username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 30 giugno 2016 alle ore 16:03
    FEMME QUI RIT DEJA' DANS TON LIT

    Come comincia: ‘Spondilodiscite’ non è solo una brutta parola e purtroppo, per me e per tutti noi, è una malattia fastidiosissima e di lunga durata. Ma non voglio tediarvi con i miei problemi personali che a me rompono i coglioni ed a voi non vi fregano un c.. Vorrei piuttosto mettervi al corrente delle conseguenze diciamo erotiche del mio soggiorno in una stanza di un ospedale della mia città dove, ricoverato per errore marchiano di quattro medici ‘guru’, mi sono trovato dinanzi ad una situazione sessuale piacevole che, per un po’ di tempo, mi hanno fatto dimenticare le mie traversie.
    Mio compagno di stanza un giovane di circa trenta anni, ricoverato per una colonscopia per evitare di pagare un medico privato. A fargli visita la sera una giovin signora estremamente piacevole che dava subito all’occhio per la sua semplicita’, un controsenso direte voi ma non nel suo caso: ‘semplicitas prima virtus’. 1,75 circa di statura , corpo statuario, (un giunco si sarebbe detto nell’ottocento), caschetto castano, viso stranamente triste, nasino all’insù (odio nelle ragazze i nasi lunghi, sembrano dei travestiti) occhi espressivi color nocciola, il resto a più tardi quando…
    Data la estrema schifezza del cibo fornito dall’ospedale, io Alberto Bonaventura (nome preso in prestito da un personaggio dal ‘Corriere dei Piccoli’ quando ero giovanissimo) telefonavo ad un ristorante di Ganzirri per ordinare una cena degna di questo nome (sono agiato e me lo posso permettere). Ovviamente il mio compagno di stanza Salvatore stava a guardare ed io, sempre generoso, pensavo anche a lui. Una sera la consorte, venuta a fargli visita, fu anche lei invitata al desco serotino.
    Dopo le solite chiacchiere inconcludenti e anonime Carmen, (questo il suo nome) prese in mano la situazione:
    “Salvo vai nella saletta del televisore, vai sul canale locale, deve essere riportato l’episodio di quel tuo cugino gioielliere rapinato di recente.”
    Sparito il consorte Carmen: “Non so da dove cominciare…intanto mio marito non ha un fratello gioielliere anzi non ha proprio fratelli e quindi Salvatore…”
    “Provi dall’inizio.”
    Storia piuttosto triste e piuttosto comune di questi tempi: il marito, titolare di una concessionaria di auto tedesche, era stato licenziato per poche vendite di auto,  i due coniugi avevano dovuto lasciare la casa in affitto in città e ‘rifugiarsi’ in una frazione ospite dei parenti di lei, ex contadini con piccola abitazione e piccola pensione. La bimba di due anni, con la sue esigenze, era altro motivo di preoccupazione. Carmen, brillante a scuola, si era iscritta in psicologia all’università, aveva dovuto abbandonare gli studi. Questo il racconto, Alberto ne trasse la logica conclusione...
    Il silenzio era sceso fra i due, Alberto doveva fare una scelta ben precisa che avrebbe comportato cosa?
    “Di natura sono piuttosto timida ma…”
    “Si fa di necessità virtù, sono sull’ovvio ma…”
    Carmen aveva preso a piangere silenziosamente, lacrime di vergogna? di rabbia? di tristezza… Stava per andarsene quando Alberto:
    “Sono a disposizione per quello che posso, ho capito bene?”
    “Si signor Alberto, ha proprio capito…”
    “Senti buttiamola sull’umorismo, mi chiamano tutti ‘zio Alberto’ per la mia non più giovane età, fallo anche tu, per empatia…Un’idea: domani sera cena speciale a base di brodetto di pesce come si usa in Adriatico pietanza non comune da queste parti, vedrai una sciccheria, darò disposizione al ristorante…vorrei vederti sorridere…”
    “Vorresti anche altro?
    Preso in contropiede lo zio Alberto rimase imbambolato senza parole.
    “Ho capito… la merce, prima di fare acquisti è buona norma…” ed aveva provveduto a sbottonarsi la camicetta, tolto il reggiseno erano spuntate due tette forza tre con aureola pronunziata e piccolo capezzolo in piena sintonia con i gusti dello ‘zio Alberto’. Il passaggio successivo gli slip che rivelarono un pube molto folto di peli, quasi sino all’ombelico per non parlare del popò anzi parliamone data la sua scultorea bellezza oltre a caviglie sottili, uno splendore.
     Affascinato, il cervello dell’Albertone divenne un vulcano: immaginò situazioni decisamente ‘arrapanti” sin quando rientrò Salvatore.
    “Caro il mio compagno di stanza, che ne diresti di una cena domani sera ho in testa un menù innaffiato da un premiato Verdicchio dei Castelli di  Jesi sarebbe l’ideale…”
     “L’ideale per scopare mia moglie” pensò bene Salvatore ma si guardò bene dall’esprimersi in merito.
    Alò telefono: “Salvatore per domani sera dì allo chef di preparare quel brodetto che ti ho insegnato, ho in testa…”
    “Cavaliere immagino quello che ha in testa…”
    “Sei  maligno, nulla di quello che pensi…”
    “Si ricorda le parole di quel suo paesano politico?”
    “Mi raccomando il vino in contenitori freddi…tre bottiglie.”
    Quella fu la giornata più lunga dello ‘zio Alberto’, la mattina piena di aghi sulle sue braccia per trasfusioni varie, pranzo quello che rimaneva della sera precedente, lungo pomeriggio ed infine un cameriere che, allettato dalla solita mancia generosa, si era presentato sorridente con un vassoio pieno di prelibatezze.
    Un pò imbarazzati fra i tre la conversazione languiva nè non era migliorata con la musica del televisore in sottofondo.
    “Quando ero giovanissimo ero costretto a sorbirmi le barzellette, secondo loro spiritose, di colleghi di mio nonno ex commissario di P.S.
    Alcune era letali come quella del bambino che dice al papà:
    Papà il tuo amico Massimo ti frega tutte le lampadine.”
    “Cha vai dicendo, il mio amico non  lo farebbe mai e poi che ci farebbe?”
    “Questo non lo so ma l’altra sera quando tu eri al bar con gli amici la mamma era in camera da letto con lui e sentivo che gli diceva: gira la lampadina e dammela!!! Lo so non fa ridere ma peggiore era quella si Perseo: campo di battaglia di Canne fra Cartaginesi e Romani, una strage, corpi di morti e feriti tutto intorno, il centurione Caio Duilio va in cerca del suo amico Perséo, cerca fra quelli con la sua divisa ma erano quasi tutti irriconoscibili in viso;  gira il corpo di un soldato ma era già morto, altro centurione …orrore ed infine uno con gli occhi aperti, sembrava proprio Perseo ma non  ne era sicuro. Sei Perseo? Il tale emise un gemito e chiuse gli occhi. Maledizione, Caio Duilio lo scosse: sei Perseo? Sei Perseo? e quello con un vocione  inaspettato.         "T R E N T A S E O O O’! “
    Un gelo era sceso fra i tre…
    Lo zio Alberto si era messo in un cul de sac, era partito dal presupposto che quel detto francese secondo cui…
     “Signor Alberto, non vedo mia figlia Teresa da vari giorni, non la fanno entrare in ospedale per l’età, vado a casa vederla, le farà  compagnia  Carmen.”
    La frase detta con semplicità aveva colpito lo ‘zio Alberto’, quella rassegnazione da parte di Salvatore lo aveva messo in crisi, stava per richiamarlo indietro ma era sparito dalla stanza. Guardando dalla finestra vide entrare un una Volkswagen.
    Infermiera di notte era una certa Maria Rosa la quale,ampiamente foraggiata, non avrebbe creato problemi, fin qui tutto bene poi…
    “Carmen io sono un fantasioso, ho scritto un romanzo e tanti racconti tutti inventati ma quello che ho in mente rispecchia la realtà. Durante la notte ho immaginato noi due abitare da soli in un piccolo appartamento, io sempre in panciolle a leggere il giornale o a poltrire a letto, tu girare per casa a sbrigare le faccende domestiche, un classico quadro di una coppia felice; pomeriggio riposino e la sera, dopo cena, passeggiata in centro in mezzo alla gente con la peculiarità di non udire alcun suono del circondario tutto preso dalla tua persona vicino a me, nuda, nuda ma solo per me non per il comune volgo: tette rimbalzanti ad ogni passo, sedere in sincronia ed i piedi deliziosi o meglio le estremità (fa più fine) che, senza scarpe, battevano i marciapiede a lunghe falcate. Rientro a casa con conseguenze…Ti vedo perplessa, è solo una fantasia…”
    “Che vorresti diventasse realtà…È risaputo che le femminucce hanno più il senso del pratico più sviluppato dei signori maschietti: ti spiego il finale:
    la ‘zio Alberto’ e Carmen innamoratissimi (mi sei piaciuto dal primo istante) convivono: tu lasci la gentile consorte con conseguenze…io mio marito ma…ricorda che le dee dell’Olimpo, sempre in lotta fra di loro,invidiose,riescono sempre a far naufragare i piani dei mortali: Venere, Minerva e Giunone non erano delle santarelle e tuttora ci sovrastano, arrivaci da solo sul punto debole della nostra eventuale storia: non ti offendere ma ti vedo piuttosto egoista…non accetteresti mia figlia e per una madre…”
    Carmen aveva colto nel segno.
    Lo zio Alberto: "Il tuo sorriso è penetrato nel mio cuore e vi rimarrà per sempre!“   Carmen:: "Che ne diresti di goderci questa nottata come dolce ricordo,  non sarò una prostituta profumatamente pagata ma una dolcissima amante…” E così fu, goderecciate a ripetizione da parte di entrambi e verso le sei del mattino:
    “Cavaliere l’iniezione…” era Rosa Maria piuttosto allarmata.
    Fine della storia o meglio:
    “Mio caro accetto per una volta il tuo denaro (apprezzate il termine al posto della parola soldi) ma sarà l’ultima volta, mi puoi aiutare trovandomi un impiego presso un tuo amico…
    E così fu: la ‘zio Alberto’ ogni tanto andava a trovare quel ‘suo amico’ dell’impiego e attraverso i vetri  rimirava con tristezza le fattezze della dolce e mai dimenticata Carmen.
    Resta stabilire se rispondeva a verità il detto francese secondo cui: ‘femme qui rit dèjà dans ton lit.’, non l’avete capito perché avete studiato inglese…fatti vostri!
     
     

  • 22 giugno 2016 alle ore 20:10
    Ombre sul Cermis

    Come comincia: Cap. V
    Riemerge dal sonno.
    Nel calderone in cui mi sento immersa, fluttuo lentamente, fumi pallidi mi avvolgono, quasi mi pare di non avere peso. Mi arrotola e sospinge ogni lieve cambiamento d'aria, sto riemergendo dal sonno, è così ogni mio risveglio di ogni mattino di tutta la mia esistenza, non ricordo di essermi mai svegliata prontamente lucida come quelle fortunate persone che svettano dalle lenzuola con la stessa velocità di un falco che ha appena sequestrato la preda dal suolo. Quelli lì, le persone fortunate, sembrano schizzare energie da ogni poro, perfino nelle striature dei capelli par di vedere appese linee e curve e numeri e appunti, un planning aggiornato al millesimo di secondo con ogni cosa da fare nell'arco delle ventiquattro ore a disposizione, e automaticamente depennato per le cose già eseguite, e non crollano mai, dico mai che crollino di stanchezza a sera! Proprio mai, così come totalmente lucidi si svegliano, totalmente lucidi vanno a letto seguendo il progetto preciso, e chiaramente convinti, di dover dormire dopo aver ripassato il copione della giornata che deve venire. Quelli lì sì che sono da invidiare, ammirare, emulare! Ed io che non ho nemmeno l'eleganza di non crollare dopo otto ore di lavoro, le mie spalle scivolano pian pianino sempre più giù man mano che passa la mattinata, il collo lentamente si ricurva sotto il peso della testa che sembra aumentare di massa con il giro delle lancette, la capigliatura bella vaporosa del mattino vergognosamente si disfa e appiattisce col passar delle ore, e infine le gambe subiscono la trasmutazione aliena e da liscia pelle avvolta in calze di seta si ritrovano monconi arrotolati di cemento, solo gli abiti mantengono un certo che di inalterato e austero nel tentativo di contenere un minimo di dignità. Altro che svettare dalle lenzuola e poi nei riti della preparazione al giorno, e poi sorvolarla tutta, la giornata, pimpante e lucida! Io sono un girasole, all'inizio bello raggiante attorno alla luce e poi sempre più smorto fino a che la corolla non rasenta miseramente il terreno quando è sera. La prossima volta che nasco voglio essere un ibrido tra girasole e Anteo, così quando la me girasole a sera è lì a rasentare il terreno, la mia parte Anteo rinnoverà la sua potenza al contatto con la terra.
    Sono ancora qui, avvolta dalle nebbioline del non giorno e della non più notte, evaporo fino a tornare elemento solido, solo allorquando avrò ricevuto il giusto input che trascinerà i miei piedi fuori dal letto, e li poggerò su quel qualcosa di duro che quotidianamente mi rinfaccia che sono una persona sulla terra, che poco dopo camminerà e si confonderà nell'orda di esseri umani che colmeranno strade intasandole, e negozi e uffici e scuole e mercati, e strombazzeranno i loro clacson ai semafori e correranno su gambe veloci verso ascensori che dispettosi chiuderanno le porte proprio mentre stai arrivando tu.
    Mi manca questo input stamani, continuo a sentirmi come champagne straripante di bollicine in un flute, vado su, mi disperdo, mi riunisco e mi separo e poi torno su disordinatamente, evaporo, resto sospesa, né liquido né gas.
    Eppure sono cosciente, il mio pensiero è lucido, i miei ricordi sono netti fotogrammi senza inceppi, e questo dolore lancinante che avvolge il capo, le spalle e il petto, è lampante dimostrazione che non sono nel mellifluo mondo dei sogni, tuttavia non sento peso, constato che so che il dolore è lancinante, ma non soffro. In quale mio disordinato e fanciullesco mondo sono? Non sto sognando e non sono nemmeno nel mio momento del non giorno e della non notte, sono emersa dal calderone e conduco me stessa, fluttuando, sulla roccia coperta di neve, la sento fresca, amichevole così tenera sotto il mio passo che mi sfugge un sorriso. Sembra volermi dimostrare la sua amicizia accarezzando il mio passo, e gliene sono grata sfiorandola appena col mio corpo in movimento, mi sento leggera, mi sento nebbia nella nebbia che questa notte ha avvolto tutta la montagna. Cammino lentamente e tutto scorre come in una moviola conficcata nella mente che si srotola nella memoria, tutto si delinea nell' attenzione, il mio sguardo affonda nella folta nebbia allagata dal manto bianco che ne esaspera le sembianze. Guardo i miei scarponcini, ah che dolce la calura di questo pelo che avviluppa il piede mentre sprofonda nell'emblema del freddo! Mi trasporta nel calduccio delle mie pantofoline rosa shocking coi baffi sulla punta e due orecchiette carinissime ai lati, che allegria quando le provai in quel negozio alla periferia di Milano: con il tubino rosso e il coprispalle di pelo autenticamente sintetico, nero, come le chanel tacco dieci, entrai e mi diressi spedita verso la poltroncina di similpelle leopardata, poggiai la borsetta e la ventiquattr'ore con la stessa enfasi di chi dopo aver portato per chilometri un pesante cesto di mattoni sulle spalle, se ne libera con esasperato sospiro di sollievo, o forse come avrebbe fatto Eracle qualora avesse dismesso gli abiti di semidio, sospirai anch'io con la stessa irruenza liberatoria che sicuramente avrebbe avuto lui se avesse potuto scegliere di delegare a quelle piastrelle lucide il compito di sostenere le sue dodici fatiche sotto Euristeo. Rimugino: lui solo dodici fatiche in dodici anni per purificarsi, ma che bellini questi dei greci con tutte le loro impossibili battaglie, e noi umanissimi umani? Che forse non ne sosteniamo dodici e più in un solo giorno, e invece che purificarci ci incattiviamo sempre più per stanchezza, per sfinimento?
    Mi guardò il commesso, quasi con fare cerimonioso mi si avvicinò chiedendomi in quel suo modo affettato di falso gay che fa tanto glamour negli atelier, in cosa potesse essermi utile, mi studiò con lo stesso interesse con cui si studia una personalità dello spettacolo, lessi nella sua espressione tutta la fatica di chi tenta di raccattare nella memoria un nome da accostare ad un soggetto, quasi fosse di vitale importanza appiccicarmi un'etichetta e su questa scriverci sopra il nome ed il cognome di una tale o tal'altra attrice o mannequin. In effetti ho molto della Penelope Cruz e qualche volta mi glorio della mia stessa avvenenza, mi diverto quando seguo gli sguardi dapprima distratti e poi stupiti con gli occhi sgranati e i sorrisoni che si allargano sulle facce di uomini omini e ometti, e le loro espressioni  compiaciute di chi può dire: -” io ho visto la Penelope Cruz!”- e quanto si danno da fare per aprirmi una porta di un bar o di chicchessia luogo ci si incontra! Ma come mi diverto! Sono sfacciata, rispondo con un sorriso luminoso come foss'io davvero la Cruz, e lo sconosciuto si pavoneggia tronfio e felice, e me la rido sotto i baffi.
    Il falso gay, sono certa, pensa che io sia la famosa attrice, ora mi guarda non più perplesso, ma convinto, ossequioso, è così esaltato che se gli chiedessi di trasformare il camerino di prova in cameretta da letto, correrebbe con le ali ai piedi per spostare qualsivoglia oggetto del negozio per accontentarmi e per poter dire di averlo fatto, di aver contribuito al riposo di una Penelope Cruz sfinita dalla stanchezza nel suo negozio. Ma non mi sento così perfida oggi, ho solo voglia di infilare i miei piedi doloranti costretti in punizione in queste costosissime scarpine dal tacco sexy ed eleganti quanto si vuole, ma che non reggono più il mio corpo pesante di fatica, nelle più invitanti pantofoline che abbia visto finora: le pink panter di infantile peluche che mi sorridono dallo scaffale.
    Son caldi i miei scarponcini da montagna, al pari delle pink panter più ridenti del Trentino e della stessa regione di provenienza, la nebbia lombarda è stata sferzata dalla fantasia di quel calzolaio che le ha pensate ed è rimasto un sorriso appiccicato nel suo cielo.
    La neve rende il colore dei miei scarponi cangiante, una nuvoletta bianca si raccoglie sulla punta fino alla tomaia, poi si spande con la calma del miele sul pane, e infine si infiltra nel pelo per scomparire lisciandolo, nel buio diventano translucidi, biondo rame, sì, i miei scarponcini sono di un più discreto biondo rame, niente a che vedere con la dissacrante tonalità delle mie pantofoline rosa shocking.

