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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Menotti Lerro, giornalista, scrittore e poeta, con questa nuova opera torna a sussurrare melodie per ascoltatori attenti: “Passi di libertà silenziose”. Tristezza, angoscia, sogni svaniti e un’eterea dolcezza camminano mano nella mano tra le pagine bianche del libro, lasciando cadere soavi gocce d’inchiostro nero da cui la musicalità delle parole s’innalza, tra soffusa quiete e tormentati battiti del cuore. Quel cuore ancora capace di parlare e di suonare la sua musica.
    Così i passi cominciano a lasciare il proprio segno sulla brecciolina  del terreno, non appena l’introduttiva e lunga elegia Polvere di Croce fa fluire nell’aria la sua poesia, a tratti struggente e sognante, altre volte incisiva e pungente, ma sempre affascinante nelle sue slegature emotive che si ripercuotono ancora nelle lettere “Ecco perché non ti scrivo”, abbandonate a una costante tristezza di fondo che accompagna le parole col suo dolce guinzaglio e traina emozioni e pensieri verso strade sconosciute.
    Ma la bravura di Lerro non finisce qui perché con le brevi Novelle ritmi e sensazioni si susseguono in placati vortici letterari, ben costruiti e capaci di mettere in moto l’interiorità del lettore che a sua volta deve immedesimarsi nelle atmosfere dei suoi racconti di vita, quella vita così bella ma anche portatrice di sofferenza.
    Così, dopo le novelle l’autore prosegue il suo cammino di libertà attraverso una nuova serie di lettere, scambiate con una Giulia che si nasconde dietro fogli fatti di lacrime e passione, e con una piacevole sequenza di brevi dialoghi teatrali che chiudono l’opera con eleganza e notevole bravura stilistica, doti che Menotti Lerro ha saputo far sue grazie ad un modo di scrivere toccante e soprattutto piacevole da leggere per quanto esso sia coinvolgente in ogni suo meandro che corre tra vita, morte, dolore, pace, quiete e soprattutto... libertà.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Le poesie di Lerro andrebbero lette mentre si centellina della grappa secca. Più che bagnarsi le labbra, si dovrebbe mandarla giù a brevi sorsate. Lo stesso modo in cui si può godere degli stralci poetici di questo giovane scrittore.
    Una quotidianità romantica, vissuta e sofferta rattoppa le pagine della raccolta “Senza cielo”. Ogni poesia è scritta in basso, al margine della pagina. Quello spazio potrebbe significare una giornata trascorsa e vissuta o non vissuta per intero. Poi, prima di chiudere gli occhi, prima dell’ultimo sospiro da svegli, un lampo senza tuono illumina per un attimo il cielo. È proprio questa l’impressione scagionata dallo spazio poetico lerriano. Luoghi in cui la morte è compagna di viaggio, ma dove “da lontano tutto sembra luce”. È la posizione, il punto d’osservazione del poeta. Lui vive tra la gente, sente e raccoglie un’emozione; viene catapultato lontano da tutti e da lì, spruzza inchiostro sopra la gente, come una pioggia leggera quasi impercettibile.
    Lo spirito di Menotti Lerro favorisce di un contatto vivo, ansimante, violento con la pagina bianca. È un incontro carnale estenuante dal quale nasce un cadavere: “Mi spezzo il polso sulla carta bianca,/ per ridurla a cadavere parlante”. A volte, pare di leggere osservazioni semplici e secche. Ma scavando la fossa, c’è una falda sotterranea nella quale il pensiero è articolato, l’emozione scomposta. È l’acqua di cui si abbevera Lerro. Con la sua anima da “teologo ateo”, spensa riflessi crudi nelle sue poesie. Girando per Milano: la metropoli che ti sopprime, ti toglie un po’ il respiro; tra fumi d’industrie, pozzanghere e cieli senza cielo.
    Il getto, la voracità con la quale butta giù questi versi, viene espressa anche nel suo stesso scrivere. Bisognerebbe leggerle scritte a mano le poesie di Lerro. Aprire la sua piccola moleskine e apprezzare il tratto della penna, le cancellature, la scrittura veloce, parole quasi illeggibili per la voglia di spiaccicarle subito sulla carta.
    Per Menotti Lerro, la vita è composta di continue rivelazioni che conquistano la sua anima; la fanno palpitare, la dilaniano, la chiudono, la macinano, la rivoltano come un calzino. E pure, lui è sempre pronto a scattare i miracoli e a esclamare: “Capire d’essere vivo mi sconvolge”.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • La sensibilità dei versi di questo giovane poeta si evince nell’esaltazione dei sentimenti puri ed universali, quali l’amicizia, l’amore, la fede. Primo fra tutti, l’incipit riservato al suo amico, nel quale si realizza uno scambio di emozioni al quale il lettore partecipa, alimentando una penetrante aspettativa nei confronti dei versi a seguire.
    I molteplici aspetti di tali sentimenti si svelano come un labirinto del quale Di Filippo, poesia dopo poesia, fornisce il filo di Arianna. Ed è così che, lentamente, vengono alla luce gli aspetti sommersi di una personalità profonda e fortemente attaccata alla vita; i cui slanci sono espressi con chiarezza, limpidezza, e sincerità, attraverso figure tangibili, visive, corporee. Di Filippo attraversa la sua esistenza con la naturalezza e la convinzione di chi non ha paura di osservarsi dentro e, con coraggio e sensibilità, lascia che i suoi occhi possano guardare in fondo alle cose, fino a farsi attraversare da esse. Nella pura essenza della vita.

