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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 01 dicembre 2016 alle ore 16:29
    La presunzione di Livia

    Come comincia: Le riunioni scolastiche possono diventare un'arena. Ne sapeva qualcosa Livia che quel giorno si permise di obiettare ad un'osservazione posta da un genitore ad un professore: scoppiò il finimondo. La tensione e lo scontro verbale coinvolsero tutti i presenti fino a farli apparire lupi famelici pronti a sbranare la preda di turno; Livia era la preside e come tale aveva l'obbligo e l'autorità per porre fine a quel pandemonio che la disgustava e quando capì che la situazione stava degenerando, con un urlo acuto e deciso riuscì a calmare gli animi dei presenti  "Silenzio! Signore, signori, cerchiamo di mantenere un contegno e riportiamo la discussione entro i termini di un civile scambio di opinioni" Tutti tacquero, nemmeno lei credeva alle parole che aveva pronunciato; troppa ignoranza in quella stanza, troppa arroganza, ma la sua diplomazia stemperò per un momento gli animi illudendola di poter concludere l'incontro positivamente. Purtroppo però, tra mille polemiche e litigi, la riunione si protrasse per le lunghe e, nonostante tutta la buona volontà, fu costretta a sospendere la seduta prima di aver preso in  esame tutti i punti all'ordine del giorno; avrebbero concluso il dibattito l'indomani, dopo l'orario delle lezioni.
    Livia uscì di scuola che era ormai buio pesto ma per fortuna la fermata della metrò era a pochi passi, non le piaceva restare da sola per strada a quell'ora. Raggiunse la stazione in un attimo e dopo alcuni minuti di attesa snervante salì sul convoglio e si accomodò seduta nell'unico posto libero. Venti minuti la separavano dalla sua fermata ed era talmente stanca che quel sedile le sembrò un trono. Alla fermata successiva scesero alcuni passeggeri e ne salirono altri in numero tale da non lasciare posti a sedere per tutti e tra i tanti Livia notò una coppia di anziani che con lo sguardò cercava vanamente un seggiolino libero, oltre che ad essere anziani parevano anche claudicanti, colpiti forse da qualche problema dovuto all'età avanzata. A quella vista il vicino di Livia, un bel giovane dall'aspetto atletico, si alzò immediatamente per cedere il posto ad uno degli anziani invitandola con lo sguardo a fare altrettanto, lei invece girò il capo dall'altra parte e sbuffò sonoramente, non aveva la minima intenzione di cedere il posto a nessuno, era troppo stanca. A quel punto il giovane aiutò la signora ad accomodarsi e nel contempo imprecò nei confronti di Livia, ma fu l'anziana a stemperare la tensione rivolgendo al giovane delle semplici parole per tranquillizzarlo "Su, stia calmo. E' stato gentile a donarmi il posto. La signora al mio fianco sarà sicuramente stanca e non è obbligata a cedere il suo posto a nessuno, mio marito è forte, vedrà che andrà tutto bene" Nel frattempo il convogliò si fermò e Giuseppe, così si chiamava il ragazzo, scese dal treno rispondendo con un sorriso ai cenni di saluto dei due anziani, mentre Livia lo squadrò dall'alto in basso con aria distaccata.
    Da lì Giuseppe, in dieci minuti a passo sostenuto, raggiunse casa sua dove c'erano ad attenderlo i suoi genitori con il fratello. "Hai fatto tardi anche questa sera" Lo accolse la madre con voce melanconica "E allora?" Rispose lui in cagnesco "Nulla, era solo una considerazione" ribadì sospirando la donna "Non sono affari tuoi" Infierì Giuseppe alzando il tono di voce anche per sovrastare il volume della televisione che nel frattempo qualcuno in sala aveva aumentato considerevolmente "Hai sentito? Tuo padre preferisce il frastuono di quell'aggeggio infernale piuttosto di prender parte al discorso" "Lui dov'è?" Chiese invece Giuseppe che non l'aveva ascoltata "In cameretta, sta riposando" Rispose la mamma con un nodo alla gola, non le piaceva il tono del figlio e quando Giuseppe si girò verso di lei, qualcosa nel suo sguardo le fece gelare il sangue nelle vene. Poi lui si affacciò in sala dove suo padre era sdraiato sul divano, intento a guardare la tv completamente immerso nel suo mondo e senza aggiungere altro scansò la madre con un braccio e si diresse verso la cameretta. Spalancò la porta ed accese la luce, incurante di disturbare il riposo del fratello che, imbottito di farmaci e avvolto nelle coperte, non si accorse di nulla. Richiuse dietro di se la porta e girò la chiave a doppia mandata costringendo sua madre ad aspettare fuori, pietrificata dal terrore. Giuseppe scoprì il fratello e restò immobile ad osservarlo in tutta la sua vulnerabilità; la rara malattia che aveva colpito il povero ragazzo, oltre ad averlo reso storpio, ne aveva cambiato completamente i lineamenti e anche il suo cervello si stava riducendo ad un ammasso di gelatina senza funzioni; ormai suo fratello era paragonabile ad una pianta malata. Giuseppe trasse un lungo respiro e poi fece la sua mossa. Allertati dalla madre preoccupata, i carabinieri arrivarono nel volgere di pochi minuti e furono costretti a scassinare la porta della cameretta, quando entrarono ebbero la conferma dei timori della donna; Giuseppe era appeso ad una corda legata al lampadario, mentre sul letto era steso il fratello con il viso rilassato come se stesse dormendo beatamente. Nel frattempo erano arrivati anche i volontari del pronto soccorso che presero subito in consegna Giuseppe; infatti grazie al tempestivo intervento dei carabinieri e al suo eccezionale fisico pur se in gravi condizioni era ancora vivo. A quel punto suo padre si abbandonò ad un pianto sfrenato tra le braccia incredule della moglie.
    Giuseppe fu portato in ospedale e, nonostante le sue condizioni, messo sotto sorveglianza armata, l'indomani il giudice avrebbe preso i provvedimenti del caso. L'infermiera che fu incaricata di tenerlo sotto controllo quella notte era una neo laureata, di bell'aspetto e con un'ottima preparazione, non era per nulla spaventata dell'incarico; le avevano detto cosa avesse appena combinato quel ragazzo, ma la sua determinazione le fece assumere subito il controllo della situazione. Giuseppe era in coma farmacologico, ma lei credeva nella teoria che un cervello non è mai spento e quindi anche in quelle condizioni assimilasse comunque tutto ciò che gli accadeva intorno e quando, dopo alcune ore, restò sola con il paziente, prese a parlare "Bene, ti chiami Giuseppe, e a quel che vedo sei un bel ragazzo. Ho saputo che hai appena ammazzato tuo fratello, qualcuno dice per un atto di misericordia, qualcuno no. Non ti conosco personalmente, ma so un sacco di cose di te e penso che tu abbia voluto toglierti di torno un peso; si, mi hai capito bene, un peso, un fastidio. Quel fratello malato e impresentabile di cui tanto ti vergognavi, tu che sognavi di sfondare nel mondo della televisione e dello spettacolo, tu che hai dedicato ogni istante della tua crescita per diventare simile ad uno di quei personaggi che tanto ammiravi. Come faccio a sapere tutte queste cose? Ascolta: durante i miei studi ho frequentato vari ambienti per l'apprendistato e per un certo periodo sono stata inserita in un centro per assistenza di pazienti affetti da gravi patologie. Lì mi hanno affidato il caso di un ragazzo che, sano come un pesce, aveva cominciato ad avere dapprima piccoli problemi motori, poi man mano che la malattia progrediva il suo corpo ha preso a deformarsi e anche la sua mente ha cominciato a cedere fino a ridurlo a ciò che era fino ad oggi, io conoscevo bene tuo fratello. Era lui che mi raccontava dei tuo sogni, delle tue ambizioni, ed era lui che piangeva per te consapevole che la sua malattia avrebbe precluso ogni tuo sforzo, perché  i tuoi genitori stavano spremendo tutte le proprie risorse per lui nel vano tentativo di guarirlo. Finché ha potuto farsi capire tuo fratello ha sempre tenuto la tua parte, si sarebbe ammazzato pur di vederti felice. Ti voleva bene, per te invece era solo un ostacolo da eliminare; ora che l'hai ammazzato, come ti senti? Sei un verme Giuseppe, ed è giusto che provi quello che ha passato tuo fratello" Detto ciò Anna, così si chiamava l'infermiera, preparò un cocktail di medicinali che sapeva essere micidiale, lo diluì nella flebo che doveva sostituire quella quasi esaurita e la fissò al suo posto con le mani tremanti; Giuseppe sarebbe morto nel sonno. Anna fini il suo turno, sostituì la flebo e senza batter ciglio si avviò verso casa, sarebbe toccato agli altri scoprire la morte del ragazzo.
    Livia aveva ancora il mal di testa, nonostante avesse ingerito una dose massiccia di sonnifero non era riuscita a chiudere occhio, suo marito era all'estero per lavoro e da quando i figli si erano accasati altrove, stare da sola le creava sempre una certa angoscia. Si preparò una colazione abbondante innaffiata da caffè nero e forte e dopo essersi fatta una doccia rigenerante si apprestò ad affrontare una nuova giornata di fatica tra colleghi e collaboratori che non sopportava più. Quando salì sulla carrozza della metrò, piena come sempre, notò con la coda dell'occhio un posto a sedere libero e fece per raggiungerlo quando un istante prima di lei lo occupò una giovane ragazza dalla folta e riccioluta capigliatura rossastra. Livia la squadrò dall'alto esortandola con lo sguardo a cederle il posto, in fin dei conti quella giovinetta poteva essere sua figlia. La ragazza dal canto suo si limitò a sorriderle con aria sprezzante, non le avrebbe ceduto il posto neppure a pagamento. Livia imprecò tra se e se ma all'istante le apparve nella mente la scena della sera prima, quando fu lei a non cedere il posto all'anziano signore e ricordò anche il sorriso dei due anziani che, per nulla contrariati dal suo gesto restarono tranquilli ai loro posti. Livia sospirò profondamente e un sorriso si fece largo sul suo bel viso; aveva dei lineamenti ben marcati, ma la sua femminilità era tale da far invidia a parecchie donne facendola sentire superiore alle altre. La ragazza dai capelli rossi la osservò con aria stanca, aveva lavorato quella notte e il comodo sedile, l'ambiente riscaldato e i tipici rumori di fondo di un vagone affollato, le stavano conciliando il sonno al punto che, reclinato il capo su una spalla, si addormentò senza accorgersi di aver fatto scivolare a terra la sua borsetta da cui ne  usci il suo cellulare. Livia istintivamente si chinò a raccogliere tutto e quando ebbe tra le mani il cellulare non poté non notare un'immagine che inavvertitamente aveva aperto sullo schermo; ritraeva un ragazzo sdraiato su un letto di ospedale con tanto di flebo al braccio. Il particolare che la colpì però non fu quello, osservando attentamente sullo schermo si rese conto di aver già visto quel ragazzo, era colui che la sera prima aveva ceduto il posto alla signora anziana sulla metrò e a quel punto decise di svegliare la ragazza per avere notizie su quel tale. La giovane, ancora intontita dal sonno, ci mise un attimo a realizzare cosa fosse successo, Livia infatti le stava spiegando di come, senza volerlo, avesse visto l'immagine sul suo cellulare convinta di aver riconosciuto quel ragazzo, ma la giovane le rispose con tono aggressivo "E lei chi è? Cosa vuole da me?" "Nulla di importante" replicò Livia con calma "Ieri sera ho incrociato quel ragazzo sulla metrò" e così raccontò alla ragazza ciò che era accaduto "Io ero stanca dopo quella riunione" concluse Livia "E mi sono comportata da stronza, non ho attenuanti, ed infatti oggi ho ricevuto lo stesso trattamento. Ma quel ragazzo, così gentile, così a modo. Che gli è successo?" La ragazza aveva ascoltato attentamente quel racconto, e un dubbio atroce la assalì, come poteva un ragazzo dai modi così gentili aver commesso un atto così terribile? Livia si accorse dello sgomento della ragazza e, convinta di essere lei la causa di quello stato d'animo, le poggiò una mano sulla spalla e le disse "Mi scusi, forse sono stata indiscreta, non volevo arrecarle nessun disturbo" Per tutta risposta la ragazza si alzò di scattò e abbracciò Livia con tanta foga da farle mancare il respiro, la preside strabuzzò gli occhi, incredula e con un filo di voce le disse "Piacere, io sono Livia" La ragazza si stacco da lei e con un sorriso smagliante rispose "E io sono Anna e lei mi ha aperto gli occhi" Alla prima fermata la ragazza scese dal convoglio e immediatamente salì sul treno che andava in senso contrario, aveva sbagliato e doveva correre all'ospedale per porre rimedio al suo tragico errore. Livia dal canto suo prese il posto della ragazza, aveva ancora alcuna fermate prima di giungere a destinazione, ma quell'episodio la convinse ancor di più di come le persone avessero ancora molto da poter dare, bastava un po' meno indifferenza, forse.
    Anna raggiunse l'ospedale e si recò immediatamente verso la camera di Giuseppe e quando fu a pochi metri dalla stanza incontrò uno dei medici che ne stava uscendo scuotendo la testa. Anna interpretò quel gesto nel peggiore dei modi e quasi si scontrò con l'altro nella foga di sapere cosa fosse accaduto "Bene!" Esclamò l'uomo "Che ci fai qua?" "La flebo" biascicò terrorizzata Anna "Già, la flebo" Sei talmente distratta che non ti sei accorta che la flebo era staccata dalla sua sede. Devi aver combinato uno dei tuoi soliti casini e io ho trovato tutto il liquido in terra, per fortuna sono venuto a controllare e l'ho sostituita con una nuova, in più mi è toccato asciugare tutto" "Quindi il paziente non ha ricevuto neanche una goccia di quella flebo" Affermò Anna speranzosa "No, ma la situazione è sotto controllo. Dovrei fare rapporto a te e a quell'inetto del tuo collega. Da quando hai smontato di turno e ha preso il tuo posto non si è ancora degnato di venire a controllare il paziente" Anna sentì salire le lacrime agli occhi "Su, su Anna, non ti preoccupare, il fatto che tu sia tornata immediatamente qua dimostra il tuo attaccamento per il lavoro, sospettavi di aver commesso un errore e sei corsa per porvi rimedio, ok?" Rimedio all'errore, pensò Anna. Quanto era vero, ma quanto si sbagliava il dottore "Si dottore, la ringrazio per aver rimediato alla mia distrazione" L'uomo sorrise benevolmente e poi si lasciò Anna alle spalle "Se vuole, ragazza, entri pure a far visita al suo paziente" Anna non se lo lasciò ripetere ed immediatamente si fiondò al capezzale del ragazzo.
    Livia era seduta nel suo ufficio, fuori dalla finestra scorgeva il via vai di veicoli che affollavano la città tutte le mattine, la gente era impazzita, o era sempre stata così'? Mentre sorseggiava il cappuccio ormai tiepido, tornò con la mente ai fatti successi nelle ultime ore, qualcosa l'aveva toccata nel profondo dell'animo. Da sempre si riteneva una donna tutta di un pezzo, infaticabile nel lavoro, precisa e attenta nella vita di tutti i giorni, innamorata di suo marito, madre presente ed attenta alle esigenze dei figli, ben voluta da amici e colleghi e rispettata dai propri alunni; era orgogliosa di tutto ciò. Eppure, in quel momento, sentiva che non era pienamente soddisfatta della sua vita. Per lei il lavoro era diventato un'ossessione, tutti dovevano rispettare le sue regole e tutti dovevano essere all'altezza delle sue richieste; i professori, gli alunni i collaboratori scolastici, tutti, senza eccezione. Amava suo marito, ma anche a lui aveva imposto il suo ritmo di vita incurante delle sue esigenze, l'uomo però era troppo buono per manifestare delle rimostranze e forse, in questo modo, il loro rapporto si stava lentamente deteriorando. Finì di bere il cappuccio ormai freddo e si mise davanti al monitor del computer intenzionata a riprendere il controllo, aveva un sacco di cose da fare, ma ormai la sua testa era altrove; nel profondo del suo cuore si era spalancata una voragine da dove fuoriuscivano a getto continuo emozioni e sentimenti repressi da anni. Consapevole di non riuscire a concentrarsi sul lavoro Livia si alzò e si mise a guardar fuori dalla finestra, il traffico si era leggermente attenuato e il cielo, che di prima mattina era coperto da fitte nubi, ora lasciva passare qualche raggio di luce solare e a quella vista sorrise tra se, le sembrava di essere in una scena tratta da un film di serie b; la protagonista che, presa dai suoi rimorsi, interpreta i segni del cielo come una via di uscita dal suo limbo interiore. La sua scorza si stava sciogliendo ed ora le era chiara una cosa, non aveva mai dedicato seriamente e gratuitamente un solo istante della sua vita al prossimo tanta era la sua presunzione e la sua convinzione di essere migliore degli altri, a quel punto le fu chiaro di non essere benvoluta, tutt'altro, era temuta. Quel pensiero la fece esitare per un attimo, ma poi il suo carattere forte la aiutò a riprendere il controllo della situazione e in un attimo decise di dare una svolta alla sua vita; sorrise nuovamente, anche perché nel frattempo il cielo si era nuovamente rannuvolato e le prime gocce di pioggia punteggiavano la strada, interpretò quel segno pensando che ognuno è padrone del proprio destino.
    Anna stava fissando Giuseppe da qualche minuto e senza rendersene conto riprese il discorso da dove l'aveva lasciato prima di smontare dal turno "Sai Giuseppe, non ti ho detto tutta la verità. Tuo fratello, che ti adorava, aveva espresso più volte il desiderio di morire per lasciarti libero di realizzare i tuoi sogni e i tuoi desideri, mi ha sempre parlato di te come di un ragazzo buono e gentile. Poco fa ho incontrato sulla metrò una donna che mi ha raccontato un fatto accaduto ieri sera e ti ha dipinto come un ragazzo sensibile e sorridente, io non voglio credere che tu abbia commesso quello di cui sei accusato, non puo essere. E poi c'è un'altra cosa che ti ho nascosto: ero talmente entrata in sintonia con tuo fratello che tutto quello che lui provava per te lo sentivo anche io. Mi mostrava le tue foto, mi parlava dei tuoi modi e, lo confesso, mi sono innamorata di te" Anna si fermò un attimo ad ascoltare, aveva captato un rumore provenire dall'esterno della stanza e per precauzione uscì a controllare; era solo il militare che era venuto a dare il cambio al suo collega "Tutto bene signorina?" Chiese l'uomo "Si, tutto bene" Rispose gentilmente lei senza aggiungere altro  e poi richiuse la porta dietro di se e riprese a parlare "Io ti amo Giuseppe, lo so che è strano, non ci siamo mai visti prima, ma è così e ieri sera, quando ti hanno portato da me in fin di vita e ho saputo cosa era successo, mi è crollato il mondo addosso" Anna si avvicinò al letto e prese tra le sue mani una mano di Giuseppe "Ti prego, riprenditi. Sono sicura che tutto si risolverà per il meglio" In quel momento la ragazza senti la mano del ragazzo stringere le sue, pensò ad un movimento dovuto a uno spasmo ma poi udì uscire dalle labbra del ragazzo un'unica parola dolcemente sussurrata "Grazie" e il volto di Giuseppe si riempì di lacrime.
    Livia aveva trascorso la mattinata lavorando come al solito ma, pervasa da una nuova carica, sentiva di voler urlare al mondo che sarebbe cambiata e che si sarebbe aperta al prossimo. A breve avrebbe avuto la prima prova per verificare la bontà del suo intento, doveva concludere l'incontro interrotto il giorno prima.
    Anna, che nel frattempo si era appisolata seduta al fianco di Giuseppe, fu svegliata dal rumore di passi che si stava avvicinando alla stanza e dopo pochi istanti la camera fu invasa da cinque persone: con il dottore che poco prima le aveva fatto la ramanzina c'erano l'infermiere di turno, poi un militare chiaramente di grande importanza ed un signore ed una signora che immediatamente identificò come i genitori di Giuseppe e Carlo, suo fratello deceduto. Fece per spostarsi immediatamente ma il dottore le chiese di stare tranquilla; era tutto sotto controllo. La signora si avvicino al figlio immobile sul letto e con le labbra ne sfiorò la fronte, mentre le lacrime inumidirono il viso del ragazzo. "Non piangere mamma, sto bene" La donna si ritrasse quasi spaventata all'udire quelle parole e contemporaneamente cercò con lo sguardo il dottore che a sua volta aveva stampata in viso un'espressione incredula ma immediatamente prese in mano la situazione. Ordinò a tutti di lasciare la stanza, trattenendo con se solo l'infermiere e ordinando ad Anna di correre subito in reparto ad avvisare i suoi colleghi di raggiungerlo immediatamente. Nel volgere di pochi minuti la stanza di Giuseppe si riempi di un nugolo di dottori ed infermieri e agli altri non restò che allontanarsi. Si trovarono così a bere un caffè nella zona dei distributori automatici dove, in forma confidenziale, il comandante dei carabinieri stava informando i genitori dei ragazzi di avere raccolto sufficienti prove per ritenere che Carlo fosse morto alcuni istanti prima dell'arrivo di suo fratello e quindi, con tutta probabilità, sarebbero cadute velocemente le accuse di omicidio lasciando però  il dubbio sulle reali intenzioni che avevano spinto Giuseppe a barricarsi in camera e poi a tentare il suicidio. Anna era riuscita, senza dare nell'occhio, ad avvicinarsi ed ad ascoltare quella conversazione privata e nell'udire quelle novità il suo cuore sobbalzò dalla gioia; Giuseppe non era un assassino. Nel frattempo uno dei dottori uscì dalla stanza in cui era allettato il ragazzo e con aria trionfale informò i presenti che il paziente era miracolosamente fuori pericolo.
    Livia accolse nella sala riunioni i professori e i genitori, o comunque chi aveva la responsabilità dei suoi ragazzi al di fuori della scuola, con un sorriso e con parole distensive, non voleva che si ripetesse di nuovo la bagarre del giorno prima. Esortò tutti i presenti ad avviare una discussione civile e concisa, era decisa a risolvere la questione in poco tempo così da evitare ulteriori tensioni ed infatti si risolse tutto nel migliore dei modi lasciando soddisfatti tutti i presenti e Livia riuscì quindi a congedarli con il sorriso sulle labbra. Dopo aver lasciato la scuola si diresse verso la metrò e appena raggiunta la fermata incontrò lo sguardo di Anna che le corse incontro e la abbracciò e Livia, nonostante la sorpresa di quel gesto, la accolse tra le sue braccia e sentì un calore sprigionarsi dal cuore della ragazza. "Dimmi Anna, tutto bene?" le chiese mentre salivano in carrozza.  La ragazza iniziò a raccontarle gli ultimi avvenimenti nei minimi dettagli, sentiva di potersi fidare di quella donna e anzi, voleva condividere con lei la sua gioia; le due donne erano talmente prese che non si accorsero del tempo che scorrevae solo quando giunsero al capolinea si resero conto di essere rimaste sole sul vagone. Sorprese da quell'inconveniente ma per nulla demoralizzate, presero a ridere fino alle lacrime e a quel punto Livia propose "Visto che siamo qua potremmo trovare un locale e fermarci a mangiare qualcosa, che ne dici?" "Ok Livia, oggi è un giorno speciale, festeggiamo" Mentre scendevano dalla carrozza Livia afferrò una mano di Anna e parlò con voce calma e serena, come non faceva da tanto tempo "In realtà tutti i giorni sono speciali, ogni giorno ci regala qualcosa, le persone che ci circondano hanno la loro storia e tutti, dal primo all'ultimo essere umano, hanno il diritto di viverla poterla raccontare. A noi il compito e la forza di saperli ascoltare e capire" Livia sorrise, Anna la stava fissando con aria interrogativa "Con il tempo, cara la mia Anna, capirai come il fatto stesso di vivere sia stupendo e tutti hanno questo diritto, di vivere e gioire, di poter sbagliare e rimediare, di perdonare ed essere perdonati. Io l'ho capito solo ora, ma ti assicuro che è una sensazione meravigliosa" Anna strinse la mano di Livia, forse aveva capito, o magari aveva frainteso, ma alla donna bastò quel gesto per farla sentire bene "Ecco un bar tavola calda!" Esclamò la ragazza mentre con delicatezza si era staccata dalla mano di Livia. Le due donne si accomodarono ad un tavolino e dopo aver ordinato qualcosa da mangiare e bere si misero a parlare come due vecchie amiche, la serenità che spigionava Livia aveva ormai contagiato anche Anna;. La serata scivolò via rapida e tranquilla e quando fu il momento di lasciarsi Livia capì che per anni aveva giudicato le persone senza mai conoscere la loro storia fino in fondo. Quei pensieri la accompagnarono fino ad un istante prima di addormentarsi e la mattina seguente, quando si svegliò di buon'ora, esclamò a gran voce "Eccomi mondo, sono pronta!"

  • 29 novembre 2016 alle ore 10:39
    BRCA1

    Come comincia: Diego Norente s’infilò trafelato in un vicolo all’angolo tra via Dotto e Piazza Lobuli. Il lungo impermeabile nero rivestiva come una crisalide un corpo scarno, nervoso, dove le ossa parevano volessero forare la pelle.
    L’uomo, dalla barba incolta e dalle labbra serrate, buttò fuori l’aria dalle narici come un toro infuriato pronto alla carica, solo gli occhi scintillavano di una luce innaturale, crudele.
     Il giorno aveva già lasciato da un pezzo la costa ovest e Diego Norente non aveva più tempo. Si guardò intorno con scatti rapidi della testa alla ricerca di un posto dove nascondersi e riorganizzare le idee, ormai era braccato. Da quando il sergente Port si era messo sulle sue tracce per BRCA1, questo era il suo nome in codice, l’unico modo di portare a termine la missione era di prendere contatto con le cellule dormienti.
    Si arrampicò su una scala antincendio fiutando il potenziale pericolo come un segugio che intercetta la preda. A ogni scalino le sue labbra si contraevano in una smorfia di dolore accompagnata da un grugnito greve - «Devo farcela» ripeteva - «La missione, prima di tutto».
    S’infilò attraverso una finestrella e scivolò dentro, come un crotalo nella spaccatura di una roccia, in quella che sembrò una soffitta. Diego Norente rimase immobile come se volesse diventare tutt’uno con l’ambiente circostante, fino a quando gli occhi si abituarono all’oscurità della stanza.
    L’odore umido di muffa lo tranquillizzò, era uno spazio inutilizzato da tempo dove poteva tirare il fiato e ricomporre le idee, sparse come tante tessere di un puzzle.
    Il corridoio al quarto piano dello stabile di via Nudo si diramava come la pianta del metrò di Parigi, collegando le sezioni del “Pronto Intervento” con quella dei “Corpi Speciali Anti Invasione”, “l’Intelligence” e la squadra “Prevenzioni Attacchi Terroristici”.
    L’ambiente era spartano, nulla di superfluo oltre l’essenziale, solo alcuni quadri raffiguranti i ricercati più pericolosi e un archivio con le impronte genetiche dei delinquenti di ogni risma.
    «Dobbiamo agire in fretta adesso che abbiamo individuato BRCA1» sbotto il sergente Port.
    «Sappiamo in quale zona si nasconde e dobbiamo intervenire prima che si metta in contatto con le cellule dormienti, solo così riusciremo a bloccare la follia della sua missione».
    Le parole del Sergente Port si mischiarono all’odore dolciastro di cannella e al suono ritmato dei tacchi 12 che accompagnava Miss Adana, la più alta autorità specializzata  contro il terrorismo internazionale.
    Adana, soprannominata la Rossa per la sua chioma color rubino, era considerata alla stessa stregua di un essere mitologico la cui fama raggiungeva gli angoli più remoti del continente ma, al tempo stesso, nessuno l’aveva mai vista.
    Fasciata in un tubino vermiglio, Adana aveva un aspetto etereo e insieme glaciale. I lineamenti gentili nascondevano la tenacia e la leadership dei grandi condottieri dell’antichità.
    «Sergente Port» - esordì Adana la Rossa - «I nostri informatori ci hanno appena comunicato il luogo dove si nasconde BRCA1, andiamo a prenderlo».
    Diego Norente sentiva il cerchio stringersi attorno a lui come un nodo gordiano, ormai neppure l’oscurità della soffitta dove si era rifugiato poteva più nasconderlo. Per la prima volta provò un senso d’impotenza, lo stesso che aveva fatto provare nella sua lunga carriera, accompagnato dall’odore di morte e disperazione. Lo smarrimento e la sensazione che tutto sarebbe finito da lì a poco si fecero sempre più reali. Il terrore e lo sgomento lo assalirono paralizzando quel corpo ossuto simile a un vecchio ramo secco. Gli parve di sentire, in quell’angusto spazio ammuffito, l’odore di cannella, ma forse era la pazzia che veniva a prenderlo per mano.
    «Diego Norente, la dichiaro in arresto» risuonò una voce nell’oscurità accompagnata dal ticchettio dei tacchi 12.
    «E’ finita, finalmente è finita» - disse l’infermiera staccando la sacca di infusione - «Anche l’ultimo ciclo di chemio è terminato».
    «E’ stata veramente brava signora Carmen, la “Rossa”, come la chiamiamo noi, non è una passeggiata».

    Personaggi
    DIEGO NORENTE – carciNOma lobulaRE infiltraNTE
    BRCA1 – mutazione genetica tumorale
    ADANA “LA ROSSA” – ADriAmiciNA - farmaco chemioterapico
    SERGENTE PORT – PORT - dispositivo per accesso vascolare
     

  • 29 novembre 2016 alle ore 4:58
    Alguna vez... la felicidad...