  • 21 giugno 2016 alle ore 20:13
    Pensionamento

    Come comincia: Cesare e Piero Moceo si fermano e vanno in pensione. Chiude il ristorante “Da Nino” che per quarantacinque anni sul lungomare ha servito pranzi e cene a turisti, visitatori e cefaludesi. L’annuncio della chiusura si trova in una lettera che Cesare Moceo ha inviato al nostro direttore. «E’ difficile in questi casi esternare i sentimenti che pervadono due persone come me e mio fratello Piero che hanno servito per quarantacinque anni bisnonni, nonni, figli e nipoti in una clientela che per nove lustri si è succeduta ai tavoli del nostro Ristorante Da Nino». La decisione è stata riflettuta e sofferta. «Rimaniamo orgogliosi di ciò che abbiamo costruito per le nostre famiglie in quarantacinque anni di lavoro insieme; noi, che lasciamo in eredità quarantacinque anni di fraterna società, abbiamo pensato che prima che il futuro potesse fregarci, abbiamo voluto anticiparlo, perchè è giusto così». I fratelli Moceo si fermano in allegria, senza rimpianti, senza rimorsi, senza debiti e principalmente senza discussioni. Un fatto davvero raro e da sottolineare in una società dove sono tanti i sodalizi familiari che si chiudono fra debiti e problemi. «Vogliamo ringraziare tutti i nostri clienti, che sono stati gli artefici del nostro successo, convinti che il futuro del lungomare parlerà ancora e sempre di noi, nei discorsi della gente a passeggio; nei ricordi della moltitudine di dipendenti che abbiamo avuto e ai quali abbiamo donato tutto il nostro ultracinquantennale mestiere e che rimarranno indelebili nei nostri cuori». Era il 1978 quando i fratelli Moceo rilevavano sul lungomare il “Ristorante da Nino” che aveva aperto i propri battenti cinque anni prima. Nel corso di questi anni era diventato uno dei ristoranti più caratteristici del lungomare. Vi si fermavano quanti per mangiare cercavano un clima familiare. Ai tavoli del ristorante di Cesare e Piero Moceo si sono seduti Claudio Baglioni, Wess, Dori Ghezzi e tanti altri personaggi importanti del mondo della musica, dello spettacolo e dello sport. All’interno del locale campeggiava la foto dei giudici Falcone e Borsellino. «Crediamo nella legalità» rispondevano i due fratelli a chi chiedeva loro il perchè di quella all’interno di un ristorante. La lettera che Cesare Moceo ha inviato al nostro Direttore. Caro Mario, ti scrivo queste poche righe per comunicarti che un pezzo di storia del nostro lungomare è andato…in pensione. E’ difficile in questi casi esternare i sentimenti che pervadono due persone come me e mio fratello Piero che hanno servito per quarantacinque anni bisnonni, nonni, figli e nipoti in una clientela che per nove lustri si è succeduta ai tavoli del nostro «Ristorante Da Nino». Ebbene si… ci siamo fermati… largo alle prossime generazioni. Noi, che nella nostra felice decisione riflettuta e sofferta, rimaniamo orgogliosi di ciò che abbiamo costruito per le nostre famiglie in quarantacinque anni di lavoro insieme; noi, che lasciamo in eredità quarantacinque anni di fraterna società, abbiamo pensato che prima che il futuro potesse fregarci, abbiamo voluto anticiparlo, perchè è giusto così! Noi, che abbiamo voluto chiudere il nostro ciclo d’amore e d’accordo, ci siamo resi conto che non poteva esserci seguito al nostro fare e quindi la decisione è stata conseguenziale. Ci fermiamo in allegria, senza rimpianti, senza rimorsi, senza debiti e principalmente senza “discussioni”, cosa di non poca importanza nell’esperienza della società moderna. Vogliamo ringraziare tutti i nostri clienti, che sono stati gli artefici del nostro successo, convinti che il futuro del lungomare parlerà ancora e sempre di noi, nei discorsi della gente a passeggio; nei ricordi della moltitudine di dipendenti che abbiamo avuto e ai quali abbiamo donato tutto il nostro ultra cinquantennale mestiere e che rimarranno indelebili nei nostri cuori. Grazie Cefalù.

  • 21 giugno 2016 alle ore 18:22
    Uno stralcio di "Le parole che scrivo"

    Come comincia: Un forte senso di consapevole complicità li univa, una forma vitale di attrazione mentale, un bisogno reciproco che mai abbandonava, nemmeno per un attimo, la sede dove risiedono gli impulsi più profondi; era difficile lasciarli andare e ancora più difficile scolpirli nella mente solo con l’immaginazione. Gli attimi immaginati non sono vita vera e il tempo non vissuto potrebbe cancellarli per sempre. Ci si abitua a tutto e sfumano memorie.

  • 21 giugno 2016 alle ore 8:14
    La danza dell'amore: Rione Sanità

    Come comincia: Proprio in questi quartieri maledetti, la vita ha ancora la sua irruenza biologica. Maledetti, pensavo stasera, al tramonto, ma possessori della residua sacralità della vita, fatta di gioia, amore, odio, vita, morte. Lo struscio dei giovani in moto, da vedersi, al tramonto. Ragazzine dai dieci anni ai diciotto, in motorino, senza casco, a due, a tre sull'unico precario sellino. Truccate, capelli lisciati sulle spalle, camicette colorate, pantaloni a guanto, o mini sovversive, laccetti di tanga, sulla carne candida, in vista. Ragazzini raybanati, imbrillantinati, magliette griffate, jeans cinesi. Loro, maschi, hanno moto più vistose, poderose, falliche. Il volto è quello dell'ultima serie tv, serio, duro come il ferro. L'accelerazione della moto deve essere uno sballo visivo e sonoro. Il miagolio della frenata, nell'accostata, ha la delicatezza del bisturi del chirurgo. La ruota sa fermarsi a pochi millimetri dalla coscia della fanciulla. Evvia! Tutti in un caos tremendo, un intrecciarsi ritmato, quasi una danza atavica. Quando l'avranno inventata? Il sangue sa pensare e creare. Sguardi che sono lame, ammiccamenti, grida, risa, poche parole, che non si udrebbero. Avanti e indietro incessantemente in una pura tensione di danza orgiastica. Uno sfiorarsi di millimetri. Un richiedersi e un fuggire in una forma nuova di movimento meccanico. L'eros lo si respira, non lo s'indovina. Poi tutto si spegnerà col sole. Beata, tremenda, fascinosa, indistruttibile, inarrivabile gioventù!

  • 21 giugno 2016 alle ore 7:43
    Confondere Aradia.

    Come comincia: E' pomeriggio da ieri mattina. 
    Dopo che hai vissuto qualcosa di memorabile, il tempo si sente inutile e comincia a non passare proprio. La schiena sta prendendo la forma del divano, le mani non hanno voglia di fare le mani.
    Ho ricevuto una nuova proposta di sfruttamento.
    E' poggiata sul comodino e ogni tanto rileggo quelle due-tre righe scritte a mano su un foglio profumato. O almeno, si sente che originariamente sapeva di violetta, poi è stato dimenticato per un po'.

    Annette si sta alzando proprio adesso, nella casa dove sono stato anche io.
    Sono strane le cose che ti vengono in mente quando non hai di meglio da fare.
    L'ho conosciuta qualche tempo fa e la prima volta che l'ho incontrata mi ha detto così:
    -Piacere, Annette. Tre mesi è il periodo di incubazione, quindi io e te staremo insieme esattamente tre mesi da stanotte, non un giorno di più. Prima di andare via ti farò un test per vedere se tutto è andato per il verso giusto, poi me ne andrò e non mi rivedrai più. Ci stai?-
    Quello che mi aveva detto era terribile, ma l'effetto che fa in me la parola “terribile” è lo stesso effetto che fa in voi la parola “tappo”, la parola “armadio”. Nessuno. Così mi ha portato a casa sua. Lungo il tragitto ho provato a stringerle la mano, ma lei mi ha dato solo un dito e io mi ci sono aggrappato con tutte le mie forze.
    Quella sera c'era un vento forte e la sua montagna di capelli castani mi finiva in faccia.
    Più andavamo avanti, più accelerava il passo, facendomi rimanere indietro, staccando ad uno ad uno le mie dita dal suo indice.
    Pochissime cose le ho detto in quei mesi ed una è stata quella sera, guardandole la schiena.
    -Lo sai in psicologia cosa vuol dire quando qualcuno cammina davanti a te?-
    -Cosa?-
    -Che si sente superiore, che vuole creare una distanza-.
    Allora lei è tornata indietro e mi ha ridato la mano, stavolta tutta intera, ma benché fosse più di prima, era comunque troppo forzato. Qualsiasi cosa fosse, di carnale non c'era niente, era più simile ad un guinzaglio.
    Arrivati a casa, fu subito chiaro dalle sue movenze il tipo di rispetto che mi avrebbe riservato. Mi guardava con aria severa, come se fossi un compito in classe, un ispettore, e invece non mi ero nemmeno mosso dall'ingresso. 
    Buttò il soprabito sul divano e io chiusi gli occhi istintivamente.
    Un momento non è mai un momento e basta; e anche se lo sarà, forse sbadatamente tra tanti anni ti ritroverai a pensarci. E allora dev'essere quantomeno carino, quantomeno bello abbastanza da essere vivido. Sei qui, in questa stanza, con lei, mentre potresti essere altrove. Questo è un pezzo della tua vita; fai almeno finta di non starlo buttando nel cesso.
    Io mi sono allenato, ci ho messo parecchio, ma ce l'ho fatta. E' però in momenti come questo che mi chiedo se tutto il mio sforzo sia stato un bene o un male.
    Penso alle cose che avrebbe pensato lo stesso me di solo cinque anni fa. Cinque, una mano sola. Una mano che si è sempre chiusa così tanto a pugno da far rompere la molla e spalancarsi, di colpo, facendo scivolare via tutto quanto, non riuscendo neanche a stringerne bene una uguale.

    Apro gli occhi.
    Annette ha un lunghissimo vestito blu a fiori. E' smanicato, ma ha talmente tanti monili addosso che di nudo ha solo le mani, le spalle e la faccia. Non sorride, sta solo davanti a me, immobile.
    Presto finirò in trance e quello che succederà vicino a lei lo ricorderò fugacemente, ad alta velocità.

    Lei comincia, come cominciano tutti, cercando di abbassare la luce della stanza a livello “sarà per sempre”.
    Su tutto si abbassa una luce calda, arancione, come se d'improvviso fosse la notte di natale.
    Comincio piano a sbottonarmi i polsini e presto mi ritrovo le mani di Annette a scansare le mie, a sbottonarmi più in fretta, sbuffando.
    Ha le unghie con lo smalto bianco perla. Muovendosi frettolosamente sulla mia camicia dello stesso colore, quasi scompaiono, rendendo più facile immaginare di essere in un film surreale. Dita che scompaiono, per quello non riuscivo ad afferrarvi.
    Non che mi sforzi più di tanto ormai. Basta un movimento, un colore, per dare spiegazione ad eventi molto più grandi.

    Alcuni ricordano il loro passato sotto forma di flash. Io invece ci vivo il presente.

    Flash.
    Annette seduta di fianco a me sul letto che fuma una sigaretta e con lo stesso accendino disinfetta l'ago.

    Flash.
    Mille spade che si infilzano tutte in un unico punto del mio braccio. 

    Flash.
    Turtles - Happy together

    Flash.
    Visuale distante e sfocata del soffitto in legno. Sulla destra, con la coda dell'occhio, schiena di Annette. Scapole che si muovono, braccia che armeggiano.

    Flash.
    Niente.

    Flash.
    Niente.

    Flash.
    Rumore di braccialetti e mani che battono vicino al mio orecchio.

    Vorrei che l'unità di tempo mese durasse come l'unità di tempo giorno, così tutto scorrerebbe più in fretta. Eviterei i silenzi imbarazzanti, gli sbadigli, gli sguardi distratti, l'allontanamento dalla stanza senza preavviso, le sue pupille che si fanno più vitree. 
    Il fatto che solo io noti queste cose.
    Da un paio d'anni mi guadagno da vivere così, con la mia epatite, lasciando che la gente con la sindrome di Samo se la inietti dietro compenso.
    C'è un mondo organizzatissimo dietro, ci sono siti d'incontri dove puoi scegliere la malattia che vuoi come su un menù. E' tutto molto professionale, ma ancora non riesco a distinguere un rapporto di lavoro da un rapporto e basta. Un appuntamento rimane un appuntamento, nel senso più adolescenziale del termine.
    Ho collocato male i pezzi del puzzle e per le mie clienti continuo ad avere piccolissime e inespresse esigenze sconsiderate da innamorato, che risolvo da solo. 
    Devo iniziare a pensarla in un'altra maniera.
    Le lettere delle persone che mi cercano sono indirizzate al mio virus, non a me, io non c'entro niente. Io sono il mezzo di trasporto che porterà loro quello che vogliono, sono lo spacciatore che li farà stendere sul lettino e risolverà i loro problemi d'infanzia.

    Annette si è iniettata il mio sangue in vena, facendosi strada tra metalli che vengono dall'India e pietre thailandesi, facendosi ambasciatrice di una nuova cultura orientale circoscritta al suo braccio.
    Colonizza le regioni corrompendo la popolazione dei suoi globuli con prodotti velenosi che vengono da me.
    Ora che la navicella è diventata lei e io sono ritornato nel ruolo di essere umano, posso permettermi di farle alcune domande.

    La luce nella stanza è ancora soffusa, ma il per sempre è magicamente diventato per ora.
    Annette ha acceso dell'incenso e si mette a ballare una personale danza del ventre. Tutto il suo corpo fa l'hoola-hop con i gioielli che lo ricoprono.
    Dico -Ho risolto i conflitti con tuo padre?-
    Lei rotea verso di me, unisce le mani sopra la testa e muovendo i fianchi si inginocchia piano sul tappeto grigio a pelo lungo, che si appiattisce sotto il suo peso. 
    Dice -Ballando e stendendosi, si dice che il virus si propaghi più velocemente. Questa è una danza thailandese, si chiama Khon-.
    Chiedo -Si è attenuata la tua sindrome da abbandono?-
    Si distende lentamente allargando le braccia. La luce si riflette su ogni minimo specchietto di cui è cosparsa e Annette diventa la più luminosa della stanza.
    Annette la stellina. Annette la reginetta della sua tribù.
    Non mi guarda, e non so se quello che dice lo dica a me o a qualche recondito meccanismo di circolazione sanguigna.
    -L'amata del Re Rama fu rapita da un demone a dieci teste. Questa danza rappresenta la solita noiosa lotta tra bene e male-.
    A questo punto mi alzo dal divano, la scavalco per raggiungere la porta della cucina.
    Contraendo e ritraendo la pancia, facendola ondulare più velocemente possibile, aggiunge -Non vorrei rovinarti la sorpresa, ma statisticamente dieci teste sono meglio di una-.
    Dall'altra stanza, versandomi dell'acqua, dico -Sono contento che tu abbia trovato un modo per riappacificare più velocemente il tuo super io all'Es-.

