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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 26 settembre 2016 alle ore 19:30
    Marie

    Come comincia: Il mare era calmo, dopo una notte di burrasca. Le onde placide
    avevano perso il crespo e adesso si vedevano smorzate, come posate su un velluto d’acqua.
    Guardai dentro il blu cobalto e mi immersi negli occhi assonnati del mattino.
    Un ricordo mi sovvenne all’improvviso. I contorni della bocca di Marie, le labbra tumide e
    dischiuse, i capelli corvini che viravano al blu e gli occhi neri simili a quelle delle donne arabe
    che spuntano, magnetici, attraverso le fessure del chador............

  • 24 settembre 2016 alle ore 9:28
    "Si fa ma non si dice"

    Come comincia: Se c'è un cosa positiva dei tempi moderni, è che finalmente si può parlare liberamente di sesso. Ne parlano tutti, perfino in tv in fascia protetta. E non solo si parla di sesso, ma anche di fantasie erotiche, di desideri più o meno leciti, si fanno allusioni e doppi sensi, insomma ormai l'argomento è sdoganato e sono poche le persone che si sentono imbarazzate o scandalizzate da questo fatto. Però, però, però...non è stato sempre così. Tempo addietro, diciamo circa quarantacinque anni fa e dintorni, di sesso non si poteva parlare in pubblico. Ma non si creda che in tutti i tempi gli individui non si siano abbandonati a fantasie e trasgressioni, se non altro nella loro intimità. Io e il mio compagno di allora, ad esempio, avremmo desiderato andare insieme a vedere un film a luci rosse. Allora per vedere un film del genere non c'era altra soluzione che andare al cinema. Già, ma chi aveva il coraggio di andare a infilarsi in una di quelle sale un po' equivoche dove si potevano trovare certe pellicole! Lui mi diceva che avremmo potuto essere visti da qualcuno che ci conosceva, e inoltre mi sarei certamente trovata in una sala piena di soli uomini e sarebbe stato imbarazzante. Era inutile che io continuassi a ripetere che a me non importava proprio niente di entrambe le cose. Sembrava che quello fosse un desiderio irrealizzabile. E invece si presentò l'occasione quando decidemmo di trascorrere un fine settimana a Sanremo. Arrivammo nel pomeriggio, trovammo l'albergo e in camera depositammo tutte le nostre cose. Poi, come fanno i turisti, andammo a fare una passeggiata nelle viette interne della cittadina, e guarda un po', abbastanza vicina al nostro albergo c'era una sala dove veniva proiettato un film a luci rosse. Ci guardammo un attimo pensando la stessa cosa. Lì non ci conosceva nessuno, e così la sera stessa entrammo, come due ladri, nella sala, nel buio più totale, e ci sedemmo in fondo vicino all'uscita. Io entrai immediatamente in crisi di identità. Come mai certe scene mi facevano tanto effetto? Avevo 21 anni e mi stavo chiedendo se per caso non fossi una guardona e ne fossi assolutamente inconsapevole, o se il mio, diciamo così, turbamento, fosse normale. Non so se fu per la novità, o l'agitazione, magari la sorpresa di vedere cose che non mi aspettavo di vedere, non trascorse molto tempo che fummo tutti e due cotti a puntino. Decidemmo di lasciare la sala e guadagnare velocemente la nostra camera in albergo. Camminavamo veloci, e dai dai, presto presto, corri corri, come se tutto dovesse svanire da un momento all'altro, raggiungemmo l'albergo e la camera. Entrati, in preda a sovra eccitazione, dopo qualche movimento scomposto e affannato, ci abbattemmo sul letto con la violenza di uno tsunami. Ma il letto non era un letto vero, sembrava soltanto. In realtà erano due reti solo avvicinate, con due materassi sopra, singoli, tenuti insieme dal lenzuolo di sotto. Così non resse l'assalto e in men che non si dica, fra cigolii e tonfi si aprì miseramente al centro e io precipitai nel baratro raggiungendo in un attimo il pavimento avvolta dal lenzuolo di sotto a mo' di amaca. Lui se ne stava per aria a braccia aperte, e gambe divaricate una su un materasso e l'altra sull'altro come a volerli strenuamente tenere assieme, in precario equilibrio, e ancora sbigottito. Pensai che sembrava un ranocchio e naturalmente tutto finì in una risata. Quella sera imparai che il confine fra ”arrapamento” e comicità è molto sottile, quasi impercettibile, e cercai di non dimenticarlo mai. 

  • 22 settembre 2016 alle ore 13:27
    Il ponte danzante

    Come comincia: Il signor Swann mi stava annoiando: la sua incapacità emotiva, il suo coefficiente sociale dai contorni variabili ma essenzialmente immutabili, la sua gelosia tentennante e allo stesso tempo contagiosa, tutto ciò, contrastava la divina prosa proustiana. Uscii fuori a fumare una sigaretta; il giorno in cui dovevo scrivere il secondo breve racconto sui miei cugini, finalmente era giunto. Ripercorsi, privo di stanchezza e con una vorace curiosità di buttare giù qualcosa, il tragitto che c'é da casa di mia nonna a quella dei miei cari parenti americani. La speranza di recuperare un dettaglio, un rumore, un odore , che, per quanto fastidioso e logorante che possa essere, mi rievochi quella notte, aveva un aspetto voluttuoso e condiscendente. E come l'umile artigiano che, per un importante lavoro di costruzione manuale , si addentra in luoghi conosciuti ma oscuri, geograficamente familiari e allo stesso tempo abissalmente lontani, per cercare un qualsiasi oggetto che possa aiutarlo, allo stesso modo, io, nell'intento di fabbricare il mio breve racconto , percorsi quel cammino con uno stupore nuovo e meraviglioso; con il desiderio di scovare, magari in un ramo, o nel cinguettio di un uccellino, il materiale grezzo per la mia opera. Non trovai nulla: l'ultima idilliaca notte con loro era sepolta nel passato. Niente rievocava in me i contorni delle loro figure, l'interno del taxi che presi con il mio amico Gabriele, il fresco sapore della Vodka congelata che si posò sul mio labbro inferiore, la voce persuasiva di Brook.. Tutto era scomparso; o, forse, non era mai accaduto. Giunsi, senza più alcuna speranza, alla casa abbandonata ove dimoravano poche settimane fa i miei cugini. Cominciai a cercare; il cinguettio ad intermittenza dei piccoli volatili accarezzava la mia memoria. Non c'era più niente da fare. L'unico anelito di speranza era più o meno questo: cercare un punto di connessione tra me e loro; costruire un ponte danzante che, con la sua pigra luce intermittente, mi trasportasse in California. L'impresa era impossibile, lo so. Ma ci provai ugualmente.  La mia idea di costruire quel ponte si interpose tra il mio passato e il mio futuro; ma non trovò dimora nel presente, giacché io mi trovavo a Marlia, a casa loro, e senza alcun strumento per costruire, e privo di qualsiasi aiuto esterno. Direi piuttosto che il desiderio di ergere quel ponte giaceva in uno strato a-temporale della mia mente; esso non era a-temporale in quanto senza tempo; era al contrario un tempo, o meglio, una serie di tempi senza spazio. In altri termini: lo spazio esisteva, ma era incollato a quello strato, e alimentato dal tempo. Lo spazio era la mia speranza di costruire; il tempo, invece, il materiale che mi permetteva di fabbricare il ponte.
    Feci un balzo, armato di un grosso cucchiaio, con l'obiettivo di prendere due piccole porzioni di cielo azzurro. Ci riuscii: il peso di questi frammenti era il medesimo del vuoto che avevo dentro. Ecco! La costruzione del ponte fu, più o meno, questa: presi all'incirca due grammi di cielo azzurro per la formazione di due palle, che sarebbero diventate due splendidi occhi. Poi, spinto dall'entusiasmo, toccai alcuni giovani rami rossatri cosparsi di piccoli trifogli verdi; il tronco era esile, liscio , e aveva un aspetto delizioso. Lui e i suoi compagni arborei sarebbero diventati ciocche di capelli biondi e mossi. Un frastuono rumoreggiante, secolare, improvviso e tagliente, mi colpì. Di fronte a me si aprì un baratro nero; e come il villano che osservò, al calar del giorno, la valle colorata da lucciole danzanti,allo stesso modo io vidi, come un riflesso cangiante, due biglie di un blu acceso che si accendevano e si spegnevano a ritmo di musica. Trasalii: un braccio umano, dalle fattezze arboree, si aggrappo` alla superficie terrestre. Mi avvicinai e tirai su` la sagoma misteriosa. La parte inferiore del busto non aveva forma, ma le bagnava tutte simultaneamente; una masnada di bestie selvatiche percorrevano le sue gambe, e il suo organo femminile, come una perla preziosa, pareva il centro traboccante dell'universo. Esso secerneva pensieri,  ricordi, affetti ed emozioni. L'odore che emanava era sferzante, malizioso ed eccitante. Era quello il ponte, e fui io a costruirlo; le sue fattezze erano quelle di Brooklyne, la mia cara cugina. La strana creatura dalle biglie azzurre era un'immagine; o meglio, era la metafora di quell'ultima sera passata con i miei cugini. L'aspetto di Brook improvvisamente mutò; il suo corpo diventò un insieme disordinato e periodico di lettere in movimento. Cominciai a leggere mia cugina. In altri termini: mi apprestai ad osservarla in tutta la sua forma e bellezza. La prima lettera della serie era un numero: 12. La seconda era il nome di un mese: luglio. La terza quello di un anno: 2016. 
    Il 12 luglio 2016, verso mezzanotte e mezzo, mi sedetti con il mio amico Gabriele fuori dalla mia casina del campeggio. Due birre sul tavolo, un posacenere sazio di sigarette, e un mazzo di carte, provavano a risollevarmi, ma senza speranza. Il pensiero che l'indomani le mie cugine sarebbero ripartite, mi straziava. Quando le avrei viste di nuovo? Staranno bene? Cosa penseranno del fatto che io, l'ultima sera, sia stato lontano da loro? Gabriele, un pazzo senza capo ne coda, assistendo alla mia languente  videochiamata con loro, non esitò nemmeno un attimo: digito` il numero del taxi e, dopo appena 10 minuti, partimmo per Marlia, verso la casa dei miei parenti. Ogni chilometro superato era accompagnato, sull'apposito strumento dell'autista, da un cifra in denaro. Mi guardavo attorno, cogitabondo: era un sogno? Era una scherzo di qualche genio ingannatore? Come era possibile che io, all'una e quarantaquattro di notte, mi trovassi in un taxi, senza soldi, ma con una gioia infinita che cospargeva il mio corpo?Arrivammo a Marlia; scendemmo, e Gabriele pagò la tariffa: 100 euro. Amina, Brook e Mac mi stavano aspettando sulla strada sterrata che conduceva alla porta di casa. Ci abbracciammo con felicità e con forza; finalmente sono tornato da voi, pensai tra me e me. Entrai in casa e mi accolsero calorosamente tutti: Kris mi preparò un cocktail mortale, Morgen e Dante stavano dormendo, Alana, appena arrivai, si svegliò di colpo. Brook iniziò a cantare; e come il marinaio abbandonato in una notte fredda e tormentata in mezzo al frenetico mare, attende con speranza un'ancora di salvezza, allo stesso modo quella composizione musicale si addentro` nelle mie profondità agganciandosi alla mia memoria. Continuammo la serata giocando a carte. Erano le 4:00, e il taxi sarebbe passato di lì da un momento all'altro. Mi stesi sul divano; Brook, seduta in terra, di fronte alla mia testa reclinata sulla sinistra, mi tese la mano; Amina, accovacciata come un cucciolo vicino alla mie gambe, replicò il gesto di Brook. Il cerchio che si venne a creare fu magico; i suoi contorni tremavano,  così come le nostre mani sciorinavano tristezza, solitudine e felicità. 
    "Quella tristezza voleva dire: siamo all'ultima stazione. Quella felicità voleva dire: siamo insieme. La tristezza era la forma e la felicità il contenuto. La felicità riempiva lo spazio della tristezza." Le parole di Kundera presero le sembianze di un abito che ci protesse dal freddo che filtrava dal portone di legno. Salutai Amina e Brook un ultima volta, poi, con passo svelto, mi incamminai con Gabriele verso l'esselunga di Marlia, dove ci stava aspettando il taxi. Prima di raggiungere il posto alzai lo sguardo verso il cielo ricco di puntini luminosi; ero triste, e la staticità delle stelle mi suggeriva un'immobilità dannosa, un freno ai miei pensieri futuri che abbracciavano l'idea di rivedere i miei cugini. All'improvviso un proiettile incandescente attraversò il buio assoluto; aguzzai lo sguardo e vidi, dentro quella palla celere, tutta la mia famiglia affacciata a piccole finestrucole. Mi stavano salutando, con gioia e  con dolore; la biglia destra di Brook lascio` cadere una lacrima. No, forse stava solo piovendo. Prendemmo il taxi e ritornammo in campeggio. Erano le 5: 45 : bevemmo l'ultima birra e ci coricammo a dormire.
     

  • 22 settembre 2016 alle ore 13:22
    Ode a Capannori

    Come comincia: Qualche giorno fa, mentre vagavo per le anonime strade del mio paesino sperduto, mi sono fermato a bere una cosa in un vecchio bar di zona. Il locale si stagliava come un monolite, un'ombra comparsa dal passato per dimostrami “come si stava meglio quando si stava peggio”. O almeno così dicono. Il locale aveva un odore forte, difficile da descrivere. Proverò a farlo donandovi un esperimento incredibile di dubbia utilità; prendete una bellissima composizione floreale, una di quelle usata per farsi perdonare dalla moglie che è stata tradita oppure una di quelle che viene posta sulla cassa da morto del vecchio Zio Sempronio che vi ha lasciato in eredità centinaia di migliaia di euro ed un'azienda agricola da far fallire. Inseritela in una vasca da bagno, spruzzatela di deodorante sotto marca e ricopritela con letame misto, possibilmente proveniente dall'Ecuador e mescolate il tutto. Tale era l'odore di quel “baretto” di zona. La moquette aveva visto giorni migliori e le quattro mura sembravano mutilate come i reduci della prima guerra mondiale. Il barista, che chiamerò Bob per convenzione, era un tipo alto e grosso, pelato dalla nascita, secondo la ma memoria. Si era fatto due anni di carcere <<per aver rubato un pezzo di pane...>>

    Tutti si dimenticavano di aggiungere che aveva bucherellato un vecchio poliziotto in borghese, il quale aveva tentato invano di fermarlo. Come ricompensa aveva ricevuto otto colpi di calibro nove.

    Un bravo ragazzo. Gli chiesi di portarmi un bourbon liscio e mi andai a sedere su uno sgabello abbastanza isolato. <<Dammi cinque minuti amico, ho un problema nell'altra sala.>>

    Risposi con un cenno del capo.

    Lui mi sorrise con l'ausilio dei suoi sette-otto denti rimasti e poi sparì dietro al bancone. Il bar era abbastanza affollato; c'erano un paio di bravi ragazzi, due modesti spacciatori che giravano i parchetti di zona cercando i dodicenni a cui vendere la loro merce, un tipo barbuto e sporco che aveva fatto una sorta di bancarotta fraudolenta con i soldi della moglie, un paio di anziani ex fascisti, ex xenofobi,ex omofobi, ex tutto e qualche altro piccolo criminale di zona. Insomma, nel bene e nel male erano tutte persone all'interno della vita, che lottavano con le unghie e con i denti per rimanerci.

    In quanto a me, beh...

    Sono uno scrittore fallito, uno schifoso verme che aveva esordito con “Storia di un amore” ed era finito a scrivere articoli per “Dama Bianca 3000” e “Sbattimento 2.0”.

    Il mio lavoro consisteva nell'intervista a donne di plastica, sposate con ricchi industriali che avevano costruito i loro imperi sui cadaveri dei bambini manovali. <<Secondo lei è meglio questo rossetto o quest'altro, questo vestito o quest'altro, queste scarpe o...>>.

    Poi domande sui cani e sui cappottini per i cani, sullo xanax prima della colazione e sul botulino prima dei venticinque anni. Riscrivevo tutto in un buon italiano e nel mentre pensavo che l'unica domanda che avrei voluto fare era...

    <<Se sgozzo il suo cane e le tagli la testa per poi mandare i vostri resti a suo marito, la disturba?>>

    Non sono malato, suvvia...

    Non ho detto nemmeno un terzo delle cose che avrei voluto farle. Insomma, Bob mi portò il mio bourbon e me lo bevvi con un certo entusiasmo, immaginando cani morti, grattacieli in fiamme e banchieri scuoiati vivi da banconote armate di ascia, alte quasi due metri e con gli occhi iniettati di sangue. Dopo essermi ripreso dalle visioni, misi gli occhi su un giornalaccio vicino a Bob. Gli chiesi di portarmelo insieme ad un secondo Bourbon. Nel mentre, due intellettuali con tatuaggi in ogni dove entrarono nel bar. Intellettuali perché:<<Il mondo l'hanno rovinato quelli in giacca e cravatta, non quelli con i tatuaggi.>>

    Aggiungerei:<<Quelli con i tatuaggi hanno votato quelli in giacca e cravatta per 25 anni, comunque ok.>>

    Si sedettero vicino ai due bravi ragazzi ed uno di quest'ultimi iniziò una filippica ricca di bestemmie e sputi che vi riassumo così: in pratica, “noi”, un noi non ben precisato, siamo in guerra con i “finocchi”. <<Ormai prenderlo in quel posto va di moda e si sa, alle mode bisogna adattarsi oppure si combattono.>> Un invito alla bisessualità, una nuova filosofia, una citazione di Bukowski? Mi porterò questi interrogativi nella cassa. Finalmente arrivò il giornale e la copertina mi apparve come una fucilata. Tale Bill Gates, uomo più ricco del mondo, possiede una casa di 6000 stanze, tutte capaci di cambiare odore e colore, a comando. Mura in titanio, arredi in diamante, schiave dell'Honduras; insomma, un sogno di casa! Certi giornalisti stimano che la casa valga quanto il PIL del Congo e che abbia circa un centinaio di cessi, con il water rivestito in oro. È ironico che amico Bill abbia circa cento cessi mentre qualcuno non ha nemmeno un tetto, non trovate? Ma io non lavoro mica per l'8x1000 alla Chiesa Cattolica, il mio focus è un altro. Il giornale scrive delle stanze, dei cessi, dei diamanti...

    Ma non scrive che Bill ha disboscato mezza Florida per metterci la sua cazzo di casa o che ha fatto i miliardi sulle spalle di bambini Pakistani che vengono sfruttati. Perché dovrebbe, voglio dire, tutti le sappiamo queste storie. Anche voi, adesso, state indossando le Nike, le Adidas oppure, state chattando con i vostri i-phone assemblati da ecuadoregni ormai morti di fame. Voi sapete tutto, però ignorate. Perché fondamentalmente siete dei pezzi di merda ed i vostri problemi sono unici ed inimitabili. A voi non frega niente dei diritti, della libertà o dell'uguaglianza, a voi basta che mamma vi faccia la torta alle verdure ed alleluia. Una Domenica mattina in chiesa e tutto passa. Se pensate che la colpa sia solo dei potenti allora vi sbagliate poiché i colpevoli siete voi. Con la vostra omertà e la vostra ignoranza e le vostre finzioni vi nascondete in una finta realtà che asseconda e legittima l'operato dei più ricchi. In poche parole, è inutile che vi lamentiate del mondo che va a rotoli perché qui tutti sappiamo la verità. E la verità è questa; immigrazione: un barcone si è rovesciato; morti cento migranti. <<Solo cento migranti? Ne fossero morti 5000 in un colpo...prima o poi finiranno.>> Poi però la borsa da Abdul la comprate in doppia copia, per la moglie e l'amante. Per voi, gli unici che hanno diritto ai diritti siete voi. Tanto lo sappiamo, lo sappiamo bene, che i francesi vi sono sempre stati sulle palle e che se Al-Quaeda o l'Is ve li ammazza tutti, siete più che felici. Per voi i diritti sono solo vostri ed i problemi esistono solo quando i diritti vengono privati a voi. Voi intesi come italiani, brutti voltafaccia truffaldini e violenti. Siete talmente stupidi ed affamati di razzismo, che nemmeno capite di essere razzisti. <<È ma io non sono razzista, vorrei solo che stessero a casa loro, possibilmente morti grazie!>>. Proprio voi che siete andati in America a portare la Mafia, a stuprare le donne e solo i più onesti a lavorare e consci di dover tornare in patria, prima o poi. Il sistema dei diritti è messo in difficoltà dal popolo, altro che discorsi. Un popolo incapace di vedere aldilà del velo di Maya che quei quattro potenti del cazzo vi hanno messo davanti. Che poi, noi toscani maledetti abbiamo questo vizio del cazzo di offendere e deridere gli americani per ogni cosa ed io mi chiedo: <<Ma perché?>>. Abbiamo un tasso di obesità superiore al loro, e siamo un milionesimo meno di loro, un'economia in mano a 3-4 multinazionali, e 2 finiscono in “set” ed una in “ai”, una popolazione che non ha mai letto più di 2 libri in vita propria ed anche parliamo?

