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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 16 aprile 2016 alle ore 17:59
    Lettera della Vita alla Morte

    Come comincia: Lettera della Vita alla Morte
    Dimmi solo perché non dovrei odiarti? Tu arrivi ed io svanisco. Porti via i sogni più belli, le speranze i desideri e lasci intorno a te tanto dolore e tristezza.  Non hai rispetto per nessuno, arrivi implacabile e distruggi tutto ciò che io ho creato e che stavo creando. Dimmi a cosa ti serve interrompermi nell’essenza di un bambino o fermarmi sull’asfalto di una strada nel fiore della mia bellezza? A cosa ti serve annunciarti con giorni e giorni di estenuante malattia o spezzarmi per mano indegna? Come mai fai tanto male agli esseri umani e alle creature di questo Pianeta?  A volte ti presenti addirittura durante il mio primo respiro o compari in lontananza con privazioni e dolori che nessuno mai dovrebbe provare.  Non distruggi soltanto l’anima che colpisci, ma devasti l’esistenza di chi la circonda, degli amori e degli affetti che la sostenevano e che da quel momento in poi cessano di vedermi come un dono e un sorriso. Hai portato il dolore in tante case, l’inferno in tante storie.  Ti sei resa complice di mani infami e di menti perverse e non hai risparmiato al Mondo la tua brutalità. Ti sei nascosta dietro scuse, emblemi, caste, partiti, religioni o disgrazie senza mai prenderti la tua reale colpa. Ha fatto alleanze con la Natura, con il Fuoco, con l’Acqua e di tanto in tanto hai armato le mani dell’innocenza. Sei vile, vigliacca, perfida e nefasta. Vorrei maledirti con tutta me stessa e farti sentire tutto l’odio che provo per te. Tu sei un male talmente grande che non trovo cosa peggiore di te da augurarti. Io non ti comprendo, ti disprezzo e basta.

    La risposta della Morte

    Tu mi odi perché non vuoi comprendermi. Io ti libero dalla schiavitù della materia, esalto la tua energia e apro la tua Conoscenza. A me hanno dato le colpe del dolore, i disagi dell’umanità, ma non sono altro che la vittima degli errori umani. Per ignobili interessi mi hanno fatto giudice di esistenze e punizione di colpe giudicate da altri. Tu sprechi il tuo tempo e faciliti il mio arrivo, non sei educata al mantenimento della tua esistenza, ma propizi i presupposti del mio dominio convinta, invece, di allontanarmi. Tu sei la mia complice inconsapevole e, senza la tua scellerata condotta, sarei sicuramente meno presente. Per questa strana razza umana hai sempre meno valore. Ti scambiano per denaro, ti cedono per potere, ti distruggono per orgoglio, ti avvelenano, t’illudono, ti debilitano per propinarti rimedi impagabili e ti costringono ad un giogo infinito perché tu desideri ciò che non hai e paghi ciò che è già tuo. I Demoni incarnati ti nascondono la mia reale natura, ti vietano di comprendermi, di accettarmi e di tollerarmi. Sono io che arrivo in modo inaspettato o sei tu a chiamarmi perché dia valore al tuo lavoro? Mi prendo cura della tua essenza e ti preparo ad una nuova esperienza sperando che tu abbia compreso la prima. Accudisco il trauma del tuo abbandono dandoti il tempo che ti occorre per capirlo e guidandoti verso una nuova luce. Se solo la tua stirpe dedicasse qualche attimo in più al mio Mondo, alla mia Dimensione, nulla apparirebbe così insuperabile. Non sono altro che il tuo gemello in un diverso spazio, non sono altro che te stessa con un’altra veste. Mi scorgi come un nemico perché non guardi lontano, mi maledici perché non sai chi sono; io arrivo solo a coronare il tuo operato. I Culti mi usano, ma non sanno, alcuni mi bramano a tuo danno, altri mi trovano con l’inganno. Tu servi chi mi ha reso l’Orco delle Fiabe, tu alimenti chi ti costringe a desiderarmi come liberazione dal tuo calvario. Hai creduto alle maschere che mi hanno dipinto perché tu mi temessi, hai ceduto alle caste il tuo innato rapporto con me e, con ciò, hai cessato di parlarmi. Io sono solo la porta di un’altra stanza; sono il naturale scorrere degli eventi. Se tu ti guardassi dentro, scopriresti che non esisto, non sono altro che la tinta che cambia colore al tuo vestito. Quando arrivo tu, non scompari, ma scendi solo dal tuo mezzo per cavalcarne uno nuovo. Chi rimane non ha voluto imparare a guidare il tuo nuovo mezzo, non vede il colore del tuo rinnovato vestito, ti cerca tra le colpe del passato e cede alle lusinghe di chi t’imbriglia nelle file dei cancelli o nel fuoco delle tuo turbamento. Tu non mi comprendi perché non sai chi sei, né da dove vieni. Se vuoi disprezzami, ma ricordati che abbiamo nomi diversi, solo per indicare due punti di una corda che non si spezza mai.

  • 11 aprile 2016 alle ore 12:24
    Momenti di dentro

    Come comincia: Scorrono momenti, dentro, che sono intere vite alla moviola. Non si collegano con il pragmatico passare dei minuti, non sono "evidenti". Sono variazioni di colore nel volteggiare di immagini sbiadite, l'essenza è al di sopra e simultaneamente nel centro, nello sterno e nell'aria. La parola tenta di perimetrare e nel farlo si perde e disperde l'Essenza. Sono fluidi del Silenzio, i momenti dentro, amorevoli, rigeneranti. Compagna di Giasone, argonauta del "me di Cosmo" viaggio nella Vita.

  • 05 aprile 2016 alle ore 19:21
    Enri Monroe part 1

    Come comincia: Che quanto una persona lasci trasparire sia la parte normale è una considerazione abbastanza riconosciuta, giacché viviamo in compagnia di mostri e bestie feroci che albergano in noi  e teniamo a freno sin dall’adolescenza.
    In merito a quanto sia realmente apprezzato il punto e alla capacità di calmare queste fiere ho però dei dubbi, perché la maggior parte delle persone che conosco sceglie di indagare quasi mai e crede unicamente a ciò  che fa comodo.
    In ultimo, sono convinto che se avesse a osservare  troverebbe malvagità e strani esseri che per natura sono licantropi e pure che se in questo mondo tanto serve il bene, molte più risorse abbia al proprio servizio il male…
     
     
    Erni Monroe
    Lupo mannaro seriale
    *
     
    Erni Monroe si avvertiva strano in quel freddo pomeriggio di fine inverno.
    Mancava qualche minuto a segnare sull’orologio da polso, le sei meno quindici.
    La testa gli doleva.
    Attribuii l’emicrania a un raffreddore.
    Tuttavia non poteva esser quello a cagionare lo strano stato di sofferenza che subiva, perché in concomitanza dei picchi più lancinanti si formavano pensieri violenti di cui abitualmente era privo.
    Neppure si è mai sentito affermare in giro che una malattia da raffreddamento possa far tanto.
    Per sfuggire a quelle ridondanze, al termine del lavoro, aveva deciso di non rientrare in abitazione e  fare un giro per il quartiere, fidando di incontrare volti nuovi.
    C’era stato un tempo, in età giovanile, per gli amanti dei particolari,  in cui per sfuggire ai pensieri cupi che di tanto in tanto lo attanagliavano, si recava in centro città.
    In quelle vie riservate dal traffico trascorreva le ore a osservare, di vetrina in vetrina, le nuove tendenze e le persone.
    Questo per un poco di tempo l’aveva distratto.
    Poi era nato il desiderio di andare oltre  e di conoscere.
    Di sapere di più su quei volti in strada.
    Così, quando camminando finiva a incrociare lo sguardo di qualche passante gli si metteva cautamente attorno e attesa l’occasione scambiava qualche parola.
    A volte la cosa diveniva emozionante.
    Capitava di finire a casa di sconosciuti, o di rimanere coinvolto in feste a sorpresa o altre cose che non si attendeva.
    Per lo più finiva a letto.
    Alcune volte erano stati amplessi amorosi, in altri casi rapporti di gruppo, cose feticiste, altre con qualche punta di sadismo e anche maso quando desiderava raggiungere il piacere tramite il dolore.
    Bade nulla di sconvolgente se vuole, o meglio nulla che non accada ogni giorno migliaia di volte tra persone consenzienti e di storie Erni Monroe avrebbe potuto  raccontarne tante.
    Male che andasse l’incontro si concludeva con una chiacchierata e un caffè.
    Un fatto del genere, oggi, lo avrebbe aiutato a superare il momento.
    Neppure di questo, invero, Erni Monroe aveva esattamente bisogno.
    Quanto si proponeva nel pomeriggio, non era davvero cosa normale.
    C’è da affermare che non fosse totalmente conscio.
    Poteva dirsi di Erni Monroe che fosse un uomo comune.
    Almeno a giudicare da alcuni aspetti esteriori, giacché del privato si conoscesse unicamente che mai si era sposato.
    Quanti non lo sono però, e in ogni caso rimangono delle bravissime persone?
    Il matrimonio è questione legata alla fortuna.
    Alla capacità di rinnovare l’amore.
    Al tempo che si può dedicare alla famiglia.
    Per cui la cosa non avrebbe destato in nessuno il benché minimo allarme.
    Così, Erni Monroe svolgeva con regolarità un lavoro da impiegato e per quest’attività riceveva un puntuale ed equo stipendio.
    Il che gli aveva permesso di avere una casa tutta sua.
    Una buona auto e di concedersi qualche normalissimo svago di tanto in tanto.
    Oltre a tutto, a parte per quelle emicranie che lo afferravano all’improvviso, era provvisto di ottima salute e un fisico che manteneva sufficientemente in forma.
    A dire il vero, i capelli canuti lo invecchiavano.
    Nulla da eccepire se non perché riducevano in maniera considerevole le possibilità d’incontro con persone giovani e per questo, quell’emozione che Erni Monroe istintivamente andava cercando era difficile da soddisfare.  
    Diciamo che era plausibile pensare, di doverla ricercare almeno con attenzione.
    Si aggiunga che Erni Monroe aveva scelto in modo pessimo il quartiere, il quale, essendo non distante dal proprio e del tipo residenziale, rimaneva alquanto privo di passerelle e individui che le riempissero.
    Attorno a lui,  palazzine da un paio di portoni al massimo si alternavano ai lati della via protette da cancelli ferrati.
    Larghi marciapiedi e cani signorili accompagnati a spasso dai proprietari costituivano il panorama prossimo.
    Piuttosto bassa la presenza femminile; indubbiamente: un guaio!
    Senza riflettere voltò in direzione di una zona più popolare.
    Là i caseggiati erano continui e gli accessi continui.  
    Imboccò il sentiero in ghiaia che conduceva al centro del comprensorio quando scorse una figura femminile sul terrazzo di una di queste abitazioni.
    Era impegnata a stendere dei panni.
    Immaginò potesse trattarsi di pantaloni aderenti, magliettine e persino sensuali mutandine ordinatamente poste sul retino fermo alla balaustra.
    Oltre a questo, la donna gli sembrava abbastanza attraente. 
    “Perché no?” disse, ritenendo che potesse essere anche lei in cerca di emozioni.
    Si avvicino e quando giunse nei pressi di quel terrazzo, badò a farsi notare dalla strada camminando avanti e indietro come stesse attendendo qualcuno ma puntando nelle sua direzione.
    Confidava di incuriosirla con una punta di mistero.
    Un modo di fare comprendere a cosa fosse interessato.
    “Chi è quello?”
    “Perché mi osserva con interesse?”.
    Avrebbe detto la donna non appena si fosse accorta di lui.
    Poi avrebbe riflettuto sull’opportunità di condurlo in casa e non far sfuggire l’occasione di svagarsi,  facendogli comprendere, magari con un gesto, un sorriso, l’effettiva disponibilità o la presenza di un marito.
    In questo caso avrebbe atteso il momento, tornando nei gironi.
    Era là, sotto a quella casa a pendere da quelle labbra.
    “Non stupiamoci più di tanto.”, affermava con i colleghi e gli amici al bar Erni Monroe:
    “Perché piace tanto a noi, quanto loro… “.
    E la frase era sufficientemente eloquente…
     