    Come comincia: Si alguna vez has sentido felicidad, ¿no te habría gustado ser capaz de apresar ese instante para siempre?
    La Felicidad pensaba que el mundo se había creado exactamente para ella, quizás alguien había mezclado sus preferencias con sus mejores deseos para hacer de la suya una realidad perfecta, acertada hasta el más mínimo detalle llegando a convertirse casi en una proyección de lo mejor de sí misma. Cierta noche la Curiosidad llamó inesperadamente a su puerta para contarle que había descubierto un claro por el que podía adivinarse un pequeño camino, demasiado tentador para que la Felicidad no quisiera saber hasta dónde podría llevarle.
    Consultaron a la Intuición que sin dudar dio su aprobación y animada por los sabios consejos del Valor, La Felicidad decidió probar suerte y comenzar su aventura. No muy lejos de allí, habitaba la Tristeza, en un lugar ensombrecido en el que cada día dejaba de brillar el sol y las noches se hacían tan largas como un mal sueño. Difícil encontrar un lugar donde poder descansar en aquel paraje tan inhóspito. Al caer la tarde, la Tristeza recibió la visita de las Sombras alertándola de que habían sido alcanzadas por una lejana luz que se colaba por un hueco entre los arbustos. El Misterio, que ya sabía de la existencia de esta extraña senda, lanzó una fría mirada a la Tristeza con la que casi la obligaba a marchar. Fue entonces cuando la Impotencia le hizo pensar que tal vez fuera buena salida.
    La Felicidad avanzaba decidida y sonriente, disfrutando del color de cada piedra del camino, del olor de cada flor, del brillo de cada hoja, de la magia de cada rayo de luna que jugaba entre las ramas de los árboles. La Tristeza deambulaba asustada y estremecida, con pasos cobardes que intentaban adivinar la superficie antes de tocarla, mirando constantemente hacia atrás, arrepintiéndose de cada pisada e imaginándose al acecho de terribles sombras monstruosas. Siguiendo cada una su camino, casualmente ambas llegaron hasta un pequeño claro que se abría en el bosque.
    La Felicidad pensó que quizás ése era el lugar más bonito en el que jamás había estado. Se sentía reconfortada por la robustez de los fornidos árboles, adulada por la belleza de las flores que se entregaban a ella en una especie de bello ritual y agradecida a la música que le ofrecía el agua del pequeño arroyo a su paso entre las piedras. La Tristeza se sintió sobrecogida ante aquel claro tan trémulo, rodeada por gigantescos árboles sentía que intentaban apresarla, despreciada por aquellos privilegiados brotes de vivos colores que la miraban con desaire y sobrecogida por el imprevisible estrépito del arroyo que rompía el silencio. La Felicidad fue la primera en darse cuenta de que no estaba sola, la curiosidad se fundió con la alegría y sus ojos sonrieron.
    La tristeza, en cambio, se refugió agazapada tras unos arbustos asomando su máscara de hierro envejecido con la que ocultaba su triste rostro, bajo la que podían intuirse sus labios retorcidos por el miedo. La Felicidad preguntó con voz alegre: ¿Quién eres? Sólo se oía el sonido del agua y el tímido temblor de las ramas del matorral tras el que se ocultaba la Tristeza. Tras preguntar varias veces sin obtener ninguna respuesta, solamente al cesante temblor de las ramas, la Felicidad dijo: "Sólo quiero ser tu amiga". La Tristeza al fin salió de su escondite, cabizbaja, casi avergonzada ante tantas muestras de felicidad que ella no alcanzaba entender. La Felicidad no encontraba motivos para la Tristeza, que no se atrevía a levantar su mirada del suelo, y le preguntó con su voz alegre: "¿No tienes amigos?". Sin dejar responder, comenzó a hablar la Felicidad: "Yo tengo muchos amigos. Mi amiga es la Alegría, que siempre me inunda de gratitud; la Risa, que me hace cosquillas en el estómago; la Inquietud, que me descubre cosas preciosas; la Sonrisa, que abre mis ojos al mundo; la Amabilidad, que me regala su afecto; la Locura, que embriaga mi espíritu; la Templanza, que me mantiene unida a la razón; la Sabiduría, que me conduce al más alto grado del conocimiento; el Entusiasmo, que todas las mañanas viene a despertarme; la Generosidad, a la que siempre agradezco su grandeza; la Sorpresa, que me maravilla con algo imprevisible; la Comprensión, que no necesita explicaciones; la Fortaleza, que me ayuda a encontrar lo que busco; la Sinceridad, que me muestra el lado más bello de las cosas.... También tengo otro gran amigo, el Amor, a quien quiero sin saber por qué".
    La Tristeza había permanecido inmóvil escuchando cómo la Felicidad describía entusiasmada a sus amigos. "Háblame ahora de tus amigos", dijo la Felicidad. La Tristeza comenzó a hablar con su voz apagada: "Yo también tengo amigos. Mi amigo es el Dolor, cuya presencia ya pasa desapercibida; la Angustia, que me oprime sin motivos; el Temor, que me enseña todos los peligros; la Pena, que me desgarra las entrañas; el Desaliento, que merma mis fuerzas; la Compasión, que siempre me recuerda lo triste que soy; la Mentira, que engaña a mi alma; la Esperanza, que me aleja de la realidad; las Lágrimas, que riegan mi jardín de rosas secas y tallos de espinas; los Recuerdos, que alimentan mi pesar sin dejarme mirar hacia delante; la Soledad, que siempre me acompaña; la Decepción, que oscurece mis días; la Traición, que ensucia mi lealtad; la Envidia, que se regocija en mi desconsuelo".
    La Felicidad escuchó atentamente sin borrar la sonrisa de sus labios y el misterio de sus ojos. Tras un corto silencio, roto por la inquietud y curiosidad de la Felicidad, dijo: "Antes de irte, quiero pedirte un favor". La Tristeza, sin levantar la vista del suelo, esbozó un sí no muy convencido. "Quiero ver tu rostro", dijo con voz pausada la Felicidad, en un intento de mostrar confianza en su tímida amiga. Tras dudarlo unos instantes, la Tristeza se acercó la mano hasta la cabeza y deslizó su máscara hacia atrás dejando al descubierto su rostro. Lentamente fue levantando la vista hasta encontrarse con al mirada exacta de la Felicidad. Los ojos de la Felicidad dejaron escapar algunas lágrimas mientras su boca dibujaba una amplia sonrisa. Los ojos de la Tristeza brillaron mientras su boca esbozaba un llanto comprimido. La Felicidad rápidamente reconoció el rostro de la Tristeza, tan igual al que veía todas las mañanas reflejado en el lago mientras se arreglaba dispuesta a pasar un día feliz, tan igual y, a la vez, tan distinto. La tristeza no alcanzaba a creer que la imagen que tenía delante guardaba una extraña y agradable similitud con aquella que tímidamente se asomaba a su charca antes de colocarse su máscara de hierro envejecido.
    La Felicidad y la Tristeza dependen de la suerte y de la casualidad. La misma suerte que un día la Felicidad y la Tristeza decidieron tentar y la misma casualidad que hizo que ambas se cruzaran en el camino. La Felicidad y la Tristeza dependen, sobre todo, de los amigos que tengas.

  • 27 novembre 2016 alle ore 20:23
    L'OSPITE (Seconda parte)

    Come comincia: Il giorno seguente la prima cosa che stupì Giuliana fu l'accoglienza festosa che i cani riservarono a  Mauro. Lei dava molto credito all'istinto degli animali e  subito ne trasse la conclusione che lui fosse una brava persona. Da parte sua Mauro li accarezzò subito, senza nessun timore, nè preoccupazione di sporcarsi gli indumenti, cosa che a lei piacque subito: chi possiede animali e li ama presta attenzione a certi atteggiamenti, perciò sentì che cominciava a nutrire simpatia per lui.
    "Davvero una bella casa. Complimenti. E intorno un vero paradiso."
    I complimenti da sempre la mettevano a disagio.  Lo invitò ad entrare accompagnandolo subito a vedere la camera; così scoprì che lui amava moltissimo i mobili solidi "di una volta", come li aveva definiti, perchè creano intimità nell'ambiente e sensazione di sicurezza. La camera gli piacque moltissimo, l'entusiasmo era autentico, e lei si rese conto di avere già deciso, in cuor suo, di ospitare Mauro. 
    Una energica stretta di mano suggellò il contratto e Mauro si trasferì da Giuliana.
    Bastò pochissimo tempo perchè lei cominciasse a trattarlo come un famigliare, e lui faceva di tutto per risultare gradito. Era un uomo gentile e quando si trovava in casa non permetteva a Giuliana di eseguire dei lavori troppo pesanti, anche se lei era abituata da sempre a cavarsela in tutte le situazioni. Ci pensava lui con pazienza e precisione, e lei per sdebitarsi lo invitava a cena.
    Il mese di giugno si avviava alla fine. Giuliana sentiva che la presenza di Mauro la rendeva più allegra, anche se lui stava fuori quasi tutto il giorno. Però alla sera quando rientrava prendeva i cani e li portava a giocare e a correre. Lei li guardava da lontano e si chiedeva perchè lui fosse sempre così solo. Possibile che non avesse una fidanzata, un amore. Naturalmente non si sentiva autorizzata a fargli domande sulla sua vita privata, però le sarebbe piaciuto che lui le avesse fatto qualche confidenza. Ormai cenavano insieme quasi ogni sera e lei si divertiva a rielaborare vecchie ricette che non aveva più cucinato da tanto tempo. Dopo cena gustavano il caffè nel giardino e chiacchieravano. Mauro era un buon conversatore, ma sapeva anche ascoltare. Giuliana cominciava a pensare con tristezza che un giorno o l'altro se ne sarebbe andato, e si dava della stupida per avere accettato di ospitarlo: la solitudine che si era imposta per tanti anni l'aveva protetta e preservata da situazioni del genere. Ma ormai le cose stavano così; si era affezionata a lui e si rendeva conto di attendere ogni giorno con impazienza il suo ritorno a casa. Un sabato sera Mauro l'aveva perfino convinta ad andare al locale di Toni a bere qualcosa. Avevano ordinato una caraffa di sangria e altri paesani si erano uniti a loro scherzando con Mauro sul come fosse riuscito a trascinare Giuliana fuori casa. Lei non se l'era presa, anzi aveva riso volentieri con tutti e trascorso una serata piacevole. Tornando a casa lui aveva commentato:
    "Mi avevano descritto il suo brutto carattere, ma io penso che tutti si siano sempre sbagliati."
    Giuliana non aveva risposto perchè sapeva di avere un pessimo carattere che però negli ultimi tempi era migliorato proprio per merito di Mauro. A casa, dopo averci pensato molto, prima di andare a dormire gli aveva posato una mano sul braccio:
    "Penso che potresti cominciare a darmi del tu."
    Le orecchie di Mauro erano diventate color porpora.
    "Proverò. Grazie."
    Il mese di luglio fu, come sempre, molto afoso, ma nella casa di Giuliana il fresco era assicurato. I muri spessi e l'eterna penombra mantenevano una temperatura gradevole che molti in paese avrebbero desiderato, ma non riuscivano ad ottenere poichè lì c'era più cemento che verde, e il giardino pubblico posto proprio al centro della piazza non bastava a garantire un po' di fresco. Nel dehors de "La Pergola" si stava meglio, perciò intere famiglie trascorrevano il pomeriggio, e spesso anche la serata, sotto la vecchia vite. Non era gente che consumava molto, ma Toni era contento di avere intorno i suoi compaesani con alcuni dei quali si impegnava sovente in partite a carte interminabili. Nei lunghi pomeriggi assolati, mentre i genitori chiacchieravano fra loro seduti ai tavolini, i bambini giocavano a pallone nella piazza, oppure si rincorrevano nei giardini. Le ragazzine preadolescenti si radunavano su una panchina e parlottavano ridendo sottovoce mentre si scambiavano improbabili segreti sui loro primi batticuore, e si mettevano in mostra al passaggio dei ragazzi più grandi. Alcuni anziani sistemavano le sedie sulla strada davanti a casa e improvvisavano discussioni su ogni argomento, infervorandosi e cercando ognuno di sovrastare la voce degli altri per farsi sentire, col risultato che tutti gridavano, ma senza capirsi. A metà pomeriggio Toni offriva un ghiacciolo a tutti i bambini, e, se qualche genitore voleva pagare, brontolava timido "offre la casa".
     Anche il mese di luglio volgeva al termine. Giuliana aveva molto da fare nel frutteto e Mauro spesso la aiutava.
    A fine giornata erano stanchissimi. Lei preparava la cena e lui portava Socrate e Platone a giocare nel prato. Luciana aveva telefonato più del solito nell'ultimo periodo e aveva annunciato alla madre il suo arrivo per i primi di agosto.
    "Non ti dispiace vero mamma se trascorro qualche giorno lì?"
    "No che non mi dispiace. Quando arrivi?"
    "Non lo so ancora di preciso, ma penso il giorno tre. Te lo confermerò."  
    Quando sua figlia le aveva confermato il suo arrivo il giorno tre agosto, Giuliana aveva cominciato a pensare di cucinare qualcosa di particolare. Desiderava che fosse veramente una serata speciale da trascorrere insieme in allegria. Quando Luciana arrivò era già sera tardi.
    "Lucetta, eccoti qui finalmente!"
    Erano almeno vent'anni che sua madre non la chiamava Lucetta. Si abbracciarono.
    "Mamma, ma mi avete aspettato per cenare, non dovevate!"
    "Non perdiamo tempo. Lui è Mauro, presentatevi, e poi vieni subito in cucina così mi aiuti a portare i piatti. Sistemeremo più tardi la tua roba."
    "Mamma, ma quanta luce in sala da pranzo! Cosa è cambiato?"
    "Ci ha pensato Mauro. Era troppo buio. Ha creato un gioco di luci per cui dove mangiamo c'è molta luce; invece nell'angolo salotto l'illuminazione è più intima. Bello, vero? Dovrebbe fare l'arredatore."
    La cena fu piacevole e Giuliana si sentiva leggera come non era più accaduto da moltissimi anni.
    Certo non poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto dopo pochi minuti.
    "Mamma, devo dirti una cosa importante: sono innamorata."
    "Che bella notizia Lucetta. E' una cosa seria?"
    "Sì mamma, molto seria."
    "Bene, allora suppongo che presto mi farai conoscere il fortunato."
    Seguì un silenzio che indusse Giuliana a guardare interrogativamente la figlia. Luciana sapeva di non poter più rimandare. Doveva parlare subito. Rivolse un'occhiata a Mauro e lui le sorrise incoraggiante.
    "Lo conosci già mamma.....E' Mauro."
    Fu come se tutti i cristalli della casa fossero andati in frantumi contemporaneamente e il frastuono rimbombasse nella testa di Giuliana, che inevitabilmente reagì.
    "Cosa?"  si alzò con tale veemenza dalla sedia, che la rovesciò.
    Si prese il viso fra le mani e rimase qualche secondo immobile, senza riuscire a guardare la figlia nè Mauro. Poi sollevò il viso con orgoglio e il suo sguardo esprimeva durezza, ma anche smarrimento.
    "Perciò tu....voi...eravate d'accordo! Un inganno!  Perchè!"
    Dopo aver pronunciato quelle poche parole con voce tremante si avviò fuori dalla sala da pranzo. Si sentiva umiliata e anche stupida. Sì, si sentiva soprattutto stupida.
    "Mamma ti prego, lasciami spiegare."
    Ma Giuliana stava già salendo per le scale:
    "Non voglio sentire niente. Voglio rimanere sola."
    "Mamma scusa, mamma ti prego!"
    Giuliana si chiuse nella sua camera e si sedette sul letto. Lacrime di indignazione e di delusione le rigavano il viso. Lacrime che diventarono sussulti e poi singhiozzi. Tutto il dolore, antico e nuovo, si sciolse in un pianto disperato che lei non fu più in grado di controllare. Battè i pugni sul cuscino con forza maledicendo se stessa per la sua debolezza. Poi tutto finì, e lei, stremata,  rimase sdraiata a faccia in giù sul letto, completamente priva di forze e di emozioni.
    Molto più tardi Luciana bussò alla porta della camera:
    "Mamma mi fai entrare? Sono pronta a ripartire domani mattina, ma adesso per favore ascoltami."
    "La porta è aperta". 
    Luciana entrò, si sedette sul letto e provò ad accarezzarle i capelli.
    "Non mi toccare!"
    "Va bene, non ti tocco. Mauro non voleva, ho faticato molto a convincerlo. Sai perchè si è convinto? Perchè ha capito che  stavo solo cercando un modo di arrivare fino a te. Se fossi venuta qui e te l'avessi presentato, tu l'avresti guardato, avresti subito cercato i suoi difetti e avresti detto: "Se va bene a te..." Poi con indifferenza l'avresti collocato insieme a me dietro la porta che hai chiuso  quando me ne sono andata. Ma io non volevo questo. Io volevo raggiungerti, e tu eri così lontana, volevo superare le tue difese e il muro che ti sei costruita intorno, volevo conoscerti come una donna conosce un'altra donna. Perchè io adesso sono una donna, mamma. Quando papà se ne andò, vent'anni fa, non facesti nulla per fermarlo; tu chiudesti la porta dietro di lui e lo cancellasti non solo dalla tua vita, ma anche dalla mia. Non mi hai mai permesso di parlarne. Ho trent'anni e non so ancora perchè mio padre ci lasciò. Gli addii che hai dovuto subìre, da papà, da me, hanno scavato un baratro fra te e il resto dell'umanità, un dolore che non volevi confessare neppure a te stessa, al punto di convincerti di essere felice così. Ho trascorso anni pensandoti ogni sera sola in questa casa, ma sapevo che tu non avresti mai ammesso di sentirti sola. E' vero, ho architettato un inganno e forse non mi perdonerai, ma so che è servito, e sono certa che lo sai anche tu. Da quando Mauro è arrivato in questa casa, durante le nostre telefonate, sentivo la tua serenità, l'allegria; la tua voce era cambiata e avevi perfino imparato a ridere. Oggi mi hai chiamata Lucetta, come quando ero bambina. A tavola stasera ho visto una donna che non conoscevo, ma che avrei voluto conoscere tanti anni fa, e, anche se sapevo che ti avrei procurato sofferenza, dovevo assolutamente aprire questo varco. Tanto mamma, cosa rischiavo di più? Io non ti ho mai avuta."
     Quest'ultima frase della figlia penetrò come una lama nel petto di Giuliana. Mentre Luciana parlava lei l'aveva guardata a lungo come se la vedesse per la prima volta. La voce pacata, gli occhi scuri pieni di malinconia, le mani posate in grembo che non avevano più osato sfiorarla. Sentì che l'ira stava lasciando il posto alla tenerezza. Istintivamente le spostò un ricciolo dalla fronte.
    "Quanto assomigli a tuo padre!"
    Poi le accarezzò il viso pensando che sì, era vero: Lucetta ormai era una donna ed era diventata donna da sola. Luciana non disse nulla. Non voleva rovinare quel momento così unico, il momento in cui sua madre finalmente la vedeva e tentava di parlarle:
    "Non è vero che non mi hai mai avuta. Forse non te l'ho saputo dimostrare, ma tu sei importante, molto importante per me. Quanto a tuo padre, era innamorato di un'altra donna al punto di lasciare una figlia di dieci anni. Se non bastò la tua presenza a trattenerlo, come avrei potuto riuscirci io?"
     Poi tese le braccia verso la figlia:
    "Lucetta, vieni qua." e lei non esitò un attimo. Si lasciò abbracciare, e madre e figlia rimasero così a lungo, in silenzio. Poi Giuliana accarezzò ancora il viso della figlia:
    "Non è facile per me Lucetta."
    "Lo so mamma, ma ci sono io, ed io non aspetto altro che di essere la tua famiglia. Noi siamo una famiglia, mamma, e adesso c'è anche Mauro che è un uomo buono e gentile. Un uomo che si è tanto affezionato a te e che in tutto questo periodo si è sentito profondamente a disagio perchè sapeva che ti stava ingannando."
    "Oh, Mauro!" Giuliana sembrò ricordarsene all'improvviso.
    "Non preoccuparti mamma. Si è addormentato sul divano del salotto. Lo vedrai domani mattina."
    Tutti i sentimenti negativi si erano stemperati adagio nella penombra della camera. Di nuovo Giuliana fu presa da quella meravigliosa sensazione di leggerezza che la rivelazione della figlia di poche ore prima aveva  troncato violentemente. Sì, ora era tutto chiaro: perchè Mauro le era sembrato sfuggente; perchè Socrate e Platone l'avevano festeggiato; perchè lui cercava sempre di non entrare in confidenze che non sarebbe riuscito a gestire. Concluse che i due mesi appena trascorsi non dovevano essere stati facili per lui. Poi pensò a se stessa e a quanto avesse da recuperare e da costruire. Sospirò e chiuse gli occhi.
    Poche ore dopo si svegliò all'improvviso. La luce del mattino inondava la stanza e lei si rese subito conto  che era tardi. Corse  al piano di sotto, doveva dar da mangiare a cani e gatti, ma quando fu in cucina vide che era già stato fatto ed era anche stata cambiata l'acqua nelle ciotole. Tornò allora in camera e spalancò la finestra. Nel prato c'erano Luciana e Mauro che facevano giocare Socrate e Platone con un pallone mezzo sgonfio e tutto masticato. Tutti e quattro si stavano divertendo moltissimo.
     E lei si sentiva bene come mai prima. Li salutò con un gesto.
    "Mamma, ho telefonato a Toni e gli ho detto che oggi andiamo a pranzo là."
    Giuliana non ritenne di dover parlare con Mauro di quanto era successo la sera prima. Bastò un sorriso fra loro per chiudere la vicenda.
     A mezzogiorno nel dehors de "La Pergola" una lunghissima fila di tavolini era apparecchiata sotto la vecchia vite e quando Giuliana, Lucetta e Mauro arrivarono, molti paesani avevano già preso posto a tavola. Ci fu un lungo applauso di cui lei non capi' il motivo. Capì solo che loro tre non erano lì per caso, ma che tutto era già stato organizzato prima. Poi Mino invitò tutti a un brindisi.
    "Brindiamo a Luciana e Mauro che si sono fidanzati. Sapevo che esiste il colpo di fulmine, ma uno così non l'avevo mai visto: Lucetta è arrivata ieri sera e oggi è già fidanzata."
    Tutti alzarono il bicchiere gridando "bravi" e "auguri", e Mino strizzò l'occhio a Giuliana che lo trafisse con un'occhiata che diceva: "Con te farò i conti".
    Quando ci fu di nuovo silenzio il vecchio Toni si alzò:
    "Devo dire qualcosa anch'io. Era da tempo che desideravo ritirarmi perchè sono vecchio e vorrei riposarmi. Ho avuto una proposta molto interessante, persone giovani con un progetto di rinnovamento del locale che potrà attirare gente anche da fuori. Sono molto contento di affidare il mio lavoro di tutta la vita a due persone come Lucetta e Mauro che sicuramente non mi faranno rimpiangere la mia decisione. Perciò alziamo i bicchieri e brindiamo a questi due ragazzi coraggiosi che hanno deciso di investire il loro denaro nel nostro piccolo paese. Auguri!"
    "Allora vivranno qui" pensò Giuliana. Era incredula e felice. "Vivranno qui."
    Lucetta era accanto a Toni in quel momento, lontana da sua madre che potè raggiungerla soltanto con lo sguardo, proprio nello stesso istante in cui la figlia cercava il suo. Si guardarono a lungo negli occhi, e Giuliana non ebbe  più coscienza di nulla al di fuori del loro intimo muto dialogo.
     Allora sentì che gli occhi le si riempivano di lacrime e infilò la mano nel taschino della camicia per prendere gli occhiali da sole, ma li aveva dimenticati a casa.

  • 27 novembre 2016 alle ore 20:21
    L'OSPITE (Prima Parte)

    Come comincia: Giuliana non abitava in paese. Per raggiungere casa sua bisognava percorrere la strada sterrata che si snodava solitaria in mezzo alla campagna, e dal paese portava alla frazione più vicina. Non c'era nulla che indicasse dove fosse l'abitazione, ma tutti conoscevano Giuliana, e tutti abbozzavano un sorrisetto  malizioso quando venivano interpellati su di lei: ciò soltanto perchè era considerata una persona un po' strana. In realtà non c'è nulla di strano in una persona che ha scelto di vivere sola e  di dare poca confidenza agli altri, ma si sa che la gente fa presto a etichettare qualcuno di cui non  capisce granchè. Il marito di Giuliana se n'era andato da tanti anni e anche sua figlia Luciana era partita appena raggiunta l'età adulta. Al contrario del marito che non si era più fatto vivo, la figlia spesso le telefonava vincendo l'imbarazzo di lunghi silenzi in cerca di qualcosa da dire, che non trovava. Dopo aver pronunciato le solite parole di rito "Ciao come stai?" ed avere ricevuto la risposta "Bene grazie" lei non sapeva più cosa dire e il silenzio di sua madre certamente non l'aiutava. Daltronde c'erano periodi in cui quest'ultima sembrava indifferente a tutto, chiusa in un suo mondo personale che escludeva chiunque. Da quando poi la figlia era partita Giuliana non aveva più interferito nella sua vita, rispettando la sua riservatezza. Luciana però le voleva molto bene e spesso si domandava come fosse veramente, sua madre, sentendo un grande desiderio di conoscerla al di là dei loro rispettivi ruoli. Giuliana, da parte sua, aveva accettato senza discutere la partenza del marito ed anche quella della figlia. Riempiva le sue giornate al massimo in modo da non avere alcuna residua energia per pensare troppo, specialmente prima di dormire. Era una persona diretta, per certi versi austera, che andava diritta all'essenziale, molto intransigente con se stessa, ma sempre pronta a giustificare gli altri, anche se preferiva di gran lunga tacere, a meno che non venisse incalzata con insistenza. Chi la conosceva la provocava di proposito, ben sapendo che correva il rischio di sentirsi dire cose indesiderate, ma sicuro che niente e nessuno avrebbe potuto condizionare ciò che lei avesse avuto da dire. In casa sua non c'era uno specchio che la ritraesse intera, ma anche se ci fosse stato lei avrebbe sicuramente continuato a vestirsi davanti alla finestra con gli indumenti più comodi che avesse avuto a portata di mano: un paio di pantaloni di velluto in inverno, e jeans in estate; una maglia o camicia assolutamente grande con le maniche corte, e scarpe adatte alla campagna. Lo specchio nel bagno le serviva giusto per una ravviata veloce ai capelli corti e bianchi. Se l'espressione perennemente accigliata del suo sguardo non avesse scoraggiato chiunque da qualunque tipo di approccio, e qualcuno si fosse soffermato a guardare nei suoi occhi chiari, si sarebbe potuto rendere conto che in realtà essi erano pieni di dolcezza. Forse proprio per questo lei li nascondeva dietro  grandi occhiali da sole. La sua giornata era ricca di attività: il giardino la occupava moltissimo e poi la terra coltivata a verdura. Giuliana camminava fra le file di piantine, chinandosi ogni tanto a nettarne qualcuna, attenta a non sciupare nulla. La sua vita era lì, nel silenzio umido della serra dove lei poteva respirare profondamente la natura spiando la crescita di quei virgulti di un tenero verde che si irrobustivano ogni giorno di più. Fuori i suoi due cani rimanevano in attesa per correrle incontro scodinzolanti appena  usciva dalla serra, pronti a ricevere le carezze a cui erano abituati e che lei certamente non faceva mancare a nessuno dei due. Li aveva presi al canile. Non li aveva scelti: non venivano adottati perchè di grossa taglia e bisognosi di spazio. Lei non ci aveva pensato un attimo e se li era portati a casa. Li aveva chiamati Socrate e Platone in nome del suo antico desiderio di dedicarsi agli studi di filosofia che tanto l'avevano affascinata quando aveva iniziato le scuole superiori, ma che era stata costretta ad interrompere. Socrate era un pastore tedesco di otto anni, solido e intelligente. Platone era un bellissimo pastore maremmano bianco, astuto, un po' ribelle e giocherellone. Anche lui aveva otto anni. I due cani erano cresciuti insieme e si facevano molta compagnia. Tutto il giorno vivevano all'aperto, ma alla sera entravano in casa ed ognuno di loro aveva il suo posto preferito. Socrate si sdraiava sotto il tavolo della cucina e, facendo finta di sonnecchiare, spiava ogni movimento di Giuliana ed anche dei due gatti che se ne stavano raggomitolati sulle sedie. Platone invece si sdraiava davanti alla porta d'ingresso della casa, sopra una stuoia che ormai gli apparteneva. Cani e gatti vivevano tranquillamente insieme e spesso si rincorrevano giocando, con grande preoccupazione di Giuliana che vedeva in pericolo mobili e suppellettili varie, così quando non ne poteva più, cercava di cacciare tutti fuori casa. I gatti saettavano velocissimi verso l'uscita: fra i due Chicco era il più timido e con poche falcate si proiettava sopra un armadio da dove teneva sotto controllo la situazione; Tigre invece era permaloso: si fermava di fronte alla porta d'ingresso e gonfiava la coda rivolgendo a Giuliana un miagolio indispettito prima di andarsene con fare sussiegoso. Lei amava tutti i suoi animali, il giardino, la serra, e quella casa che la faceva sentire protetta. In casa le piaceva la penombra, specialmente in certi pomeriggi d'estate quando si accomodava sulla poltrona preferita e scrutava segmenti di raggi di sole che filtravano attraverso le gelosie accostate rendendo sonnolenta l'atmosfera della sala. Giuliana socchiudeva gli occhi e si abbandonava ad un breve riposo nel silenzio  interrotto soltanto dal tic-tac dell'orologio a pendolo. A volte si addormentava, ma non era un sonno profondo, era solo una specie di dormiveglia in cui realtà e fantasia si mischiavano, e dal quale si destava all'improvviso  con uno spiacevole senso di disagio. Allora si alzava in fretta e correva in bagno a lavarsi il viso, come a scacciare ombre indesiderate. Poi si preparava il caffè e andava a sorseggiarlo in giardino. Appena si sedeva sulla panca accanto al roseto, Socrate e Platone si sdraiavano col muso appoggiato ai suoi piedi e rimanevano immobili, ma con i sensi attenti a captare la più piccola vibrazione, il più impercettibile movimento di lei.
    In un pomeriggio d'estate, mentre beveva il suo caffè in giardino, i cani drizzarono le orecchie all'improvviso e si misero ad abbaiare. Poco dopo Giuliana sentì il cigolio dei freni di una bicicletta.
    "Buoni...buoni" Fece tacere i cani e andò verso il cancello.
    "Ah, sei tu. Ciao. Cosa succede?"
    Era Gelsomino detto Mino. Tutte le volte che Giuliana pensava a lui si chiedeva come avessero potuto i genitori appioppargli un nome del genere. In paese tutti conoscevano il suo nome per intero, ma soltanto i bambini si permettevano di deriderlo. Mino ormai era abituato e non se la prendeva più.
    "Ciao Giuliana, come va? Non ti si vede quasi mai."
    "Sto bene, grazie. Non sarai venuto fin qui per chiedermi come sto!"
    "No no, certo. Stammi a sentire. C'è un giovanotto in paese, un bravo ragazzo che avrebbe bisogno di una sistemazione per un certo periodo, solo per qualche mese.  Abbiamo pensato che tu hai una casa tanto grande e che magari potresti......"
    "Non se ne parla. Non voglio estranei in casa." Giuliana era irritata. "Come può venirvi in mente una cosa del genere? Io sono una donna sola...."
    Mino rise.
    "Donna sola! Tu sei un ariete, una testa di cuoio, un Rambo!"
    "Va bene, pensa ciò che vuoi. Non se ne parla."
    Mino la conosceva da tutta la vita e capì che come primo raund era sufficiente. Doveva lasciarle il tempo di pensarci, e poi tornare alla carica. Ma mentre se ne andava le gridò:
    "Guarda che è disposto a pagare bene!"
    "Vatteneeeeeee" L'urlo di Giuliana lo investì mentre già pedalava a tutta velocità verso il paese chiedendosi perchè mandavano sempre lui nelle missioni più pericolose.
    Lei rientrò in casa.  "Rambo" rise fra sè, scuotendo la testa.
    Ma cominciò a pensare alla proposta. Era contrariata che la sua tranquillità fosse stata disturbata, ma non poteva fare a meno di pensarci. Così la sera stessa decise che aveva bisogno di un consiglio e telefonò a sua figlia Luciana.
    "Pronto..mamma???" Luciana si chiese se fosse andata a fuoco la casa, o addirittura il paese intero, o fosse imminente la fine del mondo. Non aveva memoria che sua madre l'avesse mai chiamata da quando era partita.
    "Mamma! Stai bene? Cosa è successo?"
    "Ma sì, sto bene."
    Giuliana raccontò i fatti alla figlia e lei espresse la sua opinione.
    "Mamma, almeno accetta di conoscerlo. Magari è una brava persona, la casa è grande, e la presenza di un uomo in casa può sempre convenire."
    "Ho i miei cani!"
    "Certo certo mamma, ma i cani sono pur sempre cani" Luciana si rendeva conto di muoversi su un terreno minato e decise di andare all'attacco.
    "Mi hai telefonato per avere un consiglio. Io te l'ho dato. Adesso vedi tu."
    "Questa è una risposta. Grazie." 
    Più tardi Giuliana decise che in fondo non c'era nulla di impegnativo nell'incontrare il ragazzo, e al tempo stesso lei avrebbe potuto farsi un'idea più precisa. Va bene che tanto le persone non si conoscono mai, rifletteva fra sè, perciò il rischio c'era sempre, però sì, conoscerlo era una buona idea. Così se ne andò a dormire pensando che l'indomani sarebbe andata in paese e avrebbe risolto la questione.Quando si svegliò l'orologio segnava le cinque e un quarto. Era davvero presto e avrebbe dormito volentieri ancora un po', ma quando il cervello si mette in azione, come fermarlo? Così decise di alzarsi, immediatamente seguita dai suoi quattro animali. Preparò le ciotole col cibo per Chicco e Tigre e poi per Socrate e Platone. Li accarezzò con tenerezza mentre cominciavano a mangiare e cambiò l'acqua nei recipienti come faceva ogni mattina affinchè l'avessero sempre fresca. Mentre preparava il primo caffè della giornata, il più gradito, si domandò se avere una persona in casa l'avrebbe costretta a modificare le sue abitudini, e si chiese anche come avrebbe potuto conciliare la presenza di un ospite con quella di due cani e due gatti che da sempre vivevano la casa senza alcuna restrizione. C'era però una stanza in cui gli animali non erano mai entrati perchè era chiusa da molti anni, ed era proprio la camera destinata ad eventuali ospiti. Per gli animali non sarebbe cambiato nulla. Ricordando la camera per gli ospiti, subito le venne la curiosità di andare a darle un'occhiata per capire come si  potesse presentare agli occhi di un estraneo. Salì al piano di sopra e si fermò esitante davanti alla porta chiusa: quella era stata la camera di suo padre. Quando si decise ad aprire, appena accesa la luce, subito lo immaginò seduto sulla poltrona con un libro o un giornale in mano come era solito stare. Corse ad aprire la porta finestra ed uscì sul balconcino proprio mentre l'alba irradiava la sua prima luce. Aveva bisogno di respirare profondamente per controllare l'emozione. Sotto di lei la serra e di fianco il frutteto. Suo padre aveva creato e amato tutto questo, e anche quando si era ammalato e non aveva più potuto dedicarsi alla sua campagna, si sedeva in sedia a sdraio sul balconcino e si interessava ad ogni problema pretendendo di risolvere ancora lui ogni cosa; era convinto che nessuno fosse alla sua altezza. Un autentico combattente, a volte insopportabile, che aveva lottato contro il male con determinazione fino a che, purtroppo, le forze avevano cominciato ad abbandonarlo. Giuliana ripensò agli ultimi tempi in cui lui ormai era quasi del tutto consumato dalla malattia e i suoi occhi diventavano sempre più grandi e smarriti in un viso sempre più scarno. La commozione le riempì gli occhi di lacrime che lei lasciò scendere liberamente per pochi istanti; poi sospirò e rientrò per dare un'occhiata all'insieme. La camera era spaziosa e attrezzata di tutto: letto, armadio, comodino, e una scrivania proprio accanto alla poltrona; certo i mobili erano vecchi, anche se belli e solidi, e daltronde tutta la casa era stata arredata parecchi anni prima. Decise che in fin dei conti l'ambiente era discretamente accogliente. Lo squillo del telefono interruppe i suoi pensieri.
    "Pronto"
    "Ciao mamma, sono io. Allora cosa hai deciso?"
    "Oggi vado a conoscerlo."
    "Bene, sono contenta. Ti chiamo stasera. Ciao"
    Era mattino inoltrato quando il telefono squillò anche a casa di Mino che certamente non si aspettava di sentire la voce di Giuliana.
    "Ciao Mino, sono Giuliana. Ho deciso di conoscerlo, il giovanotto, ma solo di conoscerlo, senza nessun impegno, giusto per farmi un'idea. Chiaro?"
    L'appuntamento fu deciso per le ore 17 di fronte all'unico bar-trattoria-bazar, e chi più ne ha più ne metta- nell'unica piazza del paese.
    Anche se Giuliana cercava di non dare troppa importanza al fatto, quella non poteva essere una giornata come le altre, e non lo fu. Si impegnò a fondo nella pulizia della casa, e poi nella serra e nel giardino. A mezzogiorno era stanca e non aveva voglia di cucinare perciò si preparò un'insalata. Prima di sedersi a tavola andò nella stanza da bagno per mettersi un po' in ordine. Lì, davanti allo specchio posto sopra il lavandino, si soffermò a lungo, come da tempo non succedeva, e si specchiò avvicinandosi quasi a sfiorare lo specchio, passandosi la mano sul viso e indugiando sulle rughe più profonde. Constatò quanto si fosse assottigliata la sua pelle, anche se ancora liscia e vellutata, decidendo che, in conclusione, non stava invecchiando poi così male.
    Quando ebbe finito di mangiare l'insalata e la frutta se ne andò in giardino a bere il caffè, scherzando con Socrate e Platone che le scodinzolavano intorno col rischio di farla inciampare.
    "Allora, cosa ne dite? Mi dovrò vestire elegante oggi? O come al solito!"
    I due cani la guardavano come se volessero risponderle mentre lei li accarezzava e scompigliava loro il pelo affettuosamente. Poco distante, Chicco e Tigre se ne stavano sdraiati al sole e, sornioni, osservavano la scena, apparentemente indifferenti, ma lei che li conosceva bene sapeva che quel certo modo nervoso di leccarsi a intervalli la zampetta denotava una mal dissimulata gelosia. Così si alzò e andò a coccolarli un po'.
    Alle 17 in punto la vecchia bicicletta nera di Giuliana, con lei sopra in jeans, camicia e occhialoni scuri, frenò cigolando di fronte a "La Pergola".
    Ecco, quello che aveva di bello il bar-trattoria ecc.ecc., era la pergola antistante il locale: una vecchia vite che faceva da tetto a sedie e tavolini, e in quel periodo già ricca di grappoli d'uva in via di maturazione. Neanche a dirlo, il cartello "La Pergola" campeggiava a destra dell'entrata del bar, in una scritta multicolore, chissà perchè, verticale. A sinistra invece un cuoco di cartone dal viso tondo e rubicondo invitava la gente ad entrare. Tovagliette a quadretti bianchi e rossi ed altre a quadretti bianchi e blu ornavano i tavolini, e cuscini delle medesime fantasie rendevano più allegre ed anche più comode le semplici sedie di formica e metallo. Il dehors era delimitato da grossi vasi di fiori variopinti in piena fioritura: da sempre una grande passione del proprietario.
    Giuliana riteneva tutto ciò una inutile mania di grandezza, prerogativa del vecchio Toni che pareva non essersi ancora reso conto di vivere in un paese in cui nessuno poteva capitare per caso, ed era altresì molto improbabile che qualcuno avesse un qualsiasi motivo per recarvisi. Eppure non avrebbe saputo immaginare la piazza senza il locale di Toni con i suoi colori e la sua allegria. Chissà cosa ne sarebbe stato del locale, quando lui non ci fosse stato più! Giuliana sospirò e si guardò attorno. In un angolo del dehors vide subito Mino seduto ad un tavolino insieme al giovanotto. Chiaccheravano sottovoce davanti a due bicchieri di vino, anzi di sangrìa. Lei lo capì guardando la caraffa nella quale erano ben visibili pezzi di frutta nonostante il vetro appannato. "Vecchia volpe!" pensò. Mino sapeva molto bene che a lei piaceva la sangrìa, e giocava le sue carte. Lui la vide e le fece un cenno. Lei si tolse gli occhiali per educazione, li infilò nel taschino della camicia e si avviò verso di loro.
    Il "giovanotto" si chiamava Mauro e la prima cosa di cui si rese conto Giuliana fu che lui non era così giovane come lei aveva immaginato. Era un uomo di almeno trentacinque anni, cordiale, dall'aspetto piacevole. Le piacquero di lui anche l'abbigliamento semplice e comodo e il modo di interloquire diretto ma educato.
    "Io non ho niente contro gli animali" le stava dicendo "non mi dànno alcun fastidio, anzi mi piacciono."
    La risposta di Giuliana arrivò immediata e secca.
    "Non mi sono posta questo problema. Semmai mi sono posta il problema che i mei animali potrebbero non gradire la sua presenza."
    Le orecchie di Mauro diventarono di fuoco e lei capì che era timido, ma anche permaloso. Nella sua vita aveva visto arrossire tante persone, ma mai nessuno di cui arrossissero soltanto le orecchie. Questo la divertì e pensò che se davvero Mauro avesse vissuto in casa con lei, le sue orecchie sarebbero andate a fuoco molto frequentemente. Così abbozzò un mezzo sorriso che non sfuggì a Mino che non aveva capito niente, ma subito le riempì il bicchiere, ligio al vecchio detto "il ferro va battuto finchè è caldo".
    Si lasciarono cordialmente e con la promessa che il giorno seguente Mauro sarebbe andato a farle visita. Mentre tornava a casa in bicicletta lei si sentiva bene. Il suo sguardo avvolgeva i campi e gli alberi mentre le sue narici assorbivano il profumo della campagna. Il vento le andava incontro accarezzandole il viso e lei socchiudeva gli occhi felice. Sorrise quando sentì l'abbaiare festoso dei suoi cani che già da lontano l'avevano sentita arrivare. Cosa mai avrebbe potuto desiderare di più? A casa dovette frenare il loro entusiasmo per non essere buttata per terra.
    "Buoni, buoni" rideva, mentre si sottraeva agli assalti affettuosi di Socrate e Platone. "Buoni, mi fate cadere!"
    Quando finalmente riuscì ad entrare in casa, si lasciò cadere nella poltrona preferita e rimase lì a pensare. Mentre accarezzava i suoi cani che le avevano appoggiato la testa in grembo, rivide il viso di Mauro:un viso dai lineamenti marcati sotto una capigliatura castana un po' riccia e certamente non facile da dominare. Leggere ombre azzurrine  sotto agli occhi chiari conferivano al suo sguardo un'espressione malinconica e, unite alle mascelle angolose e il naso sottile, costituivano un insieme vagamente ascetico. Ma  le labbra morbide e ben disegnate ispiravano sensualità e scoprivano nel sorriso una bellissima dentatura. Un uomo curato, attento a se stesso, sicuramente dotato di fascino, ma con qualcosa di sfuggente che Giuliana istintivamente avvertiva.
    "Eccomi già qui a elaborare congetture" pensò alzandosi di scatto.
    "Avanti ragazzi, andiamo!" E corse fuori inseguita da cani e gatti: sapevano che era giunta l'ora più bella della giornata: l'ora del gioco.

