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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 05 febbraio alle ore 17:49
    Sotterranea distrazione

    Come comincia: Sotterranea distrazione
     
    Vania lavorava in Pizzeria, faceva la cameriera, si guadagnava da vivere con questo lavoro, otto ore al giorno portando piatti ai tavoli, con antipasti, primi, pizza e dessert. Non era molto svelta nel servire i clienti, ma i conti, quelli sì, li sapeva fare bene e velocemente.
     
    Era carina, snella, una brunetta con la coda di cavallo, naso dritto e magro e occhi color nocciola che la facevano sembrare un dolce cerbiatto.
     
    Non le piaceva molto fare la cameriera, Lei era ragioniera e avrebbe voluto lavorare in un ufficio, magari in uno di quei grandi palazzi, dove gli impiegati scendendo a pranzo, venivano a consumare un piatto di pasta.
     
    Una volta aveva lavorato in un Ufficio presso un commercialista, ma poi Lui si era trasferito altrove e Lei era rimasta senza lavoro, così si era dovuta accontentare di quello che le era capitato: un lavoro onesto, a contatto col pubblico, scarpe basse un grembiule davanti, i capelli raccolti e su e giù con i piatti fumanti.
     
    Quel sabato sera la pizzeria era piena, per lo più ragazzi giovani e qualche coppia più matura. Tante chiacchiere, bottiglie di birra e lattine di coca cola.
     
    Stava proprio servendo una coppia di quarantenni: Lui alto, magro, con tanti capelli ondulati e solo qualche filo d’argento ai lati, Lei, una donna morbida e mielosa, messa in piega fatta da poco, con ciuffo ben phonato, vestito da boutique color verde smeraldo come i suoi occhi che brillavano al solo guardarlo.
     
    Vania ebbe un momento di fastidio, aveva problemi con la glicemia e troppo miele la faceva nauseare. Perfettamente professionale, prese le ordinazioni, sorrise e tolse la sua persona da quel tavolo velocemente.
     
    Un senso di nausea l’assalì d’improvviso, ma determinata nel suo lavoro, fece finta di non farci caso e servì alla coppia la loro fumante pizza. Lui, preso dalla compagnia della “verdona” le aveva appena rivolto un sorriso distratto, ma quasi subito la richiamò:
     
    “ Signorina, prego, con questi coltelli non è possibile tagliare la pizza, può portarci qualcosa che assomigli ad un coltello tagliente?” 
    “ Certo, rispose Vania, sorridendo ma infastidita e nauseata, arrivo subito.” 
    Vania voleva fare tutto velocemente, almeno per una volta, e mentre portava ancora due piatti fumanti di spaghetti all’astice, teneva i due coltelli con la punta rivolta in alto, ma il destino volle che appena arrivata al tavolo della coppia, inciampasse arrovesciando gli spaghetti in terra e drammaticamente uno dei due coltelli andò a centrare la parte alta dietro il collo di quell’uomo giovane e bello.
     
    La candita camicia si macchiò immediatamente di sangue, Lui accasciò la sua testa sul tavolo senza un lamento, mentre la donna gridava disperata. Nella frazione di un attimo nella sala ci fu un gran baccano: la gente si era alzata, urlava, Vania piangeva con le mani al volto. Il proprietario chiamò immediatamente l’ambulanza, ma per l’uomo non ci fu  più niente da fare e quando arrivarono i soccorsi era già morto, centrata la vena del collo, un lavoro che solo un chirurgo avrebbe potuto fare con tale precisione.
     
    Nei giorni che seguirono Vania rimase a disposizione della polizia. Di lavorare non se ne parlava, e poi, chissà se avrebbero ancora avuto bisogno di Lei.
    Era stata una disgrazia, d’accordo, ma chi l’avrebbe nuovamente assunta?
     
    Passò un po’ di tempo, Vania si guadagnava da vivere facendo le pulizie negli appartamenti, sbarcando così il lunario, sempre più triste e afflitta.
     
    Poi un giorno, sentì bussare alla stanza che aveva preso in affitto; era la proprietaria che con aria preoccupata, le annunciò la presenza della polizia.
     
    Le fecero molte domande, Lei all’inizio era smarrita ed i suoi occhi da cerbiatta facevano pena a tutti, poi, a mano a mano che la matassa si ingigantiva, soprattutto quando il Commissario le fece notare che Lei, quando in altri tempi, era bionda e con i capelli a caschetto era stata alle dipendenze dell’uomo morto in pizzeria, Vania diventò abile, aggressiva ed i suoi occhi color nocciola, assomigliavano sempre più a quelli di un puma dentro una gabbia.
     
    Diceva che non lo aveva riconosciuto, che era cambiato, che stava lavorando e che non aveva tempo né voglia di osservare i volti dei clienti, ma il commissario era sospettoso e le disse chiaramente che per Lui questo era un omicidio e non una disgrazia.
     
    Ma come poteva una ragazza così semplice, dolce, lavoratrice, avere la mente di una assassina? Poi, la precisione di quel coltello …, era da attribuire ad un chirurgo o …ad un esperto.
     
    Ce l’aveva quasi fatta Vania e stava preparando le valige per andarsene e dimenticare, sì, dimenticare quell’amore grande per quell’uomo che non l’aveva neanche riconosciuta…, era bastato un colore e un taglio di capelli diverso per annullarla completamente. Aveva avuto quello che si era meritato. Sapeva che frequentava quella pizzeria e si sarebbe fatta assumere anche venendo a patti col diavolo.
     
    Le donne abbandonate, soprattutto senza una motivazione chiara, quando sono innamorate possono essere capaci di tutto.
     
    Peccato che il Commissario, non avesse mai creduto alla sua innocenza, e che in ultimis, avesse scoperto il lavoro di anni della madre presso un Circo familiare  dopo che il marito, il padre di Vania l’aveva lasciata con una bimba di appena due anni,  trovando in quell’ambiente, conforto, protezione e amicizia,  facendo la “donna”  del lanciatore di coltelli. Vania, aveva sempre respirato la confidenza delle armi bianche, tanto da rimanerne affascinata; era stato proprio lo Zingaro Milock, che parlando col Commissario, rammaricandosi dell’assenza di Vania da anni, gli aveva raccontato di come all’epoca, la piccola,  avesse recepito bene l’arte di saperli lanciare alla perfezione….
     
    Impara l’arte e mettila da parte, dice un antico proverbio.
    Vania lo aveva fatto.
     

  • 05 febbraio alle ore 17:42
    La lucciola (insetto)

    Come comincia: La lucciola (insetto)
     
     
    Tutti conoscono quei piccolissimi insetti, che emanano luce nelle calde serate di maggio, fino all’estate. Brillano nel buio dei cespugli ed é difficile catturarle e poi perché mai? Sono così carine! 
    Personalmente sono affascinata dagli insetti e dal loro mondo, mi piace documentarmi e magari fare dei confronti, dei paragoni con la grande razza umana, alla quale, anch’io appartengo, sempre più complessa, complicata, e disturbata da se stessa.
    Intanto in questi insetti, ci sono delle differenze tra il maschio e la femmina, anche se il nome é lo stesso al femminile come al maschile.
    Ad esempio, solo il maschio può volare, e perché mai? Semplice, lui possiede le ali. La femmina invece, non conoscerà mai le gioie del volo, e rimane per tutta la sua vita allo stadio larvale, semplicemente perché non é dotata di ali ma solo di piccole squame.
    La lucciola femmina, preso atto di ciò, naturalmente si é organizzata per la sua sopravvivenza e si trascina con le sue sei corte zampette, come d’altronde ha pure il maschio, e trotta piano cacciando la sua preda. Forse non tutti sanno che le lucciole sono carnivore, e le furbette, si cibano di lumache e di chiocciole che cacciano esclusivamente di notte. Attraverso il loro bagliore, sono in grado di seguire la scia della loro preda, che viene morsa ripetutamente, alla testa. Tutto questo, finché sono alla stadio di larve. Essa ha un modo di cacciare, direi piuttosto singolare, infatti, prima di nutrirsi della sua vittima, la cloroformizza per mezzo delle due microscopiche mandibole ricurve ad uncino e sottili come un capello, ma evidentemente efficaci, dalle quali esce una specie di veleno, che non é immediatamente mortale, ma serve ad intorpidire la preda, alla quale continuamente, con brevi pause, essa insiste con questi buffetti che potrebbero anche assomigliare a smancerie, fino ad ottenere l’effetto desiderato, cioè la morte della lumaca. Ma la lucciola non mangia, nel senso che non seziona la carne in pezzetti per poi mandarla giù per mezzo di un apparato masticatore, essa si abbevera o meglio, si nutre di un brodetto leggero in cui ha ridotto la sua vittima, fluidifica la preda prima di nutrirsene e digerisce prima di consumare.
    Tutto questo brodetto é conservato sotto di essa in una specie di conchiglietta ed é talmente generosa che adora banchettare in compagnia con le altre lucciole, senza nessuna discussione, é insomma un vero festeggiamento, i convitati si alimentano tutti insieme. Una volta consumato il pasto, l’insetto si ritira e la conchiglia le rimane attaccata ma vuota, fino alla prossima caccia.
    Più tardi, cioè da adulte, non hanno più bisogno di nutrirsi, mentre l’uomo continua ancora a mangiare, anzi a dire il vero, lo considera uno dei piaceri principali della vita, e tutta la loro energia é impegnata alla riproduzione, e qui la razza umana, almeno una buona parte, con il tempo, ha fatto scelte diverse.
    La lucciola maschio, come tanti altri insetti, muore immediatamente poco dopo l’accoppiamento, un bel prezzo da pagare direi, mentre alla femmina le viene dato il tempo di deporre le uova, cioè un paio di giorni. Nell’autunno successivo sgusciano le larve che restano tali per due anni con l’unico obiettivo di nutrirsi e crescere.
    L’effetto luce da loro emanata é una reazione chimica, é comunque una luce bianca, cioé brilla ma non emana calore, a differenza delle “lucciole”, genere umano, che dietro compenso, generalmente da stabilire prima, vendono calore; per i nostri animaletti é un vero e proprio richiamo sessuale. Il maschio emana una luce più potente, la femmina, risponde, perché anch’essa dotata di luce ma molto più debole. Per questi incontri ci vuole il buio, senza questa complicità, non é possibile l’incontro fra i due sessi e di conseguenza la riproduzione delle medesime.
    Comunque, una cosa é certa, la comparsa delle lucciole sta a significare un buon sistema ambientale e ci possiamo fidare.
    Io, se posso, darei comunque un consiglio agli umani:
    - State attenti a ciò che produce bagliore, dietro buffetti innocenti, semplici solleticamenti, si potrebbero celare delle vere aggressioni; un po’ come dire, dietro un volto angelico, si potrebbe nascondere un serpente a sonagli. 
    Personalmente, non ne ho mai incontrati, serpenti a sonagli voglio dire, almeno non irriconoscibili, però…, nel corso della mia vita, ho ammirato qualche scorpione, addirittura ne ho pure sposato uno, ma non abbiamo mai banchettato col brodetto di lumaca.
     

  • 05 febbraio alle ore 17:39
    Falsità e Amicizia

    Come comincia: La Falsità dava in affitto le stanze ad ore. Era costretta a lavorare dopo aver sperperato tutto il patrimonio che una sua lontana parente le aveva lasciato, perché figlia unica e non maritata: la Dignità.
     
    L’Arroganza era la frequentatrice più assidua di quelle stanze bellissime i cui balconi  si affacciavano tutti sul mare. Poi c’erano loro, le due gemelle, bruttine a dire il vero, con quel lungo naso e le gambe corte e storte: le Bugie.
     
    Esse erano inseparabili, le trovavi ovunque come le zanzare d’estate, in ogni stanza; pensavi che se ne fossero andate e invece… comparivano in tutti gli angoli e la situazione era dubbia: o le stanze erano affollate da specchi, o loro si moltiplicavano, fatto sta che erano in due, ma sembravano dieci, cento, mille, e la cosa strana era che pagavano solo per due.
     
    E poi c’era lei:Ipocrisia, dalla parvenza bellissima, sempre stesa a prendere il sole, abbronzatissima,  tacchi alti in qualsiasi situazione, però, a dire il vero, a vederla  da vicino, non era proprio così bella. Innanzi tutto il sole, al quale non piaceva affatto, le aveva regalato, sotto quella perfetta abbronzatura, un bel solco di rughe, e poi…, puzzava di miscuglio di creme e profumi che sotto il sole estivo e cocente, evidentemente si squamavano. Comunque, bella o no, di sicuro alla fine, rimaneva sempre da sola.
     
    Quella tarda sera pioveva forte. Un temporale fine giugno, spaventoso. Il vento si era impegnato molto sbatacchiando gli alberi  e quelle povere barche sul molo, che da ore danzavano assieme alle onde, quando completamente bagnata e con le scarpe ormai andate, arrivò una fanciulla dalla bellezza e freschezza veramente rare: Amicizia.
     
    Subito Falsità  si preoccupò di darle una stanza e le raccomandò di fare una doccia calda per evitare di prendersi un malanno, ma già con occhio esperto ed attento aveva fotografato le linee perfette del corpo, che notevoli, si rivelavano attraverso i vestiti bagnati e incollati addosso.
     
    Le bugie si avvicinarono preoccupate e si offrirono di aiutarla nell’asciugatura dei capelli, ma sapevano bene che la corrente elettrica ancora non era tornata.
     
    Ipocrisia disse che non aveva mai visto una fanciulla così bella ed elegante in quell’albergo e si dichiarò pronta a cederle la sua camera se non ce ne fossero state di libere e adatte alla sua  persona, ma sapeva benissimo, che a parte le presenti nominate, quel luogo dalle camere a ore, era del tutto disabitato.
     
    Per cena, il vento prese a cessare, il mare si acquietò, il sole, un po’ scontroso prese ad uscire e come per incanto, il rombo di una macchina ruppe quel silenzio fino ad allora interrotto solo dal movimento delle posate e dei bicchieri, e scese Lui, dalla falcata lunga, decisa e allo stesso tempo delicata e sicura: Affetto.
     
    Affetto entrò nella sala da pranzo, tutte le signore presenti, sorrisero, e con gli occhi lo invitarono, ognuna al proprio tavolo, ma Lui,  cercava solo chi non vedeva in quella grande stanza, poi
    lo scricchiolio proveniente dalla scala, lo fece voltare di scatto, la vide, e subito le andò incontro:
     
    -Ho fatto il possibile per venirti a prendere con la macchina, ma sono arrivato alla stazione con notevole ritardo e tu eri già andata via, tuttavia non mi rassegnavo, ho chiesto informazioni ed ho capito che non potevi essere che qui.-
     
    Non ci fu nessuna risposta, Amicizia si era cambiata d’abito, tamponata i capelli con l’asciugamano e  ringraziando uscì con quel suo profumo naturale, sottobraccio ad Affetto.
     