    [... continua]
    recensione di Annalisa Stamegna

  • Un flusso travolgente di emozioni, dialoghi, sensazioni.
    I versi di Antonio Sangervasio sono caratterizzati da un misterioso, incessante dialogo con gli Elementi – Aria, Acqua, Terra, Fuoco. Il poeta è in grado di coglierli nella Natura delle cose, assorbirli con la pelle, e riemetterli sotto forma di versi, per consentire al lettore di scoprirne nuovi punti di vista, sconosciute dinamiche, inaspettate prospettive.
    Gli occhi del poeta non guardano la Natura solo come parte di un Tutto, ma la accolgono come un frammento di se stesso, imitandone la forza e la spinta propulsiva e impetuosa sotto forma di allitterazioni, rime, pause ed enjambements, fino alla ricercata scelta delle parole.
    Quando il poeta si ispira alla natura, eccolo scoprirsi come luna nel cielo, alito di vento, fiume in piena – come lo stesso Sangervasio definisce il suo stile.

    [... continua]
    recensione di Annalisa Stamegna

  • Come spirali, palpiti, impulsi, flashback.
    Attraverso un’attenta cura dei dettagli, Antonio Sangervasio si rivela al lettore con l’autenticità dei suoi versi, sempre impegnati nella ricerca di nuove simmetrie, introspezioni, allegorie. La raccolta di poesie manifesta un affascinante slancio verso una comprensione più profonda delle proprie emozioni e del proprio vissuto, con delicatezza, acume ed evidente armonia, che penetrano nell’animo del lettore come torrenti impetuosi che scavano solchi, e scandiscono il vigoroso fluire che caratterizza la sua poetica.
    I suoi versi si affacciano al presente dopo profondi tuffi nel passato, cercano strade inesplorate, nuovi interrogativi ed immagini, pronti a catturare l’essenza e la verità di ciò che lo circonda.

    [... continua]
    recensione di Annalisa Stamegna

  • Vanni Schiavoni racconta la sua terra con inflessibile semplicità, in modo genuino e spigliato.
    Le sue poesie hanno un vago sapore popolare, sincero e caloroso.
    I suoi versi rappresentano a pieno l’immagine di un Salento che brucia, che arde sotto il sole, che vive e si riposa, che ancora conserva la purezza delle tradizioni.
    Dipinge con le parole la “salentitudine” che ancora freme, le meraviglie che ancora splendono e attraggono, la cultura, i luoghi e gli ambienti del sud, della sua terra, del suo cuore… Ad ogni verso sembra addentrarsi in un borgo, ogni parola è un piccolo vicolo su cui si affaccia parte di un paese che passa tra le abitazioni, ma vive tra le strade.
    Le sue poesie sono scritte nella maniera che solo un vero poeta conosce, con lo sguardo attento, vigilante e partecipe ai segreti naturali di cui a volte, troppo spesso, il continente se ne infischia...
    Dalla carta arrivano odori intensi, che provengono da ignorate esistenze, che passano per case, sobborghi o campagne e riecheggiano visioni malinconiche di una terra che va incontro al suo destino con scintillante energia.
    In cinque argomenti (dove/ quando/ cosa /chi /perché) Vanni Schiavoni riesce a raggruppare i suoi pensieri, a trasmetterci le sue emozioni con chiarezza e disinvoltura, ci rapisce dalla nostra terra e con un delicato labirinto d’inchiostro ci porta in tutti i luoghi del Salento, così da conoscerli come fossero i nostri.
    L’autore è esplicito nella sua complicità con la vita quotidiana del paese, nella sua equilibrata ammirazione che non si gela al freddo invernale ma, con giusta coerenza, è costante, e gli appartiene nel tempo, e lo appaga anche se non è il sole di dicembre a scaldargli l’anima.

    [... continua]
    recensione di Federica Ciccariello

  • Alla fine del libro di Bevilacqua puoi sorridere, puoi piangere, o puoi fumarti una sigaretta dal retrogusto dolce.

