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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 12 giugno 2016 alle ore 0:41
    " Cielo "

    Come comincia: Lei si rese conto che il raccontarsi,
    l' essere sincera,
    denudare la sua anima ,
    era offrire al suo ascoltatore proiettili mirati su di lei.
    Il suo modo di essere, la penalizzava in partenza.
    La dolcezza, il suo bisogno d'amore,
    la rendevano tremendamente vulnerabile.
    Non si è stronzi,ci si diventa, il dolore che lacera l'anima è devastante.
    Dei momenti si chiedeva perché...il comportarsi bene attirava immancabilmente le persone meschine, era una calamita.
    Aveva promesso a se stessa che non avrebbe più sofferto,
    che non avrebbe dato più fiducia a nessuno.
    Il così detto "Non accettare le caramelle dagli sconosciuti".
    Ma era sempre lei ad armare chi l'avvicinava.
    Non riusciva ad essere stronza, era più forte di lei dare fiducia.
    Le parole hanno un potere atroce, il credere è micidiale.
    Lei era un libro aperto,
    era giunto il momento di chiudere il libro per sempre.
    Non avrebbe più armato il suo assassino.
    Si, era l'unica soluzione possibile, chiudersi in lei.
    Aveva così tanto amore da dare,
    ed era veramente un delitto rinunciare a darlo.
    Ma l'amore è una cosa rara, preziosa, speciale,
    e non si dà a chiunque.
    Ed oggi ci sono troppi " chiunque" che non lo meritano.
    Così prese l'amore, tutto quello che aveva dentro e fuori di lei,
    lo accarezzò, come si accarezza una cosa fragile,
    delicata, magica, unica e lo chiuse per sempre.
    Poi alzò lo sguardo al cielo, contemplò il blu e sorrise,
    a testa alta avanzò per la sua vita.
    @quil@blu59

  • 10 giugno 2016 alle ore 18:18
    La carezza

    Come comincia: “Mi piace”, pochi bytes, un ciao, un assenso, un consenso, solo un dito su di un tasto, da chi, in realtà, non conosciamo, in questo marchingegno, falso distributore di illusioni, di interazione, amicizia e affetto. Ci siamo ridotti a questo, nella nostra disperata solitudine. L'interazione vera, ad personam, è estremamente più difficile. Implica un'aurea particolare, che non sempre ci coinvolge. I sensi, giudici tremendi, ci fanno accettare o scartare l'altro, a volte nella nostra inconsapevolezza. Il reale vuole questo, è un filtro severissimo. Un odore, un colore, un vezzo ci possono attirare o far fuggire. Nel web, i giochi mutano; riversiamo la nostra fantasia, modelliamo fantasmi, costruiamo giocattolini che vorremmo esser sicuri di aver trovato. Ci accontentiamo anche di una trappola, un quadratino di fotografia di vent'anni fa ci appaga, tanto da non premunirci ad una delusione. Perchè la delusione non va da essere! Ma in milioni d'anni l'uomo può essere giunto a questo baratto mediatico: io non ti do una carezza, ma ti dico “mi piace”, qualsiasi cosa tu posti. Il contatto di una mano è pura magia interattiva. Ve lo dice un medico. L'ammalato non vuole la tac, lo scanner, la telecamera nello stomaco. Vuole una mano che lo tocchi. Gli sciamani lo avevano già capito. Anche il bimbo nella bua della pancina vuole la mano della madre, unico vero rimedio salutare. L'alba doveva ancora sorgere, quella mattina sul vulcano Bromo, nell'isola di Giava. Freddo, altitudine, buio senza luna. “Dottore, c'è una turista francese che sta molto male, venga”. Solo un'ombra stesa, un respiro affannoso, il lampo di uno sguardo. Le accarezzai il volto teneramente. “Respira con me, più lentamente, ti prego.” Due esseri, nel buio, sconosciuti erano uniti da un contatto, di cui ignoravamo entrambi l'effetto. Ricordo che nella polverosa discesa, mi raggiunse. Mi è rimasto ancora il suo sorriso.

  • 10 giugno 2016 alle ore 18:16
    Femminicidio

    Come comincia: FEMMINICIDI …

    “Mobilitiamo il paese!” Beh! Detto da una presidente della Camera, può essere rassicurante. Ma non si tratta di arginare alluvioni, tempeste, terremoti, ne d'invasione di cinghiali, di lupi, di blatte, di zanzare tigre. Sono in oggetto, strani individui, pseudo conosciuti, detti uomini. Può essere mai? E' pur vero che questi animaletti, perchè da questo regno provengono, hanno dato vita ad un Leonardo, a un Michelangelo, ma è da tener conto che, da quando si sono fregiati del titolo razza umana, se le sono date di santa ragione, con mazze chiodate e bombe atomiche. E continuano a darne esempio giornaliero, uccidendo bambini, donne e vecchi, a migliaia con l'incuranza di tutti. Il femminicidio avviene in casa nostra, o meglio potrebbe sempre avvenire, e questo massimamente ci disturba. Ci reca angoscia. Da qui il falso nostro scandalo altruistico. Abbiamo da proteggere il nostro clan da pericoli prossimi. La guerra? Le guerre sono lontane. Ne siamo temporaneamente al sicuro. Ignoriamo un germe, o meglio una frazione del nostro seme, un pezzetto d'elica del DNA, per essere alla page, che si trascina dietro, dall'alba dell'esistenza della vita, il feticcio dell'aggressività. A lei dobbiamo, l'evoluzione delle specie, la selezione, il progresso da animale unicellulare ad aggregazione, massimamente intelligente, l'uomo. Ora, a ben pensarci, forse non ci potrebbe più interessare, i giochi sono fatti, anzi ci distruba, in certe sue evidenziazioni. Manca la medicina, e ce la dobbiamo tenere, questa dea cattiva del nostro animo. Theodor Adorno asseriva che il nucleo fondamentale dell'aggressività umana nasceva nella famiglia. Qui, con il gioco della “patata bollente”, buttata centrifugatamente fuori, per liberarsene, passava alle relazioni interfamigliari, poi ai clan di lavoro, di studio, di sport. Sempre avanti in partiti, in ideologie sino alla....GUERRA. Lì, aveva modo di scatenarsi in ogni sua maniera. Sì, la guerra era generata dalla cacciata dell'aggressività dal seno della FAMIGLIA, per la sua temporanea salvezza. Ed è la famiglia il soggetto da curare, aiutare, andare in soccorso. Qui deve intervenire la politica sociale, con saggezza, studio, impegni di capitali. Eviteremmo quante guerre? Quindi Presidente Boldrini, mobilitiamo il paese a favore della famiglia.

  • 10 giugno 2016 alle ore 15:57
    Una Donna da Autostrada

    Come comincia: Sono le tre del mattino quando suona la sveglia. Lì per lì lei si sveglia controvoglia, raggiunge la sveglia per farla tacere e si gira dall’altra parte. Ma è solo per pochi attimi; quando la coscienza la raggiunge, salta fuori dal letto, corre in cucina e mette al fuoco la caffettiera che ha già preparato la sera prima. Apre lo sportello della credenza e prende il thermos. Intanto corre nel bagno e si lava in fretta, già la sera precedente si è occupata del suo corpo, del viso, dei capelli, vuole essere perfetta. Torna in cucina al brontolio della moka e respira l’aroma del caffè. Riempie il thermos e aggiunge la grappa, quella che ci sta. Torna nel bagno a truccarsi con attenzione e a pettinarsi i voluminosi capelli. Si guarda nello specchio, si piace, è contenta e non vede l’ora di uscire. E’ buio fuori, ascolta i suoi passi che si avviano verso l’automobile. Sale in auto e va all’appuntamento. Guida a lungo, si dirige fuori città, imbocca l’autostrada e percorre circa 80 chilometri. A quell’ora ci sono in circolazione solo automezzi pesanti, lei raggiunge la solita area di sosta dove alcuni autotreni sono fermi presumibilmente in pausa di sonno per gli autisti. Anche lei posteggia la sua piccola auto, e aspetta. E’ un po’ inquieta, è sempre inquieta nel buio della notte ferma nella piazzola, ma cerca di non pensare agli eventuali pericoli. Guarda continuamente nello specchietto retrovisore, lui non dovrebbe tardare. Ormai riconosce il camion anche solo dai fari. Lo vede arrivare e mettere la freccia a destra, ecco adesso si sente più sicura. Il cuore le batte in gola ,mentre lui posteggia a pochi metri dalla sua auto. Poi lui scende dal camion, lentamente, lei ama la sua flemma, la sigaretta in bocca, il sorriso appena abbozzato, l’andatura felina, lei è pazza di lui. Lui raggiunge l’auto e le si siede accanto. Lei gli porge le labbra, il thermos con il caffè bollente e la grappa.  Si guardano e il rito si ripete. “Andiamo sul camion”. E lì si amano, come capita ormai da tempo, quasi tutte le mattine. Le tendine intorno alla cuccetta sono tirate, i vetri appannati, il loro è un piccolissimo mondo intimo, fumoso, esclusivo. Passione o amore? Difficile dirlo. Ma stamattina ecco un fuori programma. Ad un tratto forti colpi contro le portiere del camion. Un’auto della Polizia Stradale è lì ferma e la coppia cerca di rendersi presentabile in pochi secondi. I poliziotti chiedono di scendere, hanno le rivoltelle in mano. Lui è preoccupato, a lei scappa da ridere e nota che un poliziotto è giovane e l’altro è anziano e assomiglia in modo impressionante a Vittorio De Sica. Chiedono i documenti, ma all’anziano è subito chiaro di essere di fronte soltanto ad una coppia di amanti clandestini, e non a criminali trafficanti di chissà cosa. Il giovane è più grintoso, prende i documenti e va in auto a telefonare, ma torna sconfitto. Nel frattempo lo pseudo De Sica si rivolge e lei: allora signorina, come la mettiamo? Ma sorride sornione. E lei, rassicurata, trova il coraggio di scherzare...”abbia pazienza, sono una donna da autostrada”.

  • 06 giugno 2016 alle ore 7:43
    All'alba

    Come comincia: Al silenzio del maestrale Antia si era portata con tutte le sue forze.
    Davanti al liquido blu un solo brivido freddo . L’alba abitava inaspettata.
    - Allora madre posso andare? - le disse Maurizio nel sussurro leggero.
    Antia alzò lo sguardo, ma solo per intrecciare gli occhi di un figlio.
    Una linea d’acqua li separava. Un sogno. L’incognita fisica che sbiadiva durante l’immagine. La scomparsa.
    Era un cerchio d’arco.
    Il tremore di Antia verso l’infinito. L’infinito nella consapevolezza di un’assenza assonnata all’infinito.
    Cadevano occhi gonfi e contabili limate amare.
    Tristemente in simbiosi con gli aironi che strappavano
    una vescica dentro viscere imperfette.
    - Chi vivrebbe mai nel frangente di un rammendo? - si chiese inghiottendo la passione svuotata mentre Maurizio esondava energia tra lembi sbroccati di sole.
    Antia sentii la sua voce dolcissima.
    - Madre ecco come volano gli uccelli.
    E poi un’ombra. Il mistero. Un dolore assordante.
    Lei rimase ai groppi del vetro fino all’ultimo. Completamente in solitudine.

  • 05 giugno 2016 alle ore 22:41
    Mare d'inverno

    Come comincia: Mare d'inverno. Quando il vento sferza il viso e si impigliano i capelli sulla bocca in un miscuglio di salsedine e lacrime. Era arrivata lì alla spiaggia guidando mezza ubriaca dopo una notte insonne. Giusi amava quel posto di secchielli nascosti nel tempo di estati scintillanti con i bambini che urlavano e le radioline accese. Le sembrava di sentire l'unto della crema dall'odore di cocco sulle mani mentre si spalmava le gambe ed i fiocchi sfilacciati del costume a righe. Ad un tratto vide la sagoma arenata più in là e si avvicinò pian piano. Era un grande uccello con un'ala spezzata che giaceva inerme portato da quel mare d'inverno. Non se ne era accorta, così immersa nei pensieri o forse era stato buttato a riva improvvisamente in pochi attimi. Si chinò e ne colse la tristezza del becco, si specchio' in quelle piume fradice e snervate. La mente vagava. Il telefono con i messaggi. Il tonfo al cuore. Una vita in bilico. Bianco e nero confusi tra un velo misterioso di apparenti incongruenze. Vuoto. Era vuoto il dolore delle cose andate, portate dalla marea che col suo ondeggiante ritorno fa invecchiare. Torno' a guardarlo ma non era più lui, era una medusa rosa squartata nella sua gelatina, i tentacoli velenosi  galleggiavano sulla schiuma del mare. Penso' a sua madre, alla sua bellezza arrabbiata e avvinghiata ad un amore inutile e le sembrò che affondasse inghiottita dalla sabbia. L'orizzonte sembrava spegnersi e Giusi penso' che si stava facendo tardi, non c'era altro tempo per dare respiro ai pensieri . Per fortuna siamo mercé delle giornate che finiscono, sarebbe insostenibile un tempo eterno terreno, così infarcito di turbamenti. Ora li a riva era comparso uno strano groviglio di reti e alghe, l'invito ad un ultimo sguardo. Giusi si inginocchiò e vide brillare una luce splendente come una pietra rara. Accanto uno strano animale verde ed attorcigliato si muoveva. Penso' di impazzire ma il presagio divento' certezza: lei stava dentro ad un sogno, intrappolata nelle sue ansie. Fu il pianto di suo figlio a svegliarla, lascio' a malincuore l'immagine del grande uccello che si librava dal mare impetuoso verso il vento. La vita si trasforma, muore l'amore, si fa veleno, risorge. Eterna danza mescola buio e luce, estate ed inverno. Uno contiene l'altro, un dilemma conoscere la via verso il cielo. 
     