    Se vogliamo, potremmo affermare che quella che Erni Monroe metteva in scena sotto a quella finestra  era una forma di comunicazione base, posturale, intesa ad avviare stimoli istintivi, compreso la paura, presente in tutti noi, al fine di eccitare.
    Null’altro che un gioco inteso a rapporti fuggevoli.
    Qualcosa che non lasciasse strascichi e memoria.
    Erni Monroe non era mai andato oltre a qualche falso inseguimento.
    È vero pure che una volta a suo agio si rivelava un amante dolce e attento al contempo al piacere dell’altro e che il rapporto sessuale spiccio che si augurava di avere, grazie alle endorfine liberate, gli avrebbe attenuato il dolore alle tempie.
    Se si vuole, entro certi limiti: una cura naturale.
    Per questo evitò di osservare il vecchio che gli veniva incontro lungo il viottolo, voltando, al passaggio, la testa sul lato opposto.
    Del resto nessuna donna desidera far conoscere ai vicini di avere ricevuto visita da uno sconosciuto e meno che mai che il marito, un figlio, apprenda la storia.
    Quando fu vicino all’ottuagenario, passò la mano sul volto, così da coprire persino lo zigomo e udì dire:
    “Buona sera” a mezzo tono.
    Bofonchiò qualcosa di conveniente, sicuro che quel rincitrullito non avrebbe saputo riconoscerlo un quarto d’ora più tardi.
    Erni Monroe quel giorno indossava panni scuri e comuni.
    Jeans e giubbotto urbano come tanti.
    Un paio di dozzinali scarponi da città.
    E tanta preoccupazione, ad ogni modo non aveva senso, pensò  Erni Monroe, perché non stava facendo nulla di male.
    La donna tardò a far caso al lui.
    Alla fine però se ne  accorse e il volto si scurì.
    Portò con fare incerto i capelli biondastri dietro le orecchie, poi prese la decisone di rientrare in casa  e calare le serrande.
    “Ci stava…” disse Erni Monroe rammaricato.
    “Era prevedibile. Non tutte hanno voglia di divertirsi!”.
    Sbuffò
    Poi considerò che:
    -La donna non fosse sola in casa.
    - Qualche impedimento biologico.
    Pure ipotizzò di essere assai meno attraente di un tempo.
    La considerazione non gli piacque, ma della circostanza doveva farsene una ragione.
    La sessualità, la comunicazione sono elementi che cambiano con la società.
    Un tempo basta provare con le tante ragazze e se non era il caso, rimaneva cosa evidente.
    Oggi, dove si barattano effusioni per una ricarica di telefonino, dovresti cercare di comprendere anche in gusti prima di avviare una relazione.
    Non tutto è scontato e Erni Monroe si avvertiva inadeguato.
    Il suo mondo e il fare, era medesimo di allora.
    Si diede da fare per dissimulare.
    Stiracchiò la schiena per affermare che era in quella corte, unicamente con l’intenzione di svolgere quattro passi e che la donna aveva confuso l’interesse.
    Perciò tornò a osservare il cielo con l’occasione di un gruppo di rondoni protesi a volteggiare sugli ultimi raggi di sole ma in realtà attento a scrutare l’intorno per comprendere se altri si fossero accorti di lui.
    Sai mai che ci fosse stato qualche bastardo in finestra pronto ad accusarlo di essere un molestatore?
    Poi se ne andò.
    Qualcosa tuttavia era saltato nella testa e provocava un corto circuito.
    Erni Monroe  in quei momenti aveva chiaro solamente un fatto e cioè che desiderava in tutti i modi  fare sesso con una sconosciuta.
    Le orecchie tornarono a far male all'interno.
    Le narici si allargarono per espellere aria
    Sotto i passi veloci, il brecciolino scricchiolava schizzando al lato.
    Se ne rese conto e rallentò l’andatura.
    Cercò di rilassarsi.
    Era abbastanza lontano dal punto in cui, qualche minuto prima, aveva avvistato la donna.
    Non aveva mai faticato tanto a procacciarsi un’occasione e nemmeno era giunto in questa zona del quartiere in cui le palazzine erano moderne e di colore grigio.
    Qui dovevano avere costruito da poco.
    “Non più di dieci anni. “, disse. E “Doveva essere un luogo  silenzioso!” a giudicare dagli ampi giardini con pini e salici piangenti.
    Nascose nuovamente la faccia, quando ebbe l’impressione di avvicinarsi a una telecamera di forma circolare posta in prossimità delle entrate principali.
    Voltò per andare sul retro del palazzo con tale scioltezza che chiunque avesse osservato in quella direzione, avrebbe pensato che fosse uno del posto pure che non lo era.
    Imboccò la prima rampa di scale di marmo peperino che trovò con l’uscio stradale aperto.
     
    Erni Monroe aveva svolto per anni un’attività di vendita a porta a porta e imparato a eludere la guardiania e come fare per accedere alle palazzine.
    Sapeva riconoscere gli occupanti e la situazione economica dai rumori che provenivano dall’interno dell’appartamento oltre che dagli odori del pranzo.
    Persino la quantità di aroma al caffè l’aiutava ad azzeccare quanti abitavano la casa.
    Poi c’erano quegli strani scarabocchi ai lati del campanello o della porta:
    il quadrato indicava che l’abitazione era disabitata.
    Una “X” l’avrebbe definita un buon obbiettivo, ma ciò non lo era per le sue intenzioni.
    Una famiglia tipo, dove vendere di tutto, senz’altro è piena di marmocchi.
    Non sarebbe andata bene.
    Erni Monroe era giunto al secondo piano.
    Suonò il campanello di un appartamento senza note o segni strani.
    Lo scelse apposta chiamando in aiuto la dea bendata.
    La melodia che scaturì ebbe l’effetto di risvegliarlo.
    La porta si aprì qualche istante più tardi senza rumore sui cardini preceduta dal timbro ovattato di un paletto ritirato.
    Nella luce fioca delle scale, faticò a mettere a fuoco il volto di un uomo dalla testa pelata.
    Era più basso di lui di una ventina di centimetri e notevolmente panciuto.
    Ebbe un fremito di paura.
    Una donna non lo avrebbe spaventato.
    Ce ne sono tante di donne in casa. Perché a quella porta si presentava un uomo?
     