    È l’estate di Yul, l’estate di tre ragazzi che partono per una vacanza e che vivono emozioni contrastanti. Sono tre uomini che si tuffano in un vortice leggero dell’America anni ’70, fatta di concerti e serate tirate fino all’alba.

    C’è un senso profondo nell’“Estate di Yul”; un senso che raccogli e fai tuo solo leggendo le ultime tre righe della “Nota” finale. Un senso che ti accompagna per tutto il romanzo ma non riesci a comprendere bene. Perché l’estate di Yul, per l’autore stesso, è stata la stessa emozione provata ad un passo dalla morte, a pochi centimetri dal precipizio dove sarebbe potuto andare a finire con la sua macchina.

    Una scrittura legata alla terra. Che trasuda come l’asfalto mangiato dalla Ford Mustang che guidano a turno Sal, Leo e Walter (i tre attori protagonisti di questo libro). L’inchiostro di Bevilacqua è assai variegato. C’è la scena che ti far ridere con leggerezza: “Entro al Big Palomar, il negozio di Sal. Sono ancora avvolto dal miele di Agnese, ma lui non può accorgersene a meno che non gli venga una voglia improvvisa di ciucciarmelo. Ma lo ritengo improbabile”.

    Ci sono immagini poetiche che in poche righe dicono tanto: “[…] Una città dove ci si chiude all’aperto, tanto non c’è nessuna intimità da proteggere”. O altri lampi di pensieri che rassomigliano a frasi pronunciate dopo giorni d’attesa: “I progetti sono lineari, la vita è ellittica”.

    In tutte e 165 le pagine si ritrova la capacità - vicina solo allo scrittore - di una penna che scrive sul mondo e che getta inchiostro tra la gente, perché quest’inchiostro è spirito blu tra la vita. Per questo, lo stile di Bevilacqua ha un gusto tutto suo. Sapore dell’imprevisto, di qualcosa che accade quando smette di piovere o quando la notte tarda a finire. Tra le pagine si possono trovare emozioni contrastanti a distanza di poche righe. Immersi nella lettura, viene in mente un’immagine liberatoria, che ti rimette al mondo; un’emozione forte, forse illogica, ma che ti prende e ti getta da qualche parte con violenza. Un libro che dà la stessa sensazione che potrebbero darti due ore d’amore subito dopo un funerale.

    Questa “estate” va letta in un solo giorno, va bevuta tutta d’un sorso e assaporata in un solo boccone.

    Una storia densa, un respiro che è l’essenza di tanti respiri. La West Coast di Bevilacqua è piena di vita, sorridente, scanzonata e pronta a fare i conti con il ritorno a casa… Direzione Europa.

    Allora si ritorna, con quel sapore amaro in bocca, classico, alla fine di una lunga vacanza che non si scorderà mai.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Tra leggeri e sospirati echi baudelariani e una vena poetica giovane e forte, Nicola Lotto ha scritto questa intensa raccolta di poesie intitolata “I demoni della mente”, in cui i suoi stati d’animo, la sua tristezza e il suo sconforto vengono immortalati in versi carichi di una passione davvero profonda. Sono attimi passati, fugaci, densi di malinconia e rabbia, di lacrime perdute e pianti che riecheggiano forti nell’anima.
    Con uno stile intelligente ma semplice, Lotto riesce a colpire con una facilità davvero degna di nota caricando ogni suo verso di un’emozione forte e decisa, capace di trascinare il lettore attraverso le sue atmosferiche tristezze di vita, amplificate da queste poesie dirette ma toccanti. A partire dall’iniziale e breve “Il primo fiore di primavera” (che ricorda molto Rabinandrath Tagore) sino alla conclusiva e intensa “Illusione”, fiumi di poesia scorrono al ritmo della vita, materializzando attraverso un fragile specchio emotivo le difficoltà e i problemi dell’esistenza, la malinconia e l’amore, toccando così tutte le gracili pareti del vivere.
    Con i versi di “All’alba” o ancora di “Della tristezza”, il giovane poeta poggia sul cuore di chi legge una pesante zavorra di duri pensieri nascosti che entrano nell’anima trasmettendo l’inquietudine e la tristezza provenienti dalle disgrazie e dai momenti difficili che aggravano la vita umana. Lotto tratta tali temi con una vena poetica pungente e sempre profonda, sveglia e capace di colpire a fondo il cuore del lettore che come in un incantesimo entra nei versi e nei pensieri del libro, diventando anch’egli lettera di una straziante e triste poesia.
    Leggere, ma soprattutto sentire dentro i suoi scritti è davvero un piacere. Lotto entra in questa sfera grazie al suo leggero ma evidente sentimentalismo, reso concreto con uno stile poetico semplice ma sempre capace di conservare dentro di sé quell’alone di tristezza e inquietudine che rende sempre grande una poesia. Le sue metafore e i suoi schemi poetici sono sempre interessanti e ben costruiti, mantenuti alti dall’oscuro inchiostro proveniente dalla penna del suo cuore, sempre a cavallo tra sconforto e sofferenza, ma che lascia trasparire sporadicamente una via d’uscita verso la felicità. Ma spesso una sentita e profonda tristezza è meglio di una blanda felicità, per questo Lotto prosegue su tale sentiero dal quale egli può vedere tutte le cose con occhi veri e reali e, registrando dentro di sé i suoi stati d’animo, li rigetta poi con delicatezza nelle sue poesie, mai banali o scontate, bensì dense e colme di significato. Non si griderà al capolavoro, ma questa piccola opera è davvero come un sole durante la tempesta: dura poco ma i suoi effetti si fanno sentire per molto tempo.
    Per questo bisogna fare i complimenti a Nicola Lotto, che ha vissuto i suoi componimenti nel vero senso della parola, rendendo concreti gli effimeri e significativi attimi di vita dai quali sono scaturite queste profonde poesie.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • “Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà occupati dal passato e dall’avvenire. Non pensiamo quasi mai al presente, o se ci pensiamo, è solo per prenderne il lume al fine di predisporre l’avvenire. Così noi non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e, preparandoci ad essere felici, è inevitabile che non siamo mai tali”.
    Blaise Pascal