    Signore e signorine, rimasero davanti ad una tavola ricca di pietanze ormai fredde, e mai come in quel momento, sentirono forte la presenza sottile di: Invidia.
     
    La falsità conosce molte fughe e sa nascondersi con abilità, l’amicizia, quella vera, rimane sempre al suo posto, anche se il farlo, dovesse comportare farsi un po’ male.
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 05 febbraio alle ore 17:34
    Fokker , immagini in volo

    Come comincia: La prima volta che ho volato in aereo avevo diciotto anni ed era un Fokker.
    La settimana dopo lessi che lo stesso era precipitato in Calabria.
    Pensai al disastro e alla morte di tanta gente, ma non formulai mentalmente la famosa frase: “Non volerò più”.
    Sono sempre stata più terrorizzata dalla “strada” e “dal mare”, considerando quest’ultima, una lenta e angosciante morte con dolorosa agonia; quella in cielo, penso che non fai in tempo a comprendere ciò che sta succedendo, che è già tutto finito.
    Ancora oggi, a metà della vita, continuo a prendere le ali di ferro e a volare nel cielo.
     
    Di recente sono stata a Las Vegas, il Paese dei Balocchi, io l’ho chiamato così, dagli Alberghi a tema, da favola, riproduzioni sognanti, perfette e tutti questi scenari si abbinano bene alla curiosità di tentare, almeno una volta nella vita, la fortuna ai tantissimi Casinò, tutti locati all’interno degli Alberghi.
    Sono arrivata a Las Vegas di notte ed ho potuto costatare la meraviglia delle luci, il luogo più illuminato del Mondo, e il via vai dei taxi, il lustro, i negozi aperti tutta la notte e il buio…, che è proprio inesistente. Tuttavia, a mio avviso, visitarla una volta nella vita, a meno che non si vada esclusivamente per il gioco, può bastare.
     
    Lo spettacolo indimenticabile, che ha addirittura sorpreso la mia fantasia è stato il Gran Canyon. Un piccolo aereo traballante, di una delle tante compagnie turistiche, ci ha accompagnato in questo giro entusiasmante.
    Mi sono seduta accanto al finestrino e non mi sono sentita per niente sicura,
    tutto precario, così almeno mi è sembrato. A parte noi italiani, che eravamo in sei, c’erano alcuni spagnoli che facevano fatica, data la mole, a stare seduti sulle “poltroncine”, il pilota, elegante e di colore ed il suo aiuto, una Signorina, altissima, magrissima, biondissima e pallidissima, ed erano tutto l’equipaggio.
     
    Ho subito pensato: “Speriamo bene”.
     
    Quando il velivolo si è alzato traballando, ho iniziato a guardare il cielo completamente azzurro e ad ascoltare con la cuffia le nozioni nella mia lingua.
     
    Sono stata subito rapita, mi sono persa nella visione spettacolare di quell’immensa gola creata dal fiume Colorado. Abbiamo percorso prima la parte settentrionale, dove si ritirano per settimane gli Indiani Navajos e a questo pensiero la mia fantasia si è accesa ancora di più.  Mi sono venuti in mente gli indimenticabili film western con il mitico John Wayne ed è allora che ho iniziato a vedere indiani a cavallo. 
     
    Li ho proprio visti gli Apaches, adesso non c’era più il silenzio di prima, sentivo i cavalli e le urla e Lui, il temuto e brutale Cochise, tutto pitturato da guerriero, le carovane, gli spari, il sangue e poi l’altro Grande Capo: lo storico Geronimo.
    Sono tornata indietro nel tempo, a quando giovanissima andavo al cinema con la mia famiglia la domenica e i film con gli indiani erano i miei preferiti, piangevo alle loro stragi e li ho perfino odiati, ma poi una volta visto “Soldato Blu”, un film che mi ha colpito molto e che ricordo ancora benissimo, ho capito che probabilmente la brutalità non ha colore, perché purtroppo è un bagaglio scomodo dell’essere umano.
     
    Quanta storia fra queste rocce, quanto sangue, quanta fierezza chiusa in seguito nelle riserve…, anche questo sono riuscita a vedere: gli Indiani osservati come attrazione per i loro costumi, eppure dietro ai loro occhi stanchi e rassegnati c’è una storia antica di tradizioni, di vita e di morte.
     
    La parte meridionale del Gran Canyon invece, presenta tutto un altro Mondo, un fascino variopinto e lussureggiante, bellissimo paesaggio che scorre tra le foreste di Kaibab sulla destra e l’orlo dell’abisso rosso sulla sinistra, poi il canyon si allarga e lascia ampio spazio al Colorado.
    I colori sono da mozzafiato, vanno dal giallo acceso al rosso fuoco.
     
    Traballando si ritorna al piccolo aeroporto e vedo un indiano vero, forse attrazione per fotografie, ha una bancarella, ed è lì che ho acquistato un braccialetto in pelle, con infilato un sasso particolare, grigio-verde, potrebbe assomigliare ad un occhio. Capisco che è un porta-fortuna, lo acquisto e lo metto. Mio marito e gli amici mi dicono che “puzza”, no,  odora di pelle, dico io  e ancora , col passare del tempo, profuma di Indiano, di Colorado, di Arizona, di Storiae spesso lo indosso.
     
    Fa parte di tante emozioni, vissute, fantasticate, immagini lontane eppure vicine, e stranamente le associo a quella ragazzina timida, diciottenne, a quel Fokker che non esiste più, a quanto tempo è trascorso da allora e a quanto cammino ancora avrei voglia di continuare a fare…, Buona Vita concessa,  permettendo.
     

     

  • 05 febbraio alle ore 17:32
    Il sogno di una sigaretta

    Come comincia: Il sogno di una sigaretta
     
    Non si può discutere sui sogni, desideri, fantasie. Ognuno possiede i propri ed è una questione di gusto, di crescite interne, di fantasmi, tutto soggettivo comunque. Questi abitanti della sfera interna appartengono sicuramente alla razza umana, visto che per quella animale é tutta una questione d’istinto, ma qui ci troviamo davanti al caso di Cica, una semplice sigaretta, eppure, anch’essa con un improvviso desiderio, quasi incontenibile.
    Filippo fumava, molto, aveva deciso di smettere almeno venti volte nella sua giovane vita e sempre, poi, ricominciava. Esisteva comunque un qualcosa per cui tornava a comprare le sigarette, sue grandi amiche.
    Era un bel pomeriggio di primavera inoltrata, il profumo dei fiori e dell’erba tagliata era nell’aria, ma Lui, considerando che era sabato, si recò in tabaccheria per fare la scorta anche per la domenica.
    Aprì il primo pacchetto e subito respirò a pieni polmoni quella sigaretta desiderata, visto che era in astinenza da due giorni. Appena aperto il pacchetto, Cica lo scorse subito e lì, se avesse potuto gli sarebbe saltata in bocca, ma Filippo scelse la prima a sinistra del pacchetto ed essa era nella fila di mezzo.
    Ogni volta che Filippo apriva il pacchetto Cica sperava che andasse a caso dalla fila e la scegliesse. Niente da fare, doveva aspettare il suo turno.
    Cica sapeva bene che non avrebbe fatto ritorno dentro il pacchetto, come non lo avevano fatto le compagne che erano state scelte e che quindi sarebbe stata poi schiacciata a terra.
    Ma aveva visto la sua bocca, quelle labbra carnose e grandi che racchiudevano una cascata di perle bianche,  il suo volto, i suoi occhi e quello sguardo che non avrebbe più dimenticato, anche se la sua vita, lo sapeva, sarebbe stata breve, ma vista da un’altra angolatura forse non proprio breve, contava infatti di rimanere a lungo attaccata alle pareti dei suoi polmoni e lì sarebbe rimasta vigile e in compagnia di tante altre.
    Iniziò a pensare a come sarebbe stato sublime il contatto umido al tocco delle sue labbra, a quanto sarebbe durata quella sensazione di fuoriuscita dalla sua bocca e non solo, si esaltò al pensiero della pausa tra un tiro e l’altro, dopo essere scesa come fumo dentro il tunnel nero della sua gola, rimanendo adagiata fra le dita di una mano bella, lunga, sottile, nervosa, dalle unghie perfettamente tagliate e curate per poi essere riportata nuovamente alla bocca; sperava solo di consumarsi lentamente.
     Improvvisamente iniziò ad agitarsi ed innervosirsi. Un pensiero tagliente s’impadronì di Cica: e se fosse squillato il telefono e lui l’avesse lasciata a spegnersi in solitudine in un posacenere? O peggio ancora se qualcosa l’avesse distratto improvvisamente, ad esempio una brusca frenata in macchina e l’avesse lanciata dal finestrino? No, assolutamente, Cica voleva il suo momento, lo desiderava, ne aveva tutto il diritto, era una sigaretta ed andava fumata fino in fondo.
    Era, come ho già detto, sabato sera, e Filippo, sotto la doccia si preparava ad uscire per la “sabatata”, discoteca, alcool, ragazze, musica, beh, Cica sperava anche di essere fumata in santa pace, senza neanche tanta confusione e fremeva in attesa di quel momento di delizia.
    In discoteca c’erano i soliti amici ed una gran confusione, tante ragazze, qualcuna di queste, anche carina, non era fra le conoscenze di Filippo ed egli fece in maniera di parlare programmando già un  bel film dentro la testa.
    Si conobbero, ballarono, bevvero e poi naturalmente uscirono fuori per un po’ d’aria e per fumare una sigaretta offerta ovviamente da Filippo. La ragazza si chiamava Adele e dal pacchetto scelse proprio Cica.
    La fumò come essa avrebbe voluto essere fumata: lentamente, con piacere e fino al mozzicone, poi, la spense gettandola in terra e schiacciandola col tacco fine ed altissimo.
    Povera Cica, aveva aspettato tanto…., era disposta anche a pagare un alto prezzo, pur di appoggiarsi alle labbra di Filippo, che le importava di essere stata accesa da quella ragazza che se lo mangiava con gli occhi…?
    Anche per gli oggetti, evidentemente, certe volte, la vita può essere perfida.
    Ma anche Filippo, poi non riuscì a vedere quel film che aveva in programma perché la povera Adele, piegata in due dal mal di stomaco e relative conseguenze poco piacevoli ed imbarazzanti, dovette essere riaccompagnata a casa quasi subito.
    Filippo non ne capiva il motivo, poco prima stava bene. Lei, oltre poveretta a lamentarsi per il dolore, iniziava pure a guardarlo con aria sospetta. Insomma, la situazione si era trasformata e non era più idilliaca come invece era iniziata.
    Improvvisamente la pioggia primaverile arrivò e generosamente tolse da Cica le impronte di rossetto rimaste, prese con sé le sue lacrime, lasciandola galleggiare nell’oblio di una pozza.
     

     

  • 04 febbraio alle ore 12:46
    I diamanti di Johnny

    Come comincia: Il nonno Romualdo portava  la figlia Marta, la sua amica Annina ed i nipotini Vilma e Piero, ogni giorno, a prendere l'acqua al pozzo.  Firenze era stata liberata, i tedeschi non c'erano più, ma l'acqua corrente non era ancora tornata.
    Durante quelle passeggiate, che avevano anche lo scopo di distrarre i bambini dal pensiero della fame, incrociavano spesso un gruppo di soldati alleati che si erano accampati in un giardino, proprio vicino al pozzo.
    Una mattina, uno di loro fermò il nonno.
    «No buone quelle scarpe - disse indicando gli zoccoli che indossavano i quattro ragazzini - fare male ai piedi».
    Romualdo cercò di spiegare al soldato che non avevano altro. La miseria era nera, nel vero senso della parola,  e quelle povere calzature erano state ricavate da pezzi di legno ai quali  aveva fissato delle strisce di velluto che la nonna aveva ottenuto facendo a pezzi una vecchia giacca.
    Il giorno dopo, il giovane aspettò mio nonno lungo la strada che conduceva al pozzo e, quando lo vide arrivare, tirò fuori da un sacchetto quattro paia di sandalini e un pacco di gallette.  I bambini, per la gioia, saltarono al collo del forestiero in divisa. Mio nonno rimase molto colpito da quel  gesto disinteressato e fece amicizia con quel soldato.
    Il suo cuore romagnolo trovò conforto in quel ragazzo che veniva da un paese lontano.
    Si chiamava Johnny ed era sudafricano:  un biondino con gli occhi azzurri, simpatico e affabile, innamorato di Firenze e dell'arte. Al suo paese, raccontò, faceva l'ingegnere minerario.
    Romualdo e Fosca, i miei nonni. lo invitarono a casa: si erano affezionati al giovanotto. Lui non mancava mai di portare loro qualcosa, perfino cose eccezionali come la carne in scatola e le stecche di cioccolata.
    Un giorno, il plotone di Johnny ripartì.
    «Ti prometto di tornare in Italia, quando guerra finire!» disse al nonno stringendogli la mano.
     «Io scrivo a te e quando tornare  ti porto i diamanti delle nostre miniere».
    Lasciò tutti i riferimenti  del suo plotone e della sua casa: ma non scrisse mai.
    Romualdo, a dire il vero,  non credeva che Johnny sarebbe tornato con i diamanti, ma  era sinceramente  interessato alla sorte  di quel  giovane, che  gli sembrava  quasi un fratello minore.
    Pertanto, prese la decisione di farsi aiutare a scrivere una lettera in inglese da spedire alla famiglia, in Sudafrica:  la risposta arrivò, ma non fu quella che si aspettava.  
    Johnny era rimasto ucciso in un' imboscata, pochi giorni dopo aver lasciato a Firenze: non aveva più fatto ritorno alla casa dei suoi genitori.
    Il ricordo della sua amicizia e della sua generosità, però, è giunto fino a noi.