  • 04 giugno 2016 alle ore 23:37
    La strage la notte e la follia

    Come comincia: 4 giugno 1944

    Il cielo era grigio, come la fossa scavata dalle bombe.
    Respirai la polvere bruciata dei bossoli sparpagliati, li, sulla terra bagnata, erano ancora caldi.
    Un colpo di pistola, uno solo, uno per ciascuno, l’indice sul grilletto, uno scoppio sordo, confuso tra la pioggia battente e l’ira dei tuoni.
    Avevo sentito distintamente due spari, poi tornarono di nuovo nel capanno e presero Giacomo, lo trascinarono fuori ma lui si divincolò dalla presa e scappò via verso qualche direzione.
    L’ululato di una mitragliatrice lo raggiunse e se lo portò via insieme a tutti i giorni, ai mesi e agli anni che gli restavano ancora da vivere .
    Ritornarono ancora e fu la volta del quarto, il quinto e ancora un altro. I corpi giacevano ammucchiati uno sull’altro nella fossa scura.
    All’improvviso le urla laceranti di un ragazzino di tredici anni si levarono dal capanno.
    Le grida disperate di Giuseppe trapanarono il cervello di uno dei soldati e per un attimo il bagliore di un’umanità perduta incrinò la ferocia assassina del boia; ma fu solo un attimo.
    Lo presero strappandolo da una selva di braccia che non volevano lasciarlo andar via. Suo zio, Antonio lo strinse a se fino alla fine.
    I predatori avevano fretta di soffocare nel silenzio quelle urla insopportabili che si aggrappavano alle loro coscienze. Era solo un agnellino; in un altro luogo e in un altro tempo avrebbe respirato le stagioni e il fluire circolare del tempo.
    Si sarebbe avventurato per quei crinali lievi e avrebbe sentito gli odori della salvia e del ginepro e avrebbe corso sotto la pioggia e avrebbe segnato sentieri tra la neve e poi si sarebbe sdraiato sull’erba fresca e avrebbe guardato il suo gregge al pascolo.
    Ma nulla di tutto questo sarebbe mai accaduto. Quel giorno, Giuseppe era solo il prossimo, un altro ancora e poi ancora, e ancora, fino all’ultimo; poi presero me.
    Due soldati mi trascinarono fino al bordo estremo della fossa, ancora pochi respiri e tutto sarebbe finito. Guardavo i corpi dei compagni che mi avevano preceduto e mi sembravano cose, oggetti bagnati, inutili bagattelle ammucchiate sotto un temporale estivo.
    Sentii il ferro gelido della pistola dietro la nuca. Quanto dura l’istante che ti separa dalla morte? Quanto conta il tempo che ancora respiri un istante prima della fine? Che sapore ha l’aria che ti attraversa i polmoni prima che questi si fermino di pulsare? E quanto brucia il sangue che scorre nelle vene prima che il cuore esaurisca l’ultimo battito?
    Sentii distintamente lo scoppio del colpo assestato sul proiettile che mi aprì uno squarcio alla base del cranio. Il calore intenso di un fuoco incandescente inondò i miei sensi
    Emisi una specie di grido soffocato come se la vita che mi stava abbandonando non volesse portarsi via l’antico dolore della mia gente. Un dolore che ci tramandavamo di generazione in generazione abituati come eravamo a soffrire. Era il dolore di esistere che avevo ereditato da mio padre ed era lo stesso dolore che avrei lasciato a chi mi avrebbe trovato in fondo a quella fossa.
    Alla pioggia fredda che mi bagnava i capelli si mescolò il sangue caldo e l’odore acre della polvere da sparo, poi le lacrime e il sudore e brandelli di pensieri che danzavano attorno al mondo che si disfaceva davanti a me. Poi fu il buio.
    Crollai sui corpi dei miei compagni, ero immobile, muto, abbandonato come una cosa inutile ma non ero ancora morto. Sentivo il gelo e un’infinita stanchezza. Stavo morendo ma non serbavo odio. Aspettavo la fine. Pensai a mia madre, ai miei fratelli, a Elena; ci dovevamo sposare a ottobre; guardai il cielo grigio sopra di me, poi, l’anima scivolò via.
    Il crepitio degli spari che avevano risuonato sinistri per i pendii dei poggi era terminato mentre un silenzio cupo si era impadronito della radura circostante. La stazione ferroviaria era deserta e davanti alla rimessa il gruppetto di soldati restò immobile, come in attesa.

  • 04 giugno 2016 alle ore 20:39
    Stralci di pensieri

    Come comincia: Stralci di pensieri
    La fantasia, sovente, irrompeva nel tumulto della sua anima, come pellicola rivestiva la realtà. Aveva il potere di trasformare le brutture, i pesi schiaccianti, in voli che, se pur illusori, si libravano nella verginità di ogni singolo pensiero. La vita prostrava, con il suo logorante altalenare, gli eventi rotolavano nella sua vita come enormi sassi smottanti su un territorio a continuo rischio sismico; bisognava attingere continuamente dalla riserva di forza interiore, costantemente messa a dura prova, trovare un appiglio per dare senso a tutto quello che un senso non lo aveva. Sara accettava passivamente solo in apparenza, dentro di lei c’era un subbuglio di consapevolezze che, ogni giorno di più, diventavano certezze. 

  • 03 giugno 2016 alle ore 17:18
    Stimoli visivi (parole dettate da un'immagine)

    Come comincia: Siamo qui, distesi pelle contro pelle, in un incastro d’anima, divorati avidamente in ogni fibra, avvolti dalle molteplici sfumature del nostro essere, immersi nella magia della notte. Tra le mani il libro intinto d’inchiostro rosso, dove le parole disegnano lo spazio occupato dal mio tempo nel tuo tempo, ermetici suoni sul pentagramma di privilegiate note solo per il tuo udito. Tu che leggi per me variando il timbro vocale a ogni cambio d’intensità, scivolandomi dentro in un susseguirsi di vibrati, colorando ogni sillaba di gesti; la somma delle mie parole, fluttuante, racchiusa in quegli attimi infiniti, mischiata al sangue preme impetuosa nelle vene, complice dei sensi. Una sensazione indescrivibile, una sorta di vuoto pieno di emozioni che pulsano dall'interno fino ai confini esterni della pelle, un solletico di un avido bacio sul ventre.
     

  • 01 giugno 2016 alle ore 23:32

    Come comincia: Ho visto: girandole di parole frodare l'anima più fragile, più semplice, più sensibile. Ho visto: girare ombre su ogni chiara bellezza e renderla timida, timorosa, fragile. Ho visto: tremenda speculazione infrangere ogni certezza, tradire ogni sogno, ogni delicata offerta. Ho visto anime naufragare sotto colpi di remi di speculatori arditi: anime inchiostrate di malefici colori, di odore di soldi nei pori. Ho visto donne sparire sotto l'ombra di perfidi/precari disegni dei loro uomini. Ho visto crollare uomini e donne sotto subdoli giochi di potere. Ho visto crollare il cielo su gabbiani innocenti, e su mari puri e ardimentosi. Ho visto il dubbio farsi strada e il timore riempire l'aria. Ho visto lo scuro dare vita al chiaro, e il chiaro dare risposte alla Vita. La Vita vince, sempre e comunque. Così ho visto.

  • 01 giugno 2016 alle ore 17:50
    ME NE ANDRO' SERENO

    Come comincia: Un po’ a malincuore devo riconoscere che l’unica materia di cui sono veramente esperto è la Morte. Ne conosco caratteristiche e dettagli poiché i Viaggi Astrali non sono altro che piccole anticipazioni di ciò che andremo a trovare/creare nell’Aldilà e, ad oggi, credo di aver superato le 1000 esperienze extracorporee. Con questa premessa è ovvio che una delle domande che mi viene rivolta con più frequenza è quella relativa all’atteggiamento da avere per un passaggio più sereno possibile ed in pace con tutte le Dimensioni. Come ho provato a spiegare più volte e, come ho scritto nel Manuale per Sopravvivere dopo la Morte, l’ingresso nell’Aldilà dipende da diversi fattori : prima di tutto dalla Consapevolezza raggiunta dall’individuo, poi da tipo di morte subita, dalle aspettative e dalle esperienze realizzate in vita, e ovviamente dalla capacità di perdonarsi eventuali sensi di colpa o “ peccati “. In questa sorta di “ limbo “ un po’ trovato un po’ creato è ovvio che non siamo soli e che tante energie e sentimenti confluiscono e contribuiscono alla comprensione di questo delicato passaggio. E’ anche vero però che, spesso, il rifiuto dell’evento o la repentinità della morte portano l’ Energia Anima dell’individuo a creare uno scenario tutto suo, in stretta relazione con la Dimensione Reale, ed egli rifiuta qualsiasi suggerimento ed “aiuto “. In pratica come se il soggetto si rinchiudesse in una stanza e sfuggisse ad ogni tentativo di contatto da parte di chi vorrebbe accelerare la comprensione del nuovo stato. Con queste considerazioni non credo che ci sia la ricetta magica per morire serenamente, ma di sicuro possono esserci consigli e suggerimenti per far si che la percentuale di probabile serenità sia più alta rispetto ad una condizione più passiva nei confronti del passaggio dimensionale. Odio,Rancori, Frustrazioni, Invidie, Sensi di Colpa, Gelosie, Desiderio di Vendetta, e Insoddisfazioni varie sono nemici giurati di una morte serena, ma anche le Prevaricazioni, i Soprusi, le Violenze e tutte le azioni scaturite dai sentimenti sopraelencati, dalla rabbia, dal desiderio di profitto o dall’intolleranza sono fardelli indescrivibilmente pesanti per chi desidera “spiccare in volo” in santa pace. Gesù, alcuni Santi e altri grandi illuminati non predicavano la bontà e la generosità per un ideale religioso nei confronti di un Dio buono, ma perché consapevoli delle difficoltà che avrebbe creato un comportamento diverso nel momento del trapasso e nei “ periodi “ seguenti. Il Sacramento dell’ Estrema Unzione nel desiderio intrinseco di “ far pentire “ il moribondo, tra i suoi tanti significati e scopi ha anche quello di alleggerire la Coscienza del “ peccatore “ in modo tale da renderlo più sereno al giungere della Morte, convinto di aver espiato i suoi peccati con un rapido pentimento. Non voglio addentrarmi troppo in ambito religioso, ma dar modo ad una persona morente di “ scusarsi “ di fronte ad un’autorità riconosciuta in campo spirituale è un valido sistema per creare una sorta di effetto “ placebo “ che rasserena e tranquillizza il moribondo nei suoi eventuali sensi di colpa e conseguentemente gli facilità il passaggio dimensionale.
    Giungere all’Estrema Unzione vuol dire comunque arrivare a comprendere che da li a breve, ci sarà l’evento Morte e, valido o no, abbiamo ancora qualche minuti o secondo per ritagliarci una morte serena, analizzando i propri stati d’animo e pentendosi di eventuali colpe che ci sentiamo addosso. Purtroppo però, tante morti avvengono in modo repentino ed inaspettato, senza concederci il tempo necessario per abbandonare i sentimenti negativi e tentare di avere una morte serena. Qual è dunque il segreto per “ andarsene in pace “ ? Semplice, basta non attendere gli ultimi istanti per liberarsi delle nostre colpe, ma sfruttare, per farlo, tutta la nostra vita. Un’esistenza il più possibile priva di odio, rancore, invidia, sensi di colpa, frustrazioni ecc.. E’ il Segreto per una morte serena è l’inizio di una nuova esperienza energetica fatta emozioni, informazioni, sentimenti, pensieri e tanti piacevoli ricordi.
     