    Nei giorni successivi, mentre non parlavo con Annette, ho avuto tempo di osservare ogni angolo della sua casa che ancora non avevo visto. 
    Non era grande, ma per digerirla ci voleva molto. Era tutto un casino, ogni stanza un bazar di cose.
    In cucina, almeno una decina di forni, di fattura e provenienza diversa; uno fungeva da forno e tutti gli altri da mensole. Un frigo piccolo poggiava sbilenco e aperto ad un altro più grande, pieno di scatole di verdure fresche, impilate l'una all'altra talmente strette da essere inamovibili, rendendo impossibile afferrare uno qualsiasi di quegli infiniti tipi di ortaggi.
    Il bagno era verde e senza porta, chiunque poteva guardarci dentro. Proprio di fronte c'era la doccia, un bouquet di almeno trecento colorati tubi di pompe che spuntavano dal soffitto e dai lati della stanza. Forse voleva essere un arcobaleno, in realtà sembrava il vomito di un unicorno. Il water non si vedeva, si intuiva.
    Il salotto, dove mi aveva ricevuto la prima sera e dove dormivo, era così scarno che scompariva letteralmente di fronte alla pienezza degli altri locali. Era una scelta del tutto illogica, ed altrettanto illogicamente a me non veniva mai voglia di andarci. Non so come spiegare: era troppo facile stare lì. In tutte le altre stanze potevi soddisfare i tuoi bisogni primari solo con fatica.
    Passavo il mio tempo appoggiato alla finestra vicino all'ingresso della camera di Annette, sempre chiusa a chiave. Non potevo uscire perché Annette non voleva che contaminassi altra gente mentre ero sotto contratto con lei; allora stavo lì.
    Non c'era molto di bello da guardare, a parte i tetti delle case e le antenne. Sembrava tutto talmente fitto da ritenere impossibile uno spazio, una stradina, che dividesse una casa e l'altra. Era tutto appiccicato. E se la vista è un bisogno primario, allora era tagliata a metà anche quella, di fronte ad un paesaggio-non-paesaggio. Adoravo quella finestra.
    La porta della camera che rinchiudeva Annette per tutto il giorno era ad un passo, sempre chiusa, sempre chiusa ad un passo. Il che me la faceva sentire un po' aperta.
    Cominciai ad affezionarmici come ci si affeziona ai grossi portoni di un castello reale. Se li trovi chiusi per giorni e giorni, inizi a pensare che non ci sia nulla dentro.

    Invece un giorno si aprì. 
    Un giorno Annette mi rivolse di nuovo la parola, disse che quella notte avremmo dormito insieme. Allora la porta si aprì.
    Era uno stanzone lungo e stretto con le pareti blu scuro, contornato da librerie realizzate con rami di betulla, che spuntavano dal muro fino al centro, dove creavano un complesso intreccio di biforcazioni. Sembrava la sezione di un bosco. I libri stavano appollaiati dove potevano, in un equilibrio decisamente precario.
    Sotto quella trama di legno c'era il letto matrimoniale, cuscini bianchi e piumone con le costellazioni disegnate, perfettamente rifatto. 
    Nonostante quel caos, trovavi sempre un punto ordinato dove lo sguardo poteva fermarsi a riprendere fiato.
    Io e Annette dormiremo insieme ed io penso che un po' si sia affezionata a me, di aver vinto quella lotta di gelosia tra me ed il mio virus.
    Mi preparo di tutto punto per quella sera. Non c'era un appuntamento vero e proprio, prima. Non c'era una cena, non c'era un cinema, non c'erano passeggiate al chiar di luna. Iniziava tutto con noi che saremmo andati a dormire, quindi avevo scelto il mio miglior pigiama rosso di velluto.
    La aspettavo sdraiato sul letto, guardando l'intreccio di rami sopra di me e cercando di leggere tra le loro righe disordinate qualche messaggio, qualche accenno di racconto in più che mi aiutasse a capire Annette. La storia di Annette sopra il letto.
    Dopo un'ora arriva ed io balzo in piedi immediatamente.
    Trascina un grosso sacchetto di plastica nera con entrambe le mani. E' vestita da indianina, con bandana verde e penna di cornacchia stretta in piedi sulla nuca.
    Mi fa un cenno con la testa senza sorridere, si mette in un angolo ed apre la busta.
    Mentre inizia ad addobbare i rami degli alberi con teschi di plastica di vari animali, dice -Quella che faremo stasera si chiama Wàwek-. Acchiappasogni ornati di penne colorate lunghissime, perse da qualche pappagallo in un negozio di animali e gentilmente regalate dal titolare; sono appesi e fatti suonare con un soffio da Annette, che continua a parlare:
    -E' un termine sciamanico del popolo Shuar, indica l'estrazione dei mali dal corpo del malato mediante oggetti del potere. Ad esempio si fa rotolare un coltello sacro, un uovo, o una pietra sul corpo dello sciagurato, in modo che il male venga intrappolato dentro di essi-.
    Si mette al collo dieci collane, con appesi medaglioni e amuleti con tappi di bottiglia di altrettanti tipi di birre e coca cole.
    -Io non ho né coltelli sacri, né uova, né pietre- dice incollandosi alla fronte lo strass caduto da un vestito.
    -Ho un piercing all'ombelico. Andrà bene lo stesso-.
    Annette, la frega divinità.

    Quella è stata una nottata strana. Nemmeno il mio volermi innamorare a tutti i costi ha potuto molto.
    Annette mi stringeva da dietro, stando attenta a far combaciare bene il suo freddissimo piercing alla mia schiena, stringendomi ancora di più. Di quell'abbraccio così intenso io però ho sentito solo il freddo. A volte hai la chiara idea di quanto sia lontano qualcuno solo quando ti è vicinissimo.
    Non ho chiuso occhio. Le sue labbra mi sussurravano all'orecchio millenarie formule magiche indiane inventate al momento, e a me sembravano mille bugie.
    Volevo andarmene, svegliarla, dirle che ormai il virus l'aveva preso iniettandosi il sangue, che non c'era bisogno di tutti quei rituali.
    Mi sentivo in trappola, i rami della libreria erano una gabbia e i libri dei gufi pesanti che la rendevano sempre più piccola. Aspettavo che l'alba entrasse dalla finestra.

    Quando si svegliò, io ero già vestito e con la valigia in mano, come nelle migliori commedie romantiche.
    Lei si tirò su, in ginocchio sul letto, con il vestito da indianina spiegazzato e i capelli arruffati, come nelle migliori commedie rock. Si stropicciò gli occhi, li schiuse e mi guardò sbadigliando, aspettando che iniziassi a parlare.
    -Me ne vado-, dissi.
    Lei rise.
    -Finalmente!-, ribatté con un sorriso a mille denti, incorniciato da labbra più lucenti del solito.
    Colpito dalla sua euforia, cercai tracce di quell'illusione che abitava in me fino alla notte prima. Se ne avessi trovata almeno una, io e Annette avremmo potuto parlare. Un'illusione si può sempre riparare.
    Annette iniziò il suo discorso.
    -Nel 1741 la sindrome di Samo venne ascritta ufficialmente come forma parafilica nei libri di psicologia. Successe dopo che un'epidemia di lebbra colpì il paese, creando una marea di nuove, fresche, giovani coppie. Le donne, mentre mangiavano con il cucchiaio del marito, dicevano che non erano malate, che era solo amore, amore, amore. Si stavano ammazzando con mille accortezze.
    La cosa strana è che si è scoperto che morivano molto più velocemente dei partner, come se l'amore fosse un acceleratore.
    Ma in realtà la sindrome esiste da moltissimo tempo, in realtà è sempre esistita.
    Hai mai notato che tutte le tribù hanno sempre avuto rituali e magie? Ti sei mai chiesto perché, con tutte le cose che ci sarebbero da risolvere nel mondo, ci sono libri e libri solo per formule di guarigione?-
    In nessun atrio, in nessun ventricolo, nemmeno dietro le ossa trovai nulla.
    -La verità è che alcune delle prime sciamane e streghe erano pazze scatenate foriere della sindrome. Si erano accorte che, allo stesso modo in cui loro venivano infettate dai loro compagni, essi venivano affascinati dalla sindrome di Samo. Cominciavano a voler avere quelle donne in maniera sempre più pazza, disperata. 
    In maniera sempre più desiderabile.
    Nei loro occhi, quel dissennamento era appetibile quanto la malattia venerea che già avevano contratto.
    Queste fautrici della magia nera hanno trovato il modo per sbagliare le formule. Una sola, piccola scorrettezza al posto giusto e i rituali di guarigione funzionavano al contrario. Invece di guarire, di cacciarlo via, il male entrava dentro il loro corpo. E loro se lo tenevano stretto. 
    Assorbivano l'amore degli uomini come un nuovo malanno, trasformandolo in energia, sentendosi sempre meglio ed evitando la morte accelerata a cui erano condannate. 
    Quei poveri cristi rimanevano senza niente. Dei fantocci. Ridotti al loro virus di base e ad una mancanza, che i più tentavano di colmare infettando altre donne e innamorandosene, finendo ogni volta per essere la possibilità di una doppia contaminazione perfetta-.
    Mi incamminai verso la porta d'entrata, Annette mi seguiva continuando a parlare. Come Orfeo ed Euridice, solo che a suonare era lei, ed io non mi stavo esattamente allontanando dalle tenebre.
    -Tu hai voluto tenermi la mano appena mi hai visto. Non avrei nemmeno dovuto sforzarmi con te, ho iniziato i rituali da subito.
    La verità è che io ho voluto prendere solo il tuo di virus e tutte le conseguenze. Ma solo tue. Tu invece ti stavi innamorando di me e di mille altre come me ti innamorerai. Sei recidivo, sarai recidivo per sempre-.
    Arrivato da dove tutto era iniziato, misi una mano sulla maniglia.
    -Verrebbe da chiedersi chi di noi due abbia davvero la sindrome di Samo.
    E l'altra mano sul cuore.

  • 19 giugno 2016 alle ore 20:16
    Nello specchio

    Come comincia: Quando il sonno non si lascia prendere perché rapito e allontanato dalla carica emotiva, lo scrigno del pensiero si apre e, ogni parola che possa evocarlo, sfugge al controllo. Sono infinite le vie che percorre il pensiero e tutte simultaneamente. Lo sguardi della mente corre più veloce di un giga sulle antenne, più potente della luce e di luce s’illumina. E vede. A volo d’uccello fotografa. S’alza sovrano e austero, un silenzio sulle pecche umane, diviene sorriso materno sui figli: emuli per diventare grandi. E sorride il pensiero (simultaneo ai suoi fratelli), sorride. Quel che partorisce il propri mondo interiore, può essere amato e condiviso da altri mondi, ma non potrà mai avere stessi colori e profumate sostanze. Così come un figlio, emulo per crescere, diviene portatore dell’esempio genitoriale, non potrà mai essere “il” genitore, se non se stesso dopo aver partorito se stesso: genitore e figlio. Così “l’altro” non potrà mai essere chi non è. Il sonno che non arriva è un armonico spazio in cui danzano le idee, i profondi sentire. Uno specchio in cui si riflette il sé e quanto il sé circonda: tutto si vede e a tutto, maternamente, si sorride. Il centro, il nucleo sa, che non esiste emulo a confondere l’immagine: chi è parto di se stesso, in ogni specchio trova solo se stesso, la propria immagine.
     

  • 13 giugno 2016 alle ore 18:10
    Il prezzo da pagare

    Come comincia: Il prezzo da pagare
    In un grande prato verde, un grillo si confondeva col suo colore. Le sue zampette uncinate, s’aggrappavano agli esili fili d’erba che fungevano da liane. Poco distante, c’era una margherita che aveva appena aperto la sua corolla bianca, ai raggi del sole che la riscaldava. Il grillo stava per spiccare un salto per raggiungerla, quando frenò il suo slancio poiché fu preceduto da una stupenda farfalla che gli prese il posto, coprendo con le sue ali fragili e variopinte, tutto il fiore.
    Il grillo soggiogato dalla sua eleganza e bellezza, rimase ad ammirare la sua livrea che, nel suo insieme, sembrava un bouquet multicolore che irrompeva nella quasi monocromia del verde prato.
    Le sue ali come leggeri ventagli, s’agitavano permettendole di fare di tanto in tanto surplace, le sue zampine fragili sottolineavano ancor di più l’eleganza della sua bellezza. 
    Dopo un breve riposo, sul cuore giallo della margherita, la farfalla spiegò le sue belle ali e si levò in volo. Il grillo che era rimasto nascosto ad ammirarla, si specchiò in una goccia di rugiada e, amaramente, si rese conto del suo aspetto che differiva molto da quello della bellissima farfalla. Poi, fra sé e sé disse:
    “ La natura però è ingiusta, io così brutto, con un naso che prende tutta la faccia, e due occhi sbozzolati dalle orbite e ricoperti da due piccole persiane, con un corpo grosso e goffo su due zampe lunghe e mingherline come trampoli pieghevoli, e come se non bastasse,  le ali, sì perché ci sono le ali che sono nascoste, talmente sono brutte, sotto due code obsolete di un vecchio frac. Senza dimenticare questo colore è quasi sempre verde o marrone, tanto da farmi confondere con i campi, così nessuno mai si accorgerà che esisto!”
    Intanto, la farfalla volava, col sole che le illuminava le ali, quando un signore che camminava sul bordo del campo, munito di un retino, attirò l’attenzione del grillo che smise di borbottare per guardare l’uomo che, a lunghi passi, aveva già raggiunto la farfalla.
    Spensierata la povera sprovveduta, volteggiava nell'aria. Il grillo rimase nascosto mimetizzandosi fra l’erba e impotente, assistette alla cattura della bella farfalla che, finita prima nel retino e poi nelle mani dell’uomo, subì un orribile destino. Il suo gracile corpo fu trafitto da un abominevole spillo e con cura, fu deposto, ancora agonizzante,  in una scatola. Il povero grillo atterrito da tanta crudeltà, suo malgrado, si sentì pervaso da un senso di contentezza per essere stato creato così come era da madre natura, e pensò che infondo, non essere troppo belli per lui non era stato uno svantaggio. Quel che era accaduto alla farfalla gli aveva fatto capire che per tutto c’era un prezzo da pagare, anche quello della bellezza che a volte, trasforma in oggetto del desiderio chi la possiede e suscita gelosia ed invidia in coloro, che come il grillo, non si accettano per come sono.
    Anna Giordano 08/03/2015
     
     
     
     

  • 12 giugno 2016 alle ore 16:19
    Se Bruciasse la Città

    Come comincia: Pensavo, mentre facevo il caffè, che nella vita si cambia davvero tanto. Mi è venuta in mente quella canzone "Se bruciasse la città". In quel periodo lì, se fosse bruciata la città, me ne sarei fatta un baffo. Sulla soglia di casa avrei atteso tranquilla e fiduciosa "lui", il mio amore, il supereroe onnipotente e certamente ignifugo, che in un baleno sarebbe accorso, mi avrebbe raccolta con le sue forti braccia rassicuranti, avvolta nel suo mantello anch'esso rigorosamente ignifugo, e mi avrebbe messa in salvo gettandosi impavido fra le fiamme che, intimidite e soggiogate dal nostro amore così immenso, tremolanti e crepitanti, si sarebbero ritirate come le acque del mar Rosso innanzi a Mosè, aprendo un varco per la nostra fuga.
    In quel periodo lì.
    Oggi, se bruciasse la città, chiamerei i pompieri. 

  • 12 giugno 2016 alle ore 0:41
    " Cielo "

    Come comincia: Lei si rese conto che il raccontarsi,
    l' essere sincera,
    denudare la sua anima ,
    era offrire al suo ascoltatore proiettili mirati su di lei.
    Il suo modo di essere, la penalizzava in partenza.
    La dolcezza, il suo bisogno d'amore,
    la rendevano tremendamente vulnerabile.
    Non si è stronzi,ci si diventa, il dolore che lacera l'anima è devastante.
    Dei momenti si chiedeva perché...il comportarsi bene attirava immancabilmente le persone meschine, era una calamita.
    Aveva promesso a se stessa che non avrebbe più sofferto,
    che non avrebbe dato più fiducia a nessuno.
    Il così detto "Non accettare le caramelle dagli sconosciuti".
    Ma era sempre lei ad armare chi l'avvicinava.
    Non riusciva ad essere stronza, era più forte di lei dare fiducia.
    Le parole hanno un potere atroce, il credere è micidiale.
    Lei era un libro aperto,
    era giunto il momento di chiudere il libro per sempre.
    Non avrebbe più armato il suo assassino.
    Si, era l'unica soluzione possibile, chiudersi in lei.
    Aveva così tanto amore da dare,
    ed era veramente un delitto rinunciare a darlo.
    Ma l'amore è una cosa rara, preziosa, speciale,
    e non si dà a chiunque.
    Ed oggi ci sono troppi " chiunque" che non lo meritano.
    Così prese l'amore, tutto quello che aveva dentro e fuori di lei,
    lo accarezzò, come si accarezza una cosa fragile,
    delicata, magica, unica e lo chiuse per sempre.
    Poi alzò lo sguardo al cielo, contemplò il blu e sorrise,
    a testa alta avanzò per la sua vita.
    @quil@blu59

  • 10 giugno 2016 alle ore 18:18
    La carezza

    Come comincia: “Mi piace”, pochi bytes, un ciao, un assenso, un consenso, solo un dito su di un tasto, da chi, in realtà, non conosciamo, in questo marchingegno, falso distributore di illusioni, di interazione, amicizia e affetto. Ci siamo ridotti a questo, nella nostra disperata solitudine. L'interazione vera, ad personam, è estremamente più difficile. Implica un'aurea particolare, che non sempre ci coinvolge. I sensi, giudici tremendi, ci fanno accettare o scartare l'altro, a volte nella nostra inconsapevolezza. Il reale vuole questo, è un filtro severissimo. Un odore, un colore, un vezzo ci possono attirare o far fuggire. Nel web, i giochi mutano; riversiamo la nostra fantasia, modelliamo fantasmi, costruiamo giocattolini che vorremmo esser sicuri di aver trovato. Ci accontentiamo anche di una trappola, un quadratino di fotografia di vent'anni fa ci appaga, tanto da non premunirci ad una delusione. Perchè la delusione non va da essere! Ma in milioni d'anni l'uomo può essere giunto a questo baratto mediatico: io non ti do una carezza, ma ti dico “mi piace”, qualsiasi cosa tu posti. Il contatto di una mano è pura magia interattiva. Ve lo dice un medico. L'ammalato non vuole la tac, lo scanner, la telecamera nello stomaco. Vuole una mano che lo tocchi. Gli sciamani lo avevano già capito. Anche il bimbo nella bua della pancina vuole la mano della madre, unico vero rimedio salutare. L'alba doveva ancora sorgere, quella mattina sul vulcano Bromo, nell'isola di Giava. Freddo, altitudine, buio senza luna. “Dottore, c'è una turista francese che sta molto male, venga”. Solo un'ombra stesa, un respiro affannoso, il lampo di uno sguardo. Le accarezzai il volto teneramente. “Respira con me, più lentamente, ti prego.” Due esseri, nel buio, sconosciuti erano uniti da un contatto, di cui ignoravamo entrambi l'effetto. Ricordo che nella polverosa discesa, mi raggiunse. Mi è rimasto ancora il suo sorriso.

