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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 21 luglio 2016 alle ore 13:06
    Elena e Dick Terzo Capitolo

    Come comincia: ​I giorni correvano veloci , Alan era furibondo con la madre e non le rivolgeva la parola dal giorno che Eugenio se n'era andato :- E' tutta colpa tua se papà è andato via !-
    ​Fu tutto quello che disse, e non le parlò più.
    ​Gina e Tania non sembravano particolarmente colpite e continuavano serenamente come sempre. 
    Un giorno presero il treno e andarono in città per incontrare alcune amiche e fare compere .
    Tornarono  con l'ultimo treno alle nove e con loro un nuovo amico . :- Mamma, questo è Chris, possiamo ospitarlo per una notte o due ? -
    :- Ti ho già visto , disse Elena stringendogli la mano ,- Ti ho visto a Sanremo in compagnia di uno alto e scuro.-
    ​:- Le chiedo scusa per essere piombato in casa sua in questo modo . Deve sapere che vivo a scrocco - rise- e di tanto in tanto approfitto della generosità della gente. Il tipo nero è un mio conoscente-
    ​:- Come fai a vivere così , per strada . I tuoi non dicono niente ?
    ​:- Oh ! i miei pretendono che viva la mia vita senza rompere la loro.-
    :- Te la cavi bene con l'italiano .-
    :- Se voglio sopravvivere devo darmi da fare.-
    ​Quel ragazzotto le piaceva perché nonostante la spavalderia pareva onesto. Chiamò Alan per la cena e storcendo il naso si unì a loro. Fecero onore ad una superba Parmigiana di Melanzane , profumata di basilico fresco dell'orto di Elena come le melanzane che coltivava con passione.
    ​:- Mai mangiato meglio- disse Chris
    :- Nemmeno noi -rispose Gina - ma siamo abituate
    ​Dopo cena , Elena gli diede delle lenzuola pulite e un cuscino
    ​::- Dormirai sul divano della sala, basta aprirlo e dentro c'è un letto confortevole. Fai da solo o ti serve aiuto ?-
    :- Tranquilla , sono bravo e so badare a me stesso . Grazie ancora e buonanotte.
    ​Alan la stava aspettando nella camera matrimoniale , la sua  meravigliosa camera in legno di noce in puro stile veneziano settecentesco  :- Che ti salta in mente di far dormire qui il primo che capita ?- la aggredì. Lei non si scompose :- Senti ragazzino , questa è ancora casa mia e decido io chi può e chi non può stare con noi . Non c'è ragione di rifiutare ospitalità ad una persona sola-
    ​:- Parli così perché non c'è papà, se ci fosse lui non potresti far entrare i barboni in casa -
    :- Fammi il piacere di andare in camera tua . Faccio come mi pare e non spetta a te criticare il mio operato-
    ​:- Lo dirò a papà - ringhiò lui malevolo e vedrai che ti sistema una volta per tutte- 
    :- Fuori e non una parola di più-
    ​Chiuse a chiave la porta della camera , lui andò dritto e impettito in camera sua meditando vendetta . Elena prese un libro e lesse un capitolo , ma era stanca, spense la luce e si addormentò serenamente.
    ​La mattina dopo era sabato e dopo colazione fu tutto un viavai di corsa su e giù dalle scale, c'era sempre un piccolo particolare che veniva dimenticato. Chris, con la sua simpatia, riusciva gradito a tutti e si rivelò un aiuto prezioso, visto che su Alan non poteva contare. Durante il giorno vennero in molti amici per verificare che ci fosse veramente la festa ed Elena si dedicò interamente alla preparazione della magnifica torta . I tre strati di meringa li aveva cotti nei giorni precedenti visto il tempo che impiegava . La meringa deve essere composta da sole chiare d'uovo e zucchero a velo profumato con la vaniglia, la fragola, e il cioccolato  ( solo profumata ) .Una volta montate a neve fermissima ogni strato era stato spalmato sulla carta forno  imburrata leggermente, imprigionata in cerchi di cartone,messo nel forno a 80°.
    ​la meringa non deve cuocere ma seccare lentamente e ci volevano molte ore doveva risultare un disco di vent'otto cm di diametro, l'esatta misura del vassoio che avrebbe contenuto la torta una volta assemblata. Lo spessore della meringa era di due/ tre cm. I tre dischi di pan di spagna erano pronti, alti quattro cm , soffici e deliziosi e la crema pasticcera, preparata la sera prima era già fredda e pronta.
    Cominciò ad assemblare la torta  : mise un foglio di carta forno sul tavolo e un primo strato di pan di spagna appena inumidito di sciroppo di fragola che aveva fatto lei con le fragole del suo giardino :-Mmmm! che profumo , madre, me lo fai assaggiare- Tania era partita all'attacco :- Sparisci e vai a mettere in ordine la camera. Avrai la tua fetta quando  la taglieremo-
    :- Madre cattivissima, lasciami almeno la pentola della crema-
    ​:- Va bene avrai la pentola e adesso fila altrimenti non finiremo e la festa sarà uno strazio.-
    ​Tania uscì di corsa, correva sempre, ''dove andrà con questa fretta ? '' si chiese Elena mentre posizionava la meringa profumata sul disco di pan di spagna e spalmava sopra uno strato generoso di crema pasticcera alla fragola e copriva con uno strato di fragole fresche . Mise un altro disco di pan di spagna , la meringa alla vaniglia e la crema pasticcera , coprì tutto con uno strato abbondante di frutti di bosco freschi e profumati . Adorava i profumi della natura , sempre freschi .
    ​L'ultimo strato di pan di spagna alla crema cacao e la meringa al cioccolato  coperto da uno strato abbondante di crema pasticcera al cioccolato . Il tutto imprigionato in una  glassa al cioccolato bianco . La torta era perfetta, enorme, altissima e degna di una  pasticceria . Con fatica riuscì ad infilarla nel frigo di dove l'avrebbe tolta al momento di servirla.
    ​Finalmente potè dedicare qualche minuto a se stessa. Una rapida doccia, i capelli raccolti alla sommità del capo in un grossa coda, e il suo vestito preferito : un prendisole azzurro
    ​molto scollato ,con la gonna larga che ondeggiava ad ogni passo . Sandali bianchi piatti . Mise due gocce del suo profumo preferito agli agrumi di Sicilia  e si sentì in grado di rovesciare il mondo.
    ​Al piano di sotto era un caos totale , i ragazzi stavano arrivando in motorino, in bici, e chi arrivava dalla stazione, a piedi attraverso i campi. La salutarono con un applauso . Li conosceva tutti, tranne i 'cittadini dell'ultimo anno' e tutti le volevano bene :- Ciao ragazzi - li salutò -grazie per essere venuti ma non dimenticate che le festeggiate sono Gina e Tania- i ragazzi applaudirono festanti. Chris le si avvicinò :- Sei bellissima , posso farti la corte ?-
    :- Sparisci , ragazzino ,potrei essere tua madre-
    ​:- E che vuol dire, sei lo stesso bellissima-
    ​:- Grazie, bugiardo tu vuoi solo la fetta di torta più grande !
    :- E ti pare poco . L'ho vista è magnifica-
    ​:- Ci sono tutti ? - chiese a Gina -
    :- Manca solo Hawa, suo fratello e Alessia. Ah ma guarda stanno arrivando .-
    ​Sul vialetto d'ingresso era apparsa una grossa BMW nera, lucida con i vetri oscurati. Si fermò in mezzo al cortile ed ebbero l'esibizione di Brut, il pastore tedesco  che aveva uno spiccato senso dell'umorismo . Si piazzava davanti alla portiera del conducente e non faceva assolutamente niente
    ​solo di tanto in tanto sollevava il labbro sinistro e mostrava una zanna di tutto rispetto . Raramente le persone osavano scendere dall'auto, a meno che non fossero vecchi amici conosciutissimi . Elena si avvicinò :- Dai Brut, sono amici sparisci nella tua cuccia . - Il cane la guardò dubbioso borbottando un - grr- poco convinto :- Vai, -ordinò la donna-Non abbiate paura fa solo un po' di sceneggiata, e oggi ha già mangiato . -
    ​Hawa scese dall'auto ridendo:- Lo conosco bene , dai Bruti vieni a salutare, da bravo . -
    ​Lo abbracciò e poi salutò Elena :- Alessia la conosci, vero ? e
    questo signore dall'aria seria è il mio fratellone . Dick .-
    ​Elena sentì di nuovo quel brivido lungo la schiena e quasi non riusciva a porgergli la mano . Si trovava davanti il magnifico uomo che aveva visto a Sanremo . Da vicino era ancora più bello, alto, la pelle liscia e i muscoli che uscivano dalla camicia di seta bianca sbottonata . I jeans azzurri, fasciavano le gambe lunghe e muscolose .
    ​Per un attimo, che sembrò un'eternità, i loro occhi si incontrarono, quelli azzurri, quasi viola di lei persi in quelli verdi di lui. Fu un attimo ma in quell'attimo si unirono due vite.
    ​Elena si riprese, invitò gli ospiti ad entrare e si occupò del rinfresco anche se non c'era bisogno di lei, ma doveva trovare qualcosa da fare,
    Dal canto suo anche Dick era molto turbato . L'aveva vista la notte dei fuochi e non l'aveva dimenticata e non sperava più di rivederla, la sua sorpresa era quanto mai genuina . I ragazzi ballavano alla musica di Bob Marley e Michael Jeckson a tutto volume . Elena fece cenno a Gina :- trova due volontari dobbiamo andare di sopra a prendere la torta -
    ​:- Non possiamo aspettare ancora qualche minuto ?, papà mi ha promesso che sarebbe venuto -
    ​:-Se ti ha detto così allora starà arrivando - conoscendo quanto era pignolo non aveva dubbi che .....e infatti la sua auto stava entrando in cortile salutata festosamente da Brut.
    ​ Gina e Tania gli corsero incontro per abbracciarlo e per tutto saluto ebbero solo un commento malevolo :- Chi avete raccolto  stavolta ? mi dicono che adesso i vostri amici sono sempre più scadenti.
    :- Sono bravi ragazzi - li difese Tania
    ​Si degnò di entrare nella tavernetta dove la musica assordante era al massimo e tutti stavano ballando , Gina, andò ad abbassare il volume :- Ragazzi è arrivato il mio papà e adesso taglieremo la torta - :- Hurraaaaa ! gridarono in coro - si mangiaaaaaaa- : Come se fino adesso non aveste fatto altro-  li canzonò Tania.
    ​Chis e Pablo arrivarono portando il grande  vassoio con la torta enorme oltre  ogni aspettativa ​. La posarono su un tavolo e porsero ad Elena la scimitarra affilata per tagliarla . La scimitarra era un autentico cimelio turco che si trovava in casa  da sempre e non si sapeva da dove fosse arrivato, aveva perso, col tempo,  l'affilatura ma per tagliare le torte era l'ideale.
    ​Nel frattempo Eugenio era salito in camera dal figlio promettendo che sarebbero scesi subito .
    ​ Chris, aveva scovato non si sa dove, un cero enorme  da chiesa. Lo aveva tagliato a circa dieci centimetri e lo aveva posizionato sulla torta :- Visto che festeggiate tre compleanni, non indagherò sull'età delle signore . Adesso, però spegnete la candelina . - Il candelotto ,vorrai dire. Sei sicuro che non sia dinamite e saltiamo tutti per aria ----
    ​Non attesero Alan ed Eugenio, ormai facevano a meno di loro
    Elena, esperta di torte cominciò a tagliare le fette,  tutte uguali, e Tania le metteva sui piattini di carta insieme con le forchettine di plastica :- Mettevi in fila così non mi sbaglio e ne avrete tutti.- :- Io ne voglio due fette - reclamò Max il golosone :- Eccoti due fette - rispose Gina tagliando la fetta in due parti uguali.
    ​Tutti mangiavano con grande piacere  quella delizia, perfino Eugenio e Alan che si erano aggiunti. Elena non potè fare a meno di notare l'occhiata malevola che rivolsero a Dick e Hawa , e si sentì mortificata . Appena se ne fu andato e Alan tornato nella sua stanza, si sentì in dovere di scusarsi con Dick.
    ​Dick prese due piattini con una fetta di torta e disse:- Ti spiace farmi compagnia ? Ho visto che c'è un dondolo all'ombra della vite .Sono troppo vecchio per stare insieme ai ragazzini-
    :- Mi pare che non sei così vecchio ma mi fa piacere parlare un po' con te . Vorrei scusarmi per la scortesia di mio marito, ex marito ormai, e di mio figlio.
    ​:- Non farci caso, sono abituato al razzismo e all'ignoranza di certe persone.-
    ​Stavano conversando piacevolmente da qualche minuto  quando arrivò, trafelato, un vicino di casa :- Elena, Elena-quasi gridò- ti prego vieni subito è successa una disgrazia !-
    ​:- Luigi, calmati , Cosa è accaduto e dove ?-
    :- Nel terreno dei Gallina c'è un morto . Non so cosa fare . Tu sai che con i vicini non parlo e tu sei l'unica che mi può aiutare-
    :- Spiegati con calma . Come ti dovrei aiutare ?
    ​:- Sono andato nella proprietà dei Gallina a raccogliere un po' d'erba per i conigli e fra i cespugli ho visto due gambe che sporgevano . Ho sollevato gli sterpi con la roncola e ho visto il morto. Ha un coltello piantato nella schiena e deve essere lì già da qualche giorno e adesso non so che fare- 
    ​:- Signor Luigi-intervenne Dick- Mi chiamo Northam e sono un poliziotto, americano ma sempre poliziotto . Le spiacerebbe farmi vedere dove si trova il cadavere .Magari c'è qualche indizio -si rivolse ad Elena - chiama i carabinieri, intanto vado a vedere-
    ​I due uomini si avviarono e lei chiamò il maresciallo Marchetti sul numero privato .Erano amici da tanto tempo e poteva sempre contare su di lui .
    Raggiunse i due uomini :- Capisci qualcosa -domandò a Dick
    ​:- Si, è stato strangolato con la cravatta e pugnalato alle spalle . Non ho toccato nulla ma in mano ha mezza banconota da cinquanta mila lire, vedi la sta stringendo e la mano è rigida. Non deve essere morto da molto. Nonostante il caldo il rigor mortis è ancora in atto. -
    ​Luigi, sotto un pino, piangeva come un bambino . Conoscendolo e sapendo quanto fosse sensibile  Elena si avvicinò gli mise un braccio intorno alle spalle :- Su coraggio adesso calmati, vedrai che troveremo il colpevole. Hai visto qualcuno quando sei venuto qui a tagliare l'erba ? -
    ​:- No -rispose fra i singhiozzi- c'era la macchina di Emiliano al cancello, ma era fuori  sulla strada, Emiliano viene sempre qui con le sue ragazze . -
    :- Con le sue ragazze - chiese Dick
    ​:- Si -rispose- quando conosce una ragazza la porta qui e vanno nel capanno dove avevano l'ufficio là in fondo - 
    ​:_ Ah ! si -  disse Elena - è una stanzetta confortevole che la signora Cesira, la sorella di Emiliano, usava come ufficio . Quando si sono trasferiti nel vivaio nuovo la casetta è rimasta qui e il ragazzo la usa come pied-à-terre.-
    ​:-Che mi sai dire di questo dongiovanni ?-
    ​:- E' un bravo ragazzo. Un po' dongiovanni, sempre alla caccia di gonnelle, ma buono e di carattere allegro .
    ​Sul viso del bellissimo nero apparve un'ombra ancora più scura, ma non disse nulla . 
    ​La gazzella  dei carabinieri si fermò fuori dal cancello e scesero in quattro, il maresciallo e altri tre . Elena andò a prendere la chiave del lucchetto che sapeva sulla finestra della casupola . La trovò un po' arrugginita ma funzionante e aprì per far entrare le forze dell'ordine :- Carissima, come stai è un pezzo che non ci si vede !- il Maresciallo Marchetti l'abbracciò -
    ​:- Hanno ucciso un poveretto . Non si può suicidarsi pugnalandosi alle spalle -
    ​:- Direi di no - convenne - quanto a lei signor Northam, posso avere i suoi documenti ? -
    ​:-Eccoli, maresciallo, avrà avuto notizie del mio arrivo -
    ​:- So tutto di lei e sono contento di saperla qui in questo frangente.- Si rivolse al povero Luigi che ancora piangeva 
    ​:- Su,  Luigi, se non sei stato tu non devi piangere .- Barbaro  -si rivolse al carabiniere- nella tasca della portiera c'è una fiaschetta di cognac credo che Luigi ne abbia bisogno. -
    ​Luigi non diceva mai di no ad un sorso di alcool qualunque cosa fosse e bevve con gratitudine .
    ​:- Possiamo girarlo tanto abbiamo visto tutto, ma non completamente, stiamo attenti a non spostare il coltello-
    :- MI pare sia un pugnale antico - disse Elena che era appassionata di spadepugnalicoltelli- Direi antica manifattura spagnola Toledo o giù di lì . Prima metà dell'ottocento.-
    ovviamente non ho visto tutto ma il manico dice molto. -
    :- Se lo dici tu è vero -rispose Marchetti
    ​Girarono appena la testa ancora rigida:- Ma è Emiliano !-esclamò Elena - e tu Luigi hai detto che lo hai visto andare via.- 
    ​:-No- si difese l'uomo - non ho visto Emiliano ho visto la sua macchina andare via -
    ​:- A bordo doveva esserci l'assassino, comunque non possiamo spostarlo finchè non arriva il magistrato e il medico legale , Barbaro, trova un telo e mettiglielo sopra . Potrebbero volerci delle ore. -
    ​:- Torno a casa- disse  Elena- ho una tavernetta in piena festa .- si rivolse a Dick- ovvio che tu resti qui, ma ti aspetto quando avrai finito . Ciao Marchetti, salutami Angela .
    ​Si allontanò camminando spedita fra l'erba secca  profumata di fieno .