    “L’essenza di tutto sta nel confine invisibile tra passato e futuro”
    Alfio Cataldo Di Battista



    Questo accostamento, che a qualcuno potrà sembrare azzardato, in realtà si ripropone più volte nascosto tra le righe di questo libro, sempre con maggiore intensità.
    La penna di questo autore riesce a penetrare, con estrema lucidità, nello spettro infinito delle emozioni umane senza tralasciarne nessuna. Riesce, con un’introspezione realistica e minuziosa, a distruggere, smontare ogni salda credenza alla quale i due nostri personaggi si aggrappano: un malinconico e ingenuo mascherarsi quello dei due protagonisti, che rimarranno per tutto il racconto semplicemente Lui e Lei.
    Un Lui e una Lei che, al contrario di qualsiasi banale e preconfezionata storia d’amore, non riescono mai a trovare il punto d’incontro dei loro testardi animi, non arrivano allo scontato “… e vissero felici e contenti” perché i due sono talmente distanti, diversi, da non riuscire a rinunciare alle proprie convinzioni in nome dell’amore.
    Un grande, forse inaspettato scrittore sigilla questo piccolo capolavoro definibile un viaggio nello sconosciuto profondo dell’animo umano che, stanco e cieco, tenta disperato di trovare un appiglio che lo salvi dalla superficialità in qualche ideale fantasma o convinzione originale che lo distacchi dalla massa e lo renda “speciale”, o soltanto diverso.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Nella sua raccolta Massimo Elia raccoglie raggi della sua vita e li trasforma in poesie.
    Versi che parlano di amore, solitudine, ricordi oppure sogni… Citazioni di pensieri buttati qua e là con la voglia di trasmettere emozioni, senza la pretesa di identificarsi; con l’ambizione di essere “quasi poesie”, che si gettano sulla carta con la speranza di parlare, con il desiderio di esprimersi, con la voglia di disperdere una solitudine annunciata, risaputa; poiché la poesia è in ognuno di noi, in ogni nostra situazione giornaliera, e la differenza sta tra chi la sa cogliere.
    È un invito a uscire allo scoperto da parte di una personalità introversa che è quella dell’autore, un invito a non rinunciare ad esporsi, a manifestarsi, a non rinunciare alla vita, a viverla  come fosse un’eterna e magnifica Poesia.
    Leggendo un libro ti fermi a pensare, ti tuffi nell’immenso mare che ondeggia ad ogni parola racchiusa lì dentro, in quelle pagine, per poi riaffiorare a galla e portare a riva conchiglie di cultura; le quasi poesie di Elia creano un mare spumeggiante in cui annegare, e non importa se a volte una parola può sembrare inadeguata, una frase esuberante: l’importante è farsi trasportare…
    Il libro si presenta con una prefazione che è l’umile discolpa ad ogni critica del suo contenuto, l’autore stesso scrive : “ Non so cosa vuol dir poesia,/ ma alcune di queste cose/ sanno di poesia… o quasi/ Sono ignorante,/ ma che importanza ha?/ E intanto scrivo”… Scrivere, questo è l’importante: far uscire da sé tutto il possibile, strizzare lo straccio bagnato delle emozioni e riversarne le gocce, ognuno nell’espressione che meglio sente propria, ognuno con il suo bagaglio di messaggi che pensa di dover trasmettere. Massimo Elia trasmette questo attraverso la poesia, incurante se qualcuno lo critica, poiché almeno ci prova, dato che il poeta stesso non sa chi è, consapevole soltanto del fatto che nascono versi dalla sua follia, dalle sue emozioni, dalla sua vita agitata, da un amore, da un fiore, sia che essi nascano o muoiano, tanto non fa differenza sulla carta.
    In poco più di un centinaio di pagine egli si mette in mostra, pronto a farsi sfogliare da ognuno che lo voglia, e che lo comprenda immedesimandosi con i suoi stessi stati d’animo. Questo è ciò che scrive: un libro poetico, la porta d’accesso nell’universo affascinante di un esistenza che si racconta tra situazioni quotidiane, in modo semplice ma intenso, e che sa cogliere briciole di poesia nella propria ricerca del vero.