  • 27 gennaio alle ore 11:52
    L'ora della merenda

    Come comincia: Sbuccio una mela raccolta nel giardino dell'illusione, il suo sapore è un misto tra inezia e disperazione. Dicono levi il medico di torno, ma si dicono tante cose, ricordo si diceva tua la Prinz senza ritorno. Il cielo pare una trappola per topi, nuvole di lattice, se c'è la goccia è Gin, senza lemon, due cubetti di ghiaccio per sentirsi meno soli dentro all'addiaccio, polverine magiche avvallano fantasie lisergiche, sogni nel cassonetto, parola differenziata, paga tu che offro io, il potere logora gli esseri più scrupolosi, perfino Dio. Volta pagina, bianco Natale, farmacia chiusa per turno, mensa che profuma d'ospedale, vietato fumare all'interno di una cassa da morto, a maggior ragione trovandoti, da solo, potresti pure avere torto, ma anche ragione nel caso tu non sia avvezzo a praticare la libagione. Prima che la morte mi porti via vorrei fare una confessione geroglifica, terminandola con l'augurio a tutti di una vita più prolifica, meno incerta, roba da applausi a scena aperta; ho visto uomini umiliati e sconfitti aspettare, in silenzio, donne intente a lottare per la parità dei propri diritti, ho visto smemorati rievocare giorni mai vissuti senza accorgersi  minimamente di chi gli esplodeva accanto, adoperando la stessa dinamica con la quale il contadino si libera dei rifiuti, giustificandosi poi con l'enfasi del momento. Ho visto banconote muoversi come foglie e terminare ammassate, una sopra l'altra, che neppure il proprietario stesso era a conoscenza di averle mai possedute, ho visto pulcini asciutti con la bronchite, galline adolescenti fare buon brodo a cattiva sorte, ho visto volpi vendere il proprio corpo e orsi ricomprarsi la pelle, con il ricavato delle foche, dopo giorni e giorni di lavoro senza mai veder le stelle, ho visto rubare in casa del ladro prima che se ne andassero tutti quanti fuori a cena, ho visto scarpe mai indossate volare giù da un'altalena, ho visto spicchi di mela, come quello che mi è rimasto ora in mano, sostituire lune senza cruna ad interrompere il filo dei ricordi, ho visto un matrimonio tra due cani e prima di impartire loro la benedizione nessuno che sentì il bisogno di purificarsi le mani. Alla cerimonia ero il padre della sposa, giardiniere di quel piccolo lembo di terra dove ora la sua anima riposa, rosso di sera un desiderio non si avvera, a meno che non sia tu a dire te l'avevo detto. Allora sì che otterrai onore, ragione e rispetto.

  • 26 gennaio alle ore 7:06
    Russia 1989

    Come comincia: Non si può, durante un viaggio in Russia, non imbattersi in una riflessione sul sacro. L’oro delle cupole si accende di bagliori sullo scenario azzurro del cielo e sembra accompagnarti in ogni panorama. E’ un oro quasi dimenticato, proibito. Un oro sotterrato da un’ideologia che si adopera in quest’impresa illusoria e impossibile. Falce e martello al posto della croce, semplice.
    Ho visto a Murmansk, sperduta base polare dei sommergibili atomici, nella penisola di Kola, il loro polo nord, costruire una nuova chiesa ortodossa, con le antiche tecniche dei maestri d’ascia. Uomini e donne in una fredda mattina, tra un aroma di vodka e di resina, risate sguaiate di ragazze dalle mammelle enormi. Il secco suono delle asce, tra lo schizzare di una miriade di schegge. Non c’erano chiodi, ma solo abilissimi incastri. Una nebbia di gelo su tutto, anche sui pensieri. Una fretta nel gesto, di chi crea qualcosa di proibito, che presto verrà distrutto. Ciò che mi affascina è l’affiorare del sacro, laddove l’uomo cerca, per motivi politici, di cancellarlo. E’ una forza primordiale come quella dei teneri germogli, che a primavera forano l’asfalto, per venire alla luce. Non basta laicizzare un rito matrimoniale, per sotterrare l’elemento sacrale, che lo accompagna. Ho assistito a un matrimonio politico, presso la Casa dei Matrimoni, a Leningrado, e posso dire di averlo trovato ugualmente ricco di attese, tensioni, di un nostro matrimonio religioso. E’ pur vero che ci siano abili sostituzioni di ambienti e di personaggi: il mondo ecclesiale con quello statale comunista. Gli sposi sono tutti giovanissimi, non più dei diciotto anni. Impacciati, come la loro età comporta. Sono introdotti in una coreografia da operetta. Un breve sogno di fasto ed eleganza occidentale, che non appartiene a loro. I colori del folclore sono sostituiti da candidi vestiti di tulle delle spose, copiati da qualche rivista americana. Un’orchestrina di balalaiche è la presenza del passato. Serissimi e attenti suonatori, in costume, emettono note, che riconosco. Dopo Mendelssohn, un’improvvisa aria di Cole Porter, mi stupisce. Osservo il volto dei ragazzi: sognano su quelle note, evadono, viaggiano nel proibito. La coppia è al centro di un salone fastoso. L’oro si spreca e si riflette nei cristalli dei lampadari degli zar. I parenti, rilegati in un angolo, seduti su sedie comuni, hanno un fiore in mano e ostentano una mite eleganza contadina. Le donne, fazzoletti colorati, alla contadina, sul capo. Da dietro una vasta scrivania, in stile Luigi XVI, avanza incontro alla coppia, una stupenda creatura dal vestito di raso amaranto, lungo sino ai piedi. Mi chiedo quale grado abbia nella scala del partito. Capelli d’oro, raccolti sulla nuca. Lo sguardo, dolce e penetrante, accompagna la tonalità carezzevole della voce. Pause studiate, brevi frasi musicali che si perdono nella grande sala. La guardano con stupore, quasi un’apparizione. Il sì degli sposi, riconoscibile in ogni lingua, chiude la breve cerimonia. Medaglie del partito sono appuntate sui vestiti. Il sorriso è sparito, i volti sono seri. Gli sposi hanno una rigidità militare. Nell’angolo, genitori e parenti armeggiano con i fazzoletti incontro lacrime di sempre. Baci, abbracci, qualche sorriso. Il tutto molto contenuto. Lo sguardo, ora spento e severo, della donna d’oro, limita e mette soggezione. La prossima coppia la s’intravede, già pronta sulla soglia della sala.

     

  • 24 gennaio alle ore 22:11
    Adagio

    Come comincia: Non era per il vento gelido che ho richiuso la giacca.
    Non le  notti, ma i miei giorni hanno te addosso.
    Mi hai guardato la gola che è del mio corpo il tallone d'Achille. 
    Non per l'inutile fiume di parole che prima t'ha investito, ma per tutto quello che in fondo a cavernosi abissi non dico.

    Conosco a memoria le tue spalle, la schiena, l'aspirazione diabolica ad essere Dio.

    Non le notti, ma i miei giorni hanno addosso te. 
    Scriverò di impossibilità cosicché tu possa trovarmi, onironauta.
    Fatta di alta magia, come il vento che striscia sulle ringhiere. 

    Non di te, ma di sogni parlo.
    Che incedono sicuri come fiere. 
     

  • 23 gennaio alle ore 0:40
    Sirena

    Come comincia: Silenzio.
    Caldo infernale.
    Lo stridìo di un gabbiano isterico da qualche parte là fuori, in alto.
    La luce mi ferisce gli occhi...direi che ho dormito pochissimo e male. 
    Ma non mi sembra il mio letto e neppure una casa che conosco.
    Inizio a guardarmi intorno, mi giro e pian piano ricordo come sono finito a dormire qui.
    Lei dorme ancora, avvinghiata al cuscino come fossi io.
    Il cane pure.
    Finalmente...quella bestia non mi ha dato pace per tutta la notte, ora ricordo...
    l'ha passata a saltare di continuo su e giù dal letto e cercare di leccarmi la faccia mentre cercavo di addormentarmi, 'sto incubo a quattro zampe.
    Cerco di riordinare le idee: ieri ho ricevuto una chiamata da lei, sconvolta come non l'avevo mai sentita, allora ho mollato qualsiasi cosa stessi facendo, mi sono vestito in fretta e sono corso a vedere cosa stesse succedendo.
    In tanti anni di conoscenza non ero mai salito a casa sua.
    Era in piena crisi esistenziale, non riusciva neppure a riordinare i pensieri fra un singhiozzo e l'altro.
    Ho cercato di calmarla un pò.
    "Resti qui e ci guardiamo un film così provo a distrarmi?".
    Trovato un film che potesse tirarla su ci siamo stesi sul letto.
    Non riusciva a seguire più di qualche secondo, aveva una tale angoscia che si lasciava prendere dai suoi pensieri mentre mi stringeva la mano.
    Non c'era un modo immediato di farla rilassare.
    Conoscersi da tantissimo tempo e non aver mai avuto alcun tipo di contatto fisico  all'improvviso è diventato molto strano, perché era da un momento all'altro l'unico modo per entrare in comunicazione come le parole non riuscivano più a fare.
    Me la sono ritrovata abbracciata come una bambina spaventata, il contrario di tutto quello che era stata per me fino a solo poche ore prima.
    Molto di quello che credevo di sapere di lei fino a quel momento non valeva più, era come trovarmi davanti una persona diversa.
    Mai avrei pensato a qualcosa di simile, e mi sono trovato spiazzato.
    Le ore passavano mentre ci tenevamo stretti in silenzio e passavo il tempo a carezzarla.
    Sembrava solo un pò meno angosciata.
    Quando parlava seguiva un filo sconnesso di pensieri che spesso non c'era modo di cogliere per intero... non era un vero dialogo, spesso era un soliloquio a voce alta a cui assistevi senza poter fare o dire molto.
    Del resto non c'era molto da dire per farsi ascoltare.
    Così dopo qualche ora sono sceso a prenderle del cibo fresco, tanto per mettere sotto i denti qualcosa... avevo bisogno di staccare un attimo la testa da quella situazione improvvisa e farne il punto.
    Quando sono tornato le cose non andavano molto meglio, si trascinava attanagliata dall'angoscia fra il letto e la cucina senza sapere veramente cosa fare.
    Così ci siamo mangiati un boccone.
    "Non lasciarmi sola stanotte": cambio di programma.
    Ormai ero li' e mi preoccupava l'eventualità che potesse combinare qualcosa di stupido, così com'ero su due piedi sono rimasto.
    Era una giornata di primavera avanzata ma la temperatura era già estiva.
    Ci siamo presi la mano e ci siamo stesi al buio, mentre l' afa saliva dall'asfalto e l'aria si faceva immobile e attaccaticcia.
    Abbiamo dormito un pò, poi ci siamo accorti di essere svegli entrambi.
    "Come ti senti?"
    "Non smette...non smette...se provassi a massaggiarmi un pò, forse...".
    Mi misi a massaggiarla.
    Tutto mi sembrava nuovo e strano... la situazione in cui mi ero trovato... quella casa e quel letto... lei che non era la persona sicura grintosa e determinata che avevo sempre conosciuto... e adesso che la sfioravo mi sembrava la stessa ragazzina che avevo conosciuto tanti anni prima.
    Era minuta ma molto bella, femminile come non l' avevo mai veramente considerata.
    Le volevo bene, ero in pena per lei, vederla così atterrita mi faceva male, mi aveva preso in contropiede trovarla improvvisamente così smarrita.
    Volevo davvero proteggerla... e non sapevo come.
    E così nel dormiveglia ho iniziato a carezzarla e l'ho massaggiata a lungo, ci ho messo tutto l'impegno che potevo... abbiamo continuato per ore, pian piano si è lasciata andare, e mi sono lasciato trasportare anch'io, siamo finiti abbracciati stretti:
    "Non avrò mai più un uomo".
    Ma che le salta in mente, adesso?
     "Che ti sei messa in testa?!".
    Lentamente nel dormiveglia abbiamo iniziato a baciarci.
    Non avrei mai pensato a qualcosa di simile...era fra le mie braccia, bella e dolce come non sapevo fosse... se voleva un uomo normalmente se lo prendeva senza tanti complimenti, era molto diretta e determinata, eravamo sempre stati mondi distanti.
    E quella distanza all' improvviso sembrava svanita nella notte... il caldo si insinuava ovunque e ti stordiva come una nebbia, e lentamente ero scivolato dove non avrei dovuto finire... non era nei miei pensieri finire in QUEL letto... e prima ancora di rendermene pienamente conto ce la stavamo intendendo.
    Era qualcosa di pericoloso e la percezione del pericolo non si era immediatamente fatta strada oltre la sorpresa del momento.
    Ero travolto dalla stranissima sensazione di stare fra le braccia di una persona che conoscevo da anni e non avevo mai preso davvero in considerazione come donna, e all'improvviso sentivo tutta la sua femminilità esplodermi addosso nella notte afosa.
    Probabilmente la lucidità è mancata anche a me in quel momento.
    Poi ricordo che ci siamo addormentati abbracciati, e in mezzo a tutto questo il continuo zampettare salire e scendere del cane.
    E adesso... lei dorme abbandonata al suo cuscino... è così abituata alla sua indipendenza che ne ha uno solo, neppure concepisce di portarsi qualcuno in casa.
    È imbarazzante questa intimità, mi sento come avessi violato qualcosa.
    Le carezzo appena i capelli e molto lentamente mi alzo dal letto.
    Devo andare in bagno, ma non voglio svegliarla.
    Recupero i jeans dalla sedia e lentamente mi dirigo fuori dalla sua stanza.
    Ho assolutamente bisogno di una rinfrescata per svegliarmi e decidere il da farsi.
    E poi... porca vacca... fra poco dovrò andare al lavoro, e ho una cera da fare schifo.
    Mi si legge in faccia ogni minuto che ho passato a non dormire.
    L'afa fa il resto.
    È successo qualcosa di molto strano stanotte, non so se è stata la cosa giusta ma con tutta probabilità è successa nel momento sbagliato.
    In questo momento è solo la sua paura, non può scegliere, non può volere, non può decidere.
    Lei no... ma io si.
    Non possiamo prendere questa piega, potrei ferirla.
    Non voglio che si aggrappi, voglio una persona che mi scelga ad armi pari, e adesso semplicemente non è possibile.
    Esco dal bagno, infilo la maglietta e le scarpe, recupero le mie cose.
    La guardo...dorme ancora.
    È  così bella adesso, vinta dal sonno...
    Ha addosso dei leggins in tinta con le lenzuola, che per qualche strana coincidenza cromatica le fasciano strette le cosce e per poi allargarsi come fosse lei stessa a sciogliersi da carne a tessuto... una piccola sirena fatta per metà di quelle lenzuola... come se dovesse rimanere così imprigionata in quel letto per sempre.
    Certi attimi sono così particolari nella loro perfezione che non puoi scordarli, ti mostrano per caso qualcosa di più, tu hai solo la fortuna di avere gli occhi diretti nel punto giusto quando arrivano.
    E io non scorderò questo attimo e questa notte.
    Voglio ricordarla così, com'è adesso, la notte che per un attimo siamo stati qualcosa di più.
    Le faccio una foto e le dò un bacio sulla fronte prima di uscire.
    Mi dispiace sirena, magari troverò un modo migliore per aiutarti, ma così no.
    Sei anche troppo femmina, ma non sei ancora abbastanza donna.
     