  • 18 luglio 2016 alle ore 14:50
    Lei

    Come comincia: Lei è quell'abbraccio che racchiude tutte le stelle che hai contato prima di dormire e tutto il buio che hai attraversato prima dell'alba. Lei è quella carezza che hai desiderato fra l'incubo e il sogno di un'infanzia negata. Lei è quel frangente di lucida bellezza che nasce dal tremore della sua voce, dal profumo di donna e il sapore di bambina. Lei è quel pensiero fatto di vento, che ti scompiglia i capelli e ti scombussola l'anima. Lei è quella farfalla prigioniera di uno specchio, che ha imparato a volare con le ali spezzate dal tempo. Lei è quel perdono che il peccatore non merita, è l'odio che ti fa bestia se l'anima non t'abita, è l'amore che ti fa uomo se cedi alla grandezza. Lei è una caramella rubata, un bimbo che gioca, una stella che cade. Lei è le parole che non vuoi sentire, perché lei è le parole che non puoi tacere. Lei è stata buio, dove nemmeno il sole poteva arrivare. Lei è stata luce che la verità non ha voluto ascoltare. Lei è stata lacrima di cristallo, strappata all'istinto di chiudere gli occhi. Lei è qualcosa che accade, da amare non prima di essere passati nel suo dolore, perché appartiene al vento, e solo chi l'ascolta può lasciarsi attraversare. Lei è forte come la verità. E la verità, non è per tutti. E questa, è la sola verità che io conosca di Lei.

  • 17 luglio 2016 alle ore 18:08
    Elena e Dick Secondo Capitolo

    Come comincia: Elena ,tornò a casa carica di sacchetti di pizza , pane e focacce. Posò i sacchetti sul tavolo della cucina e salì in mansarda per una doccia veloce.
    Gli altri sarebbero arrivata fra poco ,affamati dopo un pomeriggio di sole e di mare. Si stava asciugando i capelli quando sentì le loro voci allegre provenienti dalla scala che ,dalla strada ,saliva fino a casa.
    La scala  faceva  parte della strada che congiungeva via Massa alla strada dell'ospedale. Sanremo è tutta un saliscendi di stradine  ,scale lunghissime e cunicoli. In alcuni punti ,tra una casa e l'altra sono ancora esistenti i ponti che in epoche remote servivano come via di  fuga in caso di incursioni piratesche .
    Nei secoli , i tanti terremoti, avevano devastato più di una casa e non tutte erano state ricostruite, solo nelle vie del centro . Il resto in alcuni punti recava ancora le tracce dell'ultima devastazione.
    La loro villetta era una graziosa costruzione bianca ,sorta al posto di una identica casa in legno ,crollata sotto l'azione delle termiti . La vecchia casa era nel più puro stile liberty ; questa, al contrario era molto moderna e stilizzata con linee geometriche pulite . Spiccava per originalità fra le vecchie case grigie ,per il suo bianco accecante. Era divisa in due parti  : il piano terra  e il giardino appartenevano ad un signore sanremasco ( sanremasco vuol dire originario di Sanremo mentre sanremesi sono quelli trasferiti da altre regioni : pescatori ,calabresi ,piemontesi ecc. ecc. )la parte superiore  cioè il primo piano e con il bellissimo terrazzo e la mansarda era la loro casa.
    ​Era tutto un salire e scendere di scale : dalla strada al cancello ,una lunga scala. Dal cancello due rampe per arrivare al terrazzo e una scala a chiocciola per salire in mansarda.
    Scale come una metafora della vita  , si è alti o bassi a seconda della prospettiva in cui si guarda
    ​L'ingresso dava direttamente su un living alle due estremità del quale si trovavano , a destra la camera da letto matrimoniale e a sinistra la cucina ,il cucinino, un disimpegno e il bagno con vasca .
    In mansarda , i letti dei ragazzi e altre brande e sacchi a pelo per eventuali ospiti ,lo stanzone unico poteva ospitare tranquillamente una decina di persone e un piccolo bagno con doccia completava il tutto .
    Il rientro dal mare era seguito da un rituale ,al quale Elena non transigeva . Ognuno doveva scrollare il proprio asciugamano e doveva metterlo ad asciugare sulla ringhiera in modo da averlo asciutto per il giorno dopo.
    :- Si mangia ? -domandò Alan
    :- Ho fame-- dissero in coro Gina e Tania, mentre Eugenio andò direttamente ai sacchetti e prese una fetta della sua focaccia preferita e sedette vicino al tavolo per mangiarla in pace . Gina , afferrò una fetta di pizza :- Vado prima io , dopo esco con le nuove amiche - corse su per la scala a chiocciola , accese la radio a tutto volume e preparò l'occorrente per la doccia.
    :- Come sarebbe 'nuove amiche ' ? - domandò Eugenio - Dille di abbassare il volume- Ordinò a Tania.
    ​La ragazzina salì a malincuore la scala borbottando fra se - ''sempre ordini, solo ordini , mai una frase carina '' . Soffriva molto per la freddezza del padre ,ma non gli rispose  perché temeva le sue sfuriate e anche le botte . Con Gina non andava molto d'accordo ,anche se si volevano bene ,ma lui era davvero troppo severo. Elena fece un debole tentativo,  inutile per difendere la figlia :- Sono giovani ed è normale che facciano amicizia in vacanza .-
    :- Tu basta che la difendi ,e sta venendo su tale e quale a te . Senza un minimo di serietà-
    ​Elena non rispose. Non aveva  voglia di litigare , specie davanti ad Alan che la guardava sempre con disprezzo . Fotocopia del padre da cui prendeva il cattivo esempio .
    ​Aspettò che anche il ragazzo salisse per la doccia e chiese .-Vieni con me stasera ?
    ​:- Perché che c'è stasera ?
    ​:- Quando ti faccio una domanda abbi la cortesia di non rispondere con un'altra domanda , basta un si o un no!-
    ​:- Se non mi dici dove vai non posso rispondere e non voglio certo finire ad una delle tue 'serate culturali' .- Rispose ironico.
    ​:- Pesavo lo sapessi ,visto che non si parla d'altro, che oggi è il quattordici agosto ed è la festa della Madonna della Costa , patrona di Sanremo . E' anche la festa dei pescatori e stasera ci saranno i fuochi. E' l'evento dell'anno perché ripetono lo spettacolo fatto a luglio durante la gara con Montecarlo , e il vincitore si esibirà stasera.-
    Lui alzo le spalle :- Per me possono anche non farli . Certe manifestazioni le lascio a te e alle ragazze . Credo che andrò al cinema con Alan ,all'Ideal danno Rambo in prima visione. -
    ​:- Come vuoi , noi siamo giù al Porto Vecchio con i pescatori-
    :- Coi pescatori ? non c'è niente di meglio?-
    ​Non le diede la possibilità di ribattere ,si avviò verso il bagno .
    ''Perché non finisce mai un discorso ?'' si domandò Elena. Faceva sempre così ogni volta lasciava la frase in sospeso e fra loro calava un muro di silenzio.
    ​Andò in cucina a preparare la cena . A volte si sentiva come una colf senza stipendio, legata mani e piedi e sfruttata come una schiava.
    ​Cenarono in silenzio , come sempre , per non disturbare il telegiornale . Rito sacro ,guai a parlare ,disturbava gli speacker ed Eugenio non avrebbe potuto capire ogni singola parola di ciò che sentiva.
    Gina e Tania ammiccavano e ridacchiavano fra loro , si capivano al volo. Avevano conosciuto dei ragazzi la sera prima e li avrebbero rivisti fra poco ,insieme con un gruppo di nuove amiche trovate in spiaggia . Si sarebbero divertite .
    ​Dopocena uscirono tutti . Elena ,uscì per ultima  dopo aver rigovernato e messo in ordine la cucina . Quando raggiunse porto Vecchio ,lo trovò gremito di folla . Tutti i turisti e anche i residenti volevano veder il meraviglioso spettacolo dei fuochi pirotecnici. Il muraglione del molo era pieno di ragazzi . Tutta la gioventù vacanziera si era data appuntamento  lì per lo spettacolo e perché no anche per qualche amore nascente . '' L'amore vacanziero''- pensò Elena. Solo lei era sola , o meglio si sentiva terribilmente sola. Non aveva fatto amicizia con nessuna delle signore che incontrava durante le sue passeggiate solitarie ,nel pomeriggio ,perché era sicura che il marito non le avrebbe  permesso di frequentarle e riceverle in casa. Da loro non veniva mai nessuno .
    Da un lato della piazza ,scorse il gruppo dei ragazzi di colore , gli stessi che durante il giorno giravano per le spiagge carichi di indumenti, borse e tappeti. I cosiddetti ''Vu' cumprà'' che erano al principio della loro invasione dell'Europa. Tra loro si stagliava la figura alta e ben fatta dell'uomo della barca verde. I loro occhi si incontrarono per pochi istanti ed Elena provò un brivido lungo la schiena . Senza farci caso ,si spostò per avere una visuale migliore.
    Due spari , due cannonate annunciarono che di lì a un secondo o due sarebbe partito il primo sparo colorato.
    ​ Per mezz'ora fu un susseguirsi di spari di luci di fiori che nascevano in cielo e ricadevano sull'acqua, di stelle colorate , di cerchi , di cuori di fontane luminose che salivano dall'acqua e nell'acqua ricadevano in una pioggia di stelle, tra spari gioiosi e grida di ammirazione e applausi a non finire.
    ​I proprietari dei cani tenevano i loro piccoli amici pelosini fra le braccia per rassicurarli e li accarezzavano con tanto amore.
    Dopo trenta , forse quaranta minuti , altre due  cannonate
    ​annunciarono la fine dello spettacolo salutato da tutte le sirene delle imbarcazioni e dalle sirene dei pescherecci che stanotte sarebbero rimasti in porto.
    ​Al termine dei fuochi era previsto un concerto , a Porto Sole , dell'Orchestra Sinfonica di Sanremo per chi amava la musica e in fondo Sanremo è pur sempre la città della musica .
    Elena , aspettò che la folla diradasse nella varie direzioni di piacere , chi aveva bimbi piccoli : verso casa , alcuni verso i ristoranti ,altri al concerto . In breve  non ci fu più tanta confusione . Anche i pescatori  , che avevano partecipato alla cena collettiva tradizionale , stavano andando via mentre le donne raccoglievano piatti di carta e avanzi di cibo e pulivano il posto dove avevano cenato .
    Elena tornò verso casa ,malinconica .
    Rientrarono anche gli altri , prima Alan ed Eugenio :- Quelle due sono ancora in giro - domandò ,con la solita arroganza.
    :- Stanno per arrivare - rispose Elena- in fondo è appena mezzanotte e siamo in vacanza-
    ​:- Vacanza o no le voglio a casa entro mezzanotte.-
    ​Si sentirono le voci delle due incriminate , che salivano le scale cantando ..... '' quella tua magliettaaaaaa  finaaaaaaa.....'' entrarono in casa ridendo  ma basto un'occhiata severa del padre e il riso morì dalle loro labbra.
    .- Ciao pa', ciao ma' ,noi andiamo a letto . - baciarono la mamma sulla guancia e salirono di corsa la scala facendo a gara per arrivare prime al bagno . Alan non aveva detto una parola, baciò sulla guancia il padre e si avviò anche lui verso la mansarda .:- Non dimentichi niente ? - domandò Elena :- Ah già, buonanotte ma'- la salutò lui,  con un piede già sulla scala e come sempre non ricevette nessun rimprovero dal padre.
     Elena, era ormai abituata al comportamento maleducato del figlio ma sapeva che era inutile protestare finché Eugenio continuava a proteggerlo .
    Si preparò per andare a letto ,dopo essersi accertata che porte e finestre fossero bloccate contro le incursioni notturne dei malintenzionati. Era compito suo verificare ,che le serrande fossero bloccate e le porte ben chiuse.
    ​A letto, il marito ,le comunicò la decisione di partire al più presto :- Ho pensato di partire domenica , sedici, perché domani è festa ed è meglio non muoversi ; mentre domenica saranno ancora tutti in spiaggia e non troveremo tanto traffico .
    ​:- Non possiamo partire lunedì ?- domanda inutile ,pensò
    ​:- Lunedì devo essere al lavoro ,sai che noi non chiudiamo e la signora Carla deve andare per forza in ferie .-
    Si girò dall'altra parte e dopo poco dormiva . ''Sempre così pensò, lascia le frasi in sospeso e non aspetta risposta''.
    ​Quella notte pianse in silenzio e non era la prima volta.
    ​La domenica mattina ,alle dieci, erano tutti pronti : valigie chiuse e caricate in macchina e ogni più piccolo dettaglio verificato . Elena si fermò qualche minuto per sistemare le ultime cose e lasciare la casa pulita per il prossimo rientro.
    ​:- Che strada facciamo ? - domandò Alan
    :- Il Nava - preferisco viaggiare comodo ,rispose il padre. Il parere delle donne non era richiesto .
    :-Papà,  possiamo accendere la radio ?- :- Non se ne parla- rispose ,-sapete che la vostra musica mi da il voltastomaco-
    Non parlarono più se non di cose futili come il tempo o la difficoltà delle curve ,fino al Col di Nava.
    ​La strada correva tortuosa fra decine di paesini e meravigliose montagne fitte di boschi . Una in particolare , piena di alberi di castagno ,che da lontano parevano tante piccole palle verdi appese sul pendio , era la preferita di Tania che l'aveva nominata << la montagna dei Broccoletti<<
    ​:- Vedi - diceva - se non sembra un vassoio carico di broccoli pronti per essere mangiati ?-
    La cosa divertiva abbastanza Elena e le piaceva la fantasia della figlia, mentre il padre e il fratello storcevano il naso.
    ​L'unica cosa su cui era  d'accordo era che il Nava lo amavano tutti . Il loro entusiasmo si manifestava quando erano in vista del Forte ,in mezzo al verde ,sulla destra della salita , al termine della quale avrebbero potuto finalmente fermarsi e sgranchirsi le gambe in mezzo al verde e respirare aria pura.
    ​Un meritato spuntino al bar , stranamente deserto , alcuni doverosi acquisti di miele di castagno, di pino e di lavanda e poi di nuovo in macchina via fino a Ceva. Di lì avrebbero preso l'autostrada Savona-Torino  fino a Carmagnola e poi la tangenziale in direzione di Aosta , uscita Caselle Aeroporto ,
    ​e deviazione per Ceresole Reale . Aria di casa ,ancora una ventina di km e alla deviazione per Feletto Canavese  ,solo poche curve  e finalmente casa.
    Avevano viaggiato per quattro ore e mezza in una noia mortale  perché con Eugenio non si poteva ascoltare musica, non si potevano raccontare storielle e nemmeno ridere . Gina e Tania ,preferivano quando andavano con due macchine e loro stavano in quella della mamma dove potevano cantare tutte e tre a squarciagola, raccontare barzellette e ridere come matte. Alan ,non amava questo genere di cose , preferiva stare col padre e fare discorsi seri . Parlavano di Borsa, di azioni o di politica. Sarebbe diventato un noioso uomo d'affari .
    Per loro le vacanze erano finite . A metà settembre sarebbero tornati tutti a scuola , ma c'era il tempo per organizzare la grande festa di compleanno che Gina e Tania aspettavano da febbraio . La prima domenica di settembre, tutti i loro amici  e compagni erano a casa ed era il momento buono per rivedersi e rinnovare le amicizie. Eugenio storceva il naso ,ma aveva promesso e non poteva più tirarsi indietro. Alan non era entusiasta ma le sorelle non lo consideravano nemmeno :- Se partecipi sei il benvenuto e se non partecipi mi farai felice - sbottò Gina , un giorno che era di pessimo umore. Iniziarono comunque i preparativi. Eugenio tornò al suo solito lavoro ed Elena alle faticose incombenze di mandare avanti una casa con cinque persone ,tutto da sola .
    ​Nella buca delle lettere aveva trovato una lettera del comune dove le si comunicava che la sua richiesta di impiego era stata accettata e che l'aspettavano per lunedì sedici settembre alle ore nove ,nell'ufficio del segretario comunale.
    ​Fece un salto di gioia . Finalmente una buona notizia. Adesso aveva un lavoro ,e per poco che pagassero era pur sempre un po' di autonomia . Sapeva che il comune ,troppo piccolo e povero, non dava stipendi d'oro , ma anche il poco era sempre meglio del niente che aveva adesso. In Municipio avrebbe dovuto occuparsi della biblioteca e di tutte quelle mansioni di consegna documenti, notifiche e controlli dai contadini per tenere a bada l'ufficio d'igiene . In pratica : il messo comunale. Non sarebbe stato un lavoro troppo impegnativo perché gli abitanti erano poco più di millecinquecento ,compresi gli anziani della casa di riposo, ma non vedeva l'ora di cominciare.
    Via da casa per qualche ora e con altri pensieri in testa , si sentiva già libera e felice.
    Non disse nulla ai famigliari, continuò ad occuparsi delle solite faccende e della festa che elettrizzava le sue figlie .
    ​Gina e Tania erano impegnate a decorare il pianterreno per farlo diventare un salone delle feste , Alan acconsentì a sistemare lo stereo e lei si occupò di cibo e bevande. Dopotutto ,in una festa la cosa più importante ,oltre alla musica ,è il cibo e tanta roba da bere.  Mancava la torta che fu il pomo della discordia per un paio di giorni . Chi la voleva cioccolato crema e panna, chi voleva la crostata di pasta sfoglia e frutta fresca con tanta crema pasticcera e chi voleva la meringata tutta panna. :- Visto che avete tutti poche idee ma ben confuse , mi occuperò io della torta . Fine della discussione.-
    ​Nessuno trovò di che obiettare. Per la cucina Elena aveva totale carta bianca perché erano tutti d'accordo che non avrebbero trovato di meglio.
    Una sera mentre erano a cena , Eugenio comunicò in tono solenne :- Domani vado via . Più tardi preparo la valigia e domattina parto -
    ​:- E dove vai , di grazia ? - domandò sua moglie
    ​:- Ho deciso che è meglio per tutti se vado a vivere da mia mamma per un po' e poi vedrò cosa fare- I ragazzi lo guardavano attoniti  :- E perché te ne vai ? che ti abbiamo fatto ?  è per colpa nostra ?- le domande si accavallavano tra lo stupore generale 
    :- Vado via solo perché ne ho abbastanza di stare qua. Mi sembrate una gabbia di matti ,fate amicizia con chiunque . Adesso pure un paio di negri e chissà che altro mi porterete in casa-
    ​I ''negri'' erano due compagni di scuola : Antony, che era stato adottato da piccolo e Hawa ,una studentessa, compagna di classe di Gina con la quale avevano un rapporto di affetto reciproco.
    :- In questa casa - continuò Eugenio- sta entrando di tutto e non so dove andremo a finire, nessuno di voi ha un minimo senso del decoro . Non si può essere amici di tutti e frequentare cani e porci. Devono esserci delle distinzioni , perché voi due non avete fatto amicizia con i figli dell'industriale o con quelli dell'architetto o del farmacista ? No ,mai il meglio ,per voi sempre  tutti gli straccioni .- 
    ​:- Papà , sei ingiusto , perché vedi sempre tutto negativo . Dei ragazzi che hai citato ,almeno la metà si droga e gli altri si ubriacano . Noi non siamo così-
    :- Quelli sono le famiglie più importanti del paese .
    :- Sono la peggior specie di farabutti che esistano . Tali i padri e tali i figli e non voglio che le mie figlie finiscano nella malavita .- replicò Elena duramente. :- Se vuoi andare vai ,tanto una volta che  hai deciso non ti ferma più nessuno . Come hai intenzione di lasciarci ,senza un soldo ? - 
    ​:- State tranquilli ,riceverete tutti i mesi un assegno e penserò al vostro mantenimento come sempre. E con questo la discussione è chiusa . Se avete domande da fare venite di là in camera, ma uno alla volta.
    Tutti e tre andarono a chiedergli chiarimenti  e a tutti  e tre rispose che era una decisione maturata da tempo . Solo Elena non chiese ulteriori spiegazioni . Voleva andare : ebbene che andasse pure. Si sentiva quasi sollevata, non avrebbe più sentito addosso  il suo sguardo accusatorio ,non si sarebbe più sentita in colpa per cose che non aveva fatto . Sarebbe stata libera. Libera di respirare. Finalmente.
    Il mattino successivo lui salutò i figli con un abbraccio e un bacio sulla guancia e gratificò lei di una stretta di mano . Uscì dal cancello e dalla loro vita.