  • 05 aprile 2016 alle ore 19:16
    Enri Monroe part 2

    Come comincia: Perché a quella porta si presentava un uomo?
    Pensò che la fortuna non fosse dalla sua.
    “ La famiglia Frangipani forse?” domandò in maniera da escludere l’errore mentre stagliava un cordiale sorriso.
    Ci fu un istante un cui ebbe l’impressione che la finzione non avesse retto.Il proprietario dell’appartamento lo scrutò di tutto punto. 
    Allora ripeté:“ Frangipani?”, ma adesso non rideva.
    Desiderava andare via.
    Erni Monroe pensò che avrebbe potuto mettere da parte quell’inquietudine che l’assaliva.
    Tirare le redini al cervello e ricondurlo alla ragione.
    Prendere un calmante e mettersi a sfebbrare nel letto.
    “No. No! Non sono io! “ esclamò l’altro, “ Frangipani abita sotto di noi!”.
    Quindi osservò:
    “Lei è  salito un piano di troppo”.
    “Ops! Scusi tanto!”, rispose Erni.
    Ovviamente era un trucco.Badare ai nomi impressi sui campanelli a partire dal piano più basso l’aiutava nella conversazione.
    A chi avesse aperto e si fosse dimostrato poco furbo a farlo, avrebbe asserito che in qualche modo questo o quel condomino lo aveva inviato da lui perché era un uomo di cultura o donna molto intelligente.
    Davanti a un tavole e un caffè avrebbe stretto un bell’ordine per un’enciclopedia.
    Poco contava che il giorno seguente si accorgesse della bufala.
    Sarebbe apparso chiaro che il complimento fosse offerto per accaparrarsi un minimo di amicizia da parte di chi gira il mondo e sbarca il lunario vendendo a porta a porta.Insomma, unicamente: una bugia a fin di bene!
    Ora utilizzava quell’esperienza per togliersi dall’impaccio.
    “Aspetti l’accompagno. Sono amici!”. Aggiunse il tale.
    Erni Monroe ritenne avere esagerato con il sorriso.
    Era in un guaio.
    Quell’uomo panciuto e in apparenza burbero lo avrebbe accompagnato dai Frangipani e cosa avrebbe inventato una volta che avessero aperto?
    “No. No. Non si disturbi.  È una sorpresa! “ disse allontanandosi.
    Era già a mezza scala quando udì il soffio della porta che si richiudeva e s’innestava nuovamente il fermo metallico.Il pericolo però non era scampato.
    Tra un’oretta l’inquilino sopra ai Frangipani sarebbe sceso a informarli della visita e vedere come stavano realmente le cose.
    Caso mai fosse un parente, avrebbero riso sulla circostanza e bevuto un liquore assieme a loro.
    Tuttavia, nel caso che Erni Monroe  si fosse allontanato, probabilmente non sarebbe seguito nulla.In città si è abituati ai ladri, ai venditori e, a parte qualche interrogativo, ci sarebbero passati sopra pensando anche loro come a un pericolo acquisto scampato.
    Ed era nel sottoscala al compimento della considerazione.
    Perché si fosse infilato là, lo sa il Diavolo e il Signore.
    Possibile volesse far perdere le tracce passando dal garage coperto.
    Pure che fosse talmente confuso da non riconoscere dove si trovasse.
    Fatto è che quanto di più ambiva lo scoprì  davanti agli occhi:
    Nemmeno trent’anni.
    Mora con tacchi.
    Una ragazza magra, carina e avvenente.
    Nessuna fede al dito.
    Fu a quello che badò, principalmente.
    Escludere che un uomo l’attendesse con impazienza, era importante.
    Quella donna doveva essere la figlia di qualcuno nello stabile.
    Si augurò non fosse della famiglia Frangipani, ma neppure questo caso lo preoccupò.
    Non doveva nulla a costoro e aveva stimato in un’ora circa,  l'arco temporale in cui avrebbe cominciato a circolare la voce di un estraneo nel palazzo.
    Per avere soddisfazione non occorreva che qualche minuto.
    Lei lo osservò cercando di riconoscerlo.
    Quell’uomo la scrutava in maniera strana.In qualche maniera s’intuì la domanda:
    “Che cosa fa questo nella zona riservata sotto lo stabile?”.
    Nemmeno fu scaltra da comprenderlo velocemente e scappare.
    Voltò la testa in direzione dell’ascensore che non era al piano.
    Fosse stato presente, si sarebbe infilata dentro e diretta in casa.
    Mai che una cosa funzioni come deve, quando serve al bene. 
    Il dolore nella testa di Erni Monroe divenne furibondo.
    Osservò anche lui in direzione della cabina mancante.
    Ebbe il tempo di leggere accanto a quell’uscio metallico la parola “Stanzino”.
    Una cosa in grassetto su un foglio di carta mantenuto sulla superficie da un nastro trasparente  ingiallito.
    Chissà perché creano alcove nei punti più strani.
    Quanto la gente normale considera meno, è il funzionamento di  in un cervello starato, cosicché quanto per loro appare un luogo da evitare perché sudicio o maltenuto, risalta per l’altro confortevole antro per dare accoglienza agli istinti.
    E quel ripostiglio fu l’ultima cosa dal quale fu attratto prima di farsi accanto alla ragazza tagliandogli la strada.
    Poi fece pressione sulla leva per aprirla.
    Là per là, nemmeno lui credette che fosse possibile.
    La maniglia si era abbassata dolcemente e la cosa più impensabile di tutte, era che la porta si era spalancata.
    -Il male conta su certe casualità, ma lo dico da prima.
    Erni Monroe agì lesto stringendole con forza la mano sulla bocca.La ragazza ebbe l’impressione che le rompesse la mandibola.
    Inciampò sul tacco.Lui avvertì sotto il palmo, la pelle morbida e fiato caldo.
    Si eccitò il quel momento.
    Percepì il pene scoppiare nei pantaloni.
    La trascinò dentro quella stanza buia e sporca richiudendo l’uscio con il retro della scarpa:“ Stai zitta o ti ammazzo!”, sibilò subito nell’orecchio.Il rumore delle borse con la spesa che andavano in terra e dei barattoli di passata che rotolavano aggobbendosi, accompagnò la cattura e gli diedero forza.
    Oramai le cose prendevano ordine compiendosi secondo una tabella mai studiata ma di fatto: logica.
    Conseguenziale.Erni Monroe doveva indurla a fare ciò che voleva nel minor tempo possibile.Doveva convincerla e fiaccare ogni resistenza.
    Per ciò adoperò  i mezzi fisici che possedeva e senza un minimo di sensibilità torse da un lato il collo della ragazza e le piegò bruscamente la schiena in maniera di indirizzarla sul pavimento.
    Finirono per scivolare sopra in due.
    Lei batté la nuca su qualcosa di ovattato.
    Una serie di vecchi cartoni abbandonati.Erni Monroe cominciò a baciarla.Lei non riusciva a respirare e provava repulsione per quell’alito fetido e malato sopra di lei.
    Erni Monroe, messosi accanto,  passò a leccare il collo magro che aveva solo intravisto ma che ricordava perfettamente.
    Il sapore dolciastro del profumo indossato gli s’impastò con la saliva.
    Voleva essere dolce.
    Finì a dare dolore succhiando profondamente la pelle all’altezza della giugulare e morderla forte.
    La ragazza sembrava svenuta.
    Una reazione di salvaguardia che il genere umano condivide con qualche specie animale: fingere di esserlo per allontanare il nemico.
    Se così capita in natura, non con altrettanta facilità accade tra noi.
    Erni Monroe, infatti, concluse che provasse piacere anche a lei.Le strappò il corpetto che indossava.
    Negli istanti successivi udì il suo fiato minaccioso, mischiarsi a quello flebile e corto di lei.Si adoperò d’impegno per toglierle la maglia, il reggiseno.
    Pareva avere ottime cognizioni delle chiusure, degli agganci anche se in realtà tentativi non erano altro che parvenze di  buone maniere, perché finiva a lacerare ogni cosa.Smise di interessarsi ad altro che non fossero i seni torniti che sia alzavano e abbassavano regolari.
    Ascoltò eccitato quel cuore, andato oltre il limite.
    Era buio quel posto ma la luce gialla filtrava dal fondo della porta, rendendo in parte visibile la scena.Lei lo osservò in ginocchio sul fianco.
    Sembrava un lupo nell’atto di sbranare la carne.Le sembrò addirittura di vederlo leccare le dita.Erni Monroe le mollò un gancio sul volto prima di chiedere
    :“ Stai ferma?”.
    Era certo di non avere messo troppa forza, ma a sufficienza che comprendesse il quesito.
    Se Erni Monroe avesse potuto distinguere l’ematoma che si andava formando, avrebbe compreso l’atrocità della botta.
    “Come ti chiami?” domandò cercando di tranquillizzarla e faticare meno.
    “Lasciami andare. Non dirò nulla. Sei ancora in tempo. “, supplicò la ragazza.
    Erni Monroe non aveva fatto tutto questo baccano per piantarla ora.Rispose: ”Forse!” con ironia.
    Tornò a umettarle i seni e passare sopra le dita.I seni parvero inturgidirsi.
    Semplice reazione meccanica in un corpo giovane e perfetto.
    Retaggio animale, pensò Erni Monroe.
    “Porco lasciami andare. I miei fratelli ti uccideranno!”, intimò lei.Erni Monroe provò timore.
    Non è facile battersi contro più persone anche quando si è abbastanza prestanti.
    Tuttavia, aveva messo in conto anche di poter essere linciato.
    Rise spavaldo bando a farsi udire solo da lei.Lei gli sputò in faccia.
    Lui asciugò il volto passandolo sul braccio.
    "Comportati bene e ne uscirai viva!” promise, prima di baciarle il ventre e scendere con la testa nel pube.
    Erni Monroe faticò ad azzeccare la lingua sul clitoride.La ragazza si contorceva.
    Dovette metterle una mano sulla gola.Una maggiore pressione l’avrebbe accoppata.
    Razzolò in quella peluria ogni fonte di umore nutrendosi avido.La ragazza tentò di allontanare la presenza spostandone la testa.
    Un colpo all’altezza del pancreas la lasciò esanime.Aveva il quel punto, un profumo che poche hanno, pensò Erni.
    Si deliziò convinto costituisse la base di una essenza che la zia indossava.
    Tornò a pensare di essere fortunato.
    Gli era capitata la donna che ogni uomo vorrebbe accanto per tutta la vita e coltivò per un momento l’idea che fosse possibile  con calma farla innamorare.
    E che l’aveva presa in prestito prima di altri.Si era quello che desiderava.
    Appropriarsene.
    Gestire la persona come fosse cosa personale.Altro che ricercare soddisfazione nel lavoro.
    “Tanto la carriera ti è negata.”, disse a un certo momento.
    Neppure essere generoso con gli amici lo appagava.Quali poi?
    “Gente disposta a venderti al migliore offerente.”,
    Erni Monroe in questi brevi luccichi di insensato ragionamento, assolveva  la propria condotta e la lussuria.
    Affondò oltre la lingua e gli parve che tutto fosse morbido e desideroso.
    Agguanto la pelvi e si beo per questo.
    “Brava!”, disse nel portarsi sopra al corpo di lei con la patta sbottonata.
    Lei strinse le cosce per respingerlo.
    Erni Monroe perse subito la pazienza.Le vibrò un manrovescio.
    Le calò più in basso i pantaloni  lacerandoli.
    “Maledetti!” impreco insoddisfatto per lo sforzo.
    Afferrò una gamba sotto un braccio.
    Con l’altro fece altrettanto.
    Entrò profondamente.
    La donna decise di non provare altro dolore.
    Quando fu dentro, le passò le mani al collo e comandò:
    “ Come ti chiami? Vuoi dirlo o no?”
    Rispose piano: “Manuela”.
    Cominciò a cavalcarla affermando:“ Manuela fammi venire!”.
    Manuela piangeva.
    Non poteva credere a quanto capitava.
    Aveva partecipato a qualche discussione sul tema.
    “Sì, certo. “ aveva asserito.“Uomini che ti palpano stanno ovunque! Sono maiali, salvando quelle povere bestie…”
    Senza convincersi che potesse capitare anche a lei.
    Almeno a quella maniera.
    Per anni aveva fatto avanti e dietro da quelle scale senza che capitasse niente.
    Ora era rinchiusa a due passi dai genitori.
    Che cosa aveva fatto di male per meritarselo?
    In cosa aveva sbagliato?
    Era meglio assecondare quella furia con la speranza che una volta finito i comodi, andasse via, oppure resistere e farsi accoppare?
    Non lo sapeva.
    Nessuno te lo insegna.
    Se ne parla ma poi?
    C’è un metodo?
    Una maniera?
    Tremava e piangeva che altro poteva?
    Avere risposto con forza le era costato un pugno in pieno volto.
    L’avere rifiutato i luridi baci, un altro colpo al fianco.
    Ora aveva perduto la sensibilità della parte.
    Una sberla le aveva chiarito altri argomenti.
    Nessuno l’avrebbe più guardata e nessun uomo l’avrebbe più voluta.
    Avvertì il bisogno di vomitare e tossì di lato.
    Erni Monroe sembrò non dar peso ma tornò a porre  la mano sulla bocca, infilando eccitato il dito medio al suo interno.
    Manuela quasi soffocò.
    Non ebbe coraggio a fare altro.
    Erni Monroe venne.
    Cessò tutto in quel momento.
    Calma al termine della tempesta o era nell’occhio del ciclone?
    Il mostro le giaceva sopra esanime.
    Probabilmente, dopo l’amplesso era in contatto con Dio o meglio, il suo opposto.
    Erni Monroe la udì ripetere
    :“Bastardo! Bastardo!”.
    Pareva una nenia, di una bambina.
    Il male al capo era cessato.
    Avrebbe voluto dormire.
    Non ce ne era il tempo.
    Era passata mezz’ora da quando aveva domandato dei Frangipani, ma il tempo con la ragazza si era dilatato quanto una giornata intera.
    Senza staccarsi dal corpo delicato della ragazza, ritrovò tra le dita il capo di un cordino elettrico abbandonato.In verità conosceva benissimo, dove trovarlo.
    Lo avvoltolò come per misurarlo.
    Saranno stati sessanta centimetri di lunghezza.
    Sufficiente e abbastanza resistente.
    Non ebbe pietà.Alzò le spalle e sui gomiti.
    Attorcigliò il legaccio al suo collo.
    Manuela parve non accorgersene.In ultimo per difendersi dalla brutalità aveva separato la mente dalle membra.
    Quanto accadeva era distante.
    Non la riguardava.
    Altra reazione completamente umana a differenza di Erik Monroe che non ne ebbe.
    Parte di quei capelli scuri impastata di sangue finì dentro il legamento.
    Manuela prima di morire tornò in se e ferì profondamente con le unghie curate la carne attorno alle braccia di Erni Monroe.
    Tuttavia nulla che un uomo anestetizzato dall’adrenalina del coito non possa sopportare.
    Manuela tentò pure di ferirlo al volto:
    “Porta questi segni davanti a tua figlia!”, disse roca.
    In tutta risposta Erni Monroe le morse la mano troncandole un dito e non mollò la presa.
    Aggiunse un nuovo morso sulla guancia, quasi un ultimo bacio.
    I segni delle arcate rimasero impressi.
    Poi venne nuovamente.
    Non comprese come.
    Accadde nel momento esatto che ebbe il sentore che il cuore di Manuela fosse fermo.
    Lo avvertì dal calore del corpo e dal pulsare della vagina.Le urine calde di lei gli bagnarono lo scroto.
    Ebbe timore a rimanerle dentro.
    Si sfilò.
    Arrivò all’interruttore che si era frettolosamente ricomposto.
    Diete una rapida occhiata alla stanza rettangolare.
    Il corpo della ragazza giaceva molle perpendicolare alla parete su un pavimento fatto di cartoni da consegnare al macero.
    Il volto riverso verso la parete e i bei capelli corvini che aveva, coprivano le orecchie e la bocca lasciando scoperto il bernoccolo rigonfio di sangue blu.
    Ancora ammirò la cute liscia e il corpo flessuoso.
    Per un attimo parve disgustato.
    Quella donna non appariva così bella e desiderabile come l’aveva conosciuta.
    Già.
    L’aveva massacrata.
    Tolto il futuro.
    Mostrato l’orrore.
    Infame, sminuiva l’aspetto.
    Richiuse la luce e scostò la porta.
    Da sopra si avvertiva vociare e suonare ai campanelli.
    Gli sembrò di udire:” Signora Lucia, è passato da lei un uomo alto un metro e ottanta, sui quaranta, quarantacinque anni?”.
    Pochi minuti e sarebbero scesi a controllare nell’interrato.
    Abbandonò la posizione lasciando accostata la porta.
    Convinto di riuscire perché il ritrovamento del corpo avrebbe disorientato e rallentato gli inseguitori.
     