    [... continua]
    recensione di Federica Ciccariello

  • "Un semplice gesto, come prendersi per mano: per Stefano e Marco non era adeguato [...] la gente non avrebbe capito [...]".

    È intorno a questa frase che la scrittrice Tarabella tesse la storia di due giovani, Stefano e Marco, che nel periodo adolescenziale scoprono di amarsi, di essere omosessuali. Con la loro crescita anche il loro "amore" cresce, giorno dopo giorno diventa sempre più forte e prorompente. Ma i due protagonisti, immersi in un mondo a loro ostile, si sentono frustrati e incompresi, in particolar modo Stefano, il quale non ha la fortuna di avere un padre comprensivo. Tra sensazioni nuove e amare verità, i due finiranno il liceo e finalmente, dopo alcuni scontri e incomprensioni con la società,  riusciranno a coronare il sogno di vivere insieme condividendo tutto. Durante lo svolgersi della storia, l’autrice ribadisce spesso che la "diversità" di Stefano e Marco sia dettata da sciocchi canoni, crudeli luoghi comuni che tendono a deriderli, isolandoli dal mondo dei "normali". Ciò purtroppo accade, benché si tratti di un'ingiustizia, perché l'ignoranza e l'intolleranza bollano i casi di "amore" omosessuale come derivazioni di depravazione e disadattamento. Laddove invece potrebbe esservi un "amore" vero e puro.
    Questi "amori diversi" meriterebbero solo  di essere vissuti dai protagonisti, con più rispetto e comprensione da parte di chi li circonda.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Siamo felici e orgogliosi di presentare l'autobiografia che Erico Menczer ha regalato a tutti gli appassionati di cinema, fotografia, pittura e letteratura.
    Un artista così completo, che ha lavorato con i grandi nomi del cinema italiano onora Aphorism e tutta la Scuderia. E onora soprattutto Internet come nuovo mezzo di comunicazione.
    Difatti Erico ha deciso di regalare il volume a tutti i suoi lettori, pubblicando le pagine del libro sul suo sito, in modo che possa essere letto da chiunque on line (oppure scaricando un file .pdf).
    Lieti di questa nobile iniziativa non potevamo fare altro che promuovere questo libro e invitare tutti i nostri autori, lettori e frequentatori a conoscere di più un grande direttore della fotografia del cinema italiano.

    [... continua]
    recensione di Luigi De Luca

  • Attilio Del Giudice torna in libreria. Questa è una bella notizia che apre la nostra recensione.
    Due anni dopo Bloody Muzzare’, che ha chiuso la trilogia dei tutori dell’ordine De Grada e Capece, arriva il nuovo lavoro ancora edito da Leconte.
    Una bella edizione, curata, con 149 pagine ricche di vicende raccontate in capitoli brevi e densi.
    La struttura narrativa pare smembrarsi dall’insieme, vuole dilaniarsi, per raccontarci quanto più possibile la vita del protagonista, in tutti i suoi aspetti. Ed è un piacere trovare Del Giudice ancora impegnato a giocare con l’italiano, questa volta in maniera ancora più profonda: lascia che a “scrivere” la vicenda sia il protagonista, Nino, un bambino di quinta elementare che si racconta come se componesse il suo diario segreto.
    Gli occhi di questo bambino, e il suo cuore, ci porteranno nella provincia campana, un territorio che spesso sanguina e che il nostro Attilio conosce bene. Nino intinge la penna in un italiano incerto, ricco di elementi presi in prestito dal dialetto, co-protagonista assoluto delle vicende narrate.
    Così, tra violenza ordinaria, squallore, prepotenza e codici d’onore della malavita organizzata, un bambino si muove a metà strada tra i suoi coetanei e il mondo degli adulti. Tra l’innocenza genuina e un po’ smaliziata di chi è costretto a crescere in fretta, e le perversioni dei grandi, sempre alla ricerca egoistica di soldi, piacere e potere.
    Nino sembra non capire la sfida che l’attende: dovrà scegliere, un domani, se ereditare l’esperienza e la fama del padre padrone o prendere la sua strada fatta di sogni e dolcezza. Quella tracciata dalle due dolci figure femminili di cui è perdutamente innamorato: la mamma e la maestra.
    Noi tifiamo per Nino, perché è buono, perché rappresenta una speranza per tutti, perché solo nell’ultimo capitolo Del Giudice ci fa capire cosa significa “la vita incagliata”, lasciandoci a bocca aperta.
    E allora sì, non ci resta che sperare…