  • 17 luglio 2016 alle ore 13:19
    Avventure della domenica (stralcio)

    Come comincia: Lo zoo è a posto: uccellini ristorati, semi nuovi, insalata, acqua rinnovata, gabbia pulita e in giardino a godere il fresco; gattina coccolata, saziata e rifocillata ora all'ombra della gabbia a guardia dei suoi fratelli alati. Arrivata a mezzogiorno pensavo di aver sistemato ogni mia cosa compreso lo zoo, ma non è stato così... la Natura mi ha scelta come ostetrica ieri sera, mi racconto. Inaspettata ospite viene in visita una lucertola "grassa", mi aiuto con un piumino e la reindirizzo all'esterno della casa, carine le lucertole, ma non tanto da pernottare insieme; rientra dalla finestra e si accantuccia in un angolo, la raggiungo e cerco di capire, sembra soffrire e... plaff! ecco una micro lucertolina apparire accanto a mamma lucertola, "e mo' che faccio?" domanda la mia mente destra alla sinistra. La inattività a volte è la soluzione, resto a guardare quella manciata di secondi eterni ammaliata dal miracolo di madre Natura. Solo qualche secondo e torna l'attività cerebrale e lucida. Piumino, e un foglio di carta per strumento di viaggio, delicatamente faccio salire la mamma stanca e la figliola, e le porto in lavanderia a riparo; la mamma è andata via di corsa, la creaturina ha tentato movimenti lesti ma senza grandi risultati. Soddisfatta torno in casa a concludere la mia sera davanti a un film, ma vedo un qualcosa, una scintilla fuggente nell'ombra... riparte il movimento...
    La neonata è rientrata (ma come cavolo faranno a scivolare e passare in micro antri questi elementali...), piumino in mano ricomincia l'operazione, e nulla, scappa di qua e di là, ma almeno l'ho portarla fuori dalla camera da letto, è rimasta però imboscata in un qualche angolo del salotto, così dopo oltre un'ora di presa e fuga sono rassegnata, in fondo è una piccolissima creatura, con la speranza di non vedermela addosso :O Poi mi sono dimenticata della sua presenza. Stamane mi è venuta incontro, mi sembra già più grandicella, è possibile? Sembrava mi aspettasse in cucina, lì ferma sul pavimento, educatamente accostata allo zoccolo della parete, buona buona; mi pareva proprio in attesa... Placidamente metto la caffettiera sul fuoco, lei ferma, io la sbircio, lei si muove appena verso me e poi ritorna in posizione primaria. Sarà spaventata? E allora perché non corre via? Apro la porta e riprendo il piumino, mi avvicino alla cucciola e faccio sì che resti imbrigliata fra le piume, la riporto fuori, si lascia fare, la seguo con lo sguardo mentre gira l'angolo, torno al mio caffè che borbotta sul fornello. Non è finita qui, è tornata! E che devo fare se tra il giardino e casa mia, preferisce casa mia? Mica mi avrà scambiata per la sua mamma!?! Non ci si può credere, è lì difronte a me, si sposta sul perimetro delle mattonelle per poi rimettersi tranquilla. Pare guardarmi o forse lo sta facendo?
     

  • 15 luglio 2016 alle ore 10:05
    Elena & Dick Primo Capitolo

    Come comincia: Estate del millenovecento ottantasei, a Sanremo il caldo torrido era mitigato dal vento proveniente dalla  Val Roya che separa Ventimiglia dal resto della Liguria.
    I turisti avevano invaso la bella cittadina ligure ed ora erano sparpagliati dappertutto.
    La passeggiata Imperatrice era affollatissima di belle signore eleganti e di giovanotti a caccia di compagnia .
    Passavano davanti alla statua della Primavera che a braccia spalancate sembrava voler abbracciare tutti in un fresco benvenuto.
    Anche  Elena che, camminava indolente , soffrendo il caldo, passò davanti alla statua
     Si appoggiò al parapetto di pietra mentre sotto passava il treno che , raggiunta Ventimiglia , avrebbe raggiunto Torino via Cuneo, in serata .
    Un Viaggio lentissimo, pareva non finire mai , Elena pensò che per fortuna lei, il viaggio lo faceva sempre in macchina.
    Oltre la ferrovia ,i ristoranti, pizzerie, e le ristrettissime spiagge che tutti gli anni a primavera dovevano essere ricolmate di sabbia .
    Si stavano costruendo i primi frangiflutti , ma ci sarebbero voluti ancora cinque o sei anni per completare i lavori .
    Sulla spiaggia del Lido Imperatrice, individuò suo marito e i suoi figli stesi al sole .
    Le ragazze Gina e Tania ,  intimidite dalla presenza del padre , giocavano un tranquillo gioco di carte, mentre Alan ,fotocopia del padre , stava sdraiato rigido sotto l'ombrellone.
    Eugenio si stava accingendo ad entrare in acqua . ''Anche in costume da bagno sembra sempre in giacca e cravatta '' pensò  divertita Elena . 
    A lei non piaceva il mare ; lei era una capra di montagna .
    Tuttavia si era ritrovata con una casa a Sanremo ( città che detestava ) , e doveva ,suo malgrado andarci ogni qualvolta ad Eugenio fosse venuto desiderio di fare week end al mare, non aveva vie di scampo .
    Era stato inutile fargli notare che la casa era in un brutto posto, che lei avrebbe preferito Limone Piemonte o Champoluc in Valle D'Aosta,non c'era stato verso .
    Lui voleva la casa al mare , e la casa al mare era stata comprata.
    Non era facile vivere con un uomo come Eugenio, uno senza un minimo  di senso dell'umorismo e ironia zero, per lui uno che ride non è una persona seria, Lei ,
    ​al contrario era un tipo solare e sorridente ,aveva sempre una parola gentile con tutti
    ​e una delle figlie, la più piccola Tania, era uguale a lei sempre allegra e amichevole ; al contrario di Gina che aveva preso in parti uguali da tutti e due i genitori e non sapeva mai nemmeno lei cosa fare.
    ​Assorta nei suoi pensieri sollevò lo sguardo oltre la spiaggia ,sul mare gremito di imbarcazioni che si lasciavano trasportare pigramente dal vento.
    Erano quasi tutte barche a doppio sistema : motore e vela combinati .
    I velisti passavano giornate magnifiche e la sera si ritrovavano nei locali di Porto Sole , il porto nuovo di Sanremo , per cene pantagrueliche a base di pesce fresco .
    ​Tra tutte quelle vele c'erano anche motoscafi ,grandi e piccoli e barche a remi o a motore  di pescatori , senza speranza,  perché in tutto quel traffico non si pescava un pesce nemmeno a pagarlo, ma il divertimento , vuoi mettere il divertimento !
    ​Un piccolo motoscafo verde ,attirò la sua attenzione perché era impossibile non notarlo .
    Intanto era piccolo, poi era verde, ed infine aveva a bordo due persone che non potevano essere più diverse, uno ,un ragazzo molto giovane , aveva i capelli di un biondo talmente chiaro da parere bianchi .
    Era di sicuro un nordico o un russo.
    ​Mentre l'altro ,che anche da lontano si faceva notare ,era alto, muscoloso e nero .
    ​A quei tempi non c'erano molte persone di colore in giro . Elena notò tutte queste cose con un colpo d'occhio degno di Ercule Poirot. Vide il motoscafo proseguire lungo il molo fino all'imboccatura dei due porti e sparire alla sua vista .
    ​Ritornò verso il centro lungo la trafficatissima via Mateotti , e alla sua sinistra passò davanti alla chiesa Russa con le cupole di maiolica lucenti al sole e che di notte splendevano di mille colori , dopo pochi metri il Casinò ,bianco e splendido ,dove di notte e di giorno molti lasciavano fortune e capitali. Ancora poche decine di metri e sulla destra il teatro Ariston ,talmente famoso che tutto il mondo conosce.
    ​Elena tirò dritto senza degnare di uno sguardo né il Casinò e tantomeno l'Ariston.
    ​Via Matteotti è la vetrina elegante di Sanremo ,dove ci sono i negozi di tutti i più famosi stilisti , ma a lei non interessavano .
    Passò oltre e arrivò in piazza Colombo dove trovò la sua panetteria preferita ,comprò il pane e altre cosette buone e si avviò verso casa ..........................................................
    ​Il piccolo motoscafo verde entrò nel porto vecchio e si insinuò fra tutte le barche e barchette ormeggiate ,finchè trovò il suo spazio libero .
    Il biondo saltò sul molo e prese la corda che l'altro gli porgeva  :- Legalo bene ,non vorrei trovarne due -
    ​:-I miei nodi sono solidi ,mi hai insegnato tu a farli- I due risero.
    Il biondo ,che si chiamava  Christian, era norvegese ,cresciuto in Italia ; mentre l'altro , il bellissimo nero era capitano nell'esercito statunitense e si chiamava Dick Northam.
    Lavoravano insieme , e facevano parte di una squadra speciale antidroga . Chris aveva diciannove anni , ma ne dimostrava sedici, riusciva a fare amicizia con i ragazzi delle scuole e una volta trovato lo spacciatore interveniva Dick con i Carabinieri.
    ​:-Adesso dobbiamo separarci - disse Dick - devi fare un giro a Torino ,nella scuola che frequenta mia sorella . Voglio sapere che gente frequenta e se si tiene fuori dai guai-
    ​:- Hawa è una brava ragazza - rispose Chris-  piuttosto quelle nuove amiche che frequenta .... mi occuperò di saperne di più-
    ​:- Bene , Adesso che fai prendi il treno ? :- 
    ​.- No ,farò l'autostop fino a Torino .
    ​:- Sei completamente fuori di testa , ma fai come vuoi. Hai bisogno di soldi ? 
     :- Se sganci una cifra non dico di no
    ​Dick tirò fuori dalla tasca dei jeans un po' di banconote ,che il ragazzo prese allegramente :- Grazie capo ci vediamo a Torino
    ​si salutarono e Chris si incamminò verso la stazione ferroviaria e di li sarebbe salito verso la strada per Ventimiglia . Dick si diresse  verso la Capitaneria di Porto per parlare col comandante in capo .
    ​Di li a qualche giorno sarebbe partito per Torino . Aveva una strana sensazione , di aspettativa come se fosse passato vicino a qualcosa di nuovo e misterioso.
    Continua...

  • 12 luglio 2016 alle ore 2:25
    Albinismo: tre storie

    Come comincia: 1) Albinismo.
     