  • 17 gennaio alle ore 12:58
    Altro

    Come comincia: Era una giornata grigia di mezza stagione e la luce già incerta sembrava prossima a scendere nel giro di un'ora.
    Sembrava sul punto di piovere, salutai tristemente la persona con cui mi trovavo e che non poteva trattenersi oltre, e mi incamminai.
    Davo occhiate frettolose in alto per capire che aria tirava, e non prometteva nulla di buono.
    Pian piano il cielo si stava incupendo, il grigiore diventava più plumbeo col passare dei minuti.
    I lampioni iniziavano ad accendersi, ero vestito leggero e sarà stata la premura di non bagnarmi, il pensiero di chi avevo appena salutato e speravo presto di rivedere, o la poca pratica che avevo del luogo, fatto sta che mi accorsi in ritardo di aver imboccato la  strada sbagliata.
    L' idea non mi piaceva, qualche sporadica goccia iniziava già a umidire il selciato.
    Non so il motivo, eppure invece di tornare indietro proseguii comunque per quella strada che credevo solo di conoscere, ma in realtà, stavo scoprendo col passare dei metri, non sapevo davvero dove mi stesse portando.
    Pensando di poter recuperare terreno imboccai un viottolo che la intersecava, mentre man mano la via maestra si era andata facendo meno ampia e meno frequentata.
    Il viottolo sterrato mi portò nel volgere di poco in una specie di spiazzo cinto malamente da una rete di fil di ferro, che superai agevolmente.
    Mi sembrava di vedere una strada che proseguiva in lontananza oltre lo spiazzo verso la direzione nella quale avrei dovuto trovarmi, e così mi diressi da quella parte.
    Quasi subito però sui lati dello spiazzo, ingombro di ciarpame e collinette di materiale da riporto vario come fosse una specie di discarica o di deposito semi-abbandonato, notai un cancello malandato.
    Con un brivido appena lo ebbi superato mi accorsi della presenza al suo interno di un grosso cane scuro, mal tenuto e disposto peggio.
    Pochi secondi e la bestia iniziò ad abbaiare e ringhiare rabbiosamente da dietro il cancello malfermo.
    Lo avevo superato di poco diretto verso il sentiero alla fine della radura, sperando che la bestia avrebbe lasciato correre se non l'avessi infastidita, quando notai che il cane, salto dopo salto, stava al contrario guadagnando la cima del cancello man mano che procedevo.
    Non sembrava esserci anima viva: eravamo solo io, il cagnaccio famelico e la pioggia imminente.
    Mi guardai intorno: ero visibilissimo e raggiungibilissimo in pochi balzi.
    Fra il ciarpame vidi un paio di vecchie cadreghe abbandonate nei pressi di un alberello non molto alto vicino a un altro lato della rete di metallo leggero che delimitava quel posto malsano.
    Avrei potuto fare due cose, ma la velocità con la quale cerbero si sbarazzò del cancello me ne permise una sola.
    Riuscii a guadagnare le cadreghe e ad afferrarne una in tempo per poterla brandire in alto quando arrivò a portata e mi puntò.
    La roteai lentamente un paio di volte senza esagerare per tenerlo a bada.
    La bestia ringhiava e si preparava ad attaccare.
    Con l'adrenalina a mille pregai di non mancare il bersaglio, trattenni il respiro e quando saltò diretto verso la mia gola vibrai in orizzontale e descrissi un arco con la sedia.
    Il suo balzo si interruppe nel fracasso della sedia che andò in pezzi.
    Fido rovino' a terra intontito.
    Non sarebbe stato per molto: mi rimanevano solo pochi secondi.
    Saltai verso l'altra cadrega e da quella cercai di raggiungere l'alberello per issarmi fuori dalla portata di quelle fauci bavose.
    Cerbero mi seguì di pochi secondi e azzannò l'aria vicino al mio polpaccio nel momento in cui mi stavo aggrappando a un ramo.
    Mentre mi stavo tirando su, sperando che la bestia non stesse usando la sedia nello stesso modo, mi accorsi che oltre la rete metallica la strada si stava riempiendo di gente.
    Forse ero salvo.
    Ansimando ancora mentre mi aggrappavo alla disperata all'albello con l'animale subito sotto ancora molto vicino e pronto a farmi la festa, iniziai chiedere aiuto cercando di farmi sentire sopra quel tumulto di persone in arrivo.
    Sembrava esserci una discussione, o una sommossa.
    Individui vari dalla pelle chiara stavano urlando cose che non capivo verso altri dalla pelle più scura.
    Urlai sperando che uno qualsiasi di loro mi vedesse e venisse a prendermi.
    Il tumulto nel giro di poco scavallò la recinzione leggera e a quel punto il cane, rabbioso forse ma certo non scemo, e piu' ancora spaventato dal baccano, se la diede a zampe levate.
    Così io mi ritrovai appeso all' albero, circondato da facce nere e non molto raccomandabili che mi guardavano in modo indecifrabile.
    Sentii diverse mani tirarmi giu' e mi ritrovai sballottato e strattonato in mezzo alla turba.
    La gazzarra però era sul punto di scoppiare: volavano spintoni, si sentivano parole con tono velenoso da diverse parti, ma io non capivo cosa dicessero; la prima linea di quella battaglia  cambiava di attimo in attimo, cercavo di starne alla larga ma non era facile.
    Velocemente un cuneo di facce bianche si stava insinuando verso il punto in cui mi trovavo.
    Intuendo l'antifona continuavo a cercare di andare nella direzione opposta ma il muro umano dietro di me mi rendeva lentissimo e scivoloso ogni movimento, come una risacca angosciosa che ti ributta dove non vorresti.
    Una faccia bianca mi sibilò qualcosa che non potevo capire.
    La tensione e gli spintoni stavano aumentando di attimo in attimo, come l' elettricità nell' aria prima del temporale che stava per scoppiare.
    Ma quando l'esplosione di una fitta d'acciaio mi penetrò il fianco...ecco, quello fu  il primo e unico lampo che vidi prima del buio.

    "Non sai mai di essere l' altro finché un altro non te lo dice".

  • Come comincia: Asaliah era l'unico Angelo Custode infelice del Paradiso, per questo chiede a Dio di favorire la sua parte umana, concedendole l'opportunità di tornare sulla Terra in tale veste, per poter vivere una vita terrena con il neurochirurgo conosciuto nella sala operatoria dove era stato operato il suo ultimo protetto e di cui si è perdutamente innamorata. Ottenuto il consenso divino, si sposa e dà alla ...luce Yezalel, la sua splendida bambina, piccolo mezzo Angelo, tuttavia la sua esistenza è oscurata dalla presenza di entità demoniache che la perseguitano, fino ad arrivare a rapirle sua figlia, alla tenera età di cinque anni, per condurla negli inferi. Catapultata nell'atroce dimensione demoniaca, le viene rivelata un'incredibile, quanto terribile verità.

  • Come comincia: Asaliah was the only unhappy Guardian Angel of Paradise, so he requested and obtained from God to return to their robes half-human, to live his life with the neurosurgeon who had known, in that operating room where he was last operated. He married and had Yezalel, his daughter, but, unfortunately, his life was overshadowed by the presence of demonic entities that haunted her, coming to abduct her ...child, at the age of five years, to lead her to hell, where learned a terrible truth.

  • 07 gennaio alle ore 18:24
    Il piccolo Miki

    Come comincia: L’abbaiare disperato del piccolo Miki sembrava sgretolarsi contro le invisibili pareti della strada. Una strada buia, deserta, fredda. Appariva vuota e chiusa, dentro una dimensione tutta sua. Una trappola orribile per un bianco maltese indifeso e impaurito. Il cucciolo voleva tornare a casa dai suoi padroni il prima possibile. Perché non erano ancora qui? Il buio ululava come un lupo e per un cucciolo rimanere avvinghiato tra le braccia della notte era pericoloso. E la solitudine era così opprimente. Che fosse successo qualcosa ai suoi padroni? Non ricordava molto, solo una spinta violenta, e poi la pietra dura graffiare le zampette inferiori dando modo al dolore di scaturire un liquido denso privo di odore.
    Non c’era molta luce, e la paura danzava come la nera signora in attesa di metterlo al guinzaglio, per condurlo all'inferno per sempre. Ma non aveva fatto niente di male, a parte i suoi bisogni sullo zerbino di casa. Era la pipì, il suo più grave errore?
     “Non farò più pipì” si promise Miki, gemendo e muovendo la testolina spaventato.
     I padroni non lo volevano più? Faceva sempre le feste a tutti e lasciava chiunque accarezzare il suo pelo candido come le ali di un angelo.
    “Vi prego, siete la mia famiglia!” gridò il cuoricino di Miki. Aveva fame, sete, e tanto bisogno di affetto.
    Il maltese non sentiva più la coda, le zampette, il muso. Non sentiva più odori e rumori, e vedeva solo una strada ghiacciata e nera come la pece. Forse stava morendo? I suoi pensieri s’arrampicavano nell'oscurità e il desiderio dell’accoglienza aleggiava tra brusii celati nell'oblio del colore del fango. Il freddo della notte divorava ogni frammento di striscia bianca sulla strada senza pietà.
    “AIUTO!” Miki mandò un altro guaito, con tutta la forza rimasta in corpo, al punto di svenire. Un suono straziante e doloroso. Pianto e tristezza. Il tormento di un piccolo cuore che desiderava solo un po’ d’amore dalla famiglia che l’aveva adottato.
    All’improvviso due fari nella vita notturna illuminarono un fagotto niveo sul ciglio della strada.
    Un’auto blu frenò di colpo alla vista di quella strana cosa, sprofondata in totale agonia. Lo sportello si aprì e scese un cinquantenne, alto e robusto, dotato di una capigliatura bruna e folta.
    «Povero cucciolo!» esclamò l’uomo sorpreso e allo stesso tempo disgustato da quella scena. Un dolcissimo maltese bianco abbandonato in strada, al freddo e al buio. Prese in braccio il cane con delicatezza e lo strinse con amore, come se fosse un neonato.
    «Tranquillo, mi occuperò io di te. E mia figlia ti farà tanta compagnia.»
    Miki aprì gli occhietti, neri e teneri, poi osservò quella dolce illusione di stile natalizio.
     «Povero piccolo. Va tutto bene, tranquillo» disse il suo nuovo padrone caricandolo in macchina e coprendolo con una coperta rossa.
    “La punizione è finita? Perché, signore, io non ho fatto nulla”. 
    «Ora hai trovato una nuova famiglia. E nessuno di noi ti abbandonerà mai, neanche se sporcherai i nostri letti con i tuoi bisogni» disse l’uomo, come se avesse percepito l’angoscia dell’animale. E poi prese a guidare con calma, fino a una casa illuminata di luci multicolore, dove l’albero di Natale emanava bagliori di serenità e pace. Note musicali si trasformarono in poesie incantatrici, circondate da fulgori di speranze e amore.
    La notte di quel meraviglioso Natale aveva compiuto il suo nuovo miracolo, e l’amore aveva salvato per l’ennesima volta un cane abbandonato.
     
    Premio speciale della giuria “i grandi temi sociali” per il racconto “Il piccolo Miki”al premio internazionale di poesia e narrativa
     “Dal Golfo dei Poeti - Shelley e Byron, alla Val di Vara” edizione 2016

  • 07 gennaio alle ore 18:19
    La rosa nera

    Come comincia: La rosa nera
       Le bertesche plumbee di un maniero  s’innalzavano nel cielo turchino del giorno. Le finestre istoriate erano un po’ sporche e i lati parevano funghetti neri e velenosi. In quella struttura, però, c’era ancora l’originario splendore e la dimora signorile, che imitava i castelli del Medioevo, era guarnita da un meraviglioso campo destinato a fare compagnia a qualsiasi creatura notturna o diurna. Un laghetto silenzioso azzurrognolo era nitido e brillava sotto i raggi di un debole sole autunnale. I padroni della residenza erano il conte Oscar Odd e la bella contessa Angelina, ed erano ricchi e molto conosciuti. A loro non mancava nulla, a parte un po’ di felicità. Angelina era una donna alta e magra, con il volto attorniato da una fitta capigliatura biondo cenere che scendeva lungo le spalle. Aveva due occhi grandi da gatta furba che guardavano attentamente tutto ciò che stava intorno. Non poteva avere figli e il conte era dispiaciuto, sia per la consorte, sia per il fatto che in quell'immensa tenuta sarebbe stato bello vedere delle creature alte un metro e dieci correre dappertutto. Sarebbe stato bello vedere quelle grazie naturali saltare, urlare, rompere quel silenzio deprimente che spesso e volentieri sovrastava i corridoi del maniero; belle creature che avrebbero portato il calore e l’allegria nelle fredde e tristi hall della reggia. Per questo Angelina si sentiva depressa, infelice, debole e stanca. Certe cose non riusciva a farle e alle volte si abbandonava a pianti isterici. Le uniche cose che sollevavano un po’ il morale alla contessa erano delle pitture appese alle pareti che raffiguravano imbarcazioni, spiagge ambrate e il sole, che sembrava così reale che andava a riscaldare tutto ciò che circondava l’infelice donna.
    «L’atmosfera è rilassante».
    Alla presenza del consorte, Angelina si allontanò dalla finestra della sala da pranzo.
    «Sei tornato?»
    «Come ti senti? Questa notte non hai dormito» disse il conte avvicinandosi alla moglie.
    «Sto bene».
    «Cara, sai che giorno è oggi?»
    «Il nostro anniversario di matrimonio» rispose Angelina, priva di emozione.
    «Sì, mia cara. Ho un dono per te».
    «Un dono?»
    «Sì. Aspetta qui» rispose il marito. Baciò sulla fronte la coniuge e uscì dalla sala con passo soffice.
    Tornò poco dopo, non da solo, in compagnia di una bambina nera sugli otto anni, dotata di una bellezza particolare. L’insieme di occhi, capelli e labbra sembrava un dipinto prezioso. La magrezza pareva una forma di denutrizione, ma in realtà era dovuta alla costituzione. Indossava un vestito scuro come il carbone che le stava largo, e la, striscia bianca di denti batteva come un martello ammattito per la paura. Vedendola, Angelina rimase per un attimo ammutolita dalla meraviglia.