    Ma si sa, noi siamo così. Siamo il paese di Narciso burino, sempre meglio in tutto, sempre pronti a criticare, a “chiaccherare”. Non vedo altro che cemento e cemento e cemento ed una vegetazione ormai stuprata e prossima alla morte. E questa è Capannori, la vera vittima e carnefice di tutto ciò che queste colonne di carta vogliono criticare. Carnefice perché ciò che è stato scritto, è ben presente “nel comune più grande d'Italia”. Ipocrisia, razzismo, stupro dell'ambiente, criminalità, spreco...

    Ho visto spargere benzina bruciata, con le loro macchine, per percorrere 100 metri. Ho visto spacciatori nei 2 parchetti vicino alla Chiesa, servitori della messa che picchiavano la moglie, criminali al Bar Laser, anziani xenofobi con figli omosessuali, piccoli imprenditori fraudolenti, 16enni violentate ed incinte...

    Non serve guardare troppo lontano per vedere il fallimento delle istituzioni democratiche europee e la successiva degenerazione. Non serve parlare di nuova ricchezza o nuova povertà, diritti o non diritti, Renzi o Salvini, botulino o protesi. Basta ripartire dalle piccole realtà per evidenziare il fatto che proprio esse, le fondamenta dell'Italia, sono state le prime a cedere. La crisi dei diritti deriva dalla degenerazione e la degenerazione deriva dalle due crisi: economica ed ecologica. Lo dico con certezza perché lo vivo ogni giorno: il popolo medio è stanco di una democrazia che sembra la pirandelliana vecchia imbellettata, ed è pronto a riabbracciare gli ideali che settant'anni fa ci hanno condotto in Russia a morire di freddo. Il sistema è saltato, le persone si sono adeguate e questo è quanto. Se una volta la salvezza arrivava dal popolo...

    I tempi sono cambiati ed ora il popolo è parte di questa grande truffa chiamata libertà ed i pochi eletti che tentano di illuminare la via alla vera libertà risultano martiri. Di conseguenza, affido a queste cartacee colonne la mia profezia. Oh Capannori, immensa dispensa di odio ed ignoranza, abitata da intellettuali o presunti tali, che gli oceani ti sommergano, che un terremoto ti distrugga, che tu possa bruciare fino a diventare cenere e che le forze della natura ti disperano per cielo e mare, rinnegando la tua memoria ed oltraggiandola per l'eternità.
     

  • 17 settembre 2016 alle ore 22:55
    Inseguimenti frenetici

    Come comincia: La notte era incredibilmente silenziosa. Un frenetico brulicare di esibizioni canore da parte dei volatili animava un vuoto senza fine. Una luce, in lontananza, mi chiamava; e quando alzai lo sguardo lei era lì, immobile e pensosa, ma non come una fanciullina che, con occhi speranzosi e vivaci, pretendeva da me un riguardo paterno, bensì si trovava in una circostanza voluttuosa e magica, come se dovessi essere io a scorgerla, a darle senso, mentre troneggiava in alto sopra tutti e tutto. Era la Luna. Le macchie nere che la cospargevano come varicella aliena, mi suscitavano bellezza; sono forse terre e colline e mari e monti? La Luna sarà forse abitata da strani esseri con tre occhi e quattro gambe? Forse sì o forse no; probabilmente non lo scopriremo mai, ma il desiderio di conoscere e il fatto di azzardare l' esistenza di una nostra famiglia spaziale, aveva su di me un effetto oppiaceo. Nel frattempo tale sentimento estatico si controbilanciava, sulla superficie della mia memoria, ad un'area di tristezza alquanto volumica; il mio pensiero, con ragionamenti fantastici e illusori su improbabili esseri lunari, circoscriveva il punto immobile della mia anima, il cardine attorno al quale tutto ruotava, la mia dolce e amata EAPPRN. Alzai lo sguardo: una protuberanza molliccia e schifosa si stava staccando dalla luna. Essa, improvvisamente, come argilla malleabile e sofisticata, plasmò due strane particelle. La Luna, quella notte, era invasa da una masnada indecifrabile di nuvole; e le due particelle ne approfittarono subito. Correvano in modo instancabile tra sporgenze e dirupi, tra valli grigie e fiumi nebbiosi; e in tutto questo si cercavano, ma non si scontravano mai. Era piuttosto la particella di destra che ora aiutava la sinistra a scalare un dirupo; e subito dopo avveniva l'inverso. Pareva svolgessero ruoli opposti, elettricamente inversi; una era positiva e, quindi, in quella specifica circostanza aiutava la povera e desolata particella negativa. Ma il ruolo cambiava improvvisamente! Tutto era speciale, dinamico e programmato fisicamente. Un suono sordo e nero, alle spalle dei due giocatori amorosi, li stava raggiungendo; un buco tra le nuvole, in lontananza, spaventava la visione limitata delle due particelle. Quel suono senza volto era il futuro: è giunto fino ad ora, al presente, per impedire l'avvenire dei due protagonisti. Il moto di esso era inquietante; divorava istante per istante, metro su metro, e raggiunse in poco tempo i due. Non sapevano dove andare, cosa fare, cosa aspettare... il futuro? No: lui era dietro di loro; e in un gioco temporale assai bizzarro e strano, il passato era sparito, il presente c'era, ma senza dimensione, e il futuro, geloso del percorso ormai passato dalle due particelle, non consentiva un avvenire. I due, per nascondersi da quel terribile nemico, iniziarono a costruire un'abitazione in un posto freddo e buio, delimitato da un baratro nero senza fine. Per molti istantaneii anni essi fluttuarono senza sosta dentro quella casa; il desiderio di scontrarsi, in un certo punto dello spazio e del tempo, era incolmabile, ma praticamente impossibile, giacché nel momento in cui una delle due particelle era leggera e positiva, l'altra sprofondava nei gioghi della negativa pesantezza. Un giorno il futuro bussò alla porta: i due aprirono. Non videro niente. Scorsero solamente un vento in lontananza che aveva l'intenzione di risucchiare qualsiasi cosa. Così, in un attimo, tutta la casa, qualsiasi forma di arredamento, ogni suppellettile, svanì, risucchiata in quel buco senza fine. I due si guardarono: la superficie sferica che dava forma alle particelle cominciò a sfumare, perdendo spessore e solidità. Solo una, quella che fortunatamente era pesante e negativa in quel istante, vantava sull'altra una forma più naturale e buona; e subito il vortice si fece più forte, risucchiando la leggera e danzante particella. L'altra, rimasta sola e costernata per la perdita dell'amata e irraggiungibile leggerezza, spirò sotto forma di luce ed energia. Viaggiò per universi paralleli, tra dimensioni compattificate e stranezze quantistiche, fino a giungere proprio qui, dentro di me, seduta al mio posto, e impegnata nello scrivere questa assurda storia. La particella negativa ero io, credo; l'altra, invece, era sicuramente EAPPRN. Ma allora io ero sia qui, che scrivevo, sia là che svanivo? E EAPPRN dov'è finita? E il futuro? Forse non esiste il futuro, per noi; sopravviviamo solo caoticamente, e senza mai incontrarci. Abbiamo scritto il passato durante il presente; abbiamo sperato nel futuro mentre lo fuggivamo...

  • 17 settembre 2016 alle ore 22:27
    Libertà

    Come comincia: Lettera aperta-di lettere chiuse non ne vogliamo, siamo aperti al dialogo ma solo il martedì dalle 19:00 alle 20:16-al genere umano.

     

    Fratelli, nei giorni di pace in cui... No, scusami. Ho Sbagliato. Volevo copiare l'incipit di quelle grandi lettere ma ho cambiato idea fin da subito. Oh, sappi che il “vogliamo” del titolo è una menzogna: sono un uomo solo. Tu sei qui per ascoltarmi ed io sono qui a spiegarti per quale motivo Libertà sia scesa in Terra. La Libertà. Io però, te lo dico fin da subito: ci sarà del linguaggio scurrile. Sì, so benissimo che il linguaggio scurrile è la macchia sopra la tela perfetta che è la nostra lingua. Ma capirai che senza, non sarebbe stato lo stesso. Allora, partiamo con un classico: il Mondo fa schifo. Sappilo fin da subito. Ti faccio un esempio semplice; se nel Primo Mondo ti svegli ed hai la “dissenteria”, assumi una bustina di miracoli chimici e poi puoi fare il tuo Jogging quotidiano al parco. Tanto sarai sicuramente disoccupato. Se nel Terzo Mondo ti svegli con la dissenteria, tu muori in 20 minuti. Hai presente le tue donazioni a fine anno che fai ai bambini africani? Tre di loro sono morti in questo preciso momento. Il politico che hai votato? Ha rapporti con le minorenni e non ama il suo paese. La ricerca medica? Non esiste, o le case farmaceutiche chiuderebbero. Il terrorismo? “Chi semina vento, raccoglie tempesta.” Non prendere la metro alle 12 esatte. Fa tutto schifo, caro. Qualsiasi forma di ordine sociale, qualsiasi ordine morale, qualsiasi scala di valori è stata rasa al suolo. Viviamo nel Caos e non c'è nessuno che sappia che cosa fare o dove andare. “Il Mondo è divenuto una grande Recanati.” Ed io ho fatto troppi esempi; e tu sei incazzato. Pensi che io sia un venditore di fumo. Un commediografo tragicomico da due lire. Stai per strappare la lettera, vero? Non farlo. Aspettami, io sono qui. Una settimana fa, tra un Talk Show e un Reality, avrai sicuramente visto un servizio d'emergenza, riguardo l'esecuzione. L'esecuzione della Libertà. Libertà Sovrana, accusata di traviare le giovani menti (ti ricordi Socrate?) prima è stata incarcerata per almeno un secolo e poi è stata giustiziata in piazza dell'Ordine. Colpo secco in mezzo agli occhi come le vacche in Texas: "Ehi ma che stai dice..."

    Calmati. Cercavo di antropomorfizzare un concetto che non solo è alla base stessa dell'identità insita nell'uomo, ossia nella coscienza ma allo stesso tempo è una catena invisibile avvolta intorno al cuore degli uomini. Quindi io dovrei rispondere al dilemma: "Ma è una cosa positiva o negativa?" Ti dico fin da subito che non ne ho idea. Non mi chiamo Freud, Gesù Cristo o Frank Sinatra - si annoti che il terzo esempio è puramente casuale: e non fa ridere - .
    Io posso dirti che tu, genere umano, mio padre e mio fratello al pari, nascesti libero. Tu nascesti nudo e ignorante e primitivo. Tu nascesti per volontà altrui però. Quindi non sei libero(?). Vedi, tu sei nato perché la libertà di qualcun altro ha permesso a quel qualcuno di farti nascere. Libero. Alla fine, non è come sognavo da adolescente. Un'enorme dimensione parallela, color bianco mentale che vedi quando pensi ad occhi chiusi. E tutti noi lì, incorporei e immateriali: "Nasciamo!" gridavamo. E ci ritrovavamo a 3 anni in un cortile con mamma e papà. Perché fino a quell'età riuscivo a ricordare; prima non potevo. E poi, perché avevo 16 anni e cercavo di capire come funzionasse il mondo. Ma tralasciando sogni pseudo mistici, Divinità e Big Bang, torniamo al mondo attuale. L'essere liberi ci ha condotti a questo mondo di merda. Il continuo susseguirsi di scelte ed eventi ha plasmato il mondo in modo che adesso è così come lo vedi e lo abiti tu, ogni secondo. Allo stesso modo, se non fossimo nati liberi, espressione della libertà altrui, saremmo animali puri e semplici. E quindi non saremmo mai esistiti. E nemmeno Dio sarebbe mai esistito! Nel senso che non avrebbe mai inviato suo figlio sulla Terra e non si sarebbe rivelato quindi mettete le armi a terra per favore, grazie. Ciao.Beh, io ti dico che siamo vicini all'eliminazione totale dell'identità umana. Io ti dico che libertà è la mia Regina e dubbio il mio Re. Io ti dico che posso solo attualizzare, perché libertà è “essere liberi di” ed io ho bisogno di qualcosa che segua quel di. E allora sappi che tu sei nato libero e che adesso, tu hai bisogno hai bisogno di riprendere la tua libertà in mano. Tu devi essere libero. Obbligo ed “essere libero” appiccicati dopo il soggetto: proprio così. Tu devi avere libertà di scelta per tutta la tua vita. Ricordi cosa ho detto prima? L'essere liberi ci ha condotti a questo mondo di merda. Sappi che in questo mondo solo gli affiliati al Partito del “Denaro di Giuda” sono liberi. Solo i potenti sono liberi in questo mondo. Noi non lo siamo. Noi abbiamo preferito vendere la nostra libertà per un'automobile, un pulcioso cane di merda ed una moglie che non ci ama. Abbiamo consegnato le chiavi del Tempio della Libertà a quelle 100 persone che ora decidono tutto per tutti. Cosa vedere, cosa sentire, cosa provare. Quando morire, se di terrorismo o per un crollo di una scuola. Nascere sani o mutati dalle radiazioni o dall'amianto. Vivere poveri o ricchi. Libertà scese sulla Terra per noi dalle dimensioni dell'Eterno e noi l'abbiamo fatta morire. Donna dai lunghi capelli neri che diventa polvere di fronte ai nostri occhi, portata via dal vento mentre dolce lacrime scivolano sulle guance. E adesso la invochiamo, tremanti come cani bastonati. La citiamo in discorsi a vanvera. "Sono diciottenne, sono libero!" Io ti dico vaffanculo. In realtà siamo tutti in trappola. Siamo tutti racchiusi nella nostra stupida idea di libertà che altro non è che un modello standard 4x4. Crediamo che Libertà sia una sensazione da tre soldi che si prova quando si è felici. Quando hai mangiato al McDonald's con un amico, quando hai preso lo stipendio o quando hai fatto una stupida maratona la domenica mattina ed hai svegliato ¾ del vicinato - nota autobiografica - . Queste cazzate che assumiamo a Libertà sono solamente schemi concettuali di vita vissuta che ripetiamo ogni giorno! La nostra (imitazione di) Libertà è uno schema; proprio uno schema trascendentale alla Kant! Per negare il fatto, ossia per occultare il nostro omicidio di massa, ci siamo costruiti un'imitazione da venerare. Come nel treno di Agata Christie: una coltellata alla volta, avanti, prego, lei ha il biglietto? Oh, sì, lei non sa un cazzo di nulla, è il benvenuto, prego, fate scorrere la fila! Sai cos'è successo una settimana fa? Ricorderai sicuramente l'esecuzione di cui ti parlavo. Un bambino è morto, mentre si trovava all'asilo nido, perché un contro soffitto gli è caduto addosso e il corpo è stato sfra...

    Non vorrei finire, mai. So che sei sfinito ma dai ancora seguimi, per poco. Il suo corpo è stato sfracellato, per l'urto. Per me la Libertà è nuovamente morta. Il fatto che, un bambino non possa essere libero di vivere la sua vita, perché le scelte di qualcuno gliel'hanno impedito. Adesso lui è morto e tu stai piangendo. "Allora in verità ti dico che [... ]" noi dobbiamo recuperare ciò che è nostro di diritto. Dobbiamo smettere di combattere guerre fratricide e di autodistruggerci. Abbattiamo questa società di Mass Media "che ci fanno comprare cazzate che non ci servono" (citazione da Chuck Palahniuk, unico e vero Dio), abbattiamo questi vincoli; questi obblighi morali verso il nulla e torniamo là. Torniamo al "Locus Amoenus" principe, a quella dimensione immateriale nella quale nulla c'è ma tutto è possibile. Solamente noi stessi e la nostra libertà, la nostra unica e giusta catena avvolta intorno al cuore.

    Note dell'Editore

    Abbiamo pubblicato la seguente lettera, da noi considerata volgare ed esasperante, priva di contenuto e falsa. Libertà è un termine che abbiamo abolito nel 2307, ben 40 anni fa. Di conseguenza, vi invitiamo alla lettura poiché possiamo aborrire tutto ciò che vi è scritto. Oggi, noi possediamo il termine "****" e questo vi deve bastare.

    P.S. L'autore è morto suicida.

    In fede, Partito del Denaro.
    Dai, stavo scherzando.

    Siamo nel 21esimo secolo e sono vivo.

    Quel Partito era una metafora, tutto lo era.

    Nessun bambino è morto.

    Nessun cane è stato maltrattato per l'esecuzione di questa lettera.

    Andate in pace.

  • 16 settembre 2016 alle ore 19:26
    "I sette anni nuovi - Anima nuda"

    Come comincia: Rapita
    Cecina 2003
    Sonnambula nel sole, cammino avvolta dai colori di luce perdendo la percezione della realtà, come non fossi più corpo pesante ma solo pensiero sospeso, mi sento risucchiare e scivolare nella luminosità del mattino di Firenze.
    E mi lascio rapire.
    Quella luce mi rapì, inondò il mio essere e allargò le braccia stringendolo ad essa per adagiarlo sulla sabbia di Cecina, fresca di mattino, che solo un istante fa, di una vita fa, celava il suo spazio sotto i miei passi nelle vie di Firenze.
     
    Guerra cieca
     
    Eccomi prigioniera di quel giorno in cui obbligai me stessa a percorrere la strada che mi divideva dal mare. Ero nell’istante di una vita lontana, da me e da Firenze e da ogni mio passato, nella stessa luce di una stessa strada colorata di silenzio, del silenzio di una mattina di domenica in città; nel silenzio del giorno di ogni giorno d’inverno sulla sponda del mare toscano. Nella piccola casa, al mare.
    Il buio e la guerra cieca che avevano consumato il mio essere, rimbombanti di parole mute, erano straboccati dal mio corpo. Figure mostruose, come ectoplasma dai colori ombrosi cangianti, nefande lottavano fino a squarciare tutto il mio essere; soltanto un’ultima fessura che lasciava intravedere la luce, mi mostrò il mare.
    E andai verso la mia vita al mare.
    Il viale alberato di pini lanciava schegge di resina, il cielo l’aiutava, pesante ed elettrico schiacciava al terreno profumi ed umido plumbeo. Tutto schiacciava verso terra.
    Il mio pensiero, i miei mostri, le immagini della mia esistenza che come cani rabbiosi invadevano le mie notti e i miei giorni, furono compressi dalla pesantezza del cielo e dalla rigidezza dell’asfalto.
    Il mare, la spiaggia, la friabilità della ghiaia che sprofondava sotto il mio passo, furono la  mia musica pregna di cacofonie, la mia unica possibilità di fuga.
    La fuga da me stessa, da quei mostri che possedevano me e tutto: tutto ciò che respiravo, la piccola casa al mare, il mio rifugio, la mia tana, la mia libertà incatenata.
    Rintanata come animale ferito e sanguinante per puro spirito di conservazione, senza pensiero cosciente, con solo una montagna frantumata sul mio corpo e sulla mia anima: ero morta e non lo sapevo.
    Come spirito ancora incatenato ai ricordi della terra, vagavo nell’etere sbattendo sui corpi fisici.
    Sfuggendo alle leggi di gravità, ora cadevo, ora tornavo a volare. Mai fui consapevole del mio andare, “sapevo” che erano quelli i passi che dovevo seguire, né mai seppi però, se percorsi piste celesti o caverne o sentieri. L’istinto mi spinse a camminare, a scoprire come neonato ogni oscillazione del tempo, ogni contatto con la vita.
    Ero morta e lo sapevo, pur essendo conscia di avere un corpo fisico che sentiva il freddo e il caldo e forse il dolore riservato agli esseri animati.
    No, il dolore no, non sapevo più se lo sentivo, non ricordo infatti di essermi mai fatta male o di aver sanguinato o fratturato un osso. So di aver cercato l’ ortica nei campi un giorno in cui un flash umano mi portò a pensare: ”- cosa ho da mangiare? Nella dispensa ho solo il riso che, chissà quale attimo di discernimento mi ha portata nel supermercato ed ho comprato -” ricordai una ricetta semplice con ingredienti il riso e l’ortica.
    E cercai l’ortica.
    La cercai, oh sì, la cercai! Iniziai ad estirpare un’erba che nella mia memoria di vivente equivaleva ad essa, un passante curioso e stupito mi chiese cosa stessi raccogliendo, e perché. Ero sveglia, ero in un angolo di vita in cui l’appetito fa ricordare all’uomo che è un essere corporale succube di bisogni come il cibarsi. Non parlavo con nessuno da settimane, la voce di quel giovane mi rimbombò dentro improvvisa come una scarica elettrica, tornò spontanea l’autodifesa dell’uomo colto in flagrante, e con falso candore risposi che raccoglievo ortica per preparare un infuso rigenerante per i capelli -come ricordavo di aver davvero fatto- atteggiandomi a cultrice di rimedi naturalistici. Ero dispersa in un mondo che non riconoscevo e che non mi riconosceva, ma l’arcaica dignità umana mi spingeva a mantenere uno status quo che comunque mi apparteneva.
    -“No, signora, non è mica questa l’ortica... non vede, non punge! L’ortica punge, irrita…- “
    Fu così che imparai a riconoscere l’ortica, doveva pungere, irritare. Non usai più i guanti per questa impresa, prima toccavo con la punta delle dita le foglie. Imparai a cercarla fra le erbe con le mani nude utilizzando uno dei cinque sensi che per primo mi venne in aiuto più degli altri quattro. Il tatto.
      Capitolo V
    L’inizio della scoperta
    2003
     Imparai la potenza del tatto. Che dono possiede l’uomo! Il tatto. Ce ne siamo scordati, così veloci nel percorrere l’istante, malediciamo questo senso nello scottarci con il fuoco o nell’incontro con un corpo tagliente o se battiamo; se ci facciamo male, solo se ci facciamo male ci ricordiamo del tatto.
    Penso alla dolcezza di una mano che accarezza e trasporta nel proprio sangue la geografia della pelle toccata; alla mano di un cieco che disegna nei propri occhi e accende nella mente quanto sfiora, e lo fa intimamente suo. La mano di un bimbo che accarezza e trasporta nella sua anima il corpo di sua madre, dal suo primo contatto nell’utero. Il tatto: la telecamera dell’anima.
    Sì, conobbi il tatto nella sua arcaica fattezza e mi fu dolce il bruciore spinoso dell’ortica quando per esso, la riconobbi.
    È vero, qualche dolore fisico lo conobbi, anzi, lo riscoprii, il pungere dell’ortica fu l’inizio.
    Posso dire allora, che sentii anche il dolore fisico, se il fastidio urticante di quest’erba si può definire doloroso.
    Tanto incupita era l’anima da negarmi la percezione di ogni realtà fisica, la scoperta dell’erba urticante mi fu da apripista nell’indagine del mio sopore indotto dal fiume sporco nel quale ero annegata.
    Gli istanti incastrati nelle ore dei giorni che mi sono passati addosso non mi hanno fatto molto male, il male umano, il dolore fisico. No, hanno disegnato solchi nei quali sono cresciuti disegni, non cose, disegni. Solo l’anima è stata in grado di vedere, ha seguito i ritmi giorno-notte, lavoro-riposo. Solo l’anima. 
    Fui per un periodo indefinibile, nel tempo dell’anima, e fu più potente del percorso umano della vita. Visitai zone sconosciute e rivisitai tutta la mia esistenza come nel lungo flash che vive l’ uomo nell’atto della morte, ma lo feci da viva. Lo feci nell’inconsapevole culla verde delle colline toscane e fra i suoi liquidi azzurri.
    Come sa un luogo, regalarti e alimentarti delle proprie energie!
    Quando un essere umano è smarrito, quando nel suo sterno albergano solo fumi di pensieri morti che senza regole si espandono e ottenebrano, può suggere da cieli nuovi e forti, una parvenza di timida energia, che lentamente lo avvolge e senza né rumore né movimento, lo possiede. Lo rinvigorisce senza che se ne renda conto.
    E quelle colline e quei liquidi azzurri toscani, furono le mie nutrici.
    Mi lasciai supinamente trasportare dal letto di fratello Fiume e nelle soste, depositare sulle sue rive.
    Vissi la morte nell’ultimo cunicolo che ci separa dalla vita e tornai indietro dopo aver intravisto la luce. La rubai, la luce, come scia di un abito da sposa la portai con me, attorno a me, nel percorso di vita che ancora non avevo vissuto.
    Oltrepassai la linea e vidi ciò che solo i folli sanno vedere, oltrepassai la linea e rubai con astuzia quanto si poteva rubare e portare indietro, anzi, avanti, nella vita.
     