    Il mare di Pioppi, quel giorno, appariva mosso. Il gruppetto di giovani, arrampicati sugli scogli, sembrava ben adatto a muoversi comunque con assoluta disinvoltura: le mascherine sul volto, si tuffavano dai punti più alti, insinuandosi, fuori vista, in cerca di polpi e di ricci di mare. Erano maschi e femmine sui sedici, diciotto anni.
    Una ragazzina bionda faceva incetta degli spinosi animaletti, salvandosi dalle punture con le scarpette di gomma. La rete che li conteneva mostrava il contenuto che si agitava, tra il colore bruno e il rossiccio.
    Un ragazzo scurissimo di pelle, con il costume arricciato sui fianchi per liberare meglio le cosce, con un coltellino corto, ne apriva alcuni, mangiandone la parte commestibile, per poi gettare il resto in mare, mettendo a rischio i piedi di chi non usava sandali di gomma.
    Altri corpi snelli o più grassottelli spuntavano a tratti dalle onde schiumose.
    Giusy, quella fine estate, era diventata di un bel color bronzo. Ben differente il colore di Francesco, che si riparava dal sole sotto un ombrellone. La pelle, malgrado l'abbondante dose di protezione solare -la più forte- era color gambero. Qualche ciuffo biondissimo di capelli, anzi, più che biondo, bianco, spuntava da sotto il cappellino a visiera. Gli occhi, di un azzurro che litigava con quello del cielo, erano comunque ombrosi. Si guardava intorno, evidentemente a disagio, mentre gli altri del gruppo, ragazze e ragazzi evidentemente a loro agio, saltellavano sugli scogli, si tuffavano, infilzavano sotto l'acqua polpi di piccole dimensioni, inseguendoli e punzecchiandoli fino alla resa.
    Francesco si era più volte bagnato, per non soffrire il caldo. Nuotare, per lui, era un gioco felice, in piscina, o durante le ore in cui il sole calava determinatamente all'orizzonte, ma non poteva mostrarsi come gli altri al sole, pena scottature violente. Fissava apertamente Giusy, chiunque poteva rendersene conto: per lei aveva una vera e propria passione. Tanto da seguirla su quegli scogli, scendere per le rocce che portavano al mare, sotto il calore accecante e restarsene lì come un povero gambero che si trovasse fuori del proprio guscio.
    Si era portato un libro di Ernest Hemingway: For Whom the Bell Tolls (Per chi suona la campana). In inglese.  La sua fotofobia poteva comunque essere ridotta impiegando normali occhiali da sole. I suoi erano ottimi e gli permettevano anche di leggere, protetto dall'ombrellone che si tirava dietro come avrebbe fatto una lumaca con il suo guscio. Difatti: volendo vivere l'estate assieme al gruppo di amici, doveva comunque proteggersi dal sole e cercare, anche, di passare il tempo, mentre gli altri si divertivano in tutti i modi legittimi che si potevano trovare in estate. Studiava l'inglese, perché sognava di andare a vivere in Inghilterra, laddove, pensava, il colorito pallido, gli occhi glabri ed i capelli chiari, avrebbero potuto passare quasi inosservati.
    Intanto seguiva le evoluzioni della ragazza sugli scogli. Era un maschiaccio: bruna di pelle anche d'inverno, con i capelli ricci che splendevano di ombre blu e gli occhi grandi e scuri, rappresentava il suo esatto contrario. Forse proprio per questo, l'attirava. Ma non accadeva il contrario. Giusy ammirava Giovanni. Alto, robusto, con i capelli di un castano rossiccio, che teneva legati in una codina che non diminuiva la sua aria di maschio, non era certamente bravo come Francesco, a nuoto. Ma non aveva paura del sole e questo lo rendeva più vicino a Giusy nelle giornate al mare. Il romanzo gli piaceva, così ricco d'amore, di disperazione e di sesso, così senza possibilità di soluzione positiva, lo faceva sentire partecipe del dolore dei protagonisti. Tuttavia di tanto in tanto lanciava occhiate preoccupate verso Giusy, che gli sembrava troppo poco attenta al pericolo. La testina bionda fuoriusciva a tratti dalle acque, mentre le onde sembravano sopraffarla. Poi il suo corpo aggrediva uno scoglio, ponendosi in salvo. Ma, nella sua ricerca, sembrava perdere ogni contatto con il gruppo. Si allontanava sempre di più e ogni volta che scompariva sotto l'acqua grigia e bianca Francesco si ritrovava più preoccupato. Misurava la distanza tra lui e lei, chiedendosi in quanto tempo avrebbe potuto raggiungerla, se fosse stata in pericolo.
    Un attimo: abbassò lo sguardo sulla pagina che appariva marrone per le lenti degli occhiali e quando lo rialzò, dopo una pagina, non gli riuscì più di vederla. Attese qualche attimo, fissando l'ultimo scoglio laddove la ragazza era scomparsa: nulla. Divenne ansioso. Si rialzò, gettando di lato il libro e guardò ancora nella direzione di lei: nulla. Pur comprendendo di correre il rischio che i suoi timori fossero inutili e si mostrasse ridicolo, uscì allo scoperto sotto il blando sole della giornata nuvolosa e si lanciò verso il mare. Si aspettava, da un attimo all'altro, che lei riapparisse e la sua corsa divenisse inutile, goffa. Ma lei non comparve. I primi scogli bassi, le rocce, urtarono contro i suoi piedi, mentre fissava l'ultimo scoglio dove l'aveva vista infilarsi in acqua. Il cuore gli batteva all'impazzata, il tempo gli sembrava essersi bloccato, ma sapeva bene che non era così: per lei, se si trovava davvero sott'acqua, con la mascherina senza respiratore, ogni minuto poteva essere fatale. I suoi muscoli allenati in piscina ubbidivano veloci. Le ore passate a fare esercizio in palestra servirono a che superasse di slancio gli scogli, fino a raggiungere l'ultimo dove lei era scomparsa. Senza mascherina, si tuffò ad occhi aperti, disperato, guardandosi intorno nell'acqua melmosa. Era terrorizzato. Quei minuti passati sott'acqua poté affrontarli per l'abitudine a farlo in piscina. La vide. Era ferma, insinuata di sbieco dietro uno scoglio. Da un lato del capo fluiva come un filo rosso e comprese che si trattava di sangue. Doveva essere urtata violentemente contro una roccia a seguito di un'onda più forte. Raggiunse quel capo per trarlo fuori dall'acqua, mentre il peso morto dell'amica gli fece credere che fosse inutile, che lei non svenuta ma finita senza respiro, l'avrebbe portata a riva come un cadavere.
    Avrebbe urlato se avesse potuto. La condusse fuori, fece scivolare il corpo sul più vicino scoglio, la mise di fianco per fare sì che l'acqua fuoriuscisse dalla bocca, la scosse, poi, dopo averla girata col volto verso l'alto, le batté il petto ritmicamente con le mani unite: Poi di nuovo di fianco, per farle espellere , l'acqua, mentre lei, finalmente, cominciava a tossire, agitandosi in modo dapprima senza senso, poi con maggiore logica. Tentava di mettersi seduta, tossiva, si passava una mano sul lato della fronte dove provava dolore. Ma, fortunatamente, il fiotto di sangue sembrava essersi bloccato.
    -"La testa. Mi fa male la testa."- Sussurrò.
    -"Sì, dobbiamo, tornare a riva. Dobbiamo portarti all'ospedale. Da solo non ce la faccio, devi aiutarmi."-
    Lei parve accorgersi di lui all'improvviso:
    -"Cosa ci fai qui?"- Chiese-
    -"Ti ho visto scomparire e sono venuto a salvarti."-
    Rispose lui, semplicemente.
    Finalmente da riva sembrò che gli altri del gruppo si fossero resi conto del pericolo corso dall'amica: cinque o sei ombre si agitavano, vicine tra loro, ma nessuno sembrava intenzionato a raggiungerli. Comunque, fortunatamente, era oramai inutile. Un po' nuotando, un po' arrampicandosi di scoglio in scoglio, i due giovani raggiunsero gli altri.
    In pochi minuti, malgrado che il sole non sembrasse neanche esserci, la pelle di Francesco era divenuta di un bel rosso acceso. Lei se ne accorse:
    -"Il sole ti fa male!". Gli ricordò.
    -"Fa nulla. Passerà."-
    Non era intenzionato a mollarla in quel momento. Lui l'aveva trovata, lui l'aveva salvata e lui l'avrebbe accompagnato al Pronto soccorso di Vallo della Lucania, con la sua auto. Anche a Giusy la cosa sembrò logica. La afferrò per mano e si allontanarono, risalendo verso la strada a picco sul mare. Fu faticoso. Lui portava le chiavi dell'auto nel pantaloncino che indossava. La fece sedere di fianco al posto di guida e mise in moto.
    -"Grazie"- Disse Giusy, osservandolo attentamente, forse per la prima volta. Si accorse che era proprio un bel ragazzo, malgrado i capelli bianchi.
    -"Fa male essere albino?"-
     Gli chiese.
    -"No. Ci sono nato e ci ho fatto l'abitudine"- Rispose lui sorridendo. Si rese conto che era proprio la verità.
     
     2) Nero.
     
    Dopo molto dolore nacque suo figlio e il suo uomo la lasciò, non appena l'infermiera lavò il piccolo e lo consegnò alla madre.
    Era bianco.
    Un padre nero come l'avorio non può accettare che dalla propria donna nera venisse fuori un essere dalla pelle bianca.
    -"E' uno zeruzeru"- Decretò.
    Così erano definiti i piccoli diavoli bianchi (gli albini), nel villaggio di Maka, che si trovava fortunatamente in un clima mediterraneo. La vegetazione a macchia, era stata utilizzata dall'agricoltura, per cui vi cresceva la vite e l'ulivo e quindi la vera povertà non era di casa.
    Ma l'ignoranza imperversava.
    Strinse al seno quell'essere bianco che subito dimostrò la sua voglia di vivere succhiandolo.
    Cosa ne avrebbe fatto?
    Secondo quando aveva sentito dire era stato il diavolo a sostituire suo figlio, nel suo grembo, con un bimbo albino.
    Perché lei sapeva che suo figlio non poteva essere che albino. Lei non aveva tradito il marito con l'uomo bianco presso di cui lavorava come cameriera. La famiglia presso cui vivevano lei e il suo compagno era europea. Medici che a giorni sarebbero rientrati in Italia. Guardò il suo cucciolo e provò verso lui un amore feroce, ma sapeva bene che sarebbe stato condannato alla sofferenza: gli albini erano considerati contagiosi e potevano trasformare in pelle bianca chiunque li toccasse.
    Lei sapeva, inoltre, che suo figlio sarebbe stato considerato un fantasma dei colonizzatori europei.
    L'avrebbero condannata: doveva per forza avere avuto un rapporto sessuale con un uomo bianco. L'avrebbero cacciata dal villaggio, sempre che lei non avesse ucciso e seppellito il piccolo mostro. Ma c'era di peggio: le avrebbero proposto di acquistarlo per prelevare al bimbo le orecchie, la lingua, il naso, ma anche i genitali e gli arti.
    Il suo uomo si era mostrato fin troppo buono: avrebbe potuto strapparle il figlio dalle braccia per rivenderlo a cifre enormi. Sapeva di bambini venduti, fatti a pezzi,  la cui pelle era stata usata per confezionare talismani.
    Cosa avrebbe fatto di lui?
    Si addormentò, stanca e provata, con il bimbo a fianco, ma fu svegliata da un rumore.
    Aprì gli occhi e vide che il dottore e la moglie la stavano osservando. Era brava gente, venuta in Africa per aiutare. Avevano vissuto per molti mesi in una capanna del villaggio, migliorando l'ospedale che era stato realizzato con denaro proveniente dall'Italia.
    In quell'ospedale era nato suo figlio e Dott, con la moglie Irene, erano venuti a salutarlo.
    Ma adesso l'osservavano.
    -"E' bianco"- Disse Maka.
    -"E' albino"- Disse Irene.
    Per qualche minuto tacquero tutti, tranne il piccolo che cominciò ad agitarsi e lanciare tenui strilletti pretenziosi: aveva fame.
    La moglie del dott allungò le braccia per prenderlo e lei glielo consegnò.
    Nel momento in cui il piccolo fu tra le braccia chiare di lei, sembrò essere al posto giusto. La pelle di lei e quella di lui erano uguali. Bianche.
    -"Tu comprendi che non puoi tenerlo, vero?"-
    Chiese l'italiana cullando suo figlio.
    -"Sì. Il mio uomo mi ha lasciata. Posso tornare a casa con voi?"-
    -"Certamente. Ma tra quindici giorni noi ritorneremo in Italia. Allora cosa sarà di te? Cosa avverrà del bambino?"-
    Tacque.
    Parlò il medico: -"Lo sai che ho studiato come sono trattati gli albini qui da voi.  Li fanno a pezzi, perché la magia nera africana sostiene che se lo zeruzero soffre molto morendo, più urla, mentre gli sono amputati gli arti, più grande è il potere presente nell’arto amputato. Le Nazioni Unite hanno contato più di 70 albini uccisi in Tanzania negli ultimi mesi. E' un numero basso rispetto alla realtà. Vuoi venderlo? Vuoi ucciderlo? Vuoi vederlo fatto a pezzi? Lo sai che anche se vorrà studiare sarà trattato come un deficiente.  Nelle scuole, ammesso che tu possa portarlo all'età scolare, nessuno capirà che deve stare vicino alla lavagna, perché vede male, perché il suo udito può essere basso."-
    -"Cosa volete che faccia?"-
    -"Dallo a noi. Non abbiamo figli e lo adotteremo."-
    -"No!"- Urlò lei.
    Ma sapeva che l'offerta era buona.
    -"Lo faremo crescere e studiare.  Sarà un bambino normale. Bianco tra i bianchi."-
    -"Dimenticherà la sua gente. Dimenticherà sua madre!"-
    -"Noi faremo in modo che non accada. Gli parleremo della sua terra e di sua madre. Gli diremo anche che tu hai fatto un grosso sacrificio a lasciarlo a noi, per farne un uomo felice. Studierà. Forse diverrà medico. Forse deciderà di tornare nella sua terra, da forte, da adulto, da italiano. Così potrà cambiare le cose. Se lo terrai morirà o ne farai un infelice.
    Maka sapeva che avevano ragione.
    -"Portatelo a casa."- Disse.
    Così fecero e dopo una quindicina di giorni in cui ebbe modo di vedere come fosse amato, lo portarono via con loro.
    Lei non pianse. Poté tornare al villaggio, da sola. Il suo uomo la guardò e non disse nulla, ma poi l'abbracciò e la tenne con sé: aveva agito bene.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    3) In funicolare.
     
    Lui vendeva un po' di tutto in funicolare, ma con una cert'aria di serietà ed orgoglio. Penne, ventagli, contenitori per bibite. Cose di discreta qualità a prezzi bassi.
    Cominciava il suo discorso ponendo in luce il fatto di essere albino e di come fosse difficile vivere e lavorare essendolo.
    Molta gente comprava, non per pietà, ma per convenienza.
    Un giorno, verso le 14.00 in quel primo vagone entrò un piccolo gruppo di studentesse. Probabilmente universitarie al primo anno, allegre, spensierate, con l'aria di essere un pochino "figlie di papà".
    Tuttavia una di queste, nell'entrare, ebbe un sussulto violento, fu quasi tentata di spingere fuori le amiche, di condurle in un nuovo vagone, o, almeno, più in alto. Le amiche non se ne resero conto. Non si mossero.
    L'albino aveva cominciato a presentarsi e illustrare i suoi prodotti, ma all'ingresso del gruppo, parve che le parole gli restassero in gola. Le osservò, a disagio, poi abbassò per qualche minuto lo sguardo. Lo rialzò di nuovo, con un'espressione che sembrava di essere d'attesa, fissando gli occhi su una delle ragazze che ricambiò per qualche secondo lo sguardo, ma poi gli girò le spalle.
    A questo punto l'uomo sembrò ritrovare il sangue freddo e riprese il suo discorso da capo:
    -"Buon giorno a tutti, scusate se vi disturbo, ma non voglio costringere nessuno. Io sono nato albino e per questo non vedo molto bene e neanche sento molto bene. Sono anche particolarmente portato alle malattie e non posso stare molto al sole perché rischio tumori della pelle..."-
    Le persone che lo conoscevano restarono piuttosto perplesse, in quanto non si era mai tanto dilungato sulle sue difficoltà. Continuò:
    - "In effetti sono un commerciante al minuto. Non chiedo l'elemosina a nessuno, perché vendo oggetti utili e soltanto a chi desidera comprarli."- Sorrise.
    Una ragazza dal vagone più in alto si sentì chiamata in causa:
    -"E' vero! Le vostre penne sono buonissime ed uso sempre e soltanto quelle! Ne posso avere due?"-
    -"Sì, certo. E con il ventaglio le donne possono rinfrescarsi. Però ho anche questo micro ventilatore a pile, per due euro, compreso le batterie..."-
    Sorrise.
    Una signora chiese un ventaglio e lui le chiese che colore lo volesse. Lo prese nero: un euro. Qualcosa lasciava pensare che probabilmente la donna a casa ne avesse altri, ma che le facesse piacere aiutare quell'uomo gentile, che non chiedeva elemosine.
    Lui passò oltre e percorse il primo scompartimento. Alla fermata successiva scese, per raggiungere un altro scompartimento e rifare il suo tentativo di vendita.
    Le ragazze restarono nel primo.
    La funicolare fece tre fermate e ogni volta il commerciante al minuto cambiò vagone, per provare a vendere i suoi prodotti ad alti viaggiatori.
    Finalmente la funicolare giunse all'ultima fermata del vomero e l'uomo sembrò attendere prima di scendere dal vagone in alto. Pareva cercare qualcuno tra la piccola folla di persone che saliva lentamente le scale per raggiungere l'uscita. Aspettava le ragazze. Non tardarono a passargli avanti e lui le tenne dietro fissando le spalle della più piccola: una brunetta dal colorito olivastro. Fu un momento. A pochi passi dal raggiungimento dell'esterno, la ragazzina rallentò, poi si fermò fino ad affiancarsi all'uomo, che le fece una timida carezza sulla spalla, nascondendosi.
    -"Ciao papà. Buona giornata!"- Sussurrò la brunetta. Poi si lanciò per raggiungere le compagne.
     
     
    .
     
     

  • 11 luglio 2016 alle ore 21:44
    Amalia e Giovanni

    Come comincia: Amalia e Giovanni si mettono a tavola, come ogni sera da ventotto anni. Quando lui allontana dal tavolo il posacenere le sigarette l’accendino, lei sa che è ora di apparecchiare. Lesta prende la tovaglia nel cassetto e la stende sul tavolo. Con maestria, in un solo movimento, la tovaglia è allargata, perfettamente, da ogni lato del tavolo scende per la stessa misura. Giovanni mette i tovaglioli, prende la bottiglia dell’acqua minerale e la posa sul tavolo. Lei arriva con i piatti i bicchieri e le posate, li sistema e sposta la bottiglia dell’acqua, un po’ più in là, dove piace a lei. Si sorridono, è probabile che lui lo faccia apposta, per darle la soddisfazione di spostarla. A lei non piace alzarsi durante la cena perciò mette in tavola tutto, proprio tutto quello che può servire, ma se qualcosa viene dimenticato, sarà Giovanni ad alzarsi per andarla a prendere. Si è sempre fatto così, non l’ha deciso nessuno, è automatico. Mentre mangiano non parlano molto, anzi spesso Amalia si perde in pensieri stranieri, e poi si sente in colpa e subito appoggia una mano su quella di lui. Va tutto bene? Certo, va tutto bene. Lei gli cucina ciò che gli piace, lo coccola e ama fargli sorprese. Poco tempo fa ha nascosto un dolce nel frigorifero, in un posto dove lui non avrebbe mai guardato, e poi, a cena finita l’ha portato in tavola godendosi lo stupore e la gioia di lui. Mentre mangiano lei spesso sbircia i capelli quasi del tutto bianchi di Giovanni e pensa che il prossimo compleanno saranno settanta. E lui se ne accorge: Tesoro, cosa pensi? Lei non sa cosa rispondere perché le cose che pensa sono davvero tante, e allora sintetizza: penso che ti voglio bene. Amalia è una donna che ha amato e ama molto, ma non sa dire ti amo, non l’ha mai detto. “Ti voglio bene” è tutto ciò che lei riesce ad esprimere con le parole, il resto lo dimostra con la tenerezza, la dedizione, e la dolcezza. Giovanni le sorride e le stringe una mano. C’è un attimo di smarrimento fra di loro, una piccola nuvola che passa veloce e posa un’ombra sul loro sorriso. Quanto tempo avremo ancora per stare insieme? Non se lo dicono ma lo pensano tutti e due. Chi se ne andrà per primo? E’ Amalia la prima a reagire. Si alza di scatto per sparecchiare la tavola. Va a prendere i farmaci che lui deve assumere ogni sera e glieli porge nel palmo della mano. Lo accarezza. Coricati un po’, se ti addormenti ti sveglio io quando è ora dell'insulina. Giovanni scherza scimmiottando un vecchio programma tv “portami a nanna”, e ridono tutti e due divertiti. Lei lo accompagna in camera e controlla che sul comodino ci sia il fazzoletto pulito. Lui le dice: ma dai non stare al computer, vieni a letto, a guardare la tv, ti vorrei accanto a me. Amalia lo rassicura: certo, sbrigo le ultime faccende e ti raggiungo. Va bene, ti aspetto. Giovanni lo dice sempre, ma poi si addormenta. E quando lui si addormenta magari lei sta in piedi fino a tardi, ma appena si mette a letto, la mano di lui, anche se nel sonno, cerca la sua mano e la stringe. Solo così la notte sarà serena.

