alle ore 8:26
    UN EPISODIO DI ROUTINE

    Come comincia: Alle ore otto di un lunedì di gennaio l’ufficio dell’agente Steno Levi non poteva che essere semivuoto, come si confà ai locali pubblici di una pregevole, quanto sonnecchiante cittadina di provincia.
    Comandato in servizio ad un’insolita ora dal Tenente Augusto Contentini, salutò Gabriele con la cordialità di chi si propone, stanco e disilluso, al nuovo dì.
    - E’ arrivato Pippo?
    - No, come sempre sono il primo.
    Si scambiarono i soliti complimenti in gergo, non escluse le chiacchiere d’ufficio, ed ispirarono il primo fumo alla pasta dentifricia del mattino.
    Presero ad arrivare pian piano tutti gli impiegati e timbrarono di dovere il cartellino, incombenza dalla quale erano dispensate le guardie della Contea che operavano sul territorio.
    A quell’ora i colleghi di Steno prestavano da tempo servizio, ma, come sovente capitava a lui e al collega Pippo, erano costretti ad accompagnare il Tenente Contentini in misteriosi sopralluoghi quasi mai bisognosi di alcun particolare supporto tecnico; e non si vede come i due potessero, al cospetto del loro Capo, rappresentarlo in qualche maniera.
    Contentini, in definitiva, aveva bisogno di compagnia e di soggetti sui quali esercitare la sua presunta autorità.
    Costui era un tipo ossuto, sui cinquanta, dalle mani enormi e sudate; il suo fisico massiccio avrebbe potuto evocare la fierezza dell’anziano guerriero se dagli occhi non fosse trasparita, a tratti, l’equivoca sapienza di un abile intrallazzatore di provincia.
    Il suo modo d’incedere, a piedi divaricati, gli faceva meritare il soprannome di “Piastrò”, nomignolo che convertiva l’egoismo e l’arroganza della sua personalità in qualcosa di ilare e vagamente simpatico.
    Sopraggiunse, verso le otto e quindici, anche Pippo, assiduo frequentatore di settimane bianche; in giacca e cravatta, era munito, come sempre per certe occasioni, del copricapo sotto il quale nascondeva l’incipiente calvizie.
    All’arrivo di Contentini, l’agente Steno scattò istintivamente sull’attenti, vistoselo parar di fronte con tanto di alta uniforme illuminata da due stellette, cucite ad elevarlo Capo di uno sparuto gruppo di padri di famiglia.
    Con ironia Steno:
    - Buongiorno Capo!
    La risposta, bassa nel tono e frettolosa, fu accompagnata dal ritmico sfregare delle ormai note manone.
    Steno, longilineo, sui trent’anni, non proprio evidenti nel volto e nei gesti, con esperienze masicali ed una lunga adolescenza vissuta a collezionare amori, ragazze, serate in piazza e lavori di diversa e breve durata, era approdato del giro dei dipendenti parastatali dopo un difficile, sospirato concorso; l’ufficio godeva con lui di undici giovani agenti.
    Tutti bravi ragazzi, intervenuti con l’irruenza propria dell’età a sorprendere i giuochi ed i taciti patti che governavano da sempre l’ufficio, acquisivano, ciò malgrado, preparazione professionale e dimostravano limpidezza d’animo nel tentativo di rimuovere stantii meccanismi di inefficienza e consolidate lungaggini burocratiche.
    Levi, forte di un discreto lessico e dotato di eclettismo mentale, spaventava un po’ tutti per l’acume dei ragionamenti e per la velocità con la quale spesso anticipava il da farsi.
    Ne sapeva qualcosa Mimmo Maria Cavoletti, quarantenne dirigente dell’ufficio, come tutti i suoi predecessori in aperta e perenne lotta con Contentini, rivale sottoposto ed aspirante.
    Cavoletti, scapolo dalle vaghe discendenze nobili testimoniate dalla gentilezza dei modi, aveva tentato di migliorare i ritmi biologici dell’ufficio, malgrado fosse preoccupato di accattivarsi l’alleanza di qualche politicante locale.
    “Di sicuro un bel soggetto!”, pensò Steno i primi tempi, ed invero i due sembravano intendersi. Non trascorse, tuttavia, molto tempo che il giovane agente acclarò il perbenismo curiale che aleggiava su Mimmo Maria, incapace, nonostante gli intenti cristallini, di “mostrare i denti”.