  • 01 giugno 2016 alle ore 0:23
    Amcron

    Come comincia: Amcron
     
     
     
    Paul era convinto di essere sveglio.
    Il sole era alto nel cielo e il vento da mare spazzava il nettare di piante selvatiche amalgamandole al sale di cui era pregno.
    Paul inalò in fretta percependo una sensazione di sollievo come se un grosso peso si fosse improvvisamente dissolto.
    A una ventina di passi, sorretto da rami, un telo in canapa indicava il ricovero della notte.
    Ai bordi della radura in cui si trovava, alti e robusti tronchi si univano a rampicanti tracciando sentieri estranei.
    Riassettò il panciotto e la camicia nel pantalone colore cachi.
    Allisciò l’esile cravattino, portandolo al centro.
    Ai piedi non aveva calze né scarpe.
    Una voce di donna interruppe le cure.
    Si voltò ad accoglierla.
    Fu subito attratto dal viso tondo e da occhi luminosi che gli venivano incontro.
    <Penseremo a lui! >, disse appena fu vicina.
    Paul portò le mani nelle tasche e la ragazza, accompagnò con affetto la mano alla sua spalla a dare calore, forza.
    Paul avvertì un senso di pace dal contatto.
    Poi lei si fece al fianco incrociando l’avambraccio con il suo.
    Un camice bianco e lungo, il suo vestito
    Sbarazzina tirò da un lato i capelli dorati come il sole e lo condusse verso la tenda.
    Paul assecondò, i modi della giovane lo incuriosivano.
    Cercò più volte di sbirciare i tratti e vedere i suoi riflessi in quelli azzurri.
    Alla ragazza venne da ridere:< Che cosa fai?>, disse.
    Dovettero schivare una serie di oggetti indefiniti sul percorso, composti di valige smembrate e cocci.
    <Rimetteremo a posto ciò che è buono!>, propose la donna chinandosi a raccogliere delle vesti.
    Paul annuì.
    Non aveva idea del posto e la memoria non lo aiutava.
    Perfino i colori erano eccessivamente vividi perché fossero reali.
    Se ne rendeva conto e importava, meno.
    <Dov’è?>, domandò osservando l’interno deprimente del riparo.
    < Lassù! > rispose lei prontamente; andando a individuare con la punta del dito la cima di un albero assai cresciuta.
    Paul dovette guardare a lungo, fino a distinguere nel fogliame il volto tenero di un bambino dai capelli castani e fragili.
    <Ecco dove si era cacciato!>, esclamò allora, contemplando la capacità del giovane a mimetizzarsi.
    < Sai di chi e cosa è figlio, ma è un bambino buono!>.
    Paul annuì nuovamente.
    < Questo è latte! Bevine ti farà bene!>, propose la ragazza.
    Ore dopo, calò la notte recando il freddo.
    Chiusi all’interno del fragile riparo c’era Paul, la donna bionda che aveva incontrato al mattino e un bambino di pochi anni.
    Paul ritenne di avere la febbre.
    I brividi scuotevano le membra.
    Avvertì una mano delicata tastare la fronte.
    Poi l’oscurità e gli incubi presero il sopravvento anche sulla mente.
    La luce si riaccese all’improvviso
    Non era energica come il mattino ma fioca, da forza elettrica.
    Paul si trovava tra pareti metalliche rivettate.
    Oltre un oblò, il panorama cambiava velocemente.
    Considerò di essere seduto a un bancone circolare.
    In quella sala dai tavoli metallici, era solo.
    Sotto i piedi, il pulsare sordo di un motore.
    Ricche quantità d’acqua si riversavano dalla sopraccoperta disperdendosi nei livelli sottostanti.
    Una penetrò nella sala inzuppando le scarpe.
    Non vi badò più di tanto.
    Era attratto da un delicato accendino in oro massiccio che recava in mano.
    L’oggetto aveva un pendente al quale era fissata un’ovale anch’essa d’oro.
    Strinse il palmo pensando fosse una cosa esclusiva, il genere di oggetto posseduto da una persona importante.
    Individuò sull’ellittico un comando centrale che spinse e quanto accadde lo stupì.
    Al tocco l’oggetto si trasformava in una croce uncinata.
    Continuò a premere innumerevoli volte il bottone e a ogni occasione, la svastica si chiudeva o riapriva perfettamente e senza l’apparenza di farlo grazie a un marchingegno che indubbiamente doveva possedere.
    Passò più volte le dita sopra di essa perfettamente smussata.
    Ebbe l’impressione che un uomo passasse per il corridoio.
    Lo rincorse.
    Di certo era una figura alta e prestante più di lui.
    Noto del sangue gocciare dalla camicia all’altezza della scapola sinistra.
    Il rivolo lordava fino al fianco.
    L’uomo sembrava non curarsene.
    Urlò: < Mein Führer>, ma questi non si voltò.
    La figura scomparve alla prima svolta del corridoio.
    Fu allora che udì una musica che non ricordava.
    Ottoni e tamburi incalzavano crescendo in sottofondo e di numero, e a essi si aggiungevano parole pronunciate in una lingua straniera, che comprendeva perfettamente.
    Erano odi per una donna abbandonata a casa, unite alla sete di conquista di una razza che ritiene, essere assoluta.
    Lo tradusse come canto di orrore e annuncio di morte…
    Gettò l’accendino sul tavolo, affrettandosi alle mura e osservare l’oceano.
    Era mosso e schiumoso come mai visto.
    Flotte di fantasmi somiglianti a soldati sorgevano dalle acque sotto la nave, stipati in barconi di legno diretti verso terra.
    Navigavano un’infinità scura quanto la notte.
    Così, il Führer in fuga dava corso al progetto più soprannaturale e malato che avesse mai ordito, quello di rianimare le anime dei morti tramite una macchina costruita negli ultimi giorni della guerra e con cui sperare di cambiare la sorte.
    Paul salì fino al comando per ordinare agli uomini di dare forza ai motori al bastimento capace di solcare il mare alla velocità degli aliscafi.
    <Mio Dio, svegliati!> implorò la voce.
    <Quanti erano i sosia?> disse pensando che era toccato a lui condurre in salvo quello vero.
    < Pensiamo a suo figlio ora. E’ solo un bambino…>.
    Le sequenze del bastimento che penetra nel porto a gran velocità e la gente che fugge dal molo per salvare la vita sono le ultime che lascia per domandare:
    < Lizbeth, il congegno che fa rivivere i soldati dov’è?>.
    <E’ distrutto e in fondo al mare. Nessuno potrà ricostruirlo…>:
    <Dio sia lodato! >
    Paul Hartmann morì al sorgere del sole.
    Lizbeth crebbe il ragazzo.
     

  • 28 maggio 2016 alle ore 16:37
    Il più sfigato

    Come comincia: La nostra vita è un lungo srotolarsi di eventi, i più vari… senza che ce ne sia uno che si sia svolto in modo preciso, uguale a come l’abbiamo pensato o programmato. Eventi positivi che ci hanno regalato attimi sereni o felici ma anche eventi negativi con il loro corollario di sofferenze e dolori. E, il più delle volte, noi lì a guardare, spettatori inermi mentre intorno il mondo girava a velocità astrali e uomini belli, forti e imbattibili vivevano una vita da star nel luminoso palcoscenico dei vip.
    Uomini super o supereroi. Personaggi che di solito vivono nella fantasia degli scrittori,  animano intere pagine di fumetti più o meno famosi e sono ammirati per le loro gesta al di sopra delle umane forze... gesta da superman, appunto.
    Nella vita reale difficile incontrarne uno. Eroi che vantano salvataggi di intere flotte di naufraghi, di città che bruciano sotto incendi dolosi. L’eroe che possiamo incontrare noi comuni mortali al massimo ha evitato uno scippo o si è tuffato vestito in un fiume per trarre in salvo un uomo che voleva annegare.
    I grandi eroi a noi non è dato conoscere o almeno se non in molto ma molto sporadico. Per questo credo che non siano così amati come forse meriterebbero. La distanza che li divide da noi, esseri umili e per nulla potenti, è tale che difficilmente permette di approfondirne la conoscenza, di entrare in un empatia emotiva con loro che li renda amabili o inneschi la gestazione che dia vita all’amicizia o altro nobile sentimento. Tutt’al più vengono idealizzati, identificati con una divinità che rimane comunque lontana dal mondo materiale.
    Quindi la nostra simpatia più facilmente nasce per chi come noi, lotta quotidianamente con gli eventi del mondo, che cerca di superare le difficoltà con i deboli mezzi che ogni uomo ha a disposizione.
    E più è sfigato e più tutto gli va male, più ci sentiamo vicini a lui e ci sembra che le corde della simpatia e della condivisione vibrino decisamente. I nostri sensi di contro, o forse è solo una distorsione generata dal nostro schierarsi a sfavore,  ci rimandano un’immagine arrogante, superba e distaccata del superman di turno. Ci sembra privo di sensibilità e emozioni umane, mentre troviamo che la sua persona esondi narcisistiche pose da copertina di riviste patinate.
    A chi veste lo scomodo abito dell’antieroe attribuiamo bontà e umiltà e per lui nutriamo trasporto e simpatia... e, a guardarlo bene, troviamo nei suoi occhi lo sguardo umido e dolcissimo del bastardino che a volte ci segue e non chiede altro che un pezzo di pane che ripagherà mille volte con il suo affetto.
     

  • 28 maggio 2016 alle ore 11:45
    " Serial love"

    Come comincia: Ascoltava il mare e rivedeva il suo sorriso,
    quando le diceva" ecco, questo sono io".
    E lei gli aveva creduto semplicemente.
    Oggi a distanza di anni, quel ricordo tornava.
    La semplicità di quei momenti,
    quando tutto in loro sembrava così naturale.
    Avrebbe scoperto nel tempo,
    che era stato un piano premeditato da lui.
    Aveva studiato attentamente , il suo essere donna,
    le sue fragilità, i suoi sogni, i suoi desideri.
    Aveva fatto di lei un boccone, per lui era stato così facile.
    Un serial love,uno di quelli che non hanno nessuno scrupolo,
    che hanno un tasso di cinismo così elevato, quanto il loro ego.
    Un uomo così comune, da non far pensare mai ciò che veramente era.
    Era stata un giocattolo nelle sue mani,
    era riuscito a denudarle l'anima,
    lei che era sempre stata una persona responsabile,
    si era persa in lui naturalmente, come acqua che scorre.
    Così si perdeva in quei ricordi intensi e dolorosi.
    Già,ma tutto ha una fine,ed ora era lì con quei ricordi nelle sue mani.
    Li prese accarezzandoli, li guardò per l'ultima volta e li fece volare nel cielo.
    Come piccole ali di farfalle variopinte, volaro via.
    E lei sorrise di ciò che era stato, o, non era stato.
    @quil@blu59

     

  • 26 maggio 2016 alle ore 11:11
    Lettera ad un sogno prezioso

    Come comincia: Caro sogno prezioso, 
    vorrei portarti con me su ogni strada per lasciarti un po' sporcare con la polvere di tutta quella vita respirata dall'asfalto, dai prati, dai palazzi e da tutta quella gente che percorre un cammino nell'assordante imbrunire delle stagioni che passano... 
    Vorrei vederti crescere con quella giusta dose di sacrificio, rinascita e coraggio che servono per tramutarti in realtà. Vorrei vederti accogliere i miei sorrisi e nutrirti con la stessa essenza materna che concede, al mondo intero, la possibilità e la forza di credere ancora in una miriade di altri sogni.