    [... continua]
    recensione di Luigi De Luca

  • Fra Diavolo. Eroe o brigante?
    Né l'una, né l'altra. Piuttosto un uomo coraggioso e carismatico, ma anche "un moderno Ulisse" la cui astuzia gli permise di portare avanti i principi di libertà ed indipendenza in uno dei momenti più drammatici della nostra storia. Questa l'opinione di Maria Alba Pezza, sua discendente, che nelle pagine del libro ripercorre le incredibili imprese del suo avo.
    A metà fra lo storico e l'autobiografico, il romanzo racconta i viaggi dell'autrice, che riscopre e rivaluta Michele Pezza, conosciuto con il bizzarro soprannome di Fra Diavolo, immortale pseudonimo che ben descrive la storia e la personalità del difensore della sua gente che, come un diavolo, incuteva terrore nel nemico celandosi con il suo caratteristico mantello rosso e nero.
    Fra Diavolo rivive e si rinnova, ancora una volta, a dimostrazione che la sua immagine è eterna, forte e poetica, come gli eroi di ogni tempo.

    [... continua]
    recensione di Annalisa Stamegna

  • Una sensibilità tutta al femminile quella di Cristina Raso. Coglie l’istante come intimi momenti perpetui. Ammira la natura nel suo essere buona maestra e verità di vita. Con il suo sguardo, anche l’inanimato ha il suo battito e prende vita: … Un lido inaspettatamente solitario/ ammaliato dal vociare del mare. La visionarietà della Raso vive nell’essere parte di un ciclo biologico, nello sviluppo naturale della natura. La osserva con occhi attenti, perché nel suo procedere si nascondono segreti da svelare, un velo che si solleva per scoprire un volto. L’autrice vola tra cielo e terra, respirando a polmoni pieni l’essenza e la sensazione di abbracciare il nostro mondo più vero, più puro. Tra queste pagine, c’è l’intenzione netta di ricercare nella natura lo specchio del proprio stato d’animo: mimetizzarsi con essa per poi uscirne purificati. Così, è anche più chiara l’analisi di sensazioni contrastanti – infreddolita da pensieri confusi... - di origine diversa, che in questa ascesa poetica trovano un eco piacevole e accettato dalla pagina. La parola "ricerca" tende ad una ridondanza in senso etimologico; la nostra, coglie il messaggio e ammira di giorno in giorno, particolari del nostro universo, sempre vicini al nostro essere nella vita quotidiana.
    Nascosto il sonno/ son destamente pronta.
    La natura s’interiorizza nel proprio essere. In una riflessione con il proprio "io", immerso tra un brulicare assorto di sensazioni anche tenui, ma sentite.
    Nell’osservare e nel ragionare della Raso, vige una scissione in cui regna un silenzio controllato. Un lasciarsi andare rimanendo assorta e lucida nel ridestare anche un senso di vuoto, di abbandono: … Assaporando le luci./ Annientando le voci.
    Si tratta di una poesia altamente espressionista ma intima. Come nei suoi disegni che accompagnano ad intervalli i testi, è forte quel senso di non finito, da modellare. Leggendo alcune poesie, c’è come l’impressione di assistere ad uno di quei sassi lisci lanciato sull’acqua; dopo vari balzi in superficie, è pronto a lasciarsi andare, sino a toccare un fondo che significa verità. In questa forma d’arte cara alla nostra, a volte la melanconia prende il sopravvento. Ma appare tutto al proprio posto e ben gestito.
    Lasciamoci con dei suoi versi, che mostrano un felice gioco di parole che avvicina suoni, colori, sensazioni, in un mosaico che esalta il lettore.
    Pennellata lunga chilometri,
    sagomata da tratti brillanti,
    solfeggia il mattino appena sveglio.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Alta visionarietà e un romanzo dalla parola poetica che rende un’ascesa ad ogni pagina sfogliata. A volte è solo un’ombra di sfuggita quella fermata sulla carta da Marco Coppola, ma è un’ombra densa e diretta. Dritto al cuore, è la direzione della sua storia, fatta d’intensi attimi di passioni, di vividi sali e scendi emozionali. Una vita che si presenta spremuta come un’aranciata nell’eternità dell’inchiostro fluorescente dell’autore. Vuol sognare ed emozionarsi Paolo, il personaggio nato dalla penna del nostro.