  • 13 settembre 2016 alle ore 15:48
    Annadelmare del sì

    Come comincia: Sarei stata madre perfetta. Avrei espiato l'arcana e involontaria colpa. Così come avevo imparato già da bambina, mi sarei presa cura di chiunque attraversasse la strada della mia vita, avrei dato tutto l’amore e la comprensione che non avevo ancora vissuto; le attenzioni malate che avevo conosciute, le avrei trasformate in sentimenti puliti, lavati con le lacrime del cuore, purificati.
    E divenni alchimista di me stessa.
    Usai il dono dell’intuizione e dell’allegria per alleviare le sofferenze di chi mi stava intorno.
    La mia penna seguitava a inondare pagine che inviavo ai miei piccoli, pagine pregne di amore, atte a scaldare le loro notti, e tanto più lunghi erano i discorsi scritti, tanto più lunghi vedevo i loro momenti fra le mie braccia. Ero la loro mamma virtuale. Gli abbracci d’amore erano righe colorate d’azzurro su fogli animati da sentimenti belli.
    Abbracci che nostra madre non poté partecipare.
    Colorai di sole la casa dell’uomo nero. Era questa la promessa fatta a me stessa in fondo: dare la gioia di cui ero composta, che la capacità di uscire dal mio corpo e di guardarmi a distanza, aveva preservato...
    ... Durai poco a sfondare le corazze di stanze viventi chiuse nelle proprie stanze, il mio spirito determinato a volere armonia iniziava a conquistare ognuno, sviluppai le doti della maiéutica ed entrai nei loro animi, acquisii l’incombenza di fata turchina e si aprirono le porte.
    Nel castello esisteva una vera gerarchia regale. Il re, e indiscussa autorità, la regina, senza corona e senza autorità; seguivano le ancelle del re e delle principesse e dei principi. Erano in nove i dimoranti di questo invalicabile luogo, io era la decima, dopo di me venne una bella cagna a rallegrare noi, uccelli in gabbia, e i canarini gialli già in gabbia.
    Senza mai lasciare la me che guarda me, mi imposi di apprendere le arti che più si addicono ad una “perfetta donna di casa” e mi circondai di stoffe e fili e imparai a cucire; di fili colorati e imparai a ricamare; di fili di lana e imparai a fare maglie e cappotti e cappelli e scarpe e quanto è possibile inventare con due ferri e qualche gomitolo; non amai molto l’uncinetto però, dai miei lavori sortivano croste infeltrite e l’abbandonai.
    La regina si innamorava sempre più di questa donna bambina e con sguardi indulgenti mi cantava antiche strofe che dipingevano ironicamente le mie fatiche non sempre gratificate dal successo, ma come fu o non fu, divenni davvero brava. Avevo sete di imparare qualunque cosa, come se fosse di importanza vitale che le mie mani potessero creare tutto ciò che la mia mente partoriva. Non lasciai mai i miei colori e i miei pennelli così come mai staccai le dita dalla mia penna che fedele mi concedeva di far dialogare la me dentro di me e, senza ritegno, mi abbracciavo.
    Le notti di sonno furono gli anestetici del sottile disagio mascherato di vitalità dei giorni chiusa nel castello, remissiva e ubbidiente alle esigenze del mio signore; dei giorni senza sole che la nuova città di adozione mi offriva a larghe mani.
    Cieli sempre opachi, conobbi la nebbia grigia e triste, ferma e silenziosa sulla città e sul mio cuore forse ancora innamorato, che mi insegnò la nostalgia dei miei cieli aperti; fra le righe del mio scrivere comparve e stazionò la parola mare, aria, vento.
    Più restavo chiusa fra quelle mura, più i miei polmoni annaspavano l’aria...
    ... circondata dal lago; mi immaginai principessa confinata accanto alla libertà, passeggiavo fra cespugli di mirto e boschi di betulle appena mi era concesso, sorridevo alle farfalle e alle folaghe che si posavano qua e là, spesso vicino alla mia larga e lunga gonna nera a fiorellini bianchi, dono della mia quasi coetanea zia dagli occhi come i miei, di limpido azzurro se con l’animo sereno, grigi come l’inverno se con l’animo ferito, macchiati di verde se con l’animo triste e confuso; solo un altro componente della mia famiglia ha i nostri stessi colori, dopo due generazioni. Mi assaliva la tristezza al momento di rientrare nelle stanze fredde e in penombra dove infermiere senza volto aspettavano con vassoi di gelido alluminio ingentiliti da capsule variopinte. Sentivo le gambe prendere forma di blocchi di cemento che impedivano i passi quando dovevo andare verso il mio lettino senza cuscino accanto ad altri cinque giacigli di donne sconquassate dalla tosse omicida e dai loro sputi di sangue. Trattenevo il respiro per l’angoscia del contagio, non volevo essere come loro: pallidi scheletri con brandelli di polmoni; volevo vivere, ero troppo giovane per chiudere il mio romanzo con una morte di tisi, Puccini non mi piaceva e neanche la Bohème mi piaceva e Mimì poi, aveva un nome troppo corto, così poco elegante, non mi si addiceva. Non volevo per me questo triste e struggente epilogo.
    La mia bellissima mammina, il sole e il canto e le risa, di cui era intessuta, comparivano in tutte le forme in tutti i miei pensieri del giorno e nei sogni delle notti. Non la vidi per anni, non piansi mai; mi stavo esercitando ad alimentare la forza contenendo il dolore per elaborarlo e, come elemento chimico, mettere a disposizione l’emozione solo quando avesse cambiato i connotati, ero l’alchimista di me stessa, no? Ed ero brava, stavo sperimentando in prima persona come filtrare il nutrimento nocivo e tramutarlo in vita, come fossi in possesso della pietra filosofale, d’altronde ero consapevole delle corrispondenze tra ogni componente del cosmo e il mio vissuto mi avvicinava e legava sempre più al pensiero di Trismegisto, alla progressiva crescita conoscitiva; forse sarei arrivata a mutare anche i metalli meno nobili in argento e oro.
    Non ero consapevole però che fosse giusto soffrire per la mancanza di amore e che fosse giusto averlo, l’amore; e che ero ancora una bambina bisognosa di essere accompagnata alla vita.
    Mi trovavo catapultata in un mondo di grandi e dovevo essere grande, e grata al mondo che accettava la mia esistenza. La mia anima colorava i ricordi del passato, bastava una nota per accendere la melodia che mia madre cantava un mattino mentre un profumo di pan di Spagna riempiva l’aria e i miei occhi si aprivano allo stupore del giorno, mi accarezzava il sole che entrava nella mia stanza; il ricordo dolce si concludeva lì e stavo bene, rimanevo aggrappata ai miei colori, avevo paura di perdere qualcosa di importante se avessi lasciato andare avanti le memorie, se avessi accettato che di mia madre non ricordo un abbraccio, avevo paura di processarla e scoprire che l’amore che non seppe mostrarci fosse anaffettività. L’amavo e non potevo accettare che non mi amasse, non potevo viverla per conoscerla...
    non era giusto giudicare una madre e preferivo giustificarla e amarla sempre più, fino a sentirmi in simbiosi con lei. Ma altre cose accadevano dentro di me: si rafforzava il bisogno di elevarla e sentirmi poco importante, non solo agli occhi suoi ma alla mia stessa vita; amare come lei non aveva saputo amare me, divenne l’inconsapevole mia ragione di vita.
    ... segue...
     