  • 10 giugno 2016 alle ore 18:16
    Femminicidio

    Come comincia: FEMMINICIDI …

    “Mobilitiamo il paese!” Beh! Detto da una presidente della Camera, può essere rassicurante. Ma non si tratta di arginare alluvioni, tempeste, terremoti, ne d'invasione di cinghiali, di lupi, di blatte, di zanzare tigre. Sono in oggetto, strani individui, pseudo conosciuti, detti uomini. Può essere mai? E' pur vero che questi animaletti, perchè da questo regno provengono, hanno dato vita ad un Leonardo, a un Michelangelo, ma è da tener conto che, da quando si sono fregiati del titolo razza umana, se le sono date di santa ragione, con mazze chiodate e bombe atomiche. E continuano a darne esempio giornaliero, uccidendo bambini, donne e vecchi, a migliaia con l'incuranza di tutti. Il femminicidio avviene in casa nostra, o meglio potrebbe sempre avvenire, e questo massimamente ci disturba. Ci reca angoscia. Da qui il falso nostro scandalo altruistico. Abbiamo da proteggere il nostro clan da pericoli prossimi. La guerra? Le guerre sono lontane. Ne siamo temporaneamente al sicuro. Ignoriamo un germe, o meglio una frazione del nostro seme, un pezzetto d'elica del DNA, per essere alla page, che si trascina dietro, dall'alba dell'esistenza della vita, il feticcio dell'aggressività. A lei dobbiamo, l'evoluzione delle specie, la selezione, il progresso da animale unicellulare ad aggregazione, massimamente intelligente, l'uomo. Ora, a ben pensarci, forse non ci potrebbe più interessare, i giochi sono fatti, anzi ci distruba, in certe sue evidenziazioni. Manca la medicina, e ce la dobbiamo tenere, questa dea cattiva del nostro animo. Theodor Adorno asseriva che il nucleo fondamentale dell'aggressività umana nasceva nella famiglia. Qui, con il gioco della “patata bollente”, buttata centrifugatamente fuori, per liberarsene, passava alle relazioni interfamigliari, poi ai clan di lavoro, di studio, di sport. Sempre avanti in partiti, in ideologie sino alla....GUERRA. Lì, aveva modo di scatenarsi in ogni sua maniera. Sì, la guerra era generata dalla cacciata dell'aggressività dal seno della FAMIGLIA, per la sua temporanea salvezza. Ed è la famiglia il soggetto da curare, aiutare, andare in soccorso. Qui deve intervenire la politica sociale, con saggezza, studio, impegni di capitali. Eviteremmo quante guerre? Quindi Presidente Boldrini, mobilitiamo il paese a favore della famiglia.

  • 10 giugno 2016 alle ore 15:57
    Una Donna da Autostrada

    Come comincia: Sono le tre del mattino quando suona la sveglia. Lì per lì lei si sveglia controvoglia, raggiunge la sveglia per farla tacere e si gira dall’altra parte. Ma è solo per pochi attimi; quando la coscienza la raggiunge, salta fuori dal letto, corre in cucina e mette al fuoco la caffettiera che ha già preparato la sera prima. Apre lo sportello della credenza e prende il thermos. Intanto corre nel bagno e si lava in fretta, già la sera precedente si è occupata del suo corpo, del viso, dei capelli, vuole essere perfetta. Torna in cucina al brontolio della moka e respira l’aroma del caffè. Riempie il thermos e aggiunge la grappa, quella che ci sta. Torna nel bagno a truccarsi con attenzione e a pettinarsi i voluminosi capelli. Si guarda nello specchio, si piace, è contenta e non vede l’ora di uscire. E’ buio fuori, ascolta i suoi passi che si avviano verso l’automobile. Sale in auto e va all’appuntamento. Guida a lungo, si dirige fuori città, imbocca l’autostrada e percorre circa 80 chilometri. A quell’ora ci sono in circolazione solo automezzi pesanti, lei raggiunge la solita area di sosta dove alcuni autotreni sono fermi presumibilmente in pausa di sonno per gli autisti. Anche lei posteggia la sua piccola auto, e aspetta. E’ un po’ inquieta, è sempre inquieta nel buio della notte ferma nella piazzola, ma cerca di non pensare agli eventuali pericoli. Guarda continuamente nello specchietto retrovisore, lui non dovrebbe tardare. Ormai riconosce il camion anche solo dai fari. Lo vede arrivare e mettere la freccia a destra, ecco adesso si sente più sicura. Il cuore le batte in gola ,mentre lui posteggia a pochi metri dalla sua auto. Poi lui scende dal camion, lentamente, lei ama la sua flemma, la sigaretta in bocca, il sorriso appena abbozzato, l’andatura felina, lei è pazza di lui. Lui raggiunge l’auto e le si siede accanto. Lei gli porge le labbra, il thermos con il caffè bollente e la grappa.  Si guardano e il rito si ripete. “Andiamo sul camion”. E lì si amano, come capita ormai da tempo, quasi tutte le mattine. Le tendine intorno alla cuccetta sono tirate, i vetri appannati, il loro è un piccolissimo mondo intimo, fumoso, esclusivo. Passione o amore? Difficile dirlo. Ma stamattina ecco un fuori programma. Ad un tratto forti colpi contro le portiere del camion. Un’auto della Polizia Stradale è lì ferma e la coppia cerca di rendersi presentabile in pochi secondi. I poliziotti chiedono di scendere, hanno le rivoltelle in mano. Lui è preoccupato, a lei scappa da ridere e nota che un poliziotto è giovane e l’altro è anziano e assomiglia in modo impressionante a Vittorio De Sica. Chiedono i documenti, ma all’anziano è subito chiaro di essere di fronte soltanto ad una coppia di amanti clandestini, e non a criminali trafficanti di chissà cosa. Il giovane è più grintoso, prende i documenti e va in auto a telefonare, ma torna sconfitto. Nel frattempo lo pseudo De Sica si rivolge e lei: allora signorina, come la mettiamo? Ma sorride sornione. E lei, rassicurata, trova il coraggio di scherzare...”abbia pazienza, sono una donna da autostrada”.

  • 06 giugno 2016 alle ore 7:43
    All'alba

    Come comincia: Al silenzio del maestrale Antia si era portata con tutte le sue forze.
    Davanti al liquido blu un solo brivido freddo . L’alba abitava inaspettata.
    - Allora madre posso andare? - le disse Maurizio nel sussurro leggero.
    Antia alzò lo sguardo, ma solo per intrecciare gli occhi di un figlio.
    Una linea d’acqua li separava. Un sogno. L’incognita fisica che sbiadiva durante l’immagine. La scomparsa.
    Era un cerchio d’arco.
    Il tremore di Antia verso l’infinito. L’infinito nella consapevolezza di un’assenza assonnata all’infinito.
    Cadevano occhi gonfi e contabili limate amare.
    Tristemente in simbiosi con gli aironi che strappavano
    una vescica dentro viscere imperfette.
    - Chi vivrebbe mai nel frangente di un rammendo? - si chiese inghiottendo la passione svuotata mentre Maurizio esondava energia tra lembi sbroccati di sole.
    Antia sentii la sua voce dolcissima.
    - Madre ecco come volano gli uccelli.
    E poi un’ombra. Il mistero. Un dolore assordante.
    Lei rimase ai groppi del vetro fino all’ultimo. Completamente in solitudine.

  • 05 giugno 2016 alle ore 22:41
    Mare d'inverno

    Come comincia: Mare d'inverno. Quando il vento sferza il viso e si impigliano i capelli sulla bocca in un miscuglio di salsedine e lacrime. Era arrivata lì alla spiaggia guidando mezza ubriaca dopo una notte insonne. Giusi amava quel posto di secchielli nascosti nel tempo di estati scintillanti con i bambini che urlavano e le radioline accese. Le sembrava di sentire l'unto della crema dall'odore di cocco sulle mani mentre si spalmava le gambe ed i fiocchi sfilacciati del costume a righe. Ad un tratto vide la sagoma arenata più in là e si avvicinò pian piano. Era un grande uccello con un'ala spezzata che giaceva inerme portato da quel mare d'inverno. Non se ne era accorta, così immersa nei pensieri o forse era stato buttato a riva improvvisamente in pochi attimi. Si chinò e ne colse la tristezza del becco, si specchio' in quelle piume fradice e snervate. La mente vagava. Il telefono con i messaggi. Il tonfo al cuore. Una vita in bilico. Bianco e nero confusi tra un velo misterioso di apparenti incongruenze. Vuoto. Era vuoto il dolore delle cose andate, portate dalla marea che col suo ondeggiante ritorno fa invecchiare. Torno' a guardarlo ma non era più lui, era una medusa rosa squartata nella sua gelatina, i tentacoli velenosi  galleggiavano sulla schiuma del mare. Penso' a sua madre, alla sua bellezza arrabbiata e avvinghiata ad un amore inutile e le sembrò che affondasse inghiottita dalla sabbia. L'orizzonte sembrava spegnersi e Giusi penso' che si stava facendo tardi, non c'era altro tempo per dare respiro ai pensieri . Per fortuna siamo mercé delle giornate che finiscono, sarebbe insostenibile un tempo eterno terreno, così infarcito di turbamenti. Ora li a riva era comparso uno strano groviglio di reti e alghe, l'invito ad un ultimo sguardo. Giusi si inginocchiò e vide brillare una luce splendente come una pietra rara. Accanto uno strano animale verde ed attorcigliato si muoveva. Penso' di impazzire ma il presagio divento' certezza: lei stava dentro ad un sogno, intrappolata nelle sue ansie. Fu il pianto di suo figlio a svegliarla, lascio' a malincuore l'immagine del grande uccello che si librava dal mare impetuoso verso il vento. La vita si trasforma, muore l'amore, si fa veleno, risorge. Eterna danza mescola buio e luce, estate ed inverno. Uno contiene l'altro, un dilemma conoscere la via verso il cielo. 
     

  • 04 giugno 2016 alle ore 23:37
    La strage la notte e la follia

    Come comincia: 4 giugno 1944

    Il cielo era grigio, come la fossa scavata dalle bombe.
    Respirai la polvere bruciata dei bossoli sparpagliati, li, sulla terra bagnata, erano ancora caldi.
    Un colpo di pistola, uno solo, uno per ciascuno, l’indice sul grilletto, uno scoppio sordo, confuso tra la pioggia battente e l’ira dei tuoni.
    Avevo sentito distintamente due spari, poi tornarono di nuovo nel capanno e presero Giacomo, lo trascinarono fuori ma lui si divincolò dalla presa e scappò via verso qualche direzione.
    L’ululato di una mitragliatrice lo raggiunse e se lo portò via insieme a tutti i giorni, ai mesi e agli anni che gli restavano ancora da vivere .
    Ritornarono ancora e fu la volta del quarto, il quinto e ancora un altro. I corpi giacevano ammucchiati uno sull’altro nella fossa scura.
    All’improvviso le urla laceranti di un ragazzino di tredici anni si levarono dal capanno.
    Le grida disperate di Giuseppe trapanarono il cervello di uno dei soldati e per un attimo il bagliore di un’umanità perduta incrinò la ferocia assassina del boia; ma fu solo un attimo.
    Lo presero strappandolo da una selva di braccia che non volevano lasciarlo andar via. Suo zio, Antonio lo strinse a se fino alla fine.
    I predatori avevano fretta di soffocare nel silenzio quelle urla insopportabili che si aggrappavano alle loro coscienze. Era solo un agnellino; in un altro luogo e in un altro tempo avrebbe respirato le stagioni e il fluire circolare del tempo.
    Si sarebbe avventurato per quei crinali lievi e avrebbe sentito gli odori della salvia e del ginepro e avrebbe corso sotto la pioggia e avrebbe segnato sentieri tra la neve e poi si sarebbe sdraiato sull’erba fresca e avrebbe guardato il suo gregge al pascolo.
    Ma nulla di tutto questo sarebbe mai accaduto. Quel giorno, Giuseppe era solo il prossimo, un altro ancora e poi ancora, e ancora, fino all’ultimo; poi presero me.
    Due soldati mi trascinarono fino al bordo estremo della fossa, ancora pochi respiri e tutto sarebbe finito. Guardavo i corpi dei compagni che mi avevano preceduto e mi sembravano cose, oggetti bagnati, inutili bagattelle ammucchiate sotto un temporale estivo.
    Sentii il ferro gelido della pistola dietro la nuca. Quanto dura l’istante che ti separa dalla morte? Quanto conta il tempo che ancora respiri un istante prima della fine? Che sapore ha l’aria che ti attraversa i polmoni prima che questi si fermino di pulsare? E quanto brucia il sangue che scorre nelle vene prima che il cuore esaurisca l’ultimo battito?
    Sentii distintamente lo scoppio del colpo assestato sul proiettile che mi aprì uno squarcio alla base del cranio. Il calore intenso di un fuoco incandescente inondò i miei sensi
    Emisi una specie di grido soffocato come se la vita che mi stava abbandonando non volesse portarsi via l’antico dolore della mia gente. Un dolore che ci tramandavamo di generazione in generazione abituati come eravamo a soffrire. Era il dolore di esistere che avevo ereditato da mio padre ed era lo stesso dolore che avrei lasciato a chi mi avrebbe trovato in fondo a quella fossa.
    Alla pioggia fredda che mi bagnava i capelli si mescolò il sangue caldo e l’odore acre della polvere da sparo, poi le lacrime e il sudore e brandelli di pensieri che danzavano attorno al mondo che si disfaceva davanti a me. Poi fu il buio.
    Crollai sui corpi dei miei compagni, ero immobile, muto, abbandonato come una cosa inutile ma non ero ancora morto. Sentivo il gelo e un’infinita stanchezza. Stavo morendo ma non serbavo odio. Aspettavo la fine. Pensai a mia madre, ai miei fratelli, a Elena; ci dovevamo sposare a ottobre; guardai il cielo grigio sopra di me, poi, l’anima scivolò via.
    Il crepitio degli spari che avevano risuonato sinistri per i pendii dei poggi era terminato mentre un silenzio cupo si era impadronito della radura circostante. La stazione ferroviaria era deserta e davanti alla rimessa il gruppetto di soldati restò immobile, come in attesa.

  • 04 giugno 2016 alle ore 20:39
    Stralci di pensieri

    Come comincia: Stralci di pensieri
    La fantasia, sovente, irrompeva nel tumulto della sua anima, come pellicola rivestiva la realtà. Aveva il potere di trasformare le brutture, i pesi schiaccianti, in voli che, se pur illusori, si libravano nella verginità di ogni singolo pensiero. La vita prostrava, con il suo logorante altalenare, gli eventi rotolavano nella sua vita come enormi sassi smottanti su un territorio a continuo rischio sismico; bisognava attingere continuamente dalla riserva di forza interiore, costantemente messa a dura prova, trovare un appiglio per dare senso a tutto quello che un senso non lo aveva. Sara accettava passivamente solo in apparenza, dentro di lei c’era un subbuglio di consapevolezze che, ogni giorno di più, diventavano certezze. 

  • 03 giugno 2016 alle ore 17:18
    Stimoli visivi (parole dettate da un'immagine)

    Come comincia: Siamo qui, distesi pelle contro pelle, in un incastro d’anima, divorati avidamente in ogni fibra, avvolti dalle molteplici sfumature del nostro essere, immersi nella magia della notte. Tra le mani il libro intinto d’inchiostro rosso, dove le parole disegnano lo spazio occupato dal mio tempo nel tuo tempo, ermetici suoni sul pentagramma di privilegiate note solo per il tuo udito. Tu che leggi per me variando il timbro vocale a ogni cambio d’intensità, scivolandomi dentro in un susseguirsi di vibrati, colorando ogni sillaba di gesti; la somma delle mie parole, fluttuante, racchiusa in quegli attimi infiniti, mischiata al sangue preme impetuosa nelle vene, complice dei sensi. Una sensazione indescrivibile, una sorta di vuoto pieno di emozioni che pulsano dall'interno fino ai confini esterni della pelle, un solletico di un avido bacio sul ventre.
     