    “«Buonasera. Dove la porto? » chiese l’anziano autista, con quella frase che aveva ripetuto chissà quante volte ai suoi clienti più diversi.

    «Dove la gente preferisce non dormire, grazie.»”

    Paolo ha bisogno di oltrepassare altre ombre, di passargli dentro e poi fuggire. “…e uscì senza meta nel buio della notte a vedere un po’ di luce che non fosse la sua.”

    Nella vita, tutte le sensazioni rassomigliano ad aromi, gusti, colori, di cui è fatta la vita stessa. Vortice feroce che avvolge, prima di sbatterti al suolo violentemente, per far rimanere il ricordo – a volte crudo – di ciò che è stato… e passato.

    Quelle di Coppola, sono delle vere e proprie riflessioni poetiche da cui traspare la refrattarietà dell’animo umano. Questi, può dileguarsi in ombre diverse, anche partendo dallo stesso cuore. Non è un caso, che Paolo sia anche Andrea . Alcune pagine sono delle vere e proprie poesie, con l’unica eccezione di arrivar alla fine del rigo. Dei torrenti di sensazioni che rimandano ad altre; tanti “come”, “fare”, “poi” e così via. Il tutto propenso a sintetizzare con destrezza gli stati d’animo, le situazioni/sensazioni.

    “… sulla lampada illuminare quel poco che bastava a rischiarare due ombre far l’amore, l’amore sconosciuto se il passato fosse nero, l’amore troppo bello da esser vero, davvero, spaventoso, mozzafiato, da sopra la collina ad un passo dal cadere, dal franare sotto li suolo, dove la terra riempie dentro e ti affonda nella buca che scava quel destino…”

    142 pagine da leggere tutte in una notte, per poi addormentarsi passando in una sorta di dormiveglia di cui è fatta questa storia. Lasciarsi percorrere da un retrogusto amarognolo ma dolce che la penna di Coppola getta sulla pagina bianca.

    L’efficacia descrittiva di quest’autore è nelle sue ombre. Nell’unica vita che gira e rigira attorno ad altre.    

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Il desiderio di avventura e la ricerca di se stesso spingono l’io narrante a lasciare un lavoro sicuro e rassicurante per attraversare il Mediterraneo, il Mar Rosso, l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico,
    tuffandosi in una serie di episodi incredibili e poetici ad un tempo. Egli, a bordo della Chaetodon Vagabundus, la nave che dà il titolo al romanzo, scopre territori che spesso ricordano “Le Mille e una Notte” e i romanzi di Ernest Hemingway. Ad accompagnare il protagonista nel suo peregrinare, che, pagina dopo pagina, si trasforma in un viaggio nell’anima dell’autore, ci sono la fedele gatta Lul e amici di vecchia data, come Peppino, figlio di un emiro, il vecchio pescatore Mzel, e la bella e coraggiosa Nina.
    La bellezza del romanzo, inoltre è legata alle descrizioni dei paesaggi marini, testimonianza dell’amore dell’autore nei confronti del mare. 

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Perché tanta sofferenza, tanti soprusi in un mondo che non dà più certezze? Con la semplicità delle sue parole, che narrano vicende legate a sopraffazioni addotte a bambini e che testimoniano tutta la sua grande sensibilità, Raffaella Petrossi cerca di dare una risposta a questa domanda e sembra riuscirci, grazie alla fede che la sorregge ed alla speranza che un giorno la Pace prenda il sopravvento.

    [... continua]
    recensione di Maria Stamegna

  • Un poeta fine, che entra nella realtà cercando di uscirne subito. La sua delicatezza - stilistica e di significati - porta il lettore a sfogliare con delicatezza le pagine del suo libro. È un uomo pellegrino, il personaggio che abita i testi e i luoghi poetici di Pagelli.
    La mitologia classica, a volte viene ridisegnata in arcani suoni più vicini al nostro autore. Manrico Murzi - recensore del libro - parla di “pellegrini sempre in arrivo per subito ripartire ancora”.
    Sì, perché in questo viaggio c’è una ricchezza di sensibilità che si tende sempre ad una nuova ricerca, a nuove scoperte che mai sazieranno lo spirito dell’autore. Un paroliere raffinato che coglie lampi poetici che implicano immagini dense: “e il poeta/ un’aragosta nella gola della nassa”. Nella poesia “Il viaggio dei gigli” si pone l’accento su una ricerca univoca dalla quale trapelano ampie e infinite soluzioni. Sono gli intenti della nostra vita, quel qualcosa che ci spinge alla ricerca di noi stessi nel mondo che ci gira attorno. La destrezza artistica intrisa da una dolcezza acuta e cadenzata, è uno dei grandi pregi del nostro. I versi finali della poesia “Il falò”, sono emblematici per per dimostrare e confermare l’acume poetico di Claudio Pagelli:
    “ridono i poeti fra visioni di porpora
    stretti al fuoco del vino cotto e di qualche
    verso distratto, odore di stelle e di garofano
    in mezzo alla bufera di scintille.
    dal polpo di buio due graffi di luce -
    i lupi ci attendono non lontano dalla brace…”