  • 09 settembre 2016 alle ore 13:58
    STUPENDE PASSIONI

    Come comincia: Gentili e cari lettori  prima di iniziare a descrivervi le vicissitudini dei personaggi di questo racconto ve li voglio presentare come si faceva una volta per i libri gialli, e allora:
    Erasmo Minutoli - parrucchiere e titolare di un salone di bellezza
    Giuseppe  (Giu.Giu) suo figlio – sommozzatore
    Caterina  - lavorante
    Tindara - massaggiatrice
    Ovviamente vi sarete domandati come ad un parrucchiere fosse stato imposto il nome di un filosofo olandese: presto detto il nostro eroe era figlio di lavoratori della terra, insomma mezzadro il cui padrone molto religioso ma a cui  la natura non aveva concesso di diventare padre, aveva chiesto (diciamo imposto) al genitore di Erasmo di affibbiargli quel nome, tanto impegnativo, dietro congruo compenso.
    La di lui consorte lo considerò come un figlio e quando il ragazzo compì quattordici anni pensò bene di farlo impiegare come apprendista presso il suo  parrucchiere e così il ragazzo passò dalla terra agli shampi.
    Quello che aveva lasciato perplessi la maggior parte dei paesani del padre di Erasmo era il fatto che il ragazzo non aveva alcuna caratteristica fisica dei genitori, abitanti nella frazione Giampilieri di Messina, in quanto crescendo era diventato un giovanottone di un metro e ottanta contro i sessanta centimetri dei genitori ma…la divina provvidenza!
    La nostra storia comincia quando Erasmo settantenne e reduce da un infarto decise di diminuire il lavoro lasciando praticamente in mano l’azienda alle due collaboratrici. Nel contempo gli giunse dal Brasile una comunicazione del figlio Giuseppe: “Sto rientrando, una sorpresissima per te!” Il rampollo, titolare di una società di sommozzatori, un mese prima era partito destinazione Rio De Janeiro per godersi il carnevale. Conoscendo  la scapigliatura dell’erede, Erasmo non gioì della notizia e si apprestò a ricevere con ansia l’arrivo del giovane che aveva preferito le profondità marine  alle forbici di parrucchiere.
    La nave da crociera “Golden Gate’ giunse nel porto di Messina alle prime luci dell’alba di una giornata estiva soleggiata. Giuseppe non era solo, in sua compagnia due bellezze brasiliane quelle che ti fanno perdere il sonno, altre quasi quanto lui, erano la copia esatta di quelle che si vedono in tv, la prima cosa in evidenza il loro meraviglioso popò e tutto il resto, al loro passaggio i maschietti ci rimettevano la vista!
    L’Aston Martin DB 9 a lui intestata era stata il cadeau di una signora maritata con un brasiliano titolare della concessionaria di quella marca; la dama romana di nascita aveva conosciuto il  marito al raduno europeo dei rappresentanti della Aston ed aveva preferito un’italiana a tante bellezze sue paesane, i gusti son gusti!
    Durante il carnevale Giu.Giu si godeva in strada il passaggio delle varie scuole di samba, alzando gli occhi notò al piano rialzato una signora bionda appoggiata alla balaustra che sembrava non interessata anzi proprio annoiata dello spettacolo e con  una lunga sigaretta fra le labbra. Alzando la voce Giu.Giu: “Che brutto vizio, ne conosco di migliori!” La dama per nulla impressionata di quella battuta piuttosto infelice: “Venga su a spiegarmeli di persona!” e così il nostro eroe si trovò in grande salone ben arredato ed illuminato. Finto baciamano e: “Talvolta mi capita di esprimermi in espressioni non felici, le chiedo scusa.” “Niente scuse, vedo questo spettacolo da anni, mi annoia e da buona romana di S.Giovanni preferirei una festa paesana ma son qua…” Così iniziò il legame fra Giu.Giu ed Armida che si consolidò nei giorni successivi anche per la costante assenza del di lei marito che, alla consorte ed  al lavoro, preferiva la compagnia di giovanissime ragazze indigene.
    L’amicizia fra i due divenne ogni giorno come dire, più salda, insomma passavano molto tempo nel meraviglioso lettone coniugale (naturalmente in assenza del legittimo proprietario).
    “Armida è il nome di una maga musulmana…” “Mi ha battezzata una mia zia professoressa di lettere antiche, non mi dispiace.” Come non  le dispiaceva la compagnia quotidiana  del suo ‘toy boy’ di vent’anni più giovane e nel pieno delle doti di stallone, la dama si stava innamorando del giovane amico e talvolta piangeva sapendo che prima o poi sarebbe sparito dalla sua vita. Una volta Giu.Giu accompagnò Armida in un salone di bellezza – barbieria dove prestavano servizio Lea e Karen. Il giovin siciliano prese confidenza con le due sotto lo sguardo inviperito di Armida e così quando comunicò loro il suo desiderio di ritornare in Sicilia gli chiesero di aggregarsi a lui per esercitare la loro professione in Italia. A Giu.Giu l’idea piacque, già si immaginava la faccia di suo padre e dei vari suoi amici e conoscenti nel vedere due brasiliane  da favola.
     La notte prima della partenza  Armida la passò fra lacrime e sesso, non volle accompagnare il suo amante al porto, niente addii,  vide l’Aston Martin sparire in direzione dell’imbarco, un ricordo dolcissimo e triste per tutta la sua vita.
    A Messina,  riempiti la sua auto ed un tassì di bagagli, Giu.Giu si presentò al salone di bellezza in viale della Libertà a Messina e: “Paparino carissimo ti presento Lea e Karen parrucchiere per uomo e donna  e massaggiatrici, puoi pensare ad una pensione serena!”
    L’espressione del viso del povero Erasmo era da fotografare, il suo sguardo passava da una all’altra delle due  senza  riuscire ad esprimere verbo, furono le due ragazze a sbaciucchiarlo. Le signore sotto i caschi erano rimaste basite; così cominciò il nuovo corso del salone di bellezza di Erasmo che, nei giorni successivi, dovette subire tutti i cambiamenti all’interno del suo locale predisposti da Giu.Giu. Dopo quindici giorni ci fu l’inaugurazione con tanto di articolo su un giornale di Messina in cui erano riportate le foto del locale rinnovato con la scritta: “Due brasiliane massaggiatrici e parrucchiere per uomo e donna.”
    Le cotali avevano preso alloggio nel piano superiore del salone abitazione di padre e figlio, insomma una rivoluzione nella vita di Erasmo che non sapeva di essere contento di quella variazione nella sua vita oppure…
    La novità di quel locale particolare fece  presto a passare di bocca in bocca, anche molti maschietti presero a frequentare la barbieria previo appuntamento data la notevole mole di lavoro.
    Un giorno Erasmo prese da parte il figlio: “Giu.Giu dimmi qualcosa di più sul tuo soggiorno in Brasile e su Lea e Karen.” “Papà la mia sembra una favola: durante una sfilata di carri carnevaleschi mi sono trovato sotto l’abitazione di una signora che dal primo piano di godeva lo spettacolo, la cotale stava fumando ed io per fare lo spiritoso le dissi: ‘Conosco vizi migliori’ al che la dama invece di mandarmi a quel paese mi indicò  il portone di casa sua e mi fece entrare. Una cinquantenne che non dimostrava affatto la sua età anzi. Si presentò: era nata a Roma ed aveva conosciuto suo marito brasiliano durante un raduno di concessionari dell’auto Aston Martin. Le aveva chiesto di sposarlo e si trasferì a Rio de Janeiro. Ben presto divenimmo amanti e Maria mi fece intestare la Aston Martin che ho con me. Tramite lei ho conosciuto Lea a Karen che lavoravano in un istituto di bellezza da lei frequentato. Al mio con le due ragazze imbarco è stato per lei una tragedia, si era innamorata di me. Una cosa particolare : sai chi sono i transessuali? No, loro lo sono,oltre le tette hanno anche il pene,  ho voluto constatarlo di persona ma non ho avuto con loro alcun rapporto, sono e resto etero. Molto probabilmente le due quando la sera escono incontreranno qualcuno che ama quel genere di sesso, ho imposto loro di non portare nessuno a casa nostra e la mattina di essere puntuali al lavoro, il resto non mi interessa d’altronde non ti puoi lamentare.”
    Erasmo, rimasto al concetto dei due sessi, guardò il figlio come istupidito, non fece commenti.
    Nel frattempo erano accaduti vari avvenimenti degni di nota: una mattina si era fermata dinanzi al negozio un fuori strada Range Rover il cui conducente chiese di poter usufruire delle prestazioni delle due brasiliane, si trattava di Arthur Donato, australiano, di lontane origine messinesi. All’uscita, dopo una mancia esagerata, invitò le ragazze nella sua villa sui Monti Peloritani. Le interessate dopo un colloquio con Giu.Giu accettarono ma a condizione che fossero accompagnate dal loro amico.
    All’imbrunire di una afosa giornata di agosto, Giu.Giu. prese la strada di via Palermo per poi proseguire  sino alla località  Musolino  e finalmente ‘approdarono’ alla villa dell’australiano. Locali arredati con molto stile e buon gusto segno di disponibilità finanziarie del padrone di casa. Nella ‘lunchroom’ (sala da pranzo) era apparecchiata un grande tavola ovale con ogni ben di dio. Ai tre ospiti fu fatto visitare l’immenso giardino ed alla fine: ‘ladies and gentleman enjoy your meal’ (buon appetito).  Anche i vini era all’altezza, poi i dessert e quindi un classico whisky per completare la serata.
    “Il signore non si offende se io mi ritiro in camera mia a conversare con le signore?” e senza ottener risposta prese sotto braccio Leda e Karen e sparirono in fondo ad un corridoio.  Giu.Giu. pensò bene di seguirli, d’altronde quello era il compito a lui assegnato, verificare che l’australiano non commettesse qualcosa di sbagliato. Il resto avvenne in breve tempo, tutti e tre sotto la doccia e poi fuochi pirotecnici: i due trans che si inchiappettavano fra di loro, poi la volta di Arthur ad ottenere quel trattamento e la storia durò a lungo. Giu. Giu pensò bene di tornare alla sala da pranzo e si appisolò. Riprese conoscenza a causa degli strattoni procurati dalle due ‘signorine’. “Torniamo a casa.”  Durante il viaggio di ritorno le due babys erano euforiche: cinquemila euro a testa, mih!
    Lea e Karen avevano intrapreso la loro strada, unica restrizione non portare a casa nessun amico o amica per il resto…fatti loro.
    Giu.Giu. aveva ripreso il suo lavoro di sommozzatore con la sua barca appoggiandosi al lido di compare Francesco. Il lavoro non mancava ed il suo tempo libero era occupato dalla signora Evelina, splendida consorte del sunnominato durante l’assenza del titolare; certo la situazione era un po’ stancante data la fame sessuale arretrata della cotale ma mai lamentarsi! 
    Una vera svolta nella vita c’è sempre: per Giu.Giu: avvenne allorché venne ad abitare nel palazzo di casa sua una ragazza, la nipote della signora Annibaldi, vedova, romana, residente a Messina dopo la morte del marito maresciallo della Marina Militare.
    Antonella, questo il suo nome, colpiva i maschietti sin dal primo momento: altezza superiore alla media, brunissima, viso delicato, triste, il resto del corpo da far invidia ad una modella professionista. Il problema era la sua riservatezza: solo per qualche minuto  lasciava in spiaggia la sua sedia a sdraio ed il libro che stava leggendo per un breve bagno in mare a poi ritorno sotto l’ombrellone.  Simile atteggiamento scoraggiava eventuali mosconi che ad ogni  approccio venivano allontanati con uno sguardo tipo: ‘vedi dannà a …’ per dirla alla romana. Giu.Giu fu più fortunato, nel salire le scale di casa ad Antonella cadde di mano un libro che finì nella tromba delle scale, libro prontamente recuperato dal sommozzatore  e riconsegnato alla proprietaria con un sorriso. Ad un informale ‘grazie’ Giu.Giu si fece più coraggioso:  “Sono Giuseppe Minutoli sommozzatore, l’ho vista in spiaggia, nel caso avesse bisogno di …” “Niente lezioni di  nuoto, amo la montagna!” “Perfetto ho un fuori strada e conosco bene le colline sovrastanti Messina…un spettacolo da non perdere!” ” E che io invece perderò, non mi piacciono  i bellimbusti!” “Grazie per il bello…l’invito è sempre valido.”
    ‘Fortuna audaces adiuvat’ il detto romano antico fu di aiuto a Giu.Giu: Antonella era nel salone di suo padre sotto le mani esperte di Karen. “Qui non ha via d’uscita,é a casa mia” “Allora sono sotto sequestro…” “O mon dieu no, solo un invito.” Cosa strana la baby sorrise: “Voglio premiare la sua faccia tosta, ci vediamo domattina in spiaggia.” Barba rasata alla perfezione,  doccia prolungata con bagnoschiuma profumato, acchittato di tutto punto Giu.Giu si presentò in spiaggia verso le otto ma la baby comparve solo alle nove. Finto baciamano. “Non è questo il modo di conquistarmi ammesso che io lo voglia, talvolta è meglio la lettura di un libro…” “Essere preferito ad un libro non mi é mai successo!”  “Senta non faccia il conquistatore a getto continuo di Petroliniana memoria, rien à faire!” “Ho esaurito il mio fascino, forse è meglio che…” ”Va bene, mi pare che sia figlio del parrucchiere anche se mi pare abbia scelto altra professione.” “Si amo le sirene!” Questa volta Antonella rise di gusto. “Femme qui rit…” “Conosco il francese, se lo può dimenticare di portarmi a letto, a me serve solo per dormire!” “Tante cose buone sprecate…” “Andiamo a fare il bagno, vediamo le sue qualità di sommozzatore, a  proposito perchè lo chiamano Giu.Giu penso sia meglio Giuseppe o Pino.” Giu:Giu pensò: “Chiamami come cazzo ti pare basta che me la molli!” “So leggere nel pensiero delle persone, si vergogni!” Questa volta fu Giuseppe a ridere della grossa. “Questa poi, dovrei vergognarmi, è abbastanza normale che un maschietto…” “Maschietto normale ho notato un ristorante sul lago di Ganzirri,’ La Sirena’, appuntamento stasera alle venti ed adesso lasciami alla mia lettura, ciao.”
    Inutile dire che mezz’ora prima dell’appuntamento Giuseppe (così preferiva chiamarlo Antonella) si era installato a bordo della Aston con l’occhio rivolto al portone d’ingresso, la baby lo faceva apposta a fargli tirare il collo…ad un tratto: una visione: Antonella fasciata in un tubino nero con la parte superiore in merletto rosa e generosa scollatura dietro la schiena, capelli raccolti a chignon, viso truccato in modo magistrale, tacco altissimo che la faceva superare il suo compagno in altezza.
    “Ti trovo bene…” “Bugiardo matricolato non mi vuoi dare soddisfazione dovevi dire: sei uno schianto!” “A quest’ora ho fame e forse i miei sensi di sono come dire affievoliti.” “Metti in moto ‘sensi affievoliti’ma soprattutto guida piano!”
    All’ingresso del ristorante furono ricevuti da Salvatore il capo cameriere il quale si presentò con una gaffe: “Nuova fidanzata, complimenti!” Sguardo inceneritore da parte di Antonella: “Vedo che porti qui le tue conquiste!” “Vorrei farti notare che il locale lo hai scelto tu, col tuo permesso vorrei scegliere io il menu: allora Salvo  antipasti di frutti di mare,  cozze in brodetto, tagliatelle alla marinara, franceschini e acciughe fritti, trancio di spada e soprattutto contorni di insalata mista, il solito Verdicchio dei Castelli di Jesi che ti ho fatto pervenire da un amico di Jesi. “ Nel frattempo Antonella non aveva proferito verbo ma: “Non pensi che ci vorrebbe una passeggiata chilometrica per smaltire tante calorie?” “I Monti  Peloritani ci aspettano.” La presenza di Antonella aveva suscitato la curiosità prima di tutti del padrone del locale che si era presentato col solito finto baciamano e poi degli avventori maschi con relative facce imbambolate. Sguardo di sfida di Giu.Giu: “qui ci bagno il becco io” anche se non era vero.
    Finita la cena, pagato il conto con la carta di credito (il contanti è volgare) i due fecero passerella in uscita dal locale.
    “Ma douce amie devo predisporre il satellitare, suggeriscimi  il percorso.” “Non c’è bisogno del satellitare, viale della Libertà!”
    “Inutile dire ognuno a casa propria…” Giu.Giu ci provò  e Hermes adiuvante: “Ti invito a casa di mia zia ma sappi che sono cintura marrone…”
    “Mi capita talvolta che in testa mi vengano dei flash strani, in questo momento mi viene in mente un libro che era di mio nonno intitolato ‘Il segretario galante’ in cui erano predisposte lettera d’amore per gli innamorati timidi che non sapevano cosa scrivere per conquistare una ragazza. Una lettera cominciava così: ‘Signorina sin dal primo momento che l’ho vista ho provato un tuffo al cuore…” Risata navigabile avrebbe scritto il buon Jacovitti umorista del giornale per ragazzi ‘Il Vittorioso’; Antonella prese a ridere a singulti, non la smetteva più tanto che si trovò senza volerlo abbracciata a Giuseppe. Finita la risata, asciugate le lacrime Antonella: “Donna che ride…ti piacerebbe mascherina! Sentiamo un po’ di musica, che genere ami?” “Il jazz, se tua zia ha un classico di Count Basie oppure un ballabile possibilmente lento.” “Certo lento…” Trovarono un disco di Mina e con un certo distacco fisico Giu.Giu abbracciò Antonella che  guardandolo negli occhi si fece seria e dopo un po’ andò a sedersi sul divano rabbuiata in viso. Giu.Giu la seguì, cominciava un po’ a scocciarsi, che cavolo poteva aver combinato, proprio non riusciva a rendersene conto, capì che non era serata e dopo un: “Buonanotte” si congedò dalla baby.
    Alle sette della mattina seguente  Minutoli junior stava imbarcandosi sul motoscafo  con cui lui ed il socio Franco dovevano andare in mare a recuperare oggetto su un relitto quando, guardando verso la spiaggia antistante il negozio di suo padre, notò sulla battigia una figura di donna:  binocolo,  Antonella. “Franco vai da solo devo sbrigare una faccenda urgente.”
    Era Antonella seduta sulla sabbia abbracciata alle gambe, testa bassa non in costume da bagno ma con gonna, maglietta e scarpe: “Antonella…” nessuna risposta, “Antonella guardami cosa…” niente da fare Antonella sembrava imbambolata. Giuseppe decise allora di prenderla in braccio , traversò la spiaggia, la strada e, entrato nel suo appartamento, depose il dolce fardello sul suo letto togliendole le scarpe e coprendola con una coperta, era gelida, chissà quanto tempo aveva passato sulla spiaggia ma soprattutto perché uscire di casa la mattina presto o forse la notte, interrogativi ai quali il buon Giu.Giu. si ripromise di porseli dopo aver telefonato alla zia della ragazza. Per fortuna nel cellulare c’era la segreteria telefonica, lasciò un messaggio assicurativo sull’assenza della nipote: “Abbiamo deciso di fare una gita, nessuna preoccupazione sulla nostra assenza.” Naturalmente dovette evitare di uscire per non farsi vedere in giro, si accovacciò vicino ad Antonella che era caduta in un sonno profondo che durò sino alle quindici del pomeriggio sin quando: “Da quanto tempo sono qua?” “Ho preparato un sugo delizioso, dovresti aver fame.” “Vado in bagno a farmi una doccia, posso usare il tuo accappatoio, non guardare dal buco della serratura.” La baby aveva ripreso le penne ma restava da scoprire il motivo di quella sua uscita notturna. “Dobbiamo restare nel mio appartamento, ho telefonato a tua zia comunicandole che siamo fuori Messina in gita e quindi…” “L’hai studiata bene ma non pensare che ci esca qualcosa, understand?” “Dobbiamo trovare un modo per passare il tempo, se ti va raccontami qualcosa del tuo passato, del mio c’è poco da dire, da buon edonista immagina tu!”
    Antonella si era rabbuiata, Giu.Giu aveva toccato il tasto dolente, forse quello che aveva portato la baby ad uscire di notte da casa, inaspettatamente: “C’è qualcosa del mio passato che mi condiziona e mi fa soffrire: all’università ho conosciuto un mio compagno di studi, abbiamo preso a frequentarci tutti i giorni finché ci siamo innamorati, si il mio primo amore, non  ci dormivo la notte, non vedevo l’ora di incontrarci ma qualche dea dell’Olimpo invidiosa ha deciso di porre fine alla mia felicità: il mio ragazzo perse la vita in uno scontro fra la sua moto ed un camion, ho lasciato Roma, troppo dolore ed ho accettato l’ospitalità di mia zia a Messina, altra tragedia della mia vita: i miei genitori sono morti in un incidente stradale quando avevo quattro anni, sono stato cresciuta da mia zia Elvira, sorella di mio padre, fine della storia.” Inaspettatamente Giuseppe si trovò abbracciato ad Antonella , era stata lei a prendere l’iniziativa, al ragazzo non pareva vero…”Sei rimasto sorpreso dì la verità, sentivo di farlo, mi sei piaciuto appena ti ho conosciuto e da principio non voleva accettare una nuova avventura, sono ancora scossa dal mio passato, col mio ragazzo siano stati insieme circa un mese, non abbiamo avuto rapporti intimi…” “Quindi vuol dire…” frase sciocca e inopportuna di cui Giu.Giu. si pentì subito e di cui chiese scusa. Televisione, colazione, pranzo, cena e riposo a letto senza troppa vicinanza, dopo due giorni. “Giuseppe ritorniamo alla vita,  vado a casa di mia zia e poi in spiaggia col mio libro…” “Ed io  vicino a te con la faccia del cane bastonato in attesa dell’osso.” “Ho bisogno di tempo, per le decisioni importanti, appuntamento alla fine di agosto, ti va?” “Facciamo il 3 settembre mio compleanno.”
    E così fu: festeggiamento al ristorante ‘La Sirena’ ed appena seduti al tavolo Salvatore: “Vedo che non hai cambiato dama, stai invecchiando?” “Mi sa se c’è qualcuno che non invecchierà sarai tu perché…” “Va bene menù speciale, ci penso io.”
    Il lago era calmo, Antonella pensò all’addio ai monti  di Lucia di manzoniana memoria e istintivamente abbracciò Giuseppe e lo baciò in bocca, in bacio fugace ma che …”Non ti illudere, ne devi mangiare ancora di pane!” Giu.Giu furbescamente andò all’assalto per gradi: bacini in bocca, poi sul collo e sulle deliziose tette. La discesa fu più contrastata ma arrivato alla ‘chatte’ Antonella  perse il controllo della situazione e si lasciò andare ad una goderecciata alla grande. La baby timidamente aveva preso ad ‘esplorare’ i tesori del suo amante ma quando giunse a ‘tre palmi sotto il mento dove c’è un gran bel monumento’ rimase basita: “È troppo grosso!” evidentemente stava facendo un confronto con quello del suo primo fidanzato e pensando evidentemente all’ingresso di quel coso nella sua beneamata. Ma non fu il letto testimone del ‘matrimonio’ ma la Aston Martin parcheggiata in una piazzola sui Monti Peloritani. La notte precedente Antonella non era riuscita a dormire, ormai aveva deciso: ‘alea iacta est’ ma non aveva previsto che nel prendere in mano ‘ciccio’ per farlo penetrare dolcemente nella ‘chatte’, lo zozzone gli riempisse le mani del suo prodotto che finì anche sui pantaloni del suo padrone. Giuseppe pensò bene di prendere in mano la situazione, aveva con sé un preservativo, lo fece indossare a ‘ciccio’ il quale  era sempre in posizione di arrembaggio e delicatamente, molto delicatamente divenne il marito di Antonella un po’ indolenzita ma felice, era diventata una donna completa.
    Questa volta le dee dell’Olimpo Venere e Giunone si fecero i fatti loro e la storia finì come nella favole in cui i protagonisti vissero a lungo felici e contenti: Erasmo ritiratosi dal lavoro badava al nipote Gioacchino un frugoletto tutto pepe che aveva preso il nome dal nonno materno. Il negozio andava alla grande con le due brasiliane ormai conosciute da tutti gli ‘zozzoni particolari’ della città dello Stretto, Antonella sempre splendida, si era laureata in lettere ed insegnava in una frazione di Messina,Giuseppe  faceva sempre il sommozzatore ma talvolta gli capitava di incontrare nelle isole Eolie qualche signora …in difficoltà e naturalmente, da quel generoso che era, le doveva accontentare per …incrementare il turismo nella zona!

  • 09 settembre 2016 alle ore 7:12
    LA CURA CHE NON SO

    Come comincia: Il solito palazzo di un seicento sgarrupato. Marisa mi aspetta nell'atrio. Si scusa per le tre rampe di scale che mi attendono. “Fatevele piano, piano...dottò!” A costo di lasciarci la pelle, salgo con una discreta normalità. Il “parite 'na locomotiva” di un tempo, si scomoda da qualche neurone del mio cervello e mi beffeggia. Dopo cinquant'anni di frequentazione del quartiere, ho la piena padronanza dell'evoluzione di una famiglia. Marisa era una ragazzina bionda, imprevedibile, ora: “Convivo con un ragazzo e c'è una sorpresa per voi.” Sulla porta di casa mi viene incontro una bimbetta bionda. “Tua figlia! Tale e quale a te, di anni fa.” Devo visitare il padre, don Antonio, un falegname, un artista nel suo lavoro. Il tempo è passato: strabordante da una sedia impossibile, respira a fatica. Occhi che non mi riconoscono. Provo un saluto senza risposta... A visita terminata, Marisa: “C'è un'altra visita per voi. Mi dovete fare un piacere. Ci avete curato per una vita e avete trovato sempre la cura giusta. Venite con me, un basso qua sotto.”

    Il grugnito di un bulldog inglese mi da il ben venuto, appena apriamo il cancello. Trotterella dietro di me, respirando con un lamento ritmico, fastidioso all'udito.Una stanza, un tavolo. Una donna vasta su di una poltrona vasta. Non penso che si sia accorta di me. Il marito, come da un fondale oscuro, seduto su di una sedia metallica verde: “Titina, ci sta 'u miedeco.” Non trovo da sedermi. Inizio con il rituale: “Quale è il problema?”

    -”Hanno sparato, giorni fà al figlio di vent'anni.”

  • 06 settembre 2016 alle ore 15:07
    Trittico Morale

    Come comincia: C'era una volta un Dio celeste che un giorno si scocciò dell'uomo e decise di estirparne la razza; voleva che la sua gloria macchiata dal sangue per mostrare la propria magnificenza.

    Tutti morirono felici e contenti.

    Fine

    -

    La volpe si sentiva troppo furba e, per questo, un giorno non riuscì a scansare una trappola e ne morì sgozzata.

    Morale: mai essere troppo sicuri di se.

    Fine.

    -

    L'usignolo su di un ramo improvvisò una melodia per la sua compagna non notando, però, che l'aquila affamata sorvolava la chioma dell'albero. 
    Attirata dal canto, l'aquila si avventò sull'usignolo mangiandone il corpo.
    La compagna, divenuta vedova, si trovò, nel tempo, un altro usignolo.

    Morale: se troppo vuoi parere, riguardati da chi è contrario. 

    Fine.

  • 04 settembre 2016 alle ore 21:53
    Quando muore la mamma

    Come comincia: Quando muore la mamma e hai tredici anni non hai nessuna idea di quello che sta capitando. Ti guardi attorno e osservi, come da lontano, tutto quel via vai di persone, di saluti, di lacrime, di commenti a bassa voce. Guardi annichilita quel drappo nero incrociato a mo' di sipario, enorme, impressionante, pieno di frange argentate, appeso alla porta d'ingresso di casa tua. Anche perché tu non c'eri, la famiglia ti ha mandata a dormire altrove, sei piccola per farti affrontare il caos di una notte così. Sì, perché era notte. Anzi prima era sera, e mia madre era seduta in poltrona in un angolo della cucina e aveva mal di denti. Io continuavo ad andare avanti e indietro fra la sala e la cucina perché dovevo farle firmare un cinque in un compito in classe e non sapevo come fare a dirglielo. E poi il malore, la perdita di conoscenza, l'ambulanza e basta, tutto finito. Venni portata via e il giorno dopo quando tornai tutto era cambiato. Il passato era morto, la mia infanzia era morta, e con lei la mia preadolescenza. Niente sarebbe stato più come prima. Ma com'era prima? A tredici anni non si sa com'era prima e neppure come sarà dopo. A tredici anni ti infastidisce la carezza, l'abbraccio, di chiunque sia lì a compiangerti perché non hai più la mamma. A tredici anni sbuffi, rifiuti, vai a nasconderti lontano da tutta la gente senza sapere cosa vuoi cercare e dove vuoi cercarlo. Vuoi solo toglierti da dosso tutto l'appiccicume delle persone insistenti, il brusio delle preghiere che ognuno recita sottovoce per conto suo, la pietà, e anche il continuo ripetere del come è accaduto, quando è accaduto, perché è accaduto. Andai a sedermi sui gradini che davano nell'orto cercando un po' di solitudine, di quiete, ma adesso lo so, allora non lo sapevo. Cosa cercavo? Tutto lo sconvolgimento del mio essere non mi era chiaro, non lo sentivo, non sapevo cosa provare, non provavo nulla. Oppure? A tredici anni non si sa, e a un tratto il piacere di indossare un paio di calze grigio fumo di nylon, così da adulta, così giuste per abbellire le esili gambe di una ragazzina che stava crescendo, sembrava dovesse cancellare tutto il resto. La camera ardente era stata preparata in sala, tutti gli specchi coperti da drappi scuri, allora si usava il buffet e il controbuffet e c'erano specchi dappertutto. Mi madre era stata adagiata sul tavolo e l'unico libero da drappi era il pianoforte. Nel pomeriggio mi trovai non so come e perché sola con lei in sala. La guardavo con la mente vuota, assolutamente vuota, ma poi d'istinto sollevai il coperchio del pianoforte. Da poco avevo imparato il brano che a lei piaceva tanto: la Barcarola op.30 di Mendelssohn Così mi misi a suonare, ma subito arrivò un adulto, non ricordo chi, che mi sgridò severamente: come potevo suonare il piano in un momento del genere! Certo, come potevo suonare! Io volevo solo suonare per lei, non sapevo perché, ma sì mi convinsi che era sbagliato. A tredici anni mi convinsi che era sbagliato, oggi so che non era sbagliato. Quando muore la mamma e hai tredici anni ti abitui a non pronunciare più la parola "mamma", ma col passare del tempo ti ritrovi ogni tanto a pronunciarla sottovoce per sentirne il suono, per riprovare un'emozione lontana, sommersa in fondo al tuo essere, ma sempre così presente e consolante. Peccato, mamma, che tu te ne sia andata prima che io abbia potuto conoscerti e prima che tu abbia potuto raccontarmi chi eri.