  • 01 giugno 2016 alle ore 23:32

    Come comincia: Ho visto: girandole di parole frodare l'anima più fragile, più semplice, più sensibile. Ho visto: girare ombre su ogni chiara bellezza e renderla timida, timorosa, fragile. Ho visto: tremenda speculazione infrangere ogni certezza, tradire ogni sogno, ogni delicata offerta. Ho visto anime naufragare sotto colpi di remi di speculatori arditi: anime inchiostrate di malefici colori, di odore di soldi nei pori. Ho visto donne sparire sotto l'ombra di perfidi/precari disegni dei loro uomini. Ho visto crollare uomini e donne sotto subdoli giochi di potere. Ho visto crollare il cielo su gabbiani innocenti, e su mari puri e ardimentosi. Ho visto il dubbio farsi strada e il timore riempire l'aria. Ho visto lo scuro dare vita al chiaro, e il chiaro dare risposte alla Vita. La Vita vince, sempre e comunque. Così ho visto.

  • 01 giugno 2016 alle ore 17:50
    ME NE ANDRO' SERENO

    Come comincia: Un po’ a malincuore devo riconoscere che l’unica materia di cui sono veramente esperto è la Morte. Ne conosco caratteristiche e dettagli poiché i Viaggi Astrali non sono altro che piccole anticipazioni di ciò che andremo a trovare/creare nell’Aldilà e, ad oggi, credo di aver superato le 1000 esperienze extracorporee. Con questa premessa è ovvio che una delle domande che mi viene rivolta con più frequenza è quella relativa all’atteggiamento da avere per un passaggio più sereno possibile ed in pace con tutte le Dimensioni. Come ho provato a spiegare più volte e, come ho scritto nel Manuale per Sopravvivere dopo la Morte, l’ingresso nell’Aldilà dipende da diversi fattori : prima di tutto dalla Consapevolezza raggiunta dall’individuo, poi da tipo di morte subita, dalle aspettative e dalle esperienze realizzate in vita, e ovviamente dalla capacità di perdonarsi eventuali sensi di colpa o “ peccati “. In questa sorta di “ limbo “ un po’ trovato un po’ creato è ovvio che non siamo soli e che tante energie e sentimenti confluiscono e contribuiscono alla comprensione di questo delicato passaggio. E’ anche vero però che, spesso, il rifiuto dell’evento o la repentinità della morte portano l’ Energia Anima dell’individuo a creare uno scenario tutto suo, in stretta relazione con la Dimensione Reale, ed egli rifiuta qualsiasi suggerimento ed “aiuto “. In pratica come se il soggetto si rinchiudesse in una stanza e sfuggisse ad ogni tentativo di contatto da parte di chi vorrebbe accelerare la comprensione del nuovo stato. Con queste considerazioni non credo che ci sia la ricetta magica per morire serenamente, ma di sicuro possono esserci consigli e suggerimenti per far si che la percentuale di probabile serenità sia più alta rispetto ad una condizione più passiva nei confronti del passaggio dimensionale. Odio,Rancori, Frustrazioni, Invidie, Sensi di Colpa, Gelosie, Desiderio di Vendetta, e Insoddisfazioni varie sono nemici giurati di una morte serena, ma anche le Prevaricazioni, i Soprusi, le Violenze e tutte le azioni scaturite dai sentimenti sopraelencati, dalla rabbia, dal desiderio di profitto o dall’intolleranza sono fardelli indescrivibilmente pesanti per chi desidera “spiccare in volo” in santa pace. Gesù, alcuni Santi e altri grandi illuminati non predicavano la bontà e la generosità per un ideale religioso nei confronti di un Dio buono, ma perché consapevoli delle difficoltà che avrebbe creato un comportamento diverso nel momento del trapasso e nei “ periodi “ seguenti. Il Sacramento dell’ Estrema Unzione nel desiderio intrinseco di “ far pentire “ il moribondo, tra i suoi tanti significati e scopi ha anche quello di alleggerire la Coscienza del “ peccatore “ in modo tale da renderlo più sereno al giungere della Morte, convinto di aver espiato i suoi peccati con un rapido pentimento. Non voglio addentrarmi troppo in ambito religioso, ma dar modo ad una persona morente di “ scusarsi “ di fronte ad un’autorità riconosciuta in campo spirituale è un valido sistema per creare una sorta di effetto “ placebo “ che rasserena e tranquillizza il moribondo nei suoi eventuali sensi di colpa e conseguentemente gli facilità il passaggio dimensionale.
    Giungere all’Estrema Unzione vuol dire comunque arrivare a comprendere che da li a breve, ci sarà l’evento Morte e, valido o no, abbiamo ancora qualche minuti o secondo per ritagliarci una morte serena, analizzando i propri stati d’animo e pentendosi di eventuali colpe che ci sentiamo addosso. Purtroppo però, tante morti avvengono in modo repentino ed inaspettato, senza concederci il tempo necessario per abbandonare i sentimenti negativi e tentare di avere una morte serena. Qual è dunque il segreto per “ andarsene in pace “ ? Semplice, basta non attendere gli ultimi istanti per liberarsi delle nostre colpe, ma sfruttare, per farlo, tutta la nostra vita. Un’esistenza il più possibile priva di odio, rancore, invidia, sensi di colpa, frustrazioni ecc.. E’ il Segreto per una morte serena è l’inizio di una nuova esperienza energetica fatta emozioni, informazioni, sentimenti, pensieri e tanti piacevoli ricordi.
     

  • 01 giugno 2016 alle ore 0:23
    Amcron

    Come comincia: Amcron
     
     
     
    Paul era convinto di essere sveglio.
    Il sole era alto nel cielo e il vento da mare spazzava il nettare di piante selvatiche amalgamandole al sale di cui era pregno.
    Paul inalò in fretta percependo una sensazione di sollievo come se un grosso peso si fosse improvvisamente dissolto.
    A una ventina di passi, sorretto da rami, un telo in canapa indicava il ricovero della notte.
    Ai bordi della radura in cui si trovava, alti e robusti tronchi si univano a rampicanti tracciando sentieri estranei.
    Riassettò il panciotto e la camicia nel pantalone colore cachi.
    Allisciò l’esile cravattino, portandolo al centro.
    Ai piedi non aveva calze né scarpe.
    Una voce di donna interruppe le cure.
    Si voltò ad accoglierla.
    Fu subito attratto dal viso tondo e da occhi luminosi che gli venivano incontro.
    <Penseremo a lui! >, disse appena fu vicina.
    Paul portò le mani nelle tasche e la ragazza, accompagnò con affetto la mano alla sua spalla a dare calore, forza.
    Paul avvertì un senso di pace dal contatto.
    Poi lei si fece al fianco incrociando l’avambraccio con il suo.
    Un camice bianco e lungo, il suo vestito
    Sbarazzina tirò da un lato i capelli dorati come il sole e lo condusse verso la tenda.
    Paul assecondò, i modi della giovane lo incuriosivano.
    Cercò più volte di sbirciare i tratti e vedere i suoi riflessi in quelli azzurri.
    Alla ragazza venne da ridere:< Che cosa fai?>, disse.
    Dovettero schivare una serie di oggetti indefiniti sul percorso, composti di valige smembrate e cocci.
    <Rimetteremo a posto ciò che è buono!>, propose la donna chinandosi a raccogliere delle vesti.
    Paul annuì.
    Non aveva idea del posto e la memoria non lo aiutava.
    Perfino i colori erano eccessivamente vividi perché fossero reali.
    Se ne rendeva conto e importava, meno.
    <Dov’è?>, domandò osservando l’interno deprimente del riparo.
    < Lassù! > rispose lei prontamente; andando a individuare con la punta del dito la cima di un albero assai cresciuta.
    Paul dovette guardare a lungo, fino a distinguere nel fogliame il volto tenero di un bambino dai capelli castani e fragili.
    <Ecco dove si era cacciato!>, esclamò allora, contemplando la capacità del giovane a mimetizzarsi.
    < Sai di chi e cosa è figlio, ma è un bambino buono!>.
    Paul annuì nuovamente.
    < Questo è latte! Bevine ti farà bene!>, propose la ragazza.
    Ore dopo, calò la notte recando il freddo.
    Chiusi all’interno del fragile riparo c’era Paul, la donna bionda che aveva incontrato al mattino e un bambino di pochi anni.
    Paul ritenne di avere la febbre.
    I brividi scuotevano le membra.
    Avvertì una mano delicata tastare la fronte.
    Poi l’oscurità e gli incubi presero il sopravvento anche sulla mente.
    La luce si riaccese all’improvviso
    Non era energica come il mattino ma fioca, da forza elettrica.
    Paul si trovava tra pareti metalliche rivettate.
    Oltre un oblò, il panorama cambiava velocemente.
    Considerò di essere seduto a un bancone circolare.
    In quella sala dai tavoli metallici, era solo.
    Sotto i piedi, il pulsare sordo di un motore.
    Ricche quantità d’acqua si riversavano dalla sopraccoperta disperdendosi nei livelli sottostanti.
    Una penetrò nella sala inzuppando le scarpe.
    Non vi badò più di tanto.
    Era attratto da un delicato accendino in oro massiccio che recava in mano.
    L’oggetto aveva un pendente al quale era fissata un’ovale anch’essa d’oro.
    Strinse il palmo pensando fosse una cosa esclusiva, il genere di oggetto posseduto da una persona importante.
    Individuò sull’ellittico un comando centrale che spinse e quanto accadde lo stupì.
    Al tocco l’oggetto si trasformava in una croce uncinata.
    Continuò a premere innumerevoli volte il bottone e a ogni occasione, la svastica si chiudeva o riapriva perfettamente e senza l’apparenza di farlo grazie a un marchingegno che indubbiamente doveva possedere.
    Passò più volte le dita sopra di essa perfettamente smussata.
    Ebbe l’impressione che un uomo passasse per il corridoio.
    Lo rincorse.
    Di certo era una figura alta e prestante più di lui.
    Noto del sangue gocciare dalla camicia all’altezza della scapola sinistra.
    Il rivolo lordava fino al fianco.
    L’uomo sembrava non curarsene.
    Urlò: < Mein Führer>, ma questi non si voltò.
    La figura scomparve alla prima svolta del corridoio.
    Fu allora che udì una musica che non ricordava.
    Ottoni e tamburi incalzavano crescendo in sottofondo e di numero, e a essi si aggiungevano parole pronunciate in una lingua straniera, che comprendeva perfettamente.
    Erano odi per una donna abbandonata a casa, unite alla sete di conquista di una razza che ritiene, essere assoluta.
    Lo tradusse come canto di orrore e annuncio di morte…
    Gettò l’accendino sul tavolo, affrettandosi alle mura e osservare l’oceano.
    Era mosso e schiumoso come mai visto.
    Flotte di fantasmi somiglianti a soldati sorgevano dalle acque sotto la nave, stipati in barconi di legno diretti verso terra.
    Navigavano un’infinità scura quanto la notte.
    Così, il Führer in fuga dava corso al progetto più soprannaturale e malato che avesse mai ordito, quello di rianimare le anime dei morti tramite una macchina costruita negli ultimi giorni della guerra e con cui sperare di cambiare la sorte.
    Paul salì fino al comando per ordinare agli uomini di dare forza ai motori al bastimento capace di solcare il mare alla velocità degli aliscafi.
    <Mio Dio, svegliati!> implorò la voce.
    <Quanti erano i sosia?> disse pensando che era toccato a lui condurre in salvo quello vero.
    < Pensiamo a suo figlio ora. E’ solo un bambino…>.
    Le sequenze del bastimento che penetra nel porto a gran velocità e la gente che fugge dal molo per salvare la vita sono le ultime che lascia per domandare:
    < Lizbeth, il congegno che fa rivivere i soldati dov’è?>.
    <E’ distrutto e in fondo al mare. Nessuno potrà ricostruirlo…>:
    <Dio sia lodato! >
    Paul Hartmann morì al sorgere del sole.
    Lizbeth crebbe il ragazzo.
     

  • 30 giugno 2015 alle ore 15:35
    GERARDO E IL DON

    Come comincia: Gerardo sonnecchiava. Aveva sistemato un divano accanto alla scrivania nel suo ufficio per potersi riposare nei rari momenti in cui il telefono non suonava. Lui viveva in un paese come ce ne sono tanti, nè grande nè piccolo, nè bello nè brutto. Ci sono paesi arroccati in cima alle colline, in montagna, al mare; quello in cui abitava lui faceva parte della categoria di quelli in pianura, ma proprio pianura che di più non ce n'è. C'era il centro con i portici, la chiesa con l'oratorio annesso, la scuola elementare, la fontana con le panchine, e poi c'era lo stabilimento, l'enorme stabilimento siderurgico in cui lavoravano quasi tutti i paesani. Dico "quasi" tutti perchè chi non era gradito al parroco, a lavorare lì proprio non c'entrava. Lo so che è un'ingiustizia, ma in quel periodo le cose andavano così e bisognava adeguarsi. Di conseguenza quando venivano celebrate le messe, la chiesa era affollatissima, e tutti i fedeli, più o meno credenti, cercavano di sedersi nei primi banchi di fronte all'altare in modo che il prete "da lassù" potesse vederli molto bene. Ma c'erano anche gli irriducibili, cioè quelle persone che non avevano voglia di andare a confidare i propri problemi e le proprie debolezze al don, e sopportavano anche di non avere un posto sicuro dentro lo stabilimento, se in ballo c'era la loro libertà. Erano soprattutto uomini e trascorrevano i loro pomeriggi fra una osteria e l'altra bevendo vino e gassosa e mangiando pane e salame. Fra una partita a scopa e una a briscola, si scambiavano opinioni e lamentele, e poi ognuno tornava a casa sua. Le famiglie allora erano numerose, non solo perchè nascevano tanti bambini, ma anche perchè spesso il nucleo familiare comprendeva oltre a genitori e figli anche nonni, zii, cugini ecc. Nessuno era lasciato solo; salvo che l'aiuto venisse rifiutato con decisione, tutti erano aiutati e dove non arrivavano i parenti perchè magari non esistevano, arrivavano i compaesani, i vicini di casa, e il piatto di minestra era sempre assicurato.
    Ma dicevo di Gerardo che sonnecchiava sul divano.
    Lui era un brav'uomo, una persona sensibile e generosa che aveva capito la solitudine di quanti non facevano parte della "corte" del parroco. Così aveva ideato una specie di rudimentale "telefono amico" a cui tutti potevano rivolgersi, anche in completo anonimato, per sfogarsi, piangere, protestare, raccontare la propria esperienza, o anche per condividere momenti di gioia. Sì perchè può capitare anche di non sapere con chi condividere un momento di gioia. Per la sua attività aveva adibito una stanzetta di casa  a ufficio. Gerardo non era certamente uno psicologo. Aveva frequentato la scuola media inferiore, ed era già molto, vista la poca importanza che i genitori  avevano dato alla sua istruzione. Tutto quello che sapeva "in più" l'aveva imparato leggendo ogni libro che gli capitava fra le mani, e interessandosi con curiosità a qualunque argomento potesse arricchire il suo bagaglio di informazioni. "In più" aveva anche il dono di infondere fiducia nelle persone, e di prendere a cuore i problemi di tutti, cercando di risolverli, a volte, in modi anche piuttosto sanguigni Tutti i pomeriggi passava a trovarlo Rita, più che a trovarlo, passava a portargli il caffè, nel bicchiere come piaceva a lui. Lei in passato aveva anche provato a fargli la corte, ma a lui non interessava. Rita era sciatta, sempre con le ciabatte ai piedi, i capelli raccolti alla benemeglio e fermati in testa con due pinzoni colorati. Aveva un gran bel sorriso però, di quei sorrisi aperti, senza riserve, che hanno sovente le persone un po' ottuse che sono sempre contente, anche solo per il  fatto di essersi svegliate al mattino. E poi era grassa. Non che fosse un problema il fatto che fosse grassa, se però lo fosse stato anche lui, ma Gerardo era secco come una stecca da biliardo. Non avrebbe funzionato.
    Si sentì scuotere con forza.
    "Svegliati che c'è il caffè."
    "Sempre delicata eh, Rita?"
    "Devi berlo subito, se no si fredda."
    "Se si fredda lo berrò freddo. Non muore nessuno."
    "Ma cos'hai oggi! Ti ha morso la tarantola?"
    Rita si sedette in un angolo mortificata, e Gerardo capiì che aveva esagerato.
    "Ma dai, scusami. E' che dormivo e mi sono spaventato."
    Lei sembrò rasserenata.
    "Come va oggi col telefono? Tante chiamate?"
    "Stamattina sì, nel pomeriggio mica tanto. Ma Natale è vicino e la gente non è in casa."
    "Cosa fai a Natale, mica starai qui al telefono."
    "Certo che starò qui. A Natale la gente sente ancora di più la solitudine."
    "Ti sei messo in testa di salvare il mondo? Non sarà mica tanto facile con un telefono solo!"
    E Rita si lasciò andare ad una sonora risata. Ecco un altro motivo per cui non avrebbe funzionato, pensò Gerardo.
    "Beh, se non ti serve niente vado a casa."
    "Non mi serve niente. Grazie. Ciao"
    "Comunque sappi che se vuoi, a Natale puoi venire a casa mia."
    "Grazie, grazie."
    Pensò con terrore a come sarebbe stato il Natale a casa di Rita. Immaginò se stesso, secco come una stecca da biliardo, compresso fra i nerboruti fratelli e cugini di lei, e rabbrividì. Una volta era andato a pranzo da loro ed era rimasto colpito dalla voracità di tutte quelle persone che usavano molto le mani e poco le posate, in un silenzio innaturale in cui si sentivano solo i rumori prodotti dal mangiare e dal bere. Ovunque, pensò, ma mai più a casa di Rita. Oh, ecco il telefono.
    "Pronto"
    Dall'altra parte del filo la voce contraffatta di un uomo che cercava di parlare come un bambino.
    "Non muove foglia che il don non voglia. Non muove foglia che il don non voglia. Non muove foglia......"
    "Ma che ca....ma chi parla!"
    Ma la comunicazione era stata già interrotta.
    Non gli piaceva, non gli piaceva affatto. Ci dovevano essere di mezzo gli irriducibili. Il Natale era vicino e non si sapeva cosa aspettarsi da gente senza lavoro e senza soldi. Lui era dalla loro parte, ma non voleva che si mettessero nei pasticci. Se qualche testa calda avesse fatto una stupidaggine, tanti figli piccoli sarebbero rimasti anche senza quel poco che i genitori riuscivano a procurare con lavori saltuari. Decise di fare un giro di ricognizione in paese. Si mise le scarpe, si pettinò passandosi le mani fra i capelli, e uscì. Prima tappa l'osteria dello Sport. Appena entrato lì, fu investito dal frastuono; chissà perchè la gente deve gridare così tanto. Il fumo lo fece tossire, maledette sigarette. Come aveva immaginato lì trovò i quattro più irriducibili fra gli irriducibili: Mario, Antonio, Enrico e Sandro.
    "Ehi Gerardo, ciao. Dove hai mollato il telefono? Guarda che qualcuno magari si ammazza se non ti trova."
    "Piantala Enrico. Almeno io mi do da fare, non sto tutto il giorno qui a giocare a carte."
    "Ma dai, non prendertela. Siediti a bere un bicchiere con noi."
    Mario si alzò e andò a prendere un'altra sedia e la portò al tavolo.
    "Hai sentito Gerardo? In parrocchia stanno preparando pacchi natalizi per le famiglie bisognose. Pasta, scatolame, caffè, zucchero e altro. Un bell'aiuto."
    "Mi sembra una iniziativa generosa."
    "Sì certo, ma mica per tutti. Solo per quelli che vanno in chiesa. Ma scusa, Natale non è Natale per tutti? E i poveri non sono tutti uguali? Non mi ricordo granchè di catechismo, ma mi pare che Cristo non facesse preferenze e aiutasse tutti. Pensa alla Maddalena. Più di così, non so."
    Sandro aveva sintetizzato il vangelo un po' a modo suo, però aveva ragione.
    "Non crederete mica a tutti i pettegolezzi che sentite."
    "Tanto noi abbiamo già un'idea."
    "Antonio, stai zitto."
    Perciò qualcosa bolliva in pentola. Gerardo pensò che non si era sbagliato.
    "Non fate stupidaggini. Vi prometto che mi informo. Se è vero si vedrà."
    Lasciata l'osteria pensò a chi poteva rivolgersi per avere informazioni. L'unica persona era Rita. Lei non frequentava la parrocchia, ma certamente le sue cugine sì, anzi, conoscendole, probabilmente facevano parte del gruppo che preparava i pacchi di alimentari. Gli sembrava impossibile che il parroco potesse perpetrare un'ingiustizia così eclatante.
    Parli del diavolo e spuntano le corna, pensò vedendo in lontananza  proprio il don che camminava nella sua direzione. Il prete era alto e corpulento. Le guance e il naso sempre vermigli facevano pensare che il vino non lo bevesse soltanto durante la messa. La voce tonante, allenata dalle lunghissime prediche che sbraitava dal pulpito, echeggiava amplificata dai portici. La lunga tonaca nera lo faceva sembrare ancora più alto. Camminava lentamente, continuamente fermato da uomini e donne che lo salutavano chinando la testa. Una vecchia beghina si mise addirittura un velo in testa. Roba da matti!