    Erni Monroe, un vero predatore, raggiunse il viottolo senza incontrare chicchessia.
    Tagliò per i vialetti, spostandosi rapidamente tra i caseggiati.
    Badò a non farsi riprendere dalle telecamere e a passare troppo vicino ai balconi.
    Per tutto il percorso portò varie volte la mano sulla fronte come avvertisse male alla tempia, anche sapendo che per diversi giorni sarebbe stato bene, benissimo.
    Non avrebbero fatto nulla con suo DNA.
    Mai fatto un esame.
    Mai dato a nessuno,
    Nei pressi di casa accese il telefono.
    Squillò poco dopo.
    All’altro capo, una voce femminile domandò allegramente: “Amore andiamo al cinema stasera?”
     
     
     

  • 03 aprile 2016 alle ore 12:14
    La Felicità Esiste

    Come comincia: Spesso mi è capitato di andare verso una meta non definita, e anche se all'inizio vedevo man mano che camminavo dei cartelli con scritto "Infelicità" o anche "Divieto di Allegria" ho sempre letto diversamente quei cartelli... non perchè mi andava di leggerli a modo mio bensì perchè quei cartelli erano stati messi apposta da qualcuno.

  • 31 marzo 2016 alle ore 10:36
    Diktat

    Come comincia: Come ogni sera dopo cena, lavati quei tre piatti... tre, mi  siedo in sala da pranzo davanti al mio portatile.
    ─ Perché mai, ho comprato un portatile se lo lascio sempre nello stesso posto? ─ mi chiedo puntualmente, poi alzo le spalle, sospiro e dimentico di trovare una risposta.
    Questo già la dice lunga su di me e di come vadano le cose a  casa mia... e come tutte le sere, in questa stessa stanza, mia madre sta seduta davanti al televisore, nella poltroncina spostata qui dalla mia camera da letto, proprio per lei che è venuta a stare con noi dopo la morte di mio padre. Noi? Chi siamo noi? Io e mio marito.
    Tra noi il dialogo stenta a dispiegarsi nei modi e nei tempi stabiliti dalle regole della comunicazione. In sostanza ci limitiamo ad annuire o a scuotere la testa in segno di diniego, più spesso utilizziamo un "Sì" o un "No" e a volte anche un "Forse". Lo so è un po' poco ma è per quieto vivere ... se rispondo con dovizia di particolari, se la prendo un po' alla larga, insomma se mi lascio trasportare dalla mia loquacità e non vado subito al sodo ecco che alza la voce.
    ─ Su dimmi, non iniziare da Adamo ed Eva ─ ripete sempre per indurmi a comunicare l’essenziale, cioè solo ciò che gli interessa.
    Eh, sì! A casa mia bisogna essere veloci: rispondere in fretta, trovare un oggetto o fare una qualunque altra cosa, qualsiasi cosa, bisogna che io lo faccia in fretta, nel minor tempo possibile. Ed è vero che il tempo è denaro ma io vorrei avere la possibilità di spenderne un po’ di più.
    Penso spesso di vivere in uno di quei giochi moderni dove vince chi è più veloce. Invece no, non è un gioco è per evitare di questionare su ogni "che" evito... e, se necessario, evito anche di respirare.
    Dov'è ora mio marito? Naturalmente a letto e sono le 21:30 ma si è infilato tra le lenzuola appena ha finito di cenare... così, non ci diamo neanche la buonanotte.
    Per una come me che non ama la televisione il dopo cena è una gran noia!
    Per fortuna che mi piace scrivere o navigare online ... ma ogni tanto mi stacco da questo ipnotizzatore che è il pc, e vado a bere. o mangiare un pezzetto di pane... tanto per ammazzare il tempo.
    ─ A mangiare... o a bere? ─ mi raggiunge la voce di mia madre con una nota di disapprovazione perché non condivide tale comportamento.
    ─ Che noia! ─ rispondo al suo velato rimprovero, sbadigliando e cercando un motivo plausibile di giustificazione.
    Proprio cinque minuti fa, sbuffando e stiracchiando le membra intorpidite dalla immobilità, mi sono alzata e mi sono diretta in cucina.
    Appena aperta la porta...il finimondo!
    Immediatamente ho creduto che la nube di ceneri del vulcano Eyjafjallajokull dall’Islanda fosse arrivata in massa in Italia  e fosse penetrata nelle case.  Pensai anche che si fosse aperta una bocca lavica proprio nel terreno in corrispondenza della mia cucina!  La vista si è offuscata e contemporaneamente un bruciore insopportabile agli occhi mi ha costretto a lacrimare! Un odore acre di bruciato mi chiudeva la gola e un denso fumo nero che, non più costretto in quello spazio limitato, a onde  si riversava fuori in tutte le direzioni, mi travolgeva e mi soffocava...
    Chiuse con due dita le narici, serrate le labbra e proteggendomi gli occhi con l’altra mano, mi sono diretta velocemente alla finestra e l’ho  spalancata. Poi sono fuggita da quell’inferno e ne ho richiuso la porta per non rischiare un’intossicazione.
    Stavo urlando... ma né mio marito, beatamente già tra le braccia di Morfeo, né mia madre che è un po’ sorda, sono accorsi in mio aiuto. Che fare? Vedevo già bruciare la mia casa e poi il palazzo intero! Panico! Dovevo scuotermi.
    Dopo pochi secondi, perciò, facendo appello a tutte le mie forze, ho aperto nuovamente quella porta e sono rientrata all’inferno! Non avevo alternative, non potevo aspettare che mio marito si svegliasse o che mia madre mi venisse in soccorso, eventualità rare.
    Dovevo assolutamente spegnere il forno, che continuava a eruttare fumo come lava da un vulcano, e aprirne lo sportello…
    L’azione, però, che mi spaventava più di tutto, era prendere in qualche modo la teglia e buttarla con tutto il suo contenuto carbonizzato sul balcone.
    Il contenuto? Pane raffermo che, come mia abitudine, quando se ne accumula una quantità consistente, metto a tostare per la colazione del mattino.
    Avevo dimenticato di aver acceso nel forno,  oltre alle due resistenze superiore e inferiore, anche il grill che di solito si aziona a fine cottura per dorare i cibi…  tutto per ottemperare al categorico diktat  “essere veloce”.
     