  • Come comincia: La mattina di Santa Lucia, "Santa Lösséa” in bergamasco, accanto all'urna di vetro della Maria Bambina Nascente (dono di nozze ricevuto da mia mamma Elisa, come tutte le spose del tempo) accanto alla quale la sera prima erano stati deposti una ciotola d'acqua e una manciata di fieno e "miscèla" - la farina data alle mucche- per l'asinello, noi bambini scoprivamo i doni: quaderni, matite, oppure i “basì”, caramelline zuccherate che venivano trovate anche sparse sulle scale, come fossero state davvero dimenticate dalla Santa.
    La sua notte "l'è la piö lónga che ghe séa" è la più lunga che ci sia,  perché fino al XIV° secolo e prima della Riforma del calendario attuata nel 1562 da Papa Gregorio, il 13 dicembre coincideva con il solstizio d'inverno, quindi una notte lunga, come la trepida attesa che tiene svegli fino a tardi i bambini di ogni generazione, nella sofferenza di resistere al sonno e alla tentazione di spiare la Santa che giunge con "l'asnì", l'asinello.
    L'ultima Santa Lucia è arrivata quando ero in quarta elementare e consisteva nel mio primo camioncino di plastica gialla, bellissimo. Non potevo credere ai miei occhi. Lo rimiravo e lo rimiravo estasiato senza parole, a lungo incredulo che davvero la Santa si fosse ricordata anche di me, piccolo bambino di montagna, abituato solo ad andare su e giù lungo le mulattiere, tra la casa, la stalla e i campi.
    Mia sorella invece ricevette una bacchetta di legno dipinta d'argento: per lei fu un enorme dolore scoprire che probabilmente non si era comportata correttamente. Ma anche quello strano dono era meraviglioso, brillante, luccicante. Alla fine, invece di rimanerci male, mia sorella lo usava come spada, come scettro, come bandiera, e ne era orgogliosa.
    Più tardi però, durante una delle solite sere in cui si recitava il rosario, ed io per non cadere addormentato inseguivo le ombre con gli occhi  o le faville nel camino, notai che l'argento della bacchetta era lo stesso usato per ridipingere ad ogni primavera le canne della stufa in cucina. Solo che il colore della bacchetta di mia sorella era più nuovo, non scurito dal fumo.
    Anche per il giocattolo trovai una spiegazione: le mie sorelle cominciavano a lavorare agli Honegger di Albino e probabilmente l'avevano osservato in una vetrina del "Risöl" già da alcuni mesi. Avevo scoperto il mistero.
    L'anno successivo mi alzai impaziente e ciabattai fino alla camera Bella tra il "barbèlà de frècc", il tremare di freddo, ma vicino all'urna non c'era nulla: avevano capito che io sapevo.
    Scesi da basso e ritto nel mio corto pigiama di flanella, soffocando il groppo in gola che rischiava di sommergermi, esclamai alle donne indaffarate in cucina: "Me adès 'ndò a servì mèsa. (Io adesso vado a servire messa) Quando torno voglio trovare i miei doni".
    Ancora oggi rivedo gli occhi azzurri pieni di dispiacere di mia madre, muta davanti a me, le sue mani screpolate che serravano tremanti la "bigaröla", il grembiule. Al ritorno dalla chiesa trovai alcuni mandarini, due arance, qualche noce, ma per me l'infanzia era finita.
     
    (Sulla base di una testimonianza vera, ricordi di un bambino degli Anni Cinquanta sulle montagne bergamasche, Altopiano di Selvino Aviatico, borgata di Amora Bassa))
     

  • 26 novembre 2016 alle ore 1:09
    Crash di sistema

    Come comincia: <> Crash di sistema. 

    Sperduto tra la veglia e il sonno. Brandelli di codice inutile, senza più alcun senso, mi vorticavano intorno.
    Ed io al centro di tutto, in un vuoto che andava acquistando fisicità di giorno in giorno.
    Lampi di ricordi improvvisi. Una vita intera all’improvviso.
    E poi più niente.
    «Svegliati.»
    Una voce confusa raggiunge la mia mente. Reagisco ancora con molta lentezza. Rimetto a fatica insieme i pezzi. Pezzi che giungono non so da dove. Sono miei?
    «Coraggio, è passata. Te la sei vista brutta ma è passata!»
    Apro gli occhi e una luce bianca mi acceca.
    Poi una eclisse: la testa calva di un anziano si pone tra me e la luce.
    Mi sorride: «Ricordi cosa ti è successo?»
    Ignoro la domanda, mentre una molto più importante rapisce la mia attenzione: chi sono io? Sto per aprire la bocca e chiederlo a quell’individuo quando mi torna tutto in mente.
    Una vita intera in una frazione di secondo. Ricordo tutto… quasi tutto.
    Mi concentro di nuovo sulla sua domanda.
    «Veramente no; ero al lavoro allo stabilimento quando ho perso i sensi e mi sono ritrovato qui. A proposito, dove mi trovo?»
    «Sei al pronto soccorso, hai subìto un trauma cranico. Un braccio meccanico ti è venuto addosso. Proprio un brutto incidente.»
    Per un attimo perdo la sicurezza appena riconquistata: non ero più sicuro dell’anno e del luogo in cui mi trovavo. Come se all’improvviso l’immagine che avevo nella memoria fosse andata fuori fuoco.
    Lo chiedo, esitante.
    Il medico sorride di nuovo e mi risponde prontamente: «Sei a Varsavia, è l’11 ottobre del 1939. Non devi preoccuparti, è normale: lo stato confusionale ti abbandonerà fra un po’. Nel frattempo riposati.»
    «Sì, credo di averne bisogno.»
    Chiudo gli occhi e il torpore mi avvolge nelle sue spire, fino a ché i suoni scompaiono e mi riaddormento prima di poter pensare altro.
     
     
    «Muoviti, cazzo!»
    Apro gli occhi e senza riflettere mi metto a correre. L’allarme suonava da diversi secondi, una nuova ondata era in arrivo. Corro nel lungo corridoio scuro che separa il reparto di vestizione dai nostri velivoli. Nella fretta ho lasciato l’armadietto aperto ma Bob mi aveva trascinato via con uno strattone, d’altro canto eravamo gli ultimi.
    «Cazzo, non puoi lasciare che capiti in queste occasioni!» Bob mi urla dietro con il suo solito tono agitato. Aveva sempre quel tono, anche nelle occasioni più calme.
    «E cosa credi che possa fare? Sai che non lo controllo.» rispondo con lo stesso identico tono.
    «Beh, le pillole che prendi? Prendine di più, no?»
    «Non mi stanno facendo niente, gli svenimenti e le allucinazioni continuano.» Finisco la frase e trovo un istante per pensare a quell’ultima visione: devo aver letto troppi libri di fantascienza, mi dico, per arrivare ad immaginare posti così assurdi e irreali.
    «Fortuna che a guidare sono io… Merda!»
    Il corridoio terminò, cedendo il passo al ponte di collegamento mobile: le pareti trasparenti mostravano uno spettacolo terrificante. Le navi venivano colpite prima ancora di armarsi; migliaia di esplosioni fino all’orbita più bassa.
    «Mio Dio, no!» la frase mi scaturisce da sola, dal profondo, quando mi volto a sinistra e vedo un frammento di un velivolo distrutto, che ci piomba addosso.
    «Bob, via di qui! Subito…»
     
     
    Un solo istante di buio e poi riapro gli occhi.
    I suoni sono cambiati: c’è calma  e tranquillità intorno a me.
    Non mi sento confuso, sono stordito ma mi considero lucido a sufficienza.
    «Sei fortunato, ti abbiamo preso appena in tempo.» disse una voce, con il tono di chi ripete ogni giorno sempre le stesse cose.
    «Devo essere svenuto, mi sembrava solo un momento fa di essere…»
    «Lo so, è normale in questi casi. Sei svenuto senza un apparente motivo, subito dopo aver urlato strane parole. I tuoi compagni si sono preoccupati…»
    «Ricordo bene cosa è successo, non serve che me lo ripetiate. Ma vi prego, ditemi del mio compagno.»
    «Il tuo compagno?»
    «Sì, Bob. Il sottotenente Robert Taylor, matricola numero 183643.»
    Capisco all’improvviso di non essere sdraiato, sono all’interno di una sorta di loculo trasparente pervaso da una tenue luce verdognola, sono quasi in piedi. L’inserviente che davanti a me teneva con la mano la lastra ermetica di sicurezza mi guarda come se fossi un alieno. Si avvicina e mi parla in un orecchio: «Credevo di averti già detto di smettere con quella roba: non ti potrò coprire per sempre, e comunque il tuo superiore si renderà conto prima o poi di ciò che sta accadendo. Adesso vai, coraggio: torna al lavoro. Ti è passata.»
    Mi aiuta ad uscire dall’incubatore, improvvisamente la memoria di una vita intera fatta di avventure e scorribande se ne va e un’altra prende il suo posto. Lo shock è forte, inizio a tremare. Ricordo tutto: ero un semplice meccanico di trivelle su una colonia del settore C3, ma sognavo spesso e volentieri di andarmene.
    Quando il pessimismo mi schiaffeggiava ricordandomi che avrei finito lì i miei giorni, allora trovavo altri modi per andarmene comunque…
    … droghe.
    Droghe che mi creavano una realtà parallela, che mi facevano rivivere gli antichi tempi della guerra. Droghe così evolute da crearmi un vero e proprio passato di ricordi, quasi tali da simulare anni di vita alle spalle.
    Eppure qualcosa non quadrava.
    Avevo ancora un vago ricordo di una civiltà aliena… un mondo lontano nel tempo e nello spazio, in cui ero stato un meccanico… ricordo la parola Varsavia, ma non la associo a nulla di concreto.
    Strana come sensazione, mi ripeto mentre mi rivesto: non era una allucinazione come le altre. Sembrava più profonda, familiare… pericolosa.
    «Non capisci più niente vero?»
    Una voce roca e sporca mi coglie alla sprovvista mentre sto per riprendere il turno.
    Mi volto, e faccio a mala pena in tempo a distinguere un essere dall’aspetto repellente e sudicio che mi fissa negli occhi.
    Me lo trovo a pochi centimetri dal mio naso, e questo mi impedisce di vedere la lama che tiene nascosta dietro il fianco.
    Con un movimento fulmineo agita l’arma fendendo l’aria, e con lei anche la mia gola: faccio in tempo a sentire la sua ultima frase: «Devi muoverti, capisci? La macchina controlla tutto, devi trovarla se vuoi fermarti.»
    La vita mi passa davanti. Rivedo il matrimonio e i miei figli, mentre continuo a tentare di capire perché stia accadendo. Tentare di trovare un movente.
    Ma ero ancora stordito dalla droga per rendermi conto fino in fondo che ero stato assassinato.
    Chiudo gli occhi ancora una volta.
     
     
    «Biglietti, prego!»
    La voce aveva un tono insistente e scocciato: forse non era il primo tentativo che faceva di svegliarmi.
    Il suono sordo e ripetitivo di un treno in corsa si fece largo nella mia mente.
    Apro gli occhi e cerco si stirarmi senza invadere gli altri posti a sedere.
    La luce del mattino illuminava tutto il vagone con il suo timbro dorato: all’esterno, subito oltre la ferrovia, un dirupo scendeva per diverse decine di metri, fino al mare.
    Il treno stava costeggiando il golfo di Trieste.
    Alzo lo sguardo e metto a fuoco il controllore: era rimasto in silenzio per alcuni istanti, aspettando che mi svegliassi per bene. Era alla ricerca affannosa del mio sguardo, e appena lo trovo ripeté: 
    «Biglietti, prego!»
    Ogni giorno dovevo fare i conti con il ritardo di quel maledetto treno: la coincidenza era soli sette minuti dopo e ne impiegavo circa tre per raggiungere la fermata dell’autobus.
    E quel treno faceva ritardo un giorno sì e uno anche.
    Gli consegno il biglietto senza neppure guardarlo in faccia: mi volto verso il mare, a guardare tutti quei triangoli colorati che si muovevano lentamente su di esso.
    Fra poco sarei stato a bordo di uno di quelli, e le onde, che da quassù apparivano congelate e immobili, mi avrebbero dato diverse noie, oggi.
    «… La macchina!»
    La frase del controllore era stata probabilmente più lunga, ma distratto dai miei pensieri avevo registrato solo quella parola.
    … la macchina…
    «Quale macchina?» faccio io, perplesso.
    «Non ha usato la macchinetta per obliterare il biglietto?»
    Ignoro la domanda inquisitoria di quell’individuo e un improvviso panico mi assale quando mi rendo conto di avere la mente totalmente vuota e sgombra di ricordi di ogni genere. A parte quelle poche informazioni sul fatto di essere pendolare e di dover salire su una barca a vela ogni giorno, mi rendo conto di non possederne altre. Attorno a quei ricordi c’è il vuoto, il buio completo.
    Ignoro perfino il mio nome.
    Ma la cosa più insensata è il fatto che concentrandomi su quei pochi elementi ancora in mio possesso vengo pervaso da una strana sicurezza, una certezza in una vita e un passato che, non so come, ignoro del tutto. Arrivo perfino a provare un forte senso di noia di vivere, tipico di chi ripete lo stesso “tram tram” per anni e anni, ma tuttavia non ne ho alcuna memoria.
    La voce insistente del controllore continua ad aumentare di volume, richiamando l’attenzione degli altri pendolari del mattino, mentre io continuo a navigare alla cieca nel buio della mia mente.
    In un istante mi raggiungono dei ricordi sconnessi: sono tre esperienze, tre momenti di vita che credo mi appartengano ma troppo assurdi per essere reali.
    Sono lontani tra loro. Estremamente lontani; eppure ho la strana sensazione di averli provati di recente, di averli vissuti in sequenza.
    Come dei sogni dentro ai sogni.
    A quell’ultima consapevolezza segue immediato un forte senso di nausea, un giramento di testa mi costringe a chiudere gli occhi. Se fossi stato in piedi probabilmente sarei caduto.
    Il paesaggio continua a girarmi intorno.
    Quei ricordi confusi e inconciliabili iniziano a prendere fisicità, acquistano realismo e concretezza.
    Ne distinguo sempre più i particolari.
    Decido di lasciarmi andare e non curarmi più della soluzione di tutto ciò: mi rivolgo al controllore.
    «Lei non dovrebbe darmi l’ennesima spiegazione che giustifica i miei ricordi precedenti?»
    «Come ha detto prego?»
    Il tentativo aveva fallito miseramente: mi resi conto della stupidaggine che avevo detto, o per lo meno di quanto potesse apparire idiota quella domanda, vista dall’esterno.
    «Niente, mi scusi.»
    La speranza di uscire da quel caos si dileguò in un secondo, così come era arrivata.
    Tornai a fissare il mare, in una inquietudine crescente.
    Se fosse stato realmente un sogno sarebbe stato un incubo, ma purtroppo era la realtà.
    «Se vuole può risolvere questa situazione.»
    La frase del controllore richiamò la mia attenzione e tornai a fissarlo con rinnovata curiosità e speranza.
    Forse non ero solo.
    «Può timbrarlo all’arrivo.»
    «Posso… cosa?» quell’individuo era di nuovo passato dall’essere la mia guida e salvezza all’essere la creatura più inutile dell’Universo.
    «C’è una nuova legge, in questi casi può timbrarlo all’arrivo: ecco. C’è una macchina apposta per i casi come questi.»
    Mi consegna una specie di ricevuta, non so cosa sia, non la leggo nemmeno. Non mi interessa, così come non mi importa nulla della legge di cui aveva parlato quell’individuo, che ora stava già controllando gli altri passeggeri.
    Tento in tutti i modi di ricordare qualcosa di quella nuova vita in cui mi ero ritrovato ma non c’è verso, paradossalmente ho più immagini provenienti da quelle allucinazioni o sogni che dalla realtà che mi circonda.
    Resto in silenzio a lungo.
    Il treno raggiunge il terminal e i pendolari escono con la solita fretta dagli scompartimenti.
    Io invece mi attardo, evitando la ressa: oggi non credo che prenderò l’autobus, mi dico.
    Non ho voglia. Non ne ho più.
    Scendo dal treno e una gelida folata di bora mi ricorda di essere in inverno inoltrato.
    Arriva alla spicciolata qualche remota immagine della mia vita triestina, ma sono ricordi sconnessi ancora una volta.
    Non li comprendo fino in fondo: mi appaiono come vissuti in prima persona ma non sembrano sposarsi affatto con la vita di un pendolare.
    Rifiuto quelle immagini, le allontano: voglio credere che ci sia una spiegazione logica a tutto questo. Sento di aver passato il punto di non ritorno, il limite massimo di sopportazione: se dovesse anche tornarmi tutto alla mente non credo che lo accetterei. Non mi andrebbe più bene, ormai. Non potrei andare al lavoro come se nulla fosse, anche perché non so quanto potrebbe durare la cosa, prima che qualcun altro mi svegli dicendomi che erano tutte allucinazioni.
    Non sono in grado di credere a nulla di ciò che faccio, a questo punto.
    Nella rassegnazione e passività più totali cammino lentamente, prendendomi tutto il tempo necessario per raggiungere la fine del binario.
    Prendo dalla tasca il foglio consegnatomi dal conducente: c’è una intestazione.
    Parla di questa nuova macchina: contiene un database con tutti i clienti delle ferrovie dello stato.
    Mi chiedo come possano conoscere i miei dati.
    L’inconscio mi suggerisce la risposta: i biglietti, mi dico. I biglietti sono cambiati adesso. Ogni persona possiede un biglietto personale che la identifica e che memorizza i suoi viaggi.
    Tre nuove immagini mi tornano alla mente: è assurdo, ma sulla colonia C3, che fosse stata una allucinazione o chissà cosa, c’era tuttavia uno di quei biglietti. Mi spuntava dalla tasca della giubba.
    Anche nel sogno precedente ce n’era uno: era nel mio armadietto, che era rimasto aperto quando Bob mi aveva trascinato via, verso la morte.
    E perfino a Varsavia, nel ’39, avevo posseduto uno di quei biglietti.
    Uno strano disegno prende forma, il numero di tasselli aumenta ma non riescono ancora ad incastrarsi nel modo giusto e non fanno altro, così, che aumentare la mia confusione.
    Acquisto la consapevolezza che il biglietto era sempre stato lo stesso, uno solo: l’unica cosa, forse, che accomunava quelle tre visioni e questa ultima realtà.
    Entro in stazione, mi guardo intorno e individuo la macchina in questione.
    Sembra una normale obliteratrice, ma possiede un piccolo display nella parte superiore.
    Metto una mano nella tasca sinistra e trovo il biglietto: sembra un normale biglietto ferroviario, ma manca il nome sopra.
    So che dovrebbe esserci perché il biglietto è identificativo del proprietario, ma sul mio non c’è.
    Mi avvicino alla macchina.
    Alcune persone ogni tanto arrivano, la usano e poi se ne vanno. Proprio come una normale obliteratrice.
    Aspetto che non ci sia nessuno, poi provo io: sul display compare la scritta

    <> Digitare una domanda…

    Provo a scrivere
    <Cosa sei?>.
    Attendo un po’, poi compare la scritta di errore, accompagnata dal messaggio laconico:

    <> Non è stata trovata una risposta alla domanda.

    Provo in un altro modo:
    <Qual è il tuo scopo?>
    La risposta questa volta non si fa attendere:

    <> Il mio scopo è il controllo di tutto il traffico ferroviario.
    <> Il mio database contiene tutti i clienti delle ferrovie dello stato.
    <> Gestisco e aggiorno tutti i biglietti emessi.

    Prendo il mio biglietto, lo guardo ancora una volta e lo infilo nella fessura.
    Compare immediatamente la scritta:

    <> Errore grave. Biglietto privo di codice. Arresto del sistema in corso!

    Aspetto un paio di secondi, poi il buio.
    All’improvviso scompare tutto, la stazione, la voce dall’altoparlante, i rumori, la luce.
    Il mio corpo non riceve più informazioni dall’esterno.
    I miei ricordi scompaiono, la mia mente si svuota di quel poco che aveva e si pulisce.
    Rimane solo quel display davanti a me, debolmente luminoso.
    Un cursore continua a lampeggiare.
    Dopo diversi secondi compare un ultima scritta:

    <> Kernel non trovato. Impossibile riavviare.
    <> Specificare un percorso per il Kernel di sistema.

    Non riesco più a pensare: non tanto per il disorientamento o la paura, ma semplicemente perché non ho più elementi su cui impostare un pensiero.
    L’unica cosa che mi echeggia nella mente e una sola domanda.
    “Chi sono io?”
    Vorrei guardare intorno, ma non riesco a voltarmi: non mi sento più il corpo ma considero la possibilità che non esista più.
    Ad ogni modo, anche voltandomi non credo che avrei visto gran ché: ero circondato dall’oscurità più totale.
    Aspetto ancora un po’, indeciso; poi decido di ignorare le scritte senza senso che compaiono su quel display e faccio la mia domanda. Non posso digitarla, ma pensarla è sufficiente per vederla comparire d’innanzi a me:
    <Chi sono io?>
     
    <> Sistema ripristinato.

    FINE

  • 18 novembre 2016 alle ore 12:47
    AMORI PARTICOLARI - TERZA PARTE.