  • 06 luglio 2016 alle ore 20:09
    Del Mondo Altro

    Come comincia:  
    Ci son cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere nell'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco cosa mi accade quando entro nell’Altro e mi lascia fiacca, forse svuotata, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, è essere rimasti appesi in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima. Ritornare alla mia forza sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Resto in quel silenzio ovattato fino al risveglio del Luogo di me, serafica, effusa nel nulla, felice di aver ricevuto il permesso di entrare in Mondi Altri.son cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarcison cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarcison cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarcison cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarcison cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarci

  • 05 luglio 2016 alle ore 15:23
    L'intruso

    Come comincia: Si era di Marzo e fu un'annata fredda, ma sempre pronta a lasciar esplodere il sole alla stagione successiva. In Primavera però, quando si risvegliava, la natura sapeva di flebile e forte, un contraddittorio. Come l'uomo che mostra le sue facce, così pure vi erano i contrapposti, che fra i colori e gli eventi, mutavano instancabilmente per prepararsi alla lunga estate calda.
    Ho sempre pensato alla Primavera come ad una dolce, lenta agonia. Lei, così padrona del caldo e del freddo, dei colori nei campi e dei battiti di cuore. Ci tiene al guinzaglio, ci guida e ci schiaffeggia, ci premia e ci abbandona, mutante e mutevole anima vacante.
    Si era di Marzo, e fu un'altra Primavera di occhi che frugano ovunque senza nulla vedere. Gli orizzonti più lontani sono sempre quelli che abbiamo accanto, e non è esatto dire che non li vediamo. Siamo tutti sempre molto più coscienti di quanto amiamo credere e lasciar credere.
    La mano di Beth, che carezzava le rose, le viole e le spighe, trovava ora un fiore sconosciuto, qualcosa di ignoto che sapeva di quella paura che si prova una volta sola nella vita. Tutte le altre, le volte in cui avrai avuto nuovamente paura di qualcosa, non avrà mai a competere con quella.
    Si era di Marzo, e Beth vide nello specchio la sua vita fino ad allora, scorrerle davanti, un fotogramma dopo l'altro, gli anni stipati in attimi, a perdere l'incanto di ciò che furono, solo per quella folle velocità a cui viaggiavano. Le sembrò di percepire il freddo e il calore scorrerle nelle vene, come un fiume che si lasci trascinare dalla corrente senza opporre resistenza, certa di sfociare in un mare sconfinato, un mare più dolce e più clemente di quell'eterna sentenza.
    Si era di Marzo, e la mano di Beth, sotto il getto di un'acqua tiepida e dolce, scorgeva l'intruso, che ineducato e inopportuno se ne stava lì sotto con lei, puntando i piedi come un bambino capriccioso, e deridendola come un adulto inconsapevole.
    Perché, cosa volete che ne sappia l'intruso, della Primavera e delle sue beltà, di Beth e dei suoi fiori, dei laghi e delle spiagge, della vita e dei sorrisi? L'intruso poi, egli non conosce neppure le umane lacrime, la pura sofferenza del dispiacere, o di una delusione. L'intruso però, ben conosce il punto più profondo dell'essenza del dolore, quello oltre il quale esiste solo il baratro del'ignoto, che non si trova dove c'è quel che non conosciamo, ma si trova dove vi è ciò che non saprai mai quando avrà fine, immaginando l'eternità, come un piccolo nastro rosa.
    E' l'evento che nasce, ti fa guerriera e ti vede combattere ogni volta la stessa battaglia. E' la tua prima Primavera di malattia, e l'intruso verrà sbattuto fuori dal tuo corpo senza garbo, i tuoi colori muteranno come tutte queste Primavere, sarai rosa in un campo di grano, avrai imparato a domare le correnti del fiume, avrai mutato l'odore della tua pelle, e ogni nuova tua paura ti sarà fedele compagna, alleata nella quotidiana lotta di crescere e fiorire ancora la tua rosa nel campo di grano.

  • 30 giugno 2016 alle ore 16:03
    FEMME QUI RIT DEJA' DANS TON LIT

    Come comincia: ‘Spondilodiscite’ non è solo una brutta parola e purtroppo, per me e per tutti noi, è una malattia fastidiosissima e di lunga durata. Ma non voglio tediarvi con i miei problemi personali che a me rompono i coglioni ed a voi non vi fregano un c.. Vorrei piuttosto mettervi al corrente delle conseguenze diciamo erotiche del mio soggiorno in una stanza di un ospedale della mia città dove, ricoverato per errore marchiano di quattro medici ‘guru’, mi sono trovato dinanzi ad una situazione sessuale piacevole che, per un po’ di tempo, mi hanno fatto dimenticare le mie traversie.
    Mio compagno di stanza un giovane di circa trenta anni, ricoverato per una colonscopia per evitare di pagare un medico privato. A fargli visita la sera una giovin signora estremamente piacevole che dava subito all’occhio per la sua semplicita’, un controsenso direte voi ma non nel suo caso: ‘semplicitas prima virtus’. 1,75 circa di statura , corpo statuario, (un giunco si sarebbe detto nell’ottocento), caschetto castano, viso stranamente triste, nasino all’insù (odio nelle ragazze i nasi lunghi, sembrano dei travestiti) occhi espressivi color nocciola, il resto a più tardi quando…
    Data la estrema schifezza del cibo fornito dall’ospedale, io Alberto Bonaventura (nome preso in prestito da un personaggio dal ‘Corriere dei Piccoli’ quando ero giovanissimo) telefonavo ad un ristorante di Ganzirri per ordinare una cena degna di questo nome (sono agiato e me lo posso permettere). Ovviamente il mio compagno di stanza Salvatore stava a guardare ed io, sempre generoso, pensavo anche a lui. Una sera la consorte, venuta a fargli visita, fu anche lei invitata al desco serotino.
    Dopo le solite chiacchiere inconcludenti e anonime Carmen, (questo il suo nome) prese in mano la situazione:
    “Salvo vai nella saletta del televisore, vai sul canale locale, deve essere riportato l’episodio di quel tuo cugino gioielliere rapinato di recente.”
    Sparito il consorte Carmen: “Non so da dove cominciare…intanto mio marito non ha un fratello gioielliere anzi non ha proprio fratelli e quindi Salvatore…”
    “Provi dall’inizio.”
    Storia piuttosto triste e piuttosto comune di questi tempi: il marito, titolare di una concessionaria di auto tedesche, era stato licenziato per poche vendite di auto,  i due coniugi avevano dovuto lasciare la casa in affitto in città e ‘rifugiarsi’ in una frazione ospite dei parenti di lei, ex contadini con piccola abitazione e piccola pensione. La bimba di due anni, con la sue esigenze, era altro motivo di preoccupazione. Carmen, brillante a scuola, si era iscritta in psicologia all’università, aveva dovuto abbandonare gli studi. Questo il racconto, Alberto ne trasse la logica conclusione...
    Il silenzio era sceso fra i due, Alberto doveva fare una scelta ben precisa che avrebbe comportato cosa?
    “Di natura sono piuttosto timida ma…”
    “Si fa di necessità virtù, sono sull’ovvio ma…”
    Carmen aveva preso a piangere silenziosamente, lacrime di vergogna? di rabbia? di tristezza… Stava per andarsene quando Alberto:
    “Sono a disposizione per quello che posso, ho capito bene?”
    “Si signor Alberto, ha proprio capito…”
    “Senti buttiamola sull’umorismo, mi chiamano tutti ‘zio Alberto’ per la mia non più giovane età, fallo anche tu, per empatia…Un’idea: domani sera cena speciale a base di brodetto di pesce come si usa in Adriatico pietanza non comune da queste parti, vedrai una sciccheria, darò disposizione al ristorante…vorrei vederti sorridere…”
    “Vorresti anche altro?
    Preso in contropiede lo zio Alberto rimase imbambolato senza parole.
    “Ho capito… la merce, prima di fare acquisti è buona norma…” ed aveva provveduto a sbottonarsi la camicetta, tolto il reggiseno erano spuntate due tette forza tre con aureola pronunziata e piccolo capezzolo in piena sintonia con i gusti dello ‘zio Alberto’. Il passaggio successivo gli slip che rivelarono un pube molto folto di peli, quasi sino all’ombelico per non parlare del popò anzi parliamone data la sua scultorea bellezza oltre a caviglie sottili, uno splendore.
     Affascinato, il cervello dell’Albertone divenne un vulcano: immaginò situazioni decisamente ‘arrapanti” sin quando rientrò Salvatore.
    “Caro il mio compagno di stanza, che ne diresti di una cena domani sera ho in testa un menù innaffiato da un premiato Verdicchio dei Castelli di  Jesi sarebbe l’ideale…”
     “L’ideale per scopare mia moglie” pensò bene Salvatore ma si guardò bene dall’esprimersi in merito.
    Alò telefono: “Salvatore per domani sera dì allo chef di preparare quel brodetto che ti ho insegnato, ho in testa…”
    “Cavaliere immagino quello che ha in testa…”
    “Sei  maligno, nulla di quello che pensi…”
    “Si ricorda le parole di quel suo paesano politico?”
    “Mi raccomando il vino in contenitori freddi…tre bottiglie.”
    Quella fu la giornata più lunga dello ‘zio Alberto’, la mattina piena di aghi sulle sue braccia per trasfusioni varie, pranzo quello che rimaneva della sera precedente, lungo pomeriggio ed infine un cameriere che, allettato dalla solita mancia generosa, si era presentato sorridente con un vassoio pieno di prelibatezze.
    Un pò imbarazzati fra i tre la conversazione languiva nè non era migliorata con la musica del televisore in sottofondo.
    “Quando ero giovanissimo ero costretto a sorbirmi le barzellette, secondo loro spiritose, di colleghi di mio nonno ex commissario di P.S.
    Alcune era letali come quella del bambino che dice al papà:
    Papà il tuo amico Massimo ti frega tutte le lampadine.”
    “Cha vai dicendo, il mio amico non  lo farebbe mai e poi che ci farebbe?”
    “Questo non lo so ma l’altra sera quando tu eri al bar con gli amici la mamma era in camera da letto con lui e sentivo che gli diceva: gira la lampadina e dammela!!! Lo so non fa ridere ma peggiore era quella si Perseo: campo di battaglia di Canne fra Cartaginesi e Romani, una strage, corpi di morti e feriti tutto intorno, il centurione Caio Duilio va in cerca del suo amico Perséo, cerca fra quelli con la sua divisa ma erano quasi tutti irriconoscibili in viso;  gira il corpo di un soldato ma era già morto, altro centurione …orrore ed infine uno con gli occhi aperti, sembrava proprio Perseo ma non  ne era sicuro. Sei Perseo? Il tale emise un gemito e chiuse gli occhi. Maledizione, Caio Duilio lo scosse: sei Perseo? Sei Perseo? e quello con un vocione  inaspettato.         "T R E N T A S E O O O’! “
    Un gelo era sceso fra i tre…
    Lo zio Alberto si era messo in un cul de sac, era partito dal presupposto che quel detto francese secondo cui…
     “Signor Alberto, non vedo mia figlia Teresa da vari giorni, non la fanno entrare in ospedale per l’età, vado a casa vederla, le farà  compagnia  Carmen.”
    La frase detta con semplicità aveva colpito lo ‘zio Alberto’, quella rassegnazione da parte di Salvatore lo aveva messo in crisi, stava per richiamarlo indietro ma era sparito dalla stanza. Guardando dalla finestra vide entrare un una Volkswagen.
    Infermiera di notte era una certa Maria Rosa la quale,ampiamente foraggiata, non avrebbe creato problemi, fin qui tutto bene poi…
    “Carmen io sono un fantasioso, ho scritto un romanzo e tanti racconti tutti inventati ma quello che ho in mente rispecchia la realtà. Durante la notte ho immaginato noi due abitare da soli in un piccolo appartamento, io sempre in panciolle a leggere il giornale o a poltrire a letto, tu girare per casa a sbrigare le faccende domestiche, un classico quadro di una coppia felice; pomeriggio riposino e la sera, dopo cena, passeggiata in centro in mezzo alla gente con la peculiarità di non udire alcun suono del circondario tutto preso dalla tua persona vicino a me, nuda, nuda ma solo per me non per il comune volgo: tette rimbalzanti ad ogni passo, sedere in sincronia ed i piedi deliziosi o meglio le estremità (fa più fine) che, senza scarpe, battevano i marciapiede a lunghe falcate. Rientro a casa con conseguenze…Ti vedo perplessa, è solo una fantasia…”
    “Che vorresti diventasse realtà…È risaputo che le femminucce hanno più il senso del pratico più sviluppato dei signori maschietti: ti spiego il finale:
    la ‘zio Alberto’ e Carmen innamoratissimi (mi sei piaciuto dal primo istante) convivono: tu lasci la gentile consorte con conseguenze…io mio marito ma…ricorda che le dee dell’Olimpo, sempre in lotta fra di loro,invidiose,riescono sempre a far naufragare i piani dei mortali: Venere, Minerva e Giunone non erano delle santarelle e tuttora ci sovrastano, arrivaci da solo sul punto debole della nostra eventuale storia: non ti offendere ma ti vedo piuttosto egoista…non accetteresti mia figlia e per una madre…”
    Carmen aveva colto nel segno.
    Lo zio Alberto: "Il tuo sorriso è penetrato nel mio cuore e vi rimarrà per sempre!“   Carmen:: "Che ne diresti di goderci questa nottata come dolce ricordo,  non sarò una prostituta profumatamente pagata ma una dolcissima amante…” E così fu, goderecciate a ripetizione da parte di entrambi e verso le sei del mattino:
    “Cavaliere l’iniezione…” era Rosa Maria piuttosto allarmata.
    Fine della storia o meglio:
    “Mio caro accetto per una volta il tuo denaro (apprezzate il termine al posto della parola soldi) ma sarà l’ultima volta, mi puoi aiutare trovandomi un impiego presso un tuo amico…
    E così fu: la ‘zio Alberto’ ogni tanto andava a trovare quel ‘suo amico’ dell’impiego e attraverso i vetri  rimirava con tristezza le fattezze della dolce e mai dimenticata Carmen.
    Resta stabilire se rispondeva a verità il detto francese secondo cui: ‘femme qui rit dèjà dans ton lit.’, non l’avete capito perché avete studiato inglese…fatti vostri!
     
     