  • 18 maggio 2016 alle ore 10:14
    UNA FIGONA COSI'

    Come comincia: Uffa che noia, che noia, che noia…così recitava una attrice i tv ed era quello che provava Alberto al mare. In pieno agosto, spiaggia affollatissima, gran casino  intorno a lui. Solita lettura del quotidiano , solite notizie spiacevoli: maschietti che per motivi più eterogenei fanno fuori mogli e conviventi, litigiosità di partiti che non interessa più nessun lettore ed altre notizie che facevano in modo che l’Albertone nella spiaggia di Lido di Camaiore antistante l’albergo dove alloggiava con moglie e cognata nubile. Messo da parte il giornale stava per farsi accarezzare dalle onde quando una visione celestiale…si non c’era altro aggettivo dinanzi alla visione di una  fi..na che più fi..na non si può: giudicate voi: castana con  mèches bionde, altezza circa 1,75, fronte intelligente, occhi verdissimi, naso all’insù (Alberto non  amava nelle donne i nasi lunghi, sembravano dei travestiti)  labbra carnose non a canotto , seni  forza tre-quattro, vita strettissima tipo quelle americane che si fanno togliere due costole, (si così aveva letto sul New York Time) gambe chilometriche e piedi lunghi e stretti, bellissimi (Alberto un po’ feticista lo era). La visione aveva fatto cadere dalle mani del succitato il chinotto Neri, quel famoso chinotto che non è chinotto se non c’è l’8. Una risata argentina dell’interessata seguita da quella delle due sorelle poco distanti, su di lui con  i segni della colata della bevanda. Dopo quella figura da Emilio Fede (si proprio quella) al povero quarantenne 1,80 gran bella figura maschile (in quel momento figura di c…zo) non restò altro che buttarsi fra le onde …Prima o poi dovette riprendere terra e avviarsi dentro la fida Jaguar in attesa di moglie e cognata.
    Sdraiato sul sedile posteriore, aria condizionata in funzione attese pazientemente i rinforzi per ritornare in albergo. Nessun commento, i due coniugi si capivano bene anche senza parlare, Anna era abituato alle scappatelle del consorte, ormai le conosceva bene, le tollerava, la fine delle stesse era un regalo di pregio in gioielleria (il consorte era molto agiato di famiglia).  Anna non aveva voluto lasciare il lavoro in uno studio di avvocato, voleva soldi suoi.
    Ritorno sulla spiaggia per ora non se parlava proprio e allora come passare il tempo? Alberto vide un cartellone che reclamizzava un circolo del golf; detto fatto, iscrizione allo stesso ed acquisto del materiale interessato. Grandi ossequi da parte del direttore, consegna di una auto elettrica e via nel green. Un caddy a lui assegnato lo consigliava con aria di sufficienza ed Albertone lo cambiò con altro, di colore, meno spocchioso. Aveva trovato il modo di passare la mattinata, pomeriggio pisolino d’uopo e poi andata al circolo del Golf  da spettatore ai giocatori del bridge (gioco da lui mai amato) con cui aveva stretto amicizia,tra ricconi ci si intende subito! Dopo cena passeggiata con gelato e poi tra le lenzuola e, piuttosto spesso, code sessuali nelle quali era piuttosto bravo con moderata gioia della consorte. Quest’ultima lo mise al corrente delle cose personali della fi…na. Padre siciliano, madre svedese, classico nome, Ingrid, due figlie gemelle sedicenni,  nessun amante ufficiale.
    Finalmente ritorno sulla spiaggia un po’ imbarazzato lui, allegra e sorridente la siculo-svedese che nel frattempo aveva fatto amicizia con consorte e cognata la quale non dimostrava molta gioia di quella villeggiatura il perché lo aveva confessato a sua sorella: era diventata l’amante della sua compagna di stanza al college e se ne era innamorata (una lesbica in famiglia!) Parlando, parlando Ingrid aveva confidato ad Anna di avere come amante il toy-boy ventitreenne suo istruttore di palestra, ragazzo fine ed educato a detta dell’amica. Anna aveva i suoi dubbi quando Ingrid propose di passare una serata in cinque, toy boy compreso, non ebbe il coraggio di rifiutare e comunicò la cosa ad Alberto il quale non rispose ne si ne no, non gliene importava gran che dell’amante di Ingrid.
    L’incontro avvenne una sera al momento della cena: Alberto, sempre grandioso in tutto, aveva convinto lo chef di preparargli oltre ai soliti antipasti e contorni una ‘cofana’ di brodetto di pesce su un letto di pane abbrustolito consistente in: seppie, crostacei, pesciolini dislicati cucinati con erbe aromatiche e con peperoncini calabresi aperti ma non tagliati per non dare troppo di piccante al piatto. Un ovazione: “Ma tu hai un mestiere in mano, sei fantasioso” Ingrid era entusiasta. Alberto, dietro lauta mancia, aveva chiesto al direttore di sala di preparare un tavolo in fondo alla piscina lontano da tutti, duecento euro erano bastati e così il quintetto poteva far la caciara che voleva senza disturbare i vicini. Di particolare l’incontro tra Anna e Adamo l’amante di Ingrid. Il cotale non era il grezzo che Anna credeva anzi: biondo, occhi azzurri (gli svedesi avevano lasciato i segni in Sicilia) sorriso accattivante, stretta di mano robusta, altezza superava di un palmo Anna. Dietro richiesta della moglie di Alberto aveva messo al corrente i presenti di essere di S.Giuseppe Jato paesino in provincia di Palermo, di essere di famiglia modesta ma che con sacrifici era riuscita a farlo inscrivere alla facoltà di ingegneria a Palermo. Inoltre aveva raccontato delle cose proprie del suo paese: due famiglie mafiose che, intelligentemente, alla guerra avevano preferito un armistizio coronato dalla scambio delle relative femminucce di cui una sedicenne che non aveva apprezzato il marito di vent’anni più anziano e subito, il mese dopo era rimasta incinta con grandi festeggiamenti oscurati dal fatto che invece l’altra ancora aspettava di far contenti i parenti ansiosi di diventare padre, zii e nonni.. Per un mafioso le donne sono solo un mezzo per proseguire la specie, tranne rari casi in cui, maschietti in galera, le consorti avevano preso il loro posto. L’eloquio brillante e trascinatore aveva molto colpito Anna; mai aveva provato delle sensazioni per altri uomini oltre che per Alberto, era un po’ frastornata, non se ne rendeva conto che il bell’Adamo la stava conquistando. A metà serata sua sorella Elvira si era ritirata in camera sua, Alberto diceva che era stata punta dalla mosca tse tse portatrice di sonno. Il direttore di sala, vista la ‘compattezza’ della compagnia, da vecchio sun of de bitch, portò un gira-dischi per allietare i quattro. Ingrid senza chiedere nessuna ‘posso?’ si appropriò di Alberto mentre più educatamente Adamo chiese il lasciapassare ad Anna che di buon grado, anche se sorpresa di se stessa, disse di si con entusiasmo. Ingrid ed Alberto si erano allontanati, Adamo prese a fissare in viso Anna per vedere le sue reazioni, quando la vide ad occhi chiusi capì che la cotale era pronta alla ‘pugna’. Iniziò col baciarle il collo facendole provare un immenso piacere in quella regione del collo chiamata 'nucleo acumbens' che lei non sapeva di avere ed anche questa volta Anna si abbracciò a lui e si ritrovò baciata anche  in bocca a lungo. La storia durò sino al ritorno di Ingrid e di Alberto che decisero che era troppo tardi e quindi di restar in quell’albergo.
    “La nostra stanza ha un letto matrimoniale ed un lettino, qualcuno starà un po’ stretto” sentenziò Alberto riuscendo a capire troppo tardi di aver sfornato una fesseria, nel loro caso…
    L’iniziativa, more solito, fu presa da Ingrid: “Anna ti dispiace se…” non finì la frase che si era accaparrata per mano Alberto trascinandolo nel lettino e buttandosi sopra di lui.
    “La tua amica è stata generosa a lasciarci il matrimoniale, che ne dici di un riposino…” Il riposino cominciò per Anna con un bacio sul collo, poi sulle labbra e dopo un rapido passaggio sulle tettine sul fiorellino che era subito entrato in carburazione come mai le era successo, era turbata e nello stesso tempo…ma quello che più la meravigliò fu il coso di Adamo che non assomigliava affatto a quello del legittimo consorte: era di calibro inferiore ma molto più lungo, mostruosamente più lungo. Non finiva mai di entrare sin quando sentì la punta contattare il collo del suo utero, una sensazione sconvolgente soprattutto quando il ‘lungo’ decise si schizzarle dentro tutto il suo potenziale sperma con getto violento…tutto il suo corpo cominciò a vibrare a lungo fino alla spossatezza. Rimase francabollata sul suo amante fin quando due risate argentine. “Questa sta volta ci resta!” Ingrid faceva la spiritosa ma qualcosa di vero c’era. “No, mi sono addormentata’ cercò di rimediare Anna ma nessuno le credette infatti i giorni seguenti…Anna prese a frequentare la palestra in cui Adamo era istruttore, Alberto cominciò a preoccuparsi, lui di scappatelle se ne intendeva ma qui le cose avevano preso una piega di serietà: Adamo non scopava più con Ingrid ma in compenso… Consiglio di guerra fra Alberto e Ingrid: “Dobbiamo fare in modo che Anna ritorni su questa terra, Ingrid capiva cosa provava  l’amica ma non intendeva comunicarlo ad Alberto e così decisero una misura drastica: dovevano far vedere Adamo spassarsela a lungo con Ingrid, anche Adamo era d’accordo e così un pomeriggio in camera: “Esibizione mia con Adamo, voi spettatori darete un voto: cominciamo col sessantanove, certo solo la punta altrimenti mi fa una gastroscopia.” ”Ora un lecca lecca dai piedi alla fronte…adesso il più affascinante spettacolo: due maschietti ed una sola donna io, Alberto sotto in fica ed Adamo sopra nel culino, maschietti all’opera!” Anna non resistette a quello spettacolo, scappò dalla stanza, era quello che i tre avevano voluto e previsto.
     Due giorni dopo fine della villeggiatura per Alberto, per Elvira e per Anna…difficile mettere in parole quello che quest’ultima aveva provato ed i sentimenti del momento, era in crisi ma con l’aiuto dell’affettuoso marito…col tempo…
    Amici lettori, vi sarete domandati cosa sia il 'nucleo acumbens'? Andatevelo a cercare, certo a cultura non siete messi bene!

  • 15 maggio 2016 alle ore 12:33
    Io dormo coi piedi di fuori

    Come comincia: Tutto cominciò alla fine della terza media. Fui rimandata in matematica e l'insegnante si interessò a me e volle sapere quali scuole avrei frequentato dopo. Io le dissi che avrei frequentato il conservatorio. A settembre mi promosse. Il professore di pianoforte mi aveva illusa di poter entrare direttamente al terzo anno, dopo aver sostenuto un esame,ed io ci avevo creduto. Mi affidò ad un'altra insegnante la quale come mi vide posare le mani sul piano, inorridì. Qui bisogna cominciare tutto daccapo, sentenziò, dalla posizione delle mani. Seguì un'estate da incubo che mi fece passare ogni voglia di entrare in conservatorio. Non che io avessi tanta volontà, ma quella poca sparì a forza di rimproveri e correzioni. Abbandonai il progetto e mi iscrissi a ragioneria tanto per accontentare la famiglia che desiderava vedermi almeno diplomata. Una bestialità, iscrivermi a ragioneria, me lo disse chiaramente la professoressa di matematica delle medie che incontrai un giorno per strada. E aggiunse anche che ero un'incosciente, che lei mi aveva promossa solo perché sapeva avrei studiato il pianoforte, altrimenti mi avrebbe bocciata. Mi presi l'ennesima lavata di testa e passai oltre. Diventando adulta decisi che avevo bisogno di educare la mia volontà. Sarei stata inflessibile e così, visto che le lingue straniere mi stavano proprio sullo stomaco, decisi di frequentare un corso di inglese in una scuola di Torino molto rinomata e altrettanto costosa. Durante la pausa pranzo me ne andavo dall'ufficio e frequentavo il corso. Non ricordo, ma forse ci andai cinque volte, dopodiché continuai a pagare, ma non frequentai più. Pensai che dopotutto, un tentativo l'avevo fatto, ed era già un buon risultato. Passarono altri anni e mi riacchiappò la crisi: dovevo educare la mia volontà. Così, rapidamente feci un elenco delle attività che non potevo proprio sopportare, e una più di tutte era quella davvero educativa. Dovevo imparare a cucire, niente era più incompatibile con me del cucito, e quindi l'autoeducazione sarebbe stata ancora più meritoria. Mi iscrissi ad un corso di taglio e cucito, mi comperai tutto l'occorrente, e cominciai a frequentare, decisa ad arrivare fino alla fine. La fine arrivò presto, non del corso, ma della mia frequenza. Non andava neppure tanto male, avevo imparato a tagliare anche se non sapevo cosa stessi tagliando perciò quando l'insegnante mi mostrava come unire il davanti o il dietro degli indumenti, rimanevo sempre sorpresa nel constatare che io avrei fatto tutto diversamente. Amavo solo i punti molli. Che meraviglia i punti molli! Così lunghi, morbidi, mi piaceva il fruscio del filo spesso da imbastire quando attraversava il tessuto. Io li lasciavo ancora più molli, ricami rotondi che si adagiavano languidamente sulla stoffa, e restavo incantata a guardarli. Li trovavo bellissimi e odiavo il momento in cui poi venivano tagliati, e alla fine eliminati. Ma venne il momento della macchina per cucire. Un dramma. In pochi minuti riuscii a troncare diversi aghi. Capii in fretta che per me conciliare il movimento dei piedi con quello delle mani, accompagnare il tessuto sotto quella specie di mostricciattolo che faceva tutto per conto suo e poi si rompeva pure, era un'impresa impossibile. Più l' insegnante si spazientiva, più io sudavo e perdevo il controllo dei movimenti che diventavano una specie di ballo di San Vito. La macchina non ebbe problemi ad avere la meglio su di me. Quando si dice "vincere facile"! Quel giorno decisi che il mio corso finiva lì, e uscendo dalla scuola, mi sentii come quando da bambina uscivo dalla chiesa dopo essermi confessata. Libera e leggera. Naturalmente il corso me lo dovetti pagare tutto ugualmente. Passarono altri anni e decisi di seguire un corso di assistente sanitaria, questa volta non per autoeducarmi, ma perché mi interessava. Lo frequentai fino alla fine e diedi pure l'esame per poter accedere al diplomino. Gli esami per me sono sempre stati angoscianti: sudore, dita tremanti, amnesia, blocco della parola con balbettio, in alcuni casi addirittura singhiozzo. Quando entrai nella stanza, due insegnanti erano seduti dietro la scrivania, ed io mi resi subito conto che l'età non aveva affatto risolto i miei problemi con gli esami. Forse per mettermi a mio agio uno dei due mi sorrise e disse: intanto ci dica qualcosa di lei.Panico assoluto: in un attimo mi passarono per la mente tutti i fallimenti: pianoforte, inglese, cucito, studi superiori interrotti, e altre amenità.
    I due mi guardavano, in attesa. Cominciai a sentire il sudore sulla fronte, il calore sul viso, segno di un rossore ormai violaceo che certamente mi colorava la faccia fino alla radice dei capelli. Dovevo dire qualcosa, assolutamente dire qualcosa, e dissi qualcosa.
    -Io dormo coi piedi di fuori.