    Cavoletti in gioventù risultava militante di sinistra, non per convinzione politica, piuttosto per dissimulare l’esasperata sensibilità al cospetto del quadro sociale piccolo borghese del tempo.
    Tutto ciò aveva intuito Steno e non lesinava colpi ad incalzarlo e a spronarlo, quando questi confessava alla truppa, ed a lui in particolare, i bassi colpi tiratigli da Contentini.
    Non era un paladino coraggioso, nè tanto meno, un dirigente esperto, ma gli voleva bene, non foss’altro per la trasparenza d’animo che dimostrava, un po’ come nei confronti di quei professori di liceo dagli evidenti limiti caratteriali che, tra una burla ed una confessione, tu copri di umana solidarietà.
    L’agente Pippo rimestava le carte di cui era piena la borsa in finta pelle nera, mentre Steno passeggiava lungo il corridoio, irrequieto e frenetico.
    Ormai non più fanciullo, appariva sulle spine il giovanotto, per il desiderio recondito di dar senso e colori alle ore che fuggivano via inutili e perse.
    - Dove si va Contentini?- esordì Pippo.
    - Ve lo dirò più tardi!-
    - Scusi Contentini- intervenne Steno.
    - Ci chiami qui a quest’ora, senza dirci nulla; ti usiamo la cortesia di assecondare gli ordini impartiti per telefono e, per giunta, ci presentiamo puntuali; almeno abbi la compiacenza di dire dove dobbiamo accompagnarti!-
    Augusto rizzò la schiena facendo leva sul deretano depositato sull’enorme poltrona, distese le palpebre apparentemente stupito, poi tuonò:
    - Qui gli ordini li do io!!-
    Intramezzò al suo cianciare incomprensibile qualche parola in dialetto come rafforzativo, quindi attese la replica.
    Mero spreco di energie il rispondere; i due agenti lo sapevano bene; così, incrociati gli sguardi ed aperto un largo sorriso, si ritirarono dall’uscio dell’ufficio e commentarono complici, sghignazzango lungo il corridoio.
    Qualche tempo dopo il Capo eruttò ancora:
    - Agente Pippo, prendi le chiavi ed accendi la “Uno”!-
    Quel mattino di gennaio era particolare.
    Il cielo azzurro intenso, ininterrotto nella tonalità, pareva esser stato rubato da un lungometraggio della National Geographic e montato dagli Dei nottetempo, all’insaputa di tutti.
    Per prendere la via ci inoltrammo nel traffico, verso il centro della città, Steno sedeva dietro incardinato tra le valigie da lavoro; da quella posizione sembrava che il Vettore, color carta da zucchero, gli venisse incontro, ghiacciato, ad ogni metro più grande.
    Un suono gutturale e pieno d’ira gli scosse i nervi; il Tenente, rivolto a Pippo, riprendeva ad urlare:
    - Quest’auto è mia! E se qualcuno la usa a mia insaputa lo concio per le feste!-
    Pippo sembrava non riuscire, questa volta, ad assecondarlo e tentava con argomenti inconfutabili di persuadere il Capo:
    - Che eresia! Le auto sono della Contea e sono a disposizione di tutti i dipendenti!-
    Steno a quel punto non riuscì proprio a trattenersi ed esplose in una fragorosa risata. La cosa riportò Pippo in una dimensione reale, sorrise e si limitò a scuotere la testa in segno di diniego quando Contentini, allertatosi, ordinò:
    - Gira a destra, qui all’ufficio A.C.I.; devo pagare i bolli per l’uto mia e per quella di mia moglie!-
    Augusto fece per scendere e, quando fu a circa dieci metri dall’auto, Pippo, azionato l’alzavetro, gli urlò:
    - Contentini! Già che ci sei vedi di pagare il bollo anche per quest’auto, visto che è di tua esclusiva proprietà!!!-
    La “Uno” prese a sobbalzare ritmicamente, mentre il Tenente, per nulla acomposto, proseguiva dinoccolando il passo.
    Tra i singhiozzi e le risate Steno concluse che, alla nascita di Augusto, la madre avendone ammirato il viso e di seguito il sederino, fu convinta du aver dato alla luce due gemelli.