  • 02 settembre 2016 alle ore 22:29

    Come comincia: C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
     

  • 01 settembre 2016 alle ore 16:26
    Del silenzio

    Come comincia: Il silenzio custode: Cosa si rintana nel Silenzio, e qual'è l'incontro che avvolge e penetra quanto nel Silenzio trova risposte? Nel Silenzio vagano suoni che accompagnano passi di bimbo, di vita, leggeri e delicati. Passi bisognosi di "vedersi" lasciando la propria orma eterea nel Luogo del Non Giudizio. E' nel Silenzio che è custodito il regno del Non Giudizio. Qui, si plana sull'attimo incontrato e lo si ammira nell'essenza sua pura: ogni colore forte sfuma, ogni forma si smaterializza e resta nuda, innocente, purissima. Nel Luogo del Non Giudizio, tutto appare com'è; il Silenzio è il Maestro che ospita, nella sua conoscenza sovrana, il Luogo del Non Giudizio, e ci accompagna. E vediamo.

  • Come comincia: È in arrivo una tempesta.
    Appoggiata ad una roccia la vedo avanzare, sempre più cupa e violenta.
    Sta devastando tutto quello che trova, nella sua folle corsa.
    Sconvolge il cielo e, non appagata, infidamente, infuria sul mare, destandolo dal suo riposo.
    L'argentea luna che irradiava di luce fredda questo frammento di Terra, riscaldando comunque i cuori degli innamorati, si è nascosta dietro i nuvoloni, scuri come la pece, che cozzano gli uni contro gli altri, fino a piangere tutte le loro lacrime, gettando acqua su acqua e scombussolando questa notte neonata e quieta.
    Il vento sibila, soffiando all'impazzata sopra la tavola liquida e trasparente che appare nera, avendo sottratto, come specchio, l'identità al cielo.

    E' il mare che, irato, perde la sua calma e si rivolta, sobillando e gonfiando le sue impercettibili onde placide, che corona di una cresta bianca e schiumosa, la quale, infrangendosi sugli scogli immobili e impettiti, come sentinelle sparse in quella immensità in tumulto, effonde nell'aria miriadi di particelle di salsedine, incrementando la sua fragranza.
    La spuma candida come neve si riversa sulla battigia che custodiva gelosamente un po' di calore e, come fosse un grembo di donna, la riempie, ritirandosi subito dopo, per poi ripresentarsi all'infinito, in un andirivieni armonicamente ritmato e rumoroso.
    Mi trovo ancora lì, a piedi nudi, nel riparo che ho scoperto in una grotta.
    Il mio spirito è tormentato e osserva.
    Invidia la fine rena, che si lascia trascinare nel fondale buio.
    Oscuro come il mio pensiero.
    Mi obbligo a cacciarlo e a reagire alla mia sconfortante solitudine.
    A malincuore, mi accorgo che mi è impossibile.
    Laggiù, nella profondità marina, immagino inabissato, fra rocce e sabbia, uno scrigno completamente d'oro, chiuso ermeticamente.
    Lo scrigno dei miei desideri, quelli non realizzati e sigillati in modo da non fuggire via, in attesa che la bacchetta di una fata o il canto di una ninfa possa aprirlo e compiere il prodigio.
    La mia fantasia prende forma, in un cavallo alato, purtroppo però l'epoca delle fiabe e delle novelle ha fatto il suo tempo ed è passata molta acqua sotto i ponti, da allora.
    Sono costretta amaramente a ripiombare nella realtà nuda e cruda.
    I lampi istantanei che si susseguono irradiano di luce tutt'intorno, arrivando in ogni angolo, in ogni anfratto, squarciando ogni tenebra, ogni ombra, all'infuori delle tenebre e delle ombre che si annidano dentro di me.
    Quella luce fredda, così vana...
    La luce a cui aspiro è un'altra, una luce che mi salverebbe.
    Una luce più abbagliante di qualsivoglia preziosità.
    Una luce che riscalda l'anima.
    La luce dell'Amore...
    Quello di Dio...
    ... Quello di un uomo...
    I boati fragorosi, al pari di fuochi d'artificio, mi esplodono nella testa, rimbombando.
    Sento freddo e mi accoccolo su me stessa.
    Improvvisamente provo paura, un panico tangibile ma, fortunatamente, la tempesta si allontana, repentina, così come è giunta, andando a scaricare la sua rabbia altrove.
    Le acque si acquietano e il mare riprende il suo sonno interrotto bruscamente, mentre il silenzio sovrano torna a regnare nella notte, divenuta nuovamente tranquilla.
    Attendo qualche attimo interminabile, durante il quale ho la sensazione di non essere più sola.
    Noto un'ombra sulla spiaggia... imponente e...alata... Pare che stia osservando il mare.
    Trattengo il respiro, stupidamente, come se in questo modo potessi scongiurare l'ipotesi che la mia
    presenza venga scoperta da un'entità ultraterrena.
    Il mondo del soprannaturale mi ha sempre affascinata e, nel medesimo tempo, terrorizzata.
    Ho la pelle d'oca e fremiti improvvisi che salgono su per la colonna vertebrale.
    La luna è riapparsa, tonda, piena, radiosa. Pare che mi osservi e attenda una mia mossa.
    Lo spirito vagante volta il capo, ornato di una lunga chioma riccioluta, probabilmente chiara.
    Percepisco il suo sguardo addosso e resto immobile, ancorata a quella grotta come fosse la salvezza.
    Non riesco a formulare alcun pensiero... solamente aspetto...totalmente in balia dell'arcano.
    All'improvviso scompare, lasciandomi enormemente confusa, immensamente turbata.
    Nel mio cervello impazzito si rincorrono adesso una moltitudine di pensieri contrastanti.
    Vorrei persuadermi di aver preso un abbaglio, scambiando un'ombra qualsiasi, proiettata attraverso i lampioni della strada, per qualcosa che la mia fervida immaginazione ha inventato.
    Vorrei... Ma, poi, sono così sicura che sia questo il mio volere?
    O preferirei essere certa che si sia trattato veramente di una Creatura celestiale, di un Angelo proveniente dal Paradiso...magari del mio Angelo Custode che, apparendomi, abbia inteso darmi la conferma di non essere tanto sola?
    Non saprò mai la verità, potrò soltanto sperare che la mia illusione non rimanga tale.
    Con questo dubbio, mi accingo a percorrere cautamente la riva.
    Il dolce rumore dello sciabordio del mare che accarezza l'arenile è rilassante, al pari del suo profumo che mi appaga le narici e i sensi.
    Una leggera brezza mi accarezza il viso e scompiglia i miei capelli lunghi e corvini.
    La mia camicia da notte bianca, con qualche ricamo sul davanti, a ricordare quelle antiche delle nonne, abbottonata sul collo come fossi una bambina, svolazza, anch'essa scossa dal flebile vento. Ad occhi indiscreti e curiosi potrei apparire come un fantasma errante e tormentato, che scorrazzi nelle tenebre, in cerca di pace.
    Probabilmente lo sono... o perlomeno mi sento nelle identiche condizioni..
    Desidero la pace, non pretendo altro...
    Anzi sì... qualcos'altro pretendo...
    La libertà.
    Sto per calcare la sabbia appena calpestata dall'entità alata e il mio cuore esulta, per questo.
    Le onde infuriate, durante la bufera, avevano cancellato ogni orma esistente sulla spiaggia dorata.
    Scruto, nella speranza di trovarne due appena scavate sul bagnasciuga, che l'acqua non tormenta più con la sua ira. Ed esse mi appaiono, intatte. Il mare non le ha dissacrate.
    Lì, immobile in quel punto sacro, poggio i miei piedi nudi, alzo lo sguardo al cielo, dopodiché chiudo le palpebre.
    Sto aprendo le porte che conducono alla mia anima, per permettere al Bene di entrare e sconfiggere ogni ombra malefica che deturpi la sua luce.
    Neppure per un istante mi ha assalito il dubbio che la Creatura possa essere appartenuta al mondo degli inferi.
    Un angelo del male, pur ingannatore, sotto mentite spoglie, non mi avrebbe lasciato la sensazione di serenità che sto ancora percependo.
    Così fantasticando, mi avvio alle scale che conducono alla strada, mentre il mio cuore e la mia testa, in un dialogo silenzioso, si domandano a vicenda “Domani...?” e si rispondono “Non so...”
    Come sempre, rifletto sulla mia condizione di donna.
    Donna... essere speciale, tristemente usato, schiacciato, subordinato all'uomo grazie alla supremazia della sua forza fisica. Non di certo dell'intelletto.
    Avevo letto qualcosa sulle teorie discordanti in merito alla condizione femminile nella preistoria, che hanno voluto la donna succube dell'uomo, secondo alcuni pareri, matriarca incontrastata a dettar legge, secondo altri.
    Tuttavia, il corso dei secoli l'ha vista soccombere, per la maggiore, a parte chi aveva il potere nelle mani, donne influenti e rispettate. Tuttavia, una minima casta.
    La discriminazione sociale, con diritti e doveri differenziati, era la normalità..
    Addirittura dai racconti biblici c'è contraddizione nella determinazione dei due sessi che dovrebbero essere stati creati uguali, con pari dignità ed in perfetta simmetria, al contrario della testimonianza epistolare di chi raccontava della creazione della donna attraverso una costola maschile, imputandole, per giunta, la causa della cacciata dal Paradiso terrestre.
    La colpa è qualcosa che nessuno vuole ed era facile, nei tempi che furono, addossarla all'essere per antonomasia più debole (secondo il parere dell'uomo), al genere femminile, facile da schiacciare, usando il predominio attraverso la fisicità.
    Donne perseguitate, additate come streghe dedite a Satana e bruciate sul rogo, al pari di carne da macello, donne che hanno dovuto subire violenze per tutta la loro vita matrimoniale, donne usate e vendute come merce di scambio, donne costrette ad una vita di stenti, lavorando come schiave dentro e fuori casa, nei campi, a coltivare la terra per sfamare la prosperosa famiglia, oppure ai fiumi o ai lavatoi, a lavare, nell'acqua gelida, i panni di casa.
    Donne divenute vecchie prima del tempo.
    Donne perennemente fecondate da mariti disgraziati.
    Donne lasciate sole, da consorti che tornavano ubriachi marci.
    Donne violentate e uccise, troppo spesso, da bestie che di umano non hanno nulla, che odiano l'altro sesso, probabilmente per timore del confronto.
    Rammento una mia poesia, scritta su questi atroci eventi di cui si ha notizia quasi ogni giorno:

    AL DI LÁ DEL SILENZIO

    Al di lá del silenzio, s'ode solo il vento,
    che rumoreggia, sfiorando la chioma sparsa sullo sterrato,
    nel bosco, dove il buio è in procinto di rubare la luce.
    Tutt'intorno regna una labile pace.
    Al di lá del silenzio, mi trovo smarrita e confusa,
    nel rammentare ciò che stava succedendo,
    soltanto poco prima,
    quando l'insaziabile bestia, ha sfogato il suo tormento,
    sul corpo mio, in preda a depravata brama.
    Al di lá del silenzio,
    il lamento mio straziato, che nessuno ha udito,
    seguito da un grido disperato, quando la lama lucente,
    il vile ha calato sul cuore, rubando la mia vita,
    ancor da essere vissuta.
    Al di lá del silenzio,
    sto osservando il triste scempio, del corpo martoriato,
    grondante linfa e sangue, di cui la nauseante pozza
    sta immondando l'erba,
    intanto che son lì e, oramai, la vita è persa.
    Al di lá del silenzio,
    solo il pietoso vento che, ancor, sta accarezzando
    il corpo mio discinto,
    di cui, il viso fisso, rivolto è verso il cielo,
    seppure gli occhi, ancora spalancati,
    abbiano, or ora, il tacito sguardo spento.
    Al di lá del silenzio,
    c'è ognor soltanto il pianto, di chi realmente m'ama
    e sta soffrendo.
    Al di lá del silenzio,
    l'assoluto niente...
    Anche il vento, adesso, ha taciuto la sua voce,
    poiché sa che, mai, troverò pace...
    Mi sto perdendo, nel mare del silenzio...
    Al di lá del silenzio,
    s'ode solo il silenzio...

    L'ineguaglianza dei sessi ha portato a molte sofferenze il mondo femminile. Le nostre ave, le nostre nonne, ne hanno preso coscienza, iniziando a ribellarsi a questo stato sociale ed a combattere per rivendicare i diritti ed i privilegi concessi agli uomini.

    Il voto alle donne a conclamare l'uguaglianza, il lavoro come diritto all'autonomia.

    Donne eroiche, che hanno resistito ai soprusi maschili, divenendo addirittura vittime di carnefici scellerati per il loro ideale di libertà, nel ricordo dell'8 marzo, dedicato alla donna, per non scordare l'infausto massacro di povere lavoratrici che reclamavano i diritti loro spettanti.

    Il termine eroe è legato per lo più all'uomo, uomini che hanno lottato e si sono distinti nelle varie guerre a cui la Terra ha dovuto assistere (ed assiste tutt'ora, purtroppo, la storia pare non abbia insegnato nulla), ma quante donne hanno preso parte alla resistenza, schierate dietro le quinte, a ricoverare fuggitivi, a sfamare combattenti, rischiando la vita, a sostituire il capo famiglia, con tutte le difficoltà che potevano sussistere nella miseria creata dagli eventi belligeranti?

    Donne paladine, senza onore né gloria. La maggior parte delle loro storie sono preda dell'oblio.

    All'ombra del genio, c'è sempre stata una grande donna, magari analfabeta, dal momento che lo studio doveva essere privilegio quasi esclusivamente maschile, ma pur sempre grande.

    E' cosa risaputa.

    Mi chiedo spesso quante sono le donne, nel mondo, che ancora stanno soffrendo per il predominio maschile. Un numero, a dir poco, spaventoso, che fa ribrezzo e crea disonore per l'altro sesso.

    Donne stanche della situazione di subordinazione, desiderose d'essere apprezzate sì per i loro compiti di perfette casalinghe e madri di famiglia, ma altresì per aver parte integrante nella costruzione di un mondo migliore da lasciare alla prole, a fianco del proprio uomo, che dia la possibilità di dare un senso alla vita.

    Dopodiché mi chiedo la ragione per cui sussista ancora il contrario, faccio le mie considerazioni e penso di essere arrivata a capire, magari sbagliando... ma non lo credo veramente.

    La paura.

    L'uomo ha paura della donna, il suo timore di essere surclassato, in tutti i campi, si evidenzia ogni giorno.

    Se si lasciasse spazio al genere femminile, se si facesse meno discriminazione sul lavoro e nel concedergli spazio per cariche governative, nei paesi definiti civili, quanto ci impiegherebbe la supremazia maschile a cadere? Non dico un nanosecondo, ma poco più!

    L'uomo ha paura del cervello femminile, di quello che riesce a fare in un contempo, della sua marcia in più, del suo sesto senso e, per questo, cerca di tenerlo a bada.

    Ma le cose cambieranno, devono cambiare, voglio essere positiva, speranzosa.

    Per quanto riguarda me stessa... non so dire se cambieranno.

    Sono sempre stata una donna forte, ho superato drammi senza farmi forte dell'aiuto di alcuno, ho saputo come muovermi per aiutare chi amo ed ho provato una forte autostima, per questi motivi.

    Purtroppo la stima cade per quanto riguarda la mia persona, il cambiamento della mia vita personale.

    Sono sottomessa dalla situazione a cui non so reagire.

    Sta dormendo pesantemente. Sta russando.

    Non si è accorto di nulla.

    L'uomo che vive con me da quasi quarant'anni, per il quale, appena ventenne, avevo giurato, davanti a Dio, eterno amore, eterna fedeltà, la stessa che, brutalmente, ha tradito la prima volta che mi ha mancato di rispetto, che ha alzato la sua forte mano su di me.

    Un essere che, dentro di me, non riconosco più come marito, bensì non mi tocchi più, in nessun

    senso. Per il quale provo indifferenza, quando non rancore.

    Non ho saputo perdonarlo per la vita che mi ha offerto.

    Mi sento vittima designata di un legame sbagliato, portato avanti senza senso, forte del mio pretesto assurdo che l'umanità non abbia la facoltà di scindere unioni consacrate

    Come se Dio non sapesse... non vedesse...non percepisse la sofferenza...

    Un matrimonio trascinato nel tempo per mancanza di coraggio.

    Prendere una decisione così drastica non era facile.

    Sola al mondo, con due figli da mantenere, senza un lavoro, poiché avevo il divieto di cercarlo, per un'assurda gelosia che lo aveva sempre tormentato.

    Probabilmente ad altri occhi possono apparire delle giustificazioni, atte a coprire la propria paura dell'ignoto, la propria codardia, il proprio timore di ritorsioni già annunciate, quello di un risvolto drammatico della situazione.

    Il terrore di essere uccisa, come minacciato troppe volte, di fare la solita fine delle tante vittime della morbosa gelosia maschile, del considerare la propria donna come oggetto da possedere.

    In parte è veritiero che siano giustificazioni dietro quale nascondersi, ma soltanto in parte.

    L'amore è la simbiosi di due anime, prima che di due corpi, lasciando comunque spazio e dando il rispetto dovuto all'individualismo del pensiero.

    Se è pur vero che ogni individuo possegga la prerogativa del libero arbitrio per impostare la propria vita nel modo più consono, talvolta ci sono catene invisibili, tuttavia difficili da spezzare.

    Non impossibili, comunque robuste e vincolanti.

    E per questo subentra la rassegnazione ad un vivere...anzi ad un sopravvivere dal quale non ci si aspetta nient'altro che un'apatia mostruosa, che diviene una corazza impenetrabile dalla quale sentirsi protetti, dentro la quale calarsi per tenersi al riparo da ulteriori sofferenze.

    Nulla mi poteva scalfire così trincerata.

    Poi l'imprevisto.

    Un incontro casuale che ha annientato all'istante quell'armatura che garantiva la mia indifferenza acquisita, la mia imperturbabilità. L'ha polverizzata.

    Una parvenza d'amore improvviso che mi ha sconvolta, turbata, disorientata, inappagata.

    Una storia senza futuro, peraltro durata quanto un alito di vento, impossibile da portare avanti, vissuta male, per le sensazioni contrastanti del mio essere irreprensibile ma, comunque, vissuta, per non dover rimpiangere.

    E, soprattutto, per dare un taglio al mio sopravvivere, per sentirmi ancora donna desiderata, come non mi sentivo da tempo, per risvegliare emozioni sopite, ma ancora esistenti, nel profondo.

    La mia coscienza, in quel frangente unico, si è trovata d'accordo con me.

    “Ti ho donato me stessa, il mio corpo, la mia essenza, la mia sofferenza e non avrò rimorsi”.

    Sono sempre io, tuttavia non sono più la stessa.

    Voglio di più...

    Lo pretendo.

    Esigo ciò che la vita mi ha negato.

    Quella libertà che non ho mai avuto, fin da adolescente, da quando, per sfortuna, mi sono innamorata di chi mi ha reso infelice.

    Desidero un amore vero, è uno dei miei desideri racchiusi in quel forziere d'oro, in fondo al mare. Un uomo che non sappia negare rispetto, gentilezza, sorrisi.

    Che mi faccia ridere e assaporare tutto quello che c'è di bello al mondo.

    Che sappia leggere il mio sguardo.

    Forse sono troppo pretenziosa, ma non m'importa.

    Forse è tardi per trovarlo, ciononostante lo sto cercando disperatamente.

    So che arriverà, ne sono certa, non so quando, ma arriverà.

    Ne ho necessità, come dell'aria che respiro.

    TU...

    Sussurri ...carezzevoli...

    Inondano la mente...

    Turbandola...

    Sensazioni ataviche...

    Percorrono la pelle...

    Sfiorandola...

    E facendola vibrare...

    Desiderio..

    Carnale...

    Spirituale...

    Esplode...

    Nel corpo...

    Nell'anima.

    Donarti me stessa...

    Totalmente...

    Incondizionatamente...

    Appartenendoti...

    Come l'acqua al mare...

    ...Il vento all'aria,

    ...Il sole al giorno...

    ...La luna alla notte...

    Nei mie pensieri solo tu...

    Nel mio immaginario, solo tu...

    Nelle mie viscere, solo tu...

    Nel mio cuore, solo tu...

    Sei qui...

    Percepisco il tuo respiro...

    Il tuo odore...

    ...mi assale...

    Penetro gli sguardi...

    Cercando il tuo...

    Per addentrarmi in te...

    Fondermi con te...

    E farti mio...

    So che ti troverò...

    Non so dove...

    Non so quando...

    Esisti...

    E mi stai aspettando...

    Devo solo incontrarti...

    Sono ancora qui, sperando che l'estraneo che sta dormendo al mio fianco arrivi a capire che tutto è

    finito e faccia l'unica azione degna, andandosene.

    Purtroppo ho molte riserve riguardo a questo.

    Mi giro e rigiro tra le lenzuola candide e profumate di lavanda.

    Morfeo tarda a prendermi tra le sue braccia.

    Ripenso alla Creatura Celeste ed ora sono consapevole del fatto che la sua venuta abbia il sapore di

    un messaggio dell'Altissimo, di un sostegno a tenere duro, a lottare, a costringermi a guardare oltre il buio, per non ripiombare in quel torpore assoluto.
    A perseverare nella ricerca della luce.