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    recensione di Paolo Coiro

  • Nel cuore porto fiori,/ l'eternità dei suoni,/ gli spazi di cristallo".
    Solo tre versi per una sorta di autoritratto di Sal Messina,
    pittore e poeta nato a Catania nel 1939 e residente attualmente a Valdagno,
    in provincia di Vicenza. Un artista completo, raffinato, un uomo sensibile, capace
    di grandi sentimenti, continue sfide, accese denunce. Se, come pittore, è stato
    definito dalla critica "tecnicista geniale", per la poesia potrebbe essere indicato come
    "sincero cantore degli ultimi". I bambini, gli indifesi, i "poveri del mondo", gli innocenti
    ingiustamente perseguitati, le donne maltrattate, le vittime di tanti inganni, sono infatti al centro del suo pensare, del suo soffrire, del suo puntare il dito contro i mali della Terra.

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    recensione di Paolo Coiro

  • Diventato il caso letterario dell'estate 2003, l'opera prima di Melissa P. è la coinvolgente cronistoria delle avventure sessuali della giovane scrittrice. Neanche duecento pagine di erotismo al limite del sadomaso che hanno fatto velocemente gridare allo scandalo.
    Melissa è una ragazza particolare, volubile e inquieta. Dietro l'aria di ninfetta intraprendente e sensuale, degna erede di Lolita, nasconde una profondità d'animo che strugge e distrugge sé stessa e gli altri. Forse è affetta da una specie di "bulimia sessuale" o più semplicemente "fame d'amore", che la spinge a buttarsi tra le braccia di qualsiasi uomo le capiti a tiro, abbandonandosi a situazioni spesso squallide e alla sensualità più sfrenata.
    In realtà queste pagine sono ricche di tenere metafore e crude descrizioni, uno stile che ben si adatta all'età della protagonista e alla materia trattata. Si tratta di un libro coraggioso e tormentato, a tratti malinconico e poetico.

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    recensione di Annalisa Stamegna

  • Se avete passato una giornataccia o semplicemente siete alla ricerca di qualche "battuta" o "freddura" per conquistare la simpatia di qualcuno, questo è il libro che stavate cercando! Impreziosito dalle vignette "feline" di Cristian Inzerillo, “Micio Zen” - pensieri Orientali e Verticali - conclude la trilogia che Stefanon ha aperto nel '93 con "Niente di nuovo sotto l'ombelico" e proseguito nel '94 con "La posta in gioco". Qui l'autore affronta con pungente ironia e disarmante cinismo le tematiche (spesso amare) dell'amore, del sesso, della politica, della tv, strappando al lettore un sorriso o una riflessione divertita laddove ci sarebbe da perdere la pazienza! Perché alla fine, anche i mici, come noi, hanno le loro sfighe... e senza un po’ di sano zen, sarebbe difficile sopportarle...  :-)

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    recensione di Luigi De Luca

  • "Lotto per vincere" è la dimostrazione che a prendere le parole troppo sul serio si danno i numeri.
    Il registro del libro è infatti fortemente ironico: gli aforismi, gli epigrammi e i giochi di parole di Stefanon propongono una versione comico-esistenziale della Smorfia dedicata a tutti quelli che cercano una lettura umoristica e dissacrante convinti che seguire l'esempio paterno è bene ma inseguire una top-model è meglio; che ci sono diversi stadi nello sviluppo spirituale di un uomo ma molti si fermano alla stadio di calcio.
    Insomma, che non basta avere tanti libri, bisogna anche spolverarli.

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    recensione di Paolo Coiro

  • L'editore Borelli propone una nuova raccolta di racconti nati dalle mani di quindici scrittrici contemporanee che si sono cimentate col genere erotico.
    Tra le autrici più note spiccano i nomi di Dacia Maraini, Barbara Alberti, Alina Rizzi e la nostra Maria Vittoria Morokovski, che con il racconto "Ricordo di una passione" si conferma personaggio da continuare a seguire. Difatti, dopo il buon esordio letterario di "La cosa più bella della nostra vita" (Edizioni Vida, 2005) ha dato prova di versatilità e indipendenza cimentadosi in questa nuova opera.
    Auguriamo a lei e a tutte le autrici dell'antologia di ottenere i successi che meritano.

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    recensione di Luigi De Luca