    Quando furono quasi di fronte l'uno all'altro, il don gli lanciò un'occhiata bieca. Era evidente che lo considerava una specie di rivale. Chissà perchè, visto che le persone che  si rivolgevano a Gerardo, il parroco non le considerava. Lui invece ascoltava tutti, anche chi frequentava la chiesa se gli telefonava, senza fare distinzioni. Ed era anche beneducato perciò salutò, facendo bene attenzione che il movimento della sua testa non potesse essere scambiato per un inchino. Il prete fu costretto a rispondere al saluto, senza però rinunciare ad una frecciatina.
    "Le persone dovrebbero venire in chiesa, a confessarsi, non usare il telefono."
    "Io non confesso nessuno. Do solo dei consigli. Può telefonarmi anche lei se vuole. Già, ma lei i consigli li chiede solo al capo in testa, oppure è lei che dà consigli a lui?"
    Gerardo rise e anche il don rise a denti stretti, e siccome la sua mania di onnipotenza era  risaputa da tutti, anche qualche passante sorrise. Solo la vecchia beghina si strinse ancor più il velo sotto il mento.
    "Che scandalo, rivolgersi in questo modo ad un ministro di Dio!"
    Ma era un'occasione da non perdere.
    "Ho saputo che la parrocchia aiuterà le famiglie bisognose, con dei pacchi di alimentari."
    Il parroco si inorgoglì tutto.
    "Sì, è vero. La curia ci ha messo a disposizione qualche risorsa per questa opera di bene. Sa, i tempi sono duri."
    "Perciò tutte le famiglie saranno aiutate." insistè Gerardo.
    "Mah, come le ho detto le risorse sono limitate, non credo proprio tutti, comunque faremo il possibile."
    "E come pensa di fare? Non si può aiutare qualcuno e altri no. Si possono accontentare tutti dando un po' di meno a ciascuno. Le pare?"
    Il prete era imbarazzato.
    "Noi conosciamo bene quelli che frequentano la parrocchia, degli altri non sappiamo granchè. Ma adesso devo andare, ho un appuntamento."
    Il don, messo alle strette, si stava dando alla fuga e anche senza tanta eleganza. In men che non si dica sparì oltre una curva, senza neppure più stare ad ascoltare la gente che tentava di fermarlo.
    Se voleva la guerra. Gerardo era pronto a combattere. Tornò a casa che il telefono stava suonando.
    "Pronto."
    "Pronto, sono Adriana, la moglie di Enrico."
    "Cosa è successo?"
    "Niente per adesso. Ho saputo che hai incontrato il prete e hai parlato dei pacchi."
    "Caspita, le voci corrono."
    "Sì. Ma non sai cosa ha studiato per escluderci. Mi ha detto Silvana, che glielo ha detto Anna, che i pacchi saranno distribuiti in chiesa il pomeriggio del 24 dicembre. Hai capito? E' logico che chi non frequenta la chiesa non si presenterà per prendere la roba. Non vogliamo mica farci vedere morti di fame, e la dignità dove andrebbe a finire? Così lui salverà la faccia, come se niente fosse."
    "Senti, tieni tranquillo tuo marito e io provvedo a risolvere questa faccenda."
    Ancora il telefono!
    "Non muove foglia che il don non voglia, non muove foglia che il don non voglia."
    Di nuovo quella voce contraffatta. Qualcuno voleva qualcosa da lui? E allora che si facesse vedere, che lo guardasse in faccia. Cosa erano quei modi da squallido racconto giallo! Lui la gente la affrontava, la guardava diritto negli occhi, non imitava la voce dei bambini al telefono. Ma prima o poi avrebbe scoperto chi gli telefonava e allora sì che si sarebbe fatto sentire.
    Decise di uscire di nuovo. Aveva un piano, ed anche la persona giusta che lo avrebbe aiutato ad attuarlo.
    Dieci minuti più tardi Gerardo suonava il campanello a casa di Virginia. Virginia era l'ostetrica. Donna arguta e intelligente era amata e stimata da tutte le donne del paese. Intanto perchè aveva fatto nascere praticamente tutti, e poi perchè era sempre pronta a curare, ascoltare e consolare. Non ci sarebbe stata donna che non le avrebbe dato retta. E una volta convinte le donne, poi ci avrebbero pensato loro a convincere gli uomini.
    "Ciao Gerardo, è da un po' che non ci si vede."
    "Ciao Virginia, posso entrare?"
    "Certo, sto mangiando un po' di pane e formaggio, ne vuoi?"
    "No, no grazie. Non ho fame."
    "Qualche volta dovrai pur sederti a mangiare. Quando mangi? Mai. Guardati, sei secco.."
    "Sì, lo so. Sono secco come una stecca da biliardo."
    Accettò pane e formaggio.
    "Bene, adesso dimmi cosa vuoi. Tu non sei tipo da visite."
    "Sai dei pacchi di Natale? Quelli che distribuisce la chiesa?"
    "Certo, non si parla d'altro in paese. E' una grossa ingiustizia che non siano dati a tutte le famiglie."
    "Infatti. Ho un piano e ho bisogno del tuo aiuto."
    "Se posso..."
    "Tu sei stimata, ascoltata. Dovresti convincere le donne a disertare la messa di mezzanotte."
    "Cosa? Ma sei matto? Non ci riuscirò mai."
    "No, ascolta. Si farà così. Al pomeriggio le famiglie andranno a ritirare i pacchi natalizi e li porteranno nel salone del cinema. Lì saranno aperti  e la roba divisa fra tutti compresi gli esclusi dal parroco. Lui non conosce la nostra gente come la conosco io. La solidarietà non è mai mancata in paese. Nessuno accetterebbe qualcosa sapendo che altre persone nella stessa sua situazione non  avranno nulla."
    "Ma la messa di mezzanotte è un simbolo...io non so."
    "Devi provare Virginia. Altrimenti ho già respirato venti di guerra. Mi capisci?"
    "E il prete?"
    "E il prete avrà la lezione che merita. Se vorrà i suoi fedeli dovrà andarli a cercare"
    "Va bene. Proverò."
    Finalmente Gerardo potè tornare a casa discretamente tranquillo. Da parte sua Virginia non riusciva a prendere sonno. Si sentiva una rivoluzionaria, si sentiva giovane come quella volta, quando giovane lo era davvero, che aveva affrontato a muso duro e pubblicamente, un politico corrotto, in municipio. Non bastò una scodella di camomilla a farle trascorrere una notte tranquilla.
    Il piano di Gerardo cominciò a passare di bocca in bocca, strisciante e bisbigliato, dietro ad una parvenza di indifferenza generale. La ribellione covava in sordina e si allargò a macchia d'olio. I titubanti finirono per lasciarsi convincere dalla maggioranza. Nessuno parlò con la vecchia beghina.
    La notte di Natale, quando il parroco fece il suo ingresso per la messa, rimase di stucco. Nessuno. Chierichetti assenti, organista latitante, fedeli neanche l'ombra. Nei primi banchi sotto l'altare c'erano le suore e la vecchia beghina. La voce tonante del don trafisse il silenzio della grande chiesa vuota.
    "Qualcuno mi può spiegare cosa sta succedendo?"
    La suora più anziana raccontò al parroco tutto quello che anche lei aveva saputo soltanto da poco.
    "Allora i paesani sarebbero tutti nel salone del cinema?"
    "Sì padre, hanno detto che loro sono una comunità, un'unica comunità, e non accettano diseguaglianze. L'hanno detto loro." Si affrettò a precisare la suora intimorita.
    Nel salone del cinema intanto, tutte le famiglie del paese si erano radunate, avevano diviso le provviste in parti uguali e le avevano consegnate alle famiglie bisognose. Tutti erano soddisfatti del loro operato e si stavano apprestando al brindisi di mezzanotte. Due giovani sposi, genitori da poco, avevano improvvisato un piccolo presepe deponendo il loro bimbo su una coperta e inginocchiandosi accanto a lui. La gente era commossa e si teneva per mano. Gerardo pensò che quello era il Natale più bello della sua vita e forse anche della vita di tutti i presenti. Gli si avvicinò Enrico e gli strinse la mano.
    "Ehi,Gerardo! Sei stato grande, davvero grande. Grazie."
    "No guarda, ti sbagli. Grande, grandissima è questa gente, la nostra gente."
    Il don non andò a cercare i suoi fedeli. Si chiuse in canonica e lì rimase.
    Il giorno seguente in tutta la provincia non si parlava d'altro, e in seguito ne scrissero perfino i giornali.
    La curia, travolta dallo scandalo, ritirò il prete dalla parrocchia e lo collocò dietro una scrivania ad eseguire lavori d'ufficio.
    Beh, il mio racconto a questo punto sarebbe anche finito. Ma aspettate un momento, c'è una persona che mi vuole parlare.
    "Cosa mi devi dire?"
    "Che non ci credo."
    "Che non ci credi? A cosa?"
    "Non credo che la gente abbia fatto fronte comune, non credo che abbia diviso la sua roba con gli altri, non credo che si sia commossa e tenuta per mano, e non credo neppure che il prete sia stato confinato in ufficio."
    "Hai ragione. Infatti questa non è una storia vera, è solo un racconto di Natale."

     

  • 30 giugno 2015 alle ore 15:28
    2014

    Come comincia: L'amore è costante presenza che ti sconvolge la vita. L'amore è dare senza prendere nulla in cambio. L'amore è un semplice sorriso che ti cambia l'umore. L'amore è fare pazzie insieme. L'amore è quando senti il suo nome e senti qualcosa che ti sobbalza nello stomaco, che ti fa vivere e sognare. L'amore è quando nulla conta, ma solo chi ami. L'amore non da peso a ciò che dicono gli altri,va oltre agli stupidi giudizi. L'amore è avere i pensieri intasati solo da chi ami e questo non può che farti star bene. L'amore è dirsi "Ti amo" , una parola dolce che esprime in sè tutto il bene del mondo che c'è nel cuore di due persone. L'amore è quando ogni singola cosa, anche la più banale, ti riporta alla persona che ami!