    «Cosa significa?»
    «Te lo spiego subito, mia cara. Questa è Katia, la tua serva personale, nonché il mio regalo per l’anniversario di matrimonio».
    La donna fece un profondo respiro. Poi fu sopraffatta da una voglia: il suo disperato desiderio di avere un figlio, di abbracciare e amare la sua innocente creatura. Una lacrima calda le rigò la guancia sinistra.
    «Bene…» disse col nodo alla gola, dopodiché non aggiunse altro e si ritirò nella stanza da letto.
    Katia fu scortata da un’anziana servitrice nella camera che le avevano assegnato. Agli occhi della bambina, la reggia doveva sembrare una fortezza nel quale regnava solo la tristezza, come la notte che venne, malinconica e nostalgica.
    Al primo albore del giorno Angelina si svegliò, percossa da un presentimento. Dopo  aver indossato la veste da camera azzurrognola, uscì nel corridoio, dove la sagoma della piccola ospite si muoveva quatta.
    «Katia?» la chiamò.
    Nella penombra, due lacrime affiorarono negli occhi tristi e dolenti della ragazzina.
    «Signora… madame… perdono… io non ho nessuno al mondo… e nessuno mi ha mai insegnato a fare la serva…»
    «E vuoi andare via?» chiese la contessa, osservando il piccolo bagaglio che la bimba portava sulle spalle.
    «Sì… per imparare a fare la serva».
    Angelina sorrise alla piccola. Allungò la mano e disse: «Non ce n’è bisogno. Vieni con me».
    Affrontarono insieme una scalinata alabastrina, tutto intorno era grande e lussuoso.  Katia pensò a quale castigo fosse in serbo per lei per aver cercato di scappare, mentre la padrona aveva in mente tutt'altra cosa, una cosa che molti pargoletti orfani avrebbero gradito: un mondo fatto d’amore, calore, balocchi e comprensione.
    Angelina donò alla bambina una stanza colma di giocattoli e ninnoli, dove bambole, marionette e modellini aspettavano di essere toccati, presi e baciati.
    «Che succede?» giunse improvvisa la voce del conte.
    L’uomo curiosò dentro la stanza e per la prima volta vide un fiore, una bellissima rosa nera ricca di purezza, innocenza e naturalezza.
    «Succede… che abbiamo una figlia» mormorò la consorte.
    Oscar, preso dall'emozione che all'inizio sembrava un niente, abbracciò la moglie e mormorò: «Sì, cara. Se a Katia va bene, abbiamo una figlia».

  • 06 gennaio alle ore 13:37
    CILIEGI IN FIORE

    Come comincia: Ti ricordi? Quando venimmo a vedere questa casa sulla collina di Torino ce ne innamorammo subito, ma soprattutto ci colpì la grande terrazza coperta, quadrata, comunicante col cucinino. Fu naturale immaginare pranzi e cene consumati lì durante la bella stagione, nel silenzio della natura. L’abitammo quasi subito. Tu al mattino andavi via, a lavorare, ed io trascorrevo la giornata organizzando qualunque cosa per farti felice. La terrazza fu la mia prima preoccupazione: un tavolo con le sedie, una poltrona di vimini, un mobiletto con sopra il giradischi. Io e i miei inseparabili dischi. C’era sempre musica in casa, soprattutto canzoni, le nostre canzoni. Quando da sopra riconoscevo la tua auto che saliva lungo la ripida strada per raggiungere casa nostra, mi agitavo, mi batteva forte il cuore. Controllavo che tutto fosse pronto per accoglierti, perfetto, e la musica fosse quella che preferivi. Imparavo ricette nuove e aspettavo col fiato sospeso il tuo giudizio. Mi nutrivo dei tuoi complimenti, in realtà mi nutrivo di qualunque cosa tu dicessi, facessi, non esisteva niente di mio. Tu potevi decidere la mia felicità o viceversa la mia tristezza solo con un’occhiata, solo con poche parole, o magari con una telefonata: stasera farò molto tardi, non aspettarmi per cena. Come se io avessi potuto cenare da sola, certo che ti aspettavo, ero allenata all’attesa, aspettare era la cosa che sapevo fare meglio.
    E’ arrivata finalmente la bella stagione ed oggi il sole splende. Oggi hai mezza giornata libera nel pomeriggio, davvero qualcosa di eccezionale. Ho apparecchiato la tavola fuori in terrazza, ho preparato una pietanza che ti piace tanto e che so mi riesce bene, il bottiglione di vino è al fresco sotto l’acqua corrente nel lavandino, come vuoi tu. La mia vicina mi ha anche dato dei fiori del suo giardino che ho sistemato in un vaso e appoggiato in un angolo del tavolo. Non riesco a stare seduta nell’attesa, continuo a controllare che sulla tavola non manchi niente, continuo ad affacciarmi, sono impaziente di vederti arrivare, e finalmente ecco spuntare la tua auto in fondo alla salita. Corro nel bagno a specchiarmi, sì, tutto a posto. Corro anche a cercare un disco che ti accolga quando entrerai in casa. Trovo Frank Sinatra e faccio partire la musica.
    Sono contenta di come è andato il pranzo, sono contenta del pomeriggio che ci attende. Sei sempre così impegnato...oggi è un autentico regalo. Siamo tutti e due affacciati al parapetto della terrazza e mi tieni un braccio intorno alle spalle. Niente altro esiste, niente altro conta. Con immensa dolcezza mi sussurri due parole taglienti come coltelli: ti lascio.
    La tavola è ancora apparecchiata e nei bicchieri è rimasto del vino, le posate sono appoggiate disordinatamente accanto ai piatti. Penso che devo sparecchiare. Rimango incollata al parapetto della terrazza, incapace di muovermi o di parlare. Penso ostinatamente che devo sparecchiare. Tu rientri in casa e cominci a radunare la tua roba ed io, no, penso che non è possibile, devo avere capito male, non puoi avermi detto che mi lasci in questa giornata luminosa, splendente, non puoi avermelo detto di fronte a questa distesa di ciliegi in fiore disseminati a perdita d’occhio lungo il pendio della collina.
    Non rispondo al tuo “ti telefono” dal vialetto sottostante, non rispondo. Continuo a fissare i ciliegi in fiore che ormai sono soltanto una immensa macchia bianca che danza fra le mie lacrime. E comunque devo sparecchiare.

  • Come comincia: È inverno, silenzio bianco sulle alture e fuoco acceso nel camino. Viene spontaneo il ricordo di un altro inverno, remoto nel tempo, quasi un’altra vita. Eppure si muore ancora nelle terre squarciate dalla guerra, tra i rami spogli delle alture trafitte dal gelo e le rocce bianche 
    Nell’inverno della steppa russa, tra l’imperversare della bufera, i soldati Alpini avanzavano sorretti solo dalla loro tenacia e dal senso del dovere a cui mai sarebbero venuti meno.
    Buio intorno, gelo nel cuore e negli occhi, solitarie distese di campi  a perdita d’occhio, in una profondità senza fine. Era l’inverno del 1942 e i soldati italiani erano ragazzi di vent’anni, strappati alla loro terra, gettati sull’altare del potere come agnelli, o angeli immacolati.
    I contadini dei villaggi russi semisommersi dalla neve erano povera gente, la stessa in ogni parte del mondo, per loro la Guerra dei Grandi non aveva alcun significato, perché per loro, e per i soldati Alpini, non sarebbe cambiato nulla, se non il nome di qualche  città, o paese, ma la fame, la fatica, la miseria, la sopravvivenza quotidiana, sarebbero stati gli stessi, sempre, immutabili come il volgere inesorabile delle stagioni, o della Vita.
    Una vecchia contadina del villaggio di Belegorije chiese ad un giovane alpino di aiutarla a recuperare alcune povere cose dalla sua isba quasi distrutta dai combattimenti.
    Tra le macerie ecco apparire un’icona della Vergine Addolorata, trafitta dai Sette dolori, dolente e armoniosa al tempo stesso. Il suo vero nome è “myrovlita Icona della Madre di Dio “Addolcimento dei cuori malvagi” (“Semistrelnaya”). Secondo gli abitanti, l’icona proveniva dal monastero della Resurrezione di Belogorskog vicino a Pavlovsk. Gli italiani la chiamarono “Madonna del Don”. Fu un raggio di luce per i soldati accecati dal bianco.
    La vecchia contadina la regalò al Cappellano del Reggimento e lui pose quell’immagine delicatissima sulla porta d’entrata della capanna adibita a piccola cappella. Si avvicinava il Natale e gli Alpini cominciarono subito a rivolgersi alla Madre Celeste chiedendo pace, consolazione, vicinanza, coraggio, forza.
    Tremavano nei loro pastrani troppo leggeri, quei fragili ragazzi chiamati alla guerra, e il Generale Gelo stava serrando nella sua morsa ogni rivolo d’acqua, il fiume Don stava ghiacciando e la profondità della notte accerchiava la mente e i movimenti fino a incatenare ogni spirito, ogni ardore.
    Il cappellano, Padre Narciso Crosara, verso la metà di dicembre del 1942, affidò l’Icona ad uno dei soldati che doveva rientrare in Patria perché la madre stava morendo. Gli diede il compito di portarla a sua madre, cioè la madre del cappellano, affinché la Madonna Addolorata divenisse conforto per le tante migliaia di mamme in attesa, che non avrebbero festeggiato nessun Natale, se non con la trepidante attesa di un ritorno.
    La Madre Santissima avrebbe cullato i tanti cuori spersi dietro i vetri, le tante figure in grembiule sedute accanto alla finestra, e avrebbe raccolto il dolore delle mamme  che non avrebbero mai più rivisto i loro ragazzi. Sicuramente, quando avessero saputo che proprio davanti a quell’Immagine i loro figli avevano pregato e tremato, loro, le mamme, li avrebbero sentiti vicino anche solo per un istante di respiro e di preghiera.
    Padre Crosara sopravvisse alla guerra, tra i pochi che riuscirono a superare il Passo e ritornare a casa. Per lui fu naturale ritrovare la Sacra Immagine dell’Addolorata, e cominciò un cammino portandola in giro per l’Italia, affinché la Madonna potesse alleviare il grande e infinito dolore delle mamme che avevano perso i figli lassù nella steppa russa.
    Dopo il Pellegrinaggio itinerante, la Madonna del Don si fermò, e fu deposta nel Santuario dei Frati Cappuccini a Mestre, dove ancora oggi silenziosa raccoglie i pianti invisibili di ogni mamma.
    Davanti all’Icona arde perennemente una lampada votiva, tenuta accesa, a turno, da ogni Sezione dell’ANA, come impegno redatto dall’Associazione fin dal 1974.
    Un pagliericcio, un bimbo addormentato, una Madre che veglia, un Padre che vigila.  La vita è un Mistero e molte e diverse sono le scelte che guidano la Vita di ognuno: non tutti gli uomini al mondo diventeranno mai padri, non tutte le donne diventeranno mai Madri, ma sicuramente una cosa ci accomuna: siamo tutti stati figli.
    Teniamo alta la Lampada della Luce, crediamoci. Crediamo nella Speranza!
     

  • 04 gennaio alle ore 19:36
    2011

    Come comincia: Buonanotte a noi che non temiamo di affrontare la bufera. Ci avvolgiamo la sciarpa sulla bocca, mettiamo le mani in tasca e proseguiamo il cammino. Il forte vento e la polvere non ci feriranno. Per la pioggia useremo l'ombrello, se ci sarà il cielo nero useremo una torcia. Se ci saranno i lampi accecanti li nasconderemo con un paio di occhiali scuri. Non avremo paura, perché sappiamo bene che di bufere ce ne saranno tante nella vita e noi non ci faremo trovare impreparati. Coraggiosi con il sorriso sulle labbra. Audaci anche se avremo un po' di timore. Noi caparbi e intelligenti che non scappiamo dai problemi, ma li affrontiamo e andiamo a tutta dritta!

  • 02 gennaio alle ore 8:28
    L'irrinunciabile piacere del "mi piace"

    Come comincia: "Mi piace", e il nostro cervello gode! Uno spruzzo di endorfine annebbia la nostra razionalità, per frazioni millesimali di secondo. Il consenso, comunque e dovunque, c'intriga, ci rafforza, ci accomuna ad una illusione di unione, di cui, noi, siamo assetati. Sarebbe secondario, secondo gli psicologi, il piacere di ricevere questo segnale, al solo sorriso di un lattante. Si crea, col tempo, una vera e propria dipendenza. Non passa ora o minuto, che l'occhio non debba controllarne la presenza. Gli autori di Facebook non l'hanno buttato lì, tra i tanti segni di consenso che potevano mettere. "D'accordo", "letto", "concordo", "va bene" " potrebbero essersi presentati come sinonimi, ma la genialità del "mi piace" crea e rafforza il Social Network, che a "mi piace" deve il suo successo. Trovare, nel mondo degli sconosciuti, qualcuno che provi piacere per te, affascina, abbaglia. Qualsiasi cosa tu abbia lasciato sulla pagina, uno scritto, una foto, tre parole. Si crea un ponte tra te ed un altro, una alleanza imprevista. Una magica condivisione, impudica, di piacere, ci unisce a esseri, che ignoriamo e di cui, a mala pena, intravediamo una mini effige. Qualcosa di molto più complesso di un sentore di amicizia. Il suggerire piacere ha risonanze ben più ambigue nel paradiso delle sirene della nostra mente.

    l.p.r.