    A dare ascolto alla voce silenziosa della mia saggia coscienza, conscia, a dispetto del mio trascorso scoramento, che la mano scrivente la pagina del mio destino sia di origine divina e non quella adunca del maligno.

    FINE

  • 29 settembre 2015 alle ore 16:31
    Se nevica

    Come comincia:  CAPITOLO  1°   Se nevica       Le scale, erano molto ripide e strette, bisognava mettere il piede di traverso per scendere con più sicurezza. Salire era facile, ma scendere anche per una esperta e spericolata come me richiedeva attenzione. Di solito al piano inferiore c’era un bel teporino, la stufa era accesa, praticamente sempre. Mio non

  • 25 settembre 2015 alle ore 9:15
    Felice, Franco e l'origine delle cose

    Come comincia: Dopo aver rifiutato educatamente un'ulteriore razione di cibo, Franco si sistemò sulla poltrona che troneggiava al centro della sua stanza; era una strana prigionia la sua e più passava il tempo e più veniva assalito dai dubbi. In quel periodo, isolato dal resto del mondo, aveva avuto modo di conoscere ed apprezzare una razza simile a quella umana ma per certi versi completamente diversa: gli Scuri. Il terrore che lo aveva assalito nei primi istanti dal rapimento, subito da parte di un gruppo di facinorosi, si trasformò in rassegnazione quando fu scambiato dagli scuri come merce di baratto, successivamente però ebbe la consapevolezza che quegli esseri non volevano fargli del male anzi, si stavano mostrando molto più sensibili degli umani stessi.
    Beatrice si era ripresa dallo stupore iniziale e nonostante avesse realizzato di aver miseramente fallito la sua missione, si sentiva in pace con se stessa. Se ne rese conto Aurora che la affiancò bonariamente e la invitò ad avvicinarsi al resto del gruppo "Tutto bene?" Chiese infatti la ragazza "Si, tutto bene" Rispose Beatrice quasi sorridendo "Voi come state?" Chiese rivolta ai suoi uomini "Un po' ammaccati ma nel complesso pronti e operativi" Rispose il più anziano che con quelle parole confermò la loro disponibilità a seguirla qualsiasi fossero state le conseguenze, parole che fecero arrossire Beatrice fiera e contenta dei suoi uomini; ma adesso voleva capire meglio cosa stesse accadendo e quindi cercò di rassicurarli "Tranquilli ragazzi, sentiamo cosa hanno da dirci i nostri carcerieri" Pronunciò l'ultima parola con enfasi, voleva davvero capire a cosa sarebbero andati incontro. Sunday fece un cenno verso Felice che comprese immediatamente le intenzioni dell'amico pur faticando a riconoscere l'uomo nervoso e poco razionale conosciuto tempo prima in quel centro commerciale; ma in fondo qui era a casa sua e ciò gli conferiva una grande tranquillità e forza d'animo. Bocassa non si intromise defilandosi fino a giungere vicino ad Aurora che, con il fiato sospeso, attendeva lo sviluppo degli eventi. Felice fece qualche passo verso il gruppo di Beatrice e quando fu sicuro di avere la loro attenzione parlò scandendo bene le parole, li aveva avvisati, non erano ancora fuori pericolo "Allora, cosa avete intenzione di fare? Volete crearci problemi o volete darci una mano? Sapete bene che non siamo noi il male da combattere quindi vi lasciamo la possibilità di scegliere: con noi da liberi cittadini o contro di noi da agenti speciali in stato di fermo" Aveva parlato con voce ferma, le sue parole avevano lo scopo di fare effetto sui prigionieri, in realtà Beatrice ebbe un sussulto e si mise a sorridere, conosceva quell'uomo e sapeva che era un tipo tranquillo e non abituato a stare al centro dell'attenzione, quindi rispose senza troppi fronzoli, consapevole della fedeltà dei suoi e convinta di fare la scelta giusta "Sto con voi. Per quanto riguarda i miei uomini" proseguì "Da questo momento sono liberi di fare le scelte che meglio credono, quindi dovrete rivolgervi a loro" Felice fu contento di quella risposta e stava per parlare agli agenti quando il più anziano di loro lo anticipò "Penso di parlare a nome di tutti; dove va il comandante andiamo noi, la sua scelta è la nostra scelta" Gli altri uomini fecero ampi gesti di approvazione, anche loro la pensavano così e Beatrice si emozionò fino alle lacrime; quelli erano i suoi uomini. La tensione svanì di colpo e Felice, chiaramente sollevato, si schiarì la voce e prese a dire "Ottimo, sono contento della vostra decisione. Non c'è bisogno che mi giuriate fedeltà, mi basta la vostra parola, non deludetemi" L'uomo stava per riunirsi agli altri quando la voce di Beatrice salì di tono, dovevano sentirla tutti "Aspettate un attimo. Prima di buttarci nelle fauci della belva vogliamo saperne di più su questa storia, altrimenti non se ne farà nulla" Per un attimo si ricreò la tensione iniziale e nel silenzio totale si udivano in sottofondo i rumori della natura che più nessuno ascolta; fu quindi Bocassa a prendersi carico di riportare la calma. Si avvicinò a Beatrice, la fissò negli occhi e la invitò a prenderle le mani, la donna parve ipnotizzata e senza rendersene conto afferrò le mani dell'altra, fu l'inizio del viaggio.
    La sorpresa iniziale non durò a lungo, i genitori di Felice erano pronti a qualcosa di strano ed eccezionale, ma la signora Maria volle subito chiarire la loro posizione "Sentite, noi vogliamo rivedere nostro figlio sano e salvo, quindi mettiamo subito le carte in tavola; voi da che parte state?" I due anziani nonni sorrisero, infatti erano pronti ad una simile reazione e la donna specificò immediatamente "Siamo con Felice e con voi, ma dovete essere pronti, perché ciò a cui andrete incontro trascende dalla vostra comprensione"
    Beatrice sembrava essersi appena risvegliata da un lungo e piacevole sonno, i tratti del suo volto erano rilassati, infatti sorrise, adesso che lei e i suoi si erano schierati Aurora pose candidamente la domanda che tutti avevano in testa "Bene Felice, e adesso che si fa?" In quei giorni le facoltà mentali dell'uomo si erano sviluppate in modo esponenziale e ora percepiva parecchie emozioni di chi gli stava vicino; Bocassa l'aveva avvisato, all'inizio sarebbe stata dura gestire le proprie azioni. In quel preciso istante da una parte percepiva l'euforia per il successo ottenuto da Sunday e la sua gente, dall'altra la perplessità perché nessuno capiva cosa stesse realmente accadendo, ma le percezione più forti, che gli davano forza e coraggio, erano l'amore e la fiducia incondizionata di Aurora. Si avvicinò a lei, la baciò su una guancia e poi si rivolse a tutti "Grazie. Grazie a tutti voi per il rischio che state correndo per me, ma non voglio approfittare ulteriormente della vostra disponibilità. Beatrice e i suoi hanno dato la loro parola e tanto mi basta, faremo squadra con loro mentre voi tornerete dalle vostre famiglie e alle vostre faccende. Grazie ancora" Ci fu un attimo di silenzio, poi Sunday fece per intervenire ma Felice lo anticipò "Vale anche per te amico, torna da tua moglie, torna ad occuparti delle tue cose, ti devo molto e non voglio coinvolgerti in questo pasticcio" Sunday sorrise "Sei proprio un italiano. Mi fermerò ancora un po' di tempo a Sokoto, non esitare a cercarmi in caso di necessità, ok amico?" "Ok amico" Si abbracciarono consapevoli del loro destino ma in cuor loro si fece largo la speranza di potersi rivedere prima o poi. Dopo aver preso commiato dal gruppo di Sunday, Felice si rivolse a Bocassa "Noi torniamo a Sokoto, vero?" "Si, il nostro uomo si trova lì"
    Franco stava studiando l'ennesimo testo antico degli scuri, la lingua, in principio per lui incomprensibile, veniva tradotta da un incaricato che aveva il compito di erudirlo, infatti, dopo l'iniziale scetticismo, adesso Franco cominciava a fidarsi di lui e con il passare del tempo era nata tra loro una sincera amicizia " ma è possibile che tu non abbia un nome?" Chiese Franco per l'ennesima volta "Per me è difficile parlarti senza identificarti con un nome, è contro la mia logica di pensiero" "Abbiamo già discusso questo aspetto Franco, il mio popolo non ha bisogno di nomi. Ma dimmi, di cosa vogliamo parlare oggi? Quale argomento ha sollevato la tua curiosità?" Franco teneva tra le mani un volume corposo scritto in lingua antica che persino il suo nuovo amico aveva difficoltà a tradurre "Ascolta Antonio, da oggi ti chiamerò così se a te sta bene" L'altro assentì "Se per te è più facile a me sta bene" "Ok. Allora, in questo periodo ho avuto accesso ad informazioni che farebbero la fortuna degli enti militari e delle agenzie governative di tutto il mondo. Ho cercato di essere razionale senza farmi condizionare ma più leggo, più scavo in profondità e più dentro di me si fa largo un'idea assurda, tanto da farmi pensare che io stia sognando, o forse, più semplicemente, lo spero ardentemente. Aiutami a capire, ti prego" Antonio non fece una piega e con voce impassibile rispose "A volte i sogni sono la proiezione della realtà e viceversa. Impara ad aprire la mente anche alle eventualità più assurde ed impensabili, allora potrai capire" E detto ciò si congedò da Franco lasciandolo in preda ai suoi dubbi.
    Maria e Aldo decisero di correre il pericolo e si dissero pronti ad affrontare qualsiasi rischio pur di aiutare loro figlio "Oh, ma non si tratta solo di vostro figlio, si tratta del destino di questo pianeta. Ora prepariamoci, si parte per l'Africa, dove tutto ha avuto inizio" L'euforia diede nuova forza e slancio a Maria che sentiva di poter spaccare il mondo, mentre suo marito Aldo cominciava ad accusare lo stress.
    L'aereo privato su cui erano imbarcati offriva tutte le comodità del caso e il viaggio sarebbe stato piacevole se non fosse che lui sentiva avvicinarsi la fine, una tragica fine. Il nonno si rivolse a lui "Cosa ti tormenta Aldo? Non ti fidi di noi?" "Conoscete già la risposta" Rispose bruscamente e sua moglie lo riprese immediatamente "Aldo!" "Scusa tesoro, ma ho la netta sensazione che tutta questa messinscena abbia uno scopo a noi oscuro e non finirà bene, me lo sento" Quelle parole segnarono il confine tra loro, Aldo non si fidava dei nonni e Maria si ritrovò a dover tenere integri gli equilibri tra le due parti "E tu Maria, cosa pensi di questa faccenda, hai anche tu dei dubbi? Non ti fidi di noi?" Chiese la nonna. Maria si costrinse ad essere diplomatica ma la sua risposta fu perentoria "Io vi seguo, ma lui è mio marito ed ho imparato a fidarmi di lui, sempre"
    Franco ebbe il tempo di ripensare all'ultima conversazione, Antonio si era congedato per assolvere a dei compiti urgenti. Sogno e realtà facevano parte di argomenti spesso dibattuti da filosofi e scienziati di varia estrazione, i grandi pensatori fin dall'alba dei tempi della ragione avevano dato grande importanza ai sogni cercando di interpretarli e metterli in correlazione con la vita reale, senza però mai riuscire a dare delle spiegazioni logiche accompagnate da fatti concreti e pensandoci bene ora rammentava come spesso lui e Felice si fossero trovati a discutere sull'argomento. Riprese in mano i testi antichi con le relative traduzioni e cercò di comprendere alcune parti poco chiare, infatti adesso, grazie al contributo di Antonio e alla sua voglia di comprendere quei misteri, era in grado di tradurre molti tratti in piena autonomia. Un piccolo volume aveva rapito la sua attenzione, tra le righe gli era parso di trovare delle similitudini con i testi antichi delle grandi religioni del nostro mondo. Si immerse nella lettura e nel frattempo Antonio tornò da lui trovandolo accigliato a rimuginare con se stesso "Qualcosa non va Franco?" "Non va niente, adesso cominciò a capire ed è giunto il momento che tu e i tuoi simili mi raccontiate la verità"
    Sokoto iniziava a piacergli, la sua gente, i suoi rumori, gli odori e i nuovi amici che lo avevano preso a cuore lo rendevano sereno. Ora sapeva che li si sarebbe deciso il destino della sua vita, l'amore con Aurora, i segreti degli scuri, tutto avrebbe preso forma a Sokoto "Devi darmi un piano" Beatrice lo sorprese assorto nei suoi pensieri "Felice! Dobbiamo agire alla svelta, tra poco sarò fuori tempo massimo e i miei superiori capiranno che li ho traditi" Anche Aurora si era avvicinata a lui e dopo aver ascoltato la donna aspettava la risposta del suo uomo che però sembrava assente "Felice!?" Provò a chiamarlo "Amore! Ci sei?" Lui la afferrò per le spalle e la tirò a se con delicatezza e allo stesso tempo la baciò sulla testa "Ho paura" Le sussurrò in un orecchio "Tranquillo tesoro, siamo tutti con te, andrà tutto bene" Felice volse lo sguardo verso Bocassa, era giunto il momento e senza aggiungere altro si allontanò con lei in direzione della sua abitazione e la reazione di Beatrice non si fece attendere "Ma dove andate? Dove stanno andando?" Chiese perplessa rivolta ad Aurora "Calma Beatrice" Cercò di tranquillizzarla Aurora "Adesso il nostro compito e quello di assicurarsi che nessuno li disturbi".
    L'aereo era atterrato senza problemi e Aldo tirò un sospiro di sollievo, non gradiva volare mentre Maria si rivolse ai nonni chiedendo dove fossero giunti "Siamo in Nigeria, ma non è qui che ci fermeremo, questa è una tappa obbligatoria, dopodiché ci trasferiremo a Sokoto, nostra meta finale" "Sokoto?!" Esclamo Aldo che al solo pensiero di riprendere il volo si sentì mancare "Sì, Sokoto, nel nord della Nigeria. E' lì che siamo diretti ed è lì che incontreremo vostro figlio" Il volo fu breve e Aldo riuscì a sopportare quell'ennesima prova spinto dalla speranza di poter riabbracciare il figlio. Maria dal canto suo aveva cercato di strappare alcune notizie in più agli anziani nonni che però si limitarono a rispondere che avrebbero trovato tutte le risposte a Sokoto, dove, una volta atterrati, furono trasferiti con un pulmino nella residenza che li avrebbe ospitati durante la loro permanenza in città. Al loro arrivo furono accolti da una donna che si inchinò servilmente davanti a loro "Bentornati signori, sono contenta di rivedervi. Loro sono i genitori?" "Si, sono i genitori di Felice, la signora Maria e il signor Aldo" La donna si rivolse a loro "E' un onore avervi nostri ospiti. Io sono Nabilah" Gli ospiti furono accompagnati nelle rispettive camere, alloggi senza troppe pretese ma puliti ed ordinati e quando più tardi i quattro si ritrovarono nella grande sala per pranzare Maria chiese alla nonna "Dov'è mio figlio?" "sta arrivando" "Ma allora Lorenza ci ha mentito, perché? "Per la sicurezza di tutti. A breve ci raggiungerà con i suoi uomini, saranno le nostre guardie del corpo; adesso siamo in territorio nemico!"
    Antonio versò nei capienti bicchieri la bevanda preparata con erbe e radici, Franco pensò che si trattasse di una specie di droga, un allucinogeno che lo tenesse sotto controllo ma Antonio lo rassicurò" Beviamo, ti aiuterà ad aprire la mente per comprendere ciò che vuoi sapere" "E tu? Perché bevi, di cosa hai bisogno, che proprietà ha questa bevanda?" Franco era di nuovo sulla difensiva, non aveva ancora digerito la questione del rapimento anche se lo avevano rassicurato; i suoi rapitori erano dei sovversivi che agivano fuori dalle regole e ancora una volta il suo nuovo amico lo stupì "Io bevo perché mi piace" Gli scuri raramente parlavano senza uno scopo ben preciso, a volte gli ricordavano gli alieni di un pianeta lontano presenti in una serie televisiva che tanto lo aveva appassionato da bambino, esseri completamente privi di sentimenti che ragionavano razionalmente guidati esclusivamente dalla logica "Ti piace, tutto qui?" "Sì" Confermò Antonio "Tutto qui" La bevanda era buona e Franco se ne servì un'altra dose che bevve in un attimo "Buona, grazie Antonio, sei un amico" L'altro sorrise "Cosa ti assilla Franco? Cosa non capisci, cosa vuoi sapere? Sono qui per aiutarti, se possibile, parla liberamente" Franco volse lo sguardo verso l'alto per non guardare in faccia il suo interlocutore, ciò che lo assillava non andava d'accordo con i suoi pensieri, con l'idea che aveva del mondo e dell'universo, la sola idea di avere dei dubbi gli faceva paura. E se qui dubbi avessero avuto conferma dalle risposte di Antonio? Quanto era cambiato il suo modo di pensare, la consapevolezza di essere stato scelto tra miliardi di persone per un compito tanto complicato; lo avevano avvertito, in quel momento alcuni individui stavano affrontando le sue stesse prove, era in corso un cambiamento radicale che coinvolgeva il mondo intero. Deglutì a fatica, aveva lo stomaco chiuso e la gola secca, poi rivolse lo sguardo verso Antonio e chiese "Dio esiste?" Antonio ondeggiò il bicchiere facendo schizzare in giro alcune gocce di bevanda scura, poi ne finì il contenuto in un unico sorso "E chi lo sa?" Rispose all'amico "Tu mi sopravvaluti. Io e la mia razza non lo sappiamo, i testi che stiamo studiando insieme non lo dicono e noi, come voi, non conosciamo tutte le risposte o una verità unica e suprema" Franco non accettò quella risposta, per lui Antonio mentiva e reagì duramente "Tu menti, mi prendi in giro. La tua razza tiene in pugno tutta l'umanità e da sempre professa l'esistenza di dei e semidei per farla sottostare al proprio volere sfruttandola per i suoi scopi" Era rosso in viso e si rese conto che l'ira l'aveva spinto a pochi centimetri dal suo amico che però non si scompose. La preparazione e l'indole pacifica dello scuro lo rendevano l'elemento ideale per sostenere una discussione con gli umani più inclini a sbalzi di umore e ad eccessi d'ira "Quali scopi Franco? Tutto ciò che fate, bello o brutto che sia è frutto delle vostre capacità, non ci sono interferenze da parte nostra e tu adesso sei pronto per sapere una prima verità" Prima di continuare si servì dell'altra bevanda e ne verso anche a Franco "La Terra era il nostro pianeta, voi non esistevate ancora e la nostra razza viveva in armonia con la natura. I nostri antichi testi narrano che un giorno, giunta dal cielo, fece la sua comparsa una nuova razza sul nostro pianeta, la razza dei chiari. Le due razze, simili ma comunque diverse, riuscirono a mantenere buoni rapporti nonostante la loro indole aggressiva li spingesse a voler dominare il pianeta. L'equilibrio si ruppe quando l'incontrollata mescolanza di sangue tra le due razze diede vita a quella che oggi conosciamo come razza umana e qualcuno, tra la mia gente, pensò di servirsi di questa razza per riprendere il dominio della Terra. Purtroppo la situazione sfuggì loro di mano, il numero degli umani crebbe senza controllo, costringendo noi a nasconderci come ratti nelle fogne e i chiari a trovare rifugio nello spazio. Stavate soppiantando la nostra civiltà prendendo il controllo totale del pianeta e la mia gente ebbe la sciagurata idea di chiedere aiuto a degli emissari della razza dei chiari che con una mossa inaspettata provò a sterminarvi, ma il risultato fu disastroso. I sopravvissuti a quella carneficina ne uscirono temprati e più forti di prima e con il tempo presero il controllo del pianeta e ciò che era, non è più; da lì nasce la storia della vostra razza che tutti conoscete mentre la mia, nel corso dei secoli e con grandi sforzi è riuscita ad instaurare buoni rapporti con parte di voi permettendoci di tornare gradualmente a vivere la nostra vita" Franco era restato ad ascoltare cercando di aprire la mente pronto ad accettare anche l'impossibile e quando il suo cervello mandò un segnale di approvazione ebbe solo la forza di chiedere "E adesso cosa sta cambiando?" "I chiari stanno tornando a fare ciò per cui erano venuti allora, sterminarci tutti e prendere possesso della Terra"
    Felice si lasciò abbracciare e baciare dai due genitori che con le lacrime agli occhi lo fissavano amorevolmente "Mamma, papà, vi voglio bene" Furono le prime parole che riuscì a dire "Anche noi Felice". "Eccoci qui , tutti riuniti" Intervenne la nonna per riportare ordine "Hai fatto un ottimo lavoro Bocassa, il nostro Felice mi sembra pronto, confermi?" "Si signora, ma ci sono ancora alcuni particolari da perfezionare" L'anziana fece cenno di aver capito, bisognava provvedere con urgenza. Si sistemarono tutti nella grande sala da pranzo, Felice stava raccontando gli ultimi avvenimenti quando a un tratto si rivolse direttamente ai nonni "Voi siete scuri, mia madre è una scura, ma mio padre è umano, cosa sono io?" Il rumore della forchetta che infilzava delle crocchette dal vassoio d'acciaio riempiva il silenzio della stanza, la nonna assaporò l'ennesima pallina dorata e dopo aver riposto le posate fissò Felice e rispose in modo glaciale "Tu sei un bastardo"
    Beatrice sembrava un leone in gabbia, lei era abituata all'azione e quell'attesa la stava snervando, avrebbe preferito essere sotto il fuoco incrociato dei guerriglieri piuttosto che starsene lì con le mani in mano. Gli altri avvertivano la sua agitazione ma nessuno osava avvicinarsi a lei rischiando di subire la sua ira, Aurora però era entrata in sintonia con Beatrice che sapeva di poter contare sulla ragazza "Senti Aurora" L'altra la anticipò "Si Beatrice, ti capisco, sei frustrata ma devi avere pazienza, stai calma" La tranquillità della ragazza era disarmante, qualcosa non quadrava "Spiegami come fai ad essere così calma e serena. Il tuo uomo è sparito da qualche ora e tu mi dici di stare tranquilla?" Beatrice era rossa in viso, la sua carnagione chiara si accendeva subito quando si inalberava, cosa tra l'altro abbastanza frequente "Non è sparito, è a casa di Bocassa, tra amici" "Ne sei convinta?" Insisté Beatrice che aveva un brutto presentimento, Aurora socchiuse gli occhi. Accompagnate dagli uomini di Beatrice, le due donne raggiunsero la casa di Bocassa e suonarono il campanello. Si presentò all'entrata Nabilah e subito Aurora si illuminò in volto "Nabilah, carissima. Ci fai entrare?" "E' l'ora della preghiera e nessuno può entrare a disturbare" Rispose senza tentennamenti l'altra "Ma io devo vedere Felice, adesso. E' venuto qui con Bocassa già da qualche ora e sicuramente ci sta aspettando" "Non vedo la signora da qualche tempo e di solito dopo le sue assenze prolungate mi avvisa per tempo prima del rientro" La ragazza diede ad intendere che aveva finito e loro dovevano togliere il disturbo. Aurora fece per replicare ma questa volta fu la compagna a trattenerla facendole cenno di non insistere mentre Nabilah la fissava; Beatrice tenne testa a quello sguardo e di rimando fece capire alla giovane che la cosa non era finita lì, si sarebbero riviste. Con il cuore gonfio di rabbia e frustrazione Aurora si convinse a seguire Beatrice e i suoi uomini, pur non avendo capito il motivo di quella ritirata in sordina.
    "Se ne sono andati?" "SI signora, ma ho avuto la netta impressione che la donna agente non abbia creduto alla mia versione" "Già. Beatrice è un avversario da non sottovalutare, il destino e gli eventi hanno voluto che si schierasse con Felice, ma noi possiamo modificare il destino a nostro piacimento, siamo vicini all'alba di una rinascita e Sokoto sarà il teatro di questo evento che cambierà definitivamente l'aspetto di questo mondo pieno di bruttezze e corruzione. Va Nabilah, assicurati che tutti ii nostri ospiti siano a loro agio ma soprattutto che non possano tentare in nessun modo di fuggire, domani arriveranno gli emissari e deve essere tutto a posto ed in perfetto ordine" La ragazza chinò il capo e si congedò dalla sua signora.
    Aurora stava urlando "Mi spieghi cosa ti è preso? Non eri tu quella che voleva prendere d'assalto quella casa? Come mai ti sei tirata indietro?" Beatrice attese un momento e rispose con calma, cercando di essere chiara "Quella non è una normale abitazione, sta per succedere qualcosa di grosso e ho la netta sensazione che in questi giorni si decideranno le sorti del mondo, dobbiamo avere pazienza e stare in guardia" "Pazienza? Tu che chiedi di avere pazienza? Sei tu che vuoi far succedere qualcosa e tanto per cominciare, che si fa adesso?" "Adesso filiamo tutti a cercare Sunday, tu pensi di sapere dove trovarlo?" "No, ma conosco chi può darci una mano, seguitemi veloci" Adesso anche Aurora aveva ripreso a pensare razionalmente e la prima cosa che le venne in mente di fare fu quella di recarsi dalle uniche persone di cui poteva fidarsi in quella città.
    "Dunque siete stati gabbati anche voi, se non fosse per la situazione in cui ci troviamo mi verrebbe da ridere" Mentre parlava Aldo sembrava quasi contento della piega che aveva preso quella faccenda, i nonni che sembravano saperla tanto lunga in realtà erano stati usati come pedine e adesso si stavano leccando le ferite in silenzio. Felice stava parlando con sua madre, la donna era raggiante, per lei l'importante era aver ritrovato il figlio e adesso lo ascoltava quasi in contemplazione "Mamma, ti rendi conto che siamo in una brutta situazione?" "Si, ma l'importante è averti ritrovato sano e salvo" "Ok, ma adesso pensiamo a come toglierci dai guai, di fatto siamo prigionieri" Concluse lui che poi volse lo sguardo verso i nonni "Adesso basta con i misteri, sono anni che vivo tra incubi e realtà, non distinguo più ciò che è vero dalle allucinazioni e adesso, cari i miei nonni, mi raccontate tutto dall'inizio per filo e per segno" I due anziani si guardarono e dopo un cenno d'intesa lei disse "Hai ragione, dovete sapere, armatevi di pazienza e state attenti perché e una storia complicata"
    Franco non riusciva a capire l'ultimo testo che gli aveva lasciato Antonio "Leggilo attentamente" Aveva detto lo scuro "Ti aiuterà ad aprire la mente" Ma più leggeva e più andava in confusione. Era stanco e nonostante la curiosità e l'adrenalina ancora in circolo causata dalle ultime rivelazioni, si impose di riposare; doveva dormire o il suo cervello sarebbe andato in tilt. Antonio lo stava osservando mentre dormiva "Bravo Franco, riposa, domani sarà un giorno speciale, per tutti".