    Come comincia: "Tu non l' hai più mollata a Daniele e lui vuole riconquistarti comprandoti."
    "Esattamente, a questo punto ci sono due strade: ritornare a vivere presso i nostri genitori o..." "Decideremo con calma, la notte...dimmi del secondo problema." "Cè stata una scenata fra Erik e Daniele, quest'ultimo innamorato di me non vuole più avere rapporti con lui, se non si rimettono insieme verrà fuori un casino tremendo e qui crollerà tutto.""Domattina prenderemo una decisione o meglio sarai tu a prenderla con il tuo solito buon senso, per ora mollagliela in fretta e a lungo!" Un sole domenicale filtrava fra le tapparelle, proprio in faccia ad Eva che si alzò. Bacino a! consorte che invece si rigirò dall'altra parte."Svegliati, consiglio di guerra: prima decisione rinunziare a tutto vuol dire dare addio agli agi, nessuna preoccupazione per il futuro, amicizie importanti ma rinunzia alla nostra libertà ma anche disponibilità sessuale verso tutti. Votazione: io voto per rimanere allo status quo e tu?" "Mi associo, vorrei vedere qualcuno che avrebbe optato per l'altra soluzione, l'altro problema è più impegnativo, cosa hai pensato?" "Siccome sono io il problema sono io che mi debbo mettere in mezzo a loro due per farli riconciliare." "Da quello che mi hai detto non mi sembra tanto facile convincere Daniele..." "E qui subentro io: andiamo a letto tutti e tre e troverò il modo di farli inchiappettare fra loro porca miseria!" "Ma anche tu starai fra due fuochi, chiamali fuochi!" "Voglio che tu sia completamente convinto e che non ne soffra, è solo il sesso che ci ha portato..." "Sono convinto, se possibile non farti godere in bocca, vorrei che fosse solo mia." "Ci proverò ma sarò sempre sincera o se non ti va bene ti dirò tante bugie, scegli." "Scelgo le bugie." "Bugiardo mi faresti per giorni tante domande asfissianti, solo la verità ed ora all'opera" 'Le svizzerotte erano partite, dovevano sfilare, Fefè preferì lasciare il campo libero alla sua deliziosa che raggiunse Daniele ed Erik sulla spiaggia."Ragazzi niente musi, vi voglio molto bene ad entrambi, un bacino a tutti e due e poi un piano di guerra: il pomeriggio Fefè va a trovare i suoi che non vede da tempo, alle quindici tutti in camera mia, ed ora un bel bagno rinfrescante. Daniele finalmente poteva appropinquarsi alla sua amata, i due si sorrisero, un segno di pace finalmente! Dopo pranzo effettivamente Fefè sparì dalla circolazione lasciando libero il suo posto ai due che si presentarono insieme prima dell’orario."Sono in bagno a lavare le cosine mie, Èva entrò in camera con l'asciugamano far le cosce, ragazzi datevi una mossa, che siete diventati timidi!" I due non se lo fecero dire due volte e, spariti i vestiti, si mostrarono già in armi... "Cominciamo con i bacini: da me uno a tutti e due e poi voi fra di voi. Bene ora che vi vedo in posizione io, carponi, Daniele mi bacia la beneamata e Erik il mio delizioso culino, voglio godere un po' per lubrificarmi in attesa di grandi eventi!"
    I due obbedirono all'unisono ed Èva cominciò a gemere, tutta sceneggiata a loro favore che seguitarono imperterriti, seconda finta goderecciata seguita da una terza questa volta vera."Allora cambiamo, io davanti sul fianco dietro di me Erik nel culino o in fica come preferisce e Daniele dentro Erik. Daniele non si mostrò molto contento ma ubbidì. Erik preferì il culino di Eva nella fica ci nuotava, Daniele come stabilito. Il
    trenino partì in volata, i due si davano da fare soprattutto Daniele che voleva sbrigarsi per raggiungere il suo scopo che era quello di penetrare davanti e di dietro la sua amata. Tutti a turno in bagno." Ora cambiamo io la solita posizione, Daniele dietro di me in fica o nel culino ed Erik dietro Daniele. Quest'ultimo preferì il fiorello, di culo ne aveva avuto abbastanza con Erik, quest'ultimo finalmente poteva penetrare il suo amico a piacere e ci rimase a lungo con ripetuti orgasmi tutti veri.Daniele chiese ed ottenne di penetrare il culino di Eva e quindi altro trenino.Erano le diciassette, la signora: "Ragazzi sta per tornare Fefè, ora che siamo tutti riappacificati niente musi lunghi né gelosie, io sono a vostra disposizione, vi voglio bene ma voglio che fra voi due ritornino i rapporti di una volta.”"Caro, resoconto: Daniele è venuto nel fiorello e nel culino, loro due si sono inchiappetati a turno e si sono riappacificati, io mi sento come una nave scuola, metto un po' di pomata nel due buchini, per stasera non ce n'è per nessuno, nemmeno per te. Non pensi che non debba essere solo io a sacrificarmi, mettici un pò del tuo." "Ho avuto un'esperienza con Erik che non voglio ripetere, fra l'altro una curiosità: quando Erik ha goduto dentro il mio sedere ho sentito come una pipì violenta da parte di Erik invece di uno schizzo di sperma, non capisco." "Te lo spiego io: Erik ha una sessualità particolare: quando è eccitato il pene e le palline diventano dure da sembrare legno, quando gode ha uno schizzo violento, una volta che gli ho fatto un pompino, ho tolto la bocca prima che godesse e lo schizzo multiplo è arrivato a circa trenta centimetri, ecco svelato l'arcano." Un giorno dopo l'altro...Una mattina Daniele :"Dormiglione svegliati dobbiamo andare in negozio... Ancora dormi dai.." Erik in negozio non ci tornò mai, era morto nel sonno. Il fatto nefasto cambiò un po' la vita di tutti.Una pagina di necrologio degli amici nel giornale locale; un lungo corteo di macchine dietro al feretro sino al cimitero suscitò la curiosità dei cittadini che non avevano idea chi fosse Erik Anderson. Daniele fu il più colpito dall’evento luttuoso, non andava più in negozio, passava le giornate a letto o sul divano, non leggeva i giornali che Fefè gli comprava, anche la televisione restava spenta.Eva cercava di smuoverlo in tutti i modi:"Vieni qua fammi assaggiare il tuo uccellone..."Niente da fare, Daniele si stava lasciando morire, cosa che avvenne dopo quattro mesi non prima di aver fatto testamento a loro favore ed aver rivelato il numero segreto del suo conto lussemburghese. Ora non siamo benestanti siamo ricchi anzi ultra ricchi!”
    Fefè ed Eva, che nel frattempo si erano sposati, non cambiarono il loro tenore di vita, non lasciarono il loro impiego, Eva guidava sempre la Jaguar, Fefè si comprò una Fiat 500 Abarth, trovò una pista di kart dove poter sfogare le sue velleità velocistiche ma la dipartita di Erik e di Daniele aveva cambiato qualcosa nel loro intimo. La loro casa vuota veniva sempre tenuta in ordine come se fossero stati vivi.Un diversivo piacevole era la venuta di Ursula e Ginevra con Alberto e Susanna i figli di quest'ultima nel frattempo cresciuti: Alberto molto simile al padre e Susanna spiccicata alla madre. Rimanevano anche un mese occupando l'appartamento dei defunti. Ursula si domandava ancora perché non era rimasta anche lei incinta. "Ursula ormai sei in menopausa, non ci pensare più, sei la zia di due magnifici ragazzi, consolati!"
    Fefè ed Evasempre pervasi da una tristezza infinita, non cancellabile da una vita agiata, morirono in tarda età lasciando la loro eredità ai giovani nipoti acquisiti, per loro volontà vollero che la loro dipartita fosse discreta, niente notizie funerarie sul giornale locale né corteo di macchine solo essere sepolti uno vicino all'altro.

  • 18 novembre 2016 alle ore 12:28
    AMORI PARTICOLARI - SECONDA PARTE

    Come comincia: "Ti credo dopo tre ore che siete stati insieme ci mancava pure che facessi cilecca!" Eva era stata piuttosto acida ma nessuno, tranne Fefè, l'aveva capito.Le ragazze si piazzarono in casa degli amici senza mostrare volontà di volersene andare con grande gioia dei loro ospiti.Il sabato sera ballo di rito con gli amici del circolo gay,grande allegria, alcuni facevano di tutto per accaparrarsi Eva, specialmente Daniele. Fefè si arrangiava con le due svizzerotte ma ogni tanto guardava allarmato la consorte che gli faceva segno che tutto andava bene. Rientrati in casa:"Che aveva da dirti Daniele, parlavate fitto fitto, proposte in qualche campo minato?" "Ma quale campo minato, ha voluto sapere le mie preferenze in campo automobilistico, lo sai che da sempre amo le Jaguar macchine che non perdono fascino nel tempo ed altre cose sulla sua famiglia,
    ora non ricordo." Malignamente Fefè pensò che quella domanda sulle preferenze
    automobilistiche di Eva avesse un sottofondo...Sottofondo che si realizzò una mattina di domenica quando una Jaguar ZF berlina color grigio argento metallizzato comparve nel giardino.Fefè ancora assonnato aprì la finestra e non credette ai suoi occhi, quel figlio di... "Vieni cara, viene a vedere la tua preferenza automobilistica, è proprio qua sotto." Eva guardò la macchina e poi il viso di Fefè, la cosa era esplicita:"Se è per me voglio rinunziare, sarebbe un'offesa per te, lo dirò a Daniele." "Nessuna offesa mia cara, piuttosto preparati ad un assalto sessuale peraltro ben remunerato, non mi dire che non ameresti guidarla, sii sincera." Il silenzio fu la risposta di Eva.Nell'uscire sul portone c'era attaccata ad un chiodo la chiave della Jaguar, più palese di così, la chiave rimase al suo posto.Al mare giunsero pure i due amici ma regnava il più assoluto silenzio sino a quando Erik: "Dagli almeno un bacino di ringraziamento,
    non esser così fredda, accetta il dono, è stato fatto col cuore parola mia."Più del cuore Eva pensò ad altra parte del corpo di Daniele meno nobile. Improvvisamente Eva si avventò materialmente su Daniele e lo baciò in bocca a lungo, quando si staccò: "Grazie tante era il mio sogno proibito, col consenso di Fefè accetto il dono."
    La cosa finì lì, tutti al bagno senza scherzi di costume."Ormai avrai capito che Daniele è bisessuale, ti desidera come un pazzo e da tale si sta comportando, sai quanto vale quella vettura? Da sessantamila euro in su, cosa intendi fare?" "La palla in mano a te, accetterò la tua decisione, in caso positivo andrò a letto con lui ma solo se mi porterà un certificato medico sulla sua salute e di quella di Erik, gli omo..." "L'amore, scusa se
    uso questa parola troppo grande che non uso mai, dicevo l'amore che provo per te mi dice di accontentarti, vai pure con lui..."Quel pomeriggio fu un pomeriggio di sesso totale, concesse anche quella cosa che a suo tempo Eva aveva promesso, non fu molto dolorosa piacevolmente pareggiata dal vibratore in vagina che portò la giovin signora a piacevoli orgasmi. Dopo dieci giorni il dì fatale; in possesso del chiesto certificato, Eva comunicò a Fefè che domenica pomeriggio...Erik invitò Fefè al circolo del tennis e della vela di cui era socio e così lasciarono campo libero ai due novelli amanti.Il tempo trascorreva lento, prima i due seguirono delle partite di tennis poi
    davanti al televisore ma Fefè non vedeva gran che dei programmi, ogni tanto
    guardava l'orologio.Erik:"Ce ne andremo alle venti." "Alla faccia loro sei ore che cavolo dovevano fare" il pensiero un pò sconclusionato di Fefè. Eva era in cucina a preparare la cena, niente parole inutili, ne avrebberoparlato a lungo in seguito a botta fredda..
    L'occasione fu una mattina in cui avevano deciso di non andare in ufficio. "'Te
    la senti di parlare o provi fastidio?" "Vuoi la verità o ci metto solo la mia fantasia?"
    "La verità completa." Intanto Daniele ha il pene ben più piccolo del tuo. Mi sono affidata tutta a lui: ha cominciato con un sessantanove, è molto delicato con la lingua, mi ha fatto godere varie volte, poi ha preso a baciarmi i piedi forse e anche feticista,ha apprezzato la loro bellezza e mi ha fatto tanti complimenti anche per il mio corpo. Ha baciato a lungo le tette, cavolo è riuscito a farmi godere anche così, ma ne sono meravigliata io stessa, non l'avevo mai provato. Quando è entrato in vagina ero tutta bagnata e ci galleggiava un po', abbiamo riso, finalmente ha goduto pure lui, sapeva che non posso rimanere incinta.Durante l'intervallo mi ha preso in mano il viso e mi guardava fisso, gli sono scese delle lacrime che non sapevo come interpretare. Poi la parte omo: ha preso un vibratore e l'ha posizionato nel suo didietro poi è voluto penetrare dove anche tu sei stato una volta, non mi ha fatto male e mi ha goduto dentro, fine della storia. Sono sincera, non posso dire che non è stato spiacevole."
    "Vuoi anadarci ancora?" "Sei tu il mio padrone, lo dico in senso lato capiscimi."
    Fefè aveva capito, ci sarebbero state altri incontri ravvicinati. Cercò di inquadrare la situazione:Eva se la rifaceva col fidanzato e con l'amante, Daniele aveva rapporti con Erik e con Eva, Fefè con la fidanzata, Eric con Daniele. Questo era il quadro allo
    stato attuale che forse in futuro poteva cambiare magari con l’inserimento delle due svizzerotte oppure un altro modo, boh. Sabato sera nuova serata danzante con numerosi invitati del circolo gay e con altriche Eva e Fefè sconoscevano.I due fidanzati stavano in disparte, preferivano guardare le varie coppie, forse c'era anche il
    transessuale di cui aveva parlato Daniele il quale si avvicinò ai due, prese Eva per mano e, con un inchino, le chiese di ballare.Sparirono fra la folla, si poteva parlare di folla, c'era veramente tanta gente. Il salone era poco illuminato per volere del padrone di casa così ognuno poteva farsi i fatti suoi...Dopo un po' di tempo Daniele ritornò vicino a Fefè."Ci sono due stronzi che mi hanno scippato di mano Eva, sono persone per me importanti e ho fatto buon viso a cattivo gioco ma siccome sono
    bisessuali, capisci?" "lo capisco che ci sono corna in vista per tutti edue" cercò di celiare Fefè.Daniele non si dava pace, prese a bere poi si portò dall'altro lato del salone per cercare di vedere cosa faceva la sua bella laquale ritornando vicino a Fefè:
    "Mi sto facendo un sacco di risate, c'è un cinquantenne longilineo tutto d'un pezzo con occhiali d'oro capisci il tipo ed un'altro con maglietta nera piuttosto traccagnotto che m'invitano a turno, un ballo a testa,da lontano ho visto Daniele che ci osservava, era in crisi di gelosia si vedeva lontano un miglio ed io ho fatto del tutto per fargliela aumentare. Ho ballato a turno con i due strofinandomi vistosamente e poi li ho baciati sul collo.Ognuno aspettava il suo turno di ballo per arraparsi di più: il primo mi ha
    offerto diecimila euro per stare con me il secondo ventimila, mi sto divertendo
    un mondo." "Non so se hai visto in televisione i cartelli dei prezzi nelle vecchie case chiuse:mezza lira la semplice, una lira la doppia, cinque lire il quarto d'ora, dieci lire la mezz'ora, ormai anche tu hai un prezziario, io ho sonno, me ne vado a letto, ciao." Eva si ributtò nella mischia e dopo due ore si ritirò incamera da letto."Fefè svegliati voglio raccontarti tutto il resto: ai due se ne aggregato un terzo, sai il classico sportivo atletico che non deve chiedere mai, l'ho guardato in viso e l'ho baciato , effetto subitaneo, dentro i pantaloni è aumentato di volume in maniera impressionante e allora ho cominciato a strofinarmi fin quando ho visto i suoi occhi strabuzzare, se ne
    era bellamente venuto in piedi. A quel punto è intervenuto Daniele che mi ha preso per mano e mi ha trascinato fuori dalla mischia in camera sua: "Dì la verità lo fai apposta per farmi ingelosire ma io ti punisco con il mio coso nel tuo fiorellino, come ti metti?" "Mi sono messa come voleva lui che, non contento della bemeamata, è passato nel mio didietro dove goduto, son qua!” "Giornata faticosa che ne dici di far riposare i tuoi gioielli?" La mattina di domenica, scese da un taxi, si presentarono in villa belle e baldanzose le due svizzerotte sempre ben accette dai padroni di casa. Eric:"leri sera grande ballo, mancavate solo voi." A proposito di Erik, Fefè si domandò dove si fosse ficcato durante il ballo, era virtualmente sparito.Sottol'ombrellone i quattro, Ginevra e Ursula erano andate a dormire.Fefè:"Erik hai voglia di far conoscere alla qui presente comitiva le tue avventure di ieri sera?""Preferiscodi no, che ne dici Daniele?" "Ma va, ormai siamo intimi, vai facile." "Ero con la brasiliana." "Abbiamo
    capito che eri con la brasiliana, niente vergogna, vai."
    "All'inizio mi ha fatto paura, ha un membro enorme quand'è duro ma me l'ha preso in bocca e mi ha fatto un bel pompino, proprio brava poi se l'è messo nel bel culone e
    sono venuto un'altra volta poi...è entrata dentro di me, all'inizio mi ha fatto male poi piano piano è entrata fino in fondo, ho goduto alia grande la terza volta, fine del
    racconto." Fefè:"E tu Daniele niente brasiliana?" "In
    passato ci sono stato ma da quando ho conosciuto Eva ho deciso di tagliare tutti i rapporti escluso Erik."
    "Siamo una bella famigliola, lo dico senza sarcasmo, alla base della nostra amicizia
    lealtà e sincerità, tutti d'accordo?" Un abbraccio siglò il loro patto.I pasti venivano preparati a piano terra da una signora di Torre Faro che era stata licenziata da un ristorante."Carmelaci farai ingrassare tutti quanti, bravissima!" Che ci sarebbe stato qualcosa di inaspettato Fefè l'aveva messo in conto e così fu.Una domenica Fefè era restato solo in casa perché Eva era dalla madre ammalata.
    Fefè sentì cigolare la porta d'ingresso della sua camera da letto, non gliene
    fregò più di tanto e restò a occhi chiusi.Qualcuno si era schiarita la voce per attrarre l'attenzione, all'occhio mezzo aperto di Fefè apparve la figura in boxer di Erik."Mon
    ami la domenica mattina è sacra che posso fare per te?" "Molto se vuoi."Quel
    molto se vuoi era apparso a Fefè un segnale di pericolo anche perché il proprietario della voce era rimasto senza boxer."Posso toccarti un po' se hai sonno seguita a dormire, penso ti farà piacere."Cosa dire a chi ti ha regalato un appartamento ed una Jaguar... risposta scontata.Fefè rimase a occhi chiusi quando Erik gli sfilò i pantaloni del pigiama ma ripreseconoscenza a quasi un grido: "Mamma mia!"Erik aveva preso visione del suo fallo che, benché a riposo gli era parso mostruoso."Mai visto una cosa del genere, mi fa paura lo immagino in erezione!"Al contatto con la mano di Erik mister C. innalzò la criniera con un'altra"Mamma mia"da parte di Erik."
    Erik questo offre la ditta...".Fefè posizione carponi, cosa stava preparando il biondo svedese? l'ingresso del suo 'ciccio' nella sua bocca sino alla gola, "lo sono come gola profonda che gode con la gola, una Linda Lovelace maschietto." Fefè si domandava
    come fosse possibile che un marcingegno come il suo non provocasse conati di
    vomito se spinto in gola, sensazione strana mai provata se l'avesse chiesto a
    Eva sai quanti vaffa avrebbe rimediato. Erik continuava indefesso fin quando si
    trovò bocca e gola un mare in tempesta di sperma e cominciò a ingoiarlo, buon
    appetito! Fefè a quel punto si svegliò completamente, dinanzi a sé Erik nudo, a chi poteva somigliare: aveva un pene in erezione da bambino, anche le palline piccole."Mi
    sembri l'enfante qui pisse è un monumento ad un bambino morto perché uscito di
    casa durante un temporale, è una statua che si trova in Belgio."A  Fefè venne in mente un episodio accadutogli quando aveva undici anni ed era totalmente ingenuo. Un giorno vide che una sua zia si era ritirata in bagno perfarsi una doccia,guardando dal buco della serratura vide la zia nuda che si trastullava...quella visione gli portò la conseguenza sino allora sconosciuta,irrigidimento de! suo pisellino con cui faceva la pipì.Ritorno alla realtà: Erik l'aveva piccolo ma duro, si era arrapato giocando col suo'ciccio' e ora che voleva fare?"Non so se il tuo cosone riesce ad entrare ne | mio culino..." "Noi non ce lo mettiamo ed io riprendo a dormire." "Manco per niente non rinuncio ma tu sii delicato."Erik previdente ed accorto aveva portato con sé un flacone di vaselina con cui si spalmò con generosità il suo buchino che tale non sarebbe rimasto dopol'ingresso di...Giratosidi spalle, fu lui stesso a prendere in mano 'ciccio' ed a infilarselo delicatamente... delicatamente un corno il diametro era quello che era e il
    povero Erik forse rimpiangeva... non rimpiangeva nulla se l'era infilato tutto
    dentro e si muoveva ritmicamente con mucio gusto e riuscì ad avere un orgasmo
    ma volle rimanere col pene dentro."Non ho mai provato nulla di simile, ti prego resta ancora un po' così..."Era una vera supplica e Fefè,buono d’animo da vecchio boy scout fece la sua buona azione giornaliera accontentando lo svedese il quale riporese a muoversi pian pianosin quando ebbe un altro orgasmo."Per finire fuochi d'artifìcio, mettiti in ginocchio, non ti farò male, lo sai quanto ce l'ho piccinino, accontentami ti farò un regalo grosso grosso..." Fefè pensò ad un Rolex d'oro che però non avrebbe potuto sfoggiare in ufficio, un regalo che valeva un anno e mezzo del suo stipendio, avrebbe dato nell'occhio meglio...boh Intanto Erik avevo iniziato a prendere le sue chiappe in mano,"bellissime da uomo forte" poi si dedicò con la lingua dentro il suo
    buchino che cominciava a far provare al padrone un piacere inaspettato. Sentì
    qualcosa di oleoso penetrare nel buchino e di seguito una cosa simile ad una
    supposta, era il cosino di Erik che penetrato dentro cominciava a muoversi prima piano poi sempre più veloce...Fefè:"Cavolo è piacevole non me lo sarei mai aspettato."Erik
    con la destra prese in mano 'ciccio' e cominciò a masturbarlo sino a portarlo all'orgasmo, un orgasmo doppio perché anche culino aveva contribuito notevolmente al piacere.Eriksicuramente aveva goduto dentro di lui, Fefè non si staccò, non gli dispiaceva stare in quella posizione, sentiva ancora la voglia di provare altre
    sensazioni, fece capire a Erik di muoversi di nuovo dentro di lui. Fu accontentato per circa un quarto d'ora sin quando Erik stesso, sfinito, mise fine alla pugna.Un bacio a 'ciccio' e poi rientro al suo alloggio.Per prima cosa tolse di mezzo un asciugamano sporco del suo sperma, non era sicuro di voler confidare a Èva la sua mattinata brava, si confidavano tutto della loro vita ma quella sensazione provata col sedere non andava di dirglielo, ci avrebbe penato, riprese a dormire notevolmente rilassato!Eva rientrò a casa in tarda serata, chiese a Fefè eventuali novità."Mi sono guadagnato un bel regalo, dovrò sceglierlo io, dammi un consiglio, ho scartato un Rolex per non dare troppo all'occhio, che mi dici?" "Dimmi in sintesi come ti sei guadagnato questo bel regalo soprattutto con chi con:con una modella, con Daniele o con Erik perché sicuramente c'è di mezzo il sesso." "L'ultimo che hai nominato, s'è presentato in camera che ero ancora addormentato e non ricordo bene cos'è successo.""Guardami
    negli occhi, quel che provo per te lo sai, ti amo ogni giorno di più ma la sincerità è stata sempre alla base dei nostri rapporti, pensi di vergognarti a farmi il resoconto sulle le tue reazione al contatto con Erik, fra l'altro è risaputo che ce l'ha piccolissimo e quindi..."Fefè fece un racconto preciso di tutto senza guardare in faccia Eva la quale gli girò il viso verso di lei, c'erano dei punti di cui parlava mal volentieri."Mi vien da ridere, tu tutto anticonformista mi stai dicendo che ti vergogni di aver provato piacere anche col sedere, per me è una cosa normale, l'ho provato tante volte, non è che i maschietti hanno minore sensibilità al piacere e quindi... Abbracciami, vengo sopra di te e ti massacro di baci."I giorni seguenti tutti al lavoro, la sera stanchi,la cena e poi a ninna, nessuno parlava ma sicuramente pensò Fefè fra Daniele ed Erik ci sarebbero state delle confidenze su quello che era successo.II sabato oltre ad essere quello dei sette il più gradito giorno era il giorno dei "Raccontami tutto della settimana"
    da parte di ognuno. Per Daniele e per Evanessuna novità, Erik raccontò in
    breve quello che era successo con Fefè senza entrare nei particolari, Fefè gli fu riconoscente con uno sguardo d'intesa.Daniele:"Bene ora penso che dobbiamo dedicarci anche alle nostre ospiti femminili,facciamo così, uno di noi si intrattiene con Ginevra o con Ursula e gli altri a fare i guardoni senza partecipare, poi vi spiego come, chi si prenota?"
    "Nessuno? Allora scelgo io: Fefè si dovrà fare Ursula che da quello che mi ha detto
    Ginevra non ha mai avuto rapporti con maschietti, io mi tiro fuori, preferisco stare con Eva." Tutti d'accordo. Fefè forse non lo era tanto in quanto prestatore della sua metà al padrone di casa,la gelosia è un tarlo..."Ora vi spiego come essere spettatori senza essere visti, quello specchio in fondo al salone è trasparente nel senso che per chi sta davanti è un vero specchio ma entrando nello sgabuzzino della cucina si vede tutto in sala, un po' come neifilm polizieschi.Hai capito i due mascalzoni vedevano quel che succedeva nel salone senza farsene accorgere ma dopo tutto quello che era successo fra di loro ...La notizia della grande festa in favore di Ursula venne comunicata a Ginevra a mezzo messaggino telefonico.Risposta:"Ursula vuol sapere il perché della festa in suo onore."Risposta"Che sorpresa sarebbe c'è in palio un Rolex d'oro ma Ursula se lo deve guadagnare.*"Mentre Ursula era in bagno, Ginevra illustrava ai presenti la personalità della sua amica: "Psicologicamente è una bambinona, spesso
    sono io che prendo le decisioni al suo posto ma ora s'è messa in testa un'idea
    strana, vuol avere un figlio un figlio e sai da chi?"Tutti in coro: "Da Fefè!"Fefè
    un po' meravigliato ma contento di potersi fare la svizzerotta guardò il viso di Eva, ufficialmente nessuna emozione ma dal suo sguardo... non si è gelosi di un uomo ma di una donna, soprattutto bella...All'orecchio di Fefè: "Furbacchione non far finta di niente, non vedi l'ora di infilarti dentro i buchini di Ursula, dammi solo un bacio piccolissimo, mi consolerà." "Vieni cara un bacino sulla fronte come una buona mamma.""Stronzo!" Ginevra:"Ursula ed io andiamo a farci un giro, Fefè ci fai compagnia?" I tre uscirono dal piano terra per infilarsi neH'appartamento di Fefè e di Eva. Ursula:"Ma è uguale a quello di Erik e di Daniele!"Affermazione che convinse Fefè che la diagnosi di Ginevrasulla personalità di Ursula fosse esatta.
    "Oh che bello..." Ursula cominciò a saltare sul letto ridendo.
    "Ursula ti ricordi perché siamo qua?"Certo voglio dare un fratellino ad Alberto o a Susanna."Interpretazione da parte di Ginevra: "Sono i nomi che daremo al mio pargolo se maschio o femmina."Fefè con le mani fece segno a Ginevra di andare al dunque."Ursula vuoi che ti baci il fiorellino così quando Fefè ti entra nella tua cosina non ti farà tanto male." "Si fammi un lecca lecca ma prima voglio vedere il coso di
    Fefè, mai visto un maschietto nudo." "Non ti spaventare se è molto grosso, ho portato lavasellina e poi Fefè sarà delicato." "Ma ce l'ha più grosso di un salame, tutti i maschietti sono così?" "Ursula lascia stare i paragoni, vieni che ti bacio un po',
    allarga le gambine, ecco così, vuoi che Fefè ti baci in bocca?" "No solo che mi metta incinta." "Ursula chudi gli occhi, penseremo a tutto io e Fefè.”L'interessata obbedì, la vergine gnocca di Ursula fu abbondantemente irrorata di vasellina e Fefè cominciò il difficile compito di introdursi nella gatta di Ursula senza farla urlare."Mi fa male!" "Resisti, tra poco di piacerà.""Mi fa sempre male!" "Lo vuoi o no sto figlio, hai scelto Fefè e te lo tieni, se parli ancora ce ne andiamo via." L'interessata non emise più un gemito, Fefè era riuscito atoccare il fondo della vagina, cominciò a godere alla grande con spruzzi di sperma sul collo dell'utero di Ursula."Ho sentito lo schizzo, mi è piaciuto, Fefè ci riprovi?" "Ginevra all'orecchio di Fefè:"Accontentala, sta mignotta ci ha preso gusto."Fefè dette il meglio di sé finché:"Ho sentito di nuovo lo schizzo, Fefè ci riprovi?"Ginevra: "Fefè non è una macchinetta per ora basta, resta distesa così rimarrai incinta, noi andiamo via."" Non rimarrà incinta in quanto ha avuto da poco le
    mestruazioni e non è in ovulazione, hai capito che ha il cervello di una bambina, sua madre, conoscendola, me l'ha affidata, non vorrei ripetere l'esperimento un'altra volta, le dirò che non può avere figli e così la finisce." Qualcosa però era cambiato nel cervello di Fefè,forse essere stato usato come strumento per accontentare Ursula e forse per il rapporto omo avuto con Erik lo avevano messo a disagio con se stesso. Ne parlò con Eva:"Sento il bisogno di stare solo, lontano da qui, tu non c'entri nulla non ti preoccupare, è una cosa mia." "Dimmi cosa vuoi fare, per me va bene." "Vorrei andare un settimana a Milazzo, mi piace quella città...""Diremo ai nostri amici che devi andare fuori sede per servizio, meglio una bugia." Fefè mise in moto la Jaguar, un saluto da parte di tutti, un bacio particolare di Eva e via verso l'autostrada.Svincolo
    di Villafranca, di Rometta ed infine quello per Milazzo.Entrò nel parcheggio del 'Continental', un addetto gli venne incontro e prese la sua valigia."Preferisce una stanza con vista sul mare o all'interno.” "Vista sul mare." Alle tredici scese al piano terra, il ristorante era semivuoto, solo in fondo due coppie "Ilmenu signore.""Voglio
    solo un secondo e della frutta, il brodetto di pesce va bene,"In camera mise ai minimo il condizionatore, accese la televisione e incappò in uncanale porno, il precedente inquilino di quella stanza era una zozzone.Diporno ne aveva visto abbastanza in villa, bene un corsa di moto, la sua passione giovanile.Si erano fatte le venti, uscì a piedi, il lungomare di Milazzo era pieno di giovani festanti, rimpianse la gioventù non che lui fosse vecchio ma gli ultimi avvenimenti gli avevano lasciato il segno.Andando al centro notò una piccola trattoria, forse familiare, la preferì ad un ristorante di lusso.C'erano due file di tavoli ai lato di un lungo corridoio, il padrone, un sessantenne,gli venne incontro sorridendo."È solo? Bene questo è il suo tavolo, scelga con calma."Fefè
    voleva allontanare i ricordi dei precedenti avvenimenti esclusi quelli del suo amore suo grande, Eva, la sentiva dentro il suo cuore, tutto il resto era stata una ubriacatura di soldi, di lusso, non era riuscito a non farsi coinvolgere e forse non sarebbe nemmeno riuscito ad uscire da quel giro, senza forse, si era abituato a vivere sopra le sue possibilità ,La cena fu servita da una deliziosa fanciulla circa ventenne."Il signore è nuovo di Milazzo, non l'ho mai visto, se vuole le faccio compagnia dopo che esco dal locale." "Ti ringrazio cara ma sono qui per riposare." Uno sguardo tipo "sei frocio" da parte della baby. Ogni sera Fefè inviavaad Eva per rassicurarla un messaggio solo 'ok''Aveva preso l'abitudine di dormire di giorno e uscire la sera col fresco. Nella sala
    da pranzo dell'albergo aveva incrociato lo sguardo di due signore della sua età
    piuttosto sorridenti e forse disponibili, le ignorò.Verso le ventidue percorreva il lungomare di Milazzo, sullo sfondo la costa e laraffineria illuminati, un bello spettacolo. Cambiò itinerario verso ponente,anche qui c'era un viale illuminato con ai lati case di villeggiatura, c'era molta gente in giro, tutti vacanzieri vocianti,alla fine della settimana decise di rientrare,mise ai corrente Eva con un messaggio.Il suo amore era all'ingresso, volò nelle sue braccia, qualche lacrimuccia:"Mi sei mancato da morire!" "Finalmente il figlio! prodigo",festeggiamo con una cena al Ristorante 'La Sirena'. C'erano tutti anche le due svizzerotte. Ginevra: "Ho fatto un ecografia, ho in grembo due gemelli Alberto e Susanna.In macchina Eva mise al corrente Fefè dei fatti accaduti durante la sua assenza a.Daniele gli era stato appresso tutti i giorni ma era andato in bianco, irapporti fra lui e Erik si erano incrinati perché Daniele lo aveva allontanato,
    motivo? Ogni giorno è più innamorato di me, niente rapporti omo."Signori
    co! vostro permesso Eva ed io rientriamo, sono stanco del viaggio."Fefè si spogliò e si gettò ne! letto."Fuori stè novità." "Una buona ed una meno buona." "Cominciamo
    con la buona."
    "Guarda questo appunto, che ne deduci?" "È
    la password di un conto in Lussemburgo vedi il LU iniziale, qui sono depositati
    100.000 € a nostro nome."