  • 25 dicembre 2016 alle ore 16:40
    CLINICA SANTA GNACCHERA

    Come comincia: Forse il nome non è appropriato per una clinica in quanto santa Gnacchera sarebbe il trentasei agosto e il detto popolare recita: ‘ti sposerò il giorno si santa Gnacchera’, tradotto: mai. Siccome il suddetto luogo di cura esisteva a Messina lungo la circonvallazione da molto tempo, nessuno era in grado di sapere chi gli aveva affibbiato quell’insolito nome,  a parte ciò quel luogo di cura era molto quotato per la sua professionalità. Proprietaria una ditta di Bologna il cui direttore selezionava personalmente i suoi collaboratori. Le infermiere che  interessano il racconto: Giada bruna che più bruna non si può, ventitreenne nubile il cui nome si riferisce ad una pietra miracolosa e poi Aurora, pari età,  bionda tipo svedese che voleva significare luminosa, splendente, un toccasana per l’umore dei ricoverati. In ultima si era aggiunta una brasiliana bruna Malika, significato regina, che tale dava l’idea con il suo  aspetto.  Come era giunta a Messina ad esercitare quella professione? Con il matrimonio con un anziano medico della clinica ora in pensione, amico del proprietario. Un bel trio non c’è che dire, le signorine erano diventate molto amiche a dispetto di coloro che affermano la difficoltà delle donne di far amicizia fra di loro. Diciamo la  loro era un po’ particolare , particolare in quel senso, ma oggi nessuno se ne meraviglia più anzi è un sintomo di distinzione. Come era accaduto che Alberto M., maresciallo della Guardia di Finanza era entrato in contatto con le cotali? Molto semplice era: il capo di una pattuglia di finanzieri che era andato in clinica per effettuare una verifica fiscale. Anche l’Albertone non passava inosservato: altezza metri 1,80, fisico da atleta, viso sempre sorridente e, in aggiunta,una certa disponibilità finanziaria proveniente dalla famiglia di origine, insomma un bel partito. Ma anche lui aveva commesso un errore come l’ispettore Rock di Carosello, l’ispettore non aveva mai usato una certa brillantina con la conseguente perdita dei capelli, Alberto non aveva usato un preservativo con Anna con la conseguente nascita di Arianna, deliziosa bambina ora di sedici anni, bruna e furbacchiona come la madre. Alberto aveva acquistato un villino sul mare, a  S.Saba in cui raramente ‘metteva il naso’ la consorte conscia dell’uso che ne faceva il marito. Anche lei era una donna di ampie vedute con la conseguenza che si passava qualche capriccio sessuale con qualche collega d’ufficio del Genio Civile, insomma un a coppia moderna, aperta e ben affiatata. Talvolta si scambiavano notizie sulle rispettive conquiste con grandi risate e con la complicità della loro figlia ben più grande di mentalità rispetto alla sua età. “Papà mi fai conoscere la tua ultima conquista, come si chiama?” “Amore mio ci sto studiando, sono tre…” “Esagerato, ricordati i tuoi quarant’anni, non sei più un ragazzino!” Alberto aveva fondato con Giada e con Aurora una specie di sodalizio non nel termine iniziale di addetto al culto di divinità particolari, anzi di divinità non se ne parlava proprio per la idiosincrasia di Alberto per il divino per lui inventato di sana pianta dai vari portatori della parola di dio ma di amicizia profonda oltre che materiale per i loro rapporti sessuali a due ed anche a tre senza sciocche gelosie, un caso più unico che raro. Luogo di incontri: per la ‘pappatoria’ il ristorante di Nicola, capo cameriere Salvatore, locale sul lago di Ganzirri ben frequentato dalla élite messinese e per la parte sessuale la villetta di S.Saba ben arredata e confortevole, calda d’inverno e fresca d’estate. All’inizio rapporto a due e poi a tre  con la complicità di un fuori del comune senso dello humor che, con l’arrivo di Malika avrebbe portato una nota di novità, e che novità, nel terzetto! Primo incontro a quattro ovviamente al ristorante. Nicola:”Vedo amico mio che è aumentata la compagnia, posso avere il piacere…” “Malika questo signore è il padrone del locale, ci proverà con te come ha fatto con Giada e con Aurora con scarsi risultati, vero amico mio?” “Se tu mi fai una rèclame all’incontrario..vi lascio alle cure di Salvatore il quale non meno curioso:“ Se la gioventù vale qualcosa, io sono più giovane del padrone e più dotato…” “Salvo pensa al pesce e non  a quello tuo ma quello pescato a mare!” La battuta fece sorridere il terzetto. Quasi alla fine della cena Alberto si accorse che un piedino, fra l’altro non molto piccolo, stava ‘sfruculiando’ la sua patta con la conseguenza che ciccio…Alberto fece finta di nulla e l’interessata (Malika) si ritirò in buon ordine, appuntamento la mattina successiva, domenica, nella villetta di S.Saba. La Jaguar del padrone di casa giunse per prima poco dopo raggiunto nel parcheggio dalla 500 Fiat delle ragazze e poi tutti in spiaggia a godersi il sole, era luglio avanzato. Solita routine: bagno doccia, pranzo portato da casa dalle ragazze e poi  Aurora e Giada all’unisono: “Preferiamo lasciarvi soli, questa è la nostra sorpresa.” Appena soli Alberto prese l’iniziativa, bacio in bocca profondissimo, lungo , sensuale, piacevolissimo e poi le tette sensibilissime,la padrona parve raggiungere l’orgasmo e poi la cosa più importante il buchino anteriore…ma quale buchino , Marika era dotata di un bel cazzo, peraltro di dimensioni fuori del comune e già in posizione…Alberto fece un salto all’indietro, non era facile sorprenderlo ma in questo caso…Nessun commento per un bel po’ e poi: “Quelle due puttanelle potevano avvisarmi…” “Ti avevano promesso una sorpresa e questa è la mia sorpresa, io posso essere sia donna che uomo, sta a te scegliere” e mostrò ad Alberto un sedere favoloso da buona brasiliana. Il nostro  eroe,preso di coraggio, si insinuò con una certa fatica nel bel popò ricambiato da movimenti della padrona che fece provare all’Albertone una goderecciata sui generis mai provata. Della cosa, al rientro in famiglia la consorte Anna (ed anche la figlia Arianna che ascoltava dietro la porta della camera da letto) seppe del fatto, insomma tutta la famiglia fu messa  al corrente con una poderosa presa in giro da parte delle due femminucce che mise alle corde il povero Alberto al quale la consorte Anna chiese di fargli visitare il suo didietro: “Sei sicuro che…” “Andate a farvi fot…re madre e figlia!” Per il finale, non c’è bisogno di tanta fantasia, il ‘tombeur des femmes’ divenne anche tombeur di un ‘trans’ con grande soddisfazione da parte di tutta la combriccola aumentata di numero.
     

  • 22 dicembre 2016 alle ore 21:01
    I Natali

    Come comincia: Era arrivato l'ennesimo natale.
    Tutti i natali da sempre mi davano un senso di apatia, scaturito da cosa non lo capivo, ma ogni volta che si avvicinavano le festività mi incupivo, diventavo scostante e nervoso, sentivo un peso alla bocca dello stomaco che mi bloccava il respiro e mi creava uno strano senso d'ansia mista a tristezza e allora la voglia di scappare da tutto quello sfarzo fatto di luci musichette e vetrine addobbate prendeva il sopravvento.
    Negli ultimi anni tutto questo si era man mano accentuato, facendo diventare quei pochi giorni quelli più pesanti di tutto l'anno.
    Questo mio stato fisico e mentale mi innervosiva in maniera prepotente, perché non riuscivo  pur sforzandomi, a capire da cosa potesse scaturire quel mio malessere[...]

    Forse erano i preparativi, l'albero di natale, le luci, le vetrine addobbate a festa o la gente indaffarata a cercare i regali meno peggio per i loro parenti e per qualche amico. Forse era quel vai e vieni caotico, quel essere felici a tutti i costi, forse erano le persone che scendevano giù in Puglia per festeggiare con le proprie famiglie, sì forse era quello.
    I locali in quei giorni si riempivano di ragazzetti e ragazzette universitarie che scendevano dopo pochi mesi vissuti in città del nord parlando con accenti e cadenze dei luoghi dove da poco si erano trasferiti per  studiare. Forse era quello, forse era la loro finta esuberanza, la loro falsa felicità che mi innervosiva.
    Forse era il sentir continuamente gente appena tornata al paese, parlar continuamente di quando sarebbero scappati via, Quella falsa voglia di tornare al nord, ingrati.
    Forse era quello, forse però.
    Dico forse perché questo stato di apatia, malinconia, insofferenza, in realtà lo covavo dentro sin dall'età tardo adolescenziale, ma anche da prima direi[...]

    Allora per combattere questo mio stato, partivo, andavo in vacanza, staccavo la spina, resettavo mandandomi a cacare volontariamente altrove, lontano da quelle false felicità tutte uguali; ma poi ritornavo e tutto era uguale, immutato.
    Stato di apatia festiva.
    Ricordo un natale del '83, Fabbri, era ora di pranzo, continuava a giocare con l'aeroplanino dalle mille musiche e dai mille colori, regalo ricevuto la notte precedente, ricordo che ci chiamavano per mangiare e ricordo il piede di mio cugino schiacciare e distruggere l'aeroplanino sotto gli occhi esterrefatti di fabbri, così per pura cattiveria. Un colpo serio per un bambino, credo che quella immagine rimase impressa nella sua testa per anni.
    Ricordo la notte che dal novantanove ci avrebbe portato nel duemila, nel nuovo millennio, decisi che diversamente da chi sarebbe andato in qualche piazza io sarei rimasto a casa, solo, con una bottiglia di jack e un televisore dove avrei visto il nuovo millennio in tutti gli stati del mondo. E così feci.
    Ricordo tanti natali fuori di cervello, ricordo tanti natali e capodanni noiosi e interminabili[...]

    Ricordo altri natali tristi a lavoro mentre tutti gli altri si divertivano.
    ricordo il primo natale da single separato.
    Era arrivato l'ennesimo natale, tutti i natali da sempre mi davano un senso di apatia, non capivo il perché.
    Anche questo mi mandava in low battery[...]

  • 16 dicembre 2016 alle ore 20:58
    Natale con i tuoi

    Come comincia: Lia fermò l’auto davanti alla casa dei suoi genitori, ma non scese subito. Rimase per un po’ a guardare attraverso le finestre illuminate. Non era così sicura di voler suonare quel campanello. Non aveva idea di come sarebbe stata accolta e se sarebbe stata accolta, non si vedevano da otto anni. L’addio era stato violento, rabbioso, se n’era andata sbattendo la porta gridando che non l’avrebbero mai più vista, inseguita dalle urla di suo padre: te ne vai? bene, non tornare. Adesso se ne stava lì, a spiare un’intimità che non le apparteneva più. Si guardava attorno timorosa che qualcuno che la conosceva la notasse. Continuava a fissare lo specchietto retrovisore, ma la via era deserta. Menomale, pensò, era già molto difficile così, se poi qualche vicino l’avesse riconosciuta e interpellata, lei sentiva che sarebbe scappata. Il buio della sera le era complice. Il prato davanti casa era sempre uguale, in lontananza un paio di costruzioni nuove, i pini marittimi silenziose sentinelle, e nella sua mente il profumo acre della resina, il sapore dei pinoli che lei da piccola si mangiava golosa dopo aver rotto i gusci col martello. E quando era stanca di mangiarli li raccoglieva in una scodella e li portava a suo padre per il pesto alla genovese. Lia scacciò i pensieri dell’infanzia e tornò a fissare le finestre illuminate sorpresa di non notare alcun movimento di persone. Eppure era la vigilia di Natale e in casa, oltre ai suoi genitori, avrebbero dovuto esserci anche sua sorella e suo fratello. Che avessero cambiato le loro abitudini? Si sentiva inquieta. Non aveva più avuto né cercato di avere notizie. Una volta sola, qualche anno prima, aveva sentito sua sorella che le aveva riferito quanto il loro padre fosse ancora adirato. Nessuno in casa aveva più nominato Lia quando lui era presente, ma quando lui non c’era, la mamma esprimeva tutta la sua angoscia. Lia aveva pregato la sorella di tranquillizzare la mamma e poi non si erano sentite più neppure per telefono. Che silenzio, pensò Lia, cosa faccio? Ormai sono qui e devo trovare il coraggio. Cosa mi può capitare? Il peggio sarebbe di essere mandata via. Pazienza. Devo mettere in conto anche questo. Scese dall’auto e poi, esitante e col cuore in tumulto, premette il pulsante del campanello. Non rispose nessuno, e allora provò ancora, più a lungo.
    -Un momento! Che diamine, eccomi.
    La voce di sua madre: sempre uguale, sottile e spazientita. Lia sentì immediatamente la commozione invaderle il petto. Non voglio piangere, si disse, non devo piangere. Cercò di ingoiare le sue lacrime. Ebbe ancora l’impulso di fuggire, ma nel frattempo la porta si era aperta. Troppo tardi per scappare, sua madre era lì, impietrita, davanti a lei.
    -Mamma...
    Le due donne rimasero immobili, gli occhi negli occhi. Lia si accorse di quanto i capelli di sua madre fossero diventati più bianchi e il suo viso fosse solcato da rughe profonde, troppo profonde per la sua età. Nel suo sguardo non c’era nessun rimprovero, né ira, né rifiuto. Troppo emozionata per riuscire a parlare, allargò soltanto le braccia per accogliere la figlia, e fra le braccia della madre Lia sentì sciogliersi la pietra che le opprimeva il petto. Sollievo e benessere la consolarono mentre si godeva l’abbraccio così inconsapevolmente desiderato da tanto tempo, e lacrime che ormai poteva lasciare uscire senza imbarazzo le rigarono il viso.
    Sua madre la condusse in casa e si sedette sul divano accanto a lei.
    -Dimmi di te Lia, dimmi di questi anni.
    E intanto le accarezzava una spalla, togliendole premurosa invisibili fili di lana dal cardigan, per poi scendere con le mani ad avvolgere le sue e stringerle. Lia pensò che anche da piccola sua madre le sistemava sempre il golfino d’angora, lo spolverava da imperfezioni inesistenti, le metteva a posto il colletto della camicetta, poi le passava le mani sotto le gonnellina blu plissettata per tirare bene giù la camicetta. Tutte le domeniche la vestiva così per la S.Messa delle undici, la messa grande. Si raccomandava che non sporcasse le calze bianche e le scarpe alla bebè appena spalmate di lucido bianco. Poi le metteva in mano il velo e il libretto delle preghiere e la affidava alla Carla, la vicina di casa, la sartina ventenne che l’accompagnava in chiesa. La Carla le aveva confezionato il primo cappotto di cui Lia avesse memoria: un cappottino di lana bouclè blu che l’aveva fatta sentire una principessa. Lei la prendeva per mano e la teneva vicina a sé in uno dei banchi più vicini all’altare nella chiesa sempre affollatissima, odorosa di incenso, dove i canti dei fedeli riempivano di echi le navate. “Mira il tuo popolo” era l’inno che Lia preferiva. Anche da adulta, ogni tanto lo canticchiava per conto suo.
    Anche Lia strinse le mani di sua madre.
    -Mamma, non credo sia il caso che io incontri papà, non so cosa potrebbe succedere ma non voglio rovinare il Natale a tutti. Preferirei andare via, piuttosto.
    Sua madre di scatto le voltò le spalle e si avviò al lavandino della cucina. Lì si appoggiò con tutte e due le mani.
    -Non lo incontrerai Lia. Tuo padre non vive più qui già da tre anni. Mi ha lasciata, si è innamorato di un’altra e se n’è andato.
    -Mamma...
    -Non dire niente. Sto bene. E’ passata, ormai è passata. Sto bene.
    In quel momento la porta d’ingresso si aprì e le voci allegre di Angela ed Edoardo riempirono la casa. Lia si alzò e rimase ferma davanti al divano chiedendosi quale sarebbe stata la reazione di suo fratello e di sua sorella quando l’avessero vista. Angela corse ad abbracciarla senza un attimo di esitazione, era nel suo carattere, ma Edoardo si diresse verso la sua camera senza dire nulla. Lui non le aveva perdonato di essersene andata senza tenere conto di quanto lei fosse importante per lui: la sorella maggiore, la sua confidente e amica, il suo punto di riferimento. Edoardo aveva sofferto tanto. Lia non aspettò nemmeno un attimo e lo rincorse in camera per abbracciarlo a lungo con tutto quell’affetto che non aveva più potuto dimostrargli, e il fratello alla fine si abbandonò all’abbraccio, senza riserve. Vieni Edoardo, è pronta la cena, siediti vicino a me, mi sei mancato così tanto!
    L’albero di Natale, le ricette tradizionali di sua madre, le stesse da sempre. Anche quella una continuità che parlava di radici, di famiglia, tutto sapeva di buoni sentimenti. E quante cose da dirsi, dopo tutti quegli anni! Le voci si sovrapponevano nella fretta di raccontare, ogni tanto la commozione prendeva il sopravvento, e qualche frase rimaneva a metà spezzata da un imprevisto nodo alla gola che faceva mancare il fiato. La mezzanotte arrivò in un baleno e in mezzo al tavolo comparvero un panettone e un pandoro. Edoardo andò a prendere lo spumante in frigorifero e si accinse a stappare la bottiglia. I bicchieri di cristallo del servizio buono erano già pronti. Una scampanellata fece sì che tutti si guardassero interrogativamente. Vado io, disse Lia, ed andò ad aprire.
    Lia non incrociò subito lo sguardo di suo padre. Per un interminabile attimo guardò oltre il bavero rialzato del giaccone bagnato dell’uomo. Stava nevicando fittamente e il prato davanti casa era già tutto bianco. In breve tempo il paesaggio aveva cambiato aspetto e lei si ostinava a guardare lontano quasi a prendere tempo e coraggio prima di tornare con lo sguardo al viso di suo padre, ai suoi capelli brizzolati dove piccoli cristalli di neve luccicavano in modo intermittente alle luci appese accanto alla porta d’ingresso. Ebbe alla fine la forza di affrontare l’emozionante realtà e il suo sguardo scese per fermarsi attonito su un fagottino avvolto in una copertina bianca di lana che suo padre stringeva al petto.
    Allora guardò suo padre negli occhi.
    -E’ il mio bambino.
    Com’era tutto diverso da quel giorno tanti anni prima in cui suo padre era entrato in casa raggiante, avete un fratellino bambine, è nato Edoardo.
    Lia cercò di pensare, ma non le era possibile, e comunque non c’era nulla da pensare. Intanto tutti gli altri famigliari erano giunti lì, all’ingresso. Lia sentì che doveva agire subito e non ebbe esitazioni.
    -Mamma, c’è un uomo alla tua porta con un bambino in braccio, sta nevicando. Mamma, devi farlo entrare.
    -Non posso...non posso.
    -Mamma, devi farlo entrare.
    Così dicendo Lia prese il piccolo dalle braccia di suo padre e lo depose fra le braccia di sua madre.
    -Mamma, tu occupati di lui.
    Poi accompagnò suo padre in camera da letto. Hai bisogno di indumenti asciutti, papà, e hai la testa tutta bagnata. Gli asciugò amorevolmente i capelli con un asciugamani, gli diede abiti asciutti approfittando di quei movimenti necessari, per accarezzarlo e tenerlo un po’ stretto a sé. Cercava inutilmente dentro di sé rabbia, rancore, ma si sentiva traboccare soltanto di affetto e tenerezza.
    Molto più tardi nella notte Lia non dormiva. Pensava che a breve la luce del mattino avrebbe portato con sé il giorno di Natale, una giornata complicata di cui non riusciva a prevedere gli sviluppi. Una giornata in cui forse tante parole anche crudeli, anche cariche di risentimento sarebbero state pronunciate un po’ da tutti. Una giornata in cui tutti loro avrebbero avuto molto da accettare. Lei poteva contare soltanto sulla forza dell’amore che provava verso quelle persone, un amore che la lontananza aveva ingigantito e reso granitico. Pensava a suo padre ingannato da una chimera, e anche alla giovane donna probabilmente anch’essa ingannata da una chimera: l’infatuazione per un uomo maturo, che lei aveva scambiato per amore; qualcosa di cui non voleva neppure più il ricordo, al punto di rifiutare il bambino che aveva messo al mondo.
    Però in quella notte magica un padre e sua figlia si erano perdonati a vicenda, e una donna offesa, umiliata, scartata dall’uomo a cui aveva dedicato la vita, aveva preso fra le braccia il piccolo di lui e l’aveva accudito e cullato come se fosse stato il suo. Non era un miracolo?
    Lia si accomodò meglio sul divano e si mise un cuscino sotto la testa. Chiuse gli occhi.
    E’ già un buon inizio, pensò, prima di addormentarsi.