    Gennaio 1994
     

  • 23 maggio 2015 alle ore 20:29
    Ancora corre...

    Come comincia:  Era il 1958, l’anno in cui nacque mio fratello.
    Nel periodo breve in cui mia madre, per il parto, rimase al reparto maternità del Policlinico Umberto I, mio padre si preoccupò di trovare una persona che la sostituisse in tutto, tranne naturalmente nella funzione di moglie...
    Era una ragazza del piccolo paese in sabina da dove proveniveno i miei genitori  e che avevano lasciato dopo il matrimonio.
    Non sposata, aveva lavorato “a servizio”(come si diceva allora) presso una famiglia benestante di  Roma che aveva fatto di tutto e di più per trattenerla per la professionalità e l’affidabilità che la distinguevano, era la migliore sostituta che potessi desiderare. Sapeva quando e come gestire le faccende di casa cominciando dalla preparazione della colazione, del pranzo e della cena e continuando con tutte le attività connesse, fare la spesa e, soprattutto, il controllo delle scorte alimentari che, a casa nostra, è sempre stato effettuato con regolarità e competenza. Sarebbe stato un dramma rimanere senza pane o altro! La ragazza, Silvia, oltre ad essere una brava cuoca, referenza indispensabile per poter coprire il posto e soprattutto il livello di competenza di mia madre, doveva occuparsi anche delle pulizie, del bucato e di tutto ciò di cui si sarebbe occupata lei se ci fosse stata. Nel “tutto ciò” rientravano naturalmente anche gli imprevisti come quello che capitò proprio in quei giorni...
    Era quasi l’ora di pranzo, io ero a scuola perchè frequentavo il turno pomeridiano quello che si aggiunse all’antimeridiano per mancanza di locali.
    Papà sarebbe arrivato di lì a poco, dopo il servizio nella caserma della “Benemerita” in Piazza del Popolo dove svolgeva il servizio con il grado di “appuntato”.
    La ragazza dunque era sola nella cucina del piccolo bicamere a piano terra, in uno di quei villini edificati nelle zone periferche della nostra bella Roma.
    La cucina non aveva finestre e la porta di accesso dall’esterno, che vi si apriva direttamente, era quasi sempre aperta per fare entrare aria e luce.
    Proprio per la porta aperta Luisa vide un uomo che, bofonchiando un “Buon giorno” a mezza bocca, si accingeva senza attenderne il permesso ad entrare in casa nostra, dopo aver superato i due scalini di travertino che ne permettevano l’accesso.
    Quel che avvenne dopo ha bisogno di un breve preambolo...
    Il 27 agosto del 1924 era nata a Roma, dalla fusione delle società Sirac e Radiofono, l’ Unione Radiofonica Italiana, l’URI che sarebbe diventata la RAI e che il 6 ottobre di quell’anno aveva trasmesso il primo annuncio radiofonico dalla voce di Ines Viviani :
    <<L’URI, Unione Radiofonica Italiana, stazione di Roma. A tutti coloro che sono in ascolto il nostro saluto…>>
    Un decreto legge del 1938 aveva, poi, stabilito per chi possedeva “uno o più apparecchi atti  od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni” l’obbligo di pagare un canone di abbonamento. Tale decreto non definì solo l’importo e le modalità di pagamento, ma anche le persone, gli organi preposti al controllo e le sanzioni per gli evasori di quella tassa.
    Dunque, tornando al racconto, “Chi è lei? Cosa vuole” gli aveva chiesto Silvia con voce alterata.
    “Sono un agente della Rai e devo riscuotere il canone di abbonamento perché risulta che Chini Vincenzo possiede un apparecchio radio.”
    La cosa in sé era plausibile visto che il famoso decreto del ’38 all’articolo 17  istituiva un registro per aggiornare l’elenco di ogni apparecchio radio- venduto, riparato o regalato- con il nome e cognome del possessore e la cui consultazione era permessa, anzi dovuta, agli agenti delle imposte e della Rai.
    L’audacia dell’agente spaventò Silvia che cercò di convincerlo:
    “Non abito qui, sono ospite per qualche giorno... ma vi posso assicurare che in giro non ci sono apparecchi radio...”
    “E io invece vi assicuro che risulta...”
    Silvia alzò la voce:
    “Qui non c’è nulla! Esca subito da questa casa!”
    Quasi contemporaneamente si aggiunse la voce alta e autoritaria di mio padre che, arrivando, aveva colto le ultime battute di quella diatriba:
    “Con quale permesso lei è entrato a casa mia?” tuonò.
    “Sono un agente ...”
    Mio padre non gli fece finire la frase:
    “Fuori!” Ripeto “Fuori da casa mia!” Non vede la mia divisa?”
    “Mi risulta che lei possieda una radio...” cercò di concludere l’agente.
    “Ma allora non ha capito? Ho detto fuori!! Esca fuori” ” e questa volta il tono della sua voce fu veramente convincente anche perché non aveva solo la voce potente ma anche un fisico imponente...
    Non ci fu bisogno di ripeterglielo. Gli occhi di Silvia si rasserenarono e brillarono di ammirazione per mio padre.
    L’agente si allontanò velocemente brontolando e minacciando denunce.
    Papà raccontava spesso questo episodio a mamma, confessando che un apparecchio radio, regalatoci da non so chi, era chiuso nell’armadio e non lo usavamo proprio per non pagare il canone.
    Io ascoltavo il racconto sempre volentieri e più di tutto mi piaceva risentire la frase, riferita all’agente, con cui mio padre lo concludeva sempre:
    “Ancora corre!”