  • 25 marzo 2016 alle ore 15:43
    Mescolarsi e comunicare nelle diversità

    Come comincia: La professoressa aveva assegnato alla classe una ricerca un po' particolare dal titolo: "Mescolarsi e comunicare nelle diversità". Carlo, mentre la madre era in cucina ai fornelli, era davanti al portatile in cerca di una idea per trovare il giusto approccio così da poter svolgere il compito. Fece una ricerca di fatti inerenti alla comunicazione. Non soddisfatto rilesse il titolo e non aveva ancora capito come sviluppare il tema del "mescolarsi". Così si concentrò sul verbo iniziale e si soffermò sulla madre intenta a cucinare. Solo allora capì che "mescolarsi" poteva essere collegato al mondo culinario. Decise di svolgere il tema sotto forma di racconto fantastico, raffigurando i personaggi con gli ingredienti di paesi diversi così da poter "comunicare nelle diversità".
    Prese una matita e iniziò a scrivere. Pensò subito al cioccolato come simbolo africano perché è il continente con la maggior produzione mondiale di semi di cacao.
    Fece una ricerca su internet e scoprì che le spezie dello Sri Lanka potevano essere collegate al continente asiatico.
    Il continente africano ed asiatico erano ben rappresentati, ma mancavano gli altri continenti e scoprì che la suddivisione in continenti non era semplice. Si andava da un modello con un massimo di sette a un minimo di quattro denominazioni. Prese per buono quello da cinque perché ricollegabile al cerchio delle Olimpiadi: l'Africa è il cerchio nero, l'America il rosso, l'Asia il giallo, l'Europa il verde, l'Oceania l'azzurro. Adesso aveva bisogno di altri “personaggi”. Per l’America scelse immediatamente il cheeseburger, per l’Europa non voleva scegliere la pizza perché era troppo ovvio. Per l’Oceania non sapeva nulla, ma gli venne in aiuto una ricerca con la parola chiave: “Australia”. Scelse un pinot nero essendo il Continente Nuovissimo uno dei più grandi esportatori di vino.
    Si decise a iniziare a scrivere avendo quattro personaggi su cinque.
    Ogni racconto - si disse - inizia con “c’era una volta” e così iniziò anche lui.
    “C’era una volta,
    un paese magico dove tutte le cose avevano il dono della parola. In una piccola cucina era in corso un dibattito su chi fosse l’elemento più importante.
    “Io vengo da una terra lontana” – prese la parola il Cacao – “sono prodotto da paesi africani: Ghana, Camerun, Nigeria, Costa d'Avorio e Madagascar e la mia qualità è molto pregiata!”
    “Allora io cosa dovrei dire? Sono la più nota spezia del mio Paese” – disse il barattolo di vetro color terra.
    “Cara la mia Cannella, tu non sei altro che la corteccia di vari alberi della famiglia del Cinnamomo, che viene estratta, essiccata, rotolata e compressa.”
    “Sì però vengo impiegata in tantissimi modi: dall’utilizzo come aroma nelle pietanze salate e in dolci tradizionali deliziosi, fino all’impiego nella medicina ayurvedica!”
    “Lo so, ma tu sai chi sono io?” – continuò il barattolo di vetro color verde scuro – “Sono la terza spezia più cara al mondo e mi presento come una capsula contenete tanti piccoli semi; in genere vengo venduta con tutta l’involucro dato che una volta aperta perdo velocemente il mio aroma. Io sono preziosa”.
    “Sì, ma le tue origini sono da ricercare nel sottobosco, appartieni alla famiglia dello Zenzero! Caro il mio Cardamomo” – rispose seccata la Cannella.
    “Va bene, allora che cosa dite di me? – intervenì un barattolo con tanti piccoli chiodi scuri al suo interno.
    “Tu? Ma tu sei solo fiori secchi, non sbocciati, di una pianta sempreverde appartenente alla famiglia dei Guaiva, cari i miei Fiori Di Garofano. – disse Cardamomo.
    “Si però siamo utilizzati anche in moltissimi piatti!” – risposero tutti in coro.
    “Chi è che parla qui? – si intromise un barattolo con delle piccole noci – Io sono il seme del frutto dell’albero di noce moscata”. Non riuscì a concludere il discorso che venne interrotto da un altro barattolo stretto e lungo con all’interno dei baccelli.
    “Sono io la spezia più cara di tutte! Vengo ricavata dal baccello di un’orchidea rampicante, che cresce nel sottobosco delle foreste tropicali dato che è una pianta che ha bisogno di poca luce. Vengo utilizzata in differenti settori che vanno dalla produzione di cosmetici ed essenze, fino all’impiego nella preparazione di molti dolci”.
    Alle parole di Vaniglia tutte le altre spezie dello Sri Lanka si zittirono.
    “Scusate se intervengo, ma forse non sapete che io sono molto pregiata”.
    Il barattolo stretto e lungo guardò in basso e si accorse di una bottiglia di Pinot.
    “E tu chi sei? Non sei di queste parti!” “Assolutamente no, io vengo dall’ Australia”.
    – in quel momento Carlo ebbe l’idea per il personaggio europeo, e proseguì a scrivere.
    “Tutta questa discussione non credo sia rilevante, se vi parlate addosso tra di voi dello stesso paese. Nel mondo c’è molto di più”.
    “Come te per esempio?” – chiesero adirate in coro Cannella, Cardamomo, Fiori di Garofano, Noci moscata e Vaniglia.
    “Esatto!” – disse Pinot quasi ridendo.
    In quel momento si sentì un rumore e il frigorifero si aprì. Si fece avanti un cheeseburger e disse: “E scusate l’America dove la mettete? Guardate me, sono un semplice panino ai semi di sesamo che contiene sostanzialmente uno o più hamburger con aggiunta di formaggio.
    Io e i miei simili siamo diventati popolari tra gli anni venti e gli anni trenta del secolo scorso negli Stati Uniti e ci sono diverse rivendicazioni su chi sia stato il primo uomo a creare un Cheeseburger. Oggi veniamo consumati in tutto il mondo”.
    “Grazie per la lezione, ma tu sei e rimani un cibo spazzatura.” – disse Pinot.
    Dal tavolo della cucina si sentì uno sbadiglio. “Mi state annoiando con tutti i vostri discorsi!” – disse Croissant – “ma voi non avete nulla di storico! Io invece sono nato tra il 1838 e il 1839 a Parigi. Fui battezzato Croissant a causa della mia forma a mezzaluna”. – Carlo aveva scelto il cornetto per l’Europa per sottolineare la sua vicinanza al popolo francese dopo i fatti del 13 novembre 2015 a Parigi. Continuò a scrivere, era quasi arrivato alla conclusione.
    “Quanto mi fate divertire, cari i miei giovani amici – disse la saggia Credenza. – Al di sopra di me venivano sistemati in bella vista tutti i cibi nei loro piatti di portata durante i pranzi offerti dalle famiglie nobili ai loro convitati di particolare rango e importanza. – tutti rimasero in silenzio. Quando l’anziana saggia Credenza parlava nessuno trovava il coraggio di interromperla.
    “Assomigliate agli uomini che non capiscono che per avere un futuro migliore bisogna mescolarsi e comunicare tra le diverse realtà. Non bisogna chiudersi e soffocare le diversità. Occorre aprire, sorridere, salutare, rispondere e dialogare tra varie comunità. Esisteranno sempre differenze di natura, di arte, di culture, di popoli. Una varietà che rende ricchezza e interesse ma anche complessità e in certi casi problematicità. Si devono convincere ancora di più che la diversità, se accettata e amata è ricchezza e stimolo reciproco, fonte di scambio e di collaborazione. La differenza deve essere vissuta nel rispetto della vita, altrimenti genera estraneità, isolamento, insofferenza o odio. Come voi ingredienti per fare una ricetta avete bisogno di mischiarvi, perdendo sì un po’ la vostra identità, ma riacquistando nuove realtà, così anche gli uomini per avere un'armonia devono mescolarsi”.
    Carlo si sentiva soddisfatto di quello che aveva scritto, ma non del tutto. Nello stesso momento la mamma alzò il volume della radio da cui proveniva la canzone "Penso Positivo” di Jovanotti, che diede a Carlo l’idea di scrivere:
    “Gli uomini dovrebbero pensare più positivo, vero cara mia amica Radio?”
    E Radio rispose: “Certo!” mentre il brano proseguiva: “Quest'onda che viene e che va/Io credo che a questo mondo/esista solo una grande chiesa/che passa da Che Guevara/e arriva fino a Madre Teresa/passando da Malcolm X attraverso/Gandhi e San Patrignano/arriva da un prete in periferia/che va avanti nonostante il Vaticano/Io penso positivo perché son vivo”.
    A questo punto Carlo capì di poter ripassare a penna il tema.

  • 25 marzo 2016 alle ore 13:20
    Quella Parola

    Come comincia: Alcuni tempi dell'anima, sono recettivi solo al silenzio: i suoni delle parole sono troppo forti e vibrano in cacofonie; i suoni dei pensieri, hanno il volume di barattoli rotolanti sul selciato; perfino il pulsare del cuore pare far rumore. E così si E'; si è presenti, si vede e si ascolta, ci si lascia penetrare dalle emozioni, le si assaporano, le si vivono. Pure c'è un silenzio che ripara dai suoni forti.
    Siamo al Venerdì Santo, per chi crede, un ciclico messaggio a morire a se stessi e a se stessi rinascere; a conoscere i bui delle profondità, percorrerli, superarli. Decidere di lasciarli ed elevarsi, ascendere alla Luce.
    Ogni Maestro di ogni Credo, indistintamente, ci inizia allo stesso percorso: conoscere il Sé e le sue Ombre, consciamente riconoscerle e dissolverle, perdonarsi per l'ignoranza della Vita e Voler imparare a Vivere. Essere sicuri di intravedere la propria Luce e volerla espandere ed ampliare.
    Perdonarsi e perdonare. Illuminarsi e illuminare. Amarsi e amare.
    Sia ogni occasione, motivo di Passaggio dall'Ombra alla Luce.

  • 21 marzo 2016 alle ore 20:34
    Pauline

    Come comincia: “Forse, se ti avessi accanto, tutto quello che ho fatto non farei,
    se decidessi di tornare ad essere un uno invece che un io o tu,
    il mondo sarebbe terribilmente più onesto ma non sarebbe realtà;
    se per grazia divina degl’astri dovessimo spingerci nuovamente uno nel cuore dell’altro,
    saprebbe di amaro il resto che ci circonda;
    se il mio dito fosse legato al tuo in eterno,
    non vi sarebbero più vite da mettere al mondo;
    se tornassi ad amarti come quando, increduli e curiosi di tanta bellezza eravamo stati un tempo,
    io non sarei io e tu non saresti tu.
    Saremmo un essere perfetto, quasi vicino al divino e insieme saremmo disposti ad annullarci come il bianco nel bianco e il nero nel nero.
    Potrebbero le mie mani desiderarti ancora,
    come le labbra che bruciano se rimembrano il fuoco della saetta della tua lingua,
    e s’annoda il grembo e s’inonda il petto per quel così delizioso peccato da cui nasce il nostro amore;
    amore, amore mio.
    Forse, se ti avessi accanto non sarebbe più tutto questo
    ma semplici granelli di un intera sabbia desertica in cui non v’è più acqua né vita.”
     
    Così mi lasciò Pauline; una lettera, tot righe, in cui diceva di amarmi non amandomi più.
    Credere nel non più esistente darebbe un senso più profondo al perché certe cose finiscono e io l’avevo capita quando, guardandola negl’occhi vitrei di un mare in piena, aveva smesso di amarmi.
    Ricordo perfettamente con quanta delicatezza le coloravo con la pittura i capezzoli duri, posti all’angolo della stanza nelle lunghe sere d’estate.
    Dopotutto, nessuno ci aveva mai visto insieme, nessuno ci aveva sentito chiamarci amorevolmente nelle vie della strada o ai tavolini di un bar; nessuno aveva visto il nostro amore.
    Arrivai ad un punto che, forse, nemmeno io l’avevo veramente visto; come fosse stato tutto frutto di un immaginazione furtiva che amava prendersi beffe del mio cervello in pezzi.
    Pauline aveva amato qualcosa che non ero io ed io avevo amato Pauline perché era Pauline; senza domande, ne risposte, ne desideri di sapere ne senza il senno di capire.
    I nostri incontri erano solo tra quattro mura bianche e spoglie, come quelle lenzuola o come le mie tele ancora da imbrattare; ed il suo corpo bruno era una meraviglia quando veniva percorso dal colore del mio pennello.
    A disegno finito, le scattavo delle foto; giusto per conservare quei pochi quadri che riuscivo a fare ed era meraviglioso poter ammirare le mie opere più grandi su d’uno sfondo tanto bianco quanto l’essenza del colore stesso inciso su Pauline.
    Era la mia tela e come ogni opera andava accantonata, come ogni tela v’è il momento che essa abbandoni il suo pittore riposta, poi, in chissà quale stanza bianca aspettando il prossimo che poteva ammirarla.
    Avevo perso la mia opera migliore senza farmi troppe domande; ma se avevo creato potevo anche distruggere e nel momento in cui decisi di farlo, Pauline mi lasciò così; una lettera, tot righe, in cui diceva di amarmi non amandomi più.