  • 22 settembre 2015 alle ore 10:41
    Un giorno che non va

    Come comincia: Oggi è proprio uno di quei giorni che non va.
    Odio Facebook, maledetto Facebook che proprio oggi decide di propormi la pagina dedicata alla tua vecchia casa.
    Ma dico, tu geniale Mark Zuckerberg ma non li hai mai avuti ricordi del passato che ti fa male rivedere?
    Almeno non di lunedì!

    Eppoi odio l'Alfa. Si, odio incessantemente l'Alfa Romeo che si ostina a chiamare la berlina attesa per 10 anni col tuo nome. Per carità il tuo nome è bellissimo, suona nella mia testa come i passi di un bambino sulla sabbia bagnata del bagnasciuga... Ma non sarebbe stato meglio, caro Marchionne, chiamarla con un bel numero anonimo e sportivo così da non far soffrire nessun innamorato in pena?
    E vabbè lo accetto.

    E non parlatemi vi scongiuro delle bambine delle mie amiche.
    Quanti nomi femminili esistono in italiano? Quasi 2500. Pensi che potessero sceglierne un altro? No. Hanno scelto il tuo. E ci tengono, ah se ci tengono a postare loro foto a tutte le ore. Così per ricordarmelo ancora di più che mi manchi da morire. 

    Non bastasse il nome poi, anche il tuo cognome...
    Si, quella dannata nuotatrice col tuo cognome che continua ancora a vincere. E se non vince esce in prima pagina perché sta con quel tipo.
    Ma che le venisse un crampo una volta buona o che almeno si ritiri a vita privata!

    Essi oggi ancora di più, sarà per colpa di Zuckerberg, Marchionne, del nuoto e delle maledette figlie delle mie amiche che oggi mi manchi così tanto.
    Dio santo, mi manchi così tanto e mi chiedo come sia possibile che il mondo oggi non si sia ancora fermato.

    Come può la Terra trovare la forza girare ancora nella sua orbita attorno al Sole quando io non riesco a fare un giro per andare dal tabacchino senza inciampare almeno 49 volte nei tuoi ricordi?

    Come può la serie A giocare ancora e Totti entrare in campo e fare il 300simo gol in carriera proprio oggi che io ho bisogno di te più che mai.
    Francesco, dove hai trovato il coraggio di entrare in campo? Dimmelo tu.

    E come fa la Grecia ad andare alle urne oggi... Ma si può che un intero popolo esca di casa e vada a votare quando io senza di te non so stare, eh? 
    E Sanremo poi, come fa ad andare ancora avanti con tutti quei fiori a cui sarei oggi di certo allergico?
    Lo chiedo a te, che io non trovo per niente motivi validi.

    Ma anche tu poi, non puoi dimenticarti che non mi vuoi più? 
    Non puoi mica amarmi anche solo per un giorno? Per 24 ore esatte. Questi 1440 minuti me li farò bastare, giuro che non dormirò nemmeno un secondo. Anzi mi siedo ai piedi del tuo letto mentre sogni così mi ami nel sonno e quando ti svegli non ci sono neanche più. 

    Oppure amami per scherzo. Si dai, fammi uno scherzo come quelli che io facevo a te dimenticandomi poi di dirti la verità, e cioè che era solo uno scherzo. Forse sarebbe uno scherzo cattivo ma io so prendere la vita e le beffe con ironia e lo accetterei. 
    Basta che poi me lo dici sorridendo che è solo uno scherzo.
    Perché io con un sorriso la vita la so affrontare meglio. 
    È solo che oggi mi manchi trasversalmente ed ogni sorriso che mi scappa veste una coda di lacrime balorde fra le gambe.

    A proposito, visto che li portavi sempre tu, non è che avresti un fazzoletto? Ci sono abituato ancora e non li porto mai appresso...
    Anche se è di Hello Kitty o Topolino.
    Fa niente che è talmente profumato da non farmi respirare. 
    Mi servirebbe tanto ora.

    Grazie.

    Ciao. 

  • 16 settembre 2015 alle ore 16:04
    Il treno ed i sogni

    Come comincia: Oggi ho finalmente dormito in treno. Mi manca questo del mio quotidiano tratto Pontedera-Firenze: dormire in treno. Dormire per tratti brevi. Per 25, 30 minuti. Dormire e dimenticarsi di tutto, anche di se stessi. Dormire e riconciliarsi con chi si è lasciato e con chi ti aspetta in stazione. Dormire di quei sonni profondi che non ti fanno ricordare più chi ti manca o cosa devi comprare alla coop. Dormire che quando ti risvegli non sai dove sei, e forse nemmeno ti interessa. Solo per sogni brevi. Sogni balordi.

  • 16 settembre 2015 alle ore 13:17
    Il caffé mantiene svegli gli innamorati

    Come comincia: Lo sai perché il caffè ci mantiene svegli? Un giorno la bella Calliope innamorata del suo Terranova fu vittima di un sortilegio. Non appena uno dei due si fosse addormentato avrebbe cancellato dal proprio cervello qualsiasi memoria dell'altra persona. Fu così che Calliope in preda alla disperazione inventò una bevanda magica in grado di mantenere sveglio chiunque fosse innamorato per sempre... a patto che venisse assaggiato amaro. Fu così che nacque il caffè.

  • 16 settembre 2015 alle ore 13:16
    I pois

    Come comincia: La conosci la leggenda dei pois? Si crede che unendo i pois secondo alcune particolari combinazioni si possa esaudire qualsiasi desiderio si voglia. Accade così ogni giorno che qualcuno veda un desiderio espresso realizzarsi: in realtà ha inconsapevolmente unito i pois secondo una delle traiettorie magiche.
    È vero.

  • 10 settembre 2015 alle ore 23:36
    Run

    Come comincia: Una canzone triste, rotta, invade il mio spirito stasera.
    Tutto quello che tenta invano di toccare con delicatezza va, pressappoco, in frantumi dissolvendosi nel vento.
    Mio caro, le mie mani cercano ininterrottamente di afferrare le ali nere del tuo essere che, sfuggente, vola tra granelli di marmo su treni in corsa quasi impazziti al sol pensiero di venir sfiorati.
    Schivo, sfuggente, ma gl’ occhi non mentono mai, giovane guerriero nero.
    E se vero è quello sguardo che porti per i miei scuri tasselli di granito, allora prendimi; fa si che le tue nere ali ardano con le mie bianche piume che per la strada perdo mentre canto una canzone malinconica per la tua andata.
    Non so se mai più i tuoi occhi si congiungeranno ai miei occhi o se le nostre ali potranno sfiorarsi ancora; ma un mio pensiero per te vola e mai mi lascerà, per ora.
     

  • 10 settembre 2015 alle ore 19:08
    Il Cerchio

    Come comincia: La vicenda si svolge nel corso di un ottobre tra le ventose strade di Dublino sud.
    È proprio ottobre, quando il personaggio di questa breve e insipida storia approda nella città battuta dal vento e scalfita dalla pioggia.

    Erano circa le quattro del pomeriggio, quando l'aeroplano di Jack inizia la turbolenta discesa verso la pista d'atterraggio, nascosta alla vista da enormi nuvoloni bianchi; incredibilmente, deliziosamente bianchi.
    Sebbene l'aereo trabballasse instabile come un ubriaco preso a spintoni, era convinto che le raffiche di vento non avrebbero potuto mettere in pericolo quell'atterraggio avvolto, in un certo senso protetto, dal candore delle nuvole, sospese ad un altitudine decisamente troppo bassa.
    E le nuvole sapevano proteggere bene i propri navigatori, esperti viaggiatori moderni, e quell'aereo attraccò indolore al Finger prestabilito, lasciando sbarcare la ciurma di cui Jack si trovava a far parte.
    Attraversò con impazienza l'aeroporto spoglio di Dublino fino a trovarsi, appena attraversati il controllo passaporti e, quindi, l'uscita, di fronte alla fermata del Bus che portava in città, attraversava il centro ed arrivava giù nella South-side.
    Prese posto al sedile singolo, proprio dietro al conducente. Stava andando a trovare due amici, Joey ed Jaime, che aveva conosciuto due anni prima e con i quali aveva trascorso l'estate in giro per l'Irlanda.
    Jack, in realtà, non si chiama davvero Jack: Jack è italiano, e si chiama in un altro modo, ma in questo breve racconto ha più significato chiamarlo con un nome anglofono.
    L'inglese di Jack ogni tanto zoppicava e la bizzarra dinamicità della città di Dublino non mancava occasione per metterlo a disagio, in svariate ed incomprensibili situazioni.
    Jack andava a sud, nella zona benestante della città, dove quella simpatica e preoccupante follia non era più così padrona delle strade. La fermata che gli venne indicata fu Leeson's Street Upper, ma lui scese un paio di fermate prima, per confermare a se stesso e all'universo la sua caratteristica imbranataggine.
    Camminò sul lato est del St. Stephen's Green Park, ancora in pieno centro, fino ad inoltrarsi in un labirinto di stradine e vicoli stretti, con villette graziose cinte da bassi steccati, con deliziosi giardinetti d'ingresso, che precedevano la porta d'ingresso: ogni porta era dipinta di un colore diverso da quelle adiacenti, regalando all'occhio una gradevole sensazione di allegria, un arcobaleno artificiale di porte, in un grigio, umido, ventilato e un po' piovoso pomeriggio dublinese di ottobre.
    Camminava trascinandosi dietro un trolley, un'altra valigia ed in mano una mappa della città, quando si arrestò di fronte ad una villetta con una porta rossa ed un uomo sulla settantina che spazzava con una vecchia scopa il giardino dalle foglie secche, sorvegliato in modo vigile da un gatto nero con una macchia bianca in faccia e uno sguardo un po' abbacchiato.
    Jack non fece subito caso all'uomo, confondendo il rumore della scopa che raschiava il pavimento con quello del vento che spazzava le foglie, quando fu questo a chieder per primo:
    "Ragazzo, ti serve aiuto?" e, senza aver mai mosso lo sguardo in direzione di Jack, continuò nel suo lavoro.
    Colto alla sprovvista, Jack farfugliò frasi sconnesse, facendo intendere di essersi perso, come se l'immagine di un ragazzo con due valigie e una mappa in mano, fermo in mezzo ad una stradina residenziale di una, per quanto piccola, grande città, non fosse già abbastanza chiara.
    Riordinò velocemente i pensieri ed aggiunse: "Sto cercando Baggot Lane, seguendo la mappa sono arrivato in questa direzione da St. Stephen's Green, ma non riesco a capire dove sono finito."
    Il vecchietto sorrise. Si avvicinò per scrutare la mappa e disse: "Siamo troppo a Sud, la mappa non arriva fino a questa zona, e tu devi andare ancora più in giù" indicò con il dito in direzione Sud/Est.
    "Se ti va di aspettare un minuto, entro in casa a stamparti una mappa della zona", e si allontanò con un altro sorriso.
    Il calore, la gentilezza e l'ospitalità degli irlandesi si concentrarono in quel gesto e Jack provò un sentimento di leggera soddisfazione che lo fecero quasi emozionare.
    Il vecchio riapparse poco dopo, mentre Jack era intento ad osservare il gatto fiero, abbacchiato ma vigile come un felino di serie A.
    Tra le mani stringeva un foglio di carta e, con fare cortese, porse la mappa a Jack.
    "Guarda, ho segnato con una croce nera il punto in cui siamo adesso, vedi?" indicò il vecchietto, e proseguì: "Tu devi arrivare quaggiù! Non è molto, saranno dieci minuti a piedi, se vuoi seguirmi ti faccio strada per un pezzetto". E si incamminò, seguito da Jack, sotto una leggera pioggerellina.
    Jack era sconvolto da tale ospitalità, e proseguì col cuore colmo di gioia, provando sentimenti di pura, sincera ed istintiva amicizia verso quest'uomo.
    Perso fra i suoi soavi pensieri, Jack si accorse solo di sfuggita che stavano attraversando un campo che, in un passato più remoto, sarebbe potuto essere un orto comunale, mentre in quel momento assomigliava più ad una piccola discarica residenziale; Jack si accorse solo di sfuggita che l'uomo lo stava accompagnando per un pezzo di strada molto più lungo di quel che Jack si aspettasse all'inizio, provando perciò un senso di gratitudine e amore per quella città ancora più forte.
    Ad un certo punto l'amabile irlandese si arrestò e, indicando diritto davanti a sè, disse: "Il semaforo che si intravede in fondo alla strada, da quella parte, ti permette di attraversare direttamente su Leeson's Street. Da lì è semplice se segui la mappa! Buona fortuna ragazzo, salute!".
    Jack ringraziò di cuore, non abbastanza per i suoi gusti, ma non avrebbe saputo fare di meglio e si convinse che il suo sincero e schietto sorriso avesse comunicato al meglio la sua riconoscenza.
    Così, imbracciate di nuovo le valigie, proseguì nella direzione indicatagli, voltandosi un istante a rimirare il campo sommerso da detriti, bottiglie, cuscini, pezzi di divano e buste di plastica, coperchioni e barattoli di latta, il tutto ben recintato da una rete di ferro arrugginito qua e là, interrotta solo da una porticina sgangherata senza lucchetti nè serrature.
    Che peccato, una visione da terzo mondo nel bel mezzo di un'area di villette a schiera, un parco macabro che si sostituisce in maniera originale ai tanti splendidi e maniacalmente curati parchi verdi che colorano la città.
    Proseguì, incrocio dopo incrocio, fino a raggiungere la meta, ricongiungendosi con i vecchi amici da tempo rincorsi tra le sue fantasie notturne, a casa, nel suo letto.