  • 23 maggio 2015 alle ore 19:42
    La sala d'aspetto

    Come comincia: Quando varchi la soglia di una sala d'aspetto  sai che non sai.  Lasci fuori tutto ciò che sei per accogliere tutto quello che non sai , prendere quello che non sei.

    E' un girone atemporale di facce come la tua : facce preoccupate, facce stizzite e strappate all'ordine per ballare nel caos dell'attesa. Facce che ridono per celare a sconosciuti sentimenti che non si possono mostrare. Uno sconosciuto non ha diritto sin da subito  alla bella mostra di una fragilità . Bisogna aspettare che parli per primo, aspettare che crolli prima lui e allora, e solo allora, puoi permetterti di toglierti la maschera e cadere .  Sconosciuti conoscenti, per condivisione di stasi, di stato, condizione. 
    La sala d'aspetto del corridoio prima di conseguire un esame.  Ripetere nozioni come libretti illustrativi e posologie.  Omettere ad alta voce informazioni che altri non sanno, per essere brillanti davanti all'esaminatore, che provvederà a premiare l'avidità di sapere con un voto spaccainvidia. 
    La sala d'aspetto del dottore bravo per i più, antipatico per te, perché è la prima volta che sei lì. Ed odi tutti i dottori, questi santoni asettici e cinici che trattano il prossimo come manzi al macello. La sala operatoria piena di adrenalina e vascolarizzazioni risate  e l'essere forte, quando sapevi di non esserlo affatto. 
    La sala d'aspetto prima di un colloquio di lavoro. La preparazione ad una faccia che non è la tua, tirata, stretta nell'abito formale per fingere di essere ciò che non sei per far colpo. Prendere il lavoro, guardare di sottecchi gli altri che competono con te alla corsa. Il posto è mio. Fatevi indietro. 
    Ma tu non sei così. 
    E mentre non sei così ti ricordi dell'umanità. Ti ricordi che sono quasi 720 giorni che attendi. Che ti appallottoli come un cane che deve disimparare impazienze e tappe bruciate, per apprendere l'arte di   farti cadere addosso secondi , minuti, ore. Ah, le ore.
    Le ore che scorrono e tu credi che il mondo intanto ti  stia defraudando.  Ma come mondo? vai avanti senza di me? 
    Il mondo si compone anche senza di te .. Il mondo va avanti e tu devi aspettare.
    Devi attendere rimesciandoti nel caos. Perché così deve essere.
    Devi essere caos prima di incastrarti nell'ordine della vita. 
    E  ritornare a respirare, a riprenderti le ore, i minuti , i secondi.
    A riprenderti ciò che eri, prima di aspettare. 