  • 22 giugno 2016 alle ore 20:10
    Ombre sul Cermis

    Come comincia: Cap. V
    Riemerge dal sonno.
    Nel calderone in cui mi sento immersa, fluttuo lentamente, fumi pallidi mi avvolgono, quasi mi pare di non avere peso. Mi arrotola e sospinge ogni lieve cambiamento d'aria, sto riemergendo dal sonno, è così ogni mio risveglio di ogni mattino di tutta la mia esistenza, non ricordo di essermi mai svegliata prontamente lucida come quelle fortunate persone che svettano dalle lenzuola con la stessa velocità di un falco che ha appena sequestrato la preda dal suolo. Quelli lì, le persone fortunate, sembrano schizzare energie da ogni poro, perfino nelle striature dei capelli par di vedere appese linee e curve e numeri e appunti, un planning aggiornato al millesimo di secondo con ogni cosa da fare nell'arco delle ventiquattro ore a disposizione, e automaticamente depennato per le cose già eseguite, e non crollano mai, dico mai che crollino di stanchezza a sera! Proprio mai, così come totalmente lucidi si svegliano, totalmente lucidi vanno a letto seguendo il progetto preciso, e chiaramente convinti, di dover dormire dopo aver ripassato il copione della giornata che deve venire. Quelli lì sì che sono da invidiare, ammirare, emulare! Ed io che non ho nemmeno l'eleganza di non crollare dopo otto ore di lavoro, le mie spalle scivolano pian pianino sempre più giù man mano che passa la mattinata, il collo lentamente si ricurva sotto il peso della testa che sembra aumentare di massa con il giro delle lancette, la capigliatura bella vaporosa del mattino vergognosamente si disfa e appiattisce col passar delle ore, e infine le gambe subiscono la trasmutazione aliena e da liscia pelle avvolta in calze di seta si ritrovano monconi arrotolati di cemento, solo gli abiti mantengono un certo che di inalterato e austero nel tentativo di contenere un minimo di dignità. Altro che svettare dalle lenzuola e poi nei riti della preparazione al giorno, e poi sorvolarla tutta, la giornata, pimpante e lucida! Io sono un girasole, all'inizio bello raggiante attorno alla luce e poi sempre più smorto fino a che la corolla non rasenta miseramente il terreno quando è sera. La prossima volta che nasco voglio essere un ibrido tra girasole e Anteo, così quando la me girasole a sera è lì a rasentare il terreno, la mia parte Anteo rinnoverà la sua potenza al contatto con la terra.
    Sono ancora qui, avvolta dalle nebbioline del non giorno e della non più notte, evaporo fino a tornare elemento solido, solo allorquando avrò ricevuto il giusto input che trascinerà i miei piedi fuori dal letto, e li poggerò su quel qualcosa di duro che quotidianamente mi rinfaccia che sono una persona sulla terra, che poco dopo camminerà e si confonderà nell'orda di esseri umani che colmeranno strade intasandole, e negozi e uffici e scuole e mercati, e strombazzeranno i loro clacson ai semafori e correranno su gambe veloci verso ascensori che dispettosi chiuderanno le porte proprio mentre stai arrivando tu.
    Mi manca questo input stamani, continuo a sentirmi come champagne straripante di bollicine in un flute, vado su, mi disperdo, mi riunisco e mi separo e poi torno su disordinatamente, evaporo, resto sospesa, né liquido né gas.
    Eppure sono cosciente, il mio pensiero è lucido, i miei ricordi sono netti fotogrammi senza inceppi, e questo dolore lancinante che avvolge il capo, le spalle e il petto, è lampante dimostrazione che non sono nel mellifluo mondo dei sogni, tuttavia non sento peso, constato che so che il dolore è lancinante, ma non soffro. In quale mio disordinato e fanciullesco mondo sono? Non sto sognando e non sono nemmeno nel mio momento del non giorno e della non notte, sono emersa dal calderone e conduco me stessa, fluttuando, sulla roccia coperta di neve, la sento fresca, amichevole così tenera sotto il mio passo che mi sfugge un sorriso. Sembra volermi dimostrare la sua amicizia accarezzando il mio passo, e gliene sono grata sfiorandola appena col mio corpo in movimento, mi sento leggera, mi sento nebbia nella nebbia che questa notte ha avvolto tutta la montagna. Cammino lentamente e tutto scorre come in una moviola conficcata nella mente che si srotola nella memoria, tutto si delinea nell' attenzione, il mio sguardo affonda nella folta nebbia allagata dal manto bianco che ne esaspera le sembianze. Guardo i miei scarponcini, ah che dolce la calura di questo pelo che avviluppa il piede mentre sprofonda nell'emblema del freddo! Mi trasporta nel calduccio delle mie pantofoline rosa shocking coi baffi sulla punta e due orecchiette carinissime ai lati, che allegria quando le provai in quel negozio alla periferia di Milano: con il tubino rosso e il coprispalle di pelo autenticamente sintetico, nero, come le chanel tacco dieci, entrai e mi diressi spedita verso la poltroncina di similpelle leopardata, poggiai la borsetta e la ventiquattr'ore con la stessa enfasi di chi dopo aver portato per chilometri un pesante cesto di mattoni sulle spalle, se ne libera con esasperato sospiro di sollievo, o forse come avrebbe fatto Eracle qualora avesse dismesso gli abiti di semidio, sospirai anch'io con la stessa irruenza liberatoria che sicuramente avrebbe avuto lui se avesse potuto scegliere di delegare a quelle piastrelle lucide il compito di sostenere le sue dodici fatiche sotto Euristeo. Rimugino: lui solo dodici fatiche in dodici anni per purificarsi, ma che bellini questi dei greci con tutte le loro impossibili battaglie, e noi umanissimi umani? Che forse non ne sosteniamo dodici e più in un solo giorno, e invece che purificarci ci incattiviamo sempre più per stanchezza, per sfinimento?
    Mi guardò il commesso, quasi con fare cerimonioso mi si avvicinò chiedendomi in quel suo modo affettato di falso gay che fa tanto glamour negli atelier, in cosa potesse essermi utile, mi studiò con lo stesso interesse con cui si studia una personalità dello spettacolo, lessi nella sua espressione tutta la fatica di chi tenta di raccattare nella memoria un nome da accostare ad un soggetto, quasi fosse di vitale importanza appiccicarmi un'etichetta e su questa scriverci sopra il nome ed il cognome di una tale o tal'altra attrice o mannequin. In effetti ho molto della Penelope Cruz e qualche volta mi glorio della mia stessa avvenenza, mi diverto quando seguo gli sguardi dapprima distratti e poi stupiti con gli occhi sgranati e i sorrisoni che si allargano sulle facce di uomini omini e ometti, e le loro espressioni  compiaciute di chi può dire: -” io ho visto la Penelope Cruz!”- e quanto si danno da fare per aprirmi una porta di un bar o di chicchessia luogo ci si incontra! Ma come mi diverto! Sono sfacciata, rispondo con un sorriso luminoso come foss'io davvero la Cruz, e lo sconosciuto si pavoneggia tronfio e felice, e me la rido sotto i baffi.
    Il falso gay, sono certa, pensa che io sia la famosa attrice, ora mi guarda non più perplesso, ma convinto, ossequioso, è così esaltato che se gli chiedessi di trasformare il camerino di prova in cameretta da letto, correrebbe con le ali ai piedi per spostare qualsivoglia oggetto del negozio per accontentarmi e per poter dire di averlo fatto, di aver contribuito al riposo di una Penelope Cruz sfinita dalla stanchezza nel suo negozio. Ma non mi sento così perfida oggi, ho solo voglia di infilare i miei piedi doloranti costretti in punizione in queste costosissime scarpine dal tacco sexy ed eleganti quanto si vuole, ma che non reggono più il mio corpo pesante di fatica, nelle più invitanti pantofoline che abbia visto finora: le pink panter di infantile peluche che mi sorridono dallo scaffale.
    Son caldi i miei scarponcini da montagna, al pari delle pink panter più ridenti del Trentino e della stessa regione di provenienza, la nebbia lombarda è stata sferzata dalla fantasia di quel calzolaio che le ha pensate ed è rimasto un sorriso appiccicato nel suo cielo.
    La neve rende il colore dei miei scarponi cangiante, una nuvoletta bianca si raccoglie sulla punta fino alla tomaia, poi si spande con la calma del miele sul pane, e infine si infiltra nel pelo per scomparire lisciandolo, nel buio diventano translucidi, biondo rame, sì, i miei scarponcini sono di un più discreto biondo rame, niente a che vedere con la dissacrante tonalità delle mie pantofoline rosa shocking.

  • 21 giugno 2016 alle ore 20:13
    Pensionamento

    Come comincia: Cesare e Piero Moceo si fermano e vanno in pensione. Chiude il ristorante “Da Nino” che per quarantacinque anni sul lungomare ha servito pranzi e cene a turisti, visitatori e cefaludesi. L’annuncio della chiusura si trova in una lettera che Cesare Moceo ha inviato al nostro direttore. «E’ difficile in questi casi esternare i sentimenti che pervadono due persone come me e mio fratello Piero che hanno servito per quarantacinque anni bisnonni, nonni, figli e nipoti in una clientela che per nove lustri si è succeduta ai tavoli del nostro Ristorante Da Nino». La decisione è stata riflettuta e sofferta. «Rimaniamo orgogliosi di ciò che abbiamo costruito per le nostre famiglie in quarantacinque anni di lavoro insieme; noi, che lasciamo in eredità quarantacinque anni di fraterna società, abbiamo pensato che prima che il futuro potesse fregarci, abbiamo voluto anticiparlo, perchè è giusto così». I fratelli Moceo si fermano in allegria, senza rimpianti, senza rimorsi, senza debiti e principalmente senza discussioni. Un fatto davvero raro e da sottolineare in una società dove sono tanti i sodalizi familiari che si chiudono fra debiti e problemi. «Vogliamo ringraziare tutti i nostri clienti, che sono stati gli artefici del nostro successo, convinti che il futuro del lungomare parlerà ancora e sempre di noi, nei discorsi della gente a passeggio; nei ricordi della moltitudine di dipendenti che abbiamo avuto e ai quali abbiamo donato tutto il nostro ultracinquantennale mestiere e che rimarranno indelebili nei nostri cuori». Era il 1978 quando i fratelli Moceo rilevavano sul lungomare il “Ristorante da Nino” che aveva aperto i propri battenti cinque anni prima. Nel corso di questi anni era diventato uno dei ristoranti più caratteristici del lungomare. Vi si fermavano quanti per mangiare cercavano un clima familiare. Ai tavoli del ristorante di Cesare e Piero Moceo si sono seduti Claudio Baglioni, Wess, Dori Ghezzi e tanti altri personaggi importanti del mondo della musica, dello spettacolo e dello sport. All’interno del locale campeggiava la foto dei giudici Falcone e Borsellino. «Crediamo nella legalità» rispondevano i due fratelli a chi chiedeva loro il perchè di quella all’interno di un ristorante. La lettera che Cesare Moceo ha inviato al nostro Direttore. Caro Mario, ti scrivo queste poche righe per comunicarti che un pezzo di storia del nostro lungomare è andato…in pensione. E’ difficile in questi casi esternare i sentimenti che pervadono due persone come me e mio fratello Piero che hanno servito per quarantacinque anni bisnonni, nonni, figli e nipoti in una clientela che per nove lustri si è succeduta ai tavoli del nostro «Ristorante Da Nino». Ebbene si… ci siamo fermati… largo alle prossime generazioni. Noi, che nella nostra felice decisione riflettuta e sofferta, rimaniamo orgogliosi di ciò che abbiamo costruito per le nostre famiglie in quarantacinque anni di lavoro insieme; noi, che lasciamo in eredità quarantacinque anni di fraterna società, abbiamo pensato che prima che il futuro potesse fregarci, abbiamo voluto anticiparlo, perchè è giusto così! Noi, che abbiamo voluto chiudere il nostro ciclo d’amore e d’accordo, ci siamo resi conto che non poteva esserci seguito al nostro fare e quindi la decisione è stata conseguenziale. Ci fermiamo in allegria, senza rimpianti, senza rimorsi, senza debiti e principalmente senza “discussioni”, cosa di non poca importanza nell’esperienza della società moderna. Vogliamo ringraziare tutti i nostri clienti, che sono stati gli artefici del nostro successo, convinti che il futuro del lungomare parlerà ancora e sempre di noi, nei discorsi della gente a passeggio; nei ricordi della moltitudine di dipendenti che abbiamo avuto e ai quali abbiamo donato tutto il nostro ultra cinquantennale mestiere e che rimarranno indelebili nei nostri cuori. Grazie Cefalù.

  • 21 giugno 2016 alle ore 18:22
    Uno stralcio di "Le parole che scrivo"

    Come comincia: Un forte senso di consapevole complicità li univa, una forma vitale di attrazione mentale, un bisogno reciproco che mai abbandonava, nemmeno per un attimo, la sede dove risiedono gli impulsi più profondi; era difficile lasciarli andare e ancora più difficile scolpirli nella mente solo con l’immaginazione. Gli attimi immaginati non sono vita vera e il tempo non vissuto potrebbe cancellarli per sempre. Ci si abitua a tutto e sfumano memorie.

  • 21 giugno 2016 alle ore 8:14
    La danza dell'amore: Rione Sanità

    Come comincia: Proprio in questi quartieri maledetti, la vita ha ancora la sua irruenza biologica. Maledetti, pensavo stasera, al tramonto, ma possessori della residua sacralità della vita, fatta di gioia, amore, odio, vita, morte. Lo struscio dei giovani in moto, da vedersi, al tramonto. Ragazzine dai dieci anni ai diciotto, in motorino, senza casco, a due, a tre sull'unico precario sellino. Truccate, capelli lisciati sulle spalle, camicette colorate, pantaloni a guanto, o mini sovversive, laccetti di tanga, sulla carne candida, in vista. Ragazzini raybanati, imbrillantinati, magliette griffate, jeans cinesi. Loro, maschi, hanno moto più vistose, poderose, falliche. Il volto è quello dell'ultima serie tv, serio, duro come il ferro. L'accelerazione della moto deve essere uno sballo visivo e sonoro. Il miagolio della frenata, nell'accostata, ha la delicatezza del bisturi del chirurgo. La ruota sa fermarsi a pochi millimetri dalla coscia della fanciulla. Evvia! Tutti in un caos tremendo, un intrecciarsi ritmato, quasi una danza atavica. Quando l'avranno inventata? Il sangue sa pensare e creare. Sguardi che sono lame, ammiccamenti, grida, risa, poche parole, che non si udrebbero. Avanti e indietro incessantemente in una pura tensione di danza orgiastica. Uno sfiorarsi di millimetri. Un richiedersi e un fuggire in una forma nuova di movimento meccanico. L'eros lo si respira, non lo s'indovina. Poi tutto si spegnerà col sole. Beata, tremenda, fascinosa, indistruttibile, inarrivabile gioventù!

  • 21 giugno 2016 alle ore 7:43
    Confondere Aradia.

    Come comincia: E' pomeriggio da ieri mattina. 
    Dopo che hai vissuto qualcosa di memorabile, il tempo si sente inutile e comincia a non passare proprio. La schiena sta prendendo la forma del divano, le mani non hanno voglia di fare le mani.
    Ho ricevuto una nuova proposta di sfruttamento.
    E' poggiata sul comodino e ogni tanto rileggo quelle due-tre righe scritte a mano su un foglio profumato. O almeno, si sente che originariamente sapeva di violetta, poi è stato dimenticato per un po'.

    Annette si sta alzando proprio adesso, nella casa dove sono stato anche io.
    Sono strane le cose che ti vengono in mente quando non hai di meglio da fare.
    L'ho conosciuta qualche tempo fa e la prima volta che l'ho incontrata mi ha detto così:
    -Piacere, Annette. Tre mesi è il periodo di incubazione, quindi io e te staremo insieme esattamente tre mesi da stanotte, non un giorno di più. Prima di andare via ti farò un test per vedere se tutto è andato per il verso giusto, poi me ne andrò e non mi rivedrai più. Ci stai?-
    Quello che mi aveva detto era terribile, ma l'effetto che fa in me la parola “terribile” è lo stesso effetto che fa in voi la parola “tappo”, la parola “armadio”. Nessuno. Così mi ha portato a casa sua. Lungo il tragitto ho provato a stringerle la mano, ma lei mi ha dato solo un dito e io mi ci sono aggrappato con tutte le mie forze.
    Quella sera c'era un vento forte e la sua montagna di capelli castani mi finiva in faccia.
    Più andavamo avanti, più accelerava il passo, facendomi rimanere indietro, staccando ad uno ad uno le mie dita dal suo indice.
    Pochissime cose le ho detto in quei mesi ed una è stata quella sera, guardandole la schiena.
    -Lo sai in psicologia cosa vuol dire quando qualcuno cammina davanti a te?-
    -Cosa?-
    -Che si sente superiore, che vuole creare una distanza-.
    Allora lei è tornata indietro e mi ha ridato la mano, stavolta tutta intera, ma benché fosse più di prima, era comunque troppo forzato. Qualsiasi cosa fosse, di carnale non c'era niente, era più simile ad un guinzaglio.
    Arrivati a casa, fu subito chiaro dalle sue movenze il tipo di rispetto che mi avrebbe riservato. Mi guardava con aria severa, come se fossi un compito in classe, un ispettore, e invece non mi ero nemmeno mosso dall'ingresso. 
    Buttò il soprabito sul divano e io chiusi gli occhi istintivamente.
    Un momento non è mai un momento e basta; e anche se lo sarà, forse sbadatamente tra tanti anni ti ritroverai a pensarci. E allora dev'essere quantomeno carino, quantomeno bello abbastanza da essere vivido. Sei qui, in questa stanza, con lei, mentre potresti essere altrove. Questo è un pezzo della tua vita; fai almeno finta di non starlo buttando nel cesso.
    Io mi sono allenato, ci ho messo parecchio, ma ce l'ho fatta. E' però in momenti come questo che mi chiedo se tutto il mio sforzo sia stato un bene o un male.
    Penso alle cose che avrebbe pensato lo stesso me di solo cinque anni fa. Cinque, una mano sola. Una mano che si è sempre chiusa così tanto a pugno da far rompere la molla e spalancarsi, di colpo, facendo scivolare via tutto quanto, non riuscendo neanche a stringerne bene una uguale.

    Apro gli occhi.
    Annette ha un lunghissimo vestito blu a fiori. E' smanicato, ma ha talmente tanti monili addosso che di nudo ha solo le mani, le spalle e la faccia. Non sorride, sta solo davanti a me, immobile.
    Presto finirò in trance e quello che succederà vicino a lei lo ricorderò fugacemente, ad alta velocità.

    Lei comincia, come cominciano tutti, cercando di abbassare la luce della stanza a livello “sarà per sempre”.
    Su tutto si abbassa una luce calda, arancione, come se d'improvviso fosse la notte di natale.
    Comincio piano a sbottonarmi i polsini e presto mi ritrovo le mani di Annette a scansare le mie, a sbottonarmi più in fretta, sbuffando.
    Ha le unghie con lo smalto bianco perla. Muovendosi frettolosamente sulla mia camicia dello stesso colore, quasi scompaiono, rendendo più facile immaginare di essere in un film surreale. Dita che scompaiono, per quello non riuscivo ad afferrarvi.
    Non che mi sforzi più di tanto ormai. Basta un movimento, un colore, per dare spiegazione ad eventi molto più grandi.

    Alcuni ricordano il loro passato sotto forma di flash. Io invece ci vivo il presente.

    Flash.
    Annette seduta di fianco a me sul letto che fuma una sigaretta e con lo stesso accendino disinfetta l'ago.

    Flash.
    Mille spade che si infilzano tutte in un unico punto del mio braccio. 

    Flash.
    Turtles - Happy together

    Flash.
    Visuale distante e sfocata del soffitto in legno. Sulla destra, con la coda dell'occhio, schiena di Annette. Scapole che si muovono, braccia che armeggiano.

    Flash.
    Niente.

    Flash.
    Niente.

    Flash.
    Rumore di braccialetti e mani che battono vicino al mio orecchio.

    Vorrei che l'unità di tempo mese durasse come l'unità di tempo giorno, così tutto scorrerebbe più in fretta. Eviterei i silenzi imbarazzanti, gli sbadigli, gli sguardi distratti, l'allontanamento dalla stanza senza preavviso, le sue pupille che si fanno più vitree. 
    Il fatto che solo io noti queste cose.
    Da un paio d'anni mi guadagno da vivere così, con la mia epatite, lasciando che la gente con la sindrome di Samo se la inietti dietro compenso.
    C'è un mondo organizzatissimo dietro, ci sono siti d'incontri dove puoi scegliere la malattia che vuoi come su un menù. E' tutto molto professionale, ma ancora non riesco a distinguere un rapporto di lavoro da un rapporto e basta. Un appuntamento rimane un appuntamento, nel senso più adolescenziale del termine.
    Ho collocato male i pezzi del puzzle e per le mie clienti continuo ad avere piccolissime e inespresse esigenze sconsiderate da innamorato, che risolvo da solo. 
    Devo iniziare a pensarla in un'altra maniera.
    Le lettere delle persone che mi cercano sono indirizzate al mio virus, non a me, io non c'entro niente. Io sono il mezzo di trasporto che porterà loro quello che vogliono, sono lo spacciatore che li farà stendere sul lettino e risolverà i loro problemi d'infanzia.