    Era ancora ottobre, erano le prime ore di un caratteristico pomeriggio autunnale nella capitale irlandese, ed era tedioso ogni singolo centimetro cubo che circondava la mente di Jack, insoddisfatto e insofferente, abbandonato sulla poltrona rossa del divano.
    Le sere passate con Joey ed Jaime erano state tutte cariche di vivacità, passione e adrenalina, avevano suonato molto, facendo jam sessions per le vie e i pub della città, oppure nel salone di casa, sempre con lo stesso spirito e la stessa carica.
    Ma il pomeriggio era sempre grigio, la mente pigra, e le serate iniziavano a diventare una piacevole routine.
    Quel giorno sarebbe uscito, avrebbe lottato e sconfitto la noia, giusto per una passeggiata, una boccata d'aria pesante e inquinata. Un'aria fredda al punto da far irrigidire anche la sua mente, che non perdeva occasione per vagare nelle fantasie più desolate e depresse.
    Era tutto il giorno che più pensava e più si intristiva, più si intristiva e più desiderava abbandonarsi ai pensieri, fino a nutrirsi della più pura melanconia.
    E pensava all'amore. Un amore passato che faceva fatica a passare del tutto; un amore finito, appassito, terminato con un addio; un amore non ancora nato e che proprio per questo faceva già male.
    Si ritrovò errante a percorrere il Grand Canal, un piccolo canale che, a forma di mezzaluna, avvolge la zona Sud della città. Frugò le tasche a cercare il pacchetto di sigarette e, deliziato, si accorse di avere ancora in tasca il foglio con la mappa dell'area Sud, quella che gli stampò l'amabile vecchietto. Si fermò ad osservarla: vi era tracciato un percorso che partiva dalla casa del vecchio fino a raggiungere Baggot Ln. , dove si trovava l'appartamento di Joey ed Jaime.
    Decise di ripercorrere quei passi, senza un vero e proprio motivo, solo per il piacere di ritrovarsi di fronte a quella villetta, magari per ringraziare di nuovo una persona gentile. Sentiva di volerlo fare.
    Si diresse ad Ovest, sempre lungo il piccolo canale, fino ad arrivare sulla grande e larga Leeson's Street; a questo punto virò verso Nord.
    Affascinato e turbato dal caos di quella strada a troppe corsie, si arrestò quando riconobbe la rozza recinzione in ferro che delimitava il campo-discarica.
    "Una discarica nel bel mezzo di un complesso di villette per persone per bene, molto singolare" pensò Jack tra sè, attraversando il viale che lo separava dall'ingresso al campo.
    Ammirò quell'entrata che tanto gli pareva un sipario e, come un attore che entra in scena, sentì il suo corpo formicolare d'adrenalina ed eccitazione.
    A passi svelti quanto incerti, si inoltrò sentendosi smarrito, non sentendosi del tutto il cervello, solitamente incastonato come una pietra preziosa nella fedele coperta del suo cranio.
    Sentì un attacco di tachicardia, vide tutto rosso davanti a sè, si osservò dall'esterno, con la testa che girava, e gli occhi insanguinati, la sclera inniettata completamente di sangue; da un angolazione alta e frontale, era fermo con le mani distese lungo i fianchi, nel panico più totale notò una mano che gli si posava sull'orecchio destro, come a sussurar qualcosa impossibile da udire.
    Non sentì nulla e, come svegliandosi, la visuale ritornò in prima persona e, con un respiro affannato che lo portava sempre più in iperventilazione, volse di scatto la testa verso destra, al ricordo della vista di quella mano, venosa e rugosa, una mano segnata dagli anni.
    Non c'era nessuna mano posata sul suo volto, e lo scatto improvviso lo fece ripiombare nel delirio.
    Mosse un piede, avanzò di un passo, e barcollante proseguì.
    Non aveva idea di cosa stesse accadendo dentro e intorno a sè, ma si convinse che muoversi lo avrebbe fatto stare meglio, lo avrebbe fatto svenire forse, ma sarebbe stato comunque meglio di quel dormiveglia fitto di nebbia e malessere.
    Di nuovo, un piede alla volta, avanzò attraverso il campo recintato che una volta era un grande rettangolo, mentre ora il perimetro era sconfinato ed impossibile da delineare.
    Era tutto così strano. Pensò che, dall'alto, dovesse assomigliare a un puntino nel mezzo di una discarica che, ora, sembrava un parco di autodemolizione, pieno di carcasse di vecchi autobus.
    Quel posto era un labirinto che, al posto delle classiche siepi alte, lasciava alle carrozzerie senza ruote degli autobus il compito di delimitare il percorso.
    Tuttavia era facile sapere dove andare. Forse perchè ancora spaesato e confuso, ma Jack non vedeva vie alternative, non trovava bivii davanti a sè: il percorso era uno, inconfondibile.
    Assaporò amaramente il panico che si andava risvegliando in lui e, in preda ad un attacco di claustrofobia, cominciò a correre fino ad esaurire, in poco tempo, il poco ossigeno che l'ansia gli concedeva di usare. Bastò un centinaio di metri per farlo stramazzare al suolo, privo di sensi.

    Galleggiava soave in un mare calmo e pacato, pacifico e dolce, caldo. Rinvenì dopo un tempo incalcolabile ma, essendo la luce fioca del pomeriggio ormai del tutto scomparsa, avendo essa lasciato il posto ad una notte di gelida foschia, probabilmente il delirio di Jack era durato delle ore.
    Si mise a sedere, poggiando la schiena ad uno dei vecchi autobus, notando angosciato che nulla era cambiato, che il suo incubo continuava a vivere nel suo mondo cosciente.
    Dopo aver messo meglio a fuoco, purtroppo non rinsavito del tutto, o forse per niente, fissò i suoi occhi su quella che sembrava dapprima solo una macchiolina nera e rumorosa.
    Un gatto nero, con una macchia bianca, lo fissava minaccioso, non smettendo di soffiare, velenoso, come una vipera.
    "È il gatto del vecchio", pensò, facendo fatica ormai a distinguere un buono da un cattivo presagio.
    Il gatto d'improvviso smise di emettere quel fastidioso suono e, senza smettere un istante di guardarlo con arroganza felina, iniziò a trotterellare agile lungo il labirintico viale.
    Jack lesto si alzò in piedi e, barcollando per un istante, iniziò ad inseguire il gatto, che non correva davvero, bensì sembrava danzare come una ballerina tra una svolta e l'altra.

    L'immagine di sè che si affaticava per inseguire un gatto in un mondo che aveva ormai perso ogni criterio di razionalità riuscì quasi a far sorridere Jack. Non fosse stato per la critica drammaticità della situazione, quella sembrava fosse una scena grottesca presa da un cartone animato, le sconosciute "Avventure di Jack nel Paese delle Meraviglie".
    Quel gatto doveva conoscere bene il fatto suo, dato che non impiegò molto per trovare l'uscita. "Trovare" non è proprio il termine adatto, visto che, per quello che Jack potè notare, neanche in quell'ultimo tratto di labirinto avevano incontrato bivi o incroci di alcun tipo, perciò il gatto si era giusto limitato a seguire la strada.
    Era come se Jack avesse perso i sensi poco prima di trovare l'uscita, un'uscita che senza dubbio sarebbe stata a poche decine di metri dal punto in cui svenne quel pomeriggio.
    "Finalmente" si disse Jack, col fiatone ed il sudore grondante a fiotti sulla fronte, e gli bruciava gli occhi riempendoli di sale. La sua mente era lucida, o almeno così gli sembrava che fosse. Come se la sbornia del giorno precedente fosse ormai svanita dopo qualche ora di sonno. Il gatto ora era seduto ad un angolo della strada, oltre l'uscita (o l'entrata, come preferite chiamarla?) intento a leccarsi una zampa, senza badare più a lui. Jack varcò la soglia del campo-discarica-labirinto ed attraversò esausto il recinto. Era pazzesco: non ricordava assolutamente quel posto, non aveva ricordi di quei viali deserti e spenti che gli si paravano davanti agli occhi.
    Ricordava delle villette a schiera, ma era come se qualcuno avesse ridisegnato a mano quel posto, lasciandosi sfuggire qualche particolare.
    Le uniche luci, gialle, provenivano dai lampioni alti agli angoli dei vari vialetti che si incrociavano a vicenda, paralleli e perpendicolari. Sentendosi perso dentro ad un videogioco decise di proseguire il cammino, andare avanti fino a morire o superare il livello. Non badò al fatto che nei videogiochi i personaggi non muoiono davvero, ma basta premere un bottone per richiamarli in gioco, passare loro una nuova (ma sempre uguale e virtuale) linfa vitale.
    Ripiombò nell'angoscia temendo di rivivere la brutta esperienza provata nel labirinto dato che ora, al posto degli autobus, c'erano le tante villette a schiera ad inscenare un nuovo percorso. La location era cambiata, sì, ma il tema del gioco sembrava essere sempre quello: lui che vagava confuso in un senso unico che non lasciava scampo al libero arbitrio. L'occasione di mollare, Jack, non ce l'aveva.
    Ogni villetta aveva un piccolo cortile più o meno curato, ed erano tutte uguali. Differiva solo il colore delle porte, che si alternava secondo lo stile dublinese.
    Una volta Joey disse a Jack, mentre passeggiavano per il centro della città: "Se ti guardi intorno farai caso al fatto che non ci sono porte adiacenti che hanno lo stesso colore: sono tutti alternati! Qui a Dublino se vuoi cambiare colore alla tua porta di ingresso devi prima chiedere un'autorizzazione al comune. Secondo te perchè?"
    Jack riflettè qualche istante sulla domanda, poi rispose: "Non lo so... sarà una tradizione. E non puoi svegliarti una mattina con frizzante spirito rivoluzionario che ti ribolle nelle vene e decidere di abbattere una tradizione. Allora, perchè?".
    Joey scosse la testa e disse: "Perchè si sa che a noi dubliners piace bere parecchio e ci sono molte vie lunghissime ad attraversare questa città. Lunghissime vie piene di portoni. Se avessero lo stesso colore, come faremmo a riconoscere l'ingresso di casa nostra?" e scoppiò in una risata esageratamente rumorosa, seguita da incessanti colpi di tosse che lo fecero diventare paonazzo.
    Non sapeva se fosse serio o se quella fosse solo una battuta da bar, uno scherzo simpatico che riesce bene dopo un paio di pinte. Poco importava adesso.
    Tutte le abitazioni sembravano disabitate e, attraversato un altro incrocio, si trovò di fronte ad una villetta che aveva la porta d'ingresso socchiusa, e dalla finestra si intravedeva una luce accesa.
    Quella villa la ricordava, anche se tutto intorno era diverso. La porta iniziò ad aprirsi lentamente, quasi sospinta da un leggero alito di vento, producendo un cigolio sinistro. Sulla soglia apparve il vecchio.

    Il vecchio ora era lì, lo guardava con aria divertita e curiosa, enigmatica. Sulla sua faccia non vi erano ghigni di alcun tipo, eppure trasmetteva una malvagità maliziosa. Ma Jack, sebbene si fosse quasi abituato a quella paradossale situazione, voleva credere di essere solo matto, niente di più che un povero matto in preda ai deliri. Stanco come non mai si affrettò verso il vecchio e, timidamente, mantenendo il contegno, disse:
    “Salve! Ho bisogno d’aiuto, credo di aver battuto la testa o qualcosa del genere … “ , ma Jack si accorse che l’espressione sulla faccia del vecchio non era mutata minimamente, assumendo ora una parvenza ebete.
    “Si ricorda di me?” continuò Jack, disperato e stufo di far parte di tutto ciò, sentendosi preso in giro. “Passavo di qui una settimana fa, lei mi aiutò a trovare la strada. Ricorda? Ero tornato questo pomeriggio per ringraziare proprio lei, ma devo aver battuto la testa, o forse ho la febbre … ma per l’amor di Dio mi vuole rispondere? Ho bisogno di un medico!”.
    Quello che una volta era stato un gentile e premuroso vecchietto ora sembrava addirittura non accorgersi di Jack; si mosse solo quando il suo gatto nero, in un sepolcrale silenzio, gli si andò a strofinare contro le gambe. Il povero Jack non sapeva più cosa fare, pensando di essere non più dentro un videogioco, bensì in un film dove le sue azioni erano già registrate, non stava vivendo davvero, stava solo guardando.
    "Perchè sei tornato qui? E cosa ti aspetti che io faccia?" sbottò all'improvviso il vecchio. Jack, che in un primo momento rimase di stucco, cercò subito di articolare in inglese una frase che sarebbe riuscita a spiegare almeno in parte quello che nemmeno lui era riuscito a capire. Eppure aveva la sensazione che il vecchio sapesse. Sembrava tutto un gioco, il suo gioco.
    "Sono venuto qui oggi pomeriggio perchè, trovandomi nei paraggi, e ripensando alla gentile accoglienza da lei ricevuta, non avendo oltretutto di meglio da fare... insomma, pensavo questa visita potesse essere un gesto carino. Ma è successo qualcosa venendo qui. Ho perso i sensi e ora sento che tutto ricomincia a girare, potrebbe chiedere aiuto?"
    "Chiedere aiuto?" chiese il vecchio con aria sorpresa, continuando: "E per cosa? Per chi? Cosa vuoi esattamente figliolo? Perchè non mi spieghi che diamine vuoi da me e dal mio gatto?" concluse, guardando il gatto che di rimando miagolò qualcosa in qualche strano dialetto felino.
    "Che cosa voglio?" urlò Jack impaziente, adirato e disgustato da questa messa in scena, provando ora un forte desiderio di fare qualche passo avanti e spaccargli la faccia. "Io me ne voglio andare, voglio trovare l'uscita da questo fottuto posto! Questo posto è... un labirinto." E balbettò queste ultime parole, temendo di dirle a voce troppo alta.
    A questo punto Jack guardò il vecchio e sbalordito lo udì articolare parole senza emettere suono. Non sembrava che stesse davvero parlando, ma sentiva tutto forte e chiaro, di una chiarezza preoccupante: stava bisbigliando alla sua mente in una sorta di telepatia muta, ma con un chiaro timbro. Il vecchio gli disse che quelli come lui non trovano l'uscita perchè quelli come lui non vogliono uscire. Quelli come lui anche se escono, come fece Jack la prima volta, poi ritornano. Sono calamite per posti come quello.
    Inerme, Jack non reagì. D'altronde, non aveva la più pallida idea di cosa dire o fare. Aspettava qualcosa che lo richiamasse alla realtà, avrebbe voluto mettersi due dita in gola e liberarsi per sempre da quella sbornia maledetta, che gli aveva fatto passare per sempre la voglia di abbandonarsi all'ebbrezza, di assaporare i piaceri dell'irrazionalità.
    Con un ultimo disperato sforzo compose, balbettando, quella che era ormai la sua ultima obiezione, l'ultimo tentativo di difesa: "Se quello che dice è vero, allora tornerò. Ma se proprio non vuole accompagnarmi cortesemente fuori di qui, come fece la prima volta, perchè almeno non lascia che io usi un telefono? Me ne andrò di qui e non ci metterò più piede, mi creda, potremmo scommetterci!".
    Il vecchio scosse la testa irritato, poi disse: "Ragazzo tu vuoi un telefono? Io non credo che ti serva davvero... non hai un cellulare Jack? Sei sicuro di non averne uno? Mi pare strano, eppure..."
    Improvvisamente gli occhi di Jack si illuminarono, ma al tempo stesso si sentì pesantemente inabissare in un groviglio di sensazioni inconscie. Il cellulare...
    Non è possibile raccontare esattamente la particolarità di quei momenti di riflessi intangibili.
    Jack era ricaduto in trance (ne era mai davvero rinsavito da quel pomeriggio alla discarica?), ma riusciva a captare suoni di mille voci tutte uguali, voci di vecchio, che erano difficili da distinguere, eppure trasmettevano tutte un messaggio ben recepito in tante piccole, diverse e remote parti del suo cervello. Vedeva un cellulare nella sua mano; non un cellulare, il suo cellulare, quello che aveva sempre avuto e che non usava.

    "Perchè non ho telefonato?".

    Lasciandosi cullare dai sui ultimi istanti di inerzia, come un materassino galleggia e affronta il mare, la mente di Jack riacquisiva coscienza e svegliava il corpo, che a sua volta tornava caldo.
    Tutto ciò avvenne con una calma perfetta, un'imperturbabile quiete era venuta a richiamarlo da sonni profondissimi. Aveva dormito tanto, si sentiva riposato e anche un po' eccitato. Aveva dormito bene tutta la notte e, sebbene avesse la sensazione di aver sognato qualcosa tutta la notte, non era in grado di ricordare bene cosa. Allungò un braccio verso il cellulare posato come d'abitudine accanto al letto e controllò l'orario: si era svegliato dieci minuti prima che suonasse la sveglia, impostata per le 8.30. Si sentiva riposato, eppure avrebbe dormito volentieri un altro po'.
    Stava ripensando al sogno che non riusciva a rievocare, sentendo crescere un leggero senso di frustrazione: da quando aveva aperto gli occhi, Jack si sentiva come incastrato in una fitta tela di déjà-vu dalla quale non riusciva a trovare una via d'uscita. Ma i déjà-vu, si sa, sono tanto piacevoli quanto fastidiosi; un fenomeno affascinante e singolare.
    Probabilmente, convenne Jack, quel sogno era una ricorrenza, un periodico ospite delle sue notti. Ne era quasi certo, ma come poteva esserne sicuro, trattandosi di un déjà-vu?
    L'orologio ora segnava le 8.35 e non aveva tempo da sprecare in futili osservazioni; man mano che il sole si levava più in alto nel cielo, i piedi di Jack erano sempre più piantati a terra e la sua testa sempre più avvitata intorno al collo. Quando andò a fare colazione, bevendo la sua tazza di caffè, già aveva smesso di pensare alla notte appena trascorsa. Aveva un aereo da prendere ed una bella vacanza lo stava attendendo oltre i confini, su a Nord.
    "Il bello e civilissimo Nord", pensò Jack, lasciandosi sfuggire un sorriso. "Dublino, arrivo!".

  • 08 settembre 2015 alle ore 23:29
    La Leggenda del Re Liberatore

    Come comincia: Anche se si è legati a qualche pensiero negativo ma che non ci appartiene, anche se si è legati a qualche dolore che ci appartiene ma che non abbiamo mai voluto che si manifestasse, nonostante tutto ognuno di noi è un Re Liberatore, Liberatori verso noi stessi e Liberatori verso chi, come noi, Sente, Vive, Ama, e Dona tutto il suo essere positivo agli altri.

  • 08 settembre 2015 alle ore 14:41
    ANDARE AL LAVORO (mattina)

    Come comincia: Cioè sembra notte. Forse lo è pero. Le 06.22, fa un freddo che uno devo provarlo per credere. Riscaldamento della macchina al massimo. Buio, buio e buio. Mentre guido penso che andare al cinema ieri è da pazzi quando poi ti devi svegliare alle 06.00: -“Stasera alle 09.00 a letto”- penso.
    C’è del magico nell’essere una delle poche macchine in strada. Soprattutto in inverno, ti sembra di essere un sopravvissuto ad una catastrofe naturale. Ti viene voglia di salutare con i fanali le (poche) macchine che incroci.
    La radio della macchina deve essere accesa, per forza. E’ una compagna inseparabile. Al mattino le note della musica sembrano essere diverse: non ci credete? Provate ad ascoltare Shine on you Crazy Diamond al mattino presto e provate ad ascoltarla in un banale pomeriggio. La differenza la trovate da soli. Poi è meraviglioso salire in macchina e scegliere che cosa ascoltare: inanzitutto devi scegliere tra notizie o musica. Nel primo caso ti becchi quello che c’è: morti famosi, la politica, l’ennesima strage. Non puoi scegliere; uno dei vantaggi è che sei una delle persone più informate sulle ultime notizie in quel momento rispetto alla maggioranza delle persone che la radio la accendono verso le 7, 7 e mezza. Con la musica invece è diverso: in base all’umore si sceglie l’artista che più si confà. Pink Floyd, Led Zeppelin, De André e i Doors. Queste sono solitamente le scelte dell’alba.
    Mentre guido penso a quello che dovrò fare: la mente ricomincia la routine quotidiana. Il primo pensiero, ad essere onesti, è “A che ora finisco oggi”. In base alla risposta non solo guidi più o meno leggero ma hai anche più o meno sonno.
    ‘Well show me the way to the next whiskey bar…’ Caro James Douglas Morrison adesso è troppo presto per un whiskey; io mi accontento anche di un caffè al volo….’Oh don’t ask why, oh don’t ask why’  guarda, è meglio non chiederselo.  ‘For if we don’t find the next whiskey bar I tell you we must die, I tell you we must die’ .  In effetti senza il caffè non è facile sopravvivere al mattino. Soprattutto in inverno. D’estate tutto è diverso. Assolutamente diverso.
    Per andare al lavoro devo attraversare un ponte sul fiume, il Ticino; come al solito in questo periodo non si vede nulla. Può essere pieno o svuotato ma la nebbia ti impedisce di capirlo.
    La cosa bella del partire presto è però una in particolare: non c’è traffico. Non c’è coda. Non c’è nulla. Quello che normalmente ti impiega quasi 2 ore oggi lo faccio in 1. Sai che soddisfazione poi: arrivare al lavoro alle 07,30 con l’ufficio che apre alle 09.00. Poi uno si chiede perché si esaurisce. Cioè cominci a lavorare un’ora e mezza prima del dovuto ma perlomeno hai trovato parcheggio al primo colpo (o quasi), non hai fatto fila al casello e last but not least puoi permetterti di mandare mail ai colleghi già di prima mattina. Chissà cosa pensano…”Cazzo! E’ già al lavoro” oppure “Ma che cazzo ci fa al lavoro alle 07 e mezza?”.
    Intanto penso a chi sta a casa, a chi un lavoro non ce l’ha e a chi pagherebbe per svegliarsi presto e avere qualcosa da fare. Sono pensieri che vengono in un istante e in un istante se ne vanno. E vengono sostituiti dal “Se fossi a casa oggi che farei?”. Mille risposte: andare a correre, andare a comprare quella cosa o quell’altra, fare una passeggiata…Il bello è che quando ti capita non fai niente di quello che in teoria vorresti fare. Ti limiti a dormire e buonanotte. Anzi, se si tratta di una giornata di ferie già programmata, a metà mattina ti prende quella tristezza che ti porta a pensare -“Beh quasi quasi un salto al lavoro lo faccio”-
    Poi dicono che uno non sta male.