  • 18 marzo 2016 alle ore 19:46
    Il professore di italiano

    Come comincia: Ho percorso per l’ultima volta il lungo corridoio al primo piano della scuola, sono scesa lungo lo scalone e mi sono fermata nell’atrio. Mi sto chiedendo se ho salutato tutti oppure magari dimenticato qualcuno. Non vorrei dimenticare nessuno. Sono stati belli i mesi che ho trascorso qui e mi è dispiaciuto molto dovermi ritirare, ma non riesco più a conciliare la mia gravidanza con la frequenza scolastica. Vorrei incontrare il professore di italiano, e mi guardo attorno nella speranza di vederlo. Lui è un anziano insegnante, molto alto di statura, robusto, e sempre vestito di grigio antracite. Quando lo vidi entrare in classe il primo giorno rimasi molto colpita. Pochi denti in bocca, capelli arruffati senza un taglio preciso, la camicia stropicciata indossata senza troppa preoccupazione di renderla presentabile, e un bottone mancante dalla giacca. Aveva una borsa sotto il braccio e la fronte aggrottata, ma sotto le folte sopracciglia brillavano due occhi scuri pungenti, quasi febbricitanti, due occhi che non avevano nulla in comune con tutto il resto, due occhi senza età. Nella scuola si vocifera che avesse perso la testa per una donna più giovane di lui che lo aveva fatto molto soffrire e lasciato sul lastrico. Quando entrava in classe io osservavo tutta la sua trasandatezza, e immaginando il suo dolore, sentivo un sincero affetto verso di lui. Ma poi, quando si immergeva nei poeti e ci spiegava il loro mondo, le loro opere, diventava gigantesco, emanava tutto il fascino delle sue emozioni, ed io mi lasciavo trascinare, lo ascoltavo, e sentivo tutta la sua passione, che è la mia passione: entrambi siamo divorati dalla passione e questo ci univa in una complicità che aleggiava al di sopra di tutto, in quel limbo in cui ci fondevamo, pur sapendo che le nostre passioni vanno in direzioni diverse. Io sono tornata sui banchi di scuola che avevo abbandonato da adolescente, e adesso, a ventitré anni mi porto dietro un vissuto già pesante, una storia d’amore difficile, complicata, fatta di estasi e sofferenza che si combattono, si alternano, ma riescono anche a convivere. Gocce di audacia distillate da fiumi di ansia e incertezza. Nessuno con cui condividere il mio tormento, solo il professore di italiano, in una muta condivisione, nel nutrirmi delle sue lezioni quasi fossero sempre e solo rivolte a me. Mi guardava spesso mentre parlava, quando spiegava la grandezza di ciò che i poeti volevano trasmettere, il suo viso si trasfigurava tanto da sembrare perfino bello e tanto da far dimenticare la sua bocca semi sdentata. Ma era anche capace di ire improvvise, come quel mattino in cui aveva chiesto ad una studentessa che gli parlasse di Pirandello. Lei aveva subito intonato la tiritera a memoria: nacque il....nacque a... Il pugno del professore si era abbattuto violento sulla cattedra. Era furioso: non così, non così! Pirandello è una cosa grossa! Non così signorina! Certo, io avevo capito, ma lei poverina aveva quindici anni, forse sedici, ed era rimasta malissimo. Lui voleva sentire l’essenza, il pensiero, e io lo sapevo. Era il tormento dei sentimenti che ci univa così tanto? Lo pensavo, a casa da solo, in mezzo ai suoi libri, mi perseguitava l’idea di quel bottone mancante alla giacca, possibile che non ci fosse nessuno che glielo cucisse? Avrei voluto farlo io, però come potevo permettermi!
    Ma è stato mercoledì scorso che si è svelato. Si è rivolto a me: vorrei che mi commentasse una poesia “Alla stazione in una mattina d’autunno” Santo Cielo, professore! Come fai a saperlo, come fai a sapere che da anni la stazione è la mia casa, che il mostro d’acciaio mi raccoglie al mattino e mi porta lontano dal mio amore, come fai a sapere che l’autunno e l’addio sono fatti l’uno per l’altro, a tal punto che per un addio, l’autunno si presta anche alle altre stagioni. Mi guardi negli occhi professore! Possibile che io mi sia rivelata così tanto?
    Non ho aperto neppure il libro. Ho cominciato a parlare, parlare, parlare. I compagni sono diventati fantasmi sbiaditi. Solo noi due, professore, solo noi due.
    Non so per quanto tempo ho parlato. Quando ho finito, per una manciata di secondi tutta la classe è rimasta in silenzio, e poi tu hai posato un attimo la mano sulla mia spalla.
    -Lei ha superato se stessa.
    Avrei voluto poterti rispondere che lo so, professore, lo so che ho superato me stessa, ho superato me stessa al punto che non ricordo niente di tutto ciò che ho detto, l’unica consapevolezza sono state le lacrime lente che non sono riuscita a trattenere.
    L’atrio della scuola si è quasi completamente svuotato, e finalmente ecco il professore di italiano. Gli vado incontro per salutarlo. Ci stringiamo la mano.
    -E’ un peccato che lei interrompa gli studi, signora.
    -Lo so, dispiace anche a me, magari più avanti....
    -Tanti auguri, anche per il lieto evento.
    -Anche a Lei professore. Buona fortuna.
    Ma le mani non si lasciano, stanno dicendo: mi mancherai.

  • 18 marzo 2016 alle ore 18:01
    L'incanto

    Come comincia: Ma quanta bellezza c'è nella vita? La testa vuota e gli occhi pieni di magia: il sole e l'azzurro ad avvolgere, il verde sotto il passo e accanto; treni e auto non hanno più la potenza dei rumori propri, vagano in suoni ovattati, filtrati dal pensiero muto che galleggia nella mente e recinge ogni disturbo. E fra le volute dei suoni ovattati, l'eco dissolta di voci di bimbi, dell'abbaiare di un cane. Lontano, tutto lontano. Nel qui e ora più forti sono i colori e i profumi: legna che arde, il suo odore vellutato portato dalle ali dei passeri armoniosamente chiassosi. Foglie d'alloro, foglie verdi, foglie secche nel fruscio che palesa il passo e la distanza. Farfalle giocano, fra un germoglio e sputi di rami morti. Suoni sotto i passi, colori nell'iride. Sono nel qui e nell'ora, e mi par di essere nell'ieri e nel domani, nel Sempre. Guardo la me che viaggia nella vita, leggera, eterea, la riconosco, l'accompagno. Bimba incantata.

  • 14 marzo 2016 alle ore 14:32
    Perdersi per poi ritrovarsi

    Come comincia: Non riesco a fare pace con me stesso. Non riesco a sorridere ai capelli bianchi che spuntano come funghi nella chioma di china. Non riesco a rinunciare alle panchine d’inverno, al silenzio del cielo stellato che mi consuma la vista. Poi scivolano lacrime di pioggia da questi neri di seppia e solcano il bordo delle narici, attraversano la barba fitta, il fumo della sigaretta e muoiono nel sapore di ruggine tra le labbra, dove riciclo i silenzi in parole. Mi misuro con il cambiamento, con questi confini che sembrano non appartenermi e non so neppure chi sono io, se mi conviene il tempo. Mi sono perso nel mondo, sul risciò che trasporta le vite diverse dal comune. Mi sono perso nei profumi della gente, nella tua voce, in tutti i colori caldi che caratterizzano lo spettro delle emozioni. Non riesco ad immaginarmi senza maschera, senza quella corazza che mi fa sorridere, arrabbiare e arrossire all’occorrenza. Sono nomade, come ogni anima in fondo è. Sono altrove, come tutte le volte che mi avreste voluto qui. Sono la dialettica da bar, quel senso di orrido e volgare che asciuga la voglia di sapori dolci. Sono il ricordo di ieri e la voglia d’amare di domani. E si sa come questo gioco di lembi contrapposti che s’allontanano reciprocamente si riassuma ad una trama che li tesse insieme, inseparabili. Come nel gioco dell’amore in cui a volte calpestiamo e a volte veniamo calpestati. Come nel gioco della vita, in cui amiamo perderci per poi ritrovarci.

  • 14 marzo 2016 alle ore 11:05
    Ludovica

    Come comincia: Ancora incredula, accanto al letto, fisso il mio corpo esanime abbandonato fra le lenzuola. Seduto sul letto ci sei anche tu, la faccia tra le mani che tremano, tu, piccolo insignificante uomo, stupido assassino, povero misero essere mediocre, insicuro e criminale. Sì, sono ancora incredula: oggi è stata una giornata stupenda, una giornata di passione come sempre, come tutte, ore trascorse troppo veloci, mai sazie, mai abbastanza vissute. E poi come sempre l’addio, un arrivederci, ma da noi due sempre vissuto come un addio. La porta di casa mia chiusa dietro di te, e quel senso di vuoto che non ho mai voglia di riempire, che niente può riempire, tranne il restare a letto, al buio, a ripensare a tutto, ad aspettare il prossimo incontro. Ma in quel buio, stasera, è successo qualcosa. La chiave ha girato nella serratura, tu sei rientrato agitato, un’espressione del tuo viso a me sconosciuta, lo sguardo cattivo, allucinato. Non ho avuto nemmeno il tempo di alzarmi. In un attimo mi sei stato sopra e mi hai messo le mani intorno al collo. Non sono riuscita neppure a parlare, il cuore mi batteva nel petto, in gola, nelle tempie. Non hai acceso la luce,e, in un silenzio innaturale, in una penombra che da complice è diventata terrificante, mi hai guardata, senza affetto, con antipatia, rabbia. I miei occhi hanno chiesto pietà e tu mi hai detto solo che mentre andavi a piedi verso l’auto, ti sei imbattuto in due uomini che parlavano fra loro, e uno ha detto: ecco adesso puoi andare. Da me, tu hai creduto che l’uomo volesse venire da me. Tutto il mio essere ha gridato no, non è vero, stai sbagliando. Tu hai aggiunto, farneticando, che se il campanello di casa avesse suonato, mi avresti strozzata. Non potevo crederci. I secondi si sono inesorabilmente allungati, le tue mani non hanno lasciato la presa e la morsa non si è allentata.
    Il campanello di casa continua a suonare, insistentemente, poi ininterrottamente fino a smettere. Adesso qualcuno prende a pugni la porta e la voce di mia sorella grida stridula: Ludovica, Ludovica, perché non apri, apri la porta. Certo, lei sa che sono in casa, ha visto l’auto posteggiata. Io continuo a guardare il mio corpo fra le lenzuola, e tu, adesso alzi la faccia sorpreso, annichilito, la nebbia sta lasciando il tuo cervello. Io vorrei soltanto una cosa: che mia sorella non sapesse mai che se non fosse venuta stasera da me, sarei ancora viva. E tu, piccolo assassino mediocre e stupido continui a ripetere: cosa faccio, adesso cosa faccio.
    Adesso cosa fai? Apri quella cazzo di porta.