    Annette si è iniettata il mio sangue in vena, facendosi strada tra metalli che vengono dall'India e pietre thailandesi, facendosi ambasciatrice di una nuova cultura orientale circoscritta al suo braccio.
    Colonizza le regioni corrompendo la popolazione dei suoi globuli con prodotti velenosi che vengono da me.
    Ora che la navicella è diventata lei e io sono ritornato nel ruolo di essere umano, posso permettermi di farle alcune domande.

    La luce nella stanza è ancora soffusa, ma il per sempre è magicamente diventato per ora.
    Annette ha acceso dell'incenso e si mette a ballare una personale danza del ventre. Tutto il suo corpo fa l'hoola-hop con i gioielli che lo ricoprono.
    Dico -Ho risolto i conflitti con tuo padre?-
    Lei rotea verso di me, unisce le mani sopra la testa e muovendo i fianchi si inginocchia piano sul tappeto grigio a pelo lungo, che si appiattisce sotto il suo peso. 
    Dice -Ballando e stendendosi, si dice che il virus si propaghi più velocemente. Questa è una danza thailandese, si chiama Khon-.
    Chiedo -Si è attenuata la tua sindrome da abbandono?-
    Si distende lentamente allargando le braccia. La luce si riflette su ogni minimo specchietto di cui è cosparsa e Annette diventa la più luminosa della stanza.
    Annette la stellina. Annette la reginetta della sua tribù.
    Non mi guarda, e non so se quello che dice lo dica a me o a qualche recondito meccanismo di circolazione sanguigna.
    -L'amata del Re Rama fu rapita da un demone a dieci teste. Questa danza rappresenta la solita noiosa lotta tra bene e male-.
    A questo punto mi alzo dal divano, la scavalco per raggiungere la porta della cucina.
    Contraendo e ritraendo la pancia, facendola ondulare più velocemente possibile, aggiunge -Non vorrei rovinarti la sorpresa, ma statisticamente dieci teste sono meglio di una-.
    Dall'altra stanza, versandomi dell'acqua, dico -Sono contento che tu abbia trovato un modo per riappacificare più velocemente il tuo super io all'Es-.

    Nei giorni successivi, mentre non parlavo con Annette, ho avuto tempo di osservare ogni angolo della sua casa che ancora non avevo visto. 
    Non era grande, ma per digerirla ci voleva molto. Era tutto un casino, ogni stanza un bazar di cose.
    In cucina, almeno una decina di forni, di fattura e provenienza diversa; uno fungeva da forno e tutti gli altri da mensole. Un frigo piccolo poggiava sbilenco e aperto ad un altro più grande, pieno di scatole di verdure fresche, impilate l'una all'altra talmente strette da essere inamovibili, rendendo impossibile afferrare uno qualsiasi di quegli infiniti tipi di ortaggi.
    Il bagno era verde e senza porta, chiunque poteva guardarci dentro. Proprio di fronte c'era la doccia, un bouquet di almeno trecento colorati tubi di pompe che spuntavano dal soffitto e dai lati della stanza. Forse voleva essere un arcobaleno, in realtà sembrava il vomito di un unicorno. Il water non si vedeva, si intuiva.
    Il salotto, dove mi aveva ricevuto la prima sera e dove dormivo, era così scarno che scompariva letteralmente di fronte alla pienezza degli altri locali. Era una scelta del tutto illogica, ed altrettanto illogicamente a me non veniva mai voglia di andarci. Non so come spiegare: era troppo facile stare lì. In tutte le altre stanze potevi soddisfare i tuoi bisogni primari solo con fatica.
    Passavo il mio tempo appoggiato alla finestra vicino all'ingresso della camera di Annette, sempre chiusa a chiave. Non potevo uscire perché Annette non voleva che contaminassi altra gente mentre ero sotto contratto con lei; allora stavo lì.
    Non c'era molto di bello da guardare, a parte i tetti delle case e le antenne. Sembrava tutto talmente fitto da ritenere impossibile uno spazio, una stradina, che dividesse una casa e l'altra. Era tutto appiccicato. E se la vista è un bisogno primario, allora era tagliata a metà anche quella, di fronte ad un paesaggio-non-paesaggio. Adoravo quella finestra.
    La porta della camera che rinchiudeva Annette per tutto il giorno era ad un passo, sempre chiusa, sempre chiusa ad un passo. Il che me la faceva sentire un po' aperta.
    Cominciai ad affezionarmici come ci si affeziona ai grossi portoni di un castello reale. Se li trovi chiusi per giorni e giorni, inizi a pensare che non ci sia nulla dentro.

    Invece un giorno si aprì. 
    Un giorno Annette mi rivolse di nuovo la parola, disse che quella notte avremmo dormito insieme. Allora la porta si aprì.
    Era uno stanzone lungo e stretto con le pareti blu scuro, contornato da librerie realizzate con rami di betulla, che spuntavano dal muro fino al centro, dove creavano un complesso intreccio di biforcazioni. Sembrava la sezione di un bosco. I libri stavano appollaiati dove potevano, in un equilibrio decisamente precario.
    Sotto quella trama di legno c'era il letto matrimoniale, cuscini bianchi e piumone con le costellazioni disegnate, perfettamente rifatto. 
    Nonostante quel caos, trovavi sempre un punto ordinato dove lo sguardo poteva fermarsi a riprendere fiato.
    Io e Annette dormiremo insieme ed io penso che un po' si sia affezionata a me, di aver vinto quella lotta di gelosia tra me ed il mio virus.
    Mi preparo di tutto punto per quella sera. Non c'era un appuntamento vero e proprio, prima. Non c'era una cena, non c'era un cinema, non c'erano passeggiate al chiar di luna. Iniziava tutto con noi che saremmo andati a dormire, quindi avevo scelto il mio miglior pigiama rosso di velluto.
    La aspettavo sdraiato sul letto, guardando l'intreccio di rami sopra di me e cercando di leggere tra le loro righe disordinate qualche messaggio, qualche accenno di racconto in più che mi aiutasse a capire Annette. La storia di Annette sopra il letto.
    Dopo un'ora arriva ed io balzo in piedi immediatamente.
    Trascina un grosso sacchetto di plastica nera con entrambe le mani. E' vestita da indianina, con bandana verde e penna di cornacchia stretta in piedi sulla nuca.
    Mi fa un cenno con la testa senza sorridere, si mette in un angolo ed apre la busta.
    Mentre inizia ad addobbare i rami degli alberi con teschi di plastica di vari animali, dice -Quella che faremo stasera si chiama Wàwek-. Acchiappasogni ornati di penne colorate lunghissime, perse da qualche pappagallo in un negozio di animali e gentilmente regalate dal titolare; sono appesi e fatti suonare con un soffio da Annette, che continua a parlare:
    -E' un termine sciamanico del popolo Shuar, indica l'estrazione dei mali dal corpo del malato mediante oggetti del potere. Ad esempio si fa rotolare un coltello sacro, un uovo, o una pietra sul corpo dello sciagurato, in modo che il male venga intrappolato dentro di essi-.
    Si mette al collo dieci collane, con appesi medaglioni e amuleti con tappi di bottiglia di altrettanti tipi di birre e coca cole.
    -Io non ho né coltelli sacri, né uova, né pietre- dice incollandosi alla fronte lo strass caduto da un vestito.
    -Ho un piercing all'ombelico. Andrà bene lo stesso-.
    Annette, la frega divinità.

    Quella è stata una nottata strana. Nemmeno il mio volermi innamorare a tutti i costi ha potuto molto.
    Annette mi stringeva da dietro, stando attenta a far combaciare bene il suo freddissimo piercing alla mia schiena, stringendomi ancora di più. Di quell'abbraccio così intenso io però ho sentito solo il freddo. A volte hai la chiara idea di quanto sia lontano qualcuno solo quando ti è vicinissimo.
    Non ho chiuso occhio. Le sue labbra mi sussurravano all'orecchio millenarie formule magiche indiane inventate al momento, e a me sembravano mille bugie.
    Volevo andarmene, svegliarla, dirle che ormai il virus l'aveva preso iniettandosi il sangue, che non c'era bisogno di tutti quei rituali.
    Mi sentivo in trappola, i rami della libreria erano una gabbia e i libri dei gufi pesanti che la rendevano sempre più piccola. Aspettavo che l'alba entrasse dalla finestra.

    Quando si svegliò, io ero già vestito e con la valigia in mano, come nelle migliori commedie romantiche.
    Lei si tirò su, in ginocchio sul letto, con il vestito da indianina spiegazzato e i capelli arruffati, come nelle migliori commedie rock. Si stropicciò gli occhi, li schiuse e mi guardò sbadigliando, aspettando che iniziassi a parlare.
    -Me ne vado-, dissi.
    Lei rise.
    -Finalmente!-, ribatté con un sorriso a mille denti, incorniciato da labbra più lucenti del solito.
    Colpito dalla sua euforia, cercai tracce di quell'illusione che abitava in me fino alla notte prima. Se ne avessi trovata almeno una, io e Annette avremmo potuto parlare. Un'illusione si può sempre riparare.
    Annette iniziò il suo discorso.
    -Nel 1741 la sindrome di Samo venne ascritta ufficialmente come forma parafilica nei libri di psicologia. Successe dopo che un'epidemia di lebbra colpì il paese, creando una marea di nuove, fresche, giovani coppie. Le donne, mentre mangiavano con il cucchiaio del marito, dicevano che non erano malate, che era solo amore, amore, amore. Si stavano ammazzando con mille accortezze.
    La cosa strana è che si è scoperto che morivano molto più velocemente dei partner, come se l'amore fosse un acceleratore.
    Ma in realtà la sindrome esiste da moltissimo tempo, in realtà è sempre esistita.
    Hai mai notato che tutte le tribù hanno sempre avuto rituali e magie? Ti sei mai chiesto perché, con tutte le cose che ci sarebbero da risolvere nel mondo, ci sono libri e libri solo per formule di guarigione?-
    In nessun atrio, in nessun ventricolo, nemmeno dietro le ossa trovai nulla.
    -La verità è che alcune delle prime sciamane e streghe erano pazze scatenate foriere della sindrome. Si erano accorte che, allo stesso modo in cui loro venivano infettate dai loro compagni, essi venivano affascinati dalla sindrome di Samo. Cominciavano a voler avere quelle donne in maniera sempre più pazza, disperata. 
    In maniera sempre più desiderabile.
    Nei loro occhi, quel dissennamento era appetibile quanto la malattia venerea che già avevano contratto.
    Queste fautrici della magia nera hanno trovato il modo per sbagliare le formule. Una sola, piccola scorrettezza al posto giusto e i rituali di guarigione funzionavano al contrario. Invece di guarire, di cacciarlo via, il male entrava dentro il loro corpo. E loro se lo tenevano stretto. 
    Assorbivano l'amore degli uomini come un nuovo malanno, trasformandolo in energia, sentendosi sempre meglio ed evitando la morte accelerata a cui erano condannate. 
    Quei poveri cristi rimanevano senza niente. Dei fantocci. Ridotti al loro virus di base e ad una mancanza, che i più tentavano di colmare infettando altre donne e innamorandosene, finendo ogni volta per essere la possibilità di una doppia contaminazione perfetta-.
    Mi incamminai verso la porta d'entrata, Annette mi seguiva continuando a parlare. Come Orfeo ed Euridice, solo che a suonare era lei, ed io non mi stavo esattamente allontanando dalle tenebre.
    -Tu hai voluto tenermi la mano appena mi hai visto. Non avrei nemmeno dovuto sforzarmi con te, ho iniziato i rituali da subito.
    La verità è che io ho voluto prendere solo il tuo di virus e tutte le conseguenze. Ma solo tue. Tu invece ti stavi innamorando di me e di mille altre come me ti innamorerai. Sei recidivo, sarai recidivo per sempre-.
    Arrivato da dove tutto era iniziato, misi una mano sulla maniglia.
    -Verrebbe da chiedersi chi di noi due abbia davvero la sindrome di Samo.
    E l'altra mano sul cuore.

  • 19 giugno 2016 alle ore 20:16
    Nello specchio

    Come comincia: Quando il sonno non si lascia prendere perché rapito e allontanato dalla carica emotiva, lo scrigno del pensiero si apre e, ogni parola che possa evocarlo, sfugge al controllo. Sono infinite le vie che percorre il pensiero e tutte simultaneamente. Lo sguardi della mente corre più veloce di un giga sulle antenne, più potente della luce e di luce s’illumina. E vede. A volo d’uccello fotografa. S’alza sovrano e austero, un silenzio sulle pecche umane, diviene sorriso materno sui figli: emuli per diventare grandi. E sorride il pensiero (simultaneo ai suoi fratelli), sorride. Quel che partorisce il propri mondo interiore, può essere amato e condiviso da altri mondi, ma non potrà mai avere stessi colori e profumate sostanze. Così come un figlio, emulo per crescere, diviene portatore dell’esempio genitoriale, non potrà mai essere “il” genitore, se non se stesso dopo aver partorito se stesso: genitore e figlio. Così “l’altro” non potrà mai essere chi non è. Il sonno che non arriva è un armonico spazio in cui danzano le idee, i profondi sentire. Uno specchio in cui si riflette il sé e quanto il sé circonda: tutto si vede e a tutto, maternamente, si sorride. Il centro, il nucleo sa, che non esiste emulo a confondere l’immagine: chi è parto di se stesso, in ogni specchio trova solo se stesso, la propria immagine.
     

  • 13 giugno 2016 alle ore 18:10
    Il prezzo da pagare

    Come comincia: Il prezzo da pagare
    In un grande prato verde, un grillo si confondeva col suo colore. Le sue zampette uncinate, s’aggrappavano agli esili fili d’erba che fungevano da liane. Poco distante, c’era una margherita che aveva appena aperto la sua corolla bianca, ai raggi del sole che la riscaldava. Il grillo stava per spiccare un salto per raggiungerla, quando frenò il suo slancio poiché fu preceduto da una stupenda farfalla che gli prese il posto, coprendo con le sue ali fragili e variopinte, tutto il fiore.
    Il grillo soggiogato dalla sua eleganza e bellezza, rimase ad ammirare la sua livrea che, nel suo insieme, sembrava un bouquet multicolore che irrompeva nella quasi monocromia del verde prato.
    Le sue ali come leggeri ventagli, s’agitavano permettendole di fare di tanto in tanto surplace, le sue zampine fragili sottolineavano ancor di più l’eleganza della sua bellezza. 
    Dopo un breve riposo, sul cuore giallo della margherita, la farfalla spiegò le sue belle ali e si levò in volo. Il grillo che era rimasto nascosto ad ammirarla, si specchiò in una goccia di rugiada e, amaramente, si rese conto del suo aspetto che differiva molto da quello della bellissima farfalla. Poi, fra sé e sé disse:
    “ La natura però è ingiusta, io così brutto, con un naso che prende tutta la faccia, e due occhi sbozzolati dalle orbite e ricoperti da due piccole persiane, con un corpo grosso e goffo su due zampe lunghe e mingherline come trampoli pieghevoli, e come se non bastasse,  le ali, sì perché ci sono le ali che sono nascoste, talmente sono brutte, sotto due code obsolete di un vecchio frac. Senza dimenticare questo colore è quasi sempre verde o marrone, tanto da farmi confondere con i campi, così nessuno mai si accorgerà che esisto!”
    Intanto, la farfalla volava, col sole che le illuminava le ali, quando un signore che camminava sul bordo del campo, munito di un retino, attirò l’attenzione del grillo che smise di borbottare per guardare l’uomo che, a lunghi passi, aveva già raggiunto la farfalla.
    Spensierata la povera sprovveduta, volteggiava nell'aria. Il grillo rimase nascosto mimetizzandosi fra l’erba e impotente, assistette alla cattura della bella farfalla che, finita prima nel retino e poi nelle mani dell’uomo, subì un orribile destino. Il suo gracile corpo fu trafitto da un abominevole spillo e con cura, fu deposto, ancora agonizzante,  in una scatola. Il povero grillo atterrito da tanta crudeltà, suo malgrado, si sentì pervaso da un senso di contentezza per essere stato creato così come era da madre natura, e pensò che infondo, non essere troppo belli per lui non era stato uno svantaggio. Quel che era accaduto alla farfalla gli aveva fatto capire che per tutto c’era un prezzo da pagare, anche quello della bellezza che a volte, trasforma in oggetto del desiderio chi la possiede e suscita gelosia ed invidia in coloro, che come il grillo, non si accettano per come sono.
    Anna Giordano 08/03/2015
     
     
     
     

  • 12 giugno 2016 alle ore 16:19
    Se Bruciasse la Città

    Come comincia: Pensavo, mentre facevo il caffè, che nella vita si cambia davvero tanto. Mi è venuta in mente quella canzone "Se bruciasse la città". In quel periodo lì, se fosse bruciata la città, me ne sarei fatta un baffo. Sulla soglia di casa avrei atteso tranquilla e fiduciosa "lui", il mio amore, il supereroe onnipotente e certamente ignifugo, che in un baleno sarebbe accorso, mi avrebbe raccolta con le sue forti braccia rassicuranti, avvolta nel suo mantello anch'esso rigorosamente ignifugo, e mi avrebbe messa in salvo gettandosi impavido fra le fiamme che, intimidite e soggiogate dal nostro amore così immenso, tremolanti e crepitanti, si sarebbero ritirate come le acque del mar Rosso innanzi a Mosè, aprendo un varco per la nostra fuga.
    In quel periodo lì.
    Oggi, se bruciasse la città, chiamerei i pompieri. 