     

  • 16 novembre 2016 alle ore 11:35
    AMORI PARTICOLARI - PRIMA PARTE

    Come comincia: "Ti vuoi sbrigare maledetto mamalucco!"
    Al citofono  Eva aveva sfogato la sua rabbia per il ritardo cronico di Raffaele (Fefè per gli amici).La succitata stava aspettando il suo benamato col motore della macchina acceso,entro le 8,30 dovevano essere in ufficio presso la Camera di Commercio di
    Messina. Fefè si presentò con mezzo cornetto in bocca uscendo dalla casa dei
    suoi genitori, sicuramente non aveva finito la colazione. Entrò in auto lato
    passeggero aspettando, come previsto, una sgommata della sua bella che, in tal
    modo, sfogava la sua rabbia. Ma non era finita:
    "Mentreio vado a posteggiare al 'Cavallotti' tu entri e timbri pure per me."
    Raffaelein fondo era un filosofo, alle sfuriate di Eva cercava di farsi perdonare con
    un bacino ma non sempre ci riusciva come questa volta fu allontanato con una
    gomitata.
    "Maalmeno sai chi erano i mammalucchi, penso proprio di no."
    "lopenso di si, erano soldati mercenari turchi ma in italiano vuol dire sciocco
    stupido come sei tu, non fare il saccente solo perché hai frequentato il
    classico"Laloro era una storia particolare: erano ambedue nati venticinque anni addietro,abitavano nello stesso palazzo di via Ghibellina. Amici sin da piccoli (Eva già
    da allora era una peste) avevano frequentato le stesse scuole sino alla terza
    media poi Raffaele si era iscritto al liceo classico mentre Eva in ragioneria.
    Vincitoridello stesso concorso alla comunicazione ufficiale della notizia Eva:
    "Eccoci mancava solo questo, pure in ufficio ti devo sopportare!"
    Ma in fondo era tutta una sceneggiata da parte della dulcinea, amava profondamente
    il suo Fefè. Il loro primo rapporto completo a quindici anni l'iniziativa, ovviamente,
    da parte di Eva."Che ne dici se facciamo l'amore come i grandi?"
    "Vuoi scopare."Ci mancava pure il triviale, ad ogni modo te lo devi guadagnare il mio
    fiorellino!" Eva era giunta a questa decisione allorché frequentavano la
    terza media in quanto si era accorta che una certa Belinda (quella aveva pure
    un nome da stronza) girava sempre più attorno al suo amato e, facendo un
    confronto fisico, lei ne usciva perdente, la cotale più alta di lei di dieci
    centimetri non scherzava in quanto a tette e popò e forse aveva già avuto
    rapporti completi con qualche compagno di scuola.Unafoso d'estate i loro genitori avevano deciso di andare insieme al mare."Sai che facciamo, usiamo la camera da letto dei miei, c'è pure l'ariacondizionata. Eva ancora una volta aveva pianificato tutto, un suo lenzuolo suquello dei genitori per evitare che qualche schizzo...inoltre si era procuratauna crema lubrificante e i preservativi , ci mancherebbe pure che restassi
    incinta, ne verrebbe fuori, povera stella, un mammalucchino! w
    "Lavati bene l'ultima volta il tuo 'ciccio' puzzava di formaggio!"
    non era vero, una provocazione more solito.Ambedueletto Eva:
    "lo sono per la posizione del missionario, per la prima volta è la migliore."
    "lo sono ateo preferisco la cavalcante anteriore, come la mettiamo?
    "Ti sei indottrinato col Kamasutra ma io insisto.""Tiriamo a sorte, io scrivo due bigliettini con i relativi nomi, quello che esce comanda.".Uscito il nome di Fefè, Eva cominciò a piangere o meglio a far finta, il maschietto questa volta si dimostrò tale o meglio ci provò.""Ho vinto e si fa a modo mio!""Tiprego chiedimi qualsiasi cosa..."
    "No ti rimangi la parola?" "Imiei genitori sono siculi, la parola va rispettata!" "Bene
    dopo aver assaggiato il fiorellino vorrei girare pagina.""Seiermeneutico, non capisco."
    "Intanto non offendere, ermeneutica ci sarai tu, (Fefè fece il finto tonto), la
    richiesta è quella di una inchiappettata.""Finiamola una buona volta, che cavolo vuoi?"
    Provare il tuo delizioso popò!" " Te lo puoi dimenticare!" "Comela metti  che la parola va rispettata?" "Insomma siamo qui per il gran giorno del mio passaggio da giovinetta a donna e tutto finisce in una stupida discussione, per la promessa si vedrà in futuro."
    Fefè  si tenne sul classico: baci in bocca e sulle tette, cunnilingus con doppia goderecciata di Eva."Ti prego mettiti il preservativo, non c'è bisogno della pomata, dentro la vagina sono un lago, maledizione mi sembra che oggi ce l'hai più grosso, tutti i difetti ce li hai tu." "Non immagini quante mogli ti invidierebbero,una gentile signora una volta mi disse che la cosa più grande di suo marito era la cravatta!" "Brutto porco allora te la sei scopata !" "Era la madre di un nostrocompagno di scuola, è stata lei a provocarmi,  non potevo tirarmi indietro!" "Ne riparleremo in un altro momento, per ora ti dico solo vacci piano!"Fefè baciò di nuovo il fiorellino sacrificale, ci puntò  la cappella del suo riccio senza muoversi per vedere la reazione di Eva."Che sta succedendo o
    meglio che non sta succedendo, vuoi sbrigarti?"Fefè fu molto delicato, Ciccio penetrava lentamente con qualche flebile lamento da parte della novella sposa, pian piano arrivò in fondo al delizioso tunnel e provò un intenso orgasmo rimanendo sul corpo dell'amata."Fefè possono tornare i miei genitori, torna a casa tua e grazie
    per la tua delicatezza."Eva non era il tipo dal ringrazio facile, l'interessato l’apprezzò.
    Molto era cambiato nei rapporti fra i due amanti, non appena ne avevano l'opportunità
    la prendevano al volo ma nessuno dei due riprese l'argomento della promessa di
    Eva.Un giorno sul letto dei suoi genitori, Fefè girò la beneamata e cominciò a
    baciarle il buchino posteriore."Non ti fa pena, con quella mazza che ti ritrovi!"
    "Un escamotage: io compro un vibratore, lo inserisco nella tua Tata e mentre tu
    godi io pian piano cerco di entrare, se ti fa troppo male mi fermo subito.""Mò
    ci voleva pure il vibratore, che fantasia! Mi devo convincere psicologicamente,
    quando sarò pronta lo vedrai nei miei occhi, purtroppo per me ti amo.""Ed
    io invece no e non ti sposerò mai!" "Sposarti,sarei folle stare insieme a te ventiquattro ore su ventiquattro e chi tisopporta!" "Vuol dire che senza il vincolo del santo matrimonio (anzi non santo perché ti sposerei al Comune) sarei libero di andare con le signore i cui mariti hanno il nodo della cravatta più grosso del pene." "Se ci provi e me ne accorgo fai la fine di Bobbit quell'americano la cui moglie ha tagliato l'uccello e non scherzo!" A Fefè bastava l'intimità con Eva, ogni volta le faceva provare qualcosa di nuovo e così niente signore.Un evento cambiò la loro vita: in vista dell'estate decisero di comprare dei costumi da bagno, entrarono in un negozio che già dalla vetrina dimostrava di avere buona merce.I padroni accolsero i due fidanzati con calore, uno era biondo,  occhi azzurri,  corporatura media,  Daniele più alto di statura classico tipo mediterraneo.Cominciarono a provare i costumi: Fefè ne scelse uno classico blu con risvolti bianchi, Eva due bichini ridottissimi, uno di colore azzurro mare e l'altro rosa."Ma ti si vede tutto chediranno i tuoi genitori." "Lascia stare i genitori, dì piuttosto che sei geloso!" Fefé in passato aveva dimostrato di essere immune da tale sentimento, ora... "Ma lasci stare, la signorina ha un fìsico fantastico, Aveva parlato il biondo in italiano con classico accento di un paese nord europeo.Poi era intervenuto il tipo mediterraneo:"Intanto ci presentiamo: io sono Daniele e questo è Erik svedese che in vacanza a Messina si è innamorato della città e del sottoscritto."Più chiaro di così."lo sono Raffaele, Fefè per gli amici e questa gentile signorina mia fidanzata Eva.""Fidanzata non si sa sino a quando." "Sietedue giovani simpatici, sarebbe per noi un piacere invitarvi a cena a casa nostra a Torre Faro, questo è il nostro biglietto da visita, teniamoci in contatto." In macchina i commenti:"Ti sei accorto che sono omo, non so se sia il caso di frequentarli." "Non essere conformista di cosa hai paura che ti si inchiappettino, per quello ci penso io." "Sei il solito buffone,va bene andremo a quella cena." L'invito arrivò dopo dieci giorni:"Sono Daniele quello dei costumi da bagno, l'invito a cena è per sabato alle venti. Noi abitiamo in una villetta a schiera che si trova fuori Torre Faro, duecento metri dopo il ristorante ' La Risacca dei due Mari', vi guiderò col mio telefonino.Eva quella sera era uno spettacolo: trucco alla vamp, camicetta rosa e ampia gonna turchese quasi trasparente che faceva intravedere un bichini ridottissimo, tacchi alti che Eva non amava ma per l'occasione..."Si caro sono andata dal mio parrucchiere e c'era un'estetista che mi ha combinato così, che ne
    dici?" "Che sei deliziosa ma se ti sei fatta bella per quei due...""lo lo faccio per me stessa ed anche per te, con me al braccio farai un figurone!" "Speriamo che non mi prendano per un magnaccia.” Daniele al telefonino: 'Ti vedo, entra nel primo cortile che incontri, sei arrivato." Poi venne  loro incontro."Scusa se le ho dato del tu." "Va benissimo." Erik è in cucina, in Svezia era un bravo chef e qui non è da meno, si è adeguato alla cucina mediterranea."Fefè estrasse dalla borsa frigo una confezione di lingotti di gelato ed una bottiglia di spumante Ferrari" "Erik vieni a vedere cosa hanno portato i nostri ospiti."Erik si presentò col grembiule da cuoco:"Che splendida signora, quasi quasi cambio gusto, lascio Daniele e mi metto con lei." Fefè: lassa perde Eva e dicci cosa hai preparato di buono.”  "Una sorpresa, Daniele prepara gli aperitivi, io finisco di cucinare."Tavola ovale imbandita:classici tre bicchieri di cristallo, piatto da sottofondo, posate d'argento! Mih. Risotto cozze, vongole e frutti di mare, gamberi impanati, trancio di dentice,involtini di pesce spada e poi un'insalatona mista coloratissima.” "Aho, invece de vende costumi da bagno è mejio che apri 'n ristorante."
    "Non ci fate caso, Fefè è stato un mese a Roma presso parenti e ha acquisito
    l'accento romanesco,  è solo ridicolo lui messinese buddacio.""Che vuol dire buddacio
    in svedese come si dice?"La domanda era diretta a Daniele:"Sarebbe dire come sciocco, ingenuo, in svedese non lo so."Una cena da ricordare, i quattro uscirono sul prato antistante la casa e si spaparazzarono su poltrone e su divani a dondolo.Fefè tirò fuori la pipa:"Il fumo dà fastidio a qualcuno?" "Si a me!" "Ma chi t'ha chiesto gnente madame coccodè!" "Voi due siete un teatrino, ci fate ridere, andiamo sulla spiaggia, non c'è vento e la luna illumina il paesaggio, guardate li in fondo la Calabria." Erik dimostrava  così il suo amore per la terra di adozione."Domattina potreste venire a fare il bagno, ci saranno due nostre amiche molto simpatiche." "Chiedo a Fefè il permesso di parlare, posso?" "A li morté..." "Domattina alle nove saremo qui sempre che il signore riesca a svegliarsi in tempo!"E così fu, alle nove in punto, posteggiata la Peugeot sulla strada suonarono alla porta di Erik e di Daniele che in costume da bagno e muniti di ombrelloni e sdraie si avviarono sulla spiaggia."lo ho mangiato da poco e quindi niente bagno per ora, la compagnia ve la potrà fare la qui presente che si sveglia coi galli." La replica fu uno sguardo minaccioso di tempesta da parte di Eva, Fefè se ne fregò e rimase solo sotto l'ombrellone.Ad un certo punto un'ombra oscurò il sole, Fefè aprì gli occhi e si trovò dinanzi due figone che più figone non si può."Posso esservi utile ma io sono un'ospite, i padroni sono in mare con la mia ragazza.""Noi siamo Ginevra e Ursula amiche dei padroni di casa."Fefè si alzò, fece un inchino con falso baciamano, una sceneggiata avrebbe detto Eva. Le due ragazze si tolsero i vestiti e rimasero in un  bichini che al loro confronto quello di Eva poteva sembrare quello delle nonne del primo novecento. Fefè non sapeva dove indirizzare lo sguardo quando le due rimasero in topless, per fortuna erano lontano dagli altri bagnanti. Al rientro dal bagno Erik e Daniele si,profusero in effusioni con le nuove venute, che fossero bisessuali, boh. L'unica rimasta piuttosto fredda era ovviamente Eva che dinanzi a tale beltade aveva perso la parola."Ginevra e Ursula sono due modelle svizzere che sono venute a Messina per presentare una collezione di vestiti presso la boutique Randazzo,ora sono alloggiate al Jolly hotel, per una settimana ci faranno
    compagnia." Così parlò Daniele. Erik nel frattempo, rientrato in casa,aveva portato  bibite fresche ben accette a tutti. Ginevra e Ursula per ringraziare lo baciarono in bocca e poi un rapido bacio fra di loro. Fefè faceva l'indifferente spostando lo sguardo verso il mare ma Eva aveva piantato un faccia un bel punto interrogativo, come darle torto! In loro aiuto venne Daniele:"Ginevra e Ursula sono per noi come due sorelle, si sono sposate in Germania." Eva: "Perché non portano l'anello al dito?" Frase infelice che fece sganasciare dal ridere tutti, Fefè compreso.. lo dovrei fare lo chef ma tu saresti un'ottima attrice comica, un bacione in fronte." "Parlateci di voi, siete fidanzati,
    conviventi oppure..." "Niente di tutto questo, ogni tanto scopiamo ma poi lo rimando a casa dei suoi genitori, stare con lui è una lagna continua."Eva si era sbilanciata forse presa dall'atmosfera surreale di anticonformismo che regnava. Ginevra: "Fefè sentiamo la tua versione non mi sembri molto convinto." "La qui presente ha detto la verità, vengo trattato da zerbino." "Cosa essere zerbino."Daniele: "Quel tappetino che si mette dinanzi la porta dì ingresso per pulirsi le scarpe prima di entrare in casa." "Ti vedo maluccio, vieni dalla cugina Ursula che ti coccola un po'." "Il pupo me lo coccolo io..."Risata generale, "Sei una tigre col suo cucciolo, noi non amiamo gli uomini,
    preferiamo le femminucce!": Fefè.”Anch'io!"Altra risata generale,  Eva era rimasta spiazzata, lo capì e si mise a ridere anche lei. "Noi vorremmo un figlio ma non da un tipo nordico,preferiamo un bel bruno ma Daniele non è adatto, Fefè sarebbe il tipo giusto e non avrebbe problemi perché noi viviamo lontano da Messina, sempre col tuo
    permesso.” Eva era rimasta senza parole, per un tipo come lei...stranamente rispose:"Ci penseremo, addio a tutti."In macchina silenzio sino all'arrivo
    sotto casa:”Ti sarai meravigliato della mia risposta ma c'è un perché che tu non conosci, sono andata dal ginecologo, dopo svariati esami il verdetto: non potrò avere figli..." "Parliamo francamente, anche se talvolta sei una rompiballe ti amo profondamente e di un pargolo non me ne frega niente anzi siamo fortunati così possiamo scopare senza problemi." "Per me è una tragedia, avrei voluto un ranocchio che assomigliasse e te brutto stronzo ma non l'avrò mai..." pianto di Eva."Cerca di ricomporti sennò a casa cosa penseranno, vieni da Fefè tuo che ti asciuga le lacrime e ti consola, magari mi puoi fare un pompino.Lo schiaffo fu parato da Fefè che se l'aspettava. "L'ho detto per sdrammatizzare." "Sdrammatizzare un corno, ti conosco sei un porco!"Per cinque giorni nessun contatto con Erik e Daniele poi una telefonata:"Sabato festa danzante a casa nostra, ricchi regali e cotillons, siete invitati, inizio ore ventuno .”Gli avvenimenti parevano aver cambiato il caratteredi Eva, più nessuna battuta acida, affettuosa e accondiscendente alle richieste  di Fefè, un'altra Eva con gran piacere dell'interessato. Alla festa oltre a Ginevra ed a Ursula c'erano molti altri invitati che Eva e Fefè classificarono appartenenti al circolo gay di piazza
    Cairoli, tutte persone socievoli, distinte, allegre, disinibite. Si.presentarono sponte loro ad Eva ed a Fefè facendo loro i complimenti:"Siete una bella coppia.", Eva fu invitata a ballare da un certo Alfio, Fefè si accorse che i due parlavano in continuazione ed Eva spesso rideva, praticamente la giovin signora passò la serata con lui.A quelpunto Fefè su buttò su Ginevra quella bruna, Ursula era bionda, guardandola negli occhi scoprì una personalità complessa, non era una sciocca, Fefè non sopportava le donne stupide, aveva una bella voce, le chiese se era lei che voleva un figlio. Si proprio lei ed aveva dinanzi un eventuale futuro padre ma niente provette, tutto al naturale...Ginevra era stata esplicita, figurati se Fefè non era d'accordo ma forse una certa Eva avrebbe avuto delle obiezioni, giuste obiezioni..."Ho visto che ti divertivi col quel signore, ridevi sempre e non ti sei stancata di ballare."ballare."  "Lo sai bene che è gay quindi niente gelosie, l'entrata in questo ambiente ha rivoluzionato il mio modo di vedere un po’ tutto cominciando dal sesso, non so cosa mi sia successo, è per me inspiegabile, forse sto vedendo le cose anche dal loro punto di vista, me ne sono meravigliata io stessa. Tu non ci hai fatto caso ma quella brunona brasiliana che ballava con Erik era un trans.""Ero troppo attento a quello che mi diceva Ginevra, anch'io sono confuso, ne
    riparleremo a mente serena."Il giorno dopo in ufficio:"Non ti arrabbiare ma voglio dirti quello che mi ha proposto Ginevra, senza ipocrisie. È lei che vuole un bambino ed io sarei, tu permettendo, il futuro padre ma tutto al naturale senza provette."Eva non aveva risposto, era entrata in crisi, non potendo avere figli avrebbe voluto conoscere un marmocchio di Fefè, era una pazzia, forse no, avrebbe chiesto solamente di poterlo vedere ogni tanto senza troppe intromissioni nella sua vita, solo vederlo ogni tanto, questo era la sua condizione.La notizia comunicata per telefono a Daniele ebbe l’approvazione  entusiasta anche di Erik oltre che di Ginevra e di Ursula ma come organizzare l’evento? Ci pensò l'interessata che propose un piano: letto matrimoniale prestato ai due temporanei amanti, gli altri avrebbero aspettato l'evolversi dell'evento davanti alla tv tanto per non pensare ai due in love.La sera seguente alle ventuno Eva e Fefè si presentarono in villa.. Grandi abbracci fra tutti e risolini per mascherare un certo imbarazzo, anche i gay si imbarazzano davanti all'eventuale nascita di un bebé che avrebbe avuto oltre la mamma tanti zii. Ginevra prese per mano Fefè e i due scomparvero dietro una tenda. In bagno Fefè  entrò subito in erezione con la sua proporzione fuori del normale e con sguardo un po' atterrito di Ginevra. "Non ti preoccupare so essere molto delicato." "Stiamo un po' abbracciati, vorrei della tenerezza,non sono più abituata ai maschietti. Quando ero in college ho avuto varie avventure etero ma nessuno lo aveva come il tuo. Vorrei dirti il motivo del mio rapporto con Ursula, è cominciato quando stavo con un giovane  molto bello e desiderato da tutte, mi ha fatto molto soffrire per le sue avventure con altre ragazze. lo dividevo una stanza con lei: un giorno mi trovò che piangevo  per colpa del mio amico, l'avevo trovato in camera sua con un'altra, piangevo a dirotto e Ursula mi ha consolato tanto che ha cominciato a baciarmi tutta e così è iniziata la nostra relazione, ho scoperto il mio lato omo, da allora siamo sempre insieme, anche lei è modella e giriamo un po' tra la Svizzera, la Germania, la Francia e l'Italia. Da allora non sono stata più attratta dagli uomini ma appena ho visto te...l'ho detto alla mia amica che non si è dimostrata gelosa quando le ho manifestato il proposito di avere  un rapporto con te anche perché avevamo programmato che io avessi un figlio.Fefè inizio il suo repertorio con un cunnilungus delicato, Ginevra apprezzò subito e dette segni di goduria .L'ingresso in vagina, anche se effettuato dolcemente, fece sobbalzare Ginevra che pian piano si rilassò e dette vita ad una serie di orgasmi multipli tanto dameravigliare anche Fefè. "Resta dentro finché puoi anche se non sarà più duro così sarò più sicura per una gravidanza." Ma quale ammosciamento, Fefè rimase anche lui meravigliato, il suo 'ciccio' non ne voleva sapere di ritirarsi in buon ordine e così riprese a muoversi dentro Ursula che apprezzò ricominciando le godurie."Sento la vagina un po' irritata." Gli amici di là si saranno addormentati, s'è fatta l'una, tu rimani qui io vado a raggiungere Eva.",Nel salotto, sbracati sui divani, nessuno aveva voglia di parlare, il viso di Fefè era di per sé una visione di quello che era successo.Giunti a casa senza il bacino di rito, si misero a letto.Passarono vari giorni, l'argomento sesso non venne trattato dai due fidanzati, finché non giunse la telefonata di Daniele:"Ci siamo perduti, cos'è successo?" "Abbiamo avuto molto lavoro in ufficio, niente di particolare. " "Sabato invito a cena da noi, c'è una grossa novità per voi, ciao." Daniele ed Erik erano vestiti di bianco dalla camicia alle scarpe."È questa la nostra divisa quando c'è un avvenimento importante, lo sveleremo a fine pasto." Erik:"Allora arriviamo al punto, se non abbiamo capito male abitate con i vostri genitori, giusto?" "Vero,vorremmo Fefè ed io una casa nostra , cerchiamo da mettere da parte qualcosa ma col nostro stipendio..." "Bene trovata la soluzione, abiterete nell'appartamento qui sopra di nostra proprietà, non l'abbiamo voluto affittare per ovvi motivi di riservatezza nemmeno ai nostri amici ma con voi siamo giunti ad un legame di affettuosità e di stima, che ne pensate? " "Siamo stupiti, non preparati a quest'offerta, naturalmente vi pagheremo l'affitto.." "Maquale affitto, noi siamo ricchi , ve lo intesteremo questa è la proposta."Fefè ed Eva avevano l'espressione di Alice nel paese delle meraviglie, si guardavano negli occhi senza parlare.""Avete perso la voce?" "La vostra gentilezza e generosità oltre che commuoverci come potete immaginare ci ha sorpreso, dire no ad una tale proposta sarebbe insensato, non vorremmo essere invadenti nella vostra vita privata..." "Nonc'è problema, l'appartamento-di sopra, peraltro ammobiliato, ha un'ingresso proprio e una scala a chiocciola interna che li unisce con una porta di divisione, anche noi teniamo alla privacy, allora affare fatto?" "Vorremmo prima parlarne con i nostri genitori non specificando che è un regalo da parte vostra."
    In macchina:"Eva ragioniamo sopra, quell'appartamento fra l'altro pure ammobiliato vale un patrimonio...cosa vogliono veramente da noi, niente rapporti sessuali ai quali
    non mi potrei abituare.”   " Ne so quanto te, siamo così simpatici da ottenere  si grande regalo, forse gli omo hanno un diverso modo di ragionare, piace loro vederci insieme felici ed averci a portata di mano per compagnia...boh" I relativi genitori non erano affatto felici della notizia loro fornita dai rampolli " Vivere insieme senza essere sposati..." "Papà te ho venticinque anni, io e Fefè abbiamo bisogno di una vita privata."
    Ci vollero un paio di giorni per il trasloco degli oggetti di ciascuno, alla fine tutti soddisfatti i novelli conviventi invitarono a cena Erik e Daniele, cena che sarebbe stata preparata da un'inedita Eva con qualche dubbio da parte di Fefè:"Sei sicura di essere all'altezza, non faremo una brutta figura?" "Mia madre è una signora all'antica e nei ritagli di tempo ha voluto insegnarmi a cucinare, ti stupirò."Quel sabato Eva fece il giro dei negozi per prepararsi alla pugna culinaria col risultato di:risotto cozze e vongole. seppie e pannocchie in brodetto (delizioso), trancio di pesce spada arrosto, contorni di verdure. Finale ananas, gelato al limone e caffè. Applausi da parte di tutti.Daniele: "Sei una sorpresa piacevole, sinceramente pensavo alla mia ulcera..."e inaspettatamente prese a baciare Eva in bocca, la cotale non osò tirarsi indietro anche se decisamente meravigliata, meravigliato pure Fefè che fece l'indifferente.La mattina seguente alle nove al mare."A parte l'ammirazione per le tue arti di cuoca ho visto un Daniele troppo interessato a te, che sia bisessuale?" "L'ho pensato anch'io,non è un brutto uomo ma..."Al sopraggiungere dei padroni di casa la conversazione cessò. Erik:"Ieri sera ho mangiato come un lupo ma non mi sento appesantito a parte il fatto che stamattina non ho fatto colazione, di nuovo complimenti, Fefè sei un uomo fortunato."Alle undici tutti in acqua, scherzi da parte di tutti con finale di togliersi i  costumi  con evidenti denudazioni in bella vista, al centro dei giochi la bella Eva  con grandi risate da parte dei due omo, un po' meno da parte di Fefè che non fece nulla per far finire quel gioco.Riposino pomeridiano poi la sera al ristorante 'La Sirenetta' un locale famoso per il buon cibo e molto ambìto dalla Messina bene, sicuramente era stato prenotato molto tempo prima.Nulla di nuovo sul  fronte sesso. Erik e Daniele al negozio, Fefè  ed Eva in ufficio, tutti  senza incontrarsi per vari giorni. Il cambiamento avvenne all'arrivo di Ursula e di Ginevra."Una grande e piacevole novità, sono incinta, sto zozzone c'è riuscito."

  • 15 novembre 2016 alle ore 15:50
    Profumo d'Ottobre. Un autunno di ricordi

    Come comincia: Pagine e ricordi

    Claudia

    Sentivo il rumore dei passi e il mio nome ripetuto più volte, mi cercavano in tutte le stanze, ma nessuno conosceva il mio rifugio ed ero intenzionata a stare lì anche tutta la vita. Non c'era niente dall'altra parte della libreria che m'interessasse e, seduta nell'angolo buio, pregavo il Signore affinché mi facesse morire. Avrei rivisto così mio padre e conosciuto finalmente mia madre. Si dice che avere una mamma sia importante, ma io che ne sono orfana da quasi appena nata, che fine avrei fatto adesso che era morto anche papà? Per me la persona più importante era stata lui, ma quel maledetto infarto lo aveva portato via e io non volevo più vivere.

    Amanda, la domestica assunta dopo la perdita di mia madre, continuava a chiamarmi, girovagando per la casa, ma decisi di non rispondere neppure a lei e afferrai dalla tasca il mio diario, l'unica cosa che avevo portato con me. Aprendolo, cadde una foto dove mamma e papà si abbracciavano felici e con loro c'ero anch'io, avvolta in uno scialle. La mia testa era già piena di capelli, così ricci da sembrare una parrucca, le guance erano paffute e rosee.

    – Signorina Claudia, vi prego, venite fuori. – Amanda entrò nella stanza e si fermò a pochi passi da me. Piegai le ginocchia, abbracciai le gambe e guardai il soffitto. “Non mi troverà qui dietro.” mi dissi. Quando se ne andò, feci un sospiro di sollievo e ripresi a leggere.

    “Caro diario,

    oggi io e papà siamo andati al lago, abbiamo giocato molto, poi mi ha dato i pennelli e una tela. Ho fatto uno scarabocchio, ma lui mi ha detto che se mi piace dipingere, presto diventerò più brava. È vero, io me lo sento. Diventerò una pittrice, viaggerò tanto, visiterò tutto il mondo e ogni volta porterò a casa un bel quadro e tu, papà, sarai orgoglioso di me. Adesso ho tanto sonno, nuotare mi stanca.

    Buona Luna, mio caro diario Claudia”

    Dai miei occhi uscì una lacrima, ricordavo ancora tutto: il lago, le colline, la tela con lo scarabocchio e lui, alto, bello e con la testa piena di capelli come me. Mi distolse da quel ricordo un altro rumore di passi, ma questa volta più pesante e di sicuro non era Amanda. Cercai di non fare rumore, chiusi il diario, poggiai l'orecchio al retro della libreria e mi misi ad ascoltare. Poteva essere lo zio e io non volevo vederlo. Al solo pensiero mi veniva da piangere e strinsi gli occhi per fare andare via la sua immagine.

    – Hai intenzione di stare qui per molto? – sentii chiedermi. Nessuno conosceva il mio rifugio, tranne lui: Marcello. Sollevai le palpebre e alzai la testa, mio cugino mi guardava dall'alto dei suoi due metri.

    – Ci starò tutta la vita! – replicai, distogliendo lo sguardo.

    – E per fare cosa? – si sedette di fronte a me, c'entrava appena dietro la libreria.

    Non avevo una risposta alla sua domanda, io che chiacchieravo continuamente, avevo seppellito le parole nella stessa tomba di mio padre.

    – Ehi, principessa, allora? – riprese Marcello, pizzicandomi sotto al mento.

    – Ahi, lo sai che mi fai male, quando fai così! – piagnucolai, portandogli via la mano. Non volevo dirgli che odiavo suo padre, benché a nessuno fosse sconosciuta la mia avversione nei suoi confronti. Chi era Alberto De Santis? Un uomo che in quattordici anni avevo visto solo due volte e sempre perché ne aveva combinata una delle sue e papà aveva dovuto rimediare.

    – Oh finalmente, signorina! – esclamò Amanda, notando qualcuno dietro lo scaffale. Ci raggiunse e restò a osservarmi. Lei era anche più piagnucolona di me, aveva pianto spesso sapendomi senza mamma e ora singhiozzava per il secondo lutto. Allungai le braccia e mi strinsi a Marcello, poggiando la testa sul suo torace, lui portò la mano fra i miei capelli neri e lunghi: – Claudia, ti prometto che ti sarò sempre vicino. Resterò qui e veglierò su di te. – mi giurò mio cugino. Non ci fu verso, però, di restare lì, mi condussero fuori come una bambina. Giungemmo nello studio dove il notaio, Luigi Mango, era pronto per la lettura del testamento e lo zio comodamente seduto sulla poltrona grande a lisciarsi i baffi. Il nostro incontro fu come avevo immaginato: disgustoso! Con quell'aria di chi sa recitare, avvicinò le mani al mio viso ed esclamò – Claudia, mia cara, dolce nipote. – poi mi strinse a sé e affogai nella ciccia della sua pancia. Come poteva Alberto essere il padre di Marcello, mi chiedevo; mio cugino era bello, biondo e simpatico. Mio zio, invece, era brutto, antipatico e soprattutto arrogante. Quelle due uniche volte che era stato da noi, non mi aveva degnata di uno sguardo e ora non potevo pensare che non mirasse alla mia eredità. La recita finì, infatti, quando Luigi lesse il testamento. Io ereditavo la casa e il sessanta percento del patrimonio, Marcello il venti e i domestici il dieci come lo zio. Già questo lo fece infuriare, ma quando sapemmo che, per disposizione di mio padre, sarebbe stato lo stesso notaio a gestire i miei averi fino alla mia maggiore età, la situazione per Alberto divenne insostenibile. Io, invece, mi distesi sullo schienale della poltrona e risi sotto i baffi.

    – È una vergogna! – esclamò Cecilia, la moglie di mio zio, seduta accanto a lui con un gatto bianco fra le braccia: – Questo da Carlo non me lo sarei mai aspettato, per chi ci aveva presi, per dei ladri?

    A questo punto mi alzai e i miei occhi infuocarono quelli di Cecilia perché la odiavo anche più dello zio: aveva sempre criticato papà per come mi aveva cresciuta e stando alle parole della nonna, aveva malgiudicato anche mia madre. Puntai il dito indice verso quella donna dal collo di giraffa e sbottai – Tu non hai alcun diritto di parlare di mio padre e se osi ancora dire un'altra parola, ti sbatto fuori di casa a calci in quel tuo orrendo sedere da papera.

    Oh certo, Marcello avrebbe potuto offendersi, ma di sottecchi mi accorsi che rideva e così il notaio.

    – È assurdo! Come può una ragazzina perbene parlare in questo modo? – replicò Cecilia.

    Avvicinai le mani ai fianchi, sorrisi e dissi – Vuoi sentire dell'altro? Guarda che ho un repertorio molto fornito.

    Alberto si alzò, appoggiò a terra il suo bastone, lo strinse e gridò – Abbiamo sempre ricevuto solo offese in questa casa e il testamento di Carlo ne è una prova.

    Gli risposi con una smorfia. Detto ciò, afferrò la giraffa per un braccio e se ne andò. Io avevo creduto di essermene liberata, ma i guai non erano finiti perché, essendo ancora minorenne, dovevo vivere con il mio parente più prossimo. Con questa scusa lui e la moglie ebete ritornarono e s'impiantarono stabilmente in casa mia, dicendo che dovevano badare alla mia crescita.

    * * *

    Avevo le mani sul davanzale, mi ero alzata sulle punte dei piedi e guardavo il balcone di fronte dove due innamorati si sorridevano felici. Mi fecero ricordare un giovane carrettiere, venditore di vino. Ah, quante mattine ho atteso il suo arrivo dalla finestra! Ma anche lui se n'era andato, chiamato al servizio militare di leva.

    – Come sono belli! – esclamai, sospirando.

    Dal balcone alla mia sinistra sentii delle voci femminili parlare della guerra: dicevano che anche l'Italia vi avrebbe preso parte, ma non diedi peso a quelle parole, ero impegnata a vedere i due fidanzati.

    – Chissà se un giorno avrò anche io un bacio! – mi chiesi, sbuffando.

    – Ciao, Claudia. – disse l’innamorata, sorridendomi. Sollevai la mano e salutai entrambi, poi le voci delle due vicine divennero basse, ma sentii chiaramente dire – È la nipote del fascista.