  • 11 marzo 2016 alle ore 19:22
    La vetrinetta di zio Enrico

    Come comincia: Dovremmo rispettare di più lo sguardo dei bambini. Quando un bambino guarda, sta guardando il mondo, per la prima volta. E' un intimo contatto con un fenomeno magico, incompreso interamente dai grandi: è la creazione del suo universo, che gli si propone per la prima volta. Oggetti, fisionomie, colori, suoni, travalicano il suo stupore, per annidarsi, per sempre, nel suo animo. Quante volte, da bambino, mi si diceva “non è per te, non puoi capire”, facendo in modo che io capissi in anticipo ciò che poteva andar ignorato, ancora per qualche tempo. Quella assurda nascita dei bimbi, tra le foglie di un cavolo, di chi sarà mai stata? Quella immonda favoletta ha tappato la bocca ad un'intera generazione. Altro non si poteva chiedere, se non attendendo alla pietosa cameriera di casa, a volte troppo cruda. Sono consapevole della capacità percettiva e di giudizio di un bimbo di cinque, sei anni: i miei giudizi, dati allora, sulla cerchia dei miei parenti, sono rimasti incorrotti per una vita. Zio Enrico, nella mia famiglia di impiegati, laureati, gente bene, era guardato male. Era il fratello di mia nonna paterna, Olga, famiglia romana. Zio è l'unica persona che si è salvata nella mia mente, avvolta da un mantello fantasioso, lasciando gli altri in una tenue nuvola di banalità. Aveva navigato una vita sui “vapori” dell'epoca, facendo il cameriere di prima classe. Conosceva e parlava dei porti più impensati del mondo. Ma il suo pezzo forte era il racconto del siluramento, durante la prima guerra mondiale, del suo bastimento. Era un film, che mi facevo replicare, ogni volta che lo si invitava a casa, per qualche lavoretto, di cui lui era maestro. Di quel racconto, due quadri, li ho ancora vivi: le ascelle piagate di chi si buttava a mare, per salvarsi, dall'alto del ponte, a braccia aperte; il casuale incontro, tra i flutti, col comandante, in procinto di annegare e il suo salvataggio. Gli conferirono una medaglia di bronzo, di cui era fiero. Andavamo raramente a trovarlo, il percorso in tram era lungo, Pegli, periferia di Genova. Ci veniva ad aprire in canottiera, coperto di truccioli di legno, scusandosi di aver dimenticato il preavviso della nostra visita. Aveva un laboratorio di falegnameria in casa. Mi aveva costruito i primi giocattoli. Ci attendeva un polveroso divano, tra gatti miagolanti e arruffati. Scompariva per poco, per rientrare con il suo capolavoro, zia Elvira. Un pathè di ciccia indolente, avvolta in una vestaglia cinese dai mille draghi. Un'aura di profumi accompagnava una voce languida, sonnacchiosa. Capelli bianchi, dimenticati sparsi sulla schiena. Nonna Olga faceva strane smorfie, quando si riferiva a lei, in famiglia: “presa chissà, in quale porto, losco lavoro, problemi all'utero....” Era meglio non addentrarsi troppo. “Frou-frou” e rosolio ambrato ci attendevano, offerti da una mano ingioiellata, le cui dita affusolate terminavano in unghie lunghissime e luccicanti di smalto. Io raggiungevo subito il mio posto preferito, la vetrinetta. Ancora adesso, dopo una vita, vedo quel vetro, che mi separava da un mondo di favola. Quegli oggetti da “guardare e non toccare” furono le tracce dei miei primi viaggi, sia pur di fantasia. Venivano da mondi lontani: bamboline, dai strani vestiti, uova esotiche, piume variopinte, maschere, strumenti musicali, quadrucci dai colori sgargianti, rifiniti con ali di farfalle, armi, ed altri piccoli utensili, di cui non chiedevo l'uso. Restavo così, per tutto il tempo della visita, in un incanto di sensi, rubando i profumi, che sembravano voler uscire dalle fessure della vetrinetta. Le parole degli altri erano eco lontane. Ho avuto sempre il dubbio che il mio perenne bisogno di viaggiare fosse derivato non tanto dal desiderio di conoscere il mondo, ma dal ricrearmi la vetrinetta di Zio Enrico. Come in realtà è avvenuto.

  • 10 marzo 2016 alle ore 20:58
    Liliaceae

    Come comincia: E' paradossale pensare che ci si annoia più da vivi che da morti, sfuggire alla morte è roba da giovani, poi col tempo si impara a fuggire dai desideri. Quando si basta a se stessi niente è più abbastanza, miliardi di secondi per ricreare quel punto privo di difetti e di bellezza. Un futuro privo di significato vale solo per il bambino che gioca, un cuore morto di fame ambisce a sfamarsi di sonno, si può vivere di mancanza e la mancanza può aiutare a farti sentire vivo, l'isola destinata a non divenire arcipelago ha sempre un punto di attracco protetto e protettivo. Nessuno ti ha mai detto che l'anno finisce ad Agosto, che il solstizio è una rendita ad usufrutto, che siamo il sogno di chi dorme ad occhi aperti, che piuttosto di ammettere una verità scriviamo una poesia. Incespicare in una persona buona, ecco cosa ci frega, che di persone giuste è vuoto il mondo e la giustizia non sempre è verità. Come può meravigliarti, ora, che per capire chi sei devi sfuggirti e per capire gli altri devi fuggire da loro ? Forse siamo solo l'ombra di una aspidistra.

  • 10 marzo 2016 alle ore 11:30
    Diversamente cane

    Come comincia: Tu eri un cane diverso. Forse mi scegliesti per l'ombra breve riflessa dal mio scheletro, adatta alla tua forma e al tuo passo. Lanciarti un bastone era inutile, non ne riportasti mai indietro uno, schivavi il mare ma non le spiagge, specie quelle di roccia, a volte parevi una capra nel tuo arrampicarti. Nata libera, ti inventavi battaglie ogni giorno per voler affermare la tua superiorità, mi guardavi sempre fissa negli occhi senza abbassare mai lo sguardo, poi d'incanto, come fa il mare, ti placavi e tornavi la bambina che di tutto ha bisogno. L'estate è la stagione nella quale più manchi, la potatura ti faceva apparire più esile, cucciola indifesa e bisognosa di cure e attenzioni, ma bastava una scintilla di coda di lucertola per farti spiccare il volo. La mia incapacità a gestirmi da solo mi rendeva dipendente da ogni tuo gesto, da ogni tua empatica richiesta, guardavamo per ore il mare, quel mare che io amavo e che tu non capivi. Abbiamo vissuto reciprocamente coinvolti nei pensieri l'uno dell'altra, un uomo e un cane, indistinguibili, separati da un respiro andato a male sul quale ogni giorno ritorno, come fa il cane quando non ritorna più il padrone. Perché scegliesti me? Non avevi bisogno di nessuno.

  • 07 marzo 2016 alle ore 20:50
    2011

    Come comincia: Questa la dedico a me che sono testarda, ma nel senso buono. A me che non mi fermo mai, che non mi piango addosso e non mi cambierei per nessuna ragione al mondo. Mi stimo perchè so di essere quella che sono grazie ai miei sacrifici, alle esperienze della vita e ai miei sbagli. Soprattutto grazie ai miei sbagli, perchè sono stati quelli i miei migliori maestri di vita che hanno saputo impartirmi lezioni indimenticabili.

  • 07 marzo 2016 alle ore 20:34
    2012

    Come comincia: Questa è per te che hai sempre saputo cavartela anche quando non ce l'hai fatta, che hai saputo ritrovare la speranza. Per te che piangi per colpa di qualcuno. Per te che cadi e a poco a poco ti stai rialzando. Per te che hai coraggio da vendere e quando hai trovato chi ha provato intralciare la tua strada non gliel'hai permesso. Per te perchè tutto quello che possiedi hai saputo guardagnartelo e non devi ringraziare nessuno, per te che non molli mai e sei fiero/a di essere ciò che sei !

  • 07 marzo 2016 alle ore 20:29
    2012

    Come comincia:  La persona speciale non è quella che non perde mai. La persona speciale è quella che reagisce nonostante le sconfitte, è quella che dalle immancabili delusioni riesce a trarne una lezione di vita. La persona speciale la vedi da come reagisce difronte alle sofferenza, alle sconfitte da come è capace di rialzarsi dopo una caduta, la vedi da quanto è capace a stringere i denti per assorbirne il colpo, che per quanto possa essere duro non molla mai.

  • 27 febbraio 2016 alle ore 10:16
    "NESSUNO MI PUO' GIUDICARE"

    Come comincia: E’ freddo l’ inverno del 1966. Questa piccola città circondata dalle montagne sembra sia stata appoggiata lì per caso e poi dimenticata. La neve è già arrivata, luci sparse si intravedono sulle alture intorno all’abitato. Questa è l’ora dei pendolari, le sette del mattino. Il bar della Stazione è molto affollato da gente frettolosa che silenziosamente beve un caffè o fa colazione. Pochi sorrisi, il sonno ancora incombente, i nasi arrossati dal freddo, qualche saluto abbozzato. Quando è entrata, lei si è guardata attorno e ha scelto un tavolino un po’ appartato accanto al juke box. Stamattina si è alzata dal letto un’ora prima del solito per truccarsi con attenzione: mascara e lunga riga nera sopra le palpebre, sì proprio quella che non viene mai uguale da ambo le parti e a forza di correzioni diventa pesantissima. Non importa, sui suoi occhi verdazzurri sta benissimo, non manca neppure il fondo tinta, e nemmeno la matita che disegna i contorni delle labbra, riempiti da un rossetto color carne, molto brillante. Vanno di moda le cuffiette d’angora ed anche lei ne indossa una che raccoglie la sua abbondante capigliatura tizianesca. Osserva l’andirivieni della gente, ma pensa ad altro. Ha accettato l’appuntamento ma non ha voglia di vedere Lui. E’ ancora adirata, anzi, umiliata. Cosa pretende Lui? Incontri clandestini, ritagli di tempo rubati al lavoro, alla famiglia, telefonate all’ultimo momento: è capitato qualcosa non possiamo vederci. Ma la settimana scorsa ha davvero passato il limite, come ha osato farla acquattare sul fondo dell’auto perché ha visto dei suoi conoscenti nelle vicinanze? No, davvero troppo. Un’umiliazione che brucia ancora. E’ vero che a diciotto anni si riesce a scherzare su quasi tutto, ma questo no, questo l’ha fatta imbestialire, e la voglia di vendicarsi ha preso il sopravvento su ogni altra cosa. Beffarda, crudele, sibilante nel comunicargli “sai sono uscita con un ragazzo ieri sera, uno della mia età”, si è divertita allo scatenarsi della gelosia di Lui, si è divertita a litigare e poi sbattere la portiera dell’auto e andarsene. E’ pronta stamattina, è pronta a sfidarlo. Non gli permetterà di insultarla ancora. Lui non ha mai fumato? Gli dà fastidio l’odore delle sigarette? Bene, eccole qui, il pacchetto bene in vista sul tavolino del bar: lei che si accende una sigaretta sarà la prima cosa che Lui vedrà entrando. E sarà solo l’inizio. E’ talmente presa dai suoi pensieri che non lo vede entrare nel bar. Lui daltronde non guarda intorno, va direttamente al bancone a ordinare un caffè Hag. Chiuso nel suo cappotto bene abbottonato di mezza età, è pallido, il muscolo della mascella contratto, teso nei movimenti nervosi alle prese col caffè. Sembra che abbia timore di cercarla in mezzo alla gente, sembra che abbia timore di sapere se lei ci sia. Ma lei adesso l’ha visto. Si accende la sigaretta e lascia scivolare una moneta nel juke bok. Caterina Caselli irrompe nel silenzio mattutino “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”. Parecchi avventori si girano verso di lei, il barista la guarda contrariato: il juke box in funzione al mattino presto. Ma lei ha tutta la forza menefreghista e incosciente della sua età, e si diverte di questi sguardi scandalizzati a causa della sigaretta accesa, della musica assordante, a causa di tanta strafottenza. Anche Lui adesso l’ha vista e tutti i muscoli del suo corpo si rilassano, il viso si apre in un sorriso, e i suoi particolarissimi occhi blu si inumidiscono mentre va verso di lei. No, non è lì per giudicarla, è lì perché sente di poter vivere soltanto accanto a lei, e la stringe in un abbraccio, incurante di essere in mezzo a gente che lo conosce: sei venuta!
    Le lacrime di lei sciolgono il mascara e disegnano solchi nello spesso fondotinta per poi trascinarsi dietro il rossetto brillante, e fra le braccia di Lui rimangono soltanto piume arruffate bagnate di pianto.