  • 12 giugno 2016 alle ore 0:41
    " Cielo "

    Come comincia: Lei si rese conto che il raccontarsi,
    l' essere sincera,
    denudare la sua anima ,
    era offrire al suo ascoltatore proiettili mirati su di lei.
    Il suo modo di essere, la penalizzava in partenza.
    La dolcezza, il suo bisogno d'amore,
    la rendevano tremendamente vulnerabile.
    Non si è stronzi,ci si diventa, il dolore che lacera l'anima è devastante.
    Dei momenti si chiedeva perché...il comportarsi bene attirava immancabilmente le persone meschine, era una calamita.
    Aveva promesso a se stessa che non avrebbe più sofferto,
    che non avrebbe dato più fiducia a nessuno.
    Il così detto "Non accettare le caramelle dagli sconosciuti".
    Ma era sempre lei ad armare chi l'avvicinava.
    Non riusciva ad essere stronza, era più forte di lei dare fiducia.
    Le parole hanno un potere atroce, il credere è micidiale.
    Lei era un libro aperto,
    era giunto il momento di chiudere il libro per sempre.
    Non avrebbe più armato il suo assassino.
    Si, era l'unica soluzione possibile, chiudersi in lei.
    Aveva così tanto amore da dare,
    ed era veramente un delitto rinunciare a darlo.
    Ma l'amore è una cosa rara, preziosa, speciale,
    e non si dà a chiunque.
    Ed oggi ci sono troppi " chiunque" che non lo meritano.
    Così prese l'amore, tutto quello che aveva dentro e fuori di lei,
    lo accarezzò, come si accarezza una cosa fragile,
    delicata, magica, unica e lo chiuse per sempre.
    Poi alzò lo sguardo al cielo, contemplò il blu e sorrise,
    a testa alta avanzò per la sua vita.
    @quil@blu59

  • 10 giugno 2016 alle ore 18:18
    La carezza

    Come comincia: “Mi piace”, pochi bytes, un ciao, un assenso, un consenso, solo un dito su di un tasto, da chi, in realtà, non conosciamo, in questo marchingegno, falso distributore di illusioni, di interazione, amicizia e affetto. Ci siamo ridotti a questo, nella nostra disperata solitudine. L'interazione vera, ad personam, è estremamente più difficile. Implica un'aurea particolare, che non sempre ci coinvolge. I sensi, giudici tremendi, ci fanno accettare o scartare l'altro, a volte nella nostra inconsapevolezza. Il reale vuole questo, è un filtro severissimo. Un odore, un colore, un vezzo ci possono attirare o far fuggire. Nel web, i giochi mutano; riversiamo la nostra fantasia, modelliamo fantasmi, costruiamo giocattolini che vorremmo esser sicuri di aver trovato. Ci accontentiamo anche di una trappola, un quadratino di fotografia di vent'anni fa ci appaga, tanto da non premunirci ad una delusione. Perchè la delusione non va da essere! Ma in milioni d'anni l'uomo può essere giunto a questo baratto mediatico: io non ti do una carezza, ma ti dico “mi piace”, qualsiasi cosa tu posti. Il contatto di una mano è pura magia interattiva. Ve lo dice un medico. L'ammalato non vuole la tac, lo scanner, la telecamera nello stomaco. Vuole una mano che lo tocchi. Gli sciamani lo avevano già capito. Anche il bimbo nella bua della pancina vuole la mano della madre, unico vero rimedio salutare. L'alba doveva ancora sorgere, quella mattina sul vulcano Bromo, nell'isola di Giava. Freddo, altitudine, buio senza luna. “Dottore, c'è una turista francese che sta molto male, venga”. Solo un'ombra stesa, un respiro affannoso, il lampo di uno sguardo. Le accarezzai il volto teneramente. “Respira con me, più lentamente, ti prego.” Due esseri, nel buio, sconosciuti erano uniti da un contatto, di cui ignoravamo entrambi l'effetto. Ricordo che nella polverosa discesa, mi raggiunse. Mi è rimasto ancora il suo sorriso.

  • 10 giugno 2016 alle ore 18:16
    Femminicidio

    Come comincia: FEMMINICIDI …

    “Mobilitiamo il paese!” Beh! Detto da una presidente della Camera, può essere rassicurante. Ma non si tratta di arginare alluvioni, tempeste, terremoti, ne d'invasione di cinghiali, di lupi, di blatte, di zanzare tigre. Sono in oggetto, strani individui, pseudo conosciuti, detti uomini. Può essere mai? E' pur vero che questi animaletti, perchè da questo regno provengono, hanno dato vita ad un Leonardo, a un Michelangelo, ma è da tener conto che, da quando si sono fregiati del titolo razza umana, se le sono date di santa ragione, con mazze chiodate e bombe atomiche. E continuano a darne esempio giornaliero, uccidendo bambini, donne e vecchi, a migliaia con l'incuranza di tutti. Il femminicidio avviene in casa nostra, o meglio potrebbe sempre avvenire, e questo massimamente ci disturba. Ci reca angoscia. Da qui il falso nostro scandalo altruistico. Abbiamo da proteggere il nostro clan da pericoli prossimi. La guerra? Le guerre sono lontane. Ne siamo temporaneamente al sicuro. Ignoriamo un germe, o meglio una frazione del nostro seme, un pezzetto d'elica del DNA, per essere alla page, che si trascina dietro, dall'alba dell'esistenza della vita, il feticcio dell'aggressività. A lei dobbiamo, l'evoluzione delle specie, la selezione, il progresso da animale unicellulare ad aggregazione, massimamente intelligente, l'uomo. Ora, a ben pensarci, forse non ci potrebbe più interessare, i giochi sono fatti, anzi ci distruba, in certe sue evidenziazioni. Manca la medicina, e ce la dobbiamo tenere, questa dea cattiva del nostro animo. Theodor Adorno asseriva che il nucleo fondamentale dell'aggressività umana nasceva nella famiglia. Qui, con il gioco della “patata bollente”, buttata centrifugatamente fuori, per liberarsene, passava alle relazioni interfamigliari, poi ai clan di lavoro, di studio, di sport. Sempre avanti in partiti, in ideologie sino alla....GUERRA. Lì, aveva modo di scatenarsi in ogni sua maniera. Sì, la guerra era generata dalla cacciata dell'aggressività dal seno della FAMIGLIA, per la sua temporanea salvezza. Ed è la famiglia il soggetto da curare, aiutare, andare in soccorso. Qui deve intervenire la politica sociale, con saggezza, studio, impegni di capitali. Eviteremmo quante guerre? Quindi Presidente Boldrini, mobilitiamo il paese a favore della famiglia.

  • 10 giugno 2016 alle ore 15:57
    Una Donna da Autostrada

    Come comincia: Sono le tre del mattino quando suona la sveglia. Lì per lì lei si sveglia controvoglia, raggiunge la sveglia per farla tacere e si gira dall’altra parte. Ma è solo per pochi attimi; quando la coscienza la raggiunge, salta fuori dal letto, corre in cucina e mette al fuoco la caffettiera che ha già preparato la sera prima. Apre lo sportello della credenza e prende il thermos. Intanto corre nel bagno e si lava in fretta, già la sera precedente si è occupata del suo corpo, del viso, dei capelli, vuole essere perfetta. Torna in cucina al brontolio della moka e respira l’aroma del caffè. Riempie il thermos e aggiunge la grappa, quella che ci sta. Torna nel bagno a truccarsi con attenzione e a pettinarsi i voluminosi capelli. Si guarda nello specchio, si piace, è contenta e non vede l’ora di uscire. E’ buio fuori, ascolta i suoi passi che si avviano verso l’automobile. Sale in auto e va all’appuntamento. Guida a lungo, si dirige fuori città, imbocca l’autostrada e percorre circa 80 chilometri. A quell’ora ci sono in circolazione solo automezzi pesanti, lei raggiunge la solita area di sosta dove alcuni autotreni sono fermi presumibilmente in pausa di sonno per gli autisti. Anche lei posteggia la sua piccola auto, e aspetta. E’ un po’ inquieta, è sempre inquieta nel buio della notte ferma nella piazzola, ma cerca di non pensare agli eventuali pericoli. Guarda continuamente nello specchietto retrovisore, lui non dovrebbe tardare. Ormai riconosce il camion anche solo dai fari. Lo vede arrivare e mettere la freccia a destra, ecco adesso si sente più sicura. Il cuore le batte in gola ,mentre lui posteggia a pochi metri dalla sua auto. Poi lui scende dal camion, lentamente, lei ama la sua flemma, la sigaretta in bocca, il sorriso appena abbozzato, l’andatura felina, lei è pazza di lui. Lui raggiunge l’auto e le si siede accanto. Lei gli porge le labbra, il thermos con il caffè bollente e la grappa.  Si guardano e il rito si ripete. “Andiamo sul camion”. E lì si amano, come capita ormai da tempo, quasi tutte le mattine. Le tendine intorno alla cuccetta sono tirate, i vetri appannati, il loro è un piccolissimo mondo intimo, fumoso, esclusivo. Passione o amore? Difficile dirlo. Ma stamattina ecco un fuori programma. Ad un tratto forti colpi contro le portiere del camion. Un’auto della Polizia Stradale è lì ferma e la coppia cerca di rendersi presentabile in pochi secondi. I poliziotti chiedono di scendere, hanno le rivoltelle in mano. Lui è preoccupato, a lei scappa da ridere e nota che un poliziotto è giovane e l’altro è anziano e assomiglia in modo impressionante a Vittorio De Sica. Chiedono i documenti, ma all’anziano è subito chiaro di essere di fronte soltanto ad una coppia di amanti clandestini, e non a criminali trafficanti di chissà cosa. Il giovane è più grintoso, prende i documenti e va in auto a telefonare, ma torna sconfitto. Nel frattempo lo pseudo De Sica si rivolge e lei: allora signorina, come la mettiamo? Ma sorride sornione. E lei, rassicurata, trova il coraggio di scherzare...”abbia pazienza, sono una donna da autostrada”.

  • 06 giugno 2016 alle ore 7:43
    All'alba

    Come comincia: Al silenzio del maestrale Antia si era portata con tutte le sue forze.
    Davanti al liquido blu un solo brivido freddo . L’alba abitava inaspettata.
    - Allora madre posso andare? - le disse Maurizio nel sussurro leggero.
    Antia alzò lo sguardo, ma solo per intrecciare gli occhi di un figlio.
    Una linea d’acqua li separava. Un sogno. L’incognita fisica che sbiadiva durante l’immagine. La scomparsa.
    Era un cerchio d’arco.
    Il tremore di Antia verso l’infinito. L’infinito nella consapevolezza di un’assenza assonnata all’infinito.
    Cadevano occhi gonfi e contabili limate amare.
    Tristemente in simbiosi con gli aironi che strappavano
    una vescica dentro viscere imperfette.
    - Chi vivrebbe mai nel frangente di un rammendo? - si chiese inghiottendo la passione svuotata mentre Maurizio esondava energia tra lembi sbroccati di sole.
    Antia sentii la sua voce dolcissima.
    - Madre ecco come volano gli uccelli.
    E poi un’ombra. Il mistero. Un dolore assordante.
    Lei rimase ai groppi del vetro fino all’ultimo. Completamente in solitudine.

  • 05 giugno 2016 alle ore 22:41
    Mare d'inverno

    Come comincia: Mare d'inverno. Quando il vento sferza il viso e si impigliano i capelli sulla bocca in un miscuglio di salsedine e lacrime. Era arrivata lì alla spiaggia guidando mezza ubriaca dopo una notte insonne. Giusi amava quel posto di secchielli nascosti nel tempo di estati scintillanti con i bambini che urlavano e le radioline accese. Le sembrava di sentire l'unto della crema dall'odore di cocco sulle mani mentre si spalmava le gambe ed i fiocchi sfilacciati del costume a righe. Ad un tratto vide la sagoma arenata più in là e si avvicinò pian piano. Era un grande uccello con un'ala spezzata che giaceva inerme portato da quel mare d'inverno. Non se ne era accorta, così immersa nei pensieri o forse era stato buttato a riva improvvisamente in pochi attimi. Si chinò e ne colse la tristezza del becco, si specchio' in quelle piume fradice e snervate. La mente vagava. Il telefono con i messaggi. Il tonfo al cuore. Una vita in bilico. Bianco e nero confusi tra un velo misterioso di apparenti incongruenze. Vuoto. Era vuoto il dolore delle cose andate, portate dalla marea che col suo ondeggiante ritorno fa invecchiare. Torno' a guardarlo ma non era più lui, era una medusa rosa squartata nella sua gelatina, i tentacoli velenosi  galleggiavano sulla schiuma del mare. Penso' a sua madre, alla sua bellezza arrabbiata e avvinghiata ad un amore inutile e le sembrò che affondasse inghiottita dalla sabbia. L'orizzonte sembrava spegnersi e Giusi penso' che si stava facendo tardi, non c'era altro tempo per dare respiro ai pensieri . Per fortuna siamo mercé delle giornate che finiscono, sarebbe insostenibile un tempo eterno terreno, così infarcito di turbamenti. Ora li a riva era comparso uno strano groviglio di reti e alghe, l'invito ad un ultimo sguardo. Giusi si inginocchiò e vide brillare una luce splendente come una pietra rara. Accanto uno strano animale verde ed attorcigliato si muoveva. Penso' di impazzire ma il presagio divento' certezza: lei stava dentro ad un sogno, intrappolata nelle sue ansie. Fu il pianto di suo figlio a svegliarla, lascio' a malincuore l'immagine del grande uccello che si librava dal mare impetuoso verso il vento. La vita si trasforma, muore l'amore, si fa veleno, risorge. Eterna danza mescola buio e luce, estate ed inverno. Uno contiene l'altro, un dilemma conoscere la via verso il cielo. 
     

  • 04 giugno 2016 alle ore 23:37
    La strage la notte e la follia

    Come comincia: 4 giugno 1944

    Il cielo era grigio, come la fossa scavata dalle bombe.
    Respirai la polvere bruciata dei bossoli sparpagliati, li, sulla terra bagnata, erano ancora caldi.
    Un colpo di pistola, uno solo, uno per ciascuno, l’indice sul grilletto, uno scoppio sordo, confuso tra la pioggia battente e l’ira dei tuoni.
    Avevo sentito distintamente due spari, poi tornarono di nuovo nel capanno e presero Giacomo, lo trascinarono fuori ma lui si divincolò dalla presa e scappò via verso qualche direzione.
    L’ululato di una mitragliatrice lo raggiunse e se lo portò via insieme a tutti i giorni, ai mesi e agli anni che gli restavano ancora da vivere .
    Ritornarono ancora e fu la volta del quarto, il quinto e ancora un altro. I corpi giacevano ammucchiati uno sull’altro nella fossa scura.
    All’improvviso le urla laceranti di un ragazzino di tredici anni si levarono dal capanno.
    Le grida disperate di Giuseppe trapanarono il cervello di uno dei soldati e per un attimo il bagliore di un’umanità perduta incrinò la ferocia assassina del boia; ma fu solo un attimo.
    Lo presero strappandolo da una selva di braccia che non volevano lasciarlo andar via. Suo zio, Antonio lo strinse a se fino alla fine.
    I predatori avevano fretta di soffocare nel silenzio quelle urla insopportabili che si aggrappavano alle loro coscienze. Era solo un agnellino; in un altro luogo e in un altro tempo avrebbe respirato le stagioni e il fluire circolare del tempo.
    Si sarebbe avventurato per quei crinali lievi e avrebbe sentito gli odori della salvia e del ginepro e avrebbe corso sotto la pioggia e avrebbe segnato sentieri tra la neve e poi si sarebbe sdraiato sull’erba fresca e avrebbe guardato il suo gregge al pascolo.
    Ma nulla di tutto questo sarebbe mai accaduto. Quel giorno, Giuseppe era solo il prossimo, un altro ancora e poi ancora, e ancora, fino all’ultimo; poi presero me.
    Due soldati mi trascinarono fino al bordo estremo della fossa, ancora pochi respiri e tutto sarebbe finito. Guardavo i corpi dei compagni che mi avevano preceduto e mi sembravano cose, oggetti bagnati, inutili bagattelle ammucchiate sotto un temporale estivo.
    Sentii il ferro gelido della pistola dietro la nuca. Quanto dura l’istante che ti separa dalla morte? Quanto conta il tempo che ancora respiri un istante prima della fine? Che sapore ha l’aria che ti attraversa i polmoni prima che questi si fermino di pulsare? E quanto brucia il sangue che scorre nelle vene prima che il cuore esaurisca l’ultimo battito?
    Sentii distintamente lo scoppio del colpo assestato sul proiettile che mi aprì uno squarcio alla base del cranio. Il calore intenso di un fuoco incandescente inondò i miei sensi
    Emisi una specie di grido soffocato come se la vita che mi stava abbandonando non volesse portarsi via l’antico dolore della mia gente. Un dolore che ci tramandavamo di generazione in generazione abituati come eravamo a soffrire. Era il dolore di esistere che avevo ereditato da mio padre ed era lo stesso dolore che avrei lasciato a chi mi avrebbe trovato in fondo a quella fossa.
    Alla pioggia fredda che mi bagnava i capelli si mescolò il sangue caldo e l’odore acre della polvere da sparo, poi le lacrime e il sudore e brandelli di pensieri che danzavano attorno al mondo che si disfaceva davanti a me. Poi fu il buio.
    Crollai sui corpi dei miei compagni, ero immobile, muto, abbandonato come una cosa inutile ma non ero ancora morto. Sentivo il gelo e un’infinita stanchezza. Stavo morendo ma non serbavo odio. Aspettavo la fine. Pensai a mia madre, ai miei fratelli, a Elena; ci dovevamo sposare a ottobre; guardai il cielo grigio sopra di me, poi, l’anima scivolò via.
    Il crepitio degli spari che avevano risuonato sinistri per i pendii dei poggi era terminato mentre un silenzio cupo si era impadronito della radura circostante. La stazione ferroviaria era deserta e davanti alla rimessa il gruppetto di soldati restò immobile, come in attesa.