  • 21 maggio 2015 alle ore 11:20
    Maledicta Senectus

    Come comincia: Da giovane non credevo che sarei mai invecchiato, gli anziani erano una categoria alla quale non avrei mai voluto appartenere, odiavo i loro 'fiori della vecchiaia', si quelle macchie color bruno che invadono tutto il corpo, un segno tangibile e inoppugnabile del'avanzare degli anni.
    Altri inconvenienti della vetustas? Tanti, tanti: assumere un numero incredibile di medicine al giorno. Io, da parte mia, ne conto quattordici, si quattordici. Il mio medico di base è una dottoressa preparata, sempre allegra, disponibile, dalla memoria formidabile. Ha stampata in mente tutta la mia cartella clinica: malattie e relativi medicinali al contrario di me che son costretto a ricorrere al computer per ricordare gli orari dei 'medicamenti' da assumere dalle ore 5,30 del mattino. Si 5,30 orario in cui inizio i miei esercizi fisici indispensabili per mantenermi in forma per ridurre gli inconvenienti di quattro operazioni chirurgiche ortopediche, Pinocchio rispetto a me...
    Ovviamente poi prima di andare dal medico di base occorre eseguire tutta una serie di esami: del sangue innanzi tutto e poi radiografie, risonanze magnetiche, ecografie, gastroscopie, colonscopie, ecocardiogrammi, color doppler, flussimetrie ed altri che al momento mi sfuggono. Poi le visite specialistiche presso: ottici (due cataratte), urologi (tumore alla vescica), gastroenterologi, cardiologi, internisti, diabetologi, dentisti, neurologi, dermatologi, psicologi, endocrinologi...fra parentesi la maggior parte dei medici ha in odio le fatture e si fanno pagare le loro prestazioni un occhio della testa: "Se vuole la fattura tanto altrimenti occorre aggiungere l'IVA" facendo finta di  ignorare che la legge non prevedere da parte loro questo balsello. Spulciando le loro dichiarazione dei redditi si evince che guadagnano meno di uno spazzino! Glisson: ho dimenticato 'l'atterraggio' in farmacia: dolori per la mia cara carta di credito, un vero e proprio salasso!
    Avrete capito perchè odio la vecchiaia, da giovane spendevo i miei soldini in modo decisamente più piacevole e più proficuo.
    Veniamo alla mia prima moglie, oltre ad essere più anziana di me era...lasciamo perdere, l'ho cancellata dalla mia mente, non ricordo nemmeno il volto, sempre corrucciato, liticato col mondo.
    Un episodio: la mia ex era un'insegnante elementare, nulla di male direte voi e qui vi sbagliate! Una volta andai a trovarla a scuola, durante l'intervallo vidi che parlava con altre tre sue colleghe, parlavano tanto animatamente che gli alunni erano spariti dalle vicinanze. Io mi appropinquai pian piano dietro di loro e, braccio in avanti, feci cenno di contare il loro numero. Fui assalito dalla mia ex: "Che cavolo vieni a fare a scuola, pure qui rompi i ...non basta a casa e poi che hai da contare!"
    "Ho notato che siete in quattro ma parlate per cinque ah, ah, ah..."
    Male me ne incolse, fui inseguito dalla furia selvaggia di quattro erinni (ma era come se fossero cinque come da me osservato!)
    Una maestra infiltrata nella categoria, mia amica, amica, amica....insomma avete capito, giorni appresso mi riferì che l'episodio era stato riportato al direttore il quale, osservato un insieme di maestre parlanti fra di loro: "Quante siete, vi debbo contare?" suscitando gli sguardi fulminanti delle interessate.
    Ogni tanto veniva fuori un casino combinato dalla mia ex.
    "Alberto debbo dirti una cosa importante, non per telefono, vediamoci a casa mia, mio marito è in missione, mancherà tre giorni.
    Quanto amo i mariti in missione!
    Federica, quella mia amica, abitava in una villetta isolata alla fine della via Palermo qui a Messina, villetta arredata con gusto e, perchè era inverno, riscaldata al massimo il che ci faceva certamente piacere e ben presto ci eravano ritrovati, privi dei vestimenti, sotto la doccia.
    Dopo un lungo e piacevole contatto sessuale ed un meritato post ludio, premesso che Federica era un funzionartio della Banca di Credito Popolare:
    "Tua moglie ha un conto separato presso la mia banca, ogni mese ci versa somme varie, in parole povere ti frega i soldi, regolati!"
    Questa ed altre non favorevoli situazioni della consorte mi furono di aiuto dinanzi al giudice che doveva sancire la nostra separazione legale, fra l'altro quel giudice aveva dimostrato di avere un buon senso dello humor:
    "Signori belli oltre a quanto raccontatomi non avete figli, avete ognuno un  buon reddito, non andate d'accordo che c...o volete, vendetevi la casa e ognuno per i fatti propri!" 
    Riuscìi ad acquistare la metà della magione, intestata ad entrambi, anche per preservare i mobili ereditati da miei parenti. Per pagare 150.000 euro accesi un mutuo bancario aggiungendo i risparmi miei a quelli della dolce Anna. Cosa strana anche la futura suocera contribuì all'acquisto della casa, suocera arrivata a più miti consigli visto l'amore sviscerato della figlia per quel...insomma per me che in fondo gli ero diventato pure simpatico.
    A che punto è giunta la travagliata storia fra Anna e me?  Sposati, varcata la soglia degli ottanta anni con acciacchi vari propri della mia età, Annina, sempre innamorata, coccola 'il suo bel vecchietto' che più bello non è più: fiori della vecchiaia spuntati un pò dovunque, spina dorsale diventata una esse che mi porta a camminare di traverso come un'auto incidentata, assunzione di medicinali oppiacei per far diventare i dolori più sopportabili, insomma, mio malgrado, ero diventato pure un drogato. Dieta? Ferrea per non aumentare di peso e causare danni alle varie protesi ortopediche e 'ciccio'? con l'aiuto di Anna si 'arrangiava'.
    Tutto sommato una vita sopportabile; per consolarsi il classico detto 'c'è chi sta peggio di me'. Se siete ottantenni capirete quello che ho detto. L'importante,? L'importante è avere vicino una 'damina' innamorata che ti coccola.
    Conclusione: la vecchiaia è di per sè una malattia, ci potete credere, ' senectus morbus est' lo dicevano anche i latini!