  • Come comincia: L'uomo, oggi in special modo, "gioca a fare Dio".
    Non è detto che ogni uomo creda in una divinità superiore che lo abbia creato, come si potrebbe fare un giorno con un robot di carne.
    Guardando "nel fondo del cielo" un team internazionale di astronomi ebbe modo di immortalare nella costellazione del Leone (la mia come segno zodiacale), un "gamma-ray burst from a star" ossia la luce rossa che irradiava  una stella morente, accaduta  quando l'universo aveva "solo" 630 milioni anni di età. Quella luce di colore arancione era esplosa a circa 13,03 miliardi di anni luce rispetto all'attuale posizione della Terra, ossia 30 miliardi di anni luce da adesso. Un baratro nel passato, rispetto alla vita del presuntuoso essere umano.
    Siamo così piccoli che, dai tempi dei tempi, ci siamo inventati un'anima. Oppure la speranza di una sopravvivenza quanto più possibile vicina all'eternità.
    Come giornalista, ma forse anche come poeta, mi sono sempre posta molte domande ed ho anche fatto riflessioni (a titolo speculativo) sui più svariati fronti dell'esistenza.
    L'essere umano, nel tempo, ha forse appreso a rispettare di più l'infanzia; ma, allora: perché tanti bambini subiscono abusi in famiglia o da persone che la frequentano?
    Oggi vengono al mondo piccoli miracoli dovuti alla scienza, sia per le difficoltà concrete che sono superate con mezzi nuovi che per l'età delle mamme, più adatte a fare da nonne che da mammine al primo figlio.
    Bene o male?
    La clonazione non riguarda più "la pecora Dolly".
    Qualcuno, nascostamente, clonerebbe un nuovo Hitler?
    Qualcuno ha clonato o vorrebbe clonare, il figlio perduto?
    Cosa abbiamo il diritto di fare, in nome della scienza, cosa non dovremmo?
    Dobbiamo guardare alle stelle, mentre distruggiamo il pianeta su cui viviamo?
    Abbiamo davvero il potere di farlo, o più semplicemente è il nostro habitat che stiamo rendendo sempre meno abitabile?
    Dal Vangelo di Luca mi è restata impressa questa sequenza:
    -" E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
    Abbiamo, forse noi uomini un habitat, o non lo abbiamo piuttosto sottratto alle belve della foresta, agli orsi, ai lupi?
    L'habitat dell'uomo è stato da lui adattato, se non creato del tutto.
    La terra è stata spesso travolta e stravolta dall'essere umano, anche se in realtà noi rappresentiamo soltanto una presuntuosa specie che molto facilmente dovrà un giorno estinguersi nel tempo, come i dinosauri.
    Guardando al passato, anche senza essere degli scienziati, ci si rende conto che abbiamo in comune con le altre specie viventi l' "evoluzione"
    Siamo abituati a vedere questa parola come sinonimo di "miglioramento" e portati a credere che sia "unilineare", per cui siamo forniti del desiderio (specialmente noi europei), di "insegnare a vivere" agli altri esseri umani che ci assomigliano, un po' come facevano i romani con la latinizzazione.
    Purtroppo non sempre questo desiderio, anche a carattere religioso/sociale, assume ruoli positivi e costruttivi e lo stiamo apprendendo a nostre spese, più apertamente, dall'attentato delle torri gemelle, abbattute a Manhattan l’11 di settembre, sotto la direttiva (questa la tesi ufficiale), del leader di Al-Quaeda, Osama bin Laden.
    Possiamo parlare di acculturazione, integrazione ed assimilazione delle popolazioni vinte o del tentativo di operarlo.
    Guardando al presente o ad un passato più o meno recente (non ci allontaniamo di troppo), in nome della cultura e della religione sono stati commessi e si stanno commettendo oggi, le più grandi violenze.
    Non soltanto dagli europei.
    Ci diamo un gran da fare noi esseri umani, come se la nostra specie fosse in diritto di ritenersi al di fuori delle possibilità di estinzione o, nella migliore delle ipotesi, di evoluzione. Non ne siamo estranei, invece, e neanche è detto che l'evoluzione cui potremmo essere soggetti ci possa piacere.
    Siamo destinati ad una lunga sopravvivenza di specie? La più lunga, in quanto animali intelligenti?
    Non lo sappiamo.
    I dinosauri si sono estinti, ma non del tutto, poiché alcuni di loro ci svolazzano leggeri sul capo.
    Abbiamo orrore degli scarafaggi (le blatte), però queste creature hanno lasciato il segno della loro (già) presenza nei fossili di blattoidei del Carbonifero, tra 354 e 295 milioni di anni fa. Sono, tuttavia, meno "forti" di quello che crediamo, difatti sarebbero i primi a morire dopo una guerra nucleare non sopportando più di 20 000 rad[1] di esposizione radioattiva. Un pensiero noioso in meno.
    Gli squali sono tra le specie più longeve, perché esistono da alcune centinaia di milioni di anni, nondimeno li sta portando a rischio di estinzione il riscaldamento delle acque degli oceani e il loro aumentato livello di acidificazione.
    Siamo proprio bravi a fare guai.
    Noi esseri umani appariamo piuttosto resistenti, giacché contiamo, come specie, circa 200.000 anni. I Neandertal comparvero in Europa 700.000 anni fa e meno di 40.000 anni fa si sono eclissati. Potremmo dire, misteriosamente. Una spiegazione però c'é: Siamo arrivati, dall'Africa, noi Homo sapiens e non sappiamo a quanto tempo abbiamo diritto. Confesso di aver creduto per anni che tra i Sapiens e i Neanderthal non ci fosse stato molto in comune per questioni legate all'impossibilità di procreare di un eventuale prole nata dal connubio.  Senza offendere i primi che, anche se brutti, dal nostro punto di vista, erano stati capaci, con le loro enormi narici e la fronte bassa e scivolosa, di sopravvivere nella glaciazione, il Sapiens e il Neanderthal. convissero e, anche, si accoppiarono, malgrado le differenze fisiche eclatanti. Questo spiega il perché del fatto che oggi più del 5% del nostro Dna, porti tracce degli incroci che avvennero tra i due ominidi, compreso il cugino asiatico dei secondi : il Denisovan. Le prove sono venute dal sequenziamento massiccio del Dna di oltre 380 reperti archeologici resi pubblici sull’ American Journal of Medical Genetics. In pratica ai Neanderthal dobbiamo un grazie, poiché da queste specie di ominidi abbiamo ereditato alcuni dei geni fondamentali del nostro attuale sistema immunitario. Quelli che ci rendono capace di resistere alle infezioni da funghi, batteri e parassiti e in negativo, quelli responsabili della nostra tendenza a sviluppare allergie. Ci spieghiamo così anche la scomparsa, quasi fulminea, del Neanderthal: eliminato dal Sapiens che, oltre ad essere più intelligente era, forse, anche più cattivo.
    Domande, dicevo. Pensieri, dicevo. Quelli che colpiscono una scrittrice si tramutano, molto spesso, in romanzi, studi, saggi, racconti, poesie.
    Ecco la spiegazione anche per i miei romanzi "di fantascienza", che mi hanno "costretta" a rispondere alle mie domande, trovandone, per strada,anche altre.
    -"Se il sole muore", scrisse Oriana Fallaci, nel 1965. Il sole di cui lei parlava non è quello che illumina e riscalda il nostro pianeta.
    Quello che ci interessa lo hanno studiato (tra gli altri), alcuni ricercatori dell'Università del Sussex (Gran Bretagna) e pubblicato su Astrophysics. Stiamo parlando di un tempo che non riguarderà certamente noi e neanche i nostri lontanissimi discendenti. Non riguarderà, forse, neanche la razza umana, che sta facendo di tutto per "implodere" coi propri mezzi.
    Certamente, però, tra cinque miliardi di anni il nostro Sole (che è una stella, per cui in totale ha una "speranza di vita"di circa 13 miliardi di anni) inizierà a "morire". Nel nucleo non vi sarà più idrogeno, la cui fusione oggi produce energia e crescerà, divenendo centinaia di volte più grande di oggi. Soltanto se la Terra riuscirà ad agganciarsi alla forza di gravità di un gruppo di asteroidi (dicono gli scienziati del Sussex), potrà sfuggirli e sopravvivere, differentemente verrà fagocitata nell'ultima agonia solare. 
     
    -"Vedremo soltanto una sfera di fuoco, 
    più grande del sole, più vasta del mondo; 
    nemmeno un grido risuonerà e solo il silenzio come un sudario si stenderà 
    fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno, 
    ma noi non ci saremo, noi non ci saremo. "
     
    Diceva Francesco Guccini.
     

    [1] Il rad rappresenta la quantità di radiazione che deposita 100 erg di energia in un grammo di materia.

     

  • 11 maggio 2016 alle ore 20:54
    Io so

    Come comincia: Io so, l’ho sentito il gelido peso di blocchi neri cadermi sul corpo. Ne ha assorbito tutta la potenza alienante. Si è sbriciolato come cartapesta bruciata. Io so, quanto è capace di soffocare la tenaglia della malevolenza. È una maglia di ferro spinato che sorridendo avanza a braccia tese, con la bocca emette suoni gradevoli all’udito, pure cade come stalattiti d’acciaio nell’anima. Perfora tutto quanto incontra; trivella ogni organo interno, il sangue par schizzare da infinitesimi fori, allaga il cuore e ne scombina i battiti, sfreccia nel cervello e ne ferma le immagini che si confondono, perdono lucentezza, si annebbiano in fumi vacui, dilaniano il pensiero nel mentre tenta un approccio con la logica, con l’emozione, con il discernimento. Io so come sa uccidere la malevolenza. Costruisce cerchi di muri mobili di cemento attorno, e si stringono si stringono, avanzano lentamente e si stringono attorno. Soffocano. E non esiste parola voce pensiero, a sgretolare il cemento. E non esistono luci chiare e illuminanti, a sbiancare il cemento. E non ci sono fauci a ingoiare la maglia di ferro spinato e nemmeno cieli a frenare i blocchi neri cadenti. Non c’è riparo alla malevolenza. Ché l’uomo è il nemico imbattibile dell’uomo.

  • 10 maggio 2016 alle ore 14:29
    Della Piattaforma

    Come comincia: Buongiorno/pomeriggio/sera/notte/tutto. A ogni incontro ci si augura un "Buon", quel "buon" è il barlume di coscienza della vita che ci spinge a esprimere la percezione che, aldilà delle difficoltà del quotidiano (protratte fino alla nostra fine), la base dell'esistenza è una piattaforma di luce. Ognuno ha il suo percorso, il suo carattere, che stimola a guardare con più attenzione il malessere/dolore che si accatasta sulla piattaforma; o a sviluppare l'occhio dell'anima e la trivella della mente, per forare la catasta dei malesseri/dolori e consentire al barlume di luce di splendere, per poco possa fare, a dimostrare che la piattaforma c'è, è lì con noi dal Sempre. Infine, alcuni di noi lavorano incessantemente a rimuovere gli scarti prodotti dai malesseri/dolori per tenere lustra la piattaforma di luce; arrivano alla certezza che ogni malessere/dolore è la liscivia per rendere la propria vita splendente e felice. Perché siamo sulla terra per questo: per imparare a essere felici, per scoprirlo prima di morire. Ché non è nel dna umano soffrire a tutti i costi, questa è memoria millenaria, ma non è la memoria della Vita. Non è un preambolo augurare "buono" giorno nuovo o pomeriggio o sera o tutto, in ogni circostanza: con il cielo plumbeo o ridente, c'è un fiore o un sorriso che illumina l'istante presente, a dimostrazione, per l'appunto, dell'esistenza della "piattaforma di luce". E' il nostro "sguardo di dentro" a consentire di vederla o di affondarla sotto il peso di continue scorie/malessere/dolori.