  • 15 dicembre 2016 alle ore 20:54
    Quel pomeriggio di un giorno da caccia

    Come comincia: Un pomeriggio di inizio Dicembre, sara' stato il '01.
    Decido di andarmene a fare un giro per gli affari miei, ho proprio voglia di vedere le bancarelle, di gustare le luci, i profumi, l' atmosfera, di starmene per conto mio ma in mezzo alla gente, a guardare e osservare tutto con la curiosità e l' ingenuità di un bambino e respirare quell' aria tipica di Dicembre.
    La vita sta ricominciando, le cose iniziano a girare, penso anche che i tempi siano ormai maturi per una nuova relazione, mi sto guardando intorno senza preconcetti.
    Così senza fretta arrivo sul molo, ho smania di rivedere il mare dopo settimane di tempo pessimo.
    E' una di quelle giornate invernali abbastanza miti, non si può dire che ci sia il sole ma neppure delle vere nuvole, il cielo è coperto ma c'è comunque una certa luminosità diffusa.
    Il mare liscio ha un colore un po' plumbeo e dove riflette la luce del cielo sembra quasi sia coperto di cellophane.
    Ed eccomi lì, bello rilassato, tranquillo, anche felice, quando mi sembra di vedere una ragazza che conosco, intenta a studiare.
    Ma potrebbe anche non essere lei.
    Mi fermo, guardo e non riesco a capire se sia lei o no, mi secca passare per orso ma anche fare figure oscene, così esito.
    Dopo qualche minuto lei si alza e si allontana con tutta l' aria di andarsene.
    Beh, adesso che è in piedi dal culo non sembra lei, ma le assomigliava parecchio.
    Poi, dopo una dozzina di metri, fa dietro-front, mi squadra e viene verso di me.
    Vorrà da accendere? O chiedermi cos'avevo da guardarla?
    Mi guarda negli occhi e mi dice:
    "Io ti conosco. Tu vieni spesso qui a suonare, sono stata spesso ad ascoltarti...è da tanto che vorrei conoscerti! Sei geniale, hai una gran passione quando suoni!".
    Credeteci o no, (io stesso non ci sto credendo: da dove è uscita questa nuova fan?) queste sono le parole esatte con cui la studentessa sconosciuta si è presentata.
    E adesso? Diretta la bambina, e anche piuttosto carina.
     Il trucco dov'è?
    Le spiego la verità, per quanto poco credibile: l'ho scambiata per un' amica che viene spesso lì ma di non averla fermata per non fare brutte figure.
    Ok, ghiaccio rotto.
    Parliamo per una decina di minuti, sembra una a posto.
    È piuttosto carina,  e questo l'abbiamo capito, ed è abbastanza il mio tipo, dei bei capelli scuri fin poco sopra le spalle, occhi nocciola abbastanza birichini, aria molto sciolta e simpatica, mi sembra di conoscerla da chissà quanto.
    Del resto mi ha messo subito a mio agio, tutto fila liscio e naturale.
    Poi all'improvviso l' impennata: "Mi dai il tuo numero?".
    Wow! Cotto e mangiato, babe! E senza neppure tanti complimenti!
    Non ha il cellulare con sé, così le chiedo carta e penna (ha dietro gli appunti sui quali stava studiando poco fa, l'ho vista!).
    Credeteci o no, l'intrigante moretta si alza la manica della felpa, mi porge il braccio e mi dice:
    "Scrivi qui".
    A questo punto ho in testa un coro di diavoletti glam che ululano Babe's on fire. Sia come sia le incido praticamente il mio numero sull'avambraccio, lo guarda come un trofeo e con un ghigno di sfida mi notifica:
    "Non ti libererai facilmente di me...".
     E chi ha detto il contrario??
    Ci salutiamo e poi, scalza com' era arrivata, lentamente, sinuosamente, se ne va ancheggiando leggermente con gli appunti fra le braccia, un po' studentessa e un po' ninfetta.
    Il coro di angeli glam ormai è diventato Bach vestito da Elvis con una permanente da metallaro anni '80 che salta in piedi sull'organo suonando il solo di Jump.
    Ed eccomi lì incredulo a osservare quel bel culetto allontanarsi ritmicamente mentre mi sto ancora chiedendo che diavolo sia successo.
    Semplice, ragazzo mio: sei stato rimorchiato, proprio come di solito fanno i marpioni piu' sfacciati con le ragazze sul molo nelle sere d' estate.
    E io che non avevo neppure scritto la letterina a San Niccolo'!

     

  • 11 dicembre 2016 alle ore 21:08
    Io, il mare e i sette anni nuovi

    Come comincia: Come si inizia: Si arriva fino alla cima dopo dolorose e faticose scalate. Dopo esser caduti e feriti, dopo aver calmato il sangue che sgorga dalle ferite, e della benda insanguinata se n’è fatto il proprio vessillo, ti fermi a guardare la bellezza dal piccolo spazio sulla cima, e vivi la meraviglia. Inizi l’istante che si dilata e che contiene ogni pensiero fermo, immagini senza suono sfilano, e abbracciato dal senso di pace, guardi il silenzio nel silenzio.

    Ogni momento di vita è davanti ai tuoi occhi e si lascia guardare, scrutare, capire.

    E tu, buon osservatore guardi, guardi te stesso nella luce della cima e ti capisci. Capisci te e la tua vita. Ma dove inizia il tremore del luogo dove sei poggiata?

    Capitolo I

    Io, il mare e i sette anni nuovi

    A. D. 2007

    Cancellavo con i passi l’asfalto che correva dietro me. Turista, mi ero persa, nella periferia della città dell’Arte, nel silenzio di un mezzogiorno di domenica. Palazzi chiari di sole, strade larghe come uno stretto abbraccio; mi fermai stupita del mio stupore e mi sentii leggera, aria dell’aria che respiravo e che mi avvolse. Guardai quel paradiso di quotidiano nascosto alla memoria. Si aprì ai miei occhi curiosi il frontespizio di una chiesa in tutto il suo splendore, lontana dall’eleganza rinascimentale, liscia e chiara, semplice, dai muri color paglia che sembravano pennellate di luce. Entrai.

    Sentii il bisogno di far parte del silenzio sacro di quel luogo, di quelle fiammelle di candele che come mani di un pittore giocoso disegnavano sagome ballerine nella morbida penombra così piacevole e contrastante con la strada accecata dal sole dietro la grande porta. Mi sentii fusa nei colori bruni della chiesa e nel profumo di incenso appena percepibile, mentre da lontano mi raggiungeva un canto che pareva innalzarsi fino a superare il cielo.

    Io, mi sentii in quel canto e come se volassi negli stessi cieli, mi vidi scendere e posarmi sugli scuri pavimenti di San Miniato. L’istante era lo stesso.

     Capitolo II

    Gradini

    2007

    Avevo salito tutti quei gradini arrivando col fiatone al portone, il sole accecante lambiva la scalinata facendola sembrare una gialla collina sbiadita dalla luce, e assonnata scivolava sulla città, l’interno per contro era fresco e piacevolmente ombroso, lo stesso profumo di incenso, lo stesso canto lontano, la stessa luce tremula e fioca di candele votive. La stessa aria disegnata dai giochi di luce. Era Firenze, era il mio viaggio alla ricerca del bello attraverso cui poi, poter vedere me stessa.

    Con un sorriso mesto pensai all’Ara Coeli, ai suoi tantissimi gradini a picco che avevano fatto urlare i muscoli delle mie gambe per poi ripagarmi con l’incanto che fa vivere ogni meraviglia che ci concede di farne parte. Tanti gradini antichi da salire, a Firenze come a Roma, come nella vita.

    Salire i propri gradini antichi e poi dall’alto, guardare.

    Mi abbandonai al presente. Circondata dal bello creato nel tempo grazie alla capricciosa intuizione di grandi artisti in luoghi diversi, mi spinsi nel mercato di San Lorenzo lasciando rotolare il mio corpo sballottato da altri corpi distratti, ubriacata da voci dai suoni ridenti e ondulate in lingue sconosciute.

    Che strano, cercarsi tra la folla, nelle grandi città dove a ogni sguardo, un’opera d’arte si impone altera fra gente che frettolosa zampetta urtandosi. Suoni di clacson rabbiosi, visi deformati dalla tensione, bocche in continuo movimento, spalancate, tristi, ridenti. Voci, voci concitate, voci e rumori di città. Cercarsi tra la folla… forse che i rumori sono tanto forti da non concedere alla mente di formulare un qualsiasi pensiero, forse che il caos esterno ghiacci il proprio e restringendosi conceda spazio all’anima. È così che il vagare per la città tra frotte di turisti, sentendosi un giapponese fra giapponesi col naso all’insù a rimirare e fotografare ogni angolo partorito dall’Arte, può essere illuminante: il frastuono resta sospeso attorno al capo mentre tutto l’essere viene inondato dalla bellezza, il bello dilaga, come acqua pura, come restare immersi in un lago di montagna, come lasciarsi abbracciare dalle colline toscane. E abbracciarle. E si annulla ogni moto dell’anima confusa.

    Ritorno nel rifugio della chiesa e guardo il silenzio che cade sulla città insonnolita della domenica mattina, in silenzio; e mi guardo dentro, nel mio silenzio, poi mi segue sulla strada allagata di sole e mi rende l’eco ovattata dei miei passi solitari in una delicata sinfonia.

     ....