  • 30 giugno 2015 alle ore 15:26
    UNA LUCE NELLA NOTTE

    Come comincia: Marina chiuse il libro e lo appoggiò sul divano accanto a sè. Abbandonò la testa sullo schienale e si mise a fissare il soffitto. Il soffitto verde sembrava di velluto, era caldo e rendeva intimo quel salottino che lei e suo marito avevano prima immaginato, e poi realizzato con tanto entusiasmo, scegliendo l'arredamento con cura: divano e poltrone anch'essi di un morbido verde scuro rallegrato da cuscini fiorati, una solida libreria di legno scuro, il pianoforte.  Ma ciò che lei aveva desiderato di più era il caminetto angolare, e poi quel tavolino ovale di madreperla con le gambe di ferro battuto che riportavano il disegno del lampadarietto a lanterna. Il pavimento di legno scuro completava l'intimità dell'ambiente. Lì tutto parlava d'amore, di avvolgente dolcezza, di ore felici, di grande unione. Marina distolse lo sguardo dal soffitto e sospirò silenziosamente. Per quasi nove anni in quella stanza lei e suo marito si erano raccontati le loro giornate; semisdraiati sul divano l'uno di fronte all'altra con le gambe intrecciate, avevano letto e commentato decine di libri, oppure avevano suonato insieme il pianoforte ascoltandosi a vicenda. Avevano affrontato i problemi man mano che si erano presentati, senza tacersi mai nulla e nella massima sincerità. Nel momento in cui avevano deciso di sposarsi, avevano anche concordato il modo del loro vivere insieme: lui non desiderava avere figli e lei era daccordo; per tutto il resto trasparenza assoluta, amicizia, complicità. Avevano acquistato l'appartamento, l'avevano arredato e, visto che lui non aveva necessità di uno studio, avevano trasformato quella che di solito diventa la camera dei bambini, nel luogo dove aggregarsi l'uno all'altra in perfetto relax. Tutti e due erano molto impegnati professionalmente e a volte capitava che Marina dovesse rimanere lontana da casa anche per un mese. Il marito Giorgio attendeva impaziente il ritorno di lei; gli mancava moltissimo la sua presenza, magari la raggiungeva per mezzo del computer, ma senza esagerare perchè non voleva essere soffocante. Quando lei tornava dai suoi viaggi di lavoro, lui le faceva trovare una cenetta fredda già pronta, da consumare direttamente in salotto dove tutti e due facevano a gara per raccontarsi tutto del periodo in cui erano stati lontani.
    "Quasi la perfezione" pensò Marina mentre il suo sguardo andava a posarsi sul profilo del marito concentrato nella lettura. Seduto a quel modo sulla poltrona, con le gambe penzolanti da un bracciolo e i piedi nudi, sembrava ancora un ragazzo, un bel ragazzo. L'espressione leggermente corrucciata, qualche ruga sulla fronte e ai lati degli occhi scuri e umidi, e quelle ciglia così lunghe, femminili, per cui lei lo derideva un po'. Marina sentì che si stava commovendo e guardò altrove proprio nel momento in cui Giorgio si era voltato verso di lei.
    "Parto domani mattina" gli disse subito "non so ancora di preciso quando tornerò. Te lo farò sapere. Al mio ritorno deciderò dove andare a vivere."
    "Forse dovremmo parlarne ancora" provò lui.
    "No, non c'è più nulla da dire. Hai ragione tu. Si era detto niente figli. E proprio perchè hai ragione tu, sarò io ad andarmene. Io sono cambiata e non mi basta più questo matrimonio a due. Desidero una famiglia: ho voglia di prendermi cura di un bambino, speravo nostro, voglio non dormire la notte per correre a consolare mio figlio quando metterà i dentini o avrà mal di pancia o sentirà la mia mancanza. Insomma, lo sai. Ne abbiamo già parlato tanto. Mi ero illusa che col passare degli anni anche tu avresti cambiato idea, ma visto che non è così, è meglio troncare."
    Marina si alzò dal divano.
    "Vado a dormire. Domani devo alzarmi presto. Buonanotte."
    Il tono della voce di lei scoraggiava ogni tentativo di confronto, e daltronde uscì così velocemente che Giorgio non ebbe modo di darle a sua volta la buonanotte. Rimase lì, lui, sulla poltrona, indeciso se raggiungerla o trascorrere la notte in salotto. Provava imbarazzo al pensiero di ritrovarsi nel letto accanto a lei, senza potersi addormentare rassicurato dall'abbraccio della moglie e da quella "buonanotte" che lei gli sussurrava accarezzandogli i capelli, ranicchiandosi poi vicino a lui. Giorgio non aveva mai pensato di poter perdere l'amore di Marina per cui questa nuova situazione gli era piombata addosso come un macigno, imprevista e imprevedibile, visto che era stato deciso prima del matrimonio da tutti e due di non avere figli. Come aveva potuto lei accettare e condividere la sua decisione se non ne era convinta? Si sentì irritato ripetendosi per l'ennesima volta di avere ragione, di essere sempre stato sincero, semmai era Marina che aveva "tradito". Certo, pensò, ma a cosa serviva avere ragione se adesso lei se ne andava? Decise di rimanere in salotto e si distese sul divano. La sua sofferenza diventò fisica e si sciolse in lacrime silenziose. "Solo" pensò "di nuovo solo, come sempre." Pianse fino a quando si addormentò.
    Quando si svegliò si rese conto immediatamente che era già mattina. Corse in camera da letto sperando che Marina fosse ancora lì per poterla salutare, ma lei era già  partita. Si sedette sul letto lasciando che il vuoto e il silenzio della casa lo investissero con violenza. Lo specchio sul cassettone gli rimandava l'immagine del suo viso disfatto, degli occhi ancora gonfi,e si rese conto di avere mal di testa. Non era in condizioni di affrontare la giornata di lavoro perciò decise di rimanere a casa. Pensò che forse più tardi, dopo un caffè e una compressa di antidolorifico, sarebbe riuscito a riflettere. Il telefono cellulare gli segnalò un messaggio e lui si precipitò a leggerlo:
    "Ciao, non ho voluto svegliarti. Sono in aeroporto e sto per partire. Mi faccio viva io."
    "Ciao, avrei voluto salutarti. Buon viaggio. A presto." Giorgio le rispose subito. Istintivamente avrebbe voluto aggiungere "ti amo", ma non lo fece. Bastò quel breve messaggio di lei però a farlo sentire meglio e a dargli l'illusione per un attimo che tutto fosse come sempre e che il baratro che si era creato fra loro due fosse solo una fantasia. Più tardi, quel mattino, sdraiato sul letto con le braccia sotto la testa, cominciò a prendere atto di quello che stava capitando: c'era tutta la sua vita in gioco, e l'amore che le aveva dato un senso, il futuro che aveva sognato. Donna molto particolare, Marina. Non aveva voluto sapere nulla del passato. Lui era riuscito a dirle soltanto di non avere parenti, ma quando aveva tentato di confidarsi lei glielo aveva impedito. Non le interessava, e pensava che il passato di una persona è solo suo e di nessun altro. Per lei lui era nato nel momento stesso in cui era cominciata la loro storia, e solo da quel momento ambedue avevano il diritto reciproco di sapere tutto l'uno dell'altra. Un modo di pensare che l'aveva stupito, ma che aveva condiviso volentieri trovando in esso una certa coerenza. Spesso capita che proprio dal passato nascano motivi di litigio e incomprensioni che poi sono difficili da gestire  perchè i fatti sono già avvenuti e non si può fare più nulla per rimediare ad essi o addirittura evitarli. Ora però non si sentiva più tanto sicuro che fosse stata la scelta giusta perchè forse se Marina avesse saputo la sua storia avrebbe potuto capirlo meglio.
    Ad occhi chiusi ripensò a quello che gli avevano raccontato:  raccolto da un'infermiera sulla scalinata d'ingresso di un orfanatrofio, dove era stato abbandonato. Di solito allontanava il pensiero, ma questa volta  non fuggì e volle affrontare le sue emozioni. In orfanatrofio era rimasto fino ai diciotto anni. Lì gli avevano fornito un nome e un cognome, una data di nascita e un luogo di nascita presunti; avevano provveduto al suo sostentamento e l'avevano fatto studiare. Di quel vecchio solido edificio rivide le camerate con tutti i lettini in fila, il refettorio, il parlatorio dove i parenti incontravano i bambini. Stanzoni enormi mai abbastanza riscaldati che a lui da piccolo erano sembrati ancora più grandi. Nessuno l'aveva mai maltrattato, ma due braccia che l'avessero stretto al petto lui non le aveva mai conosciute fino all'incontro con Marina. Quante volte si era chiesto angosciato:"Chi sono?" Per anni si era sentito un fantasma, un essere respinto già appena nato da chi avrebbe dovuto amarlo al di sopra di tutto, un nessuno a cui era stata data in prestito un'identità affinchè potesse far parte della società. Si aspettava che un giorno o l'altro qualcuno gli avrebbe chiesto in restituzione nome cognome e tutto il resto. Ma poi Marina si era accorta di lui, gli aveva dato il suo amore, gli aveva consegnato il suo futuro, fiduciosa, rendendolo consapevole di esistere, di essere qualcuno. Giorgio pensò a lungo e, dopo aver trascorso la mattinata a riflettere, arrivò alla conclusione che era arrivato il momento di tornare là dove aveva trascorso tutta l'infanzia e l'adolescenza. Sentiva che era qualcosa che doveva fare, doveva rivedere quel posto adesso, da adulto e vivere fino in fondo ogni sensazione, anche il dolore. Si alzò dal letto spinto da una nuova energia e poco dopo la sua automobile usciva dal vialetto del giardino per andare là: doveva smettere di pensare "là", doveva pronunciare la parola "orfanatrofio". Si sforzò fino a che finalmente riuscì a dire ad alta voce "Sto tornando all'orfanatrofio dove ho vissuto." Lo ripetè più volte durante il viaggio, fino a prendere coscienza del significato di quello che diceva.
    Quando arrivò riconobbe subito il grande cancello, e quando una voce metallica gli chiese chi fosse attraverso il videocitofono, rispose senza esitazione:
    "Sono venuto a rivedere quella che è stata la mia casa per diciotto anni."
    Il cancello si aprì e Giorgio percorse il viale alberato fino al grande piazzale.  Parcheggiò l'auto e salì verso l'ingresso pensando che quella era la scalinata dove trentotto anni prima qualcuno l'aveva abbandonato. Era emozionato ma anche intimidito, quasi fosse tornato bambino. Subito si avvicinò un addetto alla portineria e all'improvviso Giorgio si rese conto che dopo vent'anni sarebbe stato improbabile incontrare qualcuno che conosceva. Allora chiese al portinaio se ci fosse ancora qualcuno in servizio lì da più di vent'anni, ad esempio Antonio oppure Carla. Il portinaio sorrise e gli spiegò che erano cambiate molte cose in vent'anni e comunque il personale era stato tutto sostituito. Giorgio era imbarazzato e d'un tratto si sentì ridicolo, quindi salutò, deciso ad andarsene subito.
    Proprio mentre stava per uscire però il portinaio lo fermò:
    "Se le può interessare uno dei medici che era  in servizio nell'istituto molto tempo fa, abita non molto lontano da qui. Posso darle l'indirizzo."
    "Certo, grazie mille, lo vedrei davvero volentieri."
    Il portinaio gli spiegò come trovare la casa del dottore e poi si salutarono con una stretta di mano.
    La casa del dottore in effetti era in una via laterale non lontana dall'orfanatrofio. Una casetta di paese con il giardino recintato, modesta ma molto carina. Un vialetto centrale divideva il giardino in due parti e conduceva ad un piccolo patio dove c'era la porta d'ingresso e di lato un dondolo, un tavolino e due sedie in ferro battuto.
    Giorgio riconobbe subito il medico nella persona seduta sul dondolo con un libro in mano. Certo era invecchiato un bel po', ma il viso rotondo e la bocca carnosa erano molto particolari. Non c'era il campanello per cui  spinse educatamente il cancello che cigolò attirando l'attenzione del dottore che si alzò subito aggrottando le sopracciglia.
    "Buongiorno, posso entrare?"
    "Lei chi è?"
    "Sono stato un suo paziente dottore, anni fa, all'orfanatrofio."
    "Ah, venga, venga avanti."
    Giorgio arrivò fino al patio e porse la mano al medico che quasi l'abbracciò scrutandolo con i suoi occhi azzurri ancora molto vivaci.
    "Aspetti, non dica niente, non dica niente" Il dottore lo esaminò qualche secondo, e poi gli puntò il dito sul petto:
    "Lei è Giorgio, Giorgio La Rosa. Ricordo bene?"
    "Sì dottore, ricorda benissimo, sono proprio io." In considerazione di quante centinaia di bambini e ragazzi erano passati dall'istituto, Giorgio rimase impressionato dal fatto che il medico l'avesse riconosciuto.
    "Si sieda ragazzo mio, si sieda. Mi fa molto piacere che sia venuto a trovarmi, anche se confesso che mi chiedo perchè dopo tutti questi anni lei sia qui. Di solito quando i ragazzi lasciano l'istituto, non tornano più."
    "Avevo bisogno di tornare qui, ma forse è inutile. Il fatto è che non sono libero, non mi sento libero, la mia vita è complicata....ma non vorrei approfittare della sua pazienza. Mi scusi."
    "Niente scuse, ha fatto bene a venire, anzi voglio darti del tu, come quando ti curavo. Forse tu non ti ricordi però quando eri piccolo trascorresti qualche festa di Natale a casa mia."
    "No, infatti non mi ricordavo però adesso che lei ne parla, mi sembra di sì. Lei aveva un'altalena nell'orto?"
    "Sì, e c'è ancora. Vieni con me."
    Giorgio seguì il dottore dietro la casa e, guardando la vecchia altalena, ricordò quei momenti lontani in cui si era sentito felice giocando sull'altalena e correndo nel giardino per poi recarsi a tavola in famiglia per il pranzo. Era la famiglia del dottore! I ricordi emergevano dal nulla, prima nebulosi e poi sempre più chiari; come diapositive scorrevano nella sua mente: i giochi, il cibo a tavola in compagnia, le corse in giardino.
    Non potè trattenere le lacrime mentre fissava gli occhi azzurri del medico.
    "E' stato qui, nella sua casa, che sono stato felice. Quando tornavo in orfanatrofio aspettavo impaziente che lei mi portasse di nuovo qui. Ora ricordo tutto. C'era una signora che mi preparava sempre una torta, oppure il budino, mi pettinava e mi aiutava a lavarmi il viso e le mani."
    "Quella signora era mia moglie che ora purtroppo non c'è più."
    Rimasero tutti e due in silenzio per qualche minuto, poi Giorgio domandò:
    "Perchè io, dottore?"
    "Ci fu un periodo in cui tu eri l'unico bambino che rimaneva in istituto a Natale. In un modo o nell'altro tutti avevano qualcuno con cui passare le feste, ma tu eri proprio solo, non avevi parenti, perciò io ti portavo a casa mia affinchè anche tu avessi il calore di una famiglia e non rimanessi solo quando gli altri bambini erano altrove. Ma spesso, quando mi era permesso, ti portavo a casa anche in altri periodi. Solo che c'erano regole molto severe ed esse valevano anche per me"
    "Dottore, lei sa anche come fui trovato?"
    "Certo. Allora ero entrato in servizio presso l'orfanatrofio da pochi mesi. Una sera verso le venti Carla venne all'istituto perchè doveva lavorare di notte. Sugli scalini vide qualcosa che la insospettì: eri tu, avvolto in una coperta. Ti agitavi, ma non piangevi. Lei ti prese fra le braccia e ti portò subito da me in infermeria. Io ti visitai e così potei constatare che eri sanissimo e vispo. Fui io a scegliere il nome Giorgio: era il nome di mio padre che avevo perso da poco. Eri un gran bel bambino. Si capiva da come eri vestito che eri stato curato, lavato, insomma tenuto bene. Speravamo tutti che qualcuno venisse a prenderti. A volte capita che qualche mamma disperata lasci il bimbo però poi torni a prenderlo. Ma non venne nessuno. Per te però ho una sorpresa. Vieni, entriamo in casa."
    Giorgio era sopraffatto dall'emozione, tanto che non riusciva neppure a parlare. Seguì il dottore in casa e si sedette.
    "Aspettami qui. Torno subito." Il dottore sparì al piano di sopra e Giorgio sentì rumore di cose spostate.
    Quando tornò aveva in mano un grosso pacco chiuso con la carta marrone. Lo aprì sul tavolo e tirò fuori un vecchio plaid scozzese con le frange, un golfino e un paio di ghettine da neonato azzurri, oltre ad una cuffietta di lana anch'essa azzurra.
    "Ecco Giorgio. Sono gli indumenti che avevi indosso, e questa è la coperta in cui eri avvolto. E' roba tua. L'ho sempre tenuta, non so neppure io perchè, ma sono contento oggi di potertela consegnare."
    lo sguardo di Giorgio si spostava senza sosta dal plaid alle ghettine al golfino alla cuffietta, senza avere la forza di parlare nè di toccare ciò che rappresentava tutto il suo mondo, la sua famiglia, il suo passato, le sue radici. Riuscì solo ad abbracciare il dottore con forza, e in quell'abbraccio c'era tutta la sua commozione, la riconoscenza per l'affetto ricevuto. Il dottore capì che quello era l'abbraccio di un uomo che stava nascendo per la prima volta libero dall'angoscia. Un uomo che stava lasciando dietro di sè il buio del dubbio e si avviava verso la luce della speranza. E all'improvviso Giorgio ritrovò la voce e l'energia e, come un fiume in piena, raccontò al dottore che stava perdendo sua moglie perchè lui era incapace di affrontare la paternità, del tormento che era stata la sua vita fino a quel momento, della disperazione che alla fine l'aveva portato fino lì, all'orfanatrofio.
    Il vecchio medico lo ascoltò con attenzione:
    "Hai bisogno di un po' di tempo, ma il cambiamento è già in atto. Sarai un ottimo padre."
    Più tardi Giorgio ebbe finalmente il coraggio di prendere in mano quei piccoli indumenti di se stesso neonato portandoseli vicino al viso, come se essi potessero raccontargli la sua storia. Anche il dottore li prese in mano e gli fece notare che erano stati lavorati con la lana e i ferri, ben rifiniti, con amore. Una donna che aveva fatto quello non poteva non avere amato il suo piccolo. Se il suo bimbo una sera era stato lasciato su quegli scalini, senza dubbio il motivo doveva essere stato grave. Giorgio capì. Ripiegò con cura la coperta e i piccoli indumenti, li richiuse nella carta marrone e depositò il pacco nell'automobile.
    Gli dispiacque congedarsi dal dottore e gli promise che sarebbe tornato a fargli visita. Si abbracciarono come fossero padre e figlio. Un attimo prima che partisse il medico gli fece scivolare in mano una vecchia fotografia dove erano tutti insieme a tavola, poi rimase fermo davanti al cancello fino a quando l'auto di Giorgio sparì oltre una curva. Tornò in casa contento perchè quella giornata era stata la più bella e importante della sua vita di medico, e anche di uomo: aveva dato a un giovane uomo delle certezze a cui aggrapparsi. Aveva riacceso in lui vecchi ricordi di felicità che erano rimasti sepolti sotto diciotto lunghi anni segnati dal grigiore della vita in orfanatrofio.
    Intanto che il dottore pensava queste cose, Giorgio era in viaggio sull'autostrada e guidando rifletteva su quante fossero state le emozioni vissute in una sola giornata. Per la prima volta si sentiva contento di chiamarsi Giorgio. Non gli era stato dato per caso quel nome: gli era stato dato con affetto e aveva un significato profondo. I ricordi dei periodi trascorsi in casa del dottore gli tornavano alla mente con sempre più chiarezza e dovizia di particolari. La giornata era trascorsa velocemente ed ormai era buio. Giorgio si sentiva stanco e non vedeva l'ora di arrivare a casa.
    Come sognando ad un tratto si accorse dei fari che lo abbagliavano e gli venivano incontro. Fu un attimo, una violenta sterzata e un'automobile andò a capovolgersi nel prato che costeggiava l'autostrada. Giorgio, seduto al volante della sua auto ferma, tremava per lo spavento, ma si fece coraggio e scese per andare a prestare soccorso. Nonostante il buio si rese conto che c'erano due corpi intrappolati fra le lamiere dell'auto. Mentre telefonava per chiedere l'intervento della polizia e dell'ambulanza, sentì un lamento e vide qualcosa muoversi nel prato. Si precipitò a guardare e quando si abbassò verso l'ombra, due braccine lo afferrarono convulsamente mentre una voce di bimbo terrorizzata singhiozzava chiamando "papà". Istintivamente  strinse la creatura fra le braccia e sentì che era molto piccola: un bimbo o una bimba di due o tre anni. Giorgio pensò che sicuramente il piccolo aveva freddo, e non sapeva come fare, ma poi si ricordò del vecchio plaid. Con quella creatura abbandonata fra le braccia andò verso l'automobile, prese il plaid e l'avvolse. Intanto sul luogo era arrivata gente e giungevano anche i primi soccorsi. In attesa della polizia Giorgio si sedette nell'auto col bimbo in braccio. Le sue mani  accarezzavano la testolina del piccolo che, stretto fra le sue braccia, si era calmato, tranquillizzato dal calore e dalla tenerezza: un calore e una tenerezza che l'uomo non sapeva di possedere. Mentre accarezzava e cullava il piccolo, analizzava le sensazioni forti che stava provando, sopraffatto e anche un po' spaventato dal tumulto di emozioni che si scatenava dentro di lui.
    All'improvviso, oltre il parabrezza dell'auto, vide con chiarezza la scalinata dell'orfanatrofio: un giovane uomo che gli assomigliava molto stava depositando su uno scalino un bambino avvolto in un plaid identico a quello che Giorgio stringeva in quel momento.L'uomo era rimasto solo perchè la moglie era morta dopo il parto. Senza parenti, e lui stesso condannato da una malattia incurabile, era stato preso dalla disperazione e, non sapendo come prendersi cura del piccolo, con molto dolore, lo stava lasciando lì sapendo che entro breve qualcuno l'avrebbe trovato. Dopo aver abbracciato un' ultima volta il bimbo, l'uomo si voltò verso Giorgio, gli sorrise e se ne andò. 
    "Papà, no, non te ne andare! Papà!" Giorgio si rese conto di avere urlato. Era frastornato e incredulo. Aveva il cuore in gola e le lacrime agli occhi. Ancora confuso si rese conto che qualcuno bussava al finestrino dell'auto. Era un poliziotto. Bisognava sbrigare tutte le formalità. Arrivarono anche i parenti del bambino e lo presero in custodia. Giorgio consegnò il piccolo ed appena non l'ebbe più fra le braccia si sentì infinitamente solo.
     Fu una serata lunghissima e quando arrivò finalmente a casa era notte fonda. Si distese sul letto: nonostante la stanchezza avrebbe voluto pensare ancora, ma un sonno profondo e senza sogni lo colse all'improvviso.
    Lo svegliò il telefono. Istintivamente guardò l'orologio: erano le otto e mezza. Si precipitò a rispondere:
    "Marina...ciao" Era stupito: di solito lei gli inviava messaggi.
    "Giorgio, volevo solo dirti che tornerò sabato prossimo. Lì è tutto a posto?"
    "Sì, certo"
    "Allora va bene, non so se riuscirò a chiamarti ancora. Ciao"
    "No Marina, Marina, aspetta, non interrompere!"
    "Cosa c'è?"
    Giorgio raccolse tutto il coraggio di cui era capace:"Pensavo che....sarà un po' strana una camera dei bambini col caminetto! Ne hai mai vista una?"
    Seguì un lungo silenzio, ma lui, col fiato sospeso, poteva sentire il respiro di lei  e riusciva a percepire la sua emozione. Quando Marina parlò la sua voce era tremante:
    "Sarà una camera bellissima."
    "Marina, al tuo ritorno mi dovrai ascoltare."
    "Sì, lo so."
    Più tardi Giorgio aprì tutte le finestre lasciando entrare l'aria fresca del mattino. Il tendone del salotto ondeggiava leggermente, sospinto dalla brezza delicata. Sopra il pianoforte, accanto alla scultura del busto di Beethoven, una vecchia fotografia appena incorniciata raccoglieva su di sè i primi tiepidi raggi di sole.