    Io ero una brava ragazza, ma certe cose non le sopportavo. – E voi siete delle civette, brutte e impiccioni. Resterete zitelle! – urlai. I due fidanzati risero e rientrai in casa, incrociando le braccia sul petto. Ero già stanca di quella situazione, quando il peggio doveva ancora arrivare.

    Alberto era in piedi nell'ufficio di papà con mio cugino e anche loro parlavano della guerra: sembrava che Hitler, nonostante il Patto d'Acciaio, temesse l'entrata in scena dell'Italia al fianco dei suoi avversari e si stava attivando affinché Mussolini si alleasse con la sua potenza.

    Marcello guardava il padre e diceva – Ho promesso a Claudia che le sarò vicino. Non posso lasciarla da sola, ma se l'Italia entra in guerra, potrei essere chiamato al fronte. È già così provata dalla morte del padre, non sopporterebbe di stare sola con voi due.

    – Che cosa le abbiamo fatto per provare certi sentimenti di repulsione? – rispose Alberto.

    – Avanti, padre, non fatemi ridere! Sappiamo tutti e due perché siete qui: per l'eredità e non certo per confortare lei. E pensate che Claudia non se ne sia accorta? Non è più una bambina.

    – Ti sembra bello quello che ha fatto tuo zio?

    – Vi aspettavate che dividesse il patrimonio in due parti? O che vi cedesse di nuovo la vostra parte della casa, dopo che l'ha riscattata da un vostro errore?

    Mio zio fece una smorfia, allungò le braccia dietro la schiena ed esclamò – Meglio che te ne occupi tu di lei. Farò in modo di evitarti la chiamata alle armi.

    Marcello già sapeva a chi si sarebbe rivolto e gli dava molto fastidio, ma non vedeva cos'altro fare per restarmi accanto. Mentre portava una mano alla fronte, sentì il padre ordinare ad Amanda di farmi raggiungere lo studio e con un tono che a mio cugino sembrò troppo autoritario. Dovette ricordargli che la servitù di casa mia non era alle sue dipendenze.

    Nello stesso momento io mi guardavo allo specchio e mi allenavo con i baci, quando Amanda bussò ed entrò, fermandosi a metà stanza.

    – Signorina Claudia, gli occhiali, dove sono finiti gli occhiali? – m'interrogò, innervosita. Sorrisi e mi voltai verso di lei, dicendo – Li ho buttati.

    – Sì, certo.

    Mentre mi raccontava quello che aveva udito di sotto, aprì il cassetto del comò e afferrò gli occhiali. – Ora indossateli e venite nello studio, che vostro zio vuole parlarvi. – mi ordinò. La raggiunsi annoiata.

    – Su, che ho detto a Elena di preparare il vostro piatto preferito. – riprese la mia tata, accarezzandomi la guancia. Appoggiai, avvilita, la testa sulla sua spalla e lei mi abbracciò.

    Scesi al piano terra, portando con me il diario perché così sentivo di avere papà vicino.

    – Claudia, – disse Alberto, in piedi davanti a me – sei cresciuta in modo non adeguato per una signorina. È tempo che tu venga istruita a dovere.

    Aggrottai lo sguardo.

    – Domani stesso andrai in istituto. – tuonò come un ordine.

    – Voi siete pazzo! – sbottai.

    – Vedi, come ti esprimi?

    – Papà, non c'è bisogno di mandarla in istituto. – intervenne Marcello.

    – Non è per niente educata.

    – E non me ne importa! – urlai – Mettetevi bene in testa, zio, che voi non siete qui per comandarmi. Non sono una dipendente delle vostre fabbriche, io sono la padrona di questa casa!

    Alberto fece una risata irriverente, mi guardò, tormentandosi i baffi, e replicò – Siete sotto la mia tutela, nipote, e farete ciò che io decido. Domani andrete in istituto.

    – Non ci andrò, scordatevelo!

    – Claudia, non fatemi arrabbiare. Voi mi dovete obbedienza, sono il vostro tutore.

    – Per la legge, ma per me non siete nessuno.

    Uno schiaffo mi arrossì la guancia; il diario cadde a terra e Marcello corse ad abbracciarmi: – Siete un mostro! – gridò mio cugino al padre. Alberto s'infuriò così tanto che afferrò il diario e accennò a strapparlo; il cuore sembrò balzarmi alla gola. Portai la mano in avanti, ma troppo tardi: poco dopo vidi i fogli volare in aria. In quelle pagine c'era scritta tutta la mia vita con papà e mi sentii come se a essere strappata, fosse stata la mia stessa vita. Gridai disperata un no smorzato dal pianto; caddi sulle ginocchia e afferrai dal pavimento ciò che restava del diario. Non avrebbe potuto comportarsi diversamente per farmi infuriare e il dolore mi fece prendere una decisione. – Bene, vuole stare in casa mia? Ci stia pure! – mi dissi di sera, chiudendo in un sacco tutte le mie cose più importanti. Mi guardai allo specchio e mi giurai che a ventuno anni sarei ritornata e avrei cacciato via mio zio. Per adesso dovevo sparire e togliergli la soddisfazione di comandarmi. Controllando che più nessuno fosse sveglio, scesi al piano terra e vidi solo Elena che sbrigava le ultime faccende in cucina. Raggiunsi in punta di piedi la finestra del salone e lasciai la mia bella casa non senza versare altre lacrime. 

    (Il romanzo è disponibile su Amazon e su tutti gli store, sia digitale che cartaceo) 

  • 07 novembre 2016 alle ore 10:02
    Diario dalla Terra di Nessuno

    Come comincia: Camminare senza meta permette di non segnare luoghi, è un vivo attraversare. Lo sguardo abdica da un regno mai posseduto. Gli occhi ereditano solo preziosa curiosità e la caleidoscopica possibilità di fare tutto nuovo. Incroci uno sguardo, un sorriso di circostanza, ma l’altrove è ad un passo. Sei in mezzo ad una miriade di persone … cosa si pretende da un sabato trasteverino pieno d’astri in lontananza? Ho troppi smarrimenti da recuperare per permettere all’orientamento qualsivoglia autorità.  Ora la memoria intreccia ricordi e immaginazioni, il riconoscere vuole cedere il passo a spazi nuovi. Nel qui di mura bianche e finestre ricolme di rampicanti incede la perdita tanto ambita. Voglio far mattino dopo aver ballato di tutto, come cantava Paolo Conte. Tutto intorno cade in un misterico silenzio: le voci sfumano, l’artista di strada ora fa volteggiare stelle. Mi faccio leggere la mano da una ragazza scalza che mi ruba il cappello e mi sorride. Mi chiede il nome e con un bacio sulle labbra se lo mette in testa stringendosi al collo. Ha le gambe sottili e snelle, si copre il volto con i capelli lasciando nudo un sorriso infinito.  Alza la gonna fino alle cosce e mi gira intorno senza parlare, mi rimette il cappello in testa con un altro bacio e va via girandosi di tanto in tanto per guardarmi e incantarmi. Non le ho detto il mio nome. Non è una notte fatta per riconoscersi.  
    In questo deserto d’anime ora tutto può accadere! Un’iniziazione profana è avvenuta; una splendida vestale che strega bocche e asciuga lacrime con i suoi capelli ha aperto i cancelli della terra di nessuno.  Chiudo gli occhi per riaprirli espirando, il cuore mi tormenta con i suoi capricci: non è più un battito ma un fluttuare insano e stanco. Sento uno scrosciare di fontana, qui è altrove e ogni dove. Ora questi luoghi sono il “qui” di Banquo,  l’inevitabile lontananza da Forres per scampare ad una profezia.  Di quest’isola non segnata in nessuna mappa  Robinson non può farne occidente:  mattoni, fiumi e ponti non vogliono nomi. Non resta che camminare in questa prigione di bellezza e incanto con la speranza che la memoria non prenda presto il sopravvento. Camminare nella terra di nessuno è fuga, anche se l’inevitabile ci resta accanto. E’ deserto mai troppo ostile per chi cerca l’oblio da sé. Un labirinto che accoglie e trasmuta per desiderio di chi lo attraversa, ma non è mai sosta, né pace.  Come può avere tale vastità per recinzione l’infinito solo le solitudini lo sanno, ma le loro sorde grida nessuno può ascoltarle. Non è solo spazio, perché mai può essere un luogo, è una risonanza sottile ed estesa, un’ assenza aperta e insanabile divenuta nostro malgrado dimora.
    Un nuovo fluttuare, un’onda bassa e sorda del cuore mi spaventa e risveglia d’improvviso. Sono tornato da un incalcolabile errare al punto di partenza. Solo, in un mattino straziato da un’alba vermiglia e fredda. Più nessuno intorno a me.
    “Me lo regali il tuo cappello?”, mi sento dire in lontananza alle spalle. Anche lei non è andata via, o forse non mi sono mai allontanato io, e con le scarpe in mano si avvicina a me  puntando i piedi a terra come una gatta. I suoi passi non fanno rumore tra i sampietrini lucidi di mattino. Con un sorriso mi tolgo il cappello e glielo porgo, lei lo prende, lo mette al contrario e con il suo infinito sorriso mi chiede: “adesso mi racconti dove sei stato”? 

  • 03 novembre 2016 alle ore 15:21
    Non è sempre stato tutto così, papà

    Come comincia: Poi una mattina ti svegli e guardi delle nuvole bianche e piangi come se piovessero loro dentro te.

    Piangi le lacrime che avevi lasciato ad asciugare all’alba dell’indifferenza, sorta per anni, giorno dopo giorno dopo giorno.

    E vorresti che qualcuno la baciasse quella pioggia e, baciandola, l’asciugasse via.

    E quando ho sete e non ci sei, a volte, e mi sento troppo solo, di nascosto, bacio la pioggia per averti ancora qui.

    Non è sempre stato tutto così, papà.

    Non siamo sempre stati due muti di spalle.

    Porto il tuo sangue nelle mie vene. Mi tiene sempre caldo, anche quando fuori è freddo, e tu non ci sei, non ci sei quando vorrei due braccia forti, di uomo, vorrei un uomo che mi dica ci penso io a te.

    Non è sempre stato tutto così, papà, tutto così grigio tra noi.

    Non avrei mai immaginato di laurearmi senza sentire il battito delle tue mani enormi e callose, le mani di un uomo che ha girato il mondo.

    Non avrei mai immaginato di mettere un figlio al mondo e non vedere la tua faccia, e metterne al mondo un secondo ancora senza te. In fondo, loro due sono la memoria che il mondo conserverà di te, più a lungo di me. Anche il piccolino, che ha le mani di un uccellino, un germoglio per bocca e due gocce di mare azzurro per occhi, così fragile, così indifeso, anche lui è un numerino nella sequenza di Fibonacci legato a doppio filo a te, possibile che tu non senta il richiamo del DNA?

    Non è sempre stato tutto così.

    Te lo ricordi, quel giardino?

    L’albero che mi scelsi, il melograno, quello più spelacchiato.

    Quelle foglie che volteggiavano, con cui mi insegnasti a costruire barchette da varare in pozzanghere di fango, dopo che aveva piovuto, quelle foglie mi pare di sentirle ancora alitare il loro canto frusciante, mentre i raggi del sole, filtrandovi attraverso, disegnavano arabeschi mossi dal vento sul pavimento della nostra cameretta, affacciata sui rami.

    Te le ricordi, le giornate di pioggia, quando volevi partire, ti si leggeva dentro che volevi ripartire, non vedevi l’ora di prendere l’aereo che avrebbe solcato quel cielo che rovesciava su di noi tutta quell’acqua, larga e fragorosa, te lo ricordi, papà, te lo ricordi, come pioveva e come le gocce rimanevano appese sul dorso delle foglie, e dei rami, a punteggiarli di dune liquide che cadevano al primo soffio di vento, picchiettando la ringhiera del balconcino e zampillando giù, e tutte quelle macchie d’ombra sul porfido, te lo ricordi papà?

    Te la ricordi, quell’unica volta che mi portasti fuori, su quel fiume, appollaiati su quel ramo inclinato sul greto, ipnotizzati ore a vedere l’acqua scorrere via? Te lo ricordi, papà?

    O non sono stato niente nella tua vita?

    Quante notti ho aspettato.

    Quante notti ho pregato che un aereo partisse dall’altro capo del mondo per portarti a me.

    Quante notti ti ho cantato a me.

    E quante promesse. Quante promesse non hai mantenuto. Quante volte mi hai promesso quella maledetta macchinina a motore, e ogni volta che tornavi una scusa nuova che però, anziché smorzare, intensificava l’illusione (l’hanno finita, l’hanno venduta, l’ho ordinata ma deve arrivare, si è persa per strada, me l’hanno rubata).

    E però a chi volevi tu hai saputo regalare persino una casa, lasciando noi a pregare il nostro “padrone” un altro mese ancora, ci dia un altro mese ancora per saldare l’arretrato.

    E ci sono giorni che mi manchi, anche se non so più chi sei, se sei davvero il mio papà, se posso chiamarti ancora così, non lo so se sia giusto o no, ma mi manchi, mi manca il mio papà, mi manco io in realtà, mi guardo allo specchio mentre aggiusto l’ennesimo giocattolo alla mia principessa, che pende dai miei occhi, piena di speranza che il suo papà ancora una volta aggiusti tutto, e mi chiede “Me lo aggiusti, vero papà, che me lo aggiusti?” anche se è un’impresa impossibile, e io faccio anche l’impossibile pur di non deludere quegli occhi carichi di speranza, mi guardo e mi dico che mi manca un papà come me, ti sembrerò arrogante, ma era questo tutto quello che volevo, un papà come me.

    Sai quella casetta di legno che c’era in Africa? Te la ricordi?

    Al rientro in Italia mi promettesti che me l’avresti fabbricata.

    Stanco di aspettare per tanti anni, sai cosa?

    L’ho costruita con le mie mani.

    Una casetta bellissima, alta quanto me, con le finestre sui lati, la porta con lo spioncino, l’abbiano al piano superiore.

    Tutto proprio come me l’avevi promesso tu.

    Non le ho detto nulla alla mia bambina, l’ho costruita di notte, quando lei dormiva, e poi una mattina era lì.

    E nei suoi occhi ho visto me, e ho visto te, ho visto tutto quello che non sei stato mai.

    Ho visto tutto quello che non sei riuscito ad essere mai.

    E quando cadevo in quel giardino, e mi sbucciavo le ginocchia, rimanevo piegato a piangere, e tu mi dicevi corri, avvo, corri, vieni qui.

    E io correvo e non piangevo più, perché sapevo che avresti aggiustato tutte le cose.

    Ma mi sbagliavo.

    Mi sono sempre sbagliato.

    Ma non è troppo tardi.

    E anche se mi hai pugnalato un milione di volte, e anche se di seconde possibilità te ne ho date più di una, e ogni volta sei scomparso, temo che rimarrai sempre il mio papà.

    E se tu tornassi, tornassi a me, io non ti scaccerei, perché sei dentro di me, nella notte, in fondo in fondo, dove tengo chiusi a chiave i giorni dolorosi, ma ci sei, e se tu apri la porta, non importa quanto in fondo alla notte stai, se tu apri la porta, la luce filtrerà.

    E saremo ancora un figlio e suo papà.

  • 02 novembre 2016 alle ore 11:00
    Il Loop del Canarino

    Come comincia: Dotti lacrimali. è una bella combinazione di parole, è come se le lacrime si fossero riservate un posto ben specifico e poetico, del resto il naso non si chiama mica dotto caccolare, si chiama Naso e lascia tutto un pò nell'incertezza, nell'ambiguità, dai dotti lacrimali può uscire solo una cosa, questo in un modo o nell'altro li rende unici, come una meraviglia, come un neo in un posto specifico del viso, per esempio un pò sopra il labbro superiore, a disegnare una specie di coordinata, un'isola tra le labbra e gli occhi. un posto specifico. che sembri a portata di mano, facilmente raggiungibile, quel posto che quando hai l'impressione di averlo trovato scompare tra mille indecisioni e scelte sbagliate e in parecchie pagine di vecchi diari.
    Ricordo un giorno di Febbraio, la luce era chiara, entrava dalla finestra aperta, eravamo al quarto o quinto piano e ci stavamo rivestendo in silenzio, senza dire una parola, sotto la città scorreva, scorreva come in un film americano, senza sosta, piena di ritmo, piena di tragedie e di storie molto più avvincenti di due che si rivestivano in silenzio e respirando pesantemente per rompere quel dannato e ostinato silenzio, per rimarcare di non avere nulla da dire, mettendo tra di loro un letto a due piazze che sembrava enorme, la moquette sotto i piedi umidi di sudore, l'acqua che si riscaldava e lasciava correre le gocce sul suo corpo di bottiglia poggiata sul comodino, il telefono pieno di polvere, un libro letto a metà.
    Sostanze psicotrope, anime inquiete, solitudini talmente tanto cronicizzate da voler restare tali, non c'era tempo, non c'è mai stato tempo per amarsi sopra ogni cosa, ognuno deve avere la sua vita, ognuno ha sempre e soltanto avuto la sua vita.
    Io e lei non ci siamo mai più parlati, di lei mi è rimasto per un pò l'odore sul cuscino, ma poi per forza di cose ho dovuto cambiare le lenzuola, è rimasto solo un bel ricordo che certi giorni sembra bellissimo e certi altri completamente innocuo.
    A volte mi chiedo perché non sono capace di amare, oppure soltanto ad affezionarmi ad un animaletto, non riesco nemmeno a seguire una serie tv o un film, nemmeno ad ascoltare un disco per intero. cerco la perfezione ma tutto mi delude, cerco di essere sempre al di sopra di tutto, e per questo non capisco gli errori che faccio.
    Come un canarino incapace di morire e continua a non vivere dentro la sua gabbia a cantare vergognandosi di saper fare solo quello, un loop fissato tra un punto e l'altro di un minuto e trenta secondi che a volte vuol dire tutto e molte altre volte è solo rumore, un rumore scritto bene ma sempre solo un rumore, e gli anni passano e i ricordi sono sempre meno precisi e più dolci più lievi, molto meno dolorosi.
    C'è una simmetria che mi disturba tra i due palazzi che vedo dalla mia finestra, mentre il vino rosso tinge un pò il bicchiere dozzinale, il più totale silenzio, dovrei smettere di scrivere, dovrei smettere di fare finta che questa sia la vita giusta per me, se continui a scrivere dopo un certo periodo o sei terribilmente bravo o sei un illuso. io sto scrivendo questo film da anni, ma nel frattempo nella mia vita ha smesso di succedere qualsiasi cosa, e uno non può inventarsi tutto, e mi sento come quel canarino incastrato nel loop.
    Sono in uno stato di reclusione volontaria, e per quanto io possa sforzarmi non ho idea di come sia New York, e sinceramente non ho nemmeno voglia di inventarmela. tempo fa scrivevo in un bar con una grossa vetrata che dava sulla strada, poi ho smesso, la vita fuori dal vetro era sempre uguale, forse è questo che uno dovrebbe capire in fretta, in fondo la vita è sempre uguale, che tu sia dietro il vetro o davanti.
    Ad esempio una cinese che cammina in salita lungo una strada bagnata potrebbe essere uno spunto, è vestita all'occidentale ha un paio di stivali neri, un maglione nero, un giubbotto pesante e umido di pioggia, ha la faccia stanca, di una che non è molto in forma, di una che sta subendo la salita e che sa che non è una di quelle salite metaforiche che ci sono nei libri, ma solo una salita fisica, tangibile e faticosa, si potrebbe essere un buon inizio.
    "La cinese arrancava lungo una salita, la strada era bagnata i lampioni intermittenti, nessun destino speciale la attendeva dietro la salita, ma solo una breve pausa per riprendere fiato."
    si direi che può funzionare.
    E Nel frattempo ? nel frattempo il silenzio, la polvere che si deposita sulle cose, la solitudine, la musica sempre uguale, sempre saltando da una traccia all'altra senza soluzione di continuità i demoni, le vecchie foto, i vecchi ricordi. e nel Frattempo è tutto sempre uguale e il cursore del pc che lampeggia in attesa di qualcosa che non va oltre quello che ho già scritto, volevo fare un film per dire al mondo chi sono, ma adesso non sono sicuro che al mondo interessi, il caffè si è irrimediabilmente freddato, chissà che ore sono.
    A volte è tutto così difficile, vorrei vivere sempre al tramonto, con quella lentezza che prende tutto, con quella assoluta perfezione che crea ispirazione, che crea amore, che crea tutto quanto, vorrei vivere alle sei del pomeriggio senza occhi cisposi, con una bella birra ghiacciata e tante cose da dire, tantissime cose da dire e da leggere ad una folla che non mi ascolta ma che comunque è li a guardare, perché tutto sommato potrebbe anche andare bene così, come quella volta che ho perso una settimana della mia vita, in quella settimana non credo sia successo niente, mi sono ritrovato più vecchio di sette giorni senza averne vissuto alcuno.
    Ritorniamo alla cinese che arranca, al racconto che dovrei scrivere, alle voci che non sento più, al talento che non mi accompagna, dove sono finiti i miei sogni preferiti, da quando non respiro aria nuova ?
    il Mondo per quello che ne so potrebbe essere un grande cimitero, le case dovrebbero essere abbandonate, un paio di anni fa la Tv parlava di panico nelle piazze, di virus violenti, di morti apparenti, di cadaveri che camminavano, un paio di anni fa la Tv funzionava, le mie scorte di caffé e vino erano imponenti, adesso stanno dirigendosi inevitabilmente verso la fine. Per quello che ne so potrei essere l'ultimo uomo sulla terra, per quello che ne so potrei essere rimasto l'ultimo canarino sulla faccia della terra.  
    Ma se io fossi quel canarino e mi aprissero la gabbia uscirei ? abbandonerei il confortante Loop, smetterei di cantare ? smetterei di riempire pagine e pagine con le stesse identiche frasi sempre uguali, è Lecito credere che la cinese che arrancava in salita sia solo un ricordo o un sogno, dalla finestre non si vede niente da anni, c'è troppa nebbia, troppo fumo, troppa morte, eppure la porta della mia gabbia è li, li a pochi passi, posso sempre tornare a casa se voglio, se posso, se ci riesco. La cinese aspetterà, è già impressa su foglio elettronico è impressa mille volte su foglio elettronico, quella salita sta durando un'eternità, e dopo quella salita c'è un'altra salita, è dura essere la protagonista di un racconto che non finisce mai.
    Il mondo fuori.
    La scala è lercia e cade a pezzi, l'ascensore è bloccato al piano di sopra, non sapevo nemmeno ci fosse un piano di sopra non lo ricordavo più, la scala è piena di scritte, scritte stupide, una recita " I Just want something i can never Have" sembra adolescenziale, sembra anche troppo disperata per essere adolescenziale, ma sta li sul muro di fronte a me, vergata in rosso a lettere rotondeggianti, se fossi in un fumetto sarebbe una bel disegno, continuo a scendere le scale e ad ogni piano che scendo l'abbandono è più palese, non ho incontrato nessuno, suppongo non incontrerò nessuno.
    nel mio appartamento il cursore lampeggia pronto a scrivere la prossima parola, la cinese del racconto continua a salire e salire, in un enorme paradosso di salite senza fine, come un loop, come un canarino che canta perché non sa fare altro, come me che scendo le scale in continuazione e di piano in piano mi accorgo della distruzione, attorno a me, della solitudine e della nebbia che inizia a farsi strada tra le scritte e i neon fulminati. il pavimento in alcune parti è frantumato, gli alberi sono entrati al secondo piano sfondando le finestre e le porte degli appartamenti.
    Mancano pochi passi, sono pallido come un cadavere, il sole non entra più dalle finestre, c'è troppa nebbia, sono passati anni dall'ultima volta, l'ultima volta il mondo esisteva ed era fastidioso.
    Pochi passi, bastano pochi passi e le prime automobili distrutte contro le facciate dei vecchi palazzi, bastano pochi passi per rendersi conto che non esiste il giorno dopo da almeno un centinaio di anni, siamo cristallizzati, imprigionati dentro un Martedì la natura si sta riprendendo tutto, le librerie non esistono più, niente esiste più alcuni incendi bruciano ancora, l'aria è satura di fiamme, l'aria è satura di nulla.
    Quando sono rimasto solo ? come ho fatto a non accorgermene, quanto si deve essere stupidi e distratti per non rendersi conto che il mondo è finito. quanto bisogna fingersi presi da altro per non rendersi conto che dal cielo sono piovuti giù i satelliti ?
    Non ci sono cadaveri, non c'è più niente, si è realizzato quello che i malati di noia profetizzavano da decenni. i Morti hanno camminato sulla terra, qualcuno lo ha scritto su uno scuolabus giallo, qualcuno ha trovato il tempo di avvertire tutti di qualcosa di cui tutti immagino si erano accorti.
    Piangerei se qualcuno mi mancasse ma non conosco nessuno, non ricordo nessuno da piangere, potrei dispiacermi per qualche scrittore, ma suppongo che se i morti abbiano camminato sulla terra anche chi era degno di stima sia tornato a distruggere quello che lui stesso aveva creato.
    Il mondo ha distrutto se stesso, e non c'è più modo di fuggire, il mondo ha inghiottito il suo loop e si è digerito, il cane si è morso la coda, e finalmente tutto è finito.
    La nebbia, il fumo, il sole che non spunta dalle pesanti nuvole, sembra che abbia appena smesso di piovere.
    E io sono l'ultimo rimasto sulla terra, e le mie scorte di caffè sono le ultime scorte di caffè ero talmente impegnato ad essere solo che non mi sono reso conto della distruzione e del panico, nessun vicino mi ha avvertito, non ho lottato per sopravvivere e questo è quello che mi rende più triste, che il panico più assoluto non si sia accorto di me, nemmeno di sponda, nemmeno un proiettile rimbalzato male, un colpo vagante, un morto che abbia avuto voglia di sfondare la mia porta.
    i Manichini dei negozi di abbigliamento hanno resistito, alcuni sembrano sorridere, il mondo adesso è loro. Si può dire che abbiano vinto senza muovere un muscolo. Lo stesso si potrebbe dire di me ma io non ho vinto. io sono rimasto l'ultimo perché nessuno si è preso la briga di scegliermi nemmeno come vittima.
    Il niente che ho visto mi è sembrato abbastanza per oggi, magari tornerò a guardare tra dieci anni, tornerò a vedere quello che resta come chi alle feste arriva sempre in ritardo.
    Il caffè sulla scrivania è più freddo di quanto possa essere consentito di essere freddo ad un caffè il cursore lampeggia e la cinese arranca in salita per il centesimo rigo, con allineamento giustificato e interlinea a 1,5, nemmeno per un secondo mi chiederò se ne vale la pena, la risposta sarebbe no. e preferisco rintanarmi nella ripetizione metodica delle cose, preferisco cantare in continuazione che rendermi conto di essere l'ultimo uomo sulla terra e non essermi accorto dell'apocalisse.
    Preferisco fare la parte del canarino e lasciare il mondo ai manichini. 

  • 02 novembre 2016 alle ore 9:35
    LA MIA INFINITA MALINCONIA

    Come comincia: Ieri ho trascorso un po' di tempo con mia figlia che adesso ha 45 anni. Mi sono stupita di quante cose ci siano ancora sempre da dire, nonostante noi due abbiamo parlato tutta la vita. Lei si è tolta qualche sassolino dalla scarpa, rispetto a fatti relativi
    alla sua infanzia, alla scuola, alle incomprensioni e ingiustizie subìte certe volte, visto che io credevo sempre agli insegnanti e mai a lei. E' stato un confronto come tanti altri, leggero e senza recriminazioni, perfino allegro in qualche passaggio. Poi lei se n'è andata. Io però mi sono trovata messa di fronte ai miei limiti di allora, come madre, come educatrice, come "ascoltatrice" di mia figlia. Ero proprio un bel disastro. Sono rimasta per tutta la sera impigliata nel percorrere a ritroso il cammino fino all'inizio, fino alla sua nascita. Nel letto prima di addormentarmi mi sono accorta che mi scendevano le lacrime e così mi sono detta: abbi il coraggio, abbi il coraggio di pensarci, di tuffarti in quel periodo, il terribile periodo della sua nascita. Abbi il coraggio di ricordare chi eri tu: una giovanissima selvaggia, irresponsabile e recalcitrante a qualunque tipo di regola,
    ad ogni imposizione, una persona che viveva "secondo natura". Tutto ciò che accadeva, accadeva e basta. Era giusto che fosse così. La nascita? La nascita era un fatto che seguiva le leggi di natura quindi perché preoccuparsi, perché informarsi, perché andare dal ginecologo? Forse il ginecologo mi vide due volte in tutto il periodo. Attendevo tranquillamente che la mia bambola (o bambolotto) venisse al mondo, quella bambola che avrei coccolato, pettinato, vestito e spogliato, proprio come facevo quando
    giocavo da piccola. Quando tornai a casa dall'ospedale mi resi conto che il mio sogno si era concretizzato all'improvviso nelle sembianze di un esserino urlante del quale io non capivo assolutamente nulla. Io non sapevo cosa fare, sapevo solo che la sua voce
    potente mi penetrava il cervello come una lama e mi sembrava di impazzire: lei piangeva sempre, non dormiva mai, e io piangevo sempre e crollavo con lei in braccio. Non sapevo niente, come tenerla in braccio, come cambiarla, ma soprattutto come capire ciò che voleva e come farla stare zitta. La mia tristezza era così profonda, la mia malinconia così infinita, il senso di solitudine così devastante! Suo padre non c'era mai e quando c'era, invece di aiutarmi, se la prendeva con me che "non ero all'altezza". Come se io non me ne rendessi conto! Io e lei, lei e io. In quella casa in collina, lontana dal paese, lontana dalla gente, dove non si poteva nemmeno uscire a fare la spesa perché intorno non c'era niente. Cosa c'era in me che non andava! Perché vedevo soltanto mamme contente con il loro bambino in braccio, ed io invece ero così infelice? La mia bambina, così tanto desiderata, era finalmente una realtà eppure io pregavo soltanto che si addormentasse per potermi riposare il cervello.
    Dove erano le gioie della maternità? Dov'era la mia bambola? E io chi ero? Ero una madre indegna?
    Ieri sera mi sono detta: però poi ne sei uscita, come hai fatto? Non lo so, non ricordo come ne uscii, forse ero più forte di quanto io stessa immaginassi. 
    So soltanto che quando mi sono addormentata le lacrime scendevano ancora a suggellare l'unico ricordo che mi è rimasto di quel periodo: la mia infinita malinconia.

  • 29 ottobre 2016 alle ore 22:52
    La paura del “Profondo Preziosissimo”.

    Come comincia: Un istante, un prezioso accadere e l’assenza.  L’incommensurabile tragitto di una Perseide si raccoglie e declina nelle notti d’agosto. Dolorosa allegoria …  si esprimono desideri  in un istante di inesorabile dissoluzione.  Per strada la notte inizia a farsi pace e l’odore della pelle prende il posto di quello del giorno.  E’ un odore che non sentiamo più. Un’altra assenza. Un nuovo esilio da qualcosa che ci è stato donato. Percorrersi in un volo radente di labbra è un’evoluzione ardita di notte. Eppure gli amanti lo fanno ad occhi chiusi. Saltimbanchi nudi ai piedi delle stelle si stringono i capelli e i fianchi con la disperazione di chi annuncia l’ultimo degli ultimi spettacoli. Soli, impauriti e tremanti davanti a una platea d’infinito.  La notte li accoglie come una madre,  lei nutrice stringe il suo seno verso l’alto per offrire un’esplosione di luce a quelle pelli di luna, a quell’incanto di vita in silenzioso tormento.  
    Lì danzano, si fanno spazio gli uni negli altri nelle loro anime. Lì delizie, tormenti, delusioni, stanchezze, paure prendono istantanee forme e si dissolvono tra mani che si intrecciano, visi che si accarezzano.  Tutti fantasmi in fila che tamburellano nei cuori impazziti nell’attesa di una redenzione, di una arresa salvezza.
    Al di là delle tende brune l’alabastro di un mattino lontano ricorda ancora troppo la maledizione del giorno … quella che chiamano vita. Ogni paura è pronta ad emergere agli angoli estremi della notte, eppure basterebbe dare ad ogni mattino il nome dell’altro per dissipare ogni minaccia. Ora ogni fremito è spezzato da un domani già incarnato come quotidiano nell’anima. La condanna dell’indifferenza è vicina e senza appello.  
    Ormai la notte non è più madre ma … attesa. Ha perso la sua maestosa pace, abdicata, umiliata da troppi silenzi.  Non basta stringere al seno un viso segnato da lacrime mai versate, né accogliere tra le mani spalle raggelate dal timore di perdere ogni cosa, persino se stessi. Le mancate promesse restano sempre mantenute. Restano  vive sino a soffocarsi nel tempo sospese in un lacrima d’ambra, in una bolla iridescente d’opportunità mancate e parole non dette.
    Ora si aspetta l’odiato giorno come una salvezza feriale, un desiderato accomiatarsi, come lo spezzarsi di un incantesimo che intreccia cuori abitati dalla consolatoria illusione di essere liberi solo in solitudine. Va bene così. Il prezzo è troppo alto e l’esito … incerto. Ma resta nelle anime come una tenera maledizione il sapore della notte. il risplendere di fianchi e sorrisi. Resta il marchio di una celata fattura, di un incanto di baci e istanti che lega all’ignoto il mai stato, il passato alla ottenuta assenza per una libertà amara.
    Forse due anime, un giorno, riusciranno, con infinita grazia, a saper attendere il mattino, trasformando le loro parole in gioielli, declinando insieme versi amati e condivisi. Quanta faticosa semplicità per allontanare via dall’anima ogni paura:
    “Perdonami se ti cerco
    Così dentro di te.
    Perdonami il dolore.
    E che da te
    Voglio estirpare
    Il tuo migliore tu.