  • 20 maggio 2015 alle ore 18:23
    Il Rituale del Letto

    Come comincia: Con il passare degli anni ho dovuto elaborare delle strategie per riuscire a dormire in modo tranquillo senza sdoppiarmi. Ho notato che la posizione del corpo, la disposizione dei cuscini e lo stato mentale che precede il sonno influenzano notevolmente le mie esperienze notturne e un bel giorno mi sono messo ad analizzare il “ rituale del letto “. Se vi entro con l’idea di dormire e mi distendo supino con un solo cuscino sotto la testa nel 90% dei casi mi sdoppio ed esco dal corpo, mentre se inizio la fase di sonno disposto su un fianco riesco a rilassarmi senza dovermi preoccupare di “ vibrazioni “ o OBE. La posizione che in modo spontaneo assumo è sempre la solita e non varia di un centimetro. In un primo momento credevo che fosse una semplice posizione comoda che il mio corpo e la mia mente avevano memorizzato nel corso degli anni, ma ogni minima variazione influenzava troppo il mio stato, quindi decisi di analizzarla scoprendo delle particolarità curiose. La prima posa che assumo è troppo insolita per essere casuale, a nessuno verrebbe mai naturale disporsi in tale modo. Tracciai un disegno in base alle linee che il mio corpo creava disteso sul letto e notai che era un genere di simbolo che avevo visto più volte. Le braccia in alto si intrecciavano componendo una specie di croce, mentre le gambe si disponevano formando un’acca. Dove avevo visto quel simbolo? Anche la posizione dei piedi non lasciava dubbi, se non per il fatto che tendo sempre ad oscillare un piede in modo costante e ripetitivo, come se stessi scandendo un tempo. Disteso sul fianco sinistro tengo la gamba sinistra distesa e la destra ricurva come la lettera acca, con il piede inarcuato a tal punto da creare un’ulteriore significativo dettagli. Ancora più stravagante era però questo intreccio delle braccia con i gomiti esterni e le mani appoggiate sotto il collo. La posizione non è certo comoda, e difatti non sono mai riuscito a capire come facessi a dormire in quel modo, ma sistematicamente ripetevo questo rituale ogni sera prima di addormentarmi. Le linee guida che avevo tracciato mi mostrano evidenziavano questi due elementi, la lettera acca e la croce sopra di essa. Dove avevo visto questo simbolo? Non feci altro che fotografarlo e fare una ricerca su internet e, senza ombra di dubbio google continuava a mostrarmi il simbolo del Pianeta Saturno. Bene, avevo trovato un elemento importante o, se non altro, una curiosità divertente. Ogni sera, sotto le coperte del mio letto, riproducevo con il corpo il simbolo di Saturno, ma quale significato aveva? Avevo smesso di credere alle coincidenze, ma questa aveva tutto l’aspetto di esserlo e, essendo per natura scettico, cercai di trovare le differenze tra le linee che avevo tracciato e le varie rappresentazioni che avevo trovato sul web. Più cercavo differenze e più trovavo somiglianze, ma lo stupore maggiore lo ebbi quando andai a ricercare il significato “ esoterico “ di questo simbolo. Ve lo riporto così come l’ho trovato:
    “Il simbolo di Saturno è composto da due elementi, la croce superiore che è il simbolo della materia concentrata o materializzata, con la caducità e i cicli di nascita-vita-morte ad essa collegata, e la mezza luna, un elemento che indica ricettività. La porzione inferiore della mezza luna del simbolo di Saturno indica anche la falce, simbolo di saturno o per lo meno della deità collegata al pianeta nella mitologia antica romana avente l'omonimo nome, Saturno Dio della morte e dell'oltre tomba, dio per antonomasia della caducità della vita che ingoiava i suoi stessi figli per indicare che tutto ciò che nasceva nella materia ad essa tornava morendo. Saturno è collegato all'idea che nulla venga perso, ma riutilizzato quando la morte o la fine dell'esistenza arriva allora ciò che non è più, diventa altro, per tornare nel ciclo dell'esistenza. Saturno detronizzò suo Padre Urano, cosa che simboleggia l'evoluzione dal vecchio regime (la morte) ad uno nuovo (rinascita) il tutto in linea con il simbolismo di Saturno. Nel simbolismo cinese, il simbolo di Saturno incarna il concetto di sovranità, il controllo imperiale nel regolamento. Nel simbolismo animale, Saturno storicamente governa serpenti, topi, volpi, draghi e rapaci notturni come il gufo, è interessante notare che il gufo è comunemente frainteso riconosciuto, ad esempio, come un simbolo di morte. Questo errore potrebbe aver avuto origine dalla sua antica associazione con Saturno. In alchimia simbolico, il simbolo di Saturno raddoppia divenendo un simbolo che indica il piombo: l'Alchimia filosofica descrive il piombo come un componente della trasformazione causata dall'indurimento, il rafforzamento e la forza di volontà incrollabile, uno stato di cambiamento che precede gli altri cambiamenti nella interiorità del ricercatore.”
    Questa, come altre spiegazioni, evidenziavano un passaggio importante : Vita- Morte , Materia – Spirito. Mi rispecchiava decisamente, ma non ne vedevo una grande utilità. Trovai attinenza anche con quel lento oscillare del piede che scandiva un ritmo pacato e rilassante. Nei passaggi successivi delle mie posture notai che riproducevo anche il simbolo con cui viene rappresentato Plutone; dunque nel mio letto c’era il sistema solare? Rimango dell’idea che sia una semplice coincidenza e sposo invece in pieno la “ teoria “ che con una battuta tutta in stile toscano, mi espose un amico quando gli accennai dell’insolita scoperta. Dissi : “ Sai che ho scoperto che durante il sonno riproduco il simbolo di Saturno ? “ Per forza, con tutti quegli anelli. “ Rispose lui guardando le mie mani. Da queste posizioni, da questi cuscini spostati e da queste notti insonni iniziano i miei Viaggi e le mie scoperte; una passeggiata tra le Dimensioni o tra le nuvole, tra i pensieri o tra le anime, una passeggiata tra la Vita e la Morte.

  • 18 maggio 2015 alle ore 17:41
    2014

    Come comincia: Una donna è intelligente quando sa distinguere la differenza che c'è tra un uomo che la lusinga e un uomo che le fa i complimenti, un uomo che spende soldi per lei e un uomo che investe in lei, un uomo che la vede come una ricchezza e un uomo che la vede correttamente, un uomo che sbava per lei e un uomo che la ama, un uomo che crede di essere un dono per le donne e un uomo che ricorda sempre che una donna è un dono di Dio. Riconosci sempre il tuo valore perchè tu sei un gioiello per Dio.