  • 30 giugno 2015 alle ore 13:30
    LA SCONOSCIUTA

    Come comincia: Mentre ritornavo a casa con quattro borse di plastica piene di tutto, appese alle braccia, non potevo evitare di darmi dell'idiota. Che idea andare a piedi a fare la spesa! Potevo almeno prendere la bicicletta, o, meglio ancora, l'auto. "Il fatto è" pensavo "che si esce convinte di comperare due cosette e poi invece... Pazienza!  E poi: per fare due passi. Come se non conoscessi il mio paese. C'ero nata, cresciuta, sposata, ma sicuramente non ci sarei morta. Possibile che solo io non riuscissi ad andarmene? Adriana e Sandra mi avevano telefonato da poco, entusiaste di essersi trasferite a Milano, ed anche Lorenza viveva da tre anni a Torino ed era felicissima; anzi, le rare volte che tornava al paese diceva ridendo:"Chissà come ho fatto a vivere per tanto tempo in questo mortorio."
    Sospirai mentre posavo un attimo le borse a terra per riposarmi un po'. Mi guardai intorno: ero all'angolo della mia via: sempre lo stesso quadro: i pini marittimi, le aiuole, l'asfalto pieno di crepe e mai aggiustato, e, in fondo alla via, dietro la casa, prati collinette e cespugli a non finire. Eppure mio marito viveva bene in questo nostro paese e non era stato certo facile convincerlo a chiedere il trasferimento in città. Però c'ero riuscita ed ora si trattava soltanto di attendere la risposta che non avrebbe tardato ad arrivare. Sorrisi pensando a lui. Era così dolce ed io ottenevo sempre quello che volevo.
    "Oggi a pranzo gli preparo qualcosa di speciale" pensai.
    Ripresi le mie borse e percorsi gli altri pochi metri che mi separavano da casa mia, affrettandomi per avere più tempo per cucinare. Nel frattempo avevo deciso: penne al sugo di tonno e frittata alle erbette che a lui piaceva tanto.
    Fu mentre in casa ero intenta a riporre la spesa che, dando un'occhiata verso l'orto dalla finestra della cucina, la vidi. Nel prato, proprio sotto l'enorme ciliegio selvatico che troneggiava al centro dell'orto, c'era una donna. Era lì ferma e dava le spalle alla casa. Quando mi riebbi dalla sorpresa il mio primo impulso fu quello di precipitarmi fuori e ricordarle che era in casa d'altri, ma poi la curiosità fu più forte di tutto il resto, e così rimasi dietro le tendine a guardare. La sconosciuta si era inginocchiata nell'erba e accarezzava lentamente le violette che spontaneamente erano nate sotto il ciliegio.
    Per un attimo rabbrividii "Una squilibrata nel mio giardino!" pensai. Ma non feci nulla. Continuai a guardare lei che intanto si era rialzata e stava lì, abbracciata al tronco del ciliegio quasi ne volesse misurare la circonferenza. Poi si mise a camminare adagio ed andò ad accarezzare il vecchio pino che era nell'angolo più lontano dell'orto e ritornò verso la casa percorrendo il vialetto laterale: teneva gli occhi bassi. Adesso potevo vederla abastanza bene. Era di mezza età, robusta e ben vestita, ma non riuscivo a scorgere il viso. Camminava e poi tornava sui suoi passi pensierosa. Quando fu di nuovo sotto il pino decisi di intervenire. Uscii determinata dalla porta posteriore; questa situazione andava affrontata. A voce alta la apostrofai:
    "Scusi, sono la padrona di casa e questo è il mio orto. Cerca qualcosa?" E intanto mi avvicinavo.
    La sconosciuta si voltò verso di me e, per nulla turbata nè intimorita dalla mia presenza
    "Sì" disse "il passato."
    Il tono della  sua voce era caldo e pacato, l'espressione del viso dolce ed emozionata e gli occhi lucidi di pianto.
    Rimasi ferma davanti a lei, colpita da quelle poche parole così piccole e inaspettate, ma tanto dense di significato.
    Allora anch'io sorrisi e gentilmente incalzai:
    "Cerca il passato a casa mia?"
    "Oh, questa casa è anche mia, o almeno, lo è stata per molti anni; mia e della mia famiglia. Ci ho vissuto fino all'età di tredici anni".
    La voce della sconosciuta era rotta dall'emozione e capivo che a stento riusciva a trattenere le lacrime. Non sapevo cosa fare, ma provavo tanta tenerezza:
    "Vuole entrare un attimo in casa? Le faccio il caffè?"
    "Non credo di averne il coraggio"
    "Suvvia, ormai è qui. E poi non si deve preoccupare di me. Si lasci pure andare. Certe volte piangere fa bene e non bisogna vergognarsene." E, in uno slancio di simpatia, la presi sottobraccio accompagnandola verso la casa.
    Sulla porta trovai una scusa:
    "Raccolgo un po' di prezzemolo per la frittata. Entri pure e mi aspetti in cucina...tanto sa dov'è. Scusi il disordine. Arrivo subito."
    Avevo fatto bene a lasciarla sola, infatti finalmente pianse liberamente, poi si soffiò il naso, ed infine, con le mani tremanti, aprì la porta ed entrò in casa, quasi in punta di piedi.
    Poco dopo entrai anch'io e cominciai a preparare la frittata. Lei si era seduta su una sedia a lato del tavolo come una vecchia amica e mi osservava cucinare. Si abbandonò ai ricordi.
    "Sa, quando ero piccola riuscivo a malapena ad abbracciare il tronco del ciliegio,ed anche adesso non riesco ad abbracciarlo. E' diventato così grande. E tutte quelle violette! Era il fiore preferito di mia madre. Lei si sedeva sempre in poltrona proprio in questo angolo, dove sono io adesso. Era seduta qui anche la sera che si sentì male. Emorragia cerebrale. Nella stessa notte morì in ospedale: aveva cinquant'anni."
    "Poverina! E lei quanti anni aveva?"
    "Io ne avevo tredici. E lei, la mamma ce l'ha ancora?"
    "Oh sì! Abita in paese, nella parte nuova."
    "Ah sì, la parte nuova. Ci sono passata oggi venendo qua. Questa però è la parte più bella. Non crede?"
    Riflettei un attimo che tutto mi era sembrato il paese in quegli anni, fuorchè bello, però non volli deluderla.
    "Certo, è la zona più bella, con tutta questa campagna intorno, tranquilla....forse anche troppo. Lei come si chiama? Io mi chiamo Silvia."
    "Oh come ha ragione! Non mi sono neppure presentata. Il mio nome è Maria. Anzi deve scusarmi. Quando sono arrivata ed ho visto il cancelletto aperto, non ho resistito alla tentazione di entrare. So che non avrei dovuto."
    "Non si preoccupi. Niente di male: ho capito la situazione."
    Maria cambiò discorso.
    "Quante uova ha messo nella frittata?"
    "Sei, perchè?"
    "Anche mia madre metteva tante uova nella frittata e mia nonna,non potendo muoversi agevolmente, dalla sua poltrona le contava ascoltando il rumore  man mano che mia madre le rompeva, e la sgridava, così la mamma, per evitare discussioni, le rompeva a due per volta. La nonna ne contava solo metà e stava zitta."
    Scoppiammo tutte e due a ridere. Poi all'improvviso Maria si fece seria:
    "Posso rivedere il resto della casa?"
    "Ma certo! Chissà quanto lo desidera!"
    Non mi preoccupavo più per il disordine poichè pensavo che gli occhi di Maria avrebbero visto ben altro fra quelle pareti. Scene di vita familiare di tanti anni prima, la camera dei genitori, la sua o dei fratelli. Quei vecchi muri le avrebbero sussurrato frasi antiche eppure mai dimenticate, emozioni care, malinconia e dolcezza di ciò che non c'è più.
    Sospirai ed apparecchiai la tavola. Quando Maria tornò in cucina, mio marito Riccardo era rientrato ed io gli avevo spiegato tutto. Avevo preparato per tre, e lei, con naturalezza, si sedette a tavola con noi come fosse una persona di famiglia.
    "E' sempre meravigliosa questa casa. Quanta nostalgia."
    "Lei dove vive, Maria?"
    "A Torino, da trent'anni."
    "A Torino? Che cosa fantastica! Io ho un'amica a Torino. Oh, vivere in città, e poi in una grande città! E' il mio sogno."
    Non riuscivo a trattenere la mia eccitazione e insistevo per sapere tutto, il più possibile.Maria parlava volentieri:
    "Capisco, capisco il suo entusiasmo. Anch'io non vedevo l'ora di andarmene trent'anni fa, ma forse non è sempre il passo giusto quello che si fa da giovani. Io ho sofferto molto per avere tranciato le mie radici. La città indubbiamente offre tante comodità, ma non si lascia amare. E' grande, anonima, la gente è frettolosa e poco disposta alla confidenza. Non sono riuscita ad ambientarmi.".
    Mentre Maria continuava a parlare, Riccardo mi guardava con dolcezza, forse immaginando il mio stato d'animo.
    "E' vero. Il paese è pettegolo, certe volte la lentezza della gente è esasperante, però esiste tanta solidarietà, ci si conosce tutti e gli incontri sono più facili, più appaganti. Ci sono gli amici d'infanzia e quelli dell'adolescenza, ci sono i nostri cari. Io vivo in appartamento e mi sento carne in scatola. I miei vicini li conosco solo perchè bisogna dibattere le questioni condominiali e nessuno è mai d'accordo con gli altri."
    Maria si interruppe e sospirò. Lasciò vagare lo sguardo lontano, oltre l'orto, verso i parti e i cespugli.
    "Quando ero piccola ero sempre in campagna a giocare. Conoscevo tutti gli insetti, avevo un gatto, e in primavera coglievo le viole per mia madre. Mi graffiavo le gambe nei cespugli di biancospino, raccoglievo le more e quando i contadini tagliavano il grano andavo a spigolare con gli altri bambini. Andavo in bicicletta, sui pattini a rotelle. Sempre all'aperto, sempre gioiosi, bambini veramente gioiosi."
    Gli occhi di Maria si riempirono di lacrime:"Mia figlia tutto questo non l'ha avuto, e tanti altri figli non l'anno avuto e non ce l'hanno. Quando era piccola la portavo ai giardinetti del rione: un'oretta o due per illudersi di essere in campagna. L'ora d'aria del carcerato."
    Mi accorsi all'improvviso che l'ascoltavo con interesse, anche se lei sembrava parlare più a se stessa che a noi.
    "Sì, all'inizio ero esaltata dalla città, dal movimento. Anche il traffico congestionato mi divertiva, ma poi mi sono accorta di non avere più le ali, se non per sognare di tornare qui. Poi il mio paese ha cominciato a mancarmi. Le facce conosciute, i pini marittimi della mia via, le aiuole, la gente in bicicletta, il gelato di sera sulle panchine alla fontana, le chiacchiere sotto i portici del centro, la festa patronale con la lotteria. Qui le persone non muoiono mai: vivono sulla bocca della gente che ne parla e che è sempre la stessa. A Torino nessuno sa chi fossero mio padre e mia madre, ma qui tutti li conoscevano; se fossi rimasta qui mi sarebbero mancati di meno. Ne sono certa."
    Ora Maria non parlava più. Giocherellava con uno stuzzicadenti fissando un punto qualunque della tovaglia.
    Riccardo si accese una sigaretta ed io mi alzai per preparare il caffè.
    "Ma forse un giorno potrà tornare" le dissi.
    Maria sorrise.
    "Mia figlia è nata a Torino e la sua vita è là. Lei ha solo me e io ho solo lei..... Vi sono grata per avermi accolta con tanta simpatia, ma adesso è ora che me ne vada."
    "Certo" dissi sorridendo "ma non prima del caffè."
    "Grazie Silvia per i momenti bellissimi che mi avete dato oggi. Momenti indimenticabili. Vi ringrazio infinitamente"
    Poco più tardi Maria se ne andò, a piedi. Aveva lasciato l'auto lontano per provare l'emozione di camminare per le strade della sua giovinezza. La seguii con lo sguardo fino a quando sparì alla mia vista, e poi rientrai in casa.
    Sparecchiai la tavola, mi misi a lavare i piatti e dalla finestra del cucinino potevo vedere quasi tutto l'orto. Mi parve di rivedere Maria lì che accarezzava le viole e abbracciava il ciliegio. Era bello quel ciliegio, non mi ero mai accorta di quanto fosse bello. Mi tolsi il grembiule e mi asciugai le mani, uscii per andare a guardarlo da vicino. Le gemme stavano per schiudersi e a breve una immensa nuvola di fiori bianchi avrebbe illuminato l'orto con la sua bellezza. Dal prato saliva un tenue  profumo di viole. Oltre l'orto l'erba era verde, le piante e i cespugli in pieno rigoglio. Fiori  di ogni genere rallegravano i prati, e i pini emanavano un penetrante piacevole profumo di resina.
    Mi voltai verso la casa: bella, grande, solida, accogliente. La vista mi si stava annebbiando. Le lacrime cominciarono a scendere silenziose. Pensai alle parole di Maria, e, subito dopo, ai miei figli, quelli che io e Riccardo avremmo avuto: una grande emozione mi invadeva il petto e il cuore batteva all'impazzata. E all'improvviso tutto mi fu chiaro.
    Corsi in casa.
    "Riccardo...Riccardo!"
    "Cosa succede? Mi hai spaventato"
    Mi rifugiai fra le sue braccia che subito mi strinsero forte. Il pianto mi impediva di parlare mentre lui mi accarezzava i capelli con tenerezza. Finalmente mi calmai.
    "La lettera! L'hai già spedita?"
    "Non l'ho spedita: è sulla scrivania del direttore in attesa di essere esaminata."
    "Allora distruggila, amore mio, distruggila. La nostra vita è qui, nella nostra casa, e qui sarà il nostro futuro e il futuro dei nostri figli."
    Avvolta dall'abbraccio di mio marito, col viso abbandonato contro la sua spalla, pensavo a Maria che ora era in viaggio verso Torino. Che sciocca ero stata, non le avevo chiesto neppure il numero di telefono, l'indirizzo. Lei non poteva immaginare ciò che aveva fatto per me ed io non avrei mai potuto ringraziarla.
    "La rivedrò"  mi consolai  "Maria tornerà. Ne sono certa."