  • 28 ottobre 2016 alle ore 12:42
    Incongruenze... congruenti.

    Come comincia: Quanti ne devi compiere ad agosto? Sessantasette!? Vorrai scherzare! E tu saresti un'attempata signora che si avvicina ai settanta? Ma guardati allo specchio, anzi, meglio se non lo fai, altrimenti davvero impazzisci nel vedere quanto scompenso c'è tra la tua venerabile età anagrafica e la tua infantile, pazza, incorreggibile, incontenibile e, in fondo, commovente anima bambina. 

    Dai, fai come ti dico io: mettiti seduta, magari proprio davanti ad un grande specchio, composta e concentrata, e ripeti con calma all'immagine che ti osservaun po' imbronciata "Tu sei una donna alla soglia dei settanta, il tuo corpo combatte bene contro l'assalto degli anni, ma non sempre riesce ad eseguire perfettamente i tuoi comandi. Hai dovuto aumentare di una taglia i pantaloni, perché il vitino di vespa era ormai irrecuperabile. L'aspirapolvere è un incubo ogni volta: il tratto lombo- sacrale del tuo rachide protesta già dopo cinque minuti di smanettamento sul parquet. La sera stenti a prendere sonno, se tuo marito russa: ora è più difficile cadere dolcemente e velocemente nelle braccia di Morfeo (la tua anzianità ti dissuade dal cedere facilmente agli abbracci appassionati, seppure del dio del sonno).

    Va bene: ora mi siedo davanti allo specchio e faccio esattamente quello che tu mi suggerisci, o Ragione che non erra!

    Alzo gli occhi e vedo la mia anima bambina che ride e mi fa l'occhiolino.

    E dove pensi di nascondermi? - mi chiede - Copri con un telo questo specchio, alzati e vieni con me. Ho appena intravisto un tramonto dai colori straordinari sui monti. Prendi l'iphone e scatta una foto, che non vada perduto. Se il tempo permetterà, qualche mattina prenderemo la canna da pesca e tutta l'attrezzatura necessaria, e ce ne andremo al lago, come non facciamo da tanto. Anzi, sai che ti dico? Decideremo se andare a pesca o al mare, a camminare a piedi nudi nell'acqua, sul bagnasciuga. Dimenticavo: c'è da leggere quel libro, l'ultimo che hai comprato e che hai messo da parte per dare spazio a lavori di casa che potevi tranquillamente rimandare. 

    Ci sono mille cose da fare: essere felice perché tuo figlio sta per laurearsi, preparare il viaggio per raggiungere l'altro, che ti aspetta, dopo quattro lunghi mesi di lontananza, e non vede l'ora di riabbracciarti; sarà l'occasione per godersi il paesaggio bellissimo dell'Umbria, col cuore straripante d'amore per tutto, per lui, per la famiglia meravigliosa che hai, per la natura, per la vita. 

    E quella poesia che ti solletica il cuore da giorni, come onde del mare quei versi che si accavallano e chiedono di fermarsi finalmente sulla pagina bianca? La luna rossa di ieri sera era uno spettacolo: hai fatto bene a fotografarla, così sarà tua per sempre. La rosa appena invasata, quella color arancio, aspetta di essere innaffiata: dille che ne sei innamorata e ti aspetti grandi cose da lei, mi raccomando.

    Ora, però, alzati e vai a stendere la biancheria: il ciclo di lavaggio è finito da un pezzo. Ma non ti avvilire: di sicuro, mentre sarai lì, sul terrazzo, a stendere, nel cielo passerà qualche nuvola speciale, dalla forma strana, e potrai decidere a cosa somiglia.

    Non dimenticare che ci sono i nibbi, che planano a due a due nel tuo pezzo di cielo. Potrai seguirli con lo sguardo e sorridere, come ti capita ogni volta che li vedi volteggiare nell'azzurro, mentre si avvicinano e poi si allontanano, giocando a rincorrersi e poi a separarsi, per tornare subito dopo vicini, proprio come fanno gli innamorati.

    E continua a sognare, mi raccomando! Se poi non bastasse, senza remore, ti prego, scrivi tutto ciò che ti frulla nella testa e nel cuore. 

    Ricordati sempre che sei incorreggibile, sei una ragazza del quarantanove!

  • 28 ottobre 2016 alle ore 12:34
    Per mantenere una promessa

    Come comincia: Cara mamma,
    che ti avrei scritto ancora l'avresti mai pensato? Sei morta ormai già da oltre un mese, morta per gli altri, e per me molto molto più viva e presente di quando mi chiamavi in continuazione, per confessarmi, poi, rammaricata che avevi dimenticato cosa dirmi. E io, forte della certezza della tua presenza, avrò, magari, anche protestato dolcemente con te, pregandoti di tenere a mente le cose, prima di interrompere una mia qualche sciocca attività domestica.

    E cosa darei ora per essere interrotta! Ma tu non mi chiami più. Mi hai lasciato tutta intera la mia libertà e l'onere di utilizzarla, adesso che ho l'impressione di non sapere cosa farne.

    Ti scrivo da quella che, negli ultimi quattro anni, era diventata la tua stanza. Adesso ha riassunto l'aspetto originario, lo studio ricco di libri e di oggetti, collezionati in un'intera vita di lettrice accanita, docente appassionata, sentimentale scrittrice di emozioni.

    L'ho ritinteggiata e, dove prima era il tuo letto ortopedico, troneggia uno splendido divano color pietra, sormontato da un altrettanto splendido Chagall (sai? quello del "Volo", che piaceva tanto anche a te).

    Mi giro di tanto in tanto, dalla mia postazione web, e guardo, se per caso tu mi stia sorridendo con affettuosa ironia, gelosa come eri persino del computer, che mi distoglieva da te per troppo tempo, quasi fosse "un innamorato". E' che quando ti metti a scrivere, ti dimentichi di tutto - dicevi - anche di me!

    Ma tu non ci sei. Ora c'è il divano e c'è Chagall. Ora posso scrivere, senza rischiare di trascurarti.

    Cerco di non immaginarti nella tomba, perdonami. Lo sai cosa penso io del corpo che si corrompe, conosci i miei progetti per me stessa: nulla deve rimanere, se non la cenere che siamo. Ma tu e papà avete voluto diversamente e così sia. Dovremmo essere meno egoisti quando siamo vivi e pensare che, quando non ci saremo più, quelli che restano continueranno a pensare, a immaginare, a vedere con gli occhi della mente, se coloro che sono andati via rimangono nel loro cuore. Ma non voglio che tu pensi ad un rimprovero, anche se in realtà lo è.

    La lettera che ti scrisse Gra e che non arrivò in tempo perché tu la leggessi, l'ho fatta mettere tra la bara e la lapide, come lui ha voluto, perché tu potessi tenere, nel tuo ultimo giaciglio, anche un segno tangibile del suo amore, come i bigliettini degli altri nipoti, gli occhiali, il pacchetto di sigarette, i due euro per il viaggio, i tuoi immancabili fazzoletti da naso e la fotografia di papà, che baciavi ogni sera prima di addormentarti, chiedendogli quando volesse venire a riprenderti con sé.

    In quella lettera tuo nipote ti confessa il suo timore di non rivederti più, ti dice cose bellissime del presente e del passato, di tutti i giorni di festa trascorsi insieme a te e al nonno, della sua infanzia ricca della vostra amorosa presenza. Ti ricorda le epifanie trascorse a casa vostra, quando il nonno saliva in mansarda e batteva i piedi sul pavimento, per convincere lui e gli altri nipotini che Babbo Natale stava arrivando: bisognava allora rimanere chiusi in cucina, per dargli agio (a Babbo Natale!) di sistemare i doni vicino al caminetto, in sala da pranzo, sotto l'albero. E quanto erano ricchi di ansiosa felicità quei momenti di attesa!

    Scusami ora. Devo lasciarti. Continuerò domani.

  • 28 ottobre 2016 alle ore 10:55
    Innesto

    Come comincia: Lo sai come si fanno, gli innesti? Il contadino incide un taglio su un ramo, poniamo di un arancio, asportandone un pezzo di corteccia. Solitamente in primavera, sul finire del gelo. Poi prende il ramo di un albero diverso, poniamo un mandarino, e lo taglia. Quindi innesta il ramo reciso dal mandarino sul taglio inciso nell'arancio. Se i due tagli sono perfetti, se combaciano perfettamente, se le piogge sono abbondanti e il sole brilla come si deve, dopo un poco nasce un nuovo ramo che non è più un arancio, non è più un mandarino. Ma una perfetta fusione di due dolori, da cui nascono frutti che nessun'altra pianta del mondo potrà mai donare, una specie che non esiste in natura. Tu non mi sei entrata dentro, a ben pensarci. Io non ti sono entrato dentro. Abbiamo solo fatto, sul limitare di questo gelido inverno, un semplice innesto.

  • 27 ottobre 2016 alle ore 12:43
    Essere esordiente

    Come comincia: L’essere esordiente è uno strano essere.
    Un essere mitologico, tipo centauro, con il corpo di uomo e la testa di clacson, però.

    La colpa, tuttavia, non è sua, ma della via che ha improvvidamente eletto a propria strada di vita.

    La via dell’esordiente, infatti, è irta di pericoli, insidie, trabocchetti e organi amari rigidi come  una manichetta dei pompieri, di quelle che se ci sbatti con l’auto sprizzano spuma fino al terzo piano, proprio come un… essere esordiente.

    Dal momento in cui l’essere esordiente (esordiendo, per esser precisi latinorumamente)  pensa “voglio essere esordiente e scrivere un libro”, fino al momento in cui si piazza la prima copia, possono trascorrere anni, giorni o mesi, ma in tutti i casi passeranno mal di testa, di stomaco e sofferenze di fegato.

    Una delle malattie più diffuse, è la calimerite familiare. Nei confronti della propria famiglia, ci si sente brutti e neri non tanto come un singolo calimero, ma come distese di calimeri erranti, colonie di calimeri, pianeti ovulari da cui schiocciano claimeri come funghi da un sottobosco. Sembrerà strano, ma gli ultimi lettori sulla faccia della terra che sborseranno un euro per l’essere esordiente, sono proprio tutti i parenti sui quali l’essere contava.

    I parenti, tutti, dalla mamma al cugino di diciottesimo grado (acquisito per una botta di vita di un tuo prozio in bordello cileno), ti abbordano con domande del tipo “Dove lo trovo?”, e quando tu dici che non è in libreria ma solo su Amazon, li vedi sollevati, perchè hanno trovato un’ottima scusa: “Ah scusa, io non compro niente su internet”. Negli anni, ogni volta che li rivedi a Natale e Pasqua, non ti chiedono nulla, ma se per caso il discorso cade in argomento, fanno finta di non ricordare di averti posto quella domanda sittordici milioni di volte e te la ripropongono già sapendo la risposta e pregustando il loro nuovo sollievo nel dirti che loro, su internet, non comprano niente, altrimenti avrebbero speso fantastiliardi di dollari per te. In realtà, comincio a sospettare che i parenti si aspettino tu prenda in affitto un Boeing, lo carichi di copie, e le distribuisci in giro giro facendole piovere stile aiuti umanitari della Caritas in zone di guerra. Ma tutto ciò solo perchè vogliono la dedica, eh, mica per altro.

    Un altro problema sono gli editor! Non se ne ha una vaga idea, finché non si dichiara al mondo di aver scritto un libro. Ti volano sulla testa con cerchi concentrici, ti chiedono l’amicizia, mandano dieci/venti faccine a stupore ai tuoi post, poi ti pongono mille domande sul tuo capolavoro che ti vien da piangere, manco tu ti sei fatto tante e tanto belle domande. Tu gongoli, sali dieci metri sopra il cielo e già cominci a pregustare il giro in Porsche su un boulevard di Hollywood con Sharon Stone lato passeggero che ti infila una mano nei pantaloni, eccitata dal tuo ultimo best seller, e a quel punto senti uno stridore: “Senti, amico, per il successo c’è bisogno di un editor professionale. Tu ne hai uno?”. E dopo pochi minuti ti arriva un preventivo. La cosa peggiore che possa fare un editor per farsi pubblicità, a mio avviso, non è tanto questo elemosinare un lavoro (se Stephen King ti insegue tipo Katy Bates in “Misery non deve editare” per ottenere i tuoi servigi, forse, amico mio, non dovresti stare a inseguire me, o no?), quanto spiegarti che anche lui, come te, ha dovuto sborsare per farsi editare. A quel punto, googli il suo nome e scopri che i suoi capolavori sono tipo 125.000 in classifica. Come si suol dire, chi non sa fare insegna… e chi non sa insegnare, fa l’editor!

    E, last but not best(ia), gli editori! Io dico, se un editor-e si chiama editor-e, evidentemente, qualcosa con l’editing dovrà averlo a che fare? La dura vita di un essere esordiente ben presto si scontra con una dura realtà: gli editori sono molti meno delle società che si professano editori, essendo tutt’altro. Ti agganciano con i metodi più disparati, con finti concorsi, con poke su Facebook, con email o semplicemente lanciando l’amo sui loro siti web in cui annunciano di essere, eccezionalmente, evento raro mai avvenuto negli ultimi quattrocento secoli, guarda caso, giusto in quel momento, alla ricerca di nuovi talenti, ma devi affrettarti, un po’ come quando il baffo o Mastrota decidono di dare via i loro coltelli magici o i loro materassi rivoluzionari (talmente rivoluzionari che sono trent’anni che sono rivoluzionari…) a un quinto del loro valore. Dopo circa dodici ore dall’invio del manoscritto, eccezionalmente, cosa mai successa prima, ti contattano per dirti che hanno tutta l’intenzione di pubblicarti alla modica cifra di septamila dollari paperoneschi.

    Ma incluso spese di spedizione delle otpamilioni di copie che sono destinate a te, che a quel punto potrai finalmente coronare il tuo sogno: andare in giro a piazzare Tupperware e libri insieme.

  • 26 ottobre 2016 alle ore 13:21
    Grazie

    Come comincia: Grazie ai medici radiologi e medici specialisti che mi hanno diagnosticato prima una piosalpinge poi corretta in sactosalpinge.

    La conclusione comunque era la stessa: intervento in laparoscopia.

    Grazie al medico specialista, luminare della provincia di Salerno, che ha aggiunto: “C’è anche una ciste all’ovaio destro”.

    Grazie al mio medico curante che quando procrastinavo l’intervento mi ha avvertito, favorendo la mia successiva ipocondria: “Se non ti operi muori di peritonite”.

    Grazie a mio fratello, persona molto in gamba e capace, circondato da donne ancora più in gamba e capaci che, informato, invece di interessarsi e capire di cosa si trattasse, si limita ad ironizzare col mio medico curante sulla mia paura di operarmi.

    Grazie a mio marito, meno in gamba e meno capace, anche se 7 anni prima aveva evitato che mio padre venisse squartato da due chirurghi che volevano levargli il duodeno (fu poi operato in laparoscopia per eliminare un grosso calcolo della colecisti), e comunque stanco dei miei tira e molla, che quando gli dico che il chirurgo non mi sembra sia tanto convinto e sono sicura che non mi leverà niente, non mi appoggia nel firmare ed andarmene.

    Grazie al professore ed alla sua assistente che si presentano a me dopo l’intervento, ancora con le mascherine, e con gli occhi che ridono dicono che non hanno trovato niente.

    E meno male che chi mi aveva mandato da lui ne aveva parlato come di una persona molto umana!

    Grazie al mio medico curante che mi prescrive un’ecografia addominale un mese dopo l’intervento da cui risulta due polipi alla coleciste. “Ecco!” comincio a pensare io “mi hanno operata per niente ed ora devo rioperarmi per la colecisti”.

    Grazie a tutti i medici che, un mese dopo, non mi dicono che la mia irritazione alla gola, il senso di peso sulle spalle, i miei capogiri nel piegarmi e nel sollevare le braccia o pesi ed infine il mio svenimento che sembrava un attacco di cuore fossero dovuti a ernia iatale e reflusso.

    Grazie al medico radiologo che un anno dopo mi dice: “Signora, lei ha detto che si è operata ma non hanno trovato niente. Qui c’è una neoformazione”. Grazie alla nuova specialista ed al nuovo tecnico radiologo che concludono la stessa diagnosi dell’anno prima: sactosalpinge.

    Informati dell’intervento dicono: una, potrebbe essere di origine intestinale; l’altro, il professore ha sbagliato l’intervento. E dicono che devo rioperarmi in laparoscopia. “Sentite”, faccio io, con quel poco di cervello che mi era rimasto, “questa cosa ce l’ho almeno da un anno e non mi dà problemi. La tengo sotto osservazione e se cresce ne riparliamo”.

    Grazie alla compagna di mio fratello, persona sempre molto in gamba e capace, con cui avrei voluto parlare di quello che mi era accaduto, ma io per lei non sono nessuno, anzi sono una nemica, e poi lei era venuta per fare pasquetta alla casa al mare dei miei genitori, non per essere seccata con i miei problemi.

    Grazie allo specialista di Pisa al quale il mio nuovo medico curante inviava i casi dubbi che mi conferma: Sactoslpinge. E come gli altri dice che devo risottopormi a laparoscopia.

    Grazie al medico ecografista che un anno dopo fa: “Signora, ma che tiene qua! Io non riesco nemmeno a vedere l’ovaio, ma che dice il suo specialista?”
    Grazie allo specialista che vede un palloncino nel mio addome e conclude che siccome il professore non aveva visto niente deve avere altra origine e che mi consiglia di rivolgermi ad un altro luminare.

    Grazie a mio fratello, sempre molto in gamba e capace, interessato solo che io vada a firmare dal notaio per acquisire l’eredità paterna che, quando gli dico che devo scegliere dove ricoverarmi per accertamenti, mi dice: “Io ti faccio dichiarare incapace di intendere e di volere”. Caro fratello, ma se io ero incapace di intendere e di volere, non avresti dovuto interessarti della situazione invece di preoccuparti solo che andassi a firmare dal notaio? 

    Grazie allo staff che mi induce all’intervento mostrandomi la formazione che si appoggia alla vescica, al colon e sposta l’ovaio verso l’alto scrivendo “potrebbe essere di origine peritoneale, al momento non ci sono processi infiltrativi” ed aggiungono può crescere ancora, diventare inoperabile, può degenerare.

    Grazie a mio marito che non mi dà ascolto quando gli dico: “Questi hanno deciso di operarmi prima di vedere i risultati delle analisi”. Non sapevo che l’avevano terrorizzato dicendo: “Non sappiamo cosa troveremo, potremo dover levare l’utero”.

    Risultato? Mi sottometto ad un intervento “massivo” per levare quello che risulta poi essere un tumore benigno, passato in due anni dalle dimensioni di cm10xcm3 a 12cmx8cm, che, a mio parere, non dava fastidio a nessuno, tranne potermi causare urgenza urinaria quando si poggiava sulla vescica o stitichezza poggiandosi sul colon.

    Grazie al professore che quando gli sottopongo i risultati del suo intervento e di quello del suo collega per prima cosa dice: “Se mi fa causa, la perde”.

    Poi aggiunge: “Io ho levato in laparoscopia tumori anche più grandi del suo. E’ uscito pure sul giornale. Perchè non avrei dovuto levare anche il suo?”

    Già perchè? Perchè quel giorno aveva troppi interventi in programma e non ha avuto il tempo di guardare bene?

    Grazie al professore che mi conferma che quel tumore si individua con semplice palpazione. Sì, sono sicura che Giuseppe Moscati senza ecografia e senza risonanza magnetica all’inizio del ‘900 sarebbe stato in grado di individuarlo e rassicurarmi. 

    Ed infine soprattutto grazie alla mia depressione e scarsa autostima, che proprio all’inizio di questa storia, causate dalla decisione più sbagliata e vigliacca della mia vita, che andava contro tutti i miei principi, hanno fatto capolino facendomi diventare facile preda dell’ipocondria e diventare sottomessa alla volontà altrui.

    Aggiungo grazie ai parenti e vicini che con la loro gioia nel vedermi in difficoltà hanno aumentato la mia depressione ed ipocondria.

  • 23 ottobre 2016 alle ore 11:07
    LE LOLITE CRESCONO

    Come comincia: "Ci hai fatto caso che ad Ambra stanno crescendo le tettine, sta diventando una donnina.""Di testa è sempre una bambina." "Non sono molto d'accordo, tu la vedi da madre io...""Non mi dire che ti senti un po' padre." "Volevo dire da estraneo."
    Andrea, cinquantenne, da poco pensionato della Guardia di Finanza, si stava intrattenendo, insomma parlando, con Arlène sua buona amica, insomma avete capito, sua...Erano le diciassette, un buon tè verde, biscottini usciti dalle sapienti mani, sapienti in senso sia culinario che...di Arlène quarantenne, divorziata, sua dirimpettaia e amante da quando la sua ex consorte, Armida, aveva fatto la valige per assoluta incompatibilità di carattere.Arlène bionda, longilinea era dolce, sopportava il carattere un po' particolare di Andrea e questo era il motivo principale del loro buon rapporto e poi era bravina anche a letto cosa molto apprezzata da un Andreacchio, rimasto un po' cucciolone, insomma un bambinone al quale devi dire sempre di si, inquadrati i due? Bene.Altro personaggio di questa vicenda Ambra, tredicenne sua figlia, molto amica e compagna di classe di Angelica, sguardo furbetto, caratteristica particolare: un sedere a mandolino che l'interessata muoveva con studiata indifferenza. Giudizio dei professori maschi puritani: "Se fosse mia figlia..." degli zozzoni: "Cresci e ripassa!"
    'Ciavete fatto caso che er nome de tutti i personaggi del racconto hanno inizio con la lettera a, no? Be fatece caso!' Scusate il romanesco ma è una frase copiata da uno scheck di Aldo Fabrizi.Ritorniamo alle tettine di Ambra oggetto di interessamento di Andrea."Non è che di botto ti sei scoperto pedofilo?" "Non scherzare, tua figlia è anche mia figlia anche se, come Angelica, mi chiama zio, a me basta la madre, a proposito che ne diresti..." "Direi di no, oltre che lavorare in ufficio chi a casa lava, stira, cucina, fa le pulizie, rifa i letti, scopa, in senso di pulire per terra?" "Lascia perdere prima che ti spunti l'aureola di santa, lo sai che sono ateo." "Stasera pizza alla napoletana di Kamut e contorni vari, niente fornelli accesi, telefona in pizzeria alla tua amica Deborah con l'acca e cerca di non fare come al solito lo svenevole, sei ridicolo!" "Cara Deborah con l'acca che ne diresti di farmi pervenire illeche et immediate la pizza napoletana di Kamut?" "Non abbiamo la pizza illeche et immediate, ti mando solo quella di Kamut." "Come al solito hai fatto una figura ridicola come se tutti avessero studiato latino, a proposito vedi di dare una mano ad Ambra e ad Angelica sia col latino che col francese, a scuola le professoresse mi hanno detto che ne mangiano poco."
    "Forse dipende anche dal fatto che ambedue le due signorine hanno: capelli lunghi a treccia unica posteriore, occhi e bocca truccati, niente reggiseno e dalle maniche corte della maglietta si intravede l'inizio di tettine, pantaloni stracciati lunghi sino al ginocchio, scarpe con troppo tacco ed andatura..." "Stai descrivendo due passeggiatrici romene del porto di Messina, ci vedo un pizzico di gelosia."
    "Hanno suonato al campanello, sta arrivando la pizza 'illeche et immediate', chiama le due mocciose." Avevo dimenticato di dirvi che anche Angelica abitava nello stesso palazzo e quindi era sempre a casa di Arlène. Ambra: "Stasera l'arte culinaria si spreca: anatra all'arancia, pollo alla diavola, scaloppine al marsala, evviva." "Stasera le due spiritosone sono di corvè, tutte e due a lavare i piatti mentre io e vostro zio sul divano a vedere la televisione, c'è Montalbano." Arlène si era vendicata. In fondo ad Andrea la situazione non dispiaceva, circondato da tre esseri femminili anche se due immature si ma sin quanto immature? Un episodio mise in allarme il maschietto della scala A), un pomeriggio: "Vieni a casa mia, le due scimunite sono andate a casa di un'amica, sono arrapatissima."Un volo e subito sotto la doccia. Arlène un corpo da statua greca: 1,75, seno marmoreo misura tre, vita stretta, gambe chilometriche, piedi bellissimi. Quello che più attraeva Andrea era il fatto che la signora aveva punta del seno e labbra della cosina di colore rosato, in passato aveva avuto un rapporto con una negretta e ne era uscito disgustato, insomma era un pò razzista in fatto di sesso.
    Sul lettone,la baby a gambe aperte:"Da dove comincio?" "Non è possibile..."
    "Allora scelgo io: alluci in bocca, sono diventato feticista, la colpa è tua sono troppo belli, come ha fatto tuo marito a lasciare un essere come te, un imbecille!" "Ti rendi conto di quello che dici, lascia stare la filosofia e baciami il fiorellino a lungo!" "Agli ordini, eseguo."Arlène dopo due orgasmi fece cenno di avere bisogno di un po' di tregua che Andrea non concesse entrando in una vagina completamente allagata e arrivando sino in fondo col suo 'marruggio' grande e lungo, la natura era stata benevola con lui. Arlène dopo un altro orgasmo cominciò prima a leccare e poi a mordere il collo dell'amante il quale, da vecchio zozzone cambiò porta d'ingresso con delicatezza ma il calibro era quello che era e Arlène strinse i denti; ogni tanto accontentava il buon Andrea che nel frattempo le procurava un orgasmo con il dito medio sul clitoride, insomma una goderecciata gigante.In pieno post ludio i due sentirono sbattere la porta d'ingresso, Arlène schizzò via dal letto, anche se sua figlia immaginava il suo rapporto con Andrea non voleva farsi vedere in quello stato."Ciao cara sei rientrata presto." "Ho mal di pancia, stasera non mangio, vado in camera mia."Istintivamente quel ritorno prematuro non aveva convinto Andrea, da Ambra c'era di aspettarsi di tutto, non si era sbagliato, i fatti futuri gli diedero ragione."Zietto devo confessarti una cosa."
    "Conoscendoti non sono sicuro di poterti dare l'assoluzione, vai dal canonico della chiesa qui vicina." "Un prete non capisce nulla di sesso perché non ha esperienza in quel campo e poi..." "Ho capito ti sei fatta un boy friend e..." "Niente boy friend ho avuto un rapporto con Angelica, non so nemmeno io come sia successo, eravamo sul letto e ripassavano una poesia che dovevano imparare a memoria quando Angelica mi ha messo una mano fra le cosce, ho avuto un orgasmo profondo molto di più di quelli che provo da sola, sono in crisi." E mò che gli dici ad una tredicenne dal primo rapporto lesbico, vorrei vedere voi. Andrea prese il viso di Ambra fra le mani: "Alla tua età si scopre il sesso etero, a te è capitato il rapporto omo, non porti tanti problemi, nel medio evo gli omosessuali venivano incarcerati e tutt'oggi nei paesi arabi vengono sanzionati con la morte ma devi sapere che, specialmente fra le femminucce, in questi rapporti c'è tanta dolcezza al contrario dei maschietti in ogni caso è una storia vecchia come il mondo, avrai sentito parlare della poetessa Saffo che nell'isola di Lesbo amava circondarsi di belle fanciulle con cui aveva dei rapporti detti appunto lesbici. Rasserenati, sei giovane, stai aprendo gli occhi sul mondo, talvolta ti apparirà strano, accetta le cose come sono, cerca solo di non fare sbagli irreparabili come quello di rimanere incinta alla tua età, può succedere e la tua vita ne verrebbe sconvolta, insomma hai capito, quando hai dei problemi c'è qui il vecchio zio Andrea." "Non sei vecchio!" "Alla tua età consideravo vecchi quelli che avevano pochi anni più di me, insomma hai capito son qua!" Andrea era in crisi non per quello che aveva saputo da Ambra ma sul fatto di far sapere o meno ad Arlène quello confidatogli da sua figlia, perché aveva preferito lui, un estraneo, a sua madre, forse per vergogna; decisione: niente rapporto ad Arlène. Dopo quell'episodio Andrea guardava la due fanciulle con altri occhi come, le vedeva toccarsi vicendevolmente il fiorellino in cui erano spuntati i primi peli. La visione gli aveva procurato un innalzamento di 'ciccio' che lo aveva lasciato perplesso, cosa poteva succedere se durante una lezione di latino la mano sua o di una fanciulla prendeva una direzione 'sbagliata', non voleva pensarci, ne sarebbe venuto fuori un gran casino! "Zietto ti devo comunicare una novità, mi son fatta un boy friend, si chiama Alessandro è figlio della preside." "Bene così avrai la promozione assicurata, sto scherzando, impegnati nello studio, te l'ho detto varie volte nella vita non si finisce mai di studiare, io anche prima di congedarmi mi aggiornavo sulle materie tributarie." "No volevo dirti un'altra cosa, io ogni tanto gli prendo in mano il coso che diventa duro ma è piccolino, con l'età crescerà?" Porcaccia miseria...che atteggiamento prendere: "È una cosa normale per quella età farsi un'esperienza; non c'è nulla di male basta che non combinate guai," ma che guai potevano combinare boh..."Parliamo di altro, è un po' che tu e Angelica non venite a farmi vedere i compiti e a fare un po' di ripetizione, prova a chiamarla." "È a letto con la febbre." Andrea istintivamente capiva che non era il caso di restare solo con Ambra: "Mi hanno chiamato dalla caserma, devo fare delle foto, ciao." Andrea non si era sbagliato, ogni giorno incontrava Ambra sempre triste, per le scale lo salutava appena finché una sera alle ventidue sentì bussare violentemente alla porta d'ingresso, Ambra in lacrime si abbracciò ad Andrea, lacrime sempre più irrefrenabili, finirono sul letto.
    "Quando riuscirai a calmarti vorrei sapere cosa ti sta succedendo, guardami in faccia."
    Ambra non si staccava dall'abbraccio, ci volle del tempo finché "'Tu non sei stato mai per me uno zio, nemmeno un padre ma molto di più. A otto anni, tu eri ancora sposato con Armida, un pomeriggio entrai a casa tua, in salotto, con la scusa di un bicchiere d'acqua allontanai tua moglie e rubai da un album una tua foto in divisa. Alcune mie compagne di classe si accorsero della foto e ridendo mi chiesero se ero innamorata di quel bel giovane in divisa, era vero. Già da allora provavo per te un sentimento profondo che aumentava di giorno in giorno, ero diventata gelosa di tua moglie ma mi è parso d'impazzire quando giorni fa, rientrando in casa prima del tempo ti ho visto mentre facevi l'amore con mia madre, tu nudo, un dio con un coso grosso e lungo che avrei voluto io avere dentro di me, avrei voluto uccidere mia madre, mi chiusi in camera mia e non andai a scuola per una settimana, ora son qua..." Nel frattempo Andrea si era ritrovato nudo spogliato da Ambra che aveva preso in mano e poi in bocca il suo 'ciccio' diventato grosso e duro come non mai per poi dilagare nella boccuccia della ragazzina che seguitava, seguitava, seguitava... Un piacere inaspettato, un ricordo confuso, il cervello annebbiato, senza forze Andrea si ritrovò solo, solo col casino combinato senza quasi accorgersene ed ora? Cominciava ad albeggiare, Andrea girava per casa come istupidito in cerca di una soluzione, non poteva certo far fìnta di nulla, come comportarsi con madre e figlia eh, maledizione a lui era nei guai, Ambra non lo avrebbe mollato visto come si era comportata unica soluzione: la fuga ma dove? Il suo pensiero di rivolse a sua cugina Silvana di Roma che era stata per lui una sorella nei momenti difficili. Via, valige e partenza immediata con la fida Jaguar X type acquistata con i proventi della vendita della villa della defunta zia Giovanna. Durante il traghettamento un buon cappuccino con brioche, una buona boccata di aria marina, era proprio rinfrancato, non si poteva far condizionare da una quattordicenne si ma...uffa per lui era stato solo un pompino ma per lei il suo grande amore? Squillo del telefonino ahi ahi chi poteva essere, basta guardare...Arlène:
    "Ciao cara, ti avrei chiamato io, sono sul traghetto per Villa S.Giovanni, una telefonata di Silvana da Roma, suo figlio Cesare ha avuto un brutto incidente stradale, è ricoverato in coma, lo sai quando c'è un problema siamo sempre a disposizione uno dell'altro, per me Cesare..." "È come un figlio, mi pare che figli ce ne hai troppi in giro, soprattutto femminucce!" "Non ti metterai a fare la gelosona, non è da te, era un po' di tempo che pensavo di cambiare aria nel senso che andrò ad abitare a Cerenova dove Silvana ha una villa e poi se capita l'occasione, chissà al mare con tanta di quella foca..." "Non te ne approfittare perché sono innamorata di te, ciao." Andrea sperava di non ricevere altre telefonate invece...era Ambra, decisione immediata:"Cara ti sei voluta fare lo zio, mi sta bene ma 'semel in anno licet insanire', scrivitelo e traducilo, capirai, ciao."Si era levato un peso ma che sarebbe successo al ritorno? Basta pensare, non aveva avvisato la cuginetta:"Silvana indovina dove sono?" "A letto con qualche mignotta ho indovinato?" "Ci sei andata vicino, poi ti dirò, sono sul traghetto Messina - Villa S.Giovanni, verso sera sarò a casa tua."
    "Mi hai incuriosita, non riesco ad immaginare che porcata avrai combinato, da te mi aspetto tutto." "Mi hai dato dello zozzone e io non ti racconto niente, tieh."
    "Racconti, racconti, stasera andremo nella trattoria 'Urbana' sotto casa, hanno cambiato gestione e cucinano alla grande, ciao." Era un po' di tempo che mancava da Roma, ad Andrea la città gli sembrò diversa anche se nulla era cambiato: casa di Silvana in via Cavour 101, l'edicola all'angolo, l'ingresso di un piccolo albergo, il negozio di frutta e verdura, la macelleria, la chiesa di S.Maria Maggiore, i bar...l'aria di Roma, la sua Roma, dove era nato, mai dimenticata anche dopo i molti trasferimenti in giro per l'Italia. "Fatti una doccia, puzzi come un cane!" "Come saluto di benvenuto non c'è male!" "Sto scherzando, mi fa sempre piacere quando mi vieni a trovare, il racconto dei tuoi casini dopo cena, a stomaco pieno, sei come l'aspirina. Cesare stava bene, abitava per conto suo, ogni tanto cambiava fidanzata, a Messina ne aveva portate quattro tutte alloggiate all'hotel 'Paradise' a spese dell'Albertone o a Panarea presso l'albergo dell'amica Lidia. A cena il telefonino di Silvana squillava a ripetizione causa il lavoro di consulente tributaria e del lavoro, i clienti non gli davano pace nemmeno la sera. "Chiudi stà porcheria e che c..o!" "Aggiornami senza imbrogliare, non ti vergognare io sono come una vecchia mignotta a cui i cosi grossi non fanno effetto!"
    Uberto fu sincero, Silvana non battè ciglio: "Penso che sarai mio ospite a lungo, le lolite sono pericolose poi c'è di mezzo anche la madre, nemmeno Stecchetti quello scrittore pornografo del prima novecento avrebbe avuto la fantasia di un casino totale come il tuo." I giorni successivi Alberto si scoprì turista : stazione Termini, via Nazionale, piazza di Spagna, altare della Patria, via del Corso, fontana di Trevi tutto immortalato dalla fida Canon. Tornava a casa stanco e affamato ma si doveva improvvisare cuoco, Silvana sempre al lavoro non aveva tempo di cucinare ma non gli dispiaceva. Ricordava quando a Montecrestese, da finanziere, in una brigata di confine sopra Domodossola espletava il suo turno di cuciniere. Qualche giorno al mare a Cerenova nella villetta di sua cugina: sulla spiaggia a prendere il sole, cosa strana per lui non sentiva il bisogno di attaccare bottone con qualche baby sola sulla spiaggia, brutto segno non apprezzare più le attrattive femminili! La sera al solito ristorante:
    "Fammi un resoconto dei giorni passati al mare." "Solitudine totale, forse sento ancora lo shock del casino combinato a Messina." "Non è stata colpa tua, ti sei trovato in mezzo tra madre e figlia, non è che ti sei fatta pure la nonna?" Un pomeriggio squilla il telefonino, Arlène, dubbio se rispondere o meno..."Mon petit chou (la baby era di origine francese) sento il bisogno di parlarti, ormai è passato un anno e, come sai, il tempo...La scimunita mi ha messo al corrente, immagina la mia prima impressione, le due persone che più amo al mondo, ho abbracciato Ambra che nel frattempo, ne aveva combinata un'altra: aveva ripreso i rapporti omo con la su amica Angelica, ora pare che la situazione sia tornata alla normalità ammesso che nel nostro caso il vocabolo abbia un significato, non sono una conformista ma...mi senti, dimmi qualcosa, ho bisogno di sentire la tua voce." "Son qua, anche se potrà sembrarti improbabile ma è un anno che..." "Non so se mi faccia piacere o meno, dobbiamo ritrovarci, il tempo passa, o torni a Messina o io vengo a Roma." "Voglio parlarne con Silvana, è il mio 'consigliori', ti farò sapere.""Silvana..." "Ho capito tutto, la tua bella ti reclama ma tu non sai se tornare a Messina o restare qua ospite indesiderato, ci ho azzeccato?" "Alcune volte mi fai impressione, sei una maga, una maga buona che consiglierà |^ÌTtóxAtfeefto-di.."
    "Di fare quello che più desidera, nella tua camera potrei metter un altro letto, scegli tu."
    L'idea di fare il turista per Roma al braccio Arlène era una soluzione gradita, avrebbe anche fatto vedere alla sua bella la casa di via Conegliano vicino S.Giovanni dove era nato e vissuto sino al momento dell'arruolamento nella Guardi di Finanza, decisione apprezzata anche dalla cuginetta. Arrivo alla stazione Termini col cuore in gola da parte di ambedue gli innamorati, valige disfatte e immissione dei vestiti nell'armadio poi la solita cena a tre."Arlène più ti guardo e più mi piaci, non capire male, io apprezzo chi ama mio cugino e mi sembra che tu...A còsi non mettiamola sul patetico, Nando portaci una bottiglia del tuo meglio vino, dobbiamo festeggiare." A casa: "Belli qui ci sono due lenzuola la migliori del mio corredo, sono profumate alla violetta."
    Dapprima timidamente e poi sempre più violentemente a due presero a far l'amore, alla fine spossati: "A coso mi hai distrutto la cosina, ci vediamo fra un altro anno."
    "Non ti ho domandato di Ambra." "È ospite della famiglia della sua amica Angelica, non c'era altra soluzione, io non potrò stare a lungo a Roma, ho solo quindici giorni di licenza." I quindici giorni passarono in fretta, Arlène aveva pronte le valige quando:
    "Aspetta, una telefonata di mia figlia: dimmi tutto cara, come... non so che dirti poi mi informerai meglio quando verrò a Messina, un saluto da parte di Andrea, ciao cara."
    "Allora le ultime novità spero piacevoli." "Bah! Ambra si è fidanzata con un certo Agilulfo, anche se ha un nome impossibile è un ragazzone che conosco, suo compagno di scuola, un bravo ragazzo, di buona famiglia, spero riuscirà a cambiare la vita di mia figlia." "Cara Silvana valige doppie, torno nella città dello Stretto, quando vorrai sarai mia gradita ospite, a proposito tu niente maschietti?" Andrea riuscì a schivare un cucchiaio di legno, l'ultimo saluto della cuginetta.