  • 26 febbraio 2016 alle ore 16:54
    Affilando ancora la vecchia falce

    Come comincia: Ci sono storie di un mondo lontano nel tempo che ancora avvincono per la loro semplicità. Storie come tante delle nostre montagne, che raccontano echi di genti e di fatiche.
    Una dolce giornata di fine estate, desiderio di girovagare lungo le alture dell’Altopiano, ed ecco Coldré, un piccolo gruppo di case abbarbicate sullo spartiacque tra la valle di Ganda e la Val Vertova, a guardia della Valle Seriana, Orobie bergamasche.
    La  minuscola borgata rimane nascosta al termine di una stretta stradina nel bosco, lungo la strada che scende da Ganda a Orezzo, in località Plaz.
     Qui, tra spazi luminosi e aperti, tra case coloniche punteggiate sui pendii, tra sentieri che si inoltrano nel dolce sottobosco come entrando in un “Paese delle Meraviglie”, è emersa una piccola storia da raccontare, come una fotografia d'altri tempi:
    sul pianoro fuori da una cascina un anziano contadino è intento ad affilare la falce, seduto sulla seggiola di paglia. Davanti a sé un cippo di legno con incuneati gli arnesi su cui appoggiare la lama da affilare. Poco lontano gli ultimi gerani sul davanzale illuminato dal sole, la panchetta accanto alla porta d’entrata ingentilita da una tenda di tela, i gradini di pietra che scendono verso il belvedere, quasi  a strapiombo sulla vallata.
    L’uomo picchetta metodico, quieto, sereno, nell'aria leggera del pomeriggio, il volto scavato dalla vita, ma fiducioso. Il silenzio si lascia avvolgere dal ritmico suono metallico del martello che batte regolare sul filo della lama, là dove ciottoli e pietre hanno scheggiato il taglio.
    Il giorno si stempera nel divenire del tardo pomeriggio, il tepore scalda la schiena curva e le spalle dolenti di vecchio bracciante. Gli occhi sereni colmi di una vita intensa non abbandonano il lavoro che le mani cesellano come di vita propria. Ogni giorno la falce va battuta, per non perdere la velocità del taglio.
    Il vecchio montanaro calza scarponi consumati, che tante strade hanno percorso, ma anche se è chino sulla falce, non è immobile: con il pensiero segue il ritmo delle stagioni, sa che ritornerà l'inverno, tutto qui sulla montagna si ammanterà di neve, e seppellirà ogni contorno, ogni staccionata, ogni cortile, uniformando l’immensità, ma lui non teme la solitudine. E intanto che pialla mi racconta la sua vita tra queste montagne.
    “De zögn la ranza ‘n pögn” dicevano gli adulti all’apparire del primo caldo: a giugno la falce in mano. Il lavoro nei campi un tempo era metodico e continuo.
    A maggio, fin dalle prime luci dell’alba, gli uomini erano nei campi, dove avveniva il primo taglio del fieno, "ol mazènc", il maggengo; ad agosto era la volta del "fé córt", il fieno già più corto perché le giornate andavano accorciandosi, detto anche “ol maghèr”, senza più forza, magro, e che, se lasciato al selvaggio, sarebbe diventato “stràm.
    L’erba era tagliata a mano con la “ranza”, la falce, la cui lama andava sempre tenuta affilata grazie alla pietra cote deposta nel ”codér” legato alla cinta del contadino; man mano si avanzava nella curva data dalle braccia si creavano “i andane”, cioè l’erba avvoltolata a onde sul pendio, come un susseguirsi di archi verdi andando avanti sul pendio; in quei giorni gli uomini andavano a “spant i andane” .
    Tutte le nostre montagne venivano sistematicamente falciate, perfino dentro i cespugli così che tutto era modellato e pulito.
    L’erba stesa veniva rivoltata nei prati con il “rastèl” -il rastrello- fino alla completa essiccatura: si andava a “rastelà” o a "spant ol fé" o anche a "guarnà" secondo il momento della giornata; poi lo si radunava in covoni e portato a spalle con i "masöi" fino alla stalla o alla "porta dol fé" e accatastato in bell’ordine nella “méda dol fé”.
    Ne sono rimasti pochi ormai, di montanari che ancora portano avanti un mondo scomparso, quel mondo in cui tutto era fieno, erba, campo, mucche, stalla. Ne sono rimasti pochi.
    Ma ascoltarli, viverli nella loro saggia quotidianità, ci rende un po’ più vivi, e consapevoli che la Vita è per noi, e non serve piangersi addosso. Ma affilare il coraggio, testa bassa e andare avanti. L’eredità dei nostri montanari.
     

  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:19
    Anziani

    Come comincia: Gli anziani, la loro innocente maturità. Il silenzio che insegue al contrario il verso della matassa. Ti stringono mani tremanti che assomigliano a foglie d'autunno, l'appiglio incerto di un bambino, il paradosso di una cute vissuta che sembra corteccia. Gli anziani e i loro silenzi che non sappiamo ascoltare. E ci piace pensarli pari al loro vissuto, quasi ostili a capire che la vecchiaia annulla il passato e chiude quel cerchio in cui un uomo ritorna bambino.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:11
    Invecchiare

    Come comincia: Verro a farti le carezze quando sarai vecchia. Ci sono molti modi per fermare la ruggine che prende il sopravvento sulle lamiere dei tuoi sentimenti. Sarò con te quando faremo il bilancio delle nostre scelte. Da una parte le rose, dall’altra le spine. Penso a quando saremo vecchi, alle tue mani di cartapesta che intrecciano le mie. Hai l’odore di stanze vissute, di ricordi. Oggi ho le narici sopraffatte dalla polvere della mia libreria. Hai sempre odiato la mia libreria, la occupavi con i tuoi dischi. In effetti non so cosa hai amato di me per tutto questo tempo. So solo che quando non c’eri mancavi tu, il tuo calore e la primavera intorno a me lasciava il posto all’inverno.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:01
    Il giro di boa

    Come comincia: Il giro di boa arriva per tutti. Io vedo quella maledetta boa rossa, alla soglia dei miei venticinque anni, mi appare nella sua totale nullità. Eppure qualche anno fa era solo un puntino nel mare, un miraggio. Lo strano modo di scorrere del tempo. Dapprima scorre lentamente, sembra quasi dar tregua al futuro, permettendoti di crescere. Poi accelera, come se ritrovarsi adulti attivasse il timer del conto alla rovescia. Ed ogni secondo che passa sembra nutrirsi di sogni per dar spazio ai silenzi. Silenzi in cui ti siedi e fissi il vuoto con tale impegno che quasi assume la forma dei tuoi pensieri. Silenzi in cui la tua intera vita ti scorre dinanzi agli occhi, come una sequenza di negativi che sanno perfettamente chi sei. E non puoi sfuggire a tutto questo, ai ricordi, al silenzio, al tempo che scorre, a questo affievolirsi della follia. Perché la vita è un ciclo, un abito cucito su misura e prima o poi, per quanto tu lo possa rimandare, cresci. Riconosci esattamente quella circostanza, la sensazione che provoca sfiorare la tua ventiquattrore, vedere i capelli bianchi spuntare ai tuoi genitori, le interminabili nottate spese a chiederti “ora cosa faro? dove andrò?”. A volte vorrei che tutto questo si fermasse e per un giorno intero prendere in giro la vita con mio nonno, andare in giro per le strade di Torre dell’Orso attaccato alla bici di mio padre, vedere il mio cane piangere di gioia alla vista di mia madre. Vorrei tutti i concerti, gli amici e le persone che sono passate dinanzi ai miei occhi. Vorrei tutti i miei grandi amori concentrati in una pillola. Vorrei risentire l’odore dell’Andalucia, il cielo di Londra, il mare di Porto Selvaggio. A volte avrei bisogno di un’altra vita, ma molto più spesso capisco quanto sia bella la mia.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:01
    Crescere

    Come comincia: Ad un certo punto si cresce. Crescere è quando il rumore di fondo è più tenue di quello interiore. E non contano i fatti, le giornate spese ad elencare i viaggi, le esperienze vissute, i drammi superati. Crescere non è nulla di tutto questo, è una circostanza, è la vita che ti fende l’anima. Crescere vuol dire invertire il paradigma dei genitori che si prendono cura di te. Crescere vuol dire “giustiziare” quell’unanimità con cui le forze del bene e del male collocano le tue amicizie su un piedistallo, da cui le vedi tutte uguali. Crescere vuol dire diversificare le persone e vederne i limiti. Crescere è riconoscere un’autonomia che prepotentemente ti toglie il respiro e ti senti come una nave che affronta la prima grande bufera. Crescere vuol dire subire il cambiamento quando nessuno ti spiega dove porta, quando sei un vuoto che intravede i confini del rendere. Ti accorgi che tutto ciò che ami non è quello che non eri, che non sei più dietro la quinte ma in platea come tutto il resto. Forse per questo molti si rifiutano di crescere, perché può essere una cosa difficile e non c’è più il tempo per le cose difficili.