  • Come comincia: Una nera, cristo. Una nera non l'ho mai avuta. Sono agitato da morire, sento il battito del cuore che rimbomba, una donna nera non l'ho mai avuta. Cammino avanti ed indietro per la stanza come un coglione, aspettando che quel telefonino senza vita ne prenda una e cominci a trillare.
    Hanno detto così, hanno detto che mi avrebbe chiamato dieci minuti prima dell'appuntamento, per confermare. Io da solo ho già confermato dieci volte, ma quel telefonino non suona. Quanto vorrei avere una dipendenza. E’ in momenti come questi che penso a cosa mi sia saltato in mente ogni volta che ho scelto di non diventare un drogato. Quello che fa sorridere è come ho conosciuto questa nera, dove l'ho vista, a come immediatamente si è presentata nuda ed aggressiva in un colpo solo ed io mi sono sentito duro, durissimo. Durissimo che quasi piangevo. Invece mi sono masturbato ed ho immaginato di averla sul letto.
    Mi sono detto -Ti darò ogni risparmio-. Mi sono detto -Ti darò tutta la mia vita, se di vita si può ancora parlare. Basta che tu mi stringa come mi hanno raccontato. Come un cobra, un boa, un drago che porta via-.Ho sentito che è successo già ad altri, sul serio. Almeno a 5 che conosco. Hanno chiamato un' agenzia di escort e nel momento esatto in cui lo facevano si sono sentiti talmente squallidi da essersi perdutamente innamorati.E' una storia da cantautori, voglio provare anche io, voglio raschiare il fondo del barile. Anche se per me è diverso. La mia è una storia interrotta da continuare.

    Il primo rumore, Egade lo sentì mentre ancora era nel suo appartamento e stava indossando le scarpe buone.
    Un boato, verso est. Talmente distante da sembrare un miraggio. Ogni ragazza lo sa, è una regola insita nel processo di preparazione. Se quello che succede attorno non distoglie l'attenzione dalle dosi di profumo da spargere sui polsi, se non distoglie l'attenzione dai colori della sera da abbinare al rossetto, allora non è una cosa importante. Così lei, tutto quello che fece dopo il boato, fu mettersi la scarpa sinistra.
     
    Ecco il trillo. Finalmente. Ho aspettato dei mesi quel suo cazzo di squillo. Chiede di scegliere un bar della zona e incontrarci lì, ed io questa zona l'ho imparata a memoria in tre giorni, girandola anche di notte, per capire quali punti sarebbero stati i più miseri. Forse sembravo un cane rabbioso, perfino i matti si dimenticavano di essere matti per concentrarsi a guardarmi. E' così che funziona no? Dal letame nascono i fiori. E allora io me lo vado proprio a cercare, il sudiciume.
    Il locale che ho trovato ha come sedie dei sedili di macchina reclinabili, isolati da un separè di lamiera. Era una bella idea, una bellissima idea. Ma presto le cose hanno cominciato ad andare come ci si sarebbe dovuto aspettare, e tra camerieri privi di endorfine, chiazze di sperma e macchinette rumorose, l'atmosfera è perennemente quella di un immenso vano posteriore di una macchina al drive in.
    La aspetto camminando avanti ed indietro, valutando la luce, valutando la forza che ci metterò, che ci metterà.
     
    Ascoltò molto bene i passi che fece scendendo le scale, come se il rumore troppo forte di uno dei tacchi sul marmo fosse l'avviso di un boccolo messo male, una debolezza della spilla appuntata al vestito. L'avesse sentito altri giorni, si sarebbe fermata a sistemarsi, ma si era resa talmente impeccabile per quell'appuntamento, che tutti i suoi ideali manuali sui segnali di sventura furono invalidati, e quando il richiamo della vicina di casa sbucata sul pianerottolo quasi la fece cadere, lei ringraziò con un sorriso.
    -Che buon profumo ha signorina Egade.-
     
    Tutti quanti sono andati a prostitute. Non mentitemi, non mentitemi. State fingendo. Tutti quanti. Ne sono la prova i parchi dove sbocciano i profilattici. Cristo. Io almeno faccio le cose al chiuso. Non ci faccio giocare i bambini con i loro stadi primordiali morti nel lattice. Quello che avete fatto, quello che sto facendo anche io giusto adesso, cinque minuti prima che lei arrivi, è sforzarmi di non avere alcun ricordo romantico.
    Per l'amore sono nuovo. Per il sesso sono navigato come una bagnarola.
    Ho esattamente le sembianze di chi spera di arrivare al cuore di una donna penetrandola più forte. Seduto sul mio bel sedile cigolante, guardo fisso davanti a me.
    Non voglio vederla arrivare. Voglio vedermela sopra, intorno, dietro, davanti. Che mi lasci stremato su un letto di fronde secche come la vittima di un sacrificio. Che mi lasci sudato di colore nero. Il punto è che voglio che mi lasci.
    Che lasci anche me.
     
    Egade. Il suo profumo lo confeziona da sola. Non che lo faccia da sempre, ha iniziato quando l'ha conosciuto in ottobre. Il suo primo sguardo le è rimasto marmorizzato negli occhi e voleva in qualche modo riuscire a marmorizzare tutto quanto, anche il profumo dell'autunno di quel preciso momento. La prima cosa che ha detto dopo averlo incontrato è stata -Stavolta mi innamoro-, e cominciò davvero ad innamorarsi di tutto.
     
    Me l'avevano detto, il rumore dei passi sarà fortissimo, rimbomberanno anche all'aperto, sembrerà l'arrivo di una catastrofe.
    E' esattamente così che succede adesso. Sento tutto amplificato. La terra romba, trema, la gente urla, i lampioni saltano. Sembra che il cameriere abbia ripreso vita e mi dica di scappare.
    Si salvi!- mi dice.
    -Coraggio, scappi!-.
    Lo guardo  mentre mi dà del lei. E lo immagino già filare via.
    Mentre la aspetto, mi viene un'erezione potentissima.
     
    Il primo appuntamento con quell'uomo così particolare doveva essere speciale. Egade doveva far sembrare che già il secondo in cui gli sarebbe apparsa davanti agli occhi, fosse la più bella conversazione che lui avesse mai avuto.
    Una volta uscita dal suo palazzo, in strada, iniziò a provare un tipo di camminata più sensuale del solito. Si allenava. Si trattava di mettere un piede esattamente davanti all'altro, in modo da sembrare quasi in equilibrio sopra un filo sottilissimo. Sembrava poco, ma faceva la differenza. Se si allenava già da adesso, all'arrivo al punto d'incontro tutto le sarebbe riuscito perfettamente naturale. Aveva 200 metri di esperienza da fare.
     
    Lo sapevo che era violenta, me l'avevano detto, ma non credevo così tanto.
    Ero convinto di poter essere martoriato senza soffrire. E invece poi, appena ha rotto i vetri, appena mi ha toccato, in un attimo ho voluto sentire tutto il male possibile, abbassando la soglia del dolore sotto le scarpe.
    Tutti i mobili sono stati buttati in aria. Mi ha preso ad occhi chiusi. Il suo bacio sulla guancia con le sue enormi labbra da nera si è trasformato anche in bacio sul collo, sulle spalle, sui fianchi, sui polpacci. Tutto assieme, tutto con la rincorsa, finisco contro un muro.
     
    Per la prima decina di metri sembrava volare sul vento di quel viottolo deserto. Dopo trenta poteva anche permettersi un'andatura più veloce. Dopo cinquanta quella che cadeva sembrava pioggia. Egade si rifugiò sotto il porticato per non bagnarsi il vestito. Quando a cinquantacinque metri la pioggia si era già trasformata in ondata, la sua andatura si trasformò in un peso alle caviglie.
    Dopo sessanta metri era cento, trecento metri, quattro chilometri più distante dal luogo in cui si sarebbe dovuta fermare e lui la vide passare. Dal suo balcone, la vide passare. Vide passare i suoi capelli, preceduti da una processione supersonica di cose sventrate da terra che nuotano affannosamente insieme a lei. La riconobbe anche se la incrociò una volta sola.
     
    L'ondata non si lasciò scappare nemmeno un millimetro di pelle, di vestiti, di aria intorno. Le cose più leggere divennero impregnate, i vestiti macigni incollati, i giri di perle un cappio.
    Se vogliamo essere romantici, era un abbraccio che stringeva i fianchi. Se vogliamo essere disfattisti, era una tragedia.
    Egade lo vide. Mentre stava con gli occhi aperti verso il cielo, senza riuscire a risalire, Egade lo vide essere in salvo sul balcone, riconoscerla e iniziare a piangere.
    Fu il loro secondo sguardo.
    Egade per chiamarlo aprì la bocca e ingoiò più acqua, fingendo che fossero lacrime d'amore. Più acqua beveva, più lui aveva pianto.
    Annegò con il cuore spezzato prima che poteva.
     
     
    Le mani sudate non si lasciano scappare nemmeno un millimetro di pelle, di vestiti, di aria intorno. Le cose più leggere diventano impregnate, macigni, incollati. Se vogliamo essere romantici, è una scopata. Se vogliamo essere disfattisti, è un tentativo forzato di resurrezione.
    Quella puttana nera ha portato con sé pezzi di fango e rametti. Li ha portati per i suoi giochetti selvaggi. Apro la bocca e mi lascio trasformare in uno stupido vaso.
    Apro la bocca principalmente per chiamare la donna che ho amato.
    Persa mesi prima. Persa mesi prima per colpa la stessa dannata puttana bagnata.
    -La prostituta è andata a donne!-, ho continuato a ripetermi. In attesa che quella disgrazia distruggesse gli argini dei marciapiedi da qualche altra parte, che venisse preannunciata.
    Non sono un idiota sapete. Sono più furbo di tutti voi messi assieme.
    Io l'ho persa mesi fa, e da quel giorno ho letto tantissime cose.
     
    La mia casa sembra quella di un pazzo. Ho tappezzato ogni superficie riflettente con articoli, ricerche, statistiche, annunci riguardo prostitute di tutti i reami. Capitemi. Capitemi, cazzo. Dovevo trovarne la migliore. La più devastante, dalle curve pericolose, nera di malasorte con il ritmo nel sangue. E' stato come inseguire una divinità, corteggiare un tumulto del cielo per vendetta.
    Nonostante sia un lago di eccitazione, nonostante stia affogando nel sudore, nonostante il suo disastro, il suo infilarmi dita negli occhi, riesco a dominarla. La prendo per quella massa unta di capelli ricci nero verdognoli che sembrano alghe e le spingo la faccia contro la terra. La lotta si fa scivolosa e profonda. Forse comincia adesso il vero sesso. Di sicuro comincia ad esserci un po' d'ordine nella distruzione che mi sono andato a cercare.
    Comincio a darle dei colpi talmente forti da finirle nell'utero. Immerso fino alla testa nella sua placenta fangosa.
     Quando sei dentro una puttana, sei parte della puttana. Quando sei nell' acqua, sei parte dell'acqua. Quando sei passata davanti a me morendo, sono diventato la parte di te ancora vivente.
    Da allora si è trattato solo di completarti, Egade.
     
    “Approfondendo ulteriormente il discorso, possiamo dire che l’acqua, infine, rigenera. Se l’acqua è un po’ il simbolo della materia prima, ecco che allora la vita nell’acqua nasce e nell’acqua ritorna, ma nell’acqua anche rinasce. La distruzione stessa che l’acqua opera è la condizione per la rinascita: purché vi sia un ordine, una Parola, un Logos. Altrimenti siamo di fronte all’acqua come drago: forza bruta e caos.

    Come nelle celebrazioni misteriche, l’iniziato deve morire simbolicamente per poter rivivere in possesso delle autentiche qualità umane, così tutta l’umanità deve passare attraverso la morte per rigenerarsi. E’ significativo il fatto che l’acqua sia considerata la fonte della vita da tutte le tradizioni arcaiche; la vita, dunque, si congiunge con la morte per dare origine ad una nuova vita. L’eletto che si salva galleggia a lungo sulle acque; è il simbolo dell’uomo rigenerato che, dall’acqua portatrice di morte per gli altri, assume le facoltà per una vita totalmente nuova.”

  • 05 maggio 2016 alle ore 21:30
    La borsetta di mia mamma

    Come comincia: Ogni donna ha la sua borsetta preferita, dentro la quale c'è tutto un mondo di vita. Da bambina, mi ricordo bene il profumo della borsetta di mia mamma: ad ogni intoppo, ad ogni contrattempo, lei cercava lì dentro e come per magia aveva la soluzione per tutto.
    Nelle attese di lei, mi sedevo composta accanto alla sua borsetta: ero al sicuro, sarebbe tornata. Ricordo che lisciavo la fragrante pelle scamosciata, come un velluto sulle mie mani, mi immaginavo grande, anch'io con la mia borsettina, ne ero orgogliosa.
    I manici erano splendenti, ci giocavo come con una collana, e il profumo mi incantava, mi ricordava lei. Se la scuotevo appena appena, emetteva un suono canterino, un tintinnio di monete, chiavi, scatoline della cipria, borsellino a clip...
    Raccontavo le mie storie bisbigliando, sbirciando all'interno dalla cerniera un poco socchiusa, come pensando di trovarci qualcuno di così piccino da passare inosservato, e che aiutava la mamma in ogni difficoltà.
    Nei momenti tristi del dolore, la vedevo afferrare la sua borsetta con artigli forsennati, stringendosela al petto come fosse viva, ascoltava e chinava il capo alla messa delle Dieci e la sua borsetta era lì, appoggiata allo schienale del banco. Era il mio prezioso scudo contro il mondo, era il mio essere bimba amata, accanto ad una borsetta antica.
     

  • 03 maggio 2016 alle ore 21:22
    Non Solo Guerra (Una storia vera)

    Come comincia: Il 6 luglio 1944 Dalmine fu bombardata, più di mille fra morti e feriti, lo stabilimento semi distrutto. Ma non è una storia di guerra che voglio raccontare.
    Molti furono gli sfollati, ed anche una famiglia di sette persone, marito moglie e cinque bambini, di cui i più grandi avevano tredici e dodici anni. Questa famiglia trovò ospitalità nella palestra di una scuola a Madone, una frazione lontana qualche chilometro, dove visse per diverso tempo........
    La vita scorreva fra mille difficoltà. Il capofamiglia lavorava alla Dalmine, si recava al lavoro a piedi e attraversava il fiume Brembo ogni volta per andare e tornare.
    La moglie accudiva i loro cinque figli cercando di procurare quanto più poteva in tempi così terribili. 
    Un giorno una donna del luogo le disse che il suo piccolo stava morendo a causa della polmonite, e in casa si erano rassegnati a perderlo, limitandosi a pregare, perchè " se Dio glielo aveva dato questo bimbo, Dio poteva riprenderselo." Ma la donna non sapeva di stare parlando con una madre di cinque figli che la pensava molto diversamente da lei. Questa madre chiese alla donna di poter cercare di fare qualcosa per il piccolo, e quindi si recò nella loro casa, e non lo abbandonò più.
    Lo curò nel modo che conosceva, cercando di fare il meglio per lui, con amore, con testardaggine, e con tutto il grande cuore che possedeva. Giorno e notte lo vegliò e accompagnò attraverso la peggiore crisi causata dalla polmonite. E alla fine fu gratificata perché Il bimbo superò la crisi e guarì.
    Passarono molti anni, e la guerra diventò un ricordo. I cinque bambini erano ormai cresciuti d'età, e anche di numero perché quando nessuno più se l'aspettava era arrivato anche il sesto figlio: una bambina. La famiglia viveva in una grande casa e la palestra era stata ormai dimenticata assieme a tutti i disagi e le privazioni della guerra.
    Un giorno a casa loro suonò il campanello ed una delle due figlie, una bella ragazza dai capelli rossi, andò ad aprire la porta. Si trovò davanti un giovanotto che non conosceva, timido e un po' impacciato nello spiegare perché fosse andato lì.
    -Non vorrei disturbare. Io sono il bambino che venne salvato da tua mamma, sono venuto a ringraziarla e a salutarla perché sto partendo per il servizio militare. Vorrei poterla incontrare di persona, se è possibile.
    La ragazza lo fece entrare in casa e lo condusse dalla madre. Ci fu un lungo abbraccio fra il ragazzo e la sua salvatrice. La commozione di entrambi non lasciava spazio a parole o discorsi, solo un silenzio denso di emozione, e il ricordo nella donna di quelle notti insonni al capezzale di un bimbo morente che ora era davanti a lei in tutto il suo splendore di giovane uomo.
    Io non so come si chiamasse, o si chiami, se ancora è vivo, quel ragazzo. Ma so chi è la ragazza dai capelli rossi che aprì la porta: mia sorella. E so chi era la meravigliosa madre di cinque figli, anzi sei, che ebbi la fortuna di frequentare per i primi tredici anni della mia vita: lei era mia mamma...ed io la numero sei. 

  • 02 maggio 2016 alle ore 10:49
    UNA ESPLOSIONE DI AMORI.

    Come comincia: Inverno anno 1955, Dogana di Ponte Chiasso. Fra i funzionari addetti alla Dogana due personaggi molto diversi fra di loro: Massimo M. romano, compagnone, vita un po’ sregolata in quanto a pasti e femminucce, Piero M. siciliano, sempre elegante,con sempre un triangolo rosa nel taschino della giacca, distaccato munito di auto Giulietta, in affitto una casa al centro città, costoso, un alto tenore di vita dovuto ai contributi paterni, Massimo stanza in affitto come molti suo colleghi, due personaggi molto diversi che abitualmente non si frequentavano fin quando un giorno: “Mi conosci, sono Piero M.  che ne diresti di assaggiare un Chivas Regal 30 anni di invecchiamento?” “Cacchio pensò Massimo, di quel whisky ne conosceva l’invecchiamento sin o a 20 anni, sapeva quanto costava.” Una proposta inaspettata,  strana tenuto conto della riservatezza di Piero che lo incuriosì. “Se vuoi sabato puoi venire a casa mia in via Roma 23, potremo anche cenare insieme.” Una mangiata non si rifiuta mai”, Massimo accettò. La casa di Piero era ben arredata con la particolarità di avere un camino in ogni stanza mentre nelle altre abitazioni ve n’era uno in quella principale, le altre… al freddo. Piero lo accolse in pigiama con sopra una costosa vestaglia. “Vieni caro, ti faccio vedere casa in attesa dell’ora di cena, ho ordinato al ristorante all’angolo, spero sarà di tuo gradimento.” “Basta che se magna” pensò Massimo un po’ volgarmente, talvolta la romanità prendeva il sopravvento in lui. Menù: pappardelle all’anatra selvaggia, composé di fritti vari, uccellagione molto ricercata dagli appassionati di quel genere, contorni vari e poi un piatto particolare: “Sai il ristoratore è un burlone, mi ha fatto questo scherzo.” Un mezzo ad una torta spiccava un wurstel grande  a forma di membro eretto molto somigliante alla realtà. “Ma questo è un cazzo!” “Chiamiamolo membro meno volgarmente.” “Ma sempre cazzo è” pensò Massimo, io non lo mangio.” “Va bene è cosa mia” Piero prima lo leccò a poi lo mise in bocca. Massimo sconcertato fece finta di nulla, poi comparve il famoso Chivas Regal 30 years old ancora con la fascetta intatta. Effettivamente il sapore superava tutti gli altri whisky che Massimo aveva assaggiato, fece il bis, il ter, il,quater, cominciò a vedere il mondo in modo diverso, più piacevole, lui era stato sempre un edonista. Un televisore 30 pollici nel soggiorno trasmetteva un programma musicale con qualche ballerina meno vestita del dovuto. Anche in questa stanza un caminetto acceso mandava un calore molto forte, eccessivo , Massimo cominciò a sudare non capì la strategia di Piero. “Sono tutto sudato, mi tolgo la camicia, anche la maglietta, non ti dispiace?” Ma che dispiacere, Piero aspettava questo momento per proporre: “Senti non puoi uscire così, siamo in pieno inverno,  potresti prenderti un malanno, sai che ti dico, facciamoci una doccia.” “Cacchio la casa era dotata di mobili molto eleganti e funzionali, una doccia molto grande nel bagno. “Che ne dici se ti faccio compagnia,ci stiamo tutti e due.” Il Chivas Regal aveva spazzato via molte inibizioni di Massimo che con una risata accettò. Stettero a lungo a godersi il calore dell’acqua che veniva giù dall’altro da vari augelli, ognuno il proprio augello nel senso che…”Massimo ti rendo conto cos’hai far le gambe, mai visto un uccellone di tale portata, beato te, come vedi io ho due grossi testicoli ma un pene piccolo, da adolescente e questa è fonte di dispiacere a da parte mia.” Massimo cercò di minimizzare: “Unicuique suum” talvolta mi è capitato al casino che una signorina non ha voluto avere rapporti con me per paura di farsi male.” “Sono molto incuriosito, ti sarei grato se me lo facessi toccare un po’.” “Si ma poi ciccio si ‘incazza’ e diventa un albero.”“Correrò questo rischio…” La mani di Piero iniziarono dai testicoli, massaggiandoli a lungo il che portò a quanto predetto da Massimo, Ciccio si incazzò di brutto facendo uscire dalla gola di Piero un:ohhhhh. Abbandonati i testicoli l’attenzione del padrone di casa si rivolse all’uccellone ma Massimo uscì da sotto la doccia , si avvolse in un caldo accappatoio molto chic e andò a sedersi su una poltrona del soggiorno dinanzi alla tv. Piero lo raggiunse piazzandosi nella poltrona vicino a lui.“Vedo un grosso bozzo nel tuo accappatoio, che sia…” “È evidente che ciccio chiamato in causa risponda sempre.” Era diventato così duro che Massimo non sapeva che fare, metterlo sotto l’acqua fredda non era una buona soluzione e quindi…” Ci pensò Piero: “Vedi restare arrapati per lungo tempo fa male alla prostata, da vecchio ti potrebbe dare molti problemi, meglio farlo ritornare  nella sua casina con un bel massaggio e senza chiedere il permesso si diede alla bisogna. Ormai il ghiaccio era rotto e Massimo capì che stava entrando nel mondo gay mai da lui esplorato, Le mani sapienti di Piero, vecchio esperto del settore, fecero provare sensazioni piacevoli al padrone del membro arrapato oltre ogni dire soprattutto quando Piero lo prese in bocca e con la lingua sapiente cominciò a tintillare la punta del pisellone, un piacere mai provato con le femminucce. Anche i testicoli ebbero la loro parte e cominciarono a girarsi nello scroto, sensazione piacevole.”Qui siamo scomodi, di là ci aspetta un bel lettone, stanza riscaldata ed anche il letto con borse di acqua calda. Ormai Massimo si era lasciato andare, in fondo cosa poteva succedere un incontro omo unico a poi solo il ricordo. Non finì di  pensare che fu abbracciato con forza da Piero. “Da quando sei giunto a Ponte Chiasso ti ho adocchiato ma eri sfuggente,  ora sei qui, per me un piacere immenso, abbandonati, ti prego  e acconsenti  ai miei desideri sessuali.” Sempre abbracciato sopra Massimo, Piero iniziò a baciare il collo,il viso. poi le ascelle ed i i capezzoli per poi scendere sul pancino senza fermarsi nel gran bozzo ma finendo sulle gambe e poi sui piedi dove rimase a lungo fin quando di scatto  e cominciò  prima dai testicoli e, gran finale in bocca l’uccellone che non ne voleva di ritirarsi in buon ordine, troppo sollecitato, mandò in tripudio Piero che tenne in bocca il suo sperma poi andò in bagno sciacquarsi la bocca con un colluttorio,  segno che era solo all’inizio del gioco erotico.  Infatti volle coinvolgere il buon Massimo che era in dubbio se andare avanti sin quando: “Ho  i testicoli grossi ma il pisello lascia a desiderare, è rimasto quello di un adolescente ma, anche se piccolo funziona perfettamente, dammi una mano, fai su e giù mi piace, mi faresti felice se lo prendessi in bocca. Massimo ormai era in preda a un’eccitazione e acconsentì al desiderio di Piero, cominciò dai testicoli dell’amico per poi mettersi in bocca l’uccellino piccolo ma duro. Ebbe in quel momento un ricordo di quando quindicenne, nel collegio dei preti, si era fatto un amico pugliese e spesso studiavano insieme. Un giorno durante la ricreazione si allontanarono dagli altri studenti nel bosco per fumare una sigaretta, cosa assolutamente proibita. L’amico Carmine : “Durate la doccia ho sbirciato il tuo uccello, è molto più grosso del mio, me lo fai vedere. Vedere e toccare, anche Massimo prese in mano il pisello di Carmine e ognuno face una sega all’altro. Quindi in fondo c’era un precedente. Massimo imitò Piero nel lavorarsi il pisellino,  lo succhiava, con la lingua e lo ‘accarezzava’ tutto, Piero era innestasi. Il giochetto durò a lungo. “ Non mi godere in bocca”, fu accontentato, Piero godè dentro una salviettina e poi si recò in bagno. Al ritorno altra richiesta: “Fammi entrare nel tuo buchino, sarà piacevole e non ti farò male.” Piero prese le gambe dell’amante supino,le piegò, le tirò su e si fece penetrare facilmente, in questa posizione aveva a disposizione il viso di Massimo il quale seguitò ad entrare ed uscire nel buchino di Piero col vantaggio che, stando faccia a faccia Piero poteva baciarlo in bocca, Ci riuscì dopo vari tentativi di resistenza da parte di Massimo ed anche qui fu una  sensazione nuova, Piero usava la lingua in bocca dell’amante facendogli provare  delizie mai provate poi godette dentro il sedere di Piero. Si mise a ridere perché gli venne in mente l’episodio della contessa Scotti. Ormai tutto era compiuto pensò Massimo ma si sbagliava . Piero dopo il solito bidet si mise supino  abbracciandogli le gambe .Come aveva fatto prima con sé, finale col botto, Piero voleva essere penetrato nel suo buchino dall’uccellone anche se aveva un pò di paura. Ho messo tanta vasellina ma vai piano. Millimetro per millimetro Massimo penetrava il sedere di Piero, ci volle tempo ma arrivò in fondo. “Ora muoviti ma dolcemente.” Piero si era fatto il culo di qualche signorina in casino ma non bene come  con Piero il quale si muoveva facendo girare  tutto il bacino. Massimo durò anche stavolta a lungo con gran goduria del padrone dell’ormai bucone. E poi l’eplosione, fine della pugna. Ambedue furono presi da Morfeo. Alle sei del mattino. “Massimo grazie di tutto, devi andare via senza farti vedere, ho la sensazione che non ci rivedremo.” Ultimo bacio in bocca. Mi farò vivo senza  la mia presenza.” Frase sibillina che Massimo capì dopo vario tempo. Fuori incontrò Nando, un paesano che lavorava come elettricista in Svizzera: “Dottò bella nottata!” “Non mi posso lamentare,ciao.”Ora il problema era di Massimo, gran tombeur de  femmes al quale  restava il dubbio che l’avventura omo poteva aver lasciato il segno. La cosa più pratica: andare con una femminuccia. Il sabato successivo si recò in un casino a Chiasso dalla parte svizzera per non farsi vedere da qualche conoscente in caso di defaillance, ma tutto andò bene, anzi la signorina di turno si lamentò per la fuori misura del pene di Massimo, tutto era tornato alla normalità. I due amanti si evitavano, Piero tramite le amicizie al Ministero si fece trasferire alla Dogana di Domodossola. La tresca ebbe un seguito piacevole: un pomeriggio un fattorino gli consegnò un pacco.”È per me” domanda inutile c’era il suo nome. “Lei è il signor Massimo M.?” “Son io.” “Allora firmi qui.” All’interno un grosso astuccio con la scritta “Gioielleria Grasso” Cercando di rimanere freddo pian piano aprì il pacco come un giocatore di poker…meraviglie delle meraviglie: un orologio Omega, una catenina, un braccialetto ed infine un anello con incise le sue iniziali MM  tutto in oro 18 k, un patrimonio. Un biglietto ‘In ricordo della meravigliosa avventura.’ Poteva esser stato scritto anche da un appartenente al gentile sesso, conservò  il cartoncino. Ora il problema era sfoggiare quel po’ po’ di ben di Zeus (Massimo era ateo). Ai colleghi invidiosi riferì che era il giusto prezzo pagato da una signora non più giovane e la cosa finì lì. A proposito della contessa Scotti: la gentil nobile madama una mattina di domenica  era andata a confessarsi ed aveva riferito al prete di esser stata penetrata ‘contro natura’ . Il confessore l’aveva caricata di preghiere e l’aveva invitata a sedersi nel banco in prima fila in compagnia di donnette un po’ scalcinate cosa che la contessa contestò: “Io non vado in mezzo a tante donnucole di basso rango! “ “Gentile contessa Scotti, Scotti o non Scotti quello è il banco dei culi rotti.!” Massimo volle che quell’avventura particolare finisse con un po’ di autoironia il che non guasta mai.  Nei giorni seguenti cercò in tutti i modi distrarsi al cinema, andando la domenica a vedere partite di calcio di serie A), andando con i colleghi al ristorante, sostituendoli talvolta nei turni di servizio, frequentando il locale casino dove conobbe una siciliana intelligente e con lei si intrattenne più del dovuto affezionandosi un po’ troppo, tagliò corto. Infine scoperse il ballo, il locale ‘Galletti era aperto il sabato e la domenica. Non avendo mai imparato a ballare andò in un locale dove insegnavano tale disciplina ma il padrone, dopo due lezioni gli restituì la caparra: “ Egregio signore perdiamo tempo, lei non è nato per ballare”. Andò lo stesso al ‘Galletti’ restando sempre seduto ad ammirare le bellezze indigene, una in particolare lo colpì, oltre che essere una ragazza piacevole si muoveva con disinvoltura, sorridendo pacatamente alle battute del ballerino di turno. Ballo o non ballo la invitò con la premessa: “Signorina sono una frana nel ballare”. Sguardo interrogativo della baby: “Che vieni a fare?” “Signorina non c’è altro modo per conoscerla.” “Se ci tiene tanto restiamo seduti e parliamo.” Massimo gli raccontò un po’ della sua vita della nascita a Roma sino alla vincita del concorso di dipendente della Dogana di Ponte Chiasso. La ragazza rise, “Io ogni mattina passo per il valico, lavoro in una fabbrica di orologi a Chiasso ma non l’ho mai vista.” “Evidentemente I nostri orari non coincidono, cosa che avverrà il prossimo futuro.” Dopo un lungo silenzio:”Perchè ci tiene tanto a conoscermi?” “Non sono un tipo da complimenti, mi piace.” Flora era un tipo delizioso, viso piacevole e sempre sorridente, gli occhi che esprimevano la voglia di vivere, seno forza tre, vita  stretta e due gambe chilometriche che reggevano un corpo da 1,75. “Abbiamo quasi la stessa altezza, io sono alto un metro e ottanta”. Si era fatta quasi mezzanotte, era l’ultimo dell’anno, “Egregio signore sa della consuetudine di questo locale all’apertura del nuovo anno?” “In verità no”. “Ebbene allo scoccare della mezzanotte i due ballerini si baciano.” “Ottima consuetudine!” “Non pensa di correre troppo?” “Lo sa che da mondo e mondo sono le femminucce che prendono la decisione dipende da lei.” “Non so per qual motivo ci sto…” Massimo sapeva bene il motivo, il suo metro e ottanta  era corredato da un fisico robusto ma non grasso, bel viso maschio, sempre elegante e dalla parlantina romana condita da qualche battuta quasi sempre accettata dai presenti, elegante, ‘aitante e distinto’ c’era scritto nelle sue note caratteristiche. Si abbracciarono. “Facciamo una cosa, faccio io il maschio e lei mi segue.” Tutto andò bene sino: “Signore e signori, mancano tre minuti alla mezzanotte, era il segno di mettere in atto la consuetudine locale. “Flora vuol rimanere in pista o ci sediamo?” Dopo un po’ di riflessione… restiamo in pista:” “Era fatta” pensò Massimo, era al settimo cielo, voleva a tutti i costi conoscere a fondo la ragazza. “Meno dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due uno “Auguri per il nuovo anno auspicò lo spiker. Fu Flora a prendere l’iniziativa, prima dolcemente sulle labbra poi, pian piano sino ad aprire la bocca con la conseguente passaggio dall’altra parte delle due lingue, Durò a lungo, a Flora il,bacio era piaciuto. “Durante il bacio ho notato qualcosa aumentare di volume nei suoi pantaloni.” Massimo diventò rosso come un ragazzino, effettivamente ciccio aveva prese parte, a modo suo, al bacio. “Non so che dirle, mi scuso.” “Non dica niente, è normale.” Massimo da quel momento si presentò in dogana agli orari di partenza e di arrivo in Dogana della baby. L’agevolava nel farle passare delle sigarette e del cioccolato, lei non fumava, era per i parenti e per gli amici. Col passar dei giorni il loro legame divenne sempre più stretto, si innamorarono follemente. Un giorno Flora: “Ti invito a casa mia, mia madre, vedova, e la mia sorella minore vanno a trovare dei parenti a Milano, la casa è tutta nostra,.” Un invito specifico ad andare a fondo fisicamente fra di loro. Infatti prima di cena. “Preferisco il letto di mia madre è a due piazze, una cosa importante, sono vergine!” La cosa stupì non poco Massimo, una ragazza vergine a ventidue anni! “Non a quella faccia, ho avuto modo di vedere il tuo coso, mi fa un po’ paura devi essere molto ma molto delicato!” Hai voglia ad essere delicato. “Flora si spalmò per benino, più volte il fiorellino e lei stessa prese in mano la situazione nel senso che piano piano, e ci volle molto tempo e qualche gridolino, ad arrivare sino in fondo spossati.  Erano diventati marito e moglie. La cena preparata da Flora era ottima, la ragazza era pure una ottima cuoca. La felicità dei due innamorati fu interrotta dal trasferimento di Massimo a Messina, eccesso di personale a Ponte Chiasso, mancanza di personale nella città dello stretto. Massimo cercò di contattare Piero a Domodossola ma non  ci riuscì. Gli dei invidiosi dell’amore di Flora e di Massimo avevano compiuto la loro vendetta, Giunone e Mercurio furono invano supplicati da Massimo che in una grigia giornata raggiunse Messina dove invece lo accolse un clima mite e tanto sole. La lontananza… tanto si è scritto su di essa ma la triste conclusione che Massimo e Flora pian piano si sentirono sempre meno finchè Flora: “Caro ho trovato un ragazzo meraviglioso, mi sposo. Faccio tanti auguri anche te.” Anche Massimo trovò un nuovo amore ma sempre nel cuore il ricordo di una ragazza speciale lombarda.

  • 01 maggio 2016 alle ore 19:51
    Del discorrere sulla Saggezza

    Come comincia: Siamo ricettacoli di saggezza, noi esseri umani. Siamo forse intrisi di polvere di eterno, e magari arriviamo da altre stelle. O siamo cloni oppure angeli in possesso di un corpo. Non abbiamo l'abitudine di meravigliarci davanti a egregie risposte che, pur senza la preparazione specifica, riusciamo a darci. Dovremmo.                      
    on sappiamo da dove ci arriva quell'intuizione geniale, non sappiamo nemmeno il perché riusciamo a rovistare nei pozzi bui di (nostri) giorni angosciosi, e ritrovarci un sorriso. Non andiamo a scuole specifiche dell'Intuizione, della Visionarietà, dell'Empatia, dell'Umiltà, dell'Amore. Nessuna Scuola, eppure in noi, cellule organicamente composte, ci indicano risposte giuste che toccano la mente dopo aver risieduto nel ventre, risalito ogni organo, albergato nel timo. E' un grande e saggio contenitore il nostro corpo, tesoriere di ben più sconosciuta composizione che non una perfetta macchina che viaggia per la durata del suo ciclo vitale. Vi è una saggezza in ogni essere umano, comparabile alla memoria del Cosmo. E' visibile a tutti da bambini, poi ci educano ed "educhiamo" ad addensare la cornea per escludere le "macchie sfuggenti e luminose" che prima ci mostravano luoghi e momenti; ad irrigidire i padiglioni ed eliminare i suoni più sottili, che prima ci ampliavano le percezioni. Tutto il nostro corpo è stato modificato a non "vedere", "sentire", ma nonostante tutto, continua ad essere ricettacolo di saggezza, ché l'intelligenza non potrà mai sconfiggere la larga conoscenza insita nel luogo del non "corpo". Quando sarà l'Intelligenza consapevole della Conoscenza del Non Corpo, il corpo sarà sostanza equilibrata e in perfetta assonanza con il Tutto, le giuste risposte, soluzioni, umori, sono naturale appartenza a se stessi; non siamo "geni" isolati, siamo saggi per naturale trasmigazione dell'Uno e del Tutto.