  • 23 ottobre 2016 alle ore 10:50
    I LICENZIOSI

    Come comincia: I licenziosi chi sono? Senza scomodarvi a consultare il vocabolario ve lo suggerisco io: sono quei simpaticoni che se ne fregano delle convenzioni e, a modo loro, vivono felici.
    La simpatica storia che sto per raccontarvi è vera, non ci credete? Fatti vostri in ogni caso ritengo che la possiate apprezzare solo se avete il senso dello humor, non siete conformisti e soprattutto se amate il sesso!
    Protagonisti: Alberto e Nausicaa (ma voi pronunziatela con una sola a) e poi Massimo con Quinta regolarmente maritati sinché...
    "Che é sto casino, i nostri sovrastanti..." Alberto si era rivolto alla amata consorte commentando il rumore di vasellame sbattuto violentemente per terra e sulle pareti che proveniva dal soprastante appartamento dove dimoravano (non sempre pacificamente) i loro amici Quinta e Massimo. Vi meraviglierete, come d'altronde io la prima volta, quando ho appurato che ad un essere umano femminile fosse stato imposto al posto del nome un numero. Spiegazione: nella valle dell'Esino, fiume vicino a Jesi (An), forse per non scontentare i nonni o per altri ignoti motivi, ai nascituri venivano imposti invece di un comune nome dei numeri bah!
    "Il solito litigio, amore mio pensa ai bagagli." Nau aveva in testa il prossimo viaggio a Parigi e non aveva alcuna voglia di pensare ai fatti altrui.
    Finita la buriana, i due futuri turisti sentirono bussare violentemente alla porta d'ingresso.
    Elettra struccata e incazzata nera aveva poggiato a terra due valige: "Questa è la volta buona, ho trovato un messaggio di qualche bagascia sul telefonino di Massimo, torno da mia madre a Cingoli!" Per i non marchigiani è una località collinare in provincia di Macerata detta balcone delle Marche.
    Con un abbraccio i tre amici si salutarono, ogni frase sarebbe stata inutile.
    Dopo circa un'ora un bussare sommesso alla porta, era Massimo.
    "Siediti, stiamo preparando i bagagli, partiamo domani per Parigi, fermati mangerai un boccone con noi."
    "Massimo, forse avrai capito che questa è la volta buona, quando non va...se Nausica è d'accordo ti invitiamo a venire con noi, conosco un dirigente ali'Alitalia, penso che troveremo un posto anche per te, allegria!"
    Over booking adiuvante, i tre amici si trovarono in aereo seduti in tre posti vicini con in mezzo la femminuccia del gruppo.
    Alberto incallito fumatore di pipa,: "Vado in bagno..."
    Massimo era veramente a terra, occhi chiusi, forse una lacrima, la sua vita sconvolta. Nau gli accarezzò il viso e poggiò l'altra mano sulla coscia del vicino il quale, inaspettatamente, aumentò vistosamente di volume al centro, insomma lì, situazione rilevata da Nau con un sorriso di compiacimento: ancora, malgrado i trentacinque anni, riusciva a sollecitare gli appetiti sessuali dei maschietti. Bacino sulle labbra di Max e poi ritirata strategica, stava rientrando Alberto.
    Arrivo in taxi all'hotel De Ville. Il portiere parlava italiano: "Benvenuti signori i vostri nomi?" Alberto: "C'è un problema il nostro amico non ha prenotato e quindi..." "Spiacente signore, siamo al completo, a ferragosto..." Cinquanta Euro passano di mano da Alberto al portiere il quale: "Forse una soluzione ci sarebbe, mettere un lettino nella vostra camera."
    Panorama stupendo con vista sulla Torre Eiffel, camera abbastanza grande, lettino posizionato vicino finestra. "Massimo molla il muso, siamo qua per divertirci, ti troviamo una bella pollastra e via..." Cena deliziosa innaffiata da un buon Bordeaux che aveva messo in allegria la compagnia, passeggiata vicino alla Senna e poi ritorno in albergo.
    Massimo "Posso farmi la doccia?" "Nau: vai caro noi abbiamo da fare..." e mise in atto l'intenzione. Un doverosa premessa: al contrario di altre femminucce, Nau amava molto il sesso anale e per migliorare la prestazione ...
    Un passo indietro: da una rivista porno acquistata da Alberto aveva notato la pubblicità di due vibratori, uno normale con le solite batterie e l'altro molto particolare in quanto aH'interno cavo era possibile immettere dell'acqua tiepida che poteva venire spruzzata da due simil testicoli che, compressi, facevano giungere al collo dell'utero il liquido in sostituzione dello sperma, insomma un'aggeggio sofisticato che Nau decise di acquistare. Il giorno seguente si presentò dinanzi ad un porno shop e stava per entrare quando vide che come commesso c'era una femminuccia invece del solito maschietto possibilmente omo. Difficile capire quel che passò per la testa alla consorte di Alberto, forse una crisi di pudicizia fatto sta che ritornò a casa incazzata con se stessa.
    Pranzo col muso lungo, alla fine : "Posso aiutare la mia signora?" Nau raccontò l'episodio ed Alberto decise di far lui i due acquisti. Al suo rientro grande curiosità e Nau decise di provare subito quello con lo spruzzo con grande sua goduria. Ritorniamo a Parigi: in mancanza del vibratore la bella si accontentò di un sessantanove e, al rientro nella stanza di Massimo, insieme al consorte andò in bagno per una doccia ristoratrice.
    Al ritorno a letto: "Buonanotte caro, sogni d'oro." E si girò dalla parte del letto di
    Max. All'inizio non ci fece caso poi, allungando il collo, notò alla luce riflessa del lampione sottostante che il profilo del corpo di Massimo aveva come dire, un andamento particolare: al centro si ergeva un alberello piuttosto pronunziato. La signora, accertatasi che il consorte già dormiva della grossa, decise d'impulso di andare di persona a verificare quella specie di cannocchiale.
    Le venne in mente l'inizio di un canto carnascialesco romano: 'Tre palmi sotto il mento ci sta un bel monumento'in questo caso bastavano due palmi...
    Come suo costume, d'istinto decise che voleva prendersi una vacanza sessuale, prese in mano quel coso il quale reagì allungandosi ancora di più, altro che alberello era una sequoia! Come aperitivo un piccolo bacio sulla punta e poi immissione in bocca che praticamente fu riempita, dopo qualche su e giù il ciccio di Max decise che la cosa era molto piacevole e quindi inondò la bocca della signora che apprezzò il buon sapore molto migliore di quello di suo marito. Stava per ritirarsi quando constatò che il cannocchiale non solo non si era ritirato anzi sembrava ancora più lungo e grosso... Decisione: uno smorcia candela (se non sapete l'origine della locuzione ve la spiego dopo) in parole povere decise di cavalcare Max anche se si accorse subito della difficoltà considerate sia la lunghezza e soprattutto il diametro del pene. In passato aveva avuto esperienze con vari maschietti ma mai una bestia di quella portata mai, ci volle del tempo prima di arrivare in fondo. Lo schizzo dello sperma gli ricordò quello provato con il vibratore. A quel punto presa da una frenesia sessuale decisa che anche culino dovesse provare qualcosa di insolito, strinse i pugni quando... Alla fine di recò in bagno dove per sua fortuna teneva una pomata per lenire il dolore, decise che non avrebbe mai più cercato di provare analoga esperienza. Uno strano collegamento di quando era in collegio le sue colleghe che studiavano tedesco pronunziavano ridendo la frase: 'la gatta nel carbone', non aveva mai provato a tradurla in tedesco, provateci voi!
    La mattina si trovò sola nella stanza, raggiunse i due maschietti al bar per la colazione. Il Barman: "La signora gradisce della panna nel cappuccino?" Nau si mise a ridere ricordando lo sperma di Max ingoiato lasciando il marito interdetto per quella risata per lui inspiegabile...
    Un passo indietro: lo smorcia candele era una canna in cima alla quale veniva apposto un cono di alluminio che serviva in chiesa per spegnere le candele poste più in alto, parlo di anni addietro.
    La vacanza dei tre? I giorni successivi vita da turisti comuni: viaggio in bateau mouche quei battelli che 'solcano'la Senna e ti fanno vedere Parigi dal basso, visita di qualche museo (Alberto si rompeva...), anche qualche locale classico per turisti tipo Moulin Rouge, in fondo una noia, solo una certa Nausicaa (con due aa) avrebbe avuto un ricordo indelebile.. "Cara è un bel po' che sei in bagno, si tratta di colite?" "Di culite, di culite maledizione!"
    La gatta nel carbone si traduce in tedesco in: 'katze in der kohle'!

  • 23 ottobre 2016 alle ore 10:07
    MELANIA CRESCE

    Come comincia: Era il 31 marzo 1967 quando la dolce Melania Milafi aveva lasciato il comodo pancino della mamma per respirare l'aria marina della città di Messina dopo che un ostetrico, per dovere professionale le aveva accarezzato, non proprio dolcemente, il piccolo sederino suscitando la arrabbiata riprovazione dell'interessata.
    Il lieto evento tanto desiderato dalla mamma Mara, figliatrice di razza, era stato accolto con gioia dal papà Gaetano, dal fratello Antonio, bel pupone grassottello e dalla sorella Ann detta 'chatte' (gatta) a causa del suo sguardo felino dei suoi occhi verdi che non promettevano nulla di buono per chi osasse contraddirla. La piccola Melania crescendo era attenta a tutto quanto la circondava; sempre calma e sorridente si metteva in agitazione solo a stomaco vuoto ed a pannolino pieno.
    I familiari accorrevano in gran fretta per evitare piagnistei udibili in tutto il palazzo. Una volta soddisfatta la baby riprendeva la normale tranquillità.
    Riconosceva le persone che la attorniavano abitualmente ed alle quali distribuiva larghi sorrisi, non altrettanto bene con estranei accolti con pianti di ripulsa. "Gaetano come ti spieghi che tu e tua moglie, classici esemplari del tipo mediterraneo avete sfornato una figlia biondissima?
    Gaetano, buono d'animo, attaccato alla religione sino allo spasimo, non accettava la provocazione con senso dello humor ed evocava lontani parenti di origine irlandese che sicuramente avevano contribuito a trasmettere le caratteristiche nordiche alla bimba. Mara dalla moralità ineccepibile, non accettava il sarcasmo e fulminava con lo sguardo truce l'improvvido irrisore.
    Melania cresciuta assai viziata, voleva far valere sempre il suo punto di vista talvolta con richieste decisamente stravaganti come quella di voler andare a passeggio di notte. Altra peculiarità, non apprezzata dai fratelli, era quella di cercare l'anima' dei giocattoli, compresi quelli di Antonio e di Anna con la conseguenza di ridurli in uno stato pietoso e di vedersi precluso l'ingresso nella comune sala giochi.
    Un giorno scoprì un passatempo piacevole: a cavalcioni sulla sponda del lettino aveva provocato eccitazione nello strusciarsi il fiorellino con la conseguenza finale di una gradevole goduria alla quale, in seguito, ricorse spesso. Stranamente Melania, sin dalla prima volta, aveva accettato con piacere la novità di frequentare l'asilo; si trastullava con maschietti e con femminucce ma non aveva abbandonato la inveterata abitudine della sistematica distruzione degli altrui balocchi (i suoi erano diventati dei rottami) vezzo non apprezzato dai compagni di giochi.
    Nemmeno le maestre erano immuni dalle sue burlette: una voltatila richiesta di una maestra di andare a prendere una palla rossa, l'aveva scelta di color verde ed aveva ripetuto lo scherzo tante volte sinché convinse la insegnanti che fosse daltonica. A casa mamma Mara ripetè l'esperimento e capì subito che la piccola rompiscatole aveva messo in atto uno dei suoi giochetti.
    Altri problemi erano sorti allorché la deliziosa baby era stata iscritta alla prima elementare: abituata a svegliarsi dolcemente in tarda mattinata, rimpiangeva l'asilo giudicando I scuola elementare un motivo di disturbo delle sue buone abitudini. Mara come il papà Gaetano ed i fratelli dovevano essere presenti al posto di lavoro o a scuola alle 8,30, orario che Melania giudicava antelucano.
    La storia si ripeteva ogni mattina, Melania veniva appoggiata ed in seguiti sbatacchiata sul divano del salone al fin di farla svanire dal sonno.
    Tale comportamento non aveva dato esito alcuno in quanto l'interessata riprendeva placidamente a dormire il sonno del giusto per cui un giorno Mara, esasperata, IOaveva adagiata delicatamente ma con decisione sul piano esterno della porta d'ingresso.
    La mancanza del solito calore, non solo umano, svegliò di botto la piccola sfortunata che capì l'antifona e corse precipitosamente a farsi vestire, con le buone maniere... A Melania si potevano rimproverare tante manchevolezze ma non quella di essere una studentessa negligente. A scuola seguiva con attenzione le spiegazioni degli insegnanti, a casa era scrupolosa nel seguire i compiti assegnatile, i maestri erano entusiasti, i genitori piacevolmente sorpresi soprattutto la mamma che negli studi non era stata eccelsa (aveva preso dal padre).
    La famiglia Milafi era inaspettatamente aumentata di numero allorché un implume passerotto, caduto dal nido, era approdato sul terrazzino di casa. "Dono del Signore" aveva chiosato papà Gaetano, "Rottura di scatole" aveva commentato la più pratica mamma Mara che vedeva aumentato il 'bordellino' in casa.
    Ciccio Pupella (questo il nome appioppato al volatile dal buon Gaetano) cresceva circondato dalle affettuosità di Antonio e di Anna che lo imboccavano con una cannuccia, Ciccio li ricambiava con leggere beccatine sulle mani o sui lobi delle orecchie quando si arrampicava sulle loro spalle.
    Talvolta veniva ristretto in gabbia per evitare che lasciasse in giro le sue 'fatte', evento non apprezzato dall'interessato che non si rendeva conto delle ragioni della sua prigionia.
    Quello che però faceva più incazzare Ciccio Pupella era l'abitudine di Melania di prenderlo in mano e di portalo in bocca subissato di tanti 'bacini'. "Melania non mettere l'uccello in bocca, è un volatile" sentenziava Mara senza rendersi conto del doppio senso...Un giorno Ciccio Pupella, stanco dei continui 'bacini', adocchiata una finestra aperta, divenne uccel di bosco.
    Melania cresceva bene in altezza, anche il seno le era cresciuto prosperoso al contrario della sorella Anna praticamente piatta. In comune le due sorelle avevano gli occhi ereditati dal padre, grandi e luminosi che cominciavano a truccare quando uscivano, di nascosto di mammina. AQUIBNDICI ANNI per Melania il primo flirt con grande frustrazione della genitrici che era in costante lite condominiale con lo zio del prescelto: Melania si era fidanzata con Tonino Marrazzo. Mara accampava sempre nuove scuse per impedire alla figlia di incontrarsi con boy friend, in verità non era facile in quanto Tonino era il classico bravo ragazzo, studioso, serio, ben educato, il suo 'difetto' era quello di essere il nipote di Giuseppe Marrazzo.
    "Mamma non facciamo niente di male, ti prego fammi andare al cinema con lui.
    "Ci mancherebbe pure che facessi qualcosa di male, vada per questa volta ma che non diventi un'abitudine."
    Mara era giunta al matrimonio vergine ed aveva idee molto severe in fatto di sessualità. Per paura che le figlie facessero qualcosa di proibito rappresentava situazioni di pericolo come quella di essere considerate dalla gente delle poco di buono, di rimanere incinta di non potersi più sposare perché non più vergini.
    La pillola anticoncezionale, poi, portava al tumore, il papà rincarava la dose affermando che i rapporti prematrimoniali rappresentavano un peccato mortale. Melania non andava al di là di casti bacini che però producevano in Tonino effetti prorompenti aH'interno dei suoi pantaloni. Dubbiosa la baby si limitava a toccare il 'coso' al di sopra della stoffa ma col tempo, presa dalla curiosità, aveva acconsentito che Tonino 'lo tirasse fuori.'
    Subito gli era parso mostruosamente grosso e decise che mai avrebbe permesso di farselo introdurre nel suo piccolo buchino. In seguito, innamorata più che mai,aveva acconsentito ad effettuare 'lavoretti' manuali ed infine anche 'orali', quesfultima pratica aveva dei risvolti di sapidità non piacevoli e c'era voluto del tempo per abituarsi. L'unica cosa che non apprezzava in Tonino e che non sapeva farla godere. Il boy, come molti suoi coetanei, aveva idee confuse sulla conformazione sessuali tà femminile, le sue mosse maldestre avevano convinto Melania a riprendere le buone abitudini acquisite da bambina. Una svolta nella vita di quesfultima avvenne allorché giunse a scuola il nuovo professore di educazione fisica: durante l'ora di ginnastica : durante l'ora di lezione tutte le sue compagne di classe erano eccitate. Sandro Ridolfi proveniva da Ferrara ed aveva partecipato alle ultime olimpiadi nel corpo libero. Era stato eliminato al primo turno ma restava il fatto che poteva sfoggiare un fisico muscoloso, scattante e col petto con la classica forma di carapace di testuggine.
    Abitava in una villa vicino al lago di Ganzirri di proprietà di suoi cugini, i Milioti, ricchi commercianti di vini. Il motivo di quel trasferimento a Messina non era dato sapersi ma, tutto sommato, non interessava nessuno o quasi.
    Un giorno Melania, mentre giocava a pallavolo cadde a terra ed affermò di essersi fatta male ad una caviglia. L'insegnante Ridolfi ritenne opportuno penderla in braccio ed accompagnarla con la sua auto al pronto soccorso. Dinanzi al medico di turno Melania non ricordò con sicurezza quale caviglia si fosse infortunata... "Professore sono pesante, si è stancato a tenermi in braccio?"
    "Per ora mi sono stancato di farmi prendere in giro, ti accompagno a casa e vedremo quello che diranno i tuoi genitori!" "Professore non mi rovini, soprattutto mia madre la prenderebbe male, la prego...sono pronta a pagare pegno."
    'Tradotto in parole povere quale sarebbe?" "Quello di darmi il suo indirizzo di casa sua. " "A che servirebbe?"
    Nella vita non si sa mai." Melania aveva buttato l'amo e vi aveva inserito un verme appetitoso, se stessa, si era stancata di un bambino, tale considerava Tonino e voleva concedersi nuove esperienze.
    I giorni passavano inutilmente, Melania si sentiva offesa, non era una ragazza da buttare anzi...
    "Professore mi si è acuito di nuovo il dolore alla caviglia."
    "Il dolore non è un pochino più in alto?" Melania era diventata rossa in viso, per fortuna nessuna aveva potuto udire la conversazione, era in fondo alla palestra. "Posso andarmene dopo che mi ha trattato da puttana?"
    "Non era mia intenzione, ti chiedo scusa, tieni."
    Sandro le aveva passato un biglietto con un numero telefonico l'indirizzo della sua abitazione a Ganzirri.
    Melania doveva risolvere due problemi:
    escogitare una scusa per allontanarsi da casa;
    trovare un mezzo di locomozione per raggiungere Ganzirri da viale dei Tigli, non aveva la patente né tanto meno una macchina.
    Soluzione:
    -copertura da parte di Margherita sua compagna di scuola;
    una bicicletta procurata dalla stessa.Melania percorse velocemente gli otto chilometri di distanza, senza, per fortuna, incontrare alcun impiccione parente o amico che fosse.
    Sandro era dinanzi al cancello della villa ad aspettarla, prese la bicicletta e la depositò nel garage fuori della vista di estranei.
    "Che bel posto, vorrei visitare il giardino, da fuori sembra magnifico."
    Sandro non fu particolarmente felice della richiesta che considerò improvvida ma non fece commenti.
    Melania ebbe modo di ammirare i prati all'inglese, le siepi ben tenute, gli alberi di alto fusto, le terrazze che degradavano verso il lago ed infine la gabbia degli uccelli.
    Furono accolti da un 'cornuto' parola pronunziata da un bell'esemplare giallo e nero di pappagallo.
    "Vedi questo è il pierino della specie, è un pappagallo indiano che, oltre che alle parolacce apprese da un giardiniere palermitano, imita in maniera perfetta tutti i suoni. Sto scass...zzi in passato ha fatto impazzire un po' tutti: col suo trespolo era stato piazzato all'ingresso della villa. Aveva imparato così bene ad imitare lo stridio del cancello che, ad ogni sua performance, qualcuno andava a controllare. In ultimo è stato sgamato ed immediatamente esiliato fra gli altri uccelli." Entrarono in casa, all'interno si avvertiva la mano di un architetto, gli alti mnmuri erano rivestiti con marmi pregiati, i mobili di legno massiccio erano di fattura antica, ben restaurati, tutto dava l'idea di opulenza e di buon gusto.
    "questa è la mia stanza arredata con arte povera ma l'ho migliorata con un televisore maxischermo e con un home thè. Poco dopo infatti la stanza fu inondata da una musica romantica.
    Sandro prese Melania fra le braccia iniziando a ballare ma per modo di dire in quanto non si spostava da una mattonella, si francobollò sul suo corpo mentre le mani presero a strizzare violentemente le natiche di Melania che si trovò in bocca un grosso randello che le impediva di respirare. Per ultimo dovette assaporare una spuma acida che nulla a che fare aveva con quella di Tonino. La signorilità e
    stile non erano di casa dalle parti di Sandro abituato più a trattare con professioniste del sesso.Melania andò in bagno a vomitare, era stralunata.
    "Ti senti male?"
    'Tra poco ti sentirai male tu, maledetto maiale" e prese in mano un grosso candelabro. L'insegnante di ginnastica fece ricorso a tutte le sue qualità di atleta ed approdò velocemente al piano di superiore, non riusciva a capacitarsi del comportamento di Melania, talvolta le donne...
    Melania in bagno di riempì la bocca di dentifricio per cercare di eliminare quel cattivo sapore, in garage prese la bicicletta e via a casa di Margherita alla quale raccontò gli ultimi avvenimenti ed insieme concertarono di riferire tutto al preside il giorno seguente.
    professor Pugliatti le accolse col solito sorriso che sparì presto dalla sua bocca allorché apprese le malefatte del professor Ridolfi.La versione dei fatti di Melania era un pò 'prò domo sua' ma fu creduta in toto. Dopo quattro giorni il professore di ginnastica Sandro Ridolfi andò a mostrare il suo carapace in un'altra scuola d'Italia trasferito d'ufficio dal Ministero della pubblica Istruzione, pare che avesse avuto altro analogo incidente a Ferrara...

  • 22 ottobre 2016 alle ore 17:57
    SALVO E LA GELOSIA

    Come comincia: Ti vedo inquieto, stralunato, sospettoso verso la tua partner.
    La gelosia:
    "È un mostro dagli occhi verdi che schernisce la carne di cui si nutre", Shakespeare ha ragione;
    è un sentimento degli dei pagani verso gli uomini; gli dei non gradivano che i mortali si 'facessero' le loro femminucce;
    è una proiezione della propria insicurezza verso gli altri, è tipica di una mente debole, invidiosa, immatura;
    è la profezia di futuri tradimenti, il tuo lato nascosto, dea velata ed oscura che arde dentro di te.Se ad un cocktail noti gli sguardi assatanati degli invitati maschi attratti dalle grazie della tua amata, non accendere la sigaretta dalla parte del filtro, ti intossicheresti ancor di più; se non possiedi te stesso non puoi possedere una donna.
    Il tuo simbolo? Le Erinni vendicatrici.
    Cerchi di vincolare la tua partner? Non puoi incatenare un raggio di sole!
    Una moglie laida non potrebbe sconfiggere la tua gelosia: ti farebbe becco per dimostrare che anche lei...
    Se osservi delle foto della tua signora fasciata in un succinto bikini la quale, sorridente, offre agli astanti la visione di un rigoglioso, prosperoso e lussureggiante bel vedere non devi lamentarti affermando:
    "Non dovevi farlo!" non spiegando a chi ti riferisci:
    alla consorte troppo ... generosa;
    al fotografo che ci ha guadagnato sopra;
    all'allupato, abbagliato spettatore che sbiluccica le immagini.Il tuo persecutore più odiato? Andronico 1° imperatore di Bisanzio che codificò le corna facendo appendere quelle dei cervi da lui cacciati sulle mura dei palazzi appartenenti ai mariti cornificati.
    Per le protuberanze frontali di cui tanto ti adombri, rivolgiti agli dei Dioniso o Pan se sei pagano o, se cattolico, a san Giuseppe od anche a san Martino, loro ne sanno qualcosa. Prova a voltar pagina: sdraiati su di un morbido giaciglio con musica romantica in sottofondo, chiudi gli occhi ed immagina la tua amata che, languidamente, emette piccoli ululati di piacere nascosta sotto il corpo di un robusto maschione e che, guardandoti, ti sussurra:
    "Sto con lui ma è come se giacessi con te, la mia gioia è pure ia tua..." Ammira la sua faccia tosta!
    Ecco vedi come dovrebbero andare le cose, lei sarebbe più tranquilla e felice, tu ci guadagneresti perché moglie allenata è come un'atleta, rende di più...
    Ed, infine, non pensi che i miei consigli andrebbero ricompensati? Ti prego metti una buona parola a mio favore con la tua amata, te ne sarei tanto grato...