     

     

     

  • 10 dicembre 2016 alle ore 17:20
    UNA PASSIONE TRISTE

    Come comincia: Quale avvenimento aveva portato Alberto M. a spostarsi dalla città di Messina alla dotta Bologna? Un matrimonio che avrebbe avuto un forte impatto sulla sua esistenza: un matrimonio, non il suo che doveva ancora avvenire ma a quello di sua cugina Pina. Pinuccia di cinque anni più giovane di lui era la unica figlia dello zio Antonio e di zia Jolanda sorella  di suo padre. Lo zio Antonio pugliese del nord e precisamente di S.Severo (ci sono pure i pugliesi del sud) era il procuratore capo delle imposte dirette di una città dell’Emilia (preferisco per ovvi motivi non nominarla) e, causa una legge che concedeva a quella carica ampi poteri discrezionali in fatto di contenzioso con i contribuenti, lo zio Antonio aveva ‘fatto i soldi’ come si dice volgarmente e non certo in maniera onesta. Questo gli aveva permesso di prenotare una chiesa addobbata in maniera sfarzosa ed il pranzo in un locale molto alla moda e molto costoso. I presenti non erano certi degli straccioni: le signore avvolte in eleganti abiti, i signori la maggior parte in smoking tranne il buon Alberto che sfoggiava un normale abito scuro. Tra le dame il buon Alberto, vecchio putt...re aveva notato la presenza di una signora che, avvolta in un tubino nero, spiccava per la bellezza fra le altre dame. Sedeva in un tavolo con un signore, non più, giovanissimo, che cercava di attaccar bottone con scarsi risultati. L’Albertone, un forza del suo metro e ottanta e dal fascino ‘a getto continuo’ (cito Petrolini) appena seduto al tavolo ebbe la meglio ed il cotale ‘vecchietto’ non poté far di meglio che ritirarsi in buon ordine. “Di solito apprezzo la faccia tosta delle persone ma oggi non sono di buon umore, mi scusi.” La signora liquidò con queste parole Alberto che, mogio mogio (era stato colpito il suo orgoglio), con un inchino abbandonò anch’egli la postazione. La cerimonia andò avanti sino alle 19, Alberto si accomiatò dagli sposi e con un tassì giunse alla stazione ferroviaria per prendere il, treno che lo avrebbe condotto a Roma per poi imbarcarsi su quello che lo avrebbe portato a Messina. Nel vagone di prima classe cercò un compartimento vuoto ma nell’andare avanti notò che la dama vista al matrimonio occupava da sola un posto in uno scompartimento. Entrò, sistemò la valigia. La tale non gli aveva rivolto lo sguardo ma quando Alberto, per provocarla, accese la pipa: “Spiacente questo non è il vagone dei fumatori e non mostri la faccia del meravigliato, mi ha perfettamente riconosciuta, solo che io non mi sento di conversare.” ‘Cazzo (pensiero di Alberto) una tosta!’ Il silenzio regnò nello scompartimento sino a Firenze. “Gentile signora vorrei aprire il finestrino per ordinare una bibita, non le chiedo se ne desidera una anche lei… “ ‘Cazzo (sempre pensiero di Alberto) che ha da piangere una donna piacevole, alta, capelli biondo-rossi, occhi verde oltremare (non so che significhi ma l’ho letto in qualche parte), nasino delizioso, bocca da…, collo alla Modigliani, tette non troppo pronunziate, altezza superiore alla media, età presumibile quaranta, solo uno stronzo poteva averla fatta soffrire o forse c’era dell’altro.’ “Mi permetta di essere sincero, se la mia presenza la infastidisce cambierò scompartimento…” “Lei non c’entra nulla, sono andata a Bologna al matrimonio di Pina per svagarmi, ho…” altre lacrime cominciarono a scorrere copiose sul viso della dama mettendo in crisi l’Albertone che, con mossa audace la prese fra le braccia e, con sua grande meraviglia fu ricambiato nell’abbraccio, poi ognuno al loro posto sino a Roma. Alla stazione Termini divisero i servigi di uno stesso facchino sino al posteggio dei taxi. “Non ci siano presentati: sono Eloisa L.” “Io Alberto M. e son cugino di Pina.” I taxi erano rari, al loro turno si guardarono in faccia e salirono sulla stessa auto. “Io vado in via Magna Grecia a S.Giovanni, lei?” “Dopo una pausa: “Io avrei dovuto proseguire per Messina…” Gran risata di Eloisa. “Che ci fa qui con me o meglio…credo nel destino, lo invito a casa mia ma non capisca male!”
    Una reggia di almeno duecento metri quadri arredata con gusto, si vedeva la mano di una donna dalla spiccata personalità. “Vada in quella camera, c’è un bagno, si sistemi e poi andremo a mettere qualcosa sotto i denti nel ristorante qui sotto.” Quello che meravigliò Alberto che era entrato in una camera matrimoniale, di solito quella degli ospiti aveva uno o due letti singoli…” “Nando ti presento Alberto mio ospite per stasera, fai del tuo meglio, solo secondi, veniamo da un banchetto di nozze.” “Non sono solita invitare degli sconosciuti, me ne sono meravigliata io stessa ma lei mi dà fiducia cosa per me è assolutamente insolita. Vedo nei suoi occhi tanti interrogativi, provvedo a dirimerli: ho quaranta anni, sposata da venti con Mario professore universitario conosciuto allorché frequentavo la sua facoltà, lui ha dieci anni più di me ma la nostra storia è finita quando l’ho trovato nel nostro letto con una sua allieva, da quel momento non ho più dormito nel talamo matrimoniale dove l’ho sistemata, fine della triste istoria e lei?” “Brigadiere della Guardia di Finanza di stanza a Messina, fidanzato con una insegnante conosciuta nella isole Eolie dove ero al comando di alcuni distaccamenti, ho ventisette anni, il resto lo vede qua.” “Può restare a Roma finché vuole.” “Telefonerò alla mia ragazza, ho una zia che abita a Roma in via Cavour, zia Rosilde vedova un po’ toccata di testa ma è l’unica scusa valida che posso accampare.” “Zia sono a Roma per un congresso, sono in albergo con i miei colleghi, dormirò in albergo ma non voglio farlo sapere alla mia fidanzata, tu stacca il telefono…” “Brutto porcellone sei in compagnia, va bene ti asseconderò!” “È ora di farci coccolare da Morfeo, buona notte.” Alberto stanco prese subito sonno, una doccia aveva contribuito a farlo rilassare. Forse stava sognando nel sentire sopra di sé il corpo di una femminuccia odorosa di un profumo di classe, ma quale sogno, Eloisa se lo stava bellamente abbracciando con la conseguenza che ‘ciccio’ prese ad inalberarsi per poi sprofondare in un tunnel deliziosamente accogliente e vogliosissimo. La storiella durò a lungo sin quando la padrona decise di ritirarsi in buon ordine con un: “Basta!” seguito da un gran sospiro, ne aveva avuto abbastanza! “Non ti preoccupare, non posso avere figli!” Un  noioso raggio di sole prese a colpire il viso di Alberto che fu costretto ad aprire gli occhi per poi richiuderli per rendersi conto di quella strana realtà poi. “Colazione per il signore, penso che debba riacquistare le forze…non dire nulla, ogni parola sarebbe inutile, è successo per mio volere, forse un modo per riappacificarmi con la vita, resta a casa mia finché vuoi, non interferirò nella tuo privato.” Bella proposta  con l’inconveniente di dover cercare una scusa valida per Silvana a Messina, ci avrebbe pensato, per ora sentiva dal profondo di voler approfondire il legame con Eli. “Ti senti di raccontarti, solo se lo vuoi.” “La mia è una storia come tante altre, forse un po’ particolare: ero in un collegio condotto da monache con tua cugina Pina, una stanza con due letti., Una notte fummo ‘visitate’ dalla superiora, giovane svedese molto bella che se ne fregava delle regole monastiche , capelli biondi lunghi, niente cilicio, corpo da mannequin, viso che esprimeva tanta sensualità. Il suo noto comportamento omo veniva tollerato dai suoi superiori, apparteneva ad una nota facoltosa famiglia imparentata con i reali. Una notte ce la siamo trovata nella nostra camera, senza tanti complimenti ha preso a baciarci a turno facendoci provare delle sensazioni meravigliose mai provate, io e Pina eravamo come imbambolate sotto i suoi baci, la storia è durata quasi tutta la notte e ci ha lasciato lo strascico, anche io e Pina in seguito abbiamo cominciato a provato le delizie del lesbico e per questo la mia presenza al suo matrimonio ma amo sempre i maschietti soprattutto te, mi stai entrando nell’anima, ho paura…” La permanenza di Alberto a Roma finì dopo dieci giorni, con un semplice  bacio il distacco e l’imbarco sul treno. A Messina Silvana capì che era cambiato qualcosa fra di loro, da donna intelligente non fece domande e così i due ripresero il solito tran tran. Il pomeriggio di un giovedì: “Sarò a Messina sabato mattina, vieni alla stazione.” La Legione della Guardia di Messina aveva una circoscrizione vasta oltre a quella del capoluogo aveva giurisdizione anche sulle province orientali dell’isola e così per l’Albertone non fu difficile trovare una scusa di servizio fuori sede nella sua qualità di fotografo. Arrivo a Messina di Eli il pomeriggio del  venerdì, un forte abbraccio e presentazione all’albergo Jolly dove un portiere, ficcanaso, si mise a confrontare i documenti dei due per poi guardarli in faccia per far rilevare la differenza di età...fu tacitato da Alberto con una lauta mancia che lo rese sorridente e disponibile: “Stanza con vista sul porto, il ristorante sarà ancora aperto per voi.” Cena frugale, pensieri erotici  volteggiavano sue due amanti che toccarono appena il cibo per rifugiarsi sotto la doccia e poi, e poi…”Voglio darti qualcosa che non ho concesso a nessuno!” Alberto ebbe qualche difficoltà a penetrare nel popò di Eli ma grande fu il godimento, il doppio gusto quasi fece svenire l’interessata che seguitò sino allo sfinimento, sapeva che quella era forse l’unica volta che si sarebbero rivisti. “Non ho nessuna voglia di dormire, facciamo un giro a Messina by night.” La proposta fu accettata con entusiasmo da Alberto, in fondo gli non gli capitava di visitare la città di notte. Da via Garibaldi sino al salotto buono di Messina, piazza Cairoli, e poi in viale S.Martino dove trovarono un locale illuminato, erano le tre di notte. Entrarono, era una cioccolateria non conosciuta da Alberto, ci passava dinanzi senza mai fermarsi. “Buona notte, sono Settimio il proprietario, non vi domando cosa fate in giro a quest’ora di notte, vi si legge in faccia, in fondo ho imparato ad essere un po’ psicologo, accomodatevi.” “Madame non ho solo cioccolato ma spezie di ogni genere, dolci  oltre che bevande, a vostra disposizione." E poi “Il signore mi pare di averlo incontrato, adesso si che mi ricordo, era in divisa, un brigadiere della Guardia di Finanza! Io in quanto scontrini sono a posto, quasi…lo Stato è troppo esoso, talvolta…” “Settimio non sono in servizio dimmi piuttosto che ci fai a Messina, non mi sembri siciliano. “ “Sono di Jesi città in provincia di Ancona, la patria del Verdicchio, ero venuto in questa città in villeggiatura, ho conosciuto Rosaria ragazza deliziosa ma…insomma una minchiata nel senso che la baby è rimasta incinta e col padre c’era poco da scherzare, adesso in casa ho tre donne, due gemelle che hanno scambiato la notte per il giorno, quando piange l’una sveglia pure l’altra e così preferisco aprire il locale anche di notte per farmi fare compagnia da qualche nottambulo. Siete una coppia stupenda ma mi sembrate un po’ irregolari, scusatemi l’ invadenza…” “Settimio sei un simpaticone, io sono Eloisa, romana ed il qui presente Alberto è mio paesano. Siamo al Jolly la prossima notte saremo di nuovo qui da te e poi…” Eli al pensiero della partenza si era rabbuiata, forse una lacrima, istintivamente Settimio l’abbracciò…”Alberto scusami se approfitto dell’occasione ma devo farti presente una cosa spiacevole: un tuo collega una volta mi ha pizzicato senza l’emissione di uno scontrino, non mi ha sanzionato ma  da allora si presenta ogni mattina per far colazione gratis, è un individuo che ha fatto del carboidrato una ragione di vita, in altre parole è un grassone della malora!” Alberto localizzò subito il personaggio: “Settimio ti sistemerò la questione, intanto fammi il conto.” “Stai scherzando, siamo diventati amici, la mia è un offerta con tutto il cuore, penso che in futuro ti rivedrò in quanto ad Eloisa…” “Domani notte sarà l’ultima volta, ti lascerò il numero del mio telefonino, se dovessi capitare a Roma…” Era mezzogiorno, timidamente una signora addetta alle pulizia fece timidamente capolino nella stanza dove alloggiavano Alberto ed Eloisa: “Chiedo scusa…” “Ci dia una mezz’ora poi…che ora è… vediamo…tra poco andremo a mangiare e le lasceremo la stanza libera.” Nel pomeriggio i due amanti  andarono a visitare il lago di Ganzirri con la speranza di non  incontrare qualche conoscente. “Che luogo incantevole, sediamoci su una panchina, voglio imprimermi in mente il paesaggio, me lo ricorderò per sempre.”Di notte nuova visita al locale di Settimio che non sapeva che fare per i due ospiti i quali seduti restarono a lungo ad ammirare il passeggio dei rari nottambuli messinesi poi un rapido abbraccio da parte di Eli. La mattina seguente arrivo del treno alla stazione di Messina, Alberto si imbarcò anch’egli per accompagnare la baby sul traghetto sino a Villa S.Giovanni e poi solo un rapido abbraccio… Nell’intimità della sua stanza in caserma il brigadiere M. sdraiato sul letto, mani incrociate dietro il collo, occhi chiusi cercò di fare il punto sulla sua situazione sentimentale: fidanzato come tanti altri senza particolari slanci ma solo certezze di un futuro come dire normale, forse con figli e rispetto reciproco ma senza sussulti come quelli che aveva provato ultimamente. Sulla parte della stanza gli apparve il viso piangente di Eloisa, un pianto inarrestabile segno di un dolore profondo. Cosa aveva impedito di farsi una vita con lei: la differenza di età, il sospetto che le passioni finiscono e lasciano l’amaro in bocca, il fatto di non poter diventare padre…un dolore addominale improvviso, violento lo fece sussultare, un sentimento violento, uno di quelli che non aveva mai provato, forse un po’ di vigliaccheria da parte sua, maledizione! ‘Questa è la triste istoria’ contavano gli antichi aedi, quella sarebbe stata in futuro  la